Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2008/2009

Omelie di Monsignor Antonio Riboldi e altri commenti alla Parola, a cura di miriam bolfissimo

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2008/2009

Messaggio da miriam bolfissimo » ven nov 28, 2008 11:06 am

      • Omelia del giorno 30 Novembre 2008

        I Domenica di Avvento (Anno B)



        Avvento, attesa della grande Gioia
Come non vedere nell'Avvento il tempo dell'attesa del più grande evento nella nostra storia di Uomini, ossia Dio che torna tra noi.

I nostri progenitori, tentati da satana, avevano preferito il proprio orgoglio all'amore immenso del Padre, che ci aveva creati e fatto dono della vita, per la sola ragione di essere partecipi della sua felicità eterna. Gli abbiamo detto NO. E ci siamo trovati 'nudi'. Risuonano sempre alle orecchie le amare parole del Padre tradito, che ci cerca: 'Uomo dove sei?'. `Mi sono nascosto perché sono nudo'. E da allora è iniziata la profonda e dolorosa nudità, che tante volte ci accompagna e sentiamo interiormente. In fondo, la terribile realtà storica dell'umanità è questa nudità, ossia l'assenza dell'amore di Dio, che è la sola ragione della nostra esistenza, anzi, la sola vita possibile.

Ma Dio, che è Amore, che è per noi il Padre di cui non possiamo fare a meno, dopo una lunga attesa, che ha accompagnato il popolo eletto, nel Vecchio Testamento, come 'a preparare la Sua Via', torna tra noi, uomo tra uomini, per riportarci a casa. L'Avvento dovrebbe contenere questa attesa, vissuta nella preghiera, nella conversione, per prepararci alla festa di sentirci di nuovo amati e di amare, come è nella nostra natura.

La Chiesa, oggi, dedica questo tempo, l’Avvento, perché tutti possiamo preparare la nostra grotta, per ricevere Dio che viene a noi nell'umiltà del presepio, che è l'espressione della Sua grande discrezione e delicatezza, come è la natura dell'Amore. Avvento: un tempo 'per preparare la via al Signore', come disse Giovanni Battista.

Ma noi vogliamo essere pronti a vivere degnamente questo tempo particolare di 'attesa di Dio'? Non c'è bisogno di ricordarci quanto abbiamo bisogno che Lui torni tra noi! Vorrei facessimo nostra, in questo tempo di Avvento, la preghiera del profeta Isaia:
  • "Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro salvatore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema. Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore della tua eredità. Se tu squarciassi i cieli e scendessi? Davanti a te sussulterebbero i monti... Quando Tu compivi cose terribili, che non attendevamo, Tu scendesti e davanti a Te sussultarono i monti. Mai si udì parlare da tempi lontani, orecchio non ha sentito, occhio non ha visto, che un dio fuori di Te abbia fatto tanto per chi confida in Lui. Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle Tue vie.

    Ecco, ti sei adirato perché abbiamo peccato contro di Te, da lungo tempo, e siamo stati ribelli.

    Siamo diventati tutti come cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia; tutti siamo avvizziti come foglie... Le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te: perché Tu hai nascosto il tuo volto e ci hai messo in balia della nostra iniquità. Ma Tu, Signore, sei nostro padre; noi siamo argilla e Tu colui che ci plasma, tutti siamo opera delle tue mani" (Is 63,64 2-7).
L'implorazione del Profeta non si adatta forse a tanti del nostro oggi? Così come la sua accorata preghiera, perché Dio torni tra noi, non è forse il desiderio di tanti, a cominciare da noi? Sono anni ormai che accompagno i passi di molti, che cercano di andare incontro a Dio e seguire Gesù nei suoi passi, come unico e grande Scopo della vita, tanto che oggi siete diventati una “grande chiesa, sparsa in tutto il mondo”. Cerco ogni settimana di proporvi l'amore con cui Dio avvolge i nostri momenti, e cerca di far luce sulla storia di ciascuno di noi e dell'umanità intera. So che tanti di voi riflettono sulla Parola di Dio proposta e, ogni volta, con la Grazia dello Spirito, vi confrontate e trovate l'indicazione e la forza, per vivere la difficile e meravigliosa vita 'secondo Dio'.

È un dialogo spirituale, il nostro, sorretto dalla fiducia e da una incredibile amicizia. Sono tanti anni che dialogo con ciascuno di voi, proponendo la Parola del Padre ed ogni volta, per tanti, si rinnova l'impressione, che è 'lieta novella' ciò che Dio dice e mostra le tante menzogne del mondo, che rischiano di farci perdere la strada. Ed è così: perché la vita veramente vissuta alla luce del Vangelo, altro non può essere che esperienza del nuovo e quindi novità continua. È la grande Grazia di Dio che sì fa vicino. E abbiamo bisogno che Lui ci aiuti a fugare le tante nubi, che cercano di nasconderci la verità.

Per questo l'Avvento è davvero il tempo di metterci alla prova, per vedere se davvero in noi c'è il sincero desiderio che Dio si faccia strada, Che venga e, quindi, ci apra alla gioia del Natale, che è Lui con noi, pronto a condividere gioie e speranze, sofferenze e ansietà.

Dopo una conferenza tenuta in una città sul tema: 'Abbiamo bisogno di Dio', accolta da un incredibile silenzio, soprattutto dei giovani, per la passione che ci avevo messo, mi scrisse una ragazza: “Che incredibile esperienza mi è toccata di vivere quella sera. Sono una di quelle che ha sempre cercato di non pensare a Dio, come non fosse necessario per la mia vita. O meglio lo avrei cercato in qualche libro, qualora i libri potessero darci quello Che non hanno. Ma quella sera, il singhiozzo delle sue parole, che esprimevano da sole, quanto lei voglia bene al Padre, ha fatto sì che Dio mi si è fatto vicino. Direi che più che le parole, quella sera, ci fu qualcosa di diverso, come una luce che si fa strada nel buio dell'anima. Ora mi resta solo di vivere di Lui. È semplicemente la Gioia che cercavo”. Gesù, oggi, ci indica come vivere questo prezioso tempo di Avvento:
  • "Gesù disse ai suoi discepoli: Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo avere lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se la sera o a mezzanotte o al canto del gallo o di mattino; fate in modo che, giungendo all'improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate" (Mc. 13, 33-37).
E un modo di ‘vegliare’, cioè attendere la venuta di Gesù a Natale, è quello di affidarsi alla preghiera, alla lettura della Parola, alla carità verso chi non ha.

In questi ultimi tempi, la Chiesa suggerisce di entrare nel mistero di Dio che, amandoci, vuole essere nostra luce, tornando alla lettura e alla meditazione della Parola di Dio, nella Sacra Scrittura. Come sarebbe efficace se rutti, ogni giorno, leggessimo la Bibbia, a cominciare proprio dalla nostra origine – la Genesi – e così ammirare la nostra verità di vita, la vera nostra storia ed il grande amore di Dio! È difficile? Direi proprio di no.

Basterebbe ’sacrificare' qualche momento della televisione, che ci annebbia l'anima, e fare spazio a Dio che, nella Sacra Scrittura, ci parla. Capiremmo il Natale. Non solo, ma, mentre il consumismo fa del Natale l'idolatria dei doni, proviamo a programmare doni a chi non conosce neppure il necessario. Quel dono, a Natale, sarebbe il modo più bello di annunziare che Dio è vicino a tutti, nasce per tutti. Impossibile? Forse per chi ripete la storia di quanti, quando nacque Gesù, non offrirono ospitalità a Maria, una donna incinta, e a Giuseppe: 'Per loro non c'era posto!'.

Non è il regalo che ci fa buoni, ma è farsi dono che ci fa conoscere l'amore e suscita la gioia. Vorrei pregare in questo tempo Gesù, con le parole del Salmo 79:
  • "Dio degli eserciti, ritorna!

    Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna,

    proteggi quella che la tua destra ha piantato

    il figlio dell'uomo che per te hai reso forte.

    Sia la tua mano sull'uomo della tua destra

    Sul figlio dell'uomo che per te hai reso forte.

    Da te più non ci allontaneremo,

    facci rivivere e noi invocheremo il Tuo Nome".



    "Santa Maria
    – pregò don Tonino Bello – donna del silenzio, riportaci alle sorgenti della pace. Liberaci dall'assedio delle parole: dalle nostre, prima di tutto, ma anche da quelle degli altri. Persuadici che solo nel silenzio maturano le grandi cose della vita: la conversione, l'amore, il sacrificio, la morte.

    Liberaci, ti preghiamo dagli appagamenti facili, dai rapporti comodi.

    Apri il nostro cuore alle sofferenze dei fratelli.

    E perché possiamo essere pronti ad intuirne la necessità

    donaci occhi gonfi di tenerezza e di speranza".
Antonio Riboldi – Vescovo –

Internet: www.vescovoriboldi.it

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Messaggio da miriam bolfissimo » gio dic 04, 2008 8:58 am

      • Omelia del giorno 7 Dicembre 2008

        II Domenica di Avvento (Anno B)



        Giovanni, la voce che grida nel deserto
Con quella materna tenerezza con cui la Chiesa ci invita a vivere i grandi eventi di Dio tra noi - a cominciare dal Natale del Figlio, un Natale tanto vicino - oggi si fa eco della gioia che ci attende e ci viene donata, sempre che siamo disposti ad accoglierla.

Sappiamo tutti di vivere una vita difficile, che, per molti, è davvero 'avvento', ossia attesa del Cielo, o, forse, solo della morte, e ci piange il cuore. Vivere può essere solo camminare nel nulla, senza attendere nessuno e quindi come nati per gioco? La Chiesa, come ad esprimere il conforto di chi davvero 'attende', oggi, per bocca del profeta Isaia, così ci invita:
  • "Consolate, consolate il mio popolo - dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore, il doppio per tutti i suoi peccati. Una voce grida: Nel deserto preparate la via del Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata. Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato. Sali su un monte alto, tu che annunzi liete notizie a Sion! Alza la tua voce con forza, tu che annunzi liete notizie a Gerusalemme. Alza la voce e non temere: annuncia alle città di Giuda: Ecco, il Signore Dio viene con potenza. Ecco egli ha con sé il premio, la sua ricompensa lo precede. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri" (Is. 40, 1-11).
Con quanta dolcezza e insistenza il profeta si rivolge anche a noi, per invitarci in questo tempo a preparare la 'via del cuore' per accogliere Dio nel Natale! Ma viviamo un tempo di grandi contraddizioni, che non aiutano a questo. Credo vi siate posti anche voi domande sul mistero di iniquità e di nostalgia di Dio, di fronte al modo di pensare e di vivere del nostro tempo, anche nell'intimità delle nostre famiglie.

Da una parte si fa professione di onestà e giustizia, di amore, tanto da sembrare tutti appartenenti ad un ‘regno di perfetti', che non hanno bisogno di correzione, sicuri di essere sulla buona via - di cui parla Isaia - per cui si è convinti di non avere bisogno di cambiamenti di rotta; ma dall'altra parte siamo come circondati ed immersi in atteggiamenti, modi di pensare e di vivere, diversi con quanto a parole professiamo. Al punto che a volte si irride - o noi stessi irridiamo - ciò che é onesto - come se l'onestà appartenesse ad una civiltà, che adotta regole diverse e contrarie!

Si fanno elogi alla fedeltà nell'amore, come un principio irrinunciabile, poi si accetta, come fosse una necessità, anzi come una “giusta realizzazione della propria felicità”, avere un'amante, considerata come segno di libertà e non come ingiustizia grave.

Si hanno parole di fuoco contro ogni forma di emarginazione, che sconfina nella miseria di tanti, una miseria che annienta diritto e dignità dell'uomo, ma poi si fa della conquista della ricchezza l’idolatria più diffusa, che non fa più neppure arrossire o indignare, pur sapendo che la cupidigia del denaro è la vera radice di tutte le povertà.

Non si sa più quale poesia comporre per inneggiare al grande dono della castità, che è come l'abito celeste del cuore, che si diffonde sul corpo, ma poi concretamente si innalzano altari a tutte le pornografie, che irridono ogni dignità e fanno delle persone 'solo dei corpi', delle 'merci'. Non ultima, non c'è nessuno che sconfessi il comandamento dell'amore al prossimo che per Gesù è la grande legge della vita - una legge simile, nella sua grandezza, alla stessa legge che fa amare Dio - ma nella realtà spesso siamo lontani dal 'farsi vicini' a chi conta sulla nostra solidarietà, come gli ultimi, senza contare quanti peccati si commettono contro i vicini, i parenti, gli amici, le mogli o fidanzate, i mariti, i figli: è cronaca di tutti i giorni.

Potremmo continuare questo elenco di 'doppiezze', che sono lo stile di vita di tanti che si dicono cristiani: un groviglio che porta lontano dal cercare la via del Signore, che il profeta indica. È anche vero che ci sono tanti - e credo ci siate anche voi - che con passione e fatica 'preparano la via al Signore e spianano nella steppa la strada per il nostro Dio'.

Quante volte accade, nella mia vita di pastore, di vedere i miracoli della Grazia, ossia di gente appartenente a tutte le categorie, che gustata la gioia della Grazia, non solo apre occhi e cuore, ma, trovata la via che conduce a Dio, più che camminare la percorre con intensità e gioia. “Credevo di trovare la felicità dove era il deserto dell'anima, ma ora, liberatomi da quelli che credevo abiti di splendore, ed erano miseri e pericolosi stracci, finalmente passo le giornate nella semplicità, come uno che, con il cuore libero da sciocchezze, respira l'incredibile aria della vita con Dio…”. Cosi ci esorta l’apostolo Pietro:
  • "Una cosa non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno. Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi" (II Pietro, 3, 8-11).
Non ci resta, carissimi, che vivere questo tempo di Avvento, mettendo alle spalle una vita che non è attendere con gioia Dio che viene.

Non facciamoci illudere dalle tante vanità che in questo tempo il mercato propone, chiamandole ‘Natale’, quando è solo ‘consumismo’. C'è davvero bisogno di una grande grazia, che ci converta, come esorta Giovanni Battista:
  • "Inizio del Vangelo di Gesù, Figlio di Dio - scrive Marco. Come sta scritto nel profeta Isaia: Ecco dinnanzi a te io mando il mio messaggero; egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri. Vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava il battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui da tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti da Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: Viene dopo di me, colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi, per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi battezzo con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo" (Mc. 1, 1-8).
Come vorremmo, spiritualmente, essere tra quella folla che correva incontro a Giovanni Battista, vero segno della beatitudine della povertà, che rendeva credibile ciò che diceva, per farsi da lui convertire e immergerci nel Giordano.

Lo sconforto, per non chiamarlo delusione, che si vive oggi, suscita la voglia di trovare chi doni serenità. Una serenità che non appartiene a quanto offre questa terra. Noi siamo figli di Dio e la serenità è solo nell'andare incontro a Lui o meglio attendere che Lui, con la tenerezza che Lo distingue, si faccia vicino a noi, sempre che noi rispondiamo al Suo accorato appello:
  • Vieni con me, dove io sono, in te stesso: ti darò la chiave dell'esistenza.

    Là dove sono io, là eternamente è il segreto della tua origine.

    Invano ti dibatti, non ti difenderai eternamente contro la mia pace.

    Lo senti o no che io sono qui, il commensale che aspettavi?

    Il mio riposo è abbastanza per te? Che dice questo tuo povero cuore?

    Se tu non fossi mio figlio, io non sarei qui oggi.

    Quel Padre a cui il figlio prodigo getta le braccia attorno al collo.

    Per non preferirmi, bisognava che tu non mi avessi conosciuto.

    Come può morire colui che ho ammesso fino al mio essere?

    Dove sono le tue mani che non siano le mie?

    E i tuoi piedi che non siano confitti nella stessa croce?

    Dov'è il tuo 'io' che non mi ascolti?

    Noi siamo vicinissimi l'uno all'altro e ci diventa più difficile essere altrove.

    Come fare per separarmi da te, senza che tu mi strappi il cuore?


    (da Dialogo di Dio con l'uomo di Paul Claudel)
Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun dic 08, 2008 5:37 pm

      • Omelia del giorno 8 Dicembre 2008

        Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria (Anno B)



        Io sono l’Immacolata concezione
Chi di noi si reca in pellegrinaggio a Lourdes, passa giornate ed ore nell'ammirare quella statua appena elevata dalla terra, in una conca, con ai piedi delle rose. E attorno a Lei l'epigrafe del suo privilegio divino: “Io sono l'Immacolata Concezione”, ossia la donna che Dio ha voluto preservare dal peccato originale e, quindi, senza mai peccato.

Il peccato, la tristissima eredità che ci portiamo addosso tutti e che il Battesimo ha cancellato, ma lasciandoci poi la fatica - davvero grande - di divenire santi, che è essere immacolati.

E tutti sappiamo che tale privilegio, totale, Dio l'ha concesso a Maria, perché, dovendo essere Madre del Figlio, era giusto trovare in lei, mamma, un asilo tutto puro, come è il Cielo da cui Dio scende. Non ci si stanca mai di fissare lo sguardo su quella Mamma Immacolata ed in ciascuno di noi sorge la nostalgia di quella bellezza, conoscendo come vivere, per tutti, è ogni giorno sporcarci il cuore con le tante nostre debolezze e passioni.

Oggi la Chiesa vuole celebrare questo infinito dono del Padre, che è Maria, l'Immacolata, a noi; a Lei, sotto la croce, Gesù volle affidarci come figli alla Mamma.

Tutti abbiamo una predilezione per le nostre mamme, in cui ci pare di trovare sempre il cuore aperto, come fossimo fanciulli, sempre in cerca di chi ci difenda e ci comprenda.

Da qui la devozione alla Madonna.

E Maria ci invita a portare il nostro desiderio di purezza e il nostro amore alla virtù, non soltanto negli atti esteriori, ma nel cuore, dove veramente siamo noi stessi, dove nascono i nostri pensieri, nel cenacolo dei nostri sentimenti. E lì ci invita a filtrare le impressioni cattive, che nascono dentro e fuori di noi, così che la fiamma dei nostri propositi permanga ferma, tranquilla, luminosa e pura.

Quante voglie, anche se non sempre appagata, sono in tutti! Non ci resta, oggi, che affidarci all'Immacolata:
  • “Madre di Gesù Cristo, io non vengo a pregare: non ho nulla da offrire.

    Vengo solo, oggi, a guardarti.

    Guardarti e piangere di gioia, sapendo che io sono tuo figlio e che tu sei qui vicina a me.

    Essere insieme a Te, Maria, qui dove sei tu.

    Non dire nulla, cantare, solo perché il cuore è troppo pieno.

    Perché sei bella, sei immacolata, la donna restituita alla Grazia.

    Sei la creatura nella sua prima felicità, cosi come è uscita da Dio

    nel mattino del suo originale splendore.

    Ineffabilmente intatta, perché tu sei la Madre di Gesù Cristo,

    che è la verità tra le tue braccia, la sola speranza, il solo frutto.

    Perché tu sei la Donna, l'Eden dell'antica tenerezza dimenticata

    il cui sguardo va diritto al cuore e fa sgorgare lacrime accumulate.

    Semplicemente perché tu esisti, o Madre di Gesù Cristo, sii ringraziata”

    (Paul Claudel).
Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » gio dic 11, 2008 11:14 am

      • Omelia del giorno 14 Dicembre 2008

        III Domenica di Avvento (Anno B)



        Venne un uomo mandato da Dio
La si sente nell'aria l'attesa del Santo Natale. Per chi ha una salda fede è l'attesa che cambi qualcosa, come solo Dio può fare, servendosi di noi in questo mondo. Per chi Natale è solo un'occasione di doni, è la fragile gioia di fare contenti per un momento coloro che amiamo, per chi è solo consumo, diventa un frenetico scambio di auguri, in tutti i modi. Come se tutti volessero farci ricordare che 'ci siamo', almeno per un giorno!

Ma per noi la gioia viene da altra sorgente, che è vera Gioia: la venuta tra dì noi di Dio, nato a Betlemme. Dio fra noi, come uno di noi. Immensità di amore: vera follia di Dio che, nella sua infinita grandezza, ci ama così tanto - noi, cosa da niente, troppe volte - perché ai suoi occhi di Padre chiunque di noi è di immenso pregio, siamo figli da Lui creati! E un Padre non può fare a meno di 'riavere' accanto a sè, se vogliono, i figli che ama. Canta il profeta Isaia:
  • “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli. Perché come la terra produce i suoi germogli e come un giardino fa germogliare i suon semi, così il Signore Dio farà germogliare la giustizia e la lode davanti a tutte le genti” (Is 61, 10-11).



    “Ma è ancora necessario un Salvatore
    - affermava Benedetto XVI, nel Natale del 2006 – per l'uomo del terzo millennio? Per l'uomo che ha raggiunto la Luna e Marte e si dispone a conquistare l'Universo? Ha bisogno di un Salvatore l'uomo che ha inventato la comunicazione interattiva che naviga nell'oceano virtuale di Internet e, grazie alle più moderne ed avanzate tecnologie massmediali, ha ormai reso la terra, questa grande casa comune, un piccolo villaggio globale? Si presenta come sicuro e autosufficiente artefice del proprio destino, fabbricatore entusiasta di indiscussi successi, quest'uomo del secolo ventunesimo. Sembra, ma così non è. Si muore ancora di fame e di sete, di malattia e di povertà, in questo tempo di abbondanza e consumismo sfrenato. C'è ancora chi è schiavo, sfruttato e offeso nella sua dignità; chi è vittima dell'odio razziale e religioso. C'è chi vede il proprio corpo e quello dei propri cari, specialmente bambini, martoriato dall'uso delle armi, dal terrorismo e da ogni genere di violenza, in un'epoca in cui tutti invocano e proclamano il progresso, la solidarietà e la pace per tutti. E che dire di chi, privo di speranza, è costretto a lasciare la propria casa e la propria patria per cercare altrove condizioni di vita degne dell'uomo? Che fare per chi è ingannato da facili profeti di felicità, chi è fragile e si trova a camminare nel tunnel della solitudine e finisce spesso schiavo dell'alcool e della droga? Che pensare di chi sceglie la morte credendo di inneggiare alla vita? Come non sentire che proprio dal profondo di questa umanità gaudente e disperata si leva una invocazione straziante di aiuto? t proprio il Natale di Gesù, Figlio di Dio, che fa entrare nel mondo `la luce vera, che illumina ogni uomo'. A Natale, proprio in questo che si definisce 'oggi', Cristo viene tra la sua gente e a chi Lo accoglie dà il potere di diventare figli di Dio, di condividere la gioia dell'Amore. Gesù, il Salvatore, sa che noi abbiamo bisogno di Lui. Ed è proprio nell'intimo dell'uomo, che la Bibbia chiama 'cuore', che egli ha bisogno di essere salvato”.
E la Chiesa, oggi, come a confermare la riscoperta della Gioia annunciata dal profeta Isaia, con la Lettera di san Paolo ai Tessalonicesi, annuncia:
  • “Fratelli, siate sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie: questa, infatti, è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vegliate su ogni cosa e tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male. Il Dio della pace vi santifichi interamente e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile con la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è Lui che vi chiama: Egli farà tutto questo” (Tess 5, 16-24).
E poi ci invita a cedere il posto alla grande discesa di Dio tra di noi, presentandoci chi apre la via a chi desidera ricevere Dio. E chi non Lo può almeno desiderare? É la sola gioia di cui abbiamo sete, anche se forse non lo sappiamo. Dice Giovanni, l'apostolo: “Venne un uomo mandato da Dio, il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone, per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la Luce, ma doveva dare testimonianza alla Luce” (Gv 1, 6-8).

Leggendo questo testo mi viene alla mente uno dei momenti più intensi di commozione di tutta la Chiesa e del mondo, credo. Era la vigilia della morte di Giovanni XXIII, 'il Papa buono', come tutti lo definivano, senza distinzione di classe o di religione. Il suo sorriso, la sua semplicità, la sua bontà, che sembravano non conoscere confini o barriere, erano riusciti a penetrare ovunque e chiunque, come la luce del sole, che non si fa fermare da ostacoli e tutto illumina. Tutti eravamo abituati a sentircelo così vicino, come fosse uno di famiglia, uno che capiva, uno che aveva negli occhi, nelle parole, nei gesti, i grandi orizzonti dell'amore, che superano le grettezze di cuore, che sono sempre vicoli stretti e a volte chiusi.

La sera dell'11 ottobre, all'apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, quando parlando a braccio dalla finestra, che dava sulla Piazza di S. Pietro, aveva mandato una carezza ai bambini e ai malati – ‘la carezza del Papa’ - si era avuta la sensazione che tutto il mondo fosse accarezzato da Dio stesso, tanta era la inaspettata gioia che quelle parole avevano dato. Allora, come la sera della sua morte, piansi: un pianto che poteva stare bene anche in Paradiso, e mi dissi: ‘Se un uomo è capace di tanto amore, cosa mai sarà il sorriso, la bontà e la carezza di Dio’. Il Paradiso, in entrambe le sere, mi sembrò più vicino.

Giovanni XXIII aveva il dono, tramite la sua bontà, di farci nascere il desiderio di essere migliori, la nostalgia del Cielo. ‘Ma chi era mai costui?' veniva da chiederci, come si interrogarono quanti accostavano Giovanni Battista. La risposta ce la demmo con dolore quella sera, in cui tutta la Chiesa, e non solo, pregava perché il Signore lo conservasse ancora tra noi. Ne avevamo bisogno: avevamo bisogno del sorriso, come forse ancora di più oggi. potevamo fare a meno di tante altre persone, che si credevano potenti, ma che con la loro boria pericolosa costituiscono solo un timore per il mondo.

Davanti a Giovanni XXIII di colpo tutto perdeva importanza, dalla ricchezza allo stupido orgoglio. Prepotentemente lui ci comunicava che la ricchezza più bella e insostituibile è l’amore, quello donatoci da Dio: Dio stesso. Volendolo ancora vicino, come non dovesse conoscere la morte, ma consapevoli che ormai Dio lo voleva vicino a Sé, come il buon servo fedele, che aveva testimoniato la Luce, in coro ci siamo detti: `Venne un uomo mandato da Dio, il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone della Luce'. Per lui assumeva la veste della verità, quanto affermava il profeta Isaia:
  • “Lo Spirito del Signore è sopra di me, perché il Signore mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà dei prigionieri, a promulgare l'anno di misericordia del Signore” (Is 61,1-2).
Una domanda che si pongono tanti, oggi, da ogni parte: perché la gente pare non senta più la necessità del sorriso di Dio? L'uomo può veramente vivere senza sentirsi amato? Viene Natale e si ha quasi paura di risvegliare la gioia, perché Gesù sarà presto tra di noi, come Uno di noi. Uno che sarà tanto di casa da suscitare speranza, come sapeva fare il sorriso di Papa Giovanni XXIII.

Ma non temiamo di seguire un rituale, del resto anche poco opportuno in questo tempo di crisi, facendo lunghe file davanti ai negozi, rincorrendo la fantasia di chi vuole venderci qualcosa 'perché è Natale'! Forse non ci passa neppure per la testa che c'è davvero tanta gente che letteralmente muore di fame ed è un dito di accusa puntato contro questa nostra corsa al regalo o al pranzo natalizio. È come se di colpo spegnessimo le stelle del cielo, che sono come una finestra sul Paradiso, per costruirci un cielo di stelle di carta, che incorniciano le nostre vie, ma appartengono ad un 'cielo basso', che nulla può darci di vera gioia.

Abbiamo bisogno di vederci vicino testimoni di luce: gente che, illuminata dalla carità, quasi ci ripeta con il Battista: “Io ti battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che non conoscete, Uno che viene dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio dei sandali”. Con Mons. Tonino Bello offro questa preghiera:
  • Ti chiedo, Signore, di far provare a questa gente ebbrezza di vivere insieme.

    Donale una solidarietà nuova, una comunione profonda.

    Falle sentire che per crescere insieme, non basta tirar fuori dall'armadio

    i ricordi del passato, ricordi splendidi e festosi,

    ma occorre spalancare la finestra sul futuro, osando insieme, sacrificandosi insieme.

    Da soli non si cammina più.

    Fa' che il suo Natale sia una danza di giovinezza, concerti di campane,

    una liberazione di speranze prigioniere,

    il disseppellimento di attese comuni a volte interrate nelle caverne dell'anima.
A tutti auguro oggi di farsi testimoni di luce e di gioia, testimoni di carità, in modo da diventare credibili annunciatori della gioia del Natale. Lo possiamo, lo dobbiamo fare, perché oggi, senza averne piena coscienza tanti attendono il Natale, ossia Dio che si fa vicino, Uno come noi, Uno con noi.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2008/2009

Messaggio da miriam bolfissimo » ven dic 19, 2008 10:30 am

      • Omelia del giorno 21 Dicembre 2008

        IV Domenica di Avvento (Anno B)



        Un sì che diventa la nostra storia
Che il Santo Natale abbia avuto - ed abbia - un fascino unico nel cuore di tanti è innegabile. In questi giorni, poi, che ci accostiamo alla Solennità, questo fascino diventa l'aria di una grande attesa di speranza, di 'nuovo', che ha le sue radici nel cuore dell'uomo, sempre che questi appartenga 'agli uomini di buona volontà'. È un'attesa coltivata da secoli e mai scomparsa, che dovrebbe essere consapevole e vigile nella nostra esperienza quotidiana, perché la nostra vita e quella di tutti sia migliore in ogni senso.

Quest'anno le ristrettezze economiche, dovute a quella che chiamano 'recessione', ci rendono più cauti nelle spese e nei regali. Ne soffre il consumismo, ma il ritorno ad una vita più sobria e semplice, dove riprende il suo posto il cuore e non le cose, dovrebbe fare emergere la gioia e la necessità che ritorni la pace cantata dagli Angeli sulla grotta di Betlemme. Sarà così? La risposta dipende da ciascuno di noi. Gesù troverà in noi la 'grotta e la mangiatoia' che Lo accolgono?

Se, come invita il profeta Isaia, 'spianiamo la via al Signore', sarà proprio la ritrovata semplicità del Natale, che farà spazio alla fede, alla gioia, all'amore. Ma occorre avere il coraggio di dire 'sì' a Dio, come fece Maria.

C'è una preghiera che segna il nostro tempo, giorno per giorno, richiamando il grande evento dell'Annunciazione. Nelle nostre Chiese, l'evento che meditiamo oggi, ci viene ricordato con l'Angelus, scandito dalle campane, ogni giorno, al mattino, a pranzo e a sera. Un evento che ci ricorda lo stupore dell'Annunciazione. Nelle nostre famiglie, un tempo, e forse anche oggi, in tanti si risponde al suono delle campane, con la tradizionale preghiera, che è il racconto dei racconti, l'Angelus, appunto:
  • L'Angelo del Signore portò l'annunzio a Maria
    ed ella concepì per opera dello Spirito Santo.

    Ecco la serva del Signore,
    sia fatto di me secondo la Tua Parola.

    E il Verbo di Dio si è fatto carne
    ed abitò tra noi.

