FIABE ABRUZZESI & CALABRESI

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Beldanubioblu
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FIABE ABRUZZESI & CALABRESI

Messaggio da Beldanubioblu » gio set 07, 2006 4:53 pm

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Pesce Lucente




C'era un povero vecchio che campava a stento con la moglie, debole e malata. Erano rimasti soli, senza figli e la vita per loro era proprio dura.
Il vecchio andava nel bosco tutti i giorni per far legna e poi la vendeva in fascine per comperare pane e latte.

Un giorno mentre si dirigeva verso il bosco incontrò un signore ancor più vecchio di lui, con una lunga barba candida che gli disse:
"So che sei un buon vecchio e conosco le tue sofferenze, voglio darti una mano: ecco una borsa con cento ducati."
Il poveretto tutto emozionato tornò a casa e subito nascose i cento ducati sotto un mucchio di letame, non si fidava della moglie e non le disse nulla.

Il gorno dopo andò nuovamente nel bosco come se nulla fosse successo,a fare la vita di prima.
Rientrato a casa trovò una bella sorpresa: la tavola era imbandita con anatra arrosto, patate, funghi e crostata alle mele.
"Ma come hai fatto a comperare tutto questo ben di Dio?" domandò l'uomo con una certa palpitazione nel cuore.
"Ho venduto il letame" disse la moglie tutta soddisfatta."
"Sciagurata! Che hai fatto? C'erano nascosti cento ducati d'oro zecchino!"

La mattina dopo, più infelice che mai, , il vecchio riprese stancamente la strada del bosco. E, giarda il caso strano, incontrò di nuovo l'uomo dalla lunga barba bianca come la neve, gli disse:
"So della tua sfortuna. Coraggio: eccoti altri cento ducati."
Stavolta il vecchio li nascose sotto un mucchio di cenere e non fece parola con la moglie. Ma questa che fece? il giorno successivo vendette la cenere e preparò un'otima cenetta.
Il boscaiolo quando vide la tavola imbandita, capì e se ne andò a letto disperato.

L'indomani, sotto un grande castagno, il vecchio sedeva piangendo silenziosamente. Passò di lì sempre quel signore.
"Non ti darò del denaro oggi" disse "tieni queste belle ranocchie e vendile. Col ricavato comprati un pesce, il più grosso che riuscirai ad avere."

Il vecchio fece proprio così.
La notte si accorse che quel pesce luccicava in modo straordinario, sembrava avesse in mano una lanterna. Decise così di appenderlo fuori della porta, perchè stesse fresco.
Era una notte buia e tempestosa.
Molti pescatori erano in alto mare ed erano disperati perchè non riuscivano ad avvistare la costa.
Poi videro quel bagliore luminoso e, remando in quella direzione, si salvarono.

Grati, diedero al vecchio metà della loro pesca e fecero con lui un patto: se avesse appeso quel pesce tutte le sere, avrebbero spartito il pescato.
E così fecero.
E il vecchio e sua moglie non conobbero più gli stenti della miseria.


fonte::http://www.paroledautore.net/italia/abruzzopoesie.htm

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Messaggio da Beldanubioblu » gio set 07, 2006 4:58 pm

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La principessa che si taglio' la treccia


(antica fiaba raccontata in dialetto chietino)




Un mercante aveva tre figlie, e di esse la prima e la seconda erano invidiose dell’ultima sorella. Il padre andava in giro per le fiere e al ritorno portava, ogni volta, un regalo a ciascuna delle figlie , ma all’ultima doveva darlo di nascosto per non ingelosire le altre. Dunque, il padre una volta disse: “Ora sono cresciute e vogliamo trovare loro un marito.” E alla prima : “Chi vuoi?” “Voglio un falegname”. “E tu chi vuoi?” chiese alla seconda “Voglio un muratore”. E all’ultima : “E tu?”“Voglio per marito il figlio del Re di Spagna”.
E le due sorelle : “Ma vedi un po’ ! Noi ci contentiamo di un muratore e di un falegname , e lei vuole il figlio del Re di Spagna! Ma che specie di birbante!”
Avvenne, però, che il re seppe, per magia, del desiderio della ragazza., mandò a chiedere la mano dell’ultima, si combinò il matrimonio, mentre le due sorelle crepavano dall’invidia. Il figlio del re la sposò e la portò nel suo palazzo.
In capo ad un mese dalle nozze , la ragazza ebbe la notizia della morte del padre e fu chiamata a casa.Nel suo paese, c’era l’uso che quando qualcuno moriva, le donne della casa del morto erano tenute a tagliarsi una treccia. Nel momento in cui partì, il figlio del re le disse : “Sta attenta, perché se ti fai tagliare la treccia, è meglio che non torni qui,io non ti accoglierò più.”. E la moglie : “ Non temere marito mio. Non me la faccio tagliare e me ne guarderò bene.”
“Ti do tre giorni di tempo, non devi assentarti per più di tre giorni” disse il figlio del Re.
La ragazza si mise in cammino e andò a visitare il padre morto, ma tanto pianse per il dolore che le tagliarono una treccia senza che se ne accorgesse.
Passarono i primi tre giorni e se ne tornò al palazzo del principe, che restò molto male.Il principe non disse manco una parola. La sera mangiarono insieme e non parlarono; andarono a letto zitti e muti. A mezzanotte il marito chiamò la moglie e disse : “Alzati, affacciati alla finestra e vedi che tempo fa.”
La donna si affacciò e disse : “Piove a catinelle, tuoni, vento e tempesta.” E il marito : “Esci dalla mia casa , perché non ti voglio più con me ! “ E la moglie : “ Ma, marito mio, che cosa ti ho fatto?”
“Che ti avevo detto? Che non dovevi farti tagliare la treccia.Ora ti taglio anche l’altra e te ne vai via, perché non voglio più vederti”.
La fece vestire da maschio, le diede un po’ di soldi e la congedò.
Dunque, la donna si mise in viaggio e arrivò in una città grande come Venezia, e si mise a passeggiare sotto la casa del re di quella città, su e giù,su e giù. Si affacciò la figlia del re e disse al padre :” Papà, che bel giovane che passeggia sotto al palazzo ! Vogliamo prenderlo per servo?” E il re: “Fallo venire, se vuole.” Allora la principessa lo chiamò :”Bel giovane, che andate facendo da queste parti?” “Signorina, vado in cerca di un padrone.” E la principessa: “Che cosa sai fare?” “Signora principessa, so fare i servizi di casa “. Lo fece allora salire nel palazzo e gli affidò i servizi di casa.
Ora la principessa si era tanto invaghita di questo giovane, che cominciò a fargli delle proposte, e quegli le rispondeva: “Signorina mia, io devo starmene al mio posto, perché, altrimenti, il re mi caccia via.”
Andò come andò, ma il nostro giovane la vinse , e allora la principessa, che non era riuscita nei suoi intenti, per dispetto riferì al padre insinuazioni e menzogne, e il re lo fece prendere e lo mandò in prigione. Si fece il processo e ne venne fuori la condanna a morte, ma il giovane non rivelava mai di essere in effetti una donna.
Stava per essere portato sul patibolo, quando il figlio del re di Spagna , lontano, interrogò la treccia che gli era restata.
“Treccia, che cosa fa mia moglie?”
E la treccia : “Sta per morire impiccata”.
Subito il figlio del re si mise in cammino e arrivò , proprio perché era fatato, in un attimo.
Le persone, che lo videro giungere e fare segni con la mano, gridarono: “Fermate la giustizia!”
Il principe si fece avanti e chiese :” Che ha fatto quello, che sta per essere impiccato?”
IL presidente della città gli rispose: “Ha fatto la festa alla figlia del re”. E il figlio del re di Spagna, volgendosi al presidente: “ Bene, voglio dirvi due parole. SE costui è un uomo deve morire impiccato, ma se è una donna , che farete a quella che lo ha consegnato alla giustizia?”
E il presidente: “Dovrà morire come sta per morire questi.”
Allora il presidente e i giudici andarono ad accertare e constatarono che si trattava di una donna.
Immediatamente fu presa la figlia del re e fu impiccata. Il figlio del re di Spagna si riprese la moglie e la riportò a casa.



