Umberto Saba

Poeti celebri di affermata fama nazionale e mondiale

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Beldanubioblu
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Umberto Saba

Messaggio da Beldanubioblu » dom mar 19, 2006 7:42 pm

Umberto Saba



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Umberto Saba nasce a Trieste il 9 marzo 1883 da Rachel Coen (ebrea) e Ugo Poli (cattolico). Ben presto la madre viene abbandonata dal marito, e il piccolo è mandato a vivere presso una contadina slovena, l'amatissima Peppa, con il quale manterrà sempre un rapporto d'intenso affetto. La sua carriera scolastica è breve: frequenta il ginnasio soltanto per pochi mesi e abbandona quasi subito per lavorare all'Accademia del Commercio, perciò la sua formazione avviene soprattutto tramite quelle che egli poi definirà "le sterminate letture d'infanzia": letture di Leopardi, Foscolo, Petrarca, Manzoni.

Nel 1905 si trasferisce a Firenze con l'amico filosofo Giorgio Fano, e qui rimane fino al 1910. A Firenze prende contatti con gli ambienti intellettuali della città, tra cui la rivista La Voce, in cui lavora un concittadino del poeta, Scipio Slapater; contatti che però saranno sempre di reciproca incomprensione, soprattutto in seguito al rifiuto di Slapater di pubblicare sulla rivista Quello Che Resta Da Fare Della Vita un breve manifesto di poetica scritto da Saba.

Nel 1908 presta il servizio militare e successivamente sposa Lina, l'ispiratrice di molte liriche, da cui avrà una figlia, Linuccia. Nel 1910 esce a spese del poeta il primo libro di versi, "Poesie"; poi, nel 1911, scoppia una grave crisi in famiglia, e per un certo periodo il poeta lascia la moglie, ma poi la coppia si riappacifica definitivamente. Nel 1913 nel teatro La Fenice di Trieste viene rappresentato per la prima e ultima volta (con clamoroso insuccesso) il dramma in un atto "Il letterato Vincenzo", unico e modesto testo teatrale scritto da Saba. Dopo la prima guerra mondiale, cui partecipa anche il poeta ricoprendo ruoli amministrativi e di retroguardia, Saba rileva a Trieste una vecchia libreria antiquaria, tuttora esistente, alla quale si dedicherà per il resto della vita.

Nel 1921 riunisce nel "Canzoniere" tutte le sue poesie pubblicate, ma non ottiene il favore della critica, tanto da rinchiudersi in una sorta di scontrosa solitudine. Nel 1929 si sottopone a una terapia psicoanalitica con il dottor Edoardo Weiss, allievo di Freud, per curarsi da una nevrosi cui era afflitto, ma questa esperienza si conclude quasi subito, poiché lo specialista si trasferisce a Roma; tuttavia queste sedute avranno un significato importante per Saba, perché gli confermeranno alcune sue intuizioni circa l'importanza delle esperienze infantili nella formazione della personalità, e di conseguenza la psicoanalisi gli apparirà come uno strumento importantissimo per la conoscenza dell'animo umano e quindi della realtà e della storia. Freud sarà uno dei suoi "maestri di vita" e considererà le sue opere, dopo quelle di Copernico e Darwin, come tra le più fondamentali nel pensiero moderno.

Nel 1938 avviene un cambiamento nella vita di Saba dovuto all'introduzione delle leggi razziali; di conseguenza deve abbandonare Trieste e rifugiarsi a Roma, che abbandona dopo avere trascorso quelli che egli definirà i mesi più felici della sua vita (il poeta è circondato dal calore e dalla stima di numerosi intellettuali e scrittori), per l'impossibilità a trovare un lavoro. Si trasferisce a Milano, dove viene ospitato da una famiglia amica, sino al suo rientro a Trieste dopo le elezioni del 18 aprile 1948; nella città natia trascorre gli ultimi anni della sua vita tra ricoveri prolungati in clinica, dovuti alla sua nevrosi e alla morte della moglie, e riconoscimenti ufficiali sulla sua produzione poetica (nel 1951 riceve il premio dell'Accademia dei Lincei, nel 1953 la laurea honoris causa dell'università di Roma). Alla fine della sua vita compone ancora delle raccolte di versi e un romanzo rimasto incompiuto, "Ernesto". Muore a Gorizia, in una clinica privata, il 25 agosto del 1957.



Citazioni
1. La letteratura sta alla poesia come la menzogna alla verità.

