Quaresima 2009

Omelie di Monsignor Antonio Riboldi e altri commenti alla Parola, a cura di miriam bolfissimo

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Messaggio da miriam bolfissimo » mar feb 24, 2009 10:34 am

Miei carissimi tutti, pace e bene! eccoci nell’anno paolino a vivere il tempo della quaresima, con la gioia di avere l’apostolo delle genti come specialissimo e prezioso compagno di viaggio: buon santo cammino a tutti al passo della Fede, della Speranza e della Carità, ma, quel che più conta, al passo della Carità…

Un abbraccissimo, miriam bolfissimo ;)
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » mar feb 24, 2009 10:38 am


  • Messaggio di Sua Santità Benedetto XVI per la Quaresima 2009
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      • Gesù, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame (Mt 4,2)
Cari fratelli e sorelle!

All'inizio della Quaresima, che costituisce un cammino di più intenso allenamento spirituale, la Liturgia ci ripropone tre pratiche penitenziali molto care alla tradizione biblica e cristiana - la preghiera, l'elemosina, il digiuno - per disporci a celebrare meglio la Pasqua e a fare così esperienza della potenza di Dio che, come ascolteremo nella Veglia pasquale, "sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l'innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti. Dissipa l'odio, piega la durezza dei potenti, promuove la concordia e la pace" (Preconio pasquale). Nel consueto mio Messaggio quaresimale, vorrei soffermarmi quest'anno a riflettere in particolare sul valore e sul senso del digiuno. La Quaresima infatti richiama alla mente i quaranta giorni di digiuno vissuti dal Signore nel deserto prima di intraprendere la sua missione pubblica. Leggiamo nel Vangelo: "Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame" (Mt 4,1-2). Come Mosè prima di ricevere le Tavole della Legge (cfr Es 34,28), come Elia prima di incontrare il Signore sul monte Oreb (cfr 1 Re 19,8), così Gesù pregando e digiunando si preparò alla sua missione, il cui inizio fu un duro scontro con il tentatore.

Possiamo domandarci quale valore e quale senso abbia per noi cristiani il privarci di un qualcosa che sarebbe in se stesso buono e utile per il nostro sostentamento. Le Sacre Scritture e tutta la tradizione cristiana insegnano che il digiuno è di grande aiuto per evitare il peccato e tutto ciò che ad esso induce. Per questo nella storia della salvezza ricorre più volte l'invito a digiunare. Già nelle prime pagine della Sacra Scrittura il Signore comanda all'uomo di astenersi dal consumare il frutto proibito: "Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire" (Gn 2,16-17).

Commentando l'ingiunzione divina, san Basilio osserva che "il digiuno è stato ordinato in Paradiso", e "il primo comando in tal senso è stato dato ad Adamo". Egli pertanto conclude: "Il 'non devi mangiare' è, dunque, la legge del digiuno e dell'astinenza" (cfr Sermo de jejunio: PG 31, 163, 98). Poiché tutti siamo appesantiti dal peccato e dalle sue conseguenze, il digiuno ci viene offerto come un mezzo per riannodare l'amicizia con il Signore. Così fece Esdra prima del viaggio di ritorno dall'esilio alla Terra Promessa, invitando il popolo riunito a digiunare "per umiliarci - disse - davanti al nostro Dio" (8,21). L'Onnipotente ascoltò la loro preghiera e assicurò il suo favore e la sua protezione. Altrettanto fecero gli abitanti di Ninive che, sensibili all'appello di Giona al pentimento, proclamarono, quale testimonianza della loro sincerità, un digiuno dicendo: "Chi sa che Dio non cambi, si ravveda, deponga il suo ardente sdegno e noi non abbiamo a perire!" (3,9). Anche allora Dio vide le loro opere e li risparmiò.

Nel Nuovo Testamento, Gesù pone in luce la ragione profonda del digiuno, stigmatizzando l'atteggiamento dei farisei, i quali osservavano con scrupolo le prescrizioni imposte dalla legge, ma il loro cuore era lontano da Dio. Il vero digiuno, ripete anche altrove il divino Maestro, è piuttosto compiere la volontà del Padre celeste, il quale "vede nel segreto, e ti ricompenserà" (Mt 6,18). Egli stesso ne dà l'esempio rispondendo a satana, al termine dei 40 giorni passati nel deserto, che "non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio" (Mt 4,4). Il vero digiuno è dunque finalizzato a mangiare il "vero cibo", che è fare la volontà del Padre (cfr Gv 4,34). Se pertanto Adamo disobbedì al comando del Signore "di non mangiare del frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male", con il digiuno il credente intende sottomettersi umilmente a Dio, confidando nella sua bontà e misericordia.

Troviamo la pratica del digiuno molto presente nella prima comunità cristiana (cfr At 13,3; 14,22; 27,21; 2 Cor 6,5). Anche i Padri della Chiesa parlano della forza del digiuno, capace di tenere a freno il peccato, reprimere le bramosie del "vecchio Adamo", ed aprire nel cuore del credente la strada a Dio. Il digiuno è inoltre una pratica ricorrente e raccomandata dai santi di ogni epoca. Scrive san Pietro Crisologo: "Il digiuno è l'anima della preghiera e la misericordia la vita del digiuno, perciò chi prega digiuni. Chi digiuna abbia misericordia. Chi nel domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda. Chi vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo supplica" (Sermo 43: PL 52, 320. 332).

Ai nostri giorni, la pratica del digiuno pare aver perso un po' della sua valenza spirituale e aver acquistato piuttosto, in una cultura segnata dalla ricerca del benessere materiale, il valore di una misura terapeutica per la cura del proprio corpo. Digiunare giova certamente al benessere fisico, ma per i credenti è in primo luogo una "terapia" per curare tutto ciò che impedisce loro di conformare se stessi alla volontà di Dio. Nella Costituzione apostolica Pænitemini del 1966, il Servo di Dio Paolo VI ravvisava la necessità di collocare il digiuno nel contesto della chiamata di ogni cristiano a "non più vivere per se stesso, ma per colui che lo amò e diede se stesso per lui, e ... anche a vivere per i fratelli" (cfr Cap. I). La Quaresima potrebbe essere un'occasione opportuna per riprendere le norme contenute nella citata Costituzione apostolica, valorizzando il significato autentico e perenne di quest'antica pratica penitenziale, che può aiutarci a mortificare il nostro egoismo e ad aprire il cuore all'amore di Dio e del prossimo, primo e sommo comandamento della nuova Legge e compendio di tutto il Vangelo (cfr Mt 22,34-40).

La fedele pratica del digiuno contribuisce inoltre a conferire unità alla persona, corpo ed anima, aiutandola ad evitare il peccato e a crescere nell'intimità con il Signore. Sant'Agostino, che ben conosceva le proprie inclinazioni negative e le definiva "nodo tortuoso e aggrovigliato" (Confessioni, II, 10.18), nel suo trattato L'utilità del digiuno, scriveva: "Mi dò certo un supplizio, ma perché Egli mi perdoni; da me stesso mi castigo perché Egli mi aiuti, per piacere ai suoi occhi, per arrivare al diletto della sua dolcezza" (Sermo 400, 3, 3: PL 40, 708). Privarsi del cibo materiale che nutre il corpo facilita un'interiore disposizione ad ascoltare Cristo e a nutrirsi della sua parola di salvezza. Con il digiuno e la preghiera permettiamo a Lui di venire a saziare la fame più profonda che sperimentiamo nel nostro intimo: la fame e sete di Dio.

Al tempo stesso, il digiuno ci aiuta a prendere coscienza della situazione in cui vivono tanti nostri fratelli. Nella sua Prima Lettera san Giovanni ammonisce: "Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l'amore di Dio?" (3,17). Digiunare volontariamente ci aiuta a coltivare lo stile del Buon Samaritano, che si china e va in soccorso del fratello sofferente (cfr Enc. Deus caritas est[i/], 15). Scegliendo liberamente di privarci di qualcosa per aiutare gli altri, mostriamo concretamente che il prossimo in difficoltà non ci è estraneo. Proprio per mantenere vivo questo atteggiamento di accoglienza e di attenzione verso i fratelli, incoraggio le parrocchie ed ogni altra comunità ad intensificare in Quaresima la pratica del digiuno personale e comunitario, coltivando altresì l'ascolto della Parola di Dio, la preghiera e l'elemosina. Questo è stato, sin dall'inizio, lo stile della comunità cristiana, nella quale venivano fatte speciali collette (cfr 2 Cor 8-9; Rm 15, 25-27), e i fedeli erano invitati a dare ai poveri quanto, grazie al digiuno, era stato messo da parte (cfr Didascalia Ap. , V, 20,18). Anche oggi tale pratica va riscoperta ed incoraggiata, soprattutto durante il tempo liturgico quaresimale.

Da quanto ho detto emerge con grande chiarezza che il digiuno rappresenta una pratica ascetica importante, un'arma spirituale per lottare contro ogni eventuale attaccamento disordinato a noi stessi. Privarsi volontariamente del piacere del cibo e di altri beni materiali, aiuta il discepolo di Cristo a controllare gli appetiti della natura indebolita dalla colpa d'origine, i cui effetti negativi investono l'intera personalità umana. Opportunamente esorta un antico inno liturgico quaresimale: "Utamur ergo parcius, / verbis, cibis et potibus, / somno, iocis et arctius / perstemus in custodia - Usiamo in modo più sobrio parole, cibi, bevande, sonno e giochi, e rimaniamo con maggior attenzione vigilanti".

Cari fratelli e sorelle, a ben vedere il digiuno ha come sua ultima finalità di aiutare ciascuno di noi, come scriveva il Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II, a fare di sé dono totale a Dio (cfr Enc. Veritatis splendor, 21). La Quaresima sia pertanto valorizzata in ogni famiglia e in ogni comunità cristiana per allontanare tutto ciò che distrae lo spirito e per intensificare ciò che nutre l'anima aprendola all'amore di Dio e del prossimo. Penso in particolare ad un maggior impegno nella preghiera, nella lectio divina, nel ricorso al Sacramento della Riconciliazione e nell'attiva partecipazione all'Eucaristia, soprattutto alla Santa Messa domenicale. Con questa interiore disposizione entriamo nel clima penitenziale della Quaresima. Ci accompagni la Beata Vergine Maria, Causa nostrae laetitiae, e ci sostenga nello sforzo di liberare il nostro cuore dalla schiavitù del peccato per renderlo sempre più "tabernacolo vivente di Dio". Con questo augurio, mentre assicuro la mia preghiera perché ogni credente e ogni comunità ecclesiale percorra un proficuo itinerario quaresimale, imparto di cuore a tutti la Benedizione Apostolica.
  • Benedetto XVI
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Messaggio da miriam bolfissimo » mar feb 24, 2009 10:50 am


  • Un digiuno gioioso per arrivare a un cambiamento di mentalità
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Il messaggio per la Quaresima 2009 Benedetto XVI torna sul tema del digiuno. Dopo alcuni velocissimi, ma puntuali accenni ad esperienze dell'Antico Testamento, il pontefice propone l'esperienza di Gesù per il quale il digiuno è finalizzato a mangiare il vero cibo, che è fare la volontà del Padre. Da qui l'esperienza delle prime comunità cristiane e poi la nostra esperienza dove il digiuno "pare aver perso un po' della sua valenza spirituale".

Si ricordano ancora alcuni passaggi della costituzione apostolica Paenitemini di Paolo VI, sempre su questo tema, poi si passa ad indicare alcuni significati utili per i cristiani di oggi. In Quaresima - si dice - il digiuno potrebbe aiutare a ritrovare unità nella persona frantumata in mille occupazioni e distrazioni e potrebbe servire a prendere coscienza della situazione in cui vivono tanti nostri fratelli. Naturalmente non in modo automatico, ma solo se il 'digiunare' diventa occasione per far spazio ad un maggior ascolto della 'parola di salvezza' e a ricuperare e coltivare 'lo stile del buon Samaritano'. Qualche approfondimento sull'argomento.
  • Il digiuno per un po' di gioia
Per i cristiani l'ascesi quaresimale è un serio impegno di conversione per avere parte alla grazia e alla gioia pasquale. Digiunando, quindi, l'uomo si riconosce povero e impotente, bisognoso di trascendenza e di salvezza, di Qualcuno che possa disporre della sua vita. Per renderselo propizio si rimette 'nudo', spoglio davanti a Lui. Poiché tutte le tensioni sono determinate dallo scatenarsi delle passioni umane, dall'ingordigia di possedere, di dominare, di godere, ossia dall'uso disordinato e ingiusto dei beni che Dio ha offerto a tutti, occorre privarsi temporaneamente di tutto quello di cui solitamente abusiamo (cibo, denaro, beni, mezzi di comunicazione, parole...) per riscoprire ciò che è essenziale e per favorire, con la generosa condivisione, quelli che ingiustamente sono privati del necessario, gli ultimi della società. E questo non soltanto nei giorni speciali di digiuno, ma sempre, imparando a vivere con sobrietà e carità. Il digiuno e la preghiera quaresimali sono dunque una scuola di autodisciplina, una sorta di allenamento graduale per arrivare a un cambiamento di mentalità, ad una condotta che rispetti la 'volontà di Dio' e i diritti del prossimo.

Se siamo sazi di noi stessi e di cose, se siamo agguerriti interiormente per difendere sempre le nostre posizioni non possiamo aprirci né a Dio né al prossimo. Gesù stesso iniziò la sua missione di annunciare il Regno di Dio con quaranta giorni di digiuno nel deserto, nutrendosi della parola di Dio e della santa volontà del Padre. Il digiuno e la penitenza che portano alla conversione sfociano nella gioia pasquale che è liberazione dal peccato, trionfo dell'amore e della pace nei cuori e, conseguentemente, nella vita sociale e nei popoli.

Una preghiera della liturgia della Chiesa d'Oriente in tempo di quaresima riassume bene le disposizioni del vero digiuno che dovremmo fare con animo alacre e sereno: "Signore togli da me lo spirito di ozio, di scoraggiamento, di brama di potere e di vano parlare. Dona invece al tuo servo lo spirito di castità, di umiltà, di pazienza e d'amore. Sì, o Signore, concedimi di vedere i miei errori e di non giudicare il mio fratello, perché tu sei benedetto nei secoli. Amen".

Ecco perché il digiuno dei cristiani dev'essere gioioso. Si digiuna dai cibi, da ogni superfluità, e anzitutto dal peccato, per gustare la Parola di Dio e la dolcezza della preghiera come comunione d'amore con Dio e con i fratelli.
  • Un po' di silenzio per ascoltare di più
La tradizione spirituale cristiana ha sempre letto il tempo della quaresima attraverso la metafora del deserto: è un tempo 'altro' perché contrassegnato dalla prassi dello stare in disparte, della solitudine e del silenzio, in vista soprattutto dell'ascolto del Signore e del discernimento della sua volontà.

