Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Omelie di Monsignor Antonio Riboldi e altri commenti alla Parola, a cura di miriam bolfissimo

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » ven mag 23, 2008 9:26 am

      • Omelia del giorno 25 Maggio 2008

        Corpus Domini (Anno A)



        Che grande dono l’Eucarestia!
“Prendete e mangiate questo è il mio corpo”: ogni volta che devo anche solo parlare di questo incredibile dono di Gesù mi sento davvero confuso, incapace di esprimere con parole ciò che è affidato alla fede e si gusta nel riceverlo nell’Eucarestia.

Il Padre, quando ama - e ama sempre con totale fedeltà - toglie ogni confine all’ amore e lo veste di infinito, come del resto è nella natura del vero Amore, che è Dio stesso e di cui ci fa partecipi creandoci. Il Padre, per dirci quanto ci vuole bene, ci ha fatto dono del Figlio, Gesù.

E Gesù volle essere con noi, uno di noi, per trentatrè anni. Ogni istante era il grande gesto del Padre che ci ama. Ma il Suo Amore non poteva che essere dono: dono della Sua Presenza, dono della Sua Parola, dono della Sua Vita. Fino in fondo, sulla croce. Ha davvero dato tutto e ha voluto che questo dono arrivasse a ciascuno di noi concretamente. Lo fa - Lui, il Risorto, il Vivente -, non solo con la Sua Presenza reale vicino a ciascuno di noi, anche quando gli sbattiamo la porta in faccia, ma soprattutto con il dono della Sua Vita, il Suo Corpo e Sangue.

E così c’è chi ‘vive’ di Gesù ogni giorno con il ricevere la Santa Comunione, chi vive gustando la Sua Presenza, contemplandolo nell’adorazione, chi fa della Sua Presenza un sorriso da paradiso amando tutti. Davvero sono queste anime che hanno il potere di trasmetterci ‘il sorriso di Dio’, qui, anche nelle più grandi sofferenze.

C’era un tempo in cui l’Eucarestia era celebrata nelle parrocchie con una solennità particolare, che diveniva festa di tutto il paese, ornato per la processione. Con quale emozione ricordo quei momenti vissuti da piccolo! E mi viene da chiedermi la ragione della noncuranza di troppi, oggi, che si dicono cristiani, ma evitano la Messa e la Comunione, come fosse un peso ed una noia, o addirittura un tempo perso! Perché si è giunti a questo?

Il grande Giovanni Paolo II, davvero esperto di Eucaristia, volle farci dono del suo magistero con una Enciclica, scritta nel 2003, intitolata ‘Chiesa ed Eucarestia’. Ogni volta la leggo ho presente il suo estasiarsi nella celebrazione della S. Messa, avendo avuto più volte la grazia di concelebrare con Lui. Così scrive:
  • “Quando penso all’Eucarestia, guardando alla mia vita di sacerdote, di vescovo, di Successore di Pietro, mi viene spontaneo ricordare i tanti momenti, i tanti luoghi in cui mi è stato concesso di celebrare. Ricordo la Chiesa parrocchiale di Neiegowic, dove svolsi il mio primo incarico pastorale, la collegiata di san Floriano a Cracovia, la cattedrale di Wawel, la basilica di S. Pietro e le tante basiliche e chiese di Roma e del mondo intero. Ho potuto celebrare la santa Messa in cappelle poste sui sentieri di montagna, sulle sponde di laghi, sulle rive del mare: l’ho celebrata su “altari costruiti negli stadi, nelle piazze delle città. Questo scenario così variegato delle mie celebrazioni eucaristiche me ne fa sperimentare fortemente il carattere universale e, per così dire, cosmico. Sì, cosmico. Perché anche quando viene celebrata sul piccolo altare di una chiesa di campagna, l’Eucarestia è sempre celebrata, in certo senso, sull’altare del mondo. Davvero questo è il mistero della fede che si realizza nell’Eucarestia: il mondo uscito dalle mani di Dio creatore del mondo, torna a Lui redento da Cristo” (n. 8).
Chi comprende ed entra in questo grande atto di amore di Dio, che è l’Eucarestia, comprende come questa diventi la gioia della vita. E non ne può fare a meno.

Ho un ricordo. I giorni successivi al terremoto a Santa Ninfa, quando le necessità della gente non lasciavano spazio, mi trovavo un pomeriggio in un locale a comporre i corpi dei morti del terremoto. Un atto di carità che richiedeva un grande equilibrio, che solo lo Spirito sa infondere. Mentre stavo compiendo questo atto di pietà, venne un ‘delegato’ ‘di Paolo VI a portare la piena solidarietà del Santo Padre. Vedendomi sporco e trafelato mi chiese: “Che posso fare? Cosa le manca ora?”. Senza esitazioni gli risposi: “Mi manca una sola cosa, per me importante: la Santa Messa. Ora la carità mi impegna tutto. Ma fa Messa è quanto più mi manca, come l’aria che qui non si respira”. Il giorno dopo, non resistendo, la celebrai in mezzo ad un prato, circondato dai fedeli che, con il terremoto, avevano perso tutto. E fu la Messa più vera, da cui tutti i presenti raccolsero l’amore alla vita da ricostruire.

Così Gesù presenta il dono dell’Eucarestia. A quanti, dopo la moltiplicazione dei pani, lo avevano ‘inseguito’, aspettandosi chissà cosa, dice:
  • “Voi mi cercate, ma non per i segni miracolosi! Ve lo dico io: voi mi cercate solo perché avete mangiato il pane e vi siete levata la fame. Non datevi da fare per il cibo che si consuma e si guasta, ma per il cibo che dura e conduce alla vita eterna. Io sono il pane che dà la vita eterna. I vostri antenati, nel deserto, mangiarono la manna poi morirono ugualmente. Invece il pane disceso dal cielo è diverso: chi ne mangia non morirà. Io sono il pane, quello vivo venuto dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà per sempre. Il pane che io gli darò è il mio corpo dato perché il mondo abbia la vita. Chi mangia la mia carne e bève il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.
E qui c’è il racconto dello ‘scandalo’ dei suoi avversari, che oggi possiamo essere noi.
  • “Gli avversari di Gesù si “misero a discutere tra di loro: Come può darci il suo corpo da mangiare? Molti discepoli, sentendo parlare Gesù così, dissero: Adesso esagera! Chi può ascoltare cose simili? Da quel momento molti discepoli di Gesù si tirarono indietro e non andavano più con lui. Allora Gesù domandò ai dodici: Forse volete andarvene anche voi? Simon Pietro gli rispose: Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole i vita eterna. E ora noi crediamo e sappiamo che tu sei quello che Dio ha mandato” (Gv. Cap. 6).
Facile immaginare la profonda tristezza di Gesù, che si vede rifiutato, nel momento stesso in cui annunciava la sua volontà di darsi in cibo a noi...e Dio solo sa quanto il suo dono sia necessario per una vita piena, gioiosa, eterna!

Di questo Pane noi abbiamo tanto bisogno, eppure davanti all’Eucarestia, da insensati, ci tiriamo indietro. Basta guardare in che conto è tenuto il grande Miracolo, l’immenso Dono che Dio ci fa, ogni volta che si celebra la Santa Messa, là dove oggi, noi possiamo ‘mangiare il Corpo e bere il Sangue di Gesù! Poteva mai Dio entrare più profondamente nella nostra difficile e ingarbugliata vita?

Eppure, a cominciare da noi vescovi o sacerdoti, quando celebriamo la Messa, ci prende una tristezza senza fine, nel vedere come troppi la fuggano, considerandola ‘tempo perso’, ‘roba da vecchiette’. Mi diceva un uomo: ‘Vuole che rinunci, la domenica, alla scampagnata, per una Messa? Non ne vale la pena!’ Era convinto che il ‘pane’ vero fosse quello della tavola, non quello di Gesù. Forse anche noi preti non diamo alla Messa quel senso di festa che è, riducendola , a volte, a un ‘fatto sbrigativo’, qualcosa che si deve fare come cristiani.

E fa tanta tristezza – lo dico sinceramente - a volte assistere a Messe che nulla hanno della ‘bellezza che contiene’, sapendo che è lì che Dio esprime concretamente quanto ci ama, non riducendo l’amore ad una parola, solo suono, ma facendosi ‘carne’. Bisognerebbe che tutti ci interrogassimo sul come accogliamo il Dono del ‘pane del cielo’ e chiederci se ne sentiamo la dolce necessità, come l’aria del cuore, o se avvertiamo di avere un cuore pieno di altro, che non fa posto al Cielo. Così San Giustino racconta l’Eucarestia nelle prime comunità cristiane:
  • “Gli apostoli nelle memorie da loro lasciate e chiamate vangeli, ci hanno tramandato che Gesù così ha comandato: ‘Preso il pane e rese grazie egli disse: Fate questo in memoria di me. Questo è il mio corpo. E allo stesso modo, preso il calice e rese grazie disse: Questo è il mio sangue e lo diede loro. da allora noi facciamo sempre memoria di questo fatto nelle nostre assemblee. Nel giorno, detto del Sole (la domenica, giorno del Signore) si fa l’adunanza. Tutti coloro che abitano in città o in campagna, convengono nello stesso luogo e si leggono le memorie degli Apostoli o gli scritti dei Profeti per quanto il tempo lo permette. Poi quando il lettore ha finito; colui che presiede rivolge parole di ammonimento e di esortazione, che incitano a imitare gesta così belle. Quindi tutti insieme ci alziamo ed eleviamo preghiere e finito di pregare, viene recato pane, vino e acqua. Allora colui che presiede formula la preghiera di lode e di ringraziamento con tutto il fervore e l’assemblea acclama: Amen! Infine a ciascuno dei presenti si distribuiscono gli elementi sui quali furono rese grazie, mentre i medesimi sono mandati agli assenti per mano dei diaconi. Alla fine coloro che hanno in abbondanza, e lo vogliono, danno a loro piacimento quanto credono. Ciò che viene raccolto è deposto presso colui che presiede ed egli soccorre gli orfani e le vedove e coloro che per malattia o per altra ragione sono nel bisogno, quindi anche a coloro che sono in carcere e i pellegrini che giungono da fuori. In una parola si prende cura di tutti i bisognosi” (da Apologia a favore dei primi cristiani).
Quale grande differenza, purtroppo, tra le Messe dei primi fratelli nella fede e noi, oggi. Allora sì che la Messa era grande festa! Forse che non può ridiventarle anche per noi? Accogliamo le parole con cui Giovanni Paolo II chiude l’Enciclica sull’Eucarestia:
  • “Mettiamoci, carissimi fratelli e sorelle, alla scuola dei santi, grandi interpreti della vera pietà eucaristica. In loro la teologia del’Eucarestia acquista tutto lo splendore del vissuto che ci ‘contagia’, ci ‘riscalda’. Di essi l’Eucarestia costituisce qui in terra il pegno e in qualche modo fanticipazione: ‘Vieni, Signore Gesù!’.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » gio mag 29, 2008 8:39 am

      • Omelia del giorno 1 Giugno 2008

        IX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Non basta dire: “Signore, Signore!”
Questa domenica apre il mese di Giugno, che la pietà dei cristiani dedica al Sacro Cuore. Dio vuole farci partecipi di quanto ci vuole bene: un bene incredibile! E ogni volta viene da domandarci: “Come mai non ci facciamo travolgere da questo Amore, che parte addirittura da Dio, noi, che siamo così facili a farci coinvolgere da sentimenti o amicizie, che, il più delle volte, sono fragili, quando non ci lasciano con l’amaro in bocca?

Pare incredibile che noi uomini non riusciamo a farci ‘catturare’ dall’Amore infinito che Dio, gratuitamente, ci offre e davvero è l’unica nostra piena felicità e realizzazione. Noi abbiamo nulla da offrire a Dio e ci viene da chiedere perché Dio ci voglia così tanto bene. La ragione è semplice, e la dovremmo avere scritta nel cuore della vita.

Noi siamo Sue creature, Suoi figli, tanto che per riscattarci dall’inferno, in cui ci siamo cacciati, rifiutando di lasciarci amare da Lui, ha addirittura donato Suo Figlio, Gesù, che ci ha riportati a Lui con la Sua vita, morte e resurrezione, per tornare a occupare quel Cuore, che è il solo senso della nostra esistenza.

Quante volte, osservando il nostro tempo o, se volete, tutti i tempi degli uomini, ieri ed oggi, constatiamo come portino il segno del ‘rifiuto del Bene’! Come anche sperimentiamo che ci accompagna nella vita lo scoprirsi ‘nudi’, ossia ‘soli’, senza più nessuno che ami e doni una felicità, che sembrava a portata di mano. Eppure… “Uomo dove sei?” è il grido del Padre, che arriva anche a noi, chissà quante volte! E la risposta è sempre la stessa: “Mi sono nascosto, perché sono nudo”. Una nudità insopportabile, che crea quelle tante angosce, drammi e depressioni di cui è conferma la cronaca quotidiana. Non si può vivere ‘nudi’! Noi siamo stati creati per essere rivestiti dall’Amore. È questa la gioia più vera e profonda, che l’uomo possa provare.

Basterebbe ‘leggere’ la vita dei santi, pervasa da questa Gioia immensa, anche nelle difficoltà e sofferenze, tanto da poter dire che la loro esistenza è ‘amore che, dal Cuore di Dio, si diffonde sulla terra’.

Basterebbe pensare alla serenità di Madre Teresa di Calcutta, immersa nelle miserie umane, diventata luce per tutta l’umanità, come per tutti i Santi...fino alla gioia di dare la vita nel martirio. Quanta gente, da prete, da vescovo, ho incontrato, conosciuto, ammirato per la grande serenità, anche se erano poveri, malati. La risposta che mi davano, riguardo alla loro felicità, era sempre la stessa: “La mia gioia è Dio e con Lui i miei fratelli. Voglio nulla, desidero nulla. Mi basta solo sapermi amata ed amare!”. Parole di una donna completamente disabile. Incredibile!

Forse noi abbiamo della natura dell’amore un concetto ‘pubblicitario’, ‘un evento da gossip’, come sono le inutili e vuote chiacchiere di tante riviste o reality. Ma, quando l’amore ama, si circonda di silenzio e si manifesta nel guardarsi ‘dentro’. L’amore si offre in punta di piedi, con delicatezza, per lasciare spazio alla libertà di accoglierlo o rifiutarlo. Meraviglioso e impegnativo l’amore vero!

E la Chiesa vuole farcelo vivere, in questo mese di giugno, dedicato proprio al Sacro Cuore. Dice Paolo VI, commentando questo mistero liturgico:
  • “E’ infatti essenziale al disegno della rivelazione cristiana la scoperta, a noi fatta da Dio, e da noi, se attenti, se disponibili, a tale folgorazione accolta e goduta, che Dio è Amore e come tale si è manifestato, svelando il segreto già presente, ma rimasto misterioso e quasi muto nella creazione naturale, perché l’amore di Dio, in Cristo, assume un linguaggio comprensibile, se pure incommensurabile, al nostro cuore umano: ‘Cristo ha amato me ed ha sacrificato se stesso per me’, così sintetizza S. Paolo il dramma della redenzione. È travolgente se abbiamo capito. Mi vengono in mente le parole dei mistici: ‘Il cuore parla al cuore’, per il carattere personale di tali atti spirituali, per la loro interiorità, per la loro semplicità e discrezione, per la loro evidente sincerità. Il Cuore di Cristo batte ancora e suscita l’entusiasmo di tanti cuori.
    La Chiesa avverte la pulsazione di questi cuori, che certo prelude ad una accelerazione della carità nel mondo moderno. Ah! lo comprendessero gli uomini del nostro tempo! Il mondo moderno, nelle sue maggiori esigenze, sia spirituali, che morali e sociali, ha bisogno di amore, che vuol dire superamento di ogni sentimento che lo rende infelice, e preludio di ogni cosa grande, buona, umana, di cui esso è più che mai oggi capace e forse inconsciamente desideroso” (Paolo VI, 8 giugno 1978).
Non resta che fare spazio, nella fede e nella preghiera, a tanto Dono del Padre e farsi amare. Ritroveremo la gioia! E’ davvero tagliente la Parola che Gesù, oggi, ci offre. Ci pone di fronte il concetto di ‘saggezza e stoltezza, agli occhi di Dio’.
  • “In quel tempo - scrive l’evangelista Matteo - Gesù disse ai suoi discepoli: Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio, che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, noi abbiamo profetato nel tuo nome e scacciamo demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome. Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti: allontanatevi da me, voi operatori di iniquità.
    Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile ad un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti, e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde perché era fondata sulla roccia.
    Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile ad un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande” (Mt 7,21-27).
È la risposta di Gesù al nostro modo di vivere il Vangelo, a volte, solo a fior di pelle, ossia superficialmente. E, quando la nostra vita cristiana è superficiale, assomiglia tanto a quella casa costruita sulla sabbia. Basta poco per spazzare via il nostro rapporto vivo con Dio.

Tutti sappiamo come la vita è un continuo alternarsi di ‘gioie e speranze, ma anche di sofferenze ed angosce’. Ci sono momenti in cui tutto ci pare vada bene - almeno secondo il nostro modo di interpretare la vita-. Per tanti ‘l’andare bene’ è riferito agli affari, alla salute buona e via dicendo. Un linguaggio che non sfiora neppure il vero volto di una vita con lo sguardo fisso a Dio, tesa a compiere la Sua volontà in ogni attimo. Nella sua illuminata visita, che il Santo Padre fece negli USA, ha posto domande inquietanti, rivolte a noi tutti:
  • “Che cosa significa parlare della protezione dei bambini, quando la pornografia e la violenza possono essere guardate in così tante case attraverso i mass media, ampiamente disponibili oggi? A quanti giovani è stata offerta una mano che nel nome della libertà e dell’esperienza, li ha guidati all’assuefazione agli stupefacenti, alla confusione orale o intellettuale, alla violenza, alla perdita del rispetto di se stessi, anzi, alla disperazione e, così, tragicamente al suicidio?”.
E ancora ci chiede:
  • “E’ forse coerente professare la nostra fede in Chiesa e poi, lungo la settimana, promuovere pratiche di affari o procedure mediche contrarie alla fede?”.
Bruciano queste parole in chi di noi neppure si sforza di avere quella coerenza tra fede e vita, di cui oggi parla Gesù: “Non chi dice Signore, Signore...!”. Bello allora farsi coinvolgere dalle parole che, sempre il Santo Padre, rivolse ai giovani a Loreto:
  • “Di quanti messaggi, che vi giungono soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici! Non andate dietro all’onda prodotta da questa potente azione di persuasione. Non abbiate paura, cari amici, di preferire le vie ‘alternative’ indicate dall’amore vero: uno stile di vita sobrio e solidale, relazioni sincere e pure, l’interesse profondo per il bene comune. Non abbiate paura di apparire diversi e di venire criticati per ciò che può apparire perdente e fuori moda. I vostri coetanei e specialmente coloro che sembrano più lontani dalla mentalità e dai valori del Vangelo, hanno un profondo bisogno di vedere qualcuno che osi vivere secondo la pienezza di umanità manifestata da Gesù Cristo”.
Ed è proprio vero. Ricordo quanto disse un giorno, l’allora cardo Schuster ad alcuni giovani: “Il mondo quando vi vede uscire dalla Chiesa, non si impressiona, perché sembra che andare a Messa dica poco o nulla. E così guardando ai vostri oratori. Ma la gente quando vede passare un santo, ossia un cristiano - non perché lo dice, ma perché lo è - si ferma ed ammira.”

Come del resto facciamo noi quando incontriamo fratelli o sorelle che vivono fino in fondo la fede e la indossano come una veste lucente nella ordinarietà della vita. Hanno ‘qualcosa’ che sembra invitare a guardare ‘in Su’. Lo sappiamo tutti quanto è duro ed impegnativo vivere da veri cristiani. Ma per quella immensa gioia che si riceve, proprio ne vale la pena! Non resta che ascoltare e vivere quanto Mosè disse a nome di Dio:
  • “Mosè parlò al popolo dicendo: Porterete nel cuore e nell’anima queste mie parole. Ve le legherete alla mano come un segno e le terrete come un pendaglio tra gli occhi. Vedete, io pongo davanti a voi una benedizione e una maledizione: la benedizione, se obbedite ai comandi del Signore vostro Dio che oggi vi do; la maledizione, se non obbedite ai comandi del Signore vostro Dio e vi allontanate dalla via che io oggi vi ho prescritto” (Dt 11.18-26).
È bello allora chiedere a Gesù che la nostra fede sia salda come una casa costruita sulla roccia, con le parole di Madre Teresa: “Signore, tu sei la Vita che voglio vivere, la Luce che voglio riflettere, il Cammino che conduce al Padre, l’Amore che voglio amare, la Gioia che voglio condividere e seminare attorno a me. Gesù, Tu sei tutto per me. Ricordamelo: senza di Te non posso nulla”.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven giu 06, 2008 7:36 am

      • Omelia del giorno 8 Giugno 2008

        X Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Seguimi
Leggendo il Vangelo, ossia come Gesù ha interpretato la missione avuta dal Padre, per salvarci e per fare della sua vita un modello per tutti quanti Lo vorranno seguire, ci riempie di stupore come Egli si immerga nella folla, preferendo coloro che hanno più bisogno della sua opera di salvezza - potrei dire che la Sua Chiesa era la strada, dove si incontra l’uomo con tutte le sue problematiche - e con scelte, che ancora oggi ci interpellano, ‘chiama chi vuole a seguirLo da vicino, ossia a essere suo discepolo’.

È Gesù stesso che spiega il suo stile di missione tra la gente. Racconta Matteo:
  • “Gesù, passando, vide un uomo seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: Seguimi. Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori? Gesù li udì e disse: Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9,9-13).
Ogni parola, di questo breve brano di vita di Gesù tra di noi, è davvero una miniera di insegnamenti, come si fosse spezzato il velo della nostra ignoranza su Dio, e si svelasse il meraviglioso scenario che è aperto a tutti, incondizionatamente.

Sono parole che ci fanno un grande bene; da una parte per il modo con cui Dio chiama ciascuno di noi: ‘Seguimi’, dall’altra per la sua ricerca di chi ha più bisogno della Sua Misericordia, come poi più diffusamente spiegherà nella stupenda parabola del figlio prodigo o della pecorella smarrita.

Sono parole divine, che hanno il sapore della rugiada, su questo nostro tempo, che sa di deserto e implora acqua.

Sapete che ho una particolare passione per i commenti che Paolo VI faceva dei Vangeli. Certamente perché è il Papa che mi ha voluto vescovo, ma anche per l’incredibile attualità del suo pensiero, unita all’arte del comunicare con chiarezza e profondità, senza nulla togliere alle stupende lezioni di vita, che ci vengono da altri Pontefici, come Giovanni Paolo II e il nostro carissimo Papa, Benedetto XVI. Tutti sono stati, e sono, i grandi maestri di vita che, nei loro viaggi apostolici nel mondo, hanno fatto proprio lo stile di Gesù: andare tra la gente e portare la Lieta Novella. Così Paolo VI, in una omelia, interpretava il brano di Vangelo, che oggi la liturgia ci propone.
  • “Potremmo figurarci per comodità culturale, questo quadro così: lo scenario è la storia, questa nostra storia, questo nostro tempo, nel quale stiamo cercando i ‘segni dei tempi’; uno scenario diseguale, pieno di luci e di tenebre, devastato da raffiche d’uragano, che sembrano irresistibili, e da qualche brezza di primavera, di soffi dello Spirito, ‘che soffia dove vuole’. Su questo scenario tre personaggi: uno, che tutto lo occupa, la moltitudine incalcolabile degli uomini di oggi, crescenti, salienti, coscienti, come non lo erano mai stati, carichi di strumenti formidabili che danno loro potenza, che sa di prodigio, angelico o diabolico, salutare o micidiale, e che li rende dominatori della terra e del cielo e spesso schiavi di se stessi: sono giganti e barcollano deboli e ciechi, agitati e furiosi in cerca di quiete e di ordine, sapienti su ogni cosa e scettici su tutto, e sul proprio destino, sfrenati nella carne e folli nello spirito. Un carattere pare per tutti comune: sono infelici, manca loro qualcosa di essenziale. Chi li può avvicinare? Chi istruire sulle cose necessarie per la vita, quando tante ne conoscono di superflue? Chi li può interpretare e può sciogliere i dubbi che li tormentano? Chi svelare la propria vocazione che hanno implicita nel loro cuore? Sono l’umanità. Essa occupa tutta la scena, essa vi passa lentamente e tumultuosamente; è lei che fa la storia. Ma ecco un altro personaggio.

    Piccolo come una formica, debole. Egli cerca di farsi largo in mezzo alla marea della gente, tenta di dire una parola; si fa ostinato; cerca di farsi ascoltare e assume aspetto di maestro, di profeta; assicura di non proferire parole sue, ma una parola arcana e infallibile; una parola dai mille echi, che risuona nei mille linguaggi degli uomini. Ma ciò che più colpisce, dal confronto che si è prodotto con questa presenza, è la sproporzione.

    Ma il piccolo uomo è l’apostolo, il messaggero del Vangelo, è il testimone; in questo caso, sì, il Papa, che osa misurarsi con gli uomini. Il piccolo uomo, quando riesce ad ottenere un po’ di silenzio e qualche ascoltatore, parla con tono di certezza tutto suo; dice cose inconcepibili, misteri di un mondo invisibile, e più vicino il mondo divino, il mondo cristiano.

    Alcuni ridono, altri gli dicono - come a S. Paolo nell’aeropago di Atene: “Ti ascolteremo un’altra volta”.

    Però qualcuno lo ha ascoltato e sempre ascolta e ci si accorge che in quella flebile e sicura parola si distinguono due accenti singolari e dolcissimi i quali risuonano meravigliosamente nel fondo del loro spirito: l’accento di verità e l’accento di amore.

    Si accorgono che la parola non è che strumentalmente di colui che la pronuncia: è una Parola a sé, una Parola di un Altro.

    Dov’era e dov’è questo Altro? Non poteva e non può essere che un Essere vivo, una Persona essenzialmente Parola, il Verbo fatto uomo, il Verbo di Dio.

    Dov’era e dov’è il Verbo di Dio fatto carne? Perché ormai era ed è chiaro che Egli era ed è presente!

    E questo è il terzo personaggio della scena del mondo: il Personaggio che la sovrasta e la occupa tutta là dove gli è fatta accoglienza, per una via distinta, la via della fede.

    o Gesù, sei Tu? Tu la Verità? Tu l’Amore? Sei qui? Sei con noi? In questo mondo così evoluto e confuso? Così corrotto e crudele, quando vuole essere contento di sé, e così innocente, quando si fa evangelicamente bambino?

    Questo mondo così intelligente, ma così profano e spesso volutamente cieco e sordo ai tuoi segni? Questo mondo che Tu hai amato, Tu, fonde della vita, fino alla morte: Tu, che ti sei cioè rivelato in amore? Tu salvezza, Tu gioia, del genere umano? Tu sei qui, dove la Chiesa, tuo sacramento di salvezza e tuo strumento, ti annuncia e ti porta? È davvero questa la scena perenne che nei secoli si svolge” (25 novembre 1970).
Davvero, leggendo queste parole appassionate di Paolo VI, sembra di ‘vedere’ Gesù, oggi, tra noi peccatori, in nostra compagnia, a cercare di recuperarci. Un Gesù vicino, ancor più vicino se noi siamo nella schiera dei ‘pubblicani e peccatori’, che lo avevano invitato a mensa.

Dio, davvero, non ha paura delle nostre debolezze, ma cerca in tutti i modi di ‘liberarci’, per farci entrare nel Suo mondo.

A volte la gente si scandalizza quando noi, sacerdoti o laici cristiani, ci facciamo vicini a chi sbaglia, a chi ha perso il senso della vita ed esperimenta il buio profondo del peccato o del fallimento, ma è proprio questo il luogo dove si fa strada il Suo grande Amore Misericordioso.

Ricordo negli anni del dopo terrorismo, chiamato da tanti ‘dissociati’, forse per risentire il sapore dell’amore del Padre, fui aspramente criticato da tanti, che si dicevano cristiani; un poco come accadde a Gesù quel giorno, raccontato dal Vangelo. E ricordo quanto mi fece male sentirmi investito da un gruppo di cosiddetti fratelli nella fede che, letteralmente, espressero la loro condanna con parole dure: ‘Non si vergogna, come vescovo, di fare quello che fa? Chi sbaglia deve pagare, altro che andarli a visitare!’. Ma ebbi anche la gioia di vedere come tanti si fecero avanti, per accostarsi ai fratelli che - Dio solo sa perché - sbagliano, comprendendo che questa è grande carità, che aiuta a far ritrovare speranza e voglia di bontà. Risuonano come ‘pianto del Padre’, le parole del profeta Osèa, che oggi la Chiesa ci offre:
  • “Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l’aurora. Verrà a noi come la pioggia in autunno, come la pioggia di primavera che feconda la terra. Che dovrò fare per te, Efraim? Che dovrò fare per te, Giuda?

    Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce. Per questo li ho colpiti per mezzo dei profeti; li ho uccisi con le parole della mia bocca. E il mio giudizio sorge come la luce, poiché io voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti” (Os 6,3-6).
Sembra quasi impossibile che Dio possa desiderare il nostro amore, come se fosse Lui ad averne bisogno e non noi! Ma Lui è Padre e, come tale, non può accettare che noi Gli siamo indifferenti e lontani. Vuole farei conoscere il Suo abbraccio.

Non resta che la nostra risposta e torna spontanea la preghiera di un ‘cosiddetto’ ateo russo, Zinoi:
  • “Ti supplico, mio Dio, cerca di esistere, almeno per un poco, per me. Apri i Tuoi occhi su di me, ti supplico. Non avrai altro da fare che questo: seguire ciò che succede in me e intorno a me. Può sembrare ben poca cosa ai Tuoi occhi, o Signore! Sforzati di vedere e vedermi, te ne prego! Vivere senza testimoni, quale inferno! Per questo, forzando la mia voce, io grido, io urlo: Padre mio, ti supplico e piango: esisti...fatti vicino...che veda il Tuo amore!”.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio giu 12, 2008 8:33 am

      • Omelia del giorno 15 Giugno 2008

        XI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        La messe è molta, ma gli operai sono pochi
C’era un tempo in cui la nostra Chiesa, che è in Italia, abbondava di sacerdoti e religiosi, al punto che, a volte, non si riusciva a trovare posto nei seminari o nelle case religiose. Incredibile. Ricorderò sempre quando, dodicenne, dando seguito ad un invito che il mio vescovo, dopo le cresime - ed io ero chierichetto - mi aveva rivolto, dopo attenta riflessione, aiutato in questo dai miei genitori e dal parroco, cercai chi mi accogliesse. Trovai difficoltà, perché la povertà di casa mia non mi permetteva di disporre del ‘necessario materasso’, che era la ‘dote’ da portare! Finché incontrai chi era disposto ad accogliere me... anche senza ‘il materasso’! E così entrai tra i Padri Rosminiani.

