Avvento 2007

Omelie di Monsignor Antonio Riboldi e altri commenti alla Parola, a cura di miriam bolfissimo

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun dic 03, 2007 2:30 pm

Miei carissimi tutti, pace e bene! quale tempo dolce e prezioso si apre a noi! condividiamolo nella preghiera, meditiamo la Parola e le parole di altri nostri fratelli, facciamo spazio all'Amore che viene, pensiamo che questo sentirci più buoni non è sentimento figlio del consumismo, ma sentire di Dio che cerca spazio nei nostri cuori! con la gioia di sentirci fratelli e sorelle in Cristo, buon cammino...

Un abbraccissimo, miriam bolfissimo ;)
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun dic 03, 2007 2:36 pm


      • Angelus - I Domenica di Avvento, 2 dicembre 2007
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Cari fratelli e sorelle!

Con questa prima domenica di Avvento inizia un nuovo anno liturgico: il Popolo di Dio si rimette in cammino, per vivere il mistero di Cristo nella storia. Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre (cfr Eb 13, 8); la storia invece muta e chiede di essere costantemente evangelizzata; ha bisogno di essere rinnovata dall’interno e l’unica vera novità è Cristo: è Lui il pieno suo compimento, il futuro luminoso dell’uomo e del mondo. Risorto dai morti, Gesù è il Signore a cui Dio sottometterà tutti i nemici, compresa la stessa morte (cfr 1 Cor 15, 25-28). L’Avvento è pertanto il tempo propizio per risvegliare nei nostri cuori l’attesa di Colui "che è, che era e che viene" (Ap 1, 8). Il Figlio di Dio è già venuto a Betlemme venti secoli or sono, viene in ogni momento nell’anima e nella comunità disposti a riceverlo, verrà di nuovo alla fine dei tempi, per "giudicare i vivi e i morti". Il credente è perciò sempre vigilante, animato dall’intima speranza di incontrare il Signore, come dice il Salmo: "Io spero nel Signore, / l’anima spera nella sua parola. / L’anima mia attende il Signore / più che le sentinelle l’aurora" (Sal 129, 5-6).

Questa domenica è, dunque, un giorno quanto mai indicato per offrire alla Chiesa intera e a tutti gli uomini di buona volontà la mia seconda Enciclica, che ho voluto dedicare proprio al tema della speranza cristiana. Si intitola Spe salvi, perché si apre con l’espressione di san Paolo: "Spe salvi facti sumus - Nella speranza siamo stati salvati" (Rm 8, 24). In questo, come in altri passi del Nuovo Testamento, la parola "speranza" è strettamente connessa con la parola "fede". È un dono che cambia la vita di chi lo riceve, come dimostra l’esperienza di tanti santi e sante. In che cosa consiste questa speranza, così grande e così "affidabile" da farci dire che in essa noi abbiamo la "salvezza"? Consiste in sostanza nella conoscenza di Dio, nella scoperta del suo cuore di Padre buono e misericordioso. Gesù, con la sua morte in croce e la sua risurrezione, ci ha rivelato il suo volto, il volto di un Dio talmente grande nell’amore da comunicarci una speranza incrollabile, che nemmeno la morte può incrinare, perché la vita di chi si affida a questo Padre si apre sulla prospettiva dell’eterna beatitudine.

Lo sviluppo della scienza moderna ha confinato sempre più la fede e la speranza nella sfera privata e individuale, così che oggi appare in modo evidente, e talvolta drammatico, che l’uomo e il mondo hanno bisogno di Dio – del vero Dio! – altrimenti restano privi di speranza. La scienza contribuisce molto al bene dell’umanità, - senza dubbio - ma non è in grado di redimerla. L’uomo viene redento dall’amore, che rende buona e bella la vita personale e sociale. Per questo la grande speranza, quella piena e definitiva, è garantita da Dio, dal Dio che è l’amore, che in Gesù ci ha visitati e ci ha donato la vita, e in Lui tornerà alla fine dei tempi. È in Cristo che speriamo, è Lui che attendiamo! Con Maria, sua Madre, la Chiesa va incontro allo Sposo: lo fa con le opere della carità, perché la speranza, come la fede, si dimostra nell’amore.

Buon Avvento a tutti!
  • Benedetto XVI
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun dic 03, 2007 2:38 pm


      • La vigilanza: un’ottica di vita che orienta la quotidianità.
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La vigilanza è un pressante invito rivolto a ogni credente perché sappia ben orientare la propria vita di tutti i giorni. Ci sarà sì un giudizio, ma oggi risuona l'invito a vivere secondo la logica del Regno.

Il testo del vangelo di Matteo (24, 37-44) è collocato all'interno dell'ultimo dei cinque grandi discorsi che caratterizzano il suo racconto: quello escatologico (capp. 24 - 25), dedicato alla piena manifestazione del Regno, dove le parole di Gesù sono rivolte solo ai discepoli, così come nel discorso missionario (cap. 10) e in quello ecclesiale (cap. 18), e sono pronunciate sul monte degli Ulivi (24, 3) quale risposta all'interrogativo: "Dicci quando avverrà tutto ciò (la rovina del tempio) e quale sarà il segno della tua parusia e della fine del mondo" (24, 3).

Nella prima parte del discorso (24, 4-34) Gesù, utilizzando espressioni e immagini della sua epoca, delinea i segni precursori di questa pienezza e conferma i discepoli in una certezza: il giudizio di Dio ci sarà. Poi, nella seconda (24, 36 - 25, 46), egli rifiuta di collocarsi nell'ottica dei discepoli che lo hanno interrogato circa il "quando" e il "come" avviene questo giudizio: l'importante - egli afferma - non è di sapere il momento preciso (nessun lo conosce), ma di giungervi avendo vigilato.

  • Innanzitutto la proclamazione della lieta notizia del Regno
Quando Matteo scrive il suo vangelo, il Tempio è già stato distrutto (24, 15) e così si sono realizzate le parole di Gesù circa l'avvenimento critico. Ma quanto è accaduto non ha segnato la fine del mondo, non ha instaurato la parusia del Figlio dell'uomo; esso, allora, nella sua criticità diventa - agli occhi dell'evangelista - un segno premonitore. Prima che arrivi la fine è necessario che la lieta notizia del Regno sia annunciata nel mondo intero, perché tutte le genti ne abbiano testimonianza. E allora verrà la fine (24, 14). In questa prospettiva, il "tempo della sofferenza" (24, 4-13) rimanda al tempo dell'evangelizzazione, proposta a tutti, e che richiede ai discepoli e alla Chiesa fatiche, persecuzioni, pene ( 24, 8).

Gesù si rivolge non alle folle, ma solo ai discepoli. Essi sono responsabili - in modo specifico - della Chiesa (16, 17-30; 18, 18) e sono destinati, dopo la Pasqua, ad essere i messaggeri del Regno nel mondo intero (28, 18-20). Si rivolge sì ad essi, ma per indicare una realtà che riguarda la terra degli uomini, dai giorni in cui il patriarca è entrato nell'arca fino a quello della definitiva manifestazione del Figlio dell'uomo. E su questo tempo - che è poi il tempo della Chiesa, del quotidiano faticare e lavorare per la diffusione del Vangelo - che Gesù vuole attirare l'attenzione dei suoi discepoli.

Per vivere questo tempo - che è poi il tempo della missionarietà rivolta a tutti e per tutti- Gesù attira l'attenzione sui rischi che i discepoli possono incontrare. E li definisce secondo una duplice mancanza: da una parte, nel racconto della vicenda di Noè, Gesù sottolinea la mancanza di conoscenza (v. 39a: "non conobbero nulla"); per quanto riguarda il ritorno ultimo del Figlio dell'uomo, sembra mancare, invece, la vigilanza ("siate pronti", v. 43). I discepoli sono chiamati a vivere non come se nulla dovesse accadere (come ai tempi di Noè) né a speculare su "quando" e su "come" avverrà il ritorno definitivo del Figlio dell'uomo: ad essi basti sapere che esso avverrà. Sono chiamati, invece, a far sì che tutti possano avere l'occasione tanto di essere a conoscenza sia del tempo che stanno vivendo (un tempo che non è chiuso in se stesso ma deve essere aperto alla pienezza ultima del Regno) sia del come viverlo in modo adeguato, cioè secondo la logica della vigilanza, sapendo discernere quotidianamente ciò che orienta alla pienezza del Regno.