Potrebbe essere un modo interessante per riempire di significato la pratica del digiuno; potrebbe essere una proposta da fare in parrocchia, con diverse modalità, coinvolgendo gruppi di catechismo di iniziazione cristiana, genitori, catechisti e adulti impegnati in questo itinerario e l'intera comunità cristiana. Ma con proposte non generiche e non lasciate solo alla libera iniziativa.

Questo far tacere parole e presenze intorno a sé ha la funzione di disciplinare il rapporto tra la Parola di Dio e le parole: il silenzio diventa occasione e strumento per dare priorità alla Parola, per conferirle priorità rispetto all'intera giornata in modo che sia veramente ascoltata, accolta, meditata, custodita, e, quindi, realizzata con intelligenza. Il silenzio, inoltre, è necessario per far nascere una parola umana autorevole, comunicativa, penetrante, ricca di sapienza e di capacità di comunione: quante volte, invece ci pare di ascoltare parole 'vane' - lo abbiamo sperimentato soprattutto in questi giorni passati! - perché non originate dal silenzio, dal religioso ascolto; parole vuote di senso perché 'contro' qualcuno, che non sono altro che rumore, affiorare vociante dei peggiori sentimenti che ci abitano.

Oggi, purtroppo, è diventato così difficile volere il silenzio, crearlo, viverlo... Il silenzio è il grande assente dalla nostra società, dalle nostre città, dalle nostre case, dai nostri corpi, insomma dalla nostra vita. La modernità ha significato anche il trionfo del rumore, ci ha imposto una perdurante condizione di non silenzio, di non pausa a tutti i livelli e in ogni circostanza della nostra esistenza. Gli effetti di questa dominante del rumore assordante si riflettono sulle persone, sempre meno capaci di vivere consapevolmente il tempo, sempre meno disposte a vivere una vita interiore profonda e ad esercitare la comunicazione attraverso tutti i sensi, anche quelli spirituali. Si teme il silenzio come se fosse un abisso vuoto, da riempire ad ogni costo con rumore qualsiasi, mentre in realtà è ciò che permette di ascoltare bene la vita.

Anche le nostre realtà pastorali sono, spesso, vittime di questa difficoltà. E il tempo di quaresima che dovrebbe essere il tempo del digiuno per ascoltare, diventa, invece, il tempo in cui si moltiplicano le parole, i discorsi, perfino le chiacchiere. Quanta fatica a pensare e proporre momenti di silenzio per far spazio alla Parola e alla Presenza di Dio; quante difficoltà ad ascoltare e condividere, a pregare e ad adorare in silenzio... Con la scusa che i fedeli non sono abituati, che è tradizione fare questo e quello, non si ha mai il coraggio di aiutare le persone a ritrovare se stesse per una esperienza di fede che incominci dal di dentro, dal cuore dell'uomo...

La Quaresima può fornirci l'occasione per un digiuno dalle parole e dai suoni, per una ricerca e una pratica di tempi di silenzio durante il giorno e di vigilanza sulle parole perché non siano mai né violente, né vane. Ogni cristiano per vivere una vita più buona e più bella, una vita contrassegnata dalla beatitudine, deve imparare il silenzio, a custodire il silenzio, altrimenti finirà per perdere il contatto con la propria realtà autentica. Come potrà percepire la propria realtà di Figlio e a viverla profondamente se non ci sono mai momenti di familiarità e confidenza con il Padre e con il proprio fratello?
  • don Battista Rinaldi
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Messaggio da miriam bolfissimo » mar feb 24, 2009 11:18 am


  • Mercoledì delle Ceneri: liberi dall’arroganza
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«Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai» era la formula abitualmente usata nella cerimonia dell'imposizione delle ceneri. Oggi si preferisce una formula meno ruvida: "Convertitevi e credete al Vangelo".

"Sei polvere e in polvere devi tornare" sono le parole che Dio rivolge ad Adamo dopo il peccato (Genesi 3,19). Più che un castigo queste parole dicono che cosa è l'uomo se guarda se stesso senza una Parola che ne sveli il significato nascosto. Se osserva soltanto la propria esistenza, che altro può dire un uomo? È un vivente che, come ogni altro vivente e proprio perché vivente, è destinato a morire. I suoi giorni scorrono più veloci della spola e subito terminano per mancanza di filo, dice Giobbe.

Ricordare che siamo polvere è già una prima conversione, capace di liberarci dalle molte arroganze che riempiono la vita, illudendoci di dare un senso a noi stessi senza Dio. "Il ricco, quando muore, con sé non porta nulla", dice l'antica saggezza. E ancora: "Non irritarti per chi ha successo, non irritarti; ancora un poco e scompare, cerca il suo posto e più non lo trova" (Salmo 37). Lo sguardo disincantato di chi ricorda la propria caducità, libera dall'arroganza, dalle illusioni, dalle invidie e, persino, dalla paura dei potenti, come il profeta Isaia che ha trovato la libertà di sbeffeggiare la ridicola prepotenza del re di Tiro di salire in cielo, sopra le stelle, per erigervi il suo trono: "Invece sei caduto dal cielo, sotto di te si stendono le larve, i vermi sono la tua coperta" (14,11-12).

E vero: l'uomo è polvere e le sue arroganze sono così ridicole! Ma se la liturgia invita l'uomo a ricordarsene, è per aprire lo spazio all'ascolto della Parola di Dio che gli indica un ben altro destino. Solo se si prende coscienza della propria caducità, lo sguardo si fa pulito in modo d'essere capace di scorgere la potenza salvifica dell'amore di Dio.

"Che cosa è l'uomo?", si chiede il salmista (Salmo 8). Intelligentemente non pone la domanda a se stesso, né agli altri uomini, ma a Dio. Per conoscersi guarda in alto. Chiedesse soltanto a se stesso la propria identità, concluderebbe semplicemente di essere polvere. Guardando invece verso Dio si accorge di una verità che lo riempie di stupore: "Quando contemplo i cieli, opera delle tue dita, che cosa è l'uomo, perché ti ricordi di lui, un figlio d'uomo perché te ne prendi cura?". Se lo confronti con l'immensità del firmamento – noi potremmmo dire se lo misuri con il tempo, la morte, con il susseguirsi delle generazioni, con il numero sterminato degli uomini che nascono, vivono un'esistenza che pare insignificante, che muoiono - viene spontaneo pensare "che cosa conta un uomo?".

Eppure Dio si ricorda di lui. L'uomo è sospeso alla memoria di Dio - una memoria che non dimentica! - e qui trova la sua grandezza nonostante la piccolezza, qui trova la consistenza e la durata nonostante la sua precarietà. Cambiare la direzio-ne dello sguardo è la seconda conversione.

Una considerazione analoga si legge anche nel profeta Isaia (40,6): "Ogni carne è come l'erba e ogni sua gloria è come un fiore del campo... L'erba secca, il fiore appassisce, ma la Parola del nostro Dio dura per sempre". C'è dunque un modo per sfuggire alla precarietà: poggiare la propria esistenza sulla Parola di Dio, affidandosi alla sua fedeltà. L'uomo che confida in se stesso è polvere, ma non l'uomo che confida in Dio. Il prologo del vangelo di Giovanni va oltre le parole del profeta: "E la Parola si è fatta carne" (1,14). Non soltanto la Parola salva la nostra caducità, ma è entrata nel mondo della nostra precarietà, in tal modo condividendola e salvandola. Fatto uomo, il Figlio di Dio ha condiviso la morte dell'uomo, mostrando che non è più un cammino verso la polvere, ma verso la risurrezione. Lasciare che la Pasqua del Signore imprima senso e direzione alla nostra esistenza è la terza conversione, verso la quale tutta la quaresima è orientata.

Ma non senza un'ultima precisazione: con la sua vita e la sua morte il Figlio di Dio ha mostrato con chiarezza che non ogni modo di vivere vince la precarietà, ma soltanto una vita orientata al dono di sé.

È l'amore che vince la morte.

È il Crocifisso che è risorto.
  • Monsignor Bruno Maggioni
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven feb 27, 2009 4:43 pm


  • Omelia del Santo Padre Benedetto XVI nella Basilica di Santa Sabina,
    25 febbraio 2009 Mercoledì delle Ceneri
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Cari fratelli e sorelle!

Oggi, Mercoledì delle Ceneri - porta liturgica che introduce nella Quaresima -, i testi predisposti per la celebrazione tratteggiano, sia pure sommariamente, l’intera fisionomia del tempo quaresimale. La Chiesa si preoccupa di mostrarci quale debba essere l’orientamento del nostro spirito, e ci fornisce i sussidi divini per percorrere con decisione e coraggio, illuminati già dal fulgore del Mistero pasquale, il singolare itinerario spirituale che stiamo iniziando.

"Ritornate a me con tutto il cuore". L’appello alla conversione affiora come tema dominante in tutte le componenti dell’odierna liturgia. Già nell’antifona d’ingresso si dice che il Signore dimentica e perdona i peccati di quanti si convertono; nella colletta si invita il popolo cristiano a pregare perché ciascuno intraprenda "un cammino di vera conversione". Nella prima Lettura, il profeta Gioele esorta a far ritorno al Padre "con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti… perché egli è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male e ricco di benevolenza" (2,12-13). La promessa di Dio è chiara: se il popolo ascolterà l’invito a convertirsi, Dio farà trionfare la sua misericordia e i suoi amici saranno colmati di innumerevoli favori. Con il Salmo responsoriale, l’assemblea liturgica fa proprie le invocazioni del Salmo 50, domandando al Signore di creare in noi "un cuore puro", di rinnovare in noi "uno spirito saldo". Vi è poi la pagina evangelica, nella quale Gesù, mettendoci in guardia dal tarlo della vanità che porta all’ostentazione e all’ipocrisia, alla superficialità e all’autocompiacimento, ribadisce la necessità di nutrire la rettitudine del cuore. Egli mostra al tempo stesso il mezzo per crescere in questa purezza di intenzione: coltivare l’intimità con il Padre celeste.

Particolarmente gradita in questo anno giubilare, commemorativo del bimillenario della nascita di san Paolo, ci giunge la parola della seconda Lettera ai Corinti: "Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio" (5,20). Questo invito dell’Apostolo suona come un ulteriore stimolo a prendere sul serio l’appello quaresimale alla conversione. Paolo ha sperimentato in maniera straordinaria la potenza della grazia di Dio, la grazia del Mistero pasquale di cui la stessa Quaresima vive. Egli si presenta a noi come "ambasciatore" del Signore. Chi allora meglio di lui può aiutarci a percorrere in maniera fruttuosa questo itinerario di interiore conversione? Nella prima Lettera a Timoteo scrive: "Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io", ed aggiunge: "Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna" (1,15-16). L’Apostolo è dunque cosciente di essere stato scelto come esempio, e questa sua esemplarità riguarda proprio la conversione, la trasformazione della sua vita avvenuta grazie all’amore misericordioso di Dio. "Prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento – egli riconosce - ma mi è stata usata misericordia … e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato" (ibid. 1,13-14). L’intera sua predicazione, e prima ancora, tutta la sua esistenza missionaria furono sostenute da una spinta interiore riconducibile all’esperienza fondamentale della "grazia". "Per grazia di Dio sono quello che sono – scrive ai Corinzi – … ho faticato più di tutti loro [gli apostoli], non io però, ma la grazia di Dio che è con me" (1 Cor 15,10). Si tratta di una consapevolezza che affiora in ogni suo scritto ed ha funzionato come una "leva" interiore su cui Dio ha potuto agire per spingerlo avanti, verso sempre ulteriori confini non solo geografici, ma anche spirituali.

San Paolo riconosce che tutto in lui è opera della grazia divina, ma non dimentica che occorre aderire liberamente al dono della vita nuova ricevuta nel Battesimo. Nel testo del capitolo 6 della Lettera ai Romani, che sarà proclamato durante la Veglia pasquale, scrive: "Il peccato dunque non regni più nel vostro corpo mortale, così da sottomettervi ai suoi desideri. Non offrite al peccato le vostre membra come strumenti di ingiustizia, ma offrite voi stessi a Dio come viventi, ritornati dai morti, e le vostre membra a Dio come strumenti di giustizia" (6,12-13). In queste parole troviamo contenuto tutto il programma della Quaresima secondo la sua intrinseca prospettiva battesimale. Da una parte, si afferma la vittoria di Cristo sul peccato, avvenuta una volta per tutte con la sua morte e risurrezione; dall’altra, siamo esortati a non offrire al peccato le nostre membra, cioè a non concedere, per così dire, spazio di rivincita al peccato. La vittoria di Cristo attende che il discepolo la faccia sua, e questo avviene prima di tutto con il Battesimo, mediante il quale, uniti a Gesù, siamo diventati "viventi, ritornati dai morti". Il battezzato però, affinché Cristo possa regnare pienamente in lui, deve seguirne fedelmente gli insegnamenti; non deve mai abbassare la guardia, per non permettere all’avversario di recuperare in qualche modo terreno.

Ma come portare a compimento la vocazione battesimale, come essere vittoriosi nella lotta tra la carne e lo spirito, tra il bene e il male, lotta che segna la nostra esistenza? Nel brano evangelico il Signore ci indica oggi tre utili mezzi: la preghiera, l’elemosina e il digiuno. Nell’esperienza e negli scritti di San Paolo troviamo anche al riguardo utili riferimenti. Circa la preghiera, egli esorta a "perseverare" e a "vegliare in essa, rendendo grazie" (Rm 12,12; Col 4,2), a "pregare ininterrottamente" (1 Ts 5,17). Gesù è nel fondo del nostro cuore. La relazione con Lui è presente e rimane presente anche se parliamo, agiamo secondo i nostri doveri professionali. Per questo nella preghiera c’è la presenza interiore nel nostro cuore della relazione con Dio, che diventa volta a volta anche preghiera esplicita. Per quanto concerne l’elemosina, sono certamente importanti le pagine dedicate alla grande colletta in favore dei fratelli poveri (cfr 2 Cor 8-9), ma va sottolineato che per lui è la carità il vertice della vita del credente, il "vincolo della perfezione": "sopra tutte queste cose – scrive ai Colossesi - rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto" (Col 3,14). Del digiuno non parla espressamente, esorta però spesso alla sobrietà, come caratteristica di chi è chiamato a vivere in vigilante attesa del Signore (cfr 1 Ts 5,6-8; Tt 2,12). Interessante è pure il suo accenno a quell’"agonismo" spirituale che richiede temperanza: "ogni atleta – scrive ai Corinzi – è disciplinato in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce, noi invece una che dura per sempre" (1 Cor 9,25). Il cristiano deve essere disciplinato per trovare la strada ed arrivare realmente al Signore.