Oggi, invece, è doloroso verificare che grandi seminari sono semivuoti e le case religiose devono chiudere per mancanza di vocazioni. In mezzo secolo davvero molto è cambiato. Profeticamente, scriveva Giovanni Paolo II, nella Enciclica ‘Novo millennio ineunte’, nell’anno del Giubileo:
  • “Certamente un impegno generoso va posto - soprattutto con la preghiera insistente al Padrone della messe - per la promozione delle vocazioni al sacerdozio e di quelle di speciale consacrazione. È questo un problema di grande rilevanza per la vita della Chiesa in ogni parte del mondo. In certi Paesi di antica evangelizzazione (come l’Italia) esso si è fatto addirittura drammatico a motivo del mutato contesto sociale e dell’inaridimento religioso indotto dal consumismo e dal secolarismo. È necessario ed urgente impostare una vasta e capillare pastorale delle vocazioni che raggiunga le parrocchie, i centri educativi, le famiglie, suscitando una più attenta riflessione sui valori essenziali della vita, che trovano la loro sintesi risolutiva nella risposta che ciascuno è invitato a dare alla chiamata di Dio, specialmente quando questa sollecita la totale donazione di sé e delle proprie energie alla causa del Regno” (n. 46).
E che il nostro tempo dia poco spazio a ciò che Dio chiede a ciascuno, per rispondere al Suo disegno di amore, e che questo sia ‘drammatico’, è sotto gli occhi di tutti. Ma, chi di noi ha conservato un angolo di serenità, che gli permette di ‘vedere’ ciò che davvero è bello e conta per questa vita e, soprattutto, per quella che si attende, non può non provare il sentimento di Gesù: la compassione, ma anche la necessità di aiutare ad uscire dal buio della vita. Leggiamo con attenzione e meraviglia quanto oggi ci propone l’evangelista Matteo. Un brano in cui velocemente scorre quello che Gesù comprende delle folle che Lo seguivano, l’immediata chiamata degli Apostoli e l’incarico di ‘andare tra le pecore sperdute’. Ascoltiamo, immaginandolo rivolto alle ‘folle di oggi’.
  • “Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe. Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattia e infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo, il pubblicano, Giacomo di Alfèo e Taddèo, Simone il Cananèo e Giuda l’Iscariota, che poi lo tradì. Questi dodici, Gesù li inviò dopo averli istruiti. Non andate tra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa di Israele. E strada facendo, predicate che il Regno è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, guarite i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 9,36-38//10, 1-8).
Cerchiamo di entrare nel Cuore di Gesù, che prova compassione e tristezza nel trovarsi di fronte ad una folla di gente ‘stanca e sfinita, perché è senza una guida’. Se Gesù tornasse tra noi - ma Lui è tra noi - dando uno sguardo, sia pure superficiale all’umanità, ‘scoprirebbe’ che è fortemente turbata da come vanno le cose.

Difficile, oggi, sentire un discorso di speranza o ottimismo; più facile ascoltare storie di disagio, di drammi, di sofferenze, ‘quasi cercate’, come avessimo perso saggezza, amore, solidarietà, dignità. Suscitano stupore quei fratelli e sorelle che sembrano percorrere un’altra strada, dove c’è posto per la gioia, un grande senso di amore e solidarietà, che suscitano squarci di cielo. Ce ne sono, anche se troppo pochi... e spero che chi mi legge sia tra questi!

Ma resta una verità: quanto è facile imbattersi in gente è stanca e sfinita! Se c’è una cosa che il cosiddetto progresso o corsa al benessere ha provocato è di avere suscitato un incredibile senso di superiorità, di superbia che cancella l’amore di Dio, vero Pane della vita, creando abissi che fanno - devono fare - ‘compassione’! E Gesù, per compassione - patire con - dà subito un rimedio per guarire.

“La messe è molta - dice - ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe, che mandi operai nella sua messe”. E inizia Lui a chiamare i Dodici. Li ‘chiama’ dalla semplicità della loro esistenza - quasi tutti erano pescatori. Uomini semplici, umili, che si lasciano immediatamente affascinare dalla voce del Maestro e Lo seguono, senza chiedersi cosa sarà di loro. E noi sappiamo che, dopo averli istruiti per tre anni, depositando in loro la Sua Parola di verità, li proverà nella notte della Sua morte, fino ad accettare che, spaventati, fuggano…ma non con il cuore! Li riprenderà con la Sua Resurrezione e, alla fine, nella Pentecoste, donerà loro il Suo Spirito e diverranno le ‘pietre angolari della Chiesa’, che siamo noi.

Ma Gesù, come a continuare questo Suo cammino di grazia tra gli uomini tutti, continua a chiamare. È vero che tutti i cristiani hanno una vocazione propria, che poi è il tragitto della santità, di ciascuno e di tutti. Ma alcuni Gesù li chiama, come gli Apostoli, a continuare direttamente la Sua opera di salvezza, rendendoli strumenti di Grazia, che è la Sua Presenza in loro.

Una grande vocazione per un’incredibile missione nel mondo.Una vocazione forse poco capita dai cristiani stessi, ma incredibilmente bella e necessaria. Una vocazione che non è mai imposta, ma è sempre basata sul ‘Se vuoi’, ossia nel rispetto della libertà di ciascuno, che può dire ‘no’, come purtroppo accade. Parlando di ‘vocazioni e libertà’, Paolo VI affermava:
  • “Quanto più il mondo tende a secolarizzarsi e a smarrire il senso del sacro e l’avvertenza dell’insopprimibile rapporto religioso tra Dio e l’uomo, tanto maggiore risulta la necessità di una presenza qualificata, specializzata, consacrata, in mezzo al mondo profano, di ‘dispensatori dei misteri di Dio’, come pure dobbiamo ciò affermare in vista dell’accresciuto impegno che la Chiesa va assumendo nel servizio dell’umanità, al quale impegno né la forza, né la rettitudine sarebbero, a lungo andare, assicurati, senza preti capaci di contemplazione non meno che di azione, e muniti della virtù santificatrice e dell’autorità pastorale proprie del sacerdozio ministeriale. Necessità. Occorrono dunque alla Chiesa nuovi e molti e buoni e santi ministri: occorrono vocazioni. Ma la necessità, derivante dal piano divino, viene a confrontarsi con la libertà sul piano umano. Per libertà intendiamo l’oblazione personale e volontaria alla causa di Cristo e della Sua Chiesa. La chiamata si commisura con la risposta. Non vi possono essere vocazioni se non libere. Quanto diciamo si applica tanto alle vocazioni di sacerdozio ministeriale, quanto alle vocazioni religiose, di cui la Chiesa ha tanto bisogno e vale per le vocazioni maschili, come per quelle femminili.

    Oblazioni: questo è il vero problema. Il mondo della religione non ha più le suggestive attrattive di un tempo: in certi ambienti è un mondo screditato dall’ateismo ufficiale e di massa, dall’edonismo diventato ideale di vita; è un mondo reso quasi incomprensibile alla psicologia delle giovani generazioni. Eppure la Chiesa, stretta dalla sua caratteristica necessità, attende, chiama, chiede. Chiama la gioventù specialmente, perché la Chiesa sa che i giovani hanno l’udito buono ad intendere la sua voce. È la voce che invita alle cose difficili, eroiche, vere. È la voce umile e penetrante di Cristo, che dice, oggi come ieri: “Vieni!” (Omelia, 19 aprile 1968).
Non ci resta che farci prendere dalla ‘compassione di Gesù’ per il nostro tempo, davvero bisognoso di gente generosa, che si offra a rimettere in piedi la gioia di vivere...con Cristo!...e pregare con il nostro Papa, Benedetto XVI:
  • “Signore Gesù, che un giorno hai chiamato i primi discepoli per farne pescatori di uomini, continua a fare risuonare anche oggi il Tuo dolce invito: ‘Vieni, seguimi’. Dona ai giovani e alle giovani la grazia di rispondere prontamente alla tua voce! Sostieni nelle loro fatiche apostoliche i nostri vescovi, le persone consacrate, i sacerdoti.

    Dona perseveranza ai nostri seminaristi e a tutti coloro che stanno realizzando un ideale di vita totalmente consacrato al tuo servizio.

    Risveglia nelle nostre comunità l’impegno missionario. Manda nella tua messe operai e non permettere che l’umanità si perda per mancanza di pastori, di missionari, di persone votate al Vangelo.

    Maria, Madre della Chiesa, Modello di ogni vocazione, aiutaci a rispondere un Sì al Signore che ci chiama a collaborare al disegno di salvezza. Amen”


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio giu 19, 2008 8:22 am

      • Omelia del giorno 22 Giugno 2008

        XII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Non abbiate paura
Essere cristiani, ossia veri discepoli di Gesù, che fanno di Lui il solo Bene, Fine della vita, dovrebbe essere, per chi di noi Gli appartiene tramite il Santo Battesimo, la sola dignità da costruire e conservare. Ma non è facile. Ad alcuni pare faccia paura dare alla propria esistenza la gioia di appartenere a Dio e fare di Lui la vera ragione della stessa vita; ed allora si rifugiano in un cristianesimo di facciata, che nulla ha a che vedere con il ‘vivere Cristo’.

A volte,’usano’ la parola ‘cristiano’, ossia si dicono tali, ma non è il Vangelo il riferimento della loro vita, la guida delle scelte, la continua testimonianza della fede, anzi, in un certo senso, per come si comportano, negano il Vangelo e Cristo. È uno spettacolo pietoso, che fa male a tutti noi, alla Chiesa che, così, si vede diffamata da costoro. Si fanno tante analisi, oggi, sulla ‘qualità’ dei veri cristiani e si arriva ad una percentuale davvero di pochi, molto pochi. Tanti a dirsi cristiani, pochi ad esserlo. Tanto è vero che alcuni, che si dichiarano esperti, parlano, almeno in Occidente, di un ‘tramonto di Dio’ o se volete di ‘eclissi di Dio’.

Ma è segno di un’efficace presenza della Grazia, sapere che emergono sempre di più giovani, uomini, donne, famiglie, gruppi, che hanno ‘scelto’ di lasciare alle spalle il semplice ‘dirsi cristiani’ e si impegnano a vivere la fede con una coerenza ed una gioia da diventare preziosi testimoni, che annunziano in ogni angolo della terra la Bellezza di Dio che è vicino a noi e crea santi.

È infatti incredibile il numero dei Martiri e dei Beati in questo ultimo scorcio di tempo. Mai sentito così tante richieste di avviare cause di beatificazione di cristiani di ogni ceto sociale, come ora. Come ad affermare che non solo Dio non è tramontato, ma anzi sta manifestandosi in una maniera ‘divina’! ‘Il sole splende meraviglioso sopra di noi’ affermava un uomo partecipando alla beatificazione di una beata.

In Paesi di missione, dove il Vangelo è da piantare, raccontano i missionari che la fede è davvero la sola grande ricchezza dei popoli. Ho visto questa meraviglia in un confratello missionario, che si illuminava nel descrivere la sua missione e chiedeva di tornare presto in Africa, dai suoi, per ritrovare il gusto di Cristo. ‘Qui da noi, in Occidente, abbondano tanti altri profumi, che nulla hanno a che vedere con il profumo che si respira nella mia missione in Africa’.

Nel nostro mondo è facile incontrare non solo la superficialità o l’incoerenza nel ‘vivere Cristo’, ma ‘la paura’ di manifestare la nostra fede in Lui. “C’è il rischio, non solo di non essere capiti, nell’andare contro corrente - come più volte afferma il Santo Padre - ma di essere emarginati nella vita sociale, fino a perdere il posto di lavoro. Non c’è più spazio per i veri cristiani in questa nostra società”.

Che fare? Adattarsi al male e quindi perdere il solo bello che è vivere Cristo? O affrontare le difficoltà con la testimonianza? Se ricordiamo, le prime parole del grande Giovanni Paolo II, alla sua elezione a Pontefice, furono proprio le parole che Gesù rivolge oggi a noi: “Non abbiate paura!”. E quante volte, il grande Papa, ce lo ha ricordato, Lui, davvero testimone di questo coraggio! E Gesù ce lo conferma oggi nel Vangelo:
  • “Disse Gesù ai suoi discepoli: Non temete gli uomini, perché non vi è nulla di nascosto che non debba essere manifestato. Quello che vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio, predicatelo sui tetti. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di fare perire l’anima e il corpo nella Geenna. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di loro cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, persino i capelli del vostro capo sono tutti contati: non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri! Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli” (Mt 10,26-33).
Impressiona quel ‘Non abbiate timore’, ripetuto tre volte da Gesù in questo piccolo brano. E la ragione la pone nell’ Amore del Padre, che si cura di noi, fino a conoscere il numero dei capelli del nostro capo! Solo se si è radicati in questo Amore, con umiltà, la paura davvero può essere vinta, come ricorda, in particolare ai giovani, il nostro Papa, Benedetto XVI.
  • “Mi sembra di scorgere nella parola di Dio sull’umiltà un messaggio importante e quanto mai attuale per voi, che volete seguire Cristo e far parte della sua Chiesa. Il messaggio è questo: non seguite la via dell’orgoglio, bensì quella dell’umiltà. Andate controcorrente: non ascoltate le voci interessate e suadenti che oggi da molte parti propagandano modelli di vita improntati all’arroganza e alla violenza, alla prepotenza e al successo ad ogni costo, all’apparire e all’avere, a scapito dell’essere. Siate vigilanti! Siate critici! Non abbiate paura di preferire le vie ‘alternative’ indicate dall’amore vero: uno stile di vita sobrio e solidale; relazioni affettive sincere e pure; un impegno onesto nello studio e nel lavoro; l’interesse profondo per il bene comune. Non abbiate paura di apparire diversi e di venire criticati per ciò che può sembrare perdente o fuori moda; i vostri coetanei, ma anche gli adulti, e specialmente coloro che sembrano più lontani dalla mentalità e dai valori del Vangelo, hanno un profondo bisogno di vedere qualcuno che osi vivere secondo la pienezza di umanità manifestata da Gesù Cristo”.
Non resta che anche noi, tutti, a cominciare dalle famiglie, riprendiamo in mano il Vangelo, per conoscere sempre più la bellezza e la vitalità della Parola. Siamo davvero bombardati tutti i giorni da parole che provocano solo il fastidio del rumore. Nulla hanno a che fare con la dolcezza del Padre che ci parla e chiede ascolto e silenzio.

Ho da anni la fortuna -la chiamo così - di poter rivolgere tramite RADIOUNO, al venerdì sera, alle ore 19,30, un pensiero nella rubrica ‘Ascolta si fa sera’. È come farmi vicino a tantissimi, carichi delle ansie e speranze della settimana, e come amico, senza alcun proposito di ottenere chissà che, cerco di donare un momento di intimità, di serenità, che sia come un fascio di luce che fa sperare, poiché in fondo la vita non è solo quello che si torna a fare ogni giorno, ma ha una dimensione più alta che supera tutto e per questo dà senso alla quotidianità. È un raggio di cielo che può far bene...tanto! così come nella rubrica della domenica, sempre su RADIOUNO, dopo l’Angelus del Papa, ‘Il nonno e i nipotini’.

Sono tante le vie, anche per voi, per donare, attraverso la Parola, serenità...sempre che amiate e conosciate il bello di Dio che parla. Con le parole di monsignor Tonino Bello, oggi mi sento di pregare così:
  • “Libera, Signore, i credenti dal pensare che basti un gesto di carità a sanare tante sofferenze.

    Ma libera anche chi non condivide le speranze cristiane dal credere inutile spartire il pane, ma basterà cambiare le strutture perché i poveri non ci siano più?

    Essi li avremo sempre con noi...

    Concedi il bisogno di alimentarsi con l’ascolto della Parola.

    Concedi la letizia della domenica, il senso della festa, la gioia dell’incontro.

    Fa’ che le Messe siano una danza di giovinezza e concerti di campane, una liberazione di speranze prigioniere e cani di chiesa, e disseppellimento di attese comuni che custodiamo nelle caverne dell’anima. Stimola tutti, nei giovani in particolare, una creatività più fresca e la gioia turbinosa dell’iniziativa evangelica che li ponga al riparo da ogni prostituzione”.


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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » lun giu 30, 2008 9:40 am

      • Omelia del giorno 29 giugno 2008

        Solennità dei Santi Pietro e Paolo (Anno A)



        “Tu sei Pietro e su questa pietra...”
Lo sappiamo tutti che Gesù, il Figlio che il Padre ha donato all’umanità, perché fosse riscattata dal peccato e, quindi, ammessa a divenire per sempre Sua Famiglia, ha aperto quella meravigliosa, stupenda ‘Via’ a tutti. Una Via di verità e di amore, che svela a noi ciò che veramente siamo nel disegno di Dio che, come Padre, ci ha donato la vita una ‘Via’ che Gesù ha tracciato con le parole, le opere, ma più ancora con il dono della Sua vita sulla croce - immenso amore di Chi si dona per salvare gli amici.

Fin dall’inizio della Sua missione ha scelto i dodici destinati a continuare la Sua opera tra di noi. Gesù, secondo il suo stile, che vuole totale apertura al piano di amore del Padre, ha scelto coloro che noi - malati di grandezza, superbia e protagonismo - non avremmo mai scelto: “i poveri in spirito”. Persone umili, senza gloria e quindi pronte ad accogliere l’invito, senza sapere cosa questo invito prevedesse e a che cosa li avrebbe destinati.

Nei tre anni di scuola di Gesù, che predicava la buona Novella per le strade della Galilea, della Samaria, della Giudea, incontrando applausi e contrasti, Lo hanno seguito, forse sperando che avrebbe preparato per loro un domani pieno di successo e della gloria di questo mondo. Impensabile. Tanto è vero che quando Pietro sente l’annuncio di Gesù della sua prossima crocifissione e resurrezione, ‘lo prese in disparte e gli disse con tono di rimprovero: ‘Sia mai!’. Ma Gesù lo allontanò bruscamente: ‘Vai lontano da me, Satana, tu mi sei di scandalo!’. È venne il momento in cui Gesù mise alla prova i Suoi, riguardo alla propria identità. Racconta l’evangelista Matteo:
  • “Gesù giunto nella regione di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: ‘La gente chi, dice che sia il Figlio dell’uomo?’. Risposero: ‘Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti’. Disse loro: ‘Ma voi chi dite che io sia?’. Rispose Simon Pietro: ‘Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio’. E Gesù: ‘Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io dico a te: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del Regno dei cieli: e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra, sarà sciolto nei cieli’.
Si rimane senza parole, presi dallo stupore, nel vedere come Dio affidi la sorte dell’umanità redenta, a poveri uomini che dovranno essere, qui sulla terra, ‘Suo Vangelo” testimoniandolo con la vita e pronti, come il Maestro, a donarla per Lui e per la bellezza del Suo Regno.

Tutti noi abbiamo vissuto i ‘divini tempi’ della storia recente della Chiesa. Abbiamo conosciuto, ammirato i Papi che sono vissuti tra di noi - stupiti di fronte alla loro testimonianza - i vescovi che ci hanno guidato, tutte le ‘piccole’, ma solide pietre che sono la bellezza della Chiesa cui apparteniamo.

Chi non ricorda, partendo da lontano, la grandezza di Papa Pacelli, Pio XII, che si stagliava sull’umanità come ‘un indice’ che indicava la speranza durante e dopo la guerra?

Come dimenticare la dolcezza di quel grande Papa del sorriso, che fu Giovanni XXIII? È nel cuore di tutti quel saluto semplice che, dalla finestra del suo studio, inviò, esprimendo la dolcezza stessa del Maestro: ‘Questa sera andando a casa portate il saluto del Papa ai vostri bambini, ai malati e dite: è il saluto del Papa che vi vuole bene’. È stato per tutti il grande ‘Papa buono’, che non mancava di comunicare il suo ottimismo, tanto necessario anche oggi. e piace riferire ciò che disse aprendo il Concilio - davvero un’immensa opera dello Spirito - l’11 ottobre 1962:
  • “Nell’esercizio del nostro ministero pastorale, ci feriscono talora l’orecchio suggestioni di persone, pur ardenti di zelo, ma non fornite di senso sovrabbondante di discrezione e di misura. Nei tempi moderni esse non vedono che prevaricazioni e rovina; vanno dicendo che la nostra età, in confronto con quelle passate, è andata peggiorando e si comportano come se nulla abbiano imparato dalla storia, che pure è maestra di vita. A noi sembra di dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre eventi infausti quasi fosse la fine del mondo. Nel presente momento storico, la Provvidenza ci sta conducendo ad un nuovo ordine di rapporti umani, che, per opera degli uomini e per di più della loro stessa aspettativa, si volgono verso un compimento di disegni superiori e inattesi, e tutto, anche le umane avversità, dispone per il maggior bene della Chiesa”.
Sembra di leggere in queste parole ‘il grande sorriso’ che si proiettò sul mondo in preda alla paura: lo stesso sorriso che era nel breve saluto, dalla Piazza di S. Pietro, con il ‘bacio ai bambini e ai malati’.

Dopo Giovanni XXIII lo Spirito serbava in cuore un altro ‘Pietro’, su cui continuare a costruire la Sua Chiesa: Paolo VI. Gli dico un grande grazie per avermi scelto a essere vescovo di Acerra. Era tanta l’amicizia e stima che ci univa; io a lottare nel Belice, dopo il terremoto, e lui a farmi coraggio. Andando a fargli visita, nel famoso ‘viaggio della speranza’, con 50 bambini, ambasciatori dei loro diritti, ricordo che cercando di ringraziarlo, in ginocchio, per aver avuto la bontà di accoglierci, letteralmente mi sollevò e mi abbracciò e mi disse: ‘Grazie a nome della Chiesa per l’eroica carità che svolgete’. E iniziò con i bambini un dialogo incredibile. È stato il Papa che ha guidato il Concilio con saggezza e vigore, non nascondendo la sua timidezza di ’uomo’, proprio come Pietro. Un ‘Pietro’ che, nel discorso all’ONU, il 4 ottobre 1965, ebbe il coraggio di dire ai potenti della erra:
  • “Mai gli uni contro gli altri. ma tutti contro la guerra e per la pace. Ascoltate le chiare parole di un grande scomparso, John Kennedy, che quattro anni fa proclamava: ‘L’umanità deve porre fine alla guerra o la guerra porrà fine all’umanità’. La pace, la pace deve guidare le sorti dei popoli e dell’umanità”.
E chiuse il Concilio il 7 dicembre 1965, con un discorso tutto incentrato sulla fiducia nell’uomo e sul dialogo con il mondo.
Ma lo Spirito ci riservava anche un incredibile Papa, che durò il breve tempo di una ‘primavera dello Spirito’, ossia Giovanni Paolo I. È passato in mezzo a noi in punta di piedi, ma segnando la forte traccia del sorriso e della bontà. 30 giorni che sono stati davvero una pioggia di grazie.

E ‘venne da lontano’ il grande Giovanni Paolo II. Chi non ricorda la passione evangelica di questo grande Papa, che davvero fu il ‘Pietro’ necessario per i nostri tempi. Non si stancava di correre per le strade del mondo, come faceva Gesù, come l’apostolo Paolo, che oggi ricordiamo con Pietro. Non lo fermò neppure l’attentato in Piazza S. Pietro. Un attentato che ce lo avrebbe tolto, se la Madonna di Fatima - era il 13 maggio - non avesse in qualche modo deviato la corsa del proiettile, salvandolo. Quel proiettile che ora è nella corona, sul capo di Maria a Fatima. Davvero scuoteva tutti quel suo voler raggiungere ognuno per donare la luce del Vangelo: una grande lezione alla nostra pigrizia missionaria.

Posso testimoniare l’amicizia particolare di cui mi onorava e manifestava in ogni occasione, fino a due giorni dalla morte, quando, ad una mia lettera, scritta al segretario don Stanislao, volle, dopo averIa letta, che mi rispondesse: ‘Il Santo Padre le è tanto grato per gli auguri. Egli le esprime viva gratitudine, amicizia e riconoscenza per i sentimenti di affettuosa espressione con i quali li ha accompagnati ed è grato per le preghiere. Questa solidarietà spirituale è di grande conforto e di aiuto per superare la nuova prova che il Signore ha permesso’. La lettera porta la data: 29 marzo 2005, la vigilia del suo transito al Cielo.

Tutto il mondo, e non solo noi cristiani, quel giorno abbiamo davvero sentito che un grande amico, una guida sicura, un pastore amorevole, un illuminato ‘Pietro’ ci aveva lasciati. I giorni del lutto in Piazza San Pietro divennero però il giorno dell’amore e della speranza.

Ora il ‘Pietro’ cui Gesù affida le chiavi del Regno e che quindi fa strada alla Chiesa è Papa Benedetto XVI. Stupisce la sua profondità di fede, la sua energica e lucida proclamazione dei valori cristiani, richiamandoci alla fedeltà amorosa al Vangelo. La gente non solo lo ha capito, ma aumenta sempre più il desiderio di seguirlo. Basterebbe ripensare al suo ultimo viaggio in America, per misurare quanta grande sia la stima e la fiducia.

Non resta a noi che affidarci ai ‘santi Pietro’ di cui il Padre ci fa dono. E nello stesso tempo nutrire ‘l’orgoglio’ che, nel piccolo, tutti siamo come Gesù ci chiama ‘pietre vive’ della sua Chiesa. ‘Non importa - scriveva il grande Cardo Ballestrero, vescovo di Torino - di quale natura sia la pietra, se preziosa o umile; a me basta sapere di essere una pietra, magari in un angolo, ma della Chiesa’. È così per tutti noi? È tempo di interrogarci.

Risentiamo ciò che scrive, sulla scelta di Dio, il grande san Paolo, l’apostolo delle genti, che oggi festeggiamo con Pietro:
  • “Fratelli, vi dichiaro che il Vangelo da me annunciato, non segue un modello umano: infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. Voi certamente avete sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito senza chiedere consiglio a nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi a Damasco. In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cèfa (Pietro) e rimasi con lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore” (Gal. 1, 11-20).
È davvero grande festa oggi per noi. Per me, poi, è ancora più festa, perché in questo giorno, nel 1951, venni ammesso al sacerdozio. Come non essere grato e felice di essere Chiesa di Dio in compagnia di tantissimi Santi, martiri, cristiani vicini a noi?

Povera cosa, al confronto, sentire gioia - ma c’è? - ‘nell’essere del mondo’!



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » gio lug 03, 2008 5:06 pm

      • Omelia del giorno 6 luglio 2008

        XIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        I piccoli che Dio ama
Ci sono brani del Vangelo che si staccano nettamente dal nostro comune modo di pensare e agire; brani che sembrano uno spaccato di cielo, che si apre alla mente degli uomini, per mostrarci come Gesù riserva ai ‘piccoli’ la Sua tenerezza e quella particolare dolcezza che difficilmente si sperimenta tra noi uomini.

Si ha tanta nostalgia di quel ‘essere piccoli, come bambini’, ma poi si cede alla superbia che vuole che appariamo ‘grandi’, della potenza del mondo, che può solo fare e farci del male. Nulla è più bello del sorriso di un adulto, semplice e umile, che riflette il vero volto dei figli di Dio. Così come nulla ci fa paura come lo sguardo di uno che si sente ‘grande’ ed è cieco di fronte alla bellezza dell’umiltà. Commuove sentire Gesù che afferma:
  • “Ti benedico, Padre, Signore del Cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio e nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”. (Mt. 11,25-27)
Ed è certamente in queste parole di Gesù, che cogliamo il segreto delle persone ‘sante’, scoprendo, se si ha la grazia di incontrarle, che hanno l’animo ‘dei piccoli’, ossia tanto umili da lasciare il cuore sgombro da ogni desiderio di grandezza o di potere, che sanno solo ospitare la superbia. Come dimenticare la grande umiltà di tanti che ho conosciuto?

Ne cito uno che, forse, pochi di voi hanno avuto modo di conoscere: don Clemente Rebora, grande poeta del ‘900. Dopo la conversione e diventato Rosminiano, cancellò la grandezza umana e si fece piccolo, tanto da non parlare mai del suo passato e io, giovane novizio, che vivevo nella stessa comunità, lo pensavo uomo di poca cultura, ma ero conquistato dalla sua dolcezza, come un libro totalmente aperto al Padre. Quando finalmente venni a conoscenza di quanto fosse stimato come poeta, tanto, davvero compresi le parole di Gesù, oggi.

Ricordo anche le parole del beato Ferrini, un grande intellettuale, cui piaceva molto passeggiare nella solitudine della montagna e fermarsi a parlare con la gente semplice. Un giorno ebbe a dire: ‘C’è più conoscenza di Dio in queste meravigliose vecchiette, che forse non sanno scrivere e leggere, che in tanti teologi che studiano’.

Così, Paolo VI, descriveva l’umiltà di Maria Santissima:
  • “Noi parliamo del mondo come fossimo padroni della nostra vita, e non responsabili del suo impiego. Parliamo del mondo come fosse nostro, e non avesse altri rapporti interessanti che quelli che noi creiamo con la nostra conoscenza. Ci chiudiamo nella nostra esperienza specifica, personale, professionale. Il senso che abbiamo di noi stessi ci appaga, anche se è privo del senso dei rapporti con Dio.
    Siamo egoisti e perciò orgogliosi e presuntuosi. Se avessimo il senso delle proporzioni vere e totali, dell’essere, avremmo maggiore entusiasmo di ciò che siamo realmente, ma saremmo insieme meravigliati di tutto dovere al Datore di ogni bene...come Maria.
    Maria ha il senso dell’essere creato, che tanto più è debitore della Causa prima, Dio, quanto più ne ha ricevuto di grandezza. Un maestro caro a santa Teresa ci dona la formula esatta: ‘Quanto più è grande la creatura, tanto più ha bisogno di Dio’. L’umiltà perciò non è negazione dell’uomo: è l’attribuzione alla sua unica fonte. Non è depressiva, e tanto meno ipocrita, è fiduciosa e sincera. L’umiltà vera riconosce che tutto è dono prezioso del Sommo Amore. Sotto questo aspetto, l’umiltà è la saggezza fondamentale da cui dipende la stessa religione; è la condizione previa a tutte le virtù.
    ‘Dio ha guardato all’umiltà della sua serva, canta Maria, d’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata’. (dall’omelia del 5 agosto 1957)
Quanto risuonano dolci allora le parole di Gesù, oggi: “Ti benedico, Padre, Signore del Cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli”. Chi di noi non vorrebbe avere in sé anche solo un angolo dell’umiltà di Maria, quel divenire ‘piccoli’ per fare posto alla grandezza delle bellezze di Dio?

