Trilussa - Carlo Alberto Salustri

Poeti celebri di affermata fama nazionale e mondiale

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Beldanubioblu
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Trilussa - Carlo Alberto Salustri

Messaggio da Beldanubioblu » lun nov 28, 2005 12:24 am

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NINNA NANNA di TRILUSSA... KLIKKA

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Trilussa




STORIA

Trilussa è il poeta romano Carlo Alberto Salustri, il quale scelse questo pseudonimo da un anagramma del proprio cognome. È autore di un gran numero di poesie in dialetto romanesco, alcune delle quali in forma di sonetti. Dopo la pubblicazione dei versi belliani, verso la fine del 19º secolo diversi poeti romani avevano cominciato a scrivere in dialetto. Lungi dall'essere un intellettuale - Trilussa non aveva brillato negli studi - fonte della sua ispirazione erano le strade di Roma, assai più che i libri. Quando un giornale locale gli pubblicò i primi versi, questi conobbero presto il consenso dei lettori e furono in seguito pubblicati nella prima delle sue molte raccolte di poesie. La sua fama crebbe, e tra il 1920 e il 1930 la sua notorietà raggiunse il culmine; tuttavia non frequentò mai i circoli letterari, ai quali continuava a preferire le osterie.

Negli anni successivi, però, la struttura sociale della città doveva cambiare profondamente; l'ispirazione che il poeta traeva così intimamente dalle vecchie atmosfere romane era destinata pian piano ad abbandonarlo. I suoi anni migliori giungevano così al termine. Eppure, a soli pochi giorni dalla sua morte, gli veniva riconosciuto il titolo di senatore a vita per alti meriti in campo letterario e artistico: "Siamo ricchi!" fu il suo ironico commento alla vecchia governante nell'apprendere la notizia, ben sapendo che tale titolo non era molto più che una carica onorifica. Circa 80 anni prima, Belli era stato ispirato dal netto contrasto fra le classi sociali più alte e quelle più basse, e dalla lotta per l'essenziale che quest'ultime quotidianamente sostenevano; ma la Roma fin de siècle aveva ben altra struttura sociale: la piccola borghesia (dalla quale Trilussa stesso proveniva) era ora cresciuta, era la classe più rappresentata. Le sue poesie sono dunque popolate da tipici personaggi di un mondo piccolo-borghese (la casalinga, il commesso di negozio, la servetta, ecc.).

Oltre a comporre versi, il poeta illustrava anche alcuni dei suoi sonetti e poesie con disegni, una piccola selezione dei quali è mostrata nella pagina, rivelando un altro lato del suo temperamento artistico. La lingua usata da Trilussa è differente da quella originale dei "Sonetti" belliani, molto più limata nei suoi tratti dialettali e assai più vicina all'italiano, come d'altronde veniva parlata in quegli anni quale risultato di un innalzamento del livello culturale medio della popolazione al volgere del secolo. Per questo motivo ricevette anche critiche da alcuni poeti dialettali più "puristi". Dunque, le poesie di Trilussa risultano forse meno pungenti, meno caustiche di quelle di Belli, ma lo spirito umoristico che le sostiene è esattamente lo stesso. Un'altra caratteristica delle opere di Trilussa sono gli animali: in molte delle sue poesie leoni, scimmie, gatti, cani, maiali, topi, ecc. danno vita a divertenti situazioni, mettendo in ridicolo i molti vizi e difetti dell'uomo.

Fra i suoi meriti artistici, di Trilussa viene anche ricordata una sua collaborazione col famoso fantasista Ettore Petrolini (1884-1936), per il quale scrisse alcuni testi brillanti.



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Foglie gialle


Ma dove ve ne andate,
povere foglie gialle
come farfalle
spensierate?
Venite da lontano o da vicino
da un bosco o da un giardino?
E non sentite la malinconia
del vento stesso che vi porta via?



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EL LEONE RICONOSCENTE

Ner deserto dell'Africa,
un Leone che j'era entrato un ago drento ar piede,
chiamò un Tenente pe' l'operazzione.
-- Bravo! -- je disse doppo -- Io t'aringrazzio:
vedrai che te sarò riconoscente d'avemme libberato da 'sto strazzio; qual'è er pensiere tuo?
d'esse promosso?
Embè, s'io posso te darò 'na mano...
-- E in quela notte istessa mantenne la promessa più mejo d'un cristiano; ritornò dar Tenente e disse:
-- Amico, la promozzione è certa,
e te lo dico perché me so' magnato er Capitano.