    Prega per noi santa Madre di Dio,
    perché siamo fatti degni delle promesse di Cristo.
Una preghiera quotidiana, che è l'orologio della salvezza e ci ricorda il Natale di Gesù. ogni giorno. Tre volte al giorno. I passi di Maria, che accompagnano i nostri passi, o così dovrebbe essere. Leggiamo, dunque, assaporando parola per parola, il racconto dell'Annunciazione, di cui la Chiesa 'fa memoria', oggi.
  • In quel tempo, Dio mandò l'Angelo Gabriele a Nazareth, un villaggio della Galilea. L'angelo andò da una fanciulla che era fidanzata ad un certo Giuseppe, discendente del re Davide. La fanciulla si chiamava Maria. l'angelo entrò in casa e le disse: Rallegrati, Maria, il Signore è con te. Egli ti ha colmata di grazia. Maria fu molto impressionata da queste parole e si domandava sul significato che poteva avere quel saluto. Ma l'angelo le disse: Non temere, Maria! tu hai trovato grazia presso Dio. Avrai un figlio, lo darai alla luce e gli metterai il nome Gesù. egli sarà grande e Dio, l'Onnipotente, lo chiamerà Suo Figlio. Il Signore lo farà re, lo porrà sul trono di Davide, suo padre ed egli regnerà per sempre sul popolo di Israele. Il Suo regno non finirà mai. Allora Maria disse all'angelo: Come è possibile questo dal momento che io sono vergine? L'angelo rispose: Lo Spirito Santo verrà su di te e l'Onnipotente Dio, come una nube, ti avvolgerà. Per questo il bambino che avrai sarà santo, Figlio di Dio. Vedi, Elisabetta, tua parente, alla sua età aspetta un figlio. Tutti pensavano che non potesse avere bambini, eppure è già al sesto mese Nulla è impossibile a Dio! Allora Maria disse: Eccomi, sono la serva del Signore, Dio faccia con me come tu hai detto. Poi l'angelo la lasciò" (Lc 1, 26-38).
  • Pensiamo per un momento - affermava Paolo VI – all'avvenimento prodigioso che l'annunciazione ci ricorda. Ci ricorda l'entrata nuova, soprannaturale, personale, di Dio nel mondo delle sue creature, anzi nella nostra terra, nella nostra storia, nella nostra natura umana. È la festa dell'Incarnazione; è la prima, la più profonda, la più ineffabile festa del poema cristiano. È la festa del più miracoloso avvenimento che sia mai accaduto nel corso dei secoli. Pensiamo: il Verbo di Dio, Dio Lui stesso, in virtù dello Spirito Santo, l'Amore infinito calato sopra la più innocente figlia di questa terra, viene a vivere da uomo, come uno di noi (esclusa la nostra condizione radicale di peccatori), fondendo in sé con la sua natura divina la nostra natura umana; assume la nostra carne, la nostra forma di vita, la nostra sorte. Maria diventa così madre di Cristo, cioè madre di Dio fatto uomo. Siamo tentati di dire che questo mistero dell'Incarnazione, è troppo grande, più difficile a comprendersi di ogni altro; è sconvolgente e sbalorditivo, tocca l'impensabile e l'impossibile. Così l'ineffabile 'fiat' di Maria innestò l'amore salvifico di Dio nel campo umano. Un 'sì', un atto di accettazione cosciente, di obbedienza voluta, di carità libera, ebbe espressione dal cuore e dalle labbra di Maria; ella ci rappresentò tutti; ella, l'unica la cui voce potesse veramente rispondere alla sovrana chiamata di Dio. Ella tutti ci istruì sul modo di realizzare la nostra salvezza, che è nell'accettare la volontà di Dio. Poniamo l'orecchio a quella candida, innocente voce di Maria che ancora risuona per noi: 'Si faccia in me secondo la tua parola'; e nel riudire quell'umile e decisivo messaggio lasciamo che una pietà immensa riempia il nostro cuore di riconoscenza e di lode e di fiducia. Lasciamo che il suo esempio tracci a noi la lezione di cui abbiamo maggiormente bisogno, perché Dio si incarni nella nostra vita, perché la sua volontà, che ha nei cieli il suo regno, sì realizzi qui in terra, nel regno sconvolto dalla nostra voglia di libertà, nella volontà, perché possiamo essere davvero seguaci di Cristo e fruire della sua salvezza; occorre perciò che anche noi impariamo a dire 'sì' ai voleri di Dio, anche quando sono grandi, anche quando sono incomprensibili, anche quando sono per noi dolorosi. Ci insegni Maria Annunziata a dire la grande parola: 'Sì, fiat, sia fatta, o Signore, la Tua volontà" (Paolo VI, 25 marzo 1961).
Ormai siamo vicini al Natale, tanto vicini. Non ci resta che essere degni e preparati ad accogliere Dio che viene ed attende il nostro 'sì'. Sarebbe davvero un'imperdonabile superficialità se sbarrassimo la porta a Gesù, per aprirla solo ad altro di effimero e materiale.

Ma sono certo che questi giorni, che ci avvicinano al Natale, i miei amici saranno come i pastori, in attesa che l'Angelo annunci la nascita, in noi, di Gesù. È questa la gioia che tutti vorremmo e che Gesù solo sa e può donarci, solo se glielo permettiamo. Preghiamo con la Chiesa nell'attesa del Natale.
  • Stillate o cieli dall'alto e le nubi piovano giustizia.

    Si apra la terra e produca la salvezza.

    Spunterà la radice di Jesse - che verrà a giudicare i popoli:

    i popoli in Lui potranno sperare.

    Cercate il Signore e confortatevi cercate sempre il Suo Volto.

    Dite alla figlia di Sion: ecco il nostro Salvatore

    verrà con potenza.
Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2008/2009

Messaggio da miriam bolfissimo » ven dic 26, 2008 6:25 pm

      • Omelia del giorno 25 Dicembre 2008

        Natale del Signore (Anno B)



        Il Natale di Gesù: Dio torna tra noi
Voglio iniziare questa mia riflessione con l'augurio ed il saluto, che gli Angeli cantarono sopra la Grotta dove nacque Gesù, il Figlio di Dio tra noi, uomo come noi, ma riportandoci, come Dio, ciò che avevamo perduto nel Paradiso terrestre, ossia la santità e la gioia dei figli del Padre.
  • GLORIA A DIO NELL’ALTO DEI CIELI E PACE IN TERRA AGLI UOMINI CHE EGLI AMA.
Non so se avete mai provato ad essere spettatori di un evento di tale meraviglia, da non saperlo raccontare, sia perché le parole ne riducono - e di molto - la bellezza, sia perché si ha paura che chi ascolta non riesca a cogliere lo stupore, che si vorrebbe trasmettere. Si rischia di essere considerati dei ‘sognatori’... e si è tentati di tacere. Io mi sento così ogni volta che debbo raccontare o commentare ‘le grandi cose’ che Dio compie tra noi, che sono come una sorgente infinita di possibile gioia, da togliere il fiato, - se le si accoglie 'come bambini' - a cominciare proprio dal Natale di Gesù.

Un Evento, la nascita del Figlio di Dio, che sconvolge tutti i nostri modi di accogliere i grandi eventi. Mentre tra noi, poveri uomini, i 'grandi eventi' li esprimiamo con modi trionfali, che parlano di ‘grandezza’ umana - così fragile! - quello del Natale si ammanta di silenzio e di umiltà, subito prendendo le distanze dalla superbia, che è il male che ci privò, nell'Eden, dello stare con Dio, ‘passeggiare con Dio’, come afferma la Genesi.

Il racconto, che San Luca fa del Natale di Gesù, riporta questa semplicità, espressione dell'amore che non è mai rumore, ma sospiro. Più che leggere questo racconto, che è la sola gioia per chi crede oggi - e vorremmo fosse per tutti - è necessario 'entrarvi dentro' con la contemplazione.
  • In quel giorno un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento su tutta la terra. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazareth e dalla Galilea, sali in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare con Maria sua sposa che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’albergo. C'erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l'angelo disse: Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: vi è nato nella città di Davide un Salvatore che è il Cristo Signore. Questo per voi un segno: troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia. E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e Pace in terra agli uomini che Egli ama” (Lc. 2, 1-14).
Si racconta che fu san Francesco a volere ricordare il Natale, costruendo il primo presepio. Così come si racconta che, contemplando il grande evento, che era in quel segno, valido sempre, non riuscisse che a balbettare per l'emozione il nome di Gesù. Come, dunque, comunicare agli uomini di oggi questo - inimmaginabile Evento - di Dio tra noi?

Sembra difficile - nel mondo e nel modo in cui viviamo - cogliere l'immensa grandezza di ciò che significa per gli uomini, per ciascun uomo, il Natale di Gesù. Siamo circondati da troppi rumori, che impediscono- il dolce dialogo della pace di Dio-; siamo concentrati su troppi 'affanni della vita', per poter cogliere il sussurro dello Spirito. Eppure ne sentiamo la necessità, soprattutto oggi, tempo di ansie, di paure, di povertà, di solitudine. Desideriamo, forse inconsciamente, ma profondamente, segni di speranza e pace, che ridiano sicurezza a questa nostra fragile esistenza.

Forse a noi, vittime del chiasso che si è creato per le tante attrattive del 'mercato', cui solo interessa il consumo e il guadagno, non arriva il canto degli Angeli. Ma è proprio dell'Amore, invece, farsi vicino a noi 'in punta di piedi', come avvenne nel Natale a Betlemme: una mangiatoia, un Bambino, un contemplare e comunicare senza neppure parlare. Farsi raggiungere da quel divino- Amore è diventare noi 'nuda mangiatoia', perché l'Amore la occupi tutta, convinti, come siamo, che ogni angolo negato è negato all'Amore. Ma ascoltiamo l'esplosione di gioia che Paolo scrive a Tito:
  • Carissimi, è apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l'empietà e i desideri umani e a vivere con sobrietà, pietà e giustizia in questo mondo, nell'attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nuovo grande Dio e Salvatore Gesù Cristo. Egli ha dato se stesso a noi, per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro che gli appartenga, zelante nelle opere buone” (a Tito 2, 11-14).
Voglio farvi gli auguri di Buon Natale, con le parole che il grande Paolo VI scriveva nel Natale 1969:
  • La prima condizione per fare bene il Natale è quella di conservargli la sua autenticità religiosa. Non stiamo ora a parlarvi del pericolo che il vero Natale sia soffocato dalle manifestazioni esteriori e profane, alle quali la festa presta occasione, a volte prendendo il sopravvento e trasformandone il carattere sacro. Ciascuno sa come questa vanificazione del Natale può avvenire anche partendo da forme innocenti di folklore.

    Il presepio stesso può diventare spettacolo con finalità estetiche e fantasiose, più che richiamo alla rappresentazione del sublime ed umile fatto della nascita di Gesù.

    Procuriamoci di vedere, di contemplare il quadro, cioè la scena di Betlemme.

    Occorre vedere nel presepio l'avvenimento tanto importante e centrale, la nascita cioè di Colui che si chiama Salvatore, Gesù, il Messia nel quale si incentrano e si compiono i disegni relativi ai destini dell'umanità.

    Dobbiamo considerare il Natale come una apparizione.

    Ce lo dice S. Paolo: Apparve la bontà e l'amore di Dio salvatore nostro verso gli uomini. È il segreto di Dio che si è svelato in Gesù Cristo: Dio è bontà, è amore.

    Comprendiamo come S. Francesco andasse in estasi davanti al presepio e come noi stessi possiamo sentirci trasformati davanti ad una scoperta che ci folgora di meraviglia e di commozione.

    Noi siamo amati: amati da Dio! Comprendiamo Pasla che esclamava: Gioia, gioia, gioia, pianti di gioia. Questo è il Natale! Il Natale della fede.
E questo è il Natale che auguro a tutti voi, che siete con il tempo diventati miei carissimi amici. Ci troveremo tutti quella notte a gioire per Gesù tra noi.

E lì manifesteremo l'amore che ci unisce.

Vi voglia un gran bene e augurandovi Buon Natale, voglio abbracciarvi uno ad uno, con il 'bacio della pace', espressione dell'Amore, di cui Gesù ci ha fatto dono.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun dic 29, 2008 10:25 am

      • Omelia del giorno 28 Dicembre 2008

        Sacra Famiglia (Anno B)



        Famiglia, piccola chiesa domestica
Se c'è un immenso bene per tutti noi - genitori e figli - una vera scuola di vita, con la V maiuscola, è il dono della famiglia. Chi di noi non ha nostalgia della sua famiglia? Del papà, della mamma, dei fratelli? Nella mia famiglia, con la severità di papà, vera autorità che fa crescere, c'era la dolcezza di mamma (quanta pazienza con noi!) e la gioia turbolenta di essere in sette fratelli. C'era tanta povertà, che difficilmente oggi si può immaginare, ma compensata da tanto, tanto affetto e tanta fede e rispetto, per cui la famiglia era davvero il bene insostituibile per ciascuno. Quante volte, nelle mie riflessioni, parlo di mamma!

Una famiglia che aveva la sua solidità nel sincero e profondo amore che c'era tra i genitori, anche se provati da tante difficoltà: un amore che non si affidava, come spesso accade oggi, al solo sentimento, che svanisce presto, lasciando quel vuoto che poi uccide l'amore, ma un amore che era decisione ferma di 'amare l'altro, volerlo amare, più di se stessi'. Ci si svegliava al mattino e tutti, anche se singolarmente, recitavamo subito le preghiere del mattino e terminavamo il giorno con il Santo Rosario. Oggi pare che tutto sia divorato dalla TV, dalla corsa al consumismo e Dio trova poco spazio nelle nostre giornate.

Nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, all'articolo 16 si dichiara: “La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto a essere protetta dalla società e dallo Stato”. Già siamo molto lontani dall'attuazione di questo principio etico, universalmente accettato, o almeno così dovrebbe essere! Ma, soprattutto, da quando la famiglia ha cessato di essere una 'piccola Chiesa domestica', si è approfondita quella crisi che tutti soffriamo.

Ecco dunque che la Chiesa celebra oggi - e molto opportunamente - la Festa della Sacra Famiglia, ossia di Giuseppe sposo, Maria Mamma e Gesù Figlio. Così la Chiesa descrive mirabilmente la famiglia - al di là di tutte le pericolose sciocchezze che si scrivono oggi - : “L'Autore di tutte le cose (Dio) ha costituito il matrimonio quale principio e fondamento della umana società e con la sua grazia l'ha reso grande sacramento, in riferimento a Cristo e alla Chiesa. I coniugi cristiani sono cooperatori della grazia e testimoni della fede reciprocamente e nei confronti dei figli e di tutti gli altri familiari. Sono essi i primi araldi della fede ed educatori dei loro figli; li formano alla vita cristiana e apostolica con la parola e l'esempio, li aiutano con prudenza nella scelta della loro vocazione e favoriscono con diligenza la sacra vocazione eventualmente in essi scoperta" (AA 11).

Non possiamo nasconderci come lo sbando di tanti ragazzi o giovani, che eufemisticamente si definisce 'sballo', abbia la sua radice proprio da quello che si insegna e testimonia nelle famiglie. Ogni figlio che nasce, dono del Padre e, prima ancora Suo figlio, è un preziosissimo 'racconto di bellezza di animo' che, lentamente, con l'età, sarà chiamato, responsabilmente a formare lo stupendo scenario della santità.

Il giorno in cui un bambino viene presentato alla Chiesa, perché, con il Battesimo, divenga figlio di Dio e quindi membro della grande famiglia celeste, che domani si riunirà in cielo, ai genitori si chiede la promessa di un'educazione alla fede. Compito primario di mamma e papà non delegabile.

La Chiesa, nelle tappe della vita - la Cresima, il Matrimonio - cerca di verificare e colmare i vuoti educativi. Ci si accorge, tante volte, della grande ignoranza, come se negli anni passati non avessero ricevuto nessuna educazione di 'figli di Dio'. E per quanti sforzi possa fare la Chiesa, nella catechesi, non potrà mai supplire all'educazione della famiglia. Che grande responsabilità dei genitori!

Sono sempre stato del parere che l'educazione religiosa, che i genitori impartiscono, sia l'atto di carità più grande si possa esercitare, perché si dà 'forma divina alla vita'. Cosi come, venir meno a questo grande compito, è il più grande danno alla vita dei figli ed il più grave peccato, di cui si dovrà rendere conto a Dio e …ai figli stessi!

È davvero sulla sacralità della famiglia, sul suo compito di catechesi e, quindi, di formazione alla vita secondo Dio, che si gioca la bontà e bellezza di ogni famiglia, ripeto, insostituibile e non delegabile ad altri, neppure all'opera dei catechisti che, pur facendo di tutto per dare un senso spirituale alla vita, non basteranno. È istruttivo, allora, ciò che l'Evangelista Luca racconta oggi:
  • “Quando venne il tempo della loro purificazione, secondo la Legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino Gesù a Gerusalemme, per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombe. Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto di Israele. Lo Spirito Santo che era sopra di lui gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte prima di avere veduto il Messia del Signore. Mosso dunque dallo Spirito, si recò nel tempio: e mentre i genitori vi portavano il Bambino Gesù, per adempiere alla Legge, lo prese fra le braccia e benedisse Dio dicendo: Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele. Il padre e la madre di Gesù si stupirono delle cose che si dicevano di lui. Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazareth. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza e la grazia di Dio era sopra di Lui” (Lc 2, 22-40).
Cerchiamo di imitare l'esempio della Sacra Famiglia, come è descritta dal caro Paolo VI:
  • Le lezioni che ci dà Nazareth.

    Lezione di silenzio: rinasca in noi la stima del silenzio, ammirabile e indispensabile atmosfera dello spirito; rinasca in noi questa stima, circondati come siamo da tanti frastuoni e voci clamorose nella nostra vita moderna e supersensibilizzata.

    O silenzio di Nazareth, insegnaci il raccoglimento interiore, dacci la disposizione ad ascoltare le buone ispirazioni e le parole dei veri maestri. Insegnaci la necessità del lavoro di preparazione, dello studio, della vita interiore personale, della preghiera che Dio solo vede nel segreto.

    Lezione di vita di famiglia: Nazareth ci insegni che cos'è la famiglia, la sua comunione di amore, la sua austera e semplice bellezza, il suo carattere sacro ed inviolabile. Impariamo da Nazareth com'è dolce e insostituibile la formazione che essa dà. Impariamo come la sua funzione stia all'origine e alla base della vita sociale.

    Lezione di lavoro: o Nazareth, casa del 'figlio del falegname'. Vorremmo qui comprendere e di qui celebrare la legge severa e redentrice della fatica umana. Qui ricomporre la dignità del lavoro, richiamare qui che il lavoro non può essere fine a se stesso, ma che a garantire la sua libertà e dignità,sono, al di sopra dei valori economici, i valori che lo finalizzano” (5/1/1964 a Nazareth).
Con Madre Teresa di Calcutta preghiamo:
  • Padre dei Cieli, ci hai dato un modello di vita nella Sacra famiglia di Nazareth.

    Aiutaci, Padre d'amore, a fare della nostra famiglia un'altra Nazareth,

    dove regnano l'amore, la pace e la gioia.

    Che possa essere profondamente contemplativa,

    insensatamente 'eucaristica' e vibrante di gioia.

    Aiutaci a stare insieme nella gioia e nel dolore, grazie alla preghiera in famiglia.

    Insegnaci a vedere Gesù nei membri della nostra famiglia,

    soprattutto se vestiti di sofferenza.

    Che il Cuore eucaristico di Gesù renda i nostri cuori mansueti e umili come il Suo.

    Aiutaci a svolgere santamente i nostri doveri familiari.

    Che possiamo amarci come Dio ama ciascuno di noi,

    sempre, ogni giorno,

    e saperci perdonare i difetti come Tu perdoni i nostri peccati.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven gen 02, 2009 2:56 pm

      • Omelia del giorno 1 Gennaio 2009

        Maria Santissima Madre di Dio (Anno B)



        La Pace inizia dalla giustizia per i poveri
Ogni anno la Chiesa propone a tutti gli uomini, senza distinzioni, un serio impegno per la pace, bene necessario per la convivenza civile. E ogni volta, quando si parla di pace - sogno di ogni uomo per sé, per la sua famiglia e per il mondo - si avverte l'urgenza che non resti solo un sogno, ma coinvolga la nostra laboriosità. Sappiamo che quello che genera 'guerre', di ogni genere, tante volte parte dalle condizioni di vita, in cui si ritrovano tanti, costretti ogni giorno a conoscere una ansiosa lotta per soddisfare anche bisogni fondamentali, fino al lento morire per fame o sete. E per ogni uomo, che vive questa estrema miseria, in qualche modo ci dobbiamo sentire responsabili, senza dimenticare il nostro stesso Paese, che ha i suoi poveri, dove il 40% della popolazione vive sotto il livello della povertà.

Ma sono davvero tanti i 'poveri del mondo', al punto che il Santo Padre, nel suo Messaggio per la Giornata della pace, invita tutti noi ad uscire dall'indifferenza o dalla rassegnazione. Da qui il titolo: 'Giustizia per i poveri'. Ricorda le parole del grande Pontefice Giovanni Paolo II:
  • “Si afferma e si aggrava sempre più nel mondo una seria minaccia per la pace: molte persone, anzi intere popolazioni, vivono oggi in condizioni di estrema povertà. La disparità tra ricchi e poveri, si è fatta più evidente anche nelle Nazioni più economicamente sviluppate Si tratta di un problema che si impone alla coscienza dell'umanità, giacché le condizioni in cui versa un gran numero di persone, sono tali da offendere la dignità e da compromettere conseguentemente l'autentico e armonico progresso della comunità mondiale".
Sappiamo tutti che la ricchezza, il benessere e lo sviluppo, se si realizzano in una 'civiltà', che ammette vi siano situazioni di forte disagio sociale per i cittadini, a cui non è resa possibile la conquista, seppur con fatica, di una condizione di vita dignitosa, diventano una vera guerra tra uomini. È una guerra che, oggi, coinvolge tanta parte dell'umanità. Sono troppi quelli che sembra nascano senza conoscere la giustizia e, quindi sono condannati a morire senza colpa! È come una guerra, che la ricchezza e lo sviluppo mal distribuiti fanno, senza cannoni, ma con troppi morti!

Ricordo di aver letto un articolo di uno studioso inglese sulla disparità tra chi ha e vive bene e chi è costretto 'a raccogliere le briciole che cadono dalla tavola del ricco epulone', per poi inevitabilmente morire. Lo studioso, dopo lunghe e serie ricerche, era giunto a questa conclusione: se sommiamo i rifiuti alimentari che, in un giorno, gettiamo nei cassonetti d'Italia e Inghilterra, questi basterebbero a eliminare la fame nel mondo, almeno per un giorno!

Forse che questa non è lotta contro la pace?...

Il Santo Padre accenna ad un'accusa, che il mondo sviluppato rivolge nei confronti delle popolazioni sottosviluppate. “La povertà viene spesso correlata come prima causa allo sviluppo demografico”. Ma subito risponde con severità a tale accusa: “Lo sterminio di milioni di bambini non nati, in nome della lotta alla povertà, costituisce in realtà l'eliminazione dei più poveri tra gli esseri umani”.

Non sono i bambini non nati a minacciare l'umanità, ma è l'egoismo che genera miseria, ostilità e guerre. Occorre avere il coraggio di dirlo alle nostre coscienze, a volte intorpidite dalla corsa al benessere. Nell'Enciclica ‘Centesimus annus’, Giovanni Paolo II, che aveva conosciuto nella sua infanzia e giovinezza, in Polonia, la povertà, scrive:
  • “Occorre abbandonare la mentalità che considera i poveri - persone e popoli - come un fardello e come fastidiosi importuni che pretendono di consumare quanto altri hanno prodotto. I poveri chiedono solo il diritto di partecipare al godimento dei beni materiali, e mettere a frutto la loro capacità di lavoro, creando così un mondo più giusto e per tutti più prospero. […] Nel mondo attuale e globale è sempre più evidente - prosegue il S. Padre, Benedetto XVI, nell'attuale Messaggio – che si costruisce la pace solo se si assicura a tutti la possibilità di una crescita ragionevole: le distorsioni di sistemi ingiusti, prima o poi; presentano il conto a tutti: solo la stoltezza può quindi indurre a costruire una casa dorata, ma con attorno il deserto e il degrado”.
Deve suonare come serio monito a tutti; Governi; industrie; cittadini; quanto scrive il Santo Padre. Se davvero vogliamo la pace, si dovrebbe seguire l'esempio di Gesù che, ‘per farsi tutto a tutti’ scelse la povertà. Una povertà che Lui chiama beatitudine di spirito e che visse da Betlemme a Nazareth, fino alla croce.

Dovremmo ricordare che la vera 'povertà di spirito' non significa non possedere niente, ma considerare tutto un dono e, se possibile, spartire ciò che si ha con chi ha meno o è materialmente povero. Se c'è un voto 'evangelico', che noi religiosi facciamo nell'atto della nostra consacrazione a Dio, è proprio il voto di povertà: ti fa libero da tutto, per essere capace di essere amore per tutti.

Viene in mente il 'culto' all'estrema povertà di Francesco, che esprimeva la sua gioia nel Cantico delle creature: un canto che, chi è vittima dell'egoismo, non conosce, ma che diventa gioia pura sulle labbra dei 'poveri in spirito' che, possedendo, 'distribuiscono i loro beni', perché anche il fratello possa vivere dignitosamente e lodare Dio per il bene ricevuto. Così il Santo Padre chiude il Messaggio alle comunità cristiane:
  • “Fedele all'invito di Gesù, che consigliava agli apostoli di dare da mangiare alla folla, che Lo aveva ascoltato per una intera giornata, la comunità cristiana non mancherà di assicurare il proprio sostegno nello slancio di solidarietà creativa, non solo per elargire il superfluo, ma soprattutto per cambiare gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere, che oggi reggono la società”.
Con l'invito di Gesù ad essere poveri in spirito, per strappare tanti fratelli alla povertà che fa morire, auguro un felice anno nuovo, nel segno della solidarietà, costruttrice di pace.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2008/2009

Messaggio da miriam bolfissimo » dom gen 04, 2009 7:24 pm

      • Omelia del giorno 4 Gennaio 2009

        II Domenica dopo Natale (Anno B)



        La Parola si fece carne
Il periodo natalizio, ricordandoci tutto quello che avvenne nella nascita tra di noi, come uno di noi, del Figlio di Dio, Gesù, ci invita, quasi con una pedagogia della fede, ad entrare nello stupendo Mistero dell'Amore di Dio, che 'si fa carne', ossia uno di noi, per farci diventare come Lui. Sembra impossibile che Dio, da cui tutto e tutti hanno origine, la bellezza della vita con Lui, la immensa gioia della Sua Presenza nella nostra misera esistenza, ed oltre, sia desiderio di pochi che, con la fede hanno accolto l'invito degli Angeli, come i Pastori, per accedere alla grotta di Gesù o, con l'appassionante ricerca della 'propria vera identità', guidati dalla stella, come i Magi, hanno scoperto Colui che dà senso alla vita e ci ama immensamente, ora e sempre. Qui si misura la verità di ciascuno di noi nella ricerca della vera gioia o della vera nostra natura di figli del Padre.

Si ha però come l'impressione, ed è davvero doloroso anche solo vedere come tanti, troppi, diano tanta importanza a ciò che non può essere la verità della vita, per poi restare avviluppati in una profonda insoddisfazione interiore....anche se hanno tutto! Si desidera, se possibile, entrare nel segreto del cuore, ma poi, frastornati da tante sollecitazioni, incapaci di 'rientrare in se stessi', ci si sofferma alla periferia, che è come stare fuori casa. E non è che Dio si voglia nascondere, anzi, ma vuole - come è nella natura dell'Amore - essere cercato, compreso, accolto liberamente. Giovanni, l'apostolo che Gesù amava, inizia il suo Vangelo, con una solenne proclamazione della divinità di Gesù:
  • In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio; tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e senza di Lui niente è stato fatto di ciò che esiste. In Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini: La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo e il mondo fu fatto per mezzo di Lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne tra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto. A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo ai suoi. Dio nessuno l'ha mai visto: ma proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, Lui lo ha rivelato (Gv 1, 1-18).
Incredibile la verità nascosta nel Mistero del Natale dì Gesù: il Verbo di Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi! Non vorrei che fosse rivolta a me e ai miei carissimi amici, che mi leggono, la frase: "È oggi tra noi e noi non L'abbiamo accolto!". Sarebbe davvero un vuoto di animo, che priva l'uomo della gioia di conoscere e vivere con Gesù.

Prima della riforma liturgica, quando la Santa Messa si celebrava in latino, questa ogni volta si chiudeva non come ora con 'Andate in pace', ma proprio con la lettura del brano di Giovanni, come si volesse ricordare a tutti il dono ricevuto, la grande grazia di Gesù tra noi. Così Paolo VI spiega la nostra ‘ignoranza di Cristo', nonostante che nel Battesimo siamo rinati Suoi fratelli e figli del Padre:
  • C'è un ordine di elementi che condizionano la nostra conoscenza di Gesù. essa dipenda da una nostra disposizione: quella di aprire gli occhi, il cuore, l'anima. Se andiamo a Lui con il cuore chiuso, con gli occhi serrati, con la incredulità precostituita, Egli non si mostrerà. Passerà la Luce vicino a noi e rischiamo di restare ciechi. Bisogna aprire gli occhi. Tutti devono farlo. Gesù non è venuto per una determinata categoria. Si è mostrato al mondo, all'intera umanità. Ma alcuni guardano e non vedono; scelgono di rimanere estranei alla Rivelazione. Occorre inoltre aprire le menti alla conoscenza di Gesù. Non possediamo mai abbastanza questa conoscenza. Siamo sempre ignoranti, poiché quello che si può apprendere di Gesù, è così grande ed infinito che le nostre povere facoltà sono insufficienti. Che fare allora? Istruirci: avere cara la Parola del Signore diffusa nella predicazione, nella catechesi e nei sacri Testi. Lui dobbiamo ascoltare. 'La fede viene dall'ascolto'. E infine amare Gesù. chi lo ama, come è nella natura dell'amore verrà a conoscerlo sempre più intimamente. Gesù stesso ci avverte: Chi mi ama, sarà amato dal Padre mio e io lo amerò e mi manifesterò (Paolo VI 19.2.1967).
D'altra parte è mai possibile amare uno senza 'entrare nella sua vita'? Non può essere vero amore quello di un sentimento superficiale, che nulla sa di chi ama. Quello che succede nelle nostre relazioni umane, avviene anche per Gesù. Tutti abbiamo amici - e voglio augurarmi di amore profondo, che è come vivere in paradiso insieme - e se è così, sappiamo che il fondamento è la conoscenza reciproca. Così avviene con Gesù. Amarlo veramente è conoscerlo, e Lui si fa conoscere tramite la Sua. Parola: 'il Verbo si fece carne ed abitò tra noi’. Vorrei con le parole di san Paolo agli Efesini, esprimere la nostra fede e gioia in Gesù.
  • Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo, In Lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi, immacolati al Suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere Suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della Sua grazia. E questo a lode e gloria della Sua grazia che ci ha dato nel Suo Figlio diletto (Ef 3-6).
E con Madre Teresa di Calcutta preghiamo:
  • Sono venuta a te, Gesù, per sentire il tuo tocco,

    prima che cominci la mia giornata.

    Fa' che i tuoi occhi riposino nei miei per un poco,

    che io porti nel mio lavoro la sicurezza della tua amicizia.

    Riempi la mia mente perché resista attraverso il deserto del rumore,

    e fa' che il tuo sole benedetto riempia la sommità dei miei pensieri

    e dammi la forza per coloro che hanno bisogno di Te.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2008/2009

Messaggio da miriam bolfissimo » mar gen 06, 2009 2:31 pm

      • Omelia del giorno 6 Gennaio 2009

        Epifania del Signore (Anno B)



        Epifania e la stella che guida
C’è in tutti, credo, anche se nascostamente o inconsciamente, la ricerca di Chi davvero sia capace di dare ragione alla nostra vita: una ragione non superficiale, ma che vada oltre il tempo. Ringraziamo Dio, anzitutto, che ci ha dato la grazia di iniziare un anno nuovo e tutti ci auguriamo che sia davvero 'buono', anche se il nostro tempo sta conoscendo tante sofferenze.

Abbiamo smarrito, almeno in economia, quella sicurezza del consumismo, che sembrava la 'stella polare', che ci avrebbe riempito la vita. Ci siamo accorti che basta un nulla per mandare in fumo i nostri desideri, sogni, e anche i risparmi. Forse non abbiamo abbastanza tenuto in conto che il nostro cuore non può essere sazio di ‘cose’ o di ‘sogni’ umani, che sono polvere, quella di cui siamo stati fatti noi.

I fatti del nostro tempo, che ci hanno riportati ad una sobrietà di vita, che avevamo come seppellito, ci hanno fatto scoprire che a riempire il cuore non sono le cose, ma QUALCUNO. Ed è un grande augurio che, l'anno che il Signore si appresta a donarci, se vuole e quanto vuole, ci faccia alzare gli occhi al Cielo, ascoltando l'invito a quanto canta, nell'Epifania – ‘manifestazione del Signore e invito a tutti a cercarlo nella povertà, a trovarlo nella dolcezza dell'amore’ - il profeta Isaia: “Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua Luce, la Gloria del Signore brilla su di te. Poiché ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli, ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare a te” (Is 60, 1-6).