Nello stesso Vangelo di oggi c’è, subito dopo, un ‘gioiello del Cuore di Gesù’, che offre tanta serenità. Un ‘gioiello’ che nuovamente si stacca dal nostro comune modo di pensare. Siamo infatti abituati, tante volte, ad avere esperienze di ‘spalle curve’ per la croce che ci accompagna, senza distinzioni, nella vita.

Per alcuni forse può sembrare una maledizione, che non ci si riesce a levar di dosso, pur cercando le più svariate vie per eliminarla: la via degli stupefacenti, che con il tempo si rivelano l’onda alta della morte, la via larga del divertimento a tutti i costi, che ci lascia solo svuotati nel cuore non sono “la via crucis”!

Per altri, al contrario, la croce è il segno inconfondibile del prezzo che si versa per entrare nel clima dell’amore, che in quanto tale non può mai essere ‘egoistico’, ma, per sua natura divina, è dono di sé fino al sacrificio. Gesù per tutto il tempo che visse tra noi, traversando così le vie della storia, vedendo l’uomo suo contemporaneo oppresso dalla nostra stessa ‘passione’ - anche se questa cambia molte volte i nostri ruoli: carnefici o vittime - aveva sempre l’occhio e il cuore attento alle folle che Lo seguivano. Esse vedevano in Lui l’ultima sponda della speranza e, quindi, della felicità.

Davanti a questa umanità in ricerca, tante volte ha espresso la Sua compassione profonda: una compassione mai superficiale sentimento, che lascia tutto come prima, ma totale condivisione! Anzi Gesù fa della passione dell’uomo la Sua stessa passione e morte, perché ognuno di noi, pur portando la necessaria croce, che è componente naturale di ogni vita che si affaccia su questa terra, faccia esperienza che sotto la sua croce, spalla a spalla, c’è Lui a portarla con noi.

E non si può nascondere lo stupore sul volto e il fiato sospeso dalla meraviglia, al solo pensare che le spalle di Dio sono tanto vicine alle nostre, anche e soprattutto quando si piegano per il grande dolore.

Ciò dà al dolore stesso il valore ‘della dolcezza che ci viene dal Suo amore fatto compassione. Sorge il profondo desiderio di dire. ‘GRAZIE!’, non per la croce in sé, che fa sempre male, ma perché, portata insieme, ci fa conoscere dal vero quanto Dio si prenda cura di noi e ci voglia bene. Così la croce che grava sulle nostre spalle diventa un modo di dire “sì” a Chi ama senza limiti, sempre: Gesù. Per questo assaporiamo le altre parole che Gesù ci dice:
  • ‘Venite a me, voi tutti che siete affaticati ed oppressi e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi, ed imparate da me che sono mite ed umile di cuore e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce, il mio carico leggero’. (Mt. 11,28-30)
Quanta forza e consolazione, quanto cielo, per chi crede, è dentro queste parole. Vi è un Dio che invita, con amore accorato e dolce, proprio come sa fare una madre, che non tiene mai conto della fatica di essere sempre pronta ad accogliere i figli, soprattutto quando sono sfiduciati e oppressi. Una tenerezza che vorrebbe cancellare stanchezza e delusioni, facendole proprie, donando in cambio la serenità del suo cuore; somigliano le braccia di una madre alle braccia di Dio, sempre aperte ed invitanti, pronte ad accogliere tutti - e ognuno - dei suoi figli.

“Venite a me, voi tutti che siete affaticati ed oppressi e io vi ristorerò”. Vorrebbero attirare l’immensità dei dolori di miliardi di uomini - anche dei nostri, se sappiamo affidarci a Lui - che in quelle braccia diventerebbero ‘poca cosa’. Troppo grande il Cuore di Dio!

Non ha più ragione allora piegarsi su se stessi, come fossimo orfani senza padre e senza speranza e conforto, quando sappiamo che c’è Chi, non solo apre le braccia, ma dolcemente ci guida per la giusta via: ‘Imparate da Me, che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro per le vostre anime’ e ci rassicura: ‘Il mio giogo infatti è soave e il mio carico leggero’. Non possiamo non fidarci! Ma i sentimenti di Dio verso di noi, dovrebbero essere anche i nostri nei confronti dei fratelli. Affermava Paolo VI:
  • “Oggi la fratellanza si impone: l’amicizia è il principio di ogni moderna convivenza umana. Invece di vedere nel nostro fratello l’estraneo, il rivale, l’antipatico, l’avversario, dobbiamo abituarci a vedere il fratello, il figlio dello stesso Padre: un fratello che chiede di essere pari a noi, degno di rispetto, di stima, di amore, come a noi stessi. Ritorna a risuonare al nostro spirito la parola stupenda del santo dottore Agostino: ‘Che i confini dell’amore si allarghino’. Bisogna- che cadano le barriere dell’ egoismo; che l’affermazione dei propri legittimi interessi non sia mai offesa per gli altri”.
Con Madre Teresa di Calcutta preghiamo:
  • “Signore, insegnami a non parlare come un bronzo risonante
    o un cembalo squillante, ma con amore. Rendimi capace di comprendere
    e dammi la fede che muove le montagne, ma con amore.
    Insegnami quell’ amore che è sempre paziente, sempre gentile;
    mai geloso, presuntuoso, egoista o permaloso,
    ma l’amore che prova gioia nella verità, sempre pronto a perdonare,
    a credere, a sperare, a sopportare.
    Infine, quando le cose finite si dissolveranno e tutto sarà chiaro,
    che io possa essere stato il debole, ma costante riflesso del Tuo amore”.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio lug 17, 2008 9:06 am

      • Omelia del giorno 20 luglio 2008

        XVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Il buon seme e la zizzania


È davvero difficile, oggi, difendersi dalla ‘zizzania’: il male che si infiltra nella nostra vita, a volte senza che ce ne accorgiamo, ma che poi prende solidità in noi. Quante volte, quando cerchiamo, anche solo di accennare al male, che cerca di farsi passare per bene, ingannandoci, ci sentiamo rispondere: ‘Che male c’è?’.

E così, lentamente, si rischia di adattare lo stile della vita, non secondo il Vangelo e la santità, ma secondo le mode, il ‘lo fanno tutti’, tranquillizzando una coscienza... distorta o errata! C’è attorno a noi - forse oggi più di un tempo - per le tante novità che il mondo continua ad inventare per dannarci, la tendenza a dissacrare tutto, che ci fa merce da macero.
  • “Tanti errori si sono radicati - affermava Paolo VI nel lontano 1959 – [/i]nella psicologia del mondo meno cristiano e che convive ormai con il mondo cristiano. ‘La natura umana - dicono è di per se stessa innocente, e a lasciarla espandere naturalmente dà luogo ad una manifestazione di perfezione’. ‘Sono gli altri che rendono cattivi gli uomini’, afferma un filosofo che fa testo nel tempo presente. ‘Gli uomini -afferma - sono buoni in se stessi. I fanciulli, i ragazzi, tutta la gioventù che cresce è di per sé buona, quindi lasciatela crescere, lasciatela senza difesa, non le dite niente’. Vediamo a che cosa arriva l’espansione di una gioventù, di una stessa umanità, di noi, lasciata in balìa dei suoi istinti e delle sue tendenze. Va a finire veramente fuori strada ed arriva ad aberrazioni che poi ci fanno piangere e fremere. E ancora va detto questo, contro un errore ancora più grave, che si insinua nella nostra pedagogia, nelle nostre abitudini sociali: che cioè non è bello difendere la nostra esperienza dagli stimoli e dall’urto delle conoscenze del male. ‘Occorre - dicono tanti - vedere tutto, conoscere tutto, provare tutto’, anzi, il male stesso, secondo questi falsi, direi quasi criminali maestri, sarebbe benefico. ‘Fate l’esperienza del male - dicono - altrimenti non avrete l’esperienza della vita’. E non badano cosa si profana, che cosa si distrugge, ai dolori che si seminano, ai delitti che si compiono, a tutti i disegni buoni e umani che sono in noi e non possono avere vita per questa irruzione del male, lasciata libera, anzi a volte difesa, proclamata, che i nostri divertimenti, la nostra stampa, il nostro costume vanno diffondendo. Ripetiamo, la perfezione umana va difesa, va salvaguardata, e si sappia che un senso vero della perfezione umana, che è la bellezza che Dio dà all’uomo, la sola bellezza possibile, va difesa, favorita e non il contrario”. (8.12.1959)[/i]
Parole che riflettono bene quanto Gesù, oggi, ci dice:
  • “In quel tempo, Gesù espose alla folla una parabola: “Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì, e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, hai seminato del buon seme nel campo? Da dove viene dunque la zizzania? Gli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che noi andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania, legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nei miei granai”. (Mt. 13,24-30)
Così ci troviamo ancora una volta di fronte alla mediazione della Parola.

Gesù fece del suo stare con noi, da uomo, un continuo viaggiare tra la gente, per offrire la Parola - che è Lui stesso - perché la vera sapienza del cuore, non è solo nella conoscenza, ma nel farne vita della nostra vita. Questa volta ci soffermiamo sul dono della Parola all’interno di una Comunità che la accoglie in terreno buono e dal pericolo da cui è continuamente attaccata. Proviamo a riflettere sul ‘come finisce’ la Parola di Dio data e accettata nelle nostre comunità, a cominciare da quella che udiamo nella Messa domenicale.

Normalmente c’è una buona disposizione ad accogliere la Parola che, volta per volta, domenica per domenica, ci viene donata. Vi confesso che, come ministro chiamato ad annunciare la Parola di Dio, ne sento tutta la responsabilità. Occorre tanta riflessione, preghiera, fino a farsi voce di Dio. Anche quando scrivo a voi le riflessioni, l’unica preoccupazione è di diventare quello che affermava Madre Teresa: ‘una penna tra le dita di Dio con cui Lui e solo Lui scriva ciò che è necessario per la nostra salvezza ed espressione del Suo amore’.

Comunicare il Vangelo o la Sacra Scrittura è davvero un’arte che, se non è dettata dallo Spirito Santo, porta a nulla. Mi sorprende sempre la grande accoglienza dei fedeli, che mi stupiscono per il profondo ascolto. C’è davvero ancora terreno buono.

Come è anche in voi che leggete le riflessioni su Internet. Sono numerose le lettere che ricevo, in cui raccontate la sorpresa e l’invito a dare alla vita un’altra svolta nella lettura. È una grande grazia dello Spirito. E dico a voi un GRAZIE, MA UN GRANDE GRAZIE!

Ora proviamo, insieme, ad ‘entrare’ nel cuore di questa parabola, in cui possiamo sottolineare alcuni aspetti:

- nel terreno buono cresce il grano

- il nemico della verità semina zizzania, mentre tutti dormono

- lo zelo inopportuno dei servi, nel voler togliere la zizzania e con essa il grano

- l’attesa del padrone.

Il terreno buono. Mentre nella parabola di domenica scorsa, Gesù distingueva la qualità del terreno, in cui il seminatore gettava il seme (la strada, i sassi, le spine: tutte difficoltà che ne impediscono la crescita) oggi si parla solo di terreno buono. Gesù si riferisce a quanti di noi, o leggendo la Sacra Scrittura o meditandola o udendo la Parola proclamata nella Santa Messa, non mettono ostacoli alla crescita spirituale, ma anzi la rendono una guida di vita spirituale.

È la buona e necessaria partenza. E non è davvero facile aprirsi totalmente alla Parola che diventa vita: più facile una certa superficialità, l’ascolto senza ‘mettersi in discussione’. Proviamo a fare un esame di coscienza, sincero, e chiediamoci: Quali radici mette durante la settimana la bellezza e verità della Parola ascoltata? Troppi non la ricordano più nell’arco della stessa giornata. Altri, invece, per grazia, non solo la ricordano, ma diventa il suggerimento della ferialità. La conservano con cura, come si fa con un fiore delicato che vogliamo viva a lungo. È la condotta delle anime di vera fede. ‘La ringrazio, caro vescovo, - mi diceva un giovane - ogni sera mi chiedo che fine ha fatto la Parola che ho ascoltato e che mi segue nel giorno. È il ‘senso’ della mia vita e così mi pare di seguire Gesù, anche se questo è duro e difficile’. Noi ci siamo in questo numero di ascoltatori? ‘State attenti a come ascoltate!’

E mentre tutti dormono viene il nemico dell‘uomo e semina zizzania. Lo dicevamo in principio. Oggi davvero sono tanti i nemici che seminano cattiva semente o zizzania. Siamo davvero assediati da ‘criminali maestri’ che, con l’inganno, tanto simile a quello di satana verso Eva, ci suggestionano, offrendoci ‘la possibilità di una felicità’ in uno stile di vita, che nulla ha a che fare con il Vangelo.

Così, lentamente, lasciandoci affascinare dalle varie mode, che il consumismo propone, senza accorgercene, restiamo assediati dalla zizzania e, inesorabilmente, non siamo più quello che avremmo voluto essere, accogliendo la Parola. ‘Mi faccio schifo’, mi diceva una persona...e non solo una! ‘Alle volte mi esalto davanti alla grande luce della Parola, che davvero illumina di luce la vita, ed è bello anche se contro corrente, poi la debolezza umana, l’essere accerchiati da troppi che vivono disordinatamente e ti persuadono, forse per stare nel branco, rinuncio, per poi guardarmi dentro e sentirmi un campo pieno di sterpaglie. Mi faccio davvero schifo!’ Occorre davvero ascoltare il suggerimento del Maestro: ‘Vigilate, per non cadere in tentazione’.

Lo zelo inopportuno è la voglia, che prende tanti, di allontanare, di estirpare dalla comunità quanti si trovano avvinti dalla zizzania; penso ai divorziati, a chi vive nel peccato, anche se non vorrebbe, a tanti insomma che ancora conservano la voglia di Dio e di verità, ma senza riuscire ad ‘incarnarla’ nella vita. Dio rigetta questo zelo ed invita ad attendere il tempo della mietitura. In quel tempo può accadere che la zizzania sparisca per merito del grano buono: ‘Perdonate, e vi sarà perdonato!

È l’attesa di Dio,la grande attesa della misericordia del Padre, sempre pronto a darci una mano, Lui, così misericordioso, per ‘liberarci dal male’. È la divina raccomandazione a non disperarci, ma ad avere fiducia nella Sua Misericordia. È la pazienza del Padre che capisce la nostra grande debolezza, quel nostro farci ingannare dal maligno, pronto, sempre se lo vogliamo, a scuoterci e farci uscire dal sonno dell’ anima.

La comunità dovrebbe essere il ‘riflesso’ di questo amore misericordioso e paziente del Padre, dando una mano, mostrando dolcezza, comprensione, invitando alla speranza, aiutando i deboli a tornare forti, senza pregiudizi, senza chiusure, senza condanne. Dio ama ciascuno e vuole che tutti, ma proprio tutti, siamo salvi e ha tante vie per tagliare le radici della zizzania... se noi lo aiutiamo e Glielo permettiamo.

Viene ora da chiederci: e noi siamo quel prezioso grano conservato, che cresce alla luce della Parola o ‘ci sentiamo male’, perché incapaci di crescere nella bontà evangelica? In questa parabola, se da una parte emerge la difficoltà che tutti proviamo di sottrarci alle tentazioni del mondo e del maligno, dall’altra domina la grande Misericordia del Padre.

C’è sempre tempo - forse è ora - di dare uno sguardo su che fine ha fatto il grano seminato da Dio e non deve mai venir meno la fiducia, quando anche credessimo, forse, di aver perso definitivamente il contatto con il Cielo, Lui è pronto ad aiutarci: ‘Non sono venuto per i sani, ma per i malati, per i peccatori!

Il Cielo è sempre aperto, come la casa del Padre, della parabola del figlio prodigo. Ripetiamo spesso la preghiera insegnataci da Gesù: “NON PERMETTERE CHE SOCCOMBIAMO ALLA TENTAZIONE, MA LIBERACI DAL MALE”!



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio lug 24, 2008 8:16 am

      • Omelia del giorno 27 luglio 2008

        XVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Alla ricerca del tesoro nascosto


Se c’è una cosa insopportabile nella vita, almeno per chi ha conservato l’amore per la verità, è non riuscire a trovarne la ragione. Gli unici ‘esonerati’ da questo tormento sono i poveri, ma perché già condannati ad un’unica scelta, quella della sopravvivenza o di qualche diritto essenziale per dare senso alla vita. Ricordo, quando ero parroco a Santa Ninfa, nel Belice, dopo il terribile terremoto del gennaio 1968, che distrusse l’intero paese, tanto che si dovette poi, per anni, vivere in baracche - davvero difficile e insopportabile provvisorietà - l’unica aspirazione della gente era, giustamente, la ricostruzione, ossia tornare ad avere una casa.

Nella mia veste di parroco, vedere ridotta la bellezza della vita in un solo ‘tesoro’, la casa, mi preoccupava, perché il ‘senso’ della vita non può limitarsi ad una casa, anche se è un bene necessario. Mi recavo, a volte, a visitare la gente proprio nelle loro baracche. Cercavo di ampliare la bellezza della vita ‘oltre’, come deve essere nella natura dei figli di Dio. Ascoltavano con attenzione la mia catechesi e, alla fine, si levava un coro: ‘E la casa quando l’avremo?’. In altre parole mi avevano accolto con amore, ma si aspettavano altre notizie, che riguardavano la ricostruzione.

Ma per tutti si pone la domanda: ‘Cosa sono chiamato a fare in questa vita? Qual è il motivo per cui Dio mi ha creato? Lui, che per bocca dei Profeti ha detto: ‘Dal seno materno ti ho chiamato’? C’è tanta gente che, incontrando difficoltà a realizzare la vita nel modo in cui l’ha sognata, a sua misura, con troppa fretta affossa questa irrinunciabile domanda, rifugiandosi in un vivere senza ‘perché’. Oppure, spinta dalla moda, dalla mentalità del nostro tempo, che costruisce le ‘sue vie’, ‘i suoi idoli’, ‘i suoi perché’, vi si affida.

Questi idoli, che ’hanno bocca e non parlano, hanno piedi e non camminano’, come li descrive la Parola di Dio, hanno il volto del vestito, che non si può portare due volte, per essere alla moda. Così la vita diventa una corsa affannosa dietro idoli, che non estinguono la sete profonda del cuore, lasciando solo l’affanno e la delusione di non essere giunti dove si sognava, per ritrovarsi così immersi in una nuvolaglia di fumo, che acceca e chiude la gola. È stupenda la testimonianza che ci offre oggi Salomone:
  • “Il Signore apparve a Salomone in sogno durante la notte e gli disse: ‘Chiedimi ciò che io devo concederti’. E Salomone disse: ‘Signore, Dio, tu hai fatto regnare il tuo servo al posto di Davide, mio padre. Ebbene io sono un ragazzo: non so come regolarmi. Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo che ti sei scelto, popolo così numeroso che non si può calcolare né contare. Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male, perché chi potrebbe governare questo tuo popolo così numeroso?‘. Al Signore piacque che Salomone avesse domandato la saggezza del governare. Dio gli disse: ‘Perché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te né lunga vita, né la ricchezza, né la morte dei tuoi nemici, ma mi hai domandato per te il discernimento nel governare, io faccio come tu hai detto. Ecco ti concedo un cuore saggio e intelligente: come te non ci fu alcuno prima di te, né sorgerà dopo di te’.” (1 Re, 5, 7-12)
Confrontandoci con la saggezza di Salomone, viene da chiederci: essa regna oggi in tanti di noi o forse non ci lasciamo ingannare dalle troppe sirene che ci assediano, come il Santo Padre ha descritto, parlando dei mezzi di comunicazione?
  • “I media, nel loro insieme, non sono soltanto mezzi di diffusione di idee, ma possono e debbono essere strumenti al servizio di un mondo più giusto e solidale, non manca, purtroppo, il rischio che si trasformino invece in sistemi volti a sottomettere l’uomo a logiche dettate dagli interessi del momento. È il caso di una comunicazione usata per fini ideologici o per la collocazione di prodotti di consumo mediante una pubblicità ossessiva.
    Con il pretesto di rappresentare la realtà, di fatto si tende a legittimare e ad imporre modelli distorti di vita personale, familiare e sociale. Inoltre, per favorire gli ascolti, la cosiddetta audience, a volte non si esita a ricorrere alla trasgressione, alla volgarità e alla violenza.
    Vi è infine lo possibilità, attraverso i media, che vengano proposti modelli di sviluppo che aumentano il divario tecnologico tra i Paesi ricchi e quelli poveri Occorre evitare che i media diventino il megafono del materialismo economico e del relativismo etico, vere piaghe del nostro tempo. L’uomo ha bisogno di verità: è alla ricerca della verità”. (dal Messaggio della Giornata delle Comunicazioni)
Noi, davvero, non siamo stati chiamati dal Padre per essere schiavi o vittime di condizionamenti così dannosi. Gesù, oggi, va oltre ogni nostra ricerca di verità, offrendoci il segreto di come si arriva a Lui, mettendo alla prova la nostra capacità di discernimento, parlando così a quanti allora Lo seguivano e a quanti, oggi, intendono fare sul serio per cercarLo e viverLo.
  • “Gesù disse alla folla: ‘Il Regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia e vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il Regno dei cieli è simile ad un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
    Il Regno dei cieli è simile anche a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva e poi, sedutisi, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo”. (Mt. 13,44-52)
C’è ancora chi è capace di avere il cuore totalmente libero dall’attaccamento alle cose terrene, che poco o nulla hanno del ‘tesoro nascosto’, di cui parla Gesù? Rispondo di sì.

Mi impressiona la quantità di Beati e Santi, anche del nostro tempo, che la Chiesa riconosce e porge alla venerazione e all’esempio di noi cristiani. Sono i grandi testimoni del Regno dei cieli, che sanno costruire, se si seguono, ‘i grandi cristiani di oggi’. Sempre che si scelga nella vita ‘questa grandezza’.

E basta avere ‘occhi’ capaci di guardare oltre le ombre e il fumo del mondo, per scorgere tanti di ogni età e condizione che davvero fanno di Gesù il tesoro che, giorno dopo giorno, custodiscono. Forse non fanno notizia, ma suscitano tanta ammirazione quando li incontri. È un grande dono incontrarli, ancor di più conoscerli, ancor di più scoprire con loro come si trova il ‘tesoro nascosto nel campo’, che è Gesù.

Abbiamo seguito, credo, per quello che abbiamo potuto, la Giornata Mondiale della Gioventù, in Australia. Ed ancora una volta ci ha colti di sorpresa quanto lo Spirito Santo, cui era dedicato l’evento con il Santo Padre, sappia operare come contemporanea Pentecoste. Il venerabile Giovanni Paolo II, che viveva con entusiasmo giovanile queste giornate, così ha scritto nella Lettera enciclica del 2000 Novo Millennio ineunte:
  • “Ma come non ricordare specialmente il gioioso ed entusiasmante raduno dei giovani?
    Se c’è un’immagine del Giubileo dell’Anno 2000 che più di altre resterà nella memoria, sicuramente è quella della marea di giovani con i quali ho potuto stabilire una sorte di dialogo privilegiato, sul filo di una reciproca simpatia e di un ‘intesa profonda.
    Li ho visti sciamare per la città, allegri come devono essere i giovani, ma anche pensosi, desiderosi di preghiera, di ‘senso’, di amicizia vera. Non sarà facile, né per loro stessi, né per quanti li hanno osservati, cancellare dalla memoria quella settimana in cui Roma si è fatta ‘giovane con i giovani ‘. Ancora una volta, i giovani si sono rivelati per Roma e per la Chiesa ‘un dono speciale dello Spirito di Dio‘. C’è talvolta, quando si guarda ai giovani con i problemi e le fragilità che li segnano nella società contemporanea, una tendenza al pessimismo.
    Il Giubileo dei Giovani ci ha come ‘spiazzati’, consegnandoci invece il messaggio di una gioventù che esprime un anelito profondo, nonostante possibili ambiguità, verso quei valori autentici che hanno in Cristo la loro pienezza.
    Non è forse Cristo ‘il tesoro nascosto’ della vera libertà e della gioia profonda del cuore? Se ai giovani Cristo si è presentato col suo vero volto, essi lo sentono come una risposta convincente e sono capaci di accoglierne il messaggio, anche se esigente e segnato dalla Croce.
    Per questo vibrando al loro entusiasmo, non ho esitato a chiedere loro una scelta radicale di fede e di vita, additando un compito stupendo: quello di farsi ‘sentinelle del mattino’ in questa aurora del nuovo millennio”. (N.M.I. n. 9)
Ho avuto il dono di partecipare a parecchie Giornate, incaricato di tenere le catechesi e i momenti di preghiera nei giorni che precedevano l’incontro con il Santo Padre. E posso davvero confermare tutto quanto il Santo Padre ha sentito, provato e scritto. Prendeva forma concreta quello che Gesù ci ha detto oggi:
  • ‘Il Regno dei cieli è simile ad un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova, poi va, pieno di gioia, vende tutto e compra quel campo’.
È la quotidiana storia fascinosa di quanti di noi sanno, illuminati dalla fede e dalla Grazia, arrivare a conoscere, amare e servire Dio, davvero inestimabile ‘tesoro’, oggi e sempre.



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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio lug 31, 2008 8:44 am

      • Omelia del giorno 3 agosto 2008

        XVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Sete di speranza oggi


Fa davvero impressione la troppa gente che si abbandona alla disperazione, per i più vari motivi: dalle vere tragedie, che sembrano togliere ogni ragione di vita, o guardando a come è difficile che si faccia strada la giustizia nel nostro mondo o per le più diverse delusioni umane, che sembrano voler spegnere il gusto della vita. Sono tantissime, insomma, le ragioni che portano a disperarsi.

Tante volte il motivo dipende dall’impostazione della vita, che ci si è data, affidandosi a ‘sogni’ umani, che possono illudere o fare contenti per un istante, ma non garantiscono la vera speranza, che dà un senso “oltre”, anche quando le cose vanno male. “Avvertiamo - diceva Paolo VI – nell’umanità, un bisogno doloroso e, in un certo senso, profetico di speranza, come del respiro per la vita. Senza speranza non si vive.

L’attività dell’uomo è maggiormente condizionata dall’attesa del futuro, che dal possesso del presente. L’uomo ha bisogno di una finalità, di incoraggiamento, di pregustamento della gioia futura. L’entusiasmo, che è la molla dell’azione e del rischio, non può sorgere che da una speranza forte e serena. L’uomo ha bisogno di ottimismo sincero non illusorio....

Ogni speranza si fonda sopra una certezza, sopra una verità che nel dramma umano non può essere solo sperimentale. La vera speranza, che deve sorreggere il cammino dell’uomo, si fonda sulla fede, la quale è, nel linguaggio biblico, ‘fondamento delle cose sperate’ e, nella realtà storica, è Gesù risorto” (11 aprile 1971). Pare rivolto a noi, oggi, quanto afferma il profeta Isaia:
  • “Dice il Signore: ‘O voi assetati, venite all’acqua; chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate senza denaro e senza spesa vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane; il vostro patrimonio per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete”. (Is. 55, 1-3)
Ed è davvero bello e importante per la nostra vita il Vangelo che ci offre oggi la Chiesa. Incontriamo Gesù, che soffre in silenzio e si ritira in disparte in ‘luogo deserto “ quasi a voler nascondere il suo profondo dolore. Poi torna alla gente, alla folla che lo cerca e vede in Lui una speranza. E si commuove fino a farsi coinvolgere e offrire una rinnovata fiducia. Ci rivela come Gesù, Figlio di Dio, non si sottrae alle vicende umane, anche le più dolorose, e sa dare risposte al nostro bisogno di speranza, ieri come oggi. Leggiamo con commozione ogni parola, chiedendo al Maestro di farci partecipi dei sentimenti del Suo Cuore.
  • “In quel tempo - racconta Matteo - quando udì della morte di Giovanni Battista, partì su una barca e si ritirò in disparte in luogo deserto. Ma la folla, saputolo, lo seguì a piedi dalle città. Egli sceso dalla barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul fare della sera gli si accostarono i discepoli e gli dissero: ‘Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare’. Ma Gesù rispose: ‘Non occorre che vadano. Date loro voi stessi da mangiare’. Gli risposero: ‘Non abbiamo che cinque pani e due pesci.’ Ed egli disse: ‘Portatemeli qua’. E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunciò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai suoi discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla. Tutti mangiarono e furono saziati e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini”. (Mt. 14, 13-21)
Il breve racconto del Vangelo ci propone alla meditazione alcuni fatti. Anzitutto certamente il grande dolore di Gesù nell’apprendere della morte di Giovanni Battista. Era stato il suo precursore, ‘la voce del deserto che aveva presentato la via’: il solo testimone che Lui era davvero il Figlio di Dio. Giovanni, arrestato per la sola ragione che aveva rinfacciato ad Erode il suo peccato, era stato trucidato con il taglio della testa, perché il re non aveva voluto venir meno alla promessa, fatta ad Erodiade.

Questa scomparsa di Giovanni, deve avere colpito grandemente Gesù, tanto da scegliere la via della solitudine, come a voler cercare ‘un senso’ a tutto quanto stava accadendo attorno a Lui. Forse noi ci saremmo disperati o avremmo implorato vendetta o, quantomeno, giustizia. Ma non è nello stile di Dio, e quindi di Gesù, questo atteggiamento di ritorsione.

C’è un perché in tutto e di tutto, anche per noi: un perché scritto nel cuore di Dio e che può essere colto solo se si è capaci di ritirarsi, come fece Gesù, in disparte, nel silenzio, - quasi a prendere le distanze da reazioni ‘troppo umane’ - per trovare la forza di affidarsi ai disegni del Padre e, così, poter far nascere la speranza. È un ritirarsi in colloquio con il Padre, che avviene nell’incontro con la Parola, che svela i tanti perché della vita. Non è certamente la semplice ‘tentazione di fuggire dagli uomini’, ma un prepararsi ad incontrarli di nuovo sulla scia dell’amore.

