Quaresima 2006

Omelie di Monsignor Antonio Riboldi e altri commenti alla Parola, a cura di miriam bolfissimo

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Quaresima 2006

Messaggio da miriam bolfissimo » mer mar 08, 2006 6:28 pm

Messaggio di Sua Santità Benedetto XVI per la Quaresima 2006

“Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione” (Mt 9, 36)




Carissimi fratelli e sorelle!

La Quaresima è il tempo privilegiato del pellegrinaggio interiore verso Colui che è la fonte della misericordia. È un pellegrinaggio in cui Lui stesso ci accompagna attraverso il deserto della nostra povertà, sostenendoci nel cammino verso la gioia intensa della Pasqua. Anche nella “valle oscura” di cui parla il Salmista (Sal 23,4), mentre il tentatore ci suggerisce di disperarci o di riporre una speranza illusoria nell’opera delle nostre mani, Dio ci custodisce e ci sostiene. Sì, anche oggi il Signore ascolta il grido delle moltitudini affamate di gioia, di pace, di amore. Come in ogni epoca, esse si sentono abbandonate. Eppure, anche nella desolazione della miseria, della solitudine, della violenza e della fame, che colpiscono senza distinzione anziani, adulti e bambini, Dio non permette che il buio dell’orrore spadroneggi. Come infatti ha scritto il mio amato Predecessore Giovanni Paolo II, c’è un “limite divino imposto al male”, ed è la misericordia (Memoria e identità, 29 ss). È in questa prospettiva che ho voluto porre all’inizio di questo Messaggio l’annotazione evangelica secondo cui “Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione” (Mt 9,36). In questa luce vorrei soffermarmi a riflettere su di una questione molto dibattuta tra i nostri contemporanei: la questione dello sviluppo. Anche oggi lo “sguardo” commosso di Cristo non cessa di posarsi sugli uomini e sui popoli. Egli li guarda sapendo che il “progetto” divino ne prevede la chiamata alla salvezza. Gesù conosce le insidie che si oppongono a tale progetto e si commuove per le folle: decide di difenderle dai lupi anche a prezzo della sua vita. Con quello sguardo Gesù abbraccia i singoli e le moltitudini e tutti consegna al Padre, offrendo se stesso in sacrificio di espiazione.

Illuminata da questa verità pasquale, la Chiesa sa che, per promuovere un pieno sviluppo, è necessario che il nostro “sguardo” sull’uomo si misuri su quello di Cristo. Infatti, in nessun modo è possibile separare la risposta ai bisogni materiali e sociali degli uomini dal soddisfacimento delle profonde necessità del loro cuore. Questo si deve sottolineare tanto maggiormente in questa nostra epoca di grandi trasformazioni, nella quale percepiamo in maniera sempre più viva e urgente la nostra responsabilità verso i poveri del mondo. Già il mio venerato Predecessore, il Papa Paolo VI, identificava con precisione i guasti del sottosviluppo come una sottrazione di umanità. In questo senso nell’Enciclica Populorum progressio egli denunciava “le carenze materiali di coloro che sono privati del minimo vitale, e le carenze morali di coloro che sono mutilati dall’egoismo… le strutture oppressive, sia che provengano dagli abusi del possesso che da quelli del potere, sia dallo sfruttamento dei lavoratori che dall’ingiustizia delle transazioni” (n. 21). Come antidoto a tali mali Paolo VI suggeriva non soltanto “l’accresciuta considerazione della dignità degli altri, l’orientarsi verso lo spirito di povertà, la cooperazione al bene comune, la volontà di pace”, ma anche “il riconoscimento da parte dell’uomo dei valori supremi e di Dio, che ne è la sorgente e il termine” (ibid.). In questa linea il Papa non esitava a proporre “soprattutto la fede, dono di Dio accolto dalla buona volontà dell’uomo, e l’unità nella carità di Cristo” (ibid.). Dunque, lo “sguardo” di Cristo sulla folla, ci impone di affermare i veri contenuti di quell’«umanesimo plenario» che, ancora secondo Paolo VI, consiste nello “sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini” (ibid., n. 42). Per questo il primo contributo che la Chiesa offre allo sviluppo dell’uomo e dei popoli non si sostanzia in mezzi materiali o in soluzioni tecniche, ma nell’annuncio della verità di Cristo che educa le coscienze e insegna l’autentica dignità della persona e del lavoro, promuovendo la formazione di una cultura che risponda veramente a tutte le domande dell’uomo.

Dinanzi alle terribili sfide della povertà di tanta parte dell’umanità, l’indifferenza e la chiusura nel proprio egoismo si pongono in un contrasto intollerabile con lo “sguardo” di Cristo. Il digiuno e l’elemosina, che, insieme con la preghiera, la Chiesa propone in modo speciale nel periodo della Quaresima, sono occasione propizia per conformarci a quello “sguardo”. Gli esempi dei santi e le molte esperienze missionarie che caratterizzano la storia della Chiesa costituiscono indicazioni preziose sul modo migliore di sostenere lo sviluppo. Anche oggi, nel tempo della interdipendenza globale, si può constatare che nessun progetto economico, sociale o politico sostituisce quel dono di sé all’altro nel quale si esprime la carità. Chi opera secondo questa logica evangelica vive la fede come amicizia con il Dio incarnato e, come Lui, si fa carico dei bisogni materiali e spirituali del prossimo. Lo guarda come incommensurabile mistero, degno di infinita cura ed attenzione. Sa che chi non dà Dio dà troppo poco, come diceva la beata Teresa di Calcutta: “La prima povertà dei popoli è di non conoscere Cristo”. Perciò occorre far trovare Dio nel volto misericordioso di Cristo: senza questa prospettiva, una civiltà non si costruisce su basi solide.

Grazie a uomini e donne obbedienti allo Spirito Santo, nella Chiesa sono sorte molte opere di carità, volte a promuovere lo sviluppo: ospedali, università, scuole di formazione professionale, micro-imprese. Sono iniziative che, molto prima di altre espressioni della società civile, hanno dato prova della sincera preoccupazione per l’uomo da parte di persone mosse dal messaggio evangelico. Queste opere indicano una strada per guidare ancora oggi il mondo verso una globalizzazione che abbia al suo centro il vero bene dell’uomo e così conduca alla pace autentica. Con la stessa compassione di Gesù per le folle, la Chiesa sente anche oggi come proprio compito quello di chiedere a chi ha responsabilità politiche ed ha tra le mani le leve del potere economico e finanziario di promuovere uno sviluppo basato sul rispetto della dignità di ogni uomo. Un’importante verifica di questo sforzo sarà l’effettiva libertà religiosa, non intesa semplicemente come possibilità di annunciare e celebrare Cristo, ma anche di contribuire alla edificazione di un mondo animato dalla carità. In questo sforzo si iscrive pure l’effettiva considerazione del ruolo centrale che gli autentici valori religiosi svolgono nella vita dell’uomo, quale risposta ai suoi più profondi interrogativi e quale motivazione etica rispetto alle sue responsabilità personali e sociali. Sono questi i criteri in base ai quali i cristiani dovranno imparare anche a valutare con sapienza i programmi di chi li governa.

