Racconti e Storie sugli Angeli

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Beldanubioblu
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Racconti e Storie sugli Angeli

Messaggio da Beldanubioblu » mer mar 07, 2007 4:46 pm

L'ngelo che non dormiva maiImmagine

Qualche volta il Signore s'addormenta. Non tutte le sere, come noi, ma qualche volta capita anche a Lui. Si sdraia su una nuvola e dorme. Naturalmente nessuno l'ha mai visto, ma basta guardare il cielo per accorgersene. Se non vedete nemmeno una stella, se la luna tramonta subito o non si fa vedere, se la notte è così scura che sembra una macchia d'inchiostro nero che vi cola addosso, se il vento si ferma e l'aria non respira; se tutto è immobile e buio, vuol dire che il Signore s'è addormentato.

Fortuna che gli capita di rado, perché, quando Lui dorme, in cielo dormono tutti, per non disturbarlo. Anche gli angeli, e sulla terra gli uomini diventano più cattivi e gli animali più feroci. Ma il sonno del Signore è così breve che dura un battito di ciglia: chiudete gli occhi e Lui s'è già svegliato. Ora, quando il Signore s'addormenta, s'addormentano anche gli angeli. Quelli che suonano restano con gli strumenti sollevati, la tromba in bocca, la guancia sul violino; quelli che raccolgono i messaggi si fermano nell' aria; quelli che cantano le lodi rimangono a bocca aperta. I più fortunati sono quelli che custodiscono i bambini: appoggiano la testa sul cuscino, se i bambini dormono, o sulla loro spalla. E i bambini sorridono nel sonno o sospirano, perché si sentono felici. C'era un angelo, però, che non riusciva a dormire. Era uno di quelli che stanno attorno alla testa del Signore e gli fanno corona: sono gli angeli più piccoli e leggeri, con le ali d'oro puro, che emanano una grande luce.

Quando il Signore s'addormenta, questi angeli nascondono la testa sotto un' ala e dormono così; che non è una posizione proprio comoda. Forse per questo al piccolo angelo non piaceva dormire. Ma la ragione vera era forse un' altra: quando metteva la testa sotto l'ala, le piume d'oro gli facevano un terribile solletico e invece di dormire, a lui veniva voglia di ridere. Con il Signore che dormiva sulla nuvola, con tutto il cielo addormentato, in un silenzio così profondo che non si può nemmeno raccontare, il piccolo angelo si stringeva il naso disperatamente per non scoppiare in una risata. Una cosa molto imbarazzante! E una volta proprio non ce la fece. Le piume sembravano farlo apposta: gli pizzicavano la nuca, gli solleticavano le orecchie, gli tormentavano la punta del naso. Il piccolo angelo stringeva le narici, forte, sempre più forte, e la risata dentro di lui cresceva, cresceva. Era arrivata ormai alla gola. Allora, prima di combinare il disastro, liberò la testa dall'ala, fece una capriola all'indietro e si tuffò nel vuoto. Giusto in tempo! Mentre precipitava in basso la risata uscì, lunga lunga quanto la sua caduta. La udì un uomo che stava affacciato a una finestra, all'ultimo piano di un palazzo. Era notte fonda e quest'uomo non trovava pace. Pensava di essere solo al mondo, di non servire a nessuno. In quel momento l'angelo gli passò davanti e lui udì la sua risata. Ma non ne vide la luce. La luce la vide una gazzella che era andata ad abbeverarsi a una pozza d'acqua, nella savana africana. Era" buio pesto e la gazzella era divorata dalla sete. Stava per bere nella pozza, quando la luce la illuminò e lei balzò via.

Furono solo loro ad accorgersi dell' angelo, l'uomo e la gazzella. L'uomo udì la risata dell' angelo e si sentì improvvisamente consolato; la gazzella vide la luce e si salvò dal leone che stava per ghermirla. Gli altri, quelli che quella notte guardarono il cielo, videro un punto luminoso che scendeva e pensarono a una stella cadente. Quando tutta la risata gli fu uscita dal petto, il piccolo angelo puntò di nuovo verso l'alto e in un attimo fu nella corona degli angeli attorno alla testa del Signore. Mise la testa sotto l'ala e finse di dormire. E il Signore, che si era accorto di tutto, fece finta di dormire anche Lui.

Lucia


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Messaggio da Beldanubioblu » mer mar 07, 2007 4:55 pm

Immagine

C'erano tre isole allineate sul mare e attorno, per miglia e miglia, solo acqua. Una era ricoperta di boschi, l'altra era scura di lava, la terza era bianca di schiuma. Dall' alto, la prima sembrava una foglia caduta sull' acqua, la seconda un pesce squamoso; la terza non si vedeva, perché era appena uno scoglio. Nell'isola verde c'erano campi e case, nell'isola scura un villaggio di pescatori; nella terza c'era solo un faro. S'accendeva alle luci del tramonto, ed era la prima stella della notte, oppure quando il mare si copriva di nuvole o di nebbia, ed era l'occhio luminoso che scrutava il pericolo. I marinai che passavano allargo lo vedevano e se ne sentivano consolati. Tutti sapevano del faro e del vecchio guardiano che lo custodiva.

Era lì da tanti anni, che ne aveva perso il conto: era arrivato giovane e ora i suoi capelli erano del colore della schiuma, gli occhi erano fessure grigie e la pelle sembrava un campo secco, solcato dalle rughe. Nessuno conosceva il mare meglio di lui. All' alba calava la rete e parlava con i gabbiani; al tramonto saliva sulla torre e accendeva il faro. Così da sempre, con il sole e con la pioggia, nei giorni di calma e in mezzo alla tempesta. Aveva visto passare tante barche, alcune sparire tra le onde, altre lottare con il mare infuriato che se le voleva ingoiare; e la luce del faro le aveva salvate. Ma ormai il vecchio guardiano era stanco, voleva solo riposare: sognava un prato verde, degli alberi e una poltrona a dondolo; aspettava l'arrivo dell' angelo, ma l'angelo tardava. E finalmente l'angelo arrivò. - Sono venuto a prenderti, - gli disse. - Ce ne hai messo di tempo! L'angelo sorrise. - Nessuno ha tanta fretta! Ma ora preparati, la strada che dobbiamo fare è lunga. Lui mise le sue cose, il berretto, la pipa e una scorta di tabacco, in una piccola borsa, mentre l'angelo, in silenzio, lo guardava. Per la verità non sembrava un angelo, piuttosto un viaggiatore un poco stanco.