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LA POESIA

Appena se ne va l'urtima stella e diventa più pallida la luna c'è un Merlo che me becca una per una tutte le rose de la finestrella: s'agguatta fra li rami de la pianta, sgrulla la guazza, s'arinfresca e canta. L'antra matina scesi giù dar letto co' l'idea de vedello da vicino,
e er Merlo furbo che capì el latino spalancò l'ale e se n'annò sur tetto. -- Scemo! -- je dissi -- Nun t'acchiappo mica...
-- E je buttai du' pezzi de mollica.
-- Nun è -- rispose er Merlo
-- che nun ciabbia fiducia in te, ché invece me ne fido:
lo so che nu m'infili in uno spido,
lo so che nun me chiudi in una gabbia:
ma sei poeta, e la paura mia è che me schiaffi in una poesia.
È un pezzo che ce scocci co' li trilli! Per te, l'ucelli, fanno solo questo: chiucchiù, ciccì, pipì...
Te pare onesto de facce fa la parte d'imbecilli
senza capì nemmanco una parola de quello che ce sorte da la gola?
Nove vorte su dieci er cinguettio che te consola e t'arillegra er core
nun è pe' gnente er canto de l'amore
o l'inno ar sole, o la preghiera a Dio:
ma solamente la soddisfazzione
d'avè fatto una bona diggestione.



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AVARIZZIA


Ho conosciuto un vecchio ricco, ma avaro:
avaro a un punto tale che
guarda li quatrini ne lo specchio pe' vede raddoppiato er capitale.
Allora dice: -- Quelli li do via perché ce faccio la beneficenza;
ma questi me li tengo pe' prudenza...
-- E li ripone ne la scrivania.



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IRA

Lidia, ch'è nevrastenica,
è capace che quanno liticamo per un gnente se dà li pugni in testa, espressamente perché lo sa che questo me dispiace.
Io je dico: -- Sta' bona, amore mio, che sennò te fai male, core santo... -- Ma lei però fa peggio,
infino a tanto che quarcheduno je ne do pur'io.



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ACCIDIA

In un giardino,
un vagabonno dorme accucciato per terra,
arinnicchiato, che manco se distingueno le forme.
Passa una guardia:
-- Alò! -- dice -- Cammina!
-- Quello se smucchia e j'arisponne:
-- Bravo! -- Me sveji propio a tempo!
M'insognavo che stavo a lavorà ne l'officina!




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INVIDIA

Su li stessi scalini de la chiesa
c'è uno sciancato co' la bussoletta
e una vecchia co' la mano stesa.
Ogni minuto lo sciancato dice:
-- Moveteve a pietà d'un infelice
che so' tre giorni che nun ha magnato...
-- E la vecchia barbotta:
-- Esaggerato!



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ER TESTAMENTO D'UN ARBERO

Un Arbero d'un bosco chiamò l'ucelli e fece testamento: -- Lascio li fiori ar mare,
lascio le foje ar vento,
li frutti ar sole e poi tutti li semi a voi.
A voi, poveri ucelli,
perché me cantavate le canzone ne la bella staggione.
E vojo che li stecchi,
quanno saranno secchi,
fàccino er foco pe' li poverelli.
Però v'avviso che sur tronco mio
c'è un ramo che dev'esse ricordato a la bontà dell'ommini e de Dio. Perché quer ramo,
semprice e modesto,
fu forte e generoso:
e lo provò er giorno che sostenne
un omo onesto quanno ce s'impiccò.



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ER FABBRO FERRARO

Appena va a bottega scopre er foco
dà ‘na tirata ar mantice e l’attìzza;
er foco je sfavilla, scrocchia, schizza,
e er ferro ‘arriscàlla a poco a poco.
Quann’è rosso lo caccia e, come un coco
ch’aggiusta ‘na pietanza, taja, spìzza,
l’intorcìna, lo storce, lo riaddrìzza,
je dà la forma che je fa più giòco.
A entrà lì dentro, senti un’oppressione;
ma quello, sì, cià preso l’abbitudine,
lavora sempre e canta le canzone.
E le canta co’ tanto sentimento
ch’er martello, còr bàtte su l’incùdine,
je fa ‘na spece d’accompagnamento.
Per aria ce sta un bucio, e lui da quello
vede ‘na loggia che je sta de faccia,
e vede puro quanno ce s’affaccia
un grugno spizzichino e ciumachello.
Allora pare che je vada in faccia
tutta quanta la fiàra der fornello,
allora sente er peso der martello,
nù ne po’ più, je càscheno le braccia!
Làssa perde l’incùdine e s’incànta
coll’occhi spalancati su quer bucio …
Poi se dà pace, rilavòra e canta:
-- Dìmme se me voi bene e si te piacio:
io sto vicino ar foco e nun m’abbrucio,
ma tu m’abbruceresti con un bacio! --




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ER CANE E LA CAGNA

-- Sei cambiata, Fifì mia: --

Disse un Cane a ‘nà Gagnola

-- prima annavi sempre sola,

mò vai sempre in compagnia.

Da che stai cò la Duchessa

che te porta in carrettèlla

Fifì mia, nun sei più quella,

te sei troppo compromessa!

Tenghi un cane pè cantòne

che te manca de rispetto:

mò un burdòcche, mò un lupetto,

mò un bassòtto, mò un barbòne…

Prima, invece, eri più bona,

nun riavevi tanta smagna… --

-- Eh, lo so! -- disse sa cagna

-- M’ha guastato la padrona! --



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LA CHIESETTA DE CAMPAGNA



Benché er curato ciabbia la pretesa

de chiamalla addirittura la Rotonda

è ‘na chiesetta piccola; ‘na chiesa

senza nemmanco un marmo o ‘na colonna;

nun c’è che un Gesù Cristo e ‘na Madonna,

cò la làmpena rossa sempre accesa.