Non possiamo nasconderci che errori sono stati compiuti nel corso della storia da molti che si professavano discepoli di Gesù. Non di rado, di fronte all’incombenza di problemi gravi, essi hanno pensato che si dovesse prima migliorare la terra e poi pensare al cielo. La tentazione è stata di ritenere che dinanzi ad urgenze pressanti si dovesse in primo luogo provvedere a cambiare le strutture esterne. Questo ebbe per alcuni come conseguenza la trasformazione del cristianesimo in un moralismo, la sostituzione del credere con il fare. A ragione, perciò, il mio Predecessore di venerata memoria, Giovanni Paolo II, osservava: “La tentazione oggi è di ridurre il cristianesimo ad una sapienza meramente umana, quasi a una scienza del buon vivere. In un mondo fortemente secolarizzato è avvenuta una graduale secolarizzazione della salvezza, per cui ci si batte sì per l’uomo, ma per un uomo dimezzato. Noi invece sappiamo che Gesù è venuto a portare la salvezza integrale” (Enc. Redemptoris missio, 11).

È proprio a questa salvezza integrale che la Quaresima ci vuole condurre in vista della vittoria di Cristo su ogni male che opprime l’uomo. Nel volgerci al divino Maestro, nel convertirci a Lui, nello sperimentare la sua misericordia grazie al sacramento della Riconciliazione, scopriremo uno “sguardo” che ci scruta nel profondo e può rianimare le folle e ciascuno di noi. Esso restituisce la fiducia a quanti non si chiudono nello scetticismo, aprendo di fronte a loro la prospettiva dell’eternità beata. Già nella storia, dunque, il Signore, anche quando l’odio sembra dominare, non fa mai mancare la testimonianza luminosa del suo amore. A Maria, “di speranza fontana vivace” (Dante Alighieri, Paradiso, XXXIII, 12) affido il nostro cammino quaresimale, perché ci conduca al suo Figlio. A Lei affido in particolare le moltitudini che ancora oggi, provate dalla povertà, invocano aiuto, sostegno, comprensione. Con questi sentimenti a tutti imparto di cuore una speciale Benedizione Apostolica.
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » mer mar 08, 2006 6:34 pm

Udienza Generale di Sua Santità Benedetto XVI in Piazza San Pietro

1° marzo 2006, mercoledì delle Ceneri

Meditazione sul significato del tempo quaresimale




Cari fratelli e sorelle!

inizia oggi, con la Liturgia del Mercoledì delle Ceneri, l’itinerario quaresimale di quaranta giorni che ci condurrà al Triduo pasquale, memoria della passione, morte e risurrezione del Signore, cuore del mistero della nostra salvezza. Questo è un tempo favorevole in cui la Chiesa invita i cristiani a prendere più viva consapevolezza dell’opera redentrice di Cristo e a vivere con più profondità il proprio Battesimo. In effetti, in questo periodo liturgico il Popolo di Dio fin dai primi tempi si nutre con abbondanza della Parola di Dio per rafforzarsi nella fede, ripercorrendo l’intera storia della creazione e della redenzione.

Nella sua durata di quaranta giorni, la Quaresima possiede un’indubbia forza evocativa. Essa intende infatti richiamare alcuni tra gli eventi che hanno scandito la vita e la storia dell’Antico Israele, riproponendone anche a noi il valore paradigmatico: pensiamo, ad esempio, ai quaranta giorni del diluvio universale, che sfociarono nel patto di alleanza sancito da Dio con Noè e così con l’umanità, e ai quaranta giorni di permanenza di Mosè sul Monte Sinai, cui fece seguito il dono delle tavole della Legge. Il periodo quaresimale vuole invitarci soprattutto a rivivere con Gesù i quaranta giorni da Lui trascorsi nel deserto, pregando e digiunando, prima di intraprendere la sua missione pubblica. Anche noi quest’oggi intraprendiamo un cammino di riflessione e di preghiera con tutti i cristiani del mondo per dirigerci spiritualmente verso il Calvario, meditando i misteri centrali della fede. Ci prepareremo così a sperimentare, dopo il mistero della Croce, la gioia della Pasqua di risurrezione.

Si compie oggi, in tutte le comunità parrocchiali, un gesto austero e simbolico: l’imposizione delle ceneri, e questo rito viene accompagnato da due pregnanti formule, che costituiscono un pressante appello a riconoscersi peccatori e a ritornare a Dio. La prima formula dice: "Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai" (cfr Gn 3,19). Queste parole, tratte dal libro della Genesi, evocano la condizione umana posta sotto il segno della caducità e del limite, e intendono spingerci a riporre ogni speranza soltanto in Dio. La seconda formula si rifà alle parole pronunciate da Gesù all’inizio del suo ministero itinerante: "Convertitevi e credete al Vangelo" (Mc 1,15). E’ un invito a porre come fondamento del rinnovamento personale e comunitario l’adesione ferma e fiduciosa al Vangelo. La vita del cristiano è vita di fede, fondata sulla Parola di Dio e da essa nutrita. Nelle prove della vita e in ogni tentazione il segreto della vittoria sta nel dare ascolto alla Parola di verità e nel rifiutare con decisione la menzogna e il male. Questo è il vero e centrale programma del tempo della Quaresima: ascoltare la parola di verità, vivere, parlare e fare la verità, rifiutare la menzogna che avvelena l’umanità ed è la porta di tutti i mali. Urge pertanto riascoltare, in questi quaranta giorni, il Vangelo, la parola del Signore, parola di verità, perché in ogni cristiano, in ognuno di noi, si rafforzi la coscienza della verità a lui donata, a noi donata, perché la viva e se ne faccia testimone. La Quaresima a questo ci stimola, a lasciar penetrare la nostra vita dalla parola di Dio e a conoscere così la verità fondamentale: chi siamo, da dove veniamo, dove dobbiamo andare, qual è la strada da prendere nella vita. E così il periodo della Quaresima ci offre un percorso ascetico e liturgico che, mentre ci aiuta ad aprire gli occhi sulla nostra debolezza, ci fa aprire il cuore all’amore misericordioso di Cristo.

Il cammino quaresimale, avvicinandoci a Dio, ci permette di guardare con occhi nuovi ai fratelli ed alle loro necessità. Chi comincia a vedere Dio, a guardare il volto di Cristo, vede con gli altri occhi anche il fratello, scopre il fratello, il suo bene, il suo male, le sue necessità. Per questo la Quaresima, come ascolto della verità, è momento favorevole per convertirsi all’amore, perché la verità profonda, la verità di Dio è nello stesso tempo amore. Convertendosi alla verità di Dio, ci dobbiamo necessariamente convertire all’amore. Un amore che sappia fare proprio l’atteggiamento di compassione e di misericordia del Signore, come ho voluto ricordare nel Messaggio per la Quaresima, che ha per tema le parole evangeliche: "Gesù, vedendo le folle, ne provò compassione" (Mt 9,36). Consapevole della propria missione nel mondo, la Chiesa non cessa di proclamare l’amore misericordioso di Cristo, che continua a volgere lo sguardo commosso sugli uomini e sui popoli d’ogni tempo. "Dinanzi alle terribili sfide della povertà di tanta parte dell’umanità - ho scritto nel citato Messaggio quaresimale -, l’indifferenza e la chiusura nel proprio egoismo si pongono in un contrasto intollerabile con lo ‘sguardo di Cristo’. Il digiuno e l’elemosina, che, insieme con la preghiera, la Chiesa propone in modo speciale nel periodo della Quaresima, sono occasione propizia per conformarci a quello "sguardo" (L'Oss. Rom. 1 febbraio 2006, p. 5), allo sguardo di Cristo, e vedere noi stessi, l’umanità, gli altri con questo suo sguardo. Con questo spirito entriamo nel clima austero ed orante della Quaresima, che è proprio un clima di amore per il fratello.

