Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Omelie di Monsignor Antonio Riboldi e altri commenti alla Parola, a cura di miriam bolfissimo

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio nov 29, 2007 10:52 am

      • Omelia del giorno 2 Dicembre 2007

        I Domenica di Avvento (Anno A)



        Fratello, è tempo di svegliarsi
Nella vita occorre avere il dono della sapienza, che ci suggerisce come ‘interpretare’ o ‘dare senso e verità’ alla vita quotidiana. Tanti di noi, a volte, si soffermano con preoccupazione sul passato, quando si accorgono di avere usato male il dono del tempo e della vita, e non sanno come uscirne, temendo il giudizio di Dio. Ci sono quelli che, invece, non ci pensano affatto, né al passato, né al futuro, ma vivono senza darsi pensiero di quello che avverrà ‘dopo’, che è ciò che conta! E ci sono anche quelli - nascosti, ma sono più di quanto si pensi - che vivono come un andare incontro a Gesù che viene.

La saggezza, che dovremmo avere, ci dice che:

- il passato è alle nostre spalle, buono o cattivo che sia. È la memoria della nostra vita cui dovremmo guardare, per non ripetere gli errori e, non potendo cancellarli, affidarlo all’infinita Misericordia di Dio;

- il futuro: avere sempre lo sguardo puntato sull’eternità, che è l’incontro con Dio;

- nelle nostre mani c’è solo l’attimo presente, in cui possiamo fare tutto il bene possibile o...viceversa!

Abbiamo dunque una sola responsabilità: imparare a vivere ogni istante, come l’unica opportunità di dire ‘sì’ a Dio. Ed è possibile e doveroso! In questo ci aiuta la liturgia della Chiesa, che invita ad iniziare da capo, seguendo la Storia della Salvezza. Questo ‘compito’ della Chiesa così è descritto nella ‘Costituzione sulla Sacra Liturgia’, del Concilio Vaticano II:
  • “La Santa Madre Chiesa considera un suo dovere celebrare con sacra memoria, in giorni determinati, nel corso dell’anno, l’opera della salvezza del suo Sposo divino. Ogni settimana, nel giorno a cui ha dato il nome di ‘domenica’, fa la memoria della Resurrezione del Signore, che ogni anno, unitamente alla beata Passione, celebra la Pasqua, la più grande delle solennità. Nel corso dell’anno poi distribuisce tutto il mistero di Cristo dalla Incarnazione alla Natività, fino all’Ascensione, al giorno della Pentecoste e all’attesa della beata speranza e del ritorno del Signore. Ricordando in tal modo i misteri della Redenzione, essa apre ai fedeli la ricchezza delle azioni salvifiche e dei meriti del suo Signore, così che siano resi in qualche modo presenti a tutti i tempi, perché i fedeli possano venirne a contatto ed essere ripieni della Grazia della Salvezza” (S. C. n. 102).
E oggi la Chiesa dà inizio al tempo di AVVENTO, ossia l’attesa della venuta del Signore, vero inizio di una storia nuova dell’uomo, che, ‘ingannato dal serpente, il più astuto degli animali’, aveva rifiutato Dio per ‘farsi dio’, ritrovandosi ‘nudo’ in tutto, - il peccato originale - con un’esistenza che, senza Dio, non aveva e non ha senso.

Il grido accorato di Dio, che si era visto tradito dalla creatura più amata, noi, tanto da formarla ‘a sua immagine e somiglianza’, per renderla partecipe del Suo infinito Amore, in cui è la sola felicità - ‘Uomo, dove sei?’ - sembra risuonare ancora oggi su tutti, perché ognuno di noi è ‘una novità’ come lo fu Adamo. La stessa origine, la stessa prova! Quante volte dobbiamo rispondere al Padre: ‘Mi sono nascosto, perché sono nudo’. E non è questa la grande infelicità dell’umanità che, a volte, diviene un baratro di ferocia, l’opposto della bellezza e bontà dell’amore?

Ma se l’uomo rifiuta Dio, il Padre non si rassegna, perché è Amore e ‘pensa’ la sua offerta di riconciliazione, e quindi di ritorno all’Eden, donandoci il Figlio, che riapre le porte del Paradiso. Dalla creazione alla venuta tra di noi, di Gesù, vi furono secoli di attesa del Messia. Basta leggere la Bibbia. L’uomo non può fare a meno della felicità, dell’amore. Ma, tante volte, forse anche noi, anziché aprire le porte del cuore a Gesù, che sta venendo, ripetiamo lo sbaglio dei nostri progenitori, cercando il Messia ‘altrove’ o ‘in altro’. Diceva Paolo VI:
  • “Dobbiamo cercare Dio, perché gli uomini oggi tendono a non cercalo più. Tutto si attende, ma non Dio. Anzi si nota quasi il proposito di escluderlo, di cancellare il suo nome da ogni manifestazione della vita, dal pensiero, dalla scienza, dalla società: tutto deve essere laicizzato non solo per assegnare al sapere e all’azione dell’uomo il campo loro proprio, ma per rivendicare all’uomo un’autonomia assoluta. Tutto si cerca, ma non Dio. Dio è morto, si ama dire: non ce ne occupiamo più! Ma Dio non è morto, è semplicemente perduto, come perduto è l’Eden. Ma perché non cercare Dio? Non è forse Dio ‘un problema’, se piace chiamarlo così, che ci interessa da vicino?... Ancora, se fosse Egli a ‘nascondersi’, perché noi lo andiamo a cercare?” (26 giugno 1970).
La verità è che l’uomo, perché figlio del Padre, anche se non vuole ammetterlo, sente, se è onesto, la nostalgia del Padre, a meno che il mondo, con l’astuzia del serpente, non sia riuscito a cancellare Dio e quindi renderlo ‘nudo’ e senza più casa e fine!

Fa davvero impressione, se abbiamo conservato un cuore aperto all’amore, vorrei dire ‘esperto’ di sete di amore e felicità, come Dio, che supera ogni nostra fantasia per la Sua onnipotenza e grandezza, ci ami così tanto, da non darsi per vinto, e continua a cercare in tutti i modi di farsi vicino, con la delicatezza dell’amore, che ‘bussa’, perché vuole suscitare il desiderio di Lui. È il più grande male se non sentiamo più la nostalgia del Padre. Il profeta Isaia annuncia così la bellezza della venuta di Dio tra di noi - tema dell’Avvento - :
  • “Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore, sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli: ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molte genti e diranno: Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie, e possiamo camminare per i suoi sentieri. Poiché da Sion uscirà la sua legge e da Gerusalemme la parola del Signore... Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore” (Is 2, 1-5).
E come a farci uscire da una pericolosa indifferenza o pigrizia nell’attendere e desiderare che Dio venga a noi con il Natale di Gesù, con forza, l’apostolo Paolo, così invita, scrivendo ai Romani:
  • “Fratelli, è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, poiché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno, non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri” (Rom 15, 11-14).
Il rischio di ‘banalizzare’ il Natale, e quindi la sua attesa, è forte.

Tanti vivono questo tempo prezioso di attesa del grande giorno del ritorno di Dio tra di noi, per darci la possibilità di gustare la gioia vera del cuore, come tempo di ricerca dei ‘regali’ da donare e a chi. E così, la grande festa del Natale di Gesù può trasformarsi nella festa solenne del consumismo che, ancora una volta, ripete il dramma di Adamo ed Eva, che si lasciarono ingannare dal demonio. Quando invece dovremmo avere desideri di gioia interiore, che ci fa diventare - noi - per l’accoglienza, ‘grotta’ di Gesù! Una gioia che è di quanti fanno della vita ‘un’attesa di vedere il volto di Dio’. L’invito che ci fa Gesù, oggi, è:
  • “Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore verrà. Questo considerate: se il padrone della casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi siate pronti, perché nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà” (Mt 24,37-44).
Tocca a ciascuno di noi prendere coscienza di questo tempo prezioso e programmare la vita del nostro spirito su questa grande Grazia che attendiamo. Immenso è il dono che il Padre ci fa, donandoci Suo Figlio, perché si dia il vero senso e la bellezza della vita con Lui.

È davvero una grande perdita non darGli il giusto posto, in questo tempo di attesa, che è la vita. Quando due si vogliono veramente bene e uno è lontano e deve arrivare, sembra che il tempo dell’attesa non passi mai: ogni minuto bruciamo dal desiderio di incontrare chi amiamo. Così tra noi. Ancora di più dovrebbe essere con Dio!

  • “Eccovi, amatissimi figlioli –
    scriveva S. Carlo vescovo ai suoi fedeli - quel tempo così celebre e solenne. Tempo di salute, di pace e di riconciliazione. Tempo, che, come fu con tanti sospiri sommamente desiderato da quelli antichi patriarchi e profeti, come all’ultimo, con allegrezza grande, veduto da quel giusto Simeone, come sempre solennemente celebrato dalla santa Chiesa, così ha da essere da noi piamente santificato, con il lodare e ringraziare il Padre eterno della sua infinita misericordia nel mistero di questo tempo, cioè nella venuta del suo unigenito Figlio, che per smisurato amore verso di noi, peccatori, mandò per liberarci dalla tirannide del demonio, per invitarci al cielo e comunicarci i decreti del cielo”.
Ci accompagni l’inno che la Chiesa mette sulle labbra di noi tutti in questo tempo:
  • “Chiara una Luce dal cielo si diffonde nella notte: fuggano i sogni e le angosce, splende la luce di Cristo. Si desti il cuore dal sonno, non più turbato dal male: un Astro nuovo rifulge, fra le tenebre del mondo. Ecco l’Agnello di Dio, prezzo del nostro riscatto, con fede viva imploriamo il suo perdono e la pace. Quando alla fine dei tempi, Cristo verrà nella gloria dal suo tremendo giudizio, ci liberi la sua Grazia.

    Sia lode a Cristo Signore, al Padre e al Santo Spirito come era nel principio, ora e nei secoli eterni”.


Antonio Riboldi – Vescovo –

Internet: www.vescovoriboldi.it

E-mail: riboldi@tin.it
Ultima modifica di miriam bolfissimo il ven nov 28, 2008 11:07 am, modificato 1 volta in totale.
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven dic 07, 2007 9:12 am

      • Omelia del giorno 8 Dicembre 2007

        Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria (Anno A)



        Tutta bella sei, o Maria
In questo tempo di Avvento, che ci prepara al Natale, la Chiesa ha voluto presentarci chi era Maria, la Donna che Dio ha scelto fin dall’eternità a essere Madre del Figlio Suo, Gesù. Una donna ‘preservata’ dal peccato di Eva e, quindi, una Donna ‘bella’, come dovevamo essere tutti noi, senza peccato. Il peccato originale ci aveva isolato in un mondo senza futuro e, per di più, con il morso di satana, che ci inclina a essere quello che non dovremmo: peccatori. In ognuno di noi, si ripete la storia del primo uomo, che Dio mise alla prova, quella di
  • ‘…non toccare il frutto dell’albero’. Dio disse: ‘Non mangiatene, anzi non toccatelo, altrimenti morirete’. ‘Non è vero - insinuò il serpente - che morirete, anzi, Dio sa bene che se ne mangerete diventerete come lui’. La donna osservò l’albero: i suoi frutti erano certo buoni da mangiare, era una delizia per gli occhi, era affascinante per avere quella conoscenza. Allora prese un frutto e lo mangiò. Lo diede a suo marito ed egli ne mangiò. I loro occhi si aprirono e si resero conto di essere nudi. Quindi Dio li cercò: ‘Uomo dove sei?’. Adamo rispose: ‘Mi sono nascosto, perché sono nudo’ (Gen 3, 1-11).
Il risultato di quel rifiuto di Dio, fu ‘essere cacciati dall’Eden’, ossia essere privati della partecipazione alla felicità con Dio, che era la ragione della loro creazione. Deve essere stata una grande sofferenza ‘essere fuori della casa del Padre’ e trovarsi in un deserto, una terra dove regnava la solitudine, il veleno di satana, sempre pronto a farsi sentire e indurre al male, la vera causa di infelicità per l’uomo. La storia di ogni tempo ci racconta di quanto male l’uomo può essere causa, lontano dal Padre.

“Vediamo a cosa arriva l’espansione di una umanità lasciata in balìa dei suoi istinti e delle sue tendenze. Va a finire fuori strada ed arriva ad aberrazione che ci fanno piangere e fremere. Un errore ancora più grave che si insinua nella nostra pedagogia e nelle nostre abitudini sociali è che non è bello difendere la nostra vita dagli stimoli e dalla conoscenza del male: occorre vedere tutto, conoscere e provare tutto: ‘Fate l’esperienza del male, altrimenti non avrete l’esperienza della vita’ - dicono. E non si bada a cosa si profana, che cosa si distrugge, ai dolori che si seminano, ai delitti che si consumano”.

In altre parole siamo invitati a seguire la moda che è un andare alla deriva rischiando il naufragio di tutto il bello e il buono che abbiamo tutti. Chi di noi non sente il profondo desiderio di essere buono, di conoscere la vera felicità? In altre parole di essere ‘immacolati’? Credo tutti.

Maria Santissima, la Tutta Bella, questo lo viveva, difendendolo con la virtù dell’umiltà. Diceva il Santo Padre ai giovani a Loreto:
  • “Ma l’umile è percepito come un rinunciatario, uno sconfitto, uno che non ha nulla da dire al mondo. Ed invece questa è la via maestra e non solo perché l’umiltà è una grande virtù umana, ma perché, in primo luogo, rappresenta il modo di agire di Dio stesso. È la via scelta da Cristo, il Mediatore della Nuova Alleanza, il quale ‘apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce’ (Fil 2-8). Cari giovani, mi sembra di scorgere in questa parola di Dio sull’umiltà, un messaggio importante e quanto mai attuale per voi, che volete seguire Cristo e fare parte della Chiesa. Il messaggio è questo: non seguite le vie dell’orgoglio, bensì quella dell’umiltà. Andate controcorrente; non seguite le voci interessate e suadenti, che oggi da molte parti propongono modelli di vita improntati all’arroganza e alla violenza, alla prepotenza e al successo ad ogni costo, all’apparire e all’avere, a scapito dell’essere.
    Non abbiate paura, cari amici, di preferire le alternative indicate dall’amore vero: uno stile di vita sobrio e solidale, relazioni affettive sincere e pure. Non abbiate paura di apparire diversi e di venire criticati per ciò che può sembrare perdente o fuori moda. Quella dell’umiltà non è dunque la via della rinuncia, ma del coraggio. Non è l’esito di una sconfitta, ma il risultato di una vittoria sull’egoismo e della grazia sul peccato. Seguendo Cristo e imitando Maria Immacolata, dobbiamo avere il coraggio dell’umiltà” (omelia del 2 settembre a Loreto).
Ed è quello che tutti noi, andando in pellegrinaggio a Lourdes, contemplando nella grotta la semplicità e sublimità dell’Immacolata, accogliamo nei nostri cuori. Vorremmo essere una briciola di quello che era lei, buttando davvero alle ortiche i troppi abiti ‘da maschera’, che il mondo ci offre.

E oggi voglio pregare con voi l’Immacolata, con la preghiera di Grandemaison:

  • “Santa Maria, Madre di Dio, conservami un cuore di fanciullo, puro e limpido come acqua di sorgente.

    Dammi un cuore semplice, che non si ripieghi ad assaporare le proprie tristezze.

    Ottienimi un cuore magnanimo nel donarsi, facile alla compassione.

    Un cuore fedele e generoso, che non dimentichi alcun bene e non serbi rancore di alcun male.

    Formami un cuore dolce ed umile, che ami senza esigere di essere riamato.

    Un cuore che ami, contento di scomparire in altri cuori, sacrificandosi davanti al Tuo divin Figlio.

    Donami un cuore grande ed indomabile, così che nessuna ingratitudine lo possa chiudere e nessuna indifferenza lo possa stancare.

    Donami un cuore tormentato dalla gloria di Gesù Cristo, ferito dal Suo Amore, con una piaga che non si rimargini se non in cielo”.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven dic 07, 2007 9:20 am

      • Omelia del giorno 9 Dicembre 2007

        II Domenica di Avvento (Anno A)



        Ancora quella voce ‘grida’
Siamo ancora affascinati, credo, dalla bellezza di Maria, Madre di Gesù, Immacolata, preservata dal peccato originale, che è la triste eredità che ci portiamo addosso, ma da cui Gesù verrà a liberarci - è già venuto - sempre che vogliamo, con l’aiuto della Sua Grazia, entrare nella visione nuova e vera della ‘vita con Cristo e per Cristo’.

Respira l’aria nuova dell’attesa dell’Amore, chi non si lascia affascinare dal bugiardo modo del mondo di interpretare il più grande gesto di amore di Dio, che è il Natale di Gesù, con un inutile e vuoto spreco di doni, che nulla hanno a che fare con il DONO DEI DONI, che il Padre ci ha fatto con Suo Figlio.

Il grande profeta Isaia, oggi, ci fa come pregustare i cieli nuovi e la terra nuova, che dovrebbe essere la Presenza dell’incredibile potenza di amore che è Gesù tra noi e con noi.
  • “In quel giorno un germoglio spunterà dal tronco di iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore... Il lupo dimorerà con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto, il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme; si sdraieranno insieme ai loro piccoli. Il bambino metterà la mano nel covo dei serpenti velenosi. Non agiranno più iniquamente ne saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare” (Is 11, 1-10).
Il profeta prospetta un mondo diverso da quello che l’uomo è abituato a vivere e stiamo drammaticamente vivendo...come se il Santo d’Israele non fosse ancora venuto tra di noi o, con più verità, perché l’uomo non sa deporre la sua cattiveria e chiude la porta all’Amore che è vicino e tra di noi, in Gesù.

Non abbiamo più parole per deprecare quanto avviene e ci fa stare male, tanto male, e allora ci abbandoniamo ai sogni di un futuro diverso, che non sarà mai possibile, se non creeremo, in noi, un cuore nuovo, disarmato, umile, come la grotta che accolse Gesù nel suo Natale.

Viene la voglia, in tanti, di alzare gli occhi al cielo e di pregare: ‘Vieni presto Signore Gesù!’. Ma Lui è già vicino e attende solo che Gli facciamo posto, riscoprendo la bellezza che Dio ha messo in noi, donandoci la vita.

Finché però noi celebriamo il Natale come una grande abbuffata di consumismo, davvero ‘per Lui non c’è posto’. Per questo la Chiesa, oggi, ci propone, nel Vangelo, la parola del Profeta Giovanni Battista che, senza mezzi termini, invita a cambiare modo di pensare e vivere.
  • ”In quel tempo - racconta Matteo - comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea, dicendo: Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino! Egli è colui che fu annunziato dal profeta Isaia quando disse: Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Giovanni portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano le locuste e miele selvatico. Allora accorrevano a lui da Gerusalemme e da tutta la Giudea e dalla zona adiacente il Giordano; e confessando i loro peccati, si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano” (Mt 3, 1-12).
Ma è facile sbarazzarci di una mentalità, di uno stile di vita, che impedisce l’incontro con Dio? È vero che - mai come ora - tanti, ma tanti, sentono il bisogno di un mondo più giusto, più buono, a cominciare da ciascuno di noi.

Ma poi ci accorgiamo che le abitudini, il male, ha messo radici così profonde da giungere a dubitare di poter cambiare stile di vita, assumendo quella secondo i ‘disegni’ del Padre, in cui solo potremmo trovare il vero senso e la vera serenità. Diventiamo consapevoli che da soli non riusciremo mai a risorgere. Ed è proprio questo il momento in cui la Grazia si fa vicina e aiuta a riportarci nella gioia di una vita secondo Dio.
  • “Oggi - affermava Paolo VI - il termine ‘cristiano’ sembra svigorito da quanti ancora lo usano per dare una generalissima ed estrema qualifica alla vita, alla cultura, alla civiltà, le quali del cristianesimo hanno la bonifica impronta, ma che cercano appena possibile di dimenticarlo o di risolverlo in altre formule, laiche, non impegnative alle supreme e vitali conseguenze che il nome di cristiano porta con sé. Un Natale senza Cristo e un nome cristiano senza fede in Cristo, sono irrisori alla verità divina e all’intelligenza umana” (Natale 1955).
Non resta che avere il coraggio di mettere in gioco tutto di noi, dalla fede allo stile di vita, e ascoltare la parola del Profeta: “Convertitevi!” La sanno ‘i convertiti’ la gioia che si prova nel cambiare vita. È infinita gioia.

La ricordo in quel santo prete, mio confratello, don Clemente Rebora, che, dopo un lungo cercare e come brancolare nel buio, alla fine si arrese alla Grazia, tramite il Card. Schuster, e chiese di essere ammesso tra i Padri Rosminiani a 40 anni. Era mio padre spirituale, quando ero giovane. Con lui ho vissuto momenti incredibili durante le vacanze alla Sacra di S. Michele. Davvero per lui il passato non esisteva più, in ogni aspetto: dalla musica alla poesia, alla letteratura. Contava solo Cristo. E bastava stargli vicino per ‘vedere come si vive Cristo’! Una vita da cielo e non da terra! Come vorrei con voi essere come lui!

Rimanga almeno vivo il desiderio, che si fa preghiera, con le parole del grande Card. Newman:
  • “Conducimi per mano, Signore, luce di tenerezza:

    fra il buio che mi circonda, conducimi per mano.

    Cupa è la notte e io sono ancora lontano da casa,

    conducimi per mano.

    Guida il mio cammino: non pretendo di vedere orizzonti lontani,

    un passo mi basta.

    Un tempo era diverso, non ti invocavo perché tu mi conducessi per mano.

    Amavo scegliere e vedere la mia strada,

    ma adesso conducimi per mano.

    Amavo il giorno abbagliante, disprezzavo la paura,

    l’orgoglio dominava il mio cuore. Tu dimentica quegli anni.

    Sempre fu sopra di me la tua benedizione: sono certo che essa mi condurrà per mano,

    per paludi e lande, per balzi e torrenti, finché svanisca la notte

    e mi sorridano all’alba i volti di angeli amati a lungo e per un poco smarriti.

    Ma adesso...conducimi per mano, Signore!”


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » gio dic 13, 2007 11:49 am

      • Omelia del giorno 16 Dicembre 2007

        III Domenica di Avvento (Anno A)



        La venuta del Signore è vicina
È grande il rumore che il natale pagano sta facendo, nonostante la crisi di tante famiglie, nell’avvicinarsi del Santo Natale. Tutti parlano di quali doni acquistare, mettendo il silenziatore al vero Dono, che è venuto a noi dal Cielo: Gesù, Figlio del Padre. Una venuta che è davvero l’aprirsi delle porte celesti, per vedere il Padre che torna a sorridere a noi, poveri viandanti in cerca di felicità, senza la quale la vita perde ogni senso.

Nulla - ricordiamocelo - può davvero riempire il cuore dell’uomo, come l’amore del Padre che, quando trova dimora in noi, diventa gioia donata ai fratelli. Così canta il profeta Isaia oggi:
  • “Si rallegrino il deserto e la terra arida: esulti e fiorisca la steppa. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio. Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: Coraggio! Non temete: ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi. Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto. Ci sarà una strada appianata e la chiameranno ‘Via Santa’: su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto” (Is 35, 1-10).
Quasi sommersi dalle tristezze del nostro tempo, come ci vengono narrate - con troppa superficialità e, direi, con il solo scopo di ‘vendere o fare spettacolo’ - a tanti sembra che sia morta la speranza. Ma si apre la ‘Via Santa’, che rivela la sua origine divina e, quindi, offre la certezza che c’è Chi ci vuole veramente bene, un Bene che viene dall’Alto, quindi sicuro e fedele. Da qui una consapevolezza, sempre più diffusa, del bisogno di alzare gli occhi al Cielo, certi che solo là può esserci la sorgente della gioia.

Scopriamo che la cosiddetta felicità ‘da quattro soldi’, che il mondo offre, è di fatto manipolata dagli interessi economici, come fosse ‘un’industria che deve tirare’. Si cercano uomini che si distinguano per le ‘speranze’ che cercano di suscitare, e li si chiama ‘profeti’: ‘profeti dell’economia’, ‘profeti della storia’, ‘profeti della moda’ e via dicendo.

Un modo improprio di usare una così sorprendente e misteriosa parola: profeti! Forse nella nostra offuscata mentalità, diamo del ‘profeta’ a chi offre delle prospettive: spesso ‘profeti’ che non vedono però più in là del proprio naso. Oppure - ed è una moda diffusa - ci si affida ai maghi-profeti, che di vero hanno solo la ricchezza che accumulano a scapito dei loro simili, solo più ingenui e sprovveduti.

Nel Vecchio Testamento i profeti hanno sempre avuto un ruolo di guida e di speranza. Il termine ebraico di profeta contiene tre missioni: chiamare, disturbare, annunciare. I profeti hanno la coscienza di essere ‘voce’ di Dio, che indica la strada da percorrere. Parlano ‘a nome di Dio’. Educano alla fede. Il popolo li considerava ‘un grande dono di Dio’, anche se spesso, interpellando le coscienze e richiamando sui vizi...li uccideva! Ma poi, quando venivano a mancare, il popolo si sentiva sbandato, smarrito e così si lamentava: “Non vediamo più le nostre insegne, non ci sono più profeti e nessuno di noi sa fino a quando” (Salmo 74, 9).

San Tommaso d’Aquino descriveva il profeta - e ciascuno di noi è ‘profeta’ dal Battesimo - come uno che sa guardare alla storia con due occhi dietro le spalle, rivolti al passato, e due occhi che scrutano il futuro, per così fondare il presente. Viene da chiederci: viviamo da profeti, memori del passato e rivolti ad un futuro che sappiamo essere nel Cuore di Dio?

Una giovane catechista aveva preparato i suoi bambini a scuola per il Natale, spiegando loro il ruolo del profeta Giovanni Battista e dei profeti, in genere, nella lunga attesa del Messia. Alla fine per rendersi conto se avevano ben compreso chiese ad uno di loro chi fosse un profeta. Si sentì rispondere che ‘il profeta è uno che ascolta la Parola di Dio con il cuore nell’orecchio’. Una definizione azzeccata!

Un fatto è certo: i ‘profeti’, anche nei nostri tempi - e ce ne sono tanti - colpiscono per la loro meravigliosa libertà di vita: non sono contro nessuno, eppure sferzano senza mezzi termini le barriere che l’uomo pone per nascondere le vie del Signore, i camuffamenti, le ipocrisie, le devianze, tutti protesi a proporre una visione di verità, che sia chiara come il cielo terso, ed esalti il grande amore che è Dio, origine e fine di tutto. Ogni loro parola, ogni gesto, affonda le radici nella grandezza del passato dell’uomo e getta ponti verso l’infinito.

Il vero profeta - ed ogni cristiano lo è - pensa sempre in grande, ama in grande. È perseguitato, perché disturba, ma attira immensamente, perché offre spazi di vera vita. Egli è - lo vogliamo o no - la ‘lunga traccia’ di Dio nella storia dell’umanità.

Il Vangelo di oggi ci invita a riflettere sul dialogo che avviene tra il profeta Giovanni Battista, in carcere, -per aver rimproverato Erode sulla sua condotta - e Gesù. Giovanni Battista aveva trascorso una vita nel deserto, a scrutare la volontà di Dio su di lui e, compresala, aveva iniziato a proclamare l’evento incredibile, che dava inizio alla nostra salvezza: Dio era entrato nella nostra storia, mettendosi nei nostri panni, con il Natale di Gesù.
  • “Giovanni, che era in carcere - racconta l’evangelista Matteo – avendo sentito parlare delle opere di Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?”.
È lo stesso Giovanni di cui Matteo afferma che
  • “comparve nel deserto della Giudea, dicendo: Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino!. Egli è colui che fu annunziato dal profeta Isaia quando disse: Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri” (Mt 3, 1-4).
Gesù ai discepoli di Giovanni risponde:
  • “Andate a riferire a Giovanni ciò che voi udite e vedete: i ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano, ai poveri è predicata la buona Novella. E beato colui che non si scandalizza di me”.
Poi si mise a parlare alle folle e traccia il meraviglioso ‘ritratto’ del Battista.
  • “Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Che cosa siete dunque andati a vedere? Un uomo vestito in morbide vesti? Coloro che portano morbide vesti stano nei palazzi del re! E allora cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, anche più di un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero, che preparerà la tua via davanti a te. In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista, tuttavia il più piccolo nel Regno dei Cieli è più grande di lui” (Mt 11, 2-11).
Stupendamente umano questo dialogo che, da una parte vuole ‘la conferma alla propria missione’, ossia sapere se Gesù è il Messia, e, dall’altra, offre una ‘risposta’ non solo positiva, ma l’esaltazione di chi davvero è profeta e merita ascolto. Ci sono ancora oggi tanti che cercano chi, come Giovanni, possa essere ‘una voce del deserto, che annuncia’.

Lo cercano in sacerdoti o in laici cristiani, con diverse vocazioni, ma un unico carattere: gente che non bara con la fede e, con la propria vita, traccia una strada in questo mondo, che resta sempre ‘un deserto con poche speranze’. Un mondo che offre solo delusioni, quando addirittura non cerca di strappare la certezza della gioia che Dio dà ora e sempre!

Se siamo sinceri, abbiamo bisogno di verità. Abbiamo bisogno di sapere che davvero c’è Qualcuno che ci vuole davvero bene e ci è vicino: un Bene che è Dio stesso, fatto uomo. È insopportabile la solitudine o anche solo sentirsi immersi in questo mondo, che si accontenta, a Natale, di affollare i negozi, per ‘fare’ una festa che è poca cosa di un momento, magari con tanto spreco. Il Santo Padre, recandosi a Pavia, per rendere omaggio alla tomba del grande sant’Agostino, diceva:
  • “Viveva come tutti gli altri, ma tuttavia c’era in lui qualcosa di particolare: egli rimase sempre una persona in ricerca. Non si accontentava mai della vita così come essa si presentava e come tutti la vivevano. Era sempre tormentato dalla questione della verità. Voleva trovare la verità. Voleva riuscire a sapere che cosa è l’uomo; da dove proviene il mondo; da dove veniamo noi stessi, dove andiamo e come possiamo trovare la vita vera. Voleva trovare la retta via e non semplicemente vivere ciecamente senza senso e senza meta. La passione per la verità è la parola-chiave della sua vita. Tutto ciò che non portava il nome di Cristo, non gli bastava. L’aveva bevuto col latte materno. E sempre aveva creduto - a volte più vagamente, a volte più chiaramente - che Dio esiste e che Egli si prende cura di noi. Ma conoscere veramente questo Dio e familiarizzare davvero con Gesù Cristo e arrivare a dire ‘Sì’ a Lui con tutte le sue conseguenze - questa era la grande lotta interiore dei suoi anni giovanili. Solo nella Chiesa trovò la verità essenziale: il Verbo si è fatto carne. E così Egli ci tocca e noi Lo tocchiamo. All’umiltà della incarnazione di Dio deve corrispondere la nostra fede che depone la superbia saccente”.
Con sant'Agostino, dunque, preghiamo:
  • “Odiarmi e amarTi: agire solo per amore Tuo, abbassarmi per farTi grande, non avere altri che Te nella mente. Morire a me stesso per vivere in Te. Tutto ricevere da Te. Rinunciare a me stesso per seguirTi, desiderare di accompagnarTi sempre. Fuggire da me stesso, rifugiarmi in Te per essere da Te difeso. Temere per me e temerTi, per essere fra i Tuoi eletti. Diffidare di me stesso, confidare in Te: voler obbedire a causa tua. Non attaccarmi a null’altro che a Te, essere povero per Te. Guardami e Ti amerò. Chiamami perché Ti veda E goda di Te eternamente” (S. Agostino).