fonte::http://www.paroledautore.net/italia/abruzzopoesie.htm @Luciella
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Messaggio da Beldanubioblu » gio set 07, 2006 5:05 pm

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Giovannino e i tre cani


(fiaba popolare dell'Abruzzo)


In un paese di montagna viveva una povera famiglia, la cui unica fonte di sostentamento era riposta in tre pecorelle, Albina, Nerina e Ricciutella, che Giovannino, un timido ragazzo di dodici anni, conduceva ogni giorno al pascolo. Il giro del pascolo era breve. Le tre pecore brucavano timi e mente per i prati che circondavano in alto il paese: qui l'erba cresceva rada in mezzo a macigni e lastre di pietra fin sulla cresta, ch'era sormontata da tre croci di legno e da dove si apriva alla vista tutta la vallata. In basso, tra una fila di pioppi, scorreva il torrente. Profumo e pace regnavano sugli alti pascoli.
Una mattina Giovannino stava provando il nuovo zufolo, che s'era costruito da sé, quando gli apparve un vecchio mendicante in compagnia d'un cane. Era un mago.
- Che fai qui, verme della terra? - gli chiese il mago, con tono di disprezzo.
Il ragazzo, tra la meraviglia e la paura, rispose con voce tremante: - Pascolo le mie pecore. -
E quello, senza complimenti: - Dammi una pecora; al suo posto ti lascio questo cane. -
- Non posso dartela, abbiamo solo queste tre e non abbiamo altro per campare... -
- Arrivederci! - gli gridò il mago, portandosi via Albina e lasciandogli il cane.
Quando, la sera, la madre vide tornare Giovannino con due pecore e un cane, andò su tutte le furie, afferrò un ramo d'avellano e glielo scaricò sulla schiena fino al punto da fargli desiderare di morire.
All'alba del giorno seguente Giovannino non risalì le coste in cima al paese, ma portò le due pecore lungo la valle, dove potevano pascersi dell'erba fresca dei sentieri, sempre nella speranza di non incontrare di nuovo quella faccia di fuoco. Il cane lo seguiva scodinzolando. Invece il mago tornò e gli fece la stessa richiesta del giorno avanti:
- Oggi mi darai un'altra pecora e in cambio ti darò quest' altro cane. - E si portò via Nerina.
Il povero Giovannino, rimasto con una pecora sola e con due cani, che non solo non si potevano mungere ma pretendevano pure la zuppa, ebbe paura di far ritorno alla stalla; come potevano la madre, il padre malato di reumatismi, i fratelli vivere con la sola Ricciutella? Ora non avevano quasi più né latte né caciotta, né avrebbero potuto più avere agnelli e lana, che erano la loro grande risorsa. E poi, quelle frustate, chi gliele avrebbe risparmiate? Avvicinandosi alla casa, prese un viottolo nascosto perché la madre non si accorgesse di nulla, ma quella era già in attesa sull'uscio dell'ovile e quando vide che il figlio rientrava con una sola pecora e con due cani che, facendosi festa, si saltavano addosso, diede di piglio alla solita frasca e gliela menò sulla schiena con rabbia.
Giovannino più che mai desiderò di morire, piuttosto che ricevere rimproveri ingiusti e violenze.
Il terzo giorno cambiò ancora direzione, accompagnando Ricciutella in mezzo a un boschetto di quercioli. Forse, nascosto là dentro, nessuno si sarebbe accorto di lui. Ma il mago fu puntuale.
- Ragazzo, so che hai sofferto per causa mia e me ne dispiace. Ma come io ho bisogno delle tue pecore, così tu avrai bisogno di questi cani. - Così dicendo, si portò via Ricciutella e lasciò il terzo cane. Cosicché Giovannino tornò a casa con tre cani, si riprese le solite legnate e cominciò a vivere una vita di ozio e di solitudine, senza speranze né di cibo né di compassione, perché nessuno più lo guardava in faccia.
Erano rimasti senza sostentamento e tiravano avanti la giornata facendo qualche servizio, cogliendo e vendendo erbe e funghi e accattando un po' di pane e un po' di minestra presso i casolari di campagna.
Un giorno, stanco delle continue rampogne della madre e del silenzio degli altri, si ritirò a piangere nella stalletta, dove ormai avevano preso alloggio i cani. Le tre bestie, appena videro il loro padrone con le lacrime agli occhi, dimenarono le code in segno di affetto e di conforto. A quelle manifestazioni di gioia il ragazzo si ricordò delle misteriose parole del mago. Forse non era uno scherzo o una burla. Forse il mago aveva voluto addirittura aiutarlo. E poi, come facevano i tre cani a ingrassare a quel modo, se nessuno dava loro da mangiare? Giusto per provare, chiamò il primo cane e gli comandò di correre in città, di rifornirsi di cibo e tornare al più presto, senza farsi vedere da nessuno. Obbediente, l'animale partì come una freccia e dopo appena un'ora eccolo di ritorno che reggeva con la bocca una corba colma di ogni ben di Dio: forme di cacio, salsicce, salami, pasta, farina, o-lio, vino, sale e una bella pagnotta di pane.
Accidenti! Fuori di sé dalla gioia, Giovannino portò di corsa la corba alla madre, che la guardò prima con sospetto poi con avidità.
- Dove hai rubato tutta questa roba? -
- Non l'ho rubata! - protestò il figlio.
- E allora da dove viene? -
- Non lo so - rispose il ragazzo, e non volle più parlare.
Tutti mangiarono in silenzio e si saziarono, per la prima volta dopo tanto tempo. Nessuno ringraziò Giovannino, ma gli fecero capire che quella cuccagna sarebbe dovuta continuare per l'avvenire, tutti i giorni. Così in breve tempo divennero ricchi. Tuttavia la madre non ne era soddisfatta, per quel timore che tutta quella roba fosse di dubbia provenienza e potesse procurare loro dei guai. Poteva essere, diceva, roba rubata.
Giovannino passava le giornate andando a zonzo, seguito dai tre cani; tornava sul colle delle tre croci, nella valle, nel boschetto dei quercioli. Era sempre triste ed era deciso di andarsene in qualche paese lontano e così cambiar vita. Passarono i mesi, divenne più grandicello e finalmente un giorno partì con gli animali, senza salutare nessuno.
