Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2009/2010

Omelie di Monsignor Antonio Riboldi e altri commenti alla Parola, a cura di miriam bolfissimo

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2009/2010

Messaggio da miriam bolfissimo » ven giu 11, 2010 3:58 pm

      • Omelia del giorno 13 Giugno 2010

        XI Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Quell'amore che dà tanta pace
Veramente l'uomo non ha più dove riparare la sua intimità, che è poi il piccolo santuario dove solo Dio e chi ama può penetrare per amare, perdonare, capire, piangere insieme, se necessario. La nostra intimità oggi non viene risparmiata da nulla e da nessuno. Basta che per un momento di debolezza o distrazione si apra una fessura di questo nostro 'tempio' e subito si affollano i curiosi che sanno solo scandagliare il nostro 'fondo' come fosse un oggetto da museo, ma quello che è peggio, sanno anche costruire 'fole' che nulla hanno a che vedere con la verità e tanto meno con il rispetto doveroso per il santuario della coscienza di ciascuno.

E così, alle volte, la fessura che era ben poca cosa, diventa crollo dell'intera nostra dignità, fino a sentirci 'stracci' esposti al pubblico ludibrio, alla condanna, al disprezzo: 'stracci' che perdono la voglia di vivere, perché senza il rispetto dell'intimità, che è il luogo che Dio ci ha donato, per entrare in dialogo con Lui e i fratelli, non è possibile vivere serenamente.

Questo vizio di 'confessare la gente', di abbattere il santuario della persona, dove vive il segreto della vita, nella sua bellezza e a volte nella sua profonda miseria, oggi è diventato una moda. Basta dare un'occhiata alle cronache dei mass media e notiamo subito che basta un sospetto o un indizio di corruzione, e tutto viene sbandierato, amplificato e, a volte, mistificato, alla pubblica opinione. Così facendo, non solo la persona viene additata al disprezzo, ma si ingenera l'opinione che 'sono tutti corrotti o cattivi' - gli altri, naturalmente! - al punto di dubitare di tutti e non trovare più motivi per mettere in luce il bello, tanto, che invece esiste. Come a dare ragione al proverbio 'fa sempre molto rumore un albero che cade, ma non la foresta che cresce'.

È verissimo che il nostro cuore cerca di essere disperatamente capito, rispettato, amato, ossia cerca sempre di trovare qualcuno che lo abiti per aiutarlo a vivere, e ancora di più a risorgere, se è ammalato. Non si può vivere nel sospetto o nella disistima: l'uomo ha bisogno del respiro dell'amore e della stima, nonostante tutto... Per questo teme la curiosità che è come avere migliaia di occhi sempre puntati addosso, più a sottolineare gli sbagli che a dare una mano di aiuto; teme l'indiscrezione, quel voler sapere a tutti i costi tutto di noi, ma per poi ignorare il bene e sottolineare il difetto o il male.

Lo stesso sacramento della Penitenza o Riconciliazione - ineffabile amore del Padre , come è presentato nella parabola del Figlio prodigo - finisce per essere percepito come una difficoltà nel dover svelare il male che è in noi, senza pensare alla grande gioia che viene dalla misericordia di Dio. È un poco come quando si è colpiti da un male fisico e si teme l'occhio del medico, per paura che trovi in noi una malattia che uccide. Ma tutto questo è giusto? È sensato? No. Appartiene alla miopia degli uomini che disperatamente cercano a volte di trovare una mano che li sollevi dalla loro miseria morale e hanno paura di trovare un impietoso indice puntato e nessun spazio per l'amore, perché questa è spesso la situazione che si realizza nei nostri poveri rapporti umani.

La Parola di Dio, oggi, giunge come divina lezione di misericordia, che è il 'come' Dio ci ama, soprattutto quando abbiamo sbagliato. È un racconto che svela come il Cuore di Gesù accolga senza fare processi, e perdona, a differenza di chi vede e si scandalizza. Ed è un grande dono 'entrare' nella bellezza del racconto del Vangelo di oggi, perché, non solo mostra quanto Dio sia davvero buono e misericordioso, ma ci mette in guardia contro le nostre miopie. Un racconto ‘da incorniciare' nella nostra vita, per saper sperare quando ci si sente dispersi e si cerca la via della pienezza della vita e della gioia. È bene leggerlo, abbandonandosi a tutta la sua dolcezza:
  • In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco una donna peccatrice di quella città, saputo che Gesù era nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato, e stando dietro, presso i suoi piedi, piangendo, cominciò a bagnarli delle sue lacrime, poi li asciugava con i propri capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato.

    A quella vista, il fariseo che lo aveva invitato, pensò tra sé: 'Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice'.

    Ed ecco la stupenda risposta di Gesù, che legge nei cuori, anche nei nostri, sempre.

    Gesù allora gli disse: 'Simone, ho una cosa da dirti. Ed egli: 'Maestro dì pure. 'Un creditore aveva due debitori: l'uno gli doveva 500 denari, l'altro 50. Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?'. Simone rispose: 'Suppongo quello a cui ha condonato di più'. Gesù gli disse: 'Hai giudicato bene'.

    E volgendosi verso la donna, disse a Simone: 'Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non mi hai dato l'acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non ha dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non hai cosparso il mio capo di olio profumato, ma lei ha cosparso di profumo i miei piedi. Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, perché molto ha amato. Invece quello a cui si perdona poco è perché ama poco. Poi disse alla donna: 'Ti sono perdonati i tuoi peccati. Allora i commensali cominciarono a dire tra di loro: 'Chi è questo uomo che perdona anche i peccati?: Ma Gesù disse alla donna: 'La tua fede ti ha salvata: va' in pace'. (Lc. 7, 36/8,3).
Si rimane come immersi nello stupore dell'amore che Gesù ha per noi, cominciando da quelli che forse si considerano persi per le proprie colpe. Un vero mistero è il nostro convivere a volte nel male, fino ad abituarci, mentre forse nel profondo sentiamo il bisogno di incontrare Chi abbia il potere di riportarci alla gioia di una vita diversa, giusta.

Un vero sbaglio questo adattarsi al male, senza neppure cercare di guarire. A differenza di quella donna, che vuole uscire dal ghetto della propria miseria e respirare la dolcissima aria dell'amore. E lei, la Maddalena, la troveremo sotto la croce, diventata testimone di chi, lasciandosi amare da Gesù, impara a stargli vicino per sempre, con un amore che sa di meraviglia. Così scrive il sempre caro nostro Paolo VI:
  • Anche Gesù vede e guarda a noi, che siamo della povera gente con tanti malanni.

    Al paralitico che gli si presenta, davanti, spiega che vi sono delle paralisi anche più gravi e più costringenti di quella fisica. Tu hai molti peccati e io te li perdono! Gesù è il liberatore assoluto. Egli, dopo aver sollecitato in noi con questa sua luce, un esame di coscienza, per il quale si avverte la colpa ma pure la redenzione, entra nell'anima come un torrente di letizia, di bontà, di amore. ‘Se lo vuoi' - Egli ci conforta - io ti ridono l'integrità, l'innocenza, la grazia di sentirti veramente quello che devi essere, restituito alla tua statura, alla tua bellezza originaria, e come il Signore ti ha creato, a Sua immagine e somiglianza. Gesù è il divino artefice dell'ineffabile riscatto: si comprende allora il Vangelo. finché ci sarà un mondo travagliato dai propri peccati, miserie, infelicità, disperazioni, il Vangelo, proprio tra gli uomini, susciterà sempre un'eco che non potrà mai attenuarsi. Perché? Ma perché non solo è parola di verità, ma è pure luce di speranza che gli uomini non possono dare a se stessi. Che faremo noi, per cogliere qualche cosa di utile e salutare dalla odierna pagina evangelica? Cerchiamo di farci guardare dal Signore, di presentarci a Lui con sincera umiltà. E con l'esame di coscienza ci accostiamo al sacramento della Penitenza che davvero scruta nel nostro animo e ristabilisce la verità. Ognuno potrà affermare col gemito del dolore: non saprei guarirmi da me, ma se Tu vuoi, o Signore, basta una Tua parola. (Paolo VI)
Non resta a noi che affidarci all'Amore Misericordioso di Dio, con l'umiltà della Maddalena. Ci aiuti il Signore a rompere quel ghiaccio nella coscienza, quel 'sentirci a posto', che ci impedisce di conoscere l'amore. E ci tenga sempre vicino a Lui. Vorremmo tutti, spero, avere il coraggio della Maddalena. Si può se abbiamo fiducia nell'Amore Misericordioso. Con Madre Teresa di Calcutta preghiamo:
  • Signore, ti prego, dacci la luce per vedere, a volte, la cupa profondità della tentazione e del male. Donaci il tuo amore, affinché possiamo intravedere la ricchezza che Tu hai preparato per noi. Infondici lo Spirito Santo affinché possa vedere che ho bisogno di Te, e mi ami e ho ancora uno scopo nella vita: quello di trasmettere l'amore e la misericordia che hai per noi.


Antonio Riboldi – Vescovo –

Internet: www.vescovoriboldi.it

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven giu 18, 2010 10:04 am

      • Omelia del giorno 20 Giugno 2010

        XII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Chi sono io secondo la gente?
Se c'è una ragione, anzi un dovere meraviglioso, nello scrivere ai miei carissimi lettori (e siete davvero tanti, suscitando in me stupore, gioia e ringraziamento) è quello di fare conoscere davvero in profondità il Figlio di Dio, ossia Gesù. Il più delle volte noi ci conosciamo superficialmente, la nostra conoscenza viene dal nome, dal volto, ma raramente scende in profondità.

Conoscere in profondità una persona è davvero entrare nel santuario della vita, che tante volte sfugge a noi stessi, quando vogliamo sapere chi siamo. E quante volte, di fronte a scelte o atteggiamenti incomprensibili anche a noi stessi diciamo: ‘Non mi capisco', che è quanto dire non mi conosco. Ma una vera amicizia si fonda sulla conoscenza dell'altro: ed è il dono proprio dell'amicizia, che porta poi a confidarsi e così sciogliere reciprocamente i dubbi e, soprattutto, se abbiamo chiara la natura della nostra vita, condividere le scelte del bene e di ciò che è giusto.

Le persone che si amano davvero sanno cosa significa 'conoscersi'. Non hanno bisogno di tante parole... basta uno sguardo e l'occhio diventa specchio dell'anima. Ma come è difficile 'conoscersi'. E come è facile e dannoso dare giudizi su persone senza cogliere in profondità il loro vero ‘volto'. Da una cattiva conoscenza nascono solo giudizi e comportamenti che fanno male. Se succede così tra noi, cosa possiamo dire oggi della nostra conoscenza profonda di Chi davvero chiede di entrare nella nostra vita come amico, conoscendoLo?

E questo è ciò che chiede, oggi come ieri, Gesù. Ci sono anime innamorate di Lui e dalle loro parole si coglie la profonda comunione e passione che li unisce: ci si vuole bene. E vi può essere una conoscenza di Gesù che non sia guida alla santità e alla gioia? Così un giorno sant’Ambrogio si esprimeva:
  • Tutto abbiamo in Cristo. Tutto è Cristo per noi. Se tu vuoi curare le tue ferite, Egli è Medico. Se sei ardente di febbre, Egli è la Fontana. Se sei oppresso dall'iniquità, Egli è Giustizia. Se hai bisogno di aiuto, Egli è Vigore. Se temi la morte, Egli è la Vita. Se desideri il cielo, Egli è la Via. Se rifuggi dalle tenebre, Egli è la Luce. Se cerchi cibo, Egli è Alimento. (De verginitate)
Dovere di ogni credente, per essere tale, deve essere una continua ricerca della conoscenza di Gesù... diversamente come Lo si può amare e seguire? È davvero urgente e necessario chiederci: 'Ma Chi è Gesù per me? Cosa conta nella mia vita? O meglio, è la guida e il senso della mia vita? È il Vangelo di oggi che ci provoca ed a cui siamo chiamati a dare una risposta:
  • Un giorno Gesù si trovava in un luogo appartato a pregare e i suoi discepoli erano con lui e pose loro questa domanda: 'Chi sono io secondo la gente?", ed essi risposero: 'Per alcuni Giovanni Battista, per altri Elia, per altri uno degli antichi profeti che è risorto'.

    Allora domandò: 'Ma voi chi dite che io sia?. Pietro, prendendo la parola rispose: Cristo di Dio. Egli allora ordinò loro severamente di non riferirlo a nessuno.

    ‘Il Figlio dell'uomo - disse - deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, essere messo a morte e risorgere il terzo giorno'.

    Poi a tutti diceva: 'Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita la perderà e chi perderà la propria vita per me, la salverà. (Lc. 9, 18-24)
Quella di Pietro è una vera professione di fede, di uno che, vivendo accanto al Maestro, ha imparato a conoscerLo e, ispirato dallo Spirito Santo, ne annuncia l'identità. Una confessione che viene certo dalla esperienza di stare insieme a Gesù, dell'essere stato scelto da Lui e di averne gustato l'amicizia.
  • - afferma Paolo VI – tutto è Cristo per noi. Ed è dovere della nostra fede, bisogno della nostra umana coscienza ciò riconoscere, confessare e celebrare....A Lui è legato il nostro destino, a Lui la nostra salvezza.
Ma Gesù non si accontenta di essere riconosciuto per quello che è: se davvero è la via, la verità e la vita, non resta che seguirLo. Non basta fermarci alla conoscenza. Questa è sempre legata, per sua natura, all'amore, se per conoscenza intendiamo 'entrare nel profondo' della vita di chi si ama o si vuole amare, Direi che conoscere e seguire sono due verbi inseparabili.

Certamente è per questa mancanza di conoscenza profonda di Gesù, che non si trova la gioia, il desiderio di stare con Lui, di interpretare la vita, qualunque sia, nel desiderio di seguire Cristo. Chi questo lo fa non può non conoscere speranza, verità e gioia. Non a caso il Vangelo collega la 'confessione' dell'identità di Gesù con l'invito a seguirlo. Deve essere la scelta di chi davvero è cristiano.
  • Quale scelta? - si chiede Paolo VI – Quella di Cristo. State a sentire. Voi avete già scelto. Voi siete cristiani. Ma quali cristiani siete voi? Essere cristiani non è cosa da poco: vuol dire essere già inseriti nel dramma della salvezza; vuol dire avere già una concezione del mondo e della propria esistenza, della storia passata; vuol dire avere un programma impegnativo di vita, cioè credere, operare, sperare, amare. Ebbene, quali cristiani siete voi? Non conta guardare a come si comportano tanti cristiani. Bisogna che ciascuno badi al proprio comportamento.

    Vi è una categoria di cristiani che spesso senza nemmeno pensarci sceglie un comportamento ‘zero'. Chiamiamo 'zero' quel comportamento che non dà alcun peso, alcuna importanza al fatto di essere cristiani. Cioè: è un comportamento nel quale il carattere cristiano non significa nulla. Nei Paesi di missione questo non avviene: un cristiano è cristiano e sa di dover vivere in una certa maniera, con un certo stile che lo distingue, che lo qualifica.

    Da noi avviene e spesso che l'essere cristiano non significa nulla, zero. Anzi spesso un cristiano è una contraddizione vivente, perché egli contraddice con la propria maniera di pensare e di vivere come figli di Dio, fratelli di Gesù Cristo, essere come lampada accesa in cui arde lo Spirito Santo, ossia un uomo che sa come vivere e dove va....

    Ci sono poi anche uomini disponibili alle idee altrui, pronti a chinarsi al dominio dell'opinione pubblica, uomini dal rispetto umano, uomini, direi, 'pecora'. Purtroppo è un fenomeno diffuso nella gioventù e si spiega: vuole mostrarsi forte e indipendente, vera, all'ambiente che conosce, la famiglia, la società. ne vede i difetti e cerca di affrancarsi. Si intruppa con chi conduce il gioco e fa la moda, e diventa un 'numero mediocre' senza un proprio valore.

    Ma viene il momento in cui bisogna essere 'persone', cioè uomini, donne, che vivono secondo dati principi. Secondo idee-luce.

    Uomini, donne che hanno fatto la loro scelta e secondo questa scelta camminano. E questa è la categoria degna delle persone intelligenti e cristiane. (aprile 1971)
Parole dure, ma molto chiare per chi vuole essere coerente con la fede che professa. E tutti sappiamo, o dovremmo sapere, che vivere una vita cristiana, che è un meraviglioso e necessario 'seguire Cristo', è fare oggi una scelta controcorrente. Era la scelta che chiedeva con forza il Santo Padre ai giovani, nella Giornata Mondiale della Gioventù a Loreto. Essere gente che non ha paura di apparire 'diversa', ben lontana dal conformismo che toglie ogni bellezza alla persona; capaci di distinguersi per la coerenza e il comportamento da cristiani che viene sì, a volte, deriso, ma in fondo si stima e si finisce per desiderare di imitarli.

Ci sono in ogni città o paese luoghi dove i giovani si radunano in tantissimi. Spesso regna sovrana la stessa mentalità... di non avere mentalità propria! Si ritrovano per non sentirsi soli, come quei ragazzi che mi dissero: 'Noi ci incontriamo senza conoscerci. Stiamo insieme senza amarci. Ci lasciamo senza rimpiangerci'. La descrizione di che cosa significhi, spesso, essere nella società di oggi, senza una fede che ci renda persone vive e riconoscibili. Bella questa preghiera di Newmann, adatta oggi:
  • Mio Signore e mio Salvatore, mi sento sicuro tra le tue braccia.

    Se tu mi custodisci non ho nulla da temere,

    ma se mi abbandoni non ho più nulla da sperare.

    Non so cosa mi capiterà fino a quando morirò, ma mi affido a Te.

    Ti prego di darmi ciò che è bene per me
    e ti prego di togliermi quanto può porre in pericolo la mia salvezza.

    Non ti prego di farmi ricco, non ti prego di farmi molto povero,
    ma mi rimetto a Te interamente
    perché Tu sai ciò di cui ho bisogno e che io stesso ignoro.

    Concedimi di conoscerTi, di credere in Te,
    di amarTi, di semini e di vivere per Te e con Te
    e di dare buon esempio a quelli che mi stanno intorno.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven giu 25, 2010 7:30 am

      • Omelia del giorno 27 Giugno 2010

        XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Ti seguirò dovunque tu vada
Sono giorni, questi, che per me sono 'memoria' della storia della mia vita al seguito di Gesù che, da ragazzo mi ha rivolto, come è nel Vangelo di oggi, la parola, per me allora misteriosa, poi divenuta vita donata: 'Tu sèguimi'. Era il 28 giugno 1951 e venni ordinato sacerdote nella cattedrale di Novara con altri 30 giovani. Tanti! Era così serio il passo che facevo, da non riuscire neppure ad averne forse piena consapevolezza. Sapevo che la mia vita avrebbe assunto un significato di cui era difficile anche solo prevedere dove mi avrebbe portato o come si sarebbe svolta.

Ero impressionato da quanto stava accadendo in me con l'imposizione delle mani del vescovo sulla mia testa, mentre invocava lo Spirito Santo; dall'unzione delle mani, che allora venivano visibilmente legate da papà - che per la commozione non ebbe il coraggio di farlo e invitò mio fratello a sostituirlo - e dall'abbraccio del vescovo che mi aveva ordinato sacerdote. Momenti in cui risuonarono nella mia mente le parole che Gesù, da ragazzo, mi aveva rivolto: ' Tu, sèguimi'. Lo avevo seguito presso i Padri Rosminiani, che avevano curato con discernimento spirituale la vocazione e, soprattutto, ci avevano dato una forma ione e preparazione seria... ma non potevo ‘sapere' che cosa avrebbe voluto dire, nella concretezza dell'esistenza, per me, 'essere prete secondo Dio'. Una sola cosa era richiesta: l'abbandono e la fiducia in Chi mi aveva scelto.

Ci pensò l'obbedienza a indicarmi il dove e il quando avrei dovuto seguire Gesù nella guida del Suo gregge: nel Belice, per 20 anni. Ancora di più rimasi confuso quando il Santo Padre, Paolo VI, che mi aveva seguito con amore nel mio apostolato nel Belice terremotato, mi chiamò a essere vescovo della Chiesa e, ancora una volta, mi affidò una porzione del popolo di Dio, che è in Acerra. Ambedue le chiamate non apparivano facili, ma quando si è chiamati da Dio e Lo si segue, contano poco le capacità: conta la piena disponibilità al servizio integrale di chi ci è affidato, senza mai risparmiarsi, mettendo in conto anche la possibilità di perdere la vita, come nel terremoto del 1968 o nell'impegno di lottare contro il male della criminalità organizzata, come accadde da vescovo. Mi confortava - e posso confermarlo oggi con commozione - che non ero io a decidere di andare da qualche parte o a voler assumere incarichi, ma semplicemente 'seguivo' Chi mi precedeva, mi sosteneva ed operava di fatto, ossia Gesù.

Perché questo è il vero segreto di chi accetta di seguire Gesù, in qualunque circostanza o ministero: sa che non è solo e ha solo un impegno, cioè la fedeltà verso Chi l'ha chiamato e il desiderio e la volontà di offrire tutto l'amore di cui è capace a Dio e alle persone che gli sono affidate... il resto lo fa Lui! Quando ripenso ai giorni della mia vita, a cominciare da quel 28 giugno 1951, non posso che ammirare quanto Gesù ha compiuto e dichiarare la mia povertà, grande povertà, con un'immensa gratitudine nel cuore. Davvero Gesù quando chiama non ci lascia mai soli con il compito che ci ha affidato e solo Lui può di fatto realizzare; come ha detto Madre Teresa di Calcutta: 'sono una matita tra le mani di Dio con cui scrive la Sua storia'.

La strada è Lui ha tracciarla, a noi tocca solo seguire i Suoi passi: è quello che continuo a fare anche mediante internet, cercando di essere al vostro servizio. Più che la mia fede o intelligenza so che è Lui a scrivere parole di vita in voi. Io a Gesù ho solo da chiedere perdono se non sempre L'ho lasciato compiere tutto il bene, dando spazio alle mie debolezze, chiedendoGli la grazia di essere sempre più totalmente Suo. Chiedo a voi tutti, carissimi, una preghiera di ringraziamento per questi miei anni di servizio al seguito di Gesù e che mi perdoni ciò che avrei potuto fare e non ho fatto o non faccio... anche se oggi mi è più difficile rispondere alle tante domande di essere tra voi, perché gli anni fanno sentire la fatica. Grazie di cuore e pregate per me, che sia fino alla fine uomo di Dio, dono che Lui fa all'umanità.

Il Vangelo di oggi racconta la storia di inviti fatti da Gesù a seguirLo, a cui vengono anteposte prima questioni private da risolvere e poi il rifiuto a 'lasciare tutto'. Un 'tutto' che può capitare anche a chi non è chiamato a vocazioni speciali, come la mia, ma la cui vita è comunque già una risposta a quel disegno o vocazione personale - come può essere il matrimonio - che tutti riceviamo. Cosi scrive Luca:
  • Mentre stavano completandosi i giorni in cui Gesù sarebbe stato tolto dal mondo, egli si diresse decisamente verso Gerusalemme e mandò avanti i suoi messaggeri. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per fare i preparativi per Lui. Ma essi non vollero riceverlo, perché era diretto a Gerusalemme. Quando videro ciò i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: 'Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?: Ma Gesù si voltò e li rimproverò. E si avviarono verso un altro villaggio.

    Mentre andavano per la strada, un tale gli disse: 'Signore, ti seguirò dovunque vada. Gesù gli rispose: 'Le volpi hanno le loro tane egli uccelli del cielo il loro nido, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo.
Evidentemente il Maestro aveva colto nella domanda - e visto nel cuore - una quasi certezza di fare fortuna, ma chissà quale, seguendo Gesù. Ed è lo stesso per chi, anche oggi, vuole essere ministro nella Chiesa, e quindi chiamato, ma a volte mette in primo piano 'un tornaconto' personale, che non ha proprio senso in chi dona la vita a Gesù per servire i fratelli.

L'unico 'tornaconto' di un sacerdote è di saper 'farsi servo' come il Suo Maestro. Inconcepibile anche solo pensare che essere prete possa essere un modo per 'fare fortuna' nel servizio. La grande lode che la gente riserva ai sacerdoti è proprio di donare sempre, senza pensare a se stessi. Diceva il beato Rosmini: 'La povertà è il muro di sostegno della Chiesa'. Del resto se essere ministro ha la sua bellezza è quella di farsi sempre dono ai fratelli ignorando se stesso. La gente si lascia affascinare da un sacerdote o vescovo che sappia donare tutto senza chiedere nulla. Diceva il Santo Curato d'Ars, patrono di tutti i sacerdoti: ‘I vostri beni altro non sono che un deposito che il buon Dio ha messo nelle vostre mani; dopo il vostro necessario, il resto è dovuto ai poveri'.

Continua il Vangelo di Luca, evidenziando quello che è un poco l'atteggiamento di tanti alla Sua chiamata:
  • Ad un altro disse: ‘Sèguimi. E costui rispose: 'Signore concedimi prima di andare a seppellire mio padre. Gesù replicò: 'Lascia che i morti seppelliscano i loro morti. Tu va' e annunzia il Regno di Dio!

    Un altro disse: 'Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congeda da quelli di casa'.

    Ma Gesù gli rispose: 'Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il Regno di Dio. (Lc. 9, 51-62)
Può sembrare duro il linguaggio di Gesù davanti a chi chiede 'piccole proroghe' prima di seguirLo. Ma quando si è davvero stati scelti e chiamati occorre la prontezza nel seguirLo... tentennare è cercare scuse per dire di no. E la vocazione non ammette mai dei 'ne esige un sì, meditato, ma pronto. Se ci pensiamo bene è proprio la natura dell'amore che chiede un sì incondizionato e non accetta dubbi o altro, che sono dei nì inaccettabili. E la vocazione è una risposta d'amore all'Amore. Scriveva Paolo VI:
  • Vocazione: è un problema di giovani che sappiano affrancarsi dal mondo, dal conformismo, per offrirsi a Cristo con l'ineguagliabile forza della loro intatta freschezza spirituale e diventare ministri e dispensatori dei misteri di Cristo, veri pastori di anime, sull'esempio di nostro Signore Gesù Cristo, Maestro, Sacerdote e Pastore.