Aveva le scarpe impolverate e una valigia in mano. - E le ali? - chiese il vecchio. - Le ho nella valigia, ora non servono, dobbiamo camminare. - Mi piacerebbe un posto con del verde, - disse il vecchio. - Un prato con degli alberi da frutto, ho visto troppa acqua. L'angelo si guardò attorno. - Hai ragione, credo che sarai accontentato -. Era simpatico. Quando il vecchio fu pronto, si misero in cammino: una strada lunga, che saliva in alto. Una fatica. Però la vista era bella. Si vedevano l'isola verde e l'isola di lava e uno sbuffo di schiuma dov' era il faro. In quel momento lui si ricordò che non l'aveva acceso: per la fretta di partire se n'era dimenticato. - Il mare è liscio come l'olio, - disse tra sé e sé. - Speriamo che si mantenga -. Perché aveva visto all'orizzonte una nuvola strana. - Ormai non ti riguarda, - rispose l'angelo. Salirono ancora e il mare intanto cambiava di colore. Dal verde al grigio piombo, come le nuvole che gli correvano sopra. Il vecchio guardò in basso e vide una barchetta. - Si prepara burrasca e il faro è spento, - rifletté a voce alta. - Ormai non ti riguarda, - rispose ancora l'angelo. La barca sussultava fra le onde. - Finiranno tutti sugli scogli, - disse il vecchio. - Fammi tornare indietro ad accendere il faro! L'angelo scosse la testa. - Non puoi tornare indietro, ormai sei morto. Il vecchio guardò in basso di nuovo, verso l'isola rocciosa, e vide il villaggio dei pescatori e un gruppo di donne e di bambini, sulla costa, che scrutava il mare. Si sentì angosciato. - Prestami le tue ali! Un momento solo, per arrivare al faro! L'angelo sorrise: - Non è cosa per te, solo gli angeli volano. - Allora vacci tu! - supplicò il vecchio. - Non sono qui per accendere i fari, ma per accompagnarti, - disse l'angelo, un poco risentito. Il mare ora era tutto nero e la barca si perdeva tra le onde.- Gli scogli sono vicini, - mormorò il vecchio con disperazione. - Se non li aiuti tu, sono perduti. L'angelo guardò in basso e sospirò: - Tutte le volte è cosi, dimenticano sempre qualcosa! Tolse dalla valigia due grandi ali bianche, le indossò, le dispiegò come due vele: - Tu continua a salire, - disse al vecchio e si lanciò.

Il vecchio vide una scia di luce che cadeva sul mare e, pieno di sollievo, riprese la salita. Senza l'angelo accanto si sentiva sfinito, ma seguitò il cammino. E finalmente trovò un prato verde, degli alberi e una poltrona a dondolo, che sembrava aspettarlo. Capì allora di essere arrivato. Con un sospiro si sedette e guardò giù: il faro brillava, sul mare scuro, e la barca navigava lontana dagli scogli, ormai salva. Il vecchio accese la pipa e tirò una gran boccata: proprio un bel posto quello! Prese il berretto, se lo calcò in testa e ricominciò, da lassù, a fare quello che aveva sempre fatto, il guardiano del faro. E l'angelo? Quando lo vide sistemato, ripiegò le ali, le ripose in valigia e si rimise in cammino.

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Messaggio da Beldanubioblu » mer mar 07, 2007 5:35 pm

Il dono dell'AngeloImmagine





Gli angeli non sono tutti uguali: ci sono quelli che portano i messaggi e quelli che custodiscono i bambini, quelli che suonano e quelli che lodano il Signore. Ma gli angeli raccoglitori, chi li conosce? Certo non sono belli come i Cherubini, né sono bravi a parlare come i Messaggeri; sono angeli modesti, anche nei vestiti, e molto indaffarati. Eppure sono angeli importanti. Sono quelli che raccolgono le preghiere degli uomini, anche le imprecazioni, non fanno differenza, purché siano sincere. Ed è una faticaccia. Tutto il giorno a volare raso terra, per sentire i più piccoli bisbigli, con una borsa a tracolla da riempire. Quand'è piena, s'impennano verso l'alto, tagliano le nuvole e arrivano al sereno. Qui scaricano le borse, come su un grande prato, e fanno mucchi e mucchi di messaggi: parole in tutte le lingue, frasi lunghe e brevi, anche sospiri.

Gli angeli vuotano e scendono in picchiata sulla terra a raccogliere ancora. Perché il Signore li vuole sentire tutti, questi messaggi, guai a lasciarne uno! Immaginatevi dunque come rimase un angelo, morto di fatica, che, mentre si preparava a ritornare, trovò un ultimo messaggio sospeso in aria, una frase breve, che aspettava d'essere raccolta: «Ti sei dimenticato di noi». Da dove provenisse era un mistero, sotto c'era una nebbia così fitta che nemmeno un angelo riusciva a penetrarla. L'angelo rabbrividì. Cosa avrebbe pensato di lui il Signore? Che non faceva bene il suo lavoro? Fu tentato di non raccogliere la frase, ma era troppo diligente: sospirando la mise nella borsa e volò dritto a scaricare il peso. Quello, per fortuna, era l'ultimo volo. Ma il messaggio, forse perché breve, arrivò subito all'orecchio del Signore. - Dimenticato?! E com'è possibile! Dove l'hai raccolto? Chi me l'ha mandato? Dimenticato? ! E il Signore ordinò all' angelo di scendere subito sulla terra e di cercare il luogo da cui il messaggio era partito. - Non posso essermi dimenticato di qualcuno! Non faccio altro che ascoltarli! - sospirava. E non si dava pace.

L'angelo scese allora sulla terra e cominciò la sua ricerca. L'impresa non era facile. Tutti i messaggi che gli angeli raccolgono sono firmati, anche le imprecazioni. Ma quello non aveva un nome. Dove cercare? L'angelo volò dovunque, visitò chiese, ospedali e case. Passò sulle città, attraversò i fiumi, i mari e le foreste; domandò agli uomini, ai pesci e agli uccelli. Nessuno seppe dargli una risposta. Stanco e scoraggiato, fu sul punto di tornare dal Signore, ma era un angelo ubbidiente e continuò a cercare. Era passato un intero giorno, l'angelo aveva volato senza sosta ed era ormai sfinito. Le ali si piegavano verso terra, non si reggeva in volo; cercò dunque un posto dove riposare. Sotto di lui c'era una pianura sconosciuta, coperta d'erba, con due alberelli appartati e vicini, quasi a tenersi compagnia. L'angelo scese. Il sole era forte, faceva un gran caldo, l'angelo si sedette sotto gli alberi. - Finalmente sei arrivato! - dissero quelli. - Fatemi riposare, - sospirò l'angelo e s'addormentò. Gli alberi aspettarono. Aspettarono tanto, perché il sonno di quell' angelo fu lunghissimo, e quando si risvegliò era primavera, tutto era in fiore e la pianura non pareva la stessa. Ma i due alberelli erano sempre uguali, nemmeno un fiore, solo foglie piccole e scure, da far malinconia. - Come vedi, il Signore s'è dimenticato di noi, - dissero gli alberi e l'angelo, solo a sentire queste parole, arrossì un poco. Continuarono gli alberi: - Aveva detto, mentre ci faceva: «Vi faccio le foglie piccole così, perché vi riempio di fiori colorati e luccicanti». Poi s'è distratto per finire un albero bellissimo, che voleva mettere al centro di un giardino. Doveva aggiungere i frutti, ha detto, e s'è allontanato. - E dopo? - domandò l'angelo.

- Aveva tanto da fare... Non è tornato più.! - sospirarono gli alberi. L'angelo arrossì di nuovo. «Com' è possibile?» pensò tra sé, non era mai successo... Ma non disse nulla. Si strappò un ciuffo di capelli, lunghi, sottili, lucenti come l'oro, e li avvolse uno a uno ai rami; poi prese un lembo della sua veste, ne fece dei fiocchi e li sparse qua e là. Infine si staccò due piume e le attaccò alle cime. - Non posso fare altro per voi, - disse l'angelo agli alberi e volò via. In mezzo al prato, verde e fiorito, essi brillavano come se avessero mille luci accese. Li vide il Signore dalle nuvole.- E' vero, - disse sospirando, - dovevo finire gli abeti di Natale! Per fortuna ci ha pensato lui!