Quanno ch’er sole sbatte sur cristallo

der finestrone, ariva dritto ar segno

con un gran razzo impolverato e giallo

addosso a un san Domenico de legno,

intasato in un modo accusì indegno

che fa passà la voja de pregallo.

Però ‘stò san Domenico, siccome

ogni tantino sfodera ‘na grazia,

ner paese s’è fatto un certo nome:

e la gente devota lo ringrazia

cò l’attaccaje ar muro la disgrazia

in un quadro[PW2] dipinto Dio sa come!

Ho visto, tra un incendio e un ferimento,

una donna che scivola, in cornice;

c’è scritto: --L’otto aprile novecento,

a Francesca Pomponi, stiratrice

je passò sopra tutto un reggimento…--

Ma come sia finita nù lo dice.

-- Nun po’ crede li voti che maneggio;

Me diceva er curato – Nun po’ crede

Come tutta ‘sta gente cià più fede

In lui che ar deputato der colleggio….

Perché ‘sto san Domenico cià er preggio

de fa qualunque grazzia je se chiede.

Guardi quanti miracoli, perbacco!

Guardi quanti fattacci! E’ sorprendente!

Er muro è pieno, nun ce sta più gnente...

Se ne fa un antro, dove je l’attacco?…--

E ricercanno er posto cò la mente

se pipava una presa de tabacco.

Allora, io puro, indegnamente ho chiesta

una grazzia e j’ho detto: -- Se so degno,

fate che Nina mia sia sempre onesta! –

Ma ho visto er San Domenico de legno

che ha fatto un movimento cò la testa

come pè dimme: -- Sì…ma senza impegno! --



Lucia


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Ultima modifica di Beldanubioblu il mer mag 03, 2006 9:28 pm, modificato 1 volta in totale.
Il sole non ti serve per vedere perchè tu luce sei in mezzo al buio...(Lucia Di Iulio)

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Messaggio da Beldanubioblu » mer mag 03, 2006 9:01 pm

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Tratte da: Robba vecchia

Er pappagallo scappato


Lei me chiamò e me fece: - Sarvatore,
er pappagallo jeri scappò via
perché nu' richiudeste er coridore;1
eccheve er mese,2 e fôr de casa mia.-

Te para carità, te pare core,
pe' 'na bestiaccia fa' 'sta bojeria,
mette in mezz'a 'na strada du servitore
che deve portà er pane e la famîa?...

Ma io so tutto: er fatto der tenente,
le visite a Firenze ar maresciallo,
la balia a Nemi... e nun ho detto gnente.

Percui stia attenta a lei, preghi er su' Dio,
ché se me manna via p'er pappagallo
vedrà che pappagallo3 che so' io!
1) Corridoio.

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L'indovina de le carte1

- Pe' fa' le carte quanto t'ho da dà?
- Cinque lire. - Ecco qui; bada però
che m'haio da di' la pura verità...
- Nun dubbitate che ve la dirò.

Voi ciavete un amico che ve vô
imbrojà ne l'affari. - Nun pô sta2
perché l'affari adesso nu' li fo.
- Vostra moje v'inganna. - Ma va' là!

So' vedevo dar tempo der cuccù!3
- V'arimmojate. - E levete de qui!
Ce so' cascato e nun ce casco più!

- Vedo sur fante un certo nun so che...
Ve so' state arubbate... - Oh questo sì:
le cinque lire che t'ho dato a te.
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Er ministro novo


Guardelo quant'è bello! Dar saluto
pare che sia una vittima e che dica:
- Io veramente nun ciambivo mica;
è stato proprio el Re che l'ha voluto! -

Che faccia tosta, Dio lo benedica!
Mó dà la corpa ar Re, ma s'è saputo
quanto ha intrigato, quanto ha combattuto...
Je n'è costata poca de fatica!

Mó va gonfio, impettito, a panza avanti:
nun pare più, dar modo che cammina,
ch'ha dovuto inchinasse a tanti e tanti...

Inchini e inchini: ha fatto sempre un'arte!
Che novità sarà pe' quela schina1
de sentisse piegà dall'antra parte!



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Parla Maria, la serva...

I

Pe' cento lire ar mese che me dànno
io je lavo, je stiro, je cucino,
e scopo, e spiccio, e sporvero, e strufino
che quanno ch'è la sera ciò l'affanno.

Poi c'è er pranzo, le feste, er comprianno,
e allora me ce scappa er contentino1
che m'ho da mette pure er zinallino2
p'aprì la porta a quelli che ce vanno!

E avressi da sentì che pretenzione!
Co' 'na libbra de carne, hai da rifrette
che ciò da fa' magnà sette persone!