    Vocazione è una chiamata. È una libertà messa alla prova, forse alla più difficile, ma certo la più bella. È una voce che ha un duplice linguaggio: uno interiore, silenzioso, nel profondo del cuore, ma distinto, e, se autentico, inconfondibile, quello del Signore che parla per via dello Spirito Santo; l'altro esteriore, rassicurante, sempre buono e materno, quello del Pastore.

    È una voce che dice: vieni! e che passa, come un vento profetico, sopra le teste degli uomini, anche in questa generazione, la quale piena del frastuono della vita moderna, si direbbe sorda, ma non è così. La voce, oggi, dalle labbri di Cristo, si fa Nostra: è la voce della Chiesa che chiama. Grida nel deserto? Oh, no.

    Fu il Signore stesso ad insegnarci a sperare anche in ordine a questo misterioso problema: 'Pregate il Padrone della messe perché mandi operai nel Suo campo' Mt. 9,28 (aprile 1969).
Con Madre Teresa di Calcutta preghiamo:
  • Ti ringraziamo, Dio, per il dono
    di Cristo tuo Figlio e nostro Redentore.
    Lo Spirito Santo discenda sul Tuo popolo
    e faccia sentire il Tuo dolce invito.

    Signore del raccolto, concedi alla Tua famiglia, in ogni parte del mondo,
    il dono di molte vocazioni, affinché ai bisognosi
    sia dato di conoscere la Buona Novella della Redenzione.

    E così possa il Tuo Amore crescere tra noi
    e diffondersi in tutto il creato.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » sab lug 03, 2010 8:18 am

      • Omelia del giorno 4 Luglio 2010

        XIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        La messe è molta ma gli operai sono pochi
É molto bello leggere l'inizio della missione che Gesù affida a quanti Lo seguono, ossia portare la Buona Novella del Vangelo alla gente.
  • Diceva loro: La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. Andate: Io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi.
Erano i primi tempi della missione di Gesù tra noi. Aveva la piena coscienza di essere stato mandato dal Padre per fare conoscere a tutti la Buona Novella. Tutti sappiamo come al Padre stia a cuore la sorte di ogni uomo, al punto che non bada a sacrifici per restituirci la felicità con Lui, andata smarrita nel paradiso terrestre, anzi rifiutata, quando i nostri progenitori, accettando la tentazione del 'serpente', respinsero l'amore che Dio donava loro gratuitamente e per cui liberamente li aveva creati - anzi ci ha creati - a 'Sua immagine e somiglianza'. Sappiamo tutti come dopo quel rifiuto, 'Adamo ed Eva furono cacciati dall'Eden', senza avere più una ragione per la loro esistenza.

E tutti proviamo ogni giorno che senza l'Amore divino libero e gratuito, la vita non è più vita, anche se cerchiamo di mascherare questo nostro vuoto con il chiasso che ci offre il mondo: una vera evasione dalla nostra origine. Che senso ha vivere senza amare e, soprattutto, senza essere amati? Si rimane sconcertati dalle continue violenze che sentiamo ogni giorno, o per le guerre nel mondo o per la solitudine in cui troppi vivono, pur essendo tra tanta gente.

Un vuoto del cuore che spesso entra nelle famiglie, rendendo, quella che dovrebbe essere 'un'oasi d'amore', un vero calvario senza resurrezione. Ci assale un'infinita tristezza nel vedere l'uomo calpestato ovunque ed in ogni modo; l'uomo che privilegia alcuni ed emargina tanti altri e con la violenza impone la sua volontà con ogni mezzo, con il disprezzo dei più elementari diritti. Una vera 'mappa' di insulti al diritto alla felicità come frutto dell'amore, che non lascia tranquilla la coscienza. Basterebbe osservare i vari Tg per assistere a cronache che parlano di violenze in ogni dove e, tante volte, nell'area sacra della famiglia.

Quante lacrime versiamo tutti, senza eccezioni, nel vederci ignorati o emarginati o non amati. La grande nostalgia della nostra origine. Dio ci ha creati - ripeto - per essere amati e amare. E questa grande sofferenza degli uomini raggiunge tante volte il cuore anche di noi 'pastori', che incrociamo la vita di tanfi, di ogni età ed estrazione sociale. Capiamo allora quanto ci narra il Vangelo oggi:
  • Il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a Sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: 'La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe. Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi; non portate borsa né bisaccia, né sandali, e non salutate nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate dite: pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà a voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno della sua mercede. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate di quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati, che vi si trovano e dite loro: 'É vicino il Regno di Dio. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: 'Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi: sappiate però che il Regno di Dio è vicino. Io vi dico che in quel giorno Sodoma sarà trattata meno duramente di quella città'.

    I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: 'Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel Tuo nome.' Egli disse: 'Io vedevo satana cadere dal cielo come la folgore. Non rallegratevi perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli. (Lc. 10, 1-20)
Un Vangelo bello, ma duro. Bello questo andare per il mondo, anche di casa nostra, a portare la Buona Novella del Vangelo; terribile il rifiuto, che si può incontrare. É ancora necessario, nei nostri ambienti, in cui tutti si dicono cristiani - una qualifica che dovrebbe esprimersi in segni di appartenenza a Gesù nella vita quotidiana ed è già questa testimonianza una missione nel nostro mondo senza fede - portare il Vangelo?

Che sia necessario lo dice l'incredibile ignoranza di troppi. Non conoscere la Parola di Gesù reca il grande danno di non poterla vivere. E allora su quale parola si fonderà la nostra vita, che ogni giorno è chiamata a dare risposte alla volontà di Dio che si esprime in mille modi?

Se c'è una cosa che mi appassiona è evangelizzare, ossia donare a tanti la Parola di Gesù. Sono numerosi gli anni ormai che, chiamato da Gesù, da Lui mandato, come parroco e vescovo, ho ‘servito' questo dono. Una passione che mi faceva 'inventare' tanti modi perché i fedeli a me affidati entrassero nel bello della Parola. Mi sono rimasti particolarmente cari gli incontri nei cortili della diocesi, dove insieme ai fedeli che partecipavano ci si allenava nella scuola della Parola. Questi incontri a cielo aperto avevano l'aspetto non solo della missionarietà, ma della familiarità. Da quei centri di ascolto poi uscivano giovani o adulti che si impegnavano a continuare la stessa missione: 'Andate...': era un messaggio che passava a tanti. Ancora oggi. Così per me, anche se è faticoso, è sempre un grande dono sentirmi chiamato da tante comunità in tutta Italia, a portare la gioia della Parola.

È sempre una risposta all'invito del Maestro: 'Andate'. E penso tante volte agli Apostoli, che non si stancavano di evangelizzare in tutto il mondo, con gioia (e questo davvero è un rimprovero alla nostra paura o silenzio) quando venivano insultati o incarcerati o picchiati. E che dire degli incredibili viaggi dell'Apostolo Paolo? La sua era vera passione in cui giocava tutto di sé, raggiungendo popoli e comunità, fino a Roma dove morì martire, ma anche facendo della sua casa un punto di riferimento per l'evangelizzazione.

Non possiamo che ammirare e incoraggiare i tanti missionari che sono nel mondo, non badando a sacrifici, fatiche, con la sola passione di fare conoscere Gesù. Conosco un missionario, diventato mio amico, che vive in Perù. Insieme siamo riusciti a costruire una piccola chiesa dove aduna i fedeli. Lui ha una missione 'vasta' e per arrivare a questa piccola missione e incontrare i fedeli in quella che chiama 'la nostra cappella', deve sempre affrontare giornate di faticose trasferte.

Davanti a tanta generosità si sente davvero l'urgenza di dare una risposta a Gesù che oggi ci dice: ‘La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe. Andate: vi mando come agnelli in mezzo ai lupi'. Di fronte ai tanti segni di risveglio dell'evangelizzazione – fra di noi, spero, e nel mondo – spunta un senso di gioia come quella cantata dal profeta Isaia:
  • Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa quanti la amate.

    Perché così dice il Signore: 'Ecco, io farò scorrere verso Gerusalemme, come un fiume, la prosperità; come un torrente in piena la ricchezza dei popoli; i suoi bimbi saranno portati in braccio, sulle ginocchia saranno accarezzati. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò: in Gerusalemme sarete consolati. (Is. 66, 10-14)
Auguro a me, e a voi che mi leggete, che proviate la gioia di nutrirvi della Parola e fin dove potete e come potete donatela a chi vi è vicino. In fondo è fare sentire a tanti che Dio ci vuole bene e chiede solo che questo Bene venga conosciuto e accolto. Perché è triste non godere di un bene, perché non lo si conosce, quando può essere a portata di mano.

Mi permetterei di dire, a quanti sono superficiali, a quanti credono di vivere impunemente il rifiuto della Parola di Dio, trovando rimedio alla propria solitudine nella compagnia inaffidabile del mondo: carissimi ascoltate Dio che dichiara la sua amicizia, un'amicizia che è pronta a farsi piena condivisione di santità, felicità già qui e beatitudine futura.

Ma a chi già crede vorrei anche dire che è Notizia capace di ricreare la vita, quando ci si sente veramente bisognosi di essere infinitamente amati, trovando nell'amore l'annuncio della verità: ‘Dio ti vuole infinitamente bene, più ancora di tua madre e di qualsiasi persona'.

Voglio ricordare l'ultimo incontro con mia mamma, pochi giorni prima che morisse. Ero indeciso se starle vicino, perché gravemente ammalata, o adempiere a un impegno che avevo preso presso una parrocchia. Ho ancora negli occhi la sua volontà decisa che ritenne 'inutile' il mio starle vicino, dicendomi: 'Antonio, va'. La gente che ti aspetta ha bisogno di qualcosa di più, ha bisogno della Parola di Dio'. Mi viene da suggerire la bella preghiera di Alexander Zino'ev, russo e ateo:
  • Ti supplico, mio Dio, cerca di esistere almeno un poco per me.

    Apri i tuoi occhi, ti supplico. Non avrai da fare nient'altro che questo: seguire ciò che succede ed è poca cosa, Signore.

    Sforzati di vedere, te ne prego!

    Vivere senza testimoni, quale inferno!

    Per questo, forzando la mia voce io grido, io urlo.

    Padre mio, ti supplico e piango. Esisti!
Quanta fede... in uno che si professava ateo!!!



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2009/2010

Messaggio da miriam bolfissimo » ven lug 09, 2010 3:38 pm

      • Omelia del giorno 11 Luglio 2010

        XV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        E chi è il mio prossimo?
É una domanda che 'un dottore della Legge' pone a Gesù, dopo che il Maestro aveva risposto ad un'altra domanda, che è davvero essenziale, non solo per chiarire quali debbano essere i rapporti tra di noi, senza fare distinzioni, ma soprattutto per 'avere le chiavi' della vita eterna.

E la domanda era: 'Maestro, che devo fare per avere la vita eterna?: Una domanda che dovremmo fare tutti a Gesù, e la Sua risposta è lapidaria. In poche parole riassume quale deve essere il nostro rapporto non solo con Dio, ma con chi ci è vicino, chiunque sia: 'Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?'. Il Suo interlocutore rispose: 'Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con -tutta la tua forza e con tutta la tua mente e amerai il prossimo tuo come te stesso. E Gesù: 'Hai risposto bene: fa questo e vivrai'. Ma quegli volendo giustificarsi ribadì appunto: 'E chi è il mio prossimo?

Un 'problema', questo, che potremmo porci tutti. Viviamo in un tempo in cui ci si divide tra popoli, etnie, culture, diversità di situazioni. Basta pensare a quei fratelli che clandestinamente entrano nella nostra patria, fuggendo dalla fame o addirittura dalla violenza, e approdano da noi, in cerca, se non di amore, almeno di rispetto ed accoglienza. Siamo stati anche noi, a suo tempo, emigranti in cerca delle stesse cose.

Quando ero parroco nel Belice, tanta gente, soprattutto giovani e uomini, abbandonavano la loro terra in cerca di lavoro. Nei primi anni del '900 stipati nelle navi come merce, partivano per l'America, impiegando giorni e giorni, in condizioni di estremo disagio. Venivano 'accolti' in una zona di Brooklyn e lentamente cercavano lavoro. Alcuni tornarono, ma molti si resero indipendenti, non solo, con il tempo acquisirono la cittadinanza americana, e alcuni o i loro figli fecero carriera. Li andai a trovare e stetti con loro per un mese intero. In Canada c'era a Montreal una zona tutta italiana ed era chiamata 'Piccola Italia'.

Dopo la guerra, negli anni '50, iniziò la fuga verso il Venezuela. Protetti dall'allora Presidente, molto accogliente, seppero con un poco di fortuna creare anche lì, a Caracas, un quartiere 'italiano' e lentamente costruirono aziende specializzate in calzature, che poi vendevano viaggiando all'interno dello Stato. Qualcuno tornò al paese, ma quasi tutti preferirono restare dove c'era possibilità di crearsi una vita dignitosa. Con l'intuito tipico della gente del Sud, che cerca il futuro, seppero creare tanti modi per ‘fare industria'.

Per due anni dedicai il tempo delle ferie a visitare i nostri in Germania e Svizzera, dove il lavoro c'era e quindi anche la possibilità di mandare a casa un guadagno per costruire casa e porre le fondamenta per un domani. Vero che per risparmiare vivevano con il minimo; a volte affittando stanze dove dormivano in tanti, oppure vivendo in baracche fatiscenti, in cui mancava anche l'indispensabile per un po' di decoro. Provai a restare con loro per due giorni, ma non riuscivo a riposare tanto erano maleodoranti. Vivevano 'tollerati', ma come braccia di lavoro necessarie e quindi accettati, seppur non accolti.

Ricordo che un giorno, visitando una città svizzera con alcuni di loro, fui accompagnato allo zoo. Ma non potemmo entrare perché sull'ingresso c'era scritto: 'Vietato ai cani e agli italiani'. Veniva spontanea la voglia di ribellarsi, in nome della dignità che è un bene di tutti, ma ciò poteva tornare a danno di chi restava. E non erano solo i siciliani che incontravo, ma anche lombardi, veneti. Forse ci siamo dimenticati, oggi, pensando a chi viene da noi, emigrando dal suo Paese, che i nostri nonni o padri ben conoscono che cosa significhi lasciare tutto per la propria famiglia e trovare... lavoro, forse, ma sfruttato e 'condito' di disprezzo.

Ma quel neanche tanto sottile e inconfessato razzismo, che è tra noi, mette alle spalle le nostre stesse 'radici' e, considerando gli emigranti come un 'pericolo per la sicurezza' - salvo poi 'usarli e sfruttarli' quando fa comodo - , usa l'orribile parola 'respingimento', quasi a voler tenere tranquilla la nostra coscienza.

Tranne, per fortuna, le CARITAS, che non considerano i 'presunti pericoli', ma guardano all'uomo, in carne ed ossa, in cerca di speranza e amore. Benedette CARITAS, che mostrano il cuore della Chiesa di Gesù! Gesù, infatti, alla domanda del dottore della legge: ‘Ma chi è il mio prossimo?' risponde:
  • Un uomo - notate 'un uomo', senza specificare apparenze esterne, se nere o bianche, se forestiero o altro: UN UOMO, come siamo tutti noi agli occhi di Dio, uguali e chiamati ad amare ed essere amati – scendeva da Gerusalemme a Gerico ed incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto.

    Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte della strada. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino, poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: 'Abbi cura di lui e ciò che spenderai di più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?'. Gli rispose: 'Chi ha avuto compassione di lui'.

    Gesù gli disse: 'Va' e fa anche tu altrettanto'. (Lc. 10, 25-37)
Stupenda parabola, che incide a caratteri d'oro quale sia la natura della carità. Gesù la descrive nello ‘avere compassione' e non fermarsi lì, ma tradurre la compassione in fatti concreti, che riportino a respirare la gioia della vita e fa del samaritano - che tra l'altro non era uomo stimato dai Giudei, perché veniva dalla Samaria, i cui abitanti si differenziavano nella fede, mentre per noi potrebbe essere una qualsiasi persona di cui avere poca fiducia.... - il simbolo della compassione verso chi sta male.

Ma partiamo da colui che Gesù definisce semplicemente 'un uomo', ossia uno qualunque, senza titoli: un uomo che andava per infatti suoi. Il suo viaggio viene interrotto da quelli che Gesù chiama ‘briganti', che lo derubano e lo abbandonano sulla strada semivivo, ossia uno la cui vita ormai dipende dal comportamento di chi passa vicino...

Quante storie potremmo raccontare di persone abbandonate sulla strada a causa dei loro simili o di situazioni difficili, che si sentono 'mezze morte'! Ma è facile trovare chi abbia la bontà di fermarsi e accompagnarle con amore nella loro difficoltà, fino a ritrovare la serenità? Si ha purtroppo la sensazione che troppi, di fronte al dolore di un fratello, 'vedano e passino oltre', come fecero il sacerdote e il levita.

C'è troppa indifferenza... questo è il grande male! E quando la fede non è al servizio dell'amore, davvero non ha più contenuto.

Ormai questo nostro mondo, che pensa ai propri interessi, che è chiuso nei propri egoismi e profitti, non ha più tempo né cuore per chi soffre... a meno che la TV ci proponga casi di sofferenza a livello locale o planetario, che scuotono la nostra sensibilità, e ci fanno uscire dalla nostra indifferenza. Non si può stare in questo mondo, tra la gente, in famiglia, come se nessuno esistesse al di fuori di noi! La natura stessa dell'uomo è fatta per essere l'uno completamento dell'altro.

La solitudine, l'indifferenza non ci onorano, ma anzi ci condannano.

Ringrazio davvero Dio che mi ha messo in situazioni difficili, dove sono stato mandato per il servizio pastorale. Nel Belice, a Santa Ninfa, il terribile terremoto che distrusse vari paesi, lasciando tutti senza casa e senza domani. Ero sconvolto quella notte e, guardando la cara Chiesa Madre, andata in briciole, chiedendomi e chiedendo a Gesù, anche Lui sotto le macerie, il perché di tutto quello sfacelo, venni improvvisamente chiamato da un giovane, che mi invitava ad aiutarlo a salvare i suoi cari, rimasti sepolti sotto la casa. Da allora la mia vita fu da ‘samaritano', al punto da dimenticarmi, nei primi giorni, di mangiare. Fu un medico che, vedendomi, mi richiamò alla realtà, invitandomi a prendere cibo e riposarmi con lui. E posso dire che da allora è stata una grazia ogni volta ho potuto 'farmi vicino', avere compassione di tanti che incontravo 'semivivi', per mille ragioni, sulla mia strada.

Non è necessario fare 'prodigi . I miracoli della carità devono essere il tessuto delle nostre giornate... una sola cosa ci è chiesta: lasciare che Gesù operi attraverso di noi, nei piccoli gesti, parole gentili, un sorriso, che Lui rende 'grandi' per chi li riceve. Ricordo una notte di Natale, dopo la Messa solenne, tutto parato, rientrando in sacrestia, mi accorsi che in un angolo c'era una ragazza che piangeva a dirotto. Mi fermai, la consolai. Alcuni giorni dopo venne a trovarmi e dirmi: 'Grazie di essersi accorto di me. Ho capito cosa vuol dire avere a cuore gli altri'.

Ma credetemi è davvero, oltre che cristiano, profondamente umanizzante per noi, conservare occhi di attenzione per chi soffre e ha bisogno di qualcuno. Riempie la vita ed è segno che l'amore, ricchezza dell'umanità, è vivo e ci rende più veri.

E chissà quante volte anche voi, semplicemente leggendomi, avete trovato nelle parole di Gesù e nel mio povero, ma sincero, farmi vicino, per avere cura, un momento di sollievo.

Mi viene da dire a voi, carissimi - permettetemi di dirlo -: 'Siate samaritani', in famiglia, coi vicini, sul lavoro, con gli 'estranei' che incontrate, accogliendo l'invito di Gesù: 'Va' e anche tu fa' lo stesso!'



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2009/2010

Messaggio da miriam bolfissimo » ven lug 16, 2010 7:53 am

      • Omelia del giorno 18 Luglio 2010

        XVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Betania, una lezione di vera amicizia
Il Vangelo di oggi è bello, tanto bello, perché ci svela un momento di intimità di Gesù con coloro a cui era unito da salda amicizia: un momento in cui, se vogliamo, si evidenziano due modi di essere amici, ossia di condividere la gioia di volersi bene.

Il primo è quello di farsi inondare dall'amicizia, come da un fiume in piena, che riempie l'anima, che vi si apre totalmente; l'altro quello di servire le necessità dell'amico e, quindi, in certo modo, per un momento trascurare il dialogo, per dedicarsi all'ospitalità: un'amicizia a doppio aspetto. Quale delle due parti avremmo scelto noi? in fondo, in qualche modo, è quella che, se siamo affezionati a Gesù, scegliamo ogni giorno. Confrontiamoci subito con il racconto che ci offre l'evangelista Luca:
  • Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti. Ma Gesù le rispose: Maria, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta (Lc. 10, 38-42).
È una stupenda lezione di quel divino dono che è volersi bene e che si traduce, se va bene, in amicizia, in cui, più che dare, si riceve. Un dono di cui tutti abbiamo bisogno... ma è un dono che ha le sue regole. Mi ha letteralmente sconvolto, un giorno, la risposta ad una mia precisa domanda, fatta ad un folto uditorio di giovani. 'Esiste ancora tra di voi l'amicizia vera? Parlo dell'amicizia come di una limpida sorgente a cui puoi attingere nei momenti difficili, sicuro che non ti farà mai mancare acqua fresca, limpida, che toglie la sete della solitudine. Un'amicizia, insomma, che non è recita di superficiali parole, per descrivere un rapporto fatto di 'niente di profondo', solo un momento di compagnia in un viaggio - la vita - che non ha nessuna meta e non vuole neppure averne. Un'amicizia che non è occasione per accontentare il proprio egoismo, intesa a trarre tutti i vantaggi, senza la minima perdita. Un'amicizia, insomma, che è dono gratuito, libero, ricca di grandi contenuti, libera per costruire insieme fino all'eternità. Si può, insomma, - chiedevo - essere oggi ancora amici veri?

E la risposta pronta, secca, come una triste ma infallibile condanna, frutto di esperienze passate, fu: 'No. Oggi siamo talmente egoisti, pronti a rubare tutto dall'altro, fino a 'denudarlo' anche della sua dignità, come avviene spesso nelle amicizie tra ragazzi e ragazze'. Ma non era e non è possibile accettare una tale posizione, sempre che si dia un senso pieno di verità alla parola amicizia.

È stato Dio stesso a dare senso a questa meravigliosa parola. Quante volte nella Bibbia appare sulla bocca di Dio la parola 'amico', rivolta ai suoi eletti, al suo popolo! E sarà lo stesso Gesù che nell'Ultima Cena la rivolgerà per ben due volte agli Apostoli, come a dire che era finito il distacco di Dio da noi, ed era iniziato il tempo meraviglioso dell'essere amici. Così racconta Giovanni nel Vangelo:
  • Il mio comandamento è questo: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: morire per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate quello che comando. Io non vi chiamo più schiavi; perché- lo schiavo non sa quello che fa il suo padrone. Vi ho chiamato amici, perché vi ho fatto sapere tutto quello che ho udito dal Padre mio (Gv. 15, 12-16).
Amici di Dio – ed è davvero poco questo sentirsi 'amici di dio'? – un'offerta che indica quali rapporti passano o possono instaurarsi in una solida amicizia e per di più non con un amico qualsiasi, ma con Dio stesso! Incredibile offerta. Un'amicizia fondata su fatti concreti della vita, e non può essere diversamente. Un'amicizia in cui Dio svela il Suo pensiero e il Suo Cuore.

Come a dire: 'Ciò che il Padre è, ciò che io sono nel Padre e nello Spirito Santo, ora vi appartiene, ve l'ho fatto conoscere. E se è vero – come è vero – voi l'avete accolto come incredibile patrimonio della vita, dunque non potere essere più servi. Questi non hanno diritto a sapere le cose del padrone, devono solo servire, tagliati fuori dal cuore del padrone. Ma gli amici no: questi, una volta entrati nel Cuore del Padre, condividono tutto di Lui.' Che dono l'amicizia di Dio! Sullo stesso piano dovrebbe stare la nostra amicizia.

Attraverso le nostre riflessioni sulla Parola di Gesù ci consentono di diventare grandi amici, perché condividiamo il dono di Dio. Quante volte ricevo il vostro grazie! E quante volte mi esprimete la vostra amicizia, proprio di chi condivide il tesoro della Parola di Dio e cerca di farla diventare spunto di amicizia. La Parola crea una comunione che va oltre lo spazio e il tempo, fino all'eternità.

Nel Vangelo di oggi, che racconta l'ospitalità data a Gesù dalle due sorelle, Marta e Maria, troviamo una stupenda lezione di due modi di vivere e siamo interpellati sulla necessità di coniugarli: contemplazione e azione. Amavano Gesù tutte e due…ciascuna a suo modo. Marta, come è nella logica, se vogliamo, dell'ospitalità, si dà da fare per apparecchiare un pasto a Gesù e ai suoi discepoli. Come donna di casa, diremmo noi, con la sua sensibilità, pensa all'amico ed ospite Gesù, da un punto di vista 'temporale', pratico. Una carità bella e necessaria verso il Maestro, che si affidava sempre alla bontà di chi incontrava.

Maria va direttamente al dono dell'amore che era Gesù e non prende parte alle fatiche di casa, per farsi nutrire dalla Parola e dall'amicizia di Gesù. Un'immagine di vita attiva e di vita contemplativa. Sembrano due mondi diversi, ma sono in realtà, o dovrebbero esserlo, le due 'facce' di chi ama.