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Messaggio da Beldanubioblu » mer mar 07, 2007 5:46 pm

L'Angelo dipintoImmagine

Quando i pirati andavano per i mari, con le navi a vela e i pugnali alla cintura, non c'era pescatore o marinaio che dormisse con tutti e due gli occhi chiusi. Più spesso ne tenevano uno sempre aperto e magari anche un orecchio, perché, nel buio della notte, un' ombra o un rumore potevano annunciare l'arrembaggio. E allora, se si era fortunati, si finiva legati nella stiva e venduti qua e là con l'altra merce; oppure, in pasto ai pesci. Ma questo è niente, di fronte a quello che toccava in sorte a chi incrociava la rotta di Archesilao, il pirata più feroce, spietato e crudele che avesse mai solcato i mari.

Nessuno osava riferire le cose terribili che aveva sentito dire di lui e il suo nome si faceva a bassa voce, come se fosse un demonio o un' anima dannata. E come un demonio lo descrivevano tutti, anche se non c'era persona al mondo che potesse dire d'averlo visto, nemmeno da lontano. Perché chi aveva avuto la sventura d'incontrarlo, giaceva in fondo al mare o sotto terra. Così almeno raccontavano le storie. Immaginate adesso un villaggio di poche case, due torri e una chiesetta, in alto sulla costa, e in basso un porticciolo per le barche. Una mattina, appena si fece l'alba, la sentinella che stava sulla torre gridò l'allarme: una barca, senza remi né vela, veniva avanti come spinta dal vento. Ma sul mare non c'era un filo di brezza né si vedeva un'increspatura. - Prodigio! - dissero alcuni di quelli che la guardavano avanzare. - È un tranello! - dissero altri. E tutti pensarono ad Archesilao. La barca arrivò nel porto e si fermò accanto alle altre. Dall' alto tutti la guardavano, ma nessuno si mosse, nessuno scese al porto né usci a pescare. Il giorno dopo la barca era ancora lì e nessuno aveva messo un piede fuori dalle mura. Finché una donna, stanca d'aspettare che il marito rimediasse qualcosa per la cena, scese di nascosto al porto e s'avvicinò alla barca.

Dentro c'era un giovane che pareva morto. Lo presero, lo portarono al villaggio e s'accorsero allora che era ancora vivo. Le donne del villaggio lo curarono come si cura un figlio, e dopo alcuni giorni il giovane era guarito. Ma era cieco e muto e tutti dissero che di certo era stato Archesilao. Il giovane non parlava né vedeva, ma dipingeva meglio d'un pittore. Era come se le cose le vedesse o le avesse già tutte conosciute, come se avesse gli occhi; e invece aveva le pupille vuote. All'inizio fecero grandi elogi e grandi meraviglie per la sua bravura e molti litigarono per avere il ritratto. Poi incominciarono a trovare strano che un cieco dipingesse a quel modo e la sera, chiusi nelle case, cominciarono a farsi mille domande. Chi era quello sconosciuto? Nessuno osava domandarlo a lui, così continuavano a interrogarsi: ma più si interrogavano, meno avevano risposte. Così, un po' alla volta, finirono per togliergli il saluto, poi evitarono d'incontrarlo, infine proibirono ai bambini d'avvicinarsi a lui. Se aveste chiesto perché lo facevano, non avrebbero saputo offrirvi una ragione, ma è certo che quella sua bravura con il pennello non la sopportavano più: ne avevano quasi paura. Ma il giovane continuava a dipingere come se vedesse ogni cosa: dipingeva le donne che chiudevano le imposte quando lui passava e i bambini che lo spiavano di nascosto, dietro i muri.


I padri li sgridavano, e lui li dipingeva. Allora, per sentirsi tranquilli, lo portarono fuori dal paese e lo abbandonarono in un posto selvaggio sopra la scogliera. Pensavano di essersi liberati di lui, ma si sbagliavano: quel giovane non riuscivano a toglierselo dalla testa. - Che cosa starà facendo? - si chiedevano continuamente. E la sera si assicuravano che le porte del villaggio fossero sbarrate e le sentinelle ben deste; e a ogni rumore sobbalzavano. Ormai avevano più paura di lui che di Archesilao. Una notte gli uomini del villaggio si riunirono in segreto e decisero di agire. - Buttiamolo giù dalla scogliera! - propose uno. - Il mare l'ha portato, il mare se lo riprenda! Tutti d'accordo, formarono un drappello, s'armarono a dovere e senza far rumore raggiunsero la scogliera. Ma il giovane non c'era e, per quanto cercassero, di lui non trovarono traccia. Videro soltanto sulla roccia un angelo dipinto, con le ali spiegate e gli occhi vuoti, così bello e triste in viso che si fermarono stupiti. Ma fu un attimo solo. Subito ripresero a cercare e quando furono certi che il giovane era sparito, tirarono un sospiro di sollievo. - Sarà caduto in mare.- Meglio così, ci ha risparmiato una fatica. Tornarono al villaggio, suonarono le campane e per tutta la notte fecero festa. Poi si misero l'animo in pace. Quanto tempo passò? Una mattina, allo spuntare del sole, apparve sul ma re una nave in lontananza, e dietro a quella un' altra, e un'altra ancora. Non avevano insegne né bandiere, di certo erano pirati. Le sentinelle gridarono l'allarme. - Pirati in vista! - E tutti pensarono ad Archesilao. Pieni di terrore sbarrarono le porte del villaggio, s'armarono quanto più potevano e si prepararono a morire. Perché, se era Archesilao, non c'era scampo. Aspettarono il giorno intero e ancora tutta la notte, e non successe niente. Come in un incantesimo, il mare pareva una tavola di marmo, l'aria era più immobile del mare e le navi sembravano inchiodate all' orizzonte, non avanzavano d'un metro. All' alba, quando per la stanchezza s'erano tutti addormentati e solo una sentinella vegliava sulla torre, una barca uscì dal porto e diresse la sua prua verso i pirati. La guidava il giovane cieco, disse la sentinella, e alcuni le credettero, altri preferirono pensare che avesse fatto un sogno. Quel che è certo è che le navi erano sparite e non si videro più.

Così, la vita al villaggio riprese come prima: le donne affaccendate in casa, gli uomini che uscivano con le barche all' alba e ritornavano la sera. Quando, prima di entrare in porto, passavano sotto la scogliera, abbassavano gli occhi per non vedere l'angelo dipinto che guardava lontano. Avrebbero voluto cancellarlo, ma non osavano. Ma il giovane non riuscirono più a dimenticarlo e la sera, chiusi nelle case, continuavano a farsi mille domande. Chi era veramente? Da dove veniva? Ma più si interrogavano, meno avevano risposte. Di Archesilao, invece, non si sentì più parlare: forse era andato lontano, in altri mari, o ora sprofondato nella terra. O forse non era mai esistito, come pensava un bambino, e i grandi se l'erano inventato.