Siano giorni di riflessione e di intensa preghiera, in cui ci lasciamo guidare dalla Parola di Dio, che abbondantemente la liturgia ci propone. La Quaresima sia, inoltre, un tempo di digiuno, di penitenza e di vigilanza su noi stessi, persuasi che la lotta al peccato non termina mai, poiché la tentazione è realtà d’ogni giorno e la fragilità e l’illusione sono esperienze di tutti. La Quaresima sia, infine, attraverso l’elemosina, il fare del bene agli altri, occasione di sincera condivisione dei doni ricevuti con i fratelli e di attenzione ai bisogni dei più poveri e abbandonati. In questo itinerario penitenziale ci accompagni Maria, la Madre del Redentore, che è maestra di ascolto e di fedele adesione a Dio. La Vergine Santissima ci aiuti ad arrivare, purificati e rinnovati nella mente e nello spirito, a celebrare il grande mistero della Pasqua di Cristo. Con questi sentimenti, auguro a tutti una buona e fruttuosa Quaresima.
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » mer mar 08, 2006 6:37 pm

Inno per l’inizio della quaresima
    • Il favorevole tempo comincia,
      già la natura è tutta un sospiro:
      ambasciatori di Cristo noi siamo
      riconciliatevi in Lui con il Padre.
      Non per paura tornate al Signore
      il nuovo uomo Egli vuole che nasca
      sì, dalla morte del Figlio e vostra
      e avere in Lui eterna alleanza.
      Lasciate tutti commerci e affanni
      questa inutile vita che fate
      laceratevi il cuore sicuri
      che Dio è giusto e pietoso, e vi ama.
      Noi sacerdoti piangiamo insieme,
      insieme pianga concorde il popolo
      e sian le lacrime nostre rugiada
      perché ritorni la terra a fiorire.
David Maria Turoldo
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » mer mar 08, 2006 6:41 pm

Che cosa significa conversione…

Convertirsi vuoi dire una cosa di cui raramente si parla: vuoi dire cambiare mentalità, vuoi dire cambiare modo di pensare; tutto dipende da qui, da questi due centimetri: la mente.

Il pensiero è come il timone sulla nave; per quanto grande sia il bastimento, il timone, che magari sembra una cosa trascurabile, appena si muove, anche di un solo millimetro, da al bastimento subito un'altra direzione e chissà dove andrebbe a finire.

Tutto dipende da quello che tu pensi e dal modo con cui pensi, anzi «ditemi che cosa pensate e vi dirò chi siete».

Non è tanto il possedere che realizza un uomo. Anche un vampiro può possedere. Non è quello che mangi che crea la tua identità, ma è quello che pensi. E se pensi cose nobili, sei un nobile, anche se di umili origini, e se pensi cose ignobili sei un ignobile, anche se sei un blasonato; è il pensiero, è la coscienza che forma l'uomo.

Cambiate modo di pensare, cambiate mentalità. Anzi, è la Bibbia che lo dice con insistenza: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie, i miei pensieri distano dai vostri come il cielo dista dalla terra» (Is 55,9).



Un completo rovesciamento di logiche

Siamo di fronte ad un completo rovesciamento di logiche, e quello che è stolto davanti a Dio diventa sapiente per gli uomini. E quello che è stolto davanti agli uomini diventa invece sapiente davanti a Dio; è un rovesciamento di pensieri, di mondi, ecco cosa vuoi dire conversione.

E lo dice anche Cristo nel Vangelo, lo dice soprattutto al Papa, al primo Papa, che il giorno avanti chiama pietra: «Beato te, Simone, perché... hai emesso il tuo atto di fede. Ebbene io dico a te che sarai pietra, e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa» (Mt 16,17-18 ); ebbene, il giorno dopo dice: «Ora andiamo, andiamo a Gerusalemme», ed è proprio Pietro a sbarrare la strada a Cristo, e dice: «Tu non vai a Gerusalemme!».
Aveva paura di perdere il suo prestigio, la sua posizione, «Tu non vai», e si opponeva perché lui andasse a eseguire la volontà del Padre, e Cristo gli dice: «Vai indietro, Satana, perché tu non pensi alla maniera di Dio, ma pensi alla maniera degli uomini» (Mt 16,23).
Allo stesso uomo, allo stesso Pietro dice: «Non pensi alla maniera di Dio». Ecco perché Cristo continua a dire: «La dottrina non è mia, ma del Padre, la Parola non è mia, ma è la Parola del Padre».

Adesso comincio a capire cosa vuoi dire: «Beati i poveri, beati i miti, beati i pazienti, gli affitti...». Noi crediamo di avere accolto le beatitudini, ma via! Se aspettiamo sempre la domenica per sapere se abbiamo vinto al totocalcio, e facciamo di tutto per diventare ricchi, anche a spese dei poveri...

Noi diciamo di aver accettato Cristo. Io per esempio non sono mai sicuro se l'ho accettato o meno, e parlo di me stesso: qui siamo di fronte ad un'autentica rivoluzione, che era già annunciata dalla Madre: «Ha deposto i potenti dai troni, ha innalzato gli Umili, ha mandato a mani vuote i ricchi, ha riempito di beni gli affamati». Giù gli uni e su gli altri! Un autentico rovesciamento di sorti, ed è Vangelo!

Adesso capisco perché si salva colui che si perde, e si perde colui che crede di salvarsi, ecco cosa vuoi dire convertirsi; e fino a che non cambiamo modo di pensare, io rischio addirittura a predicare queste cose.



Chi è il profeta?

Abbiamo detto che i profeti sono mandati a ripetere sempre una voce, una sola voce: Gerusalemme, ritorna al tuo Dio, convertiti.

Non si pensi che il profeta sia quello che annuncia il futuro. Profeta è colui che denuncia il presente. Questo è molto importante e potrei spiegarvelo subito con un esempio. Se venissi io qui, a dirvi che fra trecento, quattrocento anni ci sarà un buio immenso, inimmaginabile su tutta la terra, per quindici giorni, un buio in cui ognuno di noi perderà la nozione della propria faccia, non saprà più dov'è la porta di casa, non saprà più immaginare chi è il suo fratello, non saprà più in che punto dell'universo si trovi, io diventerei una curiosità per tutti i salotti della città. Sarei invitato a raccontare i particolari, per sapere come potranno succedere queste cose, che cosa avviene prima e che cosa avviene dopo. E tutti a divertirsi.

Ma se venissi qui invece a dirvi: «No, è oggi che le cose non vanno! Così non può andare, qui stiamo tutti sbagliando, le cose dovrebbero andare non così ma in quest'altro modo!». E lo dico oggi, lo dico domani, lo dico dopodomani. Io sono sicuro che qualcuno tra loro dirà: «Mi sembra che questo stia esagerando e sarà bene metterlo a tacere».

Ecco perché i profeti sono tutti uccisi, non tanto perché annunciano il futuro, ma perché denunciano il presente. «O Gerusalemme, Gerusalemme, che "ammazzi i profeti, e poi erigi i monumenti» (Mt 23,29-31).

Infatti è il presente che deve essere confrontato con la Parola di Dio.

È la mia vita che deve essere confrontata e verificata con il progetto del Signore; cosicché la Parola di Dio è il futuro del mondo, e il progetto di Dio è il mio avvenire.

È Dio il futuro del mondo.

Ecco, allora è per questo che le cose devono andare non così, ma in quest'altro modo. Ecco il profeta, che prende tutto il presente, e lo misura con la Parola del Signore.