Ecco dunque la vocazione dei cristiani: risorti con Cristo, essi sono passati attraverso la morte e ormai la loro vita è nascosta con Cristo in Dio (cfr Col 3,1-2). Per vivere questa "nuova" esistenza in Dio è indispensabile nutrirsi della Parola di Dio. Solo così possiamo realmente essere congiunti con Dio, vivere alla sua presenza, se siamo in dialogo con Lui. Gesù lo dice chiaramente quando risponde alla prima delle tre tentazioni nel deserto, citando il Deuteronomio: "Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio" (Mt 4,4; cfr Dt 8,3). San Paolo raccomanda: "La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati" (Col 3,16). Anche in questo, l’Apostolo è innanzitutto testimone: le sue Lettere sono la prova eloquente del fatto che egli viveva in permanente dialogo con la Parola di Dio: pensiero, azione, preghiera, teologia, predicazione, esortazione, tutto in lui era frutto della Parola, ricevuta fin dalla giovinezza nella fede ebraica, pienamente svelata ai suoi occhi dall’incontro con Cristo morto e risorto, predicata per il resto della vita durante la sua "corsa" missionaria. A lui fu rivelato che Dio ha pronunciato in Gesù Cristo la Parola definitiva, sé stesso, Parola di salvezza che coincide con il mistero pasquale, il dono di sé nella Croce che diventa poi risurrezione, perché l’amore è più forte della morte. San Paolo poteva così concludere: "Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo" (Gal 6,14). In Paolo la Parola si è fatta vita, ed unico suo vanto è Cristo crocifisso e risorto.

Cari fratelli e sorelle, mentre ci disponiamo a ricevere le ceneri sul capo in segno di conversione e di penitenza, apriamo il cuore all’azione vivificante della Parola di Dio. La Quaresima, contrassegnata da un più frequente ascolto di questa Parola, da più intensa preghiera, da uno stile di vita austero e penitenziale, sia stimolo alla conversione e all’amore sincero verso i fratelli, specialmente quelli più poveri e bisognosi. Ci accompagni l’apostolo Paolo, ci guidi Maria, attenta Vergine dell’ascolto e umile Serva del Signore. Potremo così giungere, rinnovati nello spirito, a celebrare con gioia la Pasqua. Amen!
  • Benedetto XVI
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven feb 27, 2009 4:48 pm


  • Linee significative per un esame di coscienza
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Prima di chiederti: «Che male ho fatto?», chiediti: «Che bene ho fatto?». Consapevole che i peccati più gravi sono quelli di omissione, interroga la tua coscienza sul compimento dei tuoi doveri familiari, professionali, civili, sociali, ecclesiali.

Poiché la morale cristiana è compendiata nel comandamento dell'amore, chiediti se ami il Signore con tutto il cuore. E poiché non è possibile amare il Signore senza conoscerlo, chiediti se non ascolti mai la sua Parola e vivi nell'ignoranza religiosa. Siccome, poi, l'amore di Dio non è mai disgiunto dall'amore del prossimo, chiediti se ami concretamente le persone che ti stanno vicino e quelle che hai incontrato nel cammino della vita.

Prima di chiederti quali singoli peccati hai commesso, chiediti se ti trovi in stato permanente di peccato: in stato di infedeltà coniugale, in stato di rancore, in stato di incompetenza professionale, in stato di pigrizia nell'attività lavorativa, in stato di indifferenza nei confronti di chi ha bisogno del tuo aiuto, in stato di idolatria perché al primo posto, nella tua vita, anziché il vero Dio, c'è l'idolo del denaro, del piacere, del tuo proprio "io".

Prima di dire a te stesso: «non ho ammazzato, non ho rubato, quindi sono a posto in coscienza», comincia a passare in rassegna i comandamenti di Dio, che sono dieci e non due; e inoltre pensa che ci sono molti modi di "ammazzare'' (per es. «ne uccide più la lingua che la spada»), molti modi di rubare (per es. evadere il fisco, non compiere diligentemente il proprio lavoro...).
  • monsignor Giuseppe Greco
Ultima modifica di miriam bolfissimo il gio mar 05, 2009 9:21 am, modificato 1 volta in totale.
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun mar 02, 2009 10:27 am


  • Angelus della I domenica di Quaresima, 1° marzo 2009
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Cari fratelli e sorelle!

Oggi è la prima domenica di Quaresima, e il Vangelo, con lo stile sobrio e conciso di san Marco, ci introduce nel clima di questo tempo liturgico: "Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana" (Mc 1,12). In Terra Santa, ad ovest del fiume Giordano e dell’oasi di Gerico, si trova il deserto di Giuda, che per valli pietrose, superando un dislivello di circa mille metri, sale fino a Gerusalemme. Dopo aver ricevuto il battesimo da Giovanni, Gesù si addentrò in quella solitudine condotto dallo stesso Spirito Santo, che si era posato su di Lui consacrandolo e rivelandolo quale Figlio di Dio. Nel deserto, luogo della prova, come mostra l’esperienza del popolo d’Israele, appare con viva drammaticità la realtà della kenosi, dello svuotamento di Cristo, che si è spogliato della forma di Dio (cfr Fil 2,6-7). Lui, che non ha peccato e non può peccare, si sottomette alla prova e perciò può compatire la nostra infermità (cfr Eb 4,15). Si lascia tentare da Satana, l’avversario, che fin dal principio si è opposto al disegno salvifico di Dio in favore degli uomini.

Quasi di sfuggita, nella brevità del racconto, di fronte a questa figura oscura e tenebrosa che osa tentare il Signore, appaiono gli angeli, figure luminose e misteriose. Gli angeli, dice il Vangelo, "servivano" Gesù (Mc 1,13); essi sono il contrappunto di Satana. "Angelo" vuol dire "inviato". In tutto l’Antico Testamento troviamo queste figure, che nel nome di Dio aiutano e guidano gli uomini. Basta ricordare il Libro di Tobia, in cui compare la figura dell’angelo Raffaele, che assiste il protagonista in tante vicissitudini. La presenza rassicurante dell’angelo del Signore accompagna il popolo d’Israele in tutte le sue vicende buone e cattive. Alle soglie del Nuovo Testamento, Gabriele è inviato ad annunciare a Zaccaria e a Maria i lieti eventi che sono all’inizio della nostra salvezza; e un angelo, del quale non si dice il nome, avverte Giuseppe, orientandolo in quel momento di incertezza. Un coro di angeli reca ai pastori la buona notizia della nascita del Salvatore; come pure saranno degli angeli ad annunciare alle donne la notizia gioiosa della sua risurrezione. Alla fine dei tempi, gli angeli accompagneranno Gesù nella sua venuta nella gloria (cfr Mt 25,31). Gli angeli servono Gesù, che è certamente superiore ad essi, e questa sua dignità viene qui, nel Vangelo, proclamata in modo chiaro, seppure discreto. Infatti anche nella situazione di estrema povertà e umiltà, quando è tentato da Satana, Egli rimane il Figlio di Dio, il Messia, il Signore.

Cari fratelli e sorelle, toglieremmo una parte notevole del Vangelo, se lasciassimo da parte questi esseri inviati da Dio, i quali annunciano la sua presenza fra di noi e ne sono un segno. Invochiamoli spesso, perché ci sostengano nell’impegno di seguire Gesù fino a identificarci con Lui. Domandiamo loro, in particolare quest’oggi, di vegliare su di me e sui collaboratori della Curia Romana che questo pomeriggio, come ogni anno, inizieremo la settimana di Esercizi spirituali. Maria, Regina degli Angeli, prega per noi!
  • Benedetto XVI
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun mar 02, 2009 11:00 am


  • Gesù, tentato da Satana, è servito dagli angeli
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Mercoledì abbiamo iniziato la Quaresima. La proposta è semplice, diretta, perché deve penetrare nelle tante abitudini, convinzioni, in quella selva di difese e di diffidenze che ci rendono sempre uguali a noi stessi, poco vulnerabili, incapaci di umiliarci in un inizio che è sempre necessariamente povero: "Cambia il cuore e credi al Vangelo". Gesù affrontò il male nel deserto, "tentato da Satana", dice il vangelo di Marco. Inizia così l’agonia di Gesù, la lotta tra la vita e la morte. Sì.

Per questo il tempo è compiuto. Il Signore, amante degli uomini, viene a combattere il nemico dell’uomo, colui che semina divisione, che è dietro l’istinto di orgoglio o di amore per sé. Per questo chiede di convertirsi. Non è un pio esercizio, un di più per giusti, facoltativo per i mediocri. Chiede di cambiare perché ama il mondo e non può accettarlo così com’è; non vuole che la tua vita si perda, non la considera persa, la vuole migliore.

Chi non cambia si conserva e finisce per concedersi, senza scegliere magari, agli idoli muti e sordi. Quante volte preferiamo questi ad un amante appassionato come Gesù! Sì, perché in realtà abbiamo paura dell’amore, lo riduciamo ai nostri limiti angusti, fuggiamo colui che ama, come il giovane ricco che resta legato alle sue ricchezze, che sceglie l’afflizione perché non sa abbandonarsi a colui che fissatolo lo aveva amato.

La Quaresima è un itinerario. Per uomini amanti delle soluzioni rapidi, facili, immediate; che si fidano della prima impressione; che poco scelgono l’umiliazione di una disciplina del cuore; che diventano vittime dei loro stessi giudizi superficiali; per una generazione come la nostra che scambia la complessità come indecisione e crede di avere sempre possibili tutte le scelte la quaresima è un invito insistente, ripetuto e affettuoso. Cambia chi si accorge dell’abisso del suo cuore ed inizia la via del pentimento.

Quaresima è un tempo di perdono e di gioia perché ritroviamo il nostro cuore, ascoltando un padre che ci ama e rinnova. Il giusto non trova gioia. Non chiede perdono e non sa perdonare. In fondo deve aggrapparsi alla sua ipocrisia per non precipitare nell’abisso del peccato, perché non crede al perdono. Non sa piangere le lacrime, fugge il dolore dell’amarezza, l’umiliazione di scoprirsi come si è e di chiedere aiuto. Ma rimane, anche triste. Il peccatore trova consolazione. Non siamo noi poveri di amore, freddi, paurosi, aggressivi, infedeli, incostanti, pieni di rancori, comandati dall’orgoglio istintivo? Non si riempie, forse, facilmente il cuore con tante paure e inimicizie, diffidenze, ostilità? Non diventa senza limite, vorace di soddisfazione, di confronti, di piccole affermazioni dell’io?

C’è grande bisogno di cambiare il nostro cuore perché il mondo è pieno d’inimicizia e di violenza. Può vivere il mondo senza cuore? Chi darà un cuore ad un mondo che si appassiona solo per le cose, per il mercato, per quello che non conta? Chi restituirà i tanti anni che la fame, la durezza della vita rubano a milioni di poveri nel terzo mondo? Chi toglierà dal cuore di tanti l’abitudine alla violenza, l’imbarbarimento che cancella la pietà e la compassione?

Per questo accogliamo la gioiosa proposta di cambiare, iniziando dal nostro cuore. Come il peccato, la complicità con il male ha sempre un effetto sugli altri così ugualmente il nostro cambiamento è costruire un mondo di pace e disinquinarlo dalla violenza. Un cuore buono rende bella ed umana la vita di tanti. I discepoli di Gesù sono gente di cuore e che si prendono a cuore gli altri.

Credi al Vangelo, all’ingenuità del padre che abbraccia il figlio e lo riveste del suo perdono, senza meriti, senza espiazioni solo perché è tornato in vita. Credi che il Vangelo è via di pace, che il mondo non è irreformabile. Credi che un cuore pieno di sentimenti, spirituale, vince la logica della guerra e può affrettare il giorno della pace. Credi nella forza della preghiera, apri con frequenza il Vangelo, fai silenzio delle tue ragioni per ascoltare lui, invoca con il salmista, supplica Dio insieme al malato, al sofferente, a colui che è colpito dal male.

Così scoprirai di nuovo l’alleanza di amore di Dio. Dio fece dono della terra agli uomini, ma li ammonì perché rispettassero la vita dell’uomo, il suo sangue, perché nessuno vivesse disinteressato della vita dell’altro. Il comandamento di Dio è contro la violenza. L’uomo che si converte, che diventa pacifico ricostruisce questa alleanza, che è come una nuova creazione. Nel profondo del cuore umano, c’è un desiderio di pace. Quaresima è ritrovare dentro il cuore mio e del mio prossimo quell’arco di pace, perché finisca il diluvio della violenza, delle tempeste dell’amore di sé, della rassegnazione, perché i tanti che scrutano il cielo implorando aiuto e protezione, che chiedono pace e speranza, possano vedere presto quell’arco.
  • monsignor Vincenzo Paglia
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Buon cammino quaresimale!

Messaggio da Don Armando Maria » gio mar 05, 2009 9:00 am

Ave Maria! Miriam ci propone pagine, piene di sapienza e assai preziose che, leggendole, ci saranno di grande aiuto in questo cammino quaresimale. La santa quaresima è un tempo forte per il nostro cammino spirituale, che ha come meta gioiosa la Pasqua del Signore. Ora è tempo di grazia e di misericordia, è tempo di penitenza e preghiera, e la Chiesa ci invita ad entrare con Gesù nel deserto assieme con Lui. Là Egli ha digiumnato e ha lottato contro satana con la preghiera del cuore e con la Parola di Dio. Gesù ha sofferto molto nel deserto, e per ben quaranta giorni! Tutto l'inferno gli è andato contro per bloccarlo nel suo cammino di redenzione. Ma Gesù ha sconfitto satana con il digiuno, la preghiera e la Parola di Dio. Egli ci ha dato l'esempio come fare per sconfiggere le tentazione per poter poi vivere bene la Santa Pasqua. Ora è tempo di entrare con Gesù nel deserto... Facciamogli compagnia e siamoGli di consolazione, come ha fatto Maria. Vivendo il silenzio del suo deserto, la sua Passione e la sua Croce, gusteremo per davvero la sua Pasqua di Risurrezione dentro l'anima. Pace e gioia
Gesù e la Mamma Celeste vi amano assai e vi benedicono; e anche io, nel loro Santissimo Amore vi voglio bene e vi benedico per intercessione del Cuore Immacolato di Maria: nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Don Armando Maria

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Messaggio da miriam bolfissimo » gio mar 05, 2009 4:19 pm

Aprimi al tuo silenzio
  • Signore, mi ricordo di tutto,
    non posso dimenticarmi di te,
    della tua tenerezza.

    Aprimi al tuo silenzio,
    tutto ciò che ho dimenticato
    sussurralo al mio orecchio.

    Non vorresti confidarmi ciò
    che mi rende fedele a te;
    non vuoi che la mia carne ritrovi il ricordo
    della tua mano stretta nella mia?

    Nel più profondo di me incidi
    con tutto il tuo fuoco
    la meraviglia del tuo amore,
    della tua gloria.

    Allora la mia vita si risveglierà
    e il mio amore saprà ricordarsi,
    e vedrai tutto il mio essere
    ardere della Parola di gioia
    e correre davanti ai fratelli
    per cantare il suo Signore
    e lodare il mio Dio.

    • Pierre Griolet
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun mar 09, 2009 11:52 am


  • Angelus della II domenica di Quaresima, 8 marzo 2009
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Cari fratelli e sorelle!

