Raccolta di FAVOLE ARABE

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Ospite

Raccolta di FAVOLE ARABE

Messaggio da Ospite » lun giu 27, 2005 1:06 am

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ImmagineFavola Araba


Il narratore di colori

Jussif Muhammad Arrab si svegliò di colpo e si ritrovò seduto sul pavimento fresco della sua nuova casa.


Era fine estate e lui dormiva per terra su di una stuoia, come faceva quando ancora abitava in Marocco, sulla terrazza della casa dei nonni, sotto al cielo asciutto della notte.

Aveva sognato l'asino nano di Ibraim. Ibraim era stato il suo vicino di casa ed il suo asino era stato un buon compagno nei pomeriggi lunghi d'estate. Si lasciava cavalcare, gli veniva addosso e lo spingeva con il muso umido ed a volte sembrava ridere di lui con i denti in mostra tra le grosse labbra. Era un asino molto piccolo e biondo.

Jussif lo salutava quando, all'alba Ibraim lo portava via con le borse di paglia larghe sui fianchi, per usarlo nel trasporto della menta, ed era felice al suo ritorno. Profumava di menta, di fieno e di caldo umido. Così Jussif si svegliò un po' triste e pensando all'asino si preparò per uscire. Era il suo terzo giorno di scuola e già conosceva la strada da percorrere svelto al mattino. In questa città a quest'ora, la strada odorava di pane, ma solo sull'angolo vicino alla scuola, e per il resto di umido. Diverso dall'odore di frittura e di menta a cui era abituato.

E i compagni odoravano di detersivo e dentifricio, non di olive e montone. La classe odorava di ...niente, e non di stuoie e di legno come quella di prima.

Le cose nuove da imparare, oltre agli odori, dovevano essere una quantità inimmaginabile, questo l'aveva capito subito al suo arrivo Jussif, ma non lo preoccupavano. Lui, pensava, poteva mettere insieme gli odori di lì e di qui e ricordarli tutti, dunque avrebbe potuto mettere insieme suoni, parole e qualsiasi altra cosa.

A scuola arrivarono i compagni e le compagne. Arrivò anche la maestra ed iniziò la lezione. Raccontava di un popolo antico che combatteva con lance e scudi ed aveva occupato anche l'Africa: i Romani.

Jussif vedeva squadroni compatti di uomini armati, con tuniche ed elmi, sulle illustrazioni del suo libro. Camminavano nella spianata al di là delle mura della città... e poi si accorse che dall'altra parte delle mura c'era la sua città, c'erano arabi scalzi e con i turbanti e piccoli cavalli scalpitavano dietro le mura.

Iniziò a disegnare, mentre la maestra raccontava. Alla fine della lezione ebbe un gran successo tra i compagni con il suo disegno. Solo lui gli aveva mostrato cosa c'era dietro il muro della città.

Ebbe più successo di quanto avesse con la trottola da lancio e certamente assai più che a parlare con loro e più di anche di quando giocavano a pallone, cosa in cui se la cavava benino.

Ed imparò anche che con il disegno attirava l'attenzione degli altri, meglio che con le parole!

Successe qualche giorno dopo, che Jussif andasse a comperare i pomodori per la mamma ed in un vicolo ritrovasse l'odore di verdura della piazza degli ebrei, giù al fiume. Quell'odore era un po' puzza di verdura marcia ed un po' profumo di fiori di campo. Di nuovo ebbe una gran nostalgia. Vedeva il cielo chiaro del pomeriggio ed i suoi amici, ognuno portava un secchio, una pentola o una teiera. Erano i giorni che le mamme li mandavano con le pentole bucate, da far riparare da Kamal, il lattoniere ebreo. Kamal abitava dopo il mercato, vicino al fiume colorato dai colori delle concerie e maleodorante. Aveva un occhio solo, al posto dell'altro una ferita rimarginata; era vecchio, ma sembrava gli bastasse solo qualche gesto per fare tutto il lavoro. La bottega era poco più grande di uno scatolone e nera; in fondo luccicavano nel buio due o tre secchi nuovi di zinco.

Scendevano insieme, Jussif e gli amici, facendo dondolare secchi e pentole, li lasciavano a Kamal, e nell'attesa andavano al mercato ebreo profumato di mandarini a fare un giro. Magari comperavano un cartoccio di ceci arrostiti o un chewing gum, se qualcuno di loro aveva un mezzo dirham. Ciondolavano sul muretto, aspettando, e guardavano le bambine che a quell'ora del pomeriggio passavano con le lunghe assi sulla testa su cui portavano il pane al forno per farlo cuocere. Poi era quasi notte quando risalivano verso le loro case con le pentole ed i secchi aggiustati e lucidati. Così quando tornò a scuola ed ognuno doveva scrivere un tema dal titolo "casa mia", Jussif mise solo una parola "Marocco" e poi iniziò a disegnare ...odori.

Odore di asino di Ibraim, e il suo calore ...e vene fuori dalla sua matita il muso dell'animale, la coda corta, i fianchi larghi. Odore del mercato di spezie e disegnò cesti ripieni di spezie colorate, di ceci arrostiti, nocciole, semi di ogni tipo. Odore di colazione del mattino e disegnò il friggitore di ciambelle con il suo grosso bidone di olio bollente, il gesto veloce con cui faceva filare la pasta morbida delle ciambelle, il bastone con cui le infilava. Odore di quando si esce da scuola e si pestano la menta e le erbe rimaste a terra dopo il mercato, e disegnò gli uomini seduti davanti ai caffè , le donne davanti ai tavolini bassi di casa, con i loro bicchieri di tè fumante e profumato. Ed odore di terra battuta, cioè odore di giochi in piazza, e disegnò la trottola con il lungo filo ed i bimbi più piccoli seduti per terra o saltellanti su un piede.

Odore di mandarino e Jussif disegnò il mercato ed i suoi amici con i secchi e le teiere ed il vecchio Kamal nella sua bottega, come un armadio nero aperto sulla strada. Odore di pelle e di mordente, e disegnò i pozzi colorati dove uomini scalzi, con i pantaloni arrotolati, si immergevano per tingere le pelli e ne uscivano ognuno di un colore diverso: un uomo giallo sino alla vita, uno rosso sulle braccia e le gambe, uno nero.

Jussif non finì il tema quel giorno, e nemmeno il giorno dopo. I suoi compagni e la maestra guardavano i suoi disegni e chiedevano mille cose, guardavano i suoi disegni e gli dicevano le parole italiane per descrivere le cose. Gli raccontavano le loro storie di giochi, di colori, di odori, di vita quotidiana o di fantasia.

Jussif continuò a disegnare per giorni. Alla fine aveva esaurito gli odori, consumati i pastelli e fatto molti amici ed imparato a conoscere la sua nuova terra attraverso i suoi amici.

Jussif da grande girò il mondo e diventò un narratore di storie d'odore a colori.

Luciella
Beldanubioblu
Ultima modifica di Ospite il lun giu 27, 2005 3:44 pm, modificato 1 volta in totale.