"Vigilate, dunque!" (v. 42): dalla narrazione il testo passa all'esortazione. Un vigilare dovuto al fatto che non si sa in quale giorno viene il Signore. Non sapendo, bisogna essere avvertiti. "Questo conoscete" (v. 43): l'esempio del ladro notturno sembra volere introdurre quella conoscenza che manca. "Se il padrone di casa sapesse in quale vigilia... veglierebbe": è evidente! Ma il problema sollevato dal piccolo paragone sta nel fatto che il padrone di casa non sa né può sapere in quale ora egli verrà. Allora si tratta di vigilare pur non sapendo in quale ora il ladro verrà. La sola conoscenza concessa al discepolo - ai credenti, alla comunità - è quella di essere sempre pronti ("siate pronti"). È un essere pronti non tanto perché si sa in quale ora viene, quanto piuttosto perché egli verrà nell'ora che non si pensa: occorre non essere trovati impreparati. I cristiani sanno bene di dover vivere in attesa di un avvenimento futuro di cui essi ignorano sia il "quando" sia il "come". Ma il testo sposta l'attenzione. Non si tratta di attendere il giudizio con angoscia o passività ma serenamente e attivamente.

Il giudizio non può scavalcare l'uomo che vive lucidamente secondo la logica evangelica. Noè, il padrone di casa non si sono angosciati alla prospettiva del diluvio o a quella del possibile ladro. Noè costruisce l'arca, il padrone di casa prende le sue precauzioni, gli uomini e le donne continuano i loro lavori quotidiani. La prospettiva del giudizio non colloca il credente in un'altra storia; lo invita, piuttosto, a vivere diversamente in questa storia. Attendere la pienezza del Regno significa dare il senso giusto al presente. E, alla luce della Pasqua, l'unico senso che il credente e le comunità cristiane possono dare alla loro vita è lo stesso che Gesù ha dato alla sua: una vita spesa per gli altri, aperta costantemente alla novità di Dio, fino alla croce: essa è giudizio su questa storia e immagine, allo stesso tempo, del criterio con il quale avverrà il giudizio nella pienezza dei tempi.

  • Saper cogliere la novità del Vangelo
È certamente vero che ci sarà un giudizio ultimo, alla fine dei tempi. Questa è una certezza che accompagna la vita dei cristiani. Ma essa non li deve distrarre dall'oggi. Il guardare solo alla fine porrebbe comportare il rischio di relativizzare il presente quasi che esso sia altro da quel momento finale. "Il Signore viene", afferma il testo. Il Dio di Gesù non è un Dio da cercare tra le nuvole o da cogliere in "momenti particolari". Egli è e viene nella nostra vita quotidiana e interpella il credente nel volto del povero, dell'indifeso, di chi non conta nulla e - poiché tale - calpestato da tutti. Non è senza significato rilevare che il giudizio ultimo, secondo Matteo (cap. 25) avverrà proprio sul come nella storia quotidiana i credenti hanno accolto queste persone. Ed è oltremodo significativo annotare che - sempre secondo Matteo 25 (vv. 31-46) - tanto i giusti quanto i condannati - si interrogano sul "quando" essi hanno visto il Signore povero, forestiero... e lo hanno accolto o lo hanno rifiutato. La risposta: "ogni volta che avete fatto (o non avete fatto) queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli l'avete (non lo avete) fatto a me". Per partecipare alla pienezza del Regno occorre operare ora verso quanti non contano. È in gioco un preciso stile di vita.
Se non vogliamo essere sorpresi dal Signore che viene non abbiamo altra via che quella proposta da Gesù: una vita in dono, una vita spesa per gli altri. L'attesa di Colui che viene deve trasformare tutta la nostra vita in prossimità amorevole per quanti non contano. Così facendo noi attestiamo che nella nostra vita davvero solo Dio - il Dio di Gesù - è Dio e che la logica di vita che egli ci ha indicato nella storia del Figlio è l'unica che, una volta assunta, sa orientare serenamente la nostra vita.

Il Regno dice riferimento al modo con il quale Dio è presente nella storia. La sua presenza sta continuamente davanti a noi (la parusia, appunto), ma la sua efficacia è operante ora, nella quotidianità della esistenza concreta. E la via del Regno è una via semplice, umile, talmente segnata dalla gratuità da non far alcuno clamore. I segni del Regno sono tanti e ci interpellano ogni giorno. Se non sappiamo vederli non è perché manchino; è, piuttosto, perché siamo attenti ad altre logiche: la logica del potere, del successo, della carriera, dell'efficientismo... Non è l'efficacia della presenza del Regno in discussione; è messa radicalmente sotto giudizio della Parola la nostra pretesa di proporre le lieta notizia del Vangelo con logiche, con stile e con metodo che non si affidano alla debolezza di una Parola che si dona e si propone. È lo scandalo-stupore dell'Incarnazione.
  • Arcangelo Bagni
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun dic 03, 2007 2:46 pm

      • Immagine
        • Signore, siamo tutti poveri davanti a Te.

          Aiutaci ad esprimere il nostro bisogno di Te
          e di persone che ci amino,
          e a rispondere a chi ci chiede
          solidarietà, disponibilità, ascolto, affetto.
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Messaggio da Robert85 » lun dic 03, 2007 2:57 pm

Signore, siamo tutti poveri davanti a Te.

Aiutaci ad esprimere il nostro bisogno di Te
e di persone che ci amino,
e a rispondere a chi ci chiede
solidarietà, disponibilità, ascolto, affetto.
"il silenzio è un mezzo ottimo per santificarsi, per non dire sciocchezze e commettere meno peccati, abbassare l'orgoglio, esercitare l'umiltà e la pazienza, ed imparare a conversare con Dio" (A.Marvelli)

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Messaggio da miriam bolfissimo » mar dic 04, 2007 4:50 pm


      • Essere consapevoli, vigilare, essere in attesa…
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Inizia oggi il tempo di Avvento, «sacramento» dell’attesa dell’evento che costituirà il compimento della storia: la venuta nella gloria del Signore Gesù, del Figlio dell’uomo, il Giorno in cui sarà finalmente instaurato quel Regno di giustizia e di pace che Gesù ha annunciato e preparato con la sua vita, morte e resurrezione. Sì, «Gesù Cristo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti»: se la nostra fede non contenesse questa promessa di Dio e non ci aprisse a questa speranza, noi cristiani saremmo da compiangere più di tutti gli uomini (cf. 1 Cor 15, 19)…

Nella pagina del vangelo secondo Matteo che meditiamo, Gesù esorta i suoi discepoli su come prepararsi a quel giorno. Egli parte da un’affermazione cruciale: «Quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre» (Mt 24,36). Questa prospettiva non vuole scoraggiarci; al contrario, essa può infondere in noi la certezza che il Padre, nel suo amore per l’umanità e per il creato, prepara quell’ora e la rivelerà al momento opportuno. Animati da questa fiducia, più forte degli eventi che sembrano contraddirla, ascoltiamo dunque le parole del Signore.

Egli istituisce un parallelo tra il diluvio, che sconvolse la quotidianità ripetitiva della vita dei contemporanei di Noè (cf. Gen 6, 5-9, 17), e la venuta del Figlio dell’Uomo: «come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e inghiottì tutti, così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo». «Non si accorsero di nulla»: la generazione di Noè non è più malvagia di altre, ma la sua colpa consiste nella mancanza di consapevolezza, di discernimento e di attesa. Sull’esempio di Noè, appartenente a quella generazione ma capace di un’attiva responsabilità, siamo dunque chiamati a discernere il tempo che viviamo, ad aderire con intelligenza alla nostra realtà personale e alla storia in cui siamo collocati. Dobbiamo scorgere nell’oggi i segni che anticipano il Giorno del Signore, e dobbiamo farlo subito, perché poi non ci sarà più tempo: «allora due uomini saranno nel campo, uno sarà preso e l’altro lasciato»…

Solo chi vive questa «consapevolezza del tempo» (cf. Rm 13, 11) può accogliere il monito di Gesù: «Vegliate, vigilate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà». Il cristiano dovrebbe essere per definizione una persona vigilante, attenta, tesa verso la meta del suo cammino: l’incontro con il Signore Veniente. E la vigilanza richiede una grande capacità di preghiera e di lotta interiore per non essere intontiti, in balia di falsi affanni, preda dello stordimento (cf. Lc 21, 34-36). In altre parole, il credente è chiamato a conoscere l’oggi a partire dalla venuta del Signore e dalla sua dimensione di ignoto, descritta da Gesù con parole che si sono impresse nella mente dei suoi discepoli: «Se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa» (cf. 1Ts 5, 2-4; 2Pt 3, 10; Ap 3, 3). Da esse discende l’ultimo sintetico avvertimento di Gesù: «Siate pronti, perché nell’ora che non pensate, il Figlio dell’uomo viene».

Essere consapevoli, vigilare, essere in attesa: tutto ciò è una questione d’amore per Gesù Cristo, di adesione a lui, l’unico Signore delle nostre vite. Noi cristiani dovremmo essere quelli che «amano la venuta del Signore Gesù Cristo» (2 Tm 4, 8) perché «amano lui, il Signore, senza averlo visto» (1 Pt 1, 9) e dunque desiderano che egli venga al più presto. In questo senso è più che mai attuale la domanda di Teilhard de Chardin: «Cristiani, incaricati di tenere viva la fiamma bruciante del desiderio, cosa ne abbiamo fatto dell’attesa del Signore?».
  • Enzo Bianchi
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun dic 10, 2007 5:35 pm


      • Angelus – Solennità dell'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria,
        8 dicembre 2007
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Cari fratelli e sorelle!