Nei giorni scorsi, come sapete, ho fatto gli Esercizi spirituali, insieme con i miei collaboratori della Curia Romana. E’ stata una settimana di silenzio e di preghiera: la mente e il cuore hanno potuto dedicarsi interamente a Dio, all’ascolto della sua Parola, alla meditazione dei misteri di Cristo. Fatte le debite proporzioni, è un po’ quello che accadde agli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni quando Gesù li portò con sé su un alto monte, in disparte, loro soli, e mentre pregava si "trasfigurò": il suo volto e la sua persona apparvero luminosi, splendenti. La liturgia ripropone questo celebre episodio proprio oggi, seconda domenica di Quaresima (cfr Mc 9,2-10). Gesù voleva che i suoi discepoli, in particolare quelli che avrebbero avuto la responsabilità di guidare la Chiesa nascente, facessero un’esperienza diretta della sua gloria divina, per affrontare lo scandalo della croce. In effetti, quando verrà l’ora del tradimento e Gesù si ritirerà a pregare nel Getsemani, terrà vicini gli stessi Pietro, Giacomo e Giovanni, chiedendo loro di vegliare e pregare con Lui (cfr Mt 26,38). Essi non ce la faranno, ma la grazia di Cristo li sosterrà e li aiuterà a credere nella Risurrezione.

Mi preme sottolineare che la Trasfigurazione di Gesù è stata sostanzialmente un’esperienza di preghiera (cfr Lc 9,28-29). La preghiera, infatti, raggiunge il suo culmine, e perciò diventa fonte di luce interiore, quando lo spirito dell’uomo aderisce a quello di Dio e le loro volontà si fondono quasi a formare un tutt’uno. Quando Gesù salì sul monte, si immerse nella contemplazione del disegno d’amore del Padre, che l’aveva mandato nel mondo per salvare l’umanità. Accanto a Gesù apparvero Elia e Mosè, a significare che le Sacre Scritture erano concordi nell’annunciare il mistero della sua Pasqua, che cioè il Cristo doveva soffrire e morire per entrare nella sua gloria (cfr Lc 24,26.46). In quel momento Gesù vide profilarsi davanti a sé la Croce, l’estremo sacrificio necessario per liberare noi dal dominio del peccato e della morte. E nel suo cuore, ancora una volta, ripeté il suo "Amen". Disse sì, eccomi, sia fatta, o Padre, la tua volontà d’amore. E, come era accaduto dopo il Battesimo nel Giordano, vennero dal Cielo i segni del compiacimento di Dio Padre: la luce, che trasfigurò il Cristo, e la voce che lo proclamò "il Figlio amato" (Mc 9,7).

Insieme con il digiuno e le opere della misericordia, la preghiera forma la struttura portante della nostra vita spirituale. Cari fratelli e sorelle, vi esorto a trovare in questo tempo di Quaresima prolungati momenti di silenzio, possibilmente di ritiro, per rivedere la propria vita alla luce del disegno d’amore del Padre celeste. Lasciatevi guidare in questo più intenso ascolto di Dio dalla Vergine Maria, maestra e modello di preghiera. Lei, anche nel buio fitto della passione di Cristo, non perse ma custodì nel suo animo la luce del Figlio divino. Per questo la invochiamo Madre della fiducia e della speranza!
  • Benedetto XVI
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Quaresima 2009

Messaggio da miriam bolfissimo » lun mar 09, 2009 3:34 pm


  • Questi è il mio figlio: l'amato
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È la seconda domenica di questo cammino della Quaresima, iniziato con l’invito personale e insieme rivolto all’intera assemblea: "Ritornate a me con tutto il cuore". Il cristiano deve prendere sul serio la Quaresima. È il Signore che chiama ad una rottura profonda con i nostri pensieri e con il nostro stile di vita.

Il ritorno inizia con il rientrare in se stessi, vera umiltà per gente deformata dall’euforia dell’abbondanza e dall’orgoglio dell’io. È tempo per presentarsi alla casa del padre come servi, finalmente come lavoratori e con un cuore in pace e non come figli presuntuosi ed irrequieti, stolidamente sicuri di un amore che si pensa acquisito, che si riduce a proprietà, che si conserva. Tornare per essere perdonati, vecchi e segnati dal peccato come siamo, cercando la gioia di essere abbracciati dal padre i cui pensieri non sono i nostri pensieri.

Tornare perché solo un cuore libero dal male si dissocia dalla guerra, trasmette pace e la sa chiedere per un mondo che troppo si è abituato alla violenza, che si illude di potere convivere con l’odio, che non sa cercare la giustizia e la pace. Tornare per essere rivestiti della dignità persa dietro al consumismo pratico, che non si contrappone apertamente, ed a cui lasciamo un così grande spazio.

È facile pensare come il fratello maggiore, da dignitari, sicuri; sentendosi a posto; affermando, anche a costo di umiliare il padre, il proprio sentire e la propria giustizia; credendo di non avere mai smesso di fare quanto era chiesto. Anche il fratello maggiore deve tornare, potrebbe tornare, proprio iniziando ad abbandonarsi alla gioia ed al perdono, accogliendo il fratello, liberandosi dai giudizi e dalla sua memoria triste.

In realtà è lontano dai sentimenti del padre: vive nella sua casa, ma in maniera individualista, attento al mio ed al tuo. Non torna quando crede più alla sua giustizia che all’amore. La sua infedeltà si rivela proprio di fronte alla misericordia. Egli parla contrapponendosi; sa usare solo l’io, "quello che io ho fatto", che "io ho provato", "che io penso"; mentre il padre non smette, accorato, di difendere il noi di una familiarità che è salvezza per quella casa ed anche per quei due figli che continua ad amare.

Il fratello maggiore non è felice, perché non c’è felicità senza amore. Non si può essere felici da soli; non si può essere felici senza gli altri; non si può essere felici contro gli altri. "Ritornate a me con tutto il cuore". Sul monte sale Gesù. In realtà è lui stesso il sacrificio: lui sceglie di non salvare se stesso, di non risparmiarsi. È un uomo segnato dalla sofferenza, cosciente che avrebbe dovuto salire un altro monte, quello del Golgota. Non c’è gioia evitando il male, fuggendo dalla sofferenza.

La quaresima è salire sul monte, è questa ascesi. Non si arriva subito: occorre pazienza, fiducia, cuore, per uomini poco interiori, incostanti e volubili come siamo noi, così condizionati dal presente. È ascesi per limitare la schiavitù dell’amore per sé, per allargare il cuore che si restringe quando non lo curiamo o restiamo fermi; ascesi per trovare la felicità. Occorre salire per potere contemplare le cose del cielo e quindi il senso ed il futuro delle nostre povere persone. Sul monte la presenza ordinaria del Signore, che spesso abbiamo trattato con sufficienza, ridotto ad una compagnia abituale, rivela pienamente la luce che contiene. Senza salire sul monte dell’ascolto, della preghiera la sera, della santa liturgia nel giorno del Signore; senza salire andando al fondo di sé seguendo lui, la vita si riduce a quello che vedo, che mi serve, che tocco, che possiedo, che mi conviene. Si riduce a me.

Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni. Insegna loro ad esser concordi, perché siano liberi dal sonno dell’individualismo e della tristezza. Gesù vorrà di nuovo accanto a sé proprio questi tre discepoli per potere salire con loro l’altro monte, quando sarà spogliato di ogni felicità. E dormiranno. Se non si mette al centro Lui si finisce per discutere su chi è il più grande o, semplicemente, per addormentarsi.

Pietro non sa bene che dire. Si lascia andare ed esclama: "È bello per noi restare qui! Facciamo tre tende!". Pensa che la felicità sia una situazione da prolungare il più possibile, come un benessere da conservare. No. La felicità si vive e diviene interiore. Le tende bisogna costruirle nel mondo, nei cuori induriti degli uomini, nella vita ordinaria. Bisogna costruire tende dove risuoni la parola di beatitudine del Figlio prediletto, che tutti possiamo ascoltare e vivere. È bello per noi godere di questa luce. È bello che i fratelli stiano assieme. È bello perché nessuno può impadronirsene, perché la felicità è contagiosa, perché cresce comunicandosi. Questa santa liturgia è sua; è bella perché riflette, nella nostra povera debolezza, la forza luminosa dell’amore di Dio, forza che sarà piena in cielo. La stessa luce, luce del cielo, la contempliamo nella gioia dei poveri amati; degli anziani consolati; dei malati che riprendono a sperare, di chi è reso luminoso dalla compagnia di un estraneo diventato prossimo.

È la stessa luce di quel monte, anticipo della luce del mattino di Pasqua. I tre discepoli vengono raggiunti da una voce: "Questi è il mio figlio prediletto. Ascoltatelo!". Sì, la luce dell’amore non è una magia ma un uomo, quello di sempre, che continua a camminare con noi. Resta lui solo, non videro più nessuno. È lo stesso Signore che rimane nella vita ordinaria, continuando a comunicare quell’energia di pienezza, di luce, di pace che trasfigura la vita del mondo. Luce che ci viene affidata per la gioia di coloro che sono nelle tenebre e nell’ombra di morte, per liberare il mondo dal buio, per illuminare la notte del dolore.
  • monsignor Vincenzo Paglia
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Quaresima 2009

Messaggio da miriam bolfissimo » ven mar 13, 2009 10:26 am


  • Digiuno. Perché ha senso nel XXI secolo
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In una stagione in cui i modelli offerti soprattutto alle giovani generazioni sono quelli della vanità, del successo a ogni costo, dell’esibizione, dell’incontinenza verbale e comportamentale, i cristiani dovrebbero avere il coraggio e la franchezza di testimoniare messaggi capaci di aiutare gli uomini a percorrere cammini di liberazione e non di asservimento a idoli e miti illusori e fallaci. E la Quaresima, tempo di 'esercizio' per una vita spirituale più profonda e autentica, può essere l’occasione per richiamare tutti all’etica perché il problema economico, politico e sociale che affligge l’occidente è in ampia misura di natura etica, dunque un problema di coscienze e di scelte individuali che plasmano e progettano la convivenza civile.

Molto opportunamente il messaggio di Benedetto XVI per la Quaresima di quest’anno è un invito e un insegnamento sul digiuno cristiano che è anche pratica di sobrietà, un antidoto alla voracità e al consumismo, un rapporto con i beni che aiuti la qualità della vita degli esseri umani in società. Il discorso sul digiuno si colloca quindi nell’esercizio della coscienza individuale, ma riguarda la societas ed è essenziale per tracciare cammini di condivisione e di comunione.

Per questo è molto importante che la chiesa rinnovi il suo insegnamento sul digiuno, soprattutto oggi che esso viene riscoperto come valore per ragioni estetiche, salutiste, igieniste e anche ideologico-politiche. Questo dato fa sì che, nonostante l’ideologia consumista, il messaggio cristiano trovi un’accoglienza più attenta oggi rispetto ai decenni passati.

Eppure – in ambito occidentale e a differenza di quanto accade ancora oggi presso le chiese d’oriente – la pratica ecclesiale del digiuno è di fatto quasi scomparsa: l’astinenza dalle carni al venerdì liberamente sostituibile con altri gesti slegati dal rapporto con il cibo, il digiuno ascetico limitato a due soli giorni all’anno – il mercoledì delle Ceneri e il Venerdì santo – quello in preparazione alla comunione eucaristica ridotto formalmente a un’ora... Così una prassi vissuta già da Israele, riproposta da Cristo, accolta dalla grande tradizione ecclesiale d’oriente e d’occidente, è sempre meno presente, non più richiesta.

Fenomeno apparentemente paradossale, perché se esaminiamo i dati biblici sul digiuno, troviamo che esso assume, fin dall’Antico Testamento, valenze molteplici e ancora attualissime. Da rito di dolore e di lamento che riveste anche caratteri penitenziali, comune a tante tradizioni religiose, il digiuno si sviluppa infatti come pratica che alimenta la preghiera, personale e comunitaria, e come preparazione all’incontro con Dio: emblematico in questo senso il digiuno chiesto a Mosè e al popolo di Israele prima del dono della Legge sul Sinai e della stipulazione dell’alleanza. E proprio questa dimensione di preparazione fa del digiuno una via privilegiata per un rapporto autentico con Dio e con gli altri, capace com’è di educare al rifiuto della voracità, a un contenimento dell’aggressività, a un implemento della condivisione, a una prassi di giustizia.

Nel Nuovo Testamento l’inizio del ministero pubblico di Gesù è significativamente preceduto da un digiuno prolungato: con esso Gesù respinge così gli assalti del tentatore (Mt 4,2), vincendo le dominanti che condizionano l’uomo e lasciando un esempio ai suoi discepoli. Dai quaranta giorni di Gesù nel deserto e dal suo conseguente operare il bene in mezzo agli uomini emerge con chiarezza il fine del digiuno: l’obbedienza alla volontà di Dio e al suo disegno di amore per l’umanità. Il cristiano non vive di solo pane, di cibo materiale, ma soprattutto della Parola e del Pane eucaristici, della vita divina: una prassi personale ed ecclesiale di digiuno fa parte della sequela di Gesù che ha digiunato, è obbedienza al Signore che ha chiesto ai suoi discepoli la preghiera e il digiuno (Mt 9,15; Mc 9,29; cf. At 13,2-3; 14,23), è confessione di fede fatta con il corpo, è pedagogia che porta la totalità della persona all’adorazione di Dio. Venuti i giorni in cui «lo Sposo è tolto», dice Gesù, «i discepoli digiuneranno» (Mc 2,20), attestando così a loro stessi e alla comunità che ne attendono il ritorno pregando e digiunando.

Certo, il rischio di fare del digiuno un’opera meritoria, una performance ascetica è sempre presente, ma la tradizione biblica ammonisce che esso deve avvenire nel segreto, nell’umiltà (Mt 6,1-18), con uno scopo preciso: la giustizia, la condivisione, l’amore per Dio e per il prossimo: «Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?» (Is 58,6). Ecco perché anche la tradizione patristica è molto equilibrata, sapiente ed esigente su questo tema: «Il digiuno è inutile e anche dannoso per chi non ne conosce i caratteri e le condizioni» (Giovanni Crisostomo); «È meglio mangiare carne e bere vino piuttosto che divorare con la maldicenza i propri fratelli» (Abba Iperechio); «Se praticate l’ascesi di un regolare digiuno, non inorgoglitevi. Se per questo vi insuperbite, piuttosto mangiate carne, perché è meglio mangiare carne che gonfiarsi e vantarsi» (Isidoro il Presbitero)... Sì, il fine della vita cristiana è la carità, e il digiuno è sempre e solo un mezzo, ma la chiesa richiede questa prassi nella consapevolezza che il corpo va coinvolto nella preghiera e che la fatica: la lotta contro le tentazioni non possono essere ridotte a una dimensione intellettuale.