L'Epifania è festa grande per noi, non ebrei, perché Gesù, a Natale, nato nella casa di Davide, ha chiamato con la stella i Magi dall'Oriente: è la chiamata di Dio rivolta a tutti gli uomini della terra. In pratica è il nostro Natale. Non ci fosse stata l'Epifania, noi saremmo pagani, ossia uomini tagliati fuori dalla redenzione e, quindi, non amati da Dio. Racconta l'evangelista Matteo:
  • Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: Dove è nato il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo. All'udire questo il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo dei profeti.... Essi partirono. Ed ecco, la stella che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il Bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il Bambino con Maria, Sua Madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e Gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non ritornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese (Mt 2, 1-12).
Lascia senza parole ‘l'arte’ che Dio usò per estendere il Suo amore a tutto il genere umano, tramite i Magi. E noi in certo modo siamo i ‘discendenti’ dei Magi, in quanto chiamati nel Battesimo a far parte del Suo Regno. Così come stupisce, non solo il desiderio, ma l'assecondare la 'passione interiore' a cercare Chi era considerato il Bene della vita. Non si sono fatti scoraggiare dalla fatica, né da Erode che ha cercato di sviarli o di usarli, per cancellare la loro speranza. Hanno tirato diritto verso la loro meta, fino a che sono stati appagati, trovando chi era il Bene supremo, Dio.

La storia dei Magi è la nostra storia nella ricerca, sempre che ci muoviamo dal deserto in cui, a volte, siamo e ci troviamo, verso Chi solo può essere l'Eden della vita, Dio. Ma occorrerebbe il profondo desiderio di raggiungerLo, come l'ebbero i Magi, per conoscere, incontrando Dio, la bellezza e il senso della vita, che in fondo tutti vorremmo.

Nella nostra ricerca incontreremo chi, come Erode, vorrebbe sapere dove si trova il segreto della nostra gioia di figli di Dio, per poi fare di tutto per ucciderla. È la storia di tanti che 'trovata la pienezza della fede', all'improvviso, abbandonano la grotta, scegliendo i fasti dei palazzi dove c'è di tutto, ma non la gioia. Affermava Paolo VI:
  • Se il mondo si sente estraneo al cristianesimo, il cristianesimo non si sente estraneo al mondo, qualunque sia l'aspetto che egli presenta. Sappia il mondo di essere stimato e amato da chi rappresenta e promuove la religione cristiana con una direzione superiore. È l'amore che la nostra fede mette nel cuore della Chiesa, la quale non fa che servire da tramite - come la stella dei Magi - all'amore immenso, meraviglioso di Dio verso gli uomini, dolce, umile, come il Bambino nella mangiatoia. Noi sappiamo che l'uomo soffre di dubbi atroci. Noi abbiamo una parola da dire che crediamo risolutiva. È la Parola di un 'Figlio di Uomo' in quella mangiatoia, diretta all'uomo, noi. Gesù, Figlio primogenito, Prototipo della nuova umanità, è il Fratello, l'Amico per eccellenza. È Colui di cui solo si può dire in verità ‘conosceva che cosa ci fosse nell'uomo’ (Gv 3, 17).
La domanda che possiamo farci è: Abbiamo amore per la ricerca di Dio, proviamo la passione dei Magi, che intuiscono che li attende 'qualcosa o Qualcuno', per cui vale la pena spendere la vita, fare un lungo viaggio, non farsi ingannare dalla città degli uomini, fino a trovare Chi si sente è il grande Amico che ci salva? Quando uno comincia a sentirne il bisogno, Dio sa come fare apparire, anche per noi, ‘la stella che ci guida', costi quello che costi. E trovare alla fine Dio è, come per i Magi, provare ‘una grandissima gioia’. Di sicuro, anche se a noi pare non sia sempre così, Dio stesso ci cerca, ci chiama, ha grande desiderio di essere trovato, ma rispetta la nostra libertà, anche se la circonda di 'mille stelle', perché, seguendole, come fanciulli Gli andiamo incontro.

“E trovatolo, provarono grandissima gioia”. Siamone certi: la Gioia dell'Epifania dura una vita, così come vedremo sempre - se solo lo vogliamo - la Sua stella che ci accompagna, sparendo solo quando ci affidiamo alla città degli uomini, come quella di Erode.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun gen 12, 2009 9:35 am

      • Omelia del giorno 11 Gennaio 2009

        Battesimo del Signore (Anno B)



        Ricordando il nostro battesimo
Il Vangelo ci presenta la vita di Gesù: pochi avvenimenti della sua infanzia, dalla nascita ai dodici anni, quando viene portato a Gerusalemme, ‘smarrito e ritrovato’ nel tempio, a colloquio con i dottori della legge, sorprendendo tutti per la sua profonda conoscenza della Sacra Scrittura. Tornato a Nazareth il Vangelo afferma: ‘Gesù cresceva in età, sapienza e grazia’. Poi c'è un silenzio che dura fino a quando Gesù inizierà la sua vita pubblica, portando a compimento la missione affidataGli dal Padre. Fanno meditare quei lunghi anni di silenzio e nascondimento a Nazareth, in una vita del tutto normale, in famiglia, come non avesse fretta di affrontare la missione, o, più semplicemente, in una lunga preparazione, per capire quanto il Padre volesse da Lui.

A differenza di noi, che vorremmo subito (spesso proprio a dodici anni!) iniziare il nostro viaggio, senza prima sapere o capire quale sia la missione o vocazione affidataci. Il Vangelo racconta, poi, - lo abbiamo meditato nel tempo di Avvento - come Gesù venne preceduto da Giovanni Battista. Da quel momento diede inizio alla vita pubblica, con il battesimo nel Giordano, come a voler seppellire il nostro passato da Adamo ed Eva, ed aprire il nuovo senso della nostra storia di uomini. Così lo racconta oggi il Vangelo:
  • In quel tempo, Giovanni predicava: Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non sono degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma Egli vi battezzerà con lo Spirito Santo. In quei giorni Gesù giunse da Nazareth di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, uscendo dall'acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui, come una colomba E si sentì una voce dal cielo: Tu sei il mio figlio prediletto, in Te mi sono compiaciuto (Mc 1, 7-11).
Il Battesimo di Gesù è come lo spartiacque della vita dell'uomo. Immergendosi nell'acqua Gesù lascia alle spalle ‘l'uomo vecchio’, che veniva dai progenitori e non aveva prospettiva per il Cielo, chiuso dopo il peccato originale, e, non solo, ha la solenne proclamazione dal Cielo di Chi è veramente, ‘il Figlio mio prediletto’, ma annuncia anche la nostra ‘novità di vita’ con il Battesimo.

Tutti noi, a imitazione di Gesù, appena nati veniamo portati al fonte battesimale. Mamma mi raccontava che io - nato il 16 gennaio - fui portato in Chiesa per il Battesimo, il giorno dopo, festa di sant’Antonio abate, da cui il mio nome. Quando le chiedevo la ragione di così tanta fretta la risposta era: ‘Una cosa è essere figlio di papà e mio, altro è essere figli di Dio! Capisci la differenza? Sai che noi ti vogliamo bene, perché un figlio è sempre una parte di noi genitori e lo si ama più di noi stessi. Ma sai anche che il nostro amore è temporaneo. Ad un certo momento te ne vai, diventi grande e noi torniamo al Padre, ossia moriamo. Ma nel Battesimo diventi figlio del Padre, che è tutta un'altra cosa. Lui è il Papà, di cui non si può misurare l'amore, non solo, ma Lui sa la ragione della vita, che ha dato a ciascuno di noi, creandoci, e ci accompagna sempre e sarà Padre per l'eternità, là dove ci incontreremo tutti. Avere un Papà così grande, è davvero il bello della vita’.

‘Ma - ripeteva spesso - la dignità di figli di Dio bisogna coltivarla, cioè essere buoni cristiani’. È davvero grande il sacramento del Battesimo e, forse, per troppi, è scaduto ad una semplice tradizione, che poi non ha continuità nella vita: una vita che spesso ha l'aspetto della sofferenza degli orfani di padre, e non lo siamo!

Un giorno il Card. Ballestrero, davvero grande uomo di Dio, che mi voleva tanto bene, parlando al Sinodo sulla ‘vocazione e missione dei laici nella Chiesa’, scrisse: “Punto di partenza per tutti, laici e ministri, è il battesimo, fonte inesauribile che crea i nuovi figli di Dio, i nuovi fratelli di Cristo, le nuove creature. Dal battesimo nasce e si sviluppa la varietà delle vocazioni, dei ministeri e dei carismi al servizio del Regno di Dio. Dal Battesimo fluiscono le mirabili ricchezze della Chiesa”.

E il Concilio ha parole ancora più solenni, parlando di noi battezzati. Parole che ci danno l'ampiezza di quanto il Padre disse a Suo Figlio: ‘Questo è il mio figlio prediletto nel quale mi sono compiaciuto’.“Uno è il popolo eletto di Dio - afferma - un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo: comune è la grazia di figli, comune la vocazione alla speranza e indivisa carità, Nessuna ineguaglianza quindi in Cristo e nella Chiesa per quanto riguarda la stirpe o nazione, la condizione sociale e il sesso” (L.G. n. 32).

Davvero grande è il dono del Battesimo. Non finiremo mai di stupirci nel sapere di avere un Padre, che è Dio, e ci ama ‘come la pupilla dei suoi occhi’. Abbiamo dagli Atti degli Apostoli questo straordinario 'ricordo' di Pietro, rivolto alle prime comunità di battezzati:
  • Pietro prese la parola e disse: In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a Lui accetto. Voi conoscete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, incominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni: come cioè Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazareth, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con Lui (10, 34-38).
Viene spontaneo chiederci: l'importanza di vivere una vita da battezzati è ancora tenuto in grande considerazione? Quanto incide il Battesimo sullo stile della nostra vita? A volte si ha l'impressione faccia solo parte di un obbligo o consuetudine sociale, da celebrare con tanta solennità esteriore, magari dopo tanto tempo dalla nascita.

Essere battezzati è 'essere figli di Dio' e questo comporta uno stile di vita, che è la nostra vera dignità: la bontà, la santità. Ricordo sempre mamma che ogni mattina, come primo gesto della giornata, faceva il segno della croce: un segno che narra tutto di Dio e di Gesù, e nel quale esprimeva la sua fede e...la trasmetteva!

Credo che, celebrando oggi il Battesimo di Gesù, siamo chiamati tutti a rimetterci la 'veste bianca' indossata quel giorno, e a rianimare e rendere più consapevole la meravigliosa dignità di 'essere figli di Dio'. Cerchiamo anche di aiutare quanti si apprestano a battezzare i figli per farli accedere alla grandezza dell'evento. Così ci parla oggi il Signore per bocca del profeta Isaia:
  • Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce per le nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre (Is 42, 6-7).
Se con voi medito la Parola è per ritrovare insieme la nostra bellezza e gioia di figli di Dio...e trasmetterla a chi, seppur battezzato, forse non la vive. Ci aiuti il Padre a resuscitare in tutti il Suo Amore. Ci accompagnino nella vita di ogni giorno i sentimenti che Madre Teresa chiedeva a Dio:
  • O Dio, tu sei il mio Dio, io ti cercherò sempre.

    La mia anima ha sete di Te. La mia carne anela a Te.

    Come l'aquila appartiene all'aria,

    come il delfino appartiene al mare,

    così noi apparteniamo a Te, o Dio, mio Dio.

    O Dio, Dio di tutti i popoli del mondo,

    aiutaci, ti prego, a perdonarci a vicenda

    rendici persone capaci di camminare e vivere insieme,

    con genuino spirito di accoglienza e rispetto reciproco.

    Nel Nome di Gesù e per amor Suo.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2008/2009

Messaggio da miriam bolfissimo » gio gen 15, 2009 9:08 am

      • Omelia del giorno 18 Gennaio 2009

        II Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)



        Venite e vedete
Non è nello stile di Dio usare troppe parole, per esprimere CHI DAVVERO É ed INDICARE LA SUA VOLONTÀ, che forma il nostro DNA di figli. Lui sa che cosa è bene per noi. Lui sa che la nostra felicità e 'realizzazione' è nell'amore, il Suo amore. E a tutto questo ci educa, ci fa partecipare, 'invitandoci', con le parole che un giorno rivolse ai due discepoli che gli chiedevano: 'Signore, dove abiti?'. 'Venite e vedete'.

D'altra parte possiamo forse mettere in dubbio che Lui conosca bene quello che siamo e la ragione perché ci siamo? Lui solo sa comprendere la nostra debolezza, il timore di ascoltare il Suo invito, ma sa anche che in questo invito c'è tutto il Suo amore, che vuole essere ricambiato. C'è nella prima lettura di oggi l'esempio di Samuele, con la sua meravigliosa prontezza verso Dio.
  • In quei giorni, Samuele era coricato nel tempio del Signore, dove si trovava l'arca di Dio. Allora il Signore chiamò: Samuele! e quegli rispose: Eccomi, poi corse da Eli e gli disse: Mi hai chiamato, eccomi!: Eli rispose: No, non ti ho chiamato, torna a dormire! Ma il Signore chiamò di nuovo: Samuele: Samuele corse di nuovo da Eli dicendo: Eccomi!, ma Eli rispose di nuovo: Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire! In realtà fino allora Samuele non aveva ancora conosciuto il Signore; né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. Il Signore tornò a chiamare: Samuele!: Questi si alzò di nuovo e corse da Eli dicendo: Signore, mi hai chiamato, eccomi! Allora Eli capì che il Signore chiamava il giovinetto. Eli disse a Samuele: Vattene a dormire e se ti chiamerà ancora dirai: Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta. Samuele andò a coricarsi al suo posto. Venne il Signore, stette di nuovo accanto a lui e lo chiamò ancora come le altre volte: Samuele, Samuele. Samuele rispose subito: Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta.
È questo un meraviglioso racconto di vita: un giovane, chiamato da Dio, generoso nella prontezza della risposta, viene a sapere ciò che Dio vuole da lui e si fida. "Samuele acquistò autorità, poiché il Signore era presso di lui; né lasciò andare a vuoto una sola parola" (1 Sam. 4, 3-10). Ha davvero dell'incredibile la decisione ferma di questo giovane, che da adulto diventerà il grande profeta, che ha aperto le strade di Dio verso gli uomini. Nel racconto è ancora un giovinetto, dato dalla mamma, per il servizio al tempio: un servizio che chiaramente adempiva con sollecitudine, come appare nel racconto.

Dio, che traccia il nostro cammino, chissà quante volte ci ha chiamato, a volte tramite persone sacre o eventi! In quanti modi Dio si nasconde 'dietro' i fatti, ma sempre e solo per invitarci a seguirLo. Quante volte io stesso mi sono sentito chiedere dai giovani, chi mi ha chiamato o invitato ad essere religioso, parroco, vescovo. Da piccolo Dio ‘si servì’ proprio di un vescovo. Ero chierichetto e inaspettatamente il mio vescovo mi chiese se non mi sarebbe piaciuto essere prete. Poi fu tutto un intrecciarsi di persone, situazioni e fu l'obbedienza a fare strada… È sempre stata 'curiosità' di tanti adolescenti o giovani, chiedere le ragioni delle scelte fatte.

‘Chi ti ha chiamato?’. Soprattutto quando si raggiunge una 'certa celebrità'. È forse quasi un desiderio nascosto di poter così conoscere e interpretare meglio la propria strada. Per me era solo, come per Samuele, dire al Signore: 'Eccomi, parla il tuo servo ti ascolta!’, anche se a volte era difficile dire di sì.

La stessa domanda, un giorno, la fecero a Madre Teresa di Calcutta, la donna più umile e buona, che ho avuto la gioia di conoscere e con cui ho avuto modo di dialogare. Quanta bellezza, che si esternava come luce divina, nella carità verso tutti, in particolare verso gli ultimi. Eravamo insieme ad una grande assemblea di giovani. Ad un certo punto una giovane commossa le disse: 'Mi piacerebbe tanto venire a stare con lei'. Come è nel Vangelo di oggi con Gesù. La Madre rispose: 'Il bello della mia vita è stare con Gesù, ma la sua amicizia è difficile, come tutte le vere grandi amicizie, soprattutto con Dio che ama ed invita ad entrare nel Suo amore. Un invito che, se visto con gli occhi del cuore, è il più desiderabile. Da chi infatti si può essere più e meglio amati, se non da Dio? È già un grande dono sapere di essere chiamate ad entrare nella sua privilegiata amicizia. Che poi questa amicizia, umanamente, sia fantastica, no. È un linguaggio sconosciuto ad un mondo che ama 'altro', che poi non è amore, ma solo un tentativo di coprire le nostre anime. La verità è che 'il fantastico' di Dio è la croce, su cui consumarsi giorno e notte, lo spettacolo più bello che l'Amore abbia allestito sulla scena dell'umanità. Ora, ci stai a venire con me?'. ‘Stranamente’ la ragazza non spense il desiderio che si era acceso ed era visibile nei suoi occhi: Mentre scrivo quella ragazza, divenuta donna, sta sperimentando nella sua consacrazione al Signore, la bellezza ineguagliabile e la straordinaria, seppur 'difficile' amicizia di Gesù.

Il Vangelo di oggi, con la semplicità di Giovanni, racconta il primo incontro con Gesù, proprio di coloro che diverranno i Suoi insostituibili, preziosi amici, gli Apostoli. La loro chiamata?... poche parole, come con Samuele.
  • Il giorno dopo, Giovanni (il Battista) stava ancora là con due suoi discepoli e, fissando gli occhi su Gesù che passava, disse: Ecco l'agnello di Dio! I due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che Lo seguivano, disse: Chi cercate? Gli risposero: Rabbì (che significa Maestro), dove abiti? Disse loro: Venite e vedete. Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui: erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due, che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: Abbiamo trovato il Messia, che significa il Cristo, e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui disse: Tu sei Simone, il figlio di Giovanni: ti chiamerai Cefa (che significa Pietro) (Gv 1, 35-42).
Cosa avranno visto di straordinario? Cosa avranno sentito? Certamente nulla di quanto la fantasia, in cerca di eventi da 'favola', continua a costruire.

Sappiamo che Gesù non aveva nulla di 'attraente secondo il mondo': né posizione sociale, né potere, né ricchezza, tranne la 'divinità' della Sua persona, ma che non 'appariva', non faceva spettacolo. Abitava quasi certamente nei luoghi più semplici e disparati, o nel deserto o presso amici, a volte addirittura all'aperto. La sua vita era sobria ed essenziale, in cui dominava la semplicità e il sacrificio. Non offriva certamente miraggi di onori, ma la durezza del servizio per fare posto all'amore. Eppure accanto a Lui i discepoli trovarono la bellezza di stare con Uno che, nelle parole e nella vita aveva tutto quello che un cuore sincero, in cerca di verità e di Dio, poteva desiderare. Veramente Gesù - ieri e oggi - è il tutto per l'uomo e dell'uomo.

Una delle preghiere più belle della Bibbia è: 'Signore, mostraci il Tuo volto!’. E Mosè cosi pregava: 'Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, fammi vedere il Tuo Volto'. Sicuramente i discepoli, che andarono a trovare e scelsero di 'stare' con Gesù, intravidero in Lui 'il Volto del Padre' e ne furono affascinati. Pietro lascia tutto e segue il Maestro, perché Gesù, rivolgendosi a lui, personalmente, afferma: Tu sei Simone, figlio di Giovanni. Ti chiamerai Cefa, che vuol dire Pietro'.

Le chiamate di Dio, tutte, da quelle rivolte ad ogni cristiano, a quelle particolari alla vita consacrata o sacerdotale, hanno in comune questa attrazione che l'Amore e la Bellezza di Gesù esercitano: Venite e vedete. Ma occorrono occhi, che non siano offuscati dalle tante vanità del mondo o della superbia e un cuore pieno di desiderio del vero, del bello, che si trova e si realizza stando con Gesù e fa essere pronti a rispondere alla Sua voce, come Samuele: 'Eccomi!'.

È davvero così bello 'stare con Gesù'? Chi di noi ha sperimentato questa bellezza ne è testimone. Come quella giovane che così mi scrive dal suo eremo, il giorno che dà l'addio al mondo per 'stare con Gesù' per sempre, con la consacrazione religiosa: ‘Dopo che l'Amen è stato pronunciato, adesso è rimasto solo l'Alleluja. La Chiesa ha accettato la mia consacrazione, la comunità che ho scelto mi ha accolta e l'Onnipotente si è fatto il mio tutto. È mistero insondabile. La gioia e la riconoscenza sono profonde e incontenibili. Però Gesù ha dato tutto, anche la vita, per amore e io sento la mia debolezza. Non resta che fidarmi, dando tutto, sentendo che Gesù mi chiede quanto disse ai discepoli: “Venite e vedete”. Davanti a questa splendida testimonianza di chi ha scelto di 'stare e vedere Gesù', viene a galla tutta la nostra fragilità, ma anche il 'desiderio', che Lui ha posto nei nostro cuore, e sorge spontanea la preghiera di un 'cosiddetto' ateo:
  • Ti supplico, mio Dio, cerca di esistere almeno un poco per me.

    Apri su di me i Tuoi occhi e Ti veda, Ti supplico.

    Non avrai altro da fare che questo, seguire ciò che mi succede:

    è ben poca cosa, o Signore, ma Tu sforzati di vedere, te ne prego.

    Vivere senza testimoni, quale inferno!

    Per questo, sforzando la mia voce, io grido, io urlo:

    Padre mio, ti supplico, - e piango - esisti e mostrati!.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2008/2009

Messaggio da miriam bolfissimo » ven gen 23, 2009 8:53 am

      • Omelia del giorno 25 Gennaio 2009

        III Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)



        Un invito perentorio: “Seguitemi!”
Il Vangelo della scorsa domenica, dopo il battesimo di Gesù, ricevuto da Giovanni nel Giordano, là dove una voce dal Cielo aveva solennemente proclamato Chi era Gesù - il Figlio prediletto del Padre - fu Giovanni ad invitare i suoi discepoli a seguire il Maestro. E, se ricordate, quando Andrea chiese a Gesù dov'era la sua dimora, la risposta fu: 'Venite e vedete'.

Ora tocca a Gesù dare inizio alla missione, affidatagli dal Padre, per essere ‘Via’ di salvezza per tutti, senza eccezioni. Era la svolta della storia dell'uomo, che riguarda ciascuno di noi e tutti. Il modo con cui Gesù si presenta o, se vogliamo, presenta la Sua missione, è perentorio, non conosce tentennamenti. Da sempre il popolo ebraico attendeva 'la Notizia', ossia che il Messia era tra loro e, quindi, Dio attuava tutte le promesse fatte da tempo al popolo eletto. Così l'evangelista Marco racconta quel momento:
  • i[]Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea, predicando il Vangelo di Dio e diceva: Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino, convertitevi al Vangelo. E passando lungo il mare di Galilea vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare, erano infatti pescatori. Gesù disse loro: Seguitemi, vi farò pescatori di uomini. E subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando un poco oltre, vide sulla barca Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, mentre riassettavano le reti. Li chiamò ed essi, lasciato il loro padre Zebedeo sulla barca con i garzoni, lo seguirono (Mc 1, 14-20).[/i]
Come a dire: è finito il tempo dello stare a discutere o a sperare, il tempo dell'incertezza, di sentirsi come avvolti nella nebbia della vita puramente umana; è finito il tempo dell'evasione, di non mettere al centro della vita l'attesa che Dio ci chiami, vivendo così ai margini della salvezza, di chiedersi, forse, ‘ma che cosa farà oggi Dio? Chi è Dio per me? Esiste davvero e se esiste mi amerà?’. Gesù toglie ogni indugio e ci avverte. ‘E' tempo di decidersi!’.

La Buona Novella, ossia la certezza che Dio costruisce, giorno per giorno, uomo per uomo, il suo piano di salvezza, è li, in Gesù che parla e cammina, per le strade del nostro mondo. Lui, e Lui solo, è 'la buona Notizia', che il mondo - forse senza neanche rendersene conto - attende.

Gesù tra noi è la concreta prova che l'Amore di Dio non è parola senza contenuto o senza senso.

Gesù, il Verbo eterno, cammina con noi, chiama e dice, oggi: “Il tempo è compiuto, il regno dei cieli è vicino: convertitevi e credete al Vangelo”.

Deve aver fatto tanta impressione quell'invito, se Pietro e gli altri, chiamati mentre si trovavano nel bello delle quotidiane occupazioni, non hanno perso tempo, ma 'subito', si sono decisi a seguirLo. Certamente, oggi, per grazia di Dio, le parole di Gesù, che forse attendevano di udire, senza saperlo, da tanto tempo, suscitano ancora stupore e decisione in tanti. Ma qualcuno, allora avrà pensato: 'Come può essere vicino il Regno di Dio, quando Gerusalemme, la Giudea, la Galilea è piena di soldati romani, con il compito di reprimere ogni speranza?’ - e forse oggi, soprattutto oggi, pensa: ‘Come è possibile la presenza del Regno di Dio in quel continuo scenario di guerra?'. ‘Se è vero che il Regno di Dio è vicino, quali prove di potenza mostra?’ - pensavano allora e molti pensano oggi -.

Sono dubbi da uomo, di chi non comprende che la potenza di Dio non si mostra, misurandosi con la potenza effimera degli uomini, ma va oltre, sconfinando dalla terra al Cielo, dove si avvera la grandezza. di Dio e. dei Santi. Eppure furono forse questi pensieri troppo umani, che passarono nella mente di molti, che per primi ebbero la grazia di ascoltare dal vivo Gesù. Ci si aspettava altro dal Messia. Così come oggi i deboli nella fede vorrebbero che Dio mostrasse la Sua Presenza con…'spettacoli umani'!

Quanto è poco compresa la Parola! Basterebbe a volte assistere ad una predica, durante la Snta Messa, per scoprire qualcuno che misura il tempo dell'omelia, totalmente estraneo a ciò che Gesù dice! Frugando nella sacca dei miei tantissimi ricordi, uno mi è rimasto totalmente impresso.

Parlavo a giovani studenti di un liceo. Erano duemila. Il discorso, sia pure adatto a quell'età, era Gesù, la sola Verità da seguire. Al termine chiese la parola un giovane, che salì sul palco. Vestiva 'in modo povero', che poi scoprii essere ‘di moda' e mi chiese: 'Ma c'è davvero bisogno che lei venga a parlarci di un personaggio, sia pure interessante storicamente, come Gesù, ma che ha chiuso la sua vicenda tanti anni fa? Oggi ci sono altri e altri ne verranno'. Mi venne quasi da piangere di fronte a tanta supponenza. Quello per dare più peso alle sue parole, concluse: 'Così la pensiamo almeno l'80%!'.

‘Dimentichi - gli risposi - che la verità non si misura con i numeri, ma è tanto personale, che chiede di esprimersi nell'intimo, dove puoi nascondere il tuo desiderio di Qualcuno che sia la ragione e la gioia della vita, ma non osi chiamare Dio. Il resto è frutto dell'ipocrisia, che circola stando insieme, per cercare di difendere la verità che è in noi. Bisognerebbe che imparaste ad essere veri, sempre, per capire, ciò che la coscienza dice. E lo ricordo a quelli che tu definisci l'80% dei tuoi compagni. È la prova dell'insincerità verso se stessi, che vela la verità, che non si può nascondere. Ho conosciuto atei che soffrivano di esserlo e, forse senza saperlo; erano in cerca di Dio con fatica non dichiarata. Ma nulla è peggiore che alzare dannose barriere o chiudere le finestre del cuore alla verità’.

Nessuno fiatò, come avessi frustato l'ipocrisia. A sera, quel giovane venne a cercarmi e mi disse: ‘Le chiedo scusa! Proprio lei non meritava quella nostra sceneggiata, che ha svelato la nostra complicità nel negare la verità. Io cerco Dio, mi creda. Ma chi mi darà una mano a trovarLo? E le chiedo scusa a nome di tutti’. Se ne andò piangendo. Lo ritrovai qualche anno dopo in una Chiesa a partecipare alla Messa. Mi riconobbe, mi avvicinò e mi disse commosso: 'Grazie per avermi aiutato ad essere un uomo libero!'.

E come lui, quanti avrebbero bisogno di liberarsi dall'ipocrisia o dalla paura del giudizio degli altri, che fa apparire ciò che non si è, trovando il coraggio di cercare la verità. Perché ascoltare Cristo, il suo invito a seguirLo, la Sua incomparabile compagnia, dà un senso di gioia alla vita, che non si trova qui sulla terra, in nulla. È bello rileggere oggi l'avventura di Giona, il profeta, mandato a Ninive a predicare la conversione:
  • Fu rivolta a Giona, una seconda volta, questa parola del Signore: Alzati e va' a Ninive e annunzia a loro quanto ti dirò. Giona si alzò e andò a Ninive, secondo la parola del Signore Ninive era una città molto grande, di tre giorni di cammino. Giona cominciò a percorrere la città per un giorno di cammino e predicava: Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta. I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono di sacco, dal più grande al più piccolo. Dio vide le loro opere, che si erano convertiti dalla loro malvagia condotta e Dio si impietosì riguardo al male che aveva minacciato di fare e non lo fece (Giona 3, 5-10).
Visitando un giorno una casa di semplici persone, ho trovato sulla porta una scritta che mi ha stupito: 'Benvenuti in questa casa. Vi sentirete come in Paradiso, perché qui con noi c'è Dio'. Era una casa sobria ed essenziale, ma con tutti gli 'ingredienti' per essere Regno di Dio. ‘Vede, Padre, - mi disse il capo famiglia - un tempo anche noi credevamo in questo mondo, lavoravamo per diventare ricchi e lo eravamo in qualche modo diventati. Cercavamo di stare bene e di godercela, ma ci riuscivamo ben poco o nulla, finché non ci raggiunse la Parola di Dio, il Vangelo. Ci convertimmo ed ora viviamo come gente che si prepara ad andare nella grande casa di Dio. Tutto abbiamo dato a chi non aveva nulla e fu quello un farsi totalmente conquistare dall'amore e dalla gioia’.

E la moglie, come a precisare il pensiero del marito, soggiunse: 'Il Regno è già qui, ci creda. Ci ha raggiunto il Vangelo - e precisò che erano ancora giovani, sui 40 anni - e ci siamo convertiti. La difficoltà, che Dio aiuta a superare, come portandoci in braccio, conoscendo il nostro desiderio, è tutta qui: deporre la mentalità propria di questo mondo ed affidarci totalmente all'amore del Padre, sentirci come piccoli nelle Sue braccia. Abbiamo tutti una gran voglia di dare la nostra mano a qualcuno che ci ami, ci dia speranza, ci conduca per le vie della salvezza...e la gioia è piena'.

Già, carissimi, ma occorre la disponibilità degli Apostoli, che il Vangelo di oggi racconta. Dire di sì all'invito dì Gesù, non esitare un istante, lasciare tutto, cambiare radicalmente la vita ed entrare così nel 'divino mondo di Dio', senza pretendere o cercare prove, ma affidandosi totalmente alla Sua Parola, al Suo invito di seguirLo nel cammino. È la storia di tanti che, seguendo Gesù nella vita quotidiana, lentamente l'hanno trasformata in santità, ossia in gioia.

Ce ne sono tanti. Forse inizialmente non avevano il coraggio di cambiare un solo aspetto della loro vita temporale, ma poi, misteriosamente raggiunti da quell'invito: 'Seguimi', si sono fatti conquistare e la loro vita è diventata 'totalmente altra'. Come vorremmo che anche la nostra, seppure a piccoli passi, sentendo ogni giorno il Suo invito: Seguimi; gradualmente, ma profondamente, si trasformasse! Pregava sant’Agostino:
  • Signore Gesù, conoscermi, conoscerTi, non desiderare altro che Te.

    Odiarmi e amarTi, Agire solo per amor Tuo, abbassarmi per farTi grande.

    Morire a me stesso per vivere in Te. Rinunciare a me stesso per seguirTi.

    Fuggire da me stesso, rifugiarmi in Te, per essere da Te difeso.