2. Era questo la vita: un sorso amaro.

3. L'opera d'arte è sempre una confessione.

4. Tutti gli uomini sono pazzi, e chi non vuole vedere dei pazzi deve restare in camera sua e rompere lo specchio.


http://www.newsky.it/



MOGLI E BUOI

<<La poesia provocò, appena conosciuta, allegre risate», scrisse lo stesso Umberto Saba a proposito di questo suo testo, ovviamente in tono di soddisfatta rivincita, quando già da più parti si inneggiava al capolavoro. Però si percepisce già qualche cosa di strano in questa affermazione: perché mai una poesia dovrebbe suscitare il riso? Potrà sembrare oscura, inintelligibile, o al contrario banale e insignificante, potrà essere accolta da sorrisetti sardonici di compatimento, ma perché riderne? Il riso non scatta a vuoto, presuppone la comprensione di un elemento comico.
Stiamo parlando, per chi non l'avesse capito, di A mia moglie, componimento che si può trovare praticamente in tutte le antologie della poesia italiana novecentesca, accompagnato spesso dai più alti elogi
Tu sei come una giovane,
una bianca pollastra.
Le si arruffano al vento
le piume, il collo china
per bere, e in terra raspa;
ma, nell'andare, ha il lento
tuo passo di regina,
ed incede sull'erba
pettoruta e superba...

Diligentemente, Saba annuncia nel titolo l'oggetto della sua allocuzione, attacca con la seconda persona singolare il suo inno cletico e comincia a sfornare similitudini. Così cantava anche il Vate, soltanto pochi anni prima:

...e il tuo volto ebro
è molle di pioggia come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre...
Solo che Saba i suoi paragoni va a procurarseli direttamente in polleria. E una volta iniziato non si ferma più, come un caterpillar:

È migliore del maschio.
È come sono tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio.
Così se l'occhio, se il giudizio mio
non m'inganna, fra queste hai le tue eguali,
e in nessun'altra donna.
Quando la sera assonna
le gallinelle,
mettono voci che ricordan quelle,
dolcissime, onde a volte dei tuoi mali
ti quereli, e non sai
che la tua voce ha la soave e triste
musica dei pollai.

Ora, a Saba è balenata un'idea, non particolarmente originale - anche se in poesia l'originalità dell'idea in effetti conta poco -, perché la ritroviamo già in Semonide di Amorgo: uno spunto, il paragone fra donne e femmine di animali, caratteristico per l'appunto della poesia satirica, e che qui si tenta di riadattare ad altri fini senza riuscire a scrollargli di dosso la comicità di cui è naturaliter intriso. Di quest'idea comunque Saba si è innamorato e non la molla più, variandola e rivariandola per sei lunghe strofe scritte in un linguaggio sciatto e pedestre, dove "dono" rima con..."dono":

Tu sei come una gravida
giovenca;
libera ancora e senza
gravezza, anzi festosa;
che, se la lisci, il collo
volge, ove tinge un rosa
tenero la sua carne.
Se l'incontri e muggire
l'odi, tanto è quel suono
lamentoso, che l'erba
strappi, per farle un dono.
È così che il mio dono
t'offro quando sei triste...

E così di seguito, fino alla fine, ad ogni inizio di strofa viene chiamato in causa un animale del quale si individua una qualità che viene attribuita a Lina Saba. Nonostante molti abbiano voluto vedere in questi versi, sulla scia dell'autore, un esempio di spontaneità addirittura infantile, siamo di fronte piuttosto a una concatenazione molto raziocinante di allegorie e di incisi gnomici. Forse solo nella strofa della rondine, che è fra l'altro la più corta, Saba è riuscito almeno in parte a sciogliere questo meccanismo in un vissuto con tratti lirici:

Tu sei come la rondine
Che torna in primavera.
Ma in autunno riparte:
e tu non hai quest'arte.
Tu questo hai della rondine:
le movenze leggere;
questo che a me, che mi sentiva ed era
vecchio, annunciavi un'altra primavera.

Certa critica strutturalista è stata invece affascinata proprio dall'impianto ripetitivo che costituisce il punto più debole di questo lungo testo. Un interprete ha addirittura tratto auspici dal fatto che gli ultimi tre animali elencati da Saba siano la rondine, la formica e la pecchia, ossia, a suo dire, animali che «non sono femmine», ma solo «grammaticalmente di sesso femminile». Il che non si capisce bene cosa comporti, a parte la scarsa cultura entomologica del critico, perché formiche e api sono femmine a tutti gli effetti.
Non ci sentiamo in definitiva di condannare chi si fece delle risate sopra questa curiosa filastrocca. La moglie di Saba invece, forse meno dotata di sense of humour, rimase (è sempre lo stesso scrittore a ricordarlo) «male, molto male; mancò poco litigasse con me». Crediamo che di poesia capisse più di tanta attrezzata critica del Novecento.