Sul cammino dell’Avvento brilla la stella di Maria Immacolata, "segno di sicura speranza e di consolazione" (Conc. Vat. II, Cost. Lumen gentium, 68). Per giungere a Gesù, luce vera, sole che ha dissipato tutte le tenebre della storia, abbiamo bisogno di luci vicine a noi, persone umane che riflettono la luce di Cristo e illuminano così la strada da percorrere. E quale persona è più luminosa di Maria? Chi può essere per noi stella di speranza meglio di lei, aurora che ha annunciato il giorno della salvezza? (cfr Enc. Spe salvi, 49). Per questo la liturgia ci fa celebrare oggi, in prossimità del Natale, la festa solenne dell’Immacolata Concezione di Maria: il mistero della grazia di Dio che ha avvolto fin dal primo istante della sua esistenza la creatura destinata a diventare la Madre del Redentore, preservandola dal contagio del peccato originale. Guardando Lei, noi riconosciamo l’altezza e la bellezza del progetto di Dio per ogni uomo: diventare santi e immacolati nell’amore (cfr Ef 1,4), ad immagine del nostro Creatore.

Che grande dono avere per madre Maria Immacolata! Una madre splendente di bellezza, trasparente all’amore di Dio. Penso ai giovani di oggi, cresciuti in un ambiente saturo di messaggi che propongono falsi modelli di felicità. Questi ragazzi e ragazze rischiano di perdere la speranza perché sembrano spesso orfani del vero amore, che riempie di significato e di gioia la vita. È stato questo un tema caro al mio venerato predecessore Giovanni Paolo II, che tante volte ha proposto alla gioventù del nostro tempo Maria quale "Madre del bell’amore". Non poche esperienze ci dicono purtroppo che gli adolescenti, i giovani e persino i bambini sono facili vittime della corruzione dell’amore, ingannati da adulti senza scrupoli i quali, mentendo a se stessi e a loro, li attirano nei vicoli senza uscita del consumismo: anche le realtà più sacre, come il corpo umano, tempio del Dio dell’amore e della vita, diventano così oggetti di consumo; e questo sempre più presto, già nella preadolescenza. Che tristezza quando i ragazzi smarriscono lo stupore, l’incanto dei sentimenti più belli, il valore del rispetto del corpo, manifestazione della persona e del suo insondabile mistero!

A tutto questo ci richiama Maria, l’Immacolata, che contempliamo in tutta la sua bellezza e santità. Dalla croce Gesù l’ha affidata a Giovanni e a tutti i discepoli (cfr Gv 19,27), e da allora è diventata per l’umanità intera Madre, Madre della speranza. A Lei rivolgiamo con fede la nostra preghiera, mentre ci rechiamo idealmente in pellegrinaggio a Lourdes dove proprio quest’oggi ha inizio uno speciale anno giubilare in occasione del 150° anniversario delle sue apparizioni nella grotta di Massabielle. Maria Immacolata, "stella del mare, brilla su di noi e guidaci nel nostro cammino!" (Enc. Spe salvi, 50).
  • Benedetto XVI
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun dic 10, 2007 5:38 pm


      • Angelus - II Domenica di Avvento, 9 dicembre 2007
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Cari fratelli e sorelle!

Ieri, solennità dell’Immacolata Concezione, la liturgia ci ha invitato a volgere lo sguardo verso Maria, madre di Gesù e madre nostra, Stella di speranza per ogni uomo. Oggi, seconda domenica di Avvento, ci presenta l’austera figura del Precursore, che l’evangelista Matteo introduce così: "In quei giorni comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea, dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!»" (Mt 3,1-2). La sua missione è stata quella di preparare e spianare la via davanti al Messia, chiamando il popolo d’Israele a pentirsi dei propri peccati e a correggere ogni iniquità. Con parole esigenti Giovanni Battista annunciava il giudizio imminente: "Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco" (Mt 3,10). Metteva in guardia soprattutto dall’ipocrisia di chi si sentiva al sicuro per il solo fatto di appartenere al popolo eletto: davanti a Dio – diceva – nessuno ha titoli da vantare, ma deve portare "frutti degni di conversione" (Mt 3,8).

Mentre prosegue il cammino dell’Avvento, mentre ci prepariamo a celebrare il Natale di Cristo, risuona nelle nostre comunità questo richiamo di Giovanni Battista alla conversione. E’ un invito pressante ad aprire il cuore e ad accogliere il Figlio di Dio che viene in mezzo a noi per rendere manifesto il giudizio divino. Il Padre – scrive l’evangelista Giovanni – non giudica nessuno, ma ha affidato al Figlio il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo (cfr Gv 5,22.27). Ed è oggi, nel presente, che si gioca il nostro destino futuro; è con il concreto comportamento che teniamo in questa vita che decidiamo della nostra sorte eterna. Al tramonto dei nostri giorni sulla terra, al momento della morte, saremo valutati in base alla nostra somiglianza o meno con il Bambino che sta per nascere nella povera grotta di Betlemme, poiché è Lui il criterio di misura che Dio ha dato all’umanità. Il Padre celeste, che nella nascita del suo Unigenito Figlio ci ha manifestato il suo amore misericordioso, ci chiama a seguirne le orme facendo, come Lui, delle nostre esistenze un dono di amore. E i frutti dell’amore sono quei "degni frutti di conversione" a cui fa riferimento san Giovanni Battista, mentre con parole sferzanti si rivolge ai farisei e ai sadducei accorsi, tra la folla, al suo battesimo.

Mediante il Vangelo, Giovanni Battista continua a parlare attraverso i secoli, ad ogni generazione. Le sue chiare e dure parole risultano quanto mai salutari per noi, uomini e le donne del nostro tempo, in cui anche il modo di vivere e percepire il Natale risente purtroppo, assai spesso, di una mentalità materialistica. La "voce" del grande profeta ci chiede di preparare la via al Signore che viene, nei deserti di oggi, deserti esteriori ed interiori, assetati dell’acqua viva che è Cristo. Ci guidi la Vergine Maria ad una vera conversione del cuore, perché possiamo compiere le scelte necessarie per sintonizzare le nostre mentalità con il Vangelo.
  • Benedetto XVI
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun dic 10, 2007 5:47 pm


      • Maria: nelle parole e nei silenzi è madre e discepola del Figlio
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La festa dell'Immacolata Concezione di Maria, che incontriamo nel nostro cammino verso il Natale, non è tanto legata all'Avvento quanto piuttosto a ragioni di ordine tradizionale. La figura di Maria pervade ogni pagina e ogni riflessione sul Natale in una precisa prospettiva: in Lei si realizza esemplarmente l'incontro tra Dio che si dona gratuitamente e la persona umana che accetta, con fiducia, questo dono e ad esso da credito incondizionato ben oltre le proprie attese e speranza.

La figura di Maria va accostata evitando almeno due rischi: fermarsi a Maria, il primo: dimenticare che la grazia che la raggiunge si manifesta in Cristo Gesù e per opera dello Spirito; il secondo: sottacere che Maria come donna si dimostra totalmente aperta e trasparente all'amore di Dio.
  • Disponibile alla novità di Dio
È soprattutto l'evangelista Luca ad accordare un grande spazio a Maria. Ella è il modello del discepolo e la madre di Gesù, un "essere madre" che non la distoglie dall'essere discepolo. Nel racconto dell'Annunciazione che viene letto oggi (1,26-38), Luca insiste nel sottolineare che Maria è innanzitutto scelta per grazia, gratuitamente: «Gioisci, colmata di grazia... hai trovato grazia presso Dio». In Maria si compie tutta l'attesa d'Israele: «Ecco, concepirai nel grembo e partorirai un figlio, e chiamerai il suo nome Gesù. Egli sarà grande e sarà chiamato Figlio dell'Altissimo, e il Signore Dio gli darà il trono di David, suo padre, e regnerà sulla casa di Giacobbe per i secoli».

Questo l'annuncio che ha origine dalla gratuità di Dio. A questa gratuità Maria risponde: «Avvenga a me secondo la tua parola». Così essa diventa la figura, il modello del discepolo. Maria è la prima a ricevere la parola di Dio che riguarda Gesù e la prima ad accettare che essa ci compia mediante la propria partecipazione. Nel Magnificat ella diventa anche la prima annunciatrice della "lieta notizia" dell'amore gratuito di Dio, di una amore che si dirige verso i poveri, gli ultimi: «Ha deposto i potenti dai loro troni e ha innalzato gli umili, ha ricolmato di bene gli affamati e ha rimandato a mani vuote i ricchi».