Sai che dice er portiere? Ch'è un prodiggio!
Perché pe' contentalli tutti e sette
bisogna fa' li giochi de prestiggio!

1) Un'aggiunta di fastidio.
2) Grembiulino.



II

Pe' cacciaje1 un centesimo, so' guai!
Com'è tirata2 lei, se tu la senti!
Dice: - Tre sòrdi un broccolo? Accidenti!
Dodici la vitella? È cara assai! -

Ma l'antro giorno che ce liticai
je l'ho cantata senza comprimenti;
dico: - Che cià in saccoccia? li serpenti?
Gente più pirchia3 nu' l'ho vista mai!

Lei, dico, m'arifila4 li quatrini
solo sur da magnà, ma spenne e spanne
p'annà vestita in chicchere e piattini:

se mette le camice smerlettate,
s'infila li nastrini e le mutanne
e strilla pe' du' sòrdi de patate!

1) Per averne.
2) Avara.
3) Tirchia.
4) Mi lesina.



III

Tu me dirai: - Va bè, ma che t'importa?
Armeno magni, dormi e stai benone...-
Eh, fija! Si tu stassi in un cartone
diressi che sto bene quarche vorta!1

Dormo in un sottoscala senza porta,
e, quanno ch'è la sera, quer boccone
nemmanco me va giù! Me s'arimpone!2
che vôi magnà! Me sento stracca morta!

Questo sarebbe gnente! Cianno un core
che, doppo che me strazzio tutto l'anno,
nun vonno che me metta a fa' l'amore!

Dice: - La serva la volemo onesta...-
Eh già! Pe' cento lire che me dànno!
Povera me! Ce mancherebbe questa!



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In pizzo ar1 tetto


In cima in cima ar tetto, indove vanno
a facce er nido tante rondinelle,
ce so' du' finestrelle, tutto l'anno
incorniciate da le campanelle.2

In mezzo a ognuna de 'ste finestrelle,
tra li vasi de fiori che ce stanno,
c'è 'na furcina3 co' le cordicelle
dove c'è sempre steso quarche panno.

Prima, da 'ste finestre sott'ar tetto,
Nina cantava: Me so' innammorata...
mentre stenneva quarche fazzoletto.

Ma mó ha cambiato musica e parole;
adesso canta: Ah, tu che m'hai lassata!...
E stenne fasciatori4 e bavarole.5

1) Sull'orlo del.
2) Campanule (fiori).
3) Una forcella.
4) Fasce da bambino.
5) Bavaglini.




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L'ingiustizzie der monno

Quanno che senti di' "cleptomania"
è segno ch'è un signore ch'ha rubbato:
er ladro ricco è sempre un ammalato
e er furto che commette è una pazzia.

Ma se domani è un povero affamato
che rubba una pagnotta e scappa via
pe' lui nun c'è nessuna malatia
che j'impedisca d'esse condannato!

Così va er monno! L'antra settimana
che Yeta se n'agnede cór sartore1
tutta la gente disse: - È una donna. -

Ma la duchessa, che scappò in America
cór cammeriere de l'ambasciatore,
- Povera donna! - dissero - È un'isterica!...

1) Fuggì col sarto.



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L'onestà de mi' nonna



Quanno che nonna mia pijò marito
nun fece mica come tante e tante
che doppo un po' se troveno l'amante...
Lei, in cinquant'anni, nu' l'ha mai tradito!

Dice che un giorno un vecchio impreciuttito1
che je voleva fa' lo spasimante
je disse: - V'arigalo 'sto brillante
se venite a pijavvelo in un sito. -

Un'antra, ar posto suo, come succede,
j'avrebbe detto subbito: - So' pronta.
Ma nonna, ch'era onesta, nun ciagnede;2

anzi je disse: - Stattene lontano... -
Tanto ch'adesso, quanno l'aricconta,
ancora ce se mozzica3 le mano!4

1) Ripicchiato.
2) Non vi andò.
3) Si morde.
4) Perché si pente di non averlo fatto.



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La Cecala d'oggi

Una Cecala, che pijava er fresco
all'ombra der grispigno1 e de l'ortica,
pe' da' la cojonella2 a 'na Formica
cantò 'sto ritornello romanesco:
- Fiore de pane,
io me la godo, canto e sto benone,
e invece tu fatichi come un cane.
- Eh! da qui ar bel vedé ce corre poco:
- rispose la Formica -
nun t'hai da crede mica
ch'er sole scotti sempre come er foco!
Amomenti verrà la tramontana:
commare, stacce attenta... -
Quanno venne l'inverno
la Formica se chiuse ne la tana.
ma, ner sentì che la Cecala amica
seguitava a cantà tutta contenta,
uscì fòra e je disse: - ancora canti?
ancora nu' la pianti?
- Io? - fece la Cecala - manco a dillo:
quer che facevo prima faccio adesso;
mó ciò l'amante: me mantiè quer Grillo
che 'sto giugno me stava sempre appresso.
Che dichi? l'onestà? Quanto sei cicia!3
M'aricordo mi' nonna che diceva:
Chi lavora cià appena una camicia,
e sai chi ce n'ha due? Chi se la leva.