Camminava da parecchi giorni quando arrivò a una città in lutto. Tutti i cittadini che incontrava erano vestiti di nero e camminavano a testa bassa. Non c'era nessuno che accennasse l'ombra di un sorriso, che rispondesse a un saluto, che facesse un gesto di allegria. Ebbe l'impressione di essere capitato in una città maledetta. Stanco del viaggio e consigliato dall'appetito, entrò in un'osteria, sempre seguito dai suoi cani. Gli venne incontro una donna vestita di nero, che gli chiese che cosa desiderasse. Il giovane, curioso di sapere quale fosse la causa di tanta tristezza, le chiese:
- Perché tanto lutto in questa città? -
- Perché tanto lutto? Peggio di così non si potrebbe vivere. Questa è una città di morti; e chi non è morto lo
sarà! - concluse con un sospiro, e continuò dicendo che in un bosco vicino, sopra un colle, viveva un grosso serpente con cinque teste, che chiedeva, per sfamarsi, una persona al giorno. Quel giorno toccava alla figlia del re, ecco perché la città era in lutto.
Giovannino pregò la donna di preparare la cena per quattro persone e una camera con quattro letti. Si può immaginare lo stupore della padrona, del cuoco e del cameriere quando videro il forestiero mangiare e andare a letto insieme alle tre bestie, e parlare con loro come se fossero delle persone normali.
- Domani, svegliami un'ora prima di giorno - chiese cortesemente alla donna. Giovannino aveva deciso di salire al bosco prima del sorgere del sole per ammazzare il serpente.
C'era solo un vago chiarore nel cielo quando, guidato dai cani, cominciò a salire per un sentiero tortuoso. Arrivato su una radura, alla sommità del colle, scorse la principessa in ginocchio che pregava e singhiozzava, in attesa che il sole sorgesse e che il serpente dalle cinque teste venisse fuori per divorarla. Quei singhiozzi e quella legge fatale lo turbarono. Quando si fece più avanti, ella lo guardò supplichevole:
- Vattene, per amor del cielo! Se il serpente ti vede, divora anche te! - lo avvertì con voce dolce e tremante.
Ma Giovannino restò. Il mugolio dei cani s'era fatto minaccioso. Al sorgere del sole il serpente uscì fuori sibilando dalle cinque teste e squittendo brutalmente:
«Uh, cinque bocconcini, questa mattina!
Uh, cinque bocconcini, questa mattina!»
Subito Giovannino gridò ai cani: - Sbranate quella be-stiaccia! E portatemi tutte le teste! -
I cani si misero all'opera: saltarono sul mostro azzannando e abbaiando con furia; ma appena avevano reciso col morso le teste ecco che quelle rispuntavano come d'incanto. Il prodigio si rinnovò cinque volte su quei colli mozzati che si dimenavano orribilmente. Recise le ultime cinque teste, il mostro si afflosciò e giacque immobile. I cani portarono al padrone le teste senza più vita e la principessa fu salva.
La bella fanciulla, ancora pallida per il terrore, rivelò allo sconosciuto salvatore che suo padre, il re, l'aveva promessa in moglie a chi l'avrebbe liberata dal tributo del drago. Ella stessa, riconoscente e colpita da tanto coraggio, gli si offerse come sposa. Le aveva risparmiato una crudele sorte! Giovannino accolse con gioia l'offerta, ma la pregò di attendere: una voce interiore gli suggeriva di rimandare le nozze; sapeva che chi ascolta le voci interiori non si può sbagliare. Egli dunque sarebbe tornato tra un anno e tre giorni, sarebbe andato a cercarla al palazzo reale e il loro sogno sarebbe diventato una realtà. Allora la principessa si tolse il velo di seta dal capo e, lacerandolo, ne fece due parti: in una avvolse le cinque teste e la tenne per sé, nell'altra avvolse le cinque lingue e la consegnò a Giovannino, quasi come segno di riconoscimento e come pegno d' amore. Quindi si congedarono, con la promessa di rivedersi tra un anno e tre giorni. Lei, nel frattempo, e nell'attesa di lui, si sarebbe preparato il corredo delle nozze.
La principessa, dunque, s'inoltrò nel bosco per tornare alla reggia e riabbracciare il padre, il giovane eroe proseguì la sua strada in cerca di nuove imprese.
Trovandosi nel folto del bosco la principessa s'incontrò a passare accanto alle capanne di una squadra di bo-scaioli e carbonai che stavano lavorando lungo il sentiero. Tagliavano giganteschi faggi a colpi d'accetta, che poi crollavano con un tuono che faceva tremare la foresta, subito dopo li riducevano a pezzi con accette e roncole, infine li componevano con arte in modo da formare una carbonaia dietro l'altra, simili a cupole che presto avrebbero nascosto il fuoco. Quando la videro e la riconobbero le si strinsero attorno minacciosi, accusandola di aver voluto schivare la morte a danno della vita loro e delle loro famiglie. Ella li rassicurò. E per convincerli meglio che ormai ogni pericolo era passato, non solo raccontò loro ciò che aveva fatto un giovane sconosciuto pieno di ardire, insieme ai suoi tre formidabili cani, ma volle mostrare le cinque teste avvolte nella metà del fazzoletto di seta.
Quelli si guardarono in faccia. Il caporale della squadra si fece avanti e ordinò con burbanza: - Dammi quell' involto! E voi, afferratela e legatela! -
Così fu fatto. Quindi la costrinse a gettarsi a terra e ad appoggiare il collo su un tronco di faggio; egli, con la scure alzata e con tono di minaccia, urlò:
- Giura di raccontare al re che siamo stati noi ad uccidere il serpente e a salvarti la vita. Perché tu sarai mia sposa! -
La donna, più atterrita dalla ferocia degli uomini che dalla furia del drago, giurò.
E riebbe l'involto.