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio dic 20, 2007 6:40 pm

      • Omelia del giorno 23 Dicembre 2007

        IV Domenica di Avvento (Anno A)



        La grande attesa di Dio-tra-noi
Per chi davvero ha fede e vive di gioia, perché Dio si fa uno di noi, per stare con noi, questi giorni, che ci accostano al Natale, sono giorni di meravigliosa attesa: un’attesa piena di stupore, che si prova quando si riceve la notizia che una persona molto cara, ‘cuore della vita’, sta per arrivare. “Al solo pensare - mi dice una mamma che attende il figlio a lungo lontano - è tanta la gioia che provo che mi sembra di ‘morire di felicità’”. Ma è così la nostra attesa del Natale?

Camminando per le strade delle nostre città, siamo come storditi da tanta pubblicità per ‘altro’, i ‘regali da comprare’. Tutti vogliamo ‘fare’ Natale e, a volte, non badiamo a spese. Si ‘usa’ il Natale di Gesù e fa tanto male! Gesù, che viene direttamente e divinamente a rivelare quanto Dio ci ami, fino a farsi uno di noi, ‘figlio dell’uomo’, è preso a pretesto per ‘celebrare’ un natale pagano. Il primato delle cose, dell’abbondanza materiale - anche quando ci si lamenta dei rincari - a volte con ostentazioni sfacciate, sprechi incalcolabili, frutto di ingiustizie sociali - le tante povertà anche vicinissime - la quasi dimenticanza della condivisione fraterna, in effetti sono ‘una bestemmia’ al Natale di Gesù. Cerchiamo, carissimi, di evitare simili sbagli!

Tuffiamoci nella solenne liturgia del Santo Natale, che diventa ‘liturgia della carità’ verso chi soffre, ed entreremo nel mistero della grande Gioia della grotta di Betlemme, non solo, ma parteciperemo dell’annuncio degli Angeli: “Gloria a Dio in cielo e pace in terra agli uomini che Egli ama”. Proviamo, questi giorni che ci separano dal Natale, a ‘viverli’ con Giuseppe e Maria.

Dovevano affrontare un lungo viaggio da Nazareth a Betlemme: un viaggio nel deserto, chi ha visitato la Terra Santa, sa quanto è pesante in pullman, con l’aria condizionata, pensate la fatica e i pericoli in quei tempi! Una fatica ancora più sofferta, perché erano gli ultimi giorni che mancavano alla nascita di Gesù. Davvero la vita di Gesù inizia nella maniera più vicina alla nostra inconfessata povertà umana! Ma oggi il Vangelo ci propone un’altra sofferenza.

Ricordiamo tutti l’episodio dell’Annunciazione. Maria, una adolescente, viene visitata dall’Arcangelo Gabriele, che le espone il disegno del Padre, a lungo conservato nel Suo Cuore: la riconciliazione con noi, sue creature, che avevamo drammaticamente rifiutato la Sua amicizia, sola ragione della nostra creazione e vita. Dio non poteva abbandonarci per sempre. Occorreva riportare l’uomo a quel ‘sì’, mancato dai nostri primogenitori. Un ‘sì’ preparato da quello di Abramo, che lascia tutto per seguire il suo Dio, di Isacco, pronto ad essere sacrificato, di Mosè, che affronta il faraone per salvare il popolo del suo Dio, di Giobbe nella prova della sofferenza, di tanti profeti nella persecuzione, per giungere al ‘sì’ di una donna, preservata dal peccato originale, Maria di Nazareth: un ‘sì’ da cui sarebbe dipesa la salvezza dell’umanità!

Il Padre attese quel ‘sì’ proprio nell’evento dell’Annunciazione, quando l’Arcangelo si fa portavoce del Suo disegno. E, sia pure dopo un giusto e umano turbamento davanti all’incredibile richiesta, quel ‘sì’ fu pronunciato: “Si compia in me la Sua Parola”. “E il Verbo si fece carne”, ossia in quel momento iniziò, come nell’Eden, il cammino di Dio tra gli uomini, percorrendo la ‘stessa via dell’uomo’ fino alla morte in croce.

Ma, tante volte, non è facile, anche per noi, capire tanti fratelli e sorelle che, per fare spazio totale a Dio, fanno della loro vita un ‘sì’ totale. Così, la presenza di Dio, annunciata e germinata nel seno di Maria, in modo misterioso - come sono tutti i ‘segni dell’amore di Dio’ - incontra subito l’incomprensione in Giuseppe, che pure era ‘uomo giusto’. Così, oggi, ne parla Matteo, nel Vangelo:
  • “Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo. Sua Madre, Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme, si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe, suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un Angelo del Signore che gli disse: Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù. Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati. Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio, che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio-con-noi. Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa” (Mt 1, 18-24).
L’avventura di Gesù incomincia così con una profonda sofferenza della mamma, Maria, che non può né sa spiegare il mistero dell’Incarnazione del Figlio. Chi potrebbe mai credere che è nato dallo Spirito Santo? Una via che la ragione dell’uomo non può ‘capire’, perché le ‘sue vie’ per dare alla luce un figlio sono altre, anche se le vie di Dio possono essere diverse!

Dio, per venire tra di noi, non usa gli schemi ‘normali’ e tanto meno quelli trionfalistici, che nella nostra superbia ci aspetteremmo… da un Dio! Difficile capire la sublimità del mistero e dell’umiltà, che è la sola vera via che conosce l’Amore quando si dona. Giuseppe, uomo giusto, - così lo definisce il Vangelo - non usa la giustizia come condanna, ma come misericordia, come è la natura di Dio Padre.

Conoscendo la bellezza interiore della Vergine, si arrende davanti al concepimento in Maria, non discute sulle cause di quella gravidanza inspiegabile, e sceglie la via umanamente più misericordiosa: difende la dignità di Maria, rinunciando ad un pubblico rifiuto, - usanza di allora che sarebbe stato un condannare Maria al disprezzo di tutti - e la congeda ‘in silenzio’. Qui è la grandezza umana di Giuseppe.

Quando poi Dio stesso lo illumina sulla vera identità del Figlio di Maria, nato non da uomo, ma dallo Spirito Santo, Giuseppe ritorna sulla sua decisione e “la prese con sé come sua sposa”. E qui è la grandezza di Giuseppe, uomo di fede.

Fa davvero riflettere questa ‘via’ che Dio sceglie per venire tra di noi. Una ‘via’ che tante volte incontra la nostra incomprensione. Noi, abituati a ragionare ‘terra, terra’ ... da poveri uomini!

Ma la via del mistero e dell’umiltà, che è quella dell’amore che si dona, è la via di Maria, di Giuseppe e di tutti coloro che seguono Gesù. E non sarà l’unica volta in cui Maria e Giuseppe dovranno essere testimoni dell’apparente debolezza di Dio in Gesù. Rifiutato dalla città, troverà riparo, Dio, per venire al mondo, in una grotta e sarà deposto in una mangiatoia. Cercato da Erode, che, dopo la notizia dei Magi, teme in Lui un contendente al trono, dovranno difenderlo fuggendo in Egitto. Vivrà gli anni della sua adolescenza e giovinezza nell’allora sconosciuta Nazareth, come uno qualsiasi... fino all’inizio della sua missione tra di noi, che, non avendolo compreso, lo abbiamo rifiutato e messo in croce!

Ci rendiamo conto della bellezza di un tale amore di Dio che si fa uomo per noi, percorrendo le nostre strade? Ma poteva l’amore di Dio che si fa uomo, non mettersi nei nostri panni? Se siamo sinceri, ci rendiamo anche conto che questi ‘nostri miserabili panni’ avevano davvero bisogno di Qualcuno che, con l’amore, ci rendesse ‘belli’, come figli di Dio! Solo Dio poteva compiere un tale miracolo!

È questo l’amore che cerchiamo, anche se poi tante volte non lo capiamo. Siamo dunque chiamati a entrare nel grande mistero del ‘Dono’ di Dio, che è il Natale di Gesù, con un cuore aperto al mistero e disponibile nell’umiltà, senza lasciarci soffocare dal commercio di doni materiali.

C’è un’unica via per celebrare davvero il Natale di Gesù: come Lui farsi dono di solidarietà ai tanti che il nostro consumismo rifiuta e così sperimentare la gioia del donare. Quanto bisogno abbiamo di amore: un amore che, tante volte, conosce le difficoltà che vissero Maria e Giuseppe. Assaporiamo, in questa vigilia, le parole di Paolo ai Romani:
  • “Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione, prescelto per annunciare il vangelo di Dio, che egli aveva promesso per mezzo dei Suoi profeti nelle Sacre Scritture, riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione, mediante la resurrezione dai morti, Gesù Cristo, nostro Signore. Per mezzo di Lui abbiamo ricevuto la grazia dell’apostolato per ottenere l’obbedienza alla fede da parte di tutte le genti a gloria del Suo Nome: e tra questi siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo. A quanti sono in Roma, diletti di Dio e santi per vocazione, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro e del Signore Gesù Cristo” (Rom 1, 1-7).
A quanti di voi, carissimi, che soffrono e sono assetati di amore, quello che sempre Dio ci dona, voglio offrire, come conclusione, una riflessione di Mons. Tonino Bello:
  • “Lui è il Signore, è Gesù di Nazareth,

    è questo indistruttibile Amore nostro,

    intorno al Quale vogliamo legare la vita,

    al Quale non ci vogliamo aggrappare, ma abbandonare.

    Purtroppo, miei cari amici, io conosco molti cristiani,

    fra questi forse ci sono anch’io,

    che si aggrappano al Cristo, al Signore, perché hanno paura,

    ma non si abbandonano a Lui perché lo amano.

    Noi ci dobbiamo abbandonare a Lui,

    fontana antica, che ha un’ acqua unica, capace di dissetarci.

    Chi ha sete va e beve;

    chi è stanco va a refrigerarsi.

    Così è Gesù Cristo.

    Per ognuno ha una parola di tenerezza, di incoraggiamento.

    Noi dovremmo riscoprirla”.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » lun dic 24, 2007 4:50 pm

      • Omelia del giorno 25 Dicembre 2007

        Natale del Signore (Anno A)



        Vi annuncio una grande Gioia: è nato Gesù
È davvero profonda gioia annunciare il grande evento del Natale di Gesù. Quella notte, nell’umile grotta di Betlemme, in quella mangiatoia, è accaduto l’incredibile, che dovrebbe riempire di serenità ogni uomo che è sulla terra. Dio, con un Amore che non ha confini, per tornare ad essere nostro Padre, e noi suoi figli - realtà che i nostri progenitori avevano rifiutato all’inizio, chiudendo la vita alla speranza - fa della nostra povera terra di esilio, la ‘Sua dimora’. Si fa ‘Figlio dell’uomo’, come uno di noi, per farci ‘Suoi’.

Ieri, oggi, sempre, constatiamo tutti, chi più, chi meno, che davvero siamo infelici: gente a cui manca Qualcuno che, con la Sua presenza, ci immetta nella possibilità di conoscere e vivere il vero significato della nostra esistenza: il Suo ineffabile ed eterno Amore. Chi di noi è davvero felice? Certamente coloro che si sono abbandonati e lasciati riempire dall’Amore del Padre.

Ma quanti ancora, troppi, cercano di colmare il vuoto dell’anima con ‘cose’ che non possono sostituire questo Amore! Viviamo da assetati e nostalgici di felicità e, a volte, giungiamo a disprezzare la stessa vita! Ma ecco che l’Amore viene a noi nella semplicità e umiltà del Natale. Fosse venuto o continuasse a restare tra noi con trionfalismo, rischierebbe di non conoscere chi davvero siamo: ‘poveri cristi, accattoni di amore’. Suscita invece dolcezza, commozione, gioia, ammirazione, il racconto del Natale: un racconto di Dio tra noi, che è di tutti i giorni, e per questo, forse, non è capito.

Troppo - se siamo onesti con noi stessi dobbiamo ammetterlo - amiamo le comodità, la carriera, l’apparire, il benessere, che cerchiamo nei supermercati, nei reality, o sgomitando tra i nostri simili. Avviciniamoci invece, con il cuore, a questo grande giorno, che è l’inizio di un mondo nuovo, in cui Dio si fa vicino, fino ad essere ‘il Dio con noi’, l’Emmanuele: ieri, oggi e sempre. Leggiamo il racconto del Natale, con il cuore degli uomini che davvero cercano la Verità, la vera Libertà e Gioia:
  • “Anche Giuseppe, che era della famiglia di Davide, dalla città di Nazareth e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria, sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce un figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo. C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: Non temete, ecco vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia. E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Egli ama” (Lc 2, 1-14).
È l’irreperibile evento di Dio che viene tra di noi, facendosi uno di noi, in un’atmosfera che coniuga la semplicità e l’umiltà dell’Amore immenso di Dio con la Gloria del Cielo. È la via dell’amicizia che, per essere tale, deve avere la povertà del bimbo in fasce in una mangiatoia, per non spaventare, ma anzi far nascere il desiderio di abbracciarLo, lasciandosi inondare da questa celeste sinfonia dell’ amore.

Per sentirla, questa ondata di simpatia di Dio, occorre depistare ogni superbia del mondo, che ama i ‘fasti’, il prestigio, il ‘sai chi sono io?!’, e diventare anche noi, nel cuore, ‘bambini’ che non temono di finire nelle braccia del Padre. È troppo bella la solennità del Natale di Gesù, per vanificarla in un dannoso ‘natale del commercio’, che lascia, dopo un attimo di superficiale euforia, il vuoto, che da solo la dice lunga... Il Natale di Cristo è vera gioia!

Ricordo i miei Natali da piccolo, in una famiglia povera di tutto, ma ricca di fede e di amore. Natale era la celebrazione, a mezzanotte, in Chiesa; era l’atmosfera di serenità nella famiglia, la condivisione con chi aveva meno di noi.

E da giovane diacono, in una parrocchia, a Milano, ricordo uno splendido Natale. Dopo la Messa di mezzanotte, sentimmo bussare alla porta di casa. Era una famiglia povera, che chiedeva qualcosa. Il parroco, che aveva un gran cuore, si recò in cucina e prese quello che ci era stato donato dai fedeli: un poco di carne e due panettoni. Prese tutto e lo donò. Davanti alla mia ‘amara’ sorpresa, di restare ‘digiuni’ proprio a Natale, ricordo che mi disse: “Il nostro più bel Natale è quello che farà quella famiglia. A noi basta averle donato un po’ di gioia”. Questo è Natale. Con Isaia vestiamoci dunque di gioia e lasciamoci ‘riscattare’ e consolare:
  • “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza. Senti? Le tue sentinelle alzano la voce, gridano di gioia, perché vedono con i loro occhi il ritorno del Signore in Sion. Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, poiché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme” (Is 52, 7-10)
... pregando insieme:
  • Mio Dio, donami il continuo senso della Tua presenza: della Tua presenza in me e attorno a me. Al tempo stesso, donami quell’amore intriso di timore, che si prova in presenza di tutto ciò che si ama appassionatamente e fa che si rimanga davanti alla persona amata senza poter staccare gli occhi da lei, con il desiderio grande e la volontà di amare tutto ciò che le piaccia, tutto ciò che è buono per lei, per Te, Gesù.

    Concedimi il grande timore di fare, di dire, di pensare qualcosa che ti contristi e ti ferisca.

    In te, Gesù, da te e per te (C. de Fuocauld).


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » ven dic 28, 2007 9:28 am

      • Omelia del giorno 30 Dicembre 2007

        Sacra Famiglia (Anno A)



        La Sacra Famiglia, subito alla prova
Sembra proprio che la famiglia, oggi, sia nel mirino di chi la vorrebbe o correggere o distruggere. Si preferisce non parlare più di un vincolo indissolubile, come è l’amore nel sacramento del matrimonio, ma esaltare ‘un amore senza controlli burocratici’, andando ‘dove ti porta il cuore’, ... troppe volte ‘allo sbaraglio’, come molte situazioni, a volte anche tragiche, dimostrano! Infatti sappiamo tutti che l’amore non è un bene commerciabile, che può indifferentemente passare da un acquirente all’altro, ma ha bisogno di crescere e farsi prendere la mano dall’infinito, che è la sua natura, superando le inevitabili prove.

Un vero amore, voluto e scelto, fondato sul sacramento, trova sempre la forza che Gesù, presente, assicura. Non ho mai visto tanta serenità, tanto affetto, che superano la brevità del tempo in cui si vive insieme, come in matrimoni che celebrano le nozze d’argento, o d’oro e, a volte, di platino! Ogni volta, da vescovo, sono chiamato a benedire coppie che ringraziano, celebrando i loro anniversari, mi è facile vedere sui loro volti la gioia di avere costruito la felicità insieme. Quella gioia che c’era nella mia famiglia, quando un giorno, papà, passeggiando con me, appena ordinato prete, mi disse: ‘Amo tanto mia moglie, la tua mamma, che mi sembra ogni giorno sia il primo giorno del nostro incontro. La amo come la vita. Mi venisse a mancare, sarebbe come vedere sparire la vita’. E questo me lo diceva dopo 33 anni di matrimonio e con sulle spalle la fatica, dura allora, di portare a casa un pezzo di pane a noi figli, che eravamo sette!

Oggi, sarà la mancanza di una vera formazione interiore, che ha come ingoiato i grandi valori, indissolubilmente legati alla capacità di amare, come la fedeltà, la gioia di fare della vita un dono, sarà il relativismo, il ‘mondo’, sarà quello che vogliamo, ma l’amore non è più ‘l’alito di Dio’ in noi, ma si dà il nome di ‘amore’ ad una merce ‘usa e getta’. È quello che piace al nostro mondo consumistico, ma mette a rischio la stessa civiltà.

Tutte le famiglie dovrebbero pensare bene a questo, chiudendo la porta del cuore alla ‘grancassa’ di chi predica un ‘tale amore’. C’è in atto uno scontro tra fedeltà nell’amore, che assicura felicità e santità, e una ‘falsa libertà’ nel rapporto, che può solo generare confusione e tanto, ma tanto, dolore. La risposta che molte famiglie hanno dato, partecipando alla famosa manifestazione, detta del ‘Family day’, è davvero quella ‘della foresta che cresce nel silenzio’, a dispetto del grande chiasso ‘degli alberi che cadono’.

La Chiesa, dopo aver celebrato il Natale di Gesù, celebra oggi la festa della Sacra Famiglia. L’amore, per sua natura, crea altro amore e, nella famiglia, questa continuità o ‘incarnazione dell’amore’, siamo proprio noi: i figli. È anche vero che la famiglia, come ogni persona, conosce gioie e sofferenze. Ogni famiglia sa bene che l’attendono numerose prove. Come è accaduto anche alla famiglia di Gesù. Proprio il Vangelo di oggi ce ne offre un esempio:
  • “I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo. Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Dall’Egitto ho chiamato mio figlio. Morto Erode, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nel paese di Israele, perché sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino. Egli, alzatosi, prese con sé il bambino e sua madre ed entrò nel paese di Israele. Avendo però saputo che era re della Giudea Archelao, al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea, e appena giunto, andò ad abitare in una città chiamata Nazareth, perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: Sarà chiamato Nazareno” (Mt 2, 13-23).
Fa davvero impressione come subito la Sacra Famiglia abbia conosciuto la cattiveria umana - generata dal timore che ‘il bambino’ potesse togliere il ‘potere’! - e sia stata costretta ad una fuga durissima, dalla Giudea verso l’Egitto, attraverso il deserto, non avendo dove alloggiare: una sofferenza che tanti oggi vivono, senza aiuti e anche sfruttati!

Ma quel Bambino celeste non era venuto, e non è tra noi, per un confronto con il potere umano, che scatena guerre, provoca stragi e carneficine, o con altri idoli del mondo. È venuto nella povertà ed insicurezza, che è di tanti oggi: vero uomo che conosce il nostro patire. Paolo VI, visitando Nazareth, il 5 gennaio 1967, così esortava le famiglie:
  • “Nazareth è la scuola in cui si è iniziato a comprendere la vita di Gesù, scuola del Vangelo. Vi si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa tanto umile, semplice manifestazione del Figlio di Dio. Forse si impara quasi insensibilmente ad imitare la lezione di silenzio. Rinasca in noi la stima del silenzio, ammirabile e indispensabile atmosfera dello spirito. Rinasca in noi, circondati da tanti frastuoni, strepiti e voci clamorose, nella nostra vita moderna rumorosa. O silenzio di Nazareth, insegnaci il raccoglimento, l’interiorità. Dacci la disposizione ad ascoltare le buone ispirazioni e le parole dei veri maestri. Insegnaci la necessità del lavoro, dello studio, della meditazione, della vita interiore personale, della preghiera, che Dio solo vede nel segreto.
    Nazareth ci insegni che cosa è veramente la famiglia, la sua comunione di amore, il suo carattere sacro e inviolabile. Impariamo da Nazareth come è dolce e insostituibile la formazione che essa dà.
    Impariamo come la sua funzione sia all’origine e alla base della vita sociale. O Nazareth, casa del ‘figlio del falegname’. Vorremmo qui comprendere e di qui celebrare la legge severa e redentrice della fatica umana; qui ricomporre la coscienza della dignità del lavoro; richiamare qui che non può il lavoro essere fine a se stesso, che a garantire la sua libertà e dignità sono, al di sopra dei valori economici, i valori che li finalizzino. Oh! Come vorremmo ritornare fanciulli e metterci a questa umile e sublime scuola di Nazareth! Come vorremmo, vicini a Maria, ricominciare ad apprendere la vera scienza della vita e la sapienza più alta delle verità divine”.
In questa festa della Sacra Famiglia vorrei pregare per tutte le famiglie, a cominciare da quelle che soffrono o sono in difficoltà, con le parole di Madre Teresa:
  • “Padre dei cieli, ci hai dato un modello di vita nella Sacra Famiglia di Nazareth.

    Aiutaci, Padre d’amore, a fare della nostra famiglia un’altra Nazareth, dove regnino l’amore, la pace e la gioia.

    Che possa essere profondamente contemplativa, intensamente eucaristica e vibrante di gioia.

    Aiutaci a stare insieme nella gioia e nel dolore, grazie alla preghiera in famiglia

    Insegnaci a vedere Gesù nei membri della nostra famiglia, soprattutto se vestito di sofferenza.

    Che il Cuore eucaristico di Gesù renda i nostri cuori mansueti e umili come il Suo.

    E aiutaci a svolgere santamente i nostri doveri familiari.

    Che possiamo amarci come Dio ama ciascuno di noi, sempre più, giorno per giorno, e perdonarci i nostri difetti, come Tu perdoni i nostri peccati.

    Aiutaci, Padre d’amore, ad accogliere ogni cosa Tu vorrai darci e a dare quello che Tu prendi, con un grande sorriso”.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » mer gen 02, 2008 10:27 am

      • Omelia del giorno 1 Gennaio 2008

        Maria Santissima Madre di Dio (Anno A)



        Buon Anno nel Nome di Maria Santissima
Mi affretto a fare gli auguri di un anno pieno di Grazia, di Pace e serenità, non solo a voi miei carissimi, ma a tutti gli uomini. E Dio solo sa - e noi con Lui - quanto bisogno c’è che il tempo che ci è donato da vivere su questa terra non sia un dialogo in bianco o, peggio ancora, un diario con troppi errori, alcuni madornali, che ci fanno male. L’anno appena trascorso certamente è stato ricco di azioni belle che, credo, tutti abbiamo compiuto davanti agli occhi del Padre, e Lui le conserva, così come ormai fanno parte della nostra storia tutte le manchevolezze, gli errori, che affidiamo con fiducia alla Sua Misericordia.

La vera sapienza, che è dono dello Spirito, per tutti, ci insegna infatti ad affidare alla Misericordia di Dio ciò che ormai non possiamo cancellare, ossia il passato, nel bene e nel male, per ritornare ad essere capaci di usare ogni istante della vita come programma di bene, riempiendo il diario delle nostre giornate di azioni buone agli occhi di Dio e degli uomini. Viviamo ogni giorno - anche perché non sappiamo se sarà ‘uno dei tanti’, che Dio ci dona, o se è l’ultimo - come la grande occasione per essere ‘uomini di buona volontà’.

Qui è la vera gioia e speranza che fa il futuro. E il mio augurio, che è grande, carissimi tutti, a cominciare da quanti soffrono e sono in difficoltà, è lo stesso che dà la Chiesa oggi:
  • “TI BENEDICA IL SIGNORE E TI PROTEGGA. IL SIGNORE FACCIA BRILLARE IL SUO VOLTO SU DI TE E TI SIA PROPIZIO. IL SIGNORE RIVOLGA SU DI TE IL SUO VOLTO E TI CONCEDA PACE” (Num 6, 22-27).
Ricordiamocelo sempre: il tempo che ci è dato può essere un’opportunità per ‘accumulare ricchezze per il Regno’ e per la Gioia, ma - Dio non voglia - può diventare un pericoloso ‘nulla’, un vivere alla giornata, per ritrovarci alla fine con le mani vuote o, peggio, con un carico di sbagli che poi si pagano. Sul vostro diario di quest’anno 2008, possiate scolpire, giorno per giorno, i vostri gradini verso il Paradiso!

E oggi la Chiesa celebra LA SOLENNITÀ DI MARIA, MADRE DI DIO, come per darci una sicura compagnia nel nostro futuro cammino. Per chi crede è una meravigliosa occasione per, non solo meditare, ma per metterci nel Suo Cuore di Mamma, donataci da Gesù in croce.

È un ineffabile dono quello di Gesù: darci per Mamma, Sua Mamma! E la fede ci conferma che la Madonna non ci è Mamma ‘per modo di dire’, ma dal Cielo lo è con un Amore tenero e sollecito. Conosce ognuno di noi e ci accompagna, non permettendo che restiamo soli. Se anche non la vediamo vicina fisicamente, lo è di fatto. Come le nostre mamme, del resto, ma molto più potente! E che ci è vicina ce lo ricordano le tante apparizioni tra di noi, in cui con chiarezza, ci consiglia, come le nostre mamme, e ci dà il segno che ci segue. Basta andare a Lourdes o a Fatima per averne conferma. E come si fa sentire la Sua vicinanza quando recitiamo il Santa Rosario! Il Vangelo ce la presenta, già dal Natale di Gesù, come Mamma, che davanti a ciò che succede di noi ‘serba tutto, meditandolo nel suo cuore’.
  • “In quel tempo - racconta Matteo - i pastori andarono senza indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino che giaceva in una mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato loro detto. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose, meditandole in cuor suo. I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto come era stato detto loro” (Mt 2, 16-21).
Piace fare conoscere anche a voi la riflessione-preghiera che il Santo Padre rivolge a Maria, al termine della sua ultima Enciclica: ‘Spe salvi’ al n. 50.
  • “Tu vivevi in intimo contatto con le Sacre Scritture di Israele, che parlavano della speranza – della promessa fatta ad Abramo e alla sua discendenza. Così come comprendiamo il santo timore che ti assalì, quando l’Angelo del Signore entrò nella tua camera e ti disse che tu avresti dato alla luce Colui che era la speranza d’Israele e l’attesa del mondo. Per mezzo tuo, attraverso il tuo ‘sì’, la speranza dei millenni doveva diventare realtà, entrare in questo mondo e nella sua storia. Ti sei inchinata davanti alla grandezza di questo compito e hai detto ‘sì’: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc l,38). Quando piena di gioia attraversasti in fretta i monti della Giudea per raggiungere la tua parente Elisabetta, diventasti l’immagine della futura Chiesa che, dal suo seno, porta la speranza nel mondo attraverso i monti della storia. Ma accanto alla gioia, che nel tuo Magnificat, con le parole e con il canto ha diffuso nei secoli, conoscevi pure le affermazioni oscure dei profeti sulla sofferenza del Figlio di Dio in questo mondo. Sulla nascita nella stalla di Betlemme brillò lo splendore degli Angeli, che portavano la buona novella ai pastori, ma nel tempo stesso la povertà di Dio in questo mondo fu fin troppo sperimentabile. Il vecchio Simeone ti parlò della spada che avrebbe trafitto il tuo cuore, segno della contraddizione che il tuo Figlio sarebbe stato in questo mondo. Quando poi cominciò l’attività pubblica di Gesù, dovesti farti da parte, affinché potesse nascere la nuova famiglia per la cui costituzione Egli era venuto e che avrebbe dovuto svilupparsi con l’apporto di coloro che avrebbero ascoltato e osservato la Sua parola. Nonostante tutta la grandezza e la gioia del primo avvio dell’attività di Gesù, tu, già nella sinagoga di Nazareth, dovesti sperimentare la verità del ‘segno di contraddizione’. Così hai visto il crescente potere dell’ostilità e del rifiuto che progressivamente andavano affermandosi intorno a Gesù, fino all’ora della croce, in cui dovesti vedere il Salvatore del mondo, l’Erede di Davide, il Figlio di Dio, morire, come un fallito, esposto allo scherno, tra i delinquenti. Accogliesti allora la parola: ‘Donna, ecco tuo figlio!’. Dalla croce ricevesti una nuova missione. A partire dalla croce diventasti madre in una maniera nuova: madre di tutti coloro che vogliono credere nel tuo Figlio Gesù e seguirlo. La spada del dolore trafisse il tuo cuore. Era morta la speranza? Il mondo era rimasto definitivamente senza luce? Senza la vera mèta? In quell’ora, probabilmente, nel tuo intimo, avrai ascoltato nuovamente la parola dell’angelo, con cui aveva risposto al tuo timore nel momento dell’annunciazione: ‘Non temere, Maria!’. Quante volte il Signore, il tuo Figlio, aveva detto la stessa cosa ai suoi discepoli. Prima dell’ora del tradimento, Egli aveva detto: ‘Abbiate coraggio! Io ho vinto il mondo. Non sia turbato il vostro cuore’. ‘Non temere, Maria!’, nell’ora di Nazareth l’angelo ti aveva detto: ‘Il suo regno non avrà fine!’. Era forse finito prima di cominciare? No, presso la croce tu eri diventata madre dei credenti. In questa fede, sei andata incontro al mattino di Pasqua. La gioia della resurrezione ha toccato il tuo cuore e ti ha unita in modo nuovo ai discepoli, destinati a diventare famiglia di Gesù, mediante la fede. Così tu rimani in mezzo ai discepoli come la loro Madre, come Madre della speranza. Maria, Madre nostra, insegnaci a credere, sperare e amare con te. Stella del mare, brilla su di noi e guidaci nel cammino”.
Voglio pregare Maria, la Mamma celeste, per tutti voi, perché vegli sul nostro cammino in questo nuovo anno, con le parole di P. Claudel:
  • Vengo, o Madre, da te, soltanto a guardarti.

    Guardarti e piangere di gioia.

    Sapere che io sono tuo figlio e che tu sei qui.

    Essere insieme con te, Maria, dove sei tu.

    Non dir nulla, cantare solo perché il cuore è troppo pieno.

    Perché sei bella, sei immacolata, donna finalmente restituita alla grazia.

    La creatura nella sua prima felicità e nel suo sboccio così come è uscita da Dio nel mattino del suo originale splendore.

    Ineffabilmente intatta perché tu sei la Madre di Gesù Cristo che è la verità tra le tue braccia, la sola speranza, il solo frutto...