    Guardami e ti amerò; chiamami perché Ti veda e viva eternamente di Te.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2008/2009

Messaggio da miriam bolfissimo » gio gen 29, 2009 10:38 am

      • Omelia del giorno 1 Febbraio 2009

        IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)



        Ma chi sono i veri maestri di vita?
Anzitutto una riflessione sulla ‘vita’, essendo oggi ‘La Giornata della vita’. È incredibile si debba anche solo pensare di non apprezzare il dono, meraviglioso dono, della vita! Tutti sappiamo che ogni persona, che viene al mondo, ha il suo inizio dal Cuore di Dio, vero Creatore nostro, che poi, come ha stabilito, ci ha consegnati, come frutto dell’amore di papà e mamma, al seno di mamma e alla cura dei nostri genitori.

Il tesoro immenso della vita ha inizio in quell’atto di amore, nel momento del concepimento di quello che la scienza chiama ‘embrione’ e noi consideriamo un minuscolo soggetto, che racchiude tutta la bellezza della vita, la sua dignità, la sua vocazione alla santità e, quindi, alla vita con Dio. Non dimentichiamo mai che ognuno di noi è stato ‘embrione’.... ed è diventato la persona che è, perché accolto dall’amore di mamma e papà! I primi ‘passi’, misteriosi ma belli, li abbiamo mossi nel caldo seno delle nostre mamme e poi, lentamente, venuti al mondo, ci siamo fatti grandi.

In ogni istante gli occhi del Padre sono stati puntati sul quel Suo dono, quel figlio che ama. Ogni ‘embrione’, diverrà, se sarà accolto e custodito ed educato, quello che ciascuno di noi ora è, una persona, e vuole diventare, speriamo, figlio del Padre unico. Appassionante e indicibile il mistero della vita!

Eppure, oggi, quel piccolo, nel seno materno, indifeso, è spesso considerato, non come una meraviglia, ma come ‘una cosa’, su cui si possono fare esperimenti o, fatto ancora più incomprensibile, ‘buttare’, se ‘non serve’ o è ‘di ostacolo’, troncando il suo viaggio di vita, con l’aborto. Abbiamo tanta cura dei capolavori dell’arte, facciamo l’impossibile per custodirli e non finiamo di ammirarli, e poi non proviamo lo stesso stupore davanti ad un piccolo uomo che vuole nascere, vero capolavoro di Dio! Come è possibile una tale cecità?

E ancor più, quali possono essere le ragioni per sopprimere un neonato... quando poi riempiamo gli ospedali per curare la vita? Perché siamo così contradditori, insensati? È ignoranza? Coscienza smarrita? O altro... Vorrei offrire a tutti quanto Giovanni Paolo II scriveva nella lettera pastorale ‘Mulieris dignitatem’
  • Il reciproco dono della persona nel matrimonio si apre verso il dono di vita nuova, di un nuovo uomo, che è anche persona a somiglianza dei propri genitori. La maternità implica fin dall’inizio una speciale apertura verso la nuova persona: e proprio questa è la ‘parte’ della donna. In tale apertura nel concepire e nel dare alla luce un figlio, la donna ‘si ritrova’ mediante un dono sincero di sé. Il dono dell’interiore disponibilità nell’accettare e nel mettere al mondo un figlio è collegato all’unione matrimoniale, che dovrebbe costituire un Momento particolare del dono di sé da parte della donna e dell’uomo. Il concepimento e la nascita del nuovo uomo, secondo la Bibbia, sono accompagnati dalle seguenti parole della donna-genitrice: ‘Ho acquistato un uomo dal Signore’. (Gen. 4, 1)
  • La Parola di Dio, oggi.
San Marco, nel tratteggiare la vita di Gesù, sembra abbia fretta di portare tutto il discorso su di una sola domanda: ‘Ma Chi è mai costui?’. Ed è la domanda chiave, che avrà la sua risposta alla fine, dopo che ‘tutto sarà compiuto, svelando per intero il piano di amore del Padre verso l’uomo. Gesù ‘ha scelto’ quelli che dovranno’ stare con Lui’, durante la sua breve vita pubblica, per poi ‘essere mandati’ a testimoniare ciò che ‘hanno visto e udito’.

Ora è tempo di presentarsi al suo popolo: un popolo, che conosceva la Sacra Scrittura, ossia tutto ciò che Dio aveva compiuto dalla creazione, fino a scegliere “il Suo popolo” e annunciare Colui che avrebbe mandato, attraverso le parole di Mosè, che così Lo descrive:”Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A Lui darete ascolto. Avrai quindi quanto hai chiesto al Signore, tuo Dio, sull’Oreb, il giorno dell’assemblea dicendo: ‘Che io non oda più la voce del Signore, e non veda più questo grande fuoco, perché non muoia’... Porrò sulla Sua bocca le mie parole ed Egli vi dirà quanto gli comanderò”. (Dt. 18, 15-20)

Gesù sceglie, come luogo di inizio della sua predicazione, Cafarnao, lontana da Nazareth, più vicina al Giordano, dove si era incontrato con Giovanni il Battista, e da questi era stato battezzato, con il battesimo di penitenza. E lì che tutti avevano udito dal cielo: ‘Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!

Cafarnao era una cittadina importante, sul lago di Tiberiade e sui colli, che sembrano fare da cornice al lago, Gesù vi trascorrerà tanta parte della vita pubblica. Di Cafarnao era lo stesso Pietro. Inoltre la città e tutta la zona del lago era una delle parti più popolate e frequentate della Terra Santa. Se la missione di Gesù doveva arrivare a tutte le genti, fino a noi, e oltre, era giusto iniziasse e si svolgesse dove più numerosa era la popolazione.

Da allora in poi, per sempre, in qualunque posto e per qualunque uomo, Gesù, il Messia, sarebbe stato il punto di ricerca e di incontro con la Buona Novella. Lui, la Voce, la Parola del Padre, il Verbo eterno, venuto per la nostra salvezza. Ma l’uomo, ognuno di noi, doveva e deve avere il desiderio e la volontà di ascoltare e prepararsi con amore all’accoglienza.

Inizialmente nessuno sapeva chi fosse Gesù. Forse su di Lui si facevano supposizioni, si raccontavano già alcuni fatti straordinari. Gesù emanava indiscutibilmente un fascino misterioso, che suscitava curiosità, ma per molti restava appunto ‘curiosità’. Per la maggioranza era ancora ‘un uomo qualunque’, anche se un ‘Rabbi straordinario’ in mezzo ad altri uomini, che viveva la ferialità, a volte noiosa della vita, senza ancora suggerire la salvezza che ognuno invece si attendeva.

Inoltre Gesù veniva da Nazareth, una piccola ed insignificante città, che godeva poca stima, ‘senza fama, se non peggio’. E allora, come oggi, essere nati ‘a Nazareth’ era già motivo di discriminazione. Eppure il primo impatto, nella sinagoga, Marco lo presenta come una possibile epifania, manifestazione di Dio. La Sinagoga, ancora oggi, per gli Ebrei, in qualunque Stato risiedano, è il luogo di culto, dove si radunano per leggere e ascoltare la Parola di Dio. E la Parola di Dio è custodita e venerata come la stessa Presenza di Dio tra gli uomini.
  • A Cafarnao – racconta Marco – entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise ad insegnare Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi. Allora un uomo, che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare: ‘Che c’entri con noi Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi sei, il Santo di Dio: E Gesù lo sgridò: ‘Taci! Esci da quell’uomo’. E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: ‘Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono! La sua fama si diffuse subito dovunque nei dintorni della Galilea. (Mc. 1, 21-28)
Marco fa risaltare da una parte la forza dell’insegnamento di Gesù, che si propone come Maestro della Legge, ‘non come gli scribi’; dall’altra lo stupore di chi Lo ascolta: ‘Una dottrina nuova insegnata con autorità’, commenta la gente. Evidentemente avevano colto nelle parole di Gesù – le stesse che leggiamo noi – la semplicità e la lucidità di ciò che esce dalla bocca di Dio e, nello stesso tempo, la testimonianza di vita di tale Parola: Gesù è ‘il Verbo fatto carne’.

È ancora presente, oggi, questo stupore, ogni volta ascoltiamo o leggiamo il Vangelo? Aveva certamente ragione Paolo VI, quando affermava: ‘Il mondo ha bisogno oggi di testimoni, più che di maestri: meglio ancora se maestri - testimoni’. Questo per la semplice ragione che la gente, noi stessi, difficilmente siamo disposti a sentire solo parole. Non riusciamo invece a contenere la nostra ammirazione e il nostro stupore di fronte alla testimonianza, che in fondo è la parola fatta esistenza.

Chi non ricorda l’esempio del santo Curato d’Ars, che predicava con semplicità, ma vivendo una vita santa, al punto che a sentire le sue prediche correvano grandi teologi e, soprattutto, gente assetata di verità, da tutta la Francia. Dobbiamo confessare che oggi vi è una crisi di ‘autorità’ nelle parole di coloro che dovrebbero essere a pieno titolo maestri-testimoni: una crisi che ha minato profondamente la società e le istituzioni, forse anche quelle ecclesiali, ma in particolare la scuola e la famiglia.

Quando genitori e insegnanti parlano, a volte figli e alunni alzano le spalle, fino al disprezzo delle parole che sentono. Perché, viene da chiedersi? Ma soprattutto è bene che ci domandiamo: ‘Che cosa insegniamo?’. Il nostro insegnamento è manifestazione della Parola di Dio o solo il vuoto del mondo? Proponiamo ideali o compromessi? Facili illusioni, effimeri valori o impegno, responsabilità e pienezza di vita? Dignità e consapevolezza o istintualità e conformismo? E la Chiesa? Le nostre prediche? Sono davvero Buona Novella?

Ho conosciuto, da giovane, grandi sacerdoti, come don Clemente Rebora o il mio Superiore generale, che avevano sempre con loro il Vangelo, per confrontarsi sulla Parola, e, quando celebravano la Santa Messa, predicavano, vivevano, la loro testimonianza lasciava il segno nella mia vita.

È vero – e di questo ringrazio di cuore lo Spirito – che oggi, un po’ ovunque, nelle comunità, sono sorti Centri di Ascolto della Parola: gruppi che mostrano le meraviglie che, anche apparenti semplici righe di una pagina di Vangelo, possono realizzare nella vita delle persone. È Dio che parla e, parlando, rinnova le sue creature, solo che lo lascino fare! Così pregava S. Filippo Neri:
  • Signore, vorrei tanto amarti.

    Ma Gesù non fidarti tanto di me.

    Signore, te l’ho detto: se non mi aiuti io non farò nulla di buono.

    Io Te l’ho detto: non Ti conosco, Ti cerco e non Ti trovo.

    Parlami Signore e vieni.

    Se Ti conoscessi, conoscerei anche me stesso’.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2008/2009

Messaggio da miriam bolfissimo » gio feb 05, 2009 9:43 am

      • Omelia del giorno 8 Febbraio 2009

        V Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)



        Una giornata di Gesù tra noi
Piace a tutti, soprattutto a quelli che ci voglio bene, sapere come passiamo la giornata, come a voler entrare nella nostra vita o, almeno accompagnarci nella fatica e nella speranza. Non è sempre curiosità, tante volte è amore. Tanto è vero che il primo saluto, incontrandoci o telefonandoci, è: 'Come va'? cosa fai?'. Voglia di partecipazione, quella che fa uscire dalla tristezza della solitudine e crea comunione e condivisione di gioie e tristezze. Purtroppo avviene poche volte oggi o, se avviene, c'è tanta superficialità - giusto un SMS! -.

La Chiesa oggi, nel segno della profondità dei rapporti, in quel bisogno di 'stare' con l'amico, ci propone oggi proprio come era un giorno di Gesù tra la gente del suo tempo. Aveva scelto di iniziare la Sua missione - difficile ma necessaria missione - sulle rive del Lago di Tiberiade, dove era facile incontrare le folle. Proprio per questo Gesù dava alla sua giornata, anzitutto, il primato della preghiera, poi la missione della Parola, quindi la solidarietà per le tante sofferenze: una giornata tutto Amore dal Padre a noi.

La preghiera era l'essenza stessa della Sua vita, il momento di intimità con il Padre, un'intimità in cui l'amore di Dio prendeva dimora tra di noi. Come era infatti possibile camminare sulle vie tracciate dal Padre tra di noi, annunciare la Sua Parola, avere la forza di compiere fino in fondo la Sua volontà, chinarsi sulle nostre immancabili sofferenze e necessità, amarci in modo divino, irrepetibile, lasciandoci una testimonianza di come si deve amare: 'Amatevi come io ho amato voi', - dirà nell'Ultima Cena - fino a 'dare la vita' per noi, senza prima riempirsi del Cuore del Padre, che voleva la nostra salvezza con e nel Figlio a noi mandato?

Per questo fanno paura tanti fratelli cristiani che si gettano nella vita, senza avere una vita interiore profonda, ossia senza avere uno spirito di preghiera, che sia come la luce e la forza che ci guida là dove Dio ci vuole ed accanto a chi, bisognoso del nostro affetto, Lui ci affida.

Nel nostro tempo velocizzato spesso la preghiera è considerata una perdita di tempo. ‘I cristiani debbono perdersi - affermano in tanti - nelle necessità del tempo, perché gli uomini attendono la loro presenza. Pregare è come rubare il tempo alla carità’: una vera eresia! Risponde a tutti la saggezza ispirata di Paolo VI: “Avere una vita di relazione intensa con Dio nella preghiera non è estraniarsi dalla vita, ma è permettere a Dio di invadere la vita”. Purtroppo tanti si perdono miseramente, credendo di togliere spazio a Dio per perdersi nella corsa pazza tra gli uomini. Una dura lezione!

Ricordo mamma - ed eravamo tanto poveri, di quella povertà materiale che però era grande ricchezza di valori e di amore - che ogni mattina iniziava la sua giornata, alzandosi presto per partecipare alla Santa Messa, con qualunque tempo, e cosi cibarsi di Dio nella Comunione. Noi figli iniziavamo la giornata, appena svegli, con la recita delle preghiere e, prima di noi, lo stesso faceva mamma con papà, che si apprestava ad andare al lavoro: 'Senza preghiera non si va da nessuna parte', continuava a ripeterci.

Un grande esempio viene da Madre Teresa di Calcutta, che chiedeva alle sue consorelle di sospendere ogni forma di carità, per dedicare due ore di adorazione al Santissimo Sacramento.

E potremmo fare un lungo elenco di come tanti giovani, uomini e donne, iniziano la giornata nel Nome del Signore, incontrandosi con il Padre, fonte di ogni grazia, offrendoGli la giornata. Il Vangelo così descrive una giornata di Gesù:
  • Al mattino si alzò quando era ancora buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con Lui si misero sulle sue tracce e trovatolo gli dissero: `Tutti ti cercano. Egli disse loro:`Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là: per questo infatti sono venuto! E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demoni. (Mc. 1, 29-39)
E, sempre Marco, prima, descrive Gesù vicino alla gente che Lo cercava:
  • Gesù, uscito dalla sinagoga, si recò in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servire. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, portarono a lui tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni, ma non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano.
Quella massa di ammalati nel corpo e nel cuore simboleggia molto bene l'umanità di tutti i tempi, compresa la nostra. La malattia, la sofferenza, sono il binario su cui viaggia la vita di ogni uomo, che lo voglia o no. Così Giobbe, l'esperto del dolore, ne parla: ‘‘I miei giorni sono stati più veloci di una spola, sono finiti senza speranza’‘.

Sappiamo che malattia e sofferenza, in genere, sono le due travi che formano la croce su cui siamo crocifissi, ma su cui con noi é crocifisso Gesù, perché con Lui il nostro dolore possa divenire resurrezione e gioia. Il Vangelo dice che Gesù di malati ne guariva 'molti' e non 'tutti'. Poteva sembrare una discriminazione tra gli stessi sofferenti, ma Gesù voleva anche prendere le distanze da chi Lo vedeva solo come un guaritore, quando la Sua missione mirava a guarire le nostre anime, che è la guarigione più importante e necessaria per conoscere la felicità. Davanti a Lui e con Lui - e lo constatiamo nella nostra vita di fede - i due bracci della nostra croce quotidiana, possono diventare non solo dolore, ma Amore.

Noi, che siamo chiamati dalla carità, ogni giorno, a vivere nel cuore dell'umanità, davvero piena di sofferenti di ogni genere, capiamo molto bene che, non solo non riusciamo a raggiungere tutti quelli che soffrono, ma anche possiamo ben poco di fronte alle sofferenze, e sono tante. Possiamo dare tutto il nostro affetto, la nostra solidarietà - e qui davvero il campo è vastissimo, anche se poco frequentato - ma spesso ci sentiamo impotenti, quasi con le mani legate. Sapeste, voi che con me cercate di seguire Cristo nelle sue gioie e sofferenze, come prego tanto di riuscire a sollevarvi dalle tante prove che sono il frutto della nostra fragilità di creature, della nostra debolezza, della nostra stessa esistenza 'quaggiù' !

Sapere di potervi donare, in qualche modo, nel Nome di Gesù, anche un briciolo di conforto e di speranza è già tanto. E ringrazio per questo Dio, che me ne dà la possibilità, con la Sua forza e potenza di Amore. Tutto questo lo leggo nelle vostre lettere. Quello che ci auguriamo è che le nostre braccia si aprano sempre e le nostre mani non si nascondano in fondo alle tasche, come a difendersi dalla chiamata alla solidarietà.

La domanda che tanti si pongono, recandosi, per esempio, a Lourdes, è la stessa che può sorgere leggendo il Vangelo: 'Perché Gesù non guarisce tutti?'. Ma davvero è così? Occorre avere occhi di fede e si potrà vedere una guarigione diffusa: le conversioni e guarigioni dell'anima, la serenità donata a tutti, a cominciare dagli ammalati. A volte, presiedendo la processione eucaristica, al momento di benedire i tanti malati in carrozzella o sulle barelle, mi commuovevo davanti alla serenità dei loro volti: questo è il vero miracolo! Disse il Santo Padre, nel suo pellegrinaggio a Lourdes, il 15 settembre dello scorso anno:
  • ‘A Lourdes, nel corso dell'apparizione del 3 marzo 1858, Bernadette contemplò in maniera del tutto speciale il sorriso di Maria. Fu questa la prima risposta che la bella Signora diede alla giovane veggente che voleva conoscere la sua identità.

    Prima di presentarsi a lei, qualche giorno dopo, come l'Immacolata Concezione, Maria le fece conoscere innanzitutto il suo sorriso, quasi fosse questa la porta di accesso più appropriata alla rivelazione del suo mistero.

    Nel sorriso della più eminente fra tutte le creature, a noi rivolto, si riflette la nostra dignità di figli di Dio, una dignità che non abbandona mai chi è malato. Quel sorriso, vero riflesso della tenerezza di Dio, è la sorgente di una speranza invincibile.

    Lo sappiamo, purtroppo: la sofferenza prolungata giunge a volte a fare disperare del senso e del valore della vita. Quando la parola non sa più trovare espressioni adeguate, si afferma il bisogno di una presenza amorevole; cerchiamo allora la vicinanza di coloro che sono intimi per legame nella fede.

    Vorrei dire, umilmente, a coloro che soffrono e a coloro che lottano e sono tentati di voltare le spalle alla vita: volgetevi a Maria!

    Nel sorriso della Vergine si trova misteriosamente nascosta la forza per proseguire il combattimento contro la malattia, in favore della vita.

    Presso di lei si trova ugualmente la grazia di accettare senza paura né amarezza il congedo da questo mondo, nell'ora voluta da Dio.

    Cercare il sorriso della Vergine Maria, non è pio infantilismo. In quella manifestazione molto semplice di tenerezza, che è il sorriso, percepiamo che la nostra ricchezza è l'amore che Dio ha per noi e che passa attraverso il cuore di colei che è diventata nostra Madre.

    Cercare questo sorriso significa innanzitutto cogliere la gratuità dell'amore’‘.

    E rivolto ai volontari, ai barellieri, a tutti:

    ‘‘Maria vi affida il suo sorriso affinché voi stessi, nella fedeltà al Figlio suo, siate fonte di sorriso. Possiate portare il sorriso a tutti!’‘.

    E unendosi ai malati e ai pellegrini, così pregò e quella preghiera vogliamo farla nostra, oggi: ‘‘Maria, poiché tu sei il sorriso di Dio,

    il riflesso della luce di Cristo, la dimora dello Spirito Santo,

    perché tu hai scelto Bernadette nella sua miseria,

    tu che sei la Stella del mattino, la Porta del cielo e la prima Creatura risorta,

    Nostra Signora di Lourdes, ascoltaci!’


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2008/2009

Messaggio da miriam bolfissimo » ven feb 13, 2009 11:10 am

      • Omelia del giorno 15 Febbraio 2009

        VI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)



        Ma chi è veramente Gesù?
Vorrei ricordare ai miei cari lettori che oggi è la Giornata dei lebbrosi, malattia ancora diffusa tra la povera gente, che ha sempre subito la segregazione dalla comunità, per la paura del contagio, condannandoli così ad un vero isolamento 'fuori dal nostro mondo', come i tanti malati di AIDS: solitudine che è la più grande pena per un uomo, il cui 'essere' ed 'esistere' necessita di relazioni e di far parte di una comunità. Grazie a Dio ci sono tanti volontari che oggi affrontano la malattia della lebbra, guaribile con poco: a cominciare dall'Associazione benemerita degli Amici dei lebbrosi, fondata dal grande apostolo Follereau. Tra i tanti poveri che ci tendono la mano è bene ricordarsi di loro e far sentire che non li segreghiamo, ma li sentiamo vicini con l'affetto e la generosità.

La loro è una 'lebbra fisica', molto meno grave, anche perché curabile, di fronte alla 'lebbra del vizio e del male' che contagia troppi, a cominciare dall'inesperta gioventù, e non solo. Basta pensare al gran numero dei tossicodipendenti, tanti curati nelle comunità cui va il nostro affetto, la nostra lode e il nostro sostegno, perché sono testimoni della carità di Cristo, che non ha alcuna barriera. Grazie, carissimi fratelli, ovunque e con chiunque operiate. La vostra opera, come quella degli Amici dei lebbrosi è riportare a vita degna tanti che si sono lasciati ingannare dalle tante 'mode' e ...droghe.

Negli atteggiamenti di Gesù c'è continuamente, come narra l'evangelista Marco, un 'modo di essere' che seguita a stupirci e avrà stupito chi lo avvicinava. Gesù non si sottrae mai dall'amare l'uomo, che è nella necessità o nel bisogno, ma impone sempre il silenzio su Se stesso. Gesù fugge per cancellare ogni errore si potesse compiere nella interpretazione della Sua missione, che era quella di 'annunciare la Buona Novella del Vangelo', Lui stesso, perché tutti Lo accogliessero, divenendo Suoi discepoli. Così Marco ci narra oggi l'incontro di Gesù con un lebbroso:
  • Venne a Gesù un lebbroso, lo supplicava in ginocchio e gli diceva: Se vuoi, puoi guarirmi. Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: Lo voglio, guarisci! Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. E ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: Guarda di non dire niente a nessuno, va', presentati al sacerdote e offri la tua purificazione, quella che Mosè ha ordinato a testimonianza per loro. ma quegli allontanatosi cominciò a promulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti e venivano a Lui da ogni parte (Mc 1, 40-45).
In poche righe Marco descrive una scena quotidiana di vita di Gesù, che appare come un 'mago che guarisce'. Ma, dopo le parole di commiato del Maestro, che invita il lebbroso a mostrarsi al sacerdote e la sua fuga dalla calca che lo assediava - sperando in qualche altro miracolo, e quindi ‘ferma' alla salute del corpo - nascondendosi in luoghi deserti, l'evangelista lascia sospesa la domanda: 'Ma chi è costui?'.

Noi forse avremmo agito in modo diverso: ci saremmo sentiti dei piccoli dèi, capaci di compiere cose straordinarie! E ce ne sono tanti in giro di questi, che si sentono 'un dio' che fa, almeno in apparenza, cose grandi, secondo l'uomo. Sono i moderni dèì, cui la gente batte spesso le mani. Ma Gesù non è così. Rimane dunque sempre sospesa la domanda, credo in tanti: 'Chi è costui?'.

Gesù sapeva bene che tanti di quella moltitudine, che, in quel momento, lo consideravano un guaritore, forse 'un incantatore di speranze', non giungendo a conoscerLo per Chi davvero era e qual era la vera guarigione di tutti gli uomini, che avrebbe ottenuto con l'incommensurabile amore della Sua passione e morte in croce, sarebbero stati gli stessi che davanti al pretorio di Pilato, avrebbero gridato, sobillati dai sommi sacerdoti e dagli scribi: 'Crocifiggilo!'.

È la facile storia, anche oggi, di battere prima le mani a chi si afferma tra di noi e, nel momento del fallimento, gridare: ‘È giusto che paghi!’. Certamente l'ammonimento e l'agire di Gesù, la sua fuga nel deserto, avrà lasciato di stucco tutti: ‘Ma chi è costui, così diverso da noi, tanto che non solo schiva le lodi, ma queste gli danno fastidio?'.

Se ci pensiamo bene è questo lo stile di umiltà, che tanti santi vivranno. Santi che, anche ai nostri giorni, fanno un grande bene - da batter loro le mani - ma amano nascondersi, per farci capire che Chi opera è Dio e loro sono 'la matita tra le dita Dio': scrivono le opere di Dio, a cui va tutta la Gloria e il Grazie. Forse neppure noi capiamo Gesù, quando Gli chiediamo un aiuto alle nostre necessità, malattie o altro. Davanti alle tante preghiere per casi familiari, quasi sempre di malattia, io rispondo sempre: ‘Le assicuro la mia totale comunione di preghiera, mettendola sull'altare della mia Messa quotidiana', ma, nello stesso tempo, invito ad accogliere i grandi disegni che il Padre ha su di noi e che sono l'arazzo della nostra salvezza - malattia compresa - che ha i suoi colori, a seconda del dolore.

Sappiamo, o dovremmo sapere, che Gesù non ci abbandona mai, in ogni istante della nostra vita, non solo, ma Lui traccia il sentiero su cui camminare, pronto a portare con noi la croce. Gesù sa e, come chi ama, fa tutto ciò che è in suo potere per rendere felice la persona amata. Ma tante volte il bene che Dio ci vuole, supera le nostre 'aspettative' umane e va oltre: il fine è il Sommo Bene, la nostra felicità eterna, che tante volte non riusciamo ad intravedere, accontentandoci di un piccolo segno di amore, come il lebbroso del Vangelo.

Sarebbe bello sapere dove era il lebbroso, e tutti i guariti, il venerdì santo, quando Gesù appariva come un 'reietto dagli uomini', cioè un 'capace di nulla!'. È un pericolo in cui possiamo cadere anche noi, a differenza dei tanti santi, i veri amici di Gesù, che conoscevano e conoscono il Suo amore, accettano o chiedono la sofferenza, come modo per ricambiare l'amore o 'unirsi all'Amore'. È bello leggere quello che Paolo VI scrive di Gesù:
  • Possiamo, noi stessi chiederci: come ci raffiguriamo Gesù Cristo? Qual è l'aspetto, caratteristico di Lui, che risulta dal Vangelo? Come, a prima vista, si presenta Gesù? una volta ancora le sue stesse parole ci aiutano: 'Io sono mite ed umile di cuore'. Gesù vuole essere guardato così, voluto così. Se noi lo vedessimo, ci apparirebbe così. Anche se la sua figura celeste (Apocalisse) riempie di luce, questo aspetto dolce, buono, e soprattutto umile, si impone come essenziale.

    Meditando si avverte che esso si manifesta ed insieme nasconde un mistero fondamentale relativo a Cristo, quello della incarnazione, quello del Dio umile, mite, che governa tutta la vita e tutta la missione di Gesù. Il Cristo umile è il centro della cristologia di sant’Agostino e impronta tutto l'insegnamento evangelico a nostro riguardo. Che cosa altro insegnò, se non questa umiltà? In questa umiltà noi ci possiamo avvicinare a Dio.

    Del resto san Paolo non ha un termine che sa di assoluto, quando ci dice che Gesù 'si è annientato'? Gesù è l'uomo buono per eccellenza ed è per questo che Egli è disceso al livello infimo anche della scala umana, si è fatto bambino, si è fatto povero, si è fatto paziente, si è fatto vittima, affinché nessuno dei suoi fratelli in umanità potesse sentirlo superiore e lontano; si è messo ai piedi di tutti. Egli è per tutti, è di tutti.

    Oggi dopo tanto parlare di pace e di riconciliazione, la tentazione della violenza, come suprema forma di liberazione, come unico mezzo di riforma, è così forte che si parla di teologia della violenza. Si cerca di avere Cristo per sé e così giustificare atteggiamenti demagogici e quel che è peggio con parole di Lui (27 gennaio 1971).
Davanti ad un mondo che si nutre della superbia di satana, che taglia tutti i sentieri dell'amicizia e dell'amore, può forse essere difficile, ma è meraviglioso, vestirsi della stupenda veste, l'umiltà, in cui Lui stesso si nasconde - non troppo per chi ha occhi di fede e di amore - , ma è il solo modo di, non solo conoscere e 'vivere Cristo', ma di amare Lui e i nostri fratelli. Non ci resta che affidarci a Lui, con le parole del cardinale Newman:
  • Mio Signore, mio Salvatore, mi sento sicuro tra le tue braccia.

    Se Tu mi custodisci, non ho nulla da temere,

    ma se mi abbandoni, non ho più nulla da sperare.

    Non so cosa, mi capiterà fino a quando morirò.

    Non so nulla del futuro, ma mi affido a Te.

    Ti prego di darmi ciò che è bene per me,

    di togliermi invece quanto può porre in pericolo la mia salvezza.

    Non ti prego di farmi ricco, non ti prego di farmi umile e povero,

    ma mi rimetto interamente a Te,

    perché sai ciò di cui ho bisogno e che io stesso ignoro.

    Se tu mi imponi dispiaceri o sofferenze, concedimi la grazia di sopportarli;

    preservami dall'egoismo e dall'impazienza.

    Se tu mi doni salute e successo in questo mondo,

    preservami dall'impazienza e fa' che sia sempre vigilante,

    affinché questi doni pericolosi non mi allontanino da Te.

    Tu che sei salito sulla croce anche per me, che sono colpevole,

    concedimi di conoscerti e credere in Te, di amarti, di servirti,

    di lavorare sempre perché aumenti la Tua gloria di vivere per Te e con Te.

    Concedimi di morire nel momento e nel modo che saranno per la Tua gloria

    e propizi per la mia salvezza.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2008/2009

Messaggio da miriam bolfissimo » gio feb 19, 2009 6:50 pm

      • Omelia del giorno 22 Febbraio 2009

        VII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)



        La più grande guarigione, quella del cuore
Siamo abituati - e giustamente - ad avere grande cura della nostra salute, perché da lei dipende il nostro benessere e, quindi, la possibilità di una vita tranquilla. Ormai ci siamo attrezzati di tutti i farmaci disponibili, per fermare i primi sintomi di malessere e, a volte, sembra quasi che la salute del corpo - certamente un grande bene - sia il segreto della 'salute' del nostro io più profondo.

Ma è facile incontrare persone che sono in ottima salute fisica, eppure sono tristi o, peggio ancora, appartengono alla categoria di coloro di cui non ci si può fidare. Quanti fratelli e sorelle ho incontrato, nella mia vita di pastore, a cominciare da quelli nelle carceri, fino a quelli che si incontrano quotidianamente, anche estremamente belli esteticamente, ma, `dentro', senza un briciolo di 'salute'.

Per molti di questi le affermazioni di coloro che sono in 'salute' non possono che apparire senza senso: 'Mi sento bene 'dentro', sono in pace con Dio, con me stesso e con tutti. Faccio il mio dovere quotidiano con amore, come risposta alla volontà del Padre e, quindi, sono felice - per quanto è possibile su questa terra - tanto felice. La mia vita è amare ed essere amato'. O, come di fronte ad una persona, che mi venne incontro abbracciandomi e sorprendendomi mi disse: 'Sono tanto felice 'dentro' e sento il bisogno di parteciparlo a chi incontro!'.