Ricordo la notte del 15 gennaio 1968. noi padri rosminiani avevamo per tanti anni cercato di ricostruire la comunità, la stessa chiesa. Dopo tante fatiche, eravamo felici dei risultati. Ma quella notte, con il terremoto, tutto crollò. Erano le tre del mattino. Uscii, per fortuna indenne, e mi recai davanti alla Chiesa Madre, di cui non restava pietra su pietra, come di tutto il paese. Era facile cedere alla tentazione della disperazione. Ma non fu così.

Fummo richiamati dal dolore dei nostri fedeli che chiedevano aiuto. In quel momento, in pigiama, senza più nulla, a ‘mani nude’, avevamo solo la fede e il nostro cuore di pastori, che fu preso immediatamente dall’amore o, se vogliamo, dalla compassione, come Gesù di fronte alla folla affamata. Sulla piccola collina, fuori della nostra baracca, ponemmo una statua alla Madonna della speranza. E iniziò un lungo percorso verso la giustizia e il paese, sia pure dopo tante sofferenze, tornò a vivere una nuova vita.

Gesù - racconta il Vangelo - venne raggiunto dalla folla, quella silenziosa folla che sempre non riesce ad avere voce e cerca Uno che sia la sua voce, il compimento dei suoi inespressi desideri. In pratica Gesù era diventato punto di riferimento, come diremmo noi oggi. Uno da cui, forse, ci si aspettava tanto, non sapendo neppure che cosa sarebbe stato questo ‘tanto’. Gesù era allora - e dovrebbe essere anche oggi - la grande e sola speranza della vita.

Era la speranza per chi era malato e chiedeva di tornare alla salute, per chi sognava la libertà e non ne aveva mai sperimentato il significato, per chi forse voleva ritrovare se stesso, il senso della propria vita, frustrato dalle tante contraddizioni che sono, sembra, ciò che offre il mondo. Gesù aveva nulla, che esprimesse potenza. La forza era in Lui e nel suo “essere povero”.

Lui, che aveva fatto tutto, per cui tutto esiste e senza di Lui nulla ci sarebbe, non aveva ‘appoggi umani’. In apparenza non dava sicurezze, almeno terrene, allora come oggi. Ma in coloro che credono in Lui, allora come oggi - spero - vi era e vi è la consapevolezza che in Lui vi è ciò che non appartiene agli uomini, ma supera la fragilità umana.

AscoltandoLo si aveva allora, e si ha oggi, l’impressione che si aprano i Cieli con tutto il loro splendore; si ha la sensazione che tutto Gli è possibile, soprattutto si avverte il Suo incredibile amore per tutti e per ciascuno: un amore che ci fa sentire in Lui e con Lui al sicuro, tanto che si creò e si crea tra Lui e la folla un’autentica empatia.

E Gesù ricambia, dimenticando il suo stesso dolore per la morte di Giovanni. Scende dalla barca, si fa vicino, si fa partecipe della ‘passione’ che agita la folla e interpreta la loro speranza con due segni, guarendo gli ammalati e moltiplicando i pani.
Su quella folla, che Lo aveva inseguito, come si insegue la speranza, quel giorno Gesù deve essere apparso come un raggio di Luce, di Sicurezza, quella che viene direttamente dal Cielo.

Si ha l’impressione che gli uomini di oggi assomiglino tanto a quella folla, assetata di speranza. Dovremmo avere l’umiltà e la fiducia di ‘inseguire Gesù’ anche oggi, con la fede di Paolo, di cui stiamo celebrando ‘l’anno paolino’. Scrive l’Apostolo delle genti:
  • “Fratelli, chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di Colui che ci ha amati. Io sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né presente, né avvenire, né potenze, né alcuna creatura, potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore”. (Rom. 8,35-39)
Con Charles de Foucauld preghiamo:
  • “Padre mio, io mi abbandono a Te: fa’ di me ciò che ti piace.
    Qualsiasi cosa Tu faccia di me, io ti ringrazio.
    Sono pronto a tutto, accetto tutto.
    La Tua volontà si compia in me e in tutte le creature.
    Affido l’anima mia alle Tue mani. Te la dono, mio Dio,
    con tutto l’amore del mio cuore, perché Ti amo,
    perché Tu sei mio Padre”.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da Redazione » dom ago 17, 2008 6:44 pm

      • Omelia del giorno 10 agosto 2008

        XIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        “Coraggio, sono Io, non abbiate paura”


Tante volte, ed è naturale, vorremmo ‘sentire’ Dio vicino, quasi vederlo. Sappiamo che Dio è l’AMORE per eccellenza, e sappiamo che nulla sfugge al Suo sguardo sempre vigile su di noi, come è nella natura di un “papà”. E quando, soprattutto nelle difficoltà, Lo vorremmo vicino e ci pare di non sentirLo è facile abbandonarsi al senso pericoloso dell’abbandono o della solitudine.

Ci viene incontro, ad aiutare la nostra fede e, quindi, incoraggiarci, quanto oggi racconta la Bibbia: l’incontro con Dio di Elìa, che fuggiva, per non soccombere all’ira di Gezabele, moglie del re Acab.
  • “In quei giorni - racconta il primo libro dei Re - essendo giunto al monte di Dio, l’Oreb, entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco il Signore gli disse: ‘Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore’. Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna e udì una voce che diceva: ‘Che fai qui Elia?’. Rispose: ‘Signore, Dio dell’universo, sono stato preso da un’ardente passione per te, quando ho visto che gli Israeliti hanno violato il tuo patto, hanno demolito i tuoi altari e hanno ucciso i tuoi profeti: sono rimasto solo, cercano di togliermi la vita”. (1 Re 19, 11-13)
E sappiamo come Elìa riprese la sua missione, forte della Presenza del Signore: un Dio che non usa i nostri mezzi, che sanno di potenza umana, a volte di sopraffazione, ma contano nulla davanti a Lui, che si affida alla ‘leggerezza del vento’, forza di ogni amore.

È il segreto di tanti santi e di tanti cristiani, ancora oggi, che, trovandosi in difficoltà, con la voglia di abbandonare tutto, si affidano al silenzio, sicuri che lì incontreranno Chi li solleva. Non si capirebbe la forza di tanti martiri, di tanti santi, ancora oggi, che, travolti dalle sofferenze o dalle incomprensioni, ritrovano il sorriso, abbandonandosi a ‘quel vento leggero’ in cui c’è la Presenza del Signore.

In questi giorni di riposo, quante volte mi sono imbattuto, nel silenzio della montagna, in persone, sole, davvero tormentate dalla paura di Elia.
  • “Vi ha mandato la Provvidenza, mi diceva una persona. Ho come l’impressione che la mia vita sia un fallimento totale. Tutto mi va storto e non tropo più un angolo di certezza. Vorrei mollare tutto quello che faccio, perché ho attorno gente e fatti che sembrano voler distruggere me e quello che opero. È tanta la tentazione di darmi per vinto. Che devo fare? Perché Dio non si fa sentire?”.
E proprio a questa persona avvilita, ricordai quanto era avvenuto a Elìa sul monte Oreb. Si rasserenò e, qualche giorno dopo, rincontrandola, mi disse: “Ha ragione, sa? Urlavo verso il cielo chiedendo a Dio: ‘Dove sei?’. Mi sono raccolto in silenzio in una chiesetta, sola, e lentamente, ho sentito quel ‘vento leggero’ che è Dio che si fa vicino?

Sullo stesso tema, che possiamo definire ‘Il coraggio di continuare’, è il Vangelo di oggi. Racconta Matteo:
  • “Dopo che la folla si fu saziata, subito Gesù ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda, mentre egli congedava la folla. Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare”.
Colpisce questo intenso desiderio di Gesù di ‘stare solo e pregare’. Un invito a imitarLo. Ed insiste il Vangelo:
  • “Venuta la sera, egli se ne stava ancora lassù, solo”. La barca, intanto, distava già qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario. Verso la fine della notte, egli venne verso di loro, camminando sul mare. I discepoli, vedendolo camminare sul mare, furono turbati e dissero: ‘E’ un fantasma’ e si misero a gridare dalla paura. ma subito Gesù parlò loro: ‘Coraggio, sono Io, non abbiate paura’.
È bello pensare la nostra fede, il nostro rapporto con Gesù, così. Tutti sentiamo l’asprezza della vita che, a volte, è come una traversata burrascosa sul mare dell’esistenza. La famiglia, il lavoro, le malattie, le difficoltà, le incomprensioni e tante altre situazioni si fanno sentire a volte ‘le ossa rotte’.

Ma ciò che più ci svuota è sentirsi ‘come persi’, simili agli apostoli sulla barca, in mare agitato, con la sensazione che nessuno possa darci una mano...se non Dio...o un vero amico.

Ed è proprio in quei momenti che deve tornare alla mente Gesù che, se da un lato ci invita a salire sulla barca, dall’altro se ne sta in disparte, ma veglia su di noi, pronto a venirci incontro e dirci:
  • ‘Coraggio, non temete, sono Io!’.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » mar ago 26, 2008 4:38 pm

      • Riflessione del giorno 15 agosto 2008

        Maria Santissima Assunta in cielo (Anno A)


È grande festa, oggi - e non mi riferisco solo al ferragosto, che dovrebbe essere festa della vita - ma al GRANDE EVENTO DELL’ASSUNZIONE DI MARIA AL CIELO.

Quante chiese sono dedicate all’Assunta, come ad indicare a tutti noi la bellezza della vita che ci attende, se seguiamo Maria. Giusto proporre a voi - ovunque vi troviate - un pensiero su una solennità che vorremmo preannunci la ‘nostra solennità’, quando con Maria saremo in cielo. Così Paolo VI proponeva alla riflessione l’evento dell’Assunzione:
  • “Qui è la vita - dice la nostra faticosa, ma apparentemente vittoriosa conquista del mondo circostante, e qui si dirigono e arrestano i nostri desideri; qui arriva la nostra speranza al di là del quadro della nostra immediata esperienza. Il mondo della religione sembra vano; quello soprannaturale, poi, al quale siamo effettivamente destinati, inconcepibile.

    L‘aldilà è sostituito dall’al di qua.

    L’idea della Madonna che di là appunto ci osserva e ci attende, ci sembra strana e forse importuna. E invece quella Beatissima, se ancora fosse capace di trepidazione e di lacrime, soffrirebbe con noi, vedendoci intenti ad altri fini, che non quelli che a Lei conduce...

    In altri termini: siamo forse gente tutta occupata dai desideri e dagli affari di questo mondo, come se altro noi non dovessimo cercare di amare. Così noi non siamo più spiriti veramente religiosi, che conoscono la contingenza radicale delle cose presenti: e non siamo più allenati ad estrarre i valori superiori, quelli morali, connessi con il nostro destino.

    Ecco allora che il ricordo della assunzione di Maria fa risuonare nelle nostre anime, quasi uno squillo di trombe celesti, una chiamata che parte di là, dall’altra riva della vita, quella oltre il tempo e oltre il quadro del nostro mondo naturale nella sua dispiegata pienezza.

    Maria ci chiami. Maria ci dia la fede nel Paradiso e la speranza di raggiungerlo.

    Maria ci aiuti a camminare per la via di quell’amore che a quel beato termine conduce.

    Maria ci insegni ad operare con bravura e con dedizione, nella cura delle cose di questo mondo, ma ci dia insieme la sapienza e la povertà di spirito che tengono liberi i nostri cuori e agili i nostri animi per la ricerca dei beni eterni.

    E mettiamo fin d’ora nelle sue mani materne l’epilogo della nostra esistenza:

    ‘Difendici, o Maria, dal nemico invisibile e raccogli la nostra anima’.
E alla vigilia della grande solennità dell’Assunta, con voi, voglio pregare Maria, nostra diletta Mamma, che sicuramente ci attende in Cielo a vivere in pienezza la gioia con Lei:
  • “Madre di Gesù Cristo e Madre mia, io vengo a pregare

    non ho nulla da offrire e nulla da domandare.

    Vengo, Madre, solo a guardarti.

    Guardarti e piangere di gioia nel sapere che io sono tuo figlio e tu sei qui.

    Un istante solo, mentre tutto si ferma.

    Essere insieme con te, Maria, qui dove sei tu.

    Non dir nulla, ma solo cantare perché il cuore è troppo pieno,

    come il merlo che segue la sua idea, una specie di distici improvvisati.

    Perché tu sei bella, sei immacolata, donna restituita alla grazia.

    Tu sei lo creatura nella sua prima felicità e nel suo sboccio,

    così come è uscita da Dio nel mattino del suo originale splendore.

    Ineffabilmente intatta, perché tu sei la Madre di Gesù Cristo

    che è la verità tra le tue braccia, la sola speranza, il solo frutto,

    perché tu sei la donna,

    tu sei l’Eden dell’antica tenerezza dimenticata

    il cui sguardo va diritto al cuore e fa sgorgare lacrime accumulate.

    Sono qui per dire grazie semplicemente perché tu esisti” (Paul Claudel)


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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » mar ago 26, 2008 4:45 pm

      • Omelia del giorno 17 agosto 2008

        XX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        “Donna, davvero grande è la tua fede”


L’episodio della donna Cananea, che si rivolge a Gesù per ottenere la guarigione di sua figlia, ‘crudelmente tentata dal demonio’, offre l’occasione di riflettere insieme sul tema che rischia di degenerare la civiltà dell’amore che, per noi cristiani, è il cuore della fede.

Tiene banco nell’opinione pubblica, almeno la più sensibile alla dignità dell’uomo, il cosiddetto decreto ‘sulla sicurezza’. Parla di tolleranza zero nei confronti di chi viene tra noi legalmente, come i ‘rom’ o ‘nomadi’, o clandestinamente, come gli immigrati, soprattutto provenienti dalle coste africane, dopo un estenuante viaggio nel deserto, fuggendo dai loro Paesi, per sottrarsi alla violenza o, ‘più semplicemente’, alla fame. La dice lunga quella serie di sbarchi a Lampedusa, il più delle volte su barche, che tali non sono, messe a disposizione dai mercanti di uomini. C’è da lodare la generosità della nostra Marina che, quando vede, soccorre e salva. Ma giunti a riva, li attende il cosiddetto Centro di prima accoglienza, per poi, rimandarli all’inferno da cui provengono, perché ‘clandestini’.

Non ricordiamo che, in tante ondate, dall’inizio del ‘900, noi stessi abbiamo cercato dignità di vita ed accoglienza negli Stati Uniti e in tutta l’America del Sud, dove oggi vi è ‘la ricchezza di tante nazionalità’.

Visitai nel 1963 i nostri che emigravano in Germania, Svizzera, Francia. Molte volte vivevano in baracche malsane o in ambienti affittati, dove si ammassavano fino all’incredibile. Quando ero con loro, il ‘titolo’ che ci accompagnava sempre era, guarda caso, lo stesso che oggi noi usiamo con i rom: ‘zingari’, pronunciato in senso dispregiativo, al punto che in una città, accompagnato da alcuni dei miei parrocchiani emigrati, come tali fummo respinti: ‘Vietato ai cani e agli italiani’, era scritto all’ingresso del locale pubblico.

Cosa dovremmo dire, piuttosto, di tanti che ‘usano i clandestini’, per un lavoro ‘in nero’, mal pagato e quindi con uno sfruttamento di poveri, che è un grave furto. Che cosa è più grave? Chi condannare? I clandestini che sottostanno a qualsiasi condizione, cercando a caro prezzo un pane per vivere o chi sfrutta il loro bisogno?

Nessuno vuole negare l’atteggiamento criminale di alcuni clandestini che, con i loro comportamenti, danneggiano i propri connazionali. Ma quello che si deve evitare è ogni sentimento razzista, che cancella il cuore del Vangelo: ‘Amatevi gli uni gli altri come Io ho amato voi’, ricordando che la ‘zizzania’ è presente ovunque tra il seme buono e spetta al Padrone della messe discernere l’una dall’altro.

Il disagio che la Chiesa prova davanti a ‘questo rifiuto del fratello’ è bene espresso dai vari Centri di accoglienza delle Caritas e dal Pontificio Consiglio della pastorale dei Migranti.
  • “Si assiste - scrive – di giorno in giorno, nei confronti di immigrati e rom, al paventare provvedimenti restrittivi e discriminatori che, prima ancora di essere attuati, destano allarme e agitazione generale. Si continua ad annunciare lo smantellamento dei campi nomadi, senza indicare sotto quale tetto essi possano sopravvivere, si vogliono compromettere di fatto le vie di accesso a chi chiede asilo o protezione umanitaria, si annuncia il prelievo delle impronte digitali ai bambini rom. Tutto questo non significa smorzare le paure e dare tranquillità alla nostra gente, ma porre le premesse per riesumare una specie di xenofobia o peggio di discriminazione razziale, di cui anche in Italia si è fatta amara esperienza. Non comprendiamo poi perché le impronte digitali vengano prelevate soltanto ai minori di questa minuscola etnia rom, proprio quando in questi tempi si è spesso informati di bande minorili italiane, che scorazzano per le vie e parchi delle nostre città”.
Parole dure, se vogliamo, ma che cercano di riscoprire quell’animo generoso e gentile che era ed è di tanta nostra gente, a cominciare dalla più semplice. Così descrive Matteo l’episodio della Cananèa:
  • “In quel tempo, Gesù, partito di là, si diresse verso le parti di Tiro e Sidone, Ed ecco una donna cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: ‘Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio’, Ma Gesù non le rivolse neppure una parola. Allora i discepoli gli si accostarono implorando: ‘Esaudiscila, vedi come ci grida dietro. Ma egli rispose: ‘Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele’. Ma quella si avvicinò e si prostrò dinnanzi al lui dicendo: ‘Signore, aiutami!’, Ed egli rispose: ‘Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini’. ‘E’ vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni’. Allora Gesù le replicò: ‘Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri’. E da quell’istante sua figlia fu guarita”. (Mt. 15,21-28)
È davvero commovente questo episodio, che Matteo ha voluto - tra i tanti - ricordare e proporre a tutti noi, perché quella donna cananèa, ha avuto una fede che è una vera lezione per tutti, sempre.

Ammiriamo innanzitutto l’umiltà e fiducia con cui si rivolge al Maestro. Pietà di me Signore! Non era una donna che apparteneva ai discepoli di Gesù. Questi provenivano dal ‘popolo ebreo’, il popolo eletto, che Dio aveva scelto per la nostra salvezza. Lei era una straniera - diremmo oggi un’ extracomunitaria! - Apparentemente, non aveva nulla da condividere con Gesù.

E Gesù - da pedagogo - evidenzia questa disparità, nel non dare ascolto alla sua preghiera, come se le sofferenze di chi non Gli apparteneva, non Lo interessassero. Sembra davvero voglia evidenziare le nostre stesse discriminazioni. Quante volte, di fronte alle tragedie di tanti, che cercano da noi ‘le briciole che cadono dalle nostre tavole’, pare che non solo non ci interessino, ma - Dio ci perdoni -li respingiamo.

Fa molto riflettere quel grido della donna Cananea e l’apparente indifferenza di Gesù, che pare ‘mettere tutti alla prova’! Infatti, i discepoli si trovano ‘come costretti’ a scuotere l’indifferenza del Maestro: ‘Esaudiscila, non vedi come ci grida dietro?’ Più che un vero atto di amore, chiedono di ‘togliersela dai piedi’, ascoltandola, perché dava fastidio. La Cananea non si lascia affatto fermare, ma delicatamente affronta Gesù, con parole di umiltà, fiducia, mettendosi nelle sue mani, al di là di ogni appartenenza.

E Gesù continua a mettere anche lei alla prova: ‘Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini’. Ma la risposta di lei pare sorprendere lo stesso Gesù: ‘E’ vero, Signore, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni’.

A questo punto Gesù si commuove e ascolta ed esprime la sua meraviglia con un’affermazione, che vorremmo sentirci dire tutti: ‘Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri’. Un episodio che davvero diventa ‘una icona di accoglienza e fede totale’. L’accoglienza di Gesù, che dimostra di voler superare ogni divisione tra gli uomini: tutti agli occhi del Padre sono figli, a qualunque etnia appartengano, qualunque sia la loro fede, la loro origine, la loro provenienza. Tutti vanno amati, ascoltati, accolti.

Penso a quei “barconi di disperati” che dall’Africa rischiando la vita vengono da noi e ci urlano il diritto alla vita. Fa male anche solo scorgere indifferenza o fastidio verso di loro. E’ vero che la Chiesa accoglie il loro grido e lo porta ai responsabili e, soprattutto, opera al suo interno e sono tante le forme di amore verso chi ha bisogno, senza badare alla razza o nazionalità o religione. Quello che si fa all’uomo si fa a Dio, ma spesso non basta quello che facciamo!

La fiducia totale della donna cananea, che davvero è esempio di fede, per come si rivolge a Gesù, abbandonandosi nelle sue mani, con totale fiducia: Pietà di me, Signore! Signore aiutami!... e trovando il coraggio, per amore della figlia, di ribattere alle obiezioni del Maestro, senza arroganza, ma in assoluta sincerità: ‘Anche i cagnolini si cibano delle briciole...!’, attirando così lo stupore dello stesso Figlio di Dio: ‘Donna, grande davvero è la tua fede! Meditiamo le parole che Paolo VI, uomo di profonda fede, ci consegna:
  • “Fede è propriamente una risposta al dialogo di Dio, alla Sua Parola, alla Sua Rivelazione. È il ‘sì’ che consente al pensiero divino di entrare nel nostro; è l’adesione dello spirito; della volontà, dell’intelletto ad una verifica per l’autorità trascendente di una testimonianza, a cui non è solo ragionevole aderire, ma intimamente logico per una strana e vitale forza persuasiva che rende fatto di fede estremamente personale e soddisfacente. È la fede un atto che si fonda sul credito che noi diamo al Dio vivente; è l’atto di Abramo che credette a Dio e da ciò trasse salvezza: ‘Gli fu computato a giustizia’. È un atto insieme di fiducia, che pervade tutta la personalità del credente e impegna la sua maniera di vivere. È la sua migliore offerta a Dio, a Cristo Maestro, alla Chiesa custode e interprete del suo messaggio. È il passo con cui il fedele varca la soglia del Regno di Dio ed entra nel sentiero del suo eterno destino. Capite cosa è la fede? (19 aprile 1967)
Insomma è la semplicità della Cananea che si affida, senza tanti ragionamenti, spinta dall’amore, a Colui in cui sente di poter porre la sua fiducia. Una fiducia ripagata che le meriterà per sempre quella splendida lode, che vorremmo sentire rivolta anche a noi: ‘Donna davvero grande è la tua fede!’

Con Madre Teresa è bello oggi rivolgersi a Gesù così:
  • “Gesù, tu sei la Vita che voglio vivere,

    la Luce che voglio riflettere,

    il Cammino che conduce al Padre,

    l’Amore che voglio amare,

    la Gioia che voglio condividere e seminare attorno a me.

    Gesù, Tu sei Tutto per me,

    senza di Te non posso fare nulla.

    Tu sei il Pane di Vita, che la Chiesa mi dà.

    E per Te, in Te, con Te posso vivere”


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » mar ago 26, 2008 5:42 pm

      • Omelia del giorno 24 agosto 2008

        XXI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        “Voi chi dite che Io sia?”


Sappiamo tutti come il termine ‘cristiano’ il più delle volte sia semplicemente ‘un aggettivo’ e non un ‘modo di essere’, che testimonia e interpreta il dono della vita, ossia, come afferma Paolo: ‘Per me vivere è Cristo’.

Eppure ci troviamo di fronte ad un presente che conosce tanti che vivono sul serio Cristo, ne sono testimoni viventi e ritengono che Lui sia la sola Persona, il solo Bene da coltivare e a cui donarsi, in altre parole Gesù è ‘la Via, la Verità e la Vita’, e sono di Cristo fino a ritenere un dono il testimoniare il loro amore dando la vita, con il martirio. Penso tante volte a fratelli nella fede, in Paesi dove è assolutamente proibita ogni forma di religione, come la Cina, e dove professare apertamente la fede significa carcere duro.

Vescovi, sacerdoti e tanti semplici cristiani hanno sperimentato l’asprezza del carcere duro per tanti anni, ma non si sono mai arresi. Mi è sempre davanti l’esempio del vescovo del Vietnam del Nord, che visse nell’isolamento totale per sedici anni, sempre sotto stretta sorveglianza e che ‘rubava’ un momento della sera, quando non era osservato, per celebrare la Santa Messa da solo, con un goccio di vino sulla mano e un pezzettino di pane. Viaggiai con lui in aereo e mi sorprendeva il suo ineffabile sorriso, come se quel martirio fosse stato un dono. Mi voleva donare la croce pettorale, di lamiera e legno, e la ‘catenina’, di filo spinato, costruita nel periodo della prigionia. Mai vista così tanta gioia in un cristiano!

E come lui, quanti vivono la ‘passione di Cristo’ oggi, in tutto il mondo - dimenticati dai massmedia, perché ‘non fanno notizia’, ma ‘seme di nuovi cristiani’ nel piano di Dio - chiedere loro: ‘Chi dite che sia il Figlio dell’uomo?’ Li sorprenderebbe, perché, con evidente stupore, direbbero sicuri: ‘Tutto, la nostra vita’.

Ricordo mia mamma, innamorata di Gesù, che, quando con papà affermava: ‘Gesù è davvero tutto per me’, lui scherzando rispondeva: ‘allora per me è rimasto nulla!?’. Così come tanti, nei conventi, nella vita comune, vivono davvero un’esistenza in cui Cristo è il tutto. Sono ‘la luce del mondo, il sale della terra’ e quello spazio tra noi, in cui Dio si mostra vivo, come fu al tempo di Gesù. Forse, per tanti, questo modo discreto che prende le distanze dai tanti ‘rumori del mondo’ - capace solo di promettere illusioni, che spesso si rivelano amare - questo stile tipico dell’amore, che si dà senza rumore, non fa presa.

Ed è come il ripetersi dell’inganno del serpente ai nostri progenitori: una proposta di superbia senza Dio, per ‘farsi dio’. Purtroppo è questa superficialità, che sconfina nell’indifferenza religiosa e nell’ateismo pratico, in cui Gesù conta poco o nulla, quella che regna su troppi.

Gesù così rimane ‘la grande scelta’, di sempre: con Lui o senza di Lui. Ma se è meravigliosamente bello, divino, farsi conquistare da Gesù, è terribilmente triste vivere senza di Lui: un’assenza, quella di Gesù, che a volte porta ad odiare la stessa vita. Così Gesù, oggi, interpella i ‘suoi’ sulla Sua identità. Scelti da Lui, si erano lasciati sedurre, forse sperando, umanamente, che li avrebbe liberati dalla povertà della vita. Chissà quanti sogni avevano nutrito gli apostoli. Sogni di mondo non di Cielo. Narra il Vangelo:
  • “Essendo Gesù giunto nella regione di Cesarea di Filippo chiese ai suoi discepoli: ‘La gente chi dice che sia il Figlio dell‘uomo’?. Risposero: ‘Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti‘. Disse loro: ‘Voi chi dite che io sia?’. Rispose Simon Pietro: ‘Tu sei il Cristo il Figlio del Dio vivente’. E Gesù: ‘Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne, né il sangue, te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io dico a te: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli‘. Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo”. (Mt. 16, 13-20)
La domanda, posta da Gesù stesso: ‘Voi chi dite che io sia?’ è rivolta ancora agli uomini di oggi, a noi personalmente. Io, cosa penso di Cristo? Egli ci appare tuttora come un mistero. Forse lo conosciamo perché Egli vive con noi, in una società, in cui ancora traspaiono i Suoi principi. Lo conosciamo, forse, per l’educazione religiosa ricevuta.

Ma la domanda resta e le nostre labbra, sovente, sono senza risposta, o perlomeno senza una risposta piena, come quella dei santi. Una risposta che sentiamo troppo impegnativa, grave, perché implica tutto il nostro destino umano e spirituale. È una risposta troppo profonda ed ineffabile: conoscerLo e definirLo vorrebbe dire VlVERLO.

La sua figura rimane così vaga e sbiadita, e, come i discepoli colti nella tempesta sul lago, vedendoLo venire, camminando sulle acque, grideremmo: ‘E’ un fantasma!’. Così la nostra conoscenza di Cristo è rudimentale, frammentaria, incerta o forse fredda, se non ostile. Lo conosciamo senza amarLo, Lo supponiamo senza conoscerlo, trascurandoLo e dimenticandoLo.

Diciamo questo perché, nell’ aria che respiriamo, possiamo avvertire il paradosso che si incontra là dove la Chiesa, a qualsiasi livello della sua autenticità, non esita ad affermare, ieri e oggi, che per lei ‘Dio non è morto’, continuando impavida e felice a testimoniare e proclamare con Pietro che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente’. Mi piace offrire una meravigliosa riflessione di Paolo VI, vero innamorato di Gesù:
  • “Oggi l’ansia di Cristo pervade il mondo dei lontani, quando in essi vibra qualche autentico movimento spirituale. La storia contemporanea ci mostra, nelle sue salienti manifestazioni, i segni di un messianismo profano. Il mondo, dopo avere dimenticato e negato Cristo, Lo cerca. Ma non vuole cercarLo quale è e dove è. Lo cerca fra gli uomini mortali; non si cura di adorare il Dio che si è fatto uomo e non teme di prostrarsi servilmente davanti all’uomo che si fa dio. Il desiderio di trovare un uomo sommo, un prototipo della umanità, un eroe di complete virtù, un maestro di somma sapienza, un profeta di nuovi destini, un liberatore da ogni schiavitù e da ogni miseria, assilla tutte le generazioni inquiete, che forti di qualche sconsacrato frammento di verità tolte al Vangelo, agitano inumane politiche e preparano grandi catastrofi.

