La Storia Dalla Preistoria ad oggi

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La Storia Dalla Preistoria ad oggi

Messaggio da Redazione » dom set 04, 2005 11:39 am

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Nel luogo dove oggi sorge San Benedetto dei Marsi, esisteva una città chiamata Marruvium. li popolo dei Marsi ebbe in essa la capitale. La sua origine è testimoniata anche da Virgilio nel settimo Libro dell'Eneide in cui annovera, tra i guerrieri ac­corsi in aiuto di Turno contro Enea, il fortissimo Umbrone della Gente Marruvia.Molti storici sono d'accordo nell'affermare che Marruvium fu sempre Città Libera, temuta e rispet­tata dai popoli vicini, tanto che Roma stipulò con i Marsi convenienti accordi, poichè questi si distin­guevano nella battaglia per la robustezza fisica e per il valore. E' noto il detto dello storico greco Ap­piano: "Nè contro i Marsi né senza i Marsi Roma può vincere". Con il prosciugamento di quella par­te del lago, sul quale si affacciava Marruvium, da parte dell'imperatore Claudio, si eliminò il pericolo delle inondazioni e la città crebbe d'importanza raggiungendo in quel periodo la massima espan­sione. Essa ebbe edifici pubblici e privati: il Campi­doglio, l'Anfiteatro, un Teatro, un Ginnasio con la palestra annessa, le Terme e una piscina con bagno.Con il declino dell'impero romano vennero a mancare i lavori di manutenzione dell'emissario di Claudio, causando l'ostruzione del cunicolo e una conseguente elevazione del livello delle acque del lago di Fucino. L'inondazione che ne seguì pro­vocò l'allagamento di vaste zone intorno al lago. Marruvium, essendosi sviluppata nella zona pro­sciugata, rimase in parte allagata e le continue i­nondazioni né determinarono la decadenza. A questo bisogna aggiungere i danni arrecati dai barbari che imperversavano lungo la Via Valeria e saccheggiavano ripetutamente la Città fino al pun­to di ridurre le popolazioni locali in uno stato di completa indigenza. 111870, anno del prosciugamento del lago di Fucino, rappresentò una data fondamentale per San Benedetto dei Marsi e per i centri della Marsi­ca. Quegli abitanti da pescatori dovettero trasfor­marsi in operai bonificatori e in agricoltori.Quando il principe Torlonia concesse in fitto i terreni ai contadini, gli abitanti di San Benedetto ebbero estese zone da' coltivare, ma, essendoci carenza di manodopera, si verificò una immigra­zione da parte di agricoltori di altre zone, soprat­tutto dal pescarese, i quali hanno moltiplicato no­tevolmente il numero degli abitanti.Si venne a formare, così, una popolazione ete­rogenea priva di sentimenti e tradizioni comuni.Le condizioni economiche generali, comunque, migliorarono, ma una nuova catastrofe stava per abbattersi su San Benedetto e su tutta la Marsica. All'alba del 13 gennaio 1915 uno spaventoso ter­remoto si abbatté con tutta la sua forza sui centri marsicani, seminando, ovunque, morte e desola­zione.
Grande fu il dramma di quella gente, co­stretta a ricominciare ancora una volta da capo. Distrutto completamente, San Benedetto acquistò l'aspetto di un piccolo borgo: il terremoto, in






le terre dei Torlonia, a lungo abbandonate e mal coltivate, causarono fame e disoccupazione, spin­gendo i contadini alla rivolta. Queste lotte, che hanno caratterizzato un periodo storico, misero fi­ne al principato dei Torlonia e, con l'entrata in vi­gore della "Legge Stralcio", venne affidata agli en­ti di riforma (Ente Fucino) la soluzione dei proble­mi del latifondo. Vennero asse­gnati ai contadini dei terreni (20 coppe = i ha), i quali di­ventarono proprietari pagando un riscatto trentennale (1952-1982).
