La benedicenza Catechesi di M.Caterina Muggianu

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Ospite

La benedicenza Catechesi di M.Caterina Muggianu

Messaggio da Ospite » ven mag 28, 2010 10:52 am

Carissimi IdM, vorrei condividere con voi questa bellissima catechesi che ho incrociato durante le mie ricerche nel web e con entusiasmo mi sono soffermata a leggere .



CURARE CON AMORE LA QUALITA’ DELLE RELAZIONI CON IL PROSSIMO:

La benedicenza.
di M.Caterina Muggianu

La terra è popolata da oltre cinque miliardi di persone, Durante la nostra vita incontriamo migliaia di persone; con alcune stringiamo profondi legami, altre le incontriamo per un secondo per poi non vederle più. Stabilire relazioni d’amore, di simpatia o magari anche solo di cordialità sembra la cosa più naturale, tuttavia si entra facilmente in competizione, ci si sente soli, rifiutati, spesso si provano paura e risentimento, ci si ferisce e ci si attacca, addirittura …ci si odia. Molti dei problemi della vita sembrano derivare dalle difficoltà che abbiamo nel rapporto con gli altri: compagni, confratelli, consorelle, marito, moglie, genitori, figli.
La mancanza e la povertà di comunicazione e di condivisione indeboliscono la fraternità e la comunione e finiscono per generare l’egoismo.
E’ difficile progettare e realizzare vincoli stabili di comunione solo sulla base umana.
La comunione nasce proprio dalla condivisione dei beni dello Spirito,
una condivisione della fede e nella fede, ove il vincolo di fraternità è tanto più forte quanto più centrale e vitale è ciò che si mette in comune.
“Spiritualità della comunione significa inoltre capacità di sentire il fratello di fede nell'unità profonda del Corpo mistico, dunque, come « uno che mi appartiene », per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una vera e profonda amicizia. Spiritualità della comunione è pure capacità di vedere innanzitutto ciò che di positivo c'è nell'altro, per accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio: un « dono per me », oltre che per il fratello che lo ha direttamente ricevuto. Spiritualità della comunione è infine saper « fare spazio » al fratello, portando « i pesi gli uni degli altri » (Gal 6,2 ) e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie. Non ci facciamo illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz'anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita.” (Lettera Apostolica Novo Millennio Ineunte Giovanni Paolo II)
Come cambierebbe il mondo se ogni mattino ciascuno di noi con risolutezza si mettesse al lavoro dicendo: oggi voglio guardare il mio prossimo con gli occhi di Dio. Voglio cominciare a vivere così!
Chi è il mio prossimo? Non stabiliamo noi chi è il nostro prossimo. Nostro prossimo è chiunque Dio metta sulla nostra strada. Così l'amore si manifesta nei confronti di chiunque. Il metodo di Dio per insegnarci l'amore e proprio di mettere sulla nostra strada persone buone e cattive, simpatiche e meno simpatiche, difficili e strane, anche persone maleducate, insensibili, …. e poi Dio dice: Amala!
Per poter amare così il prossimo dobbiamo fare profonda esperienza dell’amore di Dio (cfr Efesi 3,17-18 ) Non guardiamo alla qualità delle persone (ricche, simpatiche, meritevoli…) ma dobbiamo agire, operare verso tutti con amore. Questo ci porta ad essere strumenti nelle mani di Dio sempre disponibili ad essere usati da Colui che ci da il Suo amore da dare agli altri. “Amatevi come io vi ho amati”(Gv 15,12 ) quindi, amare ciascuno secondo la sua identità, cogliendo la bellezza dell’altro ed esercitando una capacità di ascolto e di accoglienza.
Proviamo a dare alle relazioni umane le caratteristiche della vera amicizia: il custodire l’altro, la fedeltà e la verità nei rapporti, il sopportare con pazienza i difetti ma essere anche pronto ad una fraterna correzione, l’essere «prossimo» nelle gioie e nei dolori. Dire come Gesù: “Vi ho chiamati amici” (Gv 15, 15 )