    Dall’inquietudine degli spiriti laici e ribelli, prorompe fatale una confessione al Cristo assente: di Te avremmo bisogno. Di Te abbiamo bisogno, dicono altre voci isolate e disparate; sono molte, oggi, e fanno coro. È una strana sinfonia di nostalgici, che sospirano a Cristo perduto; di pensosi, che intravedono qualche evanescenza di Cristo; di generosi, che da Lui imparano il vero eroismo; di sofferenti, che sentono la simpatia per l’Uomo dei dolori; di delusi, che cercano una parola ferma, una pace sicura; di onesti, che riconoscono la saggezza del vero Maestro; di volenterosi, che sperano di incontrarLo sulle vie diritte del bene; di artisti, che cercano superiori rapporti espressivi con l’intima verità delle cose; di convertiti, infine, che confidano la loro avventura spirituale e dicono la loro felicità per averLo trovato.
    Si guarda a Cristo come al divino operaio, che ha condiviso le fatiche e le ha nobilitate e santificate; al profeta dei poveri, degli affamati di giustizia; come al Maestro vindice della dignità umana, Giudice di ogni ipocrisia personale e sociale, Banditore della solidarietà e carità.
    E Cristo ascolta noi che stiamo pregando e ci segue.
    O Cristo, Tu ci sei necessario per venire in comunione con il Padre, per diventare, con Te, che sei unico Figlio, Suoi figli adottivi.
    Tu ci sei necessario, o solo Maestro delle verità recondite e indispensabili della vita, per conoscere il nostro essere e destino e la via per conseguirlo.
    Tu ci sei necessario, o Redentore nostro, per scoprire la nostra miseria e per guarirla; per avere il concetto del bene e del male e la speranza della santità.
    Tu ci sei necessario, o Fratello primogenito del genere umano, per ritrovare le ragioni della vera fraternità fra gli uomini, i fondamenti della giustizia, i tesori della carità, il bene sommo della pace.
    Tu ci sei necessario, o Cristo, Signore, Dio-con-noi, per imparare l’amore vero e camminare nella gioia e nella forza della tua carità, lungo il cammino faticoso della vita, fino all’incontro finale con Te amato, con Te atteso, con Te benedetto nei secoli”. (discorso Quaresima 1955)
Quanto amore aveva Paolo VI per Gesù! Vorremmo essere capaci di accostarci a Lui con la stessa umiltà e serenità. Dà ragione a quello che Paolo, scrivendo ai Romani, affermava:
  • “O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili le sue vie! Infatti, chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? O chi Gli ha dato qualcosa per primo, sì che abbia a riceverne il contraccambio? Poiché da Lui, grazie a Lui e per Lui, sono tutte le cose”. (Rom. Il, 33-36)
Voglio terminare questi ‘pensieri di affetto a Gesù’ con le parole di Mons. Bello: ‘Lui è il Signore, è Gesù di Nazareth: è questo nostro indistruttibile amore attorno al quale vogliamo legare la vita, al quale non ci vogliamo aggrappare, ma donare. Purtroppo, miei cari amici, devo dirvelo questo: io conosco molti cristiani, e tra questi ci sono anch’io, che si aggrappano al Signore, perché hanno paura, ma non si abbandonano a Lui perché Lo amano. E questo non è un abbraccio di tenerezza, è un prodotto della paura.

Noi al Signore ci dobbiamo abbandonare: a Lui, fontana antica che ha acqua, l’unica capace di dissetarci. Chi ha sete va e beve; chi è stanco, va a lavarsi la fronte. Ecco, così è Gesù Cristo: Lui per ognuno ha una parola particolare. Ha una parola di tenerezza, di incoraggiamento. Noi dobbiamo riscoprirla soltanto.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio ago 28, 2008 2:05 pm

      • Omelia del giorno 31 agosto 2008

        XXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Se qualcuno vuol seguirmi...


A volte i nostri progetti non conoscono la pienezza della gioia, perché forse in essi abbiamo realizzato quello che è puramente un bene transitorio: erano il “sogno della vita”, in cui si era riposta ogni aspettativa, ma poi si infrangono in un ‘vuoto’ che sbriciola ogni possibilità di gioia e allora è davvero grande la nostra sofferenza, che, a volte, finisce nella sensazione di un fallimento della vita stessa.

Se ricordiamo, il Vangelo della scorsa settimana, ci raccontava dell’improvvisa e imprevista domanda di Gesù a quanti lo seguivano, dodici uomini, tanto semplici nella vita e desiderosi di ‘sogni’: “Voi chi dite che io sia?”. La risposta di Pietro era stata immediata: “Tu sei il Cristo il Figlio del Dio vivente”. E Gesù: “Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne, né il sangue, te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io dico a te: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Possiamo immaginare la grande gioia di Pietro.

Ma Pietro non era ancora ‘entrato’ nel grande mistero della presenza di Gesù tra di noi: la Sua missione, dataGli dal Padre, per la nostra salvezza. Una missione che Gesù stesso svela ai Suoi, ‘scandalizzando’ il generoso Pietro. “Gesù - continua infatti il racconto di Matteo - cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto, da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi e venire ucciso e resuscitare il terzo giorno”.

Un discorso chiarificatore, che mostrò, in tutta la sua durezza, il perché Gesù era venuto tra noi, per tutti. Pietro non accetta questa durezza. Gesù non poteva, secondo lui, finire così, e forse lo pensiamo anche noi, quando vediamo, oggi, Gesù calpestato, crocifisso. Pietro, allora, non aveva capito, e non capiamo noi, la logica dell’amore che, per salvare, si fa dono totale, fino alla morte per la nostra resurrezione. Dio non si diverte a farci soffrire, ma permette la sofferenza - bagaglio del nostro essere creature limitate e finite - per la vita eterna.
  • “Pietro allora trasse in disparte Gesù - racconta Matteo - e cominciò a protestare dicendo: “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai”. Ma Egli, voltandosi, disse a Pietro: ‘Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini‘. Allora Gesù disse ai suoi discepoli: ‘Se qualcuno vuoi venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia la troverà. Quale vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnasse il mondo intero e poi perdesse la propria anima? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima? Poiché il Figlio dell‘uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli e renderà a ciascuno secondo le sue azioni”. (Mt. 16,21-27)
Incredibile come Gesù affronti Pietro che, per il grande amore che aveva per il Maestro, cercava di sbarrare la strada al disegno del Padre, nel Figlio; un disegno che Lo portava a dare tutta la vita, per renderci veramente liberi, figli di Dio, eredi del Suo Regno. Un duro prezzo quello che Gesù doveva pagare.

Pietro, in fondo, tentava di ‘fermare’ la via del dolore, seguendo il nostro istinto, che vorrebbe cancellare la sofferenza, - e tanti hanno pensato o pensano così, ricorrendo anche al suicidio o ad altro - ma così facendo Pietro, come noi, ostacola la via dell’amore. Pietro non si era neppure posto la ragione di una ‘necessità del dolore’, nei disegni di Dio, e neppure si era chiesto quale potesse essere la strada per raggiungere la pienezza della felicità, che è l’aspirazione di tutti: felicità che è dono del Padre e va conquistata.

Ma lo sbaglio di Pietro, se ci pensiamo, è il nostro. E pare di sentire rivolta a noi la risposta di Gesù: una risposta destinata a togliere ogni illusione, sempre: la sofferenza è necessaria, se vogliamo ‘pensare come Dio e non come gli uomini‘. Eppure fa impressione come il mondo tenti tutte le vie per sopprimere quella sofferenza, che è l’ombra della croce, proiettata su di noi e che ci precede sempre.

Giusto alleviare le sofferenze di chi è malato, è carità. Ma difficile curare le sofferenze del cuore, che sono quelle che fanno più male, colpiscono, a volte, il centro della ragione di vivere e portano alla disperazione. E non è facile, credetelo, anche per noi Pastori, farsi Cirenei di tante situazioni, in cui davvero il peso della croce a volte provoca tante cadute, come fu per Gesù, nella salita al Calvario. Ci vuole tanto, ma tanto amore, fino a farsi carico della sofferenza dell’altro, come Maria sotto la croce del Figlio. Ma è difficile, oggi, incontrare chi, non solo capisca il dolore, ma accetti di condividerlo.

Eppure è nella condivisione che si scopre ed esperimenta l’amicizia vera. Così il profeta Geremia, in uno ‘sfogo con Dio’, parla della sofferenza procuratagli dai suoi contemporanei:
  • “Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno; ognuno si fa beffe di me. Quando parlo, devo gridare, devo proclamare: Violenza! Oppressione. Così la parola del Signore è diventata per me, motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno. Mi dicevo: ‘Non penserò più a Lui, non parlerò più in Suo nome!‘. Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo”. (Ger. 20, 7-9)
E san Paolo, scrivendo ai Romani, gli fa eco, come a confermarci tutti nell’inevitabilità della sofferenza, vissuta come amore:
  • “Fratelli, vi esorto, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a Lui gradito e perfetto”. (Rom. 12, 1-2)
Facendoci condurre per mano dalla parola di Dio, mi viene oggi da pensare a tanti dei miei amici, che hanno la bontà di riflettere con me e farsi illuminare da Dio stesso, e stanno vivendo piccole o grandi sofferenze, forse non trovando conforto e ragione. Momenti difficili, che chiedono parole che diano ‘sapore’ alle loro sofferenze.

Anch’io, esperto di tante sofferenze, conosco il dolore, e ho avuto il sostegno di tanti amici e fratelli, che mi sono stati vicini, ma il conforto ‘totale’ l’ho sempre trovato solo nel Signore. A mia volta desidero farmi vicino con tanta amicizia, offrendo una preghiera-riflessione, che scrivevo in una guida ai misteri dolorosi del Rosario, anni fa.
  • Maria, Madre nostra, deve essere stato davvero difficile per te, come Mamma, accompagnare Gesù nella sua passione e morte. Noi uomini vorremmo essere sempre felici, dalla nascita alla morte, e dopo. Non vorremmo incontrare, né vedere il dolore, mai. Ed invece, dentro e fuori di noi, esso ci accompagna, come fosse la nostra ombra, come una parte di noi stessi.

    Tu, Madre dolorosa, non sei sfuggita al dolore. Lo hai accolto a braccia aperte, come da giovinetta hai accolto l’Amore, nell’ Annunciazione dell’Angelo. Sapevi che dicendo ‘sì’ al tuo Signore e Creatore, la tua vita sarebbe diventata dura, molto dura; diventando Madre di Gesù, la tua vita, per immenso amore, sarebbe stata un condividere quello che il Figlio avrebbe vissuto, fino alla morte.

    Il dolore, per te, altro non era che il modo di amare. All’appuntamento con la passione di tuo Figlio, tu eri lì. Gesù chiamava spesso quell’appuntamento la ‘sua ora’; noi, oggi, diremmo la grande Ora della storia dell’umanità. Ed è diventata anche ‘la tua ora’.

    Vorrei che fosse anche la ‘mia ora’, quando sono chiamato a soffrire. Ma noi uomini, tanto deboli, quando avvertiamo la ‘nostra ora’, ci facciamo prendere dalla paura, se non dalla disperazione.

    Gesù aveva fatto precedere la ‘sua ora’ da meravigliosi atti di amore nel Cenacolo. E Lui ha voluto insegnarci che il dolore, per essere sacro, deve sempre essere vissuto come amore. ‘Non c’è amore più grande che dare la vita per gli amici’ disse Gesù.

    E così, amore e dolore sono come due poli che, uniti, danno luce e mostrano il Cuore di Dio e il Tuo, o Madre. Ciò non toglie, o Maria, che nel dolore io senta tutta la sua durezza.

    Anche Gesù, Tuo Figlio, nostro Signore, Dio da Dio, l’avvertì e la visse nella preghiera, accettandola come ‘volontà del Padre’ e sotto la croce, dove hai voluto ‘stare’, per vivere fino in fondo il dolore del Figlio, in qualche modo, per te, era come morire con Lui.

    Aiutami nei momenti di dolore a farmi vicino a Te, sotto la croce, e rendimi capace di quell’amore che rende il dolore gloria.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » mer set 03, 2008 8:02 am

      • Omelia del giorno 7 settembre 2008

        XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Un bene perduto: l’ammonizione


È facile, oggi, giudicare, condannare, atteggiamenti che il più delle volte nulla hanno a che fare con l’amore. È diventata una moda quella di ‘criticare’, fermandosi ad una visione superficiale su chi ci sta vicino o ‘ci passa’ vicino. Difficile trovare chi vede il bene o con carità ci aiuta a uscire dal male, con il dono umile dell’ammonizione, che non deve mai essere e neppure apparire quasi una superiorità, ma solo desiderio profondo di bene.

C’era un tempo in cui le nostre mamme non lasciavano mai sfuggire un tratto sbagliato della nostra vita. Sapevano, nel loro grande amore, che era un volerci bene e che, se non correggevano a tempo debito, si rischiava che il male diventasse una triste abitudine di vita. ‘Antonio - mi diceva mia mamma - è vero che ti faccio cento prediche al giorno, ma è perché ti voglio bene. Tu non conosci le insidie del male e io cerco, non solo di fartele vedere, ma di creare una coscienza del bene, che si trasformi poi in un giusto comportamento nella vita, quando sarai tu a camminare con le tue gambe. Non vorrei, quando saremo davanti al Padre, sentirmi dire che, se sei cresciuto male, la responsabilità è mia, perché non ti ho educato al bene da piccolo. Verrà il tempo che sarai solo a decidere: non dimenticare mai i miei ammonimenti!’. E così fu. Alla vigilia della sua morte, all’età di 99 anni, visitandola, già vescovo, ebbe ancora la forza di ammonirmi: ‘Ricordati, Antonio, e mi raccomando: fa’ sempre giudizio e comportati bene!’

Ma ci sono ancora famiglie dove vige una sana ammonizione, frutto dell’amore? O, per non aver fastidi, si dice sempre ‘sì’ a tutto, oppure ‘no’ senza spiegazioni? Quale la ragione dei fatti di bullismo, della voglia di affermarsi su tutti, che è sintomo di superbia, o della ‘voglia di sballo’, segno di grande fragilità interiore? Quante vite si salverebbero se l’amore di tutti facesse strada al bene!
  • In un mondo che va perdendo la capacità di amare - affermava Paolo VI – man mano che perde la capacità di conoscere Dio, e facendo dell’uomo centro supremo del suo pensiero e della sua attività, divinizza se stesso, spegne la luce della verità, vulnera i motivi dell’onestà e della gioia, noi proclameremo la legge dell’amore che si sublima, dell’amore che sale, dell’amore che osa prefiggere a suo termine l’infinita bontà. Risponderemo a Dio con l’offerta del nostro cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente. Sarà la nostra vita un incantevole dialogo con quel Dio che, dopo averci creati, redenti, associati alla sua vita, rivolge a noi la fatale domanda, che Cristo risorto rivolse a Pietro: ‘Mi ami tu?’. (discorso del 1956)
È quanto ci dice oggi san Paolo, nella lettera ai Romani:
  • “Fratelli, non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole, perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti, il precetto: ‘Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare’ e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore”. (Rom. 13, 8-10)
Tornando al dovere di carità dell’ammonizione, credo che, chi ama il fratello, non può tacere di fronte ai suoi errori, magari compiuti senza sapere neppure che sono errori. Quante volte capita - a tutti! - di ‘uscire dalla strada buona della vita’ e non esserne pienamente consapevoli! Se si ama davvero, non si può tacere.

Quando, da vescovo, mi trovai di fronte al grande male della criminalità, scrissi, assieme ai miei confratelli della Campania, una lettera pastorale che intitolai con le parole del profeta Isaia: ‘Per amore del mio popolo non tacerò’. Fu un atto di grande coraggio, ma necessario, perché, tacendo, come volevano gli affiliati alla camorra, era come fare strada a loro. Ci sono troppi silenzi pericolosi, nella politica, nell’economia, nella scuola, nella famiglia: silenzi che fanno tanto male a tutti. Ma è necessario che a muoverci nell’ammonimento sia, non l’esibizione di un’immunità personale dall’errore. Anzi, Gesù ci avverte:
  • “Perché stai a guardare la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello e non t’accorgi della trave che è nel tuo occhio”? Come puoi dire al fratello: ‘Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio’, mentre nel tuo occhio hai una trave? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio, allora ci vedrai bene e potrai togliere la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello”. (Mt. 7, 1-6)
Questo è il vero atteggiamento di umiltà e di amore con cui possiamo e dobbiamo ‘ammonire il fratello’. Ascoltiamo ancora Gesù:
  • “Disse ai suoi discepoli: Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà avrai guadagnato tuo fratello, ma se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea. E se non ascolterà neanche l’assemblea sia per te come un pagano o un pubblicano. In verità vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sulla terra, sarà sciolto anche nei cieli”. (Mt. 18, 15-20)
Fossimo capaci tutti di mostrare discretamente l’amore al fratello ammonendolo - sempre con umiltà e affetto sincero - certamente tanti, ma tanti, si salverebbero. Quanto deve farci temere il silenzio sui mali attorno a noi, magari con la scusa ‘fanno tutti così’ oppure che male c’è?’! Non è questo che Gesù ci insegna. A volte basta uno sguardo dolce per far capire ad un fratello che sta sbagliando. Uno sguardo che tante volte ottiene più che una scarica di anatemi nelle prediche.

Mi scrive un’insegnante, che ora è in pensione: ‘L’attuale emergenza educativa mi preoccupa molto, ma ho la certezza e l’orgoglio di non avervi contribuito. Mai messi i remi in barca, anche nei momenti per me tragici. Ma oggi gli strumenti formativi, che in passato hanno funzionato, si rivelano inadeguati, anche per i docenti eccellenti, a contrastare la crisi di autorevolezza e la decadenza del ruolo carismatico che attraversa la scuola in tutti i suoi ordini. La riforma più urgente è una riforma morale; è il ripristino del senso delle regole, della legalità e della giustizia. Quando penso alla scuola la metafora che per prima mi viene in mente è quella di un tribunale dove i giudici assolvono indiscriminatamente tutti, colpevoli e innocenti. Se questo avvenisse nella società sarebbe il caos. Bisogna ripensare una scuola difficile, dove ad essere promossi siano l’impegno e la cultura e non viceversa, come accade da un po’. Molte coscienze giovanili più fragili si sono corrotte così’.

Una riflessione che va bene, ora che siamo alla vigilia di un nuovo anno scolastico, c’è davvero di mezzo il futuro, non solo degli studenti, ma della società. Ascoltiamo il profeta Ezechiele:
  • “Così dice il Signore: Figlio dell’uomo, io ti ho costituito sentinella per gli Israeliti. Ascolterai una parola della mia bocca e tu li avvertirai da parte mia. Se io dico all’empio: Empio tu morirai e tu non parli, per non distogliere l’empio dalla sua condotta, egli, l’empio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte chiederò conto a te. Ma se tu avrai ammonito l’empio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte, egli morirà per le sue iniquità, tu invece sarai salvo”. (Ez. 33, 7-9)
C’è solo da pregare che tra di noi, che ci vogliamo bene, torni con amore quanto dice il profeta: ‘essere sentinelle’ del prossimo; tutti, a vicenda. Come sarebbe bello sapere che c’è chi si interessa del nostro bene, pronto ad aiutarci, a correggere la rotta, quando usciamo di strada! Ci fu un tempo in cui, da vescovo, alzai la voce contro la criminalità organizzata, ma tenendo sempre presente il motto di Giovanni XXIII: ‘condannare l’errore, ma amare l’errante’.

Uno che si definiva ‘capo’ - e lo era - chiese di incontrarmi. Dopo aver riflettuto e pregato, accettai la sua richiesta. Venne una sera e si trattenne con me per tre ore: un lungo tempo, in cui cercai di fargli capire l’enormità del male che commetteva e la necessità di cambiare rotta, per il bene suo e di tutta la comunità. Ascoltava ammirato che qualcuno avesse il coraggio di rinfacciargli il grande male che faceva. Era talmente stupito che ogni tanto mi interrompeva con una frase. ‘Lei mi sta nel mezzo del cuore’. Se ne andò confuso e lentamente l’ammonizione si fece strada, al punto che un giorno mi fece sapere che aveva deciso di sciogliere il suo gruppo, che contava circa 400 uomini, come lui dediti al crimine. La cosa si seppe e la criminalità non accettò questo atto di estinzione di una ‘famiglia potente’. Fu immediatamente ucciso. Morì, ma non da criminale, ma, come più volte aveva affermato quella notte, ‘da cristiano’.

È stupendo, credetemi, essere cristiano, vescovo, e fare della propria vita un ‘essere sentinella’ di quanti il Signore affida. Si possono incontrare contrarietà, ma è bello sentirsi ‘sentinelle dei fratelli’, perché non si perdono. Nessuno.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio set 11, 2008 2:42 pm

      • Omelia del giorno 14 Settembre 2008

        Esaltazione della Santa Croce (Anno A)



        Amore e dolore nel segno della croce
È davvero un grande mistero dell'amore di Dio per noi quello che contempliamo nella Croce su cui il Figlio unigenito donò tutto se stesso, per farci partecipi del Suo Amore e della Sua Gloria. La Chiesa, oggi, così canta:
  • “Ecco il vessillo della croce, mistero di morte e di gloria,

    l’Artefice di tutto il creato è appeso ad un patibolo.

    Un colpo di lancia trafigge il cuore del Figlio di Dio,

    sgorga sangue e acqua,

    un torrente che lava i peccati del mondo.

    O albero fecondo e glorioso, ornato di un manto regale,

    talamo, trono e altare al corpo di Cristo Signore.

    O croce beata che apristi le braccia a Gesù Redentore,

    bilancia del grande riscatto, che tolse la preda all’inferno.

    O croce unica speranza, sorgente di vita immortale,

    accresci ai fedeli la grazia, ottieni alle genti la pace. Amen”
Così Paolo VI presentava la grande festa della Esaltazione della Croce:
  • “Oggi, 14 settembre, la Chiesa celebra una festa di origine antichissima, la festa della esaltazione della Santa Croce. Gli storici dicono che essa ebbe origine a Gerusalemme, dove esistevano due basiliche costruite al tempo e per opera di Costantino. La ricorrenza della loro dedicazione era ogni anno celebrata con grande solennità; vi convenivano da ogni parte vescovi, ecclesiastici, monaci e fedeli, molti dei quali pellegrini. In tale occasione si facevano venerare le reliquie della croce del Signore: cerimonia questa che prevalse su quella commemorativa della dedicazione e diede il titolo alla festa, che dura tuttora... È’ il mistero del culto della croce quale strumento della passione di Cristo e nello stesso tempo mistero della passione di Cristo, simbolo della redenzione e segno d’estremo obbrobrio per Gesù, ma segno soprattutto dell’unica salvezza per noi e per il mondo...

    La croce non è del tutto scomparsa nei profili dei nostri paesaggi rurali. Riposa anche sulle tombe dei nostri morti. Non è scomparsa nelle aule della vita civile. Non è scomparsa dalle pareti di casa nostra (o almeno spero che le mode moderne non l’abbiano sfrattata di casa, per fare posto ad altro che è la vanità dell’uomo). Cristo è là pendente, morente, con il suo tacito linguaggio di sofferenza redentrice, di speranza che non muore, di amore che vince e che vive. Questo è davvero bello. Ancora, almeno con questo segno siamo cristiani. Ma poi, nelle nostre coscienze personali grandeggia ancora questo tragico e insieme luminoso albero della croce?

    Non sarebbe forse diventato Cristo crocifisso, anche per noi, ‘scandalo e stoltezza’, come lo era per i Giudei e per i Greci nella predicazione di san Paolo.

    Noi tutti ricordiamo certamente che, se davvero siamo cristiani, dobbiamo partecipare alla passione del Signore e dobbiamo portare dietro i passi di Gesù, ogni giorno, la nostra croce. Cristo crocifisso è esempio e guida” (14 settembre 1971).
Tutti noi, che viviamo, senza eccezioni, abbiamo una croce personale. Ciascuno ha la sua. Inutile confrontarsi. Ogni croce è fatta su misura per le spalle di ciascuno. Rappresenta la nostra storia di dolore. E ogni croce ha il suo significato, solo se, come quella di Gesù, è portata con amore. Diversamente diventa disperazione. E tutti sappiamo quali pericoli genera la disperazione.

Ogni croce che portiamo, anche se non lo comprendiamo, è una storia e può diventare una meravigliosa storia di amore: quell’amore che non si racconta come una favola, che non evade i problemi, ma si celebra con la ferialità della vita, che sempre contiene gioie e sofferenze. Tutti abbiamo potuto conoscere amici, persone che, non trovando la via dell’amore, soffrono fino all’inverosimile.

Porto sempre con me l’immagine di un quadro dell’Addolorata, presente nella cappella del mio noviziato al Calvario di Domodossola. Attorno a quella Madonna, che è l’icona della sofferenza, come sotto la croce, era scritto: “all’amore e al dolore”.

Amore e dolore come le due braccia della croce.

Ma bisogna avere tanta fede e saper vivere partecipando alla passione del Signore, che porta alla resurrezione. È nei momenti della sofferenza che si misura la nostra fede in Gesù e il nostro amore per Lui. Dice l’apostolo Giovanni nel Vangelo di oggi:
  • “Gesù disse a Nicodemo: Nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo, che è disceso dal cielo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in Lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di Lui” (Gv. 3, 13-17).
Sembra quasi incredibile che Dio ci ami così tanto! I cristiani che riescono nella vita pratica a penetrare in questo mistero ineffabile di amore, scoprono nella sofferenza un modo di ricambiare tanto amore. Dobbiamo riacquistare il vero senso dell’amore che vive anche di sofferenza, di dolore. Scriveva sempre Paolo VI, parlando della Croce che attira a sé:
  • “Siamo tutti in modo e in grado diverso, sofferenti: forse non sentiamo l’invito, che a sé ci chiama, dell’Uomo che conosce il soffrire. Il dolore che nel mondo naturale è come un isolante, per Gesù è un punto di incontro, è una comunione. Ci pensate fratelli? voi ammalati, voi disgraziati, voi moribondi? Ci pensate voi uomini aggravati dalla fatica e dal lavoro? Voi, oppressi e solitari dalle prove e dalle responsabilità della vita? Tutti vi possono mancare, Gesù in croce, no. Egli è con voi. Egli è in noi. Di più, Egli è per noi. É il grande mistero della croce: Gesù soffre per noi! Espia per noi. Condivide il male fisico dell’uomo, per guarirlo dal male morale.

    Uomini senza speranza! Uomini che vi illudete di riacquistare la pace della coscienza, soffocando in essa i vostri rimorsi (tutti noi peccatori ne abbiamo, se siamo veri uomini), perché voltate le spalle alla croce? Abbiamo il coraggio di rivolgerci verso di essa e di riconoscerci in essa colpevoli: abbiamo fiducia di sostenere la visione della sua figura misteriosa; essa ci parla di misericordia, ci parla di amore, di resurrezione” (giugno 1956).
Facciamo festa e di cuore, ripensando a quanto ci ama Dio, attraverso il dolore del Figlio, che così san Paolo descrive:
  • “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra: e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre” (Fil. 2, 6-11).
E prego:
  • Oggi, o Signore, vorrei stare con tua Madre,
    che hai voluto fosse anche nostra madre, affidandola a Giovanni,
    e quindi affidandomi a Lei, vorrei stare, ripeto, sotto la tua croce,
    per capire il tuo dolore, per fare del dolore un dono,
    il dono più grande dell’amore,
    come è stata la tua vita, alla fine donata per noi sulla croce.

    Oh sì, caro Gesù, sei ancora in croce oggi.

    Sei sulla croce di tanti, troppi affamati, che alzano le loro braccia verso di noi,
    immobili crocifissi, immolati dal nostro egoismo.

    Sei sulla croce di tanti, troppi tossicodipendenti e carcerati, di conseguenza, di tutti i loro cari,
    tante volte crocifissi dalle nostre mille contraddizioni, ed ora maledetti come fosti Tu.

    Sei sulla croce di tanti ammalati, che implorano salute o almeno conforto;
    di tanti anziani che sono soli, crocifissi dal loro essere sulla soglia della morte,
    colpevoli di avere dato tutto, come Te.

    Tua Madre, Maria, ha saputo raccogliere e condividere il tuo amore e il tuo dolore sotto la croce.
    Farsi crocifiggere come Te, senza ribellarsi come Te.

    Un silenzio il Tuo che è amare l’altro fino a dare la vita.

    Fammi partecipare, o Maria, in qualche modo, a tutte le croci del mondo, come mi appartenessero.
    Fammi capire che avrò la vera pace, quando avrò perso la mia, perché chi non l’ha la conosca.
    Fammi capace di dare la vita, giorno per giorno, o almeno viverla per i miei fratelli,
    sicuro che questo dare la vita è la sola via per averla , ed in abbondanza, davanti al Padre.

    E quando mi trovo in difficoltà, chiamato a soffrire,
    chiamami a stare con te sotto la croce, per avere parte alla tua forza di amare.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » ven set 19, 2008 6:56 am

      • Omelia del giorno 21 settembre 2008

        XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Tutti chiamati ad operare nella Chiesa e nel mondo
Impressiona o scandalizza - forse è più giusto - la disuguaglianza che vi è in tutti i campi nel vivere lo stato sociale. Vi è chi si afferma in modo da togliere spazio ad altri, magari poi ricorrendo a forme di assistenza, che mettono fuori gioco le grandi capacità, che Dio ha dato a ciascuno e quindi mortificando quello che potrebbe essere e diventare.

Ogni uomo o donna è prima di tutto una ‘creatura di Dio’, donata ai genitori, che così gli fanno conoscere la bellezza della vita. E sappiamo, o dovremmo sapere, che, quando Dio ha creato me o voi, ci ha fatto dono di tante capacità o carismi, che sono le vie per manifestare la Sua gloria e, nello stesso tempo, edificare la società in cui viviamo.

I genitori di Giovanni Paolo II potevano mai immaginare che il loro figlio, educato cristianamente nella difficile Polonia del suo tempo, un giorno sarebbe stato chiamato da Dio a lavorare nella Sua vigna, che è la Chiesa, da Pontefice?

Potevano mai i miei genitori sapere che un giorno Dio mi avrebbe scelto e chiamato per essere totalmente Suo ed ‘usarmi come servo obbediente ed inutile a lavorare nella Sua chiesa’? A volte mamma, che aveva idee chiare sul dono prezioso della vita agli occhi di Dio, si chiedeva: ‘Cosa sarai da grande? Che cosa vuole da te?’. Per cui, quando Dio irruppe nella mia adolescenza con la vocazione, fece di tutto per coltivarla e seguirla, con quella fede che, una volta, era il vero pane della vita. E quando Paolo VI mi chiamò a essere vescovo, correndo dalla Sicilia a trovarla - era già anziana - si mise a piangere per la gioia e la trepidazione, dicendomi: ‘Ma sarai degno? Saprai essere un apostolo senza tentennamenti e paure, servo fedele di Gesù?’. Il giorno dell’ordinazione episcopale, in Sicilia, non potè essere presente, perché l’emozione le causò la febbre.