Le parole dell'angelo, dette all'Annunciazione, trovano il loro compimento alla nascita di Gesù. Maria mette al mondo il figlio, il Salvatore, il Cristo Signore (2,11). Ella vive di quel mistero di cui i pastori saranno chiamati ad essere i primi annunciatori, dopo essere stati testimoni: «I pastori trovarono Maria e Giuseppe e il bambino giacente nella mangiatoia. Avendolo visto, fecero conoscere la parola che era stata detta loro circa questo bambino" (2,16-18). In Maria è presente anche la dimensione contemplativa che deve caratterizzare l'esistenza del discepolo: «Maria conservava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore».
  • Nella logica della Fede
Maria è chiamata a seguire il Figlio e allo stesso tempo è invitata a distaccarsi da lui. Ecco allora che Luca ci narra di Gesù che, a dodici anni, si ferma a Gerusalemme e viene ritrovato da Giuseppe e da Maria dopo tre giorni. Lì Maria comprende che quel figlio è sì figlio suo, ma che non gli appartiene. Egli è nato da lei ma per fare la volontà del Padre. Maria è chiamata a "consegnare" il suo figlio a Gerusalemme, poi alla missione in Galilea, infine ella vive - nella crocifissione - il massimo della vicinanza e della distanza allo stesso tempo.

La storia degli uomini è segnata dall'amore ostinato di Dio. La morte in croce di Gesù non distoglie Dio dalla sua gratuità. Ecco allora la Pentecoste, il dono dello Spirito che va oltre ogni barriera e fa sì che i discepoli trovino il coraggio e la forza di annunciare la risurrezione di Gesù ovunque. È all'inizio della vita della Chiesa che noi ritroviamo Maria (At 1,14). Luca la colloca nella lista dei discepoli che attendono il dono dello Spirito. Sì, veramente Maria è la madre di Gesù (Lc 8,19-21): ed è tale perché ascolta la parola di Dio e la mette in pratica.
  • Al seguito di Gesù
È significativo notare come, non solo nei vangeli ma anche nella tradizione ortodossa, Maria non può prescindere da Gesù. Maria dice costantemente riferimento a Gesù: si è messa al suo seguito e si è fatta discepola del figlio. Dovremmo sempre parlare di Maria in riferimento a Gesù: riferimento che dice la sua identità e la sua missione.

Merita poi attenzione il "poco" parlare di Maria nei vangeli. Ella è presente nei momenti decisivi della vita di Gesù, ne è testimone e la condivide. Poche sono le parole. Un invito urgente a riscoprire il silenzio di Maria per non correre il rischio di attribuirle tante parole che potrebbero sostituire le parole e i silenzi del vangelo. Affinché non accada che di Maria si parli a prescindere da quanto di lei dice il Vangelo! Anche in questo Maria ci indica la via: Gesù.
  • Arcangelo Bagni
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun dic 10, 2007 5:57 pm


      • La novità della «lieta notizia»
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La struttura letteraria del brano evangelico (Matteo 3,1-12) è semplice: abbiamo un racconto (vv. 1-6) e un discorso (vv. 7b-12). Il racconto è, a sua volta, un'unità letteraria delimitata da due termini che si richiamano: l'invito iniziale ("pentitevi") e l'attuazione finale di questo invito da parte delle folle che "confessano i loro peccati" (v.6); tra questi due estremi abbiamo il richiamo alle parole del profeta e l'annuncio del loro compimento.
  • Giovanni e Gesù
La figura di Giovanni il Battista e quella di Gesù che viene (v. 12) sono radicalmente diverse. Il primo si autodefìnisce "io non sono degno neppure di portargli i sandali" (v. 11); il secondo è presentato secondo l'immagine del Giudice: "egli tiene in mano la pala per pulire la sua aia: raccoglierà il suo grano nel granaio e brucerà la paglia con fuoco inestinguibile" (v. 12). Ma le modalità con le quali viene descritto il modo di vivere del Battista non lo definisce solo come un profeta (v. 4 letto con 2 Re 1,18; Zc 13, 14; 1 Sani 14,26; Es 3,8.17; Lv 11,22). Egli è definito nel testo "il profeta di cui aveva parlato Isaia": il profeta che annuncia la liberazione definitiva, il nuovo Esodo, la nuova creazione.

Sullo sfondo, poi, è presente la figura di Elia (v. 4a con 2 Re, 1.8) il cui ritorno era atteso per l'inaugurazione del Regno dei cieli. E Matteo stesso, nella sua narrazione, a definirlo tale: "Se lo volete accettare egli è quell'Elia che deve venire (Mt 11,24). Gesù, il giudice che viene, è "più forte" (v. 11). Egli viene nella sua aia: essa gli appartiene mentre il deserto non appartiene al Battista. Così come al giudice appartiene tutta la realtà: queste pietre (v. 9), la strada e i suoi sentieri (v. 3), lo Spirito Santo e il fuoco (v. 11), i figli di Abramo così come il grano (vv. 9.12).
  • L'originalità di Giovanni
Quattro tratti caratterizzano la figura di Giovanni. Innanzitutto, l'autenticità divina della sua eccezionale missione e la consapevole coscienza che egli ha di essa (vv. 2.11); poi, la forza della testimonianza della sua vita, nel deserto (v. 4; cf 11,7-9), la sua capacità profetica di scrutare i cuori di quanti non accettano il cambiamento (vv. 7-8); quindi, la capacità di discer-nere, nella pienezza dei tempi che si sta attuando, la presenza di Colui che è più forte e che, tra l'altro, battezzerà nello Spirito santo e fuoco (v. 11); infine, il contesto della sua azione e delle sue parole: il deserto (azione) e l'annuncio del giudizio (parole). Il deserto, dice riferimento al luogo in cui la gente è convocata per l'esodo definitivo; le parole del Battista, dicono riferimento al battesimo in vista del pentimento (vv. 1.3.5.6.11). L'azione del Battista fa sì che le folle possano confessare il loro peccato (v. 6) preparando così la via al Signore che viene (w. 3.2.12) e producano il "buon frutto" (v. 10), il grano (v. 12).

Matteo distingue chiaramente la predicazione di Giovanni dal gesto che l'accompagna, il battesimo. La sua attenzione è rivolta alla predicazione e non al battesimo. La predicazione di Giovanni è descritta con le stese parole che userà per Gesù: "Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino" (3, 2 e 4,11). L'evangelista Luca ci presenta Giovanni quale ultimo testimone dell'Antica Alleanza. Per Matteo, al contrario, Giovanni appartiene già - seppure come araldo - alla novità che è il Regno dei cieli. Nelle sue parole abbiamo così come un anticipo della predicazione di Gesù. Giovanni, la sua identità, la sua missione, sono presentati alla luce delle parole del profeta Isaia. Ritroviamo, qui, una costante di Matteo: il richiamo alle Scritture per manifestarne il compimento. Giovanni allora è una tappa del progetto di Dio che si sta realizzando in pienezza.

Se l'evangelista ci ha conservato la severità delle parole del Battista - segnate dal giudizio e dall'urgenza improrogabile -è perché sono davvero urgenti tanto la conversione quanto la necessità di evitare le facili sicurezze - soprattutto le sicurezze religiose - che ci tolgono dalla necessità di convertirci al Dio di Gesù.
  • Farisei e sadducei
Matteo ci presenta farisei e sadducei che vanno dal Battista nel deserto. La descrizione ha certamente anche un valore di simbolo: essi sono i rappresentanti del potere religioso (farisei) e di quello politico (sadducei) del popolo. Nel vangelo li troviamo abitualmente in disaccordo tra di loro; sono tuttavia uniti contro Gesù (si veda la Passione).

Fin dall'inizio, Matteo è preoccupato di far comprendere ai suoi lettori che, per accogliere la novità di Gesù e del Regno dei cieli, occorre rompere con gli schemi umani. Gesù da inizio ad una vicenda e a un popolo che va ben oltre la discendenza carnale di Abramo: farisei e sadducei si chiudono nel loro passato e non hanno il coraggio - né la volontà religiosa - di disporsi ad accogliere la novità, una novità che li costringerebbe a rivedere il loro modo di intendere Dio, la salvezza, l'esistenza umana.

Grano e paglia sono contrapposti. Dalla paglia bruciata dal fuoco inestinguibile si può risalire all'albero che non porta frutti, che viene tagliato e gettato nel fuoco; così sono a confronto le folle che accettano la proposta del Battista e confessano i loro peccati e i farisei e sadducei che - orgogliosi della loro paternità di Abramo - cadono sotto il giudizio "razza di vipere! Chi vi ha persuasi di poter sfuggire all'ira imminente?" (v. 7).