Il modello è Gesù. Ce lo spiega bene il Papa nella sua enciclica “Deus Caritas Est” “Si rivela così possibile l'amore del prossimo nel senso enunciato dalla Bibbia, da Gesù. Esso consiste appunto nel fatto che io amo, in Dio e con Dio, anche la persona che non gradisco o neanche conosco. Questo può realizzarsi solo a partire dall'intimo incontro con Dio, un incontro che è diventato comunione di volontà arrivando fino a toccare il sentimento. Allora imparo a guardare quest'altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. Il suo amico è mio amico. Al di là dell'apparenza esteriore dell'altro scorgo la sua interiore attesa di un gesto di amore, di attenzione, che io non faccio arrivare a lui soltanto attraverso le organizzazioni a ciò deputate, accettandolo magari come necessità politica. Io vedo con gli occhi di Cristo e posso dare all'altro ben più che le cose esternamente necessarie: posso donargli lo sguardo di amore di cui egli ha bisogno. Qui si mostra l'interazione necessaria tra amore di Dio e amore del prossimo, di cui la Prima Lettera di Giovanni parla con tanta insistenza. Se il contatto con Dio manca del tutto nella mia vita, posso vedere nell'altro sempre soltanto l'altro e non riesco a riconoscere in lui l'immagine divina. Se però nella mia vita tralascio completamente l'attenzione per l'altro, volendo essere solamente « pio » e compiere i miei « doveri religiosi », allora s'inaridisce anche il rapporto con Dio. Allora questo rapporto è soltanto « corretto », ma senza amore. Solo la mia disponibilità ad andare incontro al prossimo, a mostrargli amore, mi rende sensibile anche di fronte a Dio. Solo il servizio al prossimo apre i miei occhi su quello che Dio fa per me e su come Egli mi ama. I santi — pensiamo ad esempio alla beata Teresa di Calcutta — hanno attinto la loro capacità di amare il prossimo, in modo sempre nuovo, dal loro incontro col Signore eucaristico e, reciprocamente questo incontro ha acquisito il suo realismo e la sua profondità proprio nel loro servizio agli altri. Amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili, sono un unico comandamento. Entrambi però vivono dell'amore preveniente di Dio che ci ha amati per primo. Così non si tratta più di un « comandamento » dall'esterno che ci impone l'impossibile, bensì di un'esperienza dell'amore donata dall'interno, un amore che, per sua natura, deve essere ulteriormente partecipato ad altri. L'amore cresce attraverso l'amore. L'amore è « divino » perché viene da Dio e ci unisce a Dio e, mediante questo processo unificante, ci trasforma in un Noi che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia « tutto in tutti » (1 Cor 15, 28 ).” (Deus Caritas est)
Continuiamo la nostra riflessione con una traccia di P. Álvaro Corcuera del Movimento “Regnum Cristi
Con i tempi che corrono è necessario che viviamo ogni giorno la carità con maggiore pienezza. La carità – ci dice San Paolo nel suo inno alla carità – non finisce mai, è paziente, comprensiva, non s’insuperbisce, è illimitata (cfr 1Cor 13, 4-8 ); Il dinamismo della carità esige, inoltre, che sia trasmessa con l’esempio.Questa virtù è donazione della propria vita al prossimo: «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13 ). Senza questa donazione pratica, le parole restano vuote: «se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l´amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità.» (1 Gv 3, 17-18 ).

Sappiamo che la carità è multiforme e abbraccia un’immensa gamma di sfumature. Basta fermarsi alcuni istanti a contemplare la testimonianza di tanti cristiani autentici che vivono al nostro fianco per scoprire e meravigliarci delle forme così varie ed ingegnose di questa virtù. Quando si cerca il bene del prossimo, la carità si riempie di iniziativa, di delicatezza e di ingegnosità. Lo fa con semplicità. Non va dicendo ai quattro venti che sta facendo del bene; semplicemente lo fa, cercando di essere uno specchio dell’amore di Cristo verso gli uomini. Giunge fino ai più piccoli dettagli, ad avere anche cura che qualche battuta o un commento non offenda o ferisca il prossimo. Conosce a fondo il prossimo, non per giudicarlo, ma per favorire tutto il bene che gli possa procurare, ed evitare tutto ciò che potrebbe arrivare a ferirlo.