Ospite

Il fabbricante d'oro

Messaggio da Ospite » lun giu 27, 2005 3:41 pm

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IL FABBRICANTE D'ORO


C'era una volta una grande città con palazzi e alte mura, governata da un re. Un giorno vi giunse uno scienziato e si fece assumere come insegnante in una delle scuole più importanti. Costui era in grado di trasformare in oro qualsiasi vile metallo. La notizia si sparse e arrivò alle orecchie del re che lo volle al suo cospetto e gli chiese se la notizia era vera. Lo scienziato negò. Il re si arrabbiò molto, lo interrogò ancora, ma siccome questi continuava a negare lo fece rinchiudere nei sotterranei del castello.

Dopo qualche tempo il re, fingendosi un prigioniero, si fece rinchiudere insieme allo scienziato e lo invitò a confidarsi con la massima fiducia. Questi, rassicurato, confidò al re di sapere effettivamente trasformare i metalli in oro e spiegò il procedimento.

Il re si allontanò, poi lo fece chiamare e gli raccontò dell'inganno. Lo scienziato fu molto contrariato e quando tornò a casa scrisse molte copie sulle quali spiegava il procedimento e poi le diffuse nelle case della città. Ben presto tutti furono in grado di trasformare il metallo in oro e tutti divennero incredibilmente ricchi. Ma con la ricchezza si diffuse la pigrizia, la negligenza e il grano che nessuno aveva più divenne così caro che ogni chicco era venduto a peso d'oro.


Poi non ci fu più grano e la gente moriva di fame. La terra improvvisamente crollò, le mura caddero e la città adesso non è più abitata da nessuno.


Luciella

Ospite

la grossa eredità

Messaggio da Ospite » lun giu 27, 2005 3:58 pm

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ImmagineLa grossa eredità


C'era una volta, un commerciante che, dopo una vita trascorsa nel commercio, aveva messo da parte un'enorme ricchezza. L'uomo però, sperperò in breve tempo i tanti guadagni vivendo nel più grande sfarzo, spendendo per bere e per il gioco d'azzardo. Quest'uomo aveva due figli.

Quando questi furono cresciuti e iniziarono a guadagnare tanto di che vivere, si adirarono profondamente col padre che aveva scialacquato tutti i suoi beni e risparmi. Nonostante l'uomo fosse ormai anziano e non godesse di buona salute, non riceveva nessun aiuto dai suoi due figli.

Un giorno allora l'uomo, disperato, andò da un suo vecchio caro amico sperando nell' utilità di un suo consiglio. Appena l'uomo spiegò all'amico come i suoi figli non l'amassero e come gli facessero mancare ogni tipo di sostegno, l'amico gli rispose: "Non preoccuparti, caro amico. Ecco cosa devi dire ai tuoi figli: Una volta ho prestato ad un amico una grossa somma di denaro e ora egli me la restituirà." L'uomo, ampiamente soddisfatto, ringraziò e tornò sereno verso casa.

Qualche giorno dopo, come d'accordo, l'amico venne a trovarlo portando con sé una grossa e pesante cassapanca. Entrando disse: "Che Dio accresca le tue ricchezze! E' passato tanto tempo, ma finalmente eccoti indietro il denaro che mi avevi prestato!" L'uomo allora mostrò davanti ai figli grande entusiasmo e con felicità disse: "Cari figli, il denaro che il mio amico mi sta restituendo sarà vostro, lo lascio in eredità a voi! Un terzo del denaro sarà distribuito ai poveri, tutto il rimanente lo dividerete voi due! Io controllerò solo che nulla vada perduto".

Da allora in poi l'uomo fece costante guardia alla cassapanca. Se si doveva assentare un attimo, chiudeva accuratamente la porta della stanza a chiave. I suoi due figli, finalmente, non gli facevano più mancare nulla ed esaudirono ogni suo desiderio sino alla sua morte. L'uomo gioiva di aver finalmente rieducato i suoi figli al bene.
Quando l'uomo morì, i figli poterono finalmente aprire la cassapanca ma ebbero una grossa delusione: la cassapanca era colma solo di sassi! Subito però i figli capirono e riconobbero sereni una cosa basilare: l'educazione al bene e all'amore verso i genitori è meglio di qualsiasi ricchezza esistente al mondo . . .

Luciella

RobyMAD
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Re: la grossa eredità

Messaggio da RobyMAD » mer giu 29, 2005 9:48 pm

Lette, tutte e tre. :P

Vediamo un po'... per prima cosa la favola che a me piace di più e l'ultima, perché c'è un inganno ed è meno lineare delle altre. . Anche se però, se fossi stato uno dei figli, avrei reagito diversamente. Comunque vedo che ti dai un bel da fare, brave. Io invece oggi sono andato in piscina (infatti adesso ho un caldo... ) Per il resto, oggi sul Piccolo hanno parlato di me (però per strada non mi ha riconosciuto nessuno, uffa!) Stammi bene, un saluto, Roby

Ospite

Messaggio da Ospite » gio giu 30, 2005 8:08 pm

dai tempo al tempo e tuttin parleranno ti riconosceranno e non avrai piu' pace e tu stufo mi dirai:
Uffiiiiiiiii
non posso nemmeno andare in piscina in santa pace
devo stare rintanato in casa...troppo caldo...troppa ressa
voglioooooooo un po di solitudine.
Smakkete uomo del "Piccolo" ma che sogna "Grande".
Luciella

Ospite

Le stelle

Messaggio da Ospite » sab lug 09, 2005 3:45 am

LE STELLE


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Il sole, la luna e le stele erano il calendario degli Arabi nomadi, che sugli astri e sulle faci lunari regolavano tutta la loro vita. Credevano che la pioggia, il vento, il caldo e il freddo fossero governati adi movimenti di alcune stelle, che pertanto osservavano con grande accuratezza; e in questo le superstizioni diventavano scienza. Al -Zuhra, la stella del mattino e della sera (il nostro pianeta venere) era immaginata come una donna bellissima, dea delle donne del matrimonio e , per tanto, della fertilità. Spesso era unita alle sorelle ,AL-Uzza e Al-Lat; i suoi animali sacri erano la colomba e la gazzella. Simboleggiava il canto e la danza, la bellezza e la felicità, e presiedeva tutto ciò che concerneva l'amore. Qualche tempo dopo la morte di Adamo, gli uomini erano ricaduti nel peccato e gli angeli erano indignati per la loro debolezza. Dio decise di mettere gli angeli alla prova e di vedere come si sarebbero comportati nelle stesse circostanze. Ordinò loro di scegliere i due più saggi e pii e furono scelti Harut e Marut, a cui Dio diede i sentimenti e i desideri degli esseri umani, affinchè scendendo sulla terra, vivessero come gli uomini. Proibì loro unicamente di bere, di adorare gli idoli e di desiderare una creatura umana. Giunti sulla terra, i due angeli incontrarono quasi subito una donna meravigliosa , AL-Zuhra, spendente quanto le stelle del cielo e si innamorarono di lei. "Crederò a voi" disse loro la donna "soltanto se adorerete gli idoli della mia gente" Gli angeli rifiutarono e Al-Zuhra se ne andò, ma qualche giorno dopo Harut e Marut, sempre più desiderosi, tornarono a trovarla. "Farò tutto ciò che mi chiederete" disse lei " se mi prometterete di fare una di queste cose:adorare un idolo, uccidere un uomo o bere del vino". "Mai!" risposero gli angeli, e andarono via. I due però ,presto tornarono a cercare a donna e pazzi di desiderio, accettarono di bere con lei. Si ubriacarono e ,accortisi di essere spiati da un altro uomo, temettero di poter essere denunciati da lui e lo uccisero. In cielo, gli angeli erano sbalorditi da quanto era accaduto ai loro fratelli. Capirono che la vita degli uomini era più difficile di quanto avessero supposto, e pregarono Dio di perdonare i loro peccati. Però AL-Zuhra aveva imparato dai due angeli le parole magiche necessarie per salire in cielo. Non appena rimase sola, pronunciò a formula e salì nel firmamento, dove prese a vagabondare fra le altre stelle. Quando la donna fu stanca, e volle tornare sulla terra, si accorse id aver dimenticato la formula magica che l'avrebbe riportata indietro; allora Dio la trasformò in una stella e la incatenò alla volta del cielo, dove resterà fino alla fine dei tempi