Giovannino, uscito dal bosco, dopo alcune giornate di cammino, fece tappa in un nuovo paese. Seppe che qui c'era una casa senza porte e senza finestre. Spinto dalla curiosità e dalla voglia di penetrare quel mistero, vi si recò e ordinò ai cani di sfondare parte del muro per procurarsi un passaggio. Entrarono. In una stanza semibuia trovarono una tavola apparecchiata: bastava mettersi a sedere e mangiare. Giovannino stava per tirare indietro una sedia, quando notò che i tre cani, uno dietro l'altro,
scomparivano attraverso una botola. Sopra la botola si alzava un cavalletto di ferro da cui pendeva una carrucola e dalla gola della ruota pendeva una fune che andava a perdersi dentro il trabocchetto. Lasciò la tavola e si fece calare in un ambiente sotterraneo, scarsamente illuminato. Quel che vide gli fece gelare il sangue: lungo le pareti, sul pavimento, sparsa ovunque, c'era una folla immobile, come fermata da un sortilegio: vecchi, bambini, uomini e un gran numero di donne graziose stavano chi sedute, chi in piedi, chi appoggiato alle pareti, nelle pose più disparate.
I cani leccavano la gente e la gente tornava in vita, come se si risvegliasse da un profondo torpore; lo stesso accadeva al tocco delle mani di Giovannino. Tutti, dopo un lungo sbadiglio, risalirono servendosi della carrucola e della fune. Giovannino si preoccupò di far tirare su, oltre la botola, i suoi cani e si accingeva a seguirli quando, giunto oltre la metà della risalita, la fune si ruppe ed egli crollò sul pavimento. Che cosa era accaduto? Le giovani e belle creature s'erano tutte innamorate di lui e tutte volevano sposarlo: una di esse, più gelosa delle altre, aveva tagliato la fune. Ci volle molto tempo e molta pazienza per riannodare i due tronconi. Qualcuno racconta, con e-vidente sfoggio di fantasia, che fu addirittura un'aquila, che si trovava a passare in quello spazio di cielo, a tirarlo su, comandata chissà da qual negromante, poiché stava per scadere il tempo dell'appuntamento con la principessa.
Era trascorso infatti un anno da quando egli aveva liberato la sua sposa dal serpente e perciò decise di fare ritorno alla città che aveva trovato in lutto. Con l'aiuto dei cani fatati in un baleno si ritrovò davanti alla medesima osteria in cui aveva conosciuto la storia del serpente dalle
cinque teste. Fu servito dalla medesima donna, questa volta tutta trilli e risolini, la quale lo informò che la città, in quel giorno, era in festa per le nozze della principessa reale.
Giovannino rimase di stucco.
- La principessa reale? -
- Sì, quella che un anno fa venne salvata dal caporale dei boscaioli...-
- Salvata da chi? -
- Dal boscaiolo che uccise il serpente dalle cinque teste!-
A quell' ora, nella reggia, mentre lui si intratteneva in una trattoria, aveva inizio il solenne banchetto nuziale, che sarebbe durato tre giorni. I convitati erano migliaia; lampadari, porcellane, argenterie, ori, cristalli sprizzavano luci e bagliori; il sorriso brillava sulla bocca di tutti.
Giovannino mandò alla reggia uno dei cani, con il comando di portare scompiglio sulle mense e di dare un bacio alla reginella, un morso ai legnaioli, per poi darsi alla fuga tra la confusione generale, facendo perdere le sue tracce. Il secondo giorno inviò il secondo cane, con il medesimo compito. Il terzo giorno spedì il terzo cane, con l'ordine di rovesciare le tavole, baciare la reginella, azzannare i boscaioli e quindi allontanarsi assai lentamente dalla grande sala, quasi per invitare qualcuno a seguirlo. Le guardie del re lo seguirono, infatti, e arrivarono fino a Giovannino, che le stava aspettando. Le guardie avevano ricevuto l'ordine di arrestarlo, ma il giovane fece capire che aveva grandi cose da rivelare, nell'interesse del re e del suo regno.
Il re, ascoltato il messaggio, si mostrò assai preoccupato e mandò la sua carrozza dorata a prendere il forestiero. Vennero imbandite nuovamente le mense, i convitati
tornarono ad assidersi al posto loro assegnato, ma ci fu una variazione: tutti avrebbero dovuto raccontare un fatto, un episodio, un sogno, una fiaba, qualunque cosa a-vesse avuto un significato particolare per la propria vita. Venne il turno di Giovannino, al quale il re aveva fatto indossare vesti di seta. I cani gli stavano sdraiati ai piedi. Dopo aver raccontato succintamente la storia della propria travagliata esistenza, domandò se, tra i presenti, vi fossero dei macellai. La richiesta destò stupore e provocò mormorio. Si alzarono cinque macellai che, al suo invito, gli si fecero attorno.
- Voi cinque dovete farmi la cortesia di rispondere a questa domanda: esiste una testa senza lingua? -
- E' impossibile! - risposero.
Rivolto alla principessa, le chiese: - Altezza, dove sono le cinque teste? -
La principessa si sentì palpitare il cuore, ma riuscì a nascondere i suoi sentimenti. Si tolse dal seno un involto e glielo fece consegnare da un servitore.
- Ora guardate tutti: queste sono le cinque teste del serpente. Voi, macellai, guardate se hanno le lingue. -
I macellai le osservarono attentamente e uno di essi dichiarò:
- Non v'è traccia di lingue. -
- Ebbene, c'è tra i commensali qualcuno che possa mostrare le lingue di queste teste? -
Tutti rimasero immobili.
Allora il giovane si tolse di tasca le lingue avvolte nel fazzoletto di seta della figlia del re e le mostrò a tutti. Il re riconobbe quel velo e non nascose la sua meraviglia.
La principessa colse l'occasione per rivelare al padre come erano andate veramente le cose. Parlò del coraggio del giovane forestiero, dell'inganno dei legnaioli, della
minaccia della scure, del falso giuramento.
Lo sdegno invase gli animi. I boscaioli tentarono una via di salvezza, ma furono fermati e arrestati dalle guardie.
Il giorno dopo un tribunale del popolo li giudicò e li condannò a morte per mezzo del fuoco. E, mentre essi ardevano sui roghi, si celebravano le nozze tra Giovannino e la principessa.
I tre cani gli fecero buona guardia per tutta la vita.