    Perché tu sei la donna, l’Eden dell’antica tenerezza dimenticata il cui sguardo va diritto al cuore e fa sgorgare le lacrime accumulate. Semplicemente perché tu esisti, Madre di Cristo e nostra, sii ringraziata.
Rinnovo a tutti il mio augurio di buon anno e prego e benedico.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio gen 03, 2008 10:37 am

      • Omelia del giorno 6 Gennaio 2008

        Epifania del Signore (Anno A)



        Abbiamo visto sorgere la sua stella
Chi davvero crede nell’amore del Padre, che si fa Dono, sa che la Solennità di oggi, per noi - un tempo ‘gentili’, ossia gente senza nome né domani e quindi come esclusi dal Cuore di Dio - oggi è il giorno in cui Dio ‘nasce per noi’. È - possiamo dire - il nostro Natale. Epifania, infatti, vuol dire ‘manifestazione’, ossia Dio chiama e si manifesta a noi. È per questa ragione che gli Ortodossi festeggiano il Natale proprio oggi. Così lo predice il profeta Isaia:
  • “Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce: la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni, ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio. A quella vista sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore. Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Madian e di Efa; tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando la gloria del Signore” (Is 60, 1-6).
Era davvero grande, agli occhi dei profeti, il giorno in cui Dio avrebbe aperto le porte del Cielo per dare a tutti la possibilità di riavere la bellezza e dignità, che era la nostra vera identità di creature di Dio. Non era sopportabile che vivessimo come degli sbandati, dei figli senza patria e padre, come smarriti. Non era sopportabile, neppure agli occhi del Padre, vederci ‘esuli figli di Eva’, senza la vera ‘carta di identità’, che documentasse la nostra origine: ‘figli di Dio’.

Se vogliamo la nostra Epifania è stata il giorno in cui i nostri genitori ci hanno portati al fonte battesimale. È lì che abbiamo ‘incontrato Dio e Lui ci ha chiamati figli e ci ha resi eredi del Suo Regno’. Ma poi, la nostra vita è davvero diventata un viaggio verso ‘Casa nostra’, il Cielo?

Che ne è della gioia del profeta Isaia? Credo che quanti di voi, amici carissimi, che con me siete in cammino verso Gesù, come i Magi, soffriate nel vedere come, tutto ciò che è ‘nostro’, il consumismo ce l’abbia letteralmente rapinato, usando i Magi e facendoli divenire ‘befana’ - come del resto Gesù Bambino è diventato Babbo Natale! -. L’Epifania non è più la grande gioia di essere chiamati da Dio, ma è ‘il giorno di altri doni’.

Ma noi camminiamo dietro quei Magi, che venivano dall’Oriente, e ci facciamo stupire dalla gioia della ricerca e della scoperta di Gesù. È troppo bello il racconto che Matteo ci dona, raccontandoci l’Epifania:
  • “Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, alcuni Magi giunsero da Oriente a Gerusalemme e domandavano: Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo. All’udire queste parole il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda; da te nascerà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele. Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: Andate e informatevi accuratamente del bambino, e quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo. Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria, sua Madre, gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese” (Mt 2, 1-12).
Proviamo insieme a riflettere su alcuni aspetti di questa ricerca di Dio, da parte dei Magi. Non sapevano nulla di Dio - penso - e tanto meno del Messia. Ma il fatto di farsi attrarre da ‘qualcosa di grande, divino’, che era apparso in Giudea, mostra con tanta evidenza due cose:
- erano uomini alla ricerca del ‘grande’, che è sicuramente nella vita, ma di cui non conoscevano né l’origine né l’essenza. Ma ‘doveva’ esserci ‘qualcosa di più’! Non è così anche per noi, se abbiamo conservato la nostra nativa nostalgia di Dio? Ne sentiamo l’attrazione, che diventa per tanti desiderio e quindi ricerca;
- la stella è il ‘segno’ della chiamata di Dio: per noi è la stella della fede che ci indica la via da percorrere per ‘cercare Colui che ci cerca’ e incontrarLo.

Se oggi, per tanti, il Dono dell’Epifania - manifestazione di Dio a noi per farci entrare nel Suo amore - pare non abbia più il fascino e la passione della ricerca, che è la storia dei veri cristiani, è per il ‘materialismo’, che ha come rubato il richiamo del divino, e quindi, della vera gioia, e blocca anche la voglia di cercare la nostra stella.

Pericoloso davvero cercare Dio in questo mondo, che Lo ha escluso o emarginato, come ‘un di più, di cui si può fare a meno’, quando addirittura non si pensa che ‘limiti la nostra libertà, crescita e felicità’! Quando, come per i Magi, si cercano notizie su Dio dai tanti Erodi, che non amano avere Qualcuno che oscuri potere, piacere, ricchezza, questi cercano di sterminare l’Unico che può riempire il cuore e donare quella libertà interiore che sa suggerire la voglia di ‘cercare’ in Alto: una ricerca in cui sempre si affaccia la stella che fa da guida.

Pensando alla grande gioia dei Magi nell’avere trovato il Bambino, come non ritrovare anche la nostra gioia di un Dio che ci attende, per farci conoscere la vera felicità? Viene da chiedersi se esistono ancora le ‘stelle’, ossia i ‘segni’ che ci aiutano ad andare da Gesù. Annotava Paolo VI a proposito:
  • “È interessante la questione dei segni dimostrativi della religione anche per la Chiesa discente, anche per il popolo di oggi, ancora suscettibile di vibrazioni spirituali e di richiami cristiani. Potremmo fortunatamente fare un elenco di fatti che ancora parlano come segni del misterioso mondo religioso. Anzi, alcune volte notiamo che vi è gente, così avida di avere segni di tale mondo religioso che facilmente si illude di averli incontrati: è il fenomeno della superstizione, dello spiritismo, dei pseudo-miracoli; fenomeno curioso, ma persistente e petulante, che l’autorità della Chiesa deve continuamente esaminare, contenere e diffidare, e che spiega come sia tuttora più facile la diffusione delle infatuazioni religiose, che non la diffusione della buona dottrina, perché molti spiriti sono più trascinati dai segni presunti o reali, che non dalla verità stessa a cui i segni dovrebbero portare. Vi sono per altro, altri segni a cui la mentalità moderna è ancora sensibile per trarne argomento delle realtà religiose nascoste e da questi segni fatta palese. Le storie dei convertiti - ed anche il nostro tempo registra magnifiche storie di conversione alla fede cattolica - ci documentano l’esistenza, la verità e l’efficacia di alcuni segni, i quali hanno svelato segreti, indicato doveri, collaudato ragionamenti, confermato avvenimenti di carattere religioso.
    Lo Spirito Santo vibra ancora nel tessuto dell’esperienza umana e di tanto in tanto ferisce con la sua luce amorosa il cuore degli uomini, specialmente se questi sono in uno stato di ‘buona volontà’, cioè di retto ed onesto impiego delle loro facoltà spirituali. Sì, i segni della Epifania, della manifestazione di Dio nel mondo sono tuttora molti per chi li sa e li vuole osservare” (6 gennaio 1962).
Posso io stesso essere testimone di tanti che, illuminati dalla Parola e dalla Grazia, hanno improvvisamente trovato la loro ‘stella’, ed hanno iniziato un cammino molto simile a quello dei Magi ed ora sono davvero felici, tanto sereni… anche se, per trovare questa stella, sono dovuti uscire dal buio del mondo, capace solo di riempire di ‘stelle materiali’ le strade, i negozi, che nulla hanno a che fare con le ‘stelle di Dio’, che si affacciano agli spiriti grandi.

Prego per tutti voi, miei amici carissimi, che siate come i Magi, capaci di scrutare il Cielo, la vera ‘nostra Casa’, e trovare la ‘vostra stella’, che faccia strada nella vita. È troppo bello sentirsi, non solo chiamati da Dio, ma addirittura guidati, sostenuti, rafforzati, tenuti per mano da Lui!

È una meravigliosa Epifania che mostra giorno per giorno la sua bellezza. Con voi vorrei dunque pregare: Padre, ti ringraziamo, perché qualcuno ci ha presi per mano e ci ha accompagnati fino ad incontrare Gesù.

Con Maria e Giuseppe, con i pastori e con i Magi, noi Lo contempliamo e adoriamo. Per mezzo di Lui noi ti offriamo quello che abbiamo e siamo: accogli la nostra povertà e aiutaci a perseverare nell’Amore.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio gen 10, 2008 10:58 am

      • Omelia del giorno 13 Gennaio 2008

        Battesimo del Signore (Anno A)



        Il Battesimo di Gesù
La Chiesa accompagna i nostri passi sulle orme della vita di Gesù, chiudendo il tempo dell’attesa del Figlio di Dio e dando inizio alla sua missione tra noi con la festa del Battesimo. Può sembrare lunga la ‘preparazione’ di Gesù - potremmo pensare - che rimase nel ‘nascondimento’ per trenta anni. Oggi già da piccoli si fanno sogni per la vita. Ma in che consistono i sogni? Il più delle volte, per tanti, sono solo sogni ‘umani’, ossia traiettorie di vita che, purtroppo, molte volte portano al ‘niente’. Ma il dono che il Padre ha fatto della vita, a ciascuno di noi, contiene non un sogno, ma un ben preciso disegno, che è poi la nostra vocazione o missione.

Gesù sapeva che era tra noi per una missione unica: come Figlio di -Dio, leggendo le Scritture, doveva conoscere quanto il Padre chiedeva a Lui. Già a 12 anni, quando per la prima volta va a Gerusalemme con Maria e Giuseppe, per la Pasqua, volutamente si distacca da loro e si ferma nel tempio. Maria e Giuseppe, dopo un giorno di cammino, di ritorno a Nazareth, si accorgono che Gesù non è con loro e si mettono a cercarlo.
  • “Lo trovarono nel tempio - racconta l’evangelista Luca - seduto in mezzo ai maestri della Legge: li ascoltava e discuteva con loro. Tutti quelli che l’udivano, erano meravigliati per l’intelligenza che dimostrava con le sue risposte. Anche i suoi genitori, appena lo videro, rimasero stupiti e sua madre gli disse: Figlio mio, perché ti sei comportato così con noi? Vedi, tuo padre ed io ti abbiamo tanto cercato e siamo stati molto preoccupati per causa tua. Egli rispose loro: Perché cercarmi tanto? Non sapevate che io devo essere nella casa del Padre mio. Ma essi non capirono il significato di quelle parole. Gesù tornò a Nazareth con i genitori e ubbidiva loro volentieri. Sua madre custodiva gelosamente dentro di sé il ricordo di tutti questi fatti. E Gesù intanto cresceva, progrediva in sapienza e godeva il favore di Dio e degli uomini” (Lc 2, 46-52).
Quanta lezione per tutti noi viene da questo episodio della vita di Gesù. Non ha fretta - come abbiamo noi - di ‘sognare’ il corso della vita, che contiene tanti segreti che Dio solo conosce, ma vuole presentarsi con le certezze del Cielo. E, quando il tempo di adempiere la Sua missione è venuto, Egli è pronto. Lo aveva preceduto Giovanni Battista, che invitava tutti a ‘convertirsi per preparare la via del Signore’.

Gesù, il Signore, si presenta, mettendosi nei nostri panni ‘davvero sporchi’ per il peccato originale e con tutte le nostre debolezze, chiedendo a Giovanni di essere battezzato. Così racconta l’evangelista Matteo:
  • “In quel tempo, Gesù dalla Galilea, andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me? Ma Gesù gli disse: Lascia fare per ora, perché conviene che così adempiamo ogni giustizia. Allora Giovanni acconsentì. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed una voce dal cielo disse: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto” (Mt 3,3-17).
Gesù viene così presentato al mondo e, quindi, a tutti noi: è il Figlio prediletto dal Padre. Il battesimo di Giovanni era una totale immersione nelle acque del Giordano, considerate ‘luogo di Dio’, per purificarsi dal peccato e così essere mondi. Ma sappiamo che il battesimo di Giovanni era una conversione che mancava del suo epilogo, ossia tornare ad essere quei figli che i nostri progenitori avevano rifiutato di essere con il peccato originale. Anche noi, da piccoli, veniamo battezzati, con la differenza che, dopo il Sacramento del Battesimo, diventiamo a pieno titolo figli del Padre e, quindi, fratelli di Cristo: da qui il nostro nome di cristiani.

Ricordando il mio Battesimo, come mi veniva raccontato dalla mamma, riscopro la ‘ragione’ del perché venisse dato appena nati: una fede radicata ed una speranza viva, oltre all’amore per eccellenza verso il proprio figlio. Nato il 16 gennaio, mamma volle che subito, il giorno dopo, fossi portato al fonte battesimale. “È vero che tu eri nostro figlio, ma ti mancava la vera paternità, quella di Dio. La vita che papà ed io ti abbiamo donato è quella terrena, che è sempre un cammino difficile, nella valle di lacrime e senza un vero domani. Il Battesimo ti fa figlio del Padre e quindi è tutta un’altra cosa. Dio, diventando tuo Padre, ti sarà accanto non solo in questa vita, ma la aprirà a ben altro: come Lui siamo fatti per la gioia nella eternità”. E così, nonostante la neve, che era scesa abbondante quell’anno, il giorno dopo fui portato da papà al fonte battesimale e il sacerdote mi diede finalmente il nome: Antonio. Mi raccontava poi mamma che, dopo il battesimo, papà entrando in camera da letto, non finiva di danzare con me in braccio e cantare: ‘Ecco mio figlio, ecco il figlio di Dio!’.

Il Battesimo è ancora la grande festa del nostro ‘natale’ o si è ceduto troppo al consumismo che usa del battesimo solo per fare festa e non sa perché? Ma lasciamoci prendere dalla gioia che viene dal semplice battesimo di Gesù nel Giordano: una semplicità in cui Dio stesso dà il nome: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”. Così il profeta Isaia canta quel giorno benedetto del Battesimo di Gesù:
  • “Dice il Signore: Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto su di lui il mio Spirito: egli porterà il diritto alle nazioni. Non griderà, né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta. Proclamerà il diritto con fermezza: non verrà meno e non si abbatterà, finché non sarà stabilito il diritto sulla terra, e per la sua dottrina saranno in attesa le isole. Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano. Ti ho formato e stabilito come alleanza per il popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, coloro che abitano nelle tenebre” (Is 42, 1-7).
Oggi, carissimi, è il giorno non solo per ricordare il nostro battesimo, il vero nostro natale, ma per domandarci se, fatti figli di Dio, viviamo una vita da figli del Padre o - Dio non voglia - il nostro Battesimo non faccia parte solo dei tanti ‘ricordi’, ma senza un seguito. Mentre il Battesimo, per la sua natura di rinascita, dovrebbe essere reso consapevole e diventare uno stile di vita secondo Gesù. Affermava Paolo VI, cui, spesso, se osservate, ricorro, per la grande attualità del suo magistero:
  • “Teniamo bene presente questo fatto. Al Battesimo noi abbiamo incontrato Cristo. Incontro sacramentale e vitale, rigeneratore. Fu il nostro vero Natale. Ora attenzione! Che cosa comporta un simile incontro con Gesù? ancora il Vangelo ci insegna: comporta seguire Cristo. Comporta uno stile di vita, comporta un impegno inscindibile, comporta una fortuna inestimabile. Qui, c’è tutto. Qui la coerenza della nostra vita, qui la fedeltà della nostra professione religiosa; qui il genio della nostra presenza in questo mondo; qui l’obbligo della nostra testimonianza morale; qui la nostra capacità a sovrumane virtù; qui l’urgenza della nostra carità missionaria e sociale.
    Essere cristiani! Noi non faremo che ripetere: bisogna ridare al fatto di avere ricevuto il Battesimo, cioè di essere stati inseriti, mediante tale sacramento, nel Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa, tutta la sua importanza, specialmente nella cosciente valutazione che il battezzato deve avere della sua elevazione, anzi della sua rigenerazione alla felicissima realtà di figlio adottivo di Dio, alla dignità di fratello di Cristo, alla fortuna, vogliamo dire alla grazia, della in abitazione dello Spirito Santo, alla vocazione di una vita nuova, che nulla ha perduto di umano, salvo la infelice sorte del peccato originale, e che di quanto è umano è abilitato a dare le migliori espressioni e sperimentare i più ricchi e candidi frutti” (6 febbraio 1974).
Non ci resta, carissimi, che rispolverare la bellezza del nostro Battesimo e farlo diventare riferimento di ogni atto della nostra giornata. Tutto, anche le cose più ordinarie della vita, alla luce del Battesimo, possono diventare grandi e belle agli occhi di Dio. Un grande compito che, credo, tutti dobbiamo accogliere come ‘tema della sinfonia della nostra vita’.

Ci aiuti Gesù, battezzato nel Giordano da Giovanni, che così preghiamo: “Anche su di noi, Signore, tu hai fatto discendere lo Spirito nel nostro Battesimo e ci hai chiamati figli adottivi. Aiutaci a essere consapevoli di questa dignità e a testimoniare ogni giorno nel servizio ai fratelli l’amore che abbiamo ricevuto”.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » ven gen 18, 2008 12:27 pm

      • Omelia del giorno 20 Gennaio 2008

        II Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Ecco l’Agnello di Dio
A volte si ha come l’impressione, troppo superficiale, che sia come finito il tempo della presenza di Gesù...come se l’Emmanuele, ‘il Dio con noi’, avesse scelto di restare solo per breve tempo tra di noi. Ma può mai essere che l’amore del Padre per l’uomo abbia un termine?

Se fosse vero Dio non sarebbe il Padre che tanto ci ama, uno ad uno, con un amore che ha dell’incredibile: incredibile per noi così limitati nell’offrirci con affetto agli altri, ma non per Dio, che è l’Amore stesso. E l’Amore si è mostrato donandoci il Figlio, che si è addossato per intero la nostra povertà di esistere senza di Lui e ha pagato il duro prezzo della morte in croce, perché il Padre tornasse ad essere il nostro ‘Abbà’, ‘Papà’, per sempre. Scriveva Paolo VI:
  • “Gesù lo conosciamo? Gesù noi lo conosciamo perché la nostra educazione religiosa ci parlò di Lui; non potremmo dimenticarlo e offenderlo, senza dimenticare e offendere gran parte della nostra anima. Eppure la domanda resta anche sulle nostre labbra, sovente senza risposta. La piena risposta è troppo grave: implica il nostro destino spirituale. È troppo profonda e ineffabile: conoscerlo e definirlo vorrebbe dire - lo si intuisce - viverlo e sarebbe una risposta fatta di singhiozzi di gioia e di interiore pienezza. La sua figura rimane vaga e sbiadita. Come i discepoli smarriti, diciamo: ‘È un fantasma!’. Anche volessimo atteggiarci a negatori, a critici, a storici, che sapremmo dire di Lui? ‘In mezzo a noi sta uno che noi non conosciamo’ (Gv 1,26) Cioè la nostra conoscenza di Cristo è rudimentale, frammentata, incerta e forse anche fredda e ostile. E i nostri stati di animo di fronte a Lui sono ordinariamente in gradazione negativa: conoscerLo senza amarLo, supporLo senza conoscerLo, trascurarLo e dimenticarLo”.
Ma che senso può avere la vita senza questo Amore venuto dal Cielo, che dà valore a tutto e ci fa sentire ‘orgogliosamente’ figli del Padre? Può anche sembrare una situazione assurda che, dopo duemila anni di Cristianesimo, in cui tutta la nostra civiltà occidentale è stata immersa, tanto da dettare linee fondamentali espresse nell’arte e nella cultura, oggi l’uomo moderno sembri essere agli inizi di tale conoscenza, come se Gesù fosse nato solo ieri.

Ma ci si accorge, per fortuna, sia pure lentamente, ma con sempre maggior consapevolezza - e questo è uno degli indici di speranza del nostro difficile tempo - che Gesù non è una figura che è stata solo di passaggio tra noi, neppure un mitico personaggio solo da tramandare e riporre in nicchia. Lui, per Sua Grazia, anche se non ce ne accorgiamo, e magari lo rifiutiamo, è parte della nostra vita, è, per chi crede, la Vita stessa. Ci si rende conto che la ‘nostra immagine’ stessa non è più una immagine, se non è ‘a Sua immagine’.

Il nostro volto perde ogni contorno, si deforma, fino a diventare ‘mostruoso’, se non ha le ‘linee’ del Volto di Gesù, che tanto vediamo ed ammiriamo nei volti dei Santi, quelli grandi e quelli feriali, attorno a noi.

La nostra gioia non è più vera Gioia, se non attinge a piene mani alla Gioia unica che è Dio stesso, irripetibile e introvabile in ‘altro’ o ‘altrove’.

Le nostre mani rimangono vuote di opere e sono piene di fatti vuoti e inutili, se non dannosi, se non diventano ‘mani di Cristo’ guidate dalla Sua carità.

Il nostro cuore diventa un baratro spaventoso, anche quando crede di amare, se il nostro amore non è purificato e non deriva da Chi è veramente l’Amore: Dio.

I nostri discorsi di pace sono vuoti scorrere di parole, che si ripetono come un ritornello e volano via, se a riempirli non c’è Lui, ‘Principe della Pace’.

La nostra stessa volontà di verità è un girare a vuoto nella nebbia, se non siamo illuminati da Lui, che è la Verità.

Questa consapevolezza è tremendamente bella e necessaria per chi davvero ama la vita. È - anche per noi - come trovarci sulla sponda del Giordano, accanto a Giovanni Battista, in attesa della conversione, di un cambiamento di vita, in attesa di Chi è la Salvezza del mondo. Così, oggi, Giovanni Battista ci presenta Gesù:
  • “Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: Ecco l’Agnello di Dio, ecco Colui che toglie il peccato del mondo! Ecco Colui del quale io dissi: dopo di me verrà un uomo che mi è passato avanti, perché era prima di me. Io non Lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare con acqua, perché Egli fosse fatto conoscere a Israele. Giovanni rese testimonianza dicendo: Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di Lui. Io non Lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua, mi aveva detto: Colui sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è Colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio” (Gv 1,29-34).
La parola del profeta Giovanni Battista è una presentazione di Dio tra noi davvero solenne. È il momento in cui Gesù, dopo 30 anni di silenzio, appare sulla scena del mondo, tra noi uomini, per dirci quanto Dio ci ama, non solo, ma a chiederei di farci totalmente trasformare da questo Amore, che finalmente ci può ridonare - solo che lo vogliamo - la bellezza della vita che avevamo perduto nell’Eden.

Si ha la sensazione - al di là delle apparenze - che tanti sentano la nostalgia di Chi veramente è tra noi a dare senso alla vita, a darci una Gioia che le creature, dopo una superficiale soddisfazione, rivelando il loro volto di fatuità, di cose inutili, ci negano... facendoci così tornare alla sorgente! Da vescovo, che incontra tanta gente ovunque, colgo questo profondo desiderio o nostalgia di Chi avevamo quasi sfrattato dal cuore.

È la stupenda verità che ‘Dio non è morto’, come da tanti si è creduto. Non solo è vivo, ma sta facendo conoscere la Sua Bellezza, la necessità di Lui, a tanti che si erano illusi di vivere dimenticandoLo o rifiutandoLo.

Dobbiamo essere onesti con noi stessi, come quella cara persona che, un giorno, con le lacrime agli occhi mi disse pressappoco così: ‘Per una vita intera ho lottato nel cercare altri dèi, come il benessere, la gloria e quanto può momentaneamente soddisfare. Ho avuto la sensazione di essermi fatto ubriacare dalle bugie del mondo, che di felicità non conosce neanche la parola. Ho scoperto di essere stato ingannato. Ed è una vera grazia che ora mi trovo nudo ai piedi di Dio per dirGli: Cancella, battezza ancora una volta questo tuo figlio e ridammi la gioia, poiché Tu sei l’unico che veramente mi ama e il Tuo Amore non è una lucciola di passaggio, ma l’impronta incancellabile della felicità nel cuore. Ti prego, Padre, fa’ che nessuno e nulla possa più cancellare l’impronta della Tua Presenza, perché Tu solo sai fare felici e per sempre’.

Leggevo sul volto di questa persona una sincerità totale e i primi segni della serenità. E quanti come lui ho avuto il dono di incontrare con lo stesso desiderio, come quella volta che, parlando in una grande assemblea di una cittadina umbra, che, dagli organizzatori mi era stata presentata ‘allergica’ ad ogni conversazione su Dio, avevo proposto il tema: “Cristo solo può essere la nostra felicità”. Alla fine dell’incontro, dopo un’ora e mezza di profondo e commosso ascolto, nel congedarli, perché era notte, uno, interpretando il sentimento di tutti, mi pregò: Non ci mandi via, perché qui è luce, fuori è solo oscurità e quella del cuore che è la peggiore!’. E continuai a parlare di Gesù.

Tornando l’anno dopo trovai il grande teatro gremito da oltre 500 persone e molte altre che non poterono entrare perché non c’era più posto. Altro che allergia! Viene da salutare allora, oggi, la presenza di Gesù tra noi, con le parole del profeta Isaia:
  • “Il Signore mi ha detto: Mio servo sei tu, Israele, al quale manifesterò la mia gloria. Il Signore che mi ha plasmato suo servo dal seno materno per ricondurre a Lui Giacobbe e a Lui riunire Israele - poiché ero stato stimato dal Signore e Dio era stato la mia forza - mi disse: È troppo poco che tu sia mio servo, per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti di Israele. lo ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra” (Is 19,3-6).
E davanti a questo grande Amore di Dio, che è tra noi e per noi e di cui forse poco ci accorgiamo, affidandoci al niente che siamo senza di Lui e rendendo così la vita simile al fico evangelico, con tante inutili foglie decorative, ma assolutamente privo di frutti, mi viene da pregare con voi:
  • “Gesù sei davvero la nostra vita:

    cosa sarebbe questa nostra esistenza senza di Te?

    Forse una mostra di fiori di plastica,

    che sembra non appassiscano mai, ma solo perché non hanno mai conosciuto la gioia della vita!

    Eppure con tutto il desiderio che provo di farmi vivere da Te,

    tante volte mi aggrappo alla mia misera vita... per poi sentirmi morire.

    Fa’, o Gesù, che muoia a questa vita senza di Te, per viverla in Te.

    O Gesù, molte volte ti grido che Tu sei il mio Tutto, ma veramente Tutto,

    perché nulla può chiamarsi ‘qualcosa’, neppure l’affetto più bello, l’azione più efficace,

    se non ci sei Tu a dare senso e contenuto.

    Lo so per esperienza: so quanto vuoto c’è nel fare senza amare, nell’amare senza che Tu ami in me.

    Eppure a volte mi aggrappo a tanti piccoli ‘niente’, che - è quasi una bestemmia - chiamo motivi di vita,

    e poi ho la sensazione di una corsa nel nulla, che mi fa trovare sempre allo stesso punto di partenza, con il fiato in gola.

    O Gesù, Ti ho sempre davanti, appeso ad una croce, ma mi nasce il dubbio di averTi appeso io a quella croce, perché Tu non possa muoverTi liberamente nella mia vita.

    Scendi da quella croce, Ti prego, e metti in croce me, perché, potendoti muovere liberamente nella mia vita, Tu possa diventare la mia resurrezione, il mio amore infinito per Te e per gli altri”.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio gen 24, 2008 10:31 am

      • Omelia del giorno 27 Gennaio 2008

        III Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Convertitevi, il Regno dei Cieli è vicino
Ci vuole veramente la coscienza di una grande missione e una profonda preparazione per affrontare un mondo apparentemente ‘chiuso’ al soprannaturale, ossia a Dio. Ci portiamo addosso, tutti, le conseguenze del peccato originale, che ci ha portati lontano da Dio, ma, nel profondo, se siamo sinceri, sentiamo che il bene del dono della vita non può assolutamente esaurirsi nelle piccole cose di questo mondo.

Quando abbiamo il coraggio di rientrare in noi stessi con sincerità, forse provati da una profonda crisi esistenziale, con lo smarrimento sorge anche la domanda: ‘Ma perché vivo? Per chi vivo?’. Sono tante le parole degli uomini per spiegare questo profondo disagio, ma spesso avvertiamo che non rispondo fino in fondo alla domanda. Tra le lettere che mi arrivano - e sono tante da ogni parte - sono stato colpito da una, che un adolescente scrive a papà e mamma. Ve la propongo:
  • “Caro papà e cara mamma, lo so che non eravate preparati a ricevere questa parte di me. So che non pensavate che tutto si sarebbe ridotto a un comprare pannolini, latte in polvere e notti in bianco per le mie colichette o l’influenza. Ma eccomi qui ora a farvi delle domande, ad osservare i vostri comportamenti, a cercare le motivazioni dei vostri giorni radiosi e di quelli grigi. A volte ho paura di non volervi assomigliare, a volte vorrei essere identico a voi. Ho la sensazione che c’è una parte di me che vi sfugge e che temete. No, non c’entra niente il morbillo, le allergie. È la mia anima quella che mi sembra vi faccia paura e che non sapete come nutrire, come curare. Non c’è pediatra al mondo che possa farci qualcosa: sicuramente non c’è farmaco al mondo che possa farla crescere sana. Tennis, piscina, inglese servono a ben poco, per questo. Io li sento i vostri discorsi, e come vi guardate intorno e pensate: Che sarà di nostro figlio? Temete che io possa diventare grande e non essere felice, che io possa ‘guastarmi dentro’ strada facendo. E allora che aspettate? Io cresco e c’è poco tempo ancora, ne avete perso già abbastanza! O lo fate ora o mai più. Vi prego, aiutatemi a raggiungere la felicità, quella vera, che non appassisce. Fatemi conoscere Gesù, anzi, conosciamoLo insieme! Non negatemi il dono della Vita vera. La mia mano nella vostra e la vostra in quella di Gesù. Donatemi la vera felicità. Amate anche la mia anima. Fatemi conoscere Gesù!”.
È commovente questa lettera e ci mette in crisi. Gesù non è uno sconosciuto: è sempre alla porta che bussa e nulla gli è più caro che noi Gliel’apriamo e Lo facciamo entrare. Il Vangelo racconta il momento in cui Gesù lascia la quiete di Nazareth, nella santa Famiglia, per sempre, e, sconosciuto, irrompe in Galilea. Un’irruzione di ieri, che sarebbe tanto bello avvenisse anche oggi, nel nostro mondo. Narra l’evangelista Matteo:
  • “Gesù, avendo saputo che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea e lasciata Nazareth, venne ad abitare a Cafarnao, presso il mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: Il paese di Zàbulon e il paese di Nèftali, sulla via del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti; il popolo che era immerso nelle tenebre ha visto una grande luce; su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata. Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: Convertitevi, perché il Regno dei Cieli è vicino” (Mt 4, 12).
Un grande giorno quello in cui inizia il cammino di Dio tra di noi, per sciogliere il seno interrogativo della nostra vita. Gesù chiede gli si faccia strada, strada all’opera di salvezza che esige una completa revisione della nostra vita. E questo ieri come oggi. Ogni volta mi reco in Palestina, visitando quei luoghi santi, percorrendo la via che costeggia il lago di Tiberiade, dove poi si svolse tanta parte della predicazione di Gesù, - essendo quella la via principale per attraversare la Terrasanta, chiamata anche ‘via maris’ - camminando ho come l’impressione - e credo sia di tutti i pellegrini - di sentire ‘quella voce’, venuta dal Cielo a riprendere il dialogo tra Dio e la nostra povera umanità.

Davvero il camminare in ‘quei luoghi’ offre un’esperienza spirituale profonda e ineffabile! Gesù era stato annunciato da Giovanni, aveva ricevuto il Battesimo da lui nel Giordano e si erano “aperti i Cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di Lui. Ed una voce dal Cielo disse: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto: ascoltatelo.