Quindi è la mia vita, il mio tempo, la mia comunità, è la mia Chiesa, è la mia società che deve essere confrontata, verificata, conformata al disegno di Dio, continuamente. E non tanto una volta per sempre, ma la vita mia oggi, in questo momento. E questo è il modo di intervenire nella storia dei mondo.

È il presente che si proietta sul futuro di Dio.



Che cosa significa vegliare sempre?

Adesso comprendo perché nel Vangelo Cristo dice: «Vegliate sempre» (Mt 24,42). Vegliare sempre non vuoi dire «stare su la notte». Anzi, se siete stanchi e avete lavorato tutta la giornata, godetevi il giusto riposo; vegliare sempre vuoi dire diventare coscienza critica della storia, vuoi dire diventare coscienze vigilanti su quello che capita, su quello che accade; questo vegliare sempre, questo pregare sempre vuoi dire confrontarsi continuamente con la Parola, nel colloquio con Dio: «O Israele, se tu mi ascoltassi!» (Sal 81,9).

Chiedete sempre lo Spirito di Dio!

Ecco perché il Cristo nell'ultima preghiera che fa prima di andare a morire chiede questa grande grazia per tutti quelli che credono in Lui: «Padre, non Ti chiedo che Tu li tolga dal mondo, ma che Tu li preservi dal male, perché essi non sono del mondo, ma sono nel mondo» (Gv 17,15-16).

Non tanto una fuga mundi, quanto una immersione nel mondo per poter proiettare il mondo stesso sul progetto di Dio. «Essere nel mondo e non essere del mondo» vuoi dire, in parole sonanti, essere nel sistema e non essere del sistema.

Ecco perché il cristiano deve essere un continuo impatto con il mondo, ecco perché il Cristo è crocefisso, è ucciso.

La croce del Cristo non è, come si dice, prendi la croce o il cancro che ti può capitare o il male terribile per cui non puoi guarire; la croce di Cristo è la fedeltà alla terra secondo Dio in continua resistenza, questa è la vera croce.

Ecco cosa vuoi dire «essere nel mondo»: io devo essere in uno stato di continua resistenza, in una contrapposizione continua: essere nel mondo senza essere del mondo. Questo vuoi dire convertirsi!

Ecco, allora vuoi dire cercare sempre senza scoraggiarsi mai e quello che non hai fatto ieri, cercherai di farlo oggi; e quello che non riesci a fare oggi lo farai domani.

Ma devo sempre cercare, sempre tendere.

Perché, vedete, bisogna sempre verificare, sempre confrontare perché non ci sono strutture fissate una volta per sempre. Non sono le strutture che devono comandare sull'uomo, ma è l'uomo che deve comandare sulle strutture! Perfino non ci sono sicurezze, ma ci sono solo certezze; infatti, io sono certo di Dio, ma non sono sicuro di raggiungerlo; e noi confondiamo le sicurezze con le certezze.

Dobbiamo essere sempre nuovi secondo la fantasia di Dio, che è lo Spirito Santo.

Perché, vedete, Dio è sempre nuovo, Dio è sempre da scoprire.

Il giorno di oggi è un giorno mai vissuto da nessuno sulla terra, la luce di oggi non è la luce di ieri: io devo essere un essere nuovo, come la Messa che celebro è sempre una Messa nuova, è sempre una comunione nuova!

Come quando tu ami, pur nella ripetitività: io ti amo, io ti amo, io ti amo... Chi veramente ama pensa sempre di emettere un nuovo atto d'amore.

Vorrei che fossimo nuovi nella fede, come ognuno di noi desidera essere nuovo nell'amore: Dio è sempre contemporaneo!

Ecco cosa vuoi dire questo cammino verso la fede.
  • David Maria Turoldo
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Messaggio da miriam bolfissimo » mar mar 14, 2006 10:16 am

Omelia di Monsignor Alessandro Maggiolini nella Cattedrale di Como

1° marzo 2006, mercoledì delle Ceneri

Silenzio adorante




Il rito austero e pensoso dell'imposizione delle ceneri, che apre e inaugura un tempo di luce e di grazia, è un invito chiaro ed energico a rientrare in noi stessi, a riflettere, a stare più seriamente in ascolto del Signore che parla. E questo è il primo e più semplice atteggia­mento di chi vuol porsi davvero in cammino verso la gioia rinnovatrice della Pasqua.

Mettere la nostra anima in silenzio, perché possa udire la voce di Dio: ecco dunque il proposito preliminare per non vanificare il «mo­mento favorevole» (cfr. 2 Cor 6,2) che con questa Quaresima ancora una volta ci viene donato.

Per ascoltare bisogna saper tacere. I rumori delle macchine, la fre­nesia assordante dei ritmi e dei suoni, l'assedio ossessivo delle parole che quotidianamente ci vengono inflitte: questi sono troppo spesso i risultati del progresso tecnico e dello sviluppo esteriore. La condizione dello sviluppo dello spirito è invece il silenzio.

Nel silenzio è possibile percepire più nitidamente la forza arcana della verità, l'attrattiva di ciò che è giusto e buono, il fascino della bellezza che esalta senza turbarci o contaminarci: è possibile cioè assimilare tutto ciò che intimamente ci nutre, ci fa crescere, ci con­sente di vivere in modo degno.

A questo ci persuade anche l'esempio di Gesù, il quale — ci infor­mano ripetutamente gli evangelisti — amava la pace e la solitudine delle ore antelucane (cfr. ad esempio Mc 1,35).

Ogni nostra giornata reca con sé un messaggio dall'alto; ma se non c'è neanche un minuto di silenzio, è quasi impossibile che tale messaggio arrivi al nostro cuore.

Dio nostro Padre non si stanca di farci arrivare le sue ispirazioni. Ci parla a più riprese e in forme diverse (cfr. Eb 1,1), nella speranza che qualcuna delle sue parole attecchisca, come un seme, nell'anima nostra: ci parla già con lo spettacolo mirabile del creato; ci parla con la voce inquietante e stimolante della coscienza; ci parla dalle pagine della Sacra Scrittura; ci parla con la persona stessa del Signore Gesù che è presente, attivo, eloquente nella realtà, nell'azione, nell'insegna­mento della sua Chiesa.

Domandiamo prima di tutto gli occhi e gli orecchi dei fanciulli, dei poeti autentici, dei santi — domandiamo, per esempio gli occhi e gli orecchi di Francesco d'Assisi — in modo da saper cogliere e ammirare il canto che la natura, quando non è deturpata e umiliata dall'uomo, eleva con riconoscenza al suo Creatore.

Con espressioni alte e severe, san Paolo ammonisce gli uomini di ogni tempo (e specialmente del nostro, si direbbe), i quali, fieri dei loro calcoli e delle loro bravure, non si accorgono più della trasparen­za delle cose, non le sanno più leggere e non ascoltano più il loro inno di grazie: «Dalla creazione del mondo in poi — egli dice — le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria..., ma hanno vaneggiato coi loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa» (cfr. Rm 1.20-21).

Poi c'è la voce della coscienza, che nelle ore di provvidenziale luci­dità ci disvela la nostra miseria, ci rimprovera ciò che di deplorevole abbiamo magari compiuto a cuor leggero, ci mostra talvolta l'inconsi­stenza di aspirazioni e di traguardi che non meritavano la nostra attenzione.