Ma tra le molteplici manifestazioni della carità, ce n’è una che viene chiesta in modo particolare e sulla quale vorrei ora soffermarmi un po’ di più: la benedicenza.

Se la maldicenza è il vizio di parlare male degli altri, la benedicenza è la virtù di parlare bene del prossimo. Per noi, la benedicenza deve essere un apostolato. Vincere il male con il bene. La benedicenza è una forma di apostolato che noi tutti possiamo realizzare, è un modo concreto di passare per il mondo, come Gesù Cristo, «facendo il bene» (At 10, 38 ) e di edificare e servire la Chiesa.

La maldicenza è un vizio che offende gravemente la carità, perché diffonde senza motivo o necessità oggettiva i difetti, gli errori o i peccati di altre persone, danneggiando in questo modo la loro reputazione.
Nessuno ha il diritto di ledere la fama altrui. La benedicenza, al contrario, cerca unicamente di diffondere gli aspetti positivi degli altri.

La benedicenza è contraria anche al giudizio temerario, che ammette come vero, senza avere motivi sufficienti, un difetto morale del prossimo. I giudizi temerari ci portano al sospetto e all’allontanamento del prossimo. E’ la triste realtà di chi arriva a “classificare” o catalogare una persona, guardando più in là delle sue azioni e interpretando negativamente le sue intenzioni. Semina il dubbio, tace di fronte alla buona reputazione del fratello, genera inquietudine e malessere, ruba la pace. Molte volte giudichiamo il prossimo attribuendogli i nostri propri difetti. Invece il cuore benevolo cerca di pensare bene, di giustificare, di perdonare, di comprendere. L’uomo di Dio ha presente i suoi difetti, non per giudicare il prossimo, ma per vivere con umiltà essendo apostoli del bene. Non siamo nessuno per giudicare il prossimo. Solo Dio è il giudice. E, lo sappiamo bene, questo produce pace nell’anima. E’ un dono così grande la pace! «cerca la pace e corrile dietro» (Sal 34, 15 ).

La benedicenza si oppone alla calunnia che, come ci dice la nostra fede, è un peccato gravissimo che attribuisce al prossimo e divulga ingiustamente cose false che ledono la sua buona reputazione. Nella calunnia si sommano la diffamazione e la menzogna, e per questo penso che sia uno dei peccati che più intristiscono il cuore di Gesù
Come succede con le altre virtù, non si tratta di vivere la benedicenza in modo difensivo, semplicemente preoccupandoci di non sbagliare, di “non criticare”; si tratta piuttosto di coltivare un’atteggiamento interno, decisamente positivo, una buona disposizione abituale che ci spinge ad esercitare questa virtù. Non possiamo, poi, accontentarci di tacere i difetti e gli errori dei nostri fratelli davanti agli altri. In sé, questo è già qualcosa di molto buono perché, come diceva l’apostolo Giacomo, «se uno non manca nel parlare, è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo» (Gc 3, 2). Da questo punto di vista, non potremo mai sentirci giustificati parlando male di qualcuno, di qualunque persona, poiché sarebbe l’opposto di ciò che Cristo ci ha insegnato con le sue parole e la sua vita. Ma la benedicenza va oltre, cerca di diffondere il buon nome degli altri, valorizzando le loro qualità, sottolineandone le virtù, evidenziando i loro risultati, i loro successi, ciò in cui riescono bene, lodando quanto di buono e virtuoso scopriamo in loro. Così, questa virtù diventa un apostolato, poiché si trasforma in carità costruttiva.