In chi davvero sente la nostalgia del Padre, fa grande impressione anche solo leggere che il Figlio, Gesù, abbia percorso le nostre strade, in mezzo alla nostra confusione, e ci parli. Così descrive la sua meraviglia il profeta Isaìa:
  • “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te, come si gioisce quando si miete e si esulta come quando si divide la preda. Poiché, come al tempo di Madian, hai spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra che gravava sulle sue spalle e il bastone del suo aguzzino” (Is 9, 1-4).
E Gesù, da duemila anni, percorre le strade del mondo con la stessa passione, gridando a me, a tutti: “Convertitevi, perché il Regno dei Cieli è vicino”! Lo percorre usando i piedi e la voce di quanti Lui sceglie come suoi missionari, vescovi, sacerdoti e tutti, senza eccezioni. Ma Gesù è accolto?

Torna la supplica dell’adolescente sopra citata: “Donatemi la vera felicità. Amate la mia anima. Fatemi conoscere Gesù”. Il Vangelo di oggi continua mostrando come Gesù moltiplica la Sua parola, chiamando subito quanti dovevano iniziare il viaggio nel mondo a portare la Buona Novella e mettendola nel cuore e sulle labbra di coloro che sceglie.
  • “Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone chiamato Pietro e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, perché erano pescatori. Disse loro: Seguitemi, vi farò pescatori di uomini. Ed essi lasciate le reti, lo seguirono. Andando oltre vide due fratelli, Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, che nella barca con Zebèdeo, loro padre, rassettavano le reti e li chiamò. Ed essi, subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono. E Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del Regno e curando ogni sorta di malattie e infermità del popolo” (Mt 4, 12-23).
Gesù così, subito, sceglie “quelli che Egli volle stessero con Lui” per istruirli nella Parola di Dio “e poi mandarli”. Dopo la Pentecoste, attraverso i tantissimi che, nei secoli, Dio sceglierà, le lingue, che porteranno la Buona Novella - quel ‘convertitevi, perché il Regno dei Cieli è vicino’ - si moltiplicheranno, in una continua catena di missionari, fino al nostro tempo.

È davvero grande l’Amore di Dio nel preoccuparsi di ciascuno di noi: grande la sua passione perché tutti possiamo accoglierLo per poter essere accolti nel Regno dei Cieli! Dalle parole di Matteo viene spontaneo lo stupore del come i chiamati lasciarono tutto e subito lo seguirono. Dio chiama ancora e anche oggi chiede una risposta generosa e immediata. Non vuole tentennamenti. È una questione di amore!

Sono tante le lettere che per e-mail mi arrivano da voi ed in cui manifestate la gioia di accostarvi alla Parola, leggendo le riflessioni che invio. Una Gioia che diviene anche la mia; poiché ho un solo desiderio ed una sola ragione nelle mie riflessioni: fare conoscere Gesù. E non ho parole per ringraziare tutti, perché davvero grande è ciò che Dio opera in voi. Io mi sento solo - come diceva Madre Teresa – “la piccola matita tra le dita di Dio ed è Lui che scrive ciò che vuole comunicarci”.

Sono ormai 57 anni che sono stato preso per mano dalla Provvidenza di Dio, che decide dove e a chi portare la Sua Parola: dal Belice ad Acerra ed ora a voi e in tantissime località, che è impossibile anche solo numerare. Ed è sempre per me una grande felicità poter donare a tutti la gioia di Dio che si offre a noi. Tutto è iniziato da piccolo, a 10 anni, quando, dopo la Cresima, il mio vescovo, allora era il Card. Schuster, di cui ero chierichetto - e con orgoglio! - mi fissò e mi chiese: “Ti piacerebbe essere prete?”. Preso alla sprovvista, risposi: “No”.

Ma appena pronunciato il no sorse in me il dubbio: “E se fosse sì?”.

Con l’aiuto di mamma e papà, che davvero avevano cura delle nostre anime, e amavano farmi conoscere Gesù, decisi di accettare l’invito del mio vescovo, come fosse la chiamata di Gesù. Non so nemmeno perché chiesi di essere ammesso tra i Padri Rosminiani. Ma da allora, settembre 1935, vivo in continua missione, a volte in ambienti difficili, ma sempre con tanta fiducia - è difficile resistere all’amore di Dio - basta essere liberi interiormente e disposti ad essere amati e dare amore.

Qualche volta ripenso ai moltissimi che ho trovato sulla mia strada, compresi voi, e prego: “Grazie Padre, che hai avuto tanta fiducia in me, mi hai sorretto, ispirato e hai permesso che ti portassi nel cuore di tanti che, sono certo, incontrerò in Cielo”. Quello che occorre, quando è Dio che si fa vicino, è - come fecero i primi discepoli - la prontezza di dire subito ‘sì’ e seguirLo, sapendo che Lui ci precede, accompagna, suggerisce ed agisce.

Ricordo sempre la frase di un ex terrorista, visitato nelle carceri. Dopo avere a lungo esaminato le ragioni della sconfitta delle loro ideologie, con cui ‘credevano di creare la civiltà dell’uguaglianza con la violenza’, mi disse: “La sola strada, padre, che può cambiare il mondo, è la sua. Voi cambiate il mondo con un’arma che noi non conosciamo: il Vangelo e l’amore”. E voi pregate perché continui, fino a che Dio vorrà, ad essere ‘la matita tra le Sue dita’, o la voce prestata alla Sua Parola, perché, oggi - come sempre - l’uomo ha bisogno di ‘conoscere Gesù’!



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio gen 31, 2008 11:01 am

      • Omelia del giorno 3 Febbraio 2008

        IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Gesù offre il codice della felicità
Sembra una provvidenziale combinazione che la Parola di Dio di questa domenica capiti proprio mentre la gente - ma non tutta - impazza per fare carnevale. E diciamoci la verità: il carnevale è la più tragica maschera dell’infelicità dell’uomo alla ricerca di un’evasione, che dura ‘lo spazio di una giornata’. Questo la dice lunga sulla ‘ignoranza’ riguardo alla nostra vera natura di figli del Padre, che dovrebbero vedere nella felicità la loro vocazione: una vocazione difficile da inquadrare e cercare solo ‘qui’. Non è facile essere veramente felici. Parlo di quella felicità che ha la sua sorgente nell’amore al bello, alla virtù, nella lontananza dal male, che davvero è il contrario della felicità.

E Gesù fa come irruzione nella nostra ricerca di gioia, con quell’incredibile discorso della montagna, dove detta la carta di identità dei suoi discepoli, ossia di quanti, volendolo seguire, percorrono le vie delle beatitudini. L’evangelista Matteo pone il discorso delle beatitudini come un solenne inizio della predicazione del Maestro e mette in tavola subito le regole che, in pratica, sono la Sua vita qui in terra tra di noi, ieri, oggi e sempre: regole che davvero fanno a pugni con le mentalità errate del mondo di sempre.

Il mondo cerca con tutti i mezzi di supplire al bisogno di felicità, che è una condizione molto intima, ma che nasce e dà origine ad uno stile di vita, offrendo le più svariate maniere di ‘distrarsi’: come l’apparire, il piacere, la potenza, cercando di sopprimere tutto ciò che può fare soffrire. Sembra il ripetersi del dramma dei nostri progenitori: Dio che offre la sua felicità eterna, preferendo Lui all’altro: Lui, che si ‘nasconde’ nella conoscenza dell’albero del bene e del male, e satana che si pone come alternativa, offrendo ‘altra felicità’, voltando le spalle a Dio.

Gesù ripropone l’invito a scegliere la Sua gioia, satana la sua. E per questo il Maestro inizia il Suo viaggio tra noi, anche oggi, mettendo a nudo le Sue scelte per ‘essere beati’. E tutto avviene in un momento solenne, quando cioè le folle lo cercavano per ascoltarlo, ma soprattutto per ottenere miracoli. Forse il Maestro vede la confusione, che si era creata attorno a Lui, e subito chiarisce ciò che Lui è venuto ad offrire. Chi di noi è stato pellegrino in Terrasanta, non può dimenticare la grande suggestione che si prova andando sul Monte delle Beatitudini: una vera oasi di pace solenne. E così l’evangelista racconta:
  • “Gesù, vedendo le folle, salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo: Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché possederanno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il Regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi, per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Mt 5, 1-12).
Il Figlio di Dio solennemente presenta la via alla santità o, se vogliamo, a ridiventare degni suoi figli, con quell’uso della libertà che, secondo il disegno del Padre, è semplicemente un serio e profondo ‘sì all’Amore’. Basterebbe dare uno sguardo alla vita dei Santi, ossia di quelli che hanno percorso e percorrono le vie delle beatitudini, per capire come esse siano un ‘no totale alle proposte dell’egoismo’ e un ‘sì’, senza ‘ma’ pericolosi, ‘per’ se stessi, in una sollecita apertura agli altri.

Chi di noi non ha invidiato la bellezza delle beatitudini, anche solo leggendole nelle loro vite, come in S. Francesco d’Assisi, Madre Teresa, o chi volete voi? In loro troviamo la gioia che ci fa dire: “Questi sì che hanno saputo scegliere il bello della vita!”. Paolo VI, allora cardinale a Milano il 1° novembre, festa di tutti i Santi, nel 1960, così presentava le beatitudini:
  • “La voce di Cristo, che le ha proclamate, ci sorprende piena di forza e poesia: è la voce del Maestro che per noi le ha formulate e che ci appare nella sicurezza e nella maestà, semplice e sovrana, di chi sa parlare al mondo e sa di guidare i destini dell’umanità.

    Gesù tiene cattedra sulla montagna: lo circondano i discepoli, futuri apostoli e docenti della terra; poi i circoli sempre più larghi nello spazio e nel tempo, uditori o no, gli uomini tutti, ultimi, oggi, noi stessi. È il profeta della vita, presente e futura, che parla. È il Cristo che annuncia il suo programma e condensa in sentenze limpide e scultoree tutto il Vangelo.

    E per quanto difficile, non lo dobbiamo dimenticare, MAI, anzi, lo dobbiamo ricordare e meditare, mentre il mondo che ci circonda e che pare stia voltando le spalle a Cristo, lo dimentica, lo deride, e lo impugna, facendo della felicità presente lo scopo prevalente ed illusorio di ogni umana fatica; e mentre talora gli stessi credenti, partiti per portare un ordine cristiano nella nostra società, sembra non abbiano altre promesse da fare di quelle di un benessere temporale, legittimo sì, e doveroso, ma insufficiente a fare buona e felice l’umanità, e non sanno offrire agli uomini del nostro tempo le più alte e più vere promesse, quelle dei beni morali e religiosi.

    Il Vangelo di Gesù oggi ci presenta il codice della vita. Nella sua parola la persona umana raggiunge il suo livello più alto e la società umana la più congeniale e forte coesione”.
E così commenta le beatitudini:
  • “Beati noi, poveri in spirito, se sappiamo liberarci dalla schiavitù dei beni temporali e collocare i nostri primi desideri nei beni spirituali ed abbiamo per i poveri amore, come fratelli ed immagine del Cristo vivente in loro.

    Beati noi se, formati alla dolcezza dei forti, sappiamo rinunciare alla funesta potenza dell’odio e della vendetta e abbiamo la sapienza di preferire al timore che incutono le armi, la generosità del perdono, l’accordo nella libertà e nel lavoro, la conquista della bontà e della pace.

    Beati noi se non facciamo dell’egoismo il criterio direttivo della vita e del piacere il suo scopo, ma sappiamo invece scoprire nella temperanza una fonte di energia, nella sofferenza e nel dolore uno strumento di redenzione, e nel sacrificio la più alta grandezza. Beati noi se preferiamo essere oppressi che oppressori e se abbiamo sempre fede in una giustizia in continuo progresso. Beati noi se, per il Regno di Dio, sappiamo, nel tempo e oltre il tempo, perdonare e lottare, operare e servire, soffrire e amare. Non saremo delusi in eterno”.
Le Beatitudini sono la voce di Gesù che chiede di farsi vita soprattutto oggi! Ed è davvero come rivedere la luce dei Suoi occhi, la dolcezza della Sua voce, dentro di noi, quando ci sentiamo ‘liberati e liberi’ dalle tante idolatrie in cui diventiamo sgabello del male e non sovrani nel bene. Non ho mai visto tanta, ma tanta felicità, come stando accanto a fratelli o sorelle, che vivono le beatitudini. È il cielo che si fa vicino.

Ricordo un giorno, dopo il terremoto nella valle del Bèlice. Visitavo il cumulo di macerie, che si accumulavano, con la stessa desolazione, simile forse a quella che si è provata da tanti, per i rifiuti in Campania ultimamente. Era l’immagine del dolore e dei tanti progetti umani finiti in polvere. Ad un certo punto, in uno spazio di campagna, al bordo delle distruzioni, mi attirò la bellezza di un campo di fiori, cresciuti ai margini del paese. E furono come il bello in mezzo alla desolazione.

Ed è la stessa bellezza che vedo, oggi, in tante beatitudini ‘spicciole’, dal dare un pasto ad un povero, a tenere il cuore puro, alla forza del perdono, al cercare la pace da donare. Sono quello sterminato campo di divino, che cantano le beatitudini oggi e sono la Presenza di Dio tra noi, che si manifesta.

40 anni fa, se ricordate, la Valle del Bèlice fu letteralmente distrutta dal terremoto. Era il 16 gennaio 1968. Improvvisamente tutti diventammo poveri, anche di speranza. Fu in quei giorni che vidi spuntare la generosità di tutti nel dare, quel poco o tanto che avevano, a chi non possedeva più niente. Giorni di dolore e di beatitudine. Noi sacerdoti, come tutti del resto, fummo costretti per un tempo a dormire nei vagoni ferroviari, sul nudo pavimento, fino a che furono costruite le tendopoli, che è davvero povertà totale, per poi abitare in quelle baracche, che erano motivo di gravi disagi. Ma, per noi, tutta questa povertà, era divina chiamata ad una vita di totale condivisione, ancora di più, di totale dedizione ai fratelli. Anni di grande carità, che solo la ‘libertà dalle comodità’ poteva donare.

Lì per anni ho conosciuto, sperimentato, la bellezza della beatitudine di Gesù - beati i poveri in spirito - che si portò con sé le altre beatitudini, anche negli anni di lotta alla criminalità organizzata, fino a mettere a rischio la vita. E davvero dico a voi, amici, e sogno, anche la pienezza della beatitudine in Cielo. Una felicità che considero un dono, perché mi accosta a Cristo e ai fratelli. Dice oggi il profeta Sofonìa:
  • “Cercate il Signore, voi tutti poveri della terra. Cercate la giustizia, cercate l’umiltà, per trovarci al riparo, nel giorno dell’ira del Signore. Farò restare in mezzo a te, Israele, un popolo umile e povero. Confiderà nel nome del Signore, il resto di Israele” (Sof 3.12-13).


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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio feb 07, 2008 11:02 am

      • Omelia del giorno 10 Febbraio 2008

        I Domenica di Quaresima (Anno A)



        Quaresima, richiamo alla serietà
Abbiamo lasciato alle spalle quel momento di euforia - il carnevale - che aveva tutta l’aria di voler come soffocare il senso di incertezza e disagio che sembra ci assedino, e che sono la manifestazione di un bisogno immediato di cambiare rotta in tutto, dai singoli alle famiglie, alla società, all’economia, alla politica. Ma non si sa da dove incominciare a ricreare la speranza che, di fatto, può venire solo da un cambiamento di mentalità e di vita.

Lo scorso mercoledì, detto ‘delle ceneri’, la Chiesa ci ha ricordato chi siamo: “Ricordati, uomo, che sei polvere e in polvere ritornerai” e, dopo averci ricordato il nostro ‘essere creature’, ci invita: “Convertiti e credi al Vangelo”. Sta ora in noi, carissimi, prendere coscienza dell’inutilità di fermarci a elencare i tanti mali che sono la grave ‘malattia’ del mondo, per avere il coraggio di affrontarli con una ‘seria cura’, ritrovando la salute dell’anima e così iniziare, a cominciare da noi, un vero cammino di pace.

Ma l’uomo da solo non è in grado di ‘curarsi’, se non c’è Chi lo prende per mano e gli indica, come medico saggio ed esperto, il modo per guarire...sempre che lo si voglia! Ci attende il lungo periodo dei quaranta giorni di penitenza, conversione, meditazione e solidarietà; non da soli, ma come presi per mano e guidati dalla Parola di Gesù, che sa quale sia la strada per cambiare vita: Lui è la Via, sempre che vogliamo seguirla!

Confesso che, ogni volta, annuncio con la Chiesa, l’entrata nella Quaresima, provo come un senso di sbigottimento: quello del pensare che un Mistero di Infinito Amore, come il Mistero della Passione, Morte e Resurrezione di Gesù, nostro Signore, che è la sostanza della nostra vita cristiana, possa disperdersi nel nulla, come le notizie di poco conto che ci sfiorano, ma non ci toccano. “Il mistero pasquale - avverte la Chiesa - risplende al vertice dell’anno liturgico. Il tempo di Quaresima ha lo scopo di preparare la Pasqua: la liturgia quaresimale guida alla celebrazione del mistero pasquale tutti i fedeli per mezzo del ricordo del Battesimo e della Penitenza” (dal messale).

Inizia presentandoci una pagina grande, arcana. Dopo 30 anni Gesù si accinge ad iniziare la sua predicazione, ma prima si reca al Giordano dove riceve il battesimo dal suo precursore, Giovanni Battista. Poi sale sui monti circostanti, in un ambiente privo di vegetazione, orrido, senza vita, e in una solitudine-isolamento non certo riposante, in un silenzio totale. Gesù digiuna quaranta giorni e quaranta notti. Ed ecco apparire un personaggio spirituale, ma tremendo ed espressione della tentazione, come si presentò ai nostri progenitori, all’inizio della creazione: è il demonio, che osa tentare addirittura il Salvatore, proponendogli il modo di ‘salvare’ il mondo - alla sua maniera - con la ricchezza, la superbia e il piacere! Lasciamoci prendere il cuore dalla lettura di questo incredibile inizio della missione di Gesù. Racconta l’evangelista Matteo:
  • “In quel tempo Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato per quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane. Ma Gesù rispose: Sta scritto: Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Allora il diavolo lo condusse con sé, nella città santa, e lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordine a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede. Gesù gli rispose: Sta scritto anche: Non tentare il Signore tuo Dio. Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai. Ma Gesù gli rispose: Vattene, satana! Sta scritto infatti: Adora il Signore Dio tuo e a Lui solo rendi culto. Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano” (Mt 4, 1-11)
È un racconto, questo delle ‘tentazioni’ di satana, che davvero mostra come Gesù si sia messo nei nostri panni, in questo mondo, in cui, ogni giorno, noi, deboli come siamo, subiamo il confronto tra il bene e il male. Un confronto duro. In questo tempo di verità dell’anima di fronte al bene e al male, riflettiamo e troveremo che quanto satana propose a Gesù è ciò che offrì ad Adamo ed Eva e, quotidianamente, propone a noi: una vera sfida tra ‘essere di Dio’ o ‘essere di satana’.

Una scelta, se vogliamo, incredibile, ma attuale, e di tutti i tempi, e per ogni uomo. Satana contrappone allo stupore del Cielo ‘lo squallido stupore delle cose del mondo’. Rileggiamo il brano della Genesi, che la Chiesa ci ripropone oggi da meditare:
  • “Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Poi il Signore piantò un giardino nell’Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della conoscenza del bene e del male. Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: E’ vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino? Rispose la donna al serpente: Dei frutti del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete. Ma il serpente disse alla donna: Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male. Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutte e due e si accorsero di essere nudi” (Gn 2,7-9,3.1-7).
Un racconto che è davvero la storia dell’uomo di ogni tempo: una storia del ‘no’ dell’uomo, ingannato da satana: un ‘no’ a Dio e una scelta di vita senza Dio, credendo così di entrare nella felicità... per poi accorgerci, sempre, e a volte troppo tardi, che quel ‘no’ è la storia drammatica dell’umanità di tutti i tempi e della nostra infelicità anche oggi.

Senza Dio, davvero ‘siamo nudi’! Così descrive questa scelta, sbagliata e attuale, Paolo VI:
  • “L’uomo si adatta ad ogni cosa: è capace di farsi avvocato delle cose cattive pur di sostenere la libertà del proprio piacimento, e che tutto può e deve manifestarsi, senza alcuna preclusione nei confronti del male; una libertà indiscriminata per ciò che è illecito. Si finisce cosi per autorizzare tutte le espressioni della vita inferiore; l’istinto prende il sopravvento sulla ragione; l’interesse sul dovere, il vantaggio personale sul benessere comune. L’egoismo diviene perciò sovrano nella vita dell’individuo e di quella sociale. Perché? Perché si è dimenticato ciò che è bene e ciò che è male. Non si conosce più la norma assoluta per tale distinzione, vale a dire, la legge di Dio. Chi non tiene più conto della legge del Signore, dei suoi comandamenti e precetti e non li sente più riflessi nella propria coscienza, vive in una grande confusione e diventa nemico di se stesso. È innegabile, infatti, che tanti malanni nostri sono procurati dalle nostre stesse mani, dalla sciocca cattiveria, ostinata nel ricercare non quello che giova, ma quello che è nocivo all’esistenza. Bisogna dunque rinnovare e rinvigorire la nostra capacità di discernere il bene dal male” (7.3.1965).
Da qui il tempo prezioso della Quaresima. Un tempo che cerca spazio nelle coscienze di tutti noi. Un tempo sacro che ci aiuti a scoprire la nostra ‘nudità’, alla luce della Parola di Dio, nella meditazione; con la preghiera, che è la sola forza per uscire, per superare le nostre debolezze; la penitenza, che nella solidarietà aiuta a uscire da quel dannato egoismo che si contrappone alla gioia dell’amore.

È grande oggi il grido che si alza, in ogni campo della vita, individuale e sociale, perché ci sia un cambiamento: in altre parole per ridiventare meravigliose creature create per il Cielo e le cose buone, e non schiave del maligno, che sa solo ingannare e dannare. Ne saremo capaci?

San Francesco d’Assisi - raccontano le sue biografie - amava fare parecchie ‘quaresime’ all’anno. E noi? Vorrei fare nostra la preghiera di un carcerato:
  • “Signore, sono davanti a te come una brocca rotta, mi spaventa la mia povertà, però mi consola la tua tenerezza.

    Se tu vuoi, con la mia stessa creta, puoi fare un’altra brocca, come ti piace; Signore, cosa ti dirò, quando mi chiederai il conto?

    Ti dirò che la mia vita è stata un fallimento: ho volato molto in basso.

    La mia vita è come un flauto, piena di buchi, ma prendila tra le tue mani.

    Che la tua musica passi attraverso di me e sollevi i miei fratelli, che sia per loro armonia e ritmo, che accompagni il loro camminare: allegria semplice dei loro passi stanchi”.
E allora, amici carissimi, non resta che pregare con voi, che questa Quaresima sia la volta buona per una vita nuova: un profondo, serio e sincero ‘Sì’ a Dio.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio feb 14, 2008 9:56 am

      • Omelia del giorno 17 Febbraio 2008

        II Domenica di Quaresima (Anno A)



        Esci dalla tua terra e va’
In una delle vostre lettere, così, un amico - forse impressionato da come stanno andando le cose non solo di casa nostra, ma di tutto il mondo - scrive:
  • “Lei, carissimo vescovo, ogni domenica ci invita ad un ottimismo proprio del Vangelo. A volte ho l’impressione che lei viva in un altro mondo e che non si accorga che ‘stiamo veramente male’. Cerco disperatamente la ragione del nostro vivere quasi preferendo ciò che ci fa tanto male. Comprendo che ‘convertirsi’, ossia cambiare totalmente vita - e lo trovo necessario - sarebbe la saggezza di un popolo che ama la gioia. Giustamente, per lei, ‘convertirsi’ è incamminarsi seguendo Gesù: una scelta propria di ‘chi sa usare le due ali per volare: la nostra e quella che Dio ci presta’. Lo penso e a volte mi verrebbe la voglia di prendere a calci la maschera che il mondo ha stampato sull’anima, facendoci credere che la vita è un carnevale. Ma le sembra tanto facile togliersi quella maschera e dare vita alle due ali? Da soli sembrerebbe una pazzia agli occhi della gente, bisognerebbe essere ‘insieme’ e, guardandomi attorno sembra sia piccolo lo spazio che il mondo ti riserva per volare, uscendo da noi stessi. Ma in questa Quaresima ci voglio provare. Mi dia una mano con la sua parola, la sua amicizia, in modo da sentirsi insieme nel prendere il volo”.
Lascio che a rispondere a questo mio amico sia il racconto di Abramo, nostro padre nella fede e quindi credibile.
  • “In quei giorni, il Signore disse ad Abràm: Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che Io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò: renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione. Benedirò quelli che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra. Allora Abràm partì, come gli aveva ordinato il Signore” (Gen 12, 1-4).
Sappiamo tutti che Abramo, ripeto, padre di tutte le genti, non conosceva Dio e il Suo amore, come noi oggi abbiamo la possibilità di conoscere attraverso la Sacra Scrittura. Ma dentro di lui c’era un grande spazio per Dio, per la Sua Legge e una grande generosità. E questo era sufficiente per affrontare un viaggio di cui non sapeva neppure la destinazione: avrebbe seguito la ‘guida’ di Chi gli chiedeva di lasciare la sua terra per un’altra che Lui stesso aveva scelto e, quindi, indicata. Come di fatto avvenne.

E se noi diamo uno sguardo alla vita dei Santi di ieri e di oggi, scopriamo che la loro storia è simile a quella di Abramo. È bastato fare propria la voce di Cristo che diceva: ‘Se vuoi venire con me, va’, vendi quello che hai, vieni e sèguimi’ e S. Francesco intraprese il meraviglioso viaggio verso la terra che ‘Dio indicava’. E lo stesso potremmo dire di tutti quanti seguono Cristo. Sono ‘usciti dalla loro terra’, ossia dal modo in cui vivevano, senza una meta, e sono approdati o approdano al ‘paese’ di Dio.

È la vocazione alla santità, ossia alla vera scelta di vita.

Gesù conosceva bene la debolezza di quanti aveva chiamato a seguirLo, ossia i Dodici. Anche loro, quando Gesù li aveva chiamati e ‘scelti perché stessero con Lui per poi mandarli’, avevano lasciato ‘la propria terra’, ossia il loro lavoro, gli amici, le famiglie, e senza indugio Lo avevano seguito per andare verso la ‘terra’ che Gesù avrebbe indicato, ossia il mondo da evangelizzare. Avevano accolto la sua chiamata senza sapere dove li avrebbe condotti. Ma, avvicinandosi i giorni della Sua passione e morte, Gesù sapeva che, per i suoi, era come un rompere i disegni di poveri uomini, per poi proiettarli nella grande e vera loro vocazione: essere i continuatori dell’opera di Cristo e, quindi, credibili colonne della Sua Chiesa. Per questo Gesù, come per testimoniare ‘Chi era’ - racconta l’evangelista Matteo –
  • “prese con sé, Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide coma le luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elìa, che conversavano con lui. Pietro allora prese la parola e disse: Signore, è bello stare qui: se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè ed una per Elìa. Egli stava ancora parlando quando una nube luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo. All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò e, toccatili disse: Alzatevi e non temete. Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo. E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo non sia risuscitato dai morti” (Mt 17. 1-9).
Ricordando la debolezza e l’ignoranza dei Dodici, suscita stupore come, con la discesa dello Spirito Santo, abbiano potuto divenire quello che poi furono: martiri per Cristo. L’uomo, anche se apparentemente pare sia adattato ad una vita ‘senza luce, che venga dall’Alto’, tuttavia, appena sente che il Cielo si apre, manifestando il volto amabile del Padre, corre verso quel ‘segno’ di Dio tra noi. Basta andare a Lourdes, a Fatima, o in altre parti, per accorgersi del bisogno innato di Dio, che è nell’uomo.

Quante volte, pregando ai piedi della grotta di Lourdes o nella cappella di Fatima, guardando il volto di tanti, li vedevo ‘trasfigurati’, come se in loro si manifestasse la gioia di ‘vedere il volto di Dio’. E quante volte incontriamo fratelli o sorelle così piene di santità, che irradiano la bellezza della trasfigurazione! Non posso dimenticare il volto del mio carissimo confratello, don Clemente Rebora, che, quando celebrava la Santa Messa o pregava nella sua cella, sembrava ‘fuori di questo mondo’, tanto era trasfigurato. Chi vive una fede, che è dialogo con Dio, sempre, anche nella vita quotidiana, anche nella sofferenza, porta il segno della gioia che trasfigura. Come quando si ama veramente...ci si trasfigura! Davvero il Tabor è possibile a tutti, ma occorre che Dio ci conduca per mano sul Tabor, ossia fuori dalla ‘terra ferma’, dove domina la ‘carcassa della tribolazione senza speranza’.
  • “Ma se domandassimo - diceva Paolo VI, commentando la trasfigurazione di Gesù – agli uomini del nostro tempo: chi ritenete che sia Gesù Cristo? Come Lo pensate? Ditemi: chi è il Signore? Chi è Gesù? Alla domanda alcuni, molti non rispondono, non sanno che dire. Esiste come una nube - questa sì è opaca e pesante - di ignoranza che preme su tanti intelletti. Si ha una cognizione vaga del Cristo, non lo si conosce bene; si cerca a volte, anzi, di respingerlo. Al punto che all’offerta del Signore di voler essere per tutti, Guida e Maestro, si risponde di non averne bisogno e si preferisce tenerlo lontano. Quante volte gli uomini respingono Gesù e non lo vogliono sui loro passi: lo temono più che amarlo.
    Non vogliono che Egli regni su di loro: cercano in ogni modo di allontanarlo. Lo vogliono come annullare e togliere dalla faccia della civiltà moderna; non c’è posto per Dio, né per la religione. Tale è il contenuto di questo laicismo sfrenato che, talvolta, incalza fino alle porte delle nostre chiese e che in tanti paesi, ancor oggi, infierisce. Non si vuole più l’immagine di Gesù” (14 marzo 1965).
Per poter conoscere Gesù, entrare in intimità con Lui, trasfigurare la nostra vita, bisogna ascoltare oggi più che mai quello che disse Dio ad Abràm: “Esci dalla tua patria... verso il paese che io ti indicherò”. In altre parole ‘esci’ da una vita impostata sulle vanità o sul fango di questa terra.

Sentiamo tutti il grande disagio e lo scontento del come siamo abbarbicati attorno ad una vita che non è il cielo dell’anima e il respiro del cuore. A volte riusciamo a ‘sognare altro’, a lasciarci affascinare dal bello che è nella gente ‘trasfigurata’, vicino a noi o sulla scena del mondo, come grandi fari di luce, ma non riusciamo a salire sul Tabor con Gesù. Ci pare che ‘il costo sia troppo alto’.

Ma - mi domando - vivere come schiavi delle mode del mondo non è forse un prezzo ancora più alto, che tentare di avviarci verso i sentieri delle beatitudini? Viene alla mente quanto, lo stesso Paolo VI, disse nella Quaresima del 1955:
  • “Tu ci sei necessario, o Redentore nostro,
    per scoprire la nostra miseria e guarirla;
    per avere il concetto del bene e del male e la speranza della santità;
    per deplorare i nostri peccati e averne perdono.

    Tu ci sei necessario, o fratello primogenito del genere umano,
    per ritrovare le ragioni vere della fraternità fra gli uomini,
    i fondamenti della giustizia, i tesori della carità, il bene sommo della pace”.
E con Tonino Bello, oggi, mi viene da pregare per tutti noi:
  • “Dai ai miei amici e fratelli la forza di osare di più, la capacità di inventarsi, la gioia di prendere il largo, il fremito di speranze nuove.

    Il bisogno di sicurezze li ha inchiodati a un mondo vecchio che si dissolve.

    Da’ ad essi, Signore, la volontà decisa di rompere gli ormeggi,
    per liberarsi da soggezioni vecchie e nuove.