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Messaggio da Beldanubioblu » mer mar 07, 2007 5:53 pm

L'Angelo prigionieroImmagine



Viveva, tanto tempo fa, in un paese lontano, un uomo molto potente e crudele. Era un principe. Abitava in un castello arroccato su un colle, circondato da tre giri di mura, due fossati, sei ponti levatoi e un fiume profondo, che era stato deviato per meglio difendere il castello. Aveva combattuto tutta la vita, aveva conquistato tanto, aveva nei suoi forzieri più ricchezze di quante se ne possano immaginare e nelle sue prigioni più nemici di quanti ne potessero contenere: era potentissimo, ricchissimo e infelice. Di questo non si dava pace. Non capiva perché, quando spuntava il giorno e le sentinelle annunciavano l'aurora, lui fosse preso da una specie di paura. Perché il canto degli uccelli gli mettesse tristezza e l'allegria dei bambini lo riempisse di rabbia.

Aveva consultato sapienti di ogni tipo, aveva fatto cacciare tutti gli uccelli dei dintorni, aveva allontanato i bambini dalla sua presenza; ma non poteva impedire al sole di tornare ogni giorno e di portare la luce. Questo non gli riusciva. Ed era sempre pieno di rabbia e di paura. Per distrarsi faceva le guerre e, quando non aveva niente da fare, usciva la notte in groppa a un cavallo nero: percorreva i boschi e le pianure che circondavano il suo castello, ora qua, ora là, ma rientrava sempre prima dell' alba. Quando il cielo si faceva più chiaro e l'ultima stella impallidiva, si vedeva il principe cavalcare furiosamente sulla via del ritorno, come se fosse inseguito da misteriosi fantasmi. Ma in una notte molto buia smarrì la strada e quando spuntò il sole il principe si ritrovò in una radura, dove un uomo tutto solo spaccava la legna, fischiettando. - Buongiorno, - disse al principe senza riconoscerlo. - Sai chi sono io? - chiese allora il principe. L'uomo fece cenno di no e il principe glielo disse. Si aspettava che quello s'inchinasse o arretrasse spaventato, come facevano tutti alla sua presenza, invece l'uomo continuò a lavorare e a fischiettare. - Non hai paura di me? - chiese il principe. - E perché dovrei averne? - rispose l'uomo. - Non ho fatto niente di male e poi ho un angelo che mi protegge. In un altro momento il principe avrebbe frustato di suo pugno un uomo cosi arrogante, ma il giorno avanzava e lui aveva fretta di ritornare al castello, dove solo si sentiva al sicuro. Spronò quindi il cavallo e fuggì via. Ma quando fu nella sua dimora, protetta da mura, torri e ponti levatoi, cominciò a pensare all'uomo che nel bosco fischiettava e non aveva paura, e a non darsi pace. Perché lui, che aveva vinto tante guerre e fatto tanti prigionieri, era pieno di paura, e l'altro no? Che fosse tutto merito dell' angelo.

E subito diede ordine alle sue guardie di andare nel bosco, trovare l'uomo e condurlo da lui. - Dammi l'angelo che ti protegge e io ti lascerò libero, - gli ordinò. L'altro gli sorrise.- E che te ne fai di un angelo? Gli angeli amano l'aria aperta, vogliono essere liberi; stanno bene sugli alberi, sui tetti delle case o sulle torri. Un angelo qui dentro? Tra queste mura? Non potrebbe resistere, volerebbe via. Udita la risposta, le guardie e i cortigiani guardavano il principe, in attesa. Per tanta audacia la morte era sicura. Ma il principe, che più di ogni altra cosa voleva vincere quella paura orrenda che ogni giorno diventava più grande e misteriosa, non fece caso alla risposta. - Dammi l'angelo che ti protegge e costruirò per lui una torre d'oro e d'argento, senza finestre né porte, e la riempirò di cuscini di damasco e di broccati, dove possa riposare. - Cuscini di damasco? E cosa se ne fa un angelo? Gli angeli hanno già le nuvole, il fumo dei camini, le nebbie, i vapori dell' alba. Sui tuoi cuscini non resisterebbe, volerebbe via. - Lo farò ministro, capo delle mie guardie. Starà accanto a me, sempre, dovunque. L'uomo sorrise ancora. - Si, gli angeli fanno questo. Ma tu hai già tanta gente attorno. Accanto a te non resisterebbe, volerebbe via. Allora il principe perse la pazienza. Alzò la mano e ordinò alle guardie: - In gabbia! Nella gabbia sulla torre grande, al sole, al vento e alla pioggia! Senza cibo né acqua; vediamo cosa farà il suo angelo per lui! L'uomo fu rinchiuso nella gabbia e là dimenticato. Dapprincipio cantava e fischiettava, e il principe, quando usciva nella notte e sentiva la sua voce per i boschi e le valli, moriva di paura. Finì per non uscire più, e giorno e notte si chiuse nel castello. Finché un giorno non si senti più né il fischio né il canto dell'uomo prigioniero e il principe respirò sollevato. - Finalmente! - disse, e ordinò alle guardie di andare a vedere se l'uomo era morto. Non trovarono niente e nessuno: la gabbia era chiusa e vuota, come se non fosse stata mai occupata. Subito si sparse la voce che il prigioniero era un angelo.

Il principe morì di terrore e il suo grande dominio andò in rovina. Vennero altri a conquistare le sue terre e a fare prigionieri, il castello fu assalito, le torri abbattute, il fiume si seccò. Oggi di quel gran castello non è rimasto niente, solo una roccia nera piena di fessure, con qualche cespuglio aggrappato. Anche la gabbia non esiste più. Ma la notte, quando tutto è calmo e non soffia vento, si sente tra le pieghe della terra un fischio modulato e sottile. Chi dice che è un uccello, chi dice che l'angelo è tornato.


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Messaggio da Beldanubioblu » lun mar 12, 2007 5:07 pm

L'Angelo curiosoImmagine


Gli angeli non sognano. Dormono, qualche volta, col capo sotto un'ala, come gli uccelli, ma non possono sognare. Solo gli esseri umani sognano e gli angeli li guardano. Li vedono chiudere gli occhi e cambiare il respiro, alle volte russare e agitarsi, altre volte sorridere; ma non se ne domandano la ragione. Gli angeli non sono curiosi e non hanno desideri, perché hanno già tutto. Ma c'era un angelo diverso dagli altri. Egli stava al capezzale di un bambino a vegliare il suo sonno, come tanti altri angeli. Ogni mattina il bambino si svegliava sorridendo e diceva a sua madre:- Mamma, questa notte ho fatto un sogno bellissimo! - Che cosa hai sognato?