E strano il delicato rimprovero di Marta fatto a Gesù, anziché a Maria: 'Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti.' Ma Marta sapeva bene che la causa dell'indifferenza della sorella era proprio la presenza stessa di Gesù. Altrettanto netta, ma istruttiva, la risposta di Gesù: `Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta.'

Un duetto che insegna a tutti come sia necessario essere contemplativi anche nell'attività, ossia dare il primo posto al pensiero e all'amore di Dio, il resto è carità, ma senza il primo è vuota di senso. Ho avuto modo di incontrare persone di grande valore, impegnate, che sapevano coniugare attività e contemplazione. Era l'8 maggio del 1968. Venne, per l'occasione, l'On.le Aldo Moro, in visita al Belice terremotato. Alle ore 11, nella Chiesa prefabbricata, in attesa della supplica alla Madonna di Pompei, vi era un'ora di adorazione eucaristica. Saputolo, il Presidente si recò nella chiesa e stette per un'ora intera in adorazione, in ginocchio, partecipando poi alla supplica... poi, con cuore aperto, visitò le famiglie, mostrando il disappunto, per le fatiscenti baracche. Ricordo l'ammirazione della gente che non espresse amare77:4 o polemiche, ma ammirava il suo modo di essere e qualcuno sottovoce diceva: 'E' un santo!'. Un altro personaggio che invitai a parlare alla mia gente fu l'On.le Meda (se ricordo bene il nome). Quando arrivò, si recò subito nella Madrice e stette in preghiera per quasi un'ora. Poi parlò alla gente che era stupita del suo modo di porsi e pregare. 'Questo sì che ci capisce!' era l'esclamazione di tutti. Ma ci sono ancora persone che sanno pregare così, come 'Maria', con semplicità, pur essendo le 'Marte' della politica? É noi?

E vorrei, come di consuetudine, offrire un pensiero di Paolo VI, sulla preghiera che è il cibo dell'anima, come era per Maria ai piedi di Gesù.
  • Si prega oggi? – si chiede Paolo VI -. Si avverte quale significato abbia l'orazione nella nostra vita? Se ne sente il dovere? Il bisogno? La consolazione? La funzione nel quadro del pensiero e dell'azione? E quali sono i sentimenti spontanei che accompagnano i nostri momenti nella preghiera? La fretta, la noia, la fiducia, l'energia morale? Dovremmo innanzitutto tentare, ciascuno per conto nostro, di fare questa esplorazione e di coniare per uso personale una definizione della preghiera. E potremmo proporcene una molto elementare: la preghiera è un dialogo, una conversazione con Dio (febbraio 1971).
Ricordo un anziano che spesso veniva in Chiesa e se ne stava solo in silenzio per molto tempo. Gli chiesi come pregava La risposta fu come quella di Maria: Non c'è bisogno che dica parole a Dio, sono sempre povere. A me basta stare in ascolto e Lui fa sempre sentire nel cuore la Sua voce'. Così Madre Teresa rivolgeva la sua preghiera a Maria:
  • Silenzio di Maria parlami, insegnami come posso imparare da te,

    come te, a tenere tutte queste cose dentro il mio cuore.

    Insegnami a pregare sempre nel silenzio del mio cuore come hai fatto tu.

    Umiltà del Cuore di Maria, riempi il mio cuore, come hai insegnato a Gesù.

    Insegnami, ti prego, a pregare come facevi tu con Tuo Figlio Gesù.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2009/2010

Messaggio da miriam bolfissimo » ven lug 30, 2010 10:21 am

      • Omelia del giorno 25 Luglio 2010

        XVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Signore, insegnaci a pregare
C'è, nel rapporto che si ha tra di noi, una forma insostituibile di comunicazione, che non è solo entrare in profondità nella vita di chi si ama, ma consente anche di essere ricambiato: il dialogo. Dialogare è ben diverso, distante, dal chiacchierare, che è solo fare rumore con le parole e difficilmente permette di entrare nel bello della vita, per conoscere cosa significhi veramente amare. Purtroppo il mondo oggi, come sempre, è davvero pieno di parole, ma quante sono buone? Dio, come Padre, ha voluto che tra noi e Lui ci fosse, come tra figli e papà, un dialogo che sia di conoscenza, amore, rispetto. Questo dialogo avviene nella preghiera, difficile se vogliamo, ma meravigliosa quando la si esperimenta.

Non è facile comprendere la bellezza della preghiera; più facile ridurla a formule, richieste, magari proteste o pretese, che non sono accompagnate dalla confidenza del cuore.

Era abitudine di Gesù, durante il suo pellegrinare tra noi - per comunicarci la verità e gioia di essere figli del Padre, destinati a stare con Lui sempre - quando aveva un momento di tempo, sottrarsi alla folla che Lo assediava, per ritirarsi in disparte, solo, o passare la notte in preghiera. Ce lo racconta l'evangelista Luca:
  • Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: ‘Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli'. Ed egli disse loro: 'Quando pregate dite:

    Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il Tuo Nome,

    venga il Tuo Regno, sia fatta la Tua volontà, come in cielo così in terra.

    Dacci oggi il nostro pane quotidiano

    e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori,

    non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.
Poche parole, se vogliamo, ma che compendiano tutto. Nella prima parte quali devono essere i nostri sentimenti, nella preghiera, verso Dio, che poi diventano stile di vita. E nella seconda parte quali devono essere i nostri rapporti con i fratelli, tutti, pregando, nello stesso tempo il Padre, perché ci tenga lontani dal male.

È, il Padre nostro, con l'Ave Maria, una preghiera che penso sia sulla bocca di tanti, ma forse, troppo spesso, recitata con fretta, senza darsi il tempo di gustarne la bellezza, creando un vero dialogo o conversazione con il Padre. Questo fa sorgere una domanda: 'Abbiamo conservato l'amore alla preghiera, prezioso dialogo con il Padre? È una domanda che si poneva anche Paolo VI:
  • Si prega oggi? Si avverte quale significato abbia l'orazione nella nostra vita? Se ne sente il dovere? Il bisogno? La consolazione? La funzione nel quadro del pensiero e dell'azione? Quali sono i sentimenti spontanei che accompagnano i nostri momenti della preghiera? La fretta, la noia, la fiducia, l'interiorità, l'energia morale? L'amore finalmente?

    Dovremmo innanzitutto, ciascuno per conto nostro, fare questa esplorazione, e coniare per uso personale una definizione della preghiera. E potremmo proporcene una molto elementare: la preghiera è un dialogo, una conversazione, con Dio. E vediamo che tutto dipende dal senso di presenza di Dio, che noi riusciamo a rappresentare nel nostro spirito, sia per intuito personale, sia per un atto di fede. Il nostro è un atteggiamento come quello di un cieco che non vede, ma sa di avere davanti a sé un Essere reale, personale, infinito, vivo, che osserva, ascolta, ama l'orante. Allora la conversazione nasce. Un Altro è'qui: e quest'Altro è Dio. Da qui nasce quel bisogno del cuore di una comunicazione che è soprattutto ascolto e risposta. Preghiera come dialogo con Dio. Questa la genesi della preghiera, la quale, sollevata al piano della preghiera, emanante dalla scuola del Vangelo, assume voce pacata, dolce, quasi connaturata con il nostro linguaggio, autorizzato a chiamare il Dio degli abissi con l'amabile e confidenziale nome di Padre. Così dunque ci insegna il nostro maestro Gesù: ‘Voi pregherete: Padre nostro, che sei nei cieli...'. Forse tutto questo è difficile. Ma, per fortuna, esempi insigni dei nostri contemporanei confortano ancora la nostra innata tendenza a ricercare in Dio il complemento unico, infinito, dei nostri limiti e il compimento beato dei nostri desideri e delle nostre speranze. (febbraio 1973)
In un quadro, che oggi può apparire desolante, nei confronti della preghiera, se non addirittura senza più sentimenti o parole verso Chi ci ha creati, ci ama e ci stima e che attende come un papà, che ci si metta in consonanza con Lui, c'è chi sa ancora pregare.

In tante comunità, da tempo, si è istituita 'La scuola della preghiera', ossia incontri di persone che desiderano entrare nel grande dono della preghiera, guidate in questa 'via' nuova... necessaria per tutti e, soprattutto, possibile a tutti. Del resto basterebbe pensare che LA NOSTRA ‘ATTENZIONE', la nostra parola, pronunciata con fede e cuore, non è solo una persona 'cara', ma È LA PERSONA PIÙ CARA E NECESSARIA: COLUI CHE È AMORE E DA CUI DIPENDE LA NOSTRA VITA E CHE CI ATTENDE PER UNA VITA ETERNA, VISSUTA INSIEME: IL PADRE...

E davvero non è necessario che sia io a ricordarvi la necessità e bellezza di sentire il Padre vicino, pronto ad ascoltarci, sostenerci, essere insomma il vero centro della vita, soprattutto nei momenti in cui si vive la propria povertà, a volte la nostra solitudine, e il bisogno di Qualcuno che davvero si occupi di noi e ci dia una mano di aiuto, almeno a capire le ragioni della nostra sofferenza, dei nostri disagi, donandoci la forza che non abbiamo. Quanto è necessaria la preghiera, cioè il dialogo con la Presenza, misteriosa sì, ma altrettanto reale di Dio nella nostra vita! C'è un brano della Sacra Scrittura, proposto dalla Liturgia, che davvero è scuola di preghiera. Lo troviamo nella Genesi e il protagonista umano è Abramo, 'nostro padre nella fede':
  • In quei giorni, disse il Signore: 'Il grido contro Gomorra è troppo grande e il peccato è molto grave. Voglio scendere e vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me. Lo voglio sapere!

    Allora Abramo gli si avvicinò e gli disse: 'Davvero sterminerai il giusto con l'empio? Forse ci sono cinquanta giusti nella città; davvero li vorrai sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lungi da te il far morire il giusto con l'empio, così che il giusto sia trattato come l'empio, lungi da te! Forse il Giusto di tutta la terra non praticherà la giustizia?: Rispose il Signore: 'Se a Sodoma troverò cinquanta giusti nell'ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutta la città'.

    Abramo riprese a dire: 'Vedi come ardisco a parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere....Forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque: per questi cinque distruggerai la città?: Rispose: 'Non la distruggerò, se ve ne trovo quarantacinque. Abramo riprese ancora a parlarGli e disse: 'Forse se ne troveranno quaranta'. Rispose: 'Non lo farò per riguardo a quei quaranta'. Riprese: 'Non si adiri il mio Signore se parlo ancora. Forse là se ne troveranno trenta'. Rispose Dio: 'Non lo farò se ne troverò trenta'.

    Riprese: 'Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti. Rispose: ‘Non la distruggerò per riguardo a quei venti. Riprese Abramo: 'Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola: forse là se ne troveranno dieci'. Rispose: 'Non la distruggerò per riguardo a quei dieci'. (Gen. 18, 20-32)
Incredibile la pazienza del Signore: il suo amore per i giusti, nel Suo Cuore diviene motivo di pazienza di fronte a chi si comporta male. Una pagina della storia di Dio da tenere a mente, ieri e... anche oggi. Una volta il Signore disse a S. Faustina Kowalska: 'Figlia mia, la tua fiducia ed il tuo amore intralciano la Mia giustizia e non posso punire, perché Me lo impedisci'. Quanta forza ha un'anima piena di fiducia!

C'è solo da chiederci se la nostra preghiera ha la 'giustizia' di Abramo, la confidenza di Santa Faustina, che sanno toccare il Cuore di Dio... anche ai nostri tempi in cui ce n'è tanta necessità. Sappiamo che ci sono monasteri dove si prega ininterrottamente, ogni giorno e notte: sono il nostro parafulmine.
E sappiamo che ci sono tanti laici che sanno dare 'gusto' e senso alle loro attività, anche nella solerzia, e magari fretta, delle loro giornate, grazie all'incontro personale con il Dio vivo e presente, nella preghiera: sono coloro che fanno coro di pietà presso il Padre.

Non sia mai che noi trascorriamo anche un solo giorno senza dialogo con Dio. Così come sono felice quando i miei lettori, scrivendomi, mi chiedono preghiere, che assicuro nella mia Messa quotidiana. È bella questa catena: amore alla Parola e amore alla preghiera. In questo mondo, 'muto' davanti a Dio, chiedo al Padre che continui a donarci la Parola e la gioia della fiducia nella preghiera, e con Newman a Lui mi rivolgo:
  • Conducimi per mano, Luce di tenerezza, fra il buio che mi accerchia.
    Cupa è la notte e io sono lontano da casa, conducimi per mano.
    Guida il mio cammino: non pretendo di vedere orizzonti lontani, un passo mi basta.

    Un tempo era diverso, non Ti invocavo perché Tu mi conducessi per mano.
    Amavo scegliere e vedere la mia strada, ma adesso conducimi per mano.
    Amavo il giorno abbagliante, disprezzavo la paura,
    l'orgoglio dominava il mio cuore: dimentica quegli anni.

    Sempre su di me fu la Tua potente benedizione:
    sono certo che essa mi condurrà per mano, per lande e paludi,
    finché svanisca la notte e mi sorridano all'alba
    volti di angeli amati a lungo e per un poco smarriti.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2009/2010

Messaggio da miriam bolfissimo » ven lug 30, 2010 10:29 am

      • Omelia del giorno 1 agosto 2010

        XVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        La stoltezza di svendersi alle 'cose'
Se c'è un grande inganno, che il demonio ha sempre cercato di proporre all'uomo, è quello di svendere la propria dignità e felicità vera a ciò che non può assolutamente soddisfare le nostre esigenze più profonde, ossia il possesso delle cose. Dovremmo sapere tutti ormai, per esperienza, che ciò che è materiale, senza anima, non può mai colmare il nostro cuore. Sono 'cose', che possono donare soddisfazione, gratificazione, ma possono anche, purtroppo, rubarci l'anima.

Ciò che Dio ha creato – ed 'è cosa buona' – ci è però dato solo per un servizio alla vita, mai come oggetto 'assoluto' di felicità. Ricordiamoci come la Sacra Scrittura ben evidenzia l'inganno, presentandoci – sotto forma di mito – ciò che il serpente seppe escogitare nel momento della prova, nel paradiso terrestre. Dio aveva donato ad Adamo ed Eva tutto il creato, perché lo coltivassero, ma Lui, e solo Lui, era la gioia: l'uomo 'passeggiava con il suo Dio'. Satana seppe intrecciare una menzogna fatale: far credere che il possesso del frutto proibito avrebbe fatto felici i nostri primogenitori, 'rendendoli come Dio'. E sappiamo tutti come, dopo aver mangiato il frutto, Adamo ed Eva si videro 'nudi' e ‘si nascosero' agli occhi di Dio.

Giunge ancora oggi, come monito e sofferenza, il grido del Padre: 'Uomo dove sei?'. Seguì la cacciata dal paradiso, per essere soli su questa terra, che certamente non offre la stessa pienezza... a meno che impariamo a dominarla, preferendo l'amore del Padre e verso gli uomini, alle cose che periscono. Basta guardarci attorno, per rendersi conto di come tutti siamo continuamente tentati di 'riempire la vita' di cose materiali, di 'ricchezze', causa di lotte tra noi, differenze e diffidenze sociali, ma alla fine lasciando inevitabilmente un grande vuoto nel cuore.

Nulla può sostituire il Bene dell'Amore del Padre!

Nella vita, le persone veramente felici, le ho incontrate ín chi ha saputo e vissuto il distacco dai beni terreni, per godere di quella povertà-libertà di spirito, che diventa ricchezza di amore e di gioia anche per gli altri. Non sono giunte al nostro cuore, forse, le parole di Quoelet:
  • Vanità delle vanità – dice Quoelet – vanità delle vanità e tutto è vanità.

    Perché chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo, dovrà poi lasciare tutti i suoi beni a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e grande sventura. Allora quale profitto c'è per l'uomo in tutta la sua fatica e in tutto l'affanno del suo cuore con cui si affatica sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e preoccupazioni penose: il suo cuore non riposa neppure di notte. Anche questo è vanità. (Quoelet 2, 21-23)
Ma come è facile farsi prendere il cuore da queste vanità! Eppure la vera gioia è nella libertà dalle cose: una libertà che ci permette di guardare il Cielo ed anche la sofferenza e le povertà dei fratelli. San Francesco d'Assisi, che aveva trascorso gli anni della giovinezza nell'agiatezza, dopo aver seguito la voce di Gesù, che lo chiamava alla santità, si fece talmente povero, da deporre tutto nelle mani del vescovo e restare nudo.

Ed è la scelta di tutti i Santi, quelli che la Chiesa nomina e quelli che sono ancora tra noi: sanno prendere il giusto distacco dalle cose senza anima della terra e vivere la povertà dello spirito, che è un cuore, che 'si serve' dei beni della terra, per quello che sono, miseri e caduchi, per restare totalmente aperto ai beni del Cielo e alle necessità del prossimo. Ce ne sono tanti cristiani così, anche tra di noi.

Dopo il terremoto nel Belice, era per me grande gioia vivere l'estrema povertà causata dal sisma, con i miei fedeli, vivendo i disagi nelle tende, prima, e quelli ancora più duri in quelle che chiamavamo baracche per la loro fragilità. La baracca, in cui si viveva, era la testimonianza della povertà totale, ma nello stesso tempo era la gioia di condividere una sofferenza con chi soffriva, con la povertà della nostra gente. Ci ammonisce l'apostolo Paolo, scrivendo ai Colossesi:
  • Fratelli, se siete veramente risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio: pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra.

    Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio!

    Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, voi sarete manifestati con Lui nella gloria. Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quell'avarizia insaziabile che è idolatria. (Col. 3, 1-5)
È davvero grande miopia svendere la grande potenza e bellezza del cuore a cose che 'passano; possono solo dare qualche passeggera soddisfazione, ma non sono felicità e libertà. Eppure ci cascano in tanti. Basterebbe andare su una spiaggia, in questi tempi, per notare come trionfa l'idolatria del corpo, destinato a perire, e il trionfo della moda e dell'immodestia, come se il bello del corpo, che Dio ha dato, fosse merce e non prezioso dono. Ascoltiamo il Vangelo di Luca, che la Chiesa ci propone oggi:

  • "In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: 'Maestro, dì a mio fratello che divida con me l'eredità. Ma egli rispose: 'O uomo, chi mi ha costituito giudice e mediatore sopra di voi?: E disse loro: 'Guardatevi e tenetevi lontani dalla cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni. Disse poi una parabola: 'La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: 'Che farò? Perché non ho dove riporre i miei raccolti?' e disse: 'Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni per molti anni, ripòsati, mangia, bevi, datti alla gioia. Ma Dio gli disse: ‘Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?:

    Così è di chi accumula tesori per sé e non arricchisce davanti a Dio. (Lc. 12, 13-21)
Davvero una seria lezione per tutti noi, anche oggi: una lezione che deve aiutarci a prendere le distanze dall'aver l'animo 'soddisfatto' dalle cose, cioè sentirsi ricchi - quando poi si può veder svanire tutto nel breve spazio di Luna notte - per fare spazio alla povertà di spirito, che davvero fa conoscere la gioia di amare e il vero senso della libertà interiore. Diceva Paolo VI, che cito sempre come grande maestro di fede:
  • Il possesso e la ricerca della ricchezza, come fine a se stessa, come unica garanzia di benessere presente e di pienezza umana, è la paralisi dell'amore. I drammi della sociologia contemporanea lo dimostrano, e con quali prove tragiche e oscure! E dimostrano che l'educazione cristiana alla povertà sa distinguere innanzitutto l'uso del possesso delle cose materiali, e sa distinguere poi la libera e meritoria rinuncia ai beni temporali, in quanto impedimento allo spirito umano nella ricerca e nel conseguimento del suo ottimo fine supremo che è Dio e del suo ottimo fine prossimo, che è il fratello da amare e servire, dalla carenza di quei beni che sono indispensabili alla vita presente, cioè dalla miseria, dalla fame, a cui è dovere, è carità, provvedere....

    Il discepolo di Cristo, alla sua severa scuola di povertà, scorge un rapporto meraviglioso fra povertà e carità, si direbbe complementare, e non solo perché la prima, cioè la povertà, ha bisogno di quel gratuito, spontaneo e gentile soccorso, ma perché chi ama è alla ricerca di chi possa ricevere i segni e i doni del suo amore, cioè la carità ha bisogno della povertà per esplicare l'energia di bene che le è propria. (novembre 1964)
Può mai il nostro tempo fregiarsi del titolo meraviglioso di 'solidale', quando non ve ne sono i segni? E tanta la speranza, che sorge – a volte – quando si ha notizia che i cosiddetti 'grandi della tela si riuniscono per cercare soluzioni e vie che colmino le sacche immense di miserie che non sono solo in Africa, ma in troppe parti del nostro mondo.

Ma ogni volta si ha l'impressione che da questi convegni esca solo un balbettio, che approda a poco. I Paesi cosiddetti 'ricchi' non sanno, non hanno saputo – o non vogliono? – farsi speranza per tanti nel mondo che muoiono di fame. E turba la coscienza anche solo sapere e vedere che ogni giorno tanti sono condannati ad una morte così atroce ed ingiusta, quando tutti potremmo vivere dignitosamente, se solo si mettesse fine alla corsa del benessere di pochi e nascesse quella solidarietà o amore alla povertà, che si traduce nello spezzare il pane con tutti.... a cominciare da noi, da dove siamo, dove certamente c'è chi stenta a vivere.

Dovremmo ricordare sempre, carissimi, quanto Gesù dice a proposito del giudizio finale: "Avevo fame e non mi avete dato da mangiare... andate via da Me, maledetti! ... Avevo fame e mi avete dato da mangiare... venite benedetti dal Padre mio!”. Facciamo nostra la preghiera di Madre Teresa di Calcutta:
  • O Signore, affinché possiamo seguire il tuo esempio,
    donaci la grazia di abbracciare la tua povertà
    come il più grande di tutti gli impegni umani.

    Rendici capaci di imitare nella nostra vita
    la povertà del nostro Altissimo Signore Gesù Cristo
    e della Sua amatissima Madre.

    Aiutaci ad esercitare il controllo più severo su noi stessi
    affinché non abbandoniamo mai questo impegno
    a causa della nostra debolezza
    o dei consigli e degli insegnamenti altrui.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2009/2010

Messaggio da miriam bolfissimo » gio set 02, 2010 7:55 am

      • Omelia del giorno 8 Agosto 2010

        XIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Dov'è il vostro tesoro, là sarà il vostro cuore
Il discorso che Gesù oggi ci fa, e la Chiesa con Gesù, apparentemente o in verità, ha tutta l'aria di una provocazione nel modo di gestire quello che si chiama 'ferragosto'. Un tempo in cui si abbandonano le attività usuali, almeno per molti, e ci si concede un poco di riposo: come uscire dalla ferialità, che è il ritmo della vita quotidiana, e riposarsi. Sembra che si attui quello che Gesù diceva agli Apostoli, quando li separava dalle folle che li assediavano tutti i giorni: 'Venite in disparte con me e riposatevi un poco'. Ma tanti, anziché cercare riposo, organizzano la giornata in modo diverso, ma non per questo meno faticosa, alla ricerca di un divertimento spesso disordinato ed eccessivo.

È un tempo in cui troppi 'fanno pazzie', immergendosi in un frastuono caotico ed alienante, fino al punto da vivere un tempo, non di riposo, cioè di giusta e serena festa, che restituisca forze e fede nella gioia troppe volte toltaci dagli affanni quotidiani, ma di evasione da tutto per dimenticare, tranne poi risvegliarsi, dopo questo periodo, solo con tante avventure da raccontare, ma anche con l'amarezza di chi non ha trovato, in quanto ha vissuto, neppure un briciolo di gioia vera, dissoltasi sulle spiagge o altrove.

Non dimentichiamoci mai, carissimi, se ci è dato di avere un tempo di vacanza, ovunque, che questo dovrebbe essere tempo di riposo, anzitutto, dello spirito: il momento di 'ritrovarsi' come 'figli della vera Vita', che i disagi della ferialità, con i tanti problemi, ci fanno dimenticare di 'essere'. Tempo prezioso il riposo... ma bisogna saperlo gestire con saggezza e non vivendolo secondo la mentalità del solo divertimento, come tentativo di lasciare alle spalle ciò che 'nella normalità si è costretti a subire'.

Mi piace ricordare un modo con cui, tanti con me, trascorrevano questi giorni. Partecipavo al corso di spiritualità, familiarità - il ferragosto spirituale - presso la Cittadella della pro Civitate di Assisi, che organizzava incontri, meditazioni e festa. Un corso che aveva avuto un inizio sommesso, come in punta di piedi, non sapendo se la provocazione evangelica sarebbe stata accolta o vista come pazzia. Aveva, e certamente ha ancora oggi, come tema di fondo, in linea con il clima di distensione, la fiducia nel vivere ogni giorno la gioia che viene sempre da Dio che ci parla in un sussurro e ci sta vicino accompagnandoci in ogni istante. Era un restituire alla vita quella serenità che solo la fede vissuta sa dare.

Erano giorni in cui si gustava lo stare insieme, ascoltando, meditando, pregando e facendo festa. Un ferragosto che voleva ridare tono al vivere quotidiano che ci attendeva: non solo, ma aveva, come del resto sanno donare i corsi di esercizi spirituali, quel giusto senso alla vita, che è un lungo o breve camminare verso la grande felicità del Cielo. C'era tanta aria di festa, in quei giorni, e non aveva nulla a che fare con quella 'stressante e svuotante' del mondo.

Quel 'ferragosto cristiano' era davvero seguire il Maestro: 'Venite con me in disparte e riposatevi un poco', era la grazia di ritrovare in sé stessi la verità della vita, la gioia... per poter proseguire il cammino quotidiano con più energia, in attesa della Grande e definitiva Gioia. Così ci avverte oggi Gesù:
  • In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: 'Non temete, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il Suo Regno. Pendete ciò che avete e datelo in elemosine: fatevi borse che non invecchiamo, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.

    Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese: simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa.

    Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E, se giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro!