La coscienza, quando è lealmente e coraggiosamente ascoltata, sa anche richiamarci la speranza dell'aiuto che il Signore non ci fa mancare, se viene invocato con cuore sincero; sa attrarci coi presagi di una letizia, più grande e più vera di tutti i piaceri che fino adesso abbiamo vagheggiato; sa infonderci l'ardimento di intraprendere un nuovo cammino, più coerente col nostro battesimo e più conforme alla nostra qualifica di cristiani.

Se in questo «momento favorevole», in questo «giorno della salvezza» che è la Quaresima, il Signore così vuol parlarci dentro di noi, non chiudiamogli la bocca con la nostra spensieratezza e con la nostra incapacità di sottrarci al frastuono e alle chiacchiere del nostro tempo.

Il libro dove Dio ha rivelato i segreti dolcissimi della sua vita intima e del suo amore per noi, è la Sacra Scrittura. Essa raccoglie parole di luce e di forza, parole di rimprovero e di consolazione: sembrano parole diverse, ma sono tutte sgorgate dallo stesso cuore tenerissimo del Padre celeste, a sostegno di coloro cui egli ha dato non solo di chiamarsi, ma di essere realmente suoi figli.

Nelle prossime settimane questo libro santo e benedetto va fre­quentato con più assiduità e con ricerca più appassionata, sia racco­gliendo gli inviti della comunità ecclesiale che a questo fine propone più frequentemente veglie e raduni, sia con l'accostamento e la medi­tazione personale. Questo è il tempo in cui ogni credente, messi un poco in disparte tante letture e tanti spettacoli distraenti, sente il bisogno e il dovere di lasciarsi avvincere qualche volta di più dall'in­canto delle pagine sacre.

Ma Dio non solo ha parlato e parla, ma ci ha donato e ci dona addirittura la sua Parola viva e sostanziale, il Verbo eterno che «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Il Padre continua a indicarcelo e a ripeterci ciò che ha detto sulle rive del Giordano e sul monte della Trasfigurazione: «È il mio Figlio amato. Ascoltatelo!» (cfr. Mt 17.5).

Il Signore Gesù è sempre in mezzo a noi e ci comunica esisten­zialmente la sua verità. È lui che battezza, è lui che perdona i peccati, è lui che si offre con noi nella celebrazione eucaristica, è lui che sta nei nostri tabernacoli e colma della sua presenza le nostre chiese.

Ed è lui che parla, insegna, esorta, conforta da tutti coloro che parlano legittimamente nel suo nome. Frequentare la predicazione e la catechesi vuol dire in realtà mettersi alla sua scuola.

Ecco: cominciando questa Quaresima, affrontiamola proprio come il tempo dell'ascolto salvifico.

Gesù ha detto: «La parola di Dio è un seme» (cfr. Lc 8,11). Come un seme che matura nel silenzio del solco la messe futura, la parola di Dio vuol essere accolta nel silenzio adorante dell'anima e lasciata lavorare dentro di noi. Allora il suo frutto — frutto di pentimento, di vita rinnovata, di rianimata speranza — sarà immancabile.

Basta che ci sia in noi questo silenzio adorante, e subito si sviluppa dalla parola di Dio un'energia che opera anche quando non ce ne avvediamo: «Il Regno di Dio — è un'altra bellissima immagine del Signore — è come un uomo che getta il seme nella terra: dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga» (Mc 4,26-28 ).
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Messaggio da miriam bolfissimo » mar mar 14, 2006 10:22 am

Angelus di Sua Santità Benedetto XVI in Piazza San Pietro

5 marzo 2006, I domenica di Quaresima




Cari fratelli e sorelle!

Mercoledì scorso abbiamo iniziato la Quaresima e oggi celebriamo la prima domenica di questo tempo liturgico, che stimola i cristiani ad impegnarsi in un cammino di preparazione alla Pasqua. Quest'oggi, il Vangelo ci ricorda che Gesù, dopo essere stato battezzato nel fiume Giordano, spinto dallo Spirito Santo, che si era posato su di Lui rivelandoLo come il Cristo, si ritirò per quaranta giorni nel deserto di Giuda, dove superò le tentazioni di satana (cfr Mc 1, 12-13). Seguendo il loro Maestro e Signore, anche i cristiani per affrontare insieme con Lui "il combattimento contro lo spirito del male" entrano spiritualmente nel deserto quaresimale.

L'immagine del deserto è una metafora assai eloquente della condizione umana. Il Libro dell'Esodo narra l'esperienza del popolo di Israele che, uscito dall'Egitto, peregrinò nel deserto del Sinai per quarant'anni prima di giungere alla terra promessa. Durante quel lungo viaggio, gli ebrei sperimentarono tutta la forza e l'insistenza del tentatore, che li spingeva a perdere la fiducia nel Signore e a tornare indietro; ma, al tempo stesso, grazie alla mediazione di Mosè, impararono ad ascoltare la voce di Dio, che li chiamava a diventare il suo popolo santo. Meditando su questa pagina biblica, comprendiamo che per realizzare appieno la vita nella libertà occorre superare la prova che la stessa libertà comporta, cioè la tentazione. Solo liberata dalla schiavitù della menzogna e del peccato, la persona umana, grazie all'obbedienza della fede che la apre alla verità, trova il senso pieno della sua esistenza e raggiunge la pace, l'amore e la gioia.

Proprio per questo la Quaresima costituisce un tempo favorevole per un'attenta revisione di vita nel raccoglimento, nella preghiera e nella penitenza. Gli Esercizi Spirituali che, com'è tradizione, si terranno da questa sera fino a sabato prossimo qui, nel Palazzo Apostolico, aiuteranno me e i miei collaboratori della Curia Romana ad entrare con maggior consapevolezza in questo caratteristico clima quaresimale. Cari fratelli e sorelle, mentre vi chiedo di accompagnarmi con le vostre preghiere, assicuro per voi un ricordo al Signore perché la Quaresima sia per tutti i cristiani un'occasione di conversione e di più coraggiosa spinta verso la santità. Invochiamo per questo la materna intercessione della Vergine Maria.
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Messaggio da miriam bolfissimo » mar mar 14, 2006 10:32 am

Angelus di Sua Santità Benedetto XVI in Piazza San Pietro

12 marzo 2006, II domenica di Quaresima




Cari fratelli e sorelle!

Ieri mattina si è conclusa la settimana di Esercizi Spirituali, che il Patriarca emerito di Venezia, Cardinale Marco Cè, ha predicato qui nel Palazzo Apostolico. Sono stati giorni dedicati interamente all'ascolto del Signore, che sempre ci parla, ma s'aspetta da noi una più grande attenzione specialmente in questo tempo di Quaresima. Ce lo ricorda anche la pagina evangelica dell'odierna domenica, riproponendo il racconto della trasfigurazione di Cristo sul monte Tabor. Mentre stavano attoniti al cospetto del Signore trasfigurato che discorreva con Mosè ed Elia, Pietro, Giacomo e Giovanni furono a un tratto avvolti da una nube, dalla quale uscì una voce che proclamò: "Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!" (Mc 9, 7).

Quando si ha la grazia di provare una forte esperienza di Dio, è come se si vivesse qualcosa di analogo a quanto avvenne per i discepoli durante la Trasfigurazione: per un momento si pregusta qualcosa di ciò che costituirà la beatitudine del Paradiso. Si tratta in genere di brevi esperienze, che Dio a volte concede, specialmente in vista di dure prove. A nessuno, però, è dato di vivere "sul Tabor" mentre si è su questa terra. L'esistenza umana infatti è un cammino di fede e, come tale, procede più nella penombra che in piena luce, non senza momenti di oscurità e anche di buio fitto. Finché siamo quaggiù, il nostro rapporto con Dio avviene più nell'ascolto che nella visione; e la stessa contemplazione si attua, per così dire, ad occhi chiusi, grazie alla luce interiore accesa in noi dalla Parola di Dio.