È da sottolineare che Giovanni Battista annuncia solamente ai farisei e ai sadducei il battesimo in Spirito santo e fuoco. Il fuoco - simbolo di giudizio (13, 40.42.50; 25,41) - è riservato ai soli impenitenti (vv. 10-12). Essi diventano così come una figura-tipo: immagine di quanti, di fronte alla novità del Regno, da una parte si illudono di non dover cambiare perché si appellano alla loro storia che li precede (si dichiarano figli di Abramo) e, dall'altra, pensano che il giudizio di Dio riguardi solo gli altri, i lontani, quelli che non sono come loro. Ma i figli di Dio, afferma i testo, sono da una parte e dall'altra: infatti, Dio può suscitare figli di Abramo ovunque. L'unica via è la conversione: convertirsi al Dio di Gesù.
  • Arcangelo Bagni
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun dic 10, 2007 5:58 pm

      • Immagine
        • Signore, il futuro migliore
          che tante persone cercano tra noi,
          può diventare possibile anche grazie
          all’accoglienza di ogni persona, di ogni comunità.

          Insegnaci lo spirito dell’accoglienza,
          privo di pregiudizi,
          aperto alla Tua presenza in ogni persona.
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » mar dic 11, 2007 6:53 pm

      • ImmagineAzione e contemplazione

        Non appena Gesù entrò nella sua vita, Maria si mise in cammino con sollecitudine verso la regione montagnosa per dare Gesù a Elisabetta e al suo figlio: restò là per tre mesi per compiere il lavoro di serva verso sua cugina già anziana.

        Noi dobbiamo avere prima di poter dare. Chi ha la missione di dare agli altri deve prima crescere nella conoscenza di Dio e riempirsi di questa conoscenza.

        San Tommaso dice: «Quelli che sono stati chiamati all’azione si ingannerebbero se pensassero che sono dispensati dalla vita contemplativa. I due compiti sono intimamente uniti. L’azione, per essere efficace, ha bisogno della vita contemplativa».

        Noi non dobbiamo alimentare che un solo desiderio: Gesù. Dobbiamo portare Cristo nei luoghi dove non è arrivato. E non dobbiamo aver paura di parlare. Qualcuno ci dirà interiormente quello che dobbiamo dire e come conviene che lo diciamo.

        Cristo deve essere predicato in modo tale che sappiamo dire ai non credenti che possono arrivare a conoscerlo; agli eretici, che possono ritornare sul retto sentiero; ai cattivi cattolici, che possono ottenere la sua misericordia, e ai buoni e pii, che possono lasciarsi consumare dal suo amore.

        Maria è la nostra madre, perché contribuisce alla nostra rinascita spirituale. E continua a essere la nostra madre, mantenendo la vita di Cristo in noi.

        • Madre Teresa di Calcutta
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      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun dic 17, 2007 2:50 pm


      • Angelus - III Domenica di Avvento, 16 dicembre 2007
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Cari fratelli e sorelle!

"Gaudete in Domino semper – Rallegratevi nel Signore sempre" (Fil 4,4). Con queste parole di san Paolo si apre la santa Messa della III Domenica di Avvento, che perciò è chiamata domenica "gaudete". L’Apostolo esorta i cristiani a gioire perché la venuta del Signore, cioè il suo ritorno glorioso, è sicuro e non tarderà. La Chiesa fa proprio questo invito, mentre si prepara a celebrare il Natale e il suo sguardo si dirige sempre più verso Betlemme. In effetti, noi attendiamo con speranza certa la seconda venuta di Cristo, perché abbiamo conosciuto la prima. Il mistero di Betlemme ci rivela il Dio-con-noi, il Dio a noi prossimo, non semplicemente in senso spaziale e temporale; Egli ci è vicino perché ha "sposato", per così dire, la nostra umanità; ha preso su di sé la nostra condizione, scegliendo di essere in tutto come noi, tranne che nel peccato, per farci diventare come Lui. La gioia cristiana scaturisce pertanto da questa certezza: Dio è vicino, è con me, è con noi, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, come amico e sposo fedele. E questa gioia rimane anche nella prova, nella stessa sofferenza, e rimane non in superficie, bensì nel profondo della persona che a Dio si affida e in Lui confida.

Alcuni si domandano: ma è ancora possibile oggi questa gioia? La risposta la danno, con la loro vita, uomini e donne di ogni età e condizione sociale, felici di consacrare la loro esistenza agli altri! La beata Madre Teresa di Calcutta non è stata forse, nei nostri tempi, una testimone indimenticabile della vera gioia evangelica? Viveva quotidianamente a contatto con la miseria, il degrado umano, la morte. La sua anima ha conosciuto la prova della notte oscura della fede, eppure ha donato a tutti il sorriso di Dio. Leggiamo in un suo scritto: "Noi aspettiamo con impazienza il paradiso, dove c’è Dio, ma è in nostro potere stare in paradiso fin da quaggiù e fin da questo momento. Essere felici con Dio significa: amare come Lui, aiutare come Lui, dare come Lui, servire come Lui" (La gioia di darsi agli altri, Ed. Paoline, 1987, p. 143). Sì, la gioia entra nel cuore di chi si pone al servizio dei piccoli e dei poveri. In chi ama così, Dio prende dimora, e l’anima è nella gioia. Se invece si fa della felicità un idolo, si sbaglia strada ed è veramente difficile trovare la gioia di cui parla Gesù. E’ questa, purtroppo, la proposta delle culture che pongono la felicità individuale al posto di Dio, mentalità che trova un suo effetto emblematico nella ricerca del piacere ad ogni costo, nel diffondersi dell’uso di droghe come fuga, come rifugio in paradisi artificiali, che si rivelano poi del tutto illusori.

Cari fratelli e sorelle, anche a Natale si può sbagliare strada, scambiare la vera festa con quella che non apre il cuore alla gioia di Cristo. La Vergine Maria aiuti tutti i cristiani, e gli uomini in cerca di Dio, a giungere fino a Betlemme, per incontrare il Bambino che è nato per noi, per la salvezza e la felicità di tutti gli uomini.
  • Benedetto XVI
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun dic 17, 2007 3:05 pm


      • Giovanni: scandalizzato dalla novità di un Messia diverso dalle attese
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Matteo, dopo i così detti "racconti dell'infanzia" (cc. 1-2), ci presenta Giovanni Battista che agisce e parla (3,1-13); dopo aver narrato il suo arresto (4, 12), ci descrive l'inizio del ministero di Gesù. (4,12-25). Ora, nel testo di questa domenica, (11,2-11) il Battista è in prigione, ma continua ad operare attraverso i suoi discepoli. Di lui, l'evangelista, parlerà ancora una volta per narrare la sua morte (14, 1-12): la morte del precursore - in Matteo - inizia la seconda parte del vangelo (cc. 14-28) orientata verso Gerusalemme e la croce-risurrezione.
  • I segni e le attese
Il testo proposto dalla liturgia (11, 2-11) è facilmente divisibile in due sequenze. Nella prima (w. 2-6), incontriamo la domanda di Giovanni e la risposta di Gesù; nella seconda (w. 7-11), Gesù, interrogando le folle su Giovanni Battista, definisce la sua identità. Nella prima sequenza, i discepoli del Battista sono inviati a Gesù per avere chiarimenti sulla sua identità: sei tu "colui che deve venire", o "dobbiamo aspettare un altrol". Giovanni andava dicendo: "Colui che viene dopo di me è più forte di me" (3, 11). Si può comprendere la ragione dello scandalo del Battista: il modo con il quale Gesù agisce non corrisponde alle aspettative religiose che egli aveva su Gesù, "il più forte", colui che avrebbe dovuto attuare il giudizio di Dio "nello Spirito Santole nel fuoco".
  • Una diversa lettura
Alle attese di Giovanni, Gesù risponde, innanzitutto, dicendo ai discepoli del Battista di riferire al maestro ciò che ascoltano e vedono. Notiamo: ^ascoltare precede il vedere. L'ascoltare è l'invito - che pervade tutta la Bibbia- rivolto al credente perché accolga la parola di Dio per essere in grado di discernere i tempi e i modi con i quali egli agisce. Poi, la risposta di Gesù appare sconcertante: essa invita ad una giusta lettura della Scrittura (v.5). Infatti, se il Precursore vuole comprendere il senso della vita, degli insegnamenti e delle azioni di Gesù, deve saper cogliere la profondità dei diversi passaggi del libro di Isaia (26, 19; 29, 18-19; 35, 5-6; 61,1). Il profeta, annunciando il ritorno dall'esilio, descrive i tempi messianici come i tempi nei quali i malati saranno guariti e i morti saranno richiamati in vita. Infine, la risposta di Gesù da una parte afferma che questo è il tempo della venuta del Messia; dall'altra, attesta che essa si compie come un'azione umile che guarisce i lebbrosi: azione, questa, non annunciata dai profeti per la pienezza dei tempi.
  • Lo scandalo del Battista
Gesù aggiunge: "Beato colui che non si scandalizza di me". Abbiamo visto che Gesù, per rendere ragione della sua missione -e del come essa è condotta- rimanda i suoi interlocutori ad una serie di testi di Isaia che, con diverse immagini, annunciavano la pienezza dei tempi: "Allora gli occhi dei ciechi si apriranno e si apriranno gli orecchi dei sordi. Allora lo storpio salterà come un cervo e griderà di gioia la lingua del muto" (Is 35, 5-6). Ancora: "Di nuovo i tuoi morti vivranno e risorgeranno quelli che sono nella tomba" (26,19). A questi segni Gesù ne aggiunge un altro, certamente tanto discreto quanto rivelatore: l'annuncio della lieta notizia ai poveri (v. 5), seguendo il testo di Isaia (61,1). E il testo di Isaia, citato da Gesù, prosegue con queste parole: "proclamare ai prigionieri la libertà". Ora, Giovanni è in prigione e Matteo -poco dopo- ci dirà che i Farisei terranno consiglio contro Gesù cercando il modo di farlo morire (12, 14). La pienezza dei tempi attesi è sconcertante davvero. Il paradosso si trasforma così in scandalo: non solo per il Battista ma per gli stessi discepoli. Pietro inciamperà proprio su questo scandalo al primo annuncio della passione (Mt 16, 21-28): lo scandalo di un Messia servo umile e sofferente. Giovanni e Gesù sono ambedue uniti nel cammino che li condurrà alla morte. Un esito, la croce di Gesù, che resta scandalo per chi non è in grado di cogliere il senso profondo della via messianica che in essa si svela.