tratto da "Miti e leggende da tutto il mondo" (A.Mondadori Editore)

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La leggenda della rosa

Messaggio da Beldanubioblu » mer giu 07, 2006 9:03 pm

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La leggenda della rosa




Nella felicità dell'alba, Aster, la donna senza peso, volava e volava nei cieli come una bianca nuvola, facendo sollevare i suoi candidi veli. Un giorno il vento, giocando a rincorrerla, strappò un pezzetto delle sue bianche vesti vellutate e lo portò a Farùz, il mago giardiniere, perché ne facesse un fiore meraviglioso. Farùz colse estasiato quel lembo di cielo, di luce e di profumo che gli parlava di giardini celesti. Se lo rigirò fra le mani, lo accartocciò, lo ritagliò, ne fece petali e petali e li gettò nella terra. Nacquero così le prime rose, vellutate, bianchissime, meravigliose e profumate. Il sole, che stava alzandosi nel cielo, vide subito quei fiori straordinari e ne baciò quanti più poté coi suoi raggi, donando loro un colore caldo e dorato. Poi li vide il fuoco che allungò una sua fiamma fino a lambirne cento, mille che diventarono d'un rosso vivo e vellutato. Infine, verso sera, il tramonto s'innamorò delle rose bianche e ne sfiorò alcune per renderle d'un bel colore rosato e prezioso. Così le rose assunsero tutti i loro delicati e bei colori. Farùz, guardando quella nuvola di fiori meraviglioso, era felice, ma la sua gioia fu repentinamente turbata dal pensiero che qualche ladro potesse rapirgli tanta bellezza. Fu allora che udì una voce leggera come un soffiò che gli sussurrò: "Non preoccuparti, Farùz, dormi!" e un sonno pesante lo colse. Al suo risveglio, il prodigioso giardiniere si accorse di non aver più motivo di preoccuparsi: tutti gli steli delle sue rose erano straordinariamente forniti di spine.
(antica fiaba araba)

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Messaggio da gluca » mer giu 14, 2006 4:52 pm

Davvero bellissime tutte queste fiabe.

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Messaggio da Beldanubioblu » gio set 07, 2006 2:51 pm

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Il principe serpente
(Persia)


C'erano una volta un re ed un visir che erano amici da lunga data: entrambe le loro mogli aspettavano un bambino e decisero che se fossero nati un bambino e una bambina li avrebbero poi fidanzati e fatti sposare.
Ma quando nacquero, la moglie del re ebbe un serpente, mentre la moglie del visir una bellissima bambina.
La bambina e il serpente crebbero insieme, malgrado tutto: la bambina era contenta del suo amico, per lei non era un animale ripugnante.
Un giorno, erano ormai grandi, i due stavano giocando insieme quando di colpo la pelle del serpente cadde e venne fuori un bellissimo giovane.
Poco dopo il ragazzo riprese le sembianze del serpente.
Non visto, il re aveva assistito a tutto e chiese alla giovane di fare in modo che il figlio non diventasse più un serpente.
Quando il principe riprese la forma umano la ragazza gli bruciò la pelle di serpente. Lui allora la guardò e scomparve.
Disperata, la ragazza non sapeva più a chi rivolgersi.
Un giorno incontrò una vecchia maga, che le disse:
- Il tuo amato è lontano da qui: dovrai consumare sette paia di scarpe per trovarlo!
La ragazza allora partì attraverso strade, boschi, deserti e il giorno in cui finì di consumare il settimo paio di scarpe arrivò vicino ad un castello cupo, incastrato su una montagna.
Fuori c'era un leone malconcio, che le chiese qualcosa da mangiare: lei gli diede l'ultimo pezzo di carne che le era rimasto.
Poi trovò delle formiche, che le chiesero di aiutarle a ricostruire il proprio formicaio: lei fece come le era stato chiesto. Infine, sulla porta del castello c'era la porta che scricchiolava e lei usò l'ultimo olio che aveva per oliarla.
Entrò nel castello, in cui viveva un genio malefico, che aveva imprigionato il suo principe.
Lo trovò incatenato e lo liberò. Ma il genio si buttò al loro inseguimento.
Urlò alla porta:- Chiuditi e non lasciarli uscire!
Ma la porta gli rispose:- Lei mi ha unto ed ha avuto cura di me, non posso non lasciarla uscire!
Allora disse alle formiche:- Pungeteli e fermateli!
Ma le formiche risposero:- Non possiamo: lei ci ha aiutato!
Per finire il genio urlò al leone: -Sbranali!
- No, non posso, lei mi ha dato da mangiare!
Il genio non poteva allontanarsi troppo dal castello e si disintegrò nell'aria.
La ragazza e il principe tornarono al loro Paese dove si sposarono e vissero felici e contenti.



dal web

Luciella
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Messaggio da Beldanubioblu » gio set 07, 2006 2:57 pm

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Storia di una donna e dei suoi cinque corteggiatori