La benedicenza, come ogni virtù, esige una conquista personale. Normalmente non si dà in modo spontaneo e naturale. Ha in origine un altro abito ancora più profondo: pensare sempre bene del nostro prossimo, stimarlo sinceramente nel più intimo del nostro cuore. Questo implica vigilare sui nostri pensieri, combattendo principalmente i pregiudizi, fonte di frequenti e persistenti discordie, coltivando con cura la bontà, la comprensione, l’affabilità e la cortesia e, soprattutto, essendo leali, giusti e sinceri nei reciproci sentimenti e parole. Cristo seppe aspettare e comprendere gli altri. Cristo, incontrando molti peccatori, li accolse con cuore benevolo e non giustiziere. Non diffuse gli errori dei peccatori, ma li accolse con un cuore pieno di comprensione e bontà. Che conversioni ottenne con un po’ di comprensione! Rifiutiamo radicalmente i sentimenti di gelosia, invidia, rivalità e rancore. Che tutto questo non abbia posto nel nostro cuore, poiché, come cristiani, siamo chiamati ad aiutarci reciprocamente e ad essere una famiglia di fratelli nell’amore di Cristo, che si apprezzano, si stimano e si servono con grande sollecitudine. «Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui», dice San Paolo (1 Cor 12, 26 ).

Gesù ci insegna che «l’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore» (Lc 6, 45 ). L’ “uomo vecchio” – del quale ci parla San Paolo (cfr Col 3, 9 ) – ferito dal peccato originale, tende a fissarsi più sugli errori e difetti degli altri che sulle loro virtù e capacità. Ma noi cristiani contiamo sull’ausilio della grazia di Dio, in noi abita il suo Spirito ed abbiamo, dunque, le forze di cui abbiamo bisogno per sovrapporci a questa tendenza, coltivando sempre pensieri buoni e positivi.
L’uomo buono la vede con occhi di bontà. In questo modo, il male sarà vinto con il bene: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male » (Rom 12, 21 ). A tal punto dovrebbe essere un abito nelle nostre vite che, se in qualche occasione ci “sfugge” una parola che non avremmo voluto dire, dovremmo scusarci all’istante e subito mettere in risalto gli aspetti positivi.
Chiedo a Dio che ci dia la sua grazia, affinché continuiamo a sforzarci, con tutto il nostro cuore, per vivere con la maggiore perfezione possibile e crescere nella virtù della benedicenza, tanto con chi conosciamo come con gli estranei, con chi simpatizza con noi, così come con chi per natura ci potrebbe costare di più. Se amiamo solo quelli che ci amano, che merito avremo? (cfr Mt 5, 46 ). Gli inviti che Gesù ci fa a questo proposito nelle pagine del suo Vangelo sono molto chiari: «Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza nell´occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio?» (Mt 7, 1-3 ). «Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9,13 ). «Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt5, 44-45 ).

L’atteggiamento quotidiano di Gesù verso tutti, ognuno degli uomini, donne e bambini con cui si incontrava, rendeva molto viva la sua predicazione. Imitiamo Cristo in questo. Le sue parole erano oggetto di ammirazione: «Mai un uomo ha parlato come parla quest´uomo!» (Gv 7, 46 ). E non solo per le verità che proclamava ma anche per il suo cuore mite e buono. Quando, per esempio, in famiglia o al lavoro ci tocca dare una risposta negativa o dobbiamo comunicare una notizia spiacevole o apportare una correzione che potrebbe ferire qualcuno, facciamolo con la maggiore carità possibile. Facciamo vedere che nonostante si tratti di una cosa negativa o di un rimedio doloroso, l’unica cosa che cerchiamo è il bene. Non si può cercare il bene e fare uso di mezzi che non si basano o non si giustificano nella carità.