La stessa Vergine Maria, pur essendo tra tutte le creature umane la più vicina a Dio, ha camminato giorno dopo giorno come in un pellegrinaggio della fede (cfr Lumen gentium, 58 ), custodendo e meditando costantemente nel suo cuore la Parola che Dio le rivolgeva, sia attraverso le Sacre Scritture sia mediante gli avvenimenti della vita del suo Figlio, nei quali riconosceva e accoglieva la misteriosa voce del Signore. Ecco allora il dono e l'impegno per ognuno di noi nel tempo quaresimale: ascoltare Cristo, come Maria. Ascoltarlo nella sua Parola, custodita nella Sacra Scrittura. Ascoltarlo negli eventi stessi della nostra vita cercando di leggere in essi i messaggi della Provvidenza. Ascoltarlo, infine, nei fratelli, specialmente nei piccoli e nei poveri, in cui Gesù stesso domanda il nostro amore concreto. Ascoltare Cristo e ubbidire alla sua voce: è questa la via maestra, l'unica, che conduce alla pienezza della gioia e dell'amore.
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Messaggio da miriam bolfissimo » mar mar 21, 2006 10:27 pm

Angelus di Sua Santità Benedetto XVI in Piazza San Pietro

19 marzo 2006, III domenica di Quaresima




Cari fratelli e sorelle!

Quest'oggi, 19 marzo, ricorre la solennità di San Giuseppe, ma, in coincidenza con la terza Domenica di Quaresima, la sua celebrazione liturgica è posticipata a domani. Tuttavia, il contesto mariano dell'Angelus invita a soffermarsi oggi con venerazione sulla figura dello sposo della Beata Vergine Maria e Patrono della Chiesa universale. Mi piace ricordare che di San Giuseppe era molto devoto anche l'amato Giovanni Paolo II, il quale gli dedicò l'Esortazione apostolica Redemptoris Custos - Custode del Redentore e sicuramente ne sperimentò l'assistenza nell'ora della morte.

La figura di questo grande Santo, pur rimanendo piuttosto nascosta, riveste nella storia della salvezza un'importanza fondamentale. Anzitutto, appartenendo egli alla tribù di Giuda, legò Gesù alla discendenza davidica, così che, realizzando le promesse sul Messia, il Figlio della Vergine Maria può dirsi veramente "figlio di Davide". Il Vangelo di Matteo, in modo particolare, pone in risalto le profezie messianiche che trovarono compimento mediante il ruolo di Giuseppe: la nascita di Gesù a Betlemme (2, 1-6); il suo passaggio attraverso l'Egitto, dove la santa Famiglia si era rifugiata (2, 13-15); il soprannome di "Nazareno" (2, 22-23). In tutto ciò egli si dimostrò, al pari della sposa Maria, autentico erede della fede di Abramo: fede nel Dio che guida gli eventi della storia secondo il suo misterioso disegno salvifico. La sua grandezza, al pari di quella di Maria, risalta ancor più perché la sua missione si è svolta nell'umiltà e nel nascondimento della casa di Nazaret. Del resto, Dio stesso, nella Persona del suo Figlio incarnato, ha scelto questa via e questo stile - l'umiltà e il nascondimento - nella sua esistenza terrena.

Dall'esempio di San Giuseppe viene a tutti noi un forte invito a svolgere con fedeltà, semplicità e modestia il compito che la Provvidenza ci ha assegnato. Penso anzitutto ai padri e alle madri di famiglia, e prego perché sappiano sempre apprezzare la bellezza di una vita semplice e laboriosa, coltivando con premura la relazione coniugale e compiendo con entusiasmo la grande e non facile missione educativa. Ai Sacerdoti, che esercitano la paternità nei confronti delle comunità ecclesiali San Giuseppe ottenga di amare la Chiesa con affetto e piena dedizione, e sostenga le persone consacrate nella loro gioiosa e fedele osservanza dei consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza. Protegga i lavoratori di tutto il mondo, perché contribuiscano con le loro varie professioni al progresso dell'intera umanità, e aiuti ogni cristiano a realizzare con fiducia e con amore la volontà di Dio, cooperando così al compimento dell'opera della salvezza.
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun mar 27, 2006 10:58 am

Angelus di Sua Santità Benedetto XVI in Piazza San Pietro

26 marzo 2006, IV domenica di Quaresima




Cari fratelli e sorelle,

il Concistoro che si è tenuto nei giorni scorsi per la nomina di quindici nuovi Cardinali è stata un’intensa esperienza ecclesiale, che ci ha permesso di gustare la ricchezza spirituale della collegialità, del ritrovarsi insieme tra fratelli di diverse provenienze, tutti accomunati dall’unico amore per Cristo e per la sua Chiesa. Abbiamo rivissuto in qualche modo la realtà della comunità cristiana iniziale, riunita intorno a Maria, Madre di Gesù, e a Pietro, per accogliere il dono dello Spirito ed impegnarsi a diffondere il Vangelo nel mondo intero. La fedeltà a questa missione fino al sacrificio della vita è un carattere distintivo dei Cardinali, come attesta il loro giuramento e come è simboleggiato dalla porpora, che ha il colore del sangue.

Per una provvidenziale coincidenza, il Concistoro si è svolto nella giornata del 24 marzo, in cui si sono commemorati i missionari che nell’anno trascorso sono caduti sulle frontiere dell’evangelizzazione e del servizio all’uomo in diverse parti della terra. Il Concistoro è stato così un’occasione per sentirci più che mai vicini a tutti quei cristiani che soffrono persecuzione a causa della fede. La loro testimonianza, di cui quotidianamente ci giunge notizia, e soprattutto il sacrificio di quanti sono stati uccisi ci è di edificazione e di sprone a un impegno evangelico sempre più sincero e generoso. Il mio pensiero si rivolge, in modo particolare, a quelle comunità che vivono nei Paesi dove la libertà religiosa manca o, nonostante la sua affermazione sulla carta, subisce di fatto molteplici restrizioni. Ad esse invio un caloroso incoraggiamento a perseverare nella pazienza e nella carità di Cristo, seme del Regno di Dio che viene, anzi, che è già nel mondo A quanti operano al servizio del Vangelo in tali difficili situazioni, desidero esprimere la più viva solidarietà a nome di tutta la Chiesa, ed insieme assicurare il mio quotidiano ricordo nella preghiera.

La Chiesa avanza nella storia e si diffonde sulla terra, accompagnata da Maria, Regina degli Apostoli. Come nel Cenacolo, la Vergine Santa costituisce sempre per i cristiani la memoria vivente di Gesù. E’ lei ad animare la loro preghiera e a sostenerne la speranza. A Lei chiediamo di guidarci nel cammino quotidiano e di proteggere con speciale predilezione quelle comunità cristiane che versano in condizioni di più grande difficoltà e sofferenza.
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Messaggio da miriam bolfissimo » mar apr 04, 2006 10:37 am

Angelus di Sua Santità Benedetto XVI in Piazza San Pietro

2 aprile 2006, V domenica di Quaresima




Cari fratelli e sorelle!