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Er sorcio de città e er sorcio de campagna


Un Sorcio ricco de la capitale
invitò a pranzo un Sorcio de campagna.
- Vedrai che bel locale,
vedrai come se magna...
- je disse er Sorcio ricco - Sentirai!
Antro che le caciotte de montagna!
Pasticci dorci, gnocchi,
timballi fatti apposta,
un pranzo co' li fiocchi! una cuccagna! -
L'intessa sera, er Sorcio de campagna,
ner traversà le sale
intravidde 'na trappola anniscosta;
- Collega, - disse - cominciamo male:
nun ce sarà pericolo che poi...?
- Macché, nun c'è paura:
- j'arispose l'amico - qui da noi
ce l'hanno messe pe' cojonatura.
In campagna, capisco, nun se scappa,
ché se piji un pochetto de farina
ciai la tajola pronta che t'acchiappa;
ma qui, se rubbi, nun avrai rimproveri.
Le trappole so' fatte pe' li micchi:1
ce vanno drento li sorcetti poveri,
mica ce vanno li sorcetti ricchi!




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La ranocchia ambizziosa




Una Ranocchia aveva visto un Bove.
- Oh! - dice - quant'è grosso! quant'è bello!
S'io potesse gonfiamme come quello
me farebbe un bel largo in società...
Je la farò? chissa?
Basta... ce proverò. -
Sortì dar fosso e, a furia de fatica,
s'empì de vento come 'na vescica,
finchè nun s'abbottò discretamente;
ma, ammalappena je rivenne in mente
quela ranocchia antica
che volle fa' lo stesso e ce schiattò,
disse: - Nun è possibbile ch'io possa
diventà come lui: ma che me frega?
A me m'abbasta d'esse la più grossa
fra tutte le ranocchie de la Lega....



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La cornacchia libberale

Una cornacchia nera come un tizzo,
nata e cresciuta drento 'na chiesola,
siccome je pijo lo schiribbizzo1
de fa' la libberale e d'uscì sola,
s'infarinò le penne e scappò via
dar finestrino de la sacrestia.

Ammalappena se trovò per aria
coll'ale aperte in faccia a la natura,
sentì quant'era bella e necessaria
la vera libbertà senza tintura:
l'intese così bene che je venne
come un rimorso e se sgrullò2 le penne.

Naturarmente, doppo la sgrullata,
metà de la farina se n''agnede,
ma la metà rimase appiccicata
come una prova de la malafede.
- Oh! - disse allora - mo' l'ho fatta bella!
So' bianca e nera come un purcinella...

- E se resti così farai furore:
- je disse un Merlo - forse te diranno
che sei l'ucello d'un conservatore,
ma nun te crede che te faccia danno:
la mezza tinta adesso va de moda
puro fra l'animali senza coda.

Oggi che la coscenza nazzionale
s'adatta a le finzioni de la vita,
oggi ch'er prete è mezzo libberale
e er libberale è mezzo gesuita,
se resti mezza bianca e mezza nera
vedrai che t'assicuri la cariera.



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Er compagno scompagno



Un Gatto, che faceva er socialista
solo a lo scopo d'arivà in un posto,
se stava lavoranno1 un pollo arosto
ne la cucina d'un capitalista.

Quanno da un finestrino su per aria
s'affacciò un antro Gatto: - Amico mio,
pensa - je disse - che ce so' pur'io
ch'appartengo a la classe proletaria!

Io che conosco bene l'idee tue
so' certo che quer pollo che te magni,
se vengo giù, sarà diviso in due:
mezzo a te, mezzo a me... Semo compagni!

- No, no: - rispose er Gatto senza core
io nun divido gnente co' nessuno:
fo er socialista quanno sto a diggiuno,
ma quanno magno so' conservatore!



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La maschera



Vent'anni fa m'ammascherai pur'io!
E ancora tengo er grugno de cartone
che servì p'annisconne1 quello mio.
Sta da vent'anni sopra un credenzone
quela Maschera buffa, ch'è restata
sempre co' la medesima espressione,
sempre co' la medesima risata.
Una vorta je chiesi: - E come fai
a conservà lo stesso bon umore
puro ne li momenti der dolore,
puro quanno me trovo fra li guai?
Felice te, che nun te cambi mai!
Felice te, che vivi senza core! -
La Maschera rispose: - E tu che piagni
che ce guadagni? Gennte! Ce guadagni
che la genti dirà: Povero diavolo,
te compatisco... me dispiace assai...
Ma, in fonno, credi, nun j'importa un cavolo!
Fa' invece come me, ch'ho sempre riso:
e se te pija la malinconia
coprete er viso co' la faccia mia
così la gente nun se scoccerà... -
D'allora in poi nascónno li dolori
de dietro a un'allegia de cartapista
e passo per un celebre egoista
che se ne frega de l'umanità!

1) Per nascondere.