Mi è venuto in mente, o re felice, che c'era una volta, nel tempo andato, in una certa città, una donna, figlia di ricchi mercanti, la quale aveva un marito che era un gran viaggiatore. Ora accadde che una volta questo marito partì per visitare paesi lontani e la sua assenza si prolungò a tal punto che la moglie fu colta da grandissima noia, e non potendo più sopportare la sua solitudine, tanto più che era molto bella e nel fiore degli anni, accettò la corte di un giovanotto figlio di mercanti.
I due si amarono con tanta passione che da quel momento le giornate parvero alla donna non già lunghe ma brevissime e, poiché il giovane era instancabile nel dare quanto la donna era insaziabile nel prendere, così fra il dare e il prendere il tempo cominciò a scorrere molto lietamente e la donna smise di lagnarsi per la lunga assenza del marito viaggiatore.
Ora avvenne che un giorno questo giovanotto litigò con un uomo e lo picchiò e quest'uomo andò dal capo della polizia a sporgere denuncia, e il giovanotto venne preso e gettato in carcere.
Quando l'amante seppe che il giovanotto era stato chiuso in prigione, si disperò moltissimo e quasi perdette il senno, ma poi ci ripensò meglio; si vesti con gli abiti più belli e si recò a casa del capo della polizia. Lo salutò con un grazioso inchino e gli porse la seguente petizione scritta: " Colui che tu hai gettato in carcere è il Tal dei Tali mio fratello, il quale ha litigato con un certo Tizio; ma la cagione del litigio e il modo in cui si sono svolte le cose ti sono stati falsamente riferiti da testimoni non degni di fede. Perciò mio fratello è ora ingiustamente chiuso nelle tue carceri, e io sono rimasta sola e senza alcuno che provveda a me. Imploro quindi la tua clemenza affinché egli venga liberato. "
Quando il capo della polizia ebbe letto la supplica, osservò la donna, vide che era bella, e subito fu preso dal desiderio di possederla; perciò le disse: " Entra un momento nelle mie stanze, fintanto che io abbia risolto questa faccenda. Dopo, potrai portarti via tuo fratello. " " Signore mio, " rispose la donna; " solo Allàh Onnipotente è il mio protettore; io sono straniera in questa casa e non posso entrare nelle tue stanze. " " Parliamoci chiaro, " replicò il capo della polizia, " se vuoi che tuo fratello venga liberato, non v'è altro mezzo se non questo: che tu entri nelle mie stanze lasciando che io prenda di te tutto il mio piacere. " Quando udì queste parole, la donna sospirò e rispose: " Se così deve essere né v'è altro modo di fare uscire mio fratello dal carcere, sarà meglio che tu venga a casa mia, dove potrai riposare tutto il giorno senza che alcuno ci disturbi, e il mio onore sarà salvo. " " E dov'è casa tua? " " Nel tal posto, " rispose la donna, e gli fissò un appuntamento. Poi se ne andò lasciandolo pieno di desiderio e impaziente di soddisfarlo.
Visto come si erano messe le cose, la donna pensò di andare dal giudice della città, al quale disse: " 0 mio signore, sei tu il cadì di questa città? " " Sì! " rispose il cadì. " Ebbene, mio signore, degnati di considerare con clemenza il mio caso e l'altissimo non mancherà di ricompensarti! " Allora il cadì disse: " Quale torto ti è stato fatto? " E la donna rispose: " Signore mio, io ho un fratello e non ho altri a questo mondo che mi sostenga e mi protegga; ed è appunto per causa sua che sono venuta da te; infatti, il capo della polizia lo ha messo in prigione come un delinquente perché certi uomini hanno fatto contro di lui falsa testimonianza. Ora io ti supplico d'intercedere per lui presso il capo della polizia. "
Udendo queste parole, il cadì si avvicinò alla donna, la guardò e fu preso da violenta passione per lei, così che le disse: " Entra in casa e riposati un momento in compagnia delle mie schiave mentre io mando al capo della polizia l'ordine di liberare tuo fratello. E se ci sarà un'ammenda da pagare, la pagherò io di tasca mia, a patto che tu lasci ch'io sfoghi con te il mio desiderio perché il tuo bel modo di parlare mi ha reso innamorato di te."
Allora la donna disse: " Se tu, signore mio, fai queste cose, allora non possiamo più biasimare nessuno. " E il cadì replicò: " Se non entri in casa, puoi pure andartene per i fatti tuoi. " La donna sospirò, come se fosse rassegnata, e disse: " Se, così deve essere, signore, sarà meglio che questa cosa avvenga in casa mia, perché qui ci sono schiave, eunuchi e gente che va e gente che viene, e io sono una donna che non è abituata a simili faccende, e se lo faccio è perché vi sono costretta. " " E dov'è casa tua? " " Nel tal posto, " rispose la donna, e gli diede appuntamento per lo stesso giorno in cui aveva dato appuntamento al capo della polizia.
Uscita da casa del cadì, si recò nel luogo dove stava il visir, e dopo avergli presentato la petizione spiegandogli che aveva assolutamente bisogno dell'assistenza del fratello, lo supplicò d'intercedere in suo favore. Ma anche il visir, dopo avere osservato le forme graziose della donna, le disse che suo fratello poteva essere liberato solo se ella acconsentiva a fare subito con lui quella tal cosa.
Allora la donna gli disse: " Se non è possibile farne a meno, facciamola almeno a casa mia, un luogo più discreto per me e per te. Non è distante, e tu sai che noi donne amiamo la pulizia e gli agi. " " E dov'è casa tua? " " Nel tal posto, " rispose la donna, e gli fissò lo stesso appuntamento che aveva dato agli altri due.
Lasciato il 'visir, la donna si recò dal re della città, che stava seduto in trono, e dopo avere baciato la terra davanti ai suoi piedi lo supplicò che liberasse dal carcere il fratello. " Chi lo ha imprigionato? " domandò il re. E la donna rispose: " E stato il tuo capo della polizia. " Ma intanto il re, che l'aveva sentita parlare e aveva osservato la delicatezza delle sue forme, si senti bruciare il cuore da violento amore e ordinò alla donna di entrare con lui nel palazzo, mentre egli avrebbe dato ordine al cadì di liberare il fratello. " 0 potente signore, " rispose la donna, " non potrei andare ad aspettare mio fratello a casa mia, o recarmi io stessa a prenderlo alle carceri? " " Questo non può essere, " rispose il re, " perché io sono stato preso da grande amore per te ed è assolutamente indispensabile che io soddisfi questa passione. Se io non farò con te ciò che il marito fa con la moglie, tu non rivedrai mai tuo fratello. " " 0 re potentissimo, " rispose la donna baciando la terra davanti al sovrano, " a te nessuno può resistere ed è facile per te ottenere quello che chiedi, con le buone o con le cattive. Io sono felice che tu abbia posto gli occhi sopra di me, ma sarò ancor più felice se tu vorrai onorare con la tua presenza la mia casa, che è un luogo discreto ed appartato dove nessuno potrà interromperci. " E il re rispose: " In questo non voglio contraddirti. "
Allora la donna indicò al re dove fosse la sua casa e gli fissò lo stesso appuntamento che aveva fissato agli altri tre.