La seconda sequenza del testo passa dalla domanda sull'identità di Gesù a quella sull'identità di Giovanni, ed è rivolta alle folle che avevano seguito il Battista nel deserto. Mentre prima è stato il Battista a prendere l'iniziativa, ora è Gesù. Le folle - secondo Gesù - sono "andate a vedere": l'espressione indica un movimento che rimanda alla curiosità. Gesù pone ad esse una triplice domanda: vedere una canna sbattuta dal vento, un uomo avvolto in morbide vesti, un profeta?

Al triplice interrogativo, che segna il culmine della domanda sull'identità del Battista, Gesù risponde - come nel caso della risposta al Battista - con una citazione (v.10) e un invito a credere (v. 15). Notiamo che, fino ad ora, Gesù non ha dichiarato la sua identità né il testo parla di una qualche reazione del Battista. Ma è proprio attraverso l'elogio del Battista che Gesù svela la propria identità. Che cosa dice Gesù del Battista?
  • L'identità di Giovanni
Innanzitutto, Giovanni non è una canna sbattuta dal vento, cioè una personalità vacillante. Egli è fermo e irremovibile come lo fu Geremia (Ger 1,17-19). È vestito come vestiva Elia (3,4 con 2 Re, 1,8): dunque è un profeta. Ed è così che pensavano pure le folle: alcuni di essi, infatti, si chiedevano se non fosse egli il Cristo (14, 5; 21, 25). Ma Gesù aggiunge: "è più che un profeta" (v. 9) citando Malachia: "Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me" (3,1). Gesù cita questo testo ma lo modifica richiamando un testo di Esodo (23, 20): "Ecco io mando il mio messaggero davanti a te; egli preparerà la tua via innanzi a te" (11,10). Così facendo, Gesù mette in scena tre personaggi: Dio che invia, il messaggero che prepara la via, colui che viene (e che è diverso da Dio) per compiere la sua opera (l'opera di Dio).

Il testo di Malachia non è centrato sulla persona del messaggero, ma su quella di colui che viene e sulla sua opera. Citando Malachia, Gesù parla di sé come del Messia annunciato. Ma la citazione di Gesù rimanda anche a un testo di Esodo: "Ecco io mando un messaggero davanti a te perché vegli su di te nel cammino e per farti entrare nel luogo che ti ho prepa-rato"(23, 20). Giovanni viene così associato al messaggero di Dio che conduce il suo popolo verso la terra promessa. In questo riferimento si potrebbe vedere la descrizione del ruolo di Giovanni così come egli stesso lo definisce: "Voi stessi mi siete testimoni che ho detto: Non sono il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui..." (Gv 3,28-29): il precursore è l'amico dello sposo che conduce la sposa (cioè il popolo ben disposto, secondo Os 1,2) presso il suo sposo.
  • La novità del Regno
Poi Gesù aggiunge: "tra i nati di donna non è mai sorto uno più grande di Giovanni il Battista", e subito precisa: "ma il più piccolo nel Regno dei deli è più grande di lui" (v. 11). Gesù precisa il ruolo del Battista in ordine alla storia della Salvezza. Collocandolo all'interno della storia della Salvezza, relativizza la sua persona: è il Regno il punto di riferimento, la chiave di svolta. Il compimento della vicenda anticotesta-mentaria fa di Giovanni una figura unica; la novità del Regno la relativizza. Giovanni Battista è, nella linea dei profeti, più grande anche di Mosè: egli è dunque colui che è annunciato a partire dall'esilio (Dt 18, 15-18).

Ma anche Giovanni deve rapportarsi al Regno; e la logica del Regno introduce una novità: egli deve farsi piccolo come chiunque voglia entrare nel Regno. Farsi piccolo come Gesù che non è venuto per giudicare e condannare, ma per servire e salvare. E proprio questa nuova comprensione religiosa del Messia che fa crollare tutte le idee del Battista, tutte le sue attese.

La fede di Giovanni viene messa alla prova cosi come avverrà anche per i discepoli di Gesù. È normale che Giovanni si sia chiesto se occorresse attendere un altro personaggio dopo Gesù.

La sua domanda diventa l'occasione, per Gesù, di pronunciarsi direttamente per chiarire l'identità del suo precursore e la propria.
  • Arcangelo Bagni
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun dic 17, 2007 3:12 pm


      • Un Dio che invita a riorientare le nostre attese religiose
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Nella vita di ogni credente arriva il tempo nel quale la fede non appare più così chiara come si pensava che fosse: le situazioni della vita sembrano mettere tutto in discussione. E anche Dio sembra essere dalla parte opposta rispetto alle nostre inquietudini e sofferenze. Gli interrogativi diventano scandalo e dolore senza risposta.

È in un simile contesto che il nostro testo ci interpella e ci orienta a riscoprire, alla luce delle Scritture, il senso profondo di ciò che ci scandalizza. Infatti, c'è modo e modo di leggere la Scrittura. Tutti noi siamo tentati - come il Battista, come i discepoli - di avere un'idea di Dio che non siamo disposti a mettere in discussione, vorremmo anzi che Dio la confermasse.

Occorre allora riprendere in mano la Scrittura per comprendere a fondo la logica con la quale Dio guida la storia.

Abbiamo notato che la lettura della Scrittura fatta da Giovanni non coincideva con quella attuata da Gesù. E il motivo della diversità di lettura sta proprio nel fatto che dalle parole e dalle azioni di Gesù emerge un volto di Dio che illumina le Scritture che precedono la storia di Gesù.

È il Dio di Gesù che illumina il volto di Dio annunciato dai profeti. E il Dio di Gesù è un Dio che condivide la storia degli uomini fino in fondo.

Gesù vivrà lo scandalo per eccellenza: egli, il Messia, verrà appeso al legno della croce e deriso. Un Messia crocifisso, scandalo e smentita di tante attese religiose! Ma solo lo scandalo vissuto fino in fondo, mantenendo viva la fede nel Dio della Promessa, ci permette di leggere lo stesso scandalo come rivelazione.

Per il credente esso diventa la possibilità di incontrare un "Dio diverso": un Dio che parla nel silenzio, un Dio che cambia il mondo scegliendo quelli che non contano nulla per il mondo stesso, un Dio che si propone e non si impone.

Un Dio che, facendosi uomo, riconsegna all'uomo la possibilità di comprendere che è innanzitutto e prima di tutto Dio che va alla ricerca dell'uomo. Non più l'uomo rivolto a Dio, ma un Dio rivolto all'uomo affinché l'uomo possa guardare a Dio diversamente. Sono in gioco il senso della vita umana e il volto del Dio di Gesù.
  • Arcangelo Bagni
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun dic 17, 2007 3:15 pm

      • Immagine
        • Signore, vieni a salvarci,
          rendici capaci di gioire insieme ai più poveri
          di ogni piccolo passo avanti,
          di sostenere ogni fatica.

          Stai vicino a chi è più solo e scoraggiato,
          dacci occhi per vedere,
          orecchie per ascoltare,
          un cuore aperto all’Amore.
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » mer dic 19, 2007 2:47 pm


      • Udienza di mercoledì 19 dicembre 2007 - Nascita di Cristo
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Cari fratelli e sorelle!