E il bambino cominciava a raccontare. Mattina dopo mattina, l'angelo ascoltava il bambino che raccontava i suoi sogni come fossero bellissime storie e quando la sera lo guardava coricarsi e chiudere gli occhi, non poteva fare a meno di domandarsi quale sogno avrebbe sognato quella notte. Insomma, diventò curioso e sempre più curioso; e questo non è bello per un angelo. Una notte non resistette alla tentazione e decise di guardare il sogno del bambino. Quello che vide gli piacque tanto che la notte successiva ritornò a guardare. E anche la notte dopo e l'altra ancora. I sogni del bambino erano pieni di movimento e di colori: c'erano animali che cambiavano forma, macchine strane e gente buffa. Erano sogni allegri e tutto si muoveva a gran velocità. Cose del genere l'angelo non le aveva mai viste e ci s'appassionò. In fondo per lui era come andare al cinema o guardare la televisione, e non sarebbe stato poi un gran male, se si fosse limitato a questo. Ma con il tempo la sua curiosità aumentò in modo smisurato. Cominciò a guardarsi intorno e a chiedersi cosa sognavano gli altri della casa, e questo pensiero non gli dava pace. Così una volta lasciò il capezzale del bambino e diede una sbirciatina ai sogni della mamma, poi a quelli del papà. Ritornando, vide il gatto acciambellato su una sedia che dormiva della grossa: sognerà anche lui?, si chiese. Con suo stupore scoprì che anche il gatto stava sognando. E pure il cane, e il canarino, e anche il pesce rosso dell'acquario! Tutti in quella casa sognavano, tranne lui! Quando l'angelo se ne rese conto, si senti infelice: perché non poteva avere anche lui un piccolo sogno? Perché? Questo pensiero cominciò a tormentarlo e ora, quando guardava i sogni del bambino, non si divertiva più come prima, ma provava, ahimè!, una specie di invidia.

E una notte si decise: rapido come un ladro, mentre il bambino sognava staccò un pezzetto del suo sogno e lo nascose sotto l'ala. Non successe niente, ma il bambino si svegliò e chiamò la madre: - Hai fatto un brutto sogno? - chiese lei. - No, ma il sogno è finito all'improvviso... Il bambino era confuso. La notte seguente l'angelo rubò il pezzetto di un altro sogno e il bambino si svegliò di nuovo. E così per tante notti, finché il bambino non riuscì più a dormire. Fu chiamato il medico, che lo visitò da capo a piedi e non trovò niente di anormale; ma il bambino non guariva. Intanto l'angelo, che aveva raccolto sotto le ali un bel mucchietto di tutti i sogni rubati e non vedeva l'ora di sognare anche lui, come gli esseri umani e gli animali, volò sul tetto della casa, s'appoggiò al camino e si dispose al sonno. Pensava a una cosa breve, come accade agli angeli quando dormono, e invece dormì ore e ore, come accade ai bambini. E siccome aveva mescolato pezzi di sogni diversi, fece sogni confusi e faticosi, che non lo riposarono affatto né lo divertirono. Quando si svegliò, stanco, affaticato e con un gran mal di testa, era già notte fonda. Vergognandosi per tutte quelle ore perdute, giurò a se stesso che mai più avrebbe guardato un sogno e volò, rapido, al capezzale del bambino. Ma lo trovò occupato da un altro angelo, che non lo degnò nemmeno di un' occhiata.

L'angelo capì che per lui non c'era più posto e ritornò sul tetto. Da quel giorno il bambino riprese a sognare sogni bellissimi mentre all' angelo curioso, per vincere la noia, non rimase altro da fare che dormire. Ma continuava a fare sogni confusi e faticosi, e quando si svegliava aveva sempre il mal di testa. Così cominciò a desiderare di tornare a dormire senza sogni, come dormivano gli altri angeli; ma era ormai troppo tardi.


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Messaggio da Beldanubioblu » sab mar 17, 2007 5:58 pm

La piuma dell'angeloImmagine


Una volta un angelo perse una piuma. Succede molto di rado, ogni due o trecento anni, ma succede. Quell'angelo stava volando sopra un lago solitario, dalle acque più azzurre del cielo, e intorno solo boschi e prati fioriti. L'angelo s'incantò a vedere tanta bellezza e s'abbassò fino a sfiorare l'acqua. Fu così che perse la piuma. L'acqua tremò tutta al suo passaggio e quando l'angelo s'alzò verso il cielo, la piuma era lì che galleggiava. Nessuno aveva visto l'angelo, nessuno vide la piuma. Solo una macchia di luce che brillava come argento puro e che l'acqua portò lentamente a riva.

Passò del tempo e lì, dov' era la piuma dell'angelo, cominciarono a spuntare dei fiori. Nascevano dall' acqua, con uno stelo lungo e sottile che sembrava di cristallo e i petali trasparenti e scintillanti. Fiori così non s'erano mai visti, ma lì, in quel lago solitario, crescevano indisturbati. Nessuno vi era arrivato, all'infuori dell' angelo che aveva perso la piuma. Poi capitò un uomo in compagnia di una donna: la donna era bella e giovane, e l'uomo l'amava molto, si vedeva da come la guardava. Dovevano avere camminato tanto, perché erano sfiniti. Si fermarono sulle rive del lago e videro i fiori; lui fece per raccoglierli, per farne dono a lei, erano molto poveri e quello era il suo primo dono, ma lei disse di no. Quei fiori non si potevano cogliere, lei disse, erano troppo belli.

Bastava guardarli. - Allora fermiamoci qui e costruiamo la nostra casa, così potrai vederli sempre, - disse l'uomo alla donna. E lei annui. Si fermarono e lui fece per lei una casa con le pietre del lago e il legno dei boschi, decorò le finestre con rami verdi e bacche, le costruì un forno per cuocere il pane e un telaio per tessere la tela, e per sé fece un aratro. - Ora non ci manca niente, - disse l'uomo e la donna annuì ancora. Ma la terra dei boschi era avara, produceva bacche e frutti selvatici ma un grano misero e stento, e la tela tessuta era sempre poca, perché il gelo bruciava gli steli del lino. Nacque il primo figlio e l'uomo avrebbe voluto donare alla donna una pietra preziosa, tanto l'amava, ma aveva in tasca solo poche monete. Uscì sconsolato sulla sponda del lago per cogliere almeno un fiore per lei, ma il vento, che aveva soffiato tutta la notte, aveva strappato i petali alle corolle e li aveva dispersi nell' acqua. - Pazienza, - disse l'uomo, -li coglierò e ne farò una collana. Tornò a casa, prese una rete a maglie sottili e cominciò a raccogliere i petali. Ne aveva ammucchiati un certo numero, quando vide qualcosa guizzare e brillare sul fondo della rete. Guardò e vide un piccolo pesce. Non era come quelli che tante volte aveva pescato, era di metallo prezioso, di puro argento, e le sue scaglie brillavano come oro. Sbalordito e felice, l'uomo lo portò alla donna. - Andrò in città a venderlo e comprerò una pietra del colore dei tuoi occhi. Ma la donna disse di no. Un pesce così non si poteva vendere, disse, era troppo bello. Bastava guardarlo. Però questa volta l'uomo non le diede ascolto e andò in città, a vendere il pesce e a comprare la pietra preziosa. Poi, soddisfatto, tornò dalla donna.

- Questo è il mio dono, - le disse porgendoglielo. Ma lei non sorrise. Intanto in città s'era sparsa la notizia del pesce d'argento e tanti si misero in cammino per raggiungere il lago. Buttarono reti di ogni tipo e forma e pescarono pesci di ogni forma e tipo, ma nessuno che avesse una pinna o una sola scaglia d'argento. Tuttavia non si arresero e continuarono a pescare, finché il lago si vuotò di pesci, l'acqua diventò torbida e gli steli dei fiori, spezzati, furono portati via dalla corrente e di loro non rimase traccia. La donna pensò che non sarebbero mai più fioriti e si sentì immensamente triste: prese la pietra, che aveva procurato tanto danno, e la gettò nel lago. La vide l'uomo e non le disse niente, ma da quel momento non furono più felici come prima. Passò l'estate e arrivò l'inverno, e fu un inverno di gelo e di bufere.