Così, per ritrovare la propria verità, quella verità umana che con la grazia diventa la verità cristiana, occorre pensare, pregare, condividere i beni, conoscere il male che ci abita, ma anche digiunare quale disciplina dell’oralità. Il mangiare appartiene al registro del desiderio, deborda la semplice funzione nutritiva per rivestire rilevanti connotazioni affettive e simboliche. L’essere umano in quanto tale non si nutre di solo cibo, ma di parole e gesti scambiati, di relazioni, di amore, cioè di tutto ciò che dà senso alla vita nutrita e sostentata dal cibo. Il mangiare del resto dovrebbe avvenire insieme, in una dimensione di convivialità, di scambio che invece, purtroppo e non a caso, sta a sua volta scomparendo in una società in cui il cibo è ridotto a carburante da assimilare abbondantemente e il più sbrigativamente possibile.

Il digiuno svolge allora la fondamentale funzione di farci discernere qual è la nostra fame, di che cosa viviamo, di che cosa ci nutriamo e di ordinare i nostri appetiti intorno a ciò che è veramente l’unico necessario. E tuttavia sarebbe profondamente ingannevole pensare che il digiuno – nella varietà di forme e gradi che la tradizione cristiana ha sviluppato: digiuno totale, astinenza dalle carni, assunzione di cibi vegetali o soltanto di pane e acqua –, sia sostituibile con qualsiasi altra mortificazione o privazione. Il mangiare rinvia al primo modo di relazione del bambino con il mondo esterno: il bambino non si nutre solo del latte materno, ma inizialmente conosce l’indistinzione fra madre e cibo; quindi si nutre delle presenze che lo attorniano: egli 'mangia', introietta voci, odori, forme, visi, e così, pian piano, si edifica la sua personalità relazionale e affettiva. Questo significa che la valenza simbolica del digiuno è assolutamente peculiare e che esso non può trovare 'equivalenti' in altre forme di rinuncia: gli esercizi ascetici non sono interscambiabili!

Con il digiuno noi impariamo a conoscere e a moderare i nostri molteplici appetiti attraverso la moderazione di quello primordiale e vitale: la fame, e impariamo a disciplinare le nostre relazioni con gli altri, con la realtà esterna e con Dio, relazioni sempre tentate di voracità.

Il digiuno è ascesi del bisogno ed educazione del desiderio. Solo un cristianesimo insipido che si comprende sempre più come morale sociale può liquidare il digiuno come irrilevante e pensare che qualsiasi privazione di cose superflue (dunque non vitali come il mangiare) possa essergli sostituita: è questa una tendenza che dimentica lo spessore del corpo e il suo essere tempio dello Spirito santo. In verità il digiuno è la forma con cui il credente confessa la fede nel Signore con il suo stesso corpo, è antidoto alla riduzione intellettualistica della vita spirituale o alla sua confusione con lo psicologico. In questo senso la quaresima può essere davvero il tempo propizio che ci riporta, ci fa tornare – è il senso primario della conversione – all’autenticità di una vita cristiana secondo la volontà di Dio, anche nelle sue espressioni di sobrietà e di ascesi.

Così il digiuno può assumere di nuovo i suoi connotati più marcatamente biblici e cristiani: non una pur sana disintossicazione dalla bulimia generalizzata, non una semplice pratica per ritrovare il benessere fisico, ma un modo di esprimere con tutte le fibre del nostro essere il fatto che vero nutrimento per noi è ogni parola che esce dalla bocca di Dio, un reimparare la disciplina dell’oralità perché noi siamo ciò di cui ci nutriamo e la nostra bocca parla dalla pienezza del cuore. Un modo, il digiuno, anche di condividere con semplicità e immediatezza i beni di questa terra, dati a noi perché diventino di tutti e non di pochi; un modo di richiamare la nostra vigilanza sul fatto che l’astensione da praticare non è solo e tanto quella da un boccone di cibo, ma dal nutrirsi dell’ingiustizia, dall’ingrassare in potere e ricchezza a spese degli ultimi, dall’ignorare il fratello nel bisogno.

Il messaggio di Benedetto XVI per questa quaresima, così come le indicazioni della Conferenza Episcopale Italiana del 1994 sulla prassi del digiuno andrebbero prese sul serio e fatte oggetto della catechesi quaresimale, soprattutto in un tempo come il nostro in cui il consumismo ottunde la capacità di discernere tra veri e falsi bisogni, in cui lo stesso digiuno e le terapie dietetiche divengono oggetto di business, in cui pratiche orientali di ascesi ripropongono il digiuno, e la quaresima è sbrigativamente letta come l’equivalente del ramadan musulmano, il cristiano ricordi il fondamento antropologico e la specificità cristiana del digiuno: esso è in relazione alla fede perché fonda la domanda: «Cristiano, di cosa nutri la tua vita?» e, nel contempo, pone un interrogativo lacerante: «Che ne hai fatto di tuo fratello che non ha cibo a sufficienza?».
  • Enzo Bianchi
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven mar 13, 2009 10:35 am

Preghiera nel giorno del digiuno
  • Padre, oggi ho deciso di nutrirmi di solo pane
    per comprendere meglio il valore del Pane celeste:
    la presenza di tuo Figlio nell'Eucarestia.

    Fa' che attraverso il digiuno crescano in me fede e fiducia!

    Padre mi sono deciso per il digiuno perché so che fa crescere in me il desiderio di Te. Attraverso il digiuno desidero ascoltare e vivere con più impegno la tua Parola. Con gioia e gratitudine ripenso alle parole di tuo Figlio: "Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli". Padre rendimi povero davanti a Te. Dammi la grazia di capire, per mezzo del digiuno, come Tu mi sei necessario! Fa' che mediante il digiuno cresca il mio desiderio per Te, che il mio cuore aneli verso di Te come la cerva anela alle sorgenti d'acqua e il deserto sospira le nuvole cariche di pioggia!

    Padre, fa' che mediante questo digiuno cresca in me la comprensione e la solidarietà verso chi ha fame e sete, verso coloro non hanno beni materiali. Aiutami a capire cosa non mi serve delle cose che possiedo per darle a chi è nel bisogno. Padre, donami la grazia di comprendere che sono pellegrino su questa terra e che quando passerò all'altro mondo non potrò portare nulla con me se non l'amore e le buone opere! Fa' che pur avendo dei beni io sia consapevole di non avere nulla di mio, ma che tutto ho ricevuto come per esserne un amministratore fedele.

    Padre, dammi la grazia attraverso questo mio digiuno di diventare più umile e pronto a compiere la Tua Volontà. Perciò purificami dall'egoismo e dalla superbia, liberami da ogni cattiva abitudine, placa le mie passioni, accresci in me le virtù.

    Padre, fa' che questo mio digiuno apra la mia anima alla Tua grazia che mi purifica e mi riempie. Aiutami ad essere simile al Tuo Figlio in ogni tentazione ed in ogni prova, a respingere ogni seduzione del male accogliendo la Tua Parola.

    Oh Maria, tu eri completamente libera nel Tuo Cuore, non eri legata ad alcuna cosa se non alla Volontà del Padre: chiedi per me la grazia di fare un digiuno gioioso per cantare con Te il cantico della riconoscenza! Fa' che nella mia decisione di digiunare io sia forte e perseverante. La difficoltà e la fame che sentirò oggi le voglio offrire per tutti gli uomini. Maria, prega per me! Per tua intercessione e per la forza della tua protezione si allontanino da me ogni male ed ogni tentazione diabolica. Insegnami, o Maria, a digiunare ed a pregare perché di giorno in giorno divenga sempre più simile a te ed a tuo Figlio Gesù Cristo nello Spirito Santo. Amen.

    • Padre Slavko Barbaric ofm
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun mar 16, 2009 10:26 am


  • Angelus della III domenica di Quaresima, 15 marzo 2009
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Cari fratelli e sorelle!

Da martedì 17 a lunedì 23 marzo compirò il mio primo viaggio apostolico in Africa. Mi recherò in Camerun, nella capitale Yaoundé, per consegnare lo "Strumento di lavoro" della Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, che avrà luogo in ottobre qui in Vaticano; proseguirò poi per Luanda, capitale dell’Angola, un Paese che, dopo la lunga guerra interna, ha ritrovato la pace ed ora è chiamato a ricostruirsi nella giustizia. Con questa visita, intendo idealmente abbracciare l’intero continente africano: le sue mille differenze e la sua profonda anima religiosa; le sue antiche culture e il suo faticoso cammino di sviluppo e di riconciliazione; i suoi gravi problemi, le sue dolorose ferite e le sue enormi potenzialità e speranze. Intendo confermare nella fede i cattolici, incoraggiare i cristiani nell’impegno ecumenico, recare a tutti l’annuncio di pace affidato alla Chiesa dal Signore risorto.

Mentre mi preparo per questo viaggio missionario, mi risuonano nell’animo le parole dell’apostolo Paolo che la liturgia propone alla nostra meditazione nell’odierna terza Domenica di Quaresima: "Noi annunciamo Cristo crocifisso – scrive l’Apostolo ai cristiani di Corinto - : scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio" (1 Cor 1,23-24). Sì, cari fratelli e sorelle! Parto per l’Africa con la consapevolezza di non avere altro da proporre e donare a quanti incontrerò se non Cristo e la Buona Novella della sua Croce, mistero di amore supremo, di amore divino che vince ogni umana resistenza e rende possibile persino il perdono e l’amore per i nemici. Questa è la grazia del Vangelo capace di trasformare il mondo; questa è la grazia che può rinnovare anche l’Africa, perché genera una irresistibile forza di pace e di riconciliazione profonda e radicale. La Chiesa non persegue dunque obbiettivi economici, sociali e politici; la Chiesa annuncia Cristo, certa che il Vangelo può toccare i cuori di tutti e trasformarli, rinnovando in tal modo dal di dentro le persona e le società.

Il 19 marzo, proprio durante la visita pastorale in Africa, celebreremo la solennità di San Giuseppe, patrono della Chiesa universale, e anche mio personale. San Giuseppe, avvertito in sogno da un angelo, dovette fuggire con Maria in Egitto, in Africa, per mettere in salvo Gesù appena nato, che il re Erode voleva uccidere. Si adempirono così le Scritture: Gesù ha calcato le orme degli antichi patriarchi e, come il popolo d’Israele, è rientrato nella Terra promessa dopo essere stato in esilio in Egitto. Alla celeste intercessione di questo grande Santo affido il prossimo pellegrinaggio e le popolazioni dell’Africa tutta intera, con le sfide che le segnano e le speranze che le animano. In particolare, penso alle vittime della fame, delle malattie, delle ingiustizie, dei conflitti fratricidi e di ogni forma di violenza che purtroppo continua a colpire adulti e bambini, senza risparmiare missionari, sacerdoti, religiosi, religiose e volontari. Fratelli e sorelle, accompagnatemi in questo viaggio con la vostra preghiera, invocando Maria, Madre e Regina dell’Africa.
  • Benedetto XVI
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun mar 16, 2009 10:31 am


  • Non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato
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"Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme", nota l'evangelista Giovanni. Anche per noi si sta avvicinando la Pasqua e la Liturgia ci unisce nuovamente al gruppo dei discepoli che accompagnano Gesù. La Liturgia si apre con la presentazione delle "dieci parole" (i Dieci Comandamenti) dell'Antico Testamento. Furono le prime parole che ascoltarono gli israeliti e in certo modo costituirono il fondamento della loro fede. Anche noi le abbiamo ascoltate sin dalla nostra infanzia, e fanno parte del "primo" bagaglio religioso. I Dieci Comandamenti, a guardarli con attenzione, non sono però semplicemente una serie di alte e universali norme morali. Sono molto di più: in essi si esprime il contenuto fondamentale da cui derivano tutta la legge e i profeti, ossia l'amore per il Signore e l'amore per il prossimo.

Le prime "parole" delineano il rapporto del popolo con il suo Dio: un rapporto d'amore esclusivo. Quando il Signore ordina: "Non avrai altri dèi di fronte a me", non propone una fredda definizione filosofica sul monoteismo, bensì una richiesta di amore totale. Del resto, altrettanto esclusivo è l'amore che Egli nutre per il suo popolo; un amore che lo porterà sino alla follia della morte per noi. Non sarà mai possibile per noi raggiungere la qualità dell'amore di Dio, ma è ciò verso cui dobbiamo tendere. "Siate perfetti com'è perfetto il Padre vostro che sta nei cieli", dice Gesù. La proibizione di avere immagini risponde non solo alla pericolosità di fabbricarsi un idolo come Dio, bensì alla esclusività che Dio pretende dal suo popolo. E ancora. Solo davanti a Dio i credenti debbono prostrarsi per adorarlo (è la risposta che Gesù darà al diavolo che lo tentava nel deserto). Non è difficile infatti fabbricarsi idoli a cui sacrificare la propria vita. Solo il Signore è degno della lode. Il sabato – continua il testo biblico – è il giorno del riposo, o meglio, della festa con Dio e con i fratelli; è il giorno eterno: anticipa il paradiso, tempo della gioia, del godimento e della contemplazione.

Segue quindi la seconda parte del Decalogo ove si elencano sette comandamenti che delineano il corretto modo di vivere i rapporti tra gli uomini. Anche qui non si tratta unicamente di norme morali, bensì di indicazioni tese a preservare l'immagine di Dio inscritta nel cuore degli uomini. Sono sette parole che descrivono i limiti estremi da non valicare. Perciò, questi "comandi" prima di essere una legge esprimono una esigenza d'amore non parziale o fiacco, come può essere il nostro, ma esigente, davvero geloso, com'è quello di Dio. "Io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso", dice lo stesso Signore.

Si potrebbe interpretare anche la scena della cacciata dei venditori dal tempio come una manifestazione di gelosia da parte di Gesù. Del resto non dice il profeta: "Lo zelo della tua casa mi divora" sino alla gelosia? Gesù, appena vide il tempio invaso da venditori, nota l'evangelista, fece una cordicella e cominciò a sferzarli e a rovesciare i loro banchetti. È un Gesù particolarmente duro e risoluto; non può tollerare che la casa del Padre sia inquinata, anche se si tratta di piccoli e, in certo modo, indispensabili commerci. Gesù sa bene che in un tempio ove si accolgono questi piccoli commerci si arriva a vendere e a comprare anche la vita di un uomo per soli trenta denari.

Ma qual è il mercato che scandalizza Gesù? Qual è la compravendita che Gesù non può sopportare? È quella che si svolge dentro i cuori: un mercato che scandalizza ancor più il Signore Gesù perché il cuore è il vero tempio che Dio vuole abitare. Tale mercato riguarda il modo di concepire e di condurre la vita. Quante volte la vita viene ridotta ad una lunga ed avara compravendita, senza più la gratuità dell'amore! Quante volte dobbiamo constatare, a partire da noi stessi, il rarefarsi della gratuità, della generosità, della benevolenza, della misericordia, del perdono! La ferrea legge dell'interesse personale, o di gruppo, o di nazione, sembra presiedere inesorabilmente la vita degli uomini.