Carmine Adalfei


(fonte:http://www.phemios.net/)



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Ultima modifica di Beldanubioblu il mar mar 21, 2006 12:38 am, modificato 1 volta in totale.
Il sole non ti serve per vedere perchè tu luce sei in mezzo al buio...(Lucia Di Iulio)

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Messaggio da Beldanubioblu » dom mar 19, 2006 7:52 pm

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Fanciulle


Maria ti guarda con gli occhi un poco
come Venere loschi.
Cielo par che s'infoschi
quello sguardo, il suo accento è quasi roco.

Non è bella, né in donna ha quei gentili
atti, cari agli umani;
belle ha solo le mani,
mani da baci, mani signorili.

Dove veste, sue vesti son richiami
per il maschio, un'asprezza
strana di tinte. È mezza
bambina e mezza bestia. Eppure l'ami.

Sai ch'è ladra e bugiarda, una nemica
dei tuoi intimi pregi;
ma quanto più la spregi
più la vorresti alle tue voglie amica




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Il torrente
Tu così avventuroso nel mio mito,
così povero sei fra le tue sponde.
Non hai, ch'io veda, margine fiorito.
Dove ristagni scopri cose immonde.
Pur, se ti guardo, il cor d'ansia mi stringi,
o torrentello.
Tutto il tuo corso è quello
del mio pensiero, che tu risospingi
alle origini, a tutto il fronte e il bello
che in te ammiravo; e se ripenso i grossi
fiumi, l'incontro con l'avverso mare,
quest'acqua onde tu appena i piedi arrossi
nudi a una lavandaia,
la più pericolosa e la più gaia,
con isole e cascate, ancor m'appare;
e il poggio da cui scendi è una montagna.
Sulla tua sponda lastricata l'erba
cresceva, e cresce nel ricordo sempre;
sempre è d'intorno a te sabato sera;
sempre ad un bimbo la sua madre austera
rammenta che quest'acqua è fuggitiva,
che non ritrova più la sua sorgente,
né la sua riva; sempre l'ancor bella
donna si attrista, e cerca la sua mano
il fanciulletto, che ascoltò uno strano
confronto tra la vita nostra e quella
della corrente.
***


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Tre momenti


Di corsa usciti a mezzo il campo, date
prima il saluto alle tribune. Poi,
quello che nasce poi,
che all'altra parte rivolgete, a quella
che più nera si accalca, non è cosa
da dirsi, non è cosa ch'abbia un nome.
Il portiere su e giù cammina come
sentinella. Il pericolo
lontano è ancora.
Ma se in un nembo s'avvicina, oh allora
una giovane fiera si accovaccia
e all'erta spia.
Festa è nell'aria, festa in ogni via.
Se per poco, che importa?
Nessun'offesa varcava la porta,
s'incrociavano grida ch'eran razzi.
La vostra gloria, undici ragazzi,
come un fiume d'amore orna Trieste.


(Dal Canzoniere, cit.)

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La capra


Ho parlato a una capra.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d'erba, bagnata
dalla pioggia, belava.
Quell'uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.
In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.

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Squadra paesana


Anch'io tra i molti vi saluto, rosso-
alabardati,
sputati
dalla terra natia, da tutto un popolo
amati.
Trepido seguo il vostro gioco.
Ignari
esprimete con quello antiche cose
meravigliose
sopra il verde tappeto, all'aria, ai chiari
soli d'inverno.
Le angoscie
che imbiancano i capelli all'improvviso,
sono da voi così lontane! La gloria
vi dà un sorriso
fugace: il meglio onde disponga. Abbracci
corrono tra di voi, gesti giulivi.
Giovani siete, per la madre vivi;
vi porta il vento a sua difesa. V'ama
anche per questo il poeta, dagli altri
diversamente - ugualmente commosso.



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L'ora nostra


Sai un'ora del giorno che più bella
sia della sera? tanto
più bella e meno amata? È quella
che di poco i suoi sacri ozi precede;
l'ora che intensa è l'opera, e si vede
la gente mareggiare nelle strade;
sulle mole quadrate delle case
una luna sfumata, una che appena
discerni nell'aria serena.
È l'ora che lasciavi la campagna
per goderti la tua cara città,
dal golfo luminoso alla montagna
varia d'aspetti in sua bella unità;
l'ora che la mia vita in piena va
come un fiume al suo mare;
e il mio pensiero, il lesto camminare
della folla, gli artieri in cima all'alta
scala, il fanciullo che correndo salta
sul carro fragoroso, tutto appare
fermo nell'atto, tutto questo andare
ha una parvenza d'immobilità.
È l'ora grande, l'ora che accompagna
meglio la nostra vendemmiante età.