Una notte il bambino si svegliò piangendo e la madre per consolarlo cominciò a cantare. Il suo canto uscì dalla finestra chiusa e se ne andò sul vento. Di lì passava un angelo: era buio pesto, soffiava la tormenta e l'angelo s'era smarrito. Sentì quella voce, dolce e pura, e pensò d'essere arrivato a casa. Seguì il vento, volò basso sul lago e solo quando fu davanti alla finestra capì d'essersi ingannato. Ma quel canto era così bello che l'angelo si fermò ad ascoltare. La donna cantò a lungo, finché il bambino non si fu riaddormentato, e l' angelo rimase alla finestra ad ascoltare. Poi batté le ali in silenzio e volò via. Forse fu allora che il vento gli staccò la piuma.

Al mattino giaceva sul lago ghiacciato e scintillava come argento puro. Nessuno se ne accorse, pensarono a una lamina di sole; ma in primavera, quando il ghiaccio si sciolse, spuntarono dall' acqua gli steli di cristallo e rifiorirono. L'uomo e la donna non seppero mai dell' angelo, ma tornarono a essere felici.


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Messaggio da Beldanubioblu » sab mar 17, 2007 6:07 pm

I due angeliImmagine


In un museo importante, pieno di quadri e di visitatori, c'era una saletta nella quale non entrava quasi mai nessuno. Si trovava alla fine di una lunga galleria, dove erano esposti i ritratti di personaggi famosi: nobili dame, con tanto di pizzi e doppio mento, e cavalieri chiusi nelle armature fino ai baffi. Ma di ammirare questi personaggi avevano voglia in pochi. In generale i visitatori davano un' occhiata a quelle facce severe, storcevano il naso e scappavano via. Quasi nessuno s'affacciava alla saletta in fondo alla galleria e quelli che ci arrivavano, dopo aver visitato tutto il museo, o avevano i piedi gonfi per la stanchezza o avevano la pancia vuota. Così mettevano appena la testa dentro, dicevano in fretta e furia «Belli, belli», e se ne andavano. E i quadri di questa piccola sala, che stavano appesi lì da anni e anni, si annoiavano da morire. Tra questi ce n'era uno che rappresentava una Madonna con un Gesù Bambino addormentato sulle ginocchia e un angioletto accanto che lo guardava.

La Madonna era giovane e bella e l'angioletto era biondo, roseo e paziente. Appoggiava il braccio destro sulle ginocchia della Madonna, il fianco contro la sua gamba e guardava il bambino addormentato. Ma ogni tanto, forse perché lo guardava da molto tempo, si lasciava sfuggire uno sbadiglio. Ora, una volta capitò un fatto eccezionale: nella galleria dei ritratti arrivarono un uomo, una donna e un bambino. L'uomo e la donna erano i genitori del bambino ed erano venuti apposta in quel museo per ammirare i quadri della galleria, perché conoscevano di quei personaggi «vita, morte e miracoli», come si è soliti dire, e ne volevano vedere anche l'aspetto. Il bambino si chiamava Ubaldo, come uno di quei signori in armatura: era biondo, roseo e per niente paziente; anzi, era il bambino più irrequieto e prepotente che si possa immaginare. I suoi genitori erano due illustri studiosi e stavano tutto il giorno con la testa sopra i libri; per di più erano miopi come talpe e Ubaldo era costretto a urlare, fare capricci e combinare guai in continuazione, perché loro si accorgessero di lui. Anche quel giorno, il professore e la professoressa Polidoro Caldara Vecellio Papes Mosena (gli studiosi importanti hanno sempre molti cognomi), arrivati nella galleria dei personaggi famosi, dopo aver raccomandato al figlio «Ubaldo, fai il bravo», incollarono il naso al primo quadro e si dimenticarono completamente di lui. E Ubaldo, come sempre, fu libero di scorrazzare a suo piacimento. Ispezionò un paio di ritratti, fece le boccacce a una dama ingioiellata e a un omaccione vestito da guerriero, che non lo degnarono di uno sguardo, si ripulì con cura il naso con il dito, sbadigliò rumorosamente, strillò un paio di parolacce "Ubaldo, fai il bravo!" disse sua madre; e poi, non sapendo che cos'altro fare, passò nella saletta in fondo alla galleria.

Anche qui quadri, solo quadri! E il povero Ubaldo, disperato, si mise sulle braccia, a testa in giù, e cominciò ad andare avanti e indietro, indietro e avanti per la stanza. Tanto per fare qualcosa. Aveva appena incominciato, che senti qualcuno ridere. Si fermò di colpo, si rimise a testa in su, si guardò attorno e non vide nessuno. Riprovò, di nuovo a testa in giù, di nuovo la risata. Allora corse nella galleria: nessuno. Solo i suoi genitori con il naso incollato a un altro quadro. Ritornò nella saletta e fece un' altra prova. La risatina si ripeté. Era una risata piccola piccola, come un campanello, la voce di un bambino. Ubaldo si raddrizzò. - Dove sei? - chiese. - Sono qui. La voce veniva dall' angolo meno illuminato. Ubaldo si avvicinò e vide il piccolo angelo del quadro che rideva. - Perché ridi? - Non ho mai visto nessuno camminare così. - Vuoi che lo rifaccia? Il piccolo angelo fece di sì con la testa e Ubaldo ripeté l'esibizione. L'angelo rise di nuovo. - Dev'essere divertente, - disse. - Mi piacerebbe provare.- A me piacerebbe provare le tue ali, - disse Ubaldo. - Perché non facciamo scambio- Tu qui e io là? Il piccolo angelo era dubbioso: da quando l'avevano messo in quella posizione non si era mai mosso. Nemmeno con un dito. Poteva veramente? - Dài, - lo esortò Ubaldo, - solo cinque minuti. lo mi metto le tue ali e tu i miei vestiti. Non se ne accorge nessuno. In fondo, che male c'era? Solo cinque minuti, aveva detto il bambino; e l'angioletto si decise. Sollevò con delicatezza il braccio, spostò piano piano il fianco, si girò (non guardò il Bambino addormentato né la Madonna), fece un piccolo volo e fu a terra. Accanto a Ubaldo. Incredibile! I due bambini erano identici: stessi capelli biondi, stessi occhi, stesso colorito; eppure profondamente diversi. - Sbrigati, dammi le ali! - ordinò Ubaldo. - Ma prima devi toglierti i vestiti. - I vestiti? Mica sono scemo! - Con i vestiti sei troppo pesante, non puoi volare. Ubaldo a malincuore si spogliò, mentre il piccolo angelo, che non riusciva a toccare il pavimento perché era troppo leggero, indossò i vestiti di Ubaldo e per la prima volta in vita sua mise i piedi a terra. - Dammi le ali, adesso! L'angelo si tolse le ali, gliele fece indossare e gli mostrò come doveva usarle. - Però devi andare là: loro non possono rimanere soli. - Là dentro? Non sono mica scemo! Oh, che bello, volo! Voolooo!! Pistaa!! E Ubaldo cominciò a svolazzare per tutta la sala, qua e là, sbattendo contro i quadri e le pareti. - Devi entrare là dentro, solo cinque minuti, - ripeté l'angioletto con gentilezza. - L'hai promesso. Ma Ubaldo non sentiva discorsi. - Volo! Evviva, pistaaa!! Su, giù, in tondo, in modo sempre più frenetico. L'angelo gli ripeté la richiesta, ma quando s'accorse che Ubaldo non lo ascoltava nemmeno, alzò un dito, roseo e affusolato, e glielo puntò contro. All'istante, Ubaldo si ritrovò dentro il quadro: il braccio destro sulle ginocchia della Madonna, il fianco contro la sua gamba, a guardare il Bambino addormentato. Come dipinto. - Le promesse si mantengono, - disse il piccolo angelo e si mise a testa in giù, cercando di camminare sulle braccia. Una prima volta e ricadde, una seconda, e finalmente alla terza ci riuscì. - Evviva, cammino! Pistaaa! Mentre andava avanti e indietro per la stanza, arrivarono i genitori di Ubaldo, che avevano finito di visitare la galleria dei ritratti. Videro l'angioletto e lo scambiarono per il figlio. - Sei stato bravo, Ubaldo? Ti sei divertito?