Gesù entra ancora una volta nella nostra vita, come entrò nel tempio, manda all'aria le bancarelle dei nostri interessi meschini e riafferma il primato assoluto di Dio. È lo zelo che Gesù ha per ognuno di noi, per il nostro cuore, per la nostra vita perché si apra ad accogliere Dio. Per questo ogni domenica il Vangelo diviene come la sferza che Gesù usa per cambiare il cuore e la vita. Anzi, ogni volta che quel piccolo libro viene aperto scaccia dai cuori di coloro che lo ascoltano l'attaccamento a se stessi e rovescia la tenacia nel perseguire in qualsiasi modo i propri affari. Purtroppo capita non di rado di metterci dalla parte di quei "giudei" i quali, al vedere un "laico", qual era Gesù, nel territorio sacro del tempio, si scandalizzano e chiedono ragione di tale brusco e "irriverente" intervento. "Quale segno ci mostri per fare queste cose?" chiedono a Gesù. È la sorda opposizione che ancora facciamo di fronte all'invadenza del Vangelo nella nostra vita. Il male e il peccato, l'orgoglio e l'egoismo, cercano tutti i modi per ostacolare l'invadenza dell'amore nella vita del mondo. Eppure è proprio nell'accogliere l'amore del Signore che noi troviamo la salvezza. È più che mai necessario lasciarci sferzare dal Vangelo per essere liberati dalla legge del mercato, ed entrare così nel tempio dell'amore che è Gesù stesso.
  • monsignoir Vincenzo Paglia
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Messaggio da miriam bolfissimo » gio mar 19, 2009 11:39 am


  • Se non rischiamo nulla di nostro non apparteniamo a Gesù Cristo
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«La vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza» ( 2 Cor 8,14). Il richiamo all’attenzione costante per i più bisognosi caratterizzava le prime comunità cristiane e sin dalle origini la Chiesa ha posto l’elemosina al centro della sua vita perché non c’è Eucaristia senza carità. Giovanni Battista, prima ancora di Cristo, invitava gli uomini a fare frutti degni di conversione: «Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto» ( Lc 3,11).

E mai come oggi, in tempo di crisi in cui anche chi è abituato a vivere nell’abbondanza teme di provare l’indigenza, c’è bisogno di richiamare tutti a un supplemento di carità. Se non ci possiamo permettere più di avere due tuniche, dobbiamo imparare a dividere il poco con chi non ha nulla. Se siamo abituati a donare il superfluo senza rischiare le nostre finanze, allora è davvero tempo di invertire la rotta per dichiarare la nostra appartenenza a Cristo. Se riduciamo l’elemosina allo slancio generoso di un momento di commozione o a un gesto abituale della domenica, siamo ancora lontani dalla via del Signore.

Carità è compassione, solidarietà, accoglienza, anche se questo significa dividere il lavoro che non c’è con chi arriva da altri lidi in cerca di futuro, come noi, quando nel tempo del nostro bisogno partivamo per terre lontane. In questa società, in cui ci hanno illuso con il mito dell’eterna giovinezza, siamo invecchiati dentro perché non abbiamo più nulla da sognare. Carità, invece, è dare ragione della speranza che è in noi, è vivere la giovinezza del cuore. Abbiamo trasformato la vecchiaia da età della saggezza in età della solitudine, dell’emarginazione, perché chi non produce e non consuma diventa egli stesso un prodotto fuori moda che rientra nella logica perversa dell’usa e getta. E ora che la crisi dei mercati frena i nostri consumi ci sentiamo anche noi improvvisamente invecchiati, soli, perché intenti ad accumulare tesori sulla terra, non ci siamo accorti che l’opportunismo ha preso il posto dell’amicizia sincera, il conto in banca ha prevalso sulla giustizia.

C’è differenza tra il fare la carità e l’essere nella carità, perché se anche distribuissimo tutte le nostre sostanze ma non avessimo la carità, nulla ci gioverebbe. Se non siamo in grado di donare con gioia, di sentirci arricchiti, beati, ogni volta che siamo operatori di pace, quando lottiamo per sciogliere catene inique, per liberare gli oppressi da pesi che noi non tocchiamo neppure con un dito, allora vuol dire che non siamo ancora nella carità. Stiamo ancora pensando a noi stessi e il superfluo che diamo in elemosina, senza intaccare le nostre sostanze, serve più a metterci a posto la coscienza, ad ingraziarci il Padreterno affinché ci benedica, che ad entrare nell’ottica cristiana.

Non si possono servire due padroni e se la crisi economica ci spaventa tanto, se siamo ossessionati da cosa mangeremo e da come vestiremo, se abbiamo paura di dividere il pane con l’affamato perché temiamo di rimanere al verde, non siamo ancora alla sequela di Cristo. Abbiamo creduto di poter avere tutto sotto controllo e, incuranti di quanti continuavano a pagare il prezzo del nostro benessere, ci siamo illusi di poter guadagnare sempre di più ed ora, nel buio della crisi economica, ci sentiamo persi, incapaci di rinunciare alle tante cose inutili con cui per troppo tempo abbiamo riempito il vuoto di una vita senza senso.

Impariamo a fidarci del Padre che nutre i passeri del cielo e veste i gigli dei campi, proviamo a relativizzare i beni materiali, a guardare oltre per ritrovare in noi stessi, negli affetti che riempiono la nostra vita, nella fratellanza con chi è diverso da noi, la vera ricchezza, quella che nessun crollo dei mercati potrà mai distruggere. Viviamo una Quaresima di carità: la luce sorgerà come l’aurora sulle tenebre di una economia spregiudicata che sta globalizzando la povertà. D’altronde, «che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso?» ( Lc 9,25).
  • Gennaro Matino
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » gio mar 19, 2009 4:01 pm

Preghiera per il dono della carità
  • Apri i nostri occhi, Signore,
    perché possiamo vedere Te
    nei nostri fratelli e sorelle.

    Apri le nostre orecchie, Signore,
    perché possiamo udire le invocazioni
    di chi ha fame, freddo, paura.

    Apri il nostro cuore, Signore,
    perché impariamo ad amarci
    gli uni gli altri come Tu ci ami.

    Donaci di nuovo il tuo Spirito, Signore,
    perché diventiamo
    un cuor solo e un’anima sola, nel Tuo nome. Amen

    • Madre Teresa di Calcutta
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Messaggio da miriam bolfissimo » mar mar 24, 2009 9:47 am


  • Angelus della IV domenica di Quaresima, 22 marzo 2009
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Cari fratelli e sorelle!

al termine della nostra Celebrazione eucaristica, mentre la mia Visita pastorale in Africa sta giungendo alla sua conclusione, ci volgiamo ora a Maria, la Madre del Redentore, per implorarne l’amorevole intercessione su di noi, sulle nostre famiglie, e sul nostro mondo.

In questa preghiera dell’Angelus, ricordiamo il “sì” incondizionato di Maria alla volontà di Dio. Attraverso l’obbedienza di fede della Vergine, il Figlio è venuto nel mondo per portarci perdono, salvezza e vita in abbondanza. Facendosi uomo come noi in tutto fuorché nel peccato, Cristo ci ha insegnato la dignità e il valore di ogni membro della famiglia umana. E’ morto per i nostri peccati, per raccoglierci insieme nella famiglia di Dio.

La nostra preghiera sale oggi dall’Angola, dall’Africa, ed abbraccia il mondo intero. A loro volta gli uomini e le donne di ogni parte del mondo che si uniscono alla nostra preghiera, volgano i loro occhi all’Africa, a questo grande Continente così colmo di speranza, ma ancora così assetato di giustizia, di pace, di un sano e integrale sviluppo che possa assicurare al suo popolo un futuro di progresso e di pace.

Oggi io affido alle vostre preghiere il lavoro di preparazione per la prossima Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, la cui celebrazione prevista per la fine di quest’anno. Ispirati dalla fede in Dio e fiduciosi nelle promesse di Cristo, possano i cattolici di questo Continente diventare sempre più pienamente lievito di evangelica speranza per tutte le persone di buona volontà che amano l’Africa, sono dedite al progresso materiale e spirituale dei suoi figli, e alla diffusione della pace, della prosperità, della giustizia e della solidarietà in vista del bene comune.

La Vergine Maria, Regina della Pace, continui a guidare il popolo dell’Angola nel compito della riconciliazione nazionale dopo la devastante e disumana esperienza della guerra civile. Le sue preghiere ottengano per tutti gli Angolani la grazia di un autentico perdono, del rispetto per gli altri, della cooperazione che sola può portare avanti l’immensa opera della ricostruzione. La Santa Madre di Dio, che ci addita il Figlio suo, nostro fratello, ricordi a noi cristiani di ogni luogo il dovere di amare il nostro prossimo, di essere costruttori di pace, di essere i primi a perdonare a chi ha peccato contro di noi, così come noi siamo stati perdonati.

Qui, nell’Africa del Sud, vogliamo pregare Nostra Signora in modo particolare di intercedere per la pace, la conversione dei cuori e per la fine del conflitto nella vicina regione dei Grandi Laghi. Il Figlio suo, Principe della Pace, porti guarigione a chi soffre, conforto a coloro che piangono e forza a tutti coloro che portano avanti il difficile processo del dialogo, del negoziato e della cessazione della violenza.
Con questa fiducia, noi ora ci volgiamo a Maria, nostra Madre, e nel recitare la preghiera dell’Angelus, preghiamo per la pace e la salvezza dell’intera famiglia umana.
  • Benedetto XVI
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Messaggio da miriam bolfissimo » mar mar 24, 2009 9:47 am


  • Dio ha mandato il Figlio perché il mondo si salvi per mezzo di lui
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Siamo oltre la metà del pellegrinaggio quaresimale e la liturgia della Chiesa, interrompendo per un momento l’austerità di questo tempo, ci invita a "rallegrarci". In passato, persino il colore dei paramenti liturgici si attenuava, dal viola passava al "rosaceo", per sottolineare questo stacco di letizia. In verità, tale esortazione sembra non aver più senso da quando la quaresima non è più avvertita nella sua severità e il digiuno è quasi totalmente disatteso. In effetti, questi quaranta giorni scorrono per lo più come tutti gli altri, senza una particolare urgenza del richiamo a rallegrarsi. L’invito liturgico, se in passato comportava la sospensione dell’austerità, non voleva comunque spingere verso un senso di spensieratezza o di superficiale e ottimistico senso della vita. Al contrario, la liturgia conoscendo bene le difficoltà e i problemi dei giorni degli uomini, è consapevole del bisogno che abbiamo di un annuncio di letizia vera. Ed ecco, nel mezzo del cammino quaresimale, l’esortazione a rallegrarsi; il motivo è l’avvicinarsi della Pasqua, ossia la vittoria del bene sul male, della vita sulla morte.

Questo è il vero annuncio di gioia che la liturgia ci porta. Motivi oggettivi che mostrano la permanenza del male non mancano. E d’altro verso, all’inizio di un nuovo secolo c’è bisogno di sperare in un mondo che sia diverso. Il grido della Pasqua, la vittoria del bene sul male, deve risuonare ovunque, ma in particolare su quei popoli che sono straziati dalla guerra e dalla violenza; oppure sui numerosi poveri e abbandonati che popolano le nostre città. Come anche deve ridare speranza alle nostre città spesso stravolte da un clima di violenza e di aggressività. La mentalità consumista, che porta a centrare tutto su se stessi e sulla propria immediata soddisfazione, ha come sbocco inevitabile uno stile di vita concorrenziale e violento. L’uomo e la donna consumisti, costretti a vivere in una perenne corsa a consumare e a soddisfare qualsiasi desiderio, sono travolti dalla spirale inarrestabile dell’amore per se stessi, radice di ogni violenza.

Il bisogno di ritrovare una dimensione religiosa ed etica, che interrompa in qualche modo questo circolo vizioso e che dia senso alla vita, si fa sempre più urgente, e direi non solo per la salvezza dell’anima ma anche per quella del corpo e della stessa società. Il secondo libro delle Cronache ci aiuta a leggere la nostra situazione. L’autore sacro lega la caduta di Gerusalemme e il susseguente periodo di schiavitù in Babilonia all’infedeltà del popolo ai comandi del Signore: "In quei giorni tutti i capi di Giuda, i sacerdoti e il popolo moltiplicarono le loro infedeltà... si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il suo culmine, senza più rimedio". I nemici incendiarono il Tempio, demolirono le mura di Gerusalemme e gli scampati alla morte furono deportati. Con il tipico linguaggio veterotestamentario la Scrittura sottolinea lo stretto rapporto tra l’attutirsi della tensione morale dell’intero popolo (non solo di qualcuno additato al ludibrio comune e condannato quasi vittima espiatoria) con la conseguente degenerazione e fine della stessa convivenza civile. Per questo torna ogni anno opportuno il tempo quaresimale: ci aiuta a tornare al Signore, a riprendere in mano le Scritture e a riflettere sul senso vero della vita, del proprio agire e del proprio operare.

Il Vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato ci dice che la risposta alla domanda sul senso della vita è Gesù, morto e risorto. Anche Nicodemo si sentì rispondere in questo modo con il richiamo all’episodio del serpente innalzato da Mosè nel deserto che salvò la vita degli israeliti morsi dai serpenti velenosi: "Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna". Già il libro della Sapienza aveva intuito in quell’episodio un segno della salvezza e dell’amore di Dio quando aveva cantato il serpente di bronzo definendolo "un simbolo della salvezza per ricordare i decreti della legge divina: infatti, chi si volgeva a guardarlo era salvato non da quel che vedeva ma solo da te, salvatore di tutti" (16,6-7). Quel serpente posto sull’asta diventa per Giovanni il segno della croce di Cristo "innalzata" in mezzo all’umanità. Per l’evangelista, Gesù "innalzato" non è una immagine che deve suscitare commiserazione o compassione; quella croce è la fonte della vita; una fonte generosa e senza limiti, gratuita e abbondante: "Dio ha tanto amato il mondo - continua l’evangelista - da dare il suo figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna".

Chiunque è colpito dai morsi velenosi dei serpenti di oggi, è sufficiente che rivolga gli occhi verso quell’uomo "innalzato" e trova guarigione. Gesù stesso dirà più avanti: "Quando sarò elevato da terra, attrarrò tutti a me" (12,32). La salvezza, come anche il senso della vita, non viene da noi. Ci è donata. Nella lettera agli Efesini Paolo scrive: "Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati" (2,4). Torna il motivo del "rallegrarsi" a cui la liturgia di questa domenica ci richiama; possiamo gioire come il figlio prodigo il quale, al ritorno a casa, scopre quanto l’amore del Padre sia enormemente più grande del suo peccato e della sua cattiveria.
  • monsignoir Vincenzo Paglia
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » gio mar 26, 2009 11:20 am


  • Fare quaresima è avere sete di qualcosa di più
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Quando arrivavano queste settimane che precedono la Pasqua, Frère Roger amava ricordare che non erano tempo di austerità o di tristezza, né un periodo per coltivare il senso di colpa, ma un momento per cantare la gioia del perdono. Vedeva la Quaresima come 40 giorni per prepararsi a riscoprire piccole primavere nelle nostre esistenze.