fonte::http://www.paroledautore.net/italia/abruzzopoesie.htm

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gluca
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Messaggio da gluca » mar set 12, 2006 3:11 pm

BeldanubioBlu... grazie per le bellissime e dolcissime fiabe che metti sempre!
Mi piacciono tantissimo queste fiabe della nostra vecchia Italia!

RobyMAD
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Messaggio da RobyMAD » lun nov 20, 2006 5:13 pm

...Con il thè, inzuppando dentro qualche "bacio di dama" (e sì, mi tratto bene) e leggendo di pesciolini lucenti e altre cose così.
Sì, forse e meglio che dire al proprio figlio che la marmellata nella fetta biscottata non si taglia con la mannaia. Non lo so, ci rifletterò, leggendo l'ultima e lunga fiaba un'altra mattina.

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Messaggio da Beldanubioblu » lun nov 20, 2006 10:04 pm

:D
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Messaggio da Beldanubioblu » ven ago 31, 2007 6:57 pm

LA FINTA NONNAImmagine

Una mamma doveva setacciare la farina. Mandò la sua bambina dalla nonna, perché le prestasse il setaccio. La bambina preparò il panierino con la merenda: ciambelle e pan coll'olio; e si mise in strada.

Arrivò al fiume Giordano.

- Fiume Giordano, mi fai passare?

- Sì, se mi dài le tue ciambelle.

Il fiume Giordano era ghiotto di ciambelle che si divertiva a far girare nei suoi mulinelli.

La bambina buttò le ciambelle nel fiume, e il fiume abbassò le acque e la fece passare.

La bambina arrivò alla Porta Rastrello.

- Porta Rastrello, mi fai passare?

- Sì, se mi dài il tuo pan coll'olio.

La Porta Rastrello era ghiotta di pan coll'olio perché aveva i cardini arrugginiti e il pan coll'olio glieli ungeva.

La bambina diede il pan coll'olio alla porta e la porta si aperse e la lasciò passare.

Arrivò alla casa della nonna, ma l'uscio era chiuso.

- Nonna, nonna, vienimi ad aprire.

- Sono a letto malata. Entra dalla finestra.

- Non ci arrivo.

- Entra dalla gattaiola.

- Non ci passo.

- Allora aspetta -. Calò una fune e la tirò su dalla finestra. La stanza era buia. A letto c'era l'Orca, non la nonna, perché la nonna se l'era mangiata l'Orca, tutta intera dalla testa ai piedi, tranne i denti che li aveva messi a cuocere in un pentolino, e le orecchie che le aveva messe a friggere in una padella.

- Nonna, la mamma vuole il setaccio.

- Ora è tardi. Te lo darò domani. Vieni a letto.

- Nonna ho fame, prima voglio cena.

- Mangia i fagioletti che cuociono nel pentolino.

Nel pentolino c'erano i denti. La bambina rimestò col cucchiaio e disse: - Nonna, sono troppo duri.

- Allora mangia le frittelle che sono nella padella.

Nella padella c'erano le orecchie. La bambina le toccò con la forchetta e disse: - Nonna, non sono croccanti.

- Allora vieni a letto. Mangerai domani.

La bambina entrò in letto, vicino alla nonna. Le toccò una mano e disse:

- Perché hai le mani così pelose, nonna?

- Per i troppi anelli che portavo alle dita.

Le toccò il petto. - Perché hai il petto così peloso, nonna?

- Per le troppe collane che portavo al collo.

Le toccò i fianchi. - Perché hai i fianchi così pelosi, nonna?

- Perché portavo il busto troppo stretto.

Le toccò la coda e pensò che, pelosa o non pelosa, la nonna di coda non ne aveva mai avuta. Quella doveva essere l'Orca, non la nonna. Allora disse: - Nonna, non posso addormentarmi se prima non vado a fare un bisognino.

La nonna disse: - Va' a farlo nella stalla, ti calo io per la botola e poi ti tiro su.

La legò con la fune, e la calò nella stalla. La bambina appena fu giù si slegò, e alla fune legò una capra.

- Hai finito? - disse la nonna.

- Aspetta un momentino -. Finì di legare la capra. Ecco, ho finito, tirami su.

L'Orca tira, tira, e la bambina si mette a gridare: - Orca pelosa! Orca pelosa! - Apre la stalla e scappa via. L'Orca tira e viene su la capra. Salta dal letto e corre dietro alla bambina.

Alla Porta Rastrello, l'Orca gridò da lontano: - Porta Rastrello, non farla passare!

Ma la Porta Rastrello disse: - Sì, che la faccio passare perché m'ha dato il pan coll'olio.

Al fiume Giordano l'Orca gridò: - Fiume Giordano, non farla passare!

Ma il fiume Giordano disse: - Sì che la faccio passare perché m'ha dato le ciambelle.

Quando l'Orca volle passare, il fiume Giordano non abbassò le sue acque e l'Orca fu trascinata via. Sulla riva la bambina le faceva gli sberleffi.





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Messaggio da Beldanubioblu » ven ago 31, 2007 7:05 pm

Le tre melangole d'amoreImmagine




C'era una volta una povera vedova che non riusciva a sfamare, con il lavoro di serva, i suoi sette figli; si poteva dire che, dopo la morte del marito, che faceva il boscaiolo e che riusciva in qualche modo a saziare le sette bocche, fossero in nove in casa, essi e la Povertà.

Disse un giorno al più grande dei figli:

“Figlio mio, vedi che io non ce la faccio più; esci, trova qualcosa da fare e torna stasera con un tozzo di pane. Ricordati quello che faceva tuo padre per voi.”