Andiamo, che si è fatto tardi! Il piccolo angelo, ubbidiente com'era, si rialzò subito e, non osando contraddirli, li seguì. Da quel giorno visse con loro. Distratti e per di più miopi, il professore e la professoressa Polidoro Caldara Vecellio Papes Mosena non s'accorsero per niente dello scambio. Una volta sola, quando qualcuno per complimentarsi della bontà del loro bambino, disse: «Ma è un vero angelo! », si guardarono un po' preoccupati e l'uno disse all' altra - Trovi anche tu che Ubaldo sia cambiato? - Mah, non saprei. Comunque è sempre stato un angelo di bambino. E tutto finì lì. Nemmeno i visitatori del museo, né gli studiosi che ogni tanto esaminavano il dipinto notarono qualche cambiamento. Ecco la Madonna, ecco il Bambino, ecco l'angioletto biondo, roseo e paziente, che guardava il Bambino addormentato. Nessuno s'accorse mai che, appena voltavano le spalle, l'angioletto si girava e faceva loro le boccacce.


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Messaggio da Beldanubioblu » ven mar 23, 2007 2:36 pm

L’ultimo fioreImmagine


L’uomo che cammina nel vivere,vedrà morire ad una ad una le sue speranze, e nel mentre la sua anima attenderà il fiorire del giardino promesso, l’angelo di Dio scenderà a portar ricompensa, nel divenire essenza di quella stessa vita.

Sulle ali del vento giunse infine un essere alato:
Apritevi fiori è giunto il tempo che si compia una vita, il sole è alto e la voce del cuore chiede giustizia.

L’essere alato girò per ogni luogo di questo incantevole giardino ancora in boccio, soffiando di fiore in fiore le stille dell’amore del cielo. Ma il suo volo sereno fu disturbato da una bambina che camminava per il prato con molta agitazione:

Tu sei un' apetta?

Disse la bimba con fare molto frettoloso.

No bambina sono un essere alato, non so come ci chiamate, ha sì… io sono un angelo.

Disse poi con voce modulata come per dar maggiore risalto alle ultime parole proferite.

Un angelo dici?

Come sei strano, devi essere uno di quegli angeli che al cielo sono riusciti male.
L’angelo che aveva in se la pazienza di Giobbe, si sentì offeso dalle parole della piccola, e rivolgendo i suoi occhi chiari al cielo, come nel chiedere comprensione, continuò nella sua missione.

Piccola le tue parole lasciano trapelare un grave disagio.

Che dici sto benissimo, ma piuttosto fa in fretta a far aprire i fiori, non ti gingillare.
L’angelo era comprensivo per natura, ma questa bambina in particolare lo indispettiva, l’avrebbe voluta sculacciare per tanta maleducazione, ma al solo concepirne il pensiero il cielo tuono minaccioso, e l’angelo riprese a soffiare vita su ogni fiore, con molta pazienza. La piccola e dispettosa bambina lo seguì balzo dopo balzo, di fiore in fiore, come un ombra e quando ebbe finito disse:

Ebbene hai finito, ma quanto tempo ci hai messo, sei davvero lento, mi sembri un bradipo!

Un bradipo?

Disse l’angelo conoscendo molto bene quel tipo di animale, lento peggio delle tartarughe.

Perché tanta fretta monella di una bambina, e poi cosa ci fai in questo giardino, non credo proprio sia il tuo e troppo pieno di fiori e colori e tu non meriti d’avere tanto.

E di nuovo alzò la mano per sculacciarla e il cielo tuonò minaccioso, mentre la bambina correva ormai lontana nei pressi di un grande albero, gridando con la sua voce squillante e piena di allegria:

Svegliati, svegliati, il giardino è fiorito?

L’angelo incuriosito la seguì per capire chi o cosa si dovesse destare, e quando vide cosa giaceva inerme sotto quell’albero, restò senza parole, il cadavere della bambina, era lì pallido e privo di vita coperto da foglie secche. La piccola monella che lo aveva indispettito sino a qualche attimo prima, non era altro che l’ anima di quel corpo ormai senza vita.

Guarda, guarda ti ho portato un fiore svegliati è ora di vivere!

Continuò la piccola nel vano tentativo di svegliare il suo corpo. L’angelo non riuscì a trattenere il pianto, quella piccola monella non voleva capire che la bambina che era, ormai non c’era più, allora alzò gli occhi al cielo alla ricerca di conforto, e il cielo disse:

Soffia la vita su quell’ultimo fiore, ed in quello vedrai realizzata la tua missione.

Solo in quel momento all’angelo fu chiaro il piano di Dio, soffiò la vita sulla bambina e quando la piccola riaprì gli occhi, scomparvero sia l’anima che l’angelo. Ed in quel meraviglioso giardino si udì solo l’allegra voce della piccina dire:

Che strano, ho fatto un sogno meraviglioso, volavo tra i fiori, soffiando la vita su ogni cosa.
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Messaggio da Beldanubioblu » gio apr 05, 2007 2:32 pm

La campanella dell'Angelo
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Un giorno il Signore, mentre stava sulla sua solita nuvola ad ammirare gli astri del cielo e si ripeteva, soddisfatto, che gli erano venuti proprio bene, s'accorse di una cosa di cui non s'era mai accorto: che c'era dappertutto un gran silenzio. Ma proprio grande; un silenzio infinito, che riempiva da un capo all' altro tutto l'universo e metteva quasi paura. Il sole girava, le stelle ruotavano, ma non si sentiva il più piccolo suono, nemmeno un briciolo di rumore. . «Certo, gli ingranaggi funzionano alla perfezione» pensò il Signore. «Ma questo silenzio!» E decise, lì per lì, di fare qualcosa. Chiamò una schiera d'angeli, quelli che non avevano ancora un compito preciso, e disse loro che dovevano suonare. Suonare? Gli angeli non proferirono parola, non avrebbero osato mai davanti al Signore, ma non sapevano da dove incominciare.