(Dal Canzoniere, cit.)


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Teatro degli Artigianelli


Falce martello e la stella d'Italia
ornano nuovi la sala. Ma quanto
dolore per quel segno su quel muro!
Esce, sorretto dalle grucce, il Prologo.
Saluta al pugno; dice sue parole
perché le donne ridano e i fanciulli
che affollano la povera platea.
Dice, timido ancora, dell'idea
che gli animi affratella; chiude: "E adesso
faccio come i tedeschi: mi ritiro".
Tra un atto e l'altro, alla Cantina, in giro
rosseggia parco ai bicchieri l'amico
dell'uomo, cui rimargina ferite,
gli chiude solchi dolorosi; alcuno
venuto qui da spaventosi esigli,
si scalda a lui come chi ha freddo al sole.
Questo è il Teatro degli Artigianelli,
quale lo vide il poeta nel mille
novecentoquarantaquattro, un giorno
di Settembre, che a tratti
rombava ancora il canone, e Firenze
taceva, assorta nelle sue rovine.
(Dal Canzoniere, cit.)


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Il Borgo


Fu nelle vie di questo
Borgo che nuova cosa
m'avvenne.
Fu come un vano
sospiro
il desiderio improvviso d'uscire
di me stesso, di vivere la vita
di tutti,
d'essere come tutti
gli uomini di tutti
i giorni.
Non ebbi io mai sì grande
gioia, né averla dalla vita spero.
Vent'anni avevo quella volta, ed ero
malato. Per le nuove
strade del Borgo il desiderio vano
come un sospiro
mi fece suo.
Dove nel dolce tempo
d'infanzia
poche vedevo sperse
arrampicate casette sul nudo
della collina,
sorgeva un Borgo fervente d'umano
lavoro. In lui la prima
volta soffersi il desiderio dolce
e vano
d'immettere la mia dentro la calda
vita di tutti,
d'essere come tutti
gli uomini di tutti
i giorni.
La fede avere
di tutti, dire
parole, fare
cose che poi ciascuno intende, e sono,
come il vino ed il pane,
come i bimbi e le donne,
valori
di tutti. Ma un cantuccio,
ahimé, lasciavo al desiderio, azzurro
spiraglio,
per contemplarmi da quello, godere
l'alta gioia ottenuta
di non esser più io,
d'essere questo soltanto: fra gli uomini
un uomo.
Nato d'oscure
vicende,
poco fu il desiderio, appena un breve
sospiro. Lo ritrovo
- eco perduta
di giovinezza - per le vie del Borgo
mutate
più che mutato non sia io. Sui muri
dell'alte case,
sugli uomini e i lavori, su ogni cosa,
è sceso il velo che avvolge le cose
finite.
La chiesa è ancora
gialla, se il prato
che la circonda è meno verde. Il mare,
che scorgo al basso, ha un solo bastimento,
enorme,
che, fermo, piega da un parte. Forme,
colori,
vita onde nacque il mio sospiro dolce
e vile, un mondo
finito. Forme,
colori,
altri ho creati, rimanendo io stesso,
solo con il mio duro
patire. E morte
m'aspetta.
Ritorneranno,
o a questo
Borgo, o sia a un altro come questo, i giorni
del fiore. Un altro
rivivrà la mia vita,
che in un travaglio estremo
di giovinezza, avrà per egli chiesto,
sperato,
d'immettere la sua dentro la vita
di tutti,
d'essere come tutti
gli appariranno gli uomini di un giorno
d'allora.


(Dal Canzoniere, Milano, Garzanti, 1951)

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Trieste
(da Trieste e una donna, 1910-12)

Ho attraversata tutta la città.
Poi ho salita un'erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.
Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all'ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l'ultima, s'aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un'aria strana, un'aria tormentosa,
l'aria natia.
La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.
***

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Messaggio da Beldanubioblu » dom mar 19, 2006 8:34 pm

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Città vecchia
(da Trieste e una donna, 1910-12)


Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un'oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
Qui tra la gente che viene che va
dall'osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l'infinito
nell'umiltà.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d'amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s'agita in esse, come in me, il Signore.
Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.
***



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Dopo la tristezza
(da Trieste e una donna, 1910-12)


Questo pane ha il sapore d'un ricordo,
mangiato in questa povera osteria,
dov'è più abbandonato e ingombro il porto.
E della birra mi godo l'amaro,
seduto del ritorno a mezza via,
in faccia ai monti annuvolati e al faro.
L'anima mia che una sua pena ha vinta,
con occhi nuovi nell'antica sera
guarda una pilota con la moglie incinta;
e un bastimento, di che il vecchio legno
luccica al sole, e con la ciminiera
lunga quanto i due alberi, è un disegno
fanciullesco, che ho fatto or son vent'anni.
E chi mi avrebbe detto la mia vita
così bella, con tanti dolci affanni,
e tanta beatitudine romita!