Il figlio uscì, cercò un lavoro qualunque in città e in campagna, ma la sera rientrò deluso e a mani vuote. Allora il più piccolo dei sette, Pinzampino, visti la madre accorata e i fratelli smunti, pensò di offrirsi lui a tentare qualcosa.

“Mamma, andrò io in cerca di lavoro; forse avranno compassione di me e qualcosa, stasera, vi riporterò.”

La madre dapprima non volle; era ancora un ragazzo, ignaro della vita, delicato; e poi era quello a cui voleva più bene; e poi il mondo è pieno di pericoli e di agguati e temeva che potesse accadergli qualche guaio.

“Io so quel che devo fare!” la rassicurò il ragazzo, risoluto.

La madre, sollecitata più dalla fame dei figli che dalla propria, acconsentì che il ragazzo tentasse la sorte, ma gli raccomandò più volte di essere prudente e di tornare prima di sera. Quello, salutati tutti, uscì sulla strada e, fischiettando, si diresse verso la reggia.

Il re, che andava in quel momento passeggiando soprappensiero per le stanze dorate del Palazzo, sentendo l'allegro fischiettio, si affacciò a una finestra, vide Pinzampino che gironzolava tenendo le mani nelle tasche dei calzoni e gli chiese:

“Che cerchi da queste parti, ragazzo?”
“Maestà, cerco lavoro.”
“Vuoi venire al mio servizio?”
“Magari, Maestà! Ma...”
“C'è qualcosa che non va?”
“C'è che...ho paura di non essere capace, ho paura di una fortuna così grande.”
“Non preoccuparti, sali lo scalone e vieni da me.”

Pinzampino fece le larghe scale di pietra bianca a tre a tre, senza passare per la guida rossa distesa al centro della gradinata, per paura di sporcarla. Il re l'attendeva sorridendo. Fattogli una carezza, lo consegnò al maggiordomo perché lo rivestisse a nuovo con la livrea verde gallonata d'oro.

Il ragazzo doveva aiutare nei servizi altri due servitori, piuttosto avanzati in età; essendo sveglio e pieno di buoni propositi, si fece in breve tempo così ben volere dal re che questo finì col non ricorrere più agli altri due, ch'erano sempre stanchi e di corta memoria. I due, vistisi messi da parte, finirono con l'invidiare e, quindi, con l'odiare il piccolo amico e meditarono a lungo sulla maniera di vendicarsi.

Così un mattino si presentarono al loro signore e gli dissero:

“Maestà, siamo venuti alla tua presenza per rivelarti un segreto.”
“Che segreto?”
“Sappi, Maestà, che Pinzampino non fa che vantarsi continuamente con noi di essere a conoscenza di certi fatti misteriosi..”


Il re impallidì a quelle parole e vi pose estrema attenzione.


“Fatti misteriosi?”
“Sì, Maestà. Si tratterebbe di tre melangole d'amore ch'egli sarebbe capace di trovare e di prendere in un giardino lontano...”


Bisogna sapere che il re, pur vivendo tra immensi tesori, era veramente il più infelice degli uomini del suo regno. Egli aveva tre bellissime figlie che un giorno, chissà per quale influsso malefico, erano state trasformate, da una strega, in tre grandi pomi, alla cui custodia erano stati posti due feroci leoni. Questo è quanto sapeva con certezza. Il resto era un mistero, e ormai non sperava più di riavere le sue creature. La regina ne era morta di dolore.

Fece dunque chiamare subito Pinzampino e gli ordinò di mettersi in viaggio alla ricerca delle tre melangole. Il povero ragazzo cercò di opporre un rifiuto, confessando al suo signore che, in verità, nulla sapeva delle tre melangole d'amore...; che aveva, sì, sentito dire vagamente d'un fatto accaduto anni prima, di cui si parlava nelle case della povera gente; che aveva parlato per burla, per far dispetto ai due vecchi camerieri. Ma il re non volle sapere né di scuse né di pretesti. Egli aveva intuito che quel ragazzo poteva essere la sua salvezza e quella delle figlie.

“O parti alla loro ricerca o ti farò tagliare la testa. Scegli!”

Tra le due alternative Pinzampino scelse la prima. Salutati la madre e i fratelli, rifornito di viveri e di vino, montato sul miglior cavallo delle scuderie reali, si mise in viaggio.

Attraversò campi e prati, fiumi e radure, risaie e foreste; finalmente, dopo un mese di ininterrotto cammino, arrivò a una capanna solitaria dove abitava un vecchio e-remita, la cui magrezza testimoniava una vita di continue penitenze; una lunga barba bianca gli copriva il petto e i capelli canuti gli coprivano le spalle.

“Bravo giovane” chiese l'eremita meravigliato, “come mai sei capitato da queste parti?”

Pinzampino era stanco; scese da cavallo e si mise a sedere su una pietra coperta di muschio, quindi prese a narrare la sua storia al vecchio. Poi domandò:

“Tu non sai niente delle tre melàngole d'amore?”
“No, ragazzo mio, non ne so niente. Ma ti voglio aiutare. Prendi questa fiasca d'acqua, tienila da conto, ti servirà.”

Messasi a tracolla la fiasca e ringraziato l'eremita, Pinzampino riprese la via della foresta; passarono giorni e notti, settimane su settimane, finché arrivò a una seconda capanna. Qui dimorava un altro eremita, ancora più vecchio del primo,con una barba tanto lunga che gli arrivava ai ginocchi e i capelli così fluenti che gli coprivano i fianchi. Anch'egli rimase meravigliato di quel ragazzo avventuroso che andava vagando a cavallo tanto lontano dalle terre abitate. Anche a lui il giovane raccontò la sua storia:

“Tu sai dove potrebbero essere nascoste le tre melàngole d'amore?”
“No, figlio mio. Ma voglio aiutarti: eccoti un pezzo di sapone. Ma mi raccomando, conservalo. Ti servirà.”

Pinzampino ripose il sapone nella bisaccia che portava davanti alla sella; ringraziò il vecchissimo eremita, lo salutò e, rimontato a cavallo, riprese il cammino attraverso la foresta. Non si incontrava anima viva in quel deserto verde, sotto quel cielo azzurro e terso. Nessun sentiero era segnato, ma quel cavallo, a cui si può dire che mancasse solo la parola, se lo sapeva cercare tra cespugli fitti e spinosi; il freddo a volte era intenso, l'umidità metteva i brividi addosso. Gigantesche orchidee dai colori sgargianti pendevano da alberi alti come torri; radici aeree, scendendo dai rami, toccavano il suolo spugnoso, vi si aggrappavano, risalivano attorcigliandosi ai tronchi verdi di muffe.