Così la donna uscì dal palazzo reale e si recò da un tale che faceva il falegname e gli disse: "Voglio che tu mi faccia per il tal giorno un armadio molto robusto, a quattro piani. Le misure devono essere queste e queste e voglio che ogni ripiano abbia un suo sportello e che questo sportello si chiuda con un solido catenaccio. Ora dimmi qual è il tuo prezzo, ché io te lo pagherò. "
Il falegname, che aveva adocchiato la sua cliente mentre costei parlava, rispose: " Signora mia, il tempo che tu mi dai per costruire quest'armadio è poco e se io dovessi chiederti un prezzo non potrei chiederti meno di quattro dinàr d'oro. Ma, se tu vorrai entrare un momento nel mio retrobottega per chiacchierare un poco, forse potremmo intenderci, e io ti fabbricherei l'armadio senza chiederti nemmeno un soldo. "
La donna rispose: " Certo, l'idea di risparmiare quattro dinàr d'oro non mi ripugna, ma ti pare che il tuo retrobottega sia il luogo adatto per fare il genere di discorsi che tu vuoi fare con me? lo credo che staremo molto più comodi e a nostro agio in casa mia, così, se tu mi porterai domani questo armadio, fatto come t'ho detto... A proposito, già che ci sei, sarà meglio che tu lo faccia di cinque ripiani invece che di quattro... ti prometto che discorreremo con tutta calma e tanto a lungo finché avrai fiato per discorrere. " A queste parole il falegname soddisfatto rispose: " Sia come tu vuoi, signora. Domani ti porterò l'armadio finito di tutto punto. "
Sistemata anche questa faccenda, la donna si recò a casa sua, prese quattro vesti da casa del marito e le portò dal tintore ordinandogli di tingerle in quattro colori diversi. Quindi si occupò a preparare tutto l'occorrente in fatto di cibi, bevande, fiori e profumi.
Il giorno dell'appuntamento, la donna si vesti con il suo abito più ricco e più bello, si acconciò e si profumò, stese per terra morbidi e sontuosi tappeti, quindi si sedette in attesa del primo che sarebbe venuto. Ed ecco che il primo a presentarsi fu il cadì: quando la donna lo vide, si alzò, gli andò incontro e dopo aver baciato la terra davanti a lui lo prese per mano e lo fece sedere su un divano. Poi la donna si sdraiò accanto a lui e cominciò a scherzare e a fargli mille moine, sì che il cadì senti agitarsi dentro di sè l'eredità di suo padre e volle soddisfare subito il suo desiderio, ma la donna gli disse: " Signore mio, togliti codesti abiti e codesto turbante e mettiti indosso questa vestaglia gialla, e poniti in testa questo fazzoletto mentre io porto cibi e bevande. Dopo che ci saremo rifocillati, farai quello che vorrai. "
Così dicendo, gli prese gli abiti e il turbante e gli mise la vestaglia e il fazzoletto. Ma ecco che si senti bussare alla porta e il cadì chiese: " Chi è che bussa alla porta? " E la donna rispose: " Mio marito. " Allora il cadì disse: " E ora cosa si fa? Dove posso andare? " " Non aver paura, " disse la donna, " ti nasconderò in questo armadio. " " Fa' tu come ti sembra meglio. "
Così la donna lo prese per mano e lo spinse nel ripiano più basso dell'armadio. Poi chiuse lo sportello con il catenaccio e andò alla porta di casa dove trovò il capo della polizia. La donna s'inchinò a baciare la terra davanti a lui, poi lo prese per mano e lo condusse nella sala dove lo fece sedere sul divano e gli disse: " Mio signore, questa casa è la tua casa, questa dimora è la tua dimora ed io sono la tua serva; passeremo insieme una intera giornata, perciò togliti codesti abiti e indossa questa vestaglia rossa. " Così gli tolse gli abiti, gli fece indossare la vestaglia rossa e gli mise in capo un vecchio fazzoletto che aveva in casa; dopo di che si sedette accanto a lui sul divano e cominciò a fargli carezze e moine, mentre il capo della polizia l'abbracciava e la toccava ed era in un mare di delizie. A questo punto la donna gli disse: " Signore, questa giornata è tutta tua e nessuno la dividerà con te; ma prima usami il favore e la cortesia di scrivermi un ordine per il rilascio di mio fratello, così che io possa godere della tua compagnia con animo più leggero. " " Ascolto e obbedisco, " disse il capo della polizia; " per la mia vita e per i miei occhi avrai l'ordine! " E sull'istante scrisse al suo intendente una lettera del seguente tenore: " Appena riceverai questo messaggio, libera senza indugio il Tal dei Tali e non opporre al latore della presente alcuna difficoltà. " Poi appose il sigillo alla lettera e la consegnò alla donna, la quale, dopo averla riposta accuratamente, si sdraiò di nuovo sul divano e ricominciò a scherzare con il capo della polizia. Sennonché, a un certo punto qualcuno bussò alla porta. " Chi sarà mai? " chiese il capo della polizia. E la donna rispose: " Mio marito. " " E adesso che cosa faccio? " " Entra in questo armadio e restaci finché non lo avrò mandato via con un pretesto e potrò ritornare da te. " Ciò detto, lo ficcò nel secondo ripiano dell'armadio a cominciare dal basso e poi chiuse col catenaccio lo sportello; e intanto il cadì, che era chiuso nel ripiano inferiore, sentiva tutto quello che dicevano.
Poi la donna andò alla porta di casa, la apri, ed ecco che entrò il visir. Ella si inginocchiò davanti a lui e baciò la terra e lo ricevette con tutto l'onore e il rispetto dicendo: " o mio signore, tu mi fai un grande onore entrando in questa casa; che Allàh non ci tolga mai la luce della tua presenza! "
Quindi lo fece sedere sul divano e gli disse: " Signore, togliti questi abiti pesanti e il turbante e indossa questa veste più leggera. " Così dicendo, gli tolse gli abiti e il turbante e gli mise indosso una sorta di tunica azzurra con un alto cappuccio rosso. " Gli abiti che avevi erano quelli della tua carica, " gli disse, " ma ogni circostanza vuole il suo abito, e perciò è giusto che ora tu indossi questa veste leggera, che meglio si addice alle schermaglie amorose, allo spasso e al sonno. " Ciò detto, ella si sdraiò sul divano e cominciò a scherzare con il visir, finché questi senti che quella tal cosa non poteva più essere rimandata; ma la donna lo allontanò dicendo: " Signore mio, perché tanta fretta? Non ci mancherà certo il tempo. "
E mentre stavano chiacchierando ecco che si senti bussare alla porta e il visir le chiese: " Chi è mai? " " Mio marito. " " Che devo fare? " chiese il visir. " Entra in questo armadio, " disse la donna. " Non appena mi sarò sbarazzata di lui tornerò da te. Intanto, tu non aver paura di nulla. " Così lo fece entrare nel terzo ripiano dell'armadio e chiuse lo sportello con il catenaccio; dopo di che andò alla porta di casa, davanti alla quale c'era il re in persona.
Non appena ella vide il sovrano, baciò la terra davanti a lui e, presolo per mano, lo condusse nella sala e lo fece sedere con grande rispetto sul divano dicendogli: " In verità, o re, tu mi fai un altissimo onore, tanto che, se io ti offrissi il mondo intero e tutto ciò che esso contiene, tale dono non varrebbe uno solo dei passi che tu hai fatto per venire fin qui. " Poi, dopo essersi di nuovo inchinata e aver baciato la terra davanti al sovrano, gli disse: " Concedimi di dire una parola. " " Di' quello che vuoi,,," rispose il re, e allora la donna disse: " 0 mio signore, mettiti a tuo agio e togliti questi abiti e questo turbante. " Il re, ben lieto di accontentarla, si tolse di dosso gli abiti, che valevano per lo meno mille dinàr, e si mise addosso una vestarella sdrucita che valeva tutt'al più dieci dirham.