    Stimola tutti, nei giovani in particolare, una creatività più fresca,
    una fantasia più liberante e la gioia turbinosa della iniziativa
    che li ponga al riparo da ogni prostituzione”.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio feb 21, 2008 10:07 am

      • Omelia del giorno 24 Febbraio 2008

        III Domenica di Quaresima (Anno A)



        Dammi da bere!
La Chiesa, oggi, nel nostro cammino di ricerca di Dio, ‘acqua che disseta’, ci fa incontrare con Chi, se vogliamo, può togliere la sete dell’anima.

C’è in corso nel mondo un grande, vitale dibattito sulla questione dell’acqua. Si descrivono ghiacciai che si sciolgono, oceani la cui temperatura delle acque si alza, acque che rischiano di fare sparire intere zone costiere e città, e siccità e desertificazione proprio là dove ora, anche in Italia, c’è ancora tanto verde. C’è chi tenta di ‘farsi padrone dell’oro blu” rendendo l’acqua non più un bene comune, ma un fattore economico, che pone le nostre vite nelle mani degli uomini, pericolose mani. In questo nostro mondo c’è anche un’altra sete, che è quella dell’anima, sete di amore, di felicità, che ha una sorgente inesauribile nell’amore di Dio, ma la si cerca altrove.

La vita di tutti, mia, vostra, è un poco come quella del popolo eletto, che viene liberato dalla schiavitù egiziana, ma deve attraversare il deserto per giungere alla terra promessa, la terra di Dio. Ci vuole cibo, e Dio sazia facendo scendere la manna dal cielo, e ci vuole acqua. Così il libro dell’Esodo descrive la sete del popolo:
  • “In quei giorni, il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua. Il popolo mormorò contro Mosè e disse: perché ci hai fatto uscire dall’Egitto per fare morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame? Allora Mosè invocò l’aiuto del Signore, dicendo: che farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno. Il Signore disse a Mosè: passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani di Israele. prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! Ecco io starò davanti a te sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia; ne uscirà acqua e il popolo berrà’. Mosè fece così sotto gli occhi degli anziani di Israele. Si chiamò quel luogo Massa e Meriba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: il Signore è in mezzo a noi sì o no?”’. (Es. 17,3-7)
Una domanda - ‘Il Signore è con noi sì o no?’ - che pare si tramandi fino a noi, per tutti i tempi, ogni volta ci troviamo di fronte a prove, che ci fanno esclamare: ‘Ma Dio dov’è?’, perché sembra che si nasconda o addirittura non ci voglia bene. E questo soprattutto nel dolore, nella solitudine, nell’abbandono, là dove è davvero grande la sete di amore, e rischia di morire la speranza.

Una domanda che ci poniamo in questi tempi di confusione - a dirla con parole dolci - ma la vera domanda che dovremmo porci è: ‘E’ assente Dio a noi o noi a Dio?’. Era la domanda che un terrorista pose alla moglie di uno che lui aveva ucciso. La vedova rispose: ‘Vedo la nostra vita come un sentiero nel deserto, in cui camminiamo con Dio.’ ‘Ho l’impressione che nella mia vita, sbagliata grossolanamente, facendo tanto male, per un lungo percorso io sia stato solo. Dov’era Dio in quegli anni?’. Parafrasando una nota preghiera, la signora riprese. ‘Se tu guardassi bene, ti accorgeresti che vi sono due orme, non sono le tue, ma quelle di Dio, che ti teneva in braccio’.

Il Vangelo di oggi ci fa dono del meraviglioso, divino racconto dell’incontro di Gesù con la donna samaritana, al pozzo di Giacobbe. Un racconto che l’evangelista sembra voglia scrivere nella nostra mente, con ricchezza di particolari, da vero cronista, quasi per non farci sfuggire neppure una briciola della bellezza che contiene: è una perla e sicura guida in questo nostro cammino quaresimale. La protagonista è una donna, dunque di classe B, è samaritana, quindi, ‘maledetta’ , perché appartenente ad una ‘razza eretica’, secondo i Giudei, e, per di più, ‘notoriamente peccatrice’. Ce n’è abbastanza per ritrovare in lei tutti i pezzi di stracci che volano per aria e sono le storie delle nostre debolezze e peccati. Lei va ad attingere acqua e l’unica sorgente è quel pozzo, in aperta campagna. La possiamo immaginare, tutta presa dai suoi pensieri, forse dalle sue preoccupazioni, mentre ripercorre con disgusto le vie della sua vita di donna, che si deve vendere al piacere dell’uomo. Una donna con la nausea in bocca, che forse vorrebbe un’altra vita, ma si trova tra le mani ‘la sua’, che ha il sapore dell’acqua amara delle cisterne screpolate.

Come ad un misterioso appuntamento - come sono tanti momenti che anche noi viviamo o abbiamo vissuto - Gesù si fa trovare lì, stanco dal viaggio attraverso la Samaria. Fermo, anche lui, vicino al pozzo. Il Maestro non bada a differenze sociali o di sesso, a divisioni etniche o religiose, fa finta di non accorgersi di trovarsi di fronte ad una donna, samaritana, e, per di più, peccatrice. Per Lui è una donna bisognosa d’acqua e basta.

Apparentemente Gesù aveva scelto quel pozzo, per un momento di riposo e di ristoro: ‘I suoi discepoli infatti erano andati in città a fare provviste’. Ma è lui che, sorprendendo la donna, libero da pregiudizi, fa il primo passo. Le chiede un sorso d’acqua. Incredibile come Gesù sappia sempre scegliere i momenti ‘delle necessità della persona umana’, per fare dell’incontro qualcosa di più: irrompere con la Sua Grazia nella vita. E chi di noi, infatti, qualche volta nella vita, in momenti impensabili, forse anche oggi, forse in questa Quaresima, pur non pensando a Dio, non se lo è trovato davanti a chiedergli ‘da bere’, ossia quello che possiamo dare?

È incredibile davvero l’amore che Dio ha per noi, la sua delicatezza e fedeltà, che non si lasciano vincere dalla nostra indifferenza, forse anche dal nostro rifiuto, facendosi vicino, come uno che cerca, ‘come elemosina’, quel poco o niente che siamo, prospettandoci l’immensa gioia che solo Lui può donare! Mettendoci nei panni della Samaritana, leggiamo parola per parola lo stupendo racconto di Giovanni:
  • “Gesù giunse ad una città della Samaria, chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio; qui c’era il pozzo di Giacobbe. Gesù, dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: Dammi da bere. l suoi discepoli infatti erano andati in città a fare provviste di cibo. Ma la Samaritana gli disse: Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una Samaritana?’. I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose: Se tu conoscessi il dono di Dio e Chi è Colui che ti dice: Dammi da bere, tu stessa gliene avresti chiesto ed Egli ti avrebbe dato acqua viva. Gli disse la donna: Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest’acqua viva? Sei forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e tutto il gregge? Rispose Gesù: Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete, ma chi beve dell’acqua che io gli darò, diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna. Signore, gli disse la donna, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua. Le disse: Va a chiamare tuo marito. Rispose la donna: Non ho marito. Le disse Gesù: Hai detto bene - non ho marito - infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito, in questo hai detto il vero. Gli replicò la donna: Signore, vedo che sei un profeta. l nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è in Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare Dio. E Gesù: Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità, perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità. Gli rispose la donna: So che deve venire il Messia (cioè il Cristo) e quando verrà ci annunzierà ogni cosa. Le disse Gesù: Sono io che ti parlo’. (Gv. 4, 5-42)
La samaritana, nell’incontro con Gesù, ritrova la gioia di vivere, ‘l’acqua vera della vita’. E lo va ad annunciare ai suoi concittadini, che si riversano verso il pozzo, ad ascoltare le parole del Maestro: “Lo pregarono di fermarsi con loro ed egli vi rimase due giorni. Molti di più cedettero alla sua Parola e dicevano alla donna: Non è per la tua parola che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il Salvatore del mondo.”

Davvero una pagina di Vangelo che potrebbe essere meditazione, riflessione e conversione per un’intera Quaresima. Tocca, credo, ciascuno di noi, vedere come Dio si fa davvero vicino, precorre i nostri passi e sa abbattere le nostre difficoltà.

Non ci resta che aprire le porte del cuore, ORA, a Gesù, vicino al nostro pozzo. Mi viene alla mente la stupenda composizione di J. Arias:
  • “Il mio Dio non è un Dio duro, impenetrabile, insensibile, impassibile.

    Il mio Dio è fragile. È della mia razza.

    Perché io potessi assaporare la divinità, amò il mio fango.

    L’amore ha reso fragile il mio Dio.

    Il mio Dio ebbe fame e sonno e si riposò.

    Il mio Dio fu sensibile, fu passionale e dolce come un bambino.

    Amò quanto è umano, il mio Dio: le cose, gli uomini, il pane e la donna, i buoni e i peccatori.”
Davvero vorrei facessimo nostre le parole che il Salmista rivolge a Dio:

  • “O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco:

    di te ha sete l’anima mia.

    A te anela la mia carne, come terra arida, deserta, senz’acqua” (Salmo 62)


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio feb 28, 2008 9:21 am

      • Omelia del giorno 2 Marzo 2008

        IV Domenica di Quaresima (Anno A)



        Sono venuto perché quelli che non vedono, vedano
C’è una bella piccola poesia di Trilussa, che ci aiuta ad entrare nel meraviglioso racconto del cieco nato guarito da Gesù.
  • “Quella vecchietta cieca, che incontrai la notte che me persi in mezzo ar bosco, me disse: Se la strada nun la sai te riaccompagno io, chè la conosco. Se ciai la forza de venimmo appresso de tanto in tanto te darò una voce fino là in fonno, dove c’è un cipresso, fino là in cima dove c’è la Croce. Io risposi: Sarà, ma trovo strano che me possa guidà chi nun ce vede. La cieca allora, me piiò la mano e sospirò: Cammina. Era la Fede!”.
Fa impressione davvero come molti oggi siano nella condizione di quell’uomo che, pur vedendo, si era smarrito, nella notte, nel bosco. Non riescono a vedere il grande male che c’è in loro e attorno a loro. Nella Bibbia, quando satana cercò di ingannare Adamo ed Eva, fece la proposta di mangiare il frutto dell’albero del bene e del male, che Dio aveva proibito di toccare…lasciando a disposizione tutto il meraviglioso Eden. Era poca cosa quell’albero rispetto a tutto il giardino! Ma, il serpente, il più astuto, ‘suggerisce’ che quell’albero abbia il potere di farli diventare ‘dio’, senza più ‘bisogno di Dio’. In altre parole il demonio accecò i nostri progenitori, che si lasciarono sedurre dalla superbia e ‘mangiarono del frutto dell’albero’. Ma, appena mangiato, ‘si aprirono i loro occhi’, cioè tornarono a vedere e si accorsero di aver perso tutto: si videro ‘nudi’ e ‘si nascosero’. Verrà Dio a visitarli e cercarli: ‘Uomo dove sei?’. ‘Mi sono nascosto perché sono nudo’.

Pare che quella cecità di fronte agli inganni del mondo sia molto diffusa. Una cecità che ispira l’odio, la violenza, la stessa guerra. Una cecità che crea inaudite e ingiuste ricchezze e condanna alla morte per fame e sfruttamento milioni di fratelli. Una cecità che fa credere bene lo stesso male. Una cecità tipica di chi si svende al piacere, al denaro, al potere. Una cecità che oscura ogni bellezza del cuore, sfigura ogni somiglianza con Dio, rendendoci tremendamente ‘nudi’ a noi stessi e agli altri. Pericolosa nudità!

A differenza dei figli di Dio, ‘simili a Lui’, che vivono della Sua bellezza e amore, e, per questo, sanno vedere la bellezza dei fratelli, la nudità dei poveri che ricoprono con la carità e la misericordia. Non conoscono l’odio, ma vivono la solidarietà.

Abbiamo mai fatto attenzione agli occhi di chi sa amare? Di chi conosce la bellezza del bene e sa valorizzare ogni dono di cui Dio ci ha circondati, dalla natura al cielo? Di chi sa darti una mano quando cadi? Di chi, come la ‘vecchietta cieca’ ti sa condurre alla Croce? Sono occhi che risplendono della stessa bellezza di Dio. Questi fratelli e sorelle, seguendo la via della ‘vecchietta cieca’, acquistano quella ‘meravigliosa vista’ che permette di ‘vedere’ tutto il bene, a cominciare da Dio ed i fratelli.

Ben diversa la situazione di coloro che il profeta Isaia condanna: “Hanno occhi e non vedono; hanno orecchie e non sentono, hanno piedi e non camminano; hanno mani e non palpano”. In questo tempo santo, che dovrebbe aiutarci a riacquistare ‘la vista dell’anima’, l’apostolo Paolo, scrivendo agli Efesini, così si esprime:
  • “Fratelli, una volta eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce: il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate ciò che è gradito al Signore e non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre, ma piuttosto condannatele apertamente, perché di quanto viene da costoro, in segreto, è vergognoso persino a parlarne. Tutte queste cose che vengono apertamente condannate, sono rivelate dalla luce, perché tutto quello che si manifesta è luce. Per questo sta scritto: Svègliati, o tu che dormi, dèstati dai morti e Cristo ti illuminerà” (Ef 5, 8-14).
Ma lasciamoci coinvolgere pienamente dal Vangelo di Giovanni che, con tanti particolari - vero ‘mosaico’ della Grazia - attira la nostra attenzione e il nostro cuore o, se volete, ‘guarisce la nostra vista’ aprendola alla bellezza del Cielo che si spalanca. Nel brano, si affaccia anche lo scontro con chi non sa cosa voglia dire ‘essere nella luce’ e tenta di dissuaderci e vanificare ogni nostro sforzo, ma non sa che a nulla servono le ‘suggestioni’ quando si è davvero incontrato Gesù!
  • “Gesù, passando, vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: Rabbì, chi ha peccato, costui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco? Rispose Gesù: Né lui ha peccato, né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio. Dobbiamo compiere le opere di Colui che mi ha mandato finché è giorno: poi viene la notte, quando nessuno può più operare. Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo. Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe (che significa ‘inviato’). Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva”.
E qui comincia lo stupore, l’incredulità di quanti lo conoscevano prima cieco ed ora vedente: è un processo che mette a dura prova la gioia appena conquistata.
  • “Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: Non è egli quello che stava seduto a chiedere l’elemosina? Alcuni dicevano: E’ lui. Altri: No, ma gli assomiglia. Ed egli diceva: Sono io! Allora gli chiesero: Come dunque ti furono aperti gli occhi? Ed egli rispose: Quell’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha plasmato gli occhi e mi ha detto: Va’ a Siloe e làvati! Io sono andato e dopo essermi lavato ho acquistato la vista. Gli dissero: Dov’è questo tale? Rispose: Non lo so”.
Ma non finì lì, in quella a volte indiscreta curiosità di tanti, come accade anche ai nostri tempi, nel voler sapere Chi e Come ti ha ridata la vista dell’anima. Di fronte ad un fatto così eclatante - un cieco che riacquista la vista - non potevano rimanere indifferenti i farisei! Essi intervengono, paludati dalla loro supponente religiosità, con un interrogatorio serrato e distruttivo, che mira non solo a rinnegare il dono ricevuto, ma a ‘mettere in discussione’ lo stesso Donatore, Dio.

Arrivano al punto di chiamare i genitori del cieco nato e tentano, incutendo timore con la loro stessa autorità, di estorcere una dichiarazione: ‘non è il loro figlio’, dunque, non è accaduto nulla. È intelligente e sincera la loro risposta. Non sanno cosa sia accaduto al loro figlio ma ‘ha l’età, chiedetelo a lui’. Lo interpellano così direttamente, cercando di ottenere una sconfessione del dono, o meglio del Donatore…come se fosse un peccato che uno, non sai chi, ti abbia ridato non solo la vista, ma la gioia di vivere. “Lo insultarono e gli dissero: Tu sei suo discepolo”. La risposta del cieco nato è decisa, sincera e diretta:
  • “Proprio questo è strano che voi non sappiate di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Ora noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, Egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla… e lo cacciarono fuori. Gesù seppe che lo avevano cacciato fuori e incontrandolo gli disse: Tu credi nel figlio dell’uomo? Rispose: E chi è, Signore, perché io creda in Lui? Gli disse Gesù: Tu l’hai visto: Colui che parla con te è proprio lui. Il cieco gli disse: io credo, Signore! E gli si prostrò davanti. E Gesù: Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e coloro che vedono diventino ciechi” (Gv 9, 1-41).
Questo racconto del cieco nato guarito da Gesù, che affronta senza timore incredulità e persecuzione, fino al sospirato incontro con Colui che non solo dà la luce agli occhi, ma è la Luce, davvero ci scuote nel profondo e ci fa mettere in discussione.

Quella che noi chiamiamo ‘luce’ fino a che punto lo è? Non mascheriamo spesso la nostra oscurità dell’anima con pseudo ‘luci’? Abbiamo il coraggio di riconoscere la nostra cecità, la nostra condizione di miseri mendicanti, come il cieco nato, bisognosi di tutto - anche se siamo ‘sommersi dalle cose’ - in attesa che la Luce, Gesù, intervenga per donarci la vera luce, quella dell’anima?

In fondo avere la grazia di convertirsi, altro non è che un rinascere e ‘vedere’ tutto secondo Dio. Nella mia vita ho avuto il dono di incontrare molti fratelli e sorelle che sapevano e sanno ‘vedere’ il Cielo e il fratello. Occhi di una dolcezza infinita. Occhi che a volte sono talmente fissi al Cielo da non accorgersi delle brutture del mondo in cui vivono e sembrano dire: “Mostrami solo il Tuo volto, Signore! Questo mi basta”. Occhi vigili ed attenti ad ogni necessità dei fratelli, in cui ‘vedono, adorano, amano’ Dio stesso. Occhi che sanno esprimere la gioia di amare e paiono contenere tutta la bellezza di un cuore che si dona.

Sant’Agostino nelle sue Confessioni non ha timore di esprimere la sua confusione non trovando il volto di Dio. Un Dio che ha cercato ovunque, per poi scoprirlo e ‘vederlo’ nel profondo del suo stesso cuore. E con voi oggi prego Dio con le sue parole:
  • “Signore Gesù, conoscermi e conoscerTi,

    non desiderare altro che Te.

    Odiarmi e amarTi: agire solo per amor Tuo,

    abbassarmi per farTi grande, non avere altri che Te nella mente.

    Morire a me stesso per vivere di Te. Tutto ricevere da Te.

    Rinunciare a me stesso per seguirTi, desiderare di accompagnarTi sempre. Fuggire da me stesso, rifugiarmi in Te per essere da Te difeso.

    Temere per me e temerTi per essere fra i Tuoi diletti.

    Diffidare di me stesso, confidare solo in Te:

    voler obbedire a causa Tua: non attaccarmi a null’altro che a Te.

    Essere povero per Te.

    Guardami e Ti amerò; chiamami perché Ti veda e goda per sempre di Te”.


Antonio Riboldi – Vescovo –

Internet: www.vescovoriboldi.it

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio mar 06, 2008 11:22 am

      • Omelia del giorno 9 Marzo 2008

        V Domenica di Quaresima (Anno A)



        Io sono la Resurrezione e la Vita
Si fa vicino ‘il giorno del Signore’, ossia la Pasqua di resurrezione. Stiamo entrando in un tempo ‘prezioso’ per quanti, dopo una Quaresima di penitenza e di conversione, vogliono diventare degni di partecipare alla resurrezione di Gesù. E noi ci accostiamo con cuore sincero, con tanta speranza al grande “giorno”, in cui vogliamo cominciare ad entrare oggi, per essere pronti all’eternità. Così ci avverte il profeta Ezechiele:
  • “Così dice il Signore: Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi resuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese di Israele. Riconoscerete che Io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che Io sono il Signore. L’ho detto e lo faro”. (Ez. 37, 12-14)
Mi è capitato tra le mani un libricino tascabile, che riporta le mie riflessioni quaresimali, giorno per giorno, per aiutare il cammino dei fedeli a me affidati come vescovo. È della Quaresima del 1987! Già allora, sia in Quaresima, come nel mese di Maggio, con i misteri del Santo Rosario, cercavo di creare nei miei fedeli quella che poi, anche se in tanti altri modi, è divenuta ‘la scuola della Parola’. Ne stampammo ben 5000 copie e so che tanti, che andavano a lavorare, portavano con sé il libricino, per non perdere l’ascolto...a volte annotando pensieri su fogli liberi, allegati per ogni giorno. Rileggendo quanto scrivevo allora, ho pensato farne dono a voi oggi, anche come testimonianza di quanto è bello immergersi nella Parola del Vangelo, una Parola senza tempo.

Il Vangelo che Giovanni Evangelista ci offre questa domenica è il lungo racconto della morte e resurrezione di Lazzaro. Descrive il profondo e sincero dolore di Gesù, trovandosi di fronte Marta e Maria - a Lui tanto care - fino a non avere timore di piangere in pubblico, come a confermare che la morte causa un distacco che provoca sempre tanta sofferenza, ieri, oggi, ma alla fine, quasi a rafforzarci nella fede, anticipa il grande giorno della Pasqua, resuscitando Lazzaro. Racconta il Vangelo:
  • “Marta, quando seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto. Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà. Gesù le disse: Tuo fratello resusciterà. Gli rispose Marta: So che resusciterà nell’ultimo giorno. Gesù le disse: Io sono la resurrezione e la vita: chi crede in me anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in me non morirà in eterno. Credi tu questo? Gli rispose: Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire in questo mondo”. (Gv. 11,1-45)
Così, allora, nella piccola guida quaresimale commentavo:
  • “Dopo averci rivelato, in questo cammino quaresimale, Gesù come “sorgente di acqua viva” nel racconto con la Samaritana, al pozzo di Giacobbe, e come ‘luce che illumina ogni uomo’, nel miracolo del cieco nato, oggi la Chiesa ci fa riflettere su Gesù ‘resurrezione e vita’ nella vicenda di Lazzaro.

    È il punto cruciale del mistero dell’esistenza umana, sotto ogni profilo, temporale ed eterno. Che senso infatti ha la vita terrena, chiusa dentro un corpo fragile che, se tutto va bene, conosce le brevi stagioni della nascita, della giovinezza, della maturità e del tramonto?

    Perché morire? Ma, soprattutto, che senso può avere questa vita che ci sentiamo ‘dentro’, che rifiuta ogni idea di fine e sembra chiamata a vivere per sempre? Sono le domande che mostrano la maturità dell’uomo; e le risposte che diamo qualificano lo stesso modo di interpretare la vita.

    Si può infatti vivere costruendo, giorno per giorno, un’ eternità, con il fatto che si cresce, giorno per giorno, nella fede e nell’amore, ma si può vivere anche svuotati di ogni ‘senso’, tanto da avere la netta sensazione di morire, giorno dopo giorno, per il nulla di vera vita che contengono le cose che facciamo.

    Gesù ha dato ampia risposta con la sua vita terrena, con la morte, ma soprattutto con la resurrezione: un vivere con un piede su questa terra e un altro nell’eternità con Dio, sempre pronti a metterli tutti e due in Cielo. Gesù aveva, tra gli altri, un grande amico, Lazzaro, con cui aveva trascorso i rari momenti di riposo a Betania, la casa dell’amicizia.

    Un amico che, forse, cercava proprio nei momenti di tristezza o gioia, quasi ‘un polmone in più’ nelle fatiche messianiche. Un amico, diremmo noi, da cui non si sarebbe forse mai staccato, che avrebbe voluto sempre vicino, con cui si confidava, pregava: un amico del cuore, come lo erano le sorelle, Marta e Maria. Mai avrebbe permesso anche un solo graffio che offendesse la loro serenità. Eppure di fronte alla notizia che Lazzaro stava male, Gesù non si muove da dove è.

    Apparentemente non mostra preoccupazione o ansia. Sa che è morto e dice semplicemente: “Il nostro amico si è addormentato, ma io vado a svegliarlo. Gli dissero i discepoli: Signore, se si è addormentato guarirà. Gesù parlava della morte di lui. Allora disse loro apertamente: Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato lì, perché voi crediate. Andiamo da lui”

    L’incontro con Marta e Maria è l’umanissima scena del dolore cui è difficile rimanere indifferenti, soprattutto se tra le persone vi è un forte legame di amicizia. Quando Gesù vede Maria piangere e i Giudei con lei, “si commosse profondamente, si turbò e disse: Dove l’avete posto?. Gli dissero: Signore, vieni a vedere. ...E Gesù scoppiò in lacrime, mostrando quanto è davvero profonda e vera la sua umanità, che sa mettersi nei nostri panni, nel dolore, fino a condividerlo totalmente.

    “Dissero allora i Giudei: Vedi come l’amava! Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: Togliete la pietra. Gli rispose Marta, la sorella del morto: Signore, già manda cattivo odore, poiché è più di quattro giorni. Le disse Gesù: Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?. Tolsero dunque la pietra.

    Gesù alzò gli occhi e disse. Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che Tu mi hai mandato. E detto questo gridò a gran voce: Lazzaro, vieni fuori! Il morto uscì con le mani e i piedi avvolti in bende e il volto coperto con il sudario. Gesù disse loro: Scioglietelo e lasciatelo andare. Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quello che aveva compiuto, cedettero in Lui”. (Gv. 11, 1-45)

    Tornano alla mente le parole che Lui aveva detto alle sorelle: ‘Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore vivrà e chiunque vive e crede in me non morirà in eterno’. E così il conforto, che Gesù dà, va oltre la gioia di avere un fratello ritornato dalla morte alla vita - una vita che qui in terra ha sempre necessariamente un termine - è il conforto che ‘vivere di Lui e per Lui è non morire mai.

    Una lezione, in questa Quaresima, che ci avvicina alla Pasqua, quando Gesù, risorgendo, apre a tutti noi, già oggi, la porta della resurrezione. Infatti si può vivere qui in piena salute fisica, ma essere letteralmente ‘morti dentro’. E quante volte capita a noi di sentirci ‘morti’ o per una grande infelicità o per qualche errore commesso da noi o dai nostri cari!

    Ho incontrato mamme - quante mamme! - che davanti alla porta di un carcere e recandosi a trovare il figlio detenuto, mi hanno detto in lacrime, ben più amare di quelle di Marta e Maria: ‘Fosse morto, forse me ne sarei fatta una ragione’ oppure ‘Padre, faccia qualcosa perché mio figlio torni ad essere buono, a vivere la bontà che gli avevo insegnato!’ .

    Quante volte ho aperto le braccia a uomini, donne, che si sentivano come ‘sepolti’ sotto il peso dei loro peccati, situazioni di errore che davano solo infelicità senza uscita, inferni senza speranza, dove la morte quella ‘dentro’ - la tocchi. ‘Padre, mi aiuti a venirne fuori! Voglio tornare a vivere, con il PERDONO’.

    E che differenza passa tra le parole di Gesù, rivolte a Lazzaro - Lazzaro, vieni fuori! - e le parole dette per bocca dei Suoi ministri: “Va’ in pace e non peccare più!”? È la resurrezione che Gesù ci offre in questa Pasqua.

    Ma, diciamocelo francamente: siamo disposti a farci risuscitare da Gesù? Amiamo davvero la ‘vita eterna’, che inizia già ‘qui’ con il sacramento della Riconciliazione? Tu Signore hai cambiato le carte in tavola, rispondendo alla preghiera e alla fiducia di Marta.

    Da una parte volevi dare loro, agli amici, a noi, un segno di inconfondibile amicizia - la resurrezione di Lazzaro - ma, dall’altra, volevi soprattutto affermare il grande tesoro che Tu solo sei la resurrezione: la sola vita possibile è con Te e per Te.

    Credere nella tua amicizia, vivere della Tua amicizia, voleva e vuol dire partecipare alla Tua passione per essere con Te nella Pasqua di resurrezione. Amarti vuol dire non morire più. È difficile tutto questo, o Gesù, per noi davvero poveri uomini. Anche se è meravigliosamente vero.

    Noi siamo portati a vivere di piccole cose - a volte pericolosamente scelte - che pure sappiamo muoiono nello stesso istante in cui le viviamo. Tante volte attendiamo un piacere illecito con gioia, come vivendo una veglia di festa: pochi momenti che si consumano il più delle volte, lasciando l’amarezza delle cose che non sono più, amore di cose morte.

    Quando riesco, o Gesù, a vivere un momento di vero amore, che è vivere e credere in Te, quel momento, quel sacrificio che fa soffrire, poi è pace che vive in me, senza fine. Credo Gesù, e lo credo con tutto il cuore, che Tu e Tu solo sei la mia resurrezione e per questo voglio vivere di Te e con Te".


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio mar 13, 2008 10:50 am

      • Omelia del giorno 16 Marzo 2008

        Domenica delle Palme (Anno A)



        Settimana Santa: “Benedetto Colui che viene”
Per chi si accosta con fede a questa settimana di Passione, quasi vengono meno le parole, lasciando lo spazio alla riflessione e alla commozione. È una settimana, a cominciare da oggi, Domenica delle palme, che racconta la totalità e fedeltà dell’amore del Padre, che non si ferma ad una dichiarazione, ma va oltre, donandoci il Figlio e vivendo la ‘Sua passione’. Gesù non guarda solo la nostra immensa povertà di uomini, ‘allo sbando’ senza l’amore del Padre, come in un abisso di solitudine e di sofferenza e, quindi, di errori, che sono il nostro quotidiano ‘inferno’, ma se ne fa carico per riportarci alla pienezza della Vita e della Luce, attraverso la sua morte in croce, unica via per il dono della Pasqua di Resurrezione.

Il Cielo non ha paura di mettersi i nostri panni, di abbassarsi fino a noi! Gesù, dopo un breve momento di trionfo, che è la proclamazione della sua divinità, fa dono per sempre di Sé, per essere Vita della nostra vita, Carne della nostra carne, nell’istituzione dell’Eucarestia, del Giovedì santo.

Nella mattinata, in tutte le diocesi, il vescovo raduna il clero, come a proclamare che ‘siamo una cosa sola con Lui e in Lui’, e benedice e consacra gli oli santi, a cominciare dal Sacro crisma, con cui si ungono la fronte dei cresimandi, le mani dei sacerdoti, il capo dei vescovi e gli oli per gli infermi. È quindi la festa dei presbiteri, ‘una cosa sola con il vescovo’.

A sera, durante la solenne S. Messa, detta “In Coena Domini”, al Gloria si suonano le campane, che poi taceranno fino alla notte di veglia di Pasqua, come a chiamare tutti al silenzio della passione di Gesù.

Il Venerdì santo, la Chiesa, nel pomeriggio, commemora la Passione di Gesù e, durante la funzione, si è ammessi al bacio del Crocifisso.

Il Sabato santo è la giornata del silenzio e, quindi, dell’ attesa della resurrezione.

Davvero è la Settimana che dovrebbe coinvolgere tutti noi per contemplare, vivere, farsi attrarre dall’amore di Dio, che mostra quello che ha fatto - e fa - qui tra noi, perché ci vuole bene. Se davvero noi viviamo la fede, la nostra comunione con Gesù, dovremmo mettere in un angolo il tanto chiasso della vita, per entrare nel vivo dei Misteri che si celebrano. Sarebbe un vero peccato vivere questa Settimana santa come un tempo ‘normale’, ossia guardando astrattamente a ciò che, invece, dovrebbe essere vissuto.