Gente davvero 'in salute', diciamo invece noi, rattristati da incontri con uomini, donne, giovani in apparenza 'sani', ma con negli occhi una sfida o una indifferenza verso tutti, che fa paura, e li rende come di ghiaccio, o come avvinti da un 'malessere' che dà fastidio e non si può togliere con i medicinali, perché 'è dentro' e sai che sei impotente e nessuno, se non Dio, può toglierlo: è un Suo Dono. Il Vangelo di Marco, oggi, ci narra tutto ciò:
  • Dopo alcuni giorni, Gesù entrò di nuovo a Cafarnao. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta ed Egli annunziava la Sua parola. Si recarono da Lui con un paralitico portato da quattro persone. Non potendo però portarglielo davanti, a causa della folla, scoperchiarono il tetto, nel punto dove egli si trovava, e fatta un'apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati! Seduti là erano alcuni scribi, che pensavano in cuor loro: Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo? Ma Gesù, avendo subito conosciuto il loro pensiero disse loro: Perché pensate così nei vostri cuori? Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i tuoi peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo .lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati prendi il tuo lettuccio e va' a casa tua. Questi si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: Non abbiamo mai visto nulla di simile! (Mc 2, 1-12)
È davvero sconcertante questo racconto.

Anzitutto i parenti (credo) non si fermarono al fatto che tutto intorno alla casa vi fosse una calca che impediva di portare davanti a Gesù il malato, ma lo calarono dal tetto, dopo averlo 'sfondato': quando si è sicuri che il Messia può compiere il miracolo, non ci si ferma davanti a nessun ostacolo. Così come, a volte, tanti di noi, di fronte ad una grave malattia di un nostro caro, non si fermano e fanno il giro di tutte le cliniche e specialisti, non badando a spese, nella speranza di trovare una cura ed ottenere la guarigione.

Ma Gesù, davanti al paralitico, svela una 'malattia', che non è quella fisica - seppur grave, perché non lascia camminare - ma va oltre: guarisce dalla 'malattia', che è il peccato e che è la 'paralisi' più pericolosa, che non consente di vivere bene l'esistenza, perché la persona è frenata dal vizio e dal male.

Purtroppo molti neppure considerano questa terribile 'paralisi' e, pur avendo a portata di mano il Sacramento della Penitenza, o confessione, si disinteressano di 'camminare nella vera vita', ossia di guarire, riconciliandosi con Dio e i fratelli. Forse tanti non riescono a calcolare la gravità di certi peccati, come la lussuria, la superbia, la violenza, il muro contro muro nelle famiglia o nella società e, anzi, hanno come l'impressione di `camminare speditamente'. Si arriva al punto di vivere nel peccato come se niente fosse, non si ha neppure più il sintomo del male, che viene dal rimorso o da quel malessere, che ci accompagna quando non si è in grazia di Dio.

Non c'è nulla di più grave della 'paralisi' del peccato, che non ti fa più avere coscienza del male! Davanti, per esempio, alle tante vendette della malavita - o comunque la si chiami - tante volte mi chiedo: 'Non sentono il rimorso? Hanno mai conosciuto la gioia di chi è in grazia di Dio? O cercano di coprire il rimorso con la violenza gratuita ed arrogante? Come fanno a non sentire il peso di una vita insopportabile, invivibile, irrespirabile, non solo umanamente, ma soprattutto lontana dalla gioia di chi vive bene, ossia con l'anima in pace?'.

Mi piacerebbe chiedere ad ognuno di noi: Che cosa è più bello, importante, per una vita vissuta nella pienezza della gioia: guarire da qualche male o guarire dalla 'paralisi' della coscienza? È più `appagante' la pienezza di vita di coloro che sono in grazia di Dio o l'amarezza - spesso mascherata di cinismo e non confessata nemmeno a se stessi - che alla fine toglie anche la voglia di vivere? Ma è davvero difficile conoscere la gioia della vita interiore, quando la coscienza è 'paralizzata' dal `cancro' del peccato. Diceva il grande Paolo VI:
  • Si parla tanto di coscienza come somma ed unica norma della propria condotta, ma se la coscienza ha perduto la sua luce morale, cioè la sensibilità del vero bene e del vero male, sensibilità che non può essere avulsa dal polo dell'assoluto, dal riferimento religioso, dove ci può condurre? A quali esperienze ci può abusivamente autorizzare? Basterà il codice penale a rendere buoni, onesti, giusti, gli uomini? Le basterà una correttezza legale? 'lo sono un galantuomo, non faccio del male a nessuno, la mia fedina penale è pulita', basterà ad assicurare all'uomo il suo vero destino? E che diremo di quanti hanno soffocato la propria coscienza morale in omaggio ad una irrazionale libertà, una libertà passionale o venale o crudele o comunque una licenza ribelle alla legge divina? Una libertà, una licenza peccatrice? Dio ci scampi da tale abuso della coscienza. Un giorno, quel giorno fatale del nostro diretto incontro con Dio, non potremo sentirci rispondere: Non ti conosco! La nostra storia si fa drammatica. Chi ha la sapienza e il coraggio di guardarla con la coscienza morale, che apre gli occhi sul passato, si sentirà invaso da uno stato di tristezza, di paura, di tormento, il rimorso. È un momento critico ed intenso, al bivio di due strade decisive rivolte a direzioni contrarie: la disperazione (che Dio non voglia) o l'umile abbandono nell'ancora aperta misericordia di Dio (12 febbraio 1975).
Il peccato ci riporta alle nostre origini. Dio cercò e cerca l'uomo, che aveva scelto e continua a scegliere se stesso, e, con voce paterna, certamente addolorata per il rifiuto del Suo Amore, lo interpella: 'Uomo dove sei?' e la risposta è stata e continua ad essere: 'Mi sono nascosto perché sono nudo!'. Ma non ci si può nascondere per sempre. Dio è il Padre della parabola del figlio prodigo, che sa attendere tutti noi che, a volte, scegliamo di lasciare la sua casa, per fare della vita un'avventura da balordi. Attende che noi 'rientriamo in noi stessi e diciamo: Tornerò da mio Padre!'.

Il Padre non attende per punire, ma mostra la sua immensa gioia di averci ritrovati come figli, commosso ci corre incontro e ci getta le braccia al collo, dicendo: 'Facciamo festa!'. È, se vogliamo, la storia di noi vescovi e sacerdoti che, come il Padre, attendiamo sempre i figli che si perdono, che rientrino in se stessi e tornino a casa, per poter fare festa con loro, la Festa della Riconciliazione.

Ricorderò sempre quell'uomo che, a Lourdes, di sera, seduto sulle rive del Gave, aveva l'aria disperata e, volendola fare finita con una vita che davanti alla Mamma Celeste era ormai insopportabile, per il male commesso, vedendomi vicino mi disse: 'Come è difficile vivere così, senza una traccia di bene nella vita e con la voglia di farla finita per sempre!'. Ci si guardò negli occhi e lo invitai a fissare lo sguardo su Maria. 'Ti pare che la Mamma non sarebbe più felice se tu guarissi dal tuo male interiore?'. 'Come?'. 'Con il sacramento della Riconciliazione, dove noi ci liberiamo da tutto il male e veniamo rivestiti della gioia di vivere'. Si confessò e poi non finiva di piangere per la gioia. 'Che grazia - diceva - sono tornato a vivere, come un bambino!'. A confermare la gioia di ogni 'ritorno', come a darci una mano per avere fiducia nella misericordia del Padre, così oggi parla il profeta Isaia:
  • Così dice il Signore: 'Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò una strada nel deserto, immetterò fiumi nella steppa. Io cancello i tuoi misfatti, per riguardo a Me non ricordo più i tuoi peccati (Is. 43, 18-21).
Preghiamo:
  • Signore, conoscermi, conoscerTi, non desiderare altri che Te.

    Odiarmi e amarTi: agire solo per amor Tuo,

    abbassarmi per farTi grande, non avere nella mente che Te...

    morire a me stesso per vivere di Te.

    Tutto ricevere da Te.

    Temere per me e temerTi per essere tra i Tuoi eletti.

    Diffidare di me stesso e confidare solo in Te.

    Guardami e Ti amerò, chiamami perché Ti veda

    E così goda di Te eternamente (S. Agostino)



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2008/2009

Messaggio da miriam bolfissimo » gio feb 26, 2009 7:04 pm

      • Omelia del giorno 1 Marzo 2009

        I Domenica di Quaresima (Anno B)



        ED ECCOCI IN QUARESIMA: 'Ricordati uomo...'
Sentiamo tutti che stiamo vivendo un momento difficile, non solo per la crisi economica, ma per una crisi più profonda: si ha l'impressione che molti abbiano smarrito il senso della vita. Per questo giunge opportuno e necessario un tempo di riflessione, che porti ad un rinnovamento, a ritrovare le ragioni di questa vita, la ricerca della gioia.

Non siamo stati creati per una giornata da maschera. In Quaresima, anzi, dovrebbero cadere tutte le maschere che ci mettiamo per nascondere le nostre tristezze, paure, ma anche la voglia di verità. Quaresima è tempo di serietà, di speranza, di coerenza, che la Chiesa offre sia pure con l'austerità che si impone.

Abbiamo iniziato la Quaresima con l'imposizione delle ceneri. Scrive Paolo VI, questa nostra cara e preziosa guida, che ben conosceva ciò che c'è nell'uomo e ciò che occorre all'uomo:
  • Le Ceneri, giorno singolare nella vita spirituale del cristiano, per il carattere ascetico che invade la preghiera e per l'intenzione programmatica che lo mette all'inizio della Quaresima, di prendere sul serio questa pedagogia della Chiesa, per chi vuol vivere la sua storia nel tempo. Questa è la stagione propizia, è la primavera dell'anima, sia per ogni singolo fedele, sia per ogni comunità, che trova la sua pienezza spirituale nella sinfonia dei pensieri, delle preghiere, degli esercizi ascetici... Comprendiamo come essa entri necessariamente nella ricerca di una coscienza buona, nella verità dell'uomo: e quanto più egli è in grado di comprendere il dramma che lo riguarda, tanto più apprezza questa redentrice sapienza". (11.03.1970)
È un'esclamazione che si coglie facilmente sulla bocca di tanti, oggi soprattutto: 'Così non si può andare avanti! Non se ne può più! Bisogna in qualche modo cambiare!'. È quel senso di delusione o di sbigottimento di fronte a situazioni insostenibili, in famiglia, nella società, ovunque, come se l'uomo avesse alzato le mani in segno di resa di fronte ad un mondo `frantumato', che così è invivibile e non lascia speranza dì sopravvivenza. Scrive il Santo Padre nella Esortazione 'Riconciliazione e Penitenza':
  • Come per gli sguardi di tutti, anche quello del pastore scorge fra diverse caratteristiche del mondo e dell'umanità del nostro tempo, l'esistenza di numerose e profonde lacerazioni. Queste lacerazioni si manifestano nel rapporto fra persone e gruppi, nazioni contro nazioni, blocchi di Paesi contrapposti in un'affannosa ricerca di egemonia. La potenza travolgente di queste divisioni, fa del mondo in cui viviamo un mondo frantumato nelle sue fondamenta.
Ed è vero, al punto che sentiamo le lacerazioni non più e solo fuori di noi stessi o attorno a noi, ma dentro di noi. Vorremmo uscirne tutti e non sappiamo come. Vorremmo gridare 'pace', ma non sappiamo chi ha voglia di ascoltarci. Vorremmo tendere le mani verso gli altri, e ci pare che tutte ci sfuggano, come non ci fosse più fiducia o si fosse in preda di un'insensata paura, in stato di perenne difesa. Subito la Quaresima ci indica con il Vangelo come uscirne e ritrovare in pienezza la bellezza e la gioia della vita:
  • In quel tempo – scrive Marco evangelista – lo Spirito sospinse Gesù nel deserto ed egli vi rimase quaranta giorni, tentato da satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea, predicando il Vangelo di Dio e dicendo: `Il tempo è vicino: convertitevi e credete nel Vangelo. (Mc. 1, 12-15)
Un invito, non solo a modificare lo stile di vita 'economico', imposto dalle condizioni di crisi che stiamo vivendo drammaticamente, ma, riferendoci al Vangelo, ossia guardando a ciò che è davvero la bellezza della vita, come ce la propone e costruisce Dio, quando Gli permettiamo di smantellare le effimere realtà che ci hanno ingannati e mai possono essere il 'senso' del nostro esistere, .un vero cambiamento di vita interiore: 'CONVERTITEVI E CREDETE AL VANGELO!'.

La nostra è stata definita l'età del benessere. È cosa buona riflettere su questa definizione della vita moderna, che sembra racchiudere la filosofia popolare e la politica sociale del nostro tempo. Il benessere, cioè l'uomo soddisfatto, non solo in tutti i suoi bisogni fondamentali (e questo purtroppo non è per tutti...anzi!) ma gratificato anche di quegli agi, di quei divertimenti, di quegli svaghi, di quei piaceri, che si crede rendano felice la vita. Questa sembra la concezione ideale della civiltà, questo lo scopo del progresso, questo il fine a cui troppi hanno pensato come il solo dio da servire: un dio che tragicamente, oggi, ha mostrato la sua relatività.

Stare bene, 'godere' la vita, sentirsi liberi da tutte le virtù che fanno dell'uomo il figlio di Dio...ecco ciò in cui tanti avevano creduto di porre fiducia totale. Ma improvvisamente la fragilità di queste prospettive ha mostrato il suo volto vero, che è la grande crisi che sta mettendo in discussione tutto e tanti.

Gesù, e quindi la Chiesa, ci chiama alla CONVERSIONE ed alla PENITENZA.

La penitenza è quella di rendersi conto della falsità del benessere inteso come 'valore assoluto'; la conversione è rivolgere lo sguardo ed indirizzare la vita verso la vera gioia, che non è nell'avere, ma nell'essere e, soprattutto, non accetta di essere rinchiusa dalle falsità. Non ci deve essere spazio per la nostalgia di un 'benessere', che era ed è spesso l'illusione della felicità: un' illusione che è satana a suggerire: '...che le pietre diventino pane!'.

La Quaresima ci invita a guardare in alto e camminare nella semplicità del pellegrino, che sa che il suo Paradiso non è qui, ma è altrove, dove trionferà il solo 'ben-essere' possibile, l'amore eterno del Padre. Tanti si chiedono, giustamente, quando finirà l'attuale crisi, non solo economica, ma soprattutto umana. L'uomo deve, anzi è necessario che 'ritrovi se stesso', la ragione della sua vita, liberandosi da tutti i condizionamenti del peccato. La Scrittura oggi ci invita a sperare con il racconto di Noè:
  • Dio disse a Noè e ai suoi figli con lui: 'Quanto a me stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi, con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e bestie selvatiche, con tutti gli animali che sono usciti dall'arca. Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio, né più il diluvio devasterà la terra. Dio disse: 'Questo è il segno dell'alleanza che io pongo tra me e voi e tra ogni essere vivente che è con voi per le generazioni eterne, il mio arco (arcobaleno che vediamo dopo i temporali) ed esso sarà il segno dell'alleanza tra me e la terra. (Gen. 9, 8-15)
È bello anche solo sentire che 'la mano di Dio' si stende su di noi come un arcobaleno, che unisce cielo e terra: un'amicizia offerta, una riconciliazione donata. Sappiamo che la mano di Dio veramente è tesa verso di noi in Gesù morto e risorto per noi. Forse non riusciamo a vederla o non osiamo tendere la nostra; non abbiamo il coraggio, forse, di affrontare una vita di amicizia con Dio e tra noi.

Anche se è la profonda inconfessata nostalgia di pace che nella Quaresima, se vissuta bene, si fa realtà: 'Perché non essere in pace con noi stessi prima di tutto e poi con gli altri? Perché continuare a volersi male? Perché vivere un clima di freddezza gli uni verso gli altri? Sono domande che si rincorrono, che vorrebbero tessere l'arcobaleno dell'alleanza che Dio sicuramente offre.

Il Santo Padre nell'esortazione Riconciliazione e Penitenza scriveva anche: 'Lo stesso sguardo indagatore, se è sufficientemente acuto, coglie, nel vivo della divisione, un inconfondibile desiderio, da parte degli uomini di buona volontà e dei veri cristiani, di ricomporre le fratture, rimarginare le lacerazioni, instaurare a tutti i livelli una essenziale unità'. Di certo non possiamo essere vittime di una crisi economica, che ha il merito di richiamarci tutti alla beatitudine della libertà.

'Non credevo – affermava un uomo che viaggiava con me – che la semplicità della vita fosse quel comprendere la bellezza che è in noi, una vera ricchezza di gioia, che però avevo come messo in un angolo, come un bene inutile, per fare posto a tante creature che sono senza parole, ingombrano, più che la casa, la vita stessa. Ora mi sento povero, ossia senza più le affannose corse verso il tiranno che è il benessere. La mia vita è un cammino svelto. Ho ritrovato il gusto della semplicità e soprattutto la gioia di accorgermi di chi mi è vicino. Ho il tempo per condividere l'amore e trovo il tempo per gli altri. Ho capito che la vera gioia è farsi dono a chi non ha, i poveri. Ma quello che ora conta di più è sentire la gioia di essere amato da Dio. Mi è dolce stare con Lui nella preghiera, nella lettura della Sacra Scrittura, che fa giustizia di tutte le micidiali parole che circolano attorno, togliendoci la possibilità dell'ascolto e, non ultima, la bellezza della solidarietà'.

Se questo non è Quaresima... un vero stare con Dio, per ritrovare noi stessi!

C'era un tempo in cui la Quaresima davvero era un cammino austero di ascolto della Parola (i famosi quaresimali), di sacrifici scelti e di bene offerto. Mamma ogni anno si proponeva la rinuncia, per tutta la Quaresima, di ogni tipo di dolce, preferendo fare atti di carità. Papà che amava un bicchiere di vino, non ne beveva una goccia, dicendo: 'Mi fa bene!'.

L'augurio e la preghiera che faccio per voi e a me è che insieme possiamo vivere la Quaresima così, NELL'ASCOLTO DELLA PAROLA, NELLA PREGHIERA, NELLA CARITÀ, in modo da arrivare a Pasqua e rivestire l'abito bianco del nostro Battesimo, segno del nostro essere di Dio. Facciamo nostra la consapevolezza di Madre Teresa di Calcutta, per poter diventare presenze amorevoli verso i fratelli la cui cura Dio ci ha affidato:
  • Oggi la gente è affamata di amore e l'amore è la sola risposta

    alla solitudine e alla grande povertà di ogni tipo.

    In alcuni Paesi non c'è mancanza di pane:

    la gente invece soffre di terribile solitudine,

    perché si sente come indesiderata, senza speranza.

    Tanti hanno dimenticato come si fa a sorridere.

    Hanno dimenticato la bellezza del tocco umano.

    Hanno bisogno di qualcuno che li capisca e li ami.

Antonio Riboldi – Vescovo –

Internet: www.vescovoriboldi.it

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2008/2009

Messaggio da miriam bolfissimo » gio mar 05, 2009 9:41 am

      • Omelia del giorno 8 Marzo 2009

        II Domenica di Quaresima (Anno B)



        Gesù prepara i Suoi alla Sua passione
Come è davvero prezioso questo tempo di austerità, che invita tutti noi a smettere i panni di una dannosa ricerca di felicità nel benessere, che alla fine si rivela un baratro di sofferenze, per ritrovare nella preghiera, nell'ascolto di Dio, in una vita morigerata, chi siamo e cosa ci attende, guardando all'eternità. Sappiamo - ed è esperienza quotidiana - che ogni giorno o ogni periodo ci mostra la fragilità della nostra esistenza, quando invece desidereremmo quella stabilità che è difficile sulla terra, almeno per quanto riguarda la serenità del cuore.

I passi di Dio, lenti se vogliamo, ma sicuri, che fanno strada alla nostra vita, a volte ci sembrano difficili e oscuri, ma vanno per il verso giusto, perché sono passi di Dio, sempre che li consideriamo così, ma non saprei come pensarli diversamente. Il Padre, d'altra parte, vuole instaurare con noi un rapporto libero e questa nostra esistenza di creature è il luogo in cui è posta alla prova la nostra libertà e fedeltà, come è ben narrato nella lettura su Abramo, di oggi:
  • In quei giorni, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: Abramo, Abramo. Rispose: Eccomi. Riprese: Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va' nel territorio di Moira e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò. Abramo si mise in viaggio. Essi arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato: qui Abramo costruì l'altare, collocò la legna. Poi stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l'Angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: Abramo, Abramo!. Rispose: Eccomi. L'Angelo disse: Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio. Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l'ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio. Poi l'Angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: Giuro per me stesso, oracolo del Signore, poiché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio, io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e la sabbia che è sul lido del mare: la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché hai obbedito alla mia voce (Gen 22, 1-18).
Si resta stupiti di fronte a questo racconto: Dio che mette alla prova la fedeltà di Abramo, chiedendo il sacrificio di 'suo figlio, il suo unico figlio'. Abramo si trova così a dover fare la scelta tra Dio, in cui certamente aveva posto la sua fiducia, e la vita di suo figlio, donatogli da Dio in tarda età e l'unico in cui, da padre, certamente aveva riposto tutto il suo affetto. A chi affidarsi? Leggiamo nel brano che Abramo, interpellato da Dio per ben due volte, rispose con una sola parola: ‘Eccomi’, che equivale alla totale obbedienza. Pur non comprendendo razionalmente la richiesta, con il cuore lacerato, ma sostenuto dal coraggio della fede, dà la preferenza a Dio.

Quante volte nella vita siamo messi nella stessa situazione attraverso il dolore - conseguenza del nostro essere creature - 'permesso' dal Padre, che attende la nostra fiducia totale, il nostro : ‘Eccomi!’. Conosciamo tutti la difficoltà nel dare questa risposta. Più facile obiettare: chiedersi le ragioni, a cui non sappiamo mai dare una risposta. E alcune volte ci scagliamo contro Dio, insensatamente, dimenticando che il dolore è conseguenza del nostro peccato, mai è stato voluto dal Padre, anzi, ha mandato il Suo stesso Figlio per liberarci, anche dalla morte! Ma noi non capiamo e resistiamo.

Non mi riferisco a quelle sofferenze 'superficiali', che a volte ci procuriamo noi stessi con la nostra leggerezza. Penso alle autentiche 'prove della vita', cui siamo chiamati a dare una risposta. I Santi sapevano sempre dire un pronto e a volte entusiastico 'Sì', leggendo la loro storia alla luce di un Dio Amore, che non si permetterebbe mai di farci soffrire, semmai 'permette' che accada, solo se è per il nostro bene, mai lasciandoci soli, se noi lo vogliamo.

Ripenso alla storia del mio caro Fondatore, Antonio Rosmini, uomo e religioso di autentica grandezza. Godeva della stima e dell'amicizia dei Pontefici del suo tempo, tempi politicamente difficili. Sembrava incrollabile la stima che si aveva verso di lui. Ma venne il giorno della prova, quando, non solo fu abbandonato da tutti, ma vide le sue grandi opere - come le 'Cinque piaghe della Chiesa' – ‘oscurate’ da alcuni brani messi addirittura all'Indice. Gli fu imposto il silenzio. E lui si ritirò a Stresa, nell'istituto da lui fondato, continuando a scrivere, fedele al silenzio. Era come sentirsi 'sepolto' dalla storia.

Non così la sua fede, che rimase intatta, tanto che al grande Manzoni, amico fedelissimo, che gli chiedeva, in punto di morte, come avrebbe potuto stare senza di lui, dettò la legge della sua serenità: ‘ADORARE, TACERE, GODERE’. Ci vollero tanti anni perché si svelasse il piano di Dio. Oggi è beato: da sepolto a risorto, anche davanti agli uomini.

O ripenso a quando parroco di Santa Ninfa, nel Belice, dopo 10 anni di dura fatica pastorale, nel 1967, insieme al mio vescovo, celebravamo la gioia di una comunità risorta, meravigliosa: un vero miracolo, dopo anni di fatiche e sofferenza. Non passarono neanche due mesi da quel giorno e il 16 gennaio '68, il tremendo terremoto mandò in briciole tutto: la stupenda chiesa che avevamo appena ristrutturata e, in qualche modo, mise allo sbando la stessa comunità, che avevamo allevato con la Grazia di Dio. Ricordo come quella terribile notte, uscendo illeso dalla casa canonica, l'unica rimasta in piedi perché fabbricata con sistemi antisismici, corsi in piazza, totalmente distrutta, a vedere cosa era successo alla Chiesa Madre: sbriciolata. Mi chiesi: 'Perché?' e rivolto al cielo dicevo: 'Signore, fammi capire come ci ami'. Mentre parlavo con Dio venne un mio giovane a chiedere aiuto per la famiglia, rimasta sotto le macerie. Mi risvegliai subito e fu il mio 'eccomi, Signore', iniziando la fatica di ricostruire speranza e comunità.

Ma penso, e sono certo, che tutti, anche voi che mi leggete, abbiate vissuto, o forse vivete il dramma di Abramo. Lui non fece domande, disse solo: ‘Eccomi’. La sua era una profonda e sicura fede, che difficilmente possediamo, ma dobbiamo sapere che, nella prova, Dio e vicino e attende solo il nostro ‘sì’. Gesù sapeva che anche i Suoi apostoli, che aveva scelto, formato alla Sua sequela e con i quali aveva tessuto un'amicizia e fiducia senza limiti, per essere poi capaci di donarla alla Chiesa, erano fragili. Da qui l'episodio della Trasfigurazione, come a dire: ‘Nella prova, sappiate Chi sono!’. Narra il Vangelo di Marco:
  • Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò su un monte alto, in un luogo appartato, soli. Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elìa con Mosè e discorrevano con Gesù. prendendo la parola Pietro disse a Gesù: Maestro, come è bello stare qui; facciamo tre tende, una per Te, una per Mosè e una per Elia! Non sapeva infatti cosa dire, perché erano stati presi dallo spavento. Poi si formò una nube che li avvolse nell'ombra e uscì una voce dalla nube: Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo! E subito, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro. mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risuscitato dai morti. Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire resuscitare dai morti (Mc 9, 1-9).
Sappiamo tutti quello che avvenne dopo la cattura di Gesù - gli evangelisti non hanno fatto ‘censure’! - la fuga degli apostoli, il tradimento di Pietro. Davanti alla prova la debolezza degli Apostoli ebbe il sopravvento. Ma il terzo giorno, la resurrezione di Gesù fu la conferma della trasfigurazione. Commentava il nostro grande Paolo VI:
  • Alla luce della croce, il dolore (e possiamo intendere ogni miseria, ogni infermità, ogni debolezza, ogni condizione di vita che sia deficiente e bisognosa di rimedio) appare stranamente assimilabile alla passione di Cristo, quasi chiamato ad integrarsi con quella, quasi una condizione di 'favore' rispetto alla redenzione operata dalla Croce del Signore. Il dolore diventa sacro. Una volta la sofferenza appariva pura disgrazia, pura inferiorità, più degna di disprezzo e di ripugnanza che meritevole di compassione, di comprensione, di amore. Chi ha dato al dolore dell'uomo, il suo carattere sovrumano, oggetto di rispetto, di cura e di affetto, è Cristo paziente, nostro fratello di ogni povero, di ogni sofferente. Vi è di più. Cristo non mostra soltanto la dignità del dolore. Cristo lancia una vocazione al dolore. Bisogna ripensare al prodigio della Trasfigurazione; bisogna accogliere il monito che riempie il cielo di Cristo e ci invita ad ascoltarLo. Fu un'ora unica e prodigiosa quella che i discepoli fedeli trascorsero quella notte sul Tabor, ma sarà un'ora continuata e consueta per noi se sapremo tenere fisso lo sguardo sul viso dei Cristo e della Chiesa per scorgere la faccia nascosta, la faccia vera, la faccia interiore del Signore e del Suo Corpo mistico e la nostra meraviglia, la nostra letizia non avranno più misura né smentita. Scoprire il volto trasfigurato di Cristo per sentire che Egli è ancora e proprio per noi la nostra luce. Quella che rischiara ogni scena umana, ogni dolore e le dà colore e risalto, merito e destino, speranza e felicità (21. 02. 1964).
Vorrei oggi farmi vicino a quanti dei miei amici sono nella prova o nella sofferenza, che sono il drammatico e pericoloso buio dell'anima, ma sono anche la prova dell'Eccomi!, che diciamo al Padre, che ci ama.

Ci dia tanta fede, come quella di Abramo, che non fece discussioni, ma rispose, nascondendo il suo atroce dolore, in un meraviglioso 'Eccomi'.

Ci dia la forza di dire con il beato Rosmini: 'Adorare, tacere, godere', pur con le lacrime nel cuore. Fuori di questa ‘trasfigurazione’ del dolore, c'è solo la disperazione che fa sprofondare ogni amore alla vita e a Dio. Con madre Teresa di Calcutta preghiamo:
  • O Gesù, Tu che conosci la sofferenza,

    concedimi che oggi e in ogni giorno

    io possa vederti sotto le spoglie dei Tuoi malati o sofferenti

    e offrendo loro la mia attenzione possa servirTi.

    Caro malato o comunque tu che sei nella sofferenza,

    mi sei ancora più caro perché rappresenti il Cristo.

    Dammi, Signore, questa visione di fede e che l'amore non manchi mai.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2008/2009

Messaggio da miriam bolfissimo » ven mar 13, 2009 9:47 am

      • Omelia del giorno 15 Marzo 2009

        III Domenica di Quaresima (Anno B)



        La storia ‘sapienza del mondo’
Siamo in Quaresima, tempo di riflessione, di revisione del 'come' noi davvero 'siamo di Cristo'. Lo possiamo capire dal come pensiamo, scegliamo, ci comportiamo. È facile oggi – e sempre – la contraddizione tra il 'dirsi' cristiani e 'l'essere' cristiani. L'apostolo Paolo, nella lettera ai Corinzi, così ci ammonisce:
  • Fratelli, mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci chiedono la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani: ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei, che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di io. Perché, ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini. (Cor. 1, 22-25)
La descrizione che Paolo fa della gente del suo tempo è davvero incisiva. Da una parte pone i Giudei, 'popolo che Dio ha prediletto', 'segno visibile del Suo Amore', che non avevano compreso come l'Amore non è nelle forme esteriori della fede, che tante volte diventano pura formalità senza contenuto, fino all'ipocrisia, per loro Paolo afferma che l'amore, che dà vita, è il meraviglioso centro del cuore, che segue altre leggi. I Giudei cercavano in Gesù lo spettacolo della potenza: una inutile esibizione, che avrebbe fatto di Dio un attore che stupisce e basta. I miracoli che Gesù compiva, tanto valevano e valgono, in quanto 'segni dell'Amore', che va oltre lo stesso segno. I pagani, allora i Greci, avevano una tradizione religiosa 'pensata' dall'uomo, con divinità inventate a proprio uso e consumo: si affidavano – e tanti ancora oggi si affidano – alla sapienza, alla scienza e alla cultura, rendendo così la stessa sapienza una sorta di divinità umana, in cui è facile si diano appuntamento tutte le debolezze, le superbie e gli errori dell'uomo.

Se osserviamo bene i nostri tempi, per tanti versi assomigliamo molto ai Giudei del tempo di Gesù e ai pagani. Quanta gente rincorre quotidianamente i 'miracoli della scienza', di qualsiasi tipo, indifferente al fatto che, a volte, male usata dagli uomini, produce morte e aberrazioni; quando la scienza altro non può essere – se è veramente tale – che un servizio sempre efficace e orientato al bene dell'uomo e, quindi, un mezzo per glorificare Dio, Autore vero di ogni bene. Si ha invece a volte l'impressione che la cosiddetta nostra scienza o sapienza abbiano solo il valore di parole accostate le mie alle altre, per riempire un discorso, senza un contenuto accettabile, così, 'se non sei al corrente di tutte le mode del tempo', 'se non hai possibilità di esibire una potenza' davanti agli occhi dell'opinione pubblica, sei 'nessuno o nulla', eliminato come debole o posto comunque ai margini della 'civiltà'.