Quell'antico popolo di pe­scatori oggi è diventato un po­polo di abili imprenditori agri­coli, tanto che i prodotti locali sono esportati in tutto il mon­do. Le vicissitudini della storia non hanno, dunque, intaccato la forza del popolo marso, che non ha però, dimenticato le sue gloriose origini.
LA CIVITAS MARSORUM PER ANTONOMASIA
Figli di Marte, che possono annoverare anche Marso, figlio della maga Circe, tra i padri della "magica", stirpe infatti, i Marsi, consideravano Marruvium il principale dei loro municipi, dal ti­tolo Marsi Marruvium (insieme ad Anxa ed Anti­num).
L'esatta ubicazione di questa città romana, èrisultata essere la stessa del territorio sul quale sorge l'odierno paese di San Benedetto dei Marsi.
Questa circostanza fa si che l'intero sotto­suolo del paese racchiuda un immenso patri­monio archeologico di grande valore storico e artistico.
San Benedetto dei Marsi, a m. 670 s.l.m., che sorge su un declivio coltivato al margine orien­tale dell'alveo del Fucino, in prossimità della Strada Provinciale Circonfucense e che chiude ad anello il letto del lago prosciugato, può van­tare di essere stato quella città di provincia, più piccola di Pompei, ma che per la ricchezza ed eleganza di monumenti, pubblici e privati, si èmeritata l'appellativo di splenditissima, prodi­gato da antiche epigrafi e antichi scrittori.
Prospiciente Lucus Angitiae, santuario princi­pale dei Marsi, dedicato alla dea Angitia, divi­nità principale marsa, Marruvium nel i sec. a.C; è elevata a municipio della IV regione augustea, alla fine del Bellum Marsicum, conflitto che ter­mina con la sconfitta dei Marsi, ma con il il so­stanziale riconoscimento della cittadinanza ro­mana, la cui figura fondamentale è il condottie­ro marso, Poppedius Silo, l'Annibale italico.
Per tutta l'età imperiale Marruvium sarà il cen­tro più importante, ma anche più romanizzato del territorio marso, con la sua notevole urba­nizzazione a maglie regolari, confermata dai re­centi scavi, realizzati all'interno del centro urba­no, che hanno aggiunto molte informazioni, proprio, sull'insediamento romano del periodo Imperiale e precedente.
Il nome del paese odierno è dovuto alla chie­sa "San Benedetto nella città Marsicana" e designa un centro urbano che si è sviluppato e trasformato, in modo spontaneo e stratificato, sui resti dell'antica città, di cui abbiamo testi­monianze visibili, in scarsa quantità, ma suffi­cienti a documentarne la passata magnificenza, iniziata con la riedificazione (dopo la distruzio­ne durante la guerra sannitica) per ordine del console Marco Valerio Massimo.
Poco si conosce invece del paese dopo la ca­duta dell'impero Romano, supponendo il suo spopolamento a causa delle invasioni barbari­che e delle inondazioni provocate dall'abban­dono della manutenzione degli emissari che re­golavano le acque del Fucino.
Successivamente, dal sec. X in poi, la storia del paese è legata a quella della contea di Ce­lano.
E' tra il XII e il XIII sec. è ancora uno dei centri principali della Marsica con la chiesa di Santa Sabina come sede vescovile e la chiesa di San Benedetto con il monastero sorto sulla casa na­tale di Bonifacio IV.
A causa del periodo angioino, disastroso per tutto l'Abruzzo, alla fine del '300 Pietro Berardi, conte di Celano, constatando l'abbandono in cui si trova San Benedetto, trasferisce la sede a Pescina (4 km. circa).
Nei secoli dopo il paese è un piccolo borgo di pescatori e contadini infastiditi spesso dalle i­nondazioni, da cui furono liberati solo dal prosciugamento del lago, concluso nei 1875, dovu­to all'impegno dei Principe Alessandro Torionia di cui è rimasta famosa la frase: "O io asciugo il Fucino o il Fucino asciuga me
Inizia quindi un'immigrazione di agricoltori e
Ma, ...t àbbela rase, imméce 'na mantiene, éve l'immérne, i tridece gennare...