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L'incontro de li sovrani


Bandiere e banderole,
penne e pennacchi ar vento,
un luccichìo d'argento
de bajonette ar sole,
e in mezzo a le fanfare
spara er cannone e pare
che t'arimbombi dentro.
Ched'è?1 chi se festeggia?
È un Re che, in mezzo ar mare,
su la fregata reggia
riceve un antro Re.
Ecco che se l'abbraccica,2
ecco che lo sbaciucchia;
zitto, ché adesso parleno...
-Stai bene? - Grazzie. E te?
e la Reggina? - Allatta.
- E er Principino? - Succhia.
- E er popolo? - Se gratta.
- E er resto? - Va da sé...
- Benissimo! - Benone!
La Patria sta stranquilla;
annamo a colazzione... -

E er popolo lontano,
rimasto su la riva,
magna le nocchie3 e strilla:
- Evviva, evviva, evviva... -
E guarda la fregata
sur mare che sfavilla.

dicembre 1908

1) Che cos'è?
2) L'abbraccia.
3) Le nocciole.



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L'orloggio cór cuccù

È un orloggio de legno
fatto con un congegno
ch'ogni mezz'ora s'apre uno sportello
e s'affaccia un ucello a fa' cuccù.
Lo tengo da trent'anni a capo al letto
e m'aricordo che da regazzetto
me divertiva come un giocarello.
M'incantavo a guardallo e avrei voluto
che l'ucelletto che faceva er verso
fosse scappato fòra ogni minuto...
Povero tempo perso!
Ogni tanto trovavo la magnera
de faje fa' cuccù per conto mio,
perchè spesso ero io
che giravo la sfera,
e allora li cuccù
nun finiveno più.

Mó l'orloggio cammina come allora:
ma, quanno vede lo sportello aperto
co' l'ucelletto che me dice l'ora,
nun me diverto più, nun me diverto...
Anzi me scoccia, e pare che me dia
un'impressione de malinconia...
E puro lui, der resto,
nun cià più la medesima allegria:
lavora quasi a stento,
o sorte troppo tardi e troppo presto
o resta mezzo fòra e mezzo drento:
e quer cuccù che me pareva un canto
oggi ne fa l'effetto d'un lamento.
Pare che dica: - Ar monno tutto passa,
tutto se logra,1 tutto se sconquassa:
se suda, se fatica,
se pena tanto, eppoi...
Cuccù, salute a noi!



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La morte der Gatto



È morto er Gatto. Accanto
c'è la povera vedova: una Gatta
che se strugge dar pianto;
e pensa: - Pe' stasera
me ce vorrà la collarina nera,
che me s'adatta tanto! -

Frattanto la soffitta
s'empie de bestie e ognuna fa in maniera
de consolà la vedovella affritta.
- Via, sóra spósa!1 Fateve coraggio:
su, nun piagnete più, ché ve fa male...
Ma com'è stato? - Ieri, pe' le scale,
mentre magnava un pezzo de formaggio:
nemmanco se n'è accorto,
nun ha capito gnente...
- E già: naturarmente,
come viveva è morto.
- E quanno c'è er trasporto?
- chiede un Mastino - Io stesso
je vojo venì appresso.

Era una bestia bona come er pane:
co' tutto che sapevo ch'era un gatto
cercavo de trattallo come un cane;
che brutta fine ha fatto! -
E dice fra de sé:
- È mejo a lui ch'a me.
- Ah, zittii! - strilla un Sorcio - Nun ve dico
tutto lo strazzio mio!
Povero Micio! M'era tanto amico! -
E intanto pensa: - Ringrazziamo Iddio! -

L'Oca, er Piccione e er Gallo,
a nome de le bestie der cortile,
j'hanno portato un crisantemo giallo.
- Che pensiero gentile!
- je fa la Gatta - Grazzie a tutti quanti.
E mentre l'accompagna
barbotta: - Che migragna!2
Un crisantemo in tanti! -
Poi resta sola e sente
la vocetta d'un Micio
che sgnavola3 e fa er cicio...4
- Questo dev'esse lui! - dice la Gatta:
e se guarda in un secchio
che je serve da specchio...
In fonno, è soddisfatta.

1) Si dice a qualsiasi donna della quale s'ignori il nome.
2) Che miseria!
3) Miagola.
4) Il lezioso.



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L'eroe ar caffè

È stato ar fronte, sì, ma cór pensiero:
però te dà le spiegazzioni esatte
de le battaje che nun ha mai fatte,
come ce fusse stato per davero.

Avressi da vedé come combatte
me le trincee d'Aragno!1 Che gueriero!
Tre sere fa, pe' prenne er Montenero,
ha rovesciato er cuccumo2 del latte!

Cór su sistema de combattimento
trova ch'è tutto facile: va a Pola,
entra a Trieste e te bombarda Trento.

Spiana li monti, sfonna, spara, ammazza...
- Per me, - barbotta - c'è una strada sola...
E intigne li biscotti ne la tazza.

dicembre 1916

1) Famoso caffè in via del Corso, abituale ritrovo di scrittori, giornalisti, parlamentari e politicanti.
2) Il bricco.