    Sappiate bene questo: se il padrone della casa sapesse a che ora viene il ladro, non lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell'uomo verrà nell'ora che non pensate! . (Lc. 12, 32-48)
Certamente una grande lezione, se volete, di non lasciarsi prendere dal culto del benessere, che diventa egoismo: un culto che non pone tra i suoi traguardi la preoccupazione del 'domani' che ci attende. Torna quindi a proposito quello che oggi insegna Gesù. Come a voler sottolineare ulteriormente la stoltezza di chi si fa prendere dall'idolatria delle cose, Gesù, infatti, continua, rivolgendosi agli Apostoli e a noi:
  • Qual è l'amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi.

    Ma se quel servo dicesse in cuor suo: padrone tarda a venire' e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, bere e ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l'aspetta e in un'ora che non sa e lo punirà con rigore, assegnandogli il posto tra gli infedeli.

    Il servo, che conoscendo la volontà del padrone, non ha agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più. (Lc. 12, 32-48)
Una dura lezione per chi inette al primo posto il benessere personale, come fosse un dio da amare, ma nello stesso tempo grandi braccia aperte a chi sa o ha saputo e cercato di amministrare bene la vita, i beni, senza mai perdere di vista il solo bene che ci attende, l'essenziale: Dio e il Suo Regno. Così afferma l'Enciclica Populorum Progressio:
  • Il dovere di solidarietà, che vige tra le persone, vale anche per i popoli.

    Le Nazioni ricche hanno l'urgentissimo dovere di aiutare le Nazioni in via di sviluppo (Gaudium ed Spes). Se è normale che una Nazione sia la prima beneficiaria dei doni che le ha fatto la Provvidenza, come dei frutti del suo lavoro, nessun popolo, per questo, può pretendere di riservare a suo esclusivo uso le ricchezze di cui dispone. Ciascun popolo deve produrre di più e meglio, onde dare da un lato a tutti i suoi componenti un livello di vita veramente umano e contribuire nel contempo dall'altro, allo sviluppo solidale dell'umanità. Di fronte alla crescente indigenza dei Paesi in via di sviluppo, si deve considerare come normale che un Paese evoluto consacri una parte della sua produzione al soddisfacimento dei loro bisogni. Così il dovere di solidarietà che vige tra le persone vale anche per i popoli. Non si tratta soltanto di vincere la fame e neppure ci ricacciare indietro la povertà. La lotta contro la miseria, pur urgente e necessaria, è insufficiente.

    Si tratta di costruire un mondo in cui ogni uomo di qualsiasi razza, religione, nazionalità, possa vivere una vita pienamente umana, affrancata dalla servitù; un mondo dove la libertà non sia una parola vana e dove il povero Lazzaro possa assidersi alla stessa mensa del ricco. Ciò esige da quest'ultimo molta generosità".

    Ma è così?

    Assistiamo ogni tanto agli incontri dei cosiddetti 'grandi della terra'.

    L'impressione che si ha, anche negli ultimi incontri in Canada, è che difficilmente riescano ad uscire dai 'generosi' discorsi per giungere a fatti concreti e autentici, che siano un programma di solidarietà dell'intera comunità.

    Non rimane che pregare e, soprattutto, vivere in modo che ciascuno di noi pratichi la generosità, si apra alle povertà... anche se tutto questo può intaccare – almeno inizialmente – il nostro senso di sicurezza.

    Ricordiamocelo sempre: quello di cui ci priviamo dalla 'nostra tavola', per allestire la tavola vuota del povero, sarà la grande mensa imbandita per noi da Dio stesso in cielo... e non solo! Neppure di fronte alle immense sfide ci sono scuse.

    Si può e si deve sempre cominciare........`da vicino':

    `Tutti pensano a cambiare il mondo, ma nessuno pensa a cambiare se stesso' (Lev Tolstoi) Viene dunque spontaneo chiedere a Dio quello che chiedeva Madre Teresa di Calcutta: "Signore, nostro Dio, Tu hai dato te stesso per noi.

    Noi siamo totalmente a tua disposizione per essere posseduti da Te

    E per ricevere tutto ciò che dai e dare tutto ciò che chiedi con un sorriso. Prendi tutto di noi.

    Perché Tu ti serva di noi come ti piace, senza doverci consultare prima: per offrirti la nostra libera volontà, la nostra ragione,

    tutta la nostra vita in una fede pura,

    affinché Tu possa pensare con la nostra mente,

    compiere le Tue opere con le nostre mani, amare con il nostro cuore.

Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2009/2010

Messaggio da miriam bolfissimo » gio set 02, 2010 8:00 am

      • Omelia del giorno 15 Agosto 2010

        Assunzione della Beata Vergine Maria (Anno C)



        Maria Assunta in cielo
È certamente grande festa il 15 agosto, Festa di Maria Assunta in Cielo.

Una ricorrenza che coincide con il ferragosto, ossia quel tempo in cui la gente riposa dal lavoro – una breve tregua allo stress che si è accumulato in questi ultimi tempi davvero dolorosi per la crisi che ha tolto il lavoro a troppi - . Ma ovunque si cerca di fare uno strappo per ritrovare un po' di serenità e non mancare alla festa del 'ferragosto'.

E proprio in questo giorno la Chiesa celebra la solennità di Maria Santissima, che viene assunta in Cielo. Aveva vissuto tra noi, condividendo tutto di noi, tranne il peccato. Tra noi passò quasi inosservata, a Nazareth, per la sua povertà e la sua umile famiglia. Quello che non aveva in comune con noi era il suo essere immune dal peccato, Immacolata, per la sola ragione che doveva essere Madre degna del Figlio di Dio. E non cercò, come è spesso follia di oggi, da parte della donna, di mettersi in mostra, pagando il caro prezzo di perdere la sua bellezza interiore, per fare spazio solo al corpo, come fosse una merce, e non il tempio delicato dell'anima: la bellezza di Maria era totale ed integra.

Maria Santissima, a Nazareth, non fu ‘la donna di cui si parla': passò discreta e dignitosa, lasciando certamente una scia di innocenza. Come mamma, che sa amare il figlio fino in fondo, condividendo con Lui tutto, Lo seguì nel non facile periodo dell'evangelizzazione, accogliendone in sé gioie e contrasti, dolori e zelo. E l'amore la portò a starGli vicino fin sotto la croce. Il Vangelo descrive quel momento drammatico e di immenso amore con un verbo: 'Stava presso la croce': come mamma che non abbandona il figlio, mai. E Lo attese nella resurrezione. Fu con gli apostoli nel giorno della Pentecoste e stette con loro, come a ricordare l'amore del Figlio, fino al momento del passaggio al Cielo: un transito che non poteva conoscere il castigo della morte, comune a noi uomini, e quindi non morì ma fu assunta in Cielo, dove ci attende. Scrive Paolo VI:
  • Riconosciamo ed esaltiamo nella Pasqua la gloria e la gioia della resurrezione di Gesù Cristo. Nell'assunzione di Maria ne celebriamo la prima estensione all'umanità. Cristo `primogenito tra i morti' conferisce a Maria – nella quale non esistendo peccato alcuno e quindi non aveva titolo di dominio la morte – la sorte anticipata, che speriamo sia di tutti noi, per misericordia di Dio, sempre se saremo fedeli a Cristo, l'immortalità cioè felice dell'anima e la resurrezione restauratrice delle nostre povere membra corporali. (15 agosto 1961)
Vi è, in chi davvero vive la vita come un cammino verso il cielo e vede in ogni atto, in ogni giorno, un accostamento al momento in cui lasceremo questo mondo per andare incontro al Padre, la gioia di sapere che l'esistenza non è un fatto materialistico, che si consuma con il corpo e finisce in un poco di polvere, ma va oltre, cammina verso la sua 'assunzione al Cielo'.

Ed è vera saggezza saper guardare al Cielo dando al nostro esistere il vero valore che viene da Dio. Quanti cristiani, il giorno della morte, lo hanno saputo vivere proprio come un'attesa di `assunzione' presso il Padre! È una lezione di vita vera che ci aiuta a dare alla nostra stessa vita il senso dell'attesa dell'incontro con la gioia dell'eternità.

Ricordo mia mamma, che visse 99 anni. Visitandola, uno degli ultimi giorni qui in terra, così espresse la sua attesa: 'Ho vissuto la vita come servizio a Dio e alla mia famiglia, sempre con l'occhio al Cielo. Ora passo questi ultimi giorni come momenti preziosi prima dell'incontro con il Padre!'.

Purtroppo viviamo un periodo in cui l'attrattiva delle cose naturali si è fatta assai suggestiva: natura, scienza e godimento impegnano potentemente la nostra attenzione, la nostra speranza. Abbiamo dimenticato le parole che Gesù rivolse a Marta, la sorella di Maria e Lazzaro: 'Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta'.

Oggi, nel materialismo soffocante, che non va oltre questa terra, rischiamo davvero di non essere più capaci di nostalgia dell'eternità, di nutrirci di preghiera, di aspirare ai valori trascendenti e supremi, di porre la nostra speranza al di là del piccolo quadro della nostra immediata e precaria esperienza umana. Il mondo della religione ci può apparire vano ed inutile, quello dello spirito, del soprannaturale poi, al quale siamo effettivamente chiamati, inconcepibile.

L'aldilà viene sostituito dall'aldiqua. In altri termini si ha come l'impressione che tanta gente sia occupata totalmente dagli affari di questo mondo, come se altro noi non dovessimo cercare ed amare. L'assunzione di Maria ci obbliga, con suadente invito, a verificare se la via che ciascuno di noi percorre, è rivolta verso il sommo traguardo e a rettificarla decisamente verso di esso, se così non fosse.

Credo che questa meravigliosa Festa dell'Assunzione di Maria, che riguarda proprio anche noi, debba essere l'occasione per tutti, e per ciascuno, di esaminarci dove è rivolta l'attenzione del nostro cuore. Sappiamo che per il cuore della gente saggia, che ha fede, il Paradiso è la mèta che si pone, e non interessa assolutamente il dannoso 'paradiso' che ci offre una terra senza futuro.

Bello allora e doveroso meditare Maria Assunta, come la mamma che ci ha aperto la strada del futuro infinito con Dio. Non solo. L'ha aperta ed è sempre lì a ricordarcelo, indicandola ed aiutandoci a raggiungerla, cominciando da subito a vivere intensamente, seguendo le sue orme e, soprattutto, quelle del Suo Figlio. Ogni volta vado a Lourdes, mi prende una grande nostalgia di cielo e, cantando 'Andrò a vederla un dì', è come esprimere con i fratelli il nostro grande desiderio di Paradiso. Vorrei rivolgere a Maria lo stupendo cantico di Dante:
  • Vergine madre, figlia del tuo Figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d'etterno consiglio, tu se' colei che l'umana natura, nobilitasti sì, che suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura. Nel ventre tuo si raccese l'amore, per lo cui caldo ne l'ettema pace così è germinato questo fiore. Qui se' a noi meridiana face di cantate, e giuso, intra' mortali, se' di speranza fontana vivace. Donna, se' tanto grande e tanto vali, che qual vuol grazia e a te non ricorre sua disianza vuol volar sanz'ali. La tua benignità non pur soccorre a chi domanda, ma molte fiate liberamente al dimandar precorre. In te misericordia, in te pietate, in te magnificenza, in te s'aduna quantunque in creatura è di bontate.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2009/2010

Messaggio da miriam bolfissimo » gio set 02, 2010 8:11 am

      • Omelia del giorno 22 Agosto 2010

        XXI Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Entrate per la porta stretta
Quante volte abbiamo udito queste frasi: 'Sono un buon cristiano, migliore forse di tanti altri che vanno in Chiesa ogni giorno e magari si battono il petto' – 'Non frequento tanto Chiesa e sacerdoti, ma non mi tiro indietro dal fare l'elemosina al povero che incontro e mi tende la mano'. Senza contare le pubbliche dichiarazioni di gente che è considerata 'famosa', magari dopo aver seminato scandali in abbondanza, e poi non hanno alcun pudore nel mettersi in prima fila ovunque, dichiarando il loro essere 'credenti'.

Insomma tutte affermazioni – a essere buoni – da giudicare avventate, che si possono solo mettere nel Cuore di Dio, che sa tutto di noi, dicendo: 'Padre, perdona loro, non sanno quello che dicono e fanno'. Una volta esisteva un certo pudore e si sapeva che certe affermazioni avrebbero potuto risultare ridicole, per non dire di peggio. Oggi si assiste a un tale rosario di violazioni delle più elementari norme morali, che, non solo si è cancellata o resa invisibile la linea di demarcazione – che dovrebbe essere chiara – tra ciò che è lecito e onora la coscienza di un uomo o donna, ancora più se cristiani, e ciò che tale non è, ma a volte l'illegalità o l'illecito viene proposto come 'stile di vita moderna', `esigenza dei tempi', un 'essere alla moda', cercando così di trovare una ragione a questo mettere a tacere la coscienza e la stessa dignità. Ci avverte san Paolo:
  • Fratelli, avete dimenticato l'esortazione a voi rivolta come a figli: 'Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore, e non ti perdere d'animo quando sei ripreso da Lui: perché il Signore corregge colui che Egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio'.

    É per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non è corretto dal padre? Certo ogni correzione sul momento non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati. Perciò rinfrancate le vostre mani cadenti e le ginocchia infiacchite e raddrizzate le vie storte per i vostri passi, perché il piede zoppicante non abbia a storpiarsi, ma a guarire. (Ef. 12, 5-13)
Sono tanti i racconti di vita quotidiana – tralasciando quelli ormai sconfinati nella degradazione dell'uomo, che trascinano con sé la dignità e sono purtroppo cronaca di ogni giorno – che danno la misura esatta di come siano troppi quelli che pretendono di arrivare al Regno del Cielo, percorrendo ‘la via larga' del mondo, e non la 'porta stretta' di cui parla Gesù nel Vangelo. Una lezione di verità e santità, quella del Vangelo. Meditiamola insieme, perché pare scritta proprio per noi, oggi, che a volte ci adattiamo alle mode del mondo – davvero 'via larga' – che non tiene in alcun conto la nostra vera natura di figli del Padre.
  • In quel tempo – racconta l'evangelista Luca – Gesù passava per città e villaggi insegnando mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: 'Signore, sono molti quelli che si salvano?:Riprese: 'Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti vi dico cercheranno di entrarvi ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta e direte: 'Signore, aprici! : Ma egli vi risponderà: 'Non vi conosco, non so di dove siete. Allora comincerete a dire: 'Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. Ma egli dichiarerà: 'Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me operatori di iniquità! Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno, e sederanno alla mensa nel regno di Dio. Ed ecco ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno gli ultimi. (Lc. 13. 22-30)
Un esempio di vita. Due sposi, facendosi illuminare dalla preghiera e dall'illimitata fiducia che riponevano nel Padre, prendono la decisione di avere un figlio, oltre i tre che già hanno – decisione oggi rara, un tempo normale, quando era considerato dono avere fino a 12 figli, come mia nonna, o 7 come mia mamma -. La loro tavola, in tutti i sensi, poteva contenere benissimo un posto in più, se la fiducia nella Provvidenza li guidava. Volevano donare ad un altro figlio, 'dono immenso di Dio, sempre', generato dal loro amore, la possibilità di conoscere la bellezza della vita e del creato e, ancor più di poter, domani, cercando di esserne degni, di appartenere alla grande famiglia del Cielo con i Santi. Degli sposi ricchi dunque di umanità e, soprattutto, di fede.

Ma nel momento in cui si seppe nei dintorni che 'quella santa donna' aveva deciso di dare alla luce un quarto figlio, ci fu una vera processione di cosiddette 'amiche e vicine', che si alternavano a 'farla ragionare' – secondo loro – sulla non 'convenienza, con i tempi che corrono' di una tale decisione. ‘É un attentato alla propria serenità – dicevano – Non bastano forse già tre figli, per impegnare totalmente la vita di una coppia, e per di più di modeste condizioni?'. La signora, come pure suo marito, un uomo di grande forza e dolcezza, non riuscivano a capire, nella semplicità della loro fede, tutte queste improvvise e apparentemente disinteressate attenzioni, che considerano di fatto raccomandazioni e preoccupazioni 'scandalose'. Decisero di proseguire per la strada intrapresa, ma ne seguì... l'abbandono delle 'cosiddette amiche'!

Lo constatiamo tutti come oggi sia davvero difficile, in questa società, che ha per legge il consumo, la moda, l'ambizione, l'individualismo, voltare le spalle a queste umilianti forme di vita che spesso calpestano la vera dignità, e vivere quella sobrietà, che è frutto della povertà di spirito e di una umiltà, che non scende mai a compromessi con esibizionismi, ambiguità e modi di vivere del mondo. Noi cristiani abbiamo come regola il Vangelo, che ci accompagna in ogni atto della vita, ma non è forse vero che troppi, pur definendosi cristiani, sposano di fatto la mentalità del mondo?

Il vero cristiano sceglie uno 'stile di vita' che darà diritto, alla fine, quando tutto sarà svelato nella verità, ad entrare per la porta stretta'. È impossibile sposare la mentalità del inondo, che ci sta addosso ad ogni passo, e, nello stesso tempo, scegliere lo 'stile evangelico', che è semplicità ed austerità, come un vestirsi delle vesti di Dio. Dobbiamo decidere oggi da che parte stare, perché sarebbe davvero terribile, 'quel giorno' – e verrà - , sentirsi dire da Gesù: 'Non vi conosco!'. Terribile! Allora cominceremo a recitare il rosario della nostra doppia vita, che eravamo sicuri potesse mettere d'accordo Dio e il demonio: 'Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze'. Ma Egli dichiarerà: `Vi dico che non vi conosco. Allontanatevi da Me voi tutti operatori d'iniquità. Nelle sue risposte, Gesù può sembrare duro. Duro nello sbattere in faccia 'la porta stretta'. Ma quando si è vissuto, come avviene oggi tante volte, con un piede in Chiesa e uno nella mentalità del mondo, non si può essere pronti ad accogliere il Regno e, alla fine, non vi può essere che quella risposta: 'Non vi conosco'.

Se, carissimi, cerco di esservi dì aiuto per vivere umanamente, semplicemente, armoniosamente la vostra vita, ma con la sapienza del Vangelo, è per cercare di evitare quello che dice il proverbio: 'non mettere due piedi in una scarpa'... è impossibile poi camminare! C'è tanta gente che, senza fare rumore, vive, per fortuna, la Parola, dando poco peso o nessuno a quello che il mondo propone. Così il grande poeta Luzi pregava, per cercare la porta stretta':
  • Padre mio, mi sono affezionato alla terra, quanto non avrei voluto.

    È bella, è terribile la terra.
    Io sono nato in un angolo quieto, tra gente povera, amabile ed esecrabile.

    Il cuore umano è pieno di contraddizioni, ma neppure un istante
    mi sono allontanato da Te.

    Ti ho portato perfino dove pensavo non fossi
    o avessi dimenticato di essere stato.

    La vita sulla terra è dolorosa, ma è anche gioiosa.
    Sono forse stato troppo uomo tra gli uomini, oppure troppo poco.

    La nostalgia di Te è stata continua e forte.
    Padre non giudicarlo questo mio parlare umano, quasi delirante.

    Accoglilo come un desiderio di amore.

    Sono venuto sulla terra per fare la Tua volontà
    eppure alle volte l'ho discussa.

    Sii indulgente, con la mia debolezza, te ne prego.
    Ma da questo stato umano di abiezione vengo ora a Te.

    Comprendimi nella mia debolezza. (Mario Luzi)


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2009/2010

Messaggio da miriam bolfissimo » gio set 02, 2010 8:19 am

      • Omelia del giorno 29 Agosto 2010

        XXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Chi si esalta sarà umiliato
C'è una grande verità che non si può contestare, ossia sulla faccia della terra non ci sarà mai una persona che veramente possa sentirsi 'il primo di tutti, il più grande', come era ed è solo Dio in Gesù Cristo. Noi uomini possiamo solo o pavoneggiarci delle nostre futilità o, ancora peggio, vizi, oppure, se abbiamo fede, possiamo ringraziare Dio, che ci aiuta, seppure in minima parte, ad imitare la Sua grandezza.

Gesù, nella sua vita tra di noi, avrebbe potuto gloriarsi quanto e come voleva, essendo Figlio di Dio, ma, come afferma san Paolo: ‘umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte', in altre parole si annientò sulla croce. Tutti gli uomini - a cominciare, dall'imperatore romano, che dai suoi sudditi era considerato e venerato ‘come un dio', e non lo era affatto... anzi! – agli occhi di Gesù erano e siamo solo creature.

Se qualcosa, di divinamente bello, c'era e c'è, ancora oggi in noi, è la GRAZIA di DIO, ossia quello sguardo d'amore che conta e davvero 'ci rende simili a Lui'. Non certamente quella boria con cui tante volte ci circondiamo, ricorrendo ai mille trucchi della ricchezza, ossia dell'avere più degli altri, dell'apparire più degli altri, non riuscendo a comprendere che tutto ciò nulla ha a che fare con la grandezza e bellezza dell'uomo, fatto a immagine di Dio.

Se sotto l'abito esteriore non vi è la grandezza interiore, che ripeto ha origine solo dall'Amore e dalla Presenza di Dio in noi, il pericolo è che possiamo solo assumere l'immagine di una grottesca maschera. Scrive il Siracide, il libro della Sapienza di Dio:
  • Figlio, nella tua attività sii modesto, sarai amato dall'uomo, gradito a Dio.
    Quanto più sei grande, tanto più umiliati, così troverai grazia davanti al Signore, perché dagli umili è glorificato.
    Una mente saggia medita le parabole; un orecchio attento è quanto desidera il saggio. L'acqua spegne un fuoco acceso, l'elemosina espia i peccati (Sir 3, 19-21).
Ma come è difficile essere, almeno agli occhi di Dio, 'niente', o meglio, immensamente grandi perché davanti al Suo amabile Cuore, che ama, lo accogliamo e ci lasciamo rivestire di luce.

O ancora, come è difficile amare quella santa povertà di spirito, che ci fa toccare con mano il nostro `niente' e, ancora più difficile amare quella povertà che ci fa ultimi agli occhi degli uomini, malati di falsa ed effimera grandezza, ma primi agli occhi di Dio e di chi sa leggere i segni della santità. Come è stupendo presentarsi davanti al Padre, come un bimbo che, se non sorretto dalle Sue braccia, rischia di cadere! Un simile atteggiamento attira la gioia, la generosità di Dìo che subito ci rende ricchi della sua benevolenza, come fece con S. Francesco d'Assisi, l'umile per eccellenza, e con tutte le anime a Lui care.

Eppure è la stessa natura dell'amore che esige questa povertà, questa umiltà, per essere poi 'cuore aperto', in cui, chi ama possa prendere dimora totalmente e riempirci senza trovare spazi occupati o condizioni di superbia, che sono vergognoso sfratto dell'amore.

Il nostro vero valore, la nostra grandezza viene da Chi ci ama. Abbiamo mai assistito a quello che avviene quando la mamma ha cura del suo piccolo, così debole, che necessita di tutto e che non potrebbe vivere senza che la sua mamma lo aiuti a crescere, giorno per giorno, fino a dargli la possibilità di diventare sufficiente a se stesso?

È un vero capolavoro dell'amore, che sa come far crescere chi, per la sua natura debole, davvero occupa 'l'ultimo posto'. Tanto che è davvero mancanza di sapienza, nella crescita di un figlio, educarlo a quella vanitosa grandezza, che diventerà, domani, la superbia ambiziosa di chi vorrà sempre occupare 'il primo posto'. Le nostre care mamme dovrebbero avere questa saggezza di una educazione alla vera grandezza interiore. Ma ci vuole un amore, che non è solo naturale e a volte pericoloso sentimento, ma nasce da una profonda spiritualità, diventando saggezza, come quella dell'artista che vuole scolpire una statua di valore. È arte difficile, ma meravigliosa, molto lontana da quell'odioso e dannoso atteggiamento che sviluppa nei piccoli la voglia di essere 'i primi', magari per compensare le nostre frustrazioni di adulti. Ascoltiamo Gesù:
  • Avvenne un sabato che Gesù era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo. Osservando poi come gli invitati prendevano i primi posti, disse loro una parabola: 'Quando sei invitato a nozze, da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te e colui che lui invitato te e lui venga a dirti: `Cèdigli il posto!' . Allora dovrai con vergogna occupare l'ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va' a metterti all'ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato, ti dica: 'Amico, passa più avanti'. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato (Lc 14, 7-14).
Ma il mondo non la pensa così. Al mondo piace 'amarsi', fermarsi su se stesso, eternamente con lo sguardo allo specchio. E cerca di darsi una gloria, vestendosi di tutto ciò che può colpire lo sguardo degli altri, convincendo i 'suoi seguaci', che 'sono i primi'. Chi non ha mai assistito al compassionevole spettacolo degli uomini che sgomitano per occupare 'i primi posti' nella graduatoria della notorietà, della politica, dello spettacolo, del potere. Lo chiamano `amore' al prestigio: 'Non sai chi sono!... fino al punto di creare angoli di mondo riservati oppure categorie distinte, che hanno un nome – e la dice lunga – ‘vip': personaggi 'molto importanti'!!

Tutto finirebbe nel ridicolo di una commedia senza storia e senza volto, se tanti non cercassero di modellare la propria vita e l'educazione dei figli propri su questo 'gloriarsi', che non ha origine dalla discrezione dell'amore, anzi non lo contiene l'amore, ma troppe volte è solo superbia. Così ne parlava Paolo VI:
  • Sono messi allo scoperto due malanni capitali della psicologia umana, colpevoli a volte delle rovine più estese e più gravi dell'umanità: l'egoismo e l'orgoglio.

    L'uomo allora si fa primo, egli si fa unico. La sua arte di vivere consiste nel pensare a se stesso e di conseguenza di sottomettere gli altri. Tutti i grandi disordini politici e sociali hanno nell'egoismo e nell'orgoglio il loro bacino di cultura, dove tanti istinti umani e tante capacità d'azione trovano il loro profondo alimento, ma anche dove l'amore non c'è più.