In questi giorni, via via che ci avviciniamo alla grande festa del Natale, la liturgia ci sprona a intensificare la nostra preparazione, ponendoci a disposizione molti testi biblici dell’Antico e del Nuovo Testamento, che ci stimolano a ben focalizzare il senso e il valore di questa annuale ricorrenza. Se da una parte il Natale ci fa commemorare il prodigio incredibile della nascita del Figlio Unigenito di Dio dalla Vergine Maria nella grotta di Betlemme, dall’altra ci esorta anche ad attendere, vegliando e pregando, lo stesso nostro Redentore, che nell’ultimo giorno “verrà a giudicare i vivi e i morti”. Forse noi oggi, anche noi credenti, aspettiamo realmente il Giudice; tutti però aspettiamo giustizia. Vediamo tanta ingiustizia nel mondo, nel nostro piccolo mondo, nella casa, nel quartiere, ma anche nel grande mondo degli Stati, delle società. E aspettiamo che sia fatta giustizia. La giustizia è un concetto astratto: si fa giustizia. Noi aspettiamo che venga in concreto chi può fare giustizia. Ed in questo senso preghiamo: Vieni, Signore, Gesù Cristo come Giudice, vieni secondo il modo tuo. Il Signore sa come entrare nel mondo e creare giustizia. Preghiamo che il Signore, il Giudice, ci risponda, che realmente crei giustizia nel mondo. Aspettiamo giustizia, ma questo non può essere solo l’espressione di una certa esigenza nei confronti degli altri. Aspettare giustizia nel senso cristiano indica soprattutto che noi stessi cominciamo a vivere sotto gli occhi del Giudice, secondo i criteri del Giudice; che cominciamo a vivere in presenza sua, realizzando la giustizia nella nostra vita. Così, realizzando la giustizia, mettendoci alla presenza del Giudice, aspettiamo nella realtà la giustizia. E questo è il senso dell’Avvento, della vigilanza. Vigilanza dell’Avvento vuol dire vivere sotto gli occhi del Giudice e preparare così noi stessi e il mondo alla giustizia. In questo modo, quindi, vivendo sotto gli occhi del Dio-Giudice, possiamo aprire il mondo alla venuta del suo Figlio, predisporre il cuore ad accogliere “il Signore che viene”. Il Bambino, che circa duemila anni or sono i pastori adorarono in una grotta nella notte di Betlemme, non si stanca di visitarci nella vita quotidiana, mentre come pellegrini siamo incamminati verso il Regno. Nella sua attesa il credente si fa allora interprete delle speranze dell'intera umanità; l’umanità anela alla giustizia e così, benché spesso in modo inconsapevole, aspetta Dio, aspetta la salvezza che solo Dio può donarci. Per noi cristiani questa attesa è segnata dalla preghiera assidua, come ben appare nella serie particolarmente suggestiva di invocazioni che ci vengono proposte, in questi giorni della Novena di Natale, sia nella Messa, nel canto al Vangelo, sia nella celebrazione dei Vespri, prima del cantico del Magnificat.

Ciascuna delle invocazioni, che implorano la venuta della Sapienza, del Sole di giustizia, del Dio-con-noi, contiene una preghiera rivolta all'Atteso delle genti, affinché affretti la sua venuta. Invocare il dono della nascita del Salvatore promesso, significa però anche impegnarsi a prepararne la strada, a predisporne una degna dimora non soltanto nell'ambiente attorno a noi, ma soprattutto nel nostro animo. Lasciandoci guidare dall’evangelista Giovanni, cerchiamo pertanto di volgere in questi giorni la mente e il cuore al Verbo eterno, al Logos, alla Parola che si è fatta carne e dalla cui pienezza abbiamo ricevuto grazia su grazia (cfr 1,14.16). Questa fede nel Logos Creatore, nella Parola che ha creato il mondo, in Colui che è venuto come Bambino, questa fede e la sua grande speranza appaiono oggi purtroppo lontane dalla realtà della vita vissuta ogni giorno, pubblica o privata. Questa verità pare troppo grande. Noi stessi ci arrangiamo secondo le possibilità che troviamo, almeno così sembra. Ma in questo modo il mondo diventa sempre più caotico ed anche violento: lo vediamo ogni giorno. E la luce di Dio, la luce della Verità, si spegne. La vita diventa oscura e senza bussola.

Quanto è allora importante che noi siamo realmente credenti e da credenti riaffermiamo con forza, con la nostra vita, il mistero di salvezza che reca con sé la celebrazione del Natale di Cristo! A Betlemme si è manifestata al mondo la Luce che illumina la nostra vita; ci è stata rivelata la Via che ci conduce alla pienezza della nostra umanità. Se non si riconosce che Dio si è fatto uomo, che senso ha festeggiare il Natale? La celebrazione diventa vuota. Dobbiamo innanzitutto noi cristiani riaffermare con convinzione profonda e sentita la verità del Natale di Cristo, per testimoniare di fronte a tutti la consapevolezza di un dono inaudito che è ricchezza non solo per noi, ma per tutti. Scaturisce di qui il dovere dell’evangelizzazione che è proprio la comunicazione di questo “eu-angelion”, di questa “buona notizia”. È quanto è stato richiamato di recente dal documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, denominato Nota Dottrinale su alcuni aspetti dell’Evangelizzazione, che desidero consegnare alla vostra riflessione ed al vostro approfondimento personale e comunitario.

Cari amici, in questa ormai immediata preparazione al Natale la preghiera della Chiesa si fa più intensa, affinché si realizzino le speranze di pace, di salvezza, di giustizia di cui ancora oggi il mondo ha urgentemente bisogno. Chiediamo a Dio che la violenza sia vinta dalla forza dell'amore, le contrapposizioni cedano il posto alla riconciliazione, la volontà di sopraffazione si trasformi in desiderio di perdono, di giustizia e di pace. L'augurio di bontà e di amore che ci scambiamo in questi giorni raggiunga tutti gli ambiti del nostro vivere quotidiano. La pace sia nei nostri cuori, perché si aprano all'azione della grazia di Dio. La pace abiti nelle famiglie e possano trascorrere il Natale unite davanti al presepe e all'albero addobbato di luci. Il messaggio di solidarietà e di accoglienza che proviene dal Natale, contribuisca a creare una più profonda sensibilità verso le vecchie e le nuove forme di povertà, verso il bene comune, a cui tutti siamo chiamati a partecipare. Tutti i membri della comunità familiare, soprattutto i bambini, gli anziani, le persone più deboli, possano sentire il calore di questa festa, che si dilati poi per tutti i giorni dell'anno.

Il Natale sia per tutti festa della pace e della gioia: gioia per la nascita del Salvatore, Principe della pace. Come i pastori, affrettiamo fin d’ora il nostro passo verso Betlemme. Nel cuore della Notte Santa anche noi potremo allora contemplare il «Bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia», insieme con Maria e Giuseppe (Lc 2,12.16). Chiediamo al Signore di aprire il nostro animo, perché possiamo entrare nel mistero del suo Natale. Maria, che ha donato il suo grembo verginale al Verbo di Dio, che lo ha contemplato bambino tra le sue braccia materne, e che continua ad offrirlo a tutti quale Redentore del mondo, ci aiuti a fare del prossimo Natale un’occasione di crescita nella conoscenza e nell’amore di Cristo. E' questo l'augurio che formulo con affetto a tutti voi, qui presenti, alle vostre famiglie e a quanti vi sono cari.

Buon Natale a voi tutti!
  • Benedetto XVI
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven dic 21, 2007 4:09 pm

      • ImmagineBeata Colei che ha creduto

        Maria è beata, come sua cugina Elisabetta le ha detto, non soltanto perché Dio ha posato il suo sguardo su di lei, ma perché lei ha creduto. La sua fede è il frutto più bello della bontà divina. Eppure è stato necessario che lo Spirito Santo, con arte ineffabile venga su di lei, perché una tale grandezza d’animo si unisca a una tale umiltà, nel segreto del suo cuore verginale.

        L’umiltà e la grandezza d’animo di Maria, come la sua verginità e la sua fecondità, sono simili a due stelle che si illuminano a vicenda. In Maria infatti, la profondità dell’umiltà non nuoce in nulla alla generosità dell’anima, e reciprocamente. Mentre Maria giudicava così umilmente se stessa, non è stata per questo meno generosa nel suo credere alla promessa che le veniva fatta dall’angelo. Colei che considerava se stessa solo come povera serva, non ha assolutamente dubitato di essere stata chiamata a così incomprensibile mistero, a così prodigiosa unione, a così insondabile segreto. Ha creduto senz’indugio che stava veramente per diventare la madre di Dio fatto uomo.