Eppure sapienza e potenza del mondo, così come sono interpretate, alla fine si rivelano come due braccia di una immensa croce, su cui viene crocifissa tanta parte dell'umanità, ma con poche prospettive di resurrezione! Torna allora la verità delle parole di Paolo, che devono diventare nostra consapevolezza, convinzione e motivazione nell'agire: 'Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani'. Incredibilmente, ancora oggi, 'essere testimoni del Cristo morto e risorto', che è 'tenersi lontani dalla sapienza del mondo, crea 'scandalo', fino ad essere sospettati di 'stoltezza'. Come del resto è stato sempre nella vita dei Santi, a cominciare da san Francesco di Assisi e da tanti che ancora oggi si distinguono per la 'sapienza di Dio'.

Chi di noi infatti, per il semplice fatto di voler vivere con una sola regola di vita, 'amare Dio e il prossimo', non tenendo conto della potenza e della sapienza del mondo, non è ritenuto 'pazzo'? O non si è sentito deriso come un 'buono a nulla' per il fatto di voler vestire la semplicità dei poveri in spirito? O non si è visto emarginato per la semplice ragione che non vuole seguire le varie ed inaccettabili mode del mondo e non adotta il criterio 'dell'occhio per occhio' o quello del 'fine che giustifica i mezzi'?

Ma va bene così! A condizionarci o sviarci non saranno certamente i tanti stili della vita di mondo, che non solo cambiano ad ogni stagione, ma vorrebbero dettare leggi immorali alla nostra coscienza, che chiede di vestire il meraviglioso abito della santità! Eppure se si chiede a tanti, la ragione del loro vivere seguendo il mondo e le sue regole — se tali possono essere definite — rispondono: 'Così è la vita, se non vuoi essere spiazzato da tutti!' e da qui...tante ipocrisie!

Ma non si può mettere insieme la vera gioia 'dell'essere con Cristo', seguendoLo e vivendoLo, con gli atteggiamenti e le scelte dettate dal mondo. Eppure sono tanti...a riuscirci!!! Ci viene in aiuto, con durezza, per raddrizzare la nostra coscienza e quindi la nostra condotta, in questa Quaresima e per sempre, il racconto del Vangelo di oggi. Narra Giovanni, l'evangelista che Gesù amava:
  • Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori dal tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi e ai venditori di colombe disse: 'Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio, un luogo di mercato. I discepoli si ricordarono che sta scritto: 'Lo zelo per la Tua casa mi divora. Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: 'Quale segno ci mostri per fare queste cose?: Rispose Gesù: 'Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò resuscitare. Gli dissero allora: 'Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?: Ma Gesù parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu resuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo e credettero alla Scrittura e alla parola di Gesù. E mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel Suo Nome. Gesù però non si confidava con loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro: Egli infatti sapeva quello che c'è in ogni uomo. (Gv. 2, 13-25)
Colpiscono i sentimenti e le scelte di Gesù in questo duro racconto:

- lo sdegno di Gesù nel vedere usata la casa del Padre in modo distorto e indegno;

- l'annuncio della Sua resurrezione

- il non confidarsi con loro'...perché sapeva quello che c'era nei loro cuori.

La domanda che mi faccio e ripropongo a voi è questa: Proprio non abbiamo nulla da rimproverarci, se a volte la casa di Dio è usata come fosse 'un mercato'? Basterebbe pensare allo sfrenato lusso di certi matrimoni o cresime o altro. Ma la Chiesa non è e non può essere una 'vetrina' o una 'bottega, mai!

Resta la Casa di Dio con noi. E se tale è, deve in essa regnare la solennità della Sua Presenza, che esige rispetto. Viene da ripensare alla tenda, che gli Ebrei costruirono nel deserto, dopo la loro liberazione dall'Egitto, per deporvi le Dodici Tavole, segno della Presenza di Dio tra il popolo: di quanto timore e venerazione era circondata.

Più la nostra fede è uno stare con Dio, per adorare e avere salvezza nella Sua Chiesa e più dovremmo sentirci riempire di stupore, perché è il luogo dove possiamo incontrarLo. Quando non si ha questa fede, è facile che la chiesa diventi un 'luogo di mercato', viene meno il rispetto, la frequenza e... molto di più! Scrive Paolo VI a questo riguardo:
  • Grande tentazione della nostra generazione è quella della stanchezza della verità, che abbiamo il dono di possedere. Molti, che sentono la gravità e l'utilità dei cambiamenti registrati nel campo scientifico, strumentale e sociale, perdono la fiducia nella tradizione e nel magistero della Chiesa; diffidano della dottrina cattolica; pensano di affiancarsi dal suo carattere dogmatico; non vorrebbero più definizioni per tutti e per sempre vincolanti; si illudono di ritrovare un'altra libertà, non più apprezzando quella dì cui godono, alterando i termini della dottrina sancita dalla Chiesa o dandosi un'altra arbitraria interpretazione, con sfoggio di erudizione, e ancora di più di insofferenza psicologica e sognano di modellare un nuovo tipo di Chiesa che risponda alle loro intenzioni, ma non più autentiche come Gesù volle, e nella esperienza storica sviluppò. Succede allora che l'obbedienza si allenta e con essa la libertà caratteristica del credente e operante nella, con e per la Chiesa. Newman, il grande Newman, alla conclusione della sua famosa 'apologia pro vita sua', ci dice della sua grande pace nella sua adesione alla Chiesa cattolica. (28. 01. '70)
Quante riflessioni ci offre oggi la Parola di Dio! un dono che sarebbe grave non accogliere! In questi tempi — e giustamente — l'attenzione mondiale è centrata sulla crisi economica. Si correva dietro il mercato impazzito e siamo finiti alle soglie della povertà. A parte i gravi disagi di tante famiglie, che sono sotto la soglia della povertà, verso cui dovrebbe rivolgersi la solidarietà di ciascuno e di tutti — politica compresa — questa crisi in tanti, provvidenzialmente, ha messo in crisi quel 'sonno pericoloso' della coscienza, svendutasi alle leggi del mercato, che si sono rivelate un grande peccato contro la giustizia.

Risorgeremo?

Gesù, oggi, dopo aver annunciato la sua morte e resurrezione, ci conferma che non ci si può rassegnare: una vera resurrezione di civiltà è possibile, se non saremo più vittime della sapienza del mondo', ma seguaci della stoltezza di Dio', perché 'ciò che è stoltezza di Dio, è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini'. Un altro grande messaggio viene dall'annuncio della resurrezione dopo la morte o la crisi.

Si, risorgeremo. Ma quello che importa non è solo il risorgere nell'economia, che sarebbe una resurrezione effimera, ma la resurrezione del cuore, che finalmente comprenda ciò che davvero è importante, nuovo e bello per tutto il nostro essere, e ci faccia comprendere la gioia di una vita nuova, all'insegna della beatitudine della povertà e della solidarietà. Viene da pregare con Grandmaison:
  • Donami, Signore, un cuore semplice,

    che non si ripieghi ad assaporare le proprie tristezze.

    Formami un cuore magnanimo nel donarsi, facile alla compassione.

    Un cuore fedele e generoso,

    che non dimentichi alcun bene e non serbi rancore per nessun male.

    Donami un cuore dolce ed umile,

    che ami senza esigere di essere riamato.

    Donami un cuore tormentato dalla gloria di Gesù Cristo,

    ferito dal Suo Amore, con una piaga che non rimargini se non in cielo.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2008/2009

Messaggio da miriam bolfissimo » ven mar 20, 2009 8:42 am

      • Omelia del giorno 22 Marzo 2009

        IV Domenica di Quaresima (Anno B)



        Dio ci ama tanto, ma tanto, da dare Suo Figlio
Ci avviciniamo sempre di più alla Santa Pasqua, dopo un cammino, mi auguro, di accostamento al Padre, tramite non solo la preghiera e la solidarietà, ma soprattutto attraverso un ripensamento della nostra vita, per vedere alla luce della Parola dove andiamo, chi siamo, che senso ha la nostra vita. Non si può camminare nella vita, dono di Dio, confusi o distratti o, peggio ancora, come ubriachi che non sanno più leggere se stessi.

Siamo giustamente preoccupati dalla crisi economica, che avvolge il mondo, rendendo i poveri più poveri e gettando tante famiglie nella preoccupazione del come vivere. Un effimero benessere ci aveva illusi di non avere più bisogno di Dio, come fossimo sazi. Non ci siamo accorti che l'effimero benessere era come la grande statua di Babilonia, fatta di oro, argento, rame, ma con una debolezza 'strutturale': i piedi di fragile terracotta! È bastato un sasso, staccatosi dalla collina, perché, colpendo i fragili piedi della statua, questa crollasse, andando in frantumi.

Ma ciò che più preoccupa è 'il vuoto, senza più la Presenza di Dio', che si è creato ed è il grande e vero male del nostro tempo. Abbiamo, in altre parole, perso il senso del peccato, che è vivere preferendo satana a Dio. Scriveva Paolo VI:
  • Voi non troverete più nel linguaggio della gente perbene, oggi, nei libri, la parola che invece è tanto presente nel mondo religioso, nel nostro, la parola peccato. Gli uomini, nei giudizi odierni, non sono più ritenuti peccatori. Vengono catalogati come sani, malati, buoni, cattivi, forti, deboli, ricchi, poveri, sapienti, ignoranti, ma la parola peccato non si incontra mai. E non torna perché, distaccato l'intelletto umano dalla sapienza divina, si è perduto il concetto di peccato. Il mondo non intende più soffermarsi su tali rapporti. Che cosa dice la pedagogia? L'uomo è buono, sarà la società a renderlo cattivo: ma, di per sé, lasciate che si sviluppi in ambiente favorevole, sarà, di sua natura, virtuoso. Il male non esiste. Questo famoso peccato originale - che è la prima verità dell'uomo – non è più ammesso e descritta nelle diagnosi che il mondo oggi vuole tracciare di sé. Ed ecco l'incoerenza. Mentre il punto di partenza sembra tanto sicuro, il punto di arrivo, quello terminale, che il mondo dà sull'uomo, qual è? Non erriamo asserendo che il giudizio, dato oggi dall'uomo su se stesso, è quello della disperazione... e così guardare 'dentro' l'uomo appare una cosa orribile. Quante volte quelli che si presentano con aspetto simpatico, bonario, ingenuo, nascondono, al contrario, il sepolcro imbiancato più putrido. Guardate se c'è un film ottimista nella produzione moderna; guardate se nei premi letterari c'è un libro presentabile, che dichiari ancora l'uomo 'buono'. Dilaga, al contrario, l'analisi del tanfo, della perversione umana con una sentenza che alla fine dice: l'uomo è inguaribile. Ma Gesù guarda e vede che siamo della povera gènte con tanti malanni. (20 settembre 1964)
Un'analisi dura, se vagliamo, ma vera. Basta guardare alle notizie quotidiane dei TG o dei mass-media in genere, e pare non trovino altro che sbatterci in faccia ciò che non vorremmo e non dovremmo essere. Al punto che ci chiediamo: 'Ma dove è finita la bellezza uscita dalla mano del Padre che ci ha creati?'. E chi di noi, a volte, soffermandosi con la lucidità della sincerità, che sa strapparsi di dosso le tante maschere che ci creiamo, non si sente peccatore?

C'è attorno a noi, oggi, quasi una esibizione del peccato, come fosse la sola forma di vita. Ma può mai, il peccato, essere la bellezza dell'uomo, la nostra bellezza? O non è forse nel volto dei santi, che trasmettono con la loro presenza la bellezza di chi appartiene già al Cielo? O, se vogliamo, non dovrebbe forse, la bellezza, essere la vera ricerca quotidiana di chi ha fede sincera e amore alla vita?

Se c'è un'urgenza, che la Santa Quaresima ci pone, è liberarci dal male e ritrovare il bello della veste battesimale. Come un rinascere. Continuare a battere strade che portano al malessere interiore giova a nessuno! La parola di Dio oggi ci mostra quanto Dio guardi a noi con amore, cercando di farsi accettare per sfrattare il male della nostra vita.
  • Gesù disse a Nicodemo: Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in Lui, abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di Lui. Chi crede in Lui non è condannato, ma chi non crede è giù stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'Unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce, perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte da Dio. (Gv. 3, 14-21)
Suona come dolce speranza - comunque ci sentiamo, anche se grandi peccatori - sapere che Dio ci ama tanto...tanto, da averci donato il Figlio. Un Amore davvero immenso, che sa far conoscere la resurrezione a chi è morto per i suoi peccati o vizi. Un Amore che si apre a tutti, purché lo accettiamo. Nessuno può mettere in dubbio un tale Amore. Lo testimoniano i tanti che sono riusciti con la Grazia a liberarsi dal male ed entrare nella luce. È davvero profonda e totale la felicità di chi ritorna a Dio. Come è abissale la miseria di chi vive fuori dalla casa del Padre, per avere preferito la sua libertà di scelte, alla libertà vera, che è il 'sì' all'Amore.

Ci descrive tutto questo la parabola del figlio prodigo che, lontano dal Padre, ridotto alla miseria più nera, tanto da dover rubare il pasto ai porci per vivere, 'rientrò in se stesso e disse: 'Tornerò da mio padre'. E il padre lo attendeva sulla porta di casa. 'Correndogli incontro', commosso gli mise le braccia attorno al collo e, piangendo di gioia, disse: 'Facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed ora è tornato alla vita'.

È lo stesso Padre che, oggi, attende me, voi, quanti insomma sentono l'amarezza di una vita vuota, uno scontento a cui non sanno dare nome, ma che l'essere fuori dalla casa del Padre. Un vero peccato non sapere vedere il Padre, che ci attende sulla porta di casa, pronto a fare festa perché da morti torniamo alla vita con Lui! Questo è un discorso che il mondo non vuole sentire. Al posto della casa del Padre mostra la sua casa, simile a quella del figlio prodigo lontano, che crea solo delusione, angoscia e disperazione.

Nella mia lunga vita di 'pastore', quanta gente - e ringrazio Dio per questo - ho visto tornare a casa, come figli prodighi, provando la gioia stessa del Padre. Quanta serenità ho visto in loro, per avere ritrovato la forza di volare alto, sfiorando solo più le attrazioni false del mondo, senza farsi coinvolgere o diventarne nuovamente schiavi.

Una schiavitù ormai inaccettabile da un figlio di Dio. Aveva ragione quella persona che, un giorno, dopo essersi liberato dal male, nel Sacramento della Penitenza, mi disse: 'Questa è la Pasqua di resurrezione: la mia resurrezione, ora non ho più nulla del passato, sono 'nuovo". Basterebbe recarsi a Lourdes, per vedere le tante conversioni, le grandi resurrezioni di uomini, donne, giovani, che là, per intercessione della Mamma Celeste, ritrovano la gioia di essere degni figli di Dio e di Maria.

Se grande è la nostra miseria - e non dobbiamo avere vergogna di riconoscerla - Dio offre la possibilità di ridiventare 'bambini dal cuore puro'. A tutti, senza eccezioni. Tutti infatti possiamo ottenere la Grazia di comprendere che, altro è vivere come schiavi di satana - ed è un vero inferno già qui - altro è vivere da figli del Padre ed è Paradiso. È un inno alla vera gioia quanto scrive Paolo agli Efesini:
  • Fratelli, Dio, ricco di misericordia, per il grande amore per il quale ci ha amati, da morti che eravamo, per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia, infatti, siete stati salvati. Con Lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatto sedere nel cielo, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la bontà verso di noi in Cristo Gesù. per questa grazia infatti siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera Sua, creati in Gesù Cristo per le opere buone che Dio ha predisposto, perché noi le praticassimo. (Ef. 2, 4-10)
Non resta che accogliere l'invito di Paolo VI: "Il nostro tempo ha bisogno di cristiani forti; la Chiesa, oggi, tanto moderata nelle sue esigenze pratiche ed ascetiche, ha bisogno di figli coraggiosi, educati alla scuola del Vangelo e perciò il suo invito alla mortificazione della carne e alla penitenza".

Sia nostra la preghiera del salmista:
  • Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia,

    nel tuo grande amore cancella il mio peccato.

    Lavami da tutte le mie colpe,

    mondami dal mio peccato.

    Riconosco la mia colpa,

    il mio peccato mi sta sempre dinanzi.

    Purificami con issopo e sarò mondato,

    lavami e sarò più bianco della neve.

    Distogli lo sguardo dai miei peccati,

    cancella tutte le mie colpe.

    Crea in me, a Dio, un cuore puro,

    rinnova in me uno spirito saldo.

    Uno spirito contrito è sacrificio a Dio,

    un cuore affranto e umiliato, Tu, o Dio, non disprezzi.(Salmo 50)


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2008/2009

Messaggio da miriam bolfissimo » ven mar 27, 2009 4:19 pm

      • Omelia del giorno 29 Marzo 2009

        V Domenica di Quaresima (Anno B)



        Se il chicco di grano caduto in terra non muore...
La Parola di Dio, oggi, ci accompagna per mano, con Gesù, verso il momento meraviglioso e terribile della sua passione e morte in croce, per poi risorgere e, con Lui, anche noi. Traccia la strada per ogni cristiano che fa della vita un cammino di ‘grano caduto in terra’, per poter sbocciare alla gioia eterna. Gesù non nasconde la difficoltà della sua missione: ne coglie la grande sofferenza, ma poi si abbandona al Padre. Come, a volte, la nostra vita assomiglia alla Sua, ma accettata con tanta difficoltà!
  • In quel tempo - racconta Giovanni l'evangelista – tra quelli che erano saliti, per il culto durante la festa, c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsaida di Galilea, e gli chiesero: Signore, vogliamo vedere Gesù. Filippo andò a dirlo ad Andrea e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose: E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. In verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire mi segua e là dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà. Ora l’anima mia è turbata: e che devo dire? Padre salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora. Padre glorifica il Tuo Nome. Venne allora dal cielo una voce: L’ho glorificato e sempre lo glorificherò (Gv 12, 20-33).
Appare, in queste parale di Gesù, il necessario dramma che accompagna sempre la nostra sofferenza. Gesù non si sottrae al dolore dell’uomo chiamato alla prova, anzi la definisce: chicco di grano caduto in terra che muore e porta frutto. E così sarà la Sua Passione e Resurrezione. Quel ‘chicco di grano’, appeso alla Croce, quanta salvezza, in duemila anni, ha portato nell’umanità! Ed è la nostra vocazione e sorte: tutti siamo chiamati, per la nostra creaturalità, senza differenze o eccezioni, ma speriamo con fede, a sperimentare nella vita la sorte di quel chicco. Ma la nostra preziosa guida, che è Paolo VI, avverte:
  • Oggi rileviamo scarsa disposizione ad ammettere questa grande verità. Se ben si considera tutto l'indirizzo dell'educazione moderna, è interamente orientato ad un certo edonismo, verso la vita facile, verso lo sforzo di eliminare la croce dal programma quotidiano. Non si varrebbe soffrire mai. E anche quando le contrarietà giungono, una rivolta interiore le respinge, ritenendole un insulto alla provvidenza e al nostro destino. L'uomo arriva a toccare la Croce del Signore, ma rifiuta di portarla. Anche nelle interpretazioni del Vangelo, quante volte si cerca di eliminare le pagine della Passione di Gesù, per cogliere dal libro divino, soltanto quello che può rendere bella, serena, poetica, splendida la vita. Nel frattempo la pagina tragica, sanguinante della Croce, incute paura e si vorrebbe leggerla mai. Anche oggi, dopo il Concilio, spessa si affaccia la tentazione di considerare facile il Cristianesimo, di accoglierlo nei suoi conforti, ma senza alcun sacrificio, cercando di renderlo conformista a tutti gli agi abituali del vivere mondano. Ma non è così. Non deve essere così.

    Se è vera che la nuova disciplina della Chiesa cerca di rendere agevole la vita cristiana e mostrarne i valori positivi, stiamo attenti: il cristianesimo non può essere esonerato dalla croce; la vita cristiana non può supporsi senza il peso forte e grande del dovere, non può ritenersi tale il mistero pasquale. Chiunque cerca di tagliere tale realtà dalla vita, illude se stesso e snatura il Cristianesimo: fa del Cristianesimo un'interpretazione molle e comoda della vita, mentre il Divin Maestro, nostro Signore, ha detto a tutti che bisogna portare la croce nelle sue asprezze, nei suoi dolori.

    Non temiamo la Croce di Cristo, ma abbiamo paura della Croce che il Signore ha portato per noi e che ci offre per la nostra salvezza. La croce è sorgente di forza, di energie spirituali; là croce è rivelatrice del cuore umano; la croce dà valore a tutte le nostre sofferenze e fatiche; la croce infine è la chiave per entrare nel Regno dei Cieli (8 aprile 1966).
E tutto questo lo sanno i nostri fratelli che hanno inseguito il sogno della vita: la santità.

A volte con delle croci, che davvero tolgono il respiro. Basta a volte entrare nelle case o negli ospedali, per incontrare fratelli e sorelle che portano una croce grande e sanno sorridere e dare gioia a chi sta intorno. Ben diversi da chi cerca di rifiutarla: quando sono chiamati necessariamente a portare la croce, si disperano, aggravandone il peso e non sanno darle il significato né comprendere la speranza, che contiene. Ricordo un mio confratello, padre Clemente Rebora, convertitosi a 40 anni, che, nella sua ricerca di santità, amava definirsi ‘letame’, per dare modo ai semi di Dio di diventare fiori del giardino della santità.

A volte, guardando alla vita della nostra gente e dell’umanità, ho come la sensazione di vedere un grande calvario con tutti in fila, con una croce sulle spalle, ma chi per forza e chi per amore.

Difficile contare le ‘croci’ degli uomini oggi, e sempre; più facile forse contare le stelle in cielo! Con la differenza che le stelle fanno sognare, le croci soffrire, ma se la sofferenza è amore, questa brilla in Cielo più di una stella, infinitamente di più. E se ci guardiamo per un momento attorno, c’è davvero una grande folla di ‘crocifissi’.

Ci sono le croci dei ricchi, che tanti cercano come fossero - nella fantasia malata di sogni di terra - dei ‘troni’, ma sono ‘troni’ di solitudine, di ingiustizie molte volte, pesi e ‘affanni inutili della vita’ Non hanno mai conosciuto il vero ‘trono’, quello di Gesù: la Sua Croce, che è esplosione dì vita, di amore, di gioia.

Ci sono le tantissime croci dei tossicodipendenti, trapuntate di siringhe, con loro crocifissi, senza voglia di scendere: si è spenta la voglia di resurrezione, dal loro cuore la nostra società ha strappato il Cristo Risorto.

Ci sono le ruvide croci dei condannati alla fame, alla disoccupazione, alla miseria. Tante oggi!

Sono insensate travi che hanno l'età dell'uomo. Le ha inventate, cinicamente, l'egoismo di chi vuole farsi credere ‘potente’ - chiunque esso sia - chiamando queste aberranti croci: ‘necessità di civiltà e progresso’, senza avere il coraggio di definirle per quello che realmente sono: 'vergogna della coscienza'. E questo perché questi fratelli 'potenti' non conoscono l'umiltà di Cristo Crocifisso, capace di far arrossire di fronte a questa vergogna. E ci sono le croci quotidiane: la malattia, la fatica, l’incomprensione, il lavoro, lo stesso sacrificarsi giorno per giorno per amore.

Altro non sono, tutte queste realtà feriali, che un tessere pezzo per pezzo, la croce dalla vita, che poi lentamente si stampa nella carne della nostra schiena, fino a renderla un disegno scavato di croce. Troppo spesso guardiamo a questa croce inevitabile come se fosse una ‘condanna della vita’: condanna, perché non conosciamo il significato della Croce di Gesù, sublime, totale, unico, irrepetibile dono dell'amore che Lui ha per noi. La Croce di Gesù è la grande festa di un 'sì', uscito dal Cuore del Padre, perché ogni uomo conosca, contemplando la Croce del Figlio, quanto è amato, ora e per sempre. È davvero la grande festa della riconciliazione e della resurrezione.

Vorrei, per me e per voi, che con me meditate, che la nostra croce - qualunque sia - avesse il senso di un sincero e continuo ‘sì’ all’amore, divenisse il segno di un amore ricevuto e donato, così da poter dire con S. Paolo: Non sono più io che vivo, ma in me vive Cristo crocifisso e risorto. La sofferenza-croce, vista e vissuta con fede, è davvero la grande festa dell'amore, sorgente di vita eterna, che vince ogni paura, affanno, pena, dà ragione e senso a tutti i dolori, di cui è costellata la vita di tutti. È la grande festa di quanti sanno che grande nemico, la morte, è vinto per sempre!

Le parole di san Paolo, che la Chiesa ci offre oggi da meditare, sono davvero un programma di vita: "Cristo, nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a Colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà. Pur essendo Figlio imparò tuttavia l'obbedienza dalle cose che patì e, resosi perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono" (Lettera agli Ebrei 5, 7-9).

Con voi prego:
  • Signore, fammi salire ogni giorno su una croce divenuta festa, come vi salisti e la costruisti Tu, perché conosca amore, dolore e resurrezione.

    Signore, ti prego, aiutami a non salire su croci che sono solo morte,perché non sostenute dall'amore e dalla Tua Grazia. Anzi, Signore, aiutami a schiodare quanti sono in croce, perché anche loro imparino ad abbracciare le croci, che siano festa, festa della Resurrezione.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2008/2009

Messaggio da miriam bolfissimo » gio apr 02, 2009 8:34 am

      • Omelia del giorno 5 Aprile 2009

        Domenica delle Palme (Anno B)



        Domenica delle Palme: Dio si fa vicino a noi
Stiamo entrando nella Settimana Santa, dopo il lungo periodo della Quaresima, che nella mente di Dio e della Chiesa era un accostarsi al grande Mistero della Resurrezione, risorgendo anche noi con la conversione, la penitenza, l'ascolto della Parola e la carità dal digiuno.

La Settimana Santa non può essere ridotta a un ricordare eventi, grande manifestazione di quanto Dio ci ama concretamente, solo con una partecipazione rituale, ma occorre farsi immergere in questi Misteri, che hanno inizio oggi con la domenica delle Palme e culmineranno con la Pasqua, 'il nuovo giorno del Signore, che non avrà più terminè. Ascoltiamo quello che Paolo VI in questa occasione, nel 1966, diceva ai fedeli:
  • Siamo nella Settimana Santa, quella che nella tradizione della Chiesa è stata chiamata ‘la GRANDE SETTIMANA’. Citeremo una bella pagina di San Giovanni Crisostomo (verso la fine del IV sec.). ‘Eccoci finalmente giunti alla fine della santa Quaresima...per grazia di Dio siamo arrivati a questa grande settimana... Perché la chiamiamo grande? Perché in essa si sono verificati per noi alcuni beni grandi e ineffabili. In essa infatti si è conclusa la grande guerra, estinta la morte, cancellata la maledizione, soppressa la schiavitù del demonio. Dio si è riconciliato con gli uomini, il Cielo si è fatto penetrabile, gli uomini con gli angeli si sono uniti, le cose che erano distanti si sono congiunte, rimossa la barriera, il Dio della pace ha reso pacifica ogni cosa sia in cielo che in terra’. È cioè questa Settimana, in cui la Chiesa ravviva la memoria che rende operante il Mistero della nostra Redenzione, cioè della nostra elezione alla vita cristiana e della nostra salvezza. Voi tutti troverete naturale che noi profittiamo di questo incontro per esortarvi ad attribuire a questa Settimana l'importanza che le è propria e a considerarla centrale e decisiva per il corso spirituale di tutta l'annata. Questo comporta un dovere, conferisce un diritto: quello di partecipare, in qualche forma e misura alle celebrazioni della Settimana Santa. Questa non è semplicemente un momento dell'anno liturgico, ma è la sorgente di tutte le altre celebrazioni dell'anno liturgico, perché tutte si riconducono e si riferiscono al momento pasquale.
Ora tocca a ciascuno di noi entrare in questo spirito, anzi immergersi non come spettatori, ma come attori ... per la nostra Pasqua!
  • Domenica delle Palme
Ci volle un gran coraggio da parte di Gesù per entrare in Gerusalemme quel giorno, che ora chiamiamo ‘delle palmè. Sapeva molto bene e Lo avevano avvertito gli stessi Apostoli, che ormai 'il vaso dell'odio, della volontà di togliere di mezzo Uno che disturbava o addirittura, secondo i farisei, metteva in discussione la religione dei Padri, traboccava'.

Gli Apostoli avevano la sensazione che questa volta sarebbe successo qualcosa di tragico, ma non prevedevano la morte di Gesù, tanto meno la tragedia della passione e crocifissione. L'aveva detto, sì, tante volte, Gesù, senza mai essere capito: un giorno ‘sarebbe salito a Gerusalemme e lì gli scribi e i farisei - ossia i custodi della legge di Dio, custodi che Gesù non aveva esitato a definire, per la loro falsità, ‘ipocriti’, ‘razza di viperè, ‘sepolcri imbiancati’ - Lo avrebbero fatto arrestare, flagellare e condannare a morte. È necessario - aveva sottolineato Gesù - ma poi il terzo giorno risorgerò’.

Era la via obbligata, perché la sola per restituire gli uomini, noi, all'amore del Padre, senza il quale la vita non ha senso. Gesù dirà, nell'agonia del Getsemani: ‘Se è possibile, Padre, allontana da me questo calice, ma si compia in me la Tua Volontà’. È la meravigliosa via della donazione completa e, anche se pare un paradosso, diviene la gioia di chi ama.

Ma la mattina della domenica ‘delle palmè, pare che Gesù voglia colorare di speranza, di voglia di pace, le strade di Gerusalemme. Cavalca un puledro. Ed è commovente fino alle lacrime vedere il nastro Dio, fattosi uno di noi, vicino a noi, come uno di noi, passare tra di noi su quell’asinello, come a suscitare gioia, anziché imporre timore per il prestigio. Ha la debolezza del bambino. Eppure nei pochi anni di presenza tra gli uomini, quella 'debolezza' aveva spesso ceduto il passo a grandi segni di ‘fortezza’. Una forza che era il segno della Verità e dell’Amore, che non necessitano di esteriorità. Marco, l'evangelista, racconta quella domenica:
  • Quando si avvicinarono a Gerusalemme, verso Betfage e Betania, presso il Monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli e disse: Andate nel villaggio, che vi sta di fronte, e subito entrando in esso troverete un asinello legato, sul quale mai nessuno è salito. Scioglietelo e conducetelo. E se qualcuno vi dirà: Perché fate questo? rispondete: Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito. Andarono e trovarono un asinello legato vicino a una porta, fuori sulla strada e lo sciolsero. E alcuni dei presenti però dissero loro: Perché fate questo? Risposero: Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito e li lasciarono fare. Essi condussero l'asinello da Gesù e vi gettarono sopra i loro mantelli ed Egli vi montò sopra. E molti stendevano i propri mantelli sulla strada ed altri delle fronde che avevano tagliate dai campi. Quelli poi che andavano innanzi e venivano dietro, gridavano: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli! (Mc 11, 1-10).
Queste invocazioni di grande festa, sono nello stesso tempo una proclamazione di fede, come si dicesse: Credo e faccio festa perché Tu sei davvero il Messia mandato dal Padre. Credo e faccia festa perché in Te e con Te è venuto tra di noi il regno del Padre. Osanna!. C'è in queste parole tutta la speranza di quanti ponevano la loro fede in Cristo, Figlio di Dio, nato da Maria. Gerusalemme era piena di contraddizioni, come sono del resto le nostre città oggi. Conosceva egoismi, odi, violenza, sopraffazioni, ipocrisia, emarginazione, ecc. Almeno in apparenza, sembra non ci fosse posto - o non c'è posto oggi -per la bontà. Non c'era posto - forse non c'è posto oggi - per la speranza.

Ma quel mattino delle palme, Gesù fendeva come una lama questa coltre di disperazione e di morte dell'uomo e tracciava una scia di grande speranza, di certezze, di vittoria: la vittoria dell'amore, che sarebbe diventata la novità e la certezza dell’umanità. Commuove allora contemplare il viaggio di Gesù su un asinello, in mezzo ad una folla in tripudio: un tripudio che era come un cantare vittoria all'Amore, che sceglie di cavalcare un asinello, di mettersi un grembiule per servire, di salire sulla croce per dare vita, di farsi Pane del Cielo nell'Eucarestia, perché, chi di noi lo vuole, possa condividere morte e resurrezione, dolore e felicità, umanità e divinità.