All’inizio del Vangelo di Matteo, quando Giovanni Battista grida «Pentitevi!», intende dire: «Volgetevi verso Dio!». Sì, durante la Quaresima vorremmo volgerci verso Dio per accogliere il suo perdono. Cristo ha vinto il male e il suo costante perdono ci permette di rinnovare una vita interiore. Siamo invitati a una conversione: non a volgerci verso noi stessi in un’introspezione o in un perfezionamento individuale, ma a cercare una comunione con Dio e anche con gli altri.

Volgerci verso Dio! È vero che, nel mondo occidentale, per alcuni è diventato difficile credere in Dio. Vedono nella sua esistenza un limite alla propria libertà. Pensano di dover lottare da soli per costruire la propria vita.

Appare loro inconcepibile che Dio li accompagni. Un anno fa sono andato a trovare i nostri fratelli che da trent’anni vivono in Corea. Nel corso del viaggio, con un altro fratello, abbiamo avuto diversi incontri con i giovani dei Paesi asiatici. Mi ha colpito come in Asia la preghiera sembri un fatto naturale. Nelle varie religioni, le persone assumono spontaneamente nella preghiera un atteggiamento di rispetto, persino di adorazione. Naturalmente in quelle società non ci sono meno tensioni o meno violenze che in Occidente. Ma forse è più accessibile un senso dell’interiorità, un rispetto davanti al miracolo della vita, della creazione, un’attenzione al mistero, a un aldilà.

Come rinnovare una vita interiore scoprendo e riscoprendo una relazione personale con Dio? In tutti noi c’è sete di un infinito. Dio ci ha creati con questo desiderio di assoluto. Lasciamo vivere in noi quest’aspirazione! Tra i canti di Taizé ce n’è uno che può far scaturire quest’aspettativa. Le parole sono di un poeta spagnolo, Luis Rosales, ispirato da san Giovanni della Croce: «Di notte cammineremo e, per trovare la fonte, solo la sete ci illuminerà».

Per alcuni la Quaresima è il tempo del digiuno. Non che l’ascesi abbia un valore di per sé, ma c’è in ciascuno un’attesa più profonda di quelle superficiali, una sete più essenziale che può illuminare la nostra strada. Il Vangelo ci esorta alla padronanza dei desideri per giungere a limitarci, non per costrizione ma per scelta.

Questo richiamo risulta oggi di grande attualità, non solo sul piano personale ma nella vita delle società. La semplicità liberamente scelta consente di resistere alla corsa al superfluo e contribuisce alla lotta contro la povertà imposta ai più diseredati.
  • Frère Alois, priore di Taizè
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » gio mar 26, 2009 11:31 am

Cristo Gesù, tu ci sei necessario
  • O Cristo, nostro unico mediatore,
    tu ci sei necessario
    per venire in comunione con Dio Padre,
    per diventare con te,
    che sei suo Figlio unico e Signore nostro,
    suoi figli adottivi,
    per essere rigenerati nello Spirito Santo.

    • Cristo Gesù, tu ci sei necessario
    Tu ci sei necessario,
    o solo vero maestro
    delle verità recondite e indispensabili
    della vita,
    per conoscere il nostro essere
    e il nostro destino,
    la via per conseguirlo.
    • Cristo Gesù, tu ci sei necessario
    Tu ci sei necessario,
    o Redentore nostro,
    per scoprire la miseria morale
    e per guarirla;
    per avere il concetto del bene e del male
    e la speranza della santità;
    per deplorare i nostri peccati
    e per averne il perdono.
    • Cristo Gesù, tu ci sei necessario
    Tu ci sei necessario,
    o fratello primogenito del genere umano,
    per ritrovare le ragioni vere
    della fraternità fra gli uomini,
    i fondamenti della giustizia,
    i tesori della carità,
    il bene sommo della pace.
    • Cristo Gesù, tu ci sei necessario
    Tu ci sei necessario,
    o grande paziente dei nostri dolori,
    per conoscere il senso della sofferenza
    e per dare ad essa
    un valore di espiazione e di redenzione.
    • Cristo Gesù, tu ci sei necessario
    Tu ci sei necessario o vincitore della morte,
    per liberarci dalla disperazione
    e dalla negazione
    e per avere certezza che non tradisce
    in eterno.
    • Cristo Gesù, tu ci sei necessario
    O Cristo, o Signore, o Dio con noi,
    per imparare l’amore vero
    e per camminare nella gioia
    e nella forza della tua carità
    la nostra via faticosa,
    fino all’incontro finale
    con te amato,
    con te atteso,
    con te benedetto nei secoli. Amen
    • Paolo VI
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      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun mar 30, 2009 8:33 am


  • Angelus della V domenica di Quaresima, 29 marzo 2009
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Cari fratelli e sorelle!

Desidero prima di tutto ringraziare Iddio e quanti, in vario modo, hanno collaborato alla buona riuscita del viaggio apostolico che ho potuto compiere in Africa nei giorni scorsi, ed invoco sui semi sparsi in terra africana l’abbondanza delle benedizioni del Cielo. Di questa significativa esperienza pastorale mi propongo di parlare più ampiamente mercoledì prossimo nell’Udienza generale, ma non posso non cogliere questa occasione per manifestare l’emozione profonda che ho provato incontrando le comunità cattoliche e le popolazioni del Camerun e dell’Angola. Soprattutto mi hanno impressionato due aspetti, entrambi molto importanti. Il primo è la gioia visibile nei volti della gente, la gioia di sentirsi parte dell’unica famiglia di Dio, e ringrazio il Signore per aver potuto condividere con le moltitudini di questi nostri fratelli e sorelle momenti di festa semplice, corale e piena di fede. Il secondo aspetto è proprio il forte senso del sacro che si respirava nelle celebrazioni liturgiche, caratteristica questa comune a tutti i popoli africani ed emersa, potrei dire, in ogni momento della mia permanenza tra quelle care popolazioni. La visita mi ha permesso di vedere e comprendere meglio la realtà della Chiesa in Africa nella varietà delle sue esperienze e delle sfide che si trova ad affrontare in questo tempo.

Pensando proprio alle sfide che segnano il cammino della Chiesa nel continente africano, ed in ogni altra parte del mondo, avvertiamo quanto siano attuali le parole del Vangelo di questa quinta domenica di Quaresima. Gesù, nell’imminenza della sua passione, dichiara: "Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto" (Gv 12,24). Ormai non è più l’ora delle parole e dei discorsi; è giunta l’ora decisiva, per la quale il Figlio di Dio è venuto nel mondo, e malgrado la sua anima sia turbata, Egli si rende disponibile a compiere fino in fondo la volontà del Padre. E questa è la volontà di Dio: dare la vita eterna a noi che l’abbiamo perduta. Perché ciò si realizzi bisogna però che Gesù muoia, come un chicco di grano che Dio Padre ha seminato nel mondo. Solo così infatti potrà germogliare e crescere una nuova umanità, libera dal dominio del peccato e capace di vivere in fraternità, come figli e figlie dell’unico Padre che è nei cieli.

Nella grande festa della fede vissuta insieme in Africa, abbiamo sperimentato che questa nuova umanità è viva, pur con i suoi limiti umani. Là dove i missionari, come Gesù, hanno dato e continuano a spendere la vita per il Vangelo, si raccolgono frutti abbondanti. A loro desidero rivolgere un particolare pensiero di gratitudine per il bene che fanno. Si tratta di religiose, religiosi, laici e laiche. E’ stato bello per me vedere il frutto del loro amore a Cristo e constatare la profonda riconoscenza che i cristiani hanno per essi. Rendiamone grazie a Dio, e preghiamo Maria Santissima perché nel mondo intero si diffonda il messaggio della speranza e dell’amore di Cristo.
  • Benedetto XVI
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun mar 30, 2009 8:56 am


  • Se il chicco di grano caduto in terra muore, produce molto frutto
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"Vogliamo vedere Gesù". Questa è la richiesta di alcuni greci saliti al culto durante la festa. "Vogliamo vedere" quel maestro che parla come mai nessun uomo aveva fatto. "Vogliamo vedere" uno che ha compassione, che spiega tutto, che va incontro agli altri, che piange per un suo amico che era morto. "Vogliamo vedere" colui che ha misericordia dei peccatori, che rende possibile la via della salvezza; che non è venuto a giudicare ma a salvare il mondo.

"Vogliamo vedere Gesù". È la richiesta del nostro mondo smarrito, confuso, segnato com’è dalla guerra, travolto dalle ragioni del conflitto che induriscono i cuori, che seminano largamente inimicizia, che armano le mani e le menti di tanti. "Vogliamo vedere Gesù" per sperare quello che oggi sembra impossibile; perché abbiamo bisogno di qualcuno che spieghi cosa fare, per il quale le uniche ragioni valide sono quelle dell’amore. "Vogliamo vedere Gesù" per non accettare la logica della violenza, perché abbiamo bisogno di guardare avanti, di ascoltare parole di cuore, vere, credibili, umane, disinteressate. "Vogliamo vedere Gesù", perché cerchiamo di essere diversi e non sappiamo come fare; perché non ci possiamo perdonare da soli ed abbiamo bisogno di colui che rende nuovo ciò che è vecchio e scioglie dai legami del male.

"Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto". Per lui non era bastato venire sulla terra, anche se già questo mostrava il suo incredibile amore per gli uomini. Voleva donare tutta la sua vita sino alla fine, sino all’ultima ora, all’ultimo istante. Non che Gesù cercasse la morte. Al contrario, non voleva affatto morire. Nella Lettera agli Ebrei che leggiamo come seconda lettura è scritto: "Cristo, nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà".

Tuttavia - ed è qui il grande mistero della Croce - l’obbedienza al Vangelo e l’amore per gli uomini sono stati per Gesù più preziosi della sua stessa vita. Non era venuto sulla terra infatti per "rimanere solo", bensì per portare "molto frutto". E la via per portare frutto la indica con le seguenti parole: "Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna". È una frase che sembra incomprensibile; e per certi versi lo è, perché totalmente estranea al comune sentire. Tutti amiamo conservare la vita, custodirla, preservarla, risparmiarla dalla fatica e dalla generosità; e nessuno è portato ad "odiarla", come sembra invece suggerire il testo evangelico. Basti pensare alle cure che tutti abbiamo per il nostro corpo e alle sofisticate attenzioni che gli riserviamo.

Il Vangelo parla un altro linguaggio; appare duro ma è profondamente vero. Il senso dei due termini (amare e odiare) è da intendersi sulla scia della stessa vita di Gesù, del suo modo di comportarsi, di voler bene, di impegnarsi, di pensare, di preoccuparsi. Insomma, Gesù ha vissuto tutta la vita amando gli uomini più di se stesso. E la croce è l’Ora in cui questo amore si manifesta nella chiarezza più alta.

La vita di ognuno di noi è come un chicco che può dare frutti straordinari, anche al di là della nostra esistenza così breve e delle capacità così limitate. La scelta di Gesù non è indolore. Il suo amore non è un sentimento vuoto o una sensazione, ma una scelta forte, appassionata, che affronta il male, più forte del male! "Ora l’anima mia è turbata". Il verbo significa "pieno di spavento", "triste fino a morire". Povero Gesù. Di fronte al male resta turbato, come ogni uomo. Ma non scappa lontano cercando una situazione nuova; non si rifugia nelle cose da fare; non scarica su altri; non smette di pensare; non viene a patti con il nemico; non maledice; non si illude con la forza della spada. Gesù si affida.

La vittoria sul turbamento non è il fatalismo o il coraggio, ma la fiducia nell’amore del Padre che dona gloria, cioè la pienezza di quello che ognuno è. "Che devo dire: Padre, salvami da quest’ora?". Si affida al Padre. Possiamo anche noi fare così nell’ora del dolore, della tristezza, delle tenebre, perché nella nostra debolezza si veda la gloria di Dio, cioè si manifesti la forza straordinaria dell’amore. Ed il Padre non fa mancare la sua voce, che venne dal cielo: l’ho glorificato e lo glorificherò. Gesù spiega alla gente che quella voce è venuta per loro e non per se. È la voce del Vangelo, che ci spinge ad aprire gli occhi, a non rimandare al domani, ma a capire oggi il segreto di quel chicco di grano che muore per dare frutto.
  • monsignor Vincenzo Paglia
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » gio apr 02, 2009 9:38 am


  • Nel cuore delle cose: una brace sotto la cenere
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"Il simbolo ci conduce verso l'altro umano e l'Altro divino, verso l'Oltre eterno e verso l'Altro infinito" (G. Ravasi). È così anche per un simbolo apparentemente molto semplice come la cenere. Di tutta la grandezza e la gloria umana non rimane che cenere, tutto deve passare attraverso il grande fuoco del tempo che divora la vanità dell'uomo e ne svela la sua caducità. Ciò che resta è purificato e tutto può, da qui, rinascere di nuovo.

Questi significati, così antropologicamente comuni, nel cristianesimo hanno assunto un loro volto preciso nella pratica penitenziale, dove la cenere, come elemento simbolico, nel giorno che apre la grande Quaresima ha trovato un posto importante. Nelle fonti ciarlane essa viene ricordata solo in relazione ad un fatto della vita di santa Chiara, riportato dalle sorelle nel Processo di Canonizzazione. Il condottiero Vitale d'Aversa aveva posto sotto assedio Assisi e Chiara e le sue sorelle, cospargendosi di cenere il capo pregarono per la liberazione della città e furono esaudite. Un fatto semplice che forse può essere letto solo in chiave miracolistica, ma che ha al suo interno, in forza di questo segno usato, un significato simbolico profondo che conduce "verso l'altro umano e l'Altro divino".

Il cuore di questo evento è proprio un gesto, quasi un rito che Chiara compie insieme alle sorelle: si presentano a capo scoperto, si fanno imporre la cenere con abbondanza e si recano così alla preghiera nella chiesa. Chiara eleva questo elemento, per lei così quotidiano, a un simbolo che solo un animo profondamente umano può cogliere senza sminuirne la portata.

Credo che qui si trovi la genialità della preghiera di Chiara. Questo non è solo un semplice gesto penitenziale, ma è un gesto che attraverso il linguaggio del simbolo, pone lei e le sue sorelle nella verità ultima di ogni creatura di fronte al Creatore. Sembra di risentire la preghiera di Abramo: "Ecco che io ardisco parlare al Signore benché sia polvere e cenere" (Gen 18,27). Qui Chiara svela l'essenza stessa della sua preghiera, delle sue "forti preghiere", delle sue "preghiere violente", come dice il biografo nella Legenda (FF3203). Quasi un'eco visiva della preghiera di Francesco alla Verna: "Chi sei tu o dolcissimo Iddio mio? Chi sono io vilissimo vermine, disutile servo tuo?" (FF 1915). Chiara si presenta davanti al Signore come una creatura povera, disarmata, inerme, impalpabile come la cenere, ma con una forza nascosta. Lei sa bene, per esperienza quotidiana, che nel focolare la cenere custodisce la brace che può far divampare di nuovo il fuoco, perciò, mettendosi "sotto la cenere", lei si rivela come quella brace ardente d'amore, pronta soltanto ad essere alimentata dal fuoco dello Spirito per poter divampare, non solo per se stessa, ma a favore della sua città. Nella sua "forte preghiera" non dimentica i suoi fratelli nella necessità, ma si pone come mediatrice, sepolta nella cenere davanti alla maestà di Dio, perché da questa caducità e povertà possa rinascere una vita nuova per tutti.