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Il sole non ti serve per vedere perchè tu luce sei in mezzo al buio...(Lucia Di Iulio)

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Messaggio da Beldanubioblu » mer mag 03, 2006 9:20 pm

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L'ingegno



L'Aquila disse ar Gatto: - Ormai so' celebre.
Cór nome e có la fama che ciò io
me ne frego der monno: tutti l'ommini
so' ammiratori de l'ingegno mio! -

Er Gatto je rispose: - Nu' ne dubbito.
Io, però, che frequento la cucina,
te posso di' che l'Omo ammira l'Aquila,
ma in fonno preferisce la Gallina...




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Er Somaro e el Leone



Un Somaro diceva: - Anticamente,
quanno nun c'era la democrazzia,
la classe nostra nun valeva gnente.
Mi' nonno, infatti, per avé raggione
se coprì co' la pelle d'un Leone
e fu trattato rispettosamente.

- So' cambiati li tempi, amico caro:
- fece el Leone - ormai la pelle mia
nun serve più nemmeno da riparo.
Oggi, purtroppo, ho perso l'infruenza,
e ogni tanto so' io che pe' prudenza
me copro co' la pelle de somaro!





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Fra cent'anni



Da qui a cent'anni, quanno
ritroveranno ner zappà la terra
li resti de li poveri sordati
morti ammazzati in guerra,
pensate un po' che montarozzo d'ossa,
che fricandò de teschi
scapperà fòra da la terra smossa!
Saranno eroi tedeschi,
francesci, russi, ingresi,
de tutti li paesi.
O gialla o rossa o nera,
ognuno avrà difesa una bandiera;
qualunque sia la patria, o brutta o bella,
sarà morto per quella.

Ma lì sotto, però, diventeranno
tutti compagni, senza
nessuna diferenza.
Nell'occhio vôto e fonno
nun ce sarà né l'odio né l'amore
pe' le cose der monno.
Ne la bocca scarnita
nun resterà che l'urtima risata
a la minchionatura de la vita.
E diranno fra loro: - Solo adesso
ciavemo per lo meno la speranza
de godesse la pace e l'uguajanza
che cianno predicato tanto spesso!

31 gennaio 1915


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Demolizzione



Stanotte, ner rivede casa mia
mezza buttata giuù, m'ha fatto pena.
Er mignanello1 se distingue appena,
le scale, la cucina... tutto via!

Tutto quer vôto de malinconia
illuminato da la luna piena
me faceva l'effetto d'una scena
d'un teatrino senza compagnia.

E, lì, me so' rivisto da regazzo
quann'abbitavo in quela catapecchia
ch'era, per me, più bella d'un palazzo.

Speranze, dubbi, lagrime, singhiozzi...
quanti ricordi in una casa vecchia!
Ma quanti sorci e quanti bagarozzi!2

1) Diminutivo di "mignano", loggetta quasi sempre in muratura all'esterno della casa o dalla parte del cortile.
2) Quante blatte!



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L'Oca e er Cigno

Un Rospo, più burlone che maligno,
diceva all'Oca: - Bella come sei,
un po' ch'allunghi er collo, pari un cigno...
- eh, mica ha torto! - j'arispose lei -
Co' 'sto cattivo gusto che c'è adesso
sarei più che sicura der successo. -

E a forza de ginnastica svedese
e a furia de st' ar sole e de sta' a mollo
er fatto sta che all'Oca, doppo un mese,
je s'era quasi raddoppiato er collo:
e un Critico stampò sopra un giornale:
"La scoperta d'un Cigno origginale".



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Matina abbonora


Doppo una notte movimentatella
ritorno a casa che s'è fatto giorno.
Già s'apreno le chiese; l'aria odora
de matina abbonora e scampanella.
Sbadijo e fumo: ciò l'idee confuse
e la bocca più amara de l'assenzio.
Casco dar sonno. Le persiano chiuse
coll'occhi bassi guardeno in silenzio.
Solo m'ariva, da lontano assai,
er ritornello d'una cantilena
de quela voce che nun scordo mai:
- Ritorna presto, sai?
Sennò me pijo pena...

E vedo una vecchietta
che sospira e n'aspetta.
.



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Bonsenso pratico



Quanno, de notte, sparsero la voce
che un Fantasma girava sur castello,
tutta la folla corse e, ner vedello,
cascò in ginocchio co' le braccia in croce.
Ma un vecchio restò in piedi, e francamente
voleva dije che nun c'era gnente.

Poi ripensò: "Sarebbe una pazzia.
Io, senza dubbio, vede ch'è un lenzolo:
ma, più che di' la verità da solo,
preferisco sbajamme in compagnia.
Dunque è un Fantasma, senza discussione".
E pure lui se mise a pecorone.1
1)


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Presunzioni

La Luna piena che inargenta l'orto
è più granne der solito: direi
che quasi se la gode a rompe l'anima
a le cose più piccole de lei.