Dopo un mese di continuo vagare il ragazzo, ormai sfinito e con gli abiti a brandelli, arrivò a una terza capanna; ne uscì un vecchio più vecchio degli altri due, con u-na barba ancora più lunga e più bianca e i capelli ancora più fluenti. Egli disse:

“Ragazzo, ho sentito il rumore degli zoccoli e sono uscito. So chi tu sei e che cosa vai cercando. Entra nella mia capanna, riposati e poi parleremo di ciò che ti interessa. Anche il cavallo ha bisogno d'un pò di riposo.”

Pinzampino si ristorò con acqua di sorgente e con certe erbe e frutti che mai aveva assaggiato prima. Quando il vecchio notò che il ragazzo era desideroso di ascoltarlo, cominciò:

“Ora tieni bene a mente quel che ti dico e abbi fiducia in me. Al di là di quella collina c'è un bel giardino custodito da due ferocissimi leoni; essi stanno sdraiati ai due lati d'un cancelletto che si apre e che si chiude continuamente. I leoni, anch'essi, aprono e chiudono gli occhi, ma quando i loro occhi stanno chiusi essi vegliano e quando stanno aperti essi dormono. A questo punto, cioè quando vedi che i loro occhi stanno aperti, tu approfitta, entra d'un balzo nel giardino e cogli i tre pomi, quelli che cerchi. Ma guarda di non attardarti: appena li avrai colti, fuggi il più presto possibile, perché, se i leoni si sveglieranno e si accorgeranno di essere stati colti di sorpresa, cercheranno in tutti i modi di divorarti. Ma voglio venirti in aiuto: prendi questo chiodo; appena ti sentirai in pericolo, gettalo dietro di te. Ora va, e abbi fiducia.”

Pinzampino era rimasto, per tutto il tempo, con gli occhi fissi alla bocca del vecchio per non perdere neppure una sillaba di tutto il discorso. Finalmente, preso il chiodo e ripostolo nella bisaccia, ringraziò, rimontò a cavallo e riprese il cammino nel bosco.

Dopo un altro mese di viaggio, tra mille ostacoli e trepidazioni, giunse finalmente alla meta. Il giardino, al di là del cancelletto, era una meraviglia di colori e di odori; i frutti pendevano dai rami fin quasi a spezzarli. Da un alberello pendevano tre pomi rotondi grandissimi, color d'oro, e ai lati del cancello, che si apriva e si chiudeva da solo, giacevano a guardia i due leoni, che a intervalli aprivano e chiudevano gli occhi. Ripassò nella mente tutte le raccomandazioni dell'ultimo eremita. Con l'animo teso saltò giù da cavallo e si avvicinò. Dopo avere studiato con grande attenzione i movimenti del cancelletto e degli occhi, riuscì a cogliere il momento più opportuno, con un salto fu nel giardino e colse in un attimo le tre melàngole d'amore.

Incredibile a dirsi, mentre le stringeva a fatica tra le mani, quelle si trasformarono in tre stupende creature bionde. Ma non persero tempo in stupori e in parole: tutti e quattro colsero un altro momento favorevole, che il cancelletto si apriva e gli occhi dei leoni si chiudevano, e di corsa furono fuori, balzarono a cavallo e si misero a galoppo.

Pinzampino a un tratto si voltò indietro, per assicurarsi della buona riuscita dell'impresa, ma vide con orrore che le due belve lo inseguivano infuriate. Sebbene il cavallo filasse via come una saetta, si sentì perduto. E non pensava tanto a sé, quanto alle tre principesse, alla madre e ai fratelli, che dovevano essere in attesa e in pensiero per la sua lunga assenza. Fu in quell'attimo che si ricordò della fiasca del primo eremita: se la sfilò dal collo e la tirò via. Ecco che dietro di loro si formò un vastissimo lago. I leoni furono costretti a fermarsi di fronte all'improvviso ostacolo e Pinzampino continuò a galoppare, ormai senza più l'assillo dell'inseguimento. Tuttavia le belve erano riuscite a trovare un guado e a riguadagnare terreno, perché anch'esse correvano come il vento dietro le orme del cavallo. E quando Pinzampino si voltò ancora a guardarsi indietro,più per contemplare il miracolo del lago che per la paura dei leoni,ecco che se li rivide alle calcagna con occhi di fuoco. Era atterrito. Ma una delle fanciulle gli ricordo che aveva con sé,nella bisaccia,il sapone del secondo eremita; il giovane lo prese e lo gettò dietro di sé: una montagna irta e brulla si elevò tra lui e i leoni, spaventosa per i suoi precipizi. Ma mentre Pinzampino galoppava a briglia sciolta portando con sé i tre tesori, i leoni, cacciando le unghie nella roccia, erano riusciti ad arrampicarsi fin sulla cima e a ridiscenderne, per riprendere l'inseguimento. Fu allora che il giovane prese il chiodo e, senza esitare, lo gettò via. Come un prodigio mai visto, dietro di loro si formò una foresta tanto folta e intricata che le due belve furiose furono costrette a fermarsi, essendo rimaste impigliate tra i rami e le radici, e a tornare indietro.

I quattro, sempre a galoppo sfrenato, stanchi, ma felici. Dopo qualche giorno arrivarono alla porta della città e vi entrarono tra gli applausi della popolazione, che accorreva da ogni parte. Potete immaginare quale fosse la stizza dei due vecchi servitori e la felicità di quel re infelice. Si fece una festa che durò tre giorni, durante i quali il sovrano promise al coraggioso cavaliere la mano della più giovane delle sue figlie e la corona del regno.

Pinzampino era tornato a casa per riabbracciare la madre e i fratelli e per raccontare le avventure che gli erano occorse al Palazzo, nella foresta, nel giardino incantato e lungo la via del ritorno. E aggiunse che aveva perdonato i due servitori, i quali senza volerlo, avevano costruito la sua fortuna.

Il giorno delle nozze era vicino; tutti erano presi dai preparativi e il popolo attendeva con ansia la cerimonia. Il re e Pinzampino andavano in giro ad invitare parenti e amici.