Chiara diventa anche in questo maestra di vita spirituale, una brace ardente sepolta sotto la cenere, "vasello d'umiltà... fuoco di carità" come dice la Bolla di Canonizzazione ^3299). Alle sue sorelle insegna infatti di lasciare completamente da parte tutte quelle cose che con la parvenza di grandezza tendono lacci a chi vi attacca il cuore, per infiammarsi sempre di più di quell'amore per cui il Signore Gesù tutto si è donato per noi.

Anche la Chiesa ci propone questo stesso itinerario durante il periodo della Quaresima. Iniziando il Mercoledì delle ceneri ci pone sotto la cenere, come fragili braci ancora incapaci di ardere, facendoci prendere coscienza della nostra debolezza, dei nostri attaccamenti a tutto ciò che è destinato a passare. In questo sentimento ci lascia maturare per quaranta giorni, facendoci camminare alla sequela del Signore Gesù, entrando con lui nella verità ultima della creatura umana, amata infinitamente dal Creatore. Perché, infine, nella notte di Pasqua, il nostro fuoco possa divampare insieme al fuoco nuovo acceso nella liturgia come segno dello Spirito che il Signore risorto dona ai suoi amici.
  • suor Chiara Emmanuela Giusti
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » gio apr 02, 2009 9:56 am

Tu solo puoi guarirmi
  • O Dio e Signore di tutte le cose,
    che hai potere su ogni vita e su ogni anima,
    tu solo puoi guarirmi: ascolta dunque la preghiera di me infelice.

    Per intervento del tuo divino Spirito
    fa’ morire e scomparire
    il serpente che si nasconde in me...

    Concedi, Signore,
    l’umiltà di cuore e pensieri convenienti
    a un peccatore deciso di ritornare a te.

    Non abbandonare per sempre un’anima
    che una volta si è sottomessa a te, ti ha confessato, ti ha scelto
    e onorato al di sopra del mondo intero.

    Tu, o Signore, sai che voglio essere salvato,
    anche se il mio malvagio tenore di vita mi è di ostacolo;
    ma a Te, Signore, è possibile tutto ciò che è impossibile ai mortali.

    • Simeone il Nuovo Teologo
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da Rosyna » ven apr 03, 2009 9:51 pm

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Tu solo puoi guarirmi

O Dio e Signore di tutte le cose,
che hai potere su ogni vita e su ogni anima,
tu solo puoi guarirmi: ascolta dunque la preghiera di me infelice.

Per intervento del tuo divino Spirito
fa’ morire e scomparire
il serpente che si nasconde in me...

Concedi, Signore,
l’umiltà di cuore e pensieri convenienti
a un peccatore deciso di ritornare a te.

Non abbandonare per sempre un’anima
che una volta si è sottomessa a te, ti ha confessato, ti ha scelto
e onorato al di sopra del mondo intero.

Tu, o Signore, sai che voglio essere salvato,
anche se il mio malvagio tenore di vita mi è di ostacolo;
ma a Te, Signore, è possibile tutto ciò che è impossibile ai mortali.


Simeone il Nuovo Teologo
ROSY
------------------------
Ti prego:
non togliermi i pericoli,ma aiutami ad affrontarli.
Non calmar le mie pene,ma aiutami a superarle.

MARIA58
Messaggi: 255
Iscritto il: dom gen 18, 2009 6:41 pm
Località: Ponte tresa Ticino (Svizzera)

Messaggio da MARIA58 » ven apr 03, 2009 10:49 pm

Sinore tu solo puoi quarirmi.................

Signore, se la porta del mio cuore dovesse restare chiusa un giorno, abbattila ed entra, non andare via. Se le corde del mio cuore, non dovessero cantare il tuo nome un giorno, ti prego aspetta, non andare via. Se non dovessi svegliarmi al tuo richiamo un giorno, svegliami con la tua pena..non andare via. Se un altro sul tuo trono io dovessi porre un giorno, tu, mio Signore eterno, non andare via
"Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono immezzo a loro " (Mt18,20)

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun apr 06, 2009 1:44 pm


  • Gesù entra in Gerusalemme
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Oggi inizia la Settimana Santa o della passione. È santa perché al centro c’è lui. È come una nuova creazione: quello che è vecchio può diventare nuovo, risorgere. Seguiremo la storia di un uomo pieno di passione, di cuore: colui che "umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte ed alla morte in croce".

Davanti a lui non si può restare neutrali. La passione di Gesù, come la debolezza e il dolore degli uomini, non è uno spettacolo da osservare. Quanto è facile rimanere come spettatori, preoccupati solo di non essere coinvolti direttamente oppure provando pietà ma restando sempre distanti. La sua è passione di amore. Questa rivela le nostre freddezze o la meschinità delle tante passioni che agitano il nostro cuore. Gesù non ci cambia con una legge. Ma con un amore grande così. Perché Gesù è condannato? Perché si preferiscono i sacrifici della legge alla misericordia; per il fastidio e per la paura di un amore senza confini; per la malizia dei furbi; per l’idolatria dei denari; per la diffidenza dei giusti; per le abitudini e le tradizioni dell’amore per noi stessi più forti anche dell’umanità. Lui è l’uomo, da difendere, da proteggere, da amare. Non basta non fare il male, avere le mani pulite, non decidere: bisogna amare quell’uomo. Chi non sceglie l’amore finisce per essere complice del male.

Gesù entra in Gerusalemme come re. La gente sembra intuirlo e si mette a stendere i mantelli lungo la strada com’era uso in Oriente al passaggio del sovrano. Nel secondo libro dei Re si legge che per festeggiare l’elezione di Jehu a re d’Israele "tutti presero i loro mantelli e li misero ai suoi piedi lungo la scalinata" (9,13). Anche i verdi ramoscelli di ulivo, presi dai campi e cosparsi lungo il percorso di Gesù, fan da tappeto. Il grido "Osanna" (in ebraico vuol dire "aiuta") esprime il bisogno di salvezza e di aiuto che la gente sentiva. Finalmente arrivava il Salvatore.

Gesù entra in Gerusalemme, e nelle nostre città di oggi, come colui che solo può farci uscire dalle nostre schiavitù per renderci partecipi di una vita più umana e solidale. Ma il suo volto non è quello di un potente o di u forte, ma di un uomo mite ed umile. Passano sei giorni, da quell’ingresso trionfale, e il suo volto sarà quello di un crocifisso, di un vinto. È il paradosso della domenica delle Palme che ci fa vivere assieme il trionfo e la passione di Gesù. La liturgia, infatti, con la narrazione del Vangelo della Passione dopo la lettura di quello dell’ingresso in Gerusalemme, quasi a sottolineare la brevità dello spazio che separa l’Osanna dal Crucifige, ci mostra subito questo volto che diviene un volto crocifisso. L’ingresso di Gesù nella città santa è certo l’entrata di un re, ma l’unica corona che nelle prossime ore gli viene posta sul capo è quella di spine, lo scettro è una canna e la divisa è un manto scarlatto da burla. Quei rami di ulivo che oggi sono il segno della festa, fra qualche giorno, nell’orto ove si ritirava per la preghiera, lo vedranno sudare sangue per l’angoscia della morte.

Gesù non fugge, prende la sua croce e con essa giunge sul Golgota, ove viene crocifisso. Quella morte che agli occhi dei più sembrò una sconfitta, fu in realtà una vittoria: era la logica conclusione di una vita spesa per il Signore. Davvero solo Dio poteva vivere e morire in quel modo, ossia dimenticando se stesso per donarsi totalmente agli altri. E se ne accorge un militare pagano. L’evangelista Marco scrive: "Il centurione, vistolo spirare in quel modo, disse: Veramente quest’uomo era il Figlio di Dio!" (Mc 15,39).

Chi capisce Gesù? I bambini. Sono loro ad accoglierlo mentre entra a Gerusalemme. "Se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli", disse Gesù. È quello che accade a Pietro. Si mette a piangere come un bambino iniziando a capire se stesso. Noi siamo come lui. Quando Gesù confidò a Pietro che sarebbe stato messo a morte questi si arrabbiò. Vuole vincere, non perdere. Non può accettare di essere debole. La scelta di Gesù di essere un servo scandalizza un uomo adulto, convinto della necessità della forza, sicuro che solo questa possa risolvere i problemi, che non sa credere all’ingenuità dell’amore. Pietro confida nel suo orgoglio. "Io non mi scandalizzerò mai di te", proclama a Gesù. Crede di essere buono. In realtà dorme quando Gesù gli chiede di vegliare un’ora sola con lui: è come abbrutito, insoddisfatto, triste, svogliato. In realtà non sa pregare. Dorme e lascia solo Gesù. Poi, forse, fu lui a prendere in mano la spada, credendo di difendere con la violenza il suo amico. Sonno e violenza. Cerca solo di salvarsi. Lascia solo e resta solo. Tradisce l’amore e ne ha bisogno. Si vergogna di Gesù, un debole, uno sconfitto. Ha paura. Nega l’amicizia. Sono i nostri tradimenti. Ma alla fine guardando le conseguenze del male, Pietro piange. Rientra in se stesso. Ricorda, capisce, scioglie il suo orgoglio, si pente.

In questa settimana diventiamo uomini veri, come Pietro. Piangiamo come bambini, chiedendo perdono del nostro peccato. Commuoviamoci di fronte al dramma dei tanti poveri cristi che con la loro croce ci ricordano la sofferenza e la via crucis che fu di Gesù. Scegliamo di non scappare più, di non seguire più da lontano, ma di stargli vicino e di volergli bene. Prendiamo in mano il Vangelo e facciamo compagnia a Gesù. La passione è via del dolore, ma anche della gioia. Percorriamola con Gesù, risorgeremo con lui.
  • monsignor Vincenzo Paglia
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun apr 06, 2009 1:49 pm


  • I doni della Croce
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Cari Fratelli e Sorelle,
sulla croce tutto si compie e Gesù dona le ultime cose prima di rendere lo spirito al Padre.

Accanto ad un moribondo, nel guado tra la vita terrena e la vita eterna, si scopre il valore unico di gesti ultimi di una persona. Tutto di lei ha un sapore diverso, un'eco nuova, rivela un mondo interiore forse neppure immaginato. Se poi la persona che ci sta lasciando è a noi particolarmente cara, allora ogni suo atto, ogni parola o gemito, ogni sguardo con cui ci accarezza... non solo ci parla in modo nuovo, ma sentiamo il cuore commuoversi fino alle lacrime. Tutto diventa viatico, cioè dono che si deposita nell'anima e diventa sorgente di forza e fiducia nella salita della vita.

Così è sotto la croce di Cristo. Vogliamo anche noi, seppure a rispettosa distanza, stare con Maria e Giovanni sotto la croce. Anche noi con loro, anzi, grazie a loro, desideriamo raccogliere in ginocchio gli ultimi gesti, le ultime parole del Morente, come viatico per la nostra vita di pellegrini verso il Cielo.

Gesù dona il perdono ai suoi carnefici. Chi sono? Tutti senza distinzioni. I nostri peccati sono incarnati nel tradimento di Giuda, nel giudizio di Pilato, nelle percosse dei soldati, nel peso massacrante della croce, nei chiodi impietosi, nell'arsura che gli chiude la gola, nella lancia che gli squarcia il petto. Ma Gesù, instancabile, chiede al Padre, con tono certo e risoluto, di perdonare: "Padre, perdona".

E poi, c'è il dono commovente della Madre. In Giovanni sotto la croce siamo tutti noi, c'è l'intera umanità. Gesù dona Giovanni a Maria come figlio, e a lui dona Maria come Madre: "E Giovanni la prese con sé". Anche noi vogliamo prendere con noi la Santa Vergine, e vogliamo essere presi in consegna da Lei. Oh sì, Maria, accogli nella tua maternità ognuno di noi. Custodisci le nostre vite, le famiglie perché siano focolari di fedeltà e d'amore. Proteggi i bambini, perché crescano nel calore e nell'unità dei loro genitori; perché non siano violati nella loro innocenza; perché mai siano usati come merce umana. Entusiasma i giovani verso alti ideali di generosità e di fede. Sostieni gli anziani e i malati, perché nelle loro infermità non perdano la pace e siano sorretti dalla fraternità di tutti. Fa' che la vita sia sempre onorata e accudita con amore, soprattutto quando è ferita, debole, indifesa.

Ancora, sulla croce Cristo dona il Paradiso al ladrone che, crocifisso con lui, riconosce la sua vita di violenza e invoca il perdono: "oggi sarai con me in Paradiso". Quanto ci confortano queste parole che scendono sulle nostre anime come olio benefico! Anche noi possiamo sentirle se, come il ladrone del Vangelo, facciamo verità sui nostri mali. Non sempre è facile in un tempo in cui spesso i valori sembrano capovolti, il male viene presentato come bene e il bene è chiamato male.

Aiutaci, o Signore, ad avere la luce dell'intelligenza e l'onestà della ragione per cercare la verità di noi stessi, degli altri, delle cose; per ammettere l'evidenza, per non crederci padroni ma servitori della vita e della terra; per non ritenere noi stessi – lontani da Te - il criterio di ciò che è giusto. Liberaci dalle logiche dell'egoismo individualista, che corrompe il vivere comune e diventa fonte di ingiustizia anche nell'economia e nella finanza.

Ma c'è ancora un dono. E' l'ultima parola di Gesù sulla croce: "Ho sete". Man mano che il sangue cola, la sete sale e si impadronisce del condannato. Egli diventa una paglia arsa: "Ho sete" Anche la sua sete è un dono per l'umanità, e noi tutti vogliamo raccogliere queste parole con smisurata devozione nel vaso dell'anima, perché esse sono un viatico per la vita. E' la sete di Cristo per le nostre anime; è la sete per il nostro amore, per la nostra fede. E' la sua sete per la nostra sete di Lui. Come se dicesse: ho sete che tu abbia sete di me!

Saperci perdutamente desiderati è veramente il viatico della nostra vita. Le difficoltà dell'esistenza non possono offuscare la gioia, perché Dio ci ama: e quando ci sappiamo amati, abbiamo tutto ciò che ci serve.

Cari amici, lasciamoci avvolgere dai doni di Gesù morente sulla croce. E diciamolo a tutti: al mondo che è spaesato, che sembra a volte aver perso se stesso, che non si vuole più bene, illusoriamente ebbro della propria libertà assoluta. Sì, diciamolo a tutti che Dio ci ama fino a questo punto e che il suo cuore ferito è una porta aperta verso la felicità e la vita. E' una porta aperta che invita tutti e attende con infinità fiducia.
  • cardinale Angelo Bagnasco
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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