E la Lucciola, forse, nun ho torto
se chiede ar Grillo: - Che maniera è questa?
Un po' va bè': però stanotte esaggera!
E smorza el lume in segno de protesta.



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Er Salice Piangente


- Che fatica sprecata ch'è la tua!
- diceva er Fiume a un Salice Piangente
che se piagneva l'animaccia sua1 -
Perchè te struggi a ricordà un passato
se tutto quer che fu nun è più gnente?
Perfino li rimpianti più sinceri
finisce che te sciupeno er cervello
per quello che desideri e che speri.
Più ch'a le cose che so' state ieri
pensa a domani e cerca che sia bello!

Er Salice fiottò:2 - Pe' parte mia
nun ciò né desideri né speranze:
io so' l'ombrello de le rimambranze
sotto una pioggia de malinconia:
e, rassegnato, aspetto un'alluvione
che in un tramonto me se porti via
co' tutti li ricordi a pennolone.3

1) Piangeva dirottamente: "anima" è adoperata spesso per dare a un'espressione valore superlativo.
2) Piagnucolò.
3) Penzoloni.



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Lo scialletto



Cor venticello che scartoccia l'arberi1
entra una foja in cammera da letto.
È l'inverno che ariva e, come ar solito,
quanno passa de qua, lascia un bijetto.
Jole, infatti, me dice: - Stammatina
me vojo mette quarche cosa addosso;
nun hai sentito ch'aria frizzantina? -
E cava fôri lo scialletto rosso,
che sta riposto fra la naftalina.

- M'hai conosciuto proprio co' 'sto scialle:
te ricordi? - me chiede: e, mentre parla,
se l'intorcina2 stretto su le spalle -
S'è conservato sempre d'un colore:
nun c'è nemmeno l'ombra d'una tarla!3
Bisognerebbe ritrovà un sistema,
pe' conservà così pure l'amore... -

E Jole ride, fa l'indiferente:
ma se sente la voce che je trema.

1) Strappa le foglie accartocciate.
2) Se lo attorciglia.
3) Tignola.



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Mania de persecuzzione


La notte, quanno guardo l'Ombra mia
che s'allunga, se scorta1 e me viè appresso,
me pare, più che l'ombra de me steso,
quella de quarcheduno che me spia.

Se me fermo a parlà con un amico
l'Ombra s'agguatta2 ar muro, sospettosa,
come volesse indovinà una cosa
che in quer momento penso, ma nun dico.

Voi me direte: "È poco ma sicuro
che nun te fidi più manco de lei...".
No, fino a questo nun ciarriverei...
Però, s'ho da pensà, penso a l'oscuro.

1) S'accorcia.
2) S'acquatta.



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La strada mia



La strada è lunga, ma er deppiù1 l'ho fatto:
so dov'arrivo e nun me pijo pena.
Ciò er core in pace e l'anima serena
der savio che s'ammaschera da matto.

Se me frulla un pensiero che me scoccia
me fermo a beve e chiedo aiuto ar vino:
poi me la canto e seguito er cammino
cor destino in saccoccia.

1) Il tratto più lungo.



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Pappagallo ermetico



Un Pappagallo recitava Dante:
"Pape Satan, pape Satan aleppe...".
Ammalappena1 un critico lo seppe
corse a sentillo e disse: - È impressionante!
Oggiggiorno, chi esprime er su' pensiero
senza spiegasse bene, è un genio vero:
un genio ch'è rimasto per modestia
nascosto ner cervello d'una bestia.

Se vôi l'ammirazzione de l'amichi
nun faje capì mai quelo che dichi.

1937

1) Non appena.



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Primavera

Er sole che tramonta appoco appoco
sparisce fra le nuvole de maggio
gonfie de pioggia e cariche de foco:
cento ricordi brilleno in un raggio,
cento colori sfumeno in un gioco.

Sur vecchio campanile der convento
nun c'è la rondinella pellegrina
che canta la canzona der momento:
però, in compenso, romba e s'avvicina
un trimotore da bombardamento.

1938




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La Lucciola



La Luna piena minchionò la Lucciola:
- Sarà l'effetto de l'economia,
ma quel lume che porti è debboluccio...
- Sì, - disse quella - ma la luce è mia!



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La ninna-nanna
de la guerra



Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vô la zinna1:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello2
Farfarello e Gujrmone3
Gujermone e Ceccopeppe4
che se regge co' le zeppe,
co' le zeppe d'un impero
mezzo giallo e mezzo nero.

Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucilli
de li popoli civilli...

Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s'ammazza
a vantaggio de la razza...
o a vantaggio d'una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.

Ché quer covo d'assassini
che c'insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe' li ladri de le Borse.

Fa' la ninna, cocco bello,
finché dura 'sto macello:
fa' la ninna, ché domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So' cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.

E riuniti fra de loro
senza l'ombra d'un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe' quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!


fonte:http://www.club.it/autori/grandi/trilussa/poesie.html




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Messaggio da Beldanubioblu » ven giu 09, 2006 4:20 pm

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