    L'amore vi ha perduto la sua migliore e cristiana caratteristica, l'universalità, e perciò la sua vera autenticità di scoprire, conoscere, servire le sofferenze degli altri, con cuore magnanimo, come Gesù che con la sua parola e il esempio ci insegnò.

    Questa parentela fra l'umiltà e l'amore, fra l'umiltà e la fortezza d'animo, fra l'umiltà e, quando si è chiamati a servire in qualsiasi modo, l'esercizio dell'autorità, indispensabile alla giustizia e al bene comune, e infine fra l'umiltà e la preghiera, deve essere oggetto di grande riflessione. (febbraio '75)
Gesù, il Re della Gloria, qui tra noi, si vestì, nella sua divina missione datagli dal Padre per la nostra salvezza, si vestì di povertà e umiltà, come Sua Madre, Maria Santissima, fino a divenire, sempre ed anche ora, 'Servo di tutti'. Tanto povero ed umile da 'farsi' – per restare con noi 'fino alla fine dei tempi' – 'pezzo di pane', che si lascia mangiare nell'Eucarestia, proprio come un bambino che si lascia accarezzare e suscita tenerezza.

Ed è sotto questo aspetto che la Parola, che Gesù rivolse ai farisei e rivolge a noi, è davvero grande lezione di vita interiore, di efficacia nell'amore, che siamo chiamati ad esercitare. Scriveva il caro don Tonino Bello:
  • Dobbiamo essere una Chiesa accogliente. Una Chiesa che non discrimina. Una Chiesa che ha il cuore tenero, di carne e non di pietra. Una Chiesa non arcigna. Una Chiesa che non delude.

    Qualche volta noi siamo portati a dire: 'Quello li non va mai in chiesa'. 'Quello non merita'. 'Chi lo conosce?'. No, non dovete agire così. A ogni minimo cenno di apertura, di attenzione, dovete essere così liberali- introdurre subito nella vostra comunità tutti coloro che vi passano accanto. Non giudicate mai nessuno: come comunità non fate mai discriminazioni.

    Non compilate gli elenchi dei buoni e dei cattivi. Il vostro cuore si allarghi sempre di più. E non chiudete mai l'uscio alle- spalle- di chi se ne va Il Signore vi dia la gioia di essere- una comunità libera che sa farsi carico dei grandi problemi dell'umanità.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2009/2010

Messaggio da miriam bolfissimo » sab set 04, 2010 7:56 am

      • Omelia del giorno 5 Settembre 2010

        XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        La pienezza di gioia che sogniamo
Credo possa aver dato un certo 'fastidio' a Gesù, il fatto di vedersi seguito da molta gente, troppa, e non per il fatto che Lo seguissero, questo semmai poteva, come potrebbe essere oggi, l'occasione di annunciare la Sua Parola, ma perché sapeva che inseguivano in Lui sogni mai realizzati, speranze sempre andate deluse, sicurezze mai trovate, solitudini non più sopportabili: il sogno, insomma, di un 'piccolo paradiso' a misura d'uomo, che non riusciva ad oltrepassare i confini stretti di questa terra, così avara di felicità, per andare ‘oltre', alla ricerca del Regno di Dio, dove ha sede l'unico totale e fedele Amore, e con esso la vera felicità e la vita. Quello, insomma, che ogni uomo cerca – anche se non lo sa - e di cui ha spesso una inconfessata sete.

Gesù taglia corto con queste speranze solo umane, che tante volte affondano le radici nell'effimero, proclamando invece la Sua legge, che è regola di santità, regola di vita eterna, di autentici rapporti con Dio e con il prossimo. Usa un linguaggio che ancora oggi fa venire i brividi, ma che in compenso ha il dono della chiarezza della vera Amicizia. Racconta il Vangelo:
  • Siccome molta gente andava con Lui, Gesù si voltò e disse: 'Se uno viene a me e non mi ama più di suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli e le sorelle e persino più della propria vita, non può essere mio discepolo... Chi di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. (Lc. 14, 25-33)
Parole che forse saranno suonate come una sferzata per molti che, senza tagliare nettamente i ponti con se stessi, avevano comunque abbandonato i loro cari, ma pronti a tornare indietro se le speranze, poste in quel misterioso Maestro, non si fossero avverate. Non è che Gesù chieda di non amare i nostri cari o di possedere qualcosa su questa terra... ma chiede di avere il primo posto nel nostro cuore e nella nostra vita.

E aveva ed ha ragione. Solo con Lui è possibile amare senza voler possedere l'altro o avere, restando distaccati così che le cose non diventino idoli. Purtroppo ci sono tanti che si dicono di Cristo, ma Lui non è al centro della loro vita, perché prima, come 'valori' sovrani, vengono il possesso delle cose, le tante ambizioni, i tanti interessi, il proprio io.

Ma Dio non può accettare – soprattutto per il nostro bene - di essere messo in un angolo: 'Amerai Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze e il prossimo tuo come te stesso'. Eppure fa davvero impressione quanto oggi – ma in fondo sempre – si mettano al primo posto le creature.

Quando ero adolescente, dopo una prima provocazione, giunta dal cardinal Schuster, che mi aveva chiesto – senza avere una mia risposta - se volevo diventare prete, lentamente prese forma il mio sogno. In un secondo incontro, alla richiesta di cosa volevo fare di grande, prontamente risposi: 'Il prete!'. Sorrise di tanta semplicità. Ma quando a dodici anni mi decisi ad entrare in quello che si chiamava aspirandato, presso i Padri Rosminiani, mi sentii solo, senza più i miei cari, le mie cose e mi assali un grande dolore e un desiderio smisurato di tornare a casa, come se senza la mia famiglia la mia libertà fosse spenta. Vissi un mese di continua sofferenza, ma ringrazio Dio che lentamente mi aiutò a resistere. Da allora ho capito cosa volesse dire 'lasciare tutto' e mettere al primo posto l'amore di Dio. Non che i miei cari non occupassero più un grande posto nella mia vita, sempre, ma il primo posto era di Dio, al quale davvero avevo dato tutto.

Non è certamente facile per un uomo, una donna, un giovane vivere la propria esistenza mettendo al primo posto il Signore. Amo sempre ricordare mia mamma, che, nonostante la fatica di raggiungere la Chiesa di primo mattino, lontana da casa, non passava giorno senza avere dato il primo posto a Gesù Eucaristico, ricevendo la Santa Comunione.

Credo che abbia stupito tutti la canonizzazione di Gianna Beretta Molla, donna del nostro tempo, sposa e mamma. Una vita 'comune', semplice, ma testimone che le parole di Gesù non sono solo la via alla 'porta stretta', ma sono soprattutto il segreto di una vita armoniosa, virtuosa, piena, sulle orme e alla Presenza di Dio. E sono tante le persone che vivono da 'sante': persone normali, che sanno mettere al primo posto Dio e la santità. Nella mia vita pastorale ne ho incontrate tante. Come quella anziana vedova, dal volto emaciato, che una sera, dopo una predica, venne in sacrestia e mi consegnò tutto quello che aveva e teneva 'per la sua vecchiaia': 500.000 lire. Chiedendole la ragione di questo suo gesto, mi rispose: 'Tenerli è un furto rispetto a chi ne ha bisogno. A me basta Gesù e il suo amore. Lui penserà a tutto, io penserò solo a Lui'. Cara donna! Mi commosse e, senza volerlo, mi mise in crisi.

Tutte queste persone - ripeto sono tante - mi hanno sempre lasciato la lezione di cosa voglia dire 'amare Lui più di se stessi' e che questa è la via per quella serenità di cui tutti abbiamo bisogno e che, troppe volte, perdiamo per rincorrere un amore disordinato alle persone o alle cose, che certamente non offre la gioia che solo Gesù può donare. È difficile tutto questo? Per chi ama veramente Dio e fa dell'amore il senso della propria vita, no. Ma per chi si lascia prendere la mano - meglio il cuore - dalle creature o cose del mondo - che è poi mettere al centro se stessi e il proprio egoismo - appare impossibile.

E non è una soluzione vera dividere il cuore tra l'amore di Dio e l'amore delle cose! Senza contare poi che, quando si ama Dio, integralmente, anche nella vita semplice e quotidiana, si riesce a donare amore a tutti, cominciando dai più vicini, e tutto acquista senso. Davvero amare è liberarsi da se stessi - la più terribile schiavitù. E se questo è vero tra di noi, quanto più è vero verso Dio.

Questo Vangelo può sembrare difficile, ma è, se capito e vissuto davvero, la Buona Novella del Regno dei Cieli: è serenità e libertà, pienezza di vita e di cuore. Non resta che farla propria, anche se va contro corrente, rispetto alle pretese del nostro ego e agli `insegnamenti' del mondo. Ma la Grazia sa aprire cuore e mente a chi ha buona volontà. Gesù oggi ancora parla:
  • Chi non porta la sua croce e non mi segue, non può essere mio discepolo. Chi di voi volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? Per evitare che, se getta le fondamenta, e non finisce il lavoro, tutti coloro che vedono, comincino a deriderlo, dicendo: Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire. (Lc. 14, 25-30)
Andando un giorno a La Verna – che tanti di voi avranno certamente visitato – meditando sulle stimmate di san Francesco, mi veniva alla mente la sua preghiera: 'Signore fammi sentire tutto il dolore e con il dolore l'amore che Tu hai provato sulla croce'. Gesù lo ha accontentato, proprio con stimmate. Furono queste solo dolore insopportabile o gioia di avere sperimentato di persona cosa abbia voluto dire in Gesù amarci'?

In un incontro di moltissimi giovani con Madre Teresa di Calcutta e il sottoscritto, un ragazzo, nel dialogo che segui, le chiese: 'Madre Teresa, se Dio le desse la possibilità di tornare da capo a vivere, sapendo cosa voglia dire 'seguire Gesù', Gli direbbe ancora di sì?'. La Madre si raccolse un momento , come a riepilogare tutte le tappe del suo infinito Calvario di carità e, sbalordendo tutti, rispose: 'Gli direi di no'. Ci fu un attimo di smarrimento nell'assemblea. Ma poi, come assaporando la gioia di avere condiviso l'amore di Gesù con i Suoi poveri, riprese: 'Ma Gli voglio talmente bene, che non esiterei a seguirLo, anche se mi chiedesse maggiori sacrifici'.

E noi, non saremmo più felici, forse, se invece di perdere tempo in lamenti, scorgessimo nei passi quotidiani, l'Amore di Gesù che ci precede, sorride e sorregge, come a dirci: 'Coraggio, è tutto amore, e in fondo c'è la pienezza di gioia che sogni'. Ricordiamo la preghiera, che dovremmo fare nostra, del cardinal Newmann:
  • Conducimi per mano, Luce di tenerezza,
    fra il buio che mi accerchia, conducimi per mano.

    Guida il mio cammino: non pretendo di vedere orizzonti lontani,
    un passo mi basta.

    Un tempo era diverso, non Ti invocavo,
    perché Tu mi conducessi per mano.

    Amavo scegliere e vedere la mia strada,
    ma adesso conducimi per mano.

    Sia su di me la Tua potente Benedizione
    e sono certo che essa mi condurrà per mano,
    finché svanisca la notte e mi sorridano all'alba
    volti di angeli amati a lungo e per un poco smarriti.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2009/2010

Messaggio da miriam bolfissimo » sab set 11, 2010 10:12 am

      • Omelia del giorno 12 Settembre 2010

        XXIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Il grande Dono di Dio: la Sua Misericordia
È facile, oggi, osservando come si tenga poco conto dell'Amore di Dio, mettere sulle Sue labbra le parole che rivolse a Mosè:
  • Il Signore disse a Mosè: Ho osservato questo popolo e ho visto che è un popolo dalla dura cervice. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga. Di te invece farò una grande nazione.
E segue una stupenda supplica di Mosè:
  • Perché, Signore, divamperà la tua ira contro il tuo popolo che tu hai fatto uscire dal paese di Egitto con grande forza e con mano potente? Ricordati di Abramo, Isacco e Giacobbe, tuoi servi...'. Il Signore abbandonò il proposito di nuocere al suo popolo. (Es. 32, 11-14)
Oggi Gesù ci svela la grande, incredibile fedeltà di Dio nell'amore, per il suo popolo – che siamo noi – in un modo che ha dell'inaudito e che dovrebbe annullare la tentazione della sfiducia in chi ha peccato.

Il Vangelo racconta la storia del figlio prodigo, che è davvero un gioiello, per rivelare quanto sia grande il Cuore del Padre, che non cessa di battere, anche quando inconsciamente o volutamente gli sbattiamo in faccia la porta di casa e decidiamo di scegliere ciò che di amore proprio non sa nulla. Una parabola che avremo chissà quante volte letto, sentito, ma che sempre ci commuove. Gesù viene rimproverato, perché si avvicinava facilmente ai peccatori. Ecco allora che fa un 'primo passo' per introdurci nel divino mondo del Padre. Così racconta il Vangelo:
  • Si avvicinarono a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: 'Costui riceve i peccatori e mangia con loro. Allora Gesù disse loro questa parabola: 'Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala se la mette sulle spalle tutto contento e va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: 'Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora perduta. Così vi dico: ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.
Davvero incredibile questa gioia. Non è nella nostra mentalità avere lo stesso comportamento verso chi agisce male... anzi, prendiamo subito le distanze, preoccupati forse che 'la nostra immagine ne risenta'! E per chi ha sbagliato è difficile cercare la via per recuperare... 'l'immagine perduta'. Forse è una sorte toccata a qualcuno di noi. Ed è veramente doloroso vedere tutte le dita puntate contro, ogni stima allontanata, e poca voglia di farsi vicini per aiutare a riprendersi... anche da parte degli 'amici'!

Gesù, volendo andare ancor più in profondità, per farci comprendere la differenza sostanziale tra noi e il Padre, a questo punto svela la grandezza insondabile della Sua Misericordia, con la parabola appunto del figlio prodigo.
  • Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al Padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il Padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, parti per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci, ma nessuno gliene dava.

    Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei garzoni.

    Partì e si incamminò verso suo padre.

    Oziando era ancora lontano, il Padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio.

    Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso e ammazzatelo; mangiamo e facciamo festa perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a fare festa. (Lc. 15, 11-32)
Ogni volta leggo questa parabola mi commuovo. Incredibile che un padre venga brutalmente rifiutato dal figlio, che tenta, non solo di uscire dalla casa, ma dalla vita di chi è la sua vita, il padre. Un padre che non discute sulla libera scelta del figlio, anche se non la condivide e deve aver provato un dolore immenso, per l'ingratitudine, ma soprattutto perché lo amava immensamente e temeva per lui e per la sua felicità .... era suo figlio!

Ma Dio è fatto così! Ci dà tutto il Suo Amore, la gioia della vita, tanti doni che formano la nostra personalità, insomma tutto ciò che siamo è Suo, tanto che possiamo raggiungere la nostra piena realizzazione solo se impariamo a vivere 'nella casa del Padre', ossia sottomessi alla Sua volontà, che è la nostra sola e possibile vera felicità... anche se non vogliamo crederlo o, per arroganza, pensiamo di poter 'fare tutto da soli'.

E quando così è, Dio si preoccupa per noi, perché sa che è 'una strada senza uscite'. Così è l'amore. E chissà quante volte anche per chi mi legge l'esperienza del figlio prodigo è accaduta nella propria famiglia. Solo allora si capisce, non solo la sofferenza del rifiuto e dell'abbandono, ma anche della grave preoccupazione di che sarà del figlio, che si perde.

Come si è perso il figlio prodigo. Credeva che 'fuori', nel mondo, ieri, come oggi, come sempre, ci fosse il segreto della felicità, dell'essere finalmente 'libero': una felicità affidata ai bagordi, ai falsi amici, ai divertimenti sfrenati, ma che presto si rivela enorme vuoto di vita. Un figlio senza casa, senza più amore, non perché i suoi cari lo hanno rinnegato, ma perché ha preferito il nulla del mondo, senza regole, alla fine può ridursi a 'rubare le ghiande ai porci'.

È la triste vicenda di tanti, ma tanti, troppi! Potremmo dire che è la vicenda di ogni uomo, che si abbandona alle gioie del mondo, lasciando alle spalle l'amore di Dio, credendo che la felicità sia proprio fare `di testa propria': non più, quindi, figlio del Padre, che conosce la legge dell'amore, ma figlio di una mentalità che è solo puro egoismo. La speranza della parabola è nel ritorno del figlio: Rientrò in se stesso'.

È davvero una grande grazia quando si ritorna alla riflessione, per poi affidarsi alla bontà del Padre. Si ritorna a sperare, ad avere fiducia in Dio... ma, consci del nostro rifiuto assurdo, non osiamo credere di poter avere ancora un posto nel Cuore del Padre. Ci basterebbe il ruolo di servo... purché nella Casa del Padre!

È la grazia della conversione che dall'inferno del peccato ci fa ritrovare la bellezza del cielo. Ed ecco che si esprime tutta la bellezza della parabola, che colpisce e commuove, nell'amore totale, fedele, ineffabile del Padre: Quando era ancora lontano, il Padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò'. Incredibile per noi, che siamo abituati a ben altro modo di accogliere, se accade, chi sbaglia. Noi recriminiamo, giudichiamo, condanniamo, poniamo limiti... per questo ci è così difficile `comprendere' Dio, la Sua Paternità.

Ed ecco perché, quando siamo poco o tanto 'figli prodighi', abbiamo paura del ritorno a casa. Basta osservare la difficoltà che abbiamo nel Sacramento della Riconciliazione o Penitenza, che altro non è che attuare la storia del figlio prodigo. Forse abbiamo perso addirittura il senso della gravità del peccato. Vivere nel peccato è essere il figlio che si allontana e inevitabilmente, alla fine, si trova mani e cuore vuoti, dovendosi accontentare delle 'carrube destinate ai porci'.

La Grazia, immenso dono dello Spirito, è nel 'rientrare in se stessi' e decidere il ritorno al Padre. Basta essere stati a Lourdes o Fatima o in qualche santuario, per vedere come la grazia del ritorno sia il grande miracolo che Maria fa a tanti, ma tanti. Lì i confessionali sono aperti e pieni ogni giorno: una vera pioggia di conversioni, la vera ‘guarigione'.

Quante volte, nella mia vita di sacerdote e vescovo, ho potuto toccare con mano la bellezza e la gioia del ritorno di un figlio al Padre. Ed è commozione grande. È la manifestazione di come Dio operi nei cuori, aprendoli alla comprensione del Suo Cuore: Dio non è un giudice, alla maniera umana, ma è Misericordia, sempre e comunque. Va oltre le offese. Gli importa solo che si torni da Lui, perché sa che è l'unica via per ritrovare noi stessi e la nostra pace profonda.

Ma lo capiamo questo dono? Facciamo dunque nostra la preghiera di Zino, un ateo russo:
  • Ti prego, mio Dio,..cerca di esistere, apri i tuoi occhi, ti supplico, almeno per un poco per me.

    Non avrai da fare altro che questo: seguire ciò che succede.

    È ben poca cosa, o Signore. Sforzati di vedere, te ne prego!

    Vivere senza testimoni, quale inferno!

    Per questo, forzando la mia voce io grido, io urlo:

    Padre mio, ti supplico e piango: esisti!


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2009/2010

Messaggio da miriam bolfissimo » lun set 20, 2010 8:33 am

      • Omelia del giorno 19 Settembre 2010

        XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Nessun servo può servire a due padroni
Come è facile, nella vita, soprattutto di noi cristiani, essere o incontrarsi con fratelli che sanno servire 'due padroni', o meglio credono di poter essere a posto servendo a Dio e al mondo. Sappiamo tutti, o meglio dovrebbe essere un principio su cui tracciare la via della nostra vita cristiana, quanto sia importante discernere sempre la ‘via' di Dio, ben diversa da quella del mondo. E tutti sappiamo che è un inganno alla coscienza 'mettere un piede in due scarpe'! Eppure succede. Proprio con l'arte di voler educare al Regno di Dio, o se vogliamo di plasmare i suoi discepoli a vivere da 'figli del Regno', Gesù detta le sue regole, che hanno la chiarezza del sole e non hanno ambiguità di ombre, anche se, a chi non ha amore e fedeltà, possono sembrare 'dure'. Ma la Parola di Dio è tutto e non ammette distorsioni: comprende la nostra debolezza umana, pronta a deviare, ma stimola costantemente al ritorno sulla retta via con il Suo aiuto.

Quello che Dio, Bene supremo, non può accettare assolutamente è il vivere nell'ambiguità, pensando di poter seguire e servire Lui e contemporaneamente il nostro egoismo, il mondo. Dio si vive in pienezza di amore. Ricordiamo la risposta del dottore della legge che, alla domanda di Gesù quale fosse il comandamento dì Dio, disse: 'Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze. Il secondo comandamento è simile: Amerai il prossimo tuo come te stesso'. La conferma di Gesù è lapidaria: 'Hai detto bene, fa' questo e vivrai'!

Noi, confessiamolo senza paure, che sono spesso pericolose ipocrisie, siamo talmente abituati a tanti piccoli o grandi compromessi con il male, da non riuscire, il più delle volte, neppure a vedere ciò che è bene e ciò che è male in ciò che pensiamo, diciamo o facciamo... soprattutto oggi! Siamo ricchi, viviamo da ricchi (e qui per ricchezza intendo non solo il possedere realmente, ma il chiuderci nell’ ‘amore', nel desiderio del denaro, dei tanti capricci: anche se non possiamo forse permetterceli viviamo nel rimpianto o nell'invidia per chi li può `godere'!) e ci diciamo a posto con la coscienza e con Dio.

Ci diciamo buoni e poi sbattiamo in faccia la porta, con la nostra deprecabile indifferenza, a quanti bussano al nostro cuore, come non ci importassero, dimenticando quanto disse Gesù: ‘l’avete fatto a Me'. E potremmo continuare, alla scuola della fedeltà a Dio, questo rosario di contraddizioni. Siamo un poco come quella gente che sta sulla soglia di una chiesa, con un piede dentro e uno fuori, e la pretesa di credersi fedeli a Dio, restando servi del mondo. Ma Gesù chiude oggi ogni nostra velleità, che ciò sia possibile, con parole dure, ma vere, che dovrebbero portarci a scelte diverse da quelle che, forse, facciamo... Così, oggi, parla Dio nel Vangelo:
  • Gesù diceva ai suoi discepoli: 'C'era un uomo ricco che aveva un amministratore e questi fu accusato di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: 'Che è questo che sento di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più essere amministratore'.

    L'amministratore disse tra sé: 'Che farò ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ho forza, mendicare, mi vergogno. So io che cosa fare perché quando sarò allontanato dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua'.

    Chiamò uno per uno i debitori del padrone e disse al primo: 'Tu quanto devi al mio padrone?'. Quello rispose: 'Cento barili d'olio. Gli disse: 'Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta. Poi disse ad un altro: 'Tu quanto devi?. Rispose: 'Cento misure di grano. Gli disse: `Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta'.

    Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza'.

    I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari, sono più scaltri dei figli della luce... Chi è fedele nel poco è fedele anche nel molto, e chi è disonesto nel poco è disonesto anche nel molto... Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà a uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire a due padroni: a Dio e a mammona. (Lc. 16, 1-15)
È davvero difficile, ma necessaria, la fedeltà a Dio e al Suo amore, come del resto lo è anche tra di noi uomini. Potrebbe dire le stesse parole uno sposo alla sua sposa, o una persona consacrata o chiunque nella vita abbia rapporti stretti con un amico.
  • Il grande fallo di tanti cristiani moderni – scrive Paolo VI – è l'incoerenza e la mancanza di fedeltà alla grazia, ricevuta nel battesimo e successivamente negli altri sacramenti e agli impegni solenni e salutari assunti verso Dio, verso Cristo, verso la Chiesa nella celebrazione di un patto, di un'alleanza, di una comunione di vita soprannaturale, che mai avrebbe dovuto essere trascurata o tradita. Come il grande vantaggio di avere tenuto fede lealmente a quegli impegni che danno senso e virtù e merito alla vita cristiana. Possiamo infatti ad ogni singolo cristiano riferire quella esigenza che S. Paolo vuole operante in ogni dispensatore dei 'Misteri di Dio', cioè dei ministri di Cristo, che `ciascuno sia riscontrato fedele'. Si tratta infatti di una esigenza che assume la forza di amore d'un atteggiamento reciproco: come Dio è fedele verso di noi, cosi noi dobbiamo essere fedeli verso di Lui. La fede nella pratica della vita si manifesta in due forme spirituali e morali che danno consistenza alla nostra religiosità, derivata appunto dalla fede, e sono la fiducia e la fedeltà. Riportiamo quanto scrive il libro 'Imitazione di Cristo': 'Mio Dio, tu sei la mia speranza, tu la vera fiducia, tu il mio consolatore, il fedelissimo in tutto'. (settembre 1974)
Sono davvero una testimonianza di fiducia le parole che l'apostolo Paolo scrive, oggi, nella lettera a Timoteo:
  • Carissimo, ti raccomando prima di tutto che si facciano domande, suppliche e preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità. Questa è una cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità. (Tim. 2, 1-8)
Ma come è difficile oggi che i giorni trascorrano 'tranquilli e calmi' tra di noi! L'amore al denaro schiavizza troppa gente. Il denaro, se non conosce in noi il debito distacco, ci rende schiavi, può depredarci di tutto quanto veramente ha valore, fino a renderci pagliacci in mano di quel tremendo burattinaio che è appunto la ricchezza, cercata spasmodicamente, per cui mena la sua danza a piacimento.