Poi la donna si mise a chiacchierare e a scherzare con lui; e mentre tutto ciò accadeva, gli altri che erano chiusi nell'armadio sentivano ogni cosa ma non osavano dire una parola.
E dopo un poco che erano lì a scherzare, il re, sentendo l'imprescindibile urgenza di possedere la giovane, allungò le mani per slacciarle gli abiti; ma quella gli disse: " Questa cosa avremo tempo di farla quante volte vorremo, ma prima io desidero che tu ti rifocilli e accetti ciò che ho preparato appositamente per te. "
Ma ecco che, mentre stavano parlando, si sentì picchiare alla porta, e il re chiese alla donna: " Chi è che bussa? " " Mio marito. "
Allora il re si corrucciò e disse: " Fa' che se ne vada con le buone, altrimenti verrò io alla porta e lo costringerò ad andarsene. " " Questo non starebbe bene, mio signore, " rispose la donna; " abbi pazienza e lascia che sia io a mandarlo via con qualche stratagemma. " " Ma intanto io che cosa farò? " Allora la donna lo prese per mano, lo fece entrare nel quarto ripiano dell'armadio e chiuse lo sportello con il catenaccio. Poi andò ad aprire la porta di casa ed ecco che entrò il falegname e la salutò.
E come lo vide la donna lo affrontò dicendogli: " Che razza di armadio mi hai fabbricato? " " Cosa c'è che non va, mia signora? " s'informò il falegname. E quella rispose: " Il ripiano in cima è troppo stretto. " Rispose il. falegname: " Questo non può essere. " E la donna: " Entra e vieni a vedere con i tuoi occhi; è così stretto che non ci entreresti nemmeno tu. " Al che il falegname rispose: " L'ho fatto tanto grande che ci entrerebbero quattro persone. " E dicendo ciò si infilò nel quinto ripiano; ed ecco che la donna gli chiuse addosso lo sportello mettendo il catenaccio. Poi prese la lettera del capo della polizia e si recò dall'intendente, il quale, dopo aver letto il messaggio e averlo baciato, consegnò alla donna il giovane amante. Ella raccontò all'amico tutto quello che aveva fatto, e questi disse: " E adesso,. come dovremo comportarci? " " Ce ne andremo in un'altra città, " rispose la donna, " perché dopo questa faccenda qui non è più aria per noi. "
Così i due presero tutti i loro averi, compresi gli abiti preziosi dei personaggi che erano rinchiusi nell'armadio, e dopo aver caricato ogni cosa sui cammelli partirono per un'altra città.
Intanto, i cinque chiusi nell'armadio se ne stavano in silenzio per paura che in casa ci fosse qualcuno e si accorgesse di loro.
E rimasero così per tre giorni e tre notti, senza mangiare, senza bere e senza poter soddisfare i bisogni corporali, fino a che il falegname, che aveva una gran voglia di orinare, non poté più trattenersi e mollò una gran bagnata in testa al re, e il re minse in testa al visir, e il visir orinò in testa al capo della polizia, e il capo della polizia pisciò in testa al cadì, il quale come sentì cadere quella gran pioggia cominciò a gridare:
" Che razza di porcheria è questa? Non basta che si debba stare chiusi qui dentro, dobbiamo anche sentirci pisciare in testa? " Allora il capo della polizia riconobbe la voce del cadì e gli gridò: " Che Allàh ti rimeriti, o cadì! " E così il cadì seppe che sopra di lui c'era il capo della polizia. Poi il capo della polizia alzò anch'egli la voce e disse rivolto a quello del piano di sopra: " Che razza di porcheria è questa? " E il visir di rimando: " Che Allàh ti rimeriti, o capo della polizia! " Cosi il capo della polizia seppe che sopra di lui c'era il visir. A sua volta il visir si mise a gridare: " Che razza di porcheria è questa? " Ma quando il re udì la voce del suo ministro rimase zitto e non si diede a conoscere. Allora il visir disse: " Allàh maledica colei che ci ha fatto questo scherzo! Quella dannata femmina è riuscita a chiudere in questo armadio i maggiori dignitari dello stato, fatta eccezione per il re. " Allora il re non si poté più trattenere ed esclamò: " Taci, o visir, perché io sono stato il primo a cadere nella rete di questa infame donna. "
A questo punto il falegname cominciò a gridare: " E io in tutto questo che cosa c'entro? Le ho fabbricato un armadio per quattro dinàr d'oro, e, quando sono venuto a riscuotere, con un inganno mi ha fatto entrare qui e mi ci ha chiuso dentro. " Poi tutti e cinque cominciarono a chiacchierare per distrarre il sovrano e per non pensare ai loro guai.
E mentre ciò accadeva ecco che tornò dal suo lungo viaggio il marito della donna e, arrivato davanti alla porta di casa sua, cominciò a bussare. Ma per quanto bussasse nessuno gli veniva ad aprire. Allora si rivolse ai vicini e chiese notizie della moglie, ma questi non ne sapevano nulla ed anzi si meravigliavano moltissimo che nessuno andasse ad aprire perché fino a tre giorni prima avevano visto la donna che entrava ed usciva. Allora, temendo che fosse successa qualche disgrazia, sfondarono la porta ed entrarono tutti in casa con il marito in testa; e quando furono arrivati nella sala videro quel grande armadio, dal quale veniva uno strano rumore di voci. " Sicuramente, " disse un vicino, " questo armadio è abitato da spiriti maligni.
La cosa migliore da fare è di prenderlo e dargli fuoco. " Quando quelli che stavano dentro sentirono ciò, cominciarono a gridare: " Non lo fate! Non lo fate! " Allora il marito e i vicini si dissero l'un l'altro: " Questi sono proprio spiriti maligni, che per farci credere di essere creature mortali parlano con voce di uomini. " Udendo queste parole, il cadì cominciò a recitare alcuni versetti del Corano acciocché quelli che erano di fuori fossero sicuri che quelli che erano dentro non erano spiriti maligni. Poi disse ai vicini: " Avvicinatevi all'armadio in cui siamo rinchiusi. " E quando quelli furono vicini disse: "lo sono il cadì, e ho riconosciuto fra voi la voce del tale e del tal altro e sappiate che qui dentro non sono solo. " " Ma si può sapere chi vi ha ficcato lì dentro? " chiese il marito della donna. Allora il cadì raccontò dal principio alla fine tutto quanto era accaduto. Dopo di che mandarono a chiamare un falegname, il quale ruppe i cinque catenacci, apri i cinque sportelli ed ecco che uno dopo l'altro uscirono dall'armadio il cadì, il capo della polizia, il visir, il re e il falegname; e poiché erano vestiti con gli strani abbigliamenti che aveva posto loro indosso la donna, guardandosi l'un l'altro cominciarono a ridere di quella straordinaria avventura. Alla fine il re, vedendo in un canto il marito della donna, che era l'unico a non ridere di tutta quella faccenda, per consolarlo lo nominò suo visir della mano sinistra. Poi, dato che le più alte cariche dello stato non potevano comparire al cospetto della gente in quella buffa tenuta, furono mandati a prendere altri vestiti e ognuno assunse così l'aspetto che competeva alla sua alta posizione, dopo di che ciascuno se ne andò per i fatti suoi.