Cerchiamo di essere sempre promotori di ciò che è buono, di diffondere le opere buone che tante persone realizzano. Che attraverso le nostre parole gli altri apprezzino di più e meglio il Santo Padre, i vescovi, i parroci, i sacerdoti, gli altri Movimenti e realtà ecclesiali. Che attraverso le nostre parole, tutti ricevano una parola di apprezzamento e di coraggio. Promuoviamo sempre il dialogo nella verità e nella carità.
Impegnamoci ad essere ciò che ci chiede il Vangelo: sale della terra, luce del mondo, fermento, per mezzo della carità (cfr Mt 5, 13-14 ).
Essere un chiaro esempio di ciò che significa vivere la carità in tutte le sue sfumature. Praticare e testimoniare l’accoglienza così come è il nostro carisma.
La carità di Cristo non è soltanto un buon sentimento verso il prossimo, non si limita al piacere della filantropia. La carità infusa da Dio nell'anima trasforma dal di dentro l'intelligenza e la volontà, fonda soprannaturalmente l'amicizia e la gioia di compiere il bene.

Non possiamo chiudere gli occhi e dire che nel mondo non ci sono molti intrighi, calunnie e maldicenze. Purtroppo è ciò che riempie molte conversazioni, trasformandosi quasi in un passatempo e noi stessi possiamo restarne vittime. La nostra non deve essere una reazione di facile e affrettato giudizio: il perdono è un atto di fede, un atto di speranza. Fede è dare fiducia all'altro, guardando non al passato, ma al futuro. Così fa Dio con ciascuno di noi: ci perdona non come Colui che dimentica il nostro passato, ma come Colui che ci sospinge oltre. Chi si vendica vuole una vittoria per se stesso. Chi perdona dà la possibilità all'altro di vincere, ossia di aprirsi alla vita.

Amare il nemico non è buonismo: è un atto che rivela un “di più” che viene da chi si fida dell'uomo. Perdonare non è cancellare l'ingiustizia, ma è offrire una possibilità di conversione a chi ha sbagliato, affidandolo all'amore di Dio. Non giudicare non vuol dire chiudere gli occhi al male. Vuol dire riconoscere che non siamo noi stessi il metro di giudizio, ma Cristo, e Cristo crocifisso. Che ognuna delle nostre parole sia positiva ed abbia il segno di Gesù, mite ed umile, soprattutto in mezzo alla sofferenza, nei momenti di prova o di particolare difficoltà. Cerchiamo solo di edificare, tagliando tutto ciò che presenta il più piccolo indizio di critica o mormorazione. Che vedendoci, le persone possano dire lo stesso che si diceva dei primi cristiani: guardate come si amano.

Non solo il male, la divisione, la violenza è contagiosa. Ma anche l’amore, l’amicizia è contagiosa. Tanti sono delusi e rassegnati perché hanno vissuto troppe esperienze di dolore, di abbandono, di rapporti per calcolo e interesse. Per questo è importante comunicare, far conoscere che l’amore del Signore può essere vissuto ed è una luce per questo mondo.

La Vergine Maria, esempio eloquente di carità delicata, frutto di un cuore pieno d’amore per gli uomini, ci accompagna molto da vicino, e ci conduce al porto sicuro. Con Lei, scopriamo la sicurezza che proviene, dall’umiltà e dalla gioia di sapere che Dio ci ha invitati ad essere specchi fedeli della sua bontà .
Impariamo ad andare incontro al prossimo come lei, che con Gesù nel suo grembo verginale ha visitato la cugina Elisabetta e ha portato la gioia e la benedizione.
Impariamo ad amare come lei ha amato gli uomini sotto la croce, quando ha accettato di essere Madre di quei figli che stavano crocifiggendo il suo dilettissimo Figlio.