Il 2 aprile dello scorso anno, proprio come oggi, l’amato Papa Giovanni Paolo II stava vivendo in queste stesse ore e qui, in questo stesso appartamento l’ultima fase del suo pellegrinaggio terreno, un pellegrinaggio di fede, di amore e di speranza, che ha lasciato un segno profondo nella storia della Chiesa e dell’umanità. La sua agonia e la sua morte costituirono quasi un prolungamento del Triduo pasquale. Tutti ricordiamo le immagini della sua ultima Via Crucis, il Venerdì Santo: non potendo recarsi al Colosseo, la seguì dalla sua Cappella privata, tenendo tra le mani una croce. Nel giorno di Pasqua, poi, impartì la benedizione Urbi et Orbi senza poter pronunciare parole, con il solo gesto della mano. Non dimenticheremo mai quella benedizione. E’ stata la benedizione più sofferta e commovente, che ci ha lasciato come estrema testimonianza della sua volontà di compiere il ministero fino alla fine. Giovanni Paolo II è morto così come aveva sempre vissuto, animato dall’indomito coraggio della fede, abbandonandosi in Dio e affidandosi a Maria Santissima. Questa sera lo ricorderemo con una veglia di preghiera mariana in Piazza San Pietro, dove domani pomeriggio celebrerò per lui la Santa Messa.

Ad un anno dal suo passaggio dalla terra alla casa del Padre possiamo domandarci: che cosa ci ha lasciato questo grande Papa, che ha introdotto la Chiesa nel terzo millennio? La sua eredità è immensa, ma il messaggio del suo lunghissimo pontificato si può ben riassumere nelle parole con le quali egli lo volle inaugurare, qui in Piazza San Pietro, il 22 ottobre 1978: "Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!". Questo indimenticabile appello, che io sento ancora risuonare in me come se fosse ieri, Giovanni Paolo II l’ha incarnato con tutta la sua persona e tutta la sua missione di Successore di Pietro, specialmente con il suo straordinario programma di viaggi apostolici. Visitando i Paesi del mondo intero, incontrando le folle, le Comunità ecclesiali, i Governanti, i Capi religiosi e le diverse realtà sociali, egli ha compiuto come un unico grande gesto, a conferma di quelle parole iniziali. Ha annunciato sempre Cristo, proponendolo a tutti, come aveva fatto il Concilio Vaticano II, quale risposta alle attese dell’uomo, attese di libertà, di giustizia, di pace. Cristo è il Redentore dell’uomo - amava ripetere -, l’unico autentico Salvatore di ogni persona e dell’intero genere umano.

Negli ultimi anni, il Signore lo ha gradualmente spogliato di tutto, per assimilarlo pienamente a Sé. E quando ormai non poteva più viaggiare, e poi nemmeno camminare, e infine neppure parlare, il suo gesto, il suo annuncio si è ridotto all’essenziale: al dono di se stesso fino all’ultimo. La sua morte è stata il compimento di una coerente testimonianza di fede, che ha toccato il cuore di tanti uomini di buona volontà. Giovanni Paolo II ci ha lasciati nel giorno di sabato dedicato particolarmente a Maria, verso la quale ha sempre nutrito una devozione filiale. Alla celeste Madre di Dio domandiamo ora di aiutarci a far tesoro di quanto ci ha donato ed insegnato questo grande Pontefice.
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Messaggio da miriam bolfissimo » mar apr 04, 2006 10:38 am

Angelus di Sua Santità Benedetto XVI in Piazza San Pietro

2 aprile 2006, V domenica di Quaresima




Cari fratelli e sorelle!

Il 2 aprile dello scorso anno, proprio come oggi, l’amato Papa Giovanni Paolo II stava vivendo in queste stesse ore e qui, in questo stesso appartamento l’ultima fase del suo pellegrinaggio terreno, un pellegrinaggio di fede, di amore e di speranza, che ha lasciato un segno profondo nella storia della Chiesa e dell’umanità. La sua agonia e la sua morte costituirono quasi un prolungamento del Triduo pasquale. Tutti ricordiamo le immagini della sua ultima Via Crucis, il Venerdì Santo: non potendo recarsi al Colosseo, la seguì dalla sua Cappella privata, tenendo tra le mani una croce. Nel giorno di Pasqua, poi, impartì la benedizione Urbi et Orbi senza poter pronunciare parole, con il solo gesto della mano. Non dimenticheremo mai quella benedizione. E’ stata la benedizione più sofferta e commovente, che ci ha lasciato come estrema testimonianza della sua volontà di compiere il ministero fino alla fine. Giovanni Paolo II è morto così come aveva sempre vissuto, animato dall’indomito coraggio della fede, abbandonandosi in Dio e affidandosi a Maria Santissima. Questa sera lo ricorderemo con una veglia di preghiera mariana in Piazza San Pietro, dove domani pomeriggio celebrerò per lui la Santa Messa.

Ad un anno dal suo passaggio dalla terra alla casa del Padre possiamo domandarci: che cosa ci ha lasciato questo grande Papa, che ha introdotto la Chiesa nel terzo millennio? La sua eredità è immensa, ma il messaggio del suo lunghissimo pontificato si può ben riassumere nelle parole con le quali egli lo volle inaugurare, qui in Piazza San Pietro, il 22 ottobre 1978: "Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!". Questo indimenticabile appello, che io sento ancora risuonare in me come se fosse ieri, Giovanni Paolo II l’ha incarnato con tutta la sua persona e tutta la sua missione di Successore di Pietro, specialmente con il suo straordinario programma di viaggi apostolici. Visitando i Paesi del mondo intero, incontrando le folle, le Comunità ecclesiali, i Governanti, i Capi religiosi e le diverse realtà sociali, egli ha compiuto come un unico grande gesto, a conferma di quelle parole iniziali. Ha annunciato sempre Cristo, proponendolo a tutti, come aveva fatto il Concilio Vaticano II, quale risposta alle attese dell’uomo, attese di libertà, di giustizia, di pace. Cristo è il Redentore dell’uomo - amava ripetere -, l’unico autentico Salvatore di ogni persona e dell’intero genere umano.

Negli ultimi anni, il Signore lo ha gradualmente spogliato di tutto, per assimilarlo pienamente a Sé. E quando ormai non poteva più viaggiare, e poi nemmeno camminare, e infine neppure parlare, il suo gesto, il suo annuncio si è ridotto all’essenziale: al dono di se stesso fino all’ultimo. La sua morte è stata il compimento di una coerente testimonianza di fede, che ha toccato il cuore di tanti uomini di buona volontà. Giovanni Paolo II ci ha lasciati nel giorno di sabato dedicato particolarmente a Maria, verso la quale ha sempre nutrito una devozione filiale. Alla celeste Madre di Dio domandiamo ora di aiutarci a far tesoro di quanto ci ha donato ed insegnato questo grande Pontefice.
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Messaggio da miriam bolfissimo » mar apr 11, 2006 10:46 am

Angelus di Sua Santità Benedetto XVI in Piazza San Pietro

9 aprile 2006, Domenica delle Palme e della Passione del Signore

e XXI Giornata Mondiale della Gioventù




Fratelli e sorelle, tra poco una delegazione di giovani tedeschi consegnerà ai coetanei australiani la Croce delle Giornate Mondiali della Gioventù. E’ la Croce che l’amato Giovanni Paolo II ha affidato ai giovani nel 1984 affinché la portassero nel mondo quale segno dell’amore di Cristo per l’umanità. Saluto il Cardinale Joachim Meisner, Arcivescovo di Colonia, e il Cardinale George Pell, Arcivescovo di Sydney, che hanno voluto essere presenti a questo momento così significativo. Il passaggio della Croce, dopo ogni Incontro mondiale, è diventato una “tradizione”, nel senso proprio della parola traditio, una consegna altamente simbolica, da vivere con grande fede, impegnandosi a compiere un cammino di conversione sulle orme di Gesù. Questa fede ce la insegna Maria Santissima, che per prima “ha creduto” e ha portato la sua propria croce insieme al Figlio, gustando poi con Lui la gioia della risurrezione. Perciò la Croce dei giovani è accompagnata da un’icona della Vergine, che riproduce quella di Maria Salus Populi Romani, venerata nella Basilica di Santa Maria Maggiore, la più antica Basilica dedicata alla Madonna in Occidente.