Oggi domenica delle Palme, cerchiamo di contemplare quello che Gesù volle dirci. Così, racconta Matteo, quel mattino:
  • “Quando furono vicini a Gerusalemme, e giunsero a Betfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: Andate nel villaggio che vi sta di fronte: subito troverete un’asina legata e con essa un puledro. Scioglieteli e conduceteli da me. Se qualcuno poi vi dirà qualche cosa, risponderete: il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà subito. Ora questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato annunziato dal profeta: Dite alla figlia di Sion: ecco, il tuo re viene a te mite, seduto su un’asina, con il puledro, figlio di bestia da soma. I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù, condussero l’asina e il puledro, misero su di essi il mantello ed egli vi si pose a sedere. La folla numerosissima stese i suoi mantelli sulla strada mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla via. La folla che andava avanti e quella che veniva dietro, gridava: Osanna al figlio di Davide! Benedetto Colui che viene nel nome del Signore!. Osanna nel più alto dei cieli! Entrato Gesù in Gerusalemme, tutta la città fu in agitazione e la gente si chiedeva: Chi è costui? E la folla rispondeva: Questi è il profeta Gesù da Nazareth di Galilea” (Mt 21, 1-11).
Una cavalcata trionfale, in cui Gesù manifesta chi è: una solenne epifania, necessaria, prima delle giornate in cui le folle lo avrebbero visto in condizioni disumane, sotto una croce, salire il calvario, come il più terribile dei delinquenti.

Cosa vedevano mai in Gesù, allora, in quell’uomo, originario di una terra, la Galilea, da cui sembrava impossibile potesse spuntare ‘qualcosa di buono’? Un ‘povero uomo’ che non aveva alcuna potenza umana, come invece amano esibirla tanti del nostro tempo, che si fanno chiamare ‘grandi’? Un uomo che predicava la beatitudine della povertà in spirito ed era davvero povero, la beatitudine della misericordia e davvero accoglieva i peccatori, la beatitudine della fame di giustizia e davvero dava il pane a chi aveva fame, della persecuzione ed ‘aveva molti nemici’?

Com’era possibile riporre la fiducia in Lui? Cosa aveva di ‘grande’? Solo l’amore! Quello sì che era grande, ‘divino’, fino a dare la vita perché gli altri l’avessero ed in abbondanza. Poteva Lui assicurare quella pace che allora la gente sperava su questa terra tormentata? La giustizia, che non era facile trovare per le strade di Gerusalemme - allora, come oggi per le strade del mondo - ?

Eppure Gesù aveva sempre affermato: “Io sono il Principe della pace. Io vi do la mia pace”. È la stessa domanda che, forse, si pone tanta gente, oggi: ‘Gesù merita la nostra fiducia, tutta la nostra fiducia’?. Ma prima chiediamoci: ‘Di che pace parliamo?’. È forse Lui la pace che cerchiamo, o è ‘altro che venga dagli uomini’?

Gesù non si lasciò montare la testa dal trionfo, che gli tributava la povera gente di allora, soprattutto i bambini; aveva davanti agli occhi il prezzo da pagare, per dare la Sua pace: la dolorosa passione e morte in croce sul Calvario. Sapeva solo che l’Amore divino è un dono gratuito, fino all’ultima goccia di sangue e, non solo, è anche l’unica via per sconfiggere il male, ereditato da Adamo, e vincerlo non per una sola volta, per un solo periodo della storia, ma per me, per tutti gli uomini, per sempre. Così Paolo, scrivendo ai Filippesi, descrive ‘questo’ Amore:
  • “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel Nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Fil 2, 6-11).
Ho sentito troppe volte una frase, che rivela la nostra sensazione di sconfitta di fronte al male, che serpeggia tra noi in mille forme, sempre nuove e terribili: “Crede lei nell’amore? Crede che la via dell’amore, della misericordia, della non-violenza, possa sconfiggere la violenza piccola o grande che sia, individuale o organizzata?”. Pensando al grave livello a cui è giunta la violenza nelle guerre del mondo, o nelle organizzazioni criminali, o dentro le nostre stesse case, molti sono tentati di affidarsi ‘all’unica possibile soluzione’: la guerra preventiva, la repressione dura, l’eliminazione dell’avversario, la violenza come difesa personale.

Ed invece no. L’amore è la sola forma di pace, che si possa offrire all’uomo. Sempre. Forse l’amore, può, come in Gesù, dover diventare sacrificio, martirio, ma è sempre un dare vita, che fa germogliare vita.

Oggi noi siamo vivi della resurrezione di Gesù. Forse è difficile accettare di vivere un amore, come quello di Gesù, così descritto dal profeta Isaia: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, la guancia a quelli che mi strappavano la barba, non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi” (Is 50,4-7).

Per noi, che tante volte ci misuriamo con l’amore, nell’affrontare la superbia, la cattiveria o la malvagità, è difficile anche solo affermare che si deve ‘porgere la faccia agli sputi’, molto più facile farsi prendere la mano dal nostro amor proprio ed affidarsi ad una risposta di uguale o più grande violenza.

Non è facile seguire Gesù nell’amore. Anche Lui ha provato tanta resistenza. Pensiamo all’agonia nel Getsemani, dove, per l’angoscia di ciò che l’attende, suda sangue e chiede al Padre di “allontanare” da Lui “quel calice”, però per amor nostro: “si faccia la Tua volontà”.

È bello, oggi, fare compagnia a Gesù nel suo viaggio sull’asina, nella discesa della collina dell’orto degli olivi, tra la folla che applaude e agita le palme, esultando. Ammiriamo la dolcezza, la grandissima, irraggiungibile umiltà del Figlio di Dio, che accetta un labile trionfo da gente innocente, mentre nei suoi occhi e nel cuore già sono presenti i giorni della passione. Forse non sente neppure le grida, gli osanna, perché nel suo cuore già echeggiano le urla, i ‘crucifige’, gli insulti che lo attendono. In quel giorno, per tutti di festa, il suo è stato un martirio celato, nascosto, interiore, ma profondamente doloroso. Un martirio che forse prova anche oggi, di fronte a tanti di noi che fanno festa con le palme, ma non ‘conoscono’, non credono, non vivono il Suo Amore.

Per chi crede, il Figlio di Dio, che si lascia applaudire, cavalcando un’asina, è davvero il trionfo dell’umiltà, che sarà dolore e umiliazione domani, per poi trasformarsi in gloria della resurrezione: una gloria che offre a noi se siamo disposti a seguirlo nel duro cammino della croce. È tanta la mia ammirazione e gioia nel contemplare e vivere, in questa Settimana, tutto questo Mistero di amore e di dolore, che non trovo parole e dunque le esprimo con le parole di Juan Arias:
  • “È difficile e bello il mio Dio abbandonato da Dio.

    Il mio Dio che deve morire per trionfare.

    Il mio Dio che fa di un ladro e criminale il primo santo della Chiesa.

    Il mio Dio giovane che muore con l’accusa di agitatore politico.

    Il mio Dio sacerdote e profeta che subisce la morte come lo prima vergogna di tutte le inquisizioni della storia.

    Il mio Dio che suda sangue prima di accettare la volontà del Padre.

    È difficile questo mio Dio, questo mio Dio fragile, per chi pensa di trionfare soltanto vincendo, per chi si difende soltanto uccidendo, per chi salvezza vuol dire regalo e non sacrificio.

    Il mio Dio gettato nel solco, schiacciato sotto terra, tradito, abbandonato, incompreso, che continua ad amare.

    Per questo il mio Dio vinse lo morte e comparve con un frutto nuovo tra le mani: la Resurrezione.

    Per questo noi, ora, tutti, siamo sulla via della Resurrezione, uomini e cose”.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio mar 20, 2008 8:49 am

      • Omelia del giorno 20 Marzo 2008

        Giovedì Santo (Anno A)



        Giovedì santo: l’inno all’amore
  • “Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani, e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e preso un asciugamano se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano con cui si era cinto” (Gv 13, 1-15).
Signore Gesù, oggi c’è un’aria di amore che aleggia in tutto: non sembra proprio la giornata di inizio della Tua passione.

Oggi tutto il presbiterio, attorno al Vescovo, in Cattedrale, in mattinata, celebra la S. Messa “In crisma”. È una celebrazione solenne che, ancora una volta, come nel Cenacolo, ci fa vivere la stupenda comunione della Chiesa, di noi tutti e di ciascuno, vescovi, sacerdoti e fedeli, ‘in Te e per Te’.

A sera, Signore, - come hai fatto con i primi discepoli, nel Cenacolo - tutti ‘i tuoi’, coloro che ti appartengono per il Battesimo e la fede, li inviti ‘a sedersi a tavola con Te’. E lì Tu. Gesù, Ti fai e doni come ‘Pane di vita’ per tutti e per sempre, come da allora si ripete in ogni luogo della terra nell’Eucarestia.

Un Dono che ha dell’incredibile e che solo l’Amore poteva ‘inventare’: dare Te stesso per fare della Tua e della nostra vita, di tutti noi, ‘una cosa sola’.

Tu, Gesù, Ti fai boccone di pane per ‘darci la Vita’ e da Te impariamo cosa voglia dire ‘donarsi’ ai fratelli: è ‘essere servi’ del fratello, chinandosi con gioia per ‘lavargli i piedi’ non è dare cose, ma ‘donare noi stessi’ la nostra attenzione, il nostro ascolto, il nostro tempo, la nostra accoglienza...

Non basta, Gesù, il magnificat, per dirti Grazie. Troppo grande il Tuo Dono!

Durante la S. Messa della sera, al Gloria, saranno ‘incatenate’ le campane di tutte le chiese, dando inizio al solenne silenzio che avvolgerà la Tua tremenda passione.

È un invito ad unirci a Te, lasciando alle spalle il chiasso del mondo.

Signore Gesù, dona a me, ai miei amici, la forza e la fede di partecipare fino in fondo a ‘questo Tuo Amore’, che ancora oggi celebriamo, per essere degni, domenica, di esultare di gioia nell’Alleluja pasquale.
  • O Dio, che ci hai riuniti per celebrare la Santa Cena,
    nella quale il Tuo unico Figlio, prima di consegnarsi alla morte,
    affidò alla Chiesa il nuovo ed eterno Sacrificio,
    convito nuziale del Suo Amore,
    fa’ che, dalla partecipazione a così grande Mistero,
    attingiamo pienezza di carità e di vita. Amen


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » gio mar 20, 2008 8:53 am

      • Omelia del giorno 21 Marzo 2008

        Venerdì Santo (Anno A)



        Venerdì santo: un amore senza confini
  • “Stavano presso la croce di Gesù, sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Màgdala. Allora Gesù, vedendo la madre e il discepolo che Egli amava, disse alla madre: Donna, ecco tuo figlio. Poi disse al discepolo: Ecco tua madre! E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa”. (Gv 8, 1-4).
Quest’oggi, o Signore Gesù, vorrei stare con Tua Madre, che sotto la croce hai voluto affidare a me, come fossi suo figlio. Io come Giovanni accolgo questo dono, felice di portarla a ‘casa mia’, nella mia vita quotidiana, facendola partecipe dei miei desideri, delle mie gioie, ma anche dei miei turbamenti, paure, timori, debolezze e affanni, angosce e sofferenze.

Oggi, giorno della Tua Passione e morte sulla croce, vorrei starle vicino, sotto la Tua croce, in silenzio, come Lei, per capire il mistero del dolore, per imparare ad accettarlo e viverlo come offerta di amore, come è stata la Tua vita data per noi sulla croce.

Guardando la ‘tua croce’, come sono davvero piccole le nostre!

E Tu, Gesù, ancora oggi sei in croce. Sei sulla croce con i milioni di affamati, che alzano le loro braccia verso di noi e sembrano immobili crocifissi, immolati dal nostro insaziabile egoismo, che mette in croce solidarietà e carità. Sei sulla croce di tanti, troppi, drogati, con i loro parenti, dei carcerati e delle loro famiglie: tutti ignorati e disprezzati da noi, eppure crocifissi dalle nostre contraddizioni di vita, ma ora maledetti, come fosti Tu.

Sei sulla croce di tanti ammalati, che implorano salute o almeno conforto; in tanti anziani che sono soli, crocifissi dal loro essere alle soglie della morte, colpevoli solo di avere dato tutto, come Te. Tua Madre, o Gesù, ha saputo raccogliere il Tuo amore e il Tuo dolore. Si è fatta crocifiggere con Te, senza ribellarsi, come Te.

Un silenzio, il Suo, che è amare l’altro - noi - fino a vivere la nostra crocifissione quanto la propria. Fammi vivere, o Maria, ora anche Mamma mia, tutte le croci del mondo, come fossero mie! Fammi capire che donare la vita, giorno per giorno, è l’unica via sicura per averla in abbondanza.
  • Ti prego, o Madre santa, siano impresse nel mio cuore
    le piaghe del tuo figlio.

    O Vergine santa tra le vergini non respingere le mie preghiere
    e accogli il mio pianto di figlio.

    Fammi portare la croce di tuo figlio,
    partecipare ai Suoi patimenti,
    adorare le Sue sante piaghe.
    Ferisci il mio cuore con le Sue ferite,
    stringimi alla Sua croce, inebriami del Suo sangue.

    Nel suo ritorno glorioso, rimani, o Madre,
    al mio fianco, salvami dall’eterno abbandono.

    O Cristo, nell’ora del mio passaggio,
    fa’ che per mano a tua Madre, io giunga alla mèta gloriosa. Amen

    (dallo Stabat Mater)


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » dom mar 23, 2008 6:23 pm

      • Omelia del giorno 23 Marzo 2008

        Pasqua di Resurrezione (Anno A)



        Gesù Cristo è risorto. Alleluia!
La Chiesa - dopo il silenzio del Venerdì e Sabato Santo - inizia la grande, irripetibile solennità della Resurrezione di Gesù, con la Veglia pasquale. La Veglia è l’attesa, meravigliosa attesa, del grande evento che Dio ha preparato per noi.

Un evento che è come un gettarsi alle spalle, in un atto di amore, che solo Dio può esprimere, il peccato dell’uomo, di tutti gli uomini, di ciascun uomo: un atto di amore, che è stato possibile con il dono ineffabile del Figlio Gesù che, fattosi uomo, si è addossato i nostri ‘no’ al Padre, da Adamo ad oggi, per poi soffrire la terribile ‘nostra nudità’ che fa tanto male e non ha futuro.

Una solitudine insopportabile, senza speranza di futuro, che hanno conosciuto gli Apostoli alla cattura e morte di Gesù.

Che senso ha ancora vivere? - avranno pensato dopo la morte del Maestro - Chiamati da Lui, avevano vissuto con Lui l’irripetibile avventura di Dio tra gli uomini, a stretto contatto per tre anni. Avevano conosciuto il significato e la bellezza della quotidianità con Lui; avevano conservato lo stupore della Sua bontà, a volte miracolosa; avevano certamente sperimentato la pace che si prova nel condividere con Lui tutto, povertà, incomprensioni, ma soprattutto ‘era bello stare con Lui’. Non si aspettavano, umanamente, che quel meraviglioso essersi incontrati con Gesù, dovesse avere un tale tragico epilogo. Gesù, il Profeta, proveniente da Dio, indiscutibilmente, che sapeva provare compassione di tutti, aveva aperto speranze a chi non ne aveva più, operando, se occorreva, miracoli; con Lui avevano percorso tutta la Galilea, la Samaria, la Giudea, portando la Buona Novella del Regno di Dio, persino il demonio ne era atterrito.

Lui l’aveva detto, con discrezione, che ci sarebbero stati giorni di sofferenza, fino a dare la vita, ma ...sarebbe risorto il terzo giorno. Non potevano accettare una tale idea: Lui patire e essere messo in croce? Chi avrebbe mai potuto mettere le mani addosso alla stessa Bontà? Meritava l’applauso, se non altro perché, in questo mondo di contraddizioni e senza futuro vero, Lui era coerente con ciò che affermava. Ed invece per proclamare la verità della vita, le vie dell’amore, ‘senza se e senza ma’, aveva conosciuto il disprezzo, l’annientamento, come se la Sua presenza altro non fosse che un lampo di bontà, irripetibile sì, ma non accolto.

L’uomo sembrava - e sembra - non finisca di stupire per il suo rifiuto, non solo di Dio, ma di un Dio che è la sola Luce del mondo, il solo Senso della vita! Ancora oggi, e sempre. Tutto era accaduto, come predetto! Lo smarrimento era totale, offuscava anche le certezze della fede in Lui, non permetteva di ‘guardare oltre’ la propria sofferenza. Ma Gesù, puntualmente, come aveva promesso, di colpo ‘Il terzo giorno’ - quello che sarà per sempre ‘il giorno del Signore’, la domenica - spazza via ogni paura, svela la ragione della sua vita tra di noi, della sua morte, e risorge. Una realtà inimmaginabile, divina!

La Chiesa celebra ‘quella notte’ con la stupenda Veglia pasquale.

La inizia con l’accensione del cero pasquale, segno del ritorno per sempre della Luce, cantando ‘Cristo Luce del mondo’. E il cero pasquale, come a confermare che quella luce non si spegnerà mai, anche ai nostri giorni, resterà sempre sull’altare.

Segue il canto, con le parole di S. Agostino, che esprime l’immensa gioia per questa ‘nuova creazione’, a cui tutti siamo invitati, risorgendo con Cristo: ‘Questa è la notte in cui Cristo spezza i vincoli della morte, risorge vincitore del sepolcro. Nessun vantaggio per noi essere nati se non ci avesse redenti. O immensità del Tuo amore per noi! O inestimabile segno di bontà, per riscattare lo schiavo, ha sacrificato il Figlio... O notte veramente gloriosa, che ricongiunge la terra al cielo, e l’uomo al suo Creatore!’

E nella Veglia la Chiesa fa memoria della storia dell’uomo con Dio: il continuo voltafaccia dell’uomo e il pressante amore del Padre, che non si rassegna a perderlo. Lo scontro tra due amori: quello di Dio, Padre, incredibile, fedele, che ci vuole tutti nella gloria, e l’uomo con il suo amore, fragile ed egoistico, che sembra trovi gusto a cancellare quasi anche le impronte di Dio. Può essere la nostra storia, se non vegliamo.

Il grande Paolo VI ci offre un quadro del disorientamento dell’uomo, che ha difficoltà o non vuole entrare nella Luce della Resurrezione:
  • “Il vento del sospetto umano, le ondate dell’opinione pubblica, le suggestioni della moda culturale e pratica fanno di noi canne sbattute di cui parla il Vangelo. E così la nostra professione di fede resta timida, incerta, calcolatrice e sfuggente, quando addirittura non ceda alla simpatia, se non anche alla professione, di altre idee dilaganti, a quelle specialmente che fanno delle leggi economiche il sommo e talora l’unico criterio del benessere umano o quelle altre che, sempre per una concezione errata sul primato delle leggi economiche, cercano di sovvertirne l’equilibrio e il graduale sviluppo e cercano di illudere gli animi assetati di giustizia, di lavoro e di pace con il miraggio di un umanesimo materialista governato da un pesante totalitarismo. Il risveglio (sembrano parole per oggi!) che solleva il nostro paese a forme nuove di vita sociale ed economica può essere determinato dalla scelta dei princìpi, che noi possiamo dare al suo svolgimento; ma senza una fede un popolo non ascende e non vive; quale fede sarà?” (Milano, Pasqua 1963).
Ci auguriamo tutti che questa saggezza vada bene per la politica oggi. Tornando alla Veglia pasquale, dopo il cammino di Dio verso di noi, narrato nel Vecchio Testamento, esplode il grido dell’Alleluia, nella Messa di resurrezione. All’interno della celebrazione si benedicono le acque, che i fedeli poi recheranno a casa, perché vi entri la gioia pasquale, e le acque per il fonte battesimale, in cui noi siamo stati immersi nel giorno della nostra partecipazione alla Resurrezione, che è avvenuta nel Battesimo.

In tante parrocchie è consuetudine che la notte della veglia vengano battezzati i nuovi nati, chiamati a vivere da risorti, per entrare, a suo tempo, nella Gioia piena della Resurrezione. Come sarà per ciascuno di noi. È davvero la celebrazione della grande Gioia, che dovrebbe mettere in fuga le nostre tante paure, simili a quelle degli apostoli.
  • “La sera dello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. E dopo aver alitato su di loro, disse: Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 10, 19-31).
Possiamo immaginare lo stupore, l’incredulità, che dominava la mente degli apostoli, ma anche l’intensa gioia, mista a confusione. Erano lì, pieni di paura e per loro il domani sembrava chiuso, come un fallimento totale della vita. La conosciamo tutti la paura che tutto sia finito, a causa di ciò che ci accade. Chi non ha provato questo senso di essere orfano di futuro, per quanto di grave può accadere, o già è accaduto?

È più che comprensibile, dunque, la paura degli Apostoli. Forse pensavano di avere frainteso tutto, di aver ‘esagerato’, ‘mitizzato’, di non aver capito chi veramente era Gesù, che avevano seguito, abbandonando tutto.

Forse avevano sperato che, seguendoLo, anche con sacrificio, lasciando tutto, avrebbe loro aperto le porte di un successo terreno, che li avrebbe fatti uscire dalla povertà, nella quale vivevano. Saperlo ora ‘sepolto’, dopo la crocifissione, era da loro percepito come ‘la sepoltura dei loro sogni’: un’immensa ombra sul loro domani.

Ed, all’improvviso, vederselo davanti, splendente di gloria - perché morire per amore, non è finire nella cenere, da dove tutti veniamo, ma è entrare in una Vita, che nulla più ha di questa esperienza terrena! - era…non ci sono parole per descrivere le sensazioni, i sentimenti, i pensieri!!!

Ma una cosa è certa: tutti i timori caddero ed iniziò un cammino nuovo, che portava in Alto, varcando le soglie della morte, eredità del peccato di Adamo! Chi di noi, amici carissimi, non ha passato simili momenti, in cui si aveva l’impressione che la vita non avesse più senso e ‘ci sentivamo come morti’? Ricordo la notte del terremoto nel Belice. Uscendo in strada, vidi un paese letteralmente spazzato via. C’erano solo più tronchi di pareti. I miei sogni di dieci anni di apostolato sembravano ‘un non senso’, sepolti sotto le macerie.

Ricordo di essermi interrogato su tutto, davanti alla meravigliosa Matrice (la Chiesa-Madre), appena ristrutturata, a cui avevamo ridato bellezza, con tutta la Comunità, che credevo risorta. In certi momenti è forte il pericolo di ritenere che ‘niente abbia senso’. Eppure fu proprio in quel momento che ebbi nitida l’immagine della resurrezione, dopo la morte: una fede più salda, che, da quel momento, accompagnò il mio servizio e quando si ricostruì la prima bella chiesa, volli fosse dedicata a Cristo Risorto.

Tornano alla mente le parole dell’Apostolo Paolo, nella sua lettera ai Romani: parole che porgo a voi come augurio per una Pasqua che sia il respiro della vostra fede, sempre, anche nelle prove. L’augurio di una grande Gioia, che deve essere nostra compagnia nella vita.
  • “Fratelli, non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del Battesimo siamo stati sepolti insieme a Lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con Lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti chi è morto, è ormai libero dal peccato. Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con Lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più: la morte non ha più potere su di lui. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù” (Rom 6,3-11).
Amici carissimi, davvero vi auguro che la Pasqua sia davvero santa: sorgente della gioia, sempre. Gesù risorto non solo ci invita, ma ci consente di partecipare alla Sua resurrezione già da quaggiù, fino al giorno in cui risorgeremo per sempre con Lui.

È la sola grande speranza-certezza, che posso augurare a ciascuno di voi, ringraziandovi sempre per questa grazia che Gesù ci fa di ‘essere un cuor solo’ nel camminare dietro a Lui nei momenti belli, come in quelli difficili.

E la mia gioia, il mio augurio, la mia benedizione, dono Suo, scendano e rimangano tra voi sempre, come amico carissimo: CRISTO, NOSTRA PASQUA È RISORTO! ALLELUIA!



Come forse molti di voi già sanno, nella prima Domenica dopo Pasqua, è stata istituita nel 2000, da papa Giovanni Paolo II, la Festa della Divina Misericordia. Il culto della Divina Misericordia è legato a Santa Faustina Kowalska, la mistica polacca, proclamata santa nel corso dell’Anno Santo del 2000. Tutto cominciò il 22 febbraio del 1931. Si legge nell’ormai noto Diario di quando Gesù le trasmise la Sua volontà: “Io desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l’immagine che dipingerai col pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua: questa domenica deve essere la festa della Misericordia”.

La Festa è un giorno di grazia per tutti gli uomini, perché Cristo ha legato a questa festa grandi promesse, di cui la più grande si riferisce alla santa Comunione ricevuta in modo degno mediante la quale si ottiene la remissione totale dei peccati e delle pene temporali. Questa grazia è più grande dell’indulgenza plenaria. Quest’ultima consiste infatti solo nella remissione delle pene temporali, meritate per i peccati commessi. Nelle promesse riportate Cristo ha legato la remissione dei peccati e dei castighi con la Comunione, ricevuta quel giorno e preceduta di qualche giorno dalla Confessione. Leggiamo le parole dette da Gesù a Suor Faustina: “Figlia mia, parla a tutto il mondo della mia inconcepibile Misericordia. Desidero che la festa della Misericordia sia di riparo e rifugio per tutte le anime e specialmente per i poveri peccatori.

In quel giorno sono aperte le viscere della mia Misericordia, riverserò tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicineranno alla sorgente della mia Misericordia. L’anima che si accosta alla confessione e alla Santa Comunione, riceve il perdono totale delle colpe e delle pene. In quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le grazie divine. Nessuna anima abbia paura di accostarsi a me, anche se i suoi peccati fossero come lo scarlatto. La mia Misericordia è talmente grande che nessuna mente, né umana né angelica, riuscirà a sviscerarla pur impegnandovisi per tutta l’eternità. Tutto quello che esiste, è uscito dalle viscere della mia Misericordia. La festa della Misericordia è uscita dalle Mie viscere; desidero che venga celebrata solennemente la prima domenica dopo Pasqua. L’umanità non troverà pace finché non si rivolgerà alla sorgente della Mia Misericordia” (Q. I p. 132).

La Festa è preceduta da una novena, che va recitata ogni giorno a partire dal Venerdì Santo. È stata desiderata da Gesù stesso che ha detto a proposito di essa che ‘elargirà grazie di ogni genere’, a patto che chi la recita si sia confessato e metta in pratica le condizioni richieste dal Culto della Divina Misericordia, e cioè: fiducia in Dio e atti di carità verso il prossimo.

Nel 1935 a Vilnius Gesù ha anche dettato a S. Faustina la Coroncina alla Divina Misericordia, a cui sono legate, per Sua diretta promessa grazie grandi per chi la reciti.

Chiunque si senta attirato a conoscere meglio e in profondità questo Culto può consultare il sito internet www.editriceshalom.it.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio mar 27, 2008 11:38 am

      • Omelia del giorno 30 Marzo 2008

        II Domenica di Pasqua (Anno A)



        Tommaso, guarda le mie mani
Un tempo questa domenica, seconda di Pasqua, era chiamata ‘in albis’, ossia, coloro che, per i loro gravi peccati, erano stati invitati dal vescovo ad una Quaresima di conversione e di penitenza, durante la Veglia pasquale partecipavano alla gioia della ritrovata innocenza con la riconciliazione e, quindi, come bambini appena nati, si rivestivano di bianche vesti. Il significato profondo era che, dopo una vita lontani o contro Dio, rinascevano, invitati a non perdere più la ‘veste dell’innocenza’, che era il segno che, dalla comunità, non dovevano più essere considerati ‘morti alla grazia, per il peccato’, ma rinati ‘a vita nuova’, che è la Pasqua di quanti si convertono ancora oggi, accostandosi al Sacramento della penitenza, in particolare a Pasqua. Lo stesso facevano quanti, dopo una preparazione quaresimale, e oltre, nella veglia pasquale ricevevano il Battesimo, ‘rinascita a vita nuova’, dono della resurrezione di Cristo.

Forse oggi è venuta a mancare questa ‘festa di vita nuova’, con il grave rischio di non partecipare alla resurrezione. E Dio solo sa quanto tutti noi abbiamo bisogno di ritrovare la gioia di quella veste bianca, noi, troppe volte ‘fuori strada’, nel buio di una vita senza o contro Dio-Amore, in compagnia del solo egoismo, che è la morte del cuore. L’uomo ha bisogno di comprendere e di accogliere la Divina Misericordia.

Il grande Giovanni Paolo II intuì questa urgenza e, nel 2000, diede ufficialità al titolo di ‘Domenica della Divina Misericordia’ per definire questa seconda Domenica di Pasqua. Non ci resta che abbandonarci alla Grazia, perché possiamo avere l’umiltà di affidarci alla Misericordia di Dio, che in Gesù, dalla croce, disse: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Ed è proprio così, se osserviamo in noi e attorno a noi quello che avviene, come se, spesso, fossimo ‘fermi’, insieme a quanti sotto la croce si prendevano beffe di Gesù, che proprio da quella croce voleva chiamarci alla gioia di una vita nuova.

È una profonda, inconfessata infelicità, quella di sentire le nostre ‘ali’, fatte per risorgere, come legate, e non avere la forza di credere, né di sentire quanto Gesù disse sulla croce al buon ladrone: “Oggi sarai con me in Paradiso!”. Così ci priviamo della gioia di liberarci dal male, ridiventando ‘bambini nel cuore e nella vita’: la gioia dei primi nostri fratelli nella fede, descritta dagli Atti degli Apostoli:
  • “I fratelli erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventati credenti, stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa, prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la stima del popolo” (At 2, 42-47).
Oggi la Chiesa ci ripropone anche la profonda gioia degli Apostoli nel rivedere il Maestro. È facile immaginare i loro sentimenti. Incredibile per loro, poveri uomini, ma sicuramente innamorati di Gesù, anche solo pensare che sarebbe davvero risorto.

La povertà della nostra natura umana ha difficoltà, ancora oggi, a pensare che ci sia resurrezione anche per noi. Facile - e per qualcuno ‘comodo’ - pensare che tutto finisce con questa breve e fallace esistenza terrena, ma l’Apostolo Paolo afferma con decisione: “Se Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra stessa vita”. Se non si è accecati dal benessere o dal male, non può non esserci una giusta incertezza nel profondo del nostro cuore, la stessa che sicuramente era negli Apostoli, ed in particolare in Tommaso: “Non può finire tutto così, ci deve essere un ‘dopo’, che non riusciamo a intuire, ma deve esserci!”. E Gesù risorto, apparendo, toglie ogni dubbio, ogni incertezza:
  • “Tommaso uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero: Abbiamo visto il Signore! Ma egli disse loro: Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e non metto il dito nel suo costato, non crederò. Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo chiusi in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: Pace a voi! Poi disse a Tommaso: Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani: stendi la tua mano e mettila nel mio costato, e non essere più incredulo, ma credente! Rispose Tommaso: Mio Signore e mio Dio! Gesù gli disse: Perché tu hai visto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (Gv 20, 19-31).
Davvero Tommaso rappresenta tutti noi, quando, trovandoci di fronte a tanti fallimenti o dubbi, o avversità, pensiamo sia impossibile che tutto possa cambiare e che, con la fede e la pazienza, si possa avverare la speranza. Non riesco a pensare a uomini - per natura uguali a me, uguali ai santi, creature di Dio, votate alla visione del Padre - che riescono a vivere senza futuro, quel futuro che è nella nostra vita eterna, che Dio ci dona nella fede.