Non so cosa è passato nel cuore di Gesù in quel viaggio.

Forse il suo sguardo si è fermato su quanti fra pochissimi giorni lo avrebbero strattonato, picchiato; deriso nella passione. Lui era abituato e lo è anche oggi a leggere nei cuore dell'uomo, che incontra. Forse lo sguardo si posava sui suoi discepoli che quel mattino partecipavano orgogliosi alla festa; sentendola un poco anche loro. In fondo si sentivano ‘Suoi’, senza neppure immaginare che a distanza di pochi giorni, per paura di essere coinvolti o per la caratteristica debolezza della natura umana, sarebbero fuggiti, come di fronte ad un pericolo, lasciandolo solo. Forse i suoi occhi correvano lontano, al Calvario, dove il suo amore si sarebbe consumato come una torcia che vuole illuminare e ridare vita per sempre.

O forse guardava a me, a voi, che oggi agitiamo le palme e non abbiamo forse ancora deciso se metterci nella fiduciosa speranza dei veri amanti che cantano: ‘Tu sei la mia vita, altro io non ho’, ponendo ai suoi piedi ciò che siamo, con la bontà, ma a volte anche con le nostre ripetute manchevolezze. Forse non abbiamo questo coraggio, perché Gesù non è ancora diventato ‘il tutto’, come - almeno in apparenza – era quella folla che gridava: ‘Osanna!’.

Di conseguenza ce ne stiamo distanti, chiusi alla speranza e alla gioia, nella disperata certezza che nulla ci possa salvare. Ci guidi in questi giorni la meditazione di quanto scrisse Paolo ai Filippesi:
  • Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio. ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltalo e gli ha dato il Nome che è al di sopra di ogni altro nomee, perché nel Nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli sulla terra e sotto terra. e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre (Fil 2,6-11).
ORA TOCCA A NOI, IN QUESTA SETTIMANA SANTA, VIVERE QUESTI DIVINI MOMENTI DI AMORE DI DIO.

È INCREDIBILE SENTIRSI AMATI TANTO. NON PARTECIPARE CON FEDE È DAVVERO PREFERIRE IL BUIO DEL CUORE ALLA LUCE DELL'ANIMA.

BUONA SETTIMANA SANTA.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2008/2009

Messaggio da miriam bolfissimo » gio apr 09, 2009 9:31 am

      • Guida per i giorni 9 -10 -11 aprile 2009

        La Settimana Santa (Anno B)
Credo sia atto di amicizia offrire qualche considerazione sul Triduo pasquale del Giovedì santo, Venerdì e Sabato santo, così da accoglierlo con fede ravvivata e vivere più intensamente il Mistero pasquale, insieme!


      • Giovedì Santo: il giorno del Servizio come Dono di sé
  • I tre grandi eventi di questo giorno
1. La Santa Messa del Crisma

In ogni cattedrale il vescovo invita tutti i sacerdoti a partecipare a questo solenne momento, per confermare quel 'amatevi uni urli altri come Io ho amato voi' e 'siate una cosa sola': è la celebrazione della preziosa comunione dei sacerdoti con il vescovo e la grande festa del sacerdozio. Infatti nelle cattedrali si ha la gioia di incontrare e conoscere i nostri sacerdoti con il vescovo 'come una cosa sola' e, nello stesso momento, si esalta il ministero sacerdotale, con la consacrazione degli oli: quello dei catecumeni, quello dell'Unzione degli infermi e il Sacro Crisma, per l'unzione della Cresima, dei sacerdoti e dei vescovi. Meraviglioso!

2. La Santa Messa In Caena Domini (in serata)

È la celebrazione del dono totale di Gesù nel sacrificio della Messa ed insegna a tutti noi che amare è `servire', da qui la cerimonia del celebrante che si fa servo, mettendosi il grembiule e lavando i piedi ai fedeli: 'Non sono venuto per essere servito, ma per servire': è l'esaltazione del grande atto di Amore — che è per sempre — della Istituzione della Messa o Sacrificio Eucaristico. E, come a ricordare a tutti, che entriamo nel momento del sacrificio di Gesù, al canto del Gloria si suonano le campane per l'ultima volta, poi taceranno fino alla veglia di Resurrezione. Quindi il celebrante porta le Ostie consacrate in un tabernacolo appartato: cala il silenzio.

3. Il silenzio e l'agonia

Nel silenzio più profondo la Chiesa ricorda la notte di dolore di Gesù nel Getsemani e la sua agonia: anche noi siamo chiamati a vegliare, per farGli compagnia. "Un amore che chiama amore — scrive Paolo VI — 'Amatevi come Io amo voi'. Quel 'conte' dà le vertigini. Ci avverte che non avremo mai amato abbastanza. Ci avverte che la nostra professione di amore cristiano è ancora al principio. Ci avverte che il precetto della carità contiene sviluppi potenziali che nessuna filantropia sa uguagliare. La carità è ancora contratta e racchiusa entro confini di costumi, di interessi, di egoismi, che devono dilatarsi. “Da questo conosceranno che siete miei discepoli, se vi amerete scambievolmente".


      • Venerdì Santo: il giorno del Dolore - Amore fino alla fine.
La Chiesa celebra questo giorno in modo suggestivo, raccontando tutto il dolore possibile, ma con amore. Cerchiamo di 'entrare' nell'anima di questi eventi.

1. Il solenne memoriale della Morte di Gesù

Nel primo pomeriggio – normalmente alle 15, ora della morte di Gesù – la Chiesa si raduna e legge solennemente il racconto della Passione, Crocifissione e Morte di Gesù.

2. La Preghiera Universale

La Chiesa prega per tutta l'umanità. Passa in rassegna tutti gli uomini, di ogni condizione, anche spirituale, fede, razza, considerandone tutte le necessità, offrendole, nel momento della morte-amore di Gesù, al Padre.

3. L'Adorazione della Croce

Viene solennemente scoperta dal celebrante la Croce e la si deposita ai piedi del presbiterio per il bacio: è il bacio di Chi dalla croce attende il nostro amore.

4. La distribuzione della Santa Comunione

Il celebrante, senza la S. Messa, semplicemente, offre l'Eucarestia, come a voler posare Gesù 'morto' nel sepolcro del nostro cuore.

5. La Via Crucis

Ricordandola, quasi ovunque, spesso in modo suggestivo, fino a diventare una sacra rappresentazione della passione, si fa la Via Crucis. Una breve riflessione i Paolo VI:
  • Qui il dolore ci appare cosciente! La terribile passione era prevista. Lo strazio e il disonore della croce era saputo! E fu voluto nella sua crudele interezza, senza i consueti narcotici, che mitigano la nostra sofferenza: l'importanza del se, del quando e come verrà. Gesù è colui che conosce l'infermità in tutta la sua estensione, in tutta la sua profondità, in tutta la sua intensità, in tutta la sua terribilità, tanto da spremere sangue dalle vene già nell'agonia del Getsemani. E tanto basta per renderlo fratello di ogni uomo che soffre e che piange: fratello maggiore e fratello nostro. Egli detiene un primato che accentra in lui la simpatia, la solidarietà, la comunione con ogni uomo paziente. Gesù è morto innocente, perché l'ha voluto; ha voluto assumere in Sé tutta l'espiazione dell'umanità.
Giustamente la Chiesa canta: "Ti adoriamo Cristo e ti benediciamo, perché con la tua croce hai redento il mondo".


      • Sabato Santo: il giorno della grande Attesa
Il Sabato Santo è il giorno del grande silenzio. Il giorno dello smarrimento o, forse meglio, la Vigilia della nuova nostra creazione, dopo il peccato originale, che la Chiesa vive, tacendo ed aspettando. A noi non rimane che contemplare il silenzio di Maria, Madre di Gesù e nostra: un silenzio che non era certamente come la fine di un sogno, ma l'inizio di una realtà sicura e meravigliosa. La Chiesa vive questa attesa, che si fa grande evento nella suggestiva Veglia Pasquale. Con voi voglio riviverla.

1. La Veglia inizia a luci spente, come a dirci il buio in cui è immersa l'umanità senza l'Amore di Dio accolto e contraccambiato.

2. Il buio comincia ad essere vinto con la benedizione del fuoco, in fondo alla chiesa, e quindi l'accensione del cero pasquale, come 'LUCE DI CRISTO' che si fa strada tra di noi. Il Cero passa tra la folla, accende le candele e, lentamente, tutto è uno sfavillio di luci, come l'alba di un nuovo giorno.

3. Esplode la gioia con il canto di ant'Agostino, l'Exultet, detto ANNUNZIO PASQUALE, che pare contenere la stessa gioia di Dio quando ci creò. È un canto meraviglioso.

4. Seguono le letture del Vecchio Testamento (7) che sono un ripercorrere la nostra storia con Dio, fino al CANTO DELL'ALLELUJA E IL GLORIA, CHE ANNUNZIANO A TUTTI LA RESURREZIONE, sciogliendo dal silenzio le campane, in segno di gioia piena e completa: è Pasqua. 'Il giorno del Signore'.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2008/2009

Messaggio da miriam bolfissimo » ven apr 17, 2009 9:06 am

      • Omelia del giorno 19 Aprile 2009

        II Domenica di Pasqua (Anno B)



        Tommaso, metti qui la tua mano
Giovanni Paolo II, ispirandosi alle rivelazioni di santa Faustina, dedicò questa domenica (la prima dopo Pasqua), alla FESTA DELLA DIVINA MISERICORDIA. É un dono ricordarla, con le parole che pronunciò il 22 aprile 2001.
  • ”Celebrate il Signore, perché è buono, perché eterna è la Sua Misericordia” (Salmo 117). Facciamo nostra l’esclamazione del Salmista! Per comprendere fino in fondo la verità di queste parole, lasciamoci condurre dalla liturgia nel cuore dell'evento di salvezza, che unisce la morte e la resurrezione di Cristo alla nostra esistenza e alla storia del mondo. Questo prodigio di misericordia ha radicalmente mutato le sorti dell'umanità: è un prodigio in cui si dispiega in pienezza l'amore del Padre che, per la nostra redenzione, non indietreggia neppure davanti al sacrificio del suo Figlio primogenito. Nel Cristo umiliato e sofferente, credenti e non credenti possono ammirare una solidarietà sorprendente, che lo unisce alla nostra umana condizione oltre ogni immaginabile misura. La croce anche dopo la Resurrezione del Figlio di Dio, parla e non cessa mai di parlare di Dio-Padre, che è assolutamente fedele al suo eterno amore verso l'uomo. Credere in tale amore significa credere nella misericordia. Vogliamo rendere grazie al Signore per il suo amore, che è più forte della morte e del peccato. Esso si rivela e si attua come misericordia nella nostra quotidiana esistenza e sollecita ogni uomo ad avere a sua volta misericordia verso il Crocifisso. Non è forse proprio amare Dio e amare il prossimo e persino i propri nemici, seguendo l'esempio di Gesù, il programma di ogni battezzato e della Chiesa tutta intera? Con questi sentimenti celebriamo la seconda domenica di Pasqua, che dal Grande Giubileo è chiamata anche la Domenica della Divina Misericordia (22 aprile 2001)
.
È davvero un immenso dono del Padre quello di avere compassione per le nostre quotidiane debolezze, che sono offese alla Sua bontà. Ci sarebbe da disperarsi se queste debolezze o peccati non incontrassero un Padre che talmente ci ama, pronto 'a gettarci le braccia al collo', solo se... 'rientriamo in noi stessi', prendiamo atto dei nostri peccati e ci abbandoniamo al Suo immediato e totale perdono, che è la grande ed unica nostra vera pace.

Questa domenica 'Festa della Divina Misericordia', giustamente, la liturgia della Parola continua a farci vivere il grande dono e mistero. Mostra Gesù che 'torna vivo e risorto' tra i Suoi, che si erano rinchiusi per la paura e temevano che l'orribile onda della persecuzione giungesse fino a loro.

Già Pietro, che amava immensamente Gesù e che era stato costituito 'pietra della Chiesa', la notte del venerdì santo, forse sconcertato e confuso dal quella improvvisa 'debolezza' del Maestro, che si consegnava a quanti erano venuti a catturarlo, non volendosi arrendere a questo incredibile atto, aveva tentato di seguirne le conseguenze, forse sperando che si sarebbe tutto risolto, riscontrando l'innocenza del Maestro. Ma era tanta la paura di fare la stessa fine che, davanti a chi lo aveva riconosciuto come discepolo, non aveva esitato a rinnegarLo, come non avesse mai neppure sentito parlare di Gesù. Quanto può la paura! Subito si vergognò di questo incredibile atto di debolezza e, al terzo canto del gallo, si ricordò dell'ammonimento di Gesù e 'pianse amaramente'.

Quanto dolore costò a Pietro il suo rinnegamento.

Ma Pietro - ripeto - amava Gesù, e tanto. Quando Gesù risorto gli chiederà: “Pietro mi ami tu più di costoro?”, non esiterà a ricordarglielo, anche sapendo che il Maestro conosce le profondità di ogni cuore: “Signore, tu sai che ti voglio bene”. Infatti Gesù confermerà questo amore - sia pur macchiato dalla debolezza di fronte al pericolo e per paura - con l'affidargli la Sua Chiesa: “Pasci le mie pecorelle”. Splendido e misericordioso Maestro e incredibile Pietro!

Tante volte anche noi, poveri di coraggio e di fede, nel testimoniare l'amore a Gesù, non solo non giungiamo al martirio, ma diventiamo vittime della paura o delle debolezze. Forse, a differenza di Pietro, noi, per le tante manchevolezze - frutto del nostro non sapere andare contro corrente con il mondo che ci circonda, per la paura di essere emarginati - lentamente perdiamo l'amore a Gesù e così non sentiamo più il dolore, che invece Pietro ha provato. Non possiamo dire, come lui, a Gesù: 'Signore, tu sai che ti voglio bene'. Quanta tristezza! Ma è la paura che determina il ritorno di Gesù tra di loro. Lo stesso giorno della Resurrezione, come se Gesù volesse confermare nella fede e nell'amore, quanti aveva scelto, per essere poi Suoi testimoni in tutto il mondo, li vuole incontrare:
  • La sera dello stesso giorno - racconta Giovanni - il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: Pace a voi. Detto questo mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono nel vedere il Signore Gesù disse loro di nuovo: Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi. Dopo avere detto questo, alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo e a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi.
Difficile anche solo immaginare la gioia dei discepoli, che, ritrovato il Maestro, di colpo videro sparire le paure. Come accade a quanti di noi quando, immersi nel dubbio, abbiamo la grazia, tramite la Riconciliazione di ritrovare Gesù in mezzo a noi. Non era morto in noi, eravamo noi morti a Lui, con le nostre debolezze, in noi sì era come spento il desiderio del Suo ritorno, riacceso con il perdono. Ma il Vangelo di oggi mette in evidenza anche il dubbio o la certezza che Dio non sia più tra noi, come fosse morto per sempre...almeno per noi! E lo fa con il racconto di Tommaso.
  • Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: Abbiamo visto il Signore! Ma egli disse loro: Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò. Ma otto giorni dopo i discepoli erano ancora in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: Pace a voi! Poi disse a Tommaso: Metti il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la mano e mettila nel mio costato e non essere più incredulo, ma credente. Rispose Tommaso: Mio Signore e mio Dio! Gesù gli disse: Perché mi hai veduto hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno.
E l'apostolo Giovanni, quasi pensando a noi, continua:
  • Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché credendo abbiate la vita eterna (Gv 20, 19-31).
Sono tantissimi i nostri fratelli che hanno saputo affrontare la vita - che a volte mette in difficoltà la fede come in Tommaso - senza abbandonare mai la certezza che verrà il giorno in cui vedremo faccia a faccia Gesù Risorto, risorgendo anche noi. Non sono solo i martiri, che morivano con il sorriso sulle labbra, perché sapevano di 'vedere Gesù', ma ancora oggi, nonostante le tante paure che ci vogliono allontanare dal Risorto, tanti cristiani vivono come già appartenenti al Cielo.

Hanno certezze che sembrano 'bestemmie per il mondo e per i tanti che sono stati catturati e schiavizzati dal mondo'. Ma la loro vita è una risposta a Gesù che ci chiede la piena fede, come quella degli apostoli, anche se a volte sentiamo la paura di Pietro o abbiamo l'incertezza di Tommaso. Scriveva il caro Paolo VI, nella Pasqua del 1963:
  • Il mistero pasquale nel nostro tempo chiede fedeltà che è vera professione di fede. All'interno del nostro spirito oggi attraversato e agitato da tante correnti di pensiero, di sensibilità, di tendenze, che ne fanno un campo aperto...ma pensare senza impegno, vivere senza dovere, godere di ogni sensazione, questa è la nostra tentazione moderna che ci attrae e delude. Abbiamo confuso la libertà con l'indeterminatezza. La volontà libera non sa più scegliere umanamente e con logica, cioè secondo ragione, perché la ragione manca di principi veri. I cristiani stessi sono spesso lusingati da questa libertà di pensare e di agire, che non ha fondamenta veramente razionali, né tantomeno fondamenti di vita cristiana. Si preferisce talvolta fondare le proprie esperienze sopra la sabbia mobile dello scetticismo, piuttosto che fondare la costruzione della vita individuale e sociale sulla roccia della parola di Cristo. Il vento del rispetto umano, le ondate dell'opinione pubblica, le suggestioni della moda culturale fanno di noi canna sbattute dal vento, di cui parla il Vangelo. È necessario il ritorno della fiducia (che mancava in Tommaso) che è conseguenza della fede e della speranza. Anche le nostre avversità possono essere da Cristo condotte nel disegno della Sua Provvidenza. Leviamo allora gli occhi dell'anima alla trionfante figura di Cristo e lasciamo che le sue corroboranti parole risuonino oggi nei nostri spiriti: “Pace a voi: beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno!”.
A noi non resta che condividere la gioia degli Apostoli, di tantissimi nostri fratelli ieri, oggi e sempre, che credono nel Cristo Risorto, ora così vicino a noi. Vivere senza questa certezza è davvero farsi prendere dalla paura di vivere e...di morire! Impegniamoci dunque a vivere anche noi quanto narrano gli Atti degli Apostoli, oggi:
  • La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede, aveva un cuor solo e un'anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era in comune. Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della resurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande stima. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case le vendevano, portavano l'importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno (At 4, 32-35).


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2008/2009

Messaggio da miriam bolfissimo » gio apr 23, 2009 8:56 am

      • Omelia del giorno 26 Aprile 2009

        III Domenica di Pasqua (Anno B)



        Resta con noi, Signore, si fa sera
È un grande dono di Dio quello di conoscere la serenità e la gioia intima che è un segno della presenza del Signore, nonostante le tante prove che la vita ci offre. Facile chiedersi, in quella tristezza che facilmente diventa sensazione di 'solitudine' o di frustrazione, se tutto quello che avevamo sperato, per cui si era dato tutto, sia un fallimento interiore.

Quanta gente triste incontro nella mia vita di pastore: una tristezza che è quasi sempre la sensazione che manchi la speranza o si sia spento ogni punto di riferimento ... e la vita diventa un deserto! È facile incontrare persone tristi e senza speranza: è la realtà quotidiana. E quando ne chiedi la ragione, il più delle volte non la sanno neppure loro. È come fosse mancata la terra da sotto i piedi della vita, che chiede invece solidità.

Quanti uomini, donne, che avevano creduto nell'amore ed avevano costruito sogni di felicità, a volte senza solide fondamenta, vedono poi tutto fallire, come se quello in cui si era creduto fosse solo il sogno di una notte. Fratelli e sorelle, che hanno la sensazione di essere in una tempesta, che li travolge. E, quello che è peggio, non trovano chi abbia la parola giusta, per ridare senso e speranza nella vita.

Casualmente mi ero seduto su di una panchina, in una città, in attesa di una persona. Vicino a me un uomo ancora giovane e dall'atteggiamento che la diceva lunga sulla sua nobile provenienza: 'Avevo tutto: ricchezza, casa, famiglia. Avevo messo ogni mia speranza nella ricchezza, nel soldo. Un inatteso fallimento mi ha gettato, come vede, sulla strada. Abbandonato dai miei cari, come se non esistessi più; dagli amici, che fanno di tutto per non riconoscermi, essendo caduto in disgrazia; bisognoso di amore, ma non ne trovo una briciola. Più che vivere, sopravvivo, come un naufrago. Eppure a me basterebbe il sorriso di una persona che mi si faccia vicina, per dirmi che per lei esisto. Ma nel mondo non c'è pietà'. Lo lasciai parlare e alla fine lui stesso si meravigliò per l'ascolto e mi disse: 'Resti con me ancora un momento, è come riavere il sapore della vita'. Come lui ci sono tanti, più di quanto pensiamo, che sono 'soli e tristi'.

Quel giovane uomo ha ritrovato parte della sua serenità: L'ho ancora incontrato ed ho saputo che è riuscito a ricrearsi una vita, ma non ponendo più la speranza sui beni o su false sicurezze nelle cose. Ha fatto della sua esistenza un dare speranza a chi non ne ha, dirne fece Gesù con i due discepoli di Emmaus, di cui ci narra la vicenda il Vangelo di oggi. Avevano ritrovato in Gesù l'Amico in cui avevano creduto e che avevano seguito, riconoscendolo nello spezzare il pane. È un racconto che per me è diventato stile di vita, sempre, soprattutto nei momenti di tristezza. Mi sostiene sempre e tante volte ripeto: 'Resta con me, Signore, perché si fa sera'. Così lo racconta l'evangelista Luca:
  • i[“In quello stesso giorno, il primo della settimana, due discepoli erano in cammino per un villaggio, distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus e conversavano su tutto quello che era accaduto... Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: Che sono questi discorsi che state facendo tra voi durante il cammino? Si fermarono con il volto triste; uno di loro, di nome Cleopa, gli disse: Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni? Domandò: Che cosa? Gli risposero: Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in parole ed opere davanti a Dio e a tutto il popolo. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele…e Gesù: Stolti e tardi di cuore nel credere alle parole dei profeti. Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella gloria? E incominciò a spiegare loro le profezie. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: Resta con noi, Signore, perché si fa sera e il giorno già volge al declino. Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. ed ecco i loro occhi si aprirono e lo riconobbero (Lc 24, 13-55).[/i]
Si rimane senza parole, o meglio sorge spontaneo affidarsi alla contemplazione di Gesù, che si fa vicino, proprio quando conosciamo smarrimento e solitudine. È incredibile come Dio non sia mai distante da noi, non ci lascia mai soli, è sempre con noi, anche se a volte non lo riconosciamo. Egli è il solo amico fedele che sa consolare e dare certezze.
  • Faremmo torto al Signore - affermava Paolo VI – se non avessimo confidenza in Lui: sarebbe segno che la nostra fede è ancora tanto debole, come debole era quella dei due viandanti, che partivano da Gerusalemme e andavano ad Emmaus. Costoro avevano avuto l'annunzio della Resurrezione di Cristo, ma era così strano, così incomprensibile l'annunzio che alcune donne avevano dato. 'Saranno donne - pensavano - che hanno intravisto e creduto di avere visto Gesù'. Perciò commentavano i fatti e se ne tornavano confusi e disorientati ad Emmaus.
    `Perché siete tristi?'. Il Signore rimprovera i due viandanti, perché la loro fede non era solida, non avevano creduto, non avevano accettato questa stupenda rivelazione della resurrezione del Signore. Un maestro dello spirito conferma dicendo: 'Nella vita cristiana c'è una sola tristezza legittima, ed è quella che ci sorprende e ci deve prendere quando abbiamo mancato: i nostri peccati sono la grande tristezza. E per questi c'è il rimedio e lo devono avere e immediato'. E perciò la vita cristiana deve sempre avere questa lampada accesa su di sé : la gioia. Tutto deve svolgersi nel clima di una semplice ma serena pace, che parte dalla grazia di Dio, che consola le anime e le fa liete.
    Vorrei domandarvi: avete mai incontrato un santo? E se l'avete incontrato ditemi: qual è la nota caratteristica che avete trovato in quell'anima? Sarà una gioia, una letizia così composta, così profonda, così semplice, ma così vera. Ed è questa trasparenza di letizia che ci fa dire: quella è davvero un'anima buona, perché ha la gioia nel cuore. Ebbene auguro a tutti voi che siete uniti a Cristo, io auguro che abbiate sempre la letizia nel cuore (3 aprile 1961).
Torno a ripetere a me, a tutti, di non lasciarsi mai prendere da una tristezza, che non abbia il sottofondo della speranza. Gesù ce lo ha promesso, ed è vero, non ci lascia mai soli. Se non ci accorgiamo della Sua presenza è solamente perché abbiamo gli occhi totalmente rivolti a ciò che ci angoscia e non dà speranza. Sappiamo che Lui ci accompagna e ci chiede: 'Perché sei triste?'.

“Se Cristo non fosse risorto - dice S. Paolo - la nostra fede sarebbe inutile”, ossia tutto l'uomo, la sua libertà, il senso della sua vita, il suo 'dopo', i suoi sacrifici dipendono dalla Pasqua di resurrezione. Troppo grande l'amore di Dio per essere abbracciato dalle nostre piccole braccia di uomini; troppo immenso per essere contenuto nella mente e nel cuore, che oltre ad essere terribilmente piccoli, rischiano di essere facile preda del dubbio e a volte sono anche gretti.

Difficile, forse, amare 'in grande', credere 'in grande', superare i meschini confini delle nostre ristrette vedute umane, per entrare nella 'certezza di Dio'. E così, come i due di Emmaus, camminiamo in questo mondo con il cuore appesantito dalla tristezza. Ma Gesù conosce molto bene la nostra miseria: una piccola anfora sbrecciata che non riesce a contenere l'oceano divino. Ecco perché si avvicina a noi, se abbiamo il cuore aperto al Suo Amore, 'in punta di piedi', senza farsi riconoscere, con l'aria di chi non vive il nostro dubbio e ci chiede: 'Perché sei triste?'. Quante volte ci è accaduto.

Sono troppe le circostanze che sembrano voler cancellare le tracce della sicurezza su questa terra: sicurezze che troppe volte siamo noi stessi a crearci, confondendole con le `tracce' di Dio. E quando poi, inevitabilmente svaniscono, ci sentiamo come 'morti'. Cominciano allora le domande angosciose, che a volte sfociano in drammi 'E adesso cosa farò?'. Abbiamo l'aria di tanti ciechi, che annaspano in una profonda nebbia, senza più voglia di sperare, di amare, come non ci fossero più certezze. È in questi momenti che pensieri e parole dovrebbero essere messe in disparte, per accostarci al `segno', che ha fatto sussultare di gioia i due di Emmaus: l'Eucarestia, 'lo spezzare il pane', conoscere l'Amore e affidarsi all'Amore, pregando con le parole del Salmo 4:
  • Quando ti invoco rispondimi, o Dio, mia giustizia

    dalle angosce mi hai liberato: pietà di me, ascolta la mia preghiera.

    Sappiate che il Signore fa prodigi per il suo fedele:

    il Signore mi ascolta quando lo invoco.

    Offrite sacrifici di giustizia e confidate nel Signore.

    Molti ci dicono: 'Chi ci farà vedere il bene?'

    Risplenda su di noi; Signore, la luce del tuo volto.

    In pace mi corico e subito mi addormento:

    tu solo, Signore, mi fai riposare.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2008/2009

Messaggio da miriam bolfissimo » lun mag 04, 2009 10:02 am

      • Omelia del giorno 3 Maggio 2009

        IV Domenica di Pasqua (Anno B)



        Io sono il Buon Pastore
Vorrei ricordare a tutti noi che maggio è il mese in modo particolare dedicato alla devozione di Maria, la Mamma celeste che Gesù ci donò - estrema delicatezza. del Suo Cuore - prima di morire sulla croce: 'Donna, ecco tuo figlio?'. Tutti noi per natura abbiamo un privilegiato amore per le nostre mamme.

‘Mia mamma’ è sempre stata un grande punto di riferimento nella mia vita, come fosse un angelo che vegliava con tenerezza e preghiera sui miei non facili passi di sacerdote e vescovo. Una mamma davvero testimone vivente e quindi credibile come guida nel cammino della fede e nella generosità nel donarsi fino in fondo. Quanto mi voleva bene! E se questa era mia mamma, e spero le vostre, come deve essere profondo e grande l'amore della Mammari Gesù che seppe discretamente condividere tutto di Suo Figlio, fino alla morte in croce: 'Maria stava sotto la croce' racconta il Vangelo. E lo è ancora oggi, per tutti noi, nella nostra vita segnata dalla volontà del Padre, ma che a volte necessita di chi sappia essere nostra guida credibile.

La Chiesa dialoga con Maria, contemplando la vita di Gesù, nei misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi, del Santo Rosario. Recitandolo con fede è come rivivere con Maria, dal vero, la vita del nostro Maestro e quindi camminare con Lui verso il Padre... il Paradiso. È grande, incredibilmente totale, l'amore della Mamma per noi. Basta partecipare a qualche pellegrinaggio a Lourdes o Fatima o in altri santuari mariani, per vedere quanta fiducia la gente ha in Lei. Commovente e tanto bello, come un profondo respiro del cuore, in un mondo che spesso... 'ti toglie il respiro' !

Da piccolo - ma erano altri tempi che concedevano tanti spazi alla preghiera - era un vero momento di amore e fede, un sentirsi vicini al Cielo, quando ci si riuniva in famiglia, ponendo termine alla giornata con la recita del Santo Rosario. Momenti oggi devastati dal rumore del mondo, dalla TV, da tante distrazioni, spesso inutili se non dannose. E non si sente più, in molti, la bellezza del Cielo che si piega su di noi, per avvolgerci nell'Amore. Ecco perché è un segno di speranza, anche solo vedere come ancora tanti uomini, donne, giovani, portino con sé, sempre, come una compagnia stupenda, il Santo Rosario!

OGGI È LA FESTA DEL BUON PASTORE, una parabola in cui Gesù delinea il rapporto che passa tra noi e Lui. Noi docili e fragili, come le pecore che hanno bisogno di una guida e di una cura totale. Lui nella veste di guida umile, ma ferma, come è quella del pastore, che ama le 'sue pecore', a differenza dei mercenari, per i quali sono solo 'merce', a cui non importa la sorte delle pecore! Oggi viene messa in luce la figura dei pastori: il papa, i vescovi e i sacerdoti. Nessuno di noi, che siamo 'pastori', siamo tali per nostra scelta, ma è Dio che, guardando le masse 'ha compassione' e così - non se ne capisce la ragione - ci sceglie ad uno ad uno , pur conoscendo la nostra debolezza.

Confesso che tante volte, di fronte alle terribili situazioni in cui l'obbedienza - sempre 'scelta di Dio' - ha voluto fossi pastore, mi sono sentito impotente e piccolo. Dal Belice, dove trovai inizialmente un gregge devastato dal cattivo esempio di un sacerdote e dalla paura della mafia rurale, che toglieva il respiro, a vescovo di una diocesi, che aveva bisogno di un pastore forte, ma buono: forte nel far fronte alla tracotanza della criminalità, fino a mettere a rischio la vita, ma buono verso tutti, perché sembrava che l'amore avesse ceduto il passo alla paura.

Ma non furono mai scelte mie. Essendo religioso sono state scelte dell'obbedienza, o addirittura di circostanze, che avevano tutta l'aria di una volontà di Dio, che 'superava' quella dei superiori. Così fu nel Belice, così da vescovo. Sempre Lui, Dio, ovunque e indicandomi 'come' dovessi operare. Incredibile questo 'essere scelti da Lui'! Si poteva avere paura? Mai. Anche se attorniato da tanti mercenari, a cui non interessa il bene delle persone, si doveva fare strada alla Bontà.

Sono davvero tanti gli anni che sono pastore del gregge di Dio, ma ogni giorno sembra il primo e ogni giorno sento che accanto a me c'è il Buon Pastore, Gesù, che mi fa strada e opera 'usandomi' come servo. E questo mi dà modo di contemplare il grande bene che Lui sa compiere: è incredibile quello che sa operare Dio se ci si fa solamente suoi servi, disposti a tutto, anche a dare la vita! E sono felice di essere circondato da tanti che mi vogliono bene e che fanno di tutto per camminare insieme nelle vie del Signore. Anche quando scrivo a voi mi 'sento' - come affermava Madre Teresa - 'una penna tra le dita di Dio', che scrive la Sua lettera, che è poi la Sua Parola..