'N dramme, 'na traggédje, 'na ruvine che 'nn muménte, sénza bombe i spare. La Màrseche devendétte 'na macere...
•..Fu une d'ì più ggrosse tarramute!,..
•..La mòrte svulazzéve i ogni ttante scrivéve i mòrte, tutta strafutténte,... ...Quaccune ch'éve state fortunate jéve ggirénne sopre le macére
pe rretruvà la casa sfrantumate, guardénne 'ne segnale, 'na rinchjére, na pòrte, 'na finéstre 'na facciate...
migliorano le condizioni economiche dell'intera area marsicana.
San Benedetto si presenta, in questo periodo, ordinato tra via Valeria e via Romana, con stra­de lastricate, bei palazzi a più piani, decorati con portali in pietra, balconate in ferro battuto, cornici aggettanti, case unifamiliari ed edifici nobiliari.
E giusto la facciata della chiesa di Santa Sabi­na col suo poderoso portale restò in piedi, in­sieme ai Morroni.
li terremoto del 1915 distrugge l'intero patrimonio edilizio del paese, ci furono 3700 morti su 4000 abitanti, e con essi va distrutto l'orgoglio di un villaggio che, forte della sua identità, si stava avviando verso un miglioramento sociale, culturale ed eco­nomico prima di essere spazzato via da un tragico, incontrollabiIe, imprevedibile even­to, che tutto ha travolto con impeto furioso, "n' subisse!" "PIù bbrutte dell'Apocalisse".
Ma oggi, alle soglie del nuovo millennio, re­perti archeologici, di diverso valore, ci parla­no della magnificenza della splenditissima Marruvium imperiale, così come testimonian­ze storiche, e mitiche di antichi autori.
La conoscenza di Marruvium, dei suo "prima", del suo "dopo" ci introduce, nel patrimonio culturale e tradizionale di quello che oggi è tornato ad essere uno dei centri principali della Marsica (sub-regione abruz­zese, che nel centro dell'Appennino centra­le, tra il Parco Nazionale d'Abruzzo, la Val­le Longa, i piani Palentini, e protetta dalle cime dei Parco Sirente Velino, controlla da sempre le arterie viarie ed economiche.
LA SCUOLA GASTRONOMICA
Negli ambienti gastronomici viene citata talvolta una Scuola Gastronomica che, nell'età romana, godeva in Mar­ruvium, l'attuale 8. Benedetto dei Marsi, di grande consi­derazione e prestigio. E si è detto anche che questo para­diso gastronomico era frequentato dall'illustre cuoco roma­no Apicio. Cosa c'è di vero e di documentato storicamen­te? C'è da dire intanto che sbaglia chi parla della prestigio-sa Scuola Gastronomica di Marruvium come di qualcosa che sta tra la leggenda e la storia. La leggenda non c'entra affatto, mentre c'entra, e a giusta ragione, la storia. Ed èstoricamente documentata non solo l'esistenza della Scuo­la Gastronomica in Marruvium, anche il fatto che essa era uno dei centri privilegiati da Apicio per le sue ricette tutte ri­portate nel famoso ricettario, conosciuto coi titolo di Libri di Apicio.
Quali possono essere i motivi di un così stretto rapporto tra la Scuola Gastronomica di Marruvium e il celebre cuo­co Apicio? I motivi possono essere molti. Ne indico solo al­cuni i quali hanno una plausibilità in relazione all'ambiente e alla condotta di vita dei marsicani in età romana. E' noto che questi erano non solo incantatori di serpi, ma anche e­sperti cercatori e selezionatori di erbe. Quando dico cerca-tori e selezionatori, voglio intendere che, una volta raccolte le erbe, i marsicani avevano affinato l'arte di riconoscere quelle dalle proprietà medicinali e quelle semplicemente a­romatiche. In ciò risiedeva la magia di utilizzare quelle me­dicinali per cure e incantesimi e quelle aromatiche per con­ferire delizie di sapori alla loro cucina. Questa cucina, nobi­litata dalle erbe aromatiche marsicane, non poteva non fa­cilitare l'incontro tra la Scuola Gastronomica di Marruvium e un mago dell'arte culinaria quale era il grande Apicio. A ciò va aggiunto che essendo Marruvium una splendidissi­ma città d'italia e che, per un lungo periodo, fu degna Ca­pitale dei Marsi, essa esercitava un fascino straordinario in quanti amavano venire a contatto con gli splendori urbani­stici della città di cui la Scuola Gastronomica costituiva u­na "perla" preziosa in un celebrato gioiello.