Una mattina la giovane sposa, stando al balcone della sua camera, era intenta a spazzolarsi lentamente i lunghi capelli biondi, mentre ammirava le montagne e le pianure e i fiumi, quando scorse, presso una fontanella del giardino, una strana vecchietta, che reggeva tra le mani una brocchetta di coccio. La principessa, quasi per fare uno scherzo innocente, staccò un pezzetto di calcinaccio dal muro e lo lanciò contro la brocchetta, che, colpita in pieno, si spezzò in mille frantumi.

La vecchietta guardò in su, vide la bionda fanciulla e la invitò a scendere in giardino; aveva una voce allettante; voleva avere l'onore, diceva, di pettinarle i bei capelli. La principessa si schermì con grazia, adducendo mille pretesti, ma alla fine, all'insistenza della strana vecchia, che appariva piuttosto simpatica, mise da parte ogni esitazione e scese alla fontana. Sulle labbra della sconosciuta si disegnò allora un sorriso maligno: mentre la pettinava, si trasse uno spillo dal seno e le punse il capo. La principessa in un attimo, si trasformò in bianca colomba e volò via e la vecchia, in fretta e furia indossò le vesti che quella aveva lasciato presso la fontana, salì in camera e rimase in attesa.

A sera, il re e Pinzampino tornarono dal loro giro e bussarono alla porta della principessa, desideroso di riabbracciarla e di metterla al corrente dei preparativi; ma enorme fu la loro sorpresa nel trovarsi di fronte, al posto della splendida fanciulla, una vecchia orribile e disgustosa. Ma ormai non c'era più nulla da fare, gli inviti erano stati fatti e le nozze non si potevano più rimandare. Forse il destino aveva voluto così e bisognava rassegnarsi.

Venne dunque il giorno delle nozze, che furono celebrate tra i rintocchi a festa di tutte le campane della città, e Pinzampino ebbe la corona di re. Dopo la cerimonia, sposi e invitati si ritirarono a banchettare nella grande sala. In cucina i cuochi più raffinati del regno si apprestavano a sfornare le deliziose vivande quando, da una finestrella in alto, si affacciò una colomba bianca, che disse:

“O cuochi della mia cucina, che fa il re con la saracina?”

I cuochi, udite le parole, strabiliati dalla prodigiosa apparizione, corsero dal giovane re e lo misero al corrente di quanto avevano visto e sentito.

La vecchia, al suo fianco, udito il fatto, sghignazzò, dicendo che erano sciocchezze e fantasie; ma Pinzampino, accorto, ordinò ai cuochi di afferrare e di portagli, come dono di nozze, la misteriosa colomba. I cuochi, lieti di rendere felice il nuovo sovrano, tornati in cucina, si appostarono ai lati della finestrella e attesero. Sentirono un fruscio d'ali; risentirono la medesima voce vellutata:


“O cuochi della mia cucina, che fa...”

Ma non ebbe il tempo di finire quel verso, perché fu catturata e portata al re, che la prese dolcemente tra le mani. Mentre la sposa impostora protestava perché si vedeva trascurata dal marito, che mostrava di avere più cura d'una colomba che d'una regina, Pinzampino, accarezzando la candida creatura, si accorse che sul capino v'era una protuberanza, come una boccetta (che s'era formata dalla capocchia dello spillo!). L'afferrò, la tirò su e accadde che...

Tra la meraviglia di tutti i presenti la bianca colomba s'era trasformata in una fanciulla incantevole vestita da sposa. Era la figlia più giovane del re!

Pinzampino, al colmo della felicità, si alzò per stringersi sul cuore la sua sposa:

“Finalmente ti ho ritrovata! Ti ho ritrovata per la seconda volta!”

La vecchia che, come avrete capito, altri non era che la strega che aveva già tramutato le tre sorelle nelle tre melangole, si vide perduta e non seppe che cosa dire né fare. Per ordine del vecchio re fu consegnata al boia e la sera stessa, avvolta in una coperta di pece, fu bruciata viva in mezzo alla piazza della città, alla presenza di tutto il popolo.

Ora tutti i misteri erano stati chiariti.

Gli sposi dimenticarono, col tempo, le loro dolorose vicende e vissero felici e sereni, circondati da una nidiata di figli e di figlie, uno più grazioso dell'altro.



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Ciao

Messaggio da RobyMAD » lun set 24, 2007 6:34 pm

Sto bene. Le più belle vacanze degli ultimi tempi. Avevo il piacere di svegliarmi la mattina.
Adesso, facendo la tesi, mi accorgo ancor di più di quando sia stato bene.
Si sono poi cimentate cinque amicizie: diciamo che prima salutandoci ci scambiavamo un sorriso. Adesso ci si abbraccia con forza.
E sono nati nuovi personaggi strani: un lunatico mago, Arcibaldo il mago tutto caldo, che litiga con i clienti e fa brutte figure durante le dirette tv, mandando alla fine tutti a ... bip (in modo abbastanza effemminato). Poi si specchia in continuazione e si fa tintillare il petto come la Lopez per essere più in forma davanti alla telecameta, sino a che non insulta qualcuno del sud che ordinerà il suo omicidio, ponendo fine alla trasmissione che si chiuderà con lo slogn: Arcobaldo il mago tutto caldo adesso... è freddo.
E un cane che si chiama Pus pus che insieme a una vecchina è protaginista di un corto allucinante e assurdo (tra qualche mese su youtube), etc.
Abbiamo fatto poi diversi Italia 1 per il 6 come 6
Magari mi (ci) vedrai in tv mentre mi scotto... etc.

Infine nuotando un ora al giorno sono tornato e tutti mi stanno facendo i complimenti per il fisico (in gran parte uomini, purtroppo:( )

Insomma, mi sono ricaricato e sono minaccioso verso il prossimo.
Un saluto a tutti e un abbraccio con forza a te
Roby

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Beldanubioblu
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Messaggio da Beldanubioblu » mar set 25, 2007 11:39 pm

Bene....bene sono davvero contenta infondo lo meriti e poi
l'eta' mi insegna che tutto ha un termine, i periodi negativi fortificano maturandoci, quindi spero proprio che la tua vita ora sia tutta in salita lo meriti sei giovane e anche se
un po' artista "pazzo" sei davvero geniale.

Ricambio l'abbraccio con affetto.
(e cerca di non lasciarmi troppo sola qui in questo mondo di fiabe....
c'e' il rischio che prima o poi mi perda) :wink:

Luciella
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gluca
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Messaggio da gluca » gio feb 07, 2008 11:08 am

Bellissime!

Adesso me le leggo tutte con calma!

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