È vero che ogni vita è una vocazione, ossia il progetto di Dio su di noi, per amare e far conoscere il Suo amore. Da quella dei genitori a tutti i semplici cristiani che, dove sono e per come vivono la loro chiamata, sono 'pastori'. Per questo facciamoci guidare dalle parole del Vangelo di oggi:
  • Gesù disse: Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario, invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde: egli è un mercenario e non gli importa delle pecore Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre e offro la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di questo ovile: anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, perché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre. (Gv. 10, 11-18)
Gesù, Figlio di Dio, avrebbe potuto definire la sua guida con accenti di potenza, ossia quelle modalità di cui si servono gli uomini per governare. Ma in Gesù appare l'atteggiamento del servizio, segno di amore pronto a dare la vita, che mette in primo piano le sue pecore', noi, mentre tra gli uomini di potere appare tante volte solo l'arroganza o l'opportunismo, che troppe volte tratta gli uomini come 'merce' e non come persone. La figura del Buon Pastore chiama, oggi, che ricordiamo i nostri Pastori, il Santo Padre, i vescovi, i parroci, i sacerdoti in genere, a incarnarla.
  • Lo sappiamo bene: – affermava Paolo VI – il sacerdote è uomo che vive non per sé, ma per gli altri. È l'uomo della comunità. È questo l'aspetto della vita sacerdotale oggi meglio compreso. Vi è chi trova in esso la risposta alle aggressive questioni circa la sopravvivenza del sacerdozio nel mondo moderno, fino a chiedersi se il prete abbia ancora una ragione di essere. Il servizio che egli rende alla società, a quella ecclesiale specialmente, giustifica ampiamente l'esistenza del sacerdozio. Il mondo ne ha bisogno. La Chiesa ne ha bisogno e, dicendo questo, tutta la fila dei bisogni umani passa davanti al nostro spirito. Chi non ha bisogno dell'annuncio cristiano? Della fede e della grazia? Di qualcuno che si dedichi a lui con disinteresse e con amore? Dove non arrivano i confini della carità pastorale? E dove minore si manifesta il desiderio di questa carità non è forse il bisogno maggiore? Ecco: le missioni, la gioventù, la scuola, i malati, il mondo del lavoro costituiscono un'urgenza continua sul cuore sacerdotale. Diremo: come rispondere a quanti hanno bisogno di noi? Come pareggiare con il nostro sacrificio personale la crescita dei nostri doveri pastorali e apostolici? Mai come oggi forse la Chiesa ha avuto coscienza di essere tramite indispensabile di salvezza e non illuderemo di ipotizzare un mondo senza la Chiesa, e una Chiesa senza ministri, preparati, specializzati, consacrati. Il prete è di per sé il segno dell'amore di Cristo verso l'umanità ed il testimone della misura totale con cui la Chiesa cerca di realizzare quell'amore che arriva fino alla croce. E’ la Chiesa che salverà il mondo, la Chiesa che è la stessa oggi come lo era ieri e sarà domani, ma che trova sempre, guidata dallo Spirito, con la collaborazione di tutti i suoi figli, la forza di rinnovarsi, dì ringiovanire, di dare una risposta nuova ai bisogni sempre nuovi. (30/06/'68)
La vita di ogni cristiano, e tanto più di chi - chiamato e scelto da Dio stesso - ha consacrato tutta la sua vita, sacerdote o religioso o laico, deve o dovrebbe essere, con la sua gioiosa missionarietà, una 'pagina di Vangelo vissuto', come ad annunciare che è bello essere amati e amare Dio. A volte sembra che la gente non si accorga di noi pastori. E noi siamo talmente occupati nel donare Dio a tutti, che neppure ci accorgiamo di quanti anni sono passati.

Colgo nel giardino della mia lunga vita pastorale un ricordo. In un'assemblea che ricordava i miei 50 anni di sacerdozio un giovane, che non aveva neanche tanta dimestichezza con i sacerdoti, improvvisamente, nel silenzio dell'assemblea, si alzò e disse: "Grazie, vescovo, perché ci sei. Anche se apparentemente non ti frequentiamo, tante volte ci chiediamo: E se non ci fosse? Saremmo terribilmente orfani. Resta con noi". In quel momento mi venne spontanea dal cuore una preghiera: "Signore, se tu me lo chiedessi un'altra volta, ti direi di sì; ovunque mi mandi, non importa con quali sacrifici, ma ad una condizione: che Tu resti con me, con il Tuo Amore, per donarlo a chi mi affidi".



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2008/2009

Messaggio da miriam bolfissimo » ven mag 08, 2009 2:03 pm

      • Omelia del giorno 10 Maggio 2009

        V Domenica di Pasqua (Anno B)



        Fratelli, non amiamoci solo a parole...
“C'è nel tempo in cui viviamo una grande scarsità di amore. Intimamente sentiamo che il 'volersi bene' è davvero il clima di ogni vita, che sia davvero tale, ma oggi è facile dire 'ti amo', ma spesso è solo un modo di dire e non una verità. La ragione forse è nel fatto che siamo attratti dall'egoismo, che mette sempre in primo piano se stesso, non accorgendosi che così ci creiamo una casa senza porte e finestre, ossia viviamo al buio”. C'era un tempo in cui si era davvero poveri di cose, ma questa povertà lasciava tanto spazio all'amore, in famiglia e nella società.

La grandezza di un uomo si misura dalla profondità con cui sa tessere i rapporti con gli altri che gli sono vicini o che si incontrano nella vita, creando così rapporti che diventano, non solo sicura condivisione in tutto, ma costituiscono solide fondamenta su cui regna la fiducia. Ed è essenziale per la vita questo modo di stare insieme o vicini: un grande dono.

Così come la fragilità o nullità di un uomo è nella superficialità dei suoi sentimenti: questi apparentemente hanno manifestazioni chiassose, che sembrano 'esprimere' chissà quale amore, ma in effetti sono tanto effimeri, che non sanno andare al di là delle parole o dei gesti manifestati con facilità e apparente effusione. Purtroppo questo nostro mondo è intriso di questo effimero `abbracciarsi', per poi altrettanto rapidamente 'dimenticarsi', tanto che quasi non è più credibile la parola amicizia.

Ci definiamo tutti amici: in apparenza ne abbiamo tanti, forse troppi, ma quando ci guardiamo 'dentro' o cerchiamo la loro mano, o vorremmo posare il nostro capo sul loro petto, come fece l'apostolo Giovanni con Gesù nell'Ultima Cena, facilmente incontriamo un vuoto spaventoso, che rivela la misura dei nostri rapporti: un 'girare a vuoto' attorno alla grande e necessaria realtà dell'amore.

Qui e proprio qui è uno dei profondi dolori che vivono in tanti: quello di sentirsi soli, non abbastanza amati, o amati senza la necessaria profondità. Così ci ammonisce oggi l'apostolo Giovanni:
  • Figlioli non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità, e davanti a Lui rassicureremo il nostro cuore qualunque cosa egli ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera di nulla, abbiamo fiducia in Dio; e qualunque cosa chiederemo la riceveremo da Lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che è gradito a Dio (I lett. Gv. 3, 18-24)
Sono parole chiare, che non dovrebbero avere bisogno di commenti: il comando di Dio è che amiamo tutti senza eccezioni, tutti quanti il Signore mette sulla nostra strada, e non solo 'con la lingua', che sa sempre trovare bellissime - a volte ingannevoli - parole, che fanno solo parte dei sogni facili da comporre. Se le parole di amore che si dicono tutti i giorni, ovunque, dall'interno delle nostre famiglie, sulla strada, nel sacrario dell'amore che è la Chiesa, quando celebra i grandi eventi di Dio che ama e si dona, diventassero nostra vita, avremmo un mondo senza nuvole e di una serenità primaverile. La realtà invece è che si ha l'impressione di viaggiare nel buio pesto.

Dobbiamo diventare capaci di 'amare coi fatti e nella verità'.

Ho sempre sperimentato, in tanti anni di vita pastorale, attraversati da fatti di grande sofferenza, come i terremoti, che, davanti al fratello che soffre per mancanza di casa, di speranza o di altro, che sono poi le infinite croci della vita, le parole sono accolte nella misura che sono accompagnate dai fatti.

Ricordo i primi giorni del terremoto nel Belice, quando tutti avevamo perso tutto e ci era rimasta solo la vita, per grazia di Dio, era facile provare quel vuoto interiore, che ci soffoca quando sembra di essere arrivati al capolinea della tragedia. L'unico bene era l'amarci. Faceva freddo, non avevamo proprio nulla, vivevamo all'aperto, ma di fronte alle sofferenze di chi ci era vicino, ci si toglieva il soprabito o altro per donarlo a chi vedevamo soffrire di più. Una gara di generosità che mi commuoveva e che fu il più bel capitolo del 'amare con i fatti', che ho vissuto. Così come era per me e per i miei confratelli una vera ansia di farci vicini, anche solo con un sorriso o un aiuto. Nella notte percorrevo le strade di campagna, passando vicino ai gruppi, gridando: 'Come state? Passerà questa brutta notte e ritornerà l'alba'. Un capitolo di storia di amore vero, concreto, che ci accompagnò per tanti anni, fino alla ricostruzione.

Eravamo tre sacerdoti con la paura in gola, ma che non soffocava l'amore. Quella notte, quando tutto era caduto e si era come messo fine alla storia di una comunità, l'unica preoccupazione era di sapere se nelle case era rimasto qualcuno da soccorrere. Ricordo come il buio del paese distrutto, caduto in un silenzio irreale, aveva una sola voce: 'C'è qualcuno in difficoltà?'. Ne trovammo una ventina che faticosamente, con ogni mezzo, ponemmo al sicuro. Era il momento di amare 'non a parole, ma con i fatti', mettendo in secondo piano la propria sicurezza.

L'amore, che è 'dare la vita' a chi non ne ha, per noi cristiani, ha la sua origine, non solo dal comandamento: 'Amatevi come io vi ho amati', ma ha una sorgente nell'Amore stesso del Padre, ossia da come viviamo il nostro rapporto con Dio, che non è assente, non assiste impassibile, non è estraneo agli eventi della nostra esistenza, anzi desidera che la nostra vita sia totalmente immersa in Lui e possa così ricevere ispirazione, forza, fino all'eroismo. È lo stesso Gesù che oggi ce ne parla. Scrive Giovanni nel Vangelo:
  • Gesù disse ai suoi discepoli: 'Io sono la vera vite e il Padre è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto lo toglie e ogni tralcio che porta frutto lo pota, perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può fare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui fa molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se voi rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate frutto e diventiate miei discepoli (Gv 15, 1-18)
Parola impegnativa da parte di Dio nei nostri confronti. Parole che ci fanno riflettere sulla ragione di tanti nostri fallimenti o - Dio voglia - di tanti frutti. E’ desolante vivere, affaticarsi, soffrire, ed alla fine avere la sensazione di essere a mani vuote....come dei falliti. E di questi poveri ce ne sono tanti.

Ma non sono 'falliti' i santi della carità, come Madre Teresa di Calcutta, e tutti i santi che hanno fatto e fanno della vita 'nascosta in Dio', ma nutrita dal Suo Amore, una 'vite colma di frutti'. Basta del resto dare uno sguardo a questo mondo che si affanna tanto per vedere da una parte i tanti che sono 'rimasti a mani vuote' perché le loro fatiche erano solo affanno senza amore e, dall'altra, scoprire come Dio sa coprire i tralci dí frutti, quando trova persone che sanno 'rimanere in Lui'.

Così scriveva Paolo VI, il 21 agosto 1964:
  • La vita cristiana è come un sole che risplende su l'insieme dei nostri giorni.

    Figlioli miei, se questo sole finisse per spegnersi, che cosa si perderebbe?

    Alcuni dicono niente. E invece si perderebbe il senso della vita.

    Perché lavorare? Perché amare gli altri? Perché essere buoni, essere onesti? Perché soffrire? Perché vivere, perché morire, se non c'è una speranza sopra di questa nostra vita pellegrinante sulla terra?

    È una vita cristiana immersa nell'amore del Padre - giova ripeterlo - a dare il senso, il valore, la dignità, la libertà, la gioia, l'amore al nostro passaggio sulla terra.

    Per questo l'invito paterno: 'Rimanete in me e io in voi' vuoi essere possente come un grido che dovrebbe rimanere come ammonimento.

    Bisogna subito chiedersi con generosità di intenti: che significa per prima cosa essere cristiani?

    Vuol dire accorgersi, ed essere coinvolti, che siamo amati da Dio; che lassù c'è Chi ci vuol bene: una Provvidenza esiste su di noi; l'amore del Padre ci guarda, e una tenerezza infinita ci ammanta.

    Questo Amore si fa fratello per le nostre strade, ha sofferto per le nostre angustie, ha parlato la nostra lingua, è perfino venuto accanto a noi per guarirci, per istruirci e chiarire a ciascuno: voglio stare sempre con te, quale Principio e quale Fine: Io sono il tuo Pane, il tuo Maestro, la tua Forza e la tua Guida.
Può il Padre dire di più per manifestare il Suo Amore? Ma per viverlo occorre sapere uscire da noi stessi, dai nostri piccoli e angusti interessi e amare in grande: ciò è possibile solo se si 'rimane ogni giorno in Dio'. Un'utopia? No. Lla sola regola del vivere qui, assaporando la dolcezza di essere amati da Chi è l'AMORE.

Voglio augurare a tutti i nostri fratelli, che hanno subito il terremoto, che non solo sentano sempre vicino Chi li ama, ma che trovino una politica saggia dei fratelli, che non ripeta i gravi ritardi del Belice, e non permetta mai che la speranza venga meno, ma soprattutto che essi sappiano insieme scambiarsi amore, rimanere comunità.

Dopo il terremoto del Belice, noi sacerdoti, su un piccolo rialzo del terreno, installammo una piccola statua intitolata: 'Maria, Speranza nostra', come ammonimento a non abbandonarsi mai allo sconforto, ma sempre sperare, sostenuti dall'Amore, oltre che del Padre, di Maria. E rimaniate sempre nel cuore di tutti, e tutti, con voi, possiamo essere sentinelle della vostra resurrezione. Auguri!



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2008/2009

Messaggio da miriam bolfissimo » gio mag 14, 2009 2:01 pm

      • Omelia del giorno 17 Maggio 2009

        VI Domenica di Pasqua (Anno B)



        Non vi chiamo servi, ma amici
Alle volte, giustamente, la Parola di Dio ci sveglia da uno stile di vita, in cui ci adattiamo, ma che della vita ha perso la parte più bella, direi il senso stesso che Dio ci ha dato creandoci, ossia l’Amore. Se ripensiamo alla creazione dei nostri progenitori, notiamo che Dio ci ha fatti ‘simili a Sé’: e Lui è l’Amore. Se così è, inevitabilmente, quel ‘soffio’, che Dio ‘ispirò’ in noi, e di cui non possiamo fare a meno, è quello di volerci bene, come ce ne vuole Lui. Non occorrono tante parole per capire che vivere senza amare e senza essere amati, è come non vivere, peggio, è sopportare la vita come un peso di cui non si capisce la ragione. Eppure tante volte, per molti, è così.

Ci siamo appropriati di un inesistente diritto di fare quello che ci pare in tutto, erigendo l'egoismo come unica legge da seguire. Ma, oggi, non sappiamo più come nascondere la nostra ripugnanza per tutto il male che ne deriva e pare sommerga, come il fango, tutti gli uomini. E manchiamo anche della consapevolezza che, se soffriamo questo disagio e malessere, lo dobbiamo proprio al fatto che ciascuno si fa regola dei propri comportamenti.

Quando l'uomo si fa dio, inevitabilmente, costruisce il disordine che soffriamo. Oggi la Parola di Dio, con forza, ci richiama all'irrinunciabile bene, che è l'amare. Così l'apostolo, 'che Gesù amava', Giovanni, scrive nella sua I lettera:
  • Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio; chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non è conosciuto da Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il Suo Unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per Lui. In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi e ha mandato Suo Figlio come vittima di espiazione per i peccati (Gv I Lettera 4, 7-10).
Incredibile, anche solo pensare, quanto Dio, il Padre, ci ami e quanto, quindi, chieda di amarLo e amarci. Il Suo Amore non è una parola, che a volte è solo suono, vuoto, senza frutto, ma è un Amore che Gli ha richiesto il massimo che si possa donare, ossia il Figlio Gesù, che celebriamo in questo periodo pasquale.

Gesù: l'infinito dell'Amore, fatto Dono con la sua Morte e partecipato a noi con la Resurrezione. Un vero e grande richiamo alla nostra natura di figli amati.
  • Ma come ho mai potuto non accorgermi che Dio mi ama, in tanti anni di vita, in cui per me Dio non esisteva o non meritava attenzione, vivendo così – e me ne accorgo ora – come un cane randagio, che raccoglie la spazzatura della terra? C'è voluto una grande scossa di Dio per svegliarmi dal sonno dì morte in cui giacevo. Ed ora so che tutta la mia vita era un agitare vento, senza un briciolo di serenità e senza la gioia dí essere al posto giusto, che è il Cuore di Dio. Ora non so come ripagare tanto amore, se non versandolo a piene mani su chi mi sta vicino o su quanti Dio mette sulla mia strada. E non faccio che ripetere, giorno per giorno: 'Dio quanto ti amo!' e riversare questo torrente sui fratelli.
Chi mi parlava così era un grande poeta, don Clemente Rebora, fattosi rosminiano, che viveva come se il pensiero e la vita non avessero più nulla di terreno; ormai tutto aveva fissa dimora in cielo, presso quel Dio da cui si sentiva concretamente amato, verso Cui sentiva gratitudine immensa. E stare vicino a lui - come è stata la mia esperienza, per alcune estati, alla Sacra di S. Michele -era davvero 'respirare amore, solo amore, tanto amore', perché, se avesse potuto, avrebbe voluto abbracciare tutti, sapendo che in ciascuno c'è Dio. E tutti potremmo raccontare questo 'paradiso di amore', perché lo vediamo nelle nostre mamme, in tante persone consacrate, in tantissimi che vivono la serenità anche nelle difficoltà, come se per loro vivere fosse 'essere in braccio a Dio'.

Davvero Dio ha un grande posto tra noi, anche oggi, in cui a molti sembra trionfi la solitudine e l'amarezza di non essere amati. E davvero il gusto della vita appare, credetemi! Non c'è giorno in cui gente, che ha bisogno di solidarietà e amore, non venga a farmi visita, per un piccolo aiuto o anche solo per sentire di non essere soli. Ed è anche quello che tante volte mi scrivono da tante parti del mondo: racconti di vita, in situazioni difficili, che chiedono un aiuto, un segno di partecipazione.

A volte basta quel poco, che posso dare, per trasmettere nuova fiducia. Quanta sofferenza possiamo alleviare e quanto amore seminare! Così Gesù ci esorta oggi:
  • Gesù disse ai suoi discepoli: 'Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mi amore. Come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete quello che io comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone, ma vi ho chiamati amici, perché ciò che ho udito dal Padre mio, l'ho fatto conoscere a voi. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri (Gv 15, 9-17).
Poteva Gesù essere più chiaro nell'affermare la necessità vitale di volerci bene? Credo sia davvero un volerci fare entrare nella familiarità con Dio, comunicandola tra di noi. Un bene immenso, ma pare che il mondo lo rifiuti o non lo comprenda... e sta male, tanto male! Così la saggezza del grande Paolo VI dipingeva questo malessere del mondo nel 1956 - ma sembra il nostro oggi - in occasione della festa del Sacro Cuore di Gesù:
  • In un mondo che va perdendo la capacità di amare, man mano che perde la capacità di conoscere Dio, e facendo l'uomo centro del suo pensiero e della sua attività, divinizza se stesso, spegne la luce della verità, vulnera i motivi dell'onestà e della gioia, noi proclameremo la legge dell'amore che sublima, dell'amore che sale, dell'amore che osa prefiggere a suo termine l'infinita bontà. Risponderemo a Dio con l'offerta del nostro cuore, con l'adempimento del primo e sovrano precetto: quello di amarLa con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente. Sarà la nostra vita un incantevole dialogo con quel Dio, che dopo averci creato, redenti, associati alla Sua Vita, rivolge a noi la fatale domanda che Cristo rivolse a Pietro: 'Mi ami tu?'.

    In un mondo che ha deturpato l'amore in tutte le maniere, e ne ha fatto sorgente di indescrivibili bassezze: che ha confuso l'amore con il piacere: che lo ha sconsacrato nell'innocenza, lo ha deriso della sua integrità, lo ha mercanteggiato nella sua debolezza„ lo ha esasperato per renderlo complice della passione e del delitto, in questo mondo noi proclameremo la legge dell'amore che si purifica. Lo rispetteremo negli affetti sacri della famiglia cristiana; lo difenderemo nelle crisi della giovinezza, che al vizio preferisce la virtù; sull'ignavia delle passioni, la virilità del governo di sé; lo educheremo alla visione della bellezza che è nelle cose, ma soprattutto negli uomini, nostri fratelli, perché figli dello stesso Padre.

    In un mondo infine, che divora nell'egoismo individuale e collettivo, e crea antagonismi, inimicizie, gelosie, lotte di interessi, l'odio in una parola, noi proclameremo la legge dell'amore che diffonde e dona, che sa allargare il cuore ad amare gli altri, a perdonare le offese, a servire gli altrui bisogni, a sacrificarsi senza calcoli e senza encomi, a farsi povero per i poveri, fratello tra i fratelli, e così creare un mondo di giustizia e di pace. Così Dio ci aiuti.
È davvero un inno all'Amore, chiamato oggi a farsi strada tra gli uomini, perché sappiano conoscere quella Gioia, che Dio ci ha donato, creandoci con e per Amore. È bello, a questo punto, chiudere la nostra riflessione sul dolce comandamento dell'amore - cosa vi é di più bello che amare ed essere amati? - con la preghiera di Grandmaison:
  • Santa Maria, Madre di Dio,

    conservami un cuore di fanciullo,

    puro e limpido come acqua di sorgente.

    Ottienimi un cuore semplice,

    che non si ripieghi ad assaporare le proprie tristezze.

    Ottienimi un cuore magnanimo nel donarsi,

    facile alla_ compassione.

    Un cuore fedele e generoso,

    che non dimentichi alcun bene

    e non serbi rancore per alcun male.

    Donami un cuore dolce e umile,

    che ami senza esigere di essere riamato.

    Un cuore contento di scomparire in altri cuori

    sacrificandosi davanti al Tuo Divin Figlio.

    Donami un cuore grande e indomabile,

    così che nessuna ingratitudine lo possa chiudere,

    nessuna indifferenza lo possa stancare.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2008/2009

Messaggio da miriam bolfissimo » ven mag 22, 2009 9:32 am

      • Omelia del giorno 24 Maggio 2009

        Ascensione del Signore (Anno B)



        Ora il cielo è vicino
Dopo la Resurrezione, Gesù dà quasi l'impressione, di non voler lasciare ai suoi carissimi Apostoli alcun dubbio sulla sua resurrezione. Così raccontano gli Atti degli Apostoli:
  • Gesù si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giovi e parlando del Regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre 'quella' – disse – 'che avete udita da me: Giovanni fu battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo'. Così, venutisi a trovare insieme, gli domandarono: 'Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele? : Ma egli rispose: 'Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra'. Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse ai loro sguardi. E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, ecco due uomini in vesti bianche si presentarono a loro e dissero: 'Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù che è stato tra voi assunto al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo'. (At. 1, 1-11)
Difficile entrare nell'animo degli Apostoli, sottoposti, in pochi giorni, a eventi che nulla hanno a che vedere con la nostra esperienza, qui: dopo la crocifissione del Maestro avevano creduto di essere stati 'vittime' di un sogno, che non si era avverato, ossia 'seguire un grande della terra', che l'avrebbe dominata; poi il terzo giorno dalla sua sepoltura lo vedono tornare 'vivo' con la resurrezione e, parecchie volte , mostrando una gloria inaspettata, ma quello che importava era che il loro Gesù fosse tornato, anche se non comprendevano il 'come' e il 'perché'. Poi per quaranta giorni Lo vedono venire ed andare, incontri inaspettati, incontri desiderati, come se la Sua vita fosse un 'nuovo' invito a seguirLo, come solo in seguito lo Spirito chiarirà: seguirLo è la vera missione di amore di Dio verso di noi e di noi verso Lui.

La presenza di Gesù tra di noi, concretamente, aveva il fine di permetterci di tornare alla nostra vera casa, che non è qui, ma in Cielo dove Lui è asceso. Il primo pensiero che ci assale e ci invita alla contemplazione, allo stupore e alla gratitudine, è lo stesso desiderio d'amore del Padre che tutti, senza eccezioni, un giorno saliamo al Cielo. Quante volte nel linguaggio comune appare la parola 'cielo".

'Lo sa il cielo!', quando non sappiamo dare risposta alle nostre domande terrene.

‘Che il cielo ci protegga!' quando ci troviamo in difficoltà.

'Santo cielo!', ci viene da dire come invocazione, davanti a fatti inspiegabili. E via dicendo...

Credenti o no, il 'cielo' è il punto di riferimento del mistero della nostra vita, come se vedessimo nel 'Cielo', il solo che conosce tutto di noi! E quante volte nel Vangelo troviamo questo riferimento al 'Cielo'. Ma cosa intendiamo con questa parola - 'Cielo' - dove Gesù è asceso e verso cui noi tendiamo? Scrive Paolo VI:
  • Per cielo noi intendiamo molte cose. Intendiamo comunemente la condizione in cui sì trovano gli angeli, le anime dei buoni, separate dai corpi, gli spiriti giusti, viventi senza il rapporto materiale; intendiamo così la vita che si prolunga oltre la morte, la sopravvivenza oltre il tempo, la vita immutabile d'oltretomba, la vita eterna. intendiamo anche l'ordine nuovo che emana da Dio: il disegno che lui ha voluto sovrapporre alla vita naturale, il Regno dei cieli, ossia quel complesso di rapporti, completamente originali, che il mondo è venuto a godere con Dio mediante la missione di Gesù. Intendiamo così la condizione finale a cui il Regno dei cieli, incominciato con la vita cristiana in questa terra, deve portare l'umanità e che chiamiamo il Paradiso, la gloria di Cristo e dei suoi seguaci fedeli. Il Cielo è la visione di Dio, è la felicità eterna: è il termine a cui deve essere diretta la nostra vita presente. Se perciò a Cristo è legata la nostra sorte, con la Sua ascensione in quel mondo beato ed a noi ignoto, lo scopo della nostra vita è trasferito da questa terra al cielo.'Quanto a noi, la patria è nei cieli - afferma S. Paolo - non abbiamo qui città permanente, ma andiamo in cerca della futura' (Eb 13, 14). Il senso vero e completo del nostro vivere è un pellegrinaggio nel tempo, in questo mondo, per raggiungere la meta finale dove il nostro essere avrà la sua completezza. Affrettiamoci verso quella vita - dice A. Ambrogio - Dio, dopo questa nostra vita, sia la nostra patria (1958).
Ma quanto può sembrare difficile, alla prima impressione, essere un giorno per sempre cittadini del Regno dei Cieli! Eppure è la sola ragione per chi concepisce la vita, non solo come un momento di esperienza sulla terra, dove è impossibile conoscere la gioia vera, ma un'esperienza proiettata verso l'eternità. Spesso c'è il rischio di vivere alla giornata, e non è certamente giusto interpretare la vita in modo così riduttivo.

Se si pensa bene, per chi crede, il Cielo è un'assemblea di santi e di gente semplice, che sono stati nostri compagni di vita: una vita con 'i piedi a terra', ma il pensiero e il cuore 'rivolti al Cielo'. Possiamo incontrare, qui, oggi, sulla strada della vita, tanti nostri fratelli che seguono quelle orme: vivono da pellegrini 'provvisori' su questa terra. Sono impegnati, come tutti, a compiere la loro fatica terrestre, ma il loro passo è sempre diretto al Cielo. Che servirebbero tanti sacrifici, se non fossero interpretati e vissuti come la necessaria fatica verso una gioia eterna? È la grande speranza che portano nel cuore tanti che ci sono vicini e da cui apprendiamo come si cammina nella vita verso il Cielo.

Viviamo della speranza che Cristo, salendo al Cielo, ha dischiuso all'anima. Questa speranza ci darà il miglior senso di questa vita presente: ci libererà dall'incombente ossessione del materialismo organizzato, opprimente castigo a se stesso, e, se avesse a prevalere, rovina della stessa civiltà cristiana.

Questa speranza del Cielo ci insegna a portare e santificare i dolori del nostro viaggio terreno, ci infonderà premura e amore per fare del bene ai nostri simili; ci conserverà nella libertà dello spirito, che l'orizzonte puramente temporale tenta di restringere e soffocare; ci ammonirà finalmente a considerare questo nostro provvisorio soggiorno sulla terra, come una vigilia laboriosa e amorosa, sostenuta dalla preghiera che vince il sonno della materia e della morte, in attesa dell'incontro e del ritorno a Lui, Cristo, in Cielo.

È necessario convincerci che la Resurrezione di Gesù e la sua Ascensione al Cielo, non è solo una 'questione personale', come una dimostrazione della potenza, che Dio ha su tutto, anche sulla morte, ma, Lui, Dio, si è fatto uomo, per coinvolgerci tutti, ma proprio tutti, nella Sua stessa sorte. È questo il grande evento dell'Amore del Padre. Non ci rimane, allora, che guardare alla vita temporale, questo piccolo spazio, concessoci da Dio, non come un'avventura, ma come un valore che veramente ci riporta alla ragione per cui Dio ci ha creati: imparare a 'stare sempre con Lui' già qui sulla terra, per essere pronti a 'stare con Lui eternamente in Cielo'. E questa è la missione che Gesù ha lasciato agli Apostoli, salutandoli, prima di ascendere al Cielo. Narra Marco:
  • In quel tempo Gesù apparve agli Undici e disse loro: 'Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e se berranno qualche veleno non recherà loro alcun danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno'. Il Signore, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme a loro e confermava la parola con i prodigi che l'accompagnavano (Mc 16).
È bello riflettere sulle ultime parole di Gesù, mentre manda i Suoi a predicare in mezzo a questo mondo che, anche se non appare, ha bisogno di infinito, di speranza, di quella gioia che ha il cielo – un incarico che fa tremare anche noi, oggi, tanto è grande. È un compito che sembra non da poveri uomini, ma da Angeli, ecco perché Lui assicura la Sua Presenza 'operando con noi e confermando la Sua Parola con i miracoli che l'accompagnano'. Ed è cosi.

Ogni volta che predico il Vangelo, sento davvero di essere solo la voce, povera voce, e nello stesso tempo, sperimento la manifestazione della potenza di Gesù. Per questo noi, che veramente siamo discepoli di Gesù, oggi, siamo colmi di speranza, celebrando l'Ascensione del nostro Maestro e Signore.

Sappiamo che un giorno saremo con Lui e lo vedremo 'faccia a faccia'. Vivere diventa dunque un pregustare la gioia di quel posto che Gesù ci ha preparato. Ma soprattutto sappiamo che Gesù, asceso al Cielo, non è lontano da noi; è qui con noi a condividere la nostra 'passione quotidiana' e ci sentiamo forti della Sua Forza. Se siamo sinceri con noi stessi, quante volte siamo assaliti da un nascosto e irrefrenabile desiderio di una vita che abbia più nulla a che fare con quello che viviamo, ma sia piena di una gioia, per cui sentiamo di essere nati e che non riusciamo a sapere dove attingere.

Ogni volta mi reco in pellegrinaggio a Lourdes, sono preso dal canto, durante la processione serale: 'Andrò a vederla un di' e, misurando le fatiche del mio ministero, ma nello stesso tempo la sua bellezza, davvero questo mondo mi appare un calvario da farsi, ma per arrivare là! Quanta nostalgia del Cielo! È la nostalgia che oggi viviamo, con la speranza che un giorno sia gioia piena.



Antonio Riboldi – Vescovo –

Internet: www.vescovoriboldi.it

E-mail: riboldi@tin.it
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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