        È la grazia di Dio ad operare questa meraviglia nel cuore dei suoi eletti; l’umiltà non li rende paurosi e timorosi, non più che la loro generosità d’animo li rende superbi. Al contrario, nei santi, queste due virtù si rafforzano l’un l’altra; la grandezza d’animo non soltanto non apre la porta a nessuna superbia, ma è proprio questa a favorire un ingresso più profondo nel mistero dell’umiltà; infatti, coloro che sono più generosi nel servizio di Dio sono anche più penetrati dal timore del Signore e più riconoscenti dei doni ricevuti. Reciprocamente, quando l’umiltà è in gioco, nessuna fiacchezza può farsi strada nell’anima. Quanto meno uno è solito presumere delle proprie forze, persino nelle cose più piccole, tanto più si affida alla potenza di Dio, persino nelle cose più grandi..

        • San Bernardo
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Messaggio da miriam bolfissimo » gio dic 27, 2007 3:17 pm


      • Angelus - IV Domenica di Avvento, 23 dicembre 2007
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Cari fratelli e sorelle!

Solo un giorno separa questa quarta Domenica di Avvento dal santo Natale. Domani notte ci raduneremo per celebrare il grande mistero dell’amore, che non finisce mai di stupirci: Dio si è fatto Figlio dell’uomo perché noi diventiamo figli di Dio. Durante l’Avvento, dal cuore della Chiesa si è levata spesso un’implorazione: "Vieni, Signore, a visitarci con la tua pace, la tua presenza ci riempirà di gioia". La missione evangelizzatrice della Chiesa è la risposta al grido "Vieni, Signore Gesù!", che percorre tutta la storia della salvezza e che continua a levarsi dalle labbra dei credenti. Vieni, Signore, a trasformare i nostri cuori, perché nel mondo si diffondano la giustizia e la pace! Questo intende richiamare la Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione, appena pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Il Documento si propone, in effetti, di ricordare a tutti i cristiani – in una situazione in cui spesso non è più chiara nemmeno a molti fedeli la stessa ragione d’essere dell’evangelizzazione – che "l’accoglienza della Buona Novella nella fede, spinge di per sé" (n. 7) a comunicare la salvezza ricevuta in dono.

Infatti, "la Verità che salva la vita – che si è fatta carne in Gesù – accende il cuore di chi la riceve con un amore verso il prossimo che muove la libertà a ridonare ciò che si è gratuitamente ricevuto" (ibid.). Essere raggiunti dalla presenza di Dio, che si fa vicino a noi nel Natale, è un dono inestimabile. Dono capace di farci "vivere nell’abbraccio universale degli amici di Dio" (ibid.), in quella "rete di amicizia con Cristo, che collega cielo e terra" (ibid., 9), che protende la libertà umana verso il suo compimento e che, se vissuta nella sua verità, fiorisce "in un amore gratuito e colmo di premura per il bene di tutti gli uomini" (ibid., 7). Nulla è più bello, urgente ed importante che ridonare gratuitamente agli uomini quanto gratuitamente abbiamo ricevuto da Dio! Nulla ci può esimere o sollevare da questo oneroso ed affascinante impegno. La gioia del Natale, che già pregustiamo, mentre ci colma di speranza, ci spinge al tempo stesso ad annunciare a tutti la presenza di Dio in mezzo a noi.

Modello impareggiabile di evangelizzazione è la Vergine Maria, che ha comunicato al mondo non un’idea, ma Gesù, Verbo incarnato. InvochiamoLa con fiducia, affinché la Chiesa annunci, anche nel nostro tempo, Cristo Salvatore. Ogni cristiano ed ogni comunità sentano la gioia di condividere con gli altri la Buona Notizia che "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito … perché il mondo si salvi per mezzo di lui" (Gv 3,16-17). E’ questo il senso autentico del Natale, che sempre dobbiamo riscoprire e intensamente vivere.
  • Benedetto XVI
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Messaggio da miriam bolfissimo » gio dic 27, 2007 3:31 pm


      • Una paternità nella linea della novità di Dio
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L’interrogativo al quale la pagina di Matteo (1,18-25) vuole rispondere: come può Gesù essere discendente di Davide, se Giuseppe - di stirpe davidica - non ha avuto parte nella sua generazione? La risposta: Dio interviene per inserire Gesù nella discendenza davidica invitando Giuseppe ad accogliere Maria nella sua casa e a riconoscere il figlio imponendogli il nome. Il collegamento con Abramo e Davide è così instaurato, anche se al di fuori dei legami di sangue. Ci troviamo, dunque, di fronte ad una pagine di densa teologia. Quattro sottolineature per cogliere la densità della riflessione di Matteo.
  • Le vie di Dio: oltre i progetti dell'uomo
La prima: il compimento delle Scritture. Matteo vuoi far comprendere ai cristiani provenienti dal mondo giudaico che Gesù è veramente il "figlio di Davide" atteso. Si comprende allora perché la paternità di Giuseppe possa sollevare perplessità: come può questo figlio di Giuseppe essere il Messia (cf Gv 6,42)? Ricorrendo alla genealogia e richiamando le Scritture, Matteo spiega come Gesù sia il compimento della promessa fatta a Davide dal profeta Natan (2 Sam 7,12-16) proprio grazie a Giuseppe. Dio non abbandona la "casa di Davide". Così il re Acaz, intimorito di fronte ai suoi nemici, è invitato ad avere coraggio e il profeta Isaia gli ricorda la promessa fatta a Davide: la nascita del figlio è segno che Dio resta con il suo popolo (cf Is 7,14). Matteo vede nella nascita di Gesù la definitiva realizzazione della parola del profeta.
La seconda: il ruolo di Giuseppe. Egli permette a Gesù di entrare nella discendenza davidica. L'angelo del Signore che appare in sogno a Giuseppe non ha lo scopo di far sì che Giuseppe ritorni sulle proprie decisioni; egli conferisce a Giuseppe una missione decisiva: permettere a Gesù di entrare nella discendenza davidica. Ma Giuseppe non è l'ombra di Maria. Egli è "l'uomo giusto", cioè pienamente disponibile ad accogliere la divina Rivelazione circa l'origine divina di Gesù e ad attuare la sua parte di padre legale del bambino nato da Maria. In questo contesto più ampio l'appellativo di "giusto" rivela una nuova e più profonda dimensione. Si passa dal significato di "giusto" nel senso etico-legale a quello di "giusto" inteso dall'evangelista: colui che compie pienamente la divina volontà rivelata per mezzo di Gesù.
  • Un Dio alla ricerca dell'uomo
La terza: Gesù è "Emmanuele/Dio con noi". Fin dall'inizio l'evangelista ci offre così un criterio di lettura di tutta la vicenda di Gesù. Egli è certamente "figlio di Davide", ma il suo messianismo non sarà nella linea della potenza davidica. Con l'incarnazione del figlio di Dio, il popolo di Dio si rinnova e si apre a tutti ,(Mt 2,1-12).
La quarta: la maternità miracolosa di Maria. Non appare il dato centrale del testo. Matteo infatti non si attarda a spiegarla o a giustificarla. Egli sembra dare per scontato il fatto. E siamo in grado di comprendere il perché: il Dio di Abramo ha compiuto cose grandi nella vicenda di Israele e ha dimostrato di essere il Signore della storia. Egli allora può intervenire per compiere cose grandi a favore del suo popolo. Siamo in grado a questo punto di comprendere l'unità del primo capitolo di Matteo. L'inizio ("Libro dell'origine di Gesù-Cristo, figlio di Davide, figlio di Àbramo" (cf 1,1) e la fine ("senza che egli l'avesse conosciuta, ella partorì un figlio, al quale egli pose il nome di Gesù" cf 1,25) esprimono tutto il mistero dell'origine di Gesù. "Chi è Gesù?" e "Come è venuto al mondo?': queste sono le due domande alle quali Matteo risponde con il primo capitolo. Gesù Cristo non è solo la risultante di un processo storico, ma il dono di Dio e il segno definitivo della sua fedeltà. Giuseppe è l'uomo giusto, il modello del credente, chiamato a testimoniare la fedeltà di Dio, riconoscendo in Gesù l'Emmanuele che realizza definitivamente la promessa profetica.
Il cammino dell'Avvento ci sta per introdurre alla celebrazione del Natale: Dio si fa uomo con gli uomini. E per sempre. Una solidarietà oltre il peccato dell'uomo, un'ostinazione nell'amore che sa andare oltre ogni rifiuto o perplessità dell'uomo. Il Dio di Gesù è il Dio dell'inaudita novità: un Dio che va incontro all'uomo, per primo e gratuitamente. Un Dio che si dona oltre ogni aspettativa umana.
  • Arcangelo Bagni
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Messaggio da miriam bolfissimo » gio dic 27, 2007 3:32 pm

      • Immagine
        • Signore, aiutaci a leggere i segni di Dio:
          Gesù nasce Bambino e rinnova la terra.

          Ogni fatica, ogni dolore
          vengono illuminate da Te.

          Vieni , Signore, Maranatha!
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