Non è possibile che il padrone di casa’ non ‘chiami, a suo tempo, nella sua vigna’, che è la Chiesa, il mondo. Dio non crea mai e poi mai uomini e donne ‘inutili’, condannate a vivere sul marciapiede della storia. C’è per tutti una ‘via’, un ‘lavoro nella vigna’. Tutti chiama a suo tempo. Nessuno deve restare ‘disoccupato’. Non importa poi quale sia il lavoro che ci affida e per cui ci ha dato i cosiddetti carismi: l’importante è ‘esserci’ nella vigna.

Ma è facile rinunciare alle proprie responsabilità, delegandole ad altri.

Succede in famiglia, dove i genitori, che nel Battesimo dei figli hanno promesso di essere responsabili della loro educazione, dimentichino questo impegno, delegandolo non si sa a chi o cosa, permettendo così che i figli diventino vittime dei tanti cattivi maestri che la società offre, creando quelle devianze di cui i mass media ogni giorno ci parlano. Ed è tanto triste assistere a fatti raccapriccianti, i cui protagonisti sono adolescenti o giovani, che ci fanno esclamare: ‘Ma chi li ha traditi?’.

Si rinuncia nelle scuole dove si bada di più alla materia da insegnare, che ha un capire e coltivare le grandi capacità interiori, che sono i doni di Dio. Facile delegare il progresso della società alla sola politica, abdicando al nostro ruolo di voce dei nostri diritti e doveri.

La mia preoccupazione da vescovo non era quella di dare ordini e fare programmi ‘da solo’, considerando i sacerdoti e i fedeli come semplici esecutori e non protagonisti, ma mi ero posto come regola di vivere ‘il carisma della sintesi’ non di essere ‘la sintesi dei carismi’. Consisteva in una conoscenza profonda dei miei sacerdoti, aiutandoli a scoprire le loro grandi energie e capacità e, quindi, renderli protagonisti dell’intera pastorale, in unione con il vescovo. Ed è stato bello vedere come la Chiesa diventasse una comunione di tanti carismi che, insieme, creavano una pastorale per rendere l’intera comunità corresponsabile.

Come Gesù ci ha insegnato: ‘Non vi chiamo più servi, ma amici’. Ed è su questo principio che la Chiesa divenne una grande famiglia dove tutti, sacerdoti e laici, mettevano al servizio le loro capacità. Una vera sinfonia di comunione, che rese stupenda la nostra Chiesa. Il Vangelo ci descrive bene, oggi, questo essere chiamati, a suo tempo, nella vigna del Signore. Scrive l’evangelista Matteo:
  • “Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: ‘Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna: quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate nella mia vigna anche voi. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. (Mt. 20, 1-16)
In altre parole, per tutti, anche sotto diverse forme, come tanti sono i carismi dello Spirito, siamo chiamati a lavorare nella vigna del Signore e, se vogliamo estendere il discorso, nella vita della società.

A nessuno è concesso di essere ozioso. Soprattutto se ci riferiamo alla vita con Dio. Dio invita a tutte le ore, ad uno ad uno. Quante storie si potrebbero raccontare di questo irrompere di Dio che chiama nella sua vigna! Proviamo pensare alla chiamata di san Francesco di Assisi, di sant’Ignazio di Loyola, di tutti i santi e, se ci riflettiamo, nella vita di ciascuno di noi.

C’è un momento in cui Dio ci ha sorpresi ‘oziosi’ e ci ha invitati, continua ad invitarci o ci inviterà. Questo incontro con Dio – servirLo nella Sua vigna, e quindi conoscerlo, amarlo e seguirlo – è il senso e la sola verità della vita. Cosa potrebbe significare vivere ‘oziosi’, sprecando il bello della vita, come se Dio non ci invitasse? Non riesco proprio a immaginarlo. O forse riesco a intravederlo, osservando tanti che dicono di ‘vivere bene’, ma senza Dio. Diciamocelo con sincerità, è come avere gli occhi, ma non vedere la luce, avere un cuore e non saper amare, è mancare di sorriso e di pace, è essere privati dell’infinito.

Rimane l’interrogativo: è facile incontrarsi con Dio? Sentirsi chiamati? Ne sentiamo a volte tanto il bisogno, ma non abbiamo la semplicità del bambino che sa spalancare gli occhi senza malizia, aperto a tutto e tutti. Ricordo l’esclamazione, al limite del pianto, di un grande pensatore italiano che, un giorno, in cui eravamo insieme, stringendomi forte tra le braccia, per significare la forza delle sue parole, mi disse: ‘Non invidio alcunché a nessuno in questo mondo. Invidio solo chi ha fede: una fede che sembra a volte un vedere già spalancate le braccia del Padre’. Ed è quanto dice Paolo nella lettera ai Filippesi:
  • “Fratelli, Cristo sarà glorifico nel mio corpo, sia che io viva, sia che io muoia. Per me infatti vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so che cosa debbo scegliere. Sono messo alle strette, infatti, tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio, dall’altra parte, è necessario per voi che io rimanga nella carne. Per conto mio, sono convinto che resterò e continuerò a essere di aiuto a voi tutti per il progresso e la gioia della vostra fede, perché il vostro vanto nei miei riguardi cresca sempre più in Cristo, con la mia nuova venuta tra voi. Soltanto però comportatevi da cittadini degni del Vangelo”. (Fil. 1, 20-27)
Meditando il S. Rosario, nel primo mistero, così pregavo:
  • Maria Santissima, mia diletta Mamma, cerco di imparare qualcosa da Te se Tu mi aiuterai. Quando noi nasciamo è come se accogliessimo la forma che mamma ci dà.

    A volte portiamo nel comportamento, nello sguardo, nella fisionomia qualcosa tanto di papà che di mamma, così da sentirci dire: ‘Sei tutto tuo papà oppure tua mamma’.

    Sto mettendomi nelle tue mani, perché tu mi plasmi ‘dentro’, in modo che tutti possano dire: ‘Come assomigli alla Mamma celeste!’.

    Quello che mi insegni oggi è il tuo dire ‘sì’ a Dio:

    ‘Ecco la serva del Signore, si compia in me la Sua parola’.

    È il più alto grado di amore che si possa vivere.

    È come dire a Dio: ‘Serviti del dono che mi hai fatto della vita, per il progetto di amore, che hai nel Cuore, per tutti. Io sarò come un mattone del Tuo tempio, che le Tue mani metteranno insieme a tanti altri, mattone su mattone, perché da lì poi risplenda la Tua gloria e salvezza, e tutti gli uomini vi trovino riparo.

    Tu, Maria, conosci bene come noi uomini siamo capaci a volte di desiderare cose umanamente grandi, forse anche la nostra santità, la pace nel mondo o nelle nostre famiglie.

    Parliamo spesso di giustizia, di solidarietà, di libertà, ma nella realtà, tante volte, come i nostri progenitori , ci siamo fermati al ‘no’ a Dio, che chiede di farsi amare,. Ci è difficile dire quello che tu hai detto: ‘Ecco la Tua serva’.

    Non è che non ci fidiamo di Dio, ma siamo abbagliati dal nostro egoismo.

    Vogliamo realizzarci a nostro modo, secondo un nostro capriccio. E così ci troviamo a guardare, a vivere, forse, cose orribili, più che bellezze ‘piene di grazia’.

    Aiutami oggi, o Maria, a capire quello che veramente sono e ai tanti miei modi sbagliati di crescere nella vita.

    Aiutami ad essere tanto umile, tanto vero, tanto fiducioso da dire a Dio:

    ‘Fa’ di me secondo la Tua volontà’.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio set 25, 2008 9:15 am

      • Omelia del giorno 28 Settembre 2008

        XXVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Chi può giudicare un fratello?
Capita a molti di sentire giudizi e commenti sulle persone, che ci sono vicine o ci passano accanto. È difficile, molto difficile, che qualcuno si salvi dai nostri giudizi? A volte chiamiamo buoni quelli che ostentano bontà, ma non conoscono questo grande dono, frutto di un’intensa disciplina interiore, che è la scala verso la santità. Si salvano i grandi testimoni della fede, che suscitano stupore, come quando si vede passare un santo.

Cosa si intenda poi per bontà o cattiveria, nel giudizio di molti, è difficile dirlo. A volte anche noi che ‘apparteniamo’ alla Chiesa, ci sentiamo autorizzati a crederci ‘migliori’, c’è addirittura chi pensa che nei ‘lontani’ non ci sia bontà...come ad affermare - e speriamo scompaia questa presunzione, che offende non solo Dio che ama ciascuno di noi, ma noi stessi - ‘noi siamo i buoni e gli altri i cattivi’.

Come è difficile, carissimi, per ciascuno di noi, comprendere veramente chi siamo agli occhi del Padre!

A volte siamo tentati di sentirci così distanti dalla Sua santità, da temere di stare alla Sua Presenza, che invece è soprattutto Misericordia, anche se non apprezza i nostri giudizi sugli altri. Altre volte ci chiediamo - anch’io nella mia lunga vocazione di servizio alla Chiesa, come parroco, come vescovo - cosa pensano di me quanti Dio mi affida. Non ho difficoltà, ogni volta incontro assemblee o comunità, ovunque, anche quando alla fine battono le mani, a rientrare immediatamente in me stesso e sotto voce chiedere a Dio: ‘Ma Tu che ne pensi? Mi batti le mani o c’è qualcosa che disapprovi?’. Perché è difficile compiere azioni alla perfezione, ossia senza sbavature, davanti a Dio.

Facile cercare il consenso, meno facile servire la Verità, soprattutto quando è scomoda. Una volta che, in un’assemblea di giovani, parlai di solidarietà, condannando ogni discriminazione, suscitai un contrasto che fu una solenne, interminabile serie di fischi… che lasciò interdetti coloro che mi avevano invitato. Seguì un grande silenzio, che costrinse tutti a chiedersi la ragione della disapprovazione. Alla fine dissi: ‘Vi ringrazio perché, per avervi proclamato la verità, mi avete sepolto sotto i fischi. A Gesù, la Verità, andò peggio: fu crocifisso!’. Il profeta Ezechiele così ci parla oggi:
  • “Dice il Signore: Voi dite: Non è retto il modo di agire del Signore. Ascolta dunque Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra? Se il giusto si allontana dalla giustizia, per commettere l’iniquità e a causa di questa muore, egli muore appunto per la iniquità che ha commesso. E se l’ingiusto desiste dall’ingiustizia, che ha commessa, e agisce con giustizia e rettitudine, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli vivrà e non morirà” (Ez 16, 25-28).
Capitava spesso, anche a Gesù, di trovarsi a parlare di fronte ad una folla che ripeteva i nostri stessi sbagli e giudizi. C’era allora chi si riteneva ‘giusto’, come gli scribi e i farisei. Loro - in apparenza - osservavano la legge del Signore ‘spaccando il pelo’ e arrivavano persino a giudicare l’operato di Gesù, il Giusto per eccellenza, da loro considerato un peccatore, perché ‘non rispettava il sabato’ per guarire gli ammalati.

Assomigliavano molto al ‘primo figlio’ di cui parla oggi il Vangelo. Una pretesa da folli o ciechi. Non solo giudicavano spietatamente gli altri, ma addirittura passavano alla condanna a morte, di chi, secondo loro, aveva sbagliato, davvero non conoscendo Dio, che è Amore e Misericordia. Ricordiamo l’adultera, colta in fragrante e portata davanti a Gesù, per coglierlo in fallo. Doveva essere lapidata. La loro era una giustizia, che si fermava solo all’apparenza: apparenza esibita in modo sfacciato, tanto da meritare da Gesù il titolo di ‘sepolcri imbiancati’. Erano convinti che al di fuori di loro non vi fossero giusti, ma solo samaritani, pubblicani, prostitute, gentili, tutta gente da disprezzare, condannare o allontanare.

Una mentalità rischiosa, che può avvelenare anche i nostri rapporti, con chi non crediamo essere come noi.

Scriveva Bertold Brecht, che, durante il nazismo, aveva visto come si possono cavalcare gli stereotipi, contando sul silenzio della gente: ‘Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e ne fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi erano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui contento perché erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti e io non dissi niente perché non ero comunista. Poi vennero a prendere me e nessuno venne a protestare’.

Per Gesù la giustizia è altra cosa: è un amore che parte dal Padre e si fa richiesta, attendendo una risposta che sia carica di amore e non solo di ‘apparenza’. Racconta l’evangelista Matteo, nel Vangelo odierno:
  • “Gesù disse ai principi, ai sacerdoti e agli anziani del popolo: Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Rivoltosi al primo disse: Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, Signore, ma non andò. Rivoltosi al secondo, disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia, ma poi, pentitosi, andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?. Dicono: L’ultimo. E Gesù disse loro: In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno dei cieli. È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto. I pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli” (Mt 21, 28-32).
Risulta, dalle parole di Gesù, che non contano tanto le promesse o le dichiarazioni superficiali, che possiamo dire, ma con quanto amore si fa quello che ci chiede, anche se dopo qualche esitazione. Tante volte seguire Gesù è ‘duro’. Viene da dire no e fare resistenza. Ma ciò che conta è il sì, seppure sofferto.

Ricordo un giorno - ero ancora parroco nel Belice - venni invitato a Catania per un Convegno di giovani. Con me, quella volta, la relatrice era Madre Teresa di Calcutta. La ricordo spuntare in silenzio da un lato, come a voler ‘non fare chiasso’, diversamente da noi. Era impressionante la grande assemblea dei giovani che, letteralmente, ‘bevevano’ le parole di quella santa, che sembrava ‘distillare’ quanto diceva, tanto che ogni sua espressione aveva il senso delle realtà divine. Terminata la conferenza, iniziarono le domande. Ci mettemmo d’accordo che alle mie domande avrebbe risposto lei e a quelle rivolte a lei avrei risposto io.

Ma ci fu una domanda che mi mise in imbarazzo; era troppo personale e non poteva rispondere in sua vece. La domanda era: ‘Madre Teresa, conoscendo i tanti sacrifici che Dio le ha chiesto, se rinascesse, direbbe ancora di sì a Dio?’. Madre Teresa si raccolse in un profondo silenzio di qualche minuto. Poi sorprendendo tutti rispose: ‘Sapendo quanto costa dire sì e temendo di non farcela, sarei tentata di dire no’. Facile immaginare lo smarrimento dell’assemblea. Fu un momento di ‘pesante’ silenzio. Poi riprese: ‘Ma sapendo quanto mi vuole bene e quanto Gliene voglio, credo proprio che tornerei a dirGli sì’.

Scoppiò un grido, come la liberazione da un incubo. E mi sono chiesto tante volte: ‘Io sarei capace di dare la stessa risposta?’. E se la giustizia, fedeltà all’amore, è questo, come si fa, con leggerezza, a distinguere e stabilire tra noi chi è fariseo e chi pubblicano? Chi può conoscere il cuore dell’uomo?

L’unica cosa che possiamo compiere è scrutare alla luce dello Spirito chi, noi, veramente siamo. Sarà capitato a tanti di aver incontrato persone semplici, che non la pensano come noi e che forse giudichiamo male. Che ne sappiamo del posto che occupano - loro come noi - nel Cuore di Dio?

Dopo il terremoto del Belice, che aveva letteralmente distrutto tutto, lasciandoci sul lastrico e, in un primo tempo, alloggiati in poverissime tende, ebbi modo di toccare con mano come Dio ama gli uomini. Vi era in paese un uomo, che si occupava di edilizia e che sempre aveva esibito pubblicamente il suo ateismo, come un vanto. Il terremoto aveva fatto crollare le nostre misere certezze terrene. Una sera, rientrando a tarda ora, nella mia tenda, vidi quell’uomo aggirarsi proprio dove alloggiavo. Gli chiesi se aveva bisogno di qualcosa. Mi rispose un NO secco. ‘Non intendo svendermi alla Chiesa’. ‘Nessuno ti chiede di svenderti, ti ho solo chiesto se posso aiutarti’ risposi. Ancora più decisamente mi rispose di no e se ne andò. Dopo alcune sere accadde la stessa scena, ma capivo che mi cercava, ma anche temeva di trovarsi di fronte ad un invito a rinnegare il suo ateismo. Finalmente un giorno si decise, con molta cautela, ad entrare nella mia tenda. Aveva bisogno di una somma per rimettere a posto una piccola casa in campagna, che così avrebbe potuto essere abitata. ‘Io chiedo perché sono malato di cuore e la tenda non mi dà protezione, però se mi aiuta non mi chieda cose di chiesa, come andare a Messa o altro’. ‘Aiutare un altro - gli risposi - non è comprare la sua coscienza’. Tornò un’altra volta, per avere il necessario per finire la casa. Vedersi stimato, amato, accettato per quello che era, lo costrinse a mettere in discussione ciò che pensava. Lentamente divenne un cristiano senza vergogna, rimproverando chiunque si fosse permesso di criticare o parlar male della Chiesa.

Assomiglia tanto questo fratello al secondo figlio del Vangelo. E chissà quanti di noi potrebbero esserlo. Con san Paolo affermo:
  • “Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e compassione, rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti e con la stessa carità” (Fil 2, 1-3).


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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio ott 02, 2008 8:10 am

      • Omelia del giorno 5 ottobre 2008

        XXVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Gesù ci affida la Chiesa, Sua vigna
Quale meraviglia se conoscessimo e vivessimo il grande dono e la grande responsabilità, che Gesù ci ha affidato, ossia la Chiesa! La Chiesa siamo tutti noi, diventati Suoi ‘familiari’ con il Battesimo. Non solo, ma è la Sua grande famiglia in continua missione, perché tutti, senza eccezioni, possano appartenervi. Un incredibile dono, che chiede di essere donato. Così oggi il Profeta canta la vigna del Signore:
  • “Canterò per il mio diletto il mio cantico di amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva vangata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato scelte viti; vi aveva costruito in mezzo una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse vino, ma essa fece uva selvatica. Or dunque, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici tra me e la mia vigna. Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché mentre attendevo che producesse uva, essa ha fatto uva selvatica? Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascoli...Ebbene la vigna del Signore e gli eserciti è la casa di Israele; gli abitanti di Giuda la sua piantagione preferita. Egli si aspettava la giustizia ed ecco spargimento di sangue; attendeva la rettitudine ed ecco grida di oppressi” (Is. 5, 4-7).
Vi è in queste parole l’immensa gioia del cuore di Dio di fare di noi la Sua famiglia, la Sua Chiesa, in cui Lui ama ed è amato: casa della gioia, della santità, del cammino verso la grande casa del Cielo, ma anche amarezza, nel constatare come la Sua vigna sia diventata luogo di cattiverie e, quindi, di infelicità. Quello che infonde tanta, ma tanta speranza, è la certezza che Dio continua ad amare la Sua vigna e l’affida a noi – Suoi vignaioli – chiedendoci di allargare i confini della vigna a tutto il mondo. Ed è così. Ottobre è il mese dedicato alla missione.

Se è vero che ognuno, nella Chiesa, nessuno escluso, è missionario, il pensiero, la preghiera, la comunione di cuori, l’aiuto anche materiale, va ai nostri ‘missionari’, sparsi in tutto il mondo, che condividono direttamente la povertà di tanti e, troppe volte, sono soggetti a vere persecuzioni. Basta pensare ai laici, ai sacerdoti e alla religiose uccisi in India, colpevoli solo di amare chi non è amato, la vera via per mostrare Dio che è Amore. Durante le recenti Olimpiadi in Cina, qualche volta, troppo raramente, è stato possibile sentire testimoni della fede, costretti a vivere in clandestinità, consapevoli del pericolo di ‘pagare’ con anni di carcere il loro ‘mostrarsi’. È una realtà che, almeno per chi ama la Chiesa del Padre, offuscava il trionfalismo sportivo e metteva in evidenza i gravi problemi, che riguardano la dignità dell’uomo, la libertà, anche di professare la propria fede.

Ho avuto modo di conoscere due martiri della fede. Il vescovo Card. U Thuang di Saigon, costretto a tanti anni di carcere duro, lontano dai suoi fedeli e dalla sua Chiesa. Incontrandolo, dopo gli anni di persecuzione, mi esprimeva la sua gioia di essere stato vescovo senza voce, ma con il cuore e la sua vita donata per la fede. Mi voleva donare la sua croce pettorale, costruita con il filo spinato e un poco di metallo preso nella sua prigione. “La mia comunione con la mia Chiesa? – diceva - Ogni sera, di nascosto, quando le guardie mi lasciavano solo, chino sulla branda, celebravo la S. Messa, con una goccia di vino - mi era concesso perché pensavano fosse una medicina - sul palmo della mano e un pezzetto di pane. In quel momento mi sentivo davvero vescovo della mia Chiesa, in missione... tanto che alla fine, alcune guardie chiesero di essere battezzate”.

E come dimenticare Padre Lele, comboniano, con cui ebbi modo di essere speranza tra i terremotati dell’Irpinia? Un meraviglioso giovane, sempre con un grande sorriso, che andava oltre le nostre tristezze quotidiane. Il suo più profondo desiderio era la missione. I superiori gli affidarono una comunità in Brasile. Si mise a fianco dei campesinos, che lottavano per il diritto alla terra e fu ucciso. Ora, mi pare, si stia pensando o già facendo il processo canonico in diocesi per la beatificazione.

E come non ricordare un mio confratello rosminiano che opera in Tanga? Aveva costruito una bella missione in armi di fatica, accanto ai Masai. Una mattina fu aggredito da predoni, che gli rubarono tutto e lo picchiarono selvaggiamente. Ma non fuggì. Fu il vescovo a volergli affidare un’altra missione, dove dovette ricominciare tutto da capo e ora sta lavorando. ‘Il mio grande desiderio – mi diceva quest’estate – è morire tra i miei fedeli ed essere sepolto in mezzo a loro, come uno di loro’.

Quanto è davvero grande il cuore di tanti cristiani per la vigna del Signore! Un amore che ha le sue radici nel Cuore stesso di Dio. Quanto Dio ci ami e voglia essere amato, lo descrive, oggi, il Vangelo. È la storia del Padre che, quando intende piantare la sua ‘tenda’ in mezzo a noi, Sua vigna, incontrando il rifiuto, risponde con il dono del Figlio. È la storia di Gesù crocifisso.
  • “Gesù disse ai principi dei sacerdoti e gli anziani del popolo: ‘Ascoltate un’altra parabola. C’era un padrone che piantò una vigna e la circondò con una siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre, poi l’affidò a dei vignaioli e se ne andò. Quando fu il tempo dei frutti, mandò i suoi servi da quei vignaioli a ritirare il raccolto. Ma quei vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono, l’altro lo uccisero, l’altro lo lapidarono. Di nuovo mandò altri servi più numerosi dei primi, ma si comportarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto di mio figlio! Ma quei vignaioli dissero tra sé: Costui è l’erede. Venite, uccidiamolo e avremo noi l’eredità. E presolo, lo cacciarono fuori della vigna e lo uccisero. Quando verrà il padrone che farà di quei vignaioli? Gli risposero: “Certamente farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo’. E Gesù disse loro: ‘Non avete mai letto nella Scrittura: La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo? Dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri. Perciò Io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato ad un popolo che lo farà fruttificare” (Mt 21, 33-44).
In poche battute Gesù traccia la storia della predilezione di Dio per il popolo eletto: una storia contrastata, come è narrata nella Bibbia, con tanti profeti uccisi. E da ultimo la venuta di Gesù, il Figlio, rifiutato e crocifisso. Da quel rifiuto è nata la Chiesa, affidata a noi ‘pagani’, che dovremmo sapere come ‘farla fruttificare’.

Duemila anni di storia ci mostrano i tanti interventi del Padre, i tanti martiri e i tanti rifiuti. Ma la vigna è saldamente nelle mani di Dio e, ogni giorno, possiamo assistere al meraviglioso lavoro, che la Grazia fa compiere a tanti vescovi , sacerdoti, laici, che davvero sono i preziosi vignaioli. Anche oggi, tra noi. Noi, nella Chiesa, in questa mistica vigna, che ruolo giochiamo? Quel grande vignaiolo nella Chiesa, che fu Paolo VI, così esprimeva ed esortava ad avere giusto orgoglio di essere vignaioli oggi.
  • “Grande ora è questa, che offre ai fedeli la sorte di concepire la vita cattolica, come una dignità e una fortuna, come una nobiltà e una vocazione.

    Grande ora è questa che sveglia la coscienza cristiana dall’assopimento indolente, in cui per moltissimi era caduca e la illumina di nuovi diritti e doveri.

    Grande ora è questa che non ammette che uno possa dirsi cristiano e conduca una vita moralmente molle e mediocre, caratterizzata solo da qualche precetto religioso, e non trasfigurata dalla volontà positiva ed eroica talvolta, umile e tenace sempre, di vivere la propria fede in pienezza di convinzioni e propositi.

    Grande ora è questa che bandisce dal popolo cristiano il senso della timidezza e della paura, il demone della discordia e dell’individualismo, la viltà degli interessi temporali soverchianti quelli spirituali.

    Grande ora è questa, che fa dei giovani, delle donne, degli uomini di pensiero e di affari, degli infermi anche, schiere di anime vive e ardenti per il messianesimo, non fantastico, non illusorio, del Regno di Dio.

    Grande ora è questa, che il popolo cristiano fonde in un cuor solo e un’anima sola, in un restaurato senso gerarchico e comunitario,; convince il clero a pregare insieme ai fedeli, i fedeli a partecipare alla misteriosa ed inebriante liturgia della Chiesa”. (giugno 1957)
Impressiona questo grande amore alla Chiesa, che è in tanti, e, in quanto ‘vigna del Signore’, interpella tutti noi, chiamandoci a lavorarvi. Possediamo un poco di amore alla Chiesa e come lo coltiviamo? È certo che chi mi legge non lo calpesta.

Non ci resta che sentirci protagonisti di quello che Gesù ha detto: diventare ‘popolo che la fa fruttificare’. Preghiamo oggi con la Chiesa:
  • “Dio degli eserciti, volgiti,

    guarda dal cielo e visita questa vigna.

    Proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato,

    il germoglio che ti sei coltivato.

    Da Te più non ci allontaneremo,

    ci farai vivere e invocheremo il Tuo Nome.

    Rialzaci, Signore, Dio degli eserciti,

    fa’ splendere il Tuo Volto e noi saremo salvi” (Salmo 79)


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio ott 09, 2008 9:04 am

      • Omelia del giorno 12 Ottobre 2008

        XXVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Invitati al ‘banchetto di Dio’
Nella Parola di Dio appare il grande desiderio del Padre di averci con Sé: prima come ‘vignaioli’, nella Sua ‘vigna’ - e lo dovremmo essere nella vita della Sua Chiesa - e poi con l’immagine accattivante di oggi, ossia l’invito a partecipare al ‘Suo banchetto’, paragonando così la fede ad un vero incontro ‘conviviale’ divino. Ma è facile accettare tale invito?

In apparenza sarebbe assurdo anche solo pensare di declinarlo - se non altro per il grande onore di essere stati scelti - ma nella realtà si rischia facilmente di preferire altro, che poco o nulla sa del banchetto celeste. Nel discorso che il Santo Padre fece ai giovani, nella sua recente visita in Sardegna, tra l’altro disse:
  • “Cosa dire del fatto che nell’attuale società consumistica il guadagno e il successo sono diventati i nuovi idoli di fronte ai quali tanti si prostrano? La conseguenza è che si è portati a dare valore solo a chi - come si suol dire - ‘ha fatto fortuna’ ed ha una sua ‘notorietà’, non certo a chi con la vita deve faticosamente combattere ogni giorno. Il possesso dei beni materiali e l’applauso della gente hanno sostituito quel lavoro su se stessi che serve a temprare lo spirito e a formare una personalità autentica. Si rischia di essere superficiali, di percorrere pericolose scorciatoie alla ricerca del successo, consegnando così la vita ad esperienze che suscitano soddisfazioni immediate, ma sono in se stesse precarie e fallaci.
    Cari giovani, come il giovane Agostino con tutti i suoi problemi sulla sua strada difficile, ognuno di voi sente il richiamo simbolico di ogni creatura verso l’alto: ogni creatura bella rimanda alla bellezza del Creatore, che è concentrata nel volto di Gesù Cristo. Quando l’esperimenta, l’anima esclama: Tardi Ti ho amato, o Bellezza così antica e così nuova. Tardi Ti ho amato. E se è così, avrete scoperto realmente Dio nel volto di Cristo; non penserete più alla Chiesa come istituzione esterna a voi, ma come la vostra famiglia spirituale: come il banchetto, preparato dal Re, a cui siete invitati”.
Ogni volta che cerchiamo di immaginare in che cosa consista il Regno dei Cieli, rimaniamo a corto di parole. Il più delle volte forse lo releghiamo ad un insieme di meraviglie, quali solo si possono trovare presso Dio. Forse a volte lo descriviamo ‘lontano’, perché lo riteniamo un ‘luogo’ fuori della nostra vita terrena: un aldilà, che ‘un giorno, forse, vedremo’ o ‘una mèta che implica tante fatiche’ e crediamo impossibile da raggiungere. Alcuni poi lo considerano come una favola per bambini o per i poveri, cui sono negati i ‘paradisi della terra’ – come fosse giusto e ragionevole considerare ‘paradisi’ quelli che l’uomo si costruisce, che alla fine si dimostrano ‘ubriacature’ passeggere e, magari, anche dannose.

Ecco allora che Gesù prova a descriverci il Regno dei Cieli, nel suo stile immediato, annunciando le meraviglie di Dio, con il linguaggio dei semplici e degli umili. Ancora una volta, come per la parabola della vigna, parla di un invito, che razionalmente non si dovrebbe poter rifiutare. Eppure abbiamo la contrapposizione tra chi rifiuta, preferendo i propri interessi, e gli ultimi, coloro che non hanno nulla o ‘sentono’ di non aver nulla e, come i santi, ‘corrono’. Ascoltiamo la Parola del Signore, che esprime la sua grande passione, di averci commensali al Suo banchetto.
  • “Gesù riprese a parlare ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo e disse: Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono stati macellati e tutto è pronto, venite alle nozze. Ma costoro non se ne curarono e andarono chi ai propri campi, chi ai propri affari: altri poi presero i suoi servi li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; andate ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senza abito nuziale?. Ed egli ammutolì. Allora egli ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre, là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti” (Mt 22,1-14).
Da una parte è davvero impressionante la larghezza di cuore di Dio, che ci invita, direi con passione, nel convito del Suo Amore, le Sue nozze, e non riusciamo a spiegarci il rifiuto di chi è invitato, dando la preferenza ad ‘affari’ e ‘campi. Dall’altra parte ai poveri, quelli che davvero non hanno paura a mostrare la loro povertà di spirito, ossia un cuore aperto a Dio e chiuso alla terra, non pare vero di poter partecipare al banchetto del Re. L’unica condizione che Dio pone è ‘avere l’abito nuziale’.