Non avevano niente, solo le ali. - Ci penso io, - disse il Signore sorridendo, e in men che non si dica prese dal sole un fascio di raggi, un altro ne prese dalla luna e dalle stelle, e si mise al lavoro. Piegò, legò, unì, gonfiò, ed ecco un'arpa, poi un violino, una tromba, un tamburello, una viola; insomma, ad ogni angelo diede uno strumento. E siccome gli angeli non hanno bisogno della scuola, subito si misero a suonare; ed era una melodia bellissima, che anche le stelle rimasero incantate e quasi si fermavano. - Bene! - disse il Signore. Ma non aveva finito di parlare, che una voce sottile domandò: - E a me? Era un piccolo angelo, di quelli poco importanti che il Signore aveva fatto con i resti delle nuvole. - A te?! Oh, già! - fece il Signore e subito, con l'avanzo di un raggio della luna, fece una campanella bianca e ci attaccò come battaglio una scintilla di sole. Din! din!, fece la campanella. Il piccolo angelo la prese e volò via, felice. Ma si sa come vanno queste cose.

Il piccolo angelo la suonava sempre e non badava al suono, ora alto ora basso: volava qua e là, con la sua campanella, e la suonava. Gli angeli musicanti, con le viole e le arpe bene intonate, portarono pazienza per un poco ma poi incominciarono a sbuffare. Non dicevano niente, erano angeli educati, ma soffrivano per quel din din continuo che disturbava la loro melodia. «Qualcosa debbo fare» pensò il Signore, ma non sapeva cosa. Passò del tempo, tanto, e gli angeli stavano perdendo la pazienza, quando il Signore trovò la soluzione. Sulla terra vide un villaggio abbandonato, in mezzo alle montagne. Le case erano vuote, era rimasta solo una vecchina con un gatto a tenerle compagnia. La vecchina passava il tempo a sferruzzare una calza lunghissima e a scaldarsi al sole, quando c'era. Ma al tramonto e all'alba usciva di casa per suonare la campana che stava sul tetto appuntito della chiesa.

Don, don!!! La campana suonava e il suono si spargeva tutt'intorno. Ma un giorno la vecchina s'ammalò. «Vai!» disse allora il Signore al piccolo angelo. L'angelo scese, si sistemò sul tetto della chiesa e prese a suonare: una volta la campana della chiesa, una ,volta la sua campanella. Din! Don! Din! Don! Poi la vecchina morì, fu sepolta nel cimitero del villaggio, ma l'angelo rimase a farle compagnia. E continuò a suonare. Din, don! Din, don! Da allora le campane suonano tutte cosi, basta ascoltarle.

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Messaggio da Beldanubioblu » gio apr 05, 2007 2:42 pm


La giostra
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In una città molto grande capitò a una bambina di perdersi. Accadde in un pomeriggio di primavera; la bambina aveva sette anni, era graziosa e abbastanza ubbidiente, come tutti i bambini. Ma anche molto curiosa. Camminava con la mamma in una strada affollata, la mamma si fermò davanti a una vetrina, la bambina si fermò davanti a un pagliaccio che suonava una trombetta. - Non ti muovere, - disse la mamma alla bambina. Dopo il pagliaccio, c'era un fachiro, che faceva ondeggiare qua e là un serpente al suono di un piffero. Il serpente era di gomma e il fachiro aveva la barba finta. La bambina se ne accorse e disse a voce alta: - Il tuo non è un serpente vero. - Vattene! - ruggi il fachiro, roteando gli occhi, e la bambina scappò. Fu così che si perse. Quando la mamma si girò non c'era più la bambina; quando la bambina si voltò non c'era più la mamma. Andò proprio cosi e nelle grandi città succede quasi ogni giorno.

La mamma si allarmò subito, la bambina invece continuò a curiosare. Era un pomeriggio pieno di sole e in giro c'era tanta gente, la bambina non aveva paura. La città di giorno è come un bosco incantato, pieno di sorprese. La bambina si comprò un gelato alla vaniglia ed entrò in un negozio di giocattoli, s'incantò davanti ai pupazzi di peluche e alle bambole parlanti. Uscì, seguì una banda che suonava una marcia militare, entrò in un grande magazzino, giocò con le scale mobili e si provò cappelli. Uscì, guardò un venditore di carte che faceva giochi di prestigio e un altro che vendeva pappagalli... E avanti, avanti. La città di giorno è una meraviglia. La bambina camminava e il tempo sembrava non finire. Era una fiaba. Per questo non s'accorse ch' era arrivata sera e quando se n'accorse il bosco incantato era sparito, la città non era più la stessa.

Fu un cambiamento improvviso: all'inizio c'era ancora luce e le vetrine mettevano allegria, poi le strade si riempirono di gente che camminava in fretta, nessuno guardava l'altro, nessuno scambiava una parola. S'infilavano nei tunnel della metropolitana e sparivano li sotto, come formiche. - Ti sei persa? -le domandò qualcuno e tirò dritto. La bambina si ritrovò sola. S'incamminò senza sapere dove andare, e intanto il cielo s'era fatto scuro e la città era diventata una foresta. La notte la città è piena di strade vuote, che non portano a niente, di angoli bui, di case senza nome. E di suoni misteriosi, di voci cupe e soffocate, di urli di sirene, di miagolii di gatti e di silenzio. La notte la città è come una foresta piena di lupi, che ingoiano i bambini. La bambina lo sapeva e camminava; camminava e piangeva, disperata. Nessuno la sentiva. Da una strada semibuia sbucò un uomo barcollando, vecchio e con un occhio solo. «Di certo è un pirata» la bambina pensò, e scappò via. Arrivò in una piazza e vide sotto un lampione delle figure che parevano fantasmi. Un gatto sbucò dal buio e le schizzò davanti: aveva gli occhi di fuoco, come le streghe. Da un portone socchiuso uscì una voce cavernosa: chi era, un orco? Una mano s'allungò da una panchina, la voleva afferrare. Una sirena urlò e le gelò il sangue. La bambina camminava. Ma verso dove? La notte è lunga nel buio, il tempo non finisce mai. E non ci sono amici. Dall' ombra sembrano uscire mostri, non ci si può fermare. La bambina era cosi stanca che non riusciva a piangere. Ed ecco, all'improvviso, sentì una musica. Era dolce e lenta e veniva da un angolo nascosto. «Cosa sarà?» pensò la bambina, e la seguì. Arrivò in una piazza, piccola, quadrata, tra vecchie case che avevano le persiane colorate. C'era una giostra al centro e un unico lampione che la illuminava.

La giostra era di legno, aveva cavalli bianchi che tiravano un cocchio e angeli azzurri che reggevano le redini. Era vuota e girava pian piano. Gli angeli avevano la testa inclinata un poco sulla spalla, giravano tutt'intorno e la chiamavano. La bambina salì sulla giostra e perse ogni paura. Si sedette nel cocchio e si addormentò. Gli angeli vegliavano. La mamma la trovò al mattino, che dormiva ancora. La prese, l'abbracciò stretta e la bambina continuò a dormire. Credeva che fosse tutto un sogno. Giostre così ormai se ne vedono poche. E' per questo che quando un bambino si perde, in una grande città, spesso non si ritrova.



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