Fonte: http://www.reginamundi.info/

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miriam bolfissimo
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Messaggio da miriam bolfissimo » ven mag 28, 2010 11:16 am

Mia carissima anna rita, pace e bene! che bella e buona è la benedicenza! semina nel cuore di chi la pratica e in quello di chi la riceve il profumato fiore del bene e del bello e il desiderio di vivere nel bello e nel bene: leggo, e medito nel mio piccolo cuore...
  • ...oggi voglio guardare il mio prossimo con gli occhi di Dio...
...e così prego...
  • Donami il Tuo sguardo, mio grande Cuore...
Unabbraccissimodellacondivisioneringraziosissimo, miriam bolfissimo ;)
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

ALICE
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Messaggio da ALICE » ven mag 28, 2010 7:19 pm

O Vergine Immacolata, noi sappiamo che sempre ed ovunque sei disposta ad esaudire le preghiere dei tuoi figli esuli in questa valle di pianto, ma sappiamo pure che vi sono giorni ed ore in cui ti compiaci di spargere più abbondantemente i tesori delle tue grazie. Ebbene, o Maria, eccoci qui prostrati davanti a te, proprio in quello stesso giorno ed ora benedetta, da te prescelta per la manifestazione della tua Medaglia. Noi veniamo a te, ripieni di immensa gratitudine ed illimitata fiducia, in quest'ora a te sì cara, per ringraziarti del gran dono che ci hai fatto dandoci la tua immagine, affinché fosse per noi attestato d'affetto e pegno di protezione. Noi dunque ti promettiamo che, secondo il tuo desiderio, la santa Medaglia sarà il segno della tua presenza presso di noi, sarà il nostro libro su cui impareremo a conoscere, seguendo il tuo consiglio, quanto ci hai amato e ciò che noi dobbiamo fare, perché non siano inutili tanti sacrifici tuoi e del tuo divin Figlio. Sì, il tuo Cuore trafitto, rappresentato sulla Medaglia, poggerà sempre sul nostro e lo farà palpitare all'unisono col tuo. Lo accenderà d'amore per Gesù e lo fortificherà per portar ogni giorno la propria croce dietro a Lui. Questa è l'ora tua, o Maria, l'ora della tua bontà inesauribile, della tua misericordia trionfante, l'ora in cui facesti sgorgare per mezzo della tua Medaglia, quel torrente di grazie e di prodigi che inondò la terra. Fai, o Madre, che quest'ora, che ti ricorda la dolce commozione del tuo Cuore, la quale ti spinse a venirci a visitare e a portarci il rimedio di tanti mali, fai che quest'ora sia anche l'ora nostra: l'ora della nostra sincera conversione, e l'ora del pieno esaudimento dei nostri voti. Tu che hai promesso proprio in quest'ora fortunata, che grandi sarebbero state le grazie per chi le avesse domandate con fiducia: volgi benigna i tuoi sguardi alle nostre suppliche. Noi confessiamo di non meritare le tue grazie, ma a chi ricorreremo, o Maria, se non a te, che sei la Madre nostra, nelle cui mani Dio ha posto tutte le sue grazie? Abbi dunque pietà di noi. Te lo domandiamo per la tua 1mmacolata Concezione e per l'amore che ti spinse a darci la tua preziosa Medaglia. O Consolatrice degli afflitti, che già ti inteneristi sulle nostre miserie, guarda ai mali da cui siamo oppressi. Fai che la tua Medaglia sparga su di noi e su tutti i nostri cari i tuoi raggi benefici: guarisca i nostri ammalati, dia la pace alle nostre famiglie, ci scampi da ogni pericolo. Porti la tua Medaglia conforto a chi soffre, consolazione a chi piange, luce e forza a tutti. - Ma specialmente permetti, o Maria, che in quest'ora solenne ti domandiamo la conversione dei peccatori, particolarmente di quelli, che sono a noi più cari. Ricordati che anch'essi sono tuoi figli, che per essi hai sofferto, pregato e pianto. Salvali, o Rifugio dei peccatori, affinché dopo di averti tutti amata, invocata e servita sulla terra, possiamo venirti a ringraziare e lodare eternamente in Cielo. Cosi sia.

Salve Regina e tre volte "O Maria, concepita senza peccato, prega per noi che ricorriamo a Te

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