Quanto è stupenda invece la libertà di Gesù, povero e umile, Lui che 'da ricco che era si fece povero per arricchire noi della sua povertà'. Grande, profonda e vera gioia, quella di poter dire: 'Non mi inchino a nulla', ma di mia scelta, per fare posto all'amore, mi metto 'un grembiule' per essere servo del Padre e di ogni uomo. Questa è la vera libertà. Una scelta che ci aiuta ad uscire da ogni compromesso, per non rischiare di cadere nella situazione che, con durezza, il profeta Amos stigmatizza:
  • Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e sterminate gli umili del paese, voi che dite: `Quando sarà il prossimo plenilunio e si potrà vendere il grano? E il sabato, perché si possa smerciare il frumento, diminuendo le misure e aumentando il siclo e usando bilance false, per comprare con il denaro gli indigenti e il povero con un paio di sandali'. Il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe: certo non dimenticherò mai le loro opere. (Amos 8, 4-7)
Facciamo nostra la preghiera di don Tonino Bello:
  • Santa Maria, donna itinerante,
    concedi alla Chiesa la gioia di riscoprire, nascoste tra le zolle,
    le radici della sua primordiale vocazione...

    Quando la Chiesa si attarda all'interno delle sue tende,
    dove non giunge il grido del povero,
    dalle il coraggio di uscire dagli accampamenti.

    Madre itinerante, come Te,
    riempila di tenerezza verso tutti i bisognosi.
    Fa' che non sia di nient'altro preoccupata che di presentare Cristo,
    come facesti con i pastori, i Magi e tanti che attendono la redenzione.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2009/2010

Messaggio da miriam bolfissimo » ven set 24, 2010 9:34 am

      • Omelia del giorno 26 Settembre 2010

        XXVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        L'uomo ricco e il povero Lazzaro
Quello di diventare ricchi non è più, oggi, un 'sogno' da bambini, che guardano alla 'favolosa' vita che conduce chi è arrivato alla ricchezza. Da quanto possiamo capire attraverso i massmedia e l'opinione pubblica è diventato la 'favola' degli adulti, che ha i suoi giornali specializzati, con tanti servizi su 'cosa fanno', 'come e dove vivono i paperoni o i vip', coloro che sono classificati come gli 'idoli' del nostro tempo, con tanta gente che cerca di imitarli o di vivere almeno nella loro ombra, senza minimamente pensare che dietro queste facciate di lusso, spesso vi è una grande povertà di cuore ed un senso di solitudine e di vuoto che a volte li porta alla disperazione, magari con il rimorso (e questa sarebbe una grazia!) di avere depredato tanta gente che, a causa della loro sfrenata ricchezza, è costretta a vivere sul marciapiede delle città. A costoro e a quanti vorrebbero essere come loro, così parla oggi il profeta Amos:
  • Così dice il Signore onnipotente: 'Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria! Essi su letti di avorio e straiati sui loro divani, mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla. Canterellano al suono dell'arpa, si pareggiano a Davide negli strumenti musicali, bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano. Perciò andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l'orgia dei buontemponi. (Amos 6, 4-7)
Dura la descrizione del ricco: una ricchezza che nulla ha a che fare con la vera ricchezza del cuore, che appartiene a quelli che Gesù chiama beati, voi, poveri in spirito! Oggi, nel mondo, per la crisi che attanaglia le grandi potenze, troppi sono costretti a misurare le necessità della vita su quanto ricevono e certamente sono costretti a privazioni che prima non conoscevano. Ormai la povertà, fino alle necessità più semplici, è di tanti. Ed è duro per tanti dovere rinunciare ad una vita da benestanti - almeno così sembrava - ed accontentarsi del poco... se basta. Ma... è vera felicità quella del ricco? O la felicità è del povero Lazzaro di cui parla il Vangelo?

Per costruire una vera felicità, che poi è ricchezza di valori nella e per la famiglia e nella società, occorre la ricchezza materiale o la ricchezza del cuore? A volte, osservando la voglia di benessere, che cerca di circondarsi di tutti i capricci che il commercio offre, un mercato senza anima, che si chiama moda, ci si rende conto che prende molti, li rende forse per un momento soddisfatti, ma non fa mai felici... è troppo poco! Ricordo la dignitosa povertà della mia famiglia, dove si viveva del necessario e non c'era posto per mode o capricci. Ma al loro posto c'era tanta pace, tanto amore, tanta moralità che era il dono della povertà, diremmo oggi della sobrietà. Si era felici del poco. Altri tempi si dirà, ma anche altra felicità e giustizia e moralità. Davvero 'beati i poveri in spirito, vostro è il regno dei cieli'... ieri, oggi e sempre.

È peccato possedere poco o tanto? Quando è esibizione sciocca del tanto che si possiede ha del grottesco, come se vivere fosse una ‘favola', ma è solo una tragica e dolorosa farsa. Ma possedere più del necessario, ossia essere in qualche modo ricco, diventa un bene quando è frutto di giustizia e fatica e, soprattutto, la ricchezza non è un 'dio' del cuore, ma un mezzo di amore. Il pericolo non è possedere, ma 'farsi possedere', diventando schiavi delle cose che passano.

Possedere da 'distaccati', da 'poveri in spirito', con il cuore libero, diventa occasione di colmare i tanti vuoti dei miseri. Diventa un bene per chi non ha. Ricordiamocelo: la ricchezza, qualunque sia, non è il bene che si deve cercare a tutti i sosti, ma un mezzo per amare. Nel Vangelo di oggi si ha la sensazione che Gesù si prenda gioco della stoltezza del ricco:
  • Gesù disse ai farisei: 'C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e bisso, e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di saziarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli Angeli in seno ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell'inferno, fra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora guardando disse: 'Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro ad intingere nell'acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: 'Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora lui invece è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Per di più tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare tra voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi.
E Gesù, quasi avvertendoci, continua:
  • Quegli replicò: 'Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: `Hanno Mosè e i Profeti, ascoltino loro. E lui: 'No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: 'Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti sarebbero persuasi'. (Mc. 16, 19-31)
Una chiara e dura lezione di quanto sia difficile liberarsi dalla schiavitù dell'avere, del benessere a tutti i costi, per fare strada alla libertà e all'amore. Affermava il grande Paolo VI, in un discorso alle conferenze dì S. Vincenzo:
  • Voi sapete che oggi si parla molto della chiesa dei poveri: è questa una considerazione circa la società religiosa, fondata da Cristo, piena di significato; bene intesa essa ci riporta alle origini evangeliche della Chiesa stessa, al disegno stesso di Dio in ordine alla salute del mondo, all'esempio indimenticabile di Gesù, Lui stesso povero e annunciatore ai poveri della sua buona novella, quando attribuisce a Sé il vaticinio di Isaia: 'Lo Spirito del Signore è su di me e mi ha mandato ad annunciare ai poveri la buona novella', e ancora quando chiamerà per primi beati e destinati al regno dei cieli, 'i poveri in spirito'.

    E di più questa apologia della povertà in seno alla Chiesa, questa rivendicazione della povertà come tesoro proprio, ci apre la vena di una spiritualità che sembra destinata a diffondersi nella coscienza cristiana del nostro tempo; essa ci ricorda come il regno di Dio, cioè il dono che Cristo porta al mondo per la sua salvezza, non è nella sfera delle cose appetibili di questa terra, e tantomeno non è una ricchezza temporale... Così il discepolo di Cristo, nella severa scuola, scorge sempre un rapporto meraviglioso tra povertà e carità'. (nov. 1964)
Leggendo la vita di Madre Teresa di Calcutta, l'apostola dei più poveri tra i poveri, si resta scossi da come amasse lasciarsi 'nutrire' da Dio, in totale povertà... anche se la missione scelta era quella di stare tra gli ultimi degli ultimi. E ciò che fa rimanere senza parole è che la Provvidenza non le facesse mai mancare nulla, poiché metteva tutto nella cura diretta di Dio. Vestiva l'abito degli ultimi - così considerato in India - e viveva tra di loro. Ma non le mancava mai il necessario per sostenere le tante opere nel mondo. Davvero questa è povertà, cioè abbandono nelle mani di Dio, che costruisce pace e santità.

Nella mia lunga vita, nel Belice e qui, ho toccato con mano come vi siano davvero persone che hanno possibilità e sanno condividerle per alleggerire il peso delle tante povertà incontrate. Donne e uomini di una generosità incredibile, che dimostra come a volte il possedere diventa motivo di carità, tanto da dover a volte frenare la generosità. Le ho sempre considerate 'la mano di Dio', che riempie le mie, perché io riempissi le mani vuote di tanti.

C'è ancora tanta generosità che non ha paura di farsi povera per dare speranza a chi non ha, ma la ritrova proprio nella loro carità. Prego perché nessuno di noi si trovi nei panni del ricco epulone che dall'inferno invoca una goccia di acqua, quando qui ne aveva in abbondanza da dissetare tanti… ma nei panni del povero Lazzaro, che riposa nelle braccia di Dio, qui e dopo. Così pregava don Tonino Bello:
  • Cari cristiani questo digiuno lasciatelo fare a noi. Ci potrà servire come mezzo per ottenere qualcosa di immediato. Voi piuttosto fatene un altro: un digiuno che sia profezia. Astenetevi non tanto da un pasto, ma dall'ingordigia, dal sopruso, dalla smania di accaparrarsi, dalle collusioni disoneste con certe forme di potere. Più che privarvi di un piatto, privatevi del lusso, dello spreco, del superfluo: ci vuole più coraggio. Più che non toccare un pane, dividete il pane: il pane delle situazioni penose dei disoccupati, degli sfruttati, dei disperati che ci stanno attorno. L'altro digiuno lasciatelo fare a noi.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2009/2010

Messaggio da miriam bolfissimo » gio set 30, 2010 10:00 am

      • Omelia del giorno 3 ottobre 2010

        XXVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Davanti a Dio siamo 'servi inutili'
È iniziato il mese che la Chiesa dedica alla recita del Santo Rosario: una preghiera che, una volta, ma anche oggi, è nelle abitudini spirituali di tantissimi cristiani. Ricordo come da ragazzo, quando non esistevano le distrazioni dì oggi, papà, ogni sera, al termine del giorno, prima di andare a dormire, radunava tutta la famiglia e insieme si recitava il S. Rosario. Era il compimento di una giornata, allora faticosa, ma felice, perché animata dalla fede. Ed era veramente bello questo modo di chiudere il giorno, come aggrappati alla 'catena che ci unisce al Cielo'. Per fortuna è la preghiera che è ancora oggi sulle labbra di tanti, ma proprio tanti.

È continuamente sulle labbra dei pellegrini che vanno a Lourdes e chiudono solennemente la giornata con la processione dei flambeaux, cantando e pregando la Vergine, che ci indica il cammino verso il Cielo. Io mi commuovo sempre e al canto 'Andrò a vederla un dì', mi prende una profonda nostalgia di Cielo, dopo il faticoso vivere qui. Scriveva Paolo VI, grande devoto del Santo Rosario:
  • Il Rosario è un'educazione alla pietà religiosa, più semplice e più popolare e al tempo stesso più seria e più autentica: insegna a unire l'orazione con le azioni comuni della giornata, santifica le nostre amicizie e le nostre occupazioni, ci abitua ad unire le parole al pensiero, alla riflessione sui 'misteri' del S. Rosario, e questi, che si presentano come quadri, come scene, come racconti, l'uno dopo l'altro, ci riportano alla visione contemplativa, alla vita e alla storia della vita di Gesù e di Maria e alla comprensione delle più alte verità della nostra religione: l'Incarnazione del Signore Gesù, la Sua Redenzione e la vita cristiana presente e futura. È una scala il S. Rosario e noi la saliamo insieme, adagio adagio, andando in su, incontro alla Madonna, che vuoi dire incontro a Gesù. Perché anche questo è uno dei caratteri del S. Rosario, ed è il più importante, il più bello di tutti, e cioè, il Rosario è una devozione che attraverso la Madonna ci porta a Cristo. Si parla di Maria per arrivare a Gesù. Ella lo ha portato al mondo. Ella ci introduce a Lui se noi saremo devoti a Lei. (10 maggio 1964)
Direi che il Santo Rosario è un atto di devozione tanto diffuso e davvero fa bene.

Ho un ricordo che la dice lunga... ebbi un giorno il privilegio di stare vicino a Giovanni Paolo II che, in macchina, doveva raggiungere l'elicottero a poca distanza. Mi attendevo qualche parola, come usiamo noi. Disse nulla, ma si raccolse nella recita del Santo Rosario, invitandomi a pregare con lui. Incredibile amore a Maria. Non una parola, ma il dono di una benedizione. Mi fu maestro: una testimonianza che ancora oggi mi accompagna. Non posso che augurare a tutti di trovare il tempo per questo momento di intimità con Maria, nostra Madre, contemplando la Sua vita con Gesù, che deve divenire anche nostra.



Deve essere stata una straordinaria esperienza quella degli Apostoli, che condividevano la vita con Gesù. Lo vedevano, stupiti, immergersi a volte nella preghiera per l'intera notte, perché 'parlare con il Padre' era familiarità desiderata, che suppone un rapporto e un dialogo come avviene tra due persone che si amano e così si sentono una 'cosa sola'.

La Sua parola non aveva nulla di nebuloso, come sono a volte le nostre che diciamo o sentiamo ogni giorno. ‘Apriva' ed 'apre' davanti a loro e noi la Parola del Padre, che diventa così come una finestra spalancata su un inaspettato spettacolo di verità e felicità. Non banali parole, come sono spesso le nostre, ma rivelazione dell'Alto.

Una Parola che contiene tutta la tenerezza del Cuore del Padre, che si manifesta agli uomini, invitandoli ad entrare nel Suo 'mondo', nella Sua Vita: a volte con l'energia e la severità di chi invita perentoriamente alla conversione, dà orientamenti, propone vere vie di vita e sempre chiede a noi creature di accoglierle nella libertà dell'amore, il più grande dei doni. Così dice il profeta Abacuc:
  • Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: 'Violenza! ' e non salvi? Perché mi fai vedere l'iniquità e resti spettatore dell'oppressione? Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese.

    Il Signore rispose e mi disse: 'Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette, perché la si legga speditamente. É una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà.

    Ecco, soccombe colui che non ha l'animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede.(Ab. 1,2-3; 2, 2-4)
Non resta a noi che saper cogliere la bellezza e verità della Parola di Dio.

L'amore, poi, di Gesù per chi soffre non ha limiti. Se trova la fede varca l'impossibile fino a far risorgere i morti. E non pesava a Gesù il Suo farsi vicino, sempre, tra la gente più disparata, ieri e oggi, ovunque, sempre in cerca dell'uomo per fargli conoscere personalmente la Buona Novella, spoglia di ogni potenza o certezza umana, ma ricca di Grazia e di Misericordia.

Ma come imitare tutto questo - si saranno chiesto gli Apostoli, e ce lo chiediamo anche noi cristiani – ogni giorno, di fronte ai tanti ciechi, alle tante povertà, che fanno ressa al nostro cuore? Come ripetere quanto faceva il Maestro, e fa ancora oggi, mandandoci ad operare il bene tra quelli che non lo conoscono più? A volte sono persistenti e così attuali anche oggi le parole del profeta Abacuc: "Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: 'Violenza! ' e non salvi?'. Viene spontanea l'affermazione degli Apostoli, citata nel Vangelo di oggi, che ha l'aria di appassionata preghiera:
  • Gli Apostoli dissero al Signore: 'Accresci in noi la fede!: Il Signore rispose: 'Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: 'Sradicati e vai a piantarti nel mare' ed esso vi obbedirebbe... quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: 'Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare. (Lc 17, 5-10)
Dio non chiede mai nulla che voglia compiere, anche i miracoli più grandi, sempre che questo rientri nella sua ineffabile volontà di bene, che è sapienza del cuore. Tutto può essere dato da Lui, se lo chiederemo nel Nome di Gesù, ma occorre almeno un ‘granellino' di fede: fede come fiducia nel Padre, che sa sempre quello che è bene per la vita eterna e quello che non lo è... ma in ogni caso renderà sempre la sua volontà efficace per il nostro bene ultimo. Così come quando, se riusciamo, facciamo del bene a qualche nostro fratello, dovremmo sempre ricordarci che il cuore aperto del fratello a riceverlo, è sempre opera Sua.

È l'avvertimento di Gesù, da non dimenticare: 'Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: 'Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare". Preghiamo così la Madonna in questo mese:
  • Madre di Gesù Cristo, io non vengo a pregare,
    non ho da chiedere, da domandare.
    Vengo, Madre, soltanto a guardarti.
    Guardarti, piangere di gioia,
    sapere che io sono tuo figlio e che Tu sei qui.
    Perché Tu sei bella, sei immacolata,
    ineffabilmente intatta, perché sei la Madre di Gesù,
    che è la Verità tra le tue braccia,
    la sola speranza, il solo frutto.
    Perché Tu sei la Donna,
    il cui sguardo va diretto al cuore
    e fa sgorgare lacrime accumulate.
    Grazie, Madre, perché esisti.
    Madre di Gesù Cristo. Grazie!


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2009/2010

Messaggio da miriam bolfissimo » ven ott 08, 2010 7:40 am

      • Omelia del giorno 10 ottobre 2010

        XXVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Ricordiamo i fratelli ‘lebbrosi’
É sconcertante quanto racconta il Vangelo di oggi: sembrerebbe non vero, ma è confermato dall'attualità di cui siamo testimoni o a volte protagonisti. Al tempo di Gesù, quanti erano considerati di pericolo alla salute pubblica venivano segregati fuori dalle mura della città, dalle autorità, che allora erano i sacerdoti del tempio. Anche perché le malattie, e tra queste la lebbra, venivano interpretate come un segno del castigo di Dio.

I lebbrosi subivano così due gravi umiliazioni. La prima era nel male, che abbruttiva l'aspetto fisico, al punto da non essere più 'presentabili' agli occhi della gente. E tutti sappiamo come noi uomini ci teniamo ad essere accolti dall'apprezzamento della gente, di chi ci guarda: una 'bella presenza' è come un biglietto di invito ad essere presente ovunque, suscitando stupore. Come pure sappiamo quanto oggi, in ogni età, si spenda per avere questo lasciapassare' della bellezza fisica...indifferenti, magari, se 'dentro', nel cuore, la nostra anima è lebbrosa' rispetto all'essere persona buona! La seconda umiliazione era la completa emarginazione dalla vita sociale. Condannati così ad una solitudine, che poteva generare solo disperazione, perché l'uomo ha bisogno dell'altro, o meglio dell'amore dell'altro, soprattutto quando soffre nel cuore o nel corpo. Basta pensare ai malati di AIDS, che vengono rifiutati, visti come un pericolo da isolare, più che come fratelli da amare di più! O ai tossicodipendenti, guardati come 'criminali', più che come vittime di se stessi e di questa nostra società, egoista e priva tante volte di valori, che ha comunicato loro il disamore alla vita stessa, e verso i quali invece si dovrebbe sentire il dovere di una 'riparazione', con una accoglienza che ridoni la voglia di vivere bene.

Gesù, invece, - e dovrebbe essere così anche per noi suoi discepoli – al contrario della mentalità corrente del suo tempo, non solo non conosce assurde ed ingiuste emarginazioni, ma va oltre, si fa vicino ai lebbrosi' di ogni genere, con amore preferenziale. Dirà un giorno: 'Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati... e Io non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva'. Così sulla sua strada si affollano ciechi, storpi, rifiutati, peccatori, lebbrosi: tutti quelli, insomma, che 'il mondo' caccia fuori dalle mura della sua città, mentre Gesù per tutti ha tenerezza, compassione, amore. Così racconta il Vangelo oggi:
  • Durante il viaggio verso Gerusalemme Gesù attraversò la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce, dicendo: ‘Gesù, Maestro, abbi pietà di noi!'. Gesù appena li vide disse: 'Andate a presentarvi ai sacerdoti'. E mentre essi andavano furono sanati.

    Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro, lodando Dio a gran voce e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano.

    Ma Gesù osservò: 'Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri dove sono? Non si è trovato chi tornasse a rendere gloria a Dio all'infuori di questo straniero?: E gli disse: 'Alzati e va', la tua fede ti ha salvato. (Lc. 17, 11-19)
L'amore, che Gesù ha per gli uomini, non si ferma mai alla guarigione della malattia del corpo. Va sempre oltre. Se così non fosse stato Gesù sarebbe passato alla storia come un medico eccezionale... troppo poco per Dio, che ama tutto di noi, e a cui, di noi, sta a cuore la bellezza che è nel cuore! Mia mamma soleva dire a noi figli: 'Non ha importanza che siate belli o intelligenti, è importante che siate buoni e belli nel cuore, là dove Dio splende con la Sua bellezza.' Il corpo oggi può essere bello, domani invecchia; così come la salute oggi c'è, domani può venir meno. Ma la salute dell'anima, la santità, vero dono di Dio, che l'uomo conquista giorno per giorno, atto per atto, nella vita quotidiana, rimane sempre ed è veramente bello' dell'uomo.

Quante volte mi è capitato di incontrare fratelli o sorelle che, volendo, almeno con il sacerdote, manifestare ciò che sentivano e come si vedevano dentro, mi dicevano: 'Faccio schifo a me stesso! Sembro agli altri bello, felice, ma che ne sanno della mia bruttezza interiore? Non è certamente un corpo a fare felice, questa è una condizione che Dio dà alle anime buone. Magari fossi capace di essere bello nel cuore! Mi sentirei realizzato!'.

A chi ‘si sente' così dico: che ci si senta tanto o poco 'sporchi' dentro, fa parte della nostra povertà: tutti siamo più o meno lebbrosi'. Ma tocca a noi avere cura della bellezza della nostra anima, più di quella del corpo. Gesù attende solo questo da noi: riconoscere la nostra miseria – ' Gesù, Maestro, abbi pietà di noi' – fiduciosi nella Sua compassione e salvezza – 'Alzati e va', la tua fede ti ha salvato' –.

È giusto, parlando di lebbrosi, rendersi conto che nel mondo questa malattia colpisce ancora... In Italia vi è una benefica organizzazione che si occupa di loro, l'AIFO, cui sono legato da tanta amicizia e a cui va oggi il nostro grazie per quanto operano. Sono volontari che seguono le orme di un grande apostolo dei lebbrosi, Raoul Follereau, ed il suo infaticabile servizio per questi malati, che egli chiamava 'la più sofferente minoranza oppressa nel mondo', e per i quali ha percorso ben 32 volte il giro del mondo! Nel 1952 indirizzò all'ONU una richiesta, in cui domandava che si elaborasse uno Statuto internazionale per i malati di lebbra e che i lebbrosari-prigione, esistenti ancora in troppi Paesi, venissero rimpiazzati con centri sanitari di cura. Il 25 maggio 1954, l'Assemblea Nazionale francese approvava tale richiesta e ne domandava l'iscrizione all'ordine del giorno dell'ONU. Tale documento è servito di base alla maggioranza delle leggi che, da allora, hanno ridonato ai lebbrosari' la libertà giuridica. Fu così che lo stesso anno Follereau fondò la Giornata mondiale dei lebbrosi - celebrata, oggi, in altri 150 Paesi (tra cui l'Italia) – che è diventata veramente un immenso appuntamento di amore, che rende agli ammalati di lebbra la gioia di essere trattati da uomini.

Ma il racconto del Vangelo di oggi sembra rimarcare come non sempre ciò che si fa per amore, come per Gesù, trova gratitudine in chi lo riceve.
  • Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro, lodando Dio a gran voce e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: 'Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri dove sono? Non si è trovato chi tornasse a rendere gloria a Dio all'infuori di questo straniero?’.
C'è una profonda vena di amarezza nelle parole di Gesù, che mettono in luce come, a volte, quando si è avuta una grazia, o aiuto, ci si scordi di chi ce ne ha fatto dono. L'ingratitudine è un vizio diffuso, che denota egoismo... mentre la gratitudine, come quella del Samaritano, onora il cuore dell'uomo. Nella vita si dovrebbe sempre dire 'Grazie' a chi ci fa il bene, sempre. È amore che si riceve e si riconosce. Ma è cosi? È bello il racconto di Naaman il Sìro, raccontato nel Libro dei Re. Naaman il Siro, malato di lebbra, obbedendo alla parola del profeta Eliseo, che gli aveva ordinato di lavarsi sette volte nel fiume Giordano guarì…
  • Tornò con tutto il seguito dall'uomo di Dio; entrò e si presentò a lui dicendo: 'Ebbene, ora so che non c'è Dio su questa terra se non in Israele. Ora accetta un dono dal tuo servo. Quegli gli disse: 'Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò. Naaman insisteva perché lo accettasse, ma egli rifiutò. Allora Naaman disse: 'Se è no, almeno mi sia permesso di caricare qui tanta terra quanta ne portano due muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dei, ma solo al Signore. (Re 5, 14-17)
Un meraviglioso esempio di come sì deve gratitudine... Anche noi, nella vita, riceviamo immensi doni dal Padre, anzi, tutto nella nostra vita è dono, anche se non ne abbiamo consapevolezza o non ci badiamo o non ce ne ricordiamo. Per questo la prima preghiera che ì genitori ci insegnavano a recitare, iniziando la giornata era:
  • Ti adoro, mio Dio, e ti amo con tutto il cuore, ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano e conservato in questa notte. Ti offro le azioni della giornata, fa' che siano tutte secondo la Tua santa volontà, per la maggior Gloria tua. Preservami dal peccato e da ogni male. La Tua Grazia sia sempre con me e con tutti i miei cari.
E chiudendola:
  • Ti adoro, mio Dio, e ti amo con tutto il cuore, ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano e conservato in questo giorno. Perdonami il male che oggi ho commesso e se qualche bene ho compiuto accettalo. Custodiscimi nel riposo, la Tua Grazia sia sempre con me e con tutti i miei cari.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2009/2010

Messaggio da miriam bolfissimo » ven ott 15, 2010 9:49 am

      • Omelia del giorno 17 ottobre 2010

        XXIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Pregate sempre, senza stancarvi!
Quello che ci offre la Chiesa, oggi, da meditare, per dare 'senso' alla nostra vita, è proprio la preghiera. E ci offre subito un esempio di concreta preghiera nella lettura dell'Esodo:
  • In quei giorni Amalek venne a combattere contro Israele a Refidim. Mosè disse a Giosuè: ‘Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalek. Domani io starò ritto sulla cima del colle con in mano il bastone di Dio. Giosuè eseguì quanto gli aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalek, mentre Mosè, Aronne e Cur salirono sulla cima del colle. Quando Mosè alzava le mani, Israele era il più forte, ma quando le lasciava cadere, era più forte Amalek poiché Mosè sentiva pesare le mani dalla stanchezza, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l'altro dall'altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole Giosuè sconfisse Amalek e il suo popolo (Es. 17, 8-13).
Sappiamo tutti che la preghiera è davvero il modo di dialogare addirittura con Dio. Incredibile solo a pensarci! ...noi che conosciamo per esperienza quanto sia difficile trovare 'un potente' che ci ascolti. Non hanno mai tempo o, forse, siamo poca cosa aì loro occhi... contiamo niente. Non così per Dio, l'Onnipotente! La preghiera è, a volte, contemplare e ascoltare Dio, a volte aprire il nostro cuore a Lui, a volte depositare nel Suo Cuore chi o ciò che ci sta davvero a cuore.... è, insomma, un 'vivere insieme' la nostra esperienza di vita.