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Messaggio da Beldanubioblu » gio set 07, 2006 2:59 pm

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Il vaso fatato (Arabia Saudita)


Tre sorelle vivevano insieme; filavano il lino, e tutte assieme si guadagnavano così da vivere. La più giovane era la più veloce: filava da sola più delle altre due messe assieme, e, ogni tanto, con il denaro che guadagnava in più, comprava qualcosa per sè.
Un giorno , mentre stava tornando dal mercato con un vecchio vaso di alabastro, le sorelle maggiori si adirarono violentemente e presero a maltrattarla per le sue stravaganze.
Ma il vaso era fatato, e la giovane da quel momento non ebbe più bisogno di guadagnare denaro filando, perchè, se voleva mangiare, il vaso provvedeva, se voleva vestirsi, era il vaso a procurarle gli abiti: insomma non c'era desiderio che il vaso non soddisfacesse.
Temendo la gelosia delle sorelle, la fanciulla fingeva di vivere di quello che le passavano loro, dei loro avanzi, e di vestirsi con i loro abiti dismessi. Ma quando restava sola, si rifaceva con l'aiuto del suo prezioso talismano.
Un giorno a Corte ci fu una grande festa e vennero invitate anche le tre sorelle, perchè, anche se erano povere, erano di nobile stirpe e di bella presenza.
Le due sorelle maggiori si vestirono e si acconciarono con ciò che di meglio avevano, e andarono a palazzo, lasciando la più piccola a casa.
Quando furono uscite, la terza sorella chiese al vaso d'alabastro un vestito verde, rosso e bianco, dei gioielli scintillanti e tutto ciò che occorreva per far bella figura alla festa.
Così agghindata,andò a palazzo; nessuno la riconosceva, nemmeno le sorelle, tanto era raggiante di bellezza; fu, per così dire, la regina della festa.
Quando si accorse che la festa stava per terminare, fuggì via,ma nella fretta, attraversando il cortile del palazzo, lasciò cadere uno dei suoi bracciali di diamanti nel secchio pieno d'acqua dove si abbeveravano i cavalli del re.
L'indomani mattina, quando i cavalli andarono a bere, nessuno di loro volle avvicinassi al secchio, e tutti indietreggiarono spaventati. I palafrenieri guardarono ml secchio e trovarono il bracciale di diamanti che, con il suo splendore, aveva terrorizzato i cavalli.
Il figlio del re, che era lì, vide il bracciale e disse al padre che voleva assolutamente sposare la donna alla quale apparteneva lo splendido aggetto. Due messi percorsero tutta la città per trovare la fortunata proprietaria del bracciale. Dopo quindici giorni di vane ricerche, alla fine arrivarono alla casa delle tre sorelle, provarono il bracciale al polso di ognuna, e si accorsero che si adattava alla perfezione solo al polso della minore.
Fu annunciato il matrimonio e dato inizio ai festeggiamenti per le nozze.
L'ultimo giorno la fanciulla fece il bagno,poi le sorelle la pettinarono e le misero in testa degli spilloni a forma di piuma. Quando l'acconciatura magica fu terminata e l'ultima piuma conficcata, la fanciulla si trasformò in una tortorella con un ciuffo sul capo, e fuggì via a volo spiegato dalla finestra.
Tutti i giorni andava a posarsi sulla finestra della cucina del re e tubava tristemente. Il re aveva ordinato di catturarla viva; alla fine riuscirono a prenderla, e una maga, che si trovava allora a Corte per guarire il principe che stava morendo di consunzione per amore, riconobbe l'acconciatura sul capo della tortorella. Tolse con delicatezza le spille e , quando estrasse l'ultima, la tortorella tornò ad essere una fanciulla. Il principe riconobbe la sua fidanzata e guarì immediatamente, e da allora vissero felici e contenti. La principessa perdonò le sue sorelle e offrì loro la dote e un marito.


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Messaggio da Beldanubioblu » lun mag 28, 2007 1:02 pm

La bellissima donnaImmagine
* Illustrazioni di François Quelvée.


C'era una volta una donna bellissima che si innamorò di un uomo molto povero. "Io ti sposerò", gli disse, "Ma tu mi lascerai libera di fare tutto quello che voglio". L'uomo acconsentì, si sposarono e andarono a vivere insieme.
Un giorno la donna ricevette in casa un ebreo che da tempo la corteggiava, ma da lì a poco sentirono bussare alla porta. La donna disse: "Di sicuro è mio marito, se ci trova insieme ci uccide, per favore, prendi questi vestiti vecchi, togliti i tuoi abiti eleganti e i tuoi gioielli, prendi quelle pietre e va a lavorare sul terrazzo come se fossi un muratore". L'uomo, spaventato obbedì. Il marito entrò, lo vide e gli chiese: "Quanto ti debbo per il tuo lavoro?" "Due reali", rispose l'uomo e se andò di corsa. La donna si recò subito a vendere al mercato i vestiti e i preziosi dell'ebreo.


Un'altra volta fece entrare in casa il cadì che da tempo era innamorato di lei. Mentre i due erano seduti uno accanto all'altro, sentirono bussare alla porta. "Sarà sicuramente mio marito", disse la donna, "Se ti trova qui ci ucciderà tutti i due. Entra presto in questa cassapanca". Il cadì, pallido di paura, obbedì. Il marito entrò, prese dei chiodi, inchiodò la cassapanca e insieme alla moglie la portò al mercato per venderla al miglior offerente. Fecero intanto avvisare il figlio del cadì che nella cassapanca si trovava nascosto il padre. Questi accorse e acquistò la cassapanca ad alto prezzo per poter portare a casa il padre, passando inosservato.




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Messaggio da Beldanubioblu » lun mag 28, 2007 1:06 pm

Così va il mondoImmagine



Un bel giorno un signore molto ricco incontrò uno sciacallo e lo salutò esclamando: " Buongiorno, dove stai andando? " " Me ne vado a cercare fortuna " rispose lo sciacallo. " Vengo con te ", replicò il ricco signore e si incamminarono insieme.

Il sole batteva, i due avevano percorso molta strada e avevano tanta sete. Videro un pozzo con una carrucola dalla quale pendeva una corda alla cui estremità c'erano due secchi. Il ricco fu più rapido del suo compagno sciacallo e saltò con un balzo dentro al secchio lasciandosi cadere dentro al pozzo. Bevve a volontà e quando ebbe soddisfatto tutta la sua sete gridò: " Qui sotto ci sono sei pecore con i loro agnellini! ". Allora il suo compagno sciacallo disse: " Aspettami, voglio venire giù anch'io! ", balzò nell'altro secchio precipitando in fondo al pozzo.


In questo modo il ricco poté risalire, usci dal secchio e guardò giù. " Cosa sta succedendo? ", chiese lo sciacallo che era ancora sorpreso. Il ricco rispose: " Cosi va il mondo, c'e' chi scende e c'e' chi sale! ".