Certamente la parabola, allora, venne rivolta ai principi dei sacerdoti, ‘chiusi’ all’accoglienza del Messia, ma oggi i poveri ai crocicchi delle strade siamo noi, cui chiede solo ‘l’abito’ della fede e dell’amore: l’abito di nozze.

Ma sono tanti, troppi, quelli che anche oggi rifiutano l’invito. È la storia della superbia, della sufficienza dell’uomo, che riesce solo a vedere l’angolino del proprio io, illuminato da luci al neon, incapace di spalancare gli occhi sulla vastità del sole, che è il Regno di Dio. San Paolo, scrivendo ai Filippesi, in qualche modo, insegna come essere i ‘poveri’ ai crocicchi delle strade:
  • “Fratelli ho imparato ad essere povero e ho imparato ad essere ricco; sono stato iniziato a tutto, in ogni maniera: alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in Colui che mi conforta” (Fil. 4, 10-20).
Leggendo la parabola dell’invito al banchetto, viene spontaneo considerare, oggi, l’invito alla ‘mensa del Signore’, in cui Gesù si fa Cibo: il sacramento dell’Eucarestia. Quanti di noi - sono certo per una mancata preparazione - snobbano la Santa Messa, né più, né meno, come fecero gli invitati alle nozze, preferendo impegni materiali. Quanti ritengono ‘giusto’ vivere la domenica - giorno del Signore - come momento di svago e riposo, dopo una settimana di lavoro, voltando le spalle all’invito alla mensa di nozze, preparata dal Padre!

Occorre chiederci: ‘Quale posto ha nella mia vita cristiana la partecipazione alla Santa Messa? La concepisco come ‘un privilegio’, che mi è rivolto, da parte del Padre con tanto amore? La S. Comunione la vivo come una ‘necessità’, da cui trarre forza e vita interiore, per affrontare con Gesù le fatiche della vita?’.

Proviamo a volte tanta gioia nello stare insieme durante una bella gita: ed è già un dono. Ma è paragonabile alla grande gioia di stare insieme, alla domenica, nella celebrazione del banchetto, che è il solo che può creare una vera unione dei cuori? Dovremmo riscoprire l’Eucarestia e farla diventare il ‘centro della gioia della vita’, proprio come il banchetto del Padre. Affermava Paolo VI:
  • “Il dono cruento che Gesù nell’ultima cena stava per offrire all’umanità nel suo imminente sacrificio della croce, è riprodotto, moltiplicato, perpetuato nel dono identico, ma incruento del sacrificio eucaristico. Impossibile capire se non si pensa all’amore, che in quella sera del giovedì santo, inventò questa straordinaria forma di comunicarsi. È impossibile per noi accogliere come si conviene questa immediata presenza reale di Cristo nell’Eucarestia, che celebriamo, se non entriamo in quella proiezione dell’amore che Egli a noi rivolge.
    E san Paolo esclama: Egli mi amò e diede se stesso per me. Siamo inseguiti da questo ineffabile, irrefrenabile amore. Siamo così conosciuti, ricordati, assediati da questo potente e silenzioso amore che non ci dà tregua, che vuole a noi comunicarsi, che vuole da noi essere compreso, ricevuto, ricambiato. Tutto il cristianesimo è qui.
    Il cristianesimo è comunione di vita divina, in Cristo, con la nostra. Se crediamo in questo mistero di fede, se entriamo nel cono di amore e di luce che esso lancia su di noi, come rimanere impassibili, inerti, distratti, indifferenti? L’amore vuole amore. È fuoco, come non sentirne il calore? Come non cercare in qualche modo di corrispondervi? Dobbiamo chiedere a noi stessi: cosa Gesù ci direbbe oggi? Quale raccomandazione ci farebbe? Lui che ci ha detto: Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi? Quel ‘come’ ci dà le vertigini. Ci avverte che non avremo mai amato abbastanza. Ci avverte che la nostra professione di amore cristiano è ancora al principio” (Giovedì santo 1968).
È davvero una grande contraddizione la nostra: siamo assetati di gioia, di libertà, di amore; tutto abbiamo a portata di amore e di fede nell’Eucarestia, ed invece ci rivolgiamo a ‘sorgenti di acque stagnanti’, che fanno stare solo male. Davvero la parabola di oggi è di grande attualità. Noi, che siamo gli invitati privilegiati dal Padre, rifiutiamo l’invito o ci sentiamo poveri, con il cuore libero da false speranze ed aperto all’invito?

Mia mamma era povera, tanto povera, ed umile. Per lei la partecipazione alla Santa Messa quotidiana - anche se le costava tanta strada da fare - era l’appuntamento da non mancare, mai, anche in tarda età, quando, non potendo più camminare, chiedeva che le si portasse a casa la Santa Comunione... E come lei quanti cristiani, anche oggi, percorrono chilometri per giungere all’incontro con il missionario per la celebrazione dell’Eucarestia!

Sono i meravigliosi testimoni della fede e della carità. Sono coloro che ti fanno riflettere e ti attirano al grande Mistero dell’Amore di Gesù, che si dona come Vita.

Non resta che accogliere l’invito di Dio.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio ott 16, 2008 8:11 am

      • Omelia del giorno 19 Ottobre 2008

        XXIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Tutti chiamati ad essere missionari
Se c’è un aspetto nella nostra vita di cristiani, che ci rattrista, e tanto, è il ‘silenzio’ sulla Parola di Dio. Non è più ‘di casa’. Pare che l’unica parola che domina in tante case e diventa poi ‘il vangelo’, o meglio ‘l’antivangelo’, siano i modelli di vita delle comunicazioni TV, che offrono idolatrie senza alcuno scrupolo o rispetto della bellezza dell’uomo, donataci da Dio e che siamo chiamati a coltivare e donare. È vero che, per fortuna, ci sono ancora tanti che si accostano alla Mensa Eucaristica la domenica, giorno del Signore, ma anche per molti di questi cristiani, l’annuncio della Parola e l’omelia sembrano ‘un di più’.

Ma si può davvero essere cristiani senza la Luce della Parola di Dio?

Ci fu chi affermò che se san Paolo fosse tornato, avrebbe viaggiato con in una mano il Vangelo, come guida della vita, e nell’altra il giornale, come realtà con cui confrontarsi. Oggi c’è rimasto tra le mani solo il giornale, che - come la TV - pare consideri tutto ciò che è espressione di fede, come ‘non notizia’, perché non fa ‘tiratura’. In altre parole prevale il commercio del ‘punto di vista personale’ - quando non addirittura la falsità - sull’offerta di ciò che è luce e sale. Chi di noi non dedica un tempo del suo giorno o alla lettura del quotidiano o al telegiornale? Possono - quando va bene - raccontarci le vicende del mondo in cui viviamo: vicende che il più delle volte spengono la speranza, rattristano o ci confondono.

Ma quanto tempo dedichiamo alla lettura di una pagina del Vangelo o della Bibbia? E si può amare Dio senza conoscerlo? Per questo la Chiesa ogni anno, in modo particolare, dedica un mese - questo di ottobre - alle missioni e, oggi, è la Giornata missionaria. Scrive il Santo Padre, nel suo Messaggio per la Giornata missionaria:
  • “Vorrei invitarvi a riflettere sull’urgenza che permane di annunciare il Vangelo, anche in questo nostro tempo. Il mandato missionario continua a essere una priorità assoluta per tutti i battezzati, chiamati ad essere servi e apostoli di Gesù Cristo, in questo inizio del nuovo millennio. Affermava Paolo VI nella Esortazione apostolica ‘Evangelii nuntiandi’, che evangelizzare è la grazia, la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda”.
E questo vale per tutti, vescovi, sacerdoti, religiosi e laici. Diversa è la forma, uguale la missione e la responsabilità. “Guai a me - diceva san Paolo - se non evangelizzassi”.

La Chiesa sempre evangelizza, ma vi sono momenti più significativi della vita, in cui si preoccupa di realizzare una evangelizzazione ‘più forte’. Quando un bambino deve ricevere il Battesimo ed entrare così a ‘far parte’ della famiglia di Dio, si chiede ai genitori di fare un ‘cammino’ di fede più consapevole, perché, con il Battesimo del figlio, ricevono il mandato di educarlo cristianamente. Al momento di accostarsi ai grandi Sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucarestia, la Chiesa, attraverso i suoi catechisti, per un lungo tempo prepara gli aspiranti alla Prima Comunione, e così pure per la Cresima o Confermazione.

Purtroppo ci si accorge con dolore che, la maggioranza dei Comunicandi o dei Cresimandi, celebrata ‘la festa’, lasciano alle spalle quella che avrebbe dovuto essere un’esperienza spirituale forte e non continuano il cammino missionario, di cui quei momenti dovrebbero essere ‘tappe’ di avvio. Semplicemente non li vedi più. Cosa è mancato?

Mi sembrano lontani i tempi in cui i nostri catechisti viventi erano i genitori. Mamma, dopo la Prima Comunione, voleva che, ogni mattina, come faceva lei, prima di andare a scuola, mi recassi in Chiesa per la Comunione. A digiuno. Tornando a casa, giusto in tempo per andare a scuola, la trovavo con in una mano la cartella e nell’altra un pezzo di pane. Al mio reclamo rispondeva: “Meglio una buona comunione che una povera colazione”. Aveva ragione.

Ho conosciuto tanti missionari che amavano la loro missione più della loro vita, ansiosi di portare la Parola, aiutando i fratelli meno fortunati. “L’unico desiderio che ho è di essere sepolto in terra d’Africa, tra i miei fedeli”. Saranno loro a ‘fare strada’ al cospetto di Dio.

Ma anche noi saremo giudicati da Dio sul nostro ‘silenzio’ su di Lui o sul nostro ‘annuncio’ di Lui. È un vero peccato che, a volte, conosciamo ogni pettegolezzo su ‘personaggi’, che non meriterebbero tanto, ma poco o nulla su Chi è l’Unico da conoscere: Dio, che ci educa e si fa conoscere attraverso la Sua Parola, la Sacra Scrittura. Quale sarà la nostra difesa riguardo al poco spazio che si dà ai tanti martiri di oggi, in alcune regione dell’India e in tante altre nazioni? Non abbiamo forse notato che durante le Olimpiadi in Cina, poco o nulla si è detto dei vescovi in prigione per la fede e dei tanti fratelli cristiani costretti a vivere come nelle catacombe? È come se molto poco contasse o importasse il grande problema della libertà religiosa, della fede. Così scrive il Santo Padre:
  • “Dinnanzi allo scenario del nostro tempo, sentiamo il peso dell’inquietudine, tormentati tra la speranza e l’angoscia e preoccupati ci chiediamo che ne sarà dell’umanità e del creato. C’è speranza per il futuro o meglio c’è un futuro per l’umanità? E come sarà questo futuro? La risposta a questi interrogativi viene a noi credenti dal Vangelo. È Cristo il nostro futuro e il Suo Vangelo è comunicazione che ‘cambia la vita’, dona la speranza, spalanca la porta oscura del tempo e illumina il futuro dell’umanità e dell’universo. S. Paolo aveva ben compreso che solo in Cristo l’umanità può trovare benedizione e speranza. Perciò avvertiva impellente ed urgente la missione di annunciare la promessa della vita in Cristo, nostra speranza, perché tutte le genti potessero partecipare alla stessa eredità ed essere partecipi della promessa per mezzo del Vangelo. Era cosciente che, priva di Cristo, l’umanità è senza speranza. È dunque impellente per tutti annunciare Cristo e il Suo messaggio evangelico. ‘Guai a me - affermava S. Paolo - se non predicassi il Vangelo’” (dal Messaggio del Santo Padre).
Quello che mi impressiona sempre - chiamato da tante parti a testimoniare la fede ed invitare ad uscire dal buio delle false parole del mondo, con la luce che solo viene dalla Parola - è la grande partecipazione della gente. Tante volte i parroci, per fare in modo che anche chi non crede possa partecipare, scelgono, come luoghi di incontro, le sale pubbliche. Mi stupisce la grande attenzione di molti, come se scoprissero, per la prima volta, ‘qualcosa’ che fa luce nell’anima.

In una cittadina, dove anche il parroco aveva difficoltà a radunare ‘credenti’, invitato, a sera, nella grande sala non vi erano più di 20 persone. ‘E’ tutto quello che riusciremo a mettere insieme’, fu l’affermazione avvilita del responsabile. Volli che si attendesse ancora un poco per iniziare, con speranza. E lentamente, sbucando da ogni parte, furtivamente, la grande sala si riempì, al punto che tanti dovettero accontentarsi di sentire, affacciati alle finestre, dall’esterno. Il tema era: “Gesù è il solo che dà gioia alla vita”. Ascoltarono per un’ora, in grande silenzio, come affascinati. Quando credevo fosse giunta l’ora di licenziare quella folla, si alzò uno e gridò: “Non ci lasci, continui. Fuori c’è gran buio, qui abbiamo intravisto la luce”. Tornai l’anno dopo, con il prof. Zichichi, in quel grande teatro. Il tema era “Scienza e fede”. La sala si era riempita già un’ora prima e tanti attendevano fuori, con pazienza, per trovare un posto. Quanto bisogno c’è di Dio, oggi, nel nostro mondo ‘ricco’, ma anche tanto confuso! E Lui è lì a parlarci con il Vangelo.

Ma oggi la mia attenzione va in particolare ai missionari, sparsi in tutto il mondo. Conosciamo poco delle loro fatiche e sofferenze, tranne per i ‘casi’ clamorosi, legati alle persecuzioni e ai veri e propri martiri, e, anche questi, non abbastanza, troppo sono lasciati soli e nel ‘silenzio’. È proprio il caso di prendere tutti coscienza del dono della profezia, che fa parte del nostro Battesimo. Guai ad essere indifferenti o tacere! Ma voglio ancora dare la parola al Santo Padre:
  • “Cari fratelli e sorelle, ‘duc in altum!’. Prendiamo il largo nel vasto campo del mondo e, seguendo l’invito di Gesù, gettiamo senza paura le reti, fiduciosi nel suo costante aiuto. Ci ricorda S. Paolo che non è un vanto predicare il Vangelo, ma un compito e una gioia. Cari fratelli vescovi, seguendo l’esempio di Paolo, ognuno si senta prigioniero di Cristo per i Gentili, sapendo di poter contare nelle difficoltà e nelle prove sulla forza che ci viene da Lui. Il vescovo è consacrato non soltanto per la sua diocesi, ma per la salvezza di tutto il mondo.

    Voi cari presbiteri, primi collaboratori del vescovo, siate generosi pastori ed entusiastici evangelizzatori. Non pochi di voi, in questi decenni, si sono recati in territori di missione a seguito dell’Enciclica ‘Fidei donum’. Chiedo che non venga mai meno questa tensione missionaria nelle chiese locali.

    E voi cari religiosi e religiose, segnati per vocazione da una forte connotazione missionaria, portate l’annuncio del Vangelo a tutti, specialmente ai lontani, mediante una testimonianza coerente di Cristo e una radicale sequela del suo Vangelo.

    Alla diffusione del Vangelo siete chiamati a prendere parte, in maniera sempre più rilevante tutti voi, cari fedeli laici, che operate nei diversi ambiti della società. Si apre così davanti a voi un areopago complesso e multiforme da evangelizzare: il mondo. Testimoniate con la vita che i cristiani ‘appartengono a una società nuova’, verso la quale si trovano in cammino e che, nel loro pellegrinaggio, viene anticipata.

    La colletta, che nella Giornata Mondiale viene fatta in tutte le parrocchie, sia segno di comunione e solidarietà vicendevole tra le Chiese” (Messaggio del Santo Padre).
Se c’è qualcosa nella mia vita di cristiano, sacerdote e vescovo, che avverto come un grande dono, che mi rende felice e fa felici tanti, è proprio la gioia di comunicare l’Amore del Padre, nella missione. Vedere un fratello o una sorella che, sentendo il Vangelo, si illumina, è immensa gioia. E sono davvero felice di poter ‘andare in tutto il mondo’, per mezzo di Internet, come pure con le trasmissioni di RAI UNO al venerdì: ‘Ascolta si fa sera’.

Auguro a voi la stessa gioia di essere missionari dove siete, con chi vivete e in quello che fate.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio ott 23, 2008 10:36 am

      • Omelia del giorno 26 Ottobre 2008

        XXX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        L’Amore è la grande Gioia di Dio e nostra
Ci sono piccoli brani della Sacra Scrittura - e uno di questi è nel Vangelo di Matteo di oggi - che basterebbero per capire chi siamo, ciò a cui siamo chiamati, ciò che svela la bellezza della vita. Scrive l’apostolo Matteo:
  • “I farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: Maestro qual è il più grande comandamento della legge? Rispose Gesù: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la tua anima, e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile a questo: amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti” (Mt 22,24-40).
Quanti libri si sono scritti per capire chi siamo e la ragione della nostra esistenza! Una ricerca dettata - credo - dal bisogno di capire il senso di un bene qual è la vita e scoprire il tesoro che vi è in essa nascosto. Il più delle volte, però, si rimane in superficie, senza trovarne così la ragione. A volte, addirittura, si va contro la bellezza dell’esistenza. Dio rivela che la sola bellezza, il solo tesoro, che contiene la felicità, è l’Amore.

“Ma c’è una ragione perché io viva questa maledetta vita? Non bastano le sciocchezze che ci offrono e che sono la più grande delusione. Non c’è nulla di peggio del ‘vuoto dentro’ - così, con la rabbia in corpo, mi diceva un giovane, che non riusciva a cogliere il ‘perché vivo?’. Ma ce lo spiega la stessa creazione.

Nessuno - credo - possa dubitare che un Padre, che è Dio, ed è solo Amore, nel darci la vita, non abbia comunicato ciò che Lui è e quindi abbia dato a me, a tutti, la possibilità di ‘sentirsi’ Sua creatura, di più, Suo figlio, di cui si prende cura, come solo Lui sa fare. Non c’è creatura al mondo che valga come l’uomo, che sia un ‘valore unico ed assoluto’ davanti al Cuore di Dio, e quindi nostro. Siamo stati creati e viviamo perché siamo amati e dobbiamo, e possiamo, ogni giorno, scoprire l’Amore.

Ci sono momenti nella vita - credo valga per ciascuno - in cui abbiamo sperimentato, già qui, il ‘paradiso’, la vera grandezza e bellezza dell’uomo, ed è stato quando ci siamo sentiti amati da qualcuno. Un’esperienza di amore, quello vero, quello del cuore, non ho dubbi di poterla paragonare ad un ‘assaggio’ di Paradiso. Così è, non solo per i santi, ma per quelli che sanno scoprire la ragione della vita e la interpretano con amore. Paolo, l’apostolo conquistato da Gesù, sulla via di Damasco, l’innamorato di Dio, così scrive ai Filippesi:
  • “Quello che poteva essere considerato per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Gesù Cristo. Anzi tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose, e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui. Non però che io abbia già conquistato il premio o sia arrivato alla perfezione, solo mi sforzo di correre per conquistarLo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo. Fratelli, io non ritengo di ancora esservi giunto, questo solo so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta, per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù in Cristo Gesù” (Fil 3, 1-16).
In Paolo, come in tutti i veri discepoli di Gesù - lo possiamo leggere nella vita di tanti fratelli e sorelle, che hanno saputo con la Grazia farsi conquistare da Cristo - scopriamo, davvero, questa divina storia di uomini, che hanno vissuto l’amore di Dio. L’Amore, quello vero, ripeto, è un ‘assaggio’ di Paradiso.

Ma farsi conquistare da Dio non è facile. Lo evidenzia la nostra povera storia di uomini, che sempre cercano ‘altrove’, ‘fuori’ da Dio, in realtà che nulla hanno da dare, come fecero i nostri progenitori.

Nel vero Amore verso Dio e, quindi, verso i fratelli, non può esistere superficialità. L’Amore conosce solo l’immensità e l’infinito.

Solo perché Dio è sulle nostre labbra, non significa amarLo. Lo amiamo quando diviene la nostra stessa vita, il cuore della nostra vita.

E non basta! Dio, come Padre, ha voluto che tutti gli uomini si amassero, perché ognuno è caro a Lui, prezioso, come solo un figlio può essere. Da qui ‘Amerai il prossimo tuo, come te stesso’ e Gesù, nell’ultima Cena, dirà ai Suoi: ‘Amatevi sempre, come Io vi ho amati’.

Viviamo un tempo - ma è di tutti i tempi - in cui sembra che l’uomo abbia smarrito questo Amore. Lo raccontano i notiziari, giorno per giorno. Si parla di razzismo, di insofferenza del diverso, rischiando di portare una comunità civile verso la pericolosa china dell’indifferenza o dell’odio, verso l’inciviltà. Scriveva Paolo VI:
  • “Oggi la fratellanza s’impone; l’amicizia è il principio di ogni convivenza umana. Invece di vedere nel nostro simile l’estraneo, il rivale, l’antipatico, l’avversario, il nemico, dobbiamo abituarci a vedere l’uomo, degno di rispetto, stima, assistenza, amore, come a noi stessi. Ritorna a risuonare nel nostro spirito la parola stupenda del santo dottore africano: ‘...che i confini dell’amore si allarghino. Bisogna che cadano le barriere dell’egoismo e che l’affermazione di legittimi interessi particolari non siano mai offesa per gli altri, né mai negazione di ragionevole socialità. Bisogna che la democrazia a cui oggi si appella la convivenza umana, si apra ad una concezione universale, che trascenda i limiti e gli ostacoli ad una effettiva fratellanza’” (7. 12. 1967).
La domanda che viene spontanea è: Non è forse l’oscuramento dell’amore del Padre in noi, quello che, di conseguenza, oscura l’amore verso i fratelli? In altre parole, il venir meno della fede, può essere la ragione della nascita dell’egoismo, questa terribile malattia, dalle mille metastasi, che, se invade qualcuno di noi, non solo mette al bando in lui l’umanità, ma lo condanna alla solitudine?

Torna alla mente il peccato d’origine: dopo aver rinnegato l’amore del Creatore, l’uomo cerca l’ oscurità. La domanda di Dio: ‘Uomo, dove sei?’ risuona anche oggi e la risposta è la stessa: ‘Mi sono nascosto, perché sono nudo’. Ma se l’Amore di Dio per noi trova spazio nella vita, immediatamente questa, come la luce del sole, si irradia, si china sui fratelli, a cominciare dai più deboli.

I santi, gli uomini di carità, proprio dall’amore a Dio, sapevano compiere quelle opere, che sono la bellezza eterna dell’uomo. Chi non ricorda la testimonianza di Madre Teresa, che resuscitava i relitti dei marciapiedi di Calcutta? Il segreto di tanta carità era la sua profonda e sincera familiarità con Dio... a cominciare dall’Eucarestia.

E così era per il Cottolengo, così è in tutti quei fratelli e sorelle, anche oggi, che ridonano un’anima alla nostra storia, spendendosi. Chi di noi non vorrebbe possedere un cuore tanto grande da dimenticare se stesso, per ridare la gioia della vita a chi non ne ha? C’è più gioia nel dare, che nel ricevere’ questa è la verità della vita. Nella settimanale catechesi che il Santo Padre fa alla Chiesa, spiegando un brano di S. Paolo (siamo nell’anno dedicato all’Apostolo delle Genti) così parlava della carità, definita dal Santo ‘colletta’.
  • “Forse non siamo più in grado di comprendere appieno il significato che Paolo e le sue comunità attribuirono alla colletta per i poveri di Gerusalemme. Si trattò di un’iniziativa del tutto nuova nel panorama delle attività religiose; non fu obbligatoria, ma libera e spontanea; vi presero parte le Chiese fondate da Paolo verso l’Occidente. La colletta esprimeva il debito delle sue comunità per la Chiesa madre della Palestina, da cui avevano ricevuto il dono inenarrabile del Vangelo. Tanto grande è il valore che Paolo dà questo gesto di condivisione, che raramente egli la chiama semplicemente ‘colletta’; per lui essa è piuttosto ‘servizio’, ‘benedizione’, ‘grazia’, anzi ‘liturgia’ (2 Cor 9). Sorprende in modo particolare quest’ultimo termine, che conferisce alla raccolta in denaro, un valore anche cultuale; da una parte essa è gesto liturgico o ‘servizio’, offerto da ogni comunità a Dio, dall’altra parte è azione di amore compiuta a favore del popolo. Amore per i poveri e liturgia divina vanno insieme; l’amore per i poveri è liturgia. I due orizzonti sono presenti in ogni liturgia celebrata e vissuta nella Chiesa che, per sua natura, si oppone alla separazione tra culto e vita, tra fede e opere, tra preghiera e carità per i fratelli”.
Quello che spinge tanti ad essere generosi verso chi ha bisogno è la generosità verso Cristo, la fede che, nel bisognoso, chiunque esso sia, si scorge il Cristo, che è sempre in ciascuno di noi: ‘Qualunque cosa avrete fatto al più piccolo l’avete fatto a Me’. Occorre allora ‘sporcarsi le mani’ delle piaghe di chi soffre ed è povero.

Prego per me e per tutti i miei carissimi amici, di poter un giorno presentarci a Dio con le mani ‘sporche’ dei poveri, mai con le mani ‘pulite’ di chi, egoisticamente, non ha voluto ‘vedere’ ed è ‘passato oltre’.

Davvero amore di Dio e amore del prossimo sono la meravigliosa e sicura via da percorrere, l’unica che dà senso alla vita, la rende eterna e dona gioia perfetta. Ne vale la pena. Che il Padre ci apra gli occhi e il cuore per conoscere e sperimentare quanto ci ama e così poter moltiplicare questo amore ricevuto verso gli altri.



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Messaggio da miriam bolfissimo » gio ott 30, 2008 10:34 pm

      • Omelia del giorno 2 Novembre 2008

        Solennità di Tutti i Santi e Commemorazione dei defunti (Anno A)



        La vita, un cammino verso il Cielo
È vera saggezza quella della Chiesa, che invita tutti a riflettere su due verità così strettamente ‘legate’ da formarne una sola: commemorare i morti e la festa di tutti i Santi. Quando nasciamo - se crediamo - Dio ci fa dono della vita per una sola ragione: ‘correre’ verso la Sua Casa. In altre parole, come un papà, Dio, creandoci - siccome Lui è solo Amore e crea per Amore - ci invita ad un cammino con una meta fissa, che è tornare a Lui, per conoscere e condividere ciò che Lui è: la Felicità, frutto dell’Amore.

La Chiesa, con saggezza, celebra dunque prima la Solennità di tutti i Santi, poi la Commemorazione dei defunti. È come, in un istante, ricordare l’immensità della creazione del genere umano. Impossibile contare quanti sono passati dalla creazione dell’uomo e della donna, fino ad oggi. Tutti, senza eccezioni, hanno conosciuto il passaggio dalla vita terrena (ben poca cosa di fronte all’eternità) fino al ritorno al Padre. Tra di loro c’è l’immensa moltitudine dei Santi e - speriamo pochi - coloro che si sono persi e vivono nel dolore di non poter ‘vedere Dio’. Con solennità, degna del caso, Giovanni l’Apostolo, nell’Apocalisse, così descrive la gioia dei Santi:
  • “Vidi ancora una grande folla di persone di ogni nazione, popolo, tribù e lingua, che nessuno riusciva a contare. Stavano di fronte al trono e all’Agnello, vestite di tuniche bianche e tenendo rami di palma in mano e gridavano a gran voce: La salvezza appartiene al nostro Dio: a Lui che siede sul trono e all’Agnello. Uno degli anziani mi domandò: Chi sono queste persone vestite di bianco e di dove vengono. E io: Tu lo sai meglio di me, Signore. E lui: Sono quelli che vengono dalla grande persecuzione. Hanno lavato le loro tuniche, purificandole con il sangue dell’Agnello. Per questo stanno di fronte al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario e Dio, che siede sul trono, sarà sempre vicino a loro” (Ap 7, 9-15).
Certamente in quella moltitudine ci sono tanti che abbiamo conosciuto e stimato per la loro fede e la loro continua ricerca della verità, dando senso all’esistenza. Fratelli, sorelle che, in tanti modi, hanno vissuto un doloroso viaggio nella sofferenza, ma sempre rivolti con serenità al giorno dell’incontro con il Padre, davvero - per loro - un Padre amato, cercato, di cui ora godono la Presenza, con la Sua visione in Cielo. Quanti ‘santi’, e non lo sappiamo, sono in quella moltitudine. E quello che conforta ancora di più, non è solo saperli felici, ma avere la certezza che ora in Cielo continuano ad amarci e intercedono per noi.

Davvero non siamo soli! Sapere Che la loro vita è stata un pellegrinaggio verso il Cielo, deve oggi farci interrogare se la nostra vita segue le loro orme o se - Dio non voglia - siamo ‘fuori strada’, percorrendo un cammino che non ci può portare a ricongiungerci con loro in Cielo.

Ma è possibile, oggi, diventare santi, ossia essere domani uno di quella felice moltitudine di fronte a Dio? Se lo chiedeva anche Paolo VI, in un discorso del 1968:
  • “Può un cristiano oggi essere un santo? Può la nostra fede essere davvero un principio di vita concreta e moderna? E può ancora un popolo, una società, una comunità esprimersi in forme autenticamente cristiane? Ecco, figli carissimi, una buona occasione per porre subito in azione la nostra fede. Rispondiamo che sì. Nulla ci deve spaventare, nulla ci deve arrestare. È di Santa Teresa questa parola: Nada te espante. Ripetiamo a noi stessi le parole di S. Paolo ai Romani: Se tu confessi con la bocca il Signore Gesù e nel cuore hai fede che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo.

    Questa è la bussola. Nel mare infido e agitato del mondo presente, teniamo fisso questo orientamento: Gesù Cristo. Lui, luce del mondo e della nostra vita, subito infonde nei nostri cuori due cardinali certezze, quella su Dio e quella sull’uomo: l’una e l’altra da perseguirsi in una totale dedizione di amore.