Per pregare non intendo certamente un 'ripetere' formule o parole, senza la partecipazione della fede e dell'amore. Quando il nostro è solo un 'parlare a Dio' senza confidenza e amore, sentendoci davvero alla Sua Presenza, non possiamo sicuramente ritenere di pregare, nel senso più vero e profondo del termine. Una vera preghiera è un 'modo di essere', di 'stare davanti a Dio', come Mosè: richiede anzitutto silenzio interiore, che faccia strada alla parola e ancor più all'ascolto. Lo sanno bene le persone di fede quanto sia importante la preghiera, per vivere alla Presenza di Dio in continuità... come se non ci fosse stacco tra la vita concreta e i 'momenti' propri della preghiera, tanto che tutto diventa preghiera, anche il lavoro. Così oggi Gesù parla a noi:
  • Gesù disse ai discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarci. 'C'era in una città un giudice che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella città c'era anche una vedova che andava da lui e gli diceva: 'Fammi giustizia contro il mio avversario. Per un certo tempo, egli non volle, ma poi disse tra sé: 'Anche se non temo Dio e non ho rispetto per nessuno, poiché questa vedova è così molesta, le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi. E il Signore soggiunse: 'Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano ogni giorno verso di Lui e li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? (Lc. 19, 1-8)
Il Signore ci offre un'indicazione di vita: 'Pregate sempre, senza stancarvi!'. E un richiamo, che ci fa meditare, se diamo uno sguardo a come oggi si vive, per lo più con poca o nessuna fede e rapporto con il Padre: 'Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?'. Dobbiamo interrogarci: Preghiamo? Quanto preghiamo? Quale contenuto ha la nostra preghiera?

Mi ricordo che un giorno, incontrando quel grande vescovo di Torino, che era il Cardinal Ballestrero, mi chiese a bruciapelo: 'Quanto tempo date alla preghiera?'. ‘Abbastanza' risposi. 'Un vescovo, se vuole davvero fare bene la sua missione deve dare alla preghiera almeno tre ore al giorno'. Può sembrare un tempo lungo, ma, quando si esperimenta il valore dello stare davanti a Dio e dialogare o lodare o intercedere o, semplicemente, 'stare', il tempo scorre veloce. "Naturalmente non si può giungere a Dio fisicamente, ma rivolgendogli le forze dell'anima: la mente, la volontà e le percezioni del cuore, mediante la purificazione della coscienza e la pratica dell'incessante preghiera, senza la quale non esiste nessun altro mezzo e nessun'altra possibilità reale per entrare nella regione della luce di Dio" (Schimonaco Ilarion).

Chi ama non conta mai il tempo che ha per stare insieme alla persona cara e trasmettere il suo cuore. Non pesano, non danno fastidio le ore che si trascorrono insieme, anzi. Quando ci si lascia, pare sia trascorso un minuto e si prova con la gioia anche un poco di tristezza e il desiderio di incontrarsi di nuovo presto. È quello che vivono non solo i santi, ma quanti hanno imparato a pregare e sanno contemplare o parlare con Dio.

Madre Teresa di Calcutta, per esempio, nonostante la grande fatica che affrontava ogni giorno nel recuperare i moribondi nelle vie di Calcutta, per portarli a casa, pulirli e curarli, dava ampio spazio alla preghiera e chiese alle consorelle di dedicare ogni giorno almeno un'ora di adorazione a Gesù Eucaristia, perché solo così... la fedeltà agli ultimi era assicurata!

Pregare è davvero l'arte di chi 'vede', 'incontra' Dio nella vita, non si stancherebbe mai dal trovare felicità, forza di sperare di fronte ad ogni ostacolo, nel fissare gli occhi sul Suo Volto, come facciamo noi quando vogliamo bene, ma veramente bene a qualcuno. Tante volte mi chiedo quale potrebbe essere il senso della vita quotidiana senza preghiera, senza la Presenza del Padre. Penso sia l'infelicità o l'amarezza di troppi. Dobbiamo, ripeto, imparare non tanto e solo le formule delle preghiere, ma vivere la parola con parole nostre, con le nostre emozioni, pensieri, preoccupazioni: lasciare che il nostro cuore parli a Dio. Così ci interpella Paolo VI:
  • Si prega oggi? Si avverte quale significato abbia l'orazione nella nostra vita? Se ne sente il dovere? Il bisogno? La consolazione? La funzione nel quadro del pensiero e dell'azione? Quali sono i sentimenti spontanei che accompagnano i nostri momenti di preghiera? La fretta? La noia? La fiducia? L'interiorità? L'energia morale? Ovvero anche il senso del mistero? Luci e tenebre? L'amore finalmente?

    Dovremmo innanzitutto tentare, ciascuno per conto nostro, di fare questa esplorazione, e di coniare per uso personale una definizione della preghiera. E potremmo proporcene una molto elementare: è un dialogo, una conversazione con Dio.

    E subito dipende dal senso di presenza di Dio che noi riusciamo a rappresentare al nostro spirito, sia per un istinto naturale, sia per un atto di fede. Il nostro è un atteggiamento come quello di un cieco che non vede ma sa di essere davanti a un Essere reale, personale, infinito, vivo, che osserva, ascolta, ama l'orante. Allora la conversazione nasce. Un Altro è qui e quest'altro è Dio. Se mancasse questa avvertenza che Dio è qui, la nostra preghiera si effonderebbe in un monologo. Ma non deve essere così per noi, che sappiamo che la preghiera è l'incontro con Dio, una comunicazione possibile ed autentica. (14.02.1973)
Restano infine da meditare le dure e dolorose parole di Gesù: 'Il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?’. Se guardiamo all'ondata di materialismo oggi trionfante, ci viene da pensare che forse ne troverebbe poca, di fede. Ed è naturale, logico: quando tutta la nostra 'fede' è riposta nelle cose senza vita, nei beni materiali, è molto difficile lasciare 'spazio' a Dio. Che non sia così per noi! Vorrei saper pregare con le parole di Charles De Foucauld:
  • Padre mio, io mi abbandono a Te, fa' di me ciò che ti piace.

    Qualsiasi cosa Tu faccia di me, io Ti ringrazio.

    Sono pronto a tutto, accetto tutto, perché la Tua volontà
    sia fatta in me e in tutte le creature.

    Non desidero altro mio Dio.

    Ed è per me una necessità d'amore, donarmi e rimettermi nelle Tue mani,
    senza misura e con infinita fiducia, perché Tu sei mio Padre.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven ott 22, 2010 10:34 am

      • Omelia del giorno 24 Ottobre 2010

        XXX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Ottobre è il mese che la Chiesa dedica alla missione
È necessario continuare ad evangelizzare, ripetendo che ogni uomo, nessuno escluso, non è 'totalmente uomo', creatura di Dio, se non è illuminato e sostenuto dalla stupenda verità che Gesù ha condiviso con i Suoi, cioè la Buona Novella del Vangelo: siamo tutti amati dal Padre e Lui attende il nostro amore.

Una verità che non è solo conoscenza, ma deve diventare esperienza di vita. È il Volto di Dio che vuole diventare volto dell'uomo, o, ancora meglio, la vita che diviene Sua trasparenza. Ma tanti - anche tra di noi, che ci chiamiamo cristiani, superficialmente, troppo superficialmente -non sanno afferrare l'urgenza "di questo Annuncio, dell'evangelizzazione per l'umanità e... anche per la nostra Italia.

In questo mese è doveroso pensare ai tanti nostri missionari che senza badare ai sacrifici, condividendo la povertà di tanti, mettendo in conto il pericolo di sacrificare la vita, portano l'amore di Dio in terre lontane e spesso pericolose. Ma proprio il ricordarli ci deve spingere ad altrettanta generosità, iniziando la missione evangelizzatrice nelle nostre famiglie, nelle comunità, ovunque.... senza false paure! Scrive il Santo Padre per questo mese:
  • Una fede adulta, capace di affidarsi totalmente alla Parola di Dio e allo studio delle verità della fede, è condizione per poter promuovere un umanesimo nuovo, fondato sul Vangelo di Gesù. Vogliamo vedere Gesù' è la richiesta che alcuni greci...presentano all'apostolo Filippo. Essa risuona anche nel nostro cuore in questo mese di ottobre, che ci ricorda come l'impegno e il compito dell'annuncio evangelico spetti a tutta la Chiesa, missionaria per sua natura e ci invita a farci promotori della novità della vita, fatta di relazioni autentiche, in comunità fondate sul Vangelo. In una società multietnica che sempre più presenta e sperimenta forme di solitudine e di indifferenza preoccupanti i cristiani devono imparare ad offrire segni di speranza e divenire fratelli universali.
La Parola di Dio di questa domenica indica la via maestra per diventare davvero portatori della Gioia del Vangelo, facendone partecipi i nostri fratelli - vera essenza della missione – e cioè l'umiltà: "CHIUNQUE SI ESALTA SARÀ UMILIATO E CHI SI UMILIA SARÀ ESALTATO".

La Parola di Gesù pare diretta al nostro tempo in cui si assiste alla follia dell'uomo che si esalta. Facile notare come nei discorsi il pronome che più si evidenzia sia 'io', con la voglia di mettersi in mostra, di 'contare', senza più la capacità di 'guardarsi dentro' e riconoscere il 'poco' che siamo. Sembra ripetersi all'infinito, nella storia dell'uomo, la tentazione che in origine portò i nostri progenitori a disobbedire a Dio, per... diventare come Lui.

È da quel momento che è iniziata la storia nefanda dell'uomo, che ha perso la misura della propria condizione di semplice creatura, facendo di tutto per 'sentirsi onnipotente'.... senza più pensare che è ben altra la 'vera immagine divina', che deve coltivare dentro di sé e davanti agli occhi di Dio. Così oggi Dio ci parla attraverso il Libro del Siracide:
  • Il Signore è giudice e per Lui non c'è preferenza di persone. Non è parziale a danno del povero e ascolta la preghiera dell'oppresso. Non trascura la supplica dell'orfano, né della vedova, quando si sfoga nel lamento. Chi la soccorre è accolto con benevolenza, la sua preghiera arriva fino alle nubi. La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finchè non sia arrivata; non desiste finchè l'Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l'equità. (Sir. 35, 15b-17.20-22a)
E se c'è qualcosa che provoca naturalmente fastidio è proprio quel darsi delle arie, o superbia, che incontriamo sulle nostre strade. Doveva dare 'fastidio' anche a Gesù, sempre tanto umile in tutto –ed era Figlio di Dio! – avere a che fare con tanti che, come oggi, cercavano di esibire ciò che non è certamente la vera grandezza dell'uomo, l'esteriorità.

Più una persona è davvero interiormente 'grande' e più tace o cerca di nascondersi, come a non farsi notare. Chi è davvero umile non si dà arie, ma anzi ha la netta percezione di essere l'ultimo. Quanta gente umile, che non ha 'mostrato' la sua importanza o posizione, ho avuto modo di conoscere ed ammirare. La loro modestia, questo quasi sentirsi 'inferiori' a tutti li corazzava di un grande silenzio, che però illuminava, senza che loro stessi se ne accorgessero. Gesù, oggi, evidenzia con chiarezza i due atteggiamenti dell'umile e del superbo. Così parla:
  • In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l'intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: 'Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: 'O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo'.

    Il pubblicano, invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: 'O Dio, abbi pietà di me peccatore'.

    Io vi dico: questi, a differenza dell'altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato. (Lc. 18, 9-14)
Tutto nel fariseo indica una sorta di colloquio alla pari con Dio: la posizione eretta del corpo, e soprattutto la preghiera snocciolata tra sé e sé, come incensasse... se stesso! Quest'uomo non solo non sta pregando Dio, ma potremmo dire che... non sta proprio pregando!!! Semplicemente sta esaltando se stesso a se stesso, s'inchina all'idolo della sua presunta giustizia: il suo io. Si autoconvince della propria 'superiorità' e, come avvallo di tutto, considera il 'suo' digiunare e fare l'elemosina. Un quadro che sa di molto narcisismo.

Ben diverso è l'atteggiamento del pubblicano: il suo quasi non osare di alzare gli occhi al cielo e le scarne parole, in cui vi è tutta la consapevolezza di essere peccatore, quindi... nessuno! Ma è proprio questa preghiera che commuove il Cuore di Dio. Gesù davvero dipinge un'immagine della differenza tra colui che è pieno di se stesso, incapace di ‘perdersi', guardando la santità di Dio, e di chi, avendo coscienza della sua realtà di peccatore agli occhi di Dio, 'si abbandona' a Lui. Diceva il nostro caro Paolo VI:
  • Non abbiamo la sapienza - e si chiama umiltà - di chiamarci creature. Perciò manchiamo di senso religioso e morale, di timor di Dio. Manchiamo di capacità e spesso di volontà di riconoscere la trascendenza divina che darebbe a tutto il nostro pensiero la visione della proporzione, dei valori, la voglia di pregar e sperare, la gioia vera di vivere.

    Noi parliamo di noi stessi come fossimo padroni della nostra vita e non soltanto responsabili del suo impegno. Ci chiudiamo nell'ambito della nostra esperienza domestica, sociale, senza avvertire che tutto il nostro essere, il nostro vivere ha e deve avere un'apertura verso il divino. E così il senso che abbiamo di noi stessi ci appaga, anche se è privo dei rapporti con l'universo, con Dio.

    Siamo egoisti e perciò orgogliosi e presuntuosi. Se avessimo il senso delle proporzioni vere e totali del nostro essere, avremmo maggiore entusiasmo di ciò che siamo realmente, e saremmo meravigliati di tutto dovere a Dio, Datore di ogni bene.

    La piccolezza nostra e la grandezza di Dio formerebbero i poli del nostro pensiero e, sospesi tra il nulla della nostra origine e il tutto del nostro fine, comprenderemmo qualche cosa del grande e drammatico poema della nostra vita. (15-08-1957)
Meditando sulla grande virtù dell'umiltà, sfilano nei ricordi della mia vita tanti esempi di 'grandi santi', la cui grandezza appariva proprio dalla loro semplicità. Voglio solo ricordare l'incontro con Madre Teresa di Calcutta. Un giorno, un giovane, ammirato dalla sua 'notorietà', le chiese press'a poco così: 'Madre, cosa si sente nel vedersi ammirata per la sua grandezza spirituale?'. ‘Mi sento quello che veramente sono davanti a Dio, un nulla di fronte a Lui. Quello che opero non sono mie opere, ma Sue. Io sono solo la matita tra le mani di Dio, di cui Lui si serve per compiere grandi cose'.

Era come risentire il cantico di Maria Santissima, nella sua visita a santa Elisabetta, dopo l'annuncio dell'Angelo, chiamata a essere madre del Figlio di Dio: 'Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente, perché ha guardato all'umiltà della Sua serva, Santo è il Suo Nome.' Cosi pregava S. Francesco di Sales, per chiedere l'umiltà:
  • Ricordati, dolcissima Vergine, che tu sei mia Madre e io tuo figlio,
    che tu sei potente e che io sono un misero uomo.

    Ti supplico, dolcissima Madre, di assistermi
    e di difendermi in tutto ciò che faccio.

    O Vergine bella, davanti al tuo incanto, Dio non resiste
    perché il tuo amatissimo Figlio ti ha dato ogni potere in cielo e in terra.

    Non dirmi che non devi, perché sei la Madre comune
    di tutti gli uomini fragili e sei la mia in modo singolare.

    Vergine dolcissima, perché tu sei mia Madre e sei potente,
    come potrei scusarti se tu non mi offrissi il tuo aiuto e la tua tenerezza?

    Per l'onore e per la gloria del tuo Figlio divino
    accettami come tuo figlio senza considerare i miei peccati e le mie miserie.

    Libera la mia anima e il mio corpo da ogni male:
    donami tutte le virtù, soprattutto l'umiltà.

    Arricchiscimi di tutte le virtù e di tutte le grazie,
    nel nome del tuo Diletto Figlio, Gesù Cristo. Amen


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2009/2010

Messaggio da miriam bolfissimo » gio nov 04, 2010 3:19 pm

      • Omelia dei giorni 1-2 novembre 2010


        Tutti i Santi (Anno C)



        Vocazione del cristiano, la santità
Questo mese, per la Festa di tutti i Santi e la Commemorazione dei defunti, ci offre la necessaria riflessione sul fine ultimo della nostra vita: dalla morte alla Vita. Così scrive san Giovanni apostolo:
  • Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre, di essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente. La ragione per cui il mondo non ci conosce è perché non ha conosciuto Lui. Carissimi, fin d'ora noi siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando Egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui, perché Lo vedremo così come Egli è. Chiunque ha questa speranza in Lui, purifica se stesso come Egli è puro. (I Gv. 3,1-2)
E, sempre Giovanni, nell'Apocalisse dice:
  • Dopo ciò apparve una moltitudine immensa che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. E tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello, avvolti in vesti candide e portavano palme nelle mani e gridavano a gran voce: "La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all'Agnello. (Ap. 9, 10)
Questa visione di una 'moltitudine immensa', che passa sotto i nostri occhi, a prima vista può sembrarci esagerata, se consideriamo con superficialità, secondo il nostro povero punto di vista, quanto ci sembrino pochi coloro che hanno a cuore una vita vissuta con la dignità di quella moltitudine. Facile anche solo vedere un'umanità per lo più indifferente a quello che l'attende dopo la morte!

Entrando nei cimiteri, in questi giorni, si ha come l'impressione, per molti, di una fugace visita, che vuole certamente essere ricordo di chi era tra noi, ha vissuto e condiviso tutto con noi; e, per chi ha vissuto gomito a gomito con amore, la morte appare un assurdo, incomprensibile distacco da chi ora non c'è più... ma, per gli uni e per gli altri, vi è la consapevolezza, che tutto ciò deve essere... per un momento, poi... la vita continua!

Dovremmo sapere tutti che la vita non è un dono qualsiasi, ma è il Dono di Dio per eccellenza, che ha sicuramente un futuro nell'eternità. Vivere dovrebbe essere, nella coscienza di tutti, camminare verso quel giorno quando finirà la nostra esperienza terrena, ma inizierà quella con Dio e la 'moltitudine' di cui parla Giovanni. Se c'è una stoltezza inammissibile in tanti è quella di 'vivere' senza pensare a ciò che ci attende. Mentre per il credente la saggezza è vivere preparandosi per trasferirsi alla sua vera Casa, il Cielo: l'esistenza terrena può essere più o meno lunga, ma alla fine si sa di tornare a Casa, dove il Padre ci attende.

È dunque giusto e sapiente, in questa Solennità dei Santi e nella Commemorazione dei nostri defunti, quando, chinandoci sopra le tombe dei nostri cari, contempliamo il severo Mistero della morte, che è di tutti, interrogarci su ciò che ci attende dopo... Non è possibile che tutto di noi finisca li, sotterrato sotto una manciata di terra. Come non è possibile possa finire nel mesto ricordo di un momento, il vincolo di amore che ci ha uniti in vita con chi ora non è più tra noi. Non ha senso costruire 'qui' un amore, che non abbia dimensioni di eternità, anche se c'è chi considera la vita solo come 'un diario' da affidare a chi resta e non come il prologo della vita eterna.

La ricerca del 'senso' della vita è un percorso a volte lungo e accidentato, ma soprattutto assolutamente personale, che chiama in causa ogni singolo uomo, che non deve però essere mai lasciato solo in questo cammino: la preghiera, l'amicizia sincera lo possono sempre sostenere...

La vita - credo tutti dovremmo.'avvertirlo' nell'esperienza quotidiana - è una seria responsabilità. Pensiamo alla fatica di chi cerca di crescere bene, secondo i disegni di Dio: la fatica quotidiana di una mamma in casa; la fatica di un padre di famiglia, per essere sostegno morale e materiale per i suoi cari; la fatica della 'ricerca' nei giovani e degli educatori che li affiancano; la fatica di un missionario, di un prete, di una suora che si sono consacrati per intero a Dio; la fatica dei malati nell'accettazione della sofferenza.

È l'esperienza del 'sentirsi' pellegrini sulla terra, in mezzo a tante difficoltà e incognite, puntando diritti là dove Dio vuole si arrivi: la santità, che domani darà il diritto di partecipare alla ‘moltitudine', descritta da Giovanni, 'avvolti in candide vesti, portando palme nelle mani e gridando a gran voce', ciò in cui sempre si è creduto: 'La salvezza appartiene al nostro Dio e all'Agnello'.

Forse alcuni provano un certo disagio di fronte alla parola 'SANTITÀ', ma i nostri fratelli nella fede si definivano ‘santi', solo perché erano consapevoli di appartenere a Chi è la Santità: Dio. “Tutti i fedeli - afferma il Concilio - di qualsiasi stato o grado, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità... I coniugi e genitori cristiani, seguendo la propria via, devono con costante amore sostenersi a vicenda nella grazia per tutta la vita e istruire nella dottrina cristiana e nelle virtù evangeliche la prole che amorosamente hanno accettato da Dio. Così infatti offrono a tutti l'esempio di un amore instancabile e generoso, edificando il fraterno consorzio della santità" (Lumen Gentium 41).

Credo che tutti noi, in questi giorni in particolare, andremo a trovare i nostri cari che sono tornati a Dio. Troveremo coloro che hanno condiviso con noi la vita, troveremo tanti, ma tanti, amici, con cui abbiamo cercato di dare il vero 'senso' alla nostra esistenza. Non sono ricordi che solo per un momento riallacciano rapporti: i nostri cari, i nostri amici non sono perduti... hanno solo cambiato dimora! E ora, che sono in Cielo - a Dio volendo - continuano ad 'esserci presenti' e ci offrono un amorevole consiglio, che non mentisce più: 'SIATE SANTI!'.

Cosi don Tonino Bello pregava Maria Santissima, pensando alla morte:
  • Quando giungerà anche per noi l'ultima ora,
    e il sole si spegnerà sui barlumi del crepuscolo,
    mettiti accanto a noi perché possiamo affrontare la morte.

    È un'esperienza che hai fatto con Gesù,
    quando il sole si eclissò e si fece gran buio sulla terra.
    Questa esperienza ripetila con noi.

    Piantati sotto la nostra croce, sorvegliaci nell'ora delle tenebre,
    infondici nell'anima affaticata la dolcezza del sonno.
    Se tu ci darai una mano, non avremo più paura di lei...

    Anzi l'ultimo istante della nostra vita
    lo sperimenteremo come l'ingresso nella cattedrale della luce
    al termine di un lungo pellegrinaggio, con la fiaccola accesa.

    Giunti sul sagrato, dopo averla spenta, deporremo la fiaccola.
    Non avremo più bisogno della luce della fede,
    che ha illuminato il cammino.

    Oramai saranno gli splendori del tempio
    ad allargare di felicità le nostre pupille.
E vorrei ancora aggiungere una breve riflessione di Paolo VI sui defunti:
  • Vi invitiamo oggi ad uscire con la memoria dal mondo dei vivi ed a fare, come è costume in questo mese, una visita al mondo dei nostri cari defunti, a tutta l'umanità trapassata dalla scena del tempo a quella dell'esistenza fuori del tempo. Visitando i cimiteri ci fa riflettere alla inesorabile caducità della vita presente; ed è questa una formidabile lezione anche se l'effetto pratico può essere ambiguo, stimolando in chi non riflette un'ansia maggiore di vivere la vita presente, ma crescendo invece nei credenti la sapienza per il buon uso di ogni valore, del tempo durante la nostra effimera attuale giornata terrena. É una scuola di alta filosofia questa sosta sui sepolcri umani.

    Anche per due altre ragioni: per compiere un dovere di memoria e di riconoscenza verso chi ci ha lasciato un'eredità, quella della vita specialmente, e poi tante altre, dell'amicizia, della cultura, del sacrificio forse. Dimenticare non è umano, non è saggio.

    L'altra ragione perché la memoria dei defunti non è soltanto una rimembranza, è una celebrazione della loro sopravvivenza, dell'immortalità della loro anima, anche se tanto velata di mistero; è un contatto con una comunione viva e commovente con coloro i quali 'ci hanno preceduti con il segno della fede e dormono il sonno della pace'.

    In Cristo poi li possiamo in qualche modo raggiungere, i nostri morti, che in Lui sono vivi. In Cristo continua la CIRCOLAZIONE DELL'AMORE. La nostra vita 'ecco, io vi dico un mistero' (S. Paolo ai Corinti) riprenderà. Ora si trova in una fase di dissociazione che disintegra il corpo, e lascia superstite l'anima, ma questa è priva dello strumento naturale per le sue facoltà normali. Un giorno, se qui siamo inseriti in Cristo, il nostro corpo risorgerà, ricomposto, perfetto e felice.
    Non è vano pensare così: è vero, è pio, è consolante. Lo sguardo del passato si volge al futuro, verso l'aurora del ritorno di Cristo. Per questo riflettiamo e preghiamo per i nostri defunti e, ricordando ciò che ci attende, preghiamo per noi vivi.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2009/2010

Messaggio da miriam bolfissimo » ven nov 05, 2010 8:51 am

      • Omelia del giorno 7 novembre 2010

        XXXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi
Quante volte Gesù ha dovuto con pazienza far capire agli uomini del suo tempo verità che vanno oltre questo nostro fragile mondo. E credo che succeda anche a noi di 'fare resistenza', non essendo certamente diversi dal pubblico che seguiva il Maestro. Non sempre veniva, né viene capito: incredibile! A volte era addirittura contestato, come uno che - forse diremmo anche noi - 'afferma cose dell'altro mondo!!'. Ma erano proprio 'dell’altro mondo' quelle che il Figlio di Dio non solo annunciava, ma rendeva stupenda Verità.