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Messaggio da Beldanubioblu » lun mag 28, 2007 1:10 pm

Il sarto nella città feliceImmagine




In un piccolo paese viveva una volta un sarto che non aveva nè moglie, nè figli. Lavorava dal mattino alla sera, cuciva camicie, pantaloni, caffettani. Era anche il muezzin del paese.

All'alba, quando tutti dormivano, saliva in cima al minareto della moschea e svegliava la gente chiamandola alla preghiera e così faceva a mezzogiorno, nel pomeriggio e al tramonto. Tutti volevano bene e stimavano quest'uomo laborioso e pio. Ogni volta che saliva sul minareto il sarto rivolgeva il suo pensiero a Dio e gli manifestava il desiderio di avere un giorno una moglie e una casa dove vivere felice e sereno.

Si dice che un giorno, dopo aver fatto risuonare i sette melodiosi versi del richiamo alla preghiera, venne catturato da un grosso uccello rapace che, tenendolo ben stretto tra gli artigli, dopo aver attraversato il mare, lo depose nelle vicinanze di una città sconosciuta. Il sarto vi entrò e si meravigliò della pace e della tranquillità che vi regnavano. Non si sentiva litigare, nè mercanteggiare, la gente sorrideva, i loro abiti erano bellissimi e puliti, i tessuti con cui erano confezionati erano preziosi. Ancor più aumentò la sua meraviglia quando avvicinandosi ad un negozio vide che la gente acquistava senza pagare, pronunciando soltanto questa parola: " Preghiere alla bellezza ". Questa formula veniva ripetuta una o più volte secondo il valore della merce.
Finalmente arrivò davanti alla bottega di un sarto e dopo averlo osservato a lungo lavorare ed essersi reso conto che anche questi aveva il viso radioso, si fece coraggio, entrò, lo salutò e gli disse: " Anch'io sono un sarto come te e mi piacerebbe fermarmi a vivere in questa città ". Il collega sorridendo rispose:" Certo che ti puoi fermare, ne saremo felici, lavoreremo insieme e ogni settimana riceverai cinquanta preghiere alla bellezza.

Il sarto iniziò subito a lavorare e in poco tempo venne a conoscere tutte le usanze di questo strano paese, dove a nessuno mancava mai nulla e dove ogni lavoro e ogni commercio venivano ricompensati con le parole: " Preghiere alla bellezza ".

Vi era un altro uso curioso. Se un giovane voleva sposarsi, doveva andare il giovedì sulla spiaggia. Lì passeggiavano tutte le ragazze da marito portando sulla testa una brocca di acqua fresca. Se una ragazza piaceva, la si fermava, le si chiedeva un sorso d'acqua e la si ringraziava dicendo: " Preghiere alla bellezza! " e se anche a lei fosse piaciuto il giovane, si sarebbero sicuramente sposati. Naturalmente il sarto non vedeva l'ora di andare il giovedì sulla spiaggia e così fece. Vide una ragazza che gli piaceva molto, chiese un sorso d'acqua, la ringraziò con le parole: " Preghiere alla bellezza " e si sposarono.

Ogni giorno, dopo il lavoro, il sarto andava al mercato a far la spesa, comprava il necessario per vivere e il tempo scorreva nella tranquillità e nella serenità senza che i due sposi avessero bisogno di nulla. Un giorno, durante il suo abituale giro al mercato, il sarto vide un grosso pesce dalla carne bianca e appetitosa e decise di comprarlo in cambio di " Preghiere alla bellezza " pensando che la moglie sarebbe stata contenta. Quando tornò a casa e la moglie vide il grosso pesce, si spaventò e gli disse: " Che cosa hai fatto? siamo solo in due e tu hai comprato un pesce che potrebbe nutrire dieci persone, adesso non potrai più vivere in questa città ".

Il sarto rattristato, uscì di casa ed ecco sopraggiungere l'uccello rapace che lo afferrò e lo riportò nella sua città natale lasciandolo in cima al minareto proprio dove lo aveva afferrato la prima volta.

Il sarto richiamò i credenti alla preghiera, lui stesso scese e si unì agli altri per pregare, ritornò nel suo negozio e riprese a lavorare. Ripensava sempre con molta tristezza alla città felice e si augurava di rivedere l'uccello rapace. Ma esso non tornò mai più.


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Messaggio da Beldanubioblu » lun mag 28, 2007 1:14 pm

Il maestro di preghiera tra i berberiImmagine



In mezzo alle alte montagne dell'Atlante, vivevano molte tribù berbere che parlavano solo la loro lingua e non conoscevano una sola parola in arabo. Avevano una vaga idea del Corano e delle preghiere, ma si sentivano musulmani e si addoloravano di non poter pregare con le parole del Libro Sacro.

Durante una riunione annuale, un anziano di una di queste tribù propose di recarsi dal sultano per chiedergli di mandare nei villaggi una persona colta in grado di istruirli almeno sulle cose essenziali.

I notabili del paese si recarono quindi dal Sultano di Fès*, il quale si commosse di tanto zelo religioso e promise che avrebbe mandato uno degli uomini più sapienti della famosa e antichissima università di Fès.

La tribù accolse quest'uomo con entusiasmo e grande ospitalità. Nel pomeriggio l'Imam** convocò la gente alla preghiera, tutti fecero le abluzioni e si disposero in file; in prima posizione si unisce il maestro e stava già per iniziare quando si accorse che il terreno era bagnato e fangoso. Per non sporcare l'abito bianco prese un pezzo di una porta le cui assi erano però sconnesse e formavano delle fessure e vi salì sopra. Sollevò le mani come prescrive la tradizione ed esclamò: " Allahu Akbar " (Dio è grande) e tutti gli uomini schierati dietro di lui ripeterono: " Allahu Akbar ". Dopo la Fatiha*** e la Sura del Corano, l'Imam si inchinò e tutti ripeterono le sue parole. Quindi si prostrò a terra fino a toccare le assi con la fronte e tutti lo imitarono e ripeterono le sue parole in arabo senza capire nulla. Purtroppo le fessure delle assi si allargarono e il naso del sapiente rimase nello spazio tra le due assi e quando si volle rialzare lo spazio si chiuse e il naso rimase intrappolato. A nulla valsero I suoi sforzi per liberarlo. Allora gridò ad alta voce: "Ho il naso imprigionato!" e tutti ripeterono in arabo: "Ho il naso imprigionato". Allora gridò: "Venite ad aiutarmi!" e tutti ripeterono con fervore: "Venite ad aiutarmi!". Sempre più esasperato e dolorante l'Imam gridò: "Ma allora non capite proprio niente?" e tutti ripeterono con partecipazione "Ma allora non capite proprio niente?".

A questo punto l'Imam diede un forte strattone e si liberò, terminò la preghiera, salì sull'asino per ritornare in città e furioso disse: "Prima imparate l'arabo, poi ritornerò ad insegnarvi a pregare!".




* Fès: antichissima città del Marocco centrale. Ospita la più antica università del mondo (IX secolo).
** Imam: "Colui che sta davanti", dirige la preghiera e si mette da solo in prima fila.
*** Fatiha: "La Aprente" prima Sura (capitolo) del Corano usata per iniziare la preghiera e in molte cerimonie.


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