    Se così, non abbiamo più paura di nulla. Chi - dice S. Paolo - ci separerà dall’amore di Cristo? La tribolazione, o l’angoscia, o la fame, o la nudità, o il pericolo o la persecuzione o la spada? In tutte queste cose siamo più che vincitori per opera di Colui che ci ha amati (Rom 8, 35-37)”.
Se ci pensiamo bene, ciascuno di noi si trova sempre di fronte ad un bivio e la nostra scelta già dice dove finiremo. Vi è la strada della fede, della vita veramente vissuta con lo sguardo al Cielo, che porta tra i Santi e il sentiero, spesso contorto e angosciante, di chi ha lo sguardo solo rivolto alle cose della terra, ingannevoli e fugaci, che portano ‘fuori strada’. Per questo la Chiesa subito dopo la Solennità dei Santi (e speriamo, preghiamo, di vivere oggi, che siamo in tempo, camminando sulla strada giusta) ci invita a ricordarci dei nostri cari defunti, di tutti i defunti, questa immensa moltitudine che ci ha preceduti.

Commemorare vuol dire ricordarci che loro sono entrati nella vita eterna, forse portando con sé tanti sbagli da scontare. Da qui i suffragi e le elemosine. È giusto ornare le loro tombe, portare i fiori e i ceri, ma onorarli, senza offrire i nostri suffragi nulla giova a loro, diviene un’assurda gara di esteriorità, come offrire un mazzo di fiori a chi ha invece tanta sete. È Gesù stesso che ci indica i veri ‘sentieri’ per giungere alla gioia eterna, con il famoso - e pur tanto misconosciuto - ‘Discorso della montagna’.
  • “In quel tempo, vedendo le folle, salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo la parola, li ammaestrava dicendo:

    BEATI I POVERI IN SPIRITO, perché di essi è il Regno dei cieli.

    BEATI GLI AFFLITTI, perché saranno consolati.

    BEATI I MITI, perché possederanno la terra.

    BEATI QUELLI CHE HANNO FAME E SETE DELLA GIUSTIZIA, perché saranno saziati.

    BEATI I MISERICORDIOSI, perché troveranno misericordia.

    BEATI GLI OPERATORI DI PACE, perché saranno chiamai figli di Dio.

    BEATI I PURI DI CUORE, perché vedranno Dio.

    BEATI I PERSEGUITATI, PER CAUSA DELLA GIUSTIZIA, perché di essi è il Regno dei Cieli.

    BEATI VOI QUANDO VI INSULTERANNO, VI PERSEGUITERANNO E, MENTENDO, DIRANNO OGNI SORTA DI MALE CONTRO DI VOI. PER CAUSA MIA. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa in Cielo” (Mt 5, 1-12).
Non ci resta che confrontarci con la Parola, per verificare se nella vita già apparteniamo ai ‘Beati’. Ricordo che Giovanni Paolo II, in visita nella Terra Santa, sul Monte delle Beatitudini, rivolgendosi a tutti e, soprattutto ai giovani, le definì ‘la carta di identità del cristiano’. È l’augurio e la preghiera che faccio a me e a chi mi legge: facendo festa per i nostri Santi in Cielo e ricordando i nostri defunti, impegniamoci, secondo le indicazioni del nostro Signore e Maestro, ad essere ‘BEATI’ già qui sulla terra. Così il poeta Mario Luzi descriveva la sua vita, cammino verso il Cielo, ‘modellata’ e quasi ‘identificata’ con la vita del Maestro:
  • “Padre mio, mi sono affezionato alla terra, quanto non avrei voluto. È bella e terribile la terra. Io ci sono nato di nascosto, ci sono cresciuto e fatto adulto in un suo angolo quieto, tra gente povera, amabile ed esecrabile. Mi sono affezionato alle sue strade, mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti, le vigne e i deserti. Questa terra è solo una stazione per il figlio tuo ma ora mi addolora lasciarla. E perfino gli uomini e le loro occupazioni e le loro case mi dà pena doverli abbandonare. Il cuore umano è pieno di contraddizioni ma neppure un momento mi sono allontanato da Te. Ti ho portato persino dove sembrava che Tu non ci fossi o avessi dimenticato di esserci stato. La vita della terra è dolorosa, ma è anche gioiosa: mi sovvengono i piccoli degli uomini, gli alberi, gli animali. Mancano oggi qui su questo poggio che chiamano Calvario. Congedarmi mi dà angoscia più del giusto. Sono stato troppo uomo tra gli uomini oppure troppo poco? Il terrestre l’ho fatto troppo mio o l’ho sfuggito? La nostalgia di Te è stata forte e continua e tra non molto saremo ricongiunti nella sede eterna. Padre, non giudicarlo questo mio parlarTi umano quasi delirante, accoglilo come un desiderio di amore, non guardare alla sua insensatezza. Sono venuto sulla terra per fare la tua volontà, eppure talvolta l’ho discussa. Sii indulgente con la mia debolezza, te ne prego. Quando saremo in cielo ricongiunti, sarà stato una prova grande, ed essa non si perde nella memoria dell’eternità. Ma da questo stato umano di abiezione, vengo ora a Te, comprendimi, nella mia debolezza. Mi afferrano, mi alzano alla croce piantata sulla collina, ahi, Padre, mi inchiodano le mani e i piedi. Qui termina veramente il mio cammino. Il debito dell’iniquità è pagato all’iniquità. Ma Tu sai questo mistero. Tu solo”.


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Messaggio da miriam bolfissimo » ven nov 07, 2008 10:22 am

      • Omelia del giorno 9 Novembre 2008

        Dedicazione della Basilica Lateranense (Anno A)



        Noi siamo ‘l’edificio’ di Dio, la Sua Chiesa
La Parola di Dio, oggi, ci interpella, e seriamente, su cosa intendiamo per ‘Chiesa’. Se ci facciamo caso, normalmente ci fermiamo al tempio. Ogni paese, ogni comunità, ha la sua Chiesa e tutti consideriamo solo questo aspetto: la Chiesa come ‘luogo’ dove avviene l’incontro 'a tu per Tu' con Dio, nelle liturgie, nella preghiera e nell'adorazione del Santissimo Sacramento.

Ci sono chiese o cattedrali, che sono un vero splendore di arte, altre più modeste, ma tutte 'case' di Dio. I nostri fratelli nella fede si sono sempre prodigati affinché le 'case di Dio-con noi' fossero belle, creando dei veri capolavori d'arte. Ricordo che, dopo il terremoto del Belice, Paolo VI raccomandava a noi parroci, nel momento della ricostruzione, di costruire 'chiese a misura di abitanti', semplici, ossia che rispecchiassero la povertà dei fedeli.

Ma se intendiamo per chiesa 'il luogo di incontro con Dio', tutto può essere Chiesa: la famiglia, detta ‘piccola Chiesa domestica’, e lo stesso luogo di lavoro. Quello che conta è che rispecchi la presenza del Padre. Dopo il terremoto, nei tempi di vita nelle tende, la Chiesa era una tenda in cui, a volte, per la sua precarietà, dovevamo celebrare con l’ombrello! San Paolo, oggi, 'va oltre', in profondità e oggi, stupendamente, ci definisce:
  • “Fratelli, voi siete l'edificio di Dio. Secondo la grazia di Dio, che mi è stata data, come un sapiente architetto, io ho posto il fondamento, un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento come costruisce. Infatti non si può porre un fondamento diverso da quello che già si trova, che é Gesù Cristo. Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui, perché santo è il tempio di Dio, che siete voi" (Corinzi 3.9-17).
Oggi, la liturgia celebra la ‘Dedicazione della Basilica Lateranense’, costruita dall'imperatore Costantino, sul colle Laterano e, a quanto risulta, questa festa, già dal XII secolo era celebrata il 9 novembre. Inizialmente fu una festa solo della città di Roma. In seguito la celebrazione fu estesa a tutte le Chiese dell'Urbe e dell'Orbe, come segno di amore e di unità verso la cattedra di Pietro che, secondo sant’Ignazio di Antiochia, 'presiede a tutta l'assemblea della carità'.

La nostra appartenenza alla Chiesa inizia il giorno del Battesimo, la vera 'seconda nascita'. Nella Chiesa siamo cresciuti, con i sacramenti della Riconciliazione e dell'Eucarestia e siamo stati accolti di fatto con il sacramento della Cresima, che ci ha resi consapevoli 'testimoni della fede'. Nella Chiesa tanti hanno iniziato il cammino della loro specifica vocazione, con la celebrazione del sacramento del Matrimonio.

Così la Chiesa è o dovrebbe essere la casa in cui percorriamo il pellegrinaggio verso la celeste Chiesa, che è il Paradiso. Ma è così per tutti? O abbiamo della Chiesa concetti sbagliati, che la privano della sua divina bellezza? È la casa di Dio con noi e di noi con Dio. Ma è davvero vissuta così?

Impensierisce il fatto che tanti cristiani, da tempo, non la considerino più la casa di Dio con noi, vedendo, pericolosamente, come sola casa, il mondo: una casa senza Dio, tremenda, con tutti i mali che ne conseguono!

Nella Chiesa, Dio ci raduna come una sola famiglia che si ama e cresce con Lui nell'Amore. Fuori si rischiano false amicizie o compagnie, che devastano la bellezza della nostra vita interiore, distruggono 'l'edificio di Dio', che noi siamo. Quando, da vescovo, ogni domenica, chiamavo i fedeli alla celebrazione eucaristica e vedevo il Duomo affollato di fedeli, provavo la grande gioia di chi si sente in famiglia. Era lì che si costruiva il tempio di Dio. E lo provo ancora oggi. Paolo VI lamentava, senza perdere l'ottimismo, che nasce da una fede salda e sicura:
  • “Lo sviluppo della vita moderna sembra rivolto contro la Chiesa, per l'incredulità che professa, per l’illusione di sufficienza che crea nell'uomo, per il laicismo e l'ateismo. A questo succede l'abbandono - di popoli interi e di generazioni nuove - delle sante e sublimi tradizioni religiose, che dovrebbero costituire la più preziosa e gelosa eredità della nostra età. Dall'altra parte i fenomeni degni di nota sono quelli che documentano una potente vitalità della Chiesa, che, sempre più priva degli aiuti e dei privilegi, che venivano dalla società temporale, cava dal suo stesso seno le forze per la sua difesa e prosperità. È il flusso dello Spirito Santo, che invade ancora le sue membra e le fa agili e forti. È il vento della Pentecoste, che soffia nelle vele della mistica nave, la quale non teme più le tempeste. E sotto l'aspetto visibile e sociale, vi è l'avvento del laicato cattolico a una più articolata collaborazione all'apostolato gerarchico. Grande ora è questa che offre ai fedeli la sorte di concepire la vita cattolica come una dignità e fortuna, come una nobiltà e una vocazione” (9 giugno 1957).
Ma qualche volta, purtroppo, come 'il tempio di Dio' che ognuno di noi è, anche la Chiesa, come edificio di culto, luogo di intimità con Dio, che esige il massimo rispetto, viene 'usata' in modi che nulla hanno a che fare con la sua vera natura. Basta pensare a certi matrimoni o prime comunioni, veri 'spettacoli mondani'... non si può esprimere l'impressione che ne nasce, ma sentiamo Gesù:
  • “Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori dal tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi e ai venditori di colombe disse: Portate via queste cose e non fate della casa di mio Padre un luogo di mercato. I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la Tua casa mi divora” (Mt 2, 13-22).
E credo che Gesù, anche oggi, davanti a tante violazioni della Casa del Padre Suo, userebbe la stessa sferza. Già il beato Rosmini, a suo tempo, scrisse un libro che intitolò: “Le cinque piaghe della Santa Chiesa”. Le aveva meditate e scritte negli anni precedenti, ma volle presentarlo nel 1848. Inaspettatamente, il 6 giugno 1849, in seguito al giudizio della Congregazione dell'Indice, Pio IX, che aveva sempre stimato e amato Rosmini, sanzionò la condanna del suo testo. Sarà Paolo VI, prima di eliminare l'Indice, a togliere questa opera dall'elenco, dichiarando che non meritava tale sentenza e, anzi, 'Le cinque piaghe' divennero, secondo molti, ispirazione per molti argomenti affrontati dal Concilio Vaticano II.

Secondo Rosmini le piaghe della Santa Chiesa erano:
  • - la piaga della mano sinistra della santa Chiesa è la divisione del popolo dal Clero, nel pubblico culto;

    - la piaga della mano dritta della santa Chiesa è l'insufficiente educazione del Clero;

    - la piaga del costato della santa Chiesa è la disunione dei vescovi;

    - la piaga del piede destro della santa Chiesa è la nomina dei vescovi, abbandonata al potere temporale;

    - la piaga del piede sinistro della santa Chiesa è la servitù dei beni temporali.
E prima di scriverle il beato Rosmini faceva queste considerazioni:
  • “Trovandomi in una villa del Padovano, io posi mano a scrivere questo libro a sfogo dell'animo mio addolorato e fors'anco a conforto altrui. Esitai prima di farlo: perciocché meco medesimo mi proponeva la questione: Sta egli bene che un uomo senza giurisdizione, componga un trattato sui mali della Santa Chiesa? E il rilevarne le piaghe non è forse un mancare di rispetto agli stessi Pastori della medesima, quasi che essi o non conoscessero tali piaghe o non ponessero loro rimedio? A questa questione io mi rispondevo, che il meditare sui mali della Chiesa, anche a un laico non poteva essere riprovevole, ove a ciò fosse mosso dal vivo zelo del bene di essa e della gloria di Dio”.
Quanto i Santi amavano e amano la Chiesa di ieri e di oggi! Sanno vivere quanto Paolo scrisse ai Corinti: “Voi Siete l'edificio di Dio… Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito santo abita in voi?”. Piace chiudere la riflessione con una esortazione di Don Tonino Bello:
  • “Noi, come Chiesa, siamo il popolo che passa in mezzo al mondo per annunciare che il Signore é risorto e cammina con noi. Noi non dobbiamo chiudere gli occhi finché il mondo non dorme sonni tranquilli: noi dobbiamo essere i servi del mondo, non dobbiamo avere paura di piegarci per lavare i piedi del mondo. Non siamo una Chiesa che si mimetizza; non siamo una Chiesa populista; non una Chiesa ridotta al rango di ancella, non una Chiesa schiava. La Chiesa deve giocare come serva, non come serva del mondo, non come riserva del mondo, e neppure che faccia il braccio di ferro con il mondo...ma diga squarciata dei pensieri di Dio, sembra dire al mondo così: D'ora in poi, le tue gioie saranno le mie; spartirò con te il pane amaro delle identiche tristezze; mi farò coinvolgere delle tue stesse speranze e le tue angosce stringeranno anche a me la gola con l'identico groppo di paura. Noi, tuoi figli, ti diciamo: GRAZIE, CHIESA, perché ci aiuti a ricollocare le nostre tende nell'accampamento degli uomini”.
Non ci resta che chiedere allo Spirito di provare gioia e orgoglio anche noi, per “essere edificio di Dio, tempio in cui Egli abita”.



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Messaggio da miriam bolfissimo » gio nov 13, 2008 8:53 am

      • Omelia del giorno 16 Novembre 2008

        XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Il rendiconto finale dei doni ricevuti
La Parola del Signore di oggi potrebbe benissimo essere una continuazione di quella della scorsa domenica: le vergini sagge e le vergini stolte in attesa dell’arrivo dello sposo per entrare con Lui al banchetto delle nozze. La vita è - o dovrebbe essere - un cammino di saggezza, in cui si misura il come abbiamo vissuto, per presentarci fedeli o saggi al cospetto del Signore, che sicuramente verrà per tutti. Non sappiamo quando, ma verrà. Avverte san Paolo oggi:
  • “Fratelli, riguardo ai tempi e ai momenti, non avete bisogno che ve ne scriva: infatti voi ben sapete che come un ladro di notte, così verrà il giorno del Signore. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro; voi infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo figli della notte, né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobri” (I Tess 5, 1-6).
Vivere non è solo 'passare del tempo': sarebbe un modo sconveniente, insensato e dannoso per creature, cui Dio ha donato capacità, che rendono abili - oltre che a realizzare il sogno, che Dio ha posto in noi - a fare del bene agli altri.

Vivere non è neppure un fare disordinatamente tante cose, che non hanno senso, ma neppure con un contenuto accettabile. Non è detto che 'fare tanto' sia lo stesso che 'fare bene'. Ho paura che tante cose di cui ci occupiamo, non abbiano alcun peso e valore se 'misurate' con il metro divino della verità e della giustizia, che ogni vita deve avere. Le tante o poche cose che facciamo possono essere svilite dall'intenzione errata che poniamo in esse: per esempio come impiegare tutte le nostre capacità per realizzare un sogno di gloria o di ricchezza o di benessere o un 'trono' di prestigio, che ci faccia sentire 'qualcosa più degli altri'!

E direi che oggi - almeno per quanto si vede - tanta parte degli uomini brucia l'intera esistenza per procurarsi qualcosa che luccica, ma poi si rivelerà, e spesso si rivela subito, per quello che è veramente: un pugno di polvere. C'è poi chi usa dei talenti avuti da Dio per fare del male, che è in effetti usare i beni di Dio contro Dio e gli uomini.

Vivere è avere avuto in consegna 'una missione' e dei talenti da sfruttare per il bene nostro, degli uomini e per la Gloria di Chi ce ne ha fatto dono: Dio. Potremmo chiamare la vita 'una vocazione ed una missione'. Così Gesù descrive tutto ciò, oggi, nel Vangelo:
  • “In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: Un uomo, partendo chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità e parti. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche chi ne aveva ricevuto due, ne guadagnò altri due. Quello invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.

    Tornò il padrone, e chiese conto dei talenti avuti. Il primo, che ne aveva ricevuto cinque mostrò come la somma l'aveva subito impiegata e quindi raddoppiata. E la risposta fu: Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su. molto: prendi parte alla gioia del tuo padrone. E lo stesso avvenne per il servo che aveva ricevuto solo due talenti. Stessa lode e stesso premio: Prendi parte alla gioia del tuo padrone.

    Venuto infine chi aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato, e raccogli dove non hai sparso, per paura andai a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco qui il tuo.

    Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ad un banchiere così, ritornando, avrei ricevuto il mio con l'interesse. Toglietegli dunque il talento e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché, a chi ha sarà dato e sarà nell'abbondanza, ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.

    E il servo fannullone gettatelo nelle tenebre. Là sarà pianto e stridore di denti” (Mt 25,14-30).
Sottolineo la saggezza e la bontà del Padre, che, nel farci il dono della vita, ci ha dato 'i talenti' secondo il Suo Cuore: “Chiamò e consegnò a ciascuno secondo la sua capacità”. Poche parole, Che sono però la 'dote' avuta per fare della vita una esperienza di amore e di gloria a Dio. E su questo possiamo e dobbiamo interrogarci sempre, per verificare se meritiamo la sentenza: “Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto: prendi parte alla gioia dei tuo padrone”.

Anzitutto vivere non è una scelta personale, ma una chiamata del Padre. E sappiamo che il Padre è Amore e, quindi, la vita è un bene consegnato a noi per allargare il Suo Regno di giustizia e di pace, di Amore. Avere la coscienza di essere chiamati dal Padre deve - o dovrebbe - far sorgere una quotidiana domanda: Che cosa chiede a me? Quali talenti o capacità mi ha dato per fare fruttare la sua vigna? Da cui: Qual è il vero indirizzo da dare alla mia vita? Cosa debbo fare?

Una cosa è certa: non possiamo ignorare di avere tutti doni o carismi, ossia capacità che sono il bello della nostra vita qui e formano la preziosa corona della carità, e sono di una varietà incredibile, che è l'arcobaleno dei doni del Padre. Tante volte mi si chiede (e l'insistenza della domanda dice da sola quanto interessi la risposta) in che consista la serenità, che mi accompagna sempre. In molta parte dipende dal fatto che 'sono' dove Dio ha stabilito e manifestato, nell'obbedienza o attraverso le circostanze, che fossi, e che cerco di fare ciò che a Lui è più gradito. Mi è stato affidato da Dio non solo il prossimo da servire, ma anche il come servirlo e amarlo. Lo stesso carisma di vescovo mi è stato dato dalla Spirito nella Chiesa.

Non basta però avere la coscienza della propria chiamata, occorre anche saper scoprire i tanti talenti che Dio ci consegna. E questi talenti - è bene ricordarselo - non sono dati per creare un trono alla superbia, ma per dare gloria al Padre. Neppure ammettono di essere gelosamente nascosti, per non correre rischi, e tanto meno ignorati, come se non ci fossero! Debbono essere portati alla luce e messi in circolazione, impiegati, perché nel loro impiego, non si dimostra solo la nostra fedeltà, ma sono la via per manifestare il bene al nostro prossimo. Guardando attorno, anche nelle nostre comunità ecclesiali, a volte si ha l'impressione che troppi di noi assomiglino a casseforti, che custodiscono tesori, che servono a nessuno.

È terribile la responsabilità, che ci assumiamo davanti a Dio e davanti agli uomini, se 'non siamo ciò a cui siamo stati chiamati'. Quanto bene si potrebbe vedere attorno a noi e in noi, solo se le nostre 'casseforti' si aprissero? C'è una via sicura per scoprire i talenti che Dio ci ha dato: la via della carità. Messi di fronte ai fratelli, che chiedono di essere amati, in qualunque campo e in qualunque sincera forma, chi di noi non ha trovato 'il genio' - direbbe Giovanni Paolo II - di scoprire strade, capacità, che forse ignorava?

Nessuno mai mi aveva insegnato come ci si comporta davanti ad un terremoto - reale - che colpisce l'intera comunità. Ma la tragedia subito mi ha mostrato talenti, che erano una multiforme espressione di amore, che non sapevo di avere. Quando Paolo VI mi chiese di essere vescovo di Acerra, provai grande confusione. Ma ora, rivisitando i miei 30 anni di vescovo, mi stupisco di quanti talenti Dio mi ha fatto dono, ma per compiere il bene, che era il senso della Sua chiamata.

Solo chi non conosce l'amore assomiglia al servo del Vangelo, che, per non andare incontro ad un giudizio severo di Dio, nasconde sotto terra il talento avuto. Non ha capito nulla di Dio, il cui vero volto è quello di Padre, lo giudica 'un padrone severo', 'colui che castiga', ecco perché Gesù lo definisce 'servo malvagio e infingardo'.

C'è gente che si fa spaventare dalle grandi difficoltà del nostro tempo, dimenticando che Dio è nostro alleato, nostro amico, Colui che 'non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi' pertanto 'come non ci donerà ogni cosa insieme con Lui?' (Rom. 8, 32). È proprio nei momenti difficili che il Padre, nel Figlio, con l'aiuto dello Spirito, ci sostiene e noi possiamo mettere alla prova la nostra bellezza e fedeltà. Confrontiamoci con le sfide che tanti nostri fratelli seppero affrontare con la certezza che la fede e l'amore possono donare. Propongo una grande testimonianza di fiducia di Martin Luther King, pastore protestante, intitolata ‘Credo’, scritta nei momenti difficili della lotta contro la segregazione razziale dei Neri in America:
  • “Oggi, nella notte del mondo e nell'attesa della buona Novella,

    io affermo con forza la mia fede nel futuro dell'umanità.

    Rifiuto di credere che nell'attuale situazione gli uomini

    non siano capaci di migliorare la terra.

    Rifiuto di credere che l'essere umano sia un fuscello di paglia

    trasportato dalla corrente, senza la possibilità

    di influire minimamente sul corso degli eventi.

    Credo che la verità e l'amore senza condizioni avranno l'ultima parola.

    Credo fermamente che anche tra le bombe che scoppiano e i cannoni che sparano,

    resti viva la speranza di un domani più sereno.

    Oso credere che un giorno tutti gli uomini della terra

    riceveranno tre pasti per nutrire il corpo,

    istruzione e cultura per nutrire lo spirito,

    uguaglianza e libertà per una convivenza più umana”.
E il Santo Padre così si rivolgeva ai giovani nella GMG a Sidney:
  • "Giovani, siate testimoni della storia più grande di tutti i tempi, quella di Dio. Il deserto spirituale avanza accanto alla prosperità materiale e gli uomini si dibattono in una disperata ricerca di senso; contro l'indifferenza, la stanchezza spirituale, il cieco conformismo e il cedimento dello spirito di questo tempo, voi, giovani, dovete diventare profeti di una nuova era e dare vita ad una nuova generazione di cristiani per l'edificazione di un mondo in cui la vita sia accolta, rispettata e curata amorevolmente. Il mondo ha bisogno di questo rinnovamento".
E allora, non diciamo mai, fratelli e sorelle, che siamo 'buoni a niente'. Tutti siamo chiamati ed abbiamo carismi capaci di costruire lo stupendo mosaico della civiltà dell’amore, non resta che impegnarci, sapendo di non essere soli nel cammino.



Antonio Riboldi – Vescovo –

Internet: www.vescovoriboldi.it

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio nov 20, 2008 3:00 pm

      • Omelia del giorno 23 Novembre 2008

        XXXIV Domenica del Tempo Ordinario – Cristo Re (Anno A)



        Solennità di Gesù, Re dell’universo
È davvero stupenda la pedagogia della Chiesa che ci dà la possibilità, durante l'anno, di ripercorrere e vivere tutta la storia della redenzione. Inizia con il tempo dell'Attesa di Dio fra di noi, ossia l'Avvento, quindi la grande notizia che Dio davvero si è fatto uno di noi, nel Natale. Segue il tempo della conversione, nella Quaresima, che ci prepara alla Santa Pasqua e, dopo 50 giorni, l'inizio del cammino della Chiesa con la Pentecoste. Questo cammino di fede – annuale - che abbraccia la storia della redenzione, termina con la Solennità di Gesù Cristo, Re dell'universo.

E in questo 'pellegrinaggio' Dio ci accompagna con il Suo Amore e la Sua Grazia, sempre che noi Lo seguiamo. Lascio al profeta Ezechiele confermarci 'come' Dio ha cura di noi:
  • “Così dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge, quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi, dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine. Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo, e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all'ovile quella smarrita: fascerò quella ferita e curerò quella malata: avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia. A te, mio gregge, dice il Signore Dio: Ecco, io giudicherò tra pecore e pecora, fra montoni e capri (Ez 34, 11-17).
Come assomigliamo a quelle pecore malate e disperse, che rischiano di smarrirsi e perdersi, seguendo coloro che non sono veri pastori, illudendosi che possano dare quello che non possiedono, ossia la gioia del cuore.

Siamo sempre affannosamente in ricerca di qualcosa o di qualcuno, che almeno ci offra l'illusione di felicità. Basta guardare tanti fratelli che 'si arrampicano' su tutto, pur di avere sempre qualcosa in più, sgomitano per possedere di più, si agitano per apparire di più...a volte senza guardare troppo per il sottile alla morale e alle conseguenze.

Che la felicità sia il 'sale' della vita di ogni uomo è scontato. Ma tutti noi - non dovremmo mai scordarlo - usciamo dal Cuore, che è la gioia per essenza, senza limiti di spazio e di tempo: il Cuore di Dio, Dio stesso, che 'a sua immagine' ci ha creati. Cercare la gioia altrove è pazzia. Troppo spesso ci accontentiamo del fugace -brivido, che ci danno le creature: un brivido che subito dopo, ci mostra il proprio limite, se non il vuoto di contenuto.

Seguire Cristo che ci accompagna nell'anno liturgico, invitandoci a vivere seguendo Lui, Via, Verità e Vita, è camminare senza paura verso l'incontro finale con Lui. Un incontro che ci sarà, lo si creda o no. Un incontro che i Santi - dalle semplici persone, in cui l'amore era regola di vita, ai grandi Santi - hanno sempre atteso, preparandosi, restando vigilanti e sereni.

Gesù, che ha vitto tra noi, come uno di noi, ci ha preceduto, ha tracciato la via e ci attende. Lui, l'Alfa e l'Omega, il Principio e la Fine. Ed è Gesù stesso che ci descrive il grande giorno in cui il mondo finirà e ci sarà il Giudizio, dandoci quasi lo 'schema' delle domande, dalle cui risposte dipenderà il nostro giudizio finale. Ma ascoltiamo con tanta serietà, perché sarà il momento più importante della nostra vita.
  • “Gesù disse: Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a Lui tutte le genti, ed Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le sue pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti Gli risponderanno: Signore, quando ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato e siamo venuti a visitarti? Rispondendo il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli lo avete fatto a Me. Poi dirà a quelli della sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare: ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch'essi allora risponderanno: Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli non l'avete fatto a Me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno e i giusti alla vita eterna” (Mt 25, 31-46).
Il giudizio sarà proprio sull'amore verso i più deboli, perché Gesù afferma che essi 'sono Lui'! Non potremo dire di 'non sapere'... chi di noi é saggio ne può far argomento di riflessione quotidiana. Non ci resta che interrogarci oggi e ogni giorno, per prepararci al giudizio. Viene da far nostra la preghiera che Paolo VI, allora arcivescovo di Milano, rivolgeva a Lui, nella Quaresima del 1955:
  • “O Gesù, nostro unico mediatore, Tu ci sei necessario per venire in comunione con il Padre, per diventare con te, che sei Figlio unico e Signore nostro, suoi figli adottivi; per essere rigenerati nello Spirito Santo.

    O Gesù, Tu ci sei necessario, o solo Maestro delle verità recondite e indispensabili della vita, per conoscere il nostro essere e il nostro destino e la via per conseguirlo.

    O Gesù, Tu ci sei necessario, Redentore nostro, per scoprire la nostra miseria e per guarirla; per avere il concetto del bene e del male e la speranza della santità, deplorare i nostri peccati e averne perdono.

    O Gesù, Tu ci sei necessario, per ritrovare le ragioni della fraternità fra gli uomini, i fondamenti della giustizia e della carità.

    O Gesù, Tu ci sei necessario, grande Paziente dei nostri dolori, per conoscere il senso della sofferenza e per dare a lei un valore di espiazione e di redenzione.

    O Gesù, Tu ci sei necessario, Signore e Dio-con-noi, per imparare l'amore vero e camminare nella gioia e nella forza della tua carità, lungo il cammino della nostra via faticosa, fino all'incontro finale con Te amato, con Te atteso, con Te benedetto nei secoli”.
Stupenda preghiera! E noi quel giorno, da che parte saremo?

Facciamo nostra, nella riflessione e nella preghiera, questa profonda supplica, perché possiamo essere tutti insieme e sentire il “Venite benedetti”, come premio di una vita vissuta con un amore senza limiti, in particolare verso i più deboli e bisognosi.



Antonio Riboldi – Vescovo –

Internet: www.vescovoriboldi.it

E-mail: riboldi@tin.it
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