Ci si domanda ancora da quali specificità poteva deriva­re la rinomanza delle ricette della Suola Gastronomica di Marruvium tanto apprezzata da Apicio. E in particolare ci si domanda se era Apicio a portare le sue ricette a Marruvium o se era Marruvium a mandare a Roma, per il tramite di A­picio, le sue rinomate ricette. Quel che è certo è che la Scuola Gastronomica e Maestro erano entrati in perfetta sintonia e questa era maturata in uno scenario naturale par­ticolarmente vocato alle "squisitezze", sia per i piaceri del­la carne sia per i piaceri dello spirito. Mi riferisco innanzi­tutto al fatto che il condizionamento atmosferico esercitato dalle acque del Lago Fucino, oltre ad esaltare un ecosiste­ma quanto mai apprezzato ed ambito da Roma per la bellezza e la salubrità che sapeva offrire - tanto che non pochi nobili, a cominciare da Tito Livio, nei dintorni del Fucino ve­nivano a curare i loro malanni - contribuiva a tenere alto il tenore della qualità e della quantità delle produzioni agrico­le intorno al bacino. La storia è prodiga di lodi per il pae­saggio agrario dovuto al clima lacustre dove la presenza di uliveti, vigneti, frutteti - insieme da una flora spontanea quanto mai varia e ricca di sapori e di colori che davano un tocco magico a mieli prelibatissimi - erano la linfa dell'alto livello gastronomico marruviano. Ed è questo scenario, e le ricchezza che vi sono dentro, che incantano il grande Api­cio. Ed è certamente questo che motivava la devozione delle genti marse per il loro lago tanto da elevarlo ad una sorta di deità se è vero che nel disegno di Roma di pro­sciugario, il progetto prevedeva di lasciare nel Bacinetto (la parte più bassa) una porzione di lago per sottolineare che il dio Fucino ancora viveva dopo il tentativo di prosciuga­mento.
Parlando del lago, non credo sia azzardata l'ipotesi di u­na correlazione tra pesca e Scuola Gastronomica Marru­viana. Un lago, come quello del Fucino, ricco di trote, an­guille, carpe, lucci, tinche, era l'ideale per una cucina che realizzava il felice connubio tra prodotti dell'acqua e pro­dotti della terra: voglio intendere tra pesca, produzioni orti­cole e erbe aromatiche; il tutto sapientemente amalgamato e dosato dai "maghi" della Scuola Gastronomica dell'anti­ca splendida Marruvium.
Torna veramente suggestivo il fatto che un grande cuoco dell'antica Roma abbia avuto così fecondi rapporti con l'antica splendida Capitale dei Marsi. Ed è proprio pensan­do al destino di Apicio che sentiamo nell'animo un velo di tristezza. Che ci viene da un riferimento di Seneca. Seneca racconta che Apicio si avvelenò dopo un lautissimo pranzo con amici. li motivo? Verificò i suoi conti e notò che, con gli ultimi 10 milioni di sesterzi che gli erano rimasti, non avreb­be più potuto fare grandi pranzi. Pensando alle future pri­vazioni, fu preso dallo sconforto; e volle festeggiare la sua morte con l'anima grande abbuffata che concluse, solo per sé, con un prelibatissimo dolce "al veleno" tra lo sconcerto e la tristezza degli amici con i quali aveva condiviso, so­vente, allegre serate conviviali nei corso delle quali, certa­mente, sarà stata menzionata - e a ragione- la magnificenza della rinomata Scuola Gastronomica della bellissima Marruvium oggi San Benedetto dei Marsi.

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