La Croce e l’Icona mariana delle Giornate della Gioventù, dopo aver fatto tappa in alcuni Paesi dell’Africa, per manifestare la vicinanza di Cristo e della sua Madre alle popolazioni di quel Continente, provate da tante sofferenze, dal prossimo febbraio saranno accolte in diverse regioni dell’Oceania, per attraversare quindi le diocesi d’Australia e giungere infine a Sydney nel luglio 2008. Si tratta di un pellegrinaggio spirituale che vede coinvolta l’intera comunità cristiana e specialmente i giovani...

...

Fratelli e sorelle di lingua italiana, nella bellissima cornice degli olivi, che vediamo qui, offerti dalla Regione Puglia, preghiamo con fede il Signore perché questa Croce e questa Icona siano strumenti di pace e di riconciliazione tra le persone e i popoli, e invochiamo l’intercessione della Vergine Maria sul nuovo pellegrinaggio che oggi inizia, affinché sia ricco di frutti.
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:31 pm

Messaggio Urbi et Orbi di Sua Santità Benedetto XVI
Santa Pasqua 2006




Cari fratelli e sorelle!

Christus resurrexit! - Cristo è risorto!

La grande Veglia di questa notte ci ha fatto rivivere l’evento decisivo e sempre attuale della Risurrezione, mistero centrale della fede cristiana. Innumerevoli ceri pasquali si sono accesi nelle chiese a simboleggiare la luce di Cristo che ha illuminato e illumina l’umanità, vincendo per sempre le tenebre del peccato e del male. E quest’oggi riecheggiano potenti le parole che lasciarono stupefatte le donne giunte al mattino del primo giorno dopo il sabato al sepolcro, dove la salma di Cristo, calata in fretta dalla croce, era stata deposta nella tomba. Tristi e sconsolate per la perdita del loro Maestro, avevano trovato il grande masso rotolato via ed entrando avevano visto che il suo corpo non c’era più. Mentre stavano lì incerte e smarrite, due uomini in vesti sfolgoranti le sorpresero dicendo: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato” (Lc 24,5-6).“Non est hic, sed resurrexit” (Lc 24,6). Da quel mattino, queste parole non cessano di risuonare nell’universo quale annuncio di gioia che attraversa i secoli immutato e, al tempo stesso, carico di infinite e sempre nuove risonanze.

“Non è qui … è risuscitato”. I messaggeri celesti comunicano innanzitutto che Gesù “non è qui”: non è restato nel sepolcro il Figlio di Dio, perché non poteva rimanere prigioniero della morte (cfr At 2,24) e la tomba non poteva trattenere “il Vivente” (Ap 1,18), che è la sorgente stessa della vita. Come Giona nel ventre del pesce, allo stesso modo il Cristo crocifisso è restato inghiottito nel cuore della terra (cfr Mt 12,40) per il volgere di un sabato. Fu veramente “un giorno solenne quel sabato”, come scrive l’evangelista Giovanni (19,31): il più solenne della storia, perché in esso il “Signore del sabato” (Mt 12,8) portò a compimento l’opera della creazione (cfr Gn 2,1-4a), elevando l’uomo e l’intero cosmo alla libertà della gloria dei figli di Dio (cfr Rm 8,21). Compiuta quest’opera straordinaria, il corpo esanime è stato attraversato dal soffio vitale di Dio e, rotti gli argini del sepolcro, è risorto glorioso. Per questo gli angeli proclamano: “non è qui”, non può più trovarsi nella tomba. Ha pellegrinato sulla terra degli uomini, ha terminato il suo cammino nella tomba come tutti, ma ha vinto la morte e in modo assolutamente nuovo, per un atto di puro amore, ha aperto la terra e l’ha spalancata verso il Cielo.

La sua risurrezione, grazie al Battesimo che ci “incorpora” a Lui, diventa la nostra risurrezione. Lo aveva preannunciato il profeta Ezechiele: “Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese d’Israele” (Ez 37,12). Queste parole profetiche assumono valore singolare nel giorno di Pasqua, perché oggi si compie la promessa del Creatore; oggi, anche in questa nostra epoca segnata da inquietudine e incertezza, riviviamo l’evento della risurrezione che ha cambiato il volto della nostra vita, ha cambiato la storia dell’umanità. Da Cristo risorto attendono speranza, talvolta anche inconsapevolmente, quanti sono tuttora oppressi da vincoli di sofferenza e di morte.

Lo Spirito del Risorto porti, in particolare, sollievo e sicurezza in Africa alle popolazioni del Darfur, che versano in una drammatica situazione umanitaria non più sostenibile; a quelle della regione dei Grandi Laghi, dove molte piaghe sono ancora non rimarginate; ai vari popoli dell’Africa che aspirano alla riconciliazione, alla giustizia e allo sviluppo. In Iraq sulla tragica violenza, che senza pietà continua a mietere vittime, prevalga finalmente la pace. Pace auspico vivamente anche per coloro che sono coinvolti nel conflitto in Terrasanta, invitando tutti ad un dialogo paziente e perseverante che rimuova gli ostacoli antichi e nuovi, evitando le tentazioni della rappresaglia ed educando le nuove generazioni ad un rispetto reciproco. La comunità internazionale, che riafferma il giusto diritto di Israele di esistere in pace, aiuti il popolo palestinese a superare le precarie condizioni in cui vive e a costruire il suo futuro, andando verso la costituzione di un vero e proprio Stato. Lo Spirito del Risorto susciti un rinnovato dinamismo nell’impegno dei Paesi dell’America Latina, perché siano migliorate le condizioni di vita di milioni di cittadini, estirpata l’esecranda piaga dei sequestri di persona e consolidate le istituzioni democratiche, in spirito di concordia e di fattiva solidarietà. Per quanto riguarda le crisi internazionali legate al nucleare, si giunga a una composizione onorevole per tutti mediante negoziati seri e leali, e si rafforzi nei responsabili delle Nazioni e delle Organizzazioni Internazionali la volontà di realizzare una pacifica convivenza tra etnie, culture e religioni, che allontani la minaccia del terrorismo.

Il Signore risorto faccia sentire ovunque la sua forza di vita, di pace e di libertà. A tutti oggi sono rivolte le parole con le quali nel mattino di Pasqua l’angelo rassicurò i cuori intimoriti delle donne: “Non abbiate paura! … Non è qui. E’ risuscitato” (Mt 28,5-6). Gesù è risorto e ci dona la pace; è Egli stesso la pace. Per questo con forza la Chiesa ripete: “Cristo è risorto – Christós anésti”. Non tema l’umanità del terzo millennio di aprirGli il cuore. Il suo Vangelo ricolma pienamente la sete di pace e di felicità che abita ogni cuore umano. Cristo ora è vivo e cammina con noi. Immenso mistero di amore! Christus resurrexit, quia Deus caritas est ! Alleluia !
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