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La Malinconia


Malinconia
la vita mia
struggi terribilmente;
e non v'è al mondo, non c'è al mondo niente
che mi divaghi.

Niente, o una sola
casa. Figliola,
quella per me saresti.
S'apre una porta; in tue succinte vesti
entri, e mi smaghi.

Piccola tanto,
fugace incanto
di primavera. I biondi
riccioli molti nel berretto ascondi,
altri ne ostenti.

Ma giovinezza,
torbida ebbrezza,
passa, passa l'amore.
Restan sì tristi nel dolente cuore,
presentimenti.

Malinconia,
la vita mia
amò lieta una cosa,
sempre: la Morte. Or quasi è dolorosa,
ch'altro non spero.

Quando non s'ama
più, non si chiama
lei la liberatrice;
e nel dolore non fa più felice
il suo pensiero.

Io non sapevo
questo; ora bevo
l'ultimo sorso amaro
dell'esperienza. Oh quanto è mai più caro
il pensier della morte,

al giovanetto,
che a un primo affetto
cangia colore e trema.
Non ama il vecchio la tomba: suprema
crudeltà della sorte.



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A mia moglie


Tu sei come una giovane
una bianca pollastra.
Le si arruffano al vento
le piume, il collo china
per bere, e in terra raspa;
ma, nell'andare, ha il lento
tuo passo di regina,
ed incede sull'erba
pettoruta e superba.
È migliore del maschio.
È come sono tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio,
Così, se l'occhio, se il giudizio mio
non m'inganna, fra queste hai le tue uguali,
e in nessun'altra donna.
Quando la sera assonna
le gallinelle,
mettono voci che ricordan quelle,
dolcissime, onde a volte dei tuoi mali
ti quereli, e non sai
che la tua voce ha la soave e triste
musica dei pollai.

Tu sei come una gravida
giovenca;
libera ancora e senza
gravezza, anzi festosa;
che, se la lisci, il collo
volge, ove tinge un rosa
tenero la tua carne.
se l'incontri e muggire
l'odi, tanto è quel suono
lamentoso, che l'erba
strappi, per farle un dono.
È così che il mio dono
t'offro quando sei triste.

Tu sei come una lunga
cagna, che sempre tanta
dolcezza ha negli occhi,
e ferocia nel cuore.
Ai tuoi piedi una santa
sembra, che d'un fervore
indomabile arda,
e così ti riguarda
come il suo Dio e Signore.
Quando in casa o per via
segue, a chi solo tenti
avvicinarsi, i denti
candidissimi scopre.
Ed il suo amore soffre
di gelosia.

Tu sei come la pavida
coniglia. Entro l'angusta
gabbia ritta al vederti
s'alza,
e verso te gli orecchi
alti protende e fermi;
che la crusca e i radicchi
tu le porti, di cui
priva in sé si rannicchia,
cerca gli angoli bui.
Chi potrebbe quel cibo
ritoglierle? chi il pelo
che si strappa di dosso,
per aggiungerlo al nido
dove poi partorire?
Chi mai farti soffrire?

Tu sei come la rondine
che torna in primavera.
Ma in autunno riparte;
e tu non hai quest'arte.

Tu questo hai della rondine:
le movenze leggere:
questo che a me, che mi sentiva ed era
vecchio, annunciavi un'altra primavera.

Tu sei come la provvida
formica. Di lei, quando
escono alla campagna,
parla al bimbo la nonna
che l'accompagna.

E così nella pecchia
ti ritrovo, ed in tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio;
e in nessun'altra donna.


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I MORTI AMICI


I morti amici rivivono in te,
e le morte stagioni. Che tu esista
è un prodigio; ma un altro lo sorpassa:
che in te ritrovi un mio tempo che fu.

In un paese m'aggiro che più
non era, remotissimo, sepolto
dalla mia volontà di vita. E' questo
il bene o il male, non so, che m'hai fatto.

(Umberto Saba, da "Poesie scelte")

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EPIGRAFE


Parlavo vivo a un popolo di morti.
Morto alloro rifiuto e chiedo oblio.

( da "Poesie scelte")



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