Una di queste 'verità dell'altro mondo' è la resurrezione, ossia la certezza che, in virtù della Sua Resurrezione, tutti a suo tempo risorgeremo. Una verità a cui forse anche noi pensiamo poco, ma che è il grande valore della vita.

Che senso avrebbe, infatti, sperimentare, nascendo, la vita, se tutto, ma proprio tutto, finisse con la nostra morte? Che senso la bontà, la gioia, le fatiche e le ansie, il nostro 'affannarci', se poi tutto si rivelasse solo una breve, molto breve, e tante volte infelice esperienza su questa terra? D'altra parte, se affrontiamo la vita, sicuri che un giorno, con la morte, non solo non finirà, ma finalmente ne conosceremo in pienezza la ragione, entrando in una vita eterna, che sarà veramente la verità del nostro 'essere venuti al mondo', non possiamo non viverla già 'qui' con consapevolezza, responsabilità e serietà.

Ma chi ci pensa? Si ha come la sensazione che si viva spesso alla giornata, come se un 'domani' non esistesse. Almeno una volta, sinceramente, ce lo siamo chiesto che sarà di noi dopo la morte? Soprattutto noi cristiani dovremmo possedere la certezza che in virtù della resurrezione di Gesù risorgeremo. Lo professiamo nel 'Credo nella resurrezione della carne e nella vita eterna'.

Una verità che ha anche un riscontro 'umano' e possiamo quasi 'toccare con mano' nelle visite ai nostri morti, al Cimitero: si ha come l'impressione che i nostri defunti possano sentirci e noi dialoghiamo con loro, con sicurezza, così come ogni giorno li pensiamo, continuiamo ad amarli, come facessero ancora parte della nostra vita. Ma se non ci fosse la certezza e la verità della resurrezione, che senso avrebbe dialogare con loro? Non sono 'impressioni', 'sensazioni', 'fantasie'. É la verità: i nostri cari sono vivi.

Un altro pensiero che dovrebbe accompagnarci è: 'Come sarà trasformata questa vita, dopo la morte? Che forma prenderà?'. Sono le stesse domande che alcuni sadducei posero a Gesù.
  • In quel tempo si avvicinarono a Gesù alcuni sadducei, i quali negano che vi sia la resurrezione, e posero a Gesù questa domanda: 'Maestro, Mosè ci ha prescritto: se a qualcuno muore un fratello che ha moglie, ma senza figli, suo fratello si prenda la vedova e dia una discendenza al proprio fratello. C'erano dunque sette fratelli: il primo dopo avere preso moglie morì, senza figli. Allora la prese il secondo, poi il terzo e così tutti e sette, e morirono senza lasciare figli. Da ultimo anche la donna morì. Questa donna, nella resurrezione di chi sarà moglie, poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie?: Gesù rispose: 1figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito, ma quelli che sono giudicati degni dell'altro mondo, non prendono moglie o marito e nemmeno possono più morire, poiché sono simili agli angeli e, essendo figli della resurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgono, lo ha indicato Mosè a proposito del roveto quando chiama il Signore Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi, perché tutti vivono in Lui (Lc. 20, 27-38).
Il quesito posto a Gesù fila se si ragiona con il metro di questo mondo, ossia quando si inquadra la vita di un uomo come qualcosa che viene solo da questa terra e, quindi, non può avere più senso al di fuori di essa. Questo ragionare mostra tutta la 'piccolezza' del nostro pensiero, che giunge a porre dei limiti terribili alla nostra stessa vita, privandola del futuro.

Ma se così fosse che senso ha il lavoro che facciamo, la politica, la ricerca scientifica, lo sport e tutto ciò che, in sé, non può condurre alla resurrezione, ma dovrebbero essere - per chi ha fede - 'dei passi' verso il vero senso di un dono grande, immenso, che è la vita? Se riflettiamo in profondità e se viviamo bene, questa è un forziere di doni e anche di difficoltà, ma non può certamente concludersi con la morte.

La morte, per noi cristiani, è 'un transito', un passaggio... e, perché questo 'passaggio' di chi ci lascia sia un ingresso nella felicità del Paradiso, offriamo tanta, ma tanta preghiera. Quale grande dono è la fede nella resurrezione! Abbiamo mai ringraziato il Padre per questo dono? Penso che sia davvero necessario che tutti abbiamo consapevolezza, non solo del valore della vita, ma della sua ragione, del modo di 'usarla', come 'strumento' per la resurrezione.

Mi viene tante volte da pensare ai tanti fratelli e sorelle che, chiamati da Dio, voltano le spalle al mondo e fanno dono della vita a Lui, vivendo ora già quello che domani vivranno in pienezza. È sotto questo profilo che comprendiamo la vita di tante donne che vivono in clausura, come se il mondo non esistesse più, o di tanti preti, consacrati religiosi, suore che vivono 'fuori dal mondo', operando nel mondo, con il pensiero sempre rivolto al Cielo, così che tutto quello che fanno è davvero un 'cammino' verso Dio. Penso a tanti martiri, che erano felici dì morire 'perché vedevano i cieli aperti', come cantava S. Lorenzo, davanti a terribili supplizi - ieri ed oggi-. Fa davvero impressione come potessero considerare la loro condanna a morte come un sospirato incontro con Dio.

Ed è il pensiero che accompagna anche oggi, tempo di materialismo, tanti cristiani a vivere il grave compito della vita, come un camminare verso il Cielo. Quanti ne ho conosciuti. D'altra parte se non ci fosse la certezza della resurrezione, che sapore avrebbe il vivere? Occorrerebbe impostare la nostra vita come la descrive 'la lettera a Diogneto', un classico di sapienza:
  • I Cristiani vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini, e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è la loro patria e ogni patria è straniera. Si sposano come tutti, generano figli, ma non gettano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Sono nella carne, ma vivono senza la carne. Dimorano sulla terra, ma la loro cittadinanza è in cielo. Obbediscono alle leggi, ma con la loro vita superano le leggi. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto e di tutto abbondano.... A dirla in breve, come è l'anima nel corpo così nel mondo sono i cristiani. L'anima abita nel corpo, ma non è del corpo. I cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo. La carne odia l'anima e la combatte pur non avendo ricevuto ingiuria, perché impedisce di prendersi dei piaceri. L'anima è racchiusa nel corpo, ma essa sostiene il corpo: anche i cristiani sono nel mondo come in una prigione, ma essi sostengono il mondo. L'anima immortale abita in una dimora mortale, così anche i cristiani vivono come stranieri tra le cose che si corrompono, aspettando l'incorruttibilità nei cieli (Lettera Diogneti, V. VI)
È una lettera scritta nel II secolo d.C. Un gioiello di sapienza, che dovrebbe essere modello per chi vuole aspirare alla resurrezione, 'sentendosi protagonisti sulla terra, ma come stranieri a questo mondo'. Può sembrare a chi ha poca fede e vive alla giornata, un modello di vita impossibile....ma non lo era e non lo è per chi davvero in una vita di fede, opera con lo stesso Spirito. Bisogna ritrovare il nostro 'cuore di fanciullo', come pregava Grandmaison:
  • Santa Maria, Madre di Dio,
    conservami un cuore di fanciullo
    puro e limpido come acqua di sorgente.

    Ottienimi un cuore semplice
    che non si ripieghi ad assaporare le proprie tristezze.
    Ottienimi un cuore magnanimo facile alla compassione.

    Un cuore fedele e generoso
    che non dimentichi alcun bene
    e non serbi rancore per alcun male.

    Donami un cuore dolce ed umile,
    che ami senza esigere di essere riamato,
    contento di scomparire in altri cuori,
    sacrificandosi davanti al tuo divin Figlio.

    Dammi un cuore grande ed indomabile,
    così che nessuna ingratitudine
    lo possa chiudere e nessuna indifferenza lo possa stancare.

    Dammi un cuore tormentato
    dalla gloria di Gesù Cristo,
    ferito dal Suo Amore,
    con una piaga che non si rimargini se non in cielo.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2009/2010

Messaggio da miriam bolfissimo » ven nov 12, 2010 8:15 am

      • Omelia del giorno 14 novembre 2010

        XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Il giorno della verità
In questi ultimi tempi assistiamo ad un ripetersi drammatico di catastrofi, che ci fanno chiedere se non stia giungendo la fine del mondo. Sappiamo tutti che il nostro pianeta è in continuo movimento e trasformazione e ormai è un dato di fatto, scientificamente dimostrato, che l'uomo sta facendo di tutto per squilibrare ulteriormente l'ordine insito nella natura. Basti pensare ai danni ecologici, per i veleni che le opere dell'uomo emettono nell'atmosfera, nelle acque e sulla terra, che invece dovrebbero essere rispettate. Basti pensare agli arsenali che, in tante nazioni, custodiscono bombe dai potenziali altamente distruttivi. Si afferma che sono così tante e di tale potenza, che potrebbero mettere fine all'esistenza del pianeta. Una 'fine del mondo', quasi programmata, insensatamente... al punto che si è iniziato un processo di 'distruzione' delle stesse... o almeno si spera! Ma ci sono tante altre manifestazioni da 'fine del mondo': frane, alluvioni, incendi, terremoti... anche questi molte volte causati, più che dalla natura, dall'incuria dell'uomo.

Si fatica a pensare che forse il futuro può dipendere anche dalla nostra capacità di 'abbandonare', o forse gestire meglio, i traguardi che si sono raggiunti nella scienza e nella tecnica. Per molti è inconcepibile immaginare o progettare un futuro, con una vita più semplice e sobria, quasi fosse un 'tornare indietro': sarebbe come un dover confessare che, quello che si credeva progresso, era di fatto un camminare fuori strada! Eppure è come quando si sta aggredendo una montagna... dovrebbe essere saggezza sapersi porre un limite, prima che .... ci frani addosso tutto!

Credo valga la pena di fermarci tutti un momento per capire se la strada che questa nostra umanità sta percorrendo o sta progettando è davvero, da un lato, 'a misura d'uomo' e, soprattutto, se porta davvero alla salvezza. Perché si possa definire davvero una strada giusta, un progetto sano e salutare dovrebbe far progredire l'intera umanità, senza alcuna esclusione, senza divisioni, ma in pienezza di giustizia e nel rispetto verso il creato e soprattutto verso l'uomo.

Deve essere un progetto che aiuti l'uomo ad essere più uomo e, per noi cristiani, più vicino e ‘simile' al Maestro Gesù, tanto da potere dire con san Paolo: 'Per me, vivere è Cristo'. Rispetto e salvaguardia dunque del creato, senza dimenticare che tutto su questa terra è fragile: ha il fine di ospitarci per un attimo, ma non è la 'nostra vera Terra', che verrà solo dopo la morte. Giustamente la Chiesa, chiudendo l'anno liturgico, ci richiama alla nostra provvisorietà 'qui' e alla provvisorietà della terra, che ci è pur stata affidata perché la custodissimo', ma sempre resta ‘straniera' e noi solo suoi 'ospiti'. Ecco dunque che la Parola di Dio ci addita la vera mèta, quell'ultimo GIORNO, che sarà la fine di questo mondo. Racconta san Luca:
  • In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, Gesù disse: 'Verranno giorni in cui di tutto quello che ammirate non resterà pietra su pietra, che non venga distrutta'. Gli domandarono: 'Maestro, quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?: Rispose: 'Guardate di non farvi ingannare. Molti verranno nel Mio Nome e dicendo: -Sono io- e – Il tempo è prossimo – non seguiteli. Quando sentirete di guerre e rivoluzioni non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine.' E poi disse: 'Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno; vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno fatti terrificanti e segni grandi nel cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi nelle sinagoghe e nelle prigioni, e trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del Mio Nome. Questo vi darà occasione di rendere testimonianza. Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò lingua e sapienza a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, ma nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime. (Lc. 21, 5-19)
Sono parole dure, ma perché vogliono svegliare le nostre anime dal sonno, che a volte assopisce il cuore e non permette di camminare con fedeltà nella nostra fede. Ed è giusto che queste parole 'dure' ci vengano dette da Gesù, alla fine di un percorso, nell'anno liturgico, in cui dobbiamo riflettere su quanto cammino abbiamo compiuto verso il Cielo e quanto invece ci siamo lasciati prendere dalla pigrizia, dalla superficialità, o altro...

Così come dovremmo vigilare su chi ci inganna con falsi discorsi: 'Guardate di non lasciarvi ingannare'. Sappiano come troppi ormai, nella nostra 'moderna' società, tentano di allontanarci da Dio, offrendoci 'veleni' ... molto peggiori degli agenti inquinanti! Di Paradiso ce n'è uno solo, quello di Dio; quelli degli uomini sono momenti effimeri, che hanno solo il potere di diventare droga per la dannazione.

Dobbiamo essere capaci, alla luce della Parola di Dio, nella fiducia della fede, nella potenza della carità, guidati dallo Spirito, di entrare nella 'Storia di Dio', che non conosce 'catastrofi', ma sa solo progettare la civiltà dell'amore.... E, se necessario, con la forza, dono della Grazia, saper tornare indietro sui nostri passi, su quanto abbiamo fatto o progettato, credendolo progresso-modernità, ed era invece un 'essere fuori strada': benessere, forse, ma non salvezza!

Alla fine di questo anno di Grazia, che il Signore ci ha concesso, trovo necessario un esame di coscienza, alla luce dello Spirito, sui nostri passi verso la santità. Rivediamo anzitutto i nostri rapporti con Dio nella preghiera, nei sacramenti e nelle scelte quotidiane... il nostro cammino con i fratelli, a cominciare dai più vicini... Difficile esame, ma necessario, per entrare davvero nella Storia che Dio ha progettato per noi; pronti anche a cambiare il nostro attuale orientamento – conversione – se scoprissimo di essere 'fuori strada'.

Ricordo un incontro di tanti giovani sul futuro del mondo nella pace. Un grande filosofo italiano evidenziava come è nello stile dell'uomo progredire sempre in quello che fa, inventa, e portava come esempio nelle comunicazioni il passaggio dal televisore in bianco e nero ai televisori di ultima generazione... o dai fucili con le baionette alla bombe ‘intelligenti'! In base a tale 'logica' serrata non rimaneva che prevedere sempre più gravi... catastrofi, di cui parla Gesù oggi, proprio per l'incapacità di porre limiti e saper tornare indietro. Mi venne spontaneo, vedendo lo scoramento generale, intervenire: 'Perché non tornare indietro? Torniamo indietro se questa è saggezza. In fondo il mondo, ancora oggi, continua a guardare a chi è capace di salvare e indicare una via di speranza. Così fu san Francesco di Assisi... e tantissimi altri.'

In un altro convegno incontrai una ragazza con tanto amore alla vita, non disposta ad accettare con rassegnazione lo 'sfacelo' generale: voleva trovare la via della verità e della speranza. Vendette la sua macchina, diede il ricavato ai poveri e si comprò una bicicletta. Incontrandomi disse: 'Padre, che gioia provo! È come avere le ali! Questo è proiettarsi al domani, non come prima in cui avevo sempre la sensazione di avere i piedi incatenati'. È proprio così che si va incontro alla vita, guardando al domani con la serenità di chi ha i piedi per terra, ma il volto al Cielo. Così, quasi un commento alle parole di Gesù, scrive il profeta Malachia:
  • Così dice il Signore: 'Ecco sta per venire il giorno rovente come un fuoco. Allora tutti i superbi e tutti coloro che commetteranno ingiustizia, saranno come paglia: quel giorno li incendierà, venendo in modo da non lasciare loro né radice, né germoglio. Per voi, invece, cultori del Mio Nome, sorgerà il sole di giustizia. (Mal. 4, 1-2)
Vorrei, con tutti voi, carissimi, che mi siete stati amici e compagni in questo anno liturgico, come in un cammino fatto alla scuola del Vangelo, rivolgere una preghiera di ringraziamento al Padre, che ci ha donato di vivere al Suo seguito per tutto questo tempo, chiedendoGli di sostenerci nel nuovo anno che, se vuole, ci darà. Con santa Faustina, l'apostola della Misericordia di Dio, preghiamo:
  • Dio eterno, la cui Misericordia è infinita,
    e in cui il tesoro della compassione è inesauribile,
    rivolgi a me il Tuo sguardo di bontà e moltiplica in me la Tua Misericordia,
    affinché nei momenti difficili non mi perda d'animo,
    non smarrisca la speranza, ma con la massima fiducia,
    mi sottometta alla Tua santa Volontà, che è Amore e Misericordia.


Antonio Riboldi – Vescovo –

Internet: www.vescovoriboldi.it

E-mail: riboldi@tin.it
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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2009/2010

Messaggio da miriam bolfissimo » ven nov 19, 2010 8:54 am

      • Omelia del giorno 21 novembre 2010

        XXXIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Regalità di Gesù: un potere che si fa dono
C'è un anno 'solare', che tutti conosciamo, e un anno 'liturgico', che segna la storia di Dio con e per l'uomo ed è scandito dai fatti salienti della vita di Gesù, indicando così 'il tempo della vita dello spirito'. Inizia con l'attesa del Messia, ossia con l'Avvento, che porta al Natale, e si chiude con questa Solennità di Gesù Cristo, Re dell'universo.

Un vero 'calendario - guida dello spirito', per noi che seguiamo il Cristo: un tempo vissuto per Cristo, con Cristo e in Cristo. Dovrebbe farci riflettere questa centralità di Gesù, nella nostra vita di fede. E dirGli un GRAZIE. Vero è che la Sua Presenza tra noi e in noi è silenziosa, ma meravigliosa come una carezza che risveglia il cuore: è proprio in questa umiltà la bellezza dell'Amore e della Presenza di Gesù tra di noi. Così ne parla oggi san Paolo, innamorato di Gesù fino alla follia, dopo che aveva cercato di combatterlo:
  • Fratelli, ringraziamo con gioia il Padre che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. È Lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre, e ci ha trasferiti nel regno del Suo Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati. Egli è l'immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura: perché per mezzo di Lui sono state create tutte k cose, quelle nei cieli e- quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili, Troni, Dominazioni, Principati, Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in Lui. Egli è anche il Capo del Corpo che è la Chiesa, il principio, il Primogenito di coloro che resuscitano dai morsi, per ottenere il primato su tutte le cose. Perciò piacque a Dio di fare abitare in Lui ogni pienezza e per mezzo di Lui riconciliare a Sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della Sua croce, cioè per mezzo di Lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli. (Col. 1, 12-20)
Parole di un Apostolo veramente innamorato di Gesù, che riassumeva il senso della sua vita e missione proclamando: 'Per me vivere è Cristo'.

Gesù il Re dei cuori, ha scelto, per affermare la sua regalità, che non ammette ombra, i momenti più drammatici della Sua vita tra noi. Davanti a Pilato, che aveva il potere di giudicarlo e condannarlo, Gesù si difese da questa 'colpa', cioè l'affermazione della Sua regalità, che agli occhi del governatore romano era imperdonabile. Ma Gesù fu chiaro: la Sua regalità non ha niente a che fare con il significato con cui la intendiamo noi uomini qui in terra, cioè basata sulla potenza e sul dominio sugli altri, ma la regalità del Cristo si fa servizio e amore fino a donarsi totalmente.

Altra era la potenza, infatti, di Pilato, che rappresentava l'Impero romano, pronto a fare sentire il suo peso oppressivo, altro era Gesù, solo, abbandonato da tutti, forte solamente del suo essere Figlio di Dio, venuto a salvare e volutamente alieno da ogni esercizio di supremazia, di arroganza o dominio terreno. La potenza di Gesù, la Sua regalità, è l'Amore, che non è mai imposizione, ma solo dono, incredibile dono, che non ha paura di andare incontro ad ogni conseguenza per essere tale. L'Amore, quando è vero, non si ferma davanti alle difficoltà, ma va fino in fondo... pagando di persona. Questo Amore che si dona, oggi, viene raccontato dall'Evangelista Luca:
  • In quel tempo, il popolo stava a vedere, i capi invece schernivano Gesù dicendo: 'Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il Suo eletto'. Anche i soldati lo schernivano e Gli si accostavano per porgerGli l'aceto, e dicevano: 'Se tu sei il re dei Giudei salva te stesso'. C'era anche una scritta sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei'.
A questo punto, proprio nel momento più drammatico, più difficile e incomprensibile per noi uomini, sollecitati dalla superbia ad affermarci sempre sugli altri, Gesù offre una meravigliosa prova della natura del Suo Amore, della Sua Regalità.
  • Uno dei malfattori – continua il Vangelo – appeso alla croce, Lo insultava: 'Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi! Ma l'altro lo rimproverava: 'Neanche tu hai timore di Dio, benché sia condannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, Egli invece non ha fatto nulla di male'. E aggiunse: 'Gesù, ricordati di me, quando entrerai nel tuo regno'. Gli rispose: 'In verità in verità ti dico: oggi sarai con me in Paradiso'. (Lc. 23, 35-43)
La vicenda del 'buon ladrone' fa nascere un profondo stupore interiore. Ecco un uomo che ammette i suoi errori, riconosce quello che ha fatto di male e, di fronte all'innocenza di Gesù, che dà la vita per salvare chi è perduto, comprendendone misteriosamente il senso e il valore, Gli rivolge quella stupenda preghiera: ' Ricordati di me nel tuo Regno': una preghiera che compendia una conversione e che subito riceve la risposta, che giunge a ciascuno di noi, quando imitiamo il buon ladrone: ' Oggi sarai con me in Paradiso'.

Meraviglioso e fedele Amore di Dio che non si fa deviare, ridurre, bloccare, consumare – come il nostro povero amore umano – dalle nostre negligenze o peccati, ma diviene tenerezza e calore, quando Lo riconosciamo, accogliamo, e a Lui ci affidiamo.

Appartenere al Regno di Dio, e quindi accettare la Sua regalità, è quello che i martiri desideravano e per cui davanti alla morte gioivano, come se questa, subita per amore a Lui, fosse un premio e non una pena. Lo comprendono tanti che, per rispondere all'Amore di Gesù che 'chiama', si lasciano affascinare e donano totalmente se stessi, consacrandosi a Lui.

Un giorno, una persona consacrata, a cui chiesi come considerava la sua vita da 'esclusa da questo mondo', mi rispose: 'Sono felice perché non esisto più per me, ma per Gesù'. Lo comprendono tanti laici cristiani, che pur essendo immersi nelle tante forme di vita attiva sulla terra, non mettono in un angolo l'amore a Dio, ma lo vivono e rendono la loro vita 'normale', 'quotidiana' un continuo: ‘Ti amo e mi dono'.

Davvero inconcepibile pensare di definirsi cristiani, vivendo come se Gesù non esistesse. Che senso ha? Se davvero Lo si ama, sperimentando la gioia che si riceve da Lui che ci ama, si dà alla vita, già ora, la pace e fecondità di appartenere alla Sua regalità. E poiché la regalità di Gesù è amare, non si può non partecipare i doni che si ricevono, diventando dono di amore a Lui e ai fratelli. Vero che noi a Gesù possiamo donare solo un 'sì', come è nello stile dell'amore, ma poi è un farsi portare sulle Sue braccia, anche se qualche volta ci invitano a distendersi con le sue sulla croce. Ma, se ci pensiamo bene, con Lui o senza di Lui, nella vita le croci sono inevitabili... meglio allora, con Lui!

Non dobbiamo avere paura di amare e farci amare da Gesù. Dobbiamo temere di metterLo in un angolo, come non esistesse... perché è come mettere in un angolo il dono che Dio fa del Suo Amore, unica nostra forza, speranza e senso della vita. Abbiamo bisogno, e tanto, di Lui, carissimi. Vorrei pregare Gesù con le parole che Paolo VI, cardinale a Milano, disse nella Quaresima del 1955. Una invocazione che molti già conoscono, ma così densa ed attuale, da non smettere mai di meditare e pregare:
  • O GESÙ, nostro unico Mediatore, Tu CI SEI NECESSARIO, per vivere in comunione con Dio Padre, per diventare come Te, che sei unico Figlio e Signore nostro, Suoi figli adottivi.

    O Cristo, Tu ci sei necessario, o solo vero Maestro delle verità recondite, e indispensabile per la vita, per conoscere il nostro essere, il nostro destino, la via per conseguirlo.

    O Gesù, Tu ci sei necessario, Redentore nostro, per coprire la nostra miseria e per guarirla, per avere il concetto del bene e del male e la speranza della santità, per deplorare i nostri peccati e per avere perdono.

    O Gesù, Tu ci sei necessario, Fratello primogenito del genere umano, per ritrovare le ragioni vere della fraternità fra gli uomini, i fondamenti della giustizia, i tesori della carità, il bene della pace.

    O Gesù, Tu ci sei necessario, o grande Paziente dei nostri dolori, per conoscere il senso della sofferenza, e per dare ad essa un valore di espiazione e di redenzione.

    O Gesù, Tu ci sei necessario, Tu Vincitore della morte, per liberarci dalla disperazione e per avere certezze che non tradiscono in eterno.

    O Gesù, Tu ci sei necessario, o Cristo, o Signore e Dio-con-noi, per imparare l'amore vero e per camminare nella gioia e nella forza della carità, lungo il cammino della nostra via faticosa, fino all'incontro finale con Te amato, con Te atteso, con Te benedetto nei secoli. (Quaresima 1955)


Antonio Riboldi – Vescovo –

Internet: www.vescovoriboldi.it

E-mail: riboldi@tin.it
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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