Deve avere pure un senso questa vita! Un senso che non può essere certamente solo il benessere, il denaro, o quello che vogliamo, tutte cose che non sono la grandezza della vita eterna! Sono beni fugaci e, tante volte, soffocano proprio il meraviglioso dell’eternità. Voglio credere che tutti sentiamo la nostalgia del Padre, solo che ‘vederLo’, richiede - ora - tanta fede, l’abbandono di ogni sicurezza, una fiducia totale in Lui.
  • “Ma noi, uomini di oggi - affermava Paolo VI, il 20 novembre del 1968 – facciamo opposizione: a che giova cercare Dio? Un Dio così nascosto? Non basta quel poco che se ne sa, o se ne crede di sapere? Non è meglio impegnare il nostro pensiero allo studio di cose più proporzionate alle nostre difficoltà conoscitive? La scienza? La psicologia? Cioè il mondo e l’uomo?
    Ci si dimentica che l’uomo in tutto il suo essere spirituale, cioè nelle supreme difficoltà di conoscere e di amare, è correlativo a Dio: è fatto per Lui; ogni conquista dello spirito umano accresce in lui l’inquietudine e accende il desiderio di andare oltre, di arrivare all’oceano dell’essere e della vita, della piena verità che sola dà la beatitudine. Togliere Dio come termine della ricerca, a cui l’uomo è per natura sua rivolto, significa mortificare l’uomo stesso. La cosiddetta ‘morte di Dio’ si risolve nella morte dell’uomo”.
Ha ragione Pietro, tanto generoso nell’amore a Cristo, di scrivere:
  • “Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo: nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la resurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Perciò siate ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere per un poco di tempo afflitti da varie prove, perché il valore della vostra fede, molto più prezioso dell’oro, che pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo; voi Lo amate, pur senza averlo visto, e ora, senza vederLo, credete in Lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la mèta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime” (I Pietro 1,3-9).
Oggi siamo chiamati tutti a farci illuminare dalla gioia e dallo stupore di Tommaso, che, dopo aver visto Gesù Risorto, non sa che balbettare: “Mio Signore, mio Dio!”. Ancora Paolo VI affermava:
  • “Noi siamo in migliori condizioni degli altri, privi della luce evangelica, per guardare il panorama del mondo e della vita con gioioso stupore e per godere di quanto l’esistenza ci riserva anche nelle prove di cui essa abbonda, con riconoscente e sapiente serenità. Il cristiano è fortunato. Il vero cristiano sa di avere e trovare le ragioni della bontà di Dio in ogni avvenimento, in ogni quadro della storia e dell’esperienza; ed egli sa che ‘tutte le cose si risolvono in bene per coloro che vivono della benevolenza di Dio’ (Rom 8, 28). Il cristiano deve dare sempre una testimonianza di superiore spiritualità, dalla gioia di Cristo Risorto. Oggi questo atteggiamento di lieto vigore dell’animo si va diffondendo anche fra i cristiani moderni. Essi appaiono più disinvolti, più allegri. Una gioia che nulla ha a che fare con le cosiddette gioie del mondo, che sono illusioni-delusioni che nulla hanno a che vedere con la gioia di Cristo. Sanno e sono tanti, che la nostra gioia interiore e la propria esteriorità sono di Cristo Risorto”.
Io stesso chiedevo un giorno ad una persona, provata da numerose sofferenze, la ragione della sua inalterabile serenità: “Appartengo a Cristo Risorto e Lui solo è la Gioia. Una gioia che non mi faccio mancare ogni giorno nella preghiera, nell’Eucarestia e nell’amore verso tutti, che diviene senza quasi ‘fatica’ un dare e ricevere gioia”. È bella la preghiera del grande cardinal Newman:
  • “Mio Signore e mio Salvatore, mi sento sicuro nelle tue braccia.

    Se tu mi custodisci, non ho nulla da temere,
    ma se tu mi abbandoni, non ho più nulla in cui sperare.

    Non ti prego di farmi ricco, non ti prego di farmi molto povero,
    ma mi rimetto a Te, perché Tu sai ciò di cui ho bisogno e che io ignoro.

    Se Tu mi imponi sofferenze e dispiaceri,
    concedimi la grazia di sopportarli.

    Se Tu mi doni salute e forza o successo in questo mondo,
    fa’ che sia vigilante, perché non mi trascinino lontano da Te.

    Tu che sei morto per me sulla croce,
    concedimi di conoscerTi, di credere in Te, di amarTi, di servirTi,
    di vivere per Te e con Te e così la mia gioia sarà piena
    non solo ora, ma sempre nell’eternità”.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio apr 03, 2008 10:35 am

      • Omelia del giorno 6 Aprile 2008

        III Domenica di Pasqua (Anno A)



        Resta con noi, Signore!
La Pasqua di resurrezione non può essere accantonata come una delle tante feste che si celebrano una volta all’anno. È Pasqua ogni volta che la liturgia celebra ‘il giorno del Signore’ e ogni volta noi vogliamo essere nella gioia ‘testimoni di Gesù Cristo Risorto’, per dare speranza al mondo.

L’episodio, che oggi il Vangelo ci propone, è davvero l’icona della speranza ritrovata o, se vogliamo, della necessaria verità che sembrava smarrita: è il racconto dei due discepoli che fuggivano impauriti da Gerusalemme e, più ancora, desolati, perché era finita la dolce avventura con Gesù. Lo avevano seguito, forse fino a lasciare tutto: in Lui avevano trovato la ragione della vita o, certamente, qualcuno di cui avevano intuito la misteriosa grandezza, ancora tutta da scoprire e svelare.

Quando si ama veramente una persona e questa scompare, subentra un senso di ‘perdita’, di ‘posto vuoto’, che fa male, tanto male. Possiamo facilmente immaginarli, questi due discepoli, incamminati verso Emmaus, ossia lontano da dove era avvenuta la tragica Passione e Morte del Maestro. Improvvisamente, senza farsi riconoscere, Gesù si fa loro compagno, dimostrando una totale ignoranza riguardo il motivo della loro fuga e tristezza:
  • “Che sono questi discorsi che state facendo fra di voi durante il cammino? Si fermarono con il volto triste e uno, di nome Cheopa, gli disse: Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni? Gesù domandò: Che cosa? Gli risposero: Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in parole ed opere, davanti a Dio e a tutto il popolo”
... e raccontano a Gesù quello che era accaduto. La risposta è netta:
  • “Stolti e tardi di cuore nel credere alle parole dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse questa sofferenza per entrare nella sua gloria?” E con amore “cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a Lui”.
Giunge il momento in cui i due decidono di fermarsi e, vedendo che il pellegrino, che aveva fatto loro compagnia, aveva intenzione di proseguire, gli rivolgono quello stupendo invito che è diventato, da allora, il nostro stesso invito a Gesù, perché non ci lasci mai:
  • “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno già volge al declino”. E Gesù “entrò per rimanere con loro” e si rivela con un gesto di amore, tanto simile all’Eucarestia che celebriamo: “Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Ed ecco si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dai loro occhi” (Lc 24, 13-35).
Questo evento di Emmaus non solo costituisce una delle più belle e significative pagine del Vangelo, ma rivela tutta la tenerezza di Dio che cammina a fianco dell’uomo nella sua difficile ricerca del Bene, della Verità, dell’Amore: è l’icona che la Chiesa italiana ha preso come modello per le nostre comunità. Anche oggi si discute molto di fede: è la ‘domanda’ che ricorre nei discorsi di tanti, che hanno come l’impressione che Dio li abbia abbandonati.

Si possono eludere tante domande, ma è difficile per l’uomo vero e sincero eludere ‘la domanda su Dio’: chiedersi se ‘il mistero di Dio con noi’ ha qualche relazione con ‘il mistero che noi uomini siamo’, interessa tutti e ciascuno, senza eccezioni. Tutti abbiamo bisogno di aiuto, abbiamo bisogno di una compagnia ‘diversa’: è la ‘compagnia dei fratelli nella fede’, la ‘compagnia di Dio che si accosta, a volte senza farsi riconoscere’ e, come Gesù con i due di Emmaus, ci spiega la Sua Parola.

Una nota amara, diffusa, proprio su questo terreno aspro, è che non è facile trovare ‘questa compagnia’. Evitiamo di confidarci le difficoltà nella nostra fede e quindi nella vita, come fosse un discorso da risolvere da soli, un problema, insomma, falsamente personale. Invece lo si dovrebbe fare in comunità, nelle Chiese in cui viviamo, in famiglia, tra gli amici, se tali siamo. Come sarebbe bello se noi cristiani, soprattutto quando c’è la tristezza del fallimento, come fu per i due di Emmaus, ci sentissimo ‘amici in ricerca’! Gesù ha detto: “Dove due o più sono uniti nel mio Nome, Io sarò in mezzo a loro”.

Colpisce la delicatezza di Gesù che si accosta, ascoltando le nostre perplessità e difficoltà, ci lascia sfogare, come se Lui fosse all’oscuro di tutta la nostra tristezza. Forse anche a noi rivolgerebbe lo stesso rimprovero: “Stolti e tardi di cuore...”. È tanta la serenità che dona con la spiegazione dei profeti che, alla fine, come a confermare la bellezza di quella ‘compagnia’ dicono le stupende parole: “Resta con noi, Signore, perché si fa sera!”. E Lui resta e si manifesta nel Sacramento dell’Amore, che oggi si ripete nell’Eucarestia. Parola ed Eucaristia: due strade maestre perché ‘si aprano i nostri occhi’ e possiamo vedere il Signore che ‘cammina con noi’, ma non solo!

Questo stupendo racconto ci insegna ‘come farsi vicini’, noi, a chi soffre o dubita, in un rispettoso dialogo, ascoltando le ragioni della tristezza e, quindi, sommessamente, testimoniando ma, ancor più, ‘spezzando il pane’ della nostra solidarietà. Anni fa noi vescovi, preoccupati - e lo siamo ancora di più oggi! - dello smarrimento pericoloso di tanti giovani, scegliemmo proprio ‘Emmaus’, ossia la pedagogia di Gesù, come modello per fare breccia nel loro animo: l’arte dell’ascolto e della testimonianza che è amore.

Quanta attualità ha Emmaus! Anche per noi! Ricevo tante, ma tante, vostre lettere. Il più delle volte per dirmi: “Grazie di farci compagnia nella ricerca della gioia di Dio”. Avverto una vera ricerca di qualcuno che si faccia vicino, con discrezione e delicatezza, come Gesù con i due di Emmaus, e aiuti a capire il bello della vita, perché per tanti ‘si è fatto sera’.
  • ‘Caro don Antonio, per puro caso ho scoperto il tuo sito. È da tempo che vivo in un terribile buio dell’anima e non c’è chi sappia dirmi qualcosa che faccia luce. Ho come l’impressione che le parole che ci diciamo siano solo ‘rumore’, poche volte ascolto e proposta. Leggendoti in una riflessione domenicale, ripeto per puro caso, mi è sembrato che tu sapessi tutto di me e ho finalmente avuto la gioia di avere un amico vicino. Ti dico, con i due di Emmaus, confusi e tristi: Resta con me e aiutami, perché è sera!’.
È vero si possono eludere tante domande, ma è difficile annullare la domanda sul senso della vita, e quindi di Dio, che, nonostante le nostre ‘sensazioni’ o i nostri rifiuti, viaggia vicino a noi, come Gesù a Emmaus. È forte il bisogno di amici che sappiano discretamente mettersi sulla nostra strada, non solo chiedendoci ‘perché sei triste?’, ma, attingendo da una fede vissuta e da una carità pronta a farsi dono, ci aiutino ad entrare nella luce del ‘giorno del Signore risorto’.

È per me un dono farmi vicino a voi discretamente e ringrazio Dio che vi comunica la Gioia che Lui solo sa e può dare. Con Madre Teresa prego con voi e per voi:
  • “Gesù mio, aiutami a diffondere la tua fragranza, ovunque io vada.

    Infondi il tuo Spirito nella mia anima e riempila del tuo amore, affinché penetri in modo così completo che tutta la mia vita possa essere soltanto fragranza e amore trasmesso tramite me e visto in me; e ogni anima, con cui vengo a contatto, possa sentire la Tua Presenza nella mia anima e guardare in su e vedere non più me, ma Gesù.

    Resta con me, e io comincerò a brillare della Tua luce.

    A brillare per essere una luce per gli altri.

    La Luce, Gesù mio, sarà la Tua, non verrà da me, sarà la Tua luce, che brilla sugli altri attraverso me.

    Lascia che ti rivolga le mie preghiere nel modo che più ami, spargendo la Luce su quelli che mi circondano.

    Lasciami predicare senza predicare, non con le parole, ma con la forza dell’amore che attrae”.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio apr 10, 2008 11:19 am

      • Omelia del giorno 13 Aprile 2008

        IV Domenica di Pasqua (Anno A)



        Io sono il Buon Pastore
Mi è cara questa domenica - detta del Buon Pastore - perché è sempre stata la festa di noi sacerdoti, pastori di un gregge che la Chiesa affida alle nostre cure. È la festa di ‘chi è di Gesù’, sia pure sotto le nostre povere vesti che, a volte, non riescono neppure a nascondere le tante manchevolezze, tipiche dell’essere poveri uomini, ma con una missione incredibile.

Non per nostra scelta - ripeto - ma per un’incomprensibile ‘scelta di Dio’, siamo chiamati a fare da guida a comunità che, come sempre, per tante ragioni, a volte sembra ci rifiutino o, ancor peggio, facendosi convincere dai ‘falsi maestri’ del mondo (che ci sono sempre stati e sempre ci saranno) li scelgono come ‘pastori’, anche se poi altro non sono che ‘mercenari’, che ‘rubano’ le pecore del gregge. A questi mercenari - dice Gesù - ‘non importa nulla del gregge’, ossia che fine fanno le persone che ‘usano’.

Quando ero parroco in Sicilia, era abitudine, come segno, donare un agnello al proprio ‘pastore’. Ricordava a tutti, a me in particolare, il compito di custodire, amare, nutrire il gregge affidatomi, a qualunque costo, e ai fedeli, il vincolo di fiducia nel farsi guidare. Quando Gesù si definì ‘pastore’, scelse un simbolo che la dice lunga sull’umiltà e sulla dolcezza Sua: un ‘pastore’ che si è fatto immolare sulla croce ‘come agnello’, segno del grande amore capace di dare la vita per le ‘sue pecorelle’.

Il grande potere del pastore è tutto qui: imitare l’amore di Gesù nell’umiltà e nella dedizione, continuando a donarLo nell’Eucarestia, nel sacramento della Penitenza e nella Parola. Non siamo ‘funzionari pagati’ per un ufficio, ma siamo i grandi amici di tutti, senza distinzioni, intendendo per amicizia il dono rispettoso dell’Amore, il dono di Cristo.

Siamo in tempi in cui i mass media si divertono nel toglierci la nostra vera dignità, cercando le nostre debolezze e mai facendo apparire il grande bene che offriamo, tranne in alcuni casi ‘eclatanti’, in cui non possono tacere, come per don Oreste Benzi, il prete degli ultimi, il prete del sorriso, il sacerdote che ci voleva per farci uscire dal buio in cui si vive. Ma come lui sono tanti!

Basterebbe fare un giro per le tante parrocchie o comunità e ci si imbatterebbe in sacerdoti o vescovi che sono davvero ‘pastori buoni’, nelle cui mani si può mettere la propria vita, come fossero le mani di Dio. Non è certamente facile essere ‘buoni pastori’: richiede una seria volontà di santità e una totale disponibilità a farsi carico di tanti sacrifici, per mettersi sulle spalle tante pecore smarrite.

Sono ormai 57 anni che sono prete. Una scelta che non feci io, ma fu da Dio. E non se ne sa il ‘perché’. Ricordo che un giorno - avevo dieci anni - dopo aver servito il Card. Schuster nelle Cresime, guardandomi negli occhi mi chiese: ‘Non ti piacerebbe essere prete?’. Una provocazione che sentii come ‘una chiamata’. E fu così. Entrai nell’Istituto della Carità, del beato Rosmini. Regola fondamentale era quella di affidarci totalmente, senza preferenze, all’obbedienza. E così l’obbedienza mi mise subito alla prova, affidandomi la Comunità di Santa Ninfa, allora molto difficile, per tante ragioni, a cui in seguito si aggiunse il terremoto del 1968.

Poi, nel 1978, sorprendendomi tantissimo, Paolo VI mi chiamò a essere vescovo di Acerra, altra realtà con tanti problemi. Ero stato ordinato sacerdote a Novara il 29 giugno 1951: quanto tempo per essere pastore! Ho conosciuto tante sofferenze, che sono la vera moneta da pagare all’amore, ma ho sempre sentito vicino a me la mano potente di Cristo. È vero che un prete quando parla, quando celebra è Cristo tra noi, e quindi non può, come il Maestro, sfuggire alla sofferenza. Quello che so è che ho sempre amato con infinita passione, quanti Dio mi affidava. Ogni volta incontravo la sofferenza o l’incomprensione, meditavo le parole che Pietro scrisse nella sua prima lettera:
  • “Carissimi, se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito agli occhi di Dio. A questo infatti siete stati chiamati, poiché anche Cristo ha patito per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme. Egli non commise peccato, non si trovò inganno sulla sua bocca; quando era oltraggiato, non rispondeva con oltraggi e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a Colui che giudica con giustizia. Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime” (1 Pietro, 2, 20-25).
C’è - ci deve essere - una differenza tra il mondo e noi, nel presentarci e stare con gli uomini. Il mondo ricorre sempre a tecniche e strategie, spot pubblicitari ed esibizioni spettacolari, noi dobbiamo abbracciare l’umiltà del servizio che, quando ama, non fa chiasso. Anzi. Forse oggi il dilemma di molti uomini di Chiesa pare rivolgersi alla ‘necessità di dare visibilità’: manifestazioni pubblicizzate, folle oceaniche, presunti miracoli che attirano le masse, turismo religioso, liturgie che facciano notizia. Ma può la ‘visibilità’ accordarsi con il Dio-impotente, che si è rivelato nel Cristo crocifisso?

Gesù non è tema da ‘intrattenimento’, bensì una persona la cui visibilità è data dalla testimonianza di quanti lo seguono. Ci sono preti, vescovi che, senza apparire nei massmedia, costruiscono ogni giorno comunione tra loro e speranza nella propria gente. Anche pensando a loro, ascoltiamo con gioia la parola di Gesù, ‘il Buon Pastore’:
  • “In verità in verità vi dico, chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra per la porta è il pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. E, quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei. Questa similitudine disse loro Gesù, ma essi non capirono che cosa significava ciò che diceva loro... Il ladro non viene - continua - se non per rubare, uccidere e distruggere. Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 1-10).
Questo è il meraviglioso ritratto che Gesù fa di sé e che dovrebbe essere il modello da vivere per chi di noi siamo chiamati a ‘essere buoni pastori’. A volte ci accusano di fare del nostro servizio, tutto e solo amore, una ricerca di ‘potere’. Affermava don Tonino Bello:
  • “A noi non si addicono i segni del potere. Ma solo il potere dei segni. Non tocca a noi cioè, con il nostro impegno di carità, risolvere il problema della casa, della disoccupazione, della ingiustizia planetaria. Tocca a noi però, condividendo la sorte degli uomini, porre segni di inversione di marcia ogni volta che il mondo assolutizza se stesso. Rinunciamo pure ai segni del potere. Non convertono alcuno. Ma non rinunciamo al potere dei segni”.
E Paolo VI, in un’omelia del 27 giugno 1975, esortava i sacerdoti:
  • “Levate il vostro sguardo, noi vi diremo dunque con le parole stesse di Cristo, e guardate come i campi già biondeggiano per la messe. Oseremo indicare con accento profetico il panorama apostolico che sta davanti a ciascuno di voi.
    Il mondo ha bisogno di voi! Il mondo vi attende! Anche nel grido ostile ch’esso lancia talora verso di voi, il mondo denuncia una sua fame di verità, di giustizia, di rinnovamento che il vostro ministero saprà amministrare.
    Sappiate ascoltare il gemito del povero, la voce candida dei bambini, il grido pensoso della gioventù, il lamento doloroso del lavoratore affaticato, il sospiro del sofferente e la critica del pensatore. Non abbiate mai paura! - ha ripetuto il Signore - Il Signore è con voi!”.
E concludiamo la nostra esortazione sacerdotale con la parole di S. Pietro:
  • “Esorto voi presbiteri, io parimenti presbitero e testimone dei patimenti di Cristo e chiamato a far parte di quella gloria che sarà un giorno manifestata, siate pastori del gregge di Dio, che da voi dipende, governandolo non forzatamente, ma con bontà come vuole Dio; non per amore di vile guadagno, ma con animo volenteroso; non come dominatori dell’eredità del Signore, ma diventati sinceramente modelli del gregge” (1 Pietro 5,1-4).
Vorrei fare festa con quanti sacerdoti e vescovi, oggi, sono pastori del gregge. Che Dio ci faccia davvero, come Gesù, ‘buoni’, interamente ‘buoni’, tanto amici del gregge da dare tutto di noi, anche la vita, come sanno fare alcuni. E vorrei esortare quanti mi sono vicini a pregare per me e per tutti i pastori, non solo, ma a compatirci nelle debolezze e vivere con noi la passione di Cristo per le anime, a cominciare dai più deboli.

Vi chiedo di pregare con me, per me e per tutti i pastori, con le parole di Madre Teresa di Calcutta:
  • “Signore, quando ho fame, mandami qualcuno che ha bisogno di cibo,
    quando ho sete, mandami qualcuno che ha bisogno di una bevanda
    e quando ho freddo, mandami qualcuno da scaldare.

    Quando ho un dispiacere, offrimi qualcuno da consolare,
    quando la croce diventa pesante, fammi condividere la croce con qualcun altro
    e quando sono povero, guidami da qualcuno nel bisogno.

    Quando non ho tempo, dammi qualcuno che io possa aiutare per qualche momento,
    quando sono umiliato, fa’ che io abbia qualcuno da lodare
    e quando sono scoraggiato, mandami qualcuno da incoraggiare.

    Rendici, Signore, degni di servire i nostri fratelli
    che in tutto il mondo vivono e muoiono poveri e affamati.

    Dà loro, per mezzo del nostro amore comprensivo, pace e gioia!”


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio apr 17, 2008 8:41 am

      • Omelia del giorno 20 Aprile 2008

        V Domenica di Pasqua (Anno A)



        Io sono la Via, la Verità, la Vita
Lo si tocca con mano lo smarrimento, che tanti genitori provano, oggi, di fronte ai figli, che sembrano concepire la vita in modo ben diverso da quella che, forse, si aveva pochi anni fa. Non è tanto lontana la memoria di quando, nelle nostre famiglie, si viveva con semplicità; non si era travolti dai ‘messaggi’ che i mass media donano, invitando ad una vita spesso priva della ‘via’ da seguire, proponendo solo prospettive di ‘mille strade’, che sono, tante volte, proprio il contrario della ‘via della vita’.

Dialogando con i figli ci si rende conto che, spesso, già da adolescenti, prendono le distanze da quanto si credeva il segreto della bellezza della vita, che ha sempre origine da Dio sola fonte della gioia, e quasi impongono mentalità, mode, atteggiamenti, che sembrano uno schiaffo alle nostre radici cristiane.

Un papà, buon testimone di una vita vissuta nella fedeltà, nella bontà e nei valori fondamentali, quelli che nessun uomo può ignorare e cancellare, perché sono le colonne che sostengono la cattedrale della vita, come la dignità, il vero uso della libertà che non è mai licenza o egoismo, ma ben altro, una salda fede in Dio e un sincero e profondo amore alla famiglia, cosi diceva: “Con i miei figli sembra si sia scavato un fosso di incomprensione. Non ci capiamo più. Affermano un loro modo di vedere la vita e tutto il resto, per me inconcepibile. Ed è un’enorme sofferenza. Ma come difendersi da questo mondo, che non ha neppure il rossore della menzogna, e ‘a suo modo’ si pone a paladino della vita? È come l’aria che respiriamo: penetra nelle ossa. Noi abbiamo respirato l’aria pulita della montagna, senza il pericoloso smog che a volte copre l’ambiente: i nostri figli respirano quest’aria di mondo, che è veleno. È la nostra grande sofferenza e non ci resta che proporre ciò che siamo e viviamo da genitori, almeno come contrasto e speranza che, alla fine, in questo clima entrino anche loro”.

Ma a pensarci bene, il mondo è sempre stato un confronto non facile tra la bellezza di Dio vissuta e l’inganno di satana, iniziato nell’Eden. Ed è proprio su questo confronto, a volte drammatico, tra la verità di Dio e la menzogna del mondo, che Pietro invita a confrontarci.
  • “Carissimi - scrive l’Apostolo – stringendovi a Cristo, pietra viva rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo. Onore dunque a voi che credete, ma per gli increduli ‘la pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta pietra angolare, sasso d’inciampo e pietra di scandalo’.
    Loro vi inciampano perché non credono alla parola: a questo sono stati destinati. Ma voi siete ‘la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato, perché proclami le opere meravigliose’ di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce” (1 Pietro 2, 4-9).
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    Mai come oggi, la proposta della fede - accettare Gesù come sola ‘Via, Verità e Vita’ - si è fatto duro e necessario confronto. Forse un tempo, i miei tempi, era più facile trasmettere i valori da parte dei nostri genitori. Oggi non basta più una fede intimamente profonda: occorre una vita testimoniata, che sia quanto meno confronto per una scelta dei figli.

    Tante volte la società si è posta, rubando il posto della famiglia, come ‘maestra di strada’, ‘cattiva maestra’ direbbe Paolo; ha sbandierato la libertà da ogni regola, ossia fare quello che più ci piace, senza neppure chiedersi se è bene o male; a volte questi fragili nostri figli si affidano di più alle mode del ‘branco’, imitandolo in tutto, senza alcun discernimento, e diventano ‘merce di gruppo’, non soggetti liberi. Riferendosi ad una mentalità corrente, Paolo VI, nella solennità dell’Immacolata del 1959, così presentava il pensiero e l’operato dei falsi maestri:
    • “Gli uomini sono buoni in se stessi, lasciateli senza difesa, senza dire niente. Vediamo dove vanno a finire. Lasciateli in balia dei propri istinti e tendenze, - vanno a finire veramente fuori strada e arrivano ad aberrazioni che ci fanno piangere e fremere. Non badano (i cattivi maestri) a cosa si profana, che cosa si distrugge, ai dolori che si seminano, ai delitti che si commettono, a tutti i disegni buoni che non possono essere tessuti per questa irruzione lasciata libera, che i nostri divertimenti, la nostra stampa, i nostri costumi vanno assumendo”.
    La Parola di Gesù, oggi, diventa la divina proposta per tutti della ricerca della ‘via’ della vita. Gesù questo discorso lo ha fatto in un momento estremamente indicativo della sua missione. L’Apostolo Giovanni lo pone all’interno dell’Ultima Cena, quindi in prossimità della Sua passione, che avrebbe sconcertato i ‘Suoi’, che in Lui erano certi di avere trovato la Via.

    Avevano lasciato tutto per seguirLo e, anche se Gesù più volte aveva preannunciato la sua passione, morte e resurrezione, non lo avevano capito. Nei loro ‘sogni’, forse, non era previsto un coinvolgimento nella passione, morte e resurrezione. Non erano ancora pronti a quel salto di qualità, che solo la Pentecoste avrebbe realizzato. Finché si hanno - come amiamo dire - solo i piedi per terra, difficile avere occhi e cuore verso il Cielo, soprattutto quando siamo chiamati a vivere momenti difficili: la nostra passione per la resurrezione. Abbiamo visto che spesso ‘tenere saldi i piedi solo a terra’, si corre il rischio di farsi coinvolgere dagli inganni della terra.

    Gesù, in quella sera di confidenza e amicizia: sera di irrepetibile amore, ieri e oggi, sera della ‘consegna di Lui’, nell’offerta del proprio corpo e sangue – “Prendete e mangiate questo è il mio corpo; prendete e bevete questo è il mio sangue, sparso per voi” - e nella lavanda dei piedi, in un clima che dovremmo conservare sempre, perché sempre ‘quella sera’, se vogliamo si ripete per noi, nel servizio e nell’Eucarestia, Gesù fa una confidenza che giunge a noi ora:
    • “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto: quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi, dove sono io. E del luogo dove vado, voi non conoscete la via. Gli disse Tommaso: Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via? Gli disse Gesù: Io sono la Via, la Verità e la Vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre; fin da ora lo conoscete e lo avete veduto” (Gv 14, 1-12).
    Torna l’irrinunciabile domanda, per tutti: Gesù è davvero la nostra ‘Via, Verità e Vita’ o non abbiamo ancora deciso quale strada dare alla nostra vita? Quale strada dobbiamo indicare ai nostri carissimi, ma fragili adolescenti e giovani di oggi, che sono generosi quando hanno la fortuna o la grazia di ‘vedere la Via’, o sono maledettamente sbandati, quando non sanno quale indirizzo dare alla loro esistenza e non trovano almeno chi lo conosca e lo indichi?

    Eppure, se osserviamo ‘Via, Verità e Vita’ sono come tre inseparabili ‘sorelle’. L’una chiama l’altra. Trovata l’una, troviamo le altre.. Ma smarrita l’una, la Via, non hanno più posto le altre due. Come avviene a tanti, sempre. Abbiamo di fronte la meravigliosa visione di giovani, uomini e donne, che sono testimonianza di serenità perché, anche se con fatica, hanno trovato la vera Via e camminano senza paura, come è stato per Tommaso, ma anche, dall’altra, una massa che vive senza sapere qual è il vero segreto della vita, porta di accesso alla Verità e alla vera Vita. E fanno tanta compassione. Così Benedetto XVI esortava i giovani, a Loreto, durante l’Agorà:
    • “Davanti ai tanti messaggi che vi giungono siate critici. Non andate dietro l’onda prodotta da questa potente azione di persuasione. Non abbiate paura, cari amici, di prendere le vie alternative indicate dall’amore vero. Non abbiate paura di apparire diversi e di venire criticati perciò che può sembrare perdente o fuori moda; i vostri coetanei, ma anche gli adulti e anche quelli che sembrano più lontani dalla mentalità e dai valori del Vangelo, hanno un profondo bisogno di vedere qualcuno che osi vivere secondo la pienezza di umanità, manifestata da Gesù. quella dell’umiltà, cari amici, non è dunque la via della rinuncia, ma del coraggio. Non è l’esito di una sconfitta, ma il risultato di una vittoria dell’amore sull’egoismo e della grazia sul peccato” (Loreto, 2 settembre 2007).
    Vorremmo davvero vivere in modo tale da sentire detto a noi: ‘Vado a prepararvi un posto’. Ai miei cari giovani vorrei dire con amicizia: non abbiate paura di seguire Cristo! Diffidate di quelli che chiamate amici e tali non sono!

    A noi adulti, forse scoraggiati di fronte a tanto abbandono della Via che è Cristo, dico: Siate, per chi vi è vicino, silenziose, ma sicure guide, come lo sono le guide di montagna, sempre davanti a tracciare il sentiero e pronte a darci una mano quando siamo in difficoltà. Prego Maria, ‘la Stella del mattino’, come la pregava don Tonino Bello:
    • “Santa Maria, donna della strada, fa’ che i nostri sentieri siano come lo furono i tuoi: strumento di comunicazione con la gente.

      Donaci , ti preghiamo, il gusto della vita. Facci assaporare l’ebbrezza delle cose.

      Offri risposte materne alle domande di significato circa il nostro interminabile andare.

      Rimettici in cammino, per scorgere sulle sabbie dell’ effimero, le orme dell’ eterno. Restituisci la bellezza della ricerca alla nostra inquietudine a volte di turisti senza meta”.


    Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » ven apr 25, 2008 3:50 pm

      • Omelia del giorno 27 Aprile 2008

        VI Domenica di Pasqua (Anno A)



        Non vi lascio orfani
Possiamo immaginare facilmente la profonda amicizia, che univa tra loro e a Lui, coloro che Gesù ‘aveva scelti’. Senza fiatare Lo avevano seguito. Gesù non era certamente ‘un personaggio’, che si presentava assicurando - umanamente - chissà quale domani o carriera! Forse questa domanda non se l’erano neppure posta. A loro bastava stare con Lui, in continuo pellegrinaggio per la Galilea, la Samaria, la Giudea, predicando il Regno di Dio.

Gesù era ‘povero’ agli occhi della gente, per di più proveniva da una regione poco stimata - la Galilea - al punto da fare dire a chi lo ascoltava: “Cosa può uscire di buono dalla Galilea?”, e inoltre non dava segni di ‘potenza umana’, quella che assicura ‘una carriera’, secondo il nostro piccolo modo di pensare.

Gesù di grande aveva la sua bontà, il suo essere più Dio che uomo, per i grandi miracoli che erano però solo il segno e non il fine della sua missione. Lo seguivano ovunque e con Lui si sentivano al sicuro, nonostante tutto. Non erano più ‘soli’.

Nell’Ultima Cena, durante la quale Gesù apre il suo Cuore con discorsi che, letti oggi, sembra squarcino il Cielo, li chiama ‘amici, e non più servi’, perché ‘vi ho fatto conoscere il Padre’: ossia ora siete davvero nel Cuore del Padre, che vi ama: dona in eredità l’Eucarestia - ‘Prendete e mangiate, questo è il mio corpo, fate questo in memoria di me’ - offre la lezione di come porsi davanti ai fratelli, da ‘servi’ non da sovrani, come spesso capita a noi - ‘lavò loro i piedi’. Quello che colpisce - e riguarda noi, sempre - è come li amava. Dice:
  • “Il mio comandamento è questo: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amico più grande di questo, morire per i propri amici. Voi siete miei amici se fate quello che io comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone. Vi chiamo amici perché vi ho fatto sapere quello che ho udito dal Padre mio. Non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho destinati a portare molto frutto, un frutto duraturo. Allora il Padre vi darà tutto quello che chiederete nel Nome mio. Questo io vi comando: amatevi gli uni gli altri” (Gv 15, 12-18).
In quel cenacolo davvero esplode tutto l’Amore che Dio ha per i Suoi e, quindi, noi, ora, che siamo Suoi per il Battesimo. Chi non avrebbe voluto esserci quella sera? Ma forse non pensiamo che Gesù parlava e parla, con tanta effusione, del Suo Amore a noi, oggi! Eppure Gesù sapeva quello che Lo attendeva da lì a poco, ossia la tragica notte della Sua Passione, che avrebbe provocato tanto smarrimento negli Apostoli, uno smarrimento comune a tutti noi.

Non è certamente cosa da poco trovarsi - tutti noi, poveri uomini - di fronte ai compiti che la vita inevitabilmente ci pone. Ci sono momenti di grande solitudine, a volte creata da chi ci sta attorno, che non si accorge neppure della nostra sofferenza o difficoltà; ci sono quei momenti di ‘angoscia’, perché il ‘sentirsi soli’ nasce dal non capire neppure noi stessi. Sono quelle che chiamiamo ‘crisi’. Quanta gente soffre per questo!

È vero che, a volte, si cerca di evitare questo ‘assordante silenzio dentro di noi’, cercando con il chiasso del mondo di cancellarlo o facendo prevalere la ‘voglia di star bene’, anche se non si sta bene! Ma viene per tutti, in qualunque situazione, l’impatto con il dolore o con la necessità delle scelte o con la durezza del proprio compito. Guardare in faccia la propria croce è da gente forte, da gente di autentica fede e di amore. Farsi prendere dallo spavento della solitudine, dell’abbandono è come gettare le armi, prima di averle prese in mano: è rinunciare a vivere, senza avere risolto alcun problema, lasciando sospeso ciò che non può essere lasciato in sospeso.

È in questi momenti che si cerca, si invoca Chi sappia darci una ragione del nostro smarrimento, in altre parole ci riporti alla gioia della vita, anche se da una croce. Per questo Gesù, quella sera, come gettando lo sguardo avanti, dice ai Suoi, a noi:
  • “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Consolatore, perché rimanga con voi sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché Egli dimora presso di voi e sarà in voi. NON VI LASCERÒ ORFANI, ritornerò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più: VOI invece MI VEDRETE, PERCHÉ IO VIVO E VOI VIVRETE. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me” (Gv 14, 15-21).
Nella tristezza è la grande notizia, per tutti: “NON VI LASCERÒ ORFANI!”

Gesù ha detto queste parole, che saranno sempre una certezza per chi Lo segue, ieri, oggi e sempre; e le dice nel momento più difficile della sua esistenza tra noi, fino a giungere al punto, quasi facendosi voce della nostra paura di essere abbandonati da tutti, di proclamare dalla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 26, 46). Ma Gesù quella sera sembra non tanto preoccupato per sé, ma per i suoi, che sapeva avrebbero conosciuto la profondità della loro debolezza, il grande dolore dell’abbandono, e avrebbero cercato qualcosa che li confortasse. Gesù stesso sarebbe stato consolato dalla presenza di un Angelo, durante la sua agonia nel Getsemani, nel momento in cui sembra potesse nascere anche in Lui la voglia di fuggire dalla crocifissione: “Padre se è possibile, allontana da me questo calice, però non la mia, ma la tua volontà si compia in me”.

È incredibile come Gesù, che ci ha promesso il Consolatore, abbia voluto essere ‘uomo di tutti i tempi’: l’uomo, ogni uomo, che conosce l’abisso della prova e della solitudine. Ma alla fine trionfa il disegno di realizzare il grande disegno di Amore per noi. È la storia della Chiesa, ieri e oggi; la storia di tutti, a volte tentati di abbandonare ogni proposito buono e di fuggire. Ma dove?

È proprio da questa prova che emerge il grande trionfo di Dio e della Chiesa di ogni tempo, anche oggi! Quante volte penso ‘all’agonia’ del mio fondatore, Antonio Rosmini, - che oggi è riconosciuto come ‘beato’ - nel vedersi esiliato, messo a tacere, come fosse un eretico: lui che amava tanto la Chiesa, da fare nulla che non fosse servizio alla Chiesa e chiedendo a noi, suoi discepoli, di essere servi fedeli della Chiesa di Cristo. Furono anni di accuse ingiustificate, di malevolenze inaudite accolte nel silenzio, perché - basta leggere i suoi scritti e conoscere la sua vita - per lui, e per quanti erano con lui, diventavano vere le parole di Gesù: “Vi manderò un Consolatore. Non vi lascerò orfani”.

Impressiona, ripeto, la solitudine in cui tanti vengono a trovarsi nei momenti della prova. Basta guardarci attorno per incontrare volti che sembra chiedano una parola o uno sguardo di conforto: fratelli a cui far sentire che è vero quello che ha detto Gesù e oggi fa dire a noi: ‘Non vi lascerò orfani’.

Non è nemmeno necessario fare chissà che cosa: nella nostra società così dispersiva, abituata a consumare cose e uomini, ciò che si desidera ardentemente è un orecchio disponibile all’ascolto, una mano pronta a sorreggere, soprattutto un cuore che con pazienza, bontà, semplicità faccia risentire, ‘incarnare’, la stupenda promessa di Gesù: ‘Non vi lascerò orfani’.

Lo Spirito di Dio, che soffia su ciascuno di noi, con incommensurabile fantasia, se trova in noi disponibilità, ci aiuterà a ‘incarnare’ il modo giusto, le parole adatte, a consolare. Tornano di conforto le parole che Pietro scriveva:
  • “Carissimi, adorate il Signore Cristo nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta. È meglio, infatti, se così Dio vuole, soffrire operando il bene, che facendo il male. Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurci a Dio: messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito” (1 Pietro 3, 15-18).
Preghiamo anche noi:
  • "Padre mio, a Te mi abbandono, fa’ di me ciò che ti piace:

    qualsiasi cosa Tu faccia di me, io Ti ringrazio.

    Sono pronto a tutto, purché la Tua volontà

    sia fatta in me e in tutte le creature.

    Non desidero altro, mio Dio.

    Rimetto la mia anima nelle Tue mani,

    te la dono, mio Dio, con tutto l’amore del mio cuore, perché Ti amo.

    Ed è per me una necessità di amore il donarmi

    e rimettermi nelle Tue mani, senza misura e con infinita fiducia,

    perché Tu sei mio Padre”.

    (Charles de Foucauld)


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio mag 01, 2008 9:11 pm

      • Omelia del giorno 4 Maggio 2008

        Ascensione del Signore (Anno A)



        Gesù ascende al Cielo
Che Gesù, il Maestro, la grande Speranza che aveva attirato tanta gente nel suo breve viaggio tra la gente, avesse definitivamente spazzato via l’angoscia o il senso di fallimento di chi aveva accettato di seguirLo, facendo di Lui la sola Via, Verità e Vita, perché era RISORTO e, quindi, meravigliosamente VIVO, aveva suscitato nei Suoi stupore e gioia grande. Abbiamo letto, nella Domenica di Pasqua, come Gesù ‘andava e veniva’, nei modi più strepitosi, sempre sorprendendo i Suoi.

Come dimenticare la gioia di Maria Maddalena, che se Lo vide davanti, si sentì chiamata per nome, e di colpo fu spazzata via l’angoscia, che qualcuno l’avesse in qualche modo ‘rubato’? O lo stupore dei due discepoli di Emmaus, in preda allo sconforto e fuggitivi, che, ad un tratto, si vedono vicino uno che sembra un pellegrino come loro e si interessa ai motivi della loro tristezza e, nel viaggio di fuga, come sconfitti nella speranza, diventa una compagnia che desiderano prolungare “perché si fa sera” e poi...l’immensa gioia nel riconoscerLo “nello spezzare il pane”? O la meraviglia dei discepoli nascosti per paura, che se Lo vedono apparire in carne e ossa, salutandoli: “Pace a voi!”‘ e a Tommaso, che non ci voleva credere: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani” con quell’annuncio, che è per noi: “Perché, Tommaso, mi hai veduto, hai creduto; ma beati coloro che pur non avendo visto crederanno”?

Ed infine la sicura promessa: “Non vi lascerò orfani”.

Si rimane commossi di fronte a tanta bontà di Gesù, che li prepara alla grande missione, che avrebbero poi dovuto compiere nel mondo, dopo la Pentecoste: è una cura ‘materna’ quella di Gesù per i Suoi, per rafforzarli nella fede. Conosce la loro - nostra - debolezza umana messa alla prova nella Sua passione, crocifissione, morte e sepoltura. Vuole quasi svegliarli alla ragione della Sua presenza tra di noi: al significato vero e profondo di quanto aveva compiuto per noi. Sembra la storia di tanti di noi, magari con tanta fede e gioia nel seguire Gesù, ma forse attendendo inconsciamente da Lui ‘solo’ quello che attendevano gli Apostoli, ossia un benessere ‘qui’.

Così si sfoga con me una cara persona che segue le nostre riflessioni: “Ci sono momenti in cui sembra che si sia fatto tanto buio nella mia vita e ho l’impressione che Dio si sia nascosto, non esista per nulla e tutto sia stato un gioco di fantasia. Sono momenti di grande vuoto di anima, come quando ci si trova di fronte ad un fallimento totale. È dura la sensazione dell’assenza di Dio. Grande la tentazione di non credere più in Lui”. Tutti, credo, possono in certi periodi di crisi sperimentare questa ‘assenza’ di Dio, che poi ‘riappare’ di nuovo, superata la prova.

Gesù ha detto, prima di tornare al Cielo: “Non vi lascerò orfani”. Ed è così.

Oggi la Chiesa ci invita a fare festa per l’Ascensione di Gesù al Cielo. Giovanni, testimone di questo divino evento, così racconta negli Atti degli Apostoli quel giorno:
  • “Gesù si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del Regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre, quella che avete udita da me: Giovanni fu battezzato in acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni. Così, venutisi a trovare insieme, gli domandarono: Signore è questo il tempo in cui ricostruirai il regno di Israele? Ma egli rispose: Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni in Gerusalemme, nella Giudea e in Samaria, fino agli estremi confini della terra. Detto questo fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube Lo sottrasse alloro sguardo. E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono loro e dissero: Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Gesù, che è stato tra voi assunto in cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (At 1, 1-11).
Ora i suoi discepoli sanno che Gesù è vivo - c’è! - non più sottomesso alla miseria della nostra natura umana; c’è, non distante da noi, ma accanto a noi, di più, in noi, non in forma provvisoria, ma per sempre, nella pienezza della Sua potenza, pronto a comunicare tale divina potenza a chi crede in Lui. E, ancora di più, ora gli Apostoli sanno che le porte del Cielo sono aperte anche per loro: “Vado a prepararvi un posto”. Quella è la dimora, la vera dimora verso cui dirigere i nostri passi, senza più cedere alle inevitabili prove o incertezze, che sono il bagaglio della nostra debolezza umana.

L’importante sarà - è - tenere fisso lo sguardo verso l’alto, per vedere tutto alla luce che da lassù viene, per vivere ogni momento della nostra quotidianità come se già si appartenesse all’Alto: già “cittadini del cielo” sentendo nel fondo dell’anima che il Cielo di Dio è già, in qualche modo, in noi, poiché Gesù ‘abita’ in noi! Dice S. Paolo, scrivendo agli Efesini:
  • “Possa Dio illuminare gli occhi della vostra anima per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità tra i santi e quale è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti, secondo l’efficacia della sua forza che Egli manifestò in Cristo, quando Lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni principato e potestà, potenza e dominazione, e di ogni altro nome che si possa nominare non solo nel secolo presente, ma anche in quello futuro” (Ef l,17-23).
La storia degli Apostoli è la nostra storia. Se non altro perché da quel giorno, su ordine preciso di Gesù, l’hanno tramandata fino a noi come la sola Buona Novella da sperare e vivere.

Il difficile - ma è la somma sapienza cristiana - è adesso vivere con gli occhi continuamente fissi in Alto, senza avere la testa tra le nuvole, ma con piedi piantati a terra, luogo del nostro pellegrinaggio. Nessuno, cioè, vuole nascondersi i rischi, le paure o i doveri, che ci prendono tutti, camminando su questa terra, soprattutto le velenose insidie, che ci vengono dalla nostra superbia, che ci acceca e impedisce di vedere la bellezza del Cielo aperto su di noi.

È necessario corazzarsi di una robusta fede, soprattutto non distogliere mai gli occhi dal Cielo che dà sempre una risposta alle nostre incertezze e debolezze. Dio non lascia solo nessuno. Dovremmo abituarci a vivere quotidianamente come facevano i nostri primi fratelli nella fede: quando si radunavano per ascoltare la Parola o celebrare l’Eucarestia, lasciavano sempre un posto libero, il più bello: il posto riservato a Gesù.

Questo significa forse disinteressarsi della storia, che è il quotidiano, in cui dovremmo essere ‘sale e luce della terra’? Risponde Paolo VI:
  • “Colui che porta nel cuore la speranza cristiana, acquista particolari attitudini anche per occuparsi delle cose di questo mondo. Proteso a quelle del cielo, rispetta l’ordine che è proprio a quelle della terra, e appunto perché non riconosce in esse il suo ultimo fine, è più di ogni altro disposto a riconoscere al regno di questo mondo la competenza, la legge, l’autorità, il prestigio che gli spettano. Ma sfugge allo spirito totalitario che è proprio di chi non ha speranza oltre questo mondo. Viviamo perciò la speranza che Gesù, salendo al cielo, ha dischiuso nell’anima: essa è il miglior senso di questa vita presente; ci libererà dall’incombente ossessione del materialismo organizzato. Ci insegnerà a sopportare e a santificare i dolori del nostro viaggio terreno; ci infonderà premura e amore per beneficare i nostri fratelli; ci conserverà nella libertà di spirito che l’orizzonte puramente temporale tenta di soffocare; ci ammonirà finalmente a considerare questo nostro soggiorno terreno come una vigilia laboriosa e amorosa, sostenuta dalla preghiera che vince il sonno della materia e della morte, in attesa dell’incontro e del ritorno a Lui, che è la nostra vita” (15 maggio 1958).
Così il poeta Mario Luzi scriveva in Nostalgia di Te:
  • “Padre mio, mi sono affezionato alla terra quanto non avrei creduto.

    È bella e terribile la terra. Io ci sono nato quasi di nascosto.

    Ci sono cresciuto e fatto adulto in un suo angolo quieto tra gente amabile ed esecrabile.

    È solo una stazione per il figlio Tuo, la terra,

    ma mi addolora lasciarla e perfino questi uomini

    le loro occupazioni, mi dà pena abbandonare.

    Il cuore umano è pieno di contraddizioni,

    ma neppure un istante mi sono allontanato da Te.

    Ti ho portato perfino dove sembrava

    che Tu non fossi o avessi dimenticato di essere stato.

    La vita sulla terra è dolorosa, ma è anche gioiosa.

    Sono stato troppo uomo tra gli uomini oppure troppo poco?

    Il terrestre l’ho fatto troppo mio o l’ho rifuggito?

    La nostalgia di Te è stata continua e forte e tra non molto saremo ricongiunti nella sede eterna.

    Padre non giudicarlo questo mio parlarti umano quasi delirante

    accoglilo come un desiderio di amore e non guardare alla sua insensatezza.

    Sono venuto sulla terra per fare la Tua volontà, eppure talvolta l’ho discussa.

    Sii indulgente con la mia debolezza, te ne prego.

    Quando saremo in cielo ricongiunti, sarà stata una prova grande

    ed essa si perde nella memoria dell’eternità”.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio mag 08, 2008 9:46 am

      • Omelia del giorno 11 Maggio 2008

        Pentecoste (Anno A)



        Pentecoste: “Grande ora è questa”!
Oggi è la “grande ora”, che potremmo definire “Natale” della Chiesa.

Sembra di assistere al racconto biblico della creazione dell’uomo, quando Dio, dopo aver composto con il fango questo incredibile frutto del suo immenso amore, che siamo noi, ci ha resi partecipi della sua stessa vita divina, infondendoci il Suo Spirito.

L’uomo non poteva e non doveva essere solo. Da solo l’uomo non può capire né amare la vita. Ha bisogno dell’Altro per amare e sentirsi amato. Lo dice espressamente Gesù: “Senza di me non potete far nulla. Io sono la vite e voi i tralci”. E per dare un’immagine quasi visibile, che sia comprensibile, ci definisce “dimora”, ossia “casa”, in cui sceglie di abitare lo Spirito Santo.

Così lo Spirito Santo diventa “anima della nostra stessa vita”. Lo straordinario evento divino della discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli, che diventano così Chiesa - e con loro i discepoli di tutti i tempi e noi oggi - è raccontato negli Atti degli Apostoli:
  • “Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro ed essi furono pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare nella propria lingua. Erano stupefatti e fuori di sé per lo stupore dicevano: Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com’è che li sentiamo parlare la nostra lingua nativa?” (At. 2, 1-11)
Ed immediatamente, “come nati da nuova creazione”, agli Apostoli, di cui conosciamo la grande debolezza nel momento della prova, si evidenzia il senso profondo di quello che era accaduto a Gesù, - confermati da Lui, che era veramente il Figlio di Dio - e questa consapevolezza si accompagna ad una straordinaria potenza, loro sconosciuta, che li porta a proclamarLo con coraggio nelle stesse piazze da cui, pochi giorni prima, erano fuggiti per paura.

Davvero erano diventati “altra cosa”, di grande potenza, fino al martirio. Ormai erano diventati “casa dello Spirito”: le loro voci, le loro parole erano voci e parole dello Spirito. Le loro mani, mani dello Spirito, che sapeva compiere prodigi per confermare quanto la voce proclamava. Ed in breve “tutta la terra risuonò” delle opere dello Spirito Santo. In loro la Chiesa - che allora nasceva e che ora siamo noi - non si muoveva più come povertà dell’uomo, incapace di “fare di un capello bianco un capello nero”, ma come forza e potenza di Dio.

E la Pentecoste non è un evento che si ferma agli Apostoli, ma è ed opera sempre in chi vive la Chiesa. Davanti a tutte le inutili chiacchiere degli uomini, che parlano senza contenuti di speranza e di verità, come non fossero ancora toccati dalla forza dello Spirito, la Chiesa, nata dalla Pentecoste, sempre ha saputo e sa raccontare i grandi prodigi che lo Spirito compie: incredibili e meravigliosi prodigi in ogni angolo della terra, che si compiono sotto i nostri occhi e cancellano la miseria dell’uomo, per fare spazio alle grandi opere che lo Spirito nell’uomo può compiere.

È davvero, questo giorno, la nostra festa: la solennità della Chiesa. Così cantava Paolo VI:
  • “Grande ora è Questa, che offre ai fedeli la sorte di concepire la vita cattolica come una dignità e una fortuna, come una nobiltà e una vocazione.

    Grande ora è questa, che sveglia la coscienza cristiana dall’ assopimento consuetudinario, in cui, per moltissimi, è caduta e la illumina a nuovi doveri e diritti.

    Grande ora è questa, che non ammette che uno possa dirsi cristiano e conduca una vita moralmente molle e mediocre, isolata ed egoista, caratterizzata solo da qualche precetto religioso e non piuttosto trasfigurata dalla volontà positiva, a volte eroica, umile e tenace sempre, di vivere la propria fede in pienezza di convinzioni e di propositi.

    Grande ora è questa che bandisce dal popolo cristiano il senso della timidezza e della paura, il demone della discordia e dell’individualismo, la viltà degli interessi temporali soverchianti quelli spirituali.

    Grande ora è questa, che fa dei bambini perfino, dei giovani, delle donne, degli uomini di pensiero, degli infermi, schiere di anime vive e ardenti per un messianismo non fantastico, non illusorio del Regno di Dio.

    Grande ora è questa, in cui la Pentecoste invade di Spirito Santo il Corpo mistico di Cristo e gli dà un rinato senso profetico, secondo l’annuncio dell’apostolo Pietro, nella prima predica cristiana che l’umanità ascoltava: ‘Profeteranno i vostri figli e le vostre figlie, i giovani vedranno visioni, i vecchi sogneranno sogni. E sui miei servi e le mie ancelle, in quei giorni, effonderò il mio Spirito e profeteranno. (At. 2, 17-18)”.
E nello stesso discorso il grande Papa affermava:
  • Benché dopo la resurrezione Gesù Cristo si è fatto invisibile ai nostri occhi, nondimeno sentiamo che Egli vive con noi, perché sentiamo il suo respiro. Chiamo respiro di Gesù Cristo l’effusione dello Spirito Santo e la prima volta che il genere umano sentì questo potente respiro fu il giorno di Pentecoste”. (Discorso 1957)
Paolo VI sapeva molto bene ‘profetizzare’ l’evento della Pentecoste che - ieri, oggi e sempre - è lo Spirito Santo che opera in noi in modo meraviglioso e potente. Quante volte, vedendo o udendo cristiani, vescovi, sacerdoti, laici, le nostre stesse mamme, abbiamo esclamato: “E’ davvero ispirato!”, ossia possiede “il respiro dello Spirito”. Chi di noi non ha fatto esperienza, se davvero viviamo la fede in modo vero, della Presenza e Forza dello Spirito che ci ha “suggerito” parole che venivano da “un Altro”, o ci ha fatto scoprire in noi un coraggio nell’affrontare certe prove, che superavano la nostra naturale debolezza...e noi stessi ci siamo meravigliati?

È una Presenza, un Respiro che mai mancherà in noi, nella Chiesa, fino alla fine dei tempi. Lo Spirito Santo “dimora” in chi Lui sceglie e chiama nel tempo, e questi discepoli diventano, se docili strumenti nelle sue mani, la divina “penna” che tra le dita di Dio scrive, anche oggi, la salvezza dell’umanità.

Basta per un istante gettare lo sguardo su tanti che sono stati o sono tra noi e hanno stupito per le opere compiute: Chiara Lubich, di recente ritornata a Dio; don Oreste Benzi, Papa Giovanni Paolo II e tantissimi altri: davvero possiamo dire che la Chiesa è una continua Pentecoste, anche oggi!

Quante volte viene da esclamare: “Del tuo Spirito, Signore, è piena la terra!”. A mio parere, mai come oggi, tutto il mondo guarda alla Chiesa che sa parlare - come fosse tornata in possesso di tutte le lingue - a tutti gli uomini, che cercano e sperano di trovare la verità della vita e la forza per viverla.

Quante volte la Chiesa, tramite i suoi ministri, ha posato le sue mani sulla nostra testa per invocare la discesa dello Spirito Santo! Basterebbe ricordare la nostra Pentecoste, quando il vescovo ci ha amministrato il sacramento della Confermazione o Cresima, ponendo le sue mani sulla nostra testa e ungendoci la fronte con il Sacro Crisma.

In quel momento lo Spirito Santo è disceso con i Suoi Doni, rendendoci abili ad una vita santa, non solo, ma per essere apostoli del Suo Amore. Dice san Paolo oggi:
  • “Nessuno può dire Gesù è il Signore, se non sotto l’azione dello Spirito Santo. Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti, e a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune”. (1 Cor. 12,3-7)
Che stupore anche solo sapere che ognuno di noi ha un “dono particolare”, ossia una capacità che può diventare manifestazione della potenza dello Spirito! Ma che responsabilità!

Così la Pentecoste diventa come un grande fiume che, scendendo a valle, si divide in tanti rigagnoli, che poi vanno ad irrigare la campagna, che così torna a vivere. E questi rigagnoli siamo noi, che abbiamo ricevuto lo Spirito nella Cresima.

Vivere la nostra fede, soprattutto vivere la pienezza della carità, con l’esercizio dei carismi datici dallo Spirito, è alimentare il torrente di grazie sull’umanità. Cantiamo con la Chiesa, oggi:
  • “Vieni Santo Spirito, manda a noi dal cielo un raggio della tua Luce.

    Vieni Padre dei poveri, vieni Datore dei Doni, vieni Luce dei cuori.

    Consolatore perfetto, Ospite dolce dell’anima, dolcissimo Sollievo.

    Nella fatica riposo, nella calura riparo, nel pianto conforto.

    O Luce beatissima, invadi nell’intimo il cuore dei tuoi fedeli.

    Senza la tua Forza nulla è nell’uomo, nulla senza colpa.

    Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina.

    Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato.

    Dona ai tuoi fedeli, che solo in Te confidano, i Tuoi santi Doni.

    Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna”.


Antonio Riboldi – Vescovo –

Internet: www.vescovoriboldi.it

E-mail: riboldi@tin.it
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miriam bolfissimo
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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2007/2008

Messaggio da miriam bolfissimo » gio mag 15, 2008 8:54 am

      • Omelia del giorno 18 Maggio 2008

        Santissima Trinità (Anno A)



        Solennità della Santissima Trinità
C’era una volta nelle nostre famiglie - e sono sicuro c’è ancora in tante - all’inizio di ogni giornata o di ogni azione, compresa quella di mettersi a tavola, un segno della nostra fede, che voleva dedicare ciò che si faceva a Colui da cui tutto proviene, a cui tutto dovrebbe essere indirizzato: era il segno della croce. Con un semplice gesto della mano, che traccia sul corpo della persona, a partire dalla fronte fino al cuore, una croce, si ricorda il Mistero pasquale di Gesù e, con le essenziali parole che accompagnano il gesto, non solo si fa una solenne professione di fede - la fede a cui ci gloriamo di appartenere - ma si dà un senso altissimo alla nostra vita, nella sua quotidianità. Erano i nostri genitori, soprattutto la mamma, a guidare i movimenti delle nostre manine, ancora inesperte, nel fare il segno della croce, dicendo loro stesse, al nostro posto: “Nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Poi si aggiungeva la lode: “Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo”.

La Chiesa sempre inizia la celebrazione del solenne Mistero di amore, che è la Santa Messa, con le parole: “La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo sia con tutti noi”. Poi confermiamo la nostra fede nel Credo, che è un breve racconto di quanto Dio ha operato per amore di ciascuno di noi, dal Padre che ci ha creati, a Gesù, il Figlio donato - e che immenso dono! - che ci ha riscattati e lo Spirito Santo che, effuso in noi nella Cresima, ci sostiene nel nostro cammino di fede. Ed è come dipingere dei colori del cielo: la storia dell’uomo, dal nostro concepimento fino all’eternità.

Forse non siamo abituati o educati a vedere e credere nella nostra vita come la storia di un grande Amore, che viene proprio dall’opera della Trinità, presente ed operante oggi in noi. Se potessimo, per un solo istante, contemplare il complesso ricamo di Amore del Padre, l’opera di Gesù, sempre in noi e con noi, e ‘il fuoco’ dello Spirito, che è in ogni aspetto della nostra giornata, moriremmo di gioia, come quando un artista contempla il dettaglio di un’opera d’arte.

Ed è proprio così: io, tu, agli occhi di quanti ci sono vicini o incontriamo, a volte siamo meno di niente. E non ci scandalizziamo per questo, abituati come siamo a valutare tutto fermandoci alle apparenze, ossia a ciò che ‘luccica’ e che non è mai la nostra verità e bellezza.

Bisognerebbe invece essere capaci di contemplare ‘le meraviglie’, che Dio dona ed opera nella nostra storia personale; meraviglie a volte oscurate da orribili debolezze, ma sempre affiancate dalla misericordia di Dio, pronto a cancellarle per mettere al loro posto il colore dell’Amore che perdona. Così la Sacra Scrittura racconta la Presenza di Dio fra noi ed in noi:
  • “In quei giorni, Mosè si alzò di buon mattino e salì sul Monte Sinai, come il Signore gli aveva ordinato, con le due tavole di pietra in mano. Allora il Signore scese nella nube, si fermò là, presso di lui, e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà. Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. Disse: Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, mio Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità” (Es 34,4-9).
E come a confermare quanto il Padre aveva detto a Mosè, l’apostolo Giovanni così dichiara:
  • “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di Lui. Chi crede in Lui non è condannato, ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel Nome dell’Unigenito Figlio di Dio”. (Gv 3, 16-18).
C’è in questa Parola tutto l’amore con cui Dio s’impegna per noi, ma anche il segno della nostra incapacità di scorgerlo, con la conseguenza di sentirci terribilmente vuoti di amore. Diceva Paolo VI - cui mi riferisco spesso come a un grande maestro della fede –
  • “Ma qui, figli carissimi, - figli della luce, tutti vi vogliamo chiamare, figli del giorno non della notte e delle tenebre, come dice S. Paolo (l Ts. 5,7) - una verità fondamentale è da ricordare: Dio è nascosto, come dice Isaia (45, 15). Molti segni, molti stimoli ci parlano e ci conducono alle soglie della Sua ineffabile realtà, ma è pur vero che noi, in questa vita presente, li vediamo di riflesso, nel mistero: la conoscenza razionale che possiamo avere di Dio è per la via della dimostrazione, il che comporta una disciplina semplice, ma rigorosa di pensiero e non lo raggiunge che negando i miti e sublimando le nozioni di perfezioni create che a Lui possiamo applicare; quella poi per fede è più piena, più sicura, più viva, ma ancora priva della visione diretta e beatificante che un giorno speriamo di avere nella Sua beatificante Verità. Dio tace, dice la letteratura moderna; tace al nostro orecchio, ma per farsi cercare e ascoltare per altri mezzi. E allora un primo dovere ci coglie, quello di godere della conoscenza che già abbiamo di Dio, e un secondo, quello di cercarLo, di cercarLo appassionatamente, dolcemente, come quando Egli si lascia incontrare. È questo il senso profondo della nostra vita presente: una vigilia che spia e attende la Sua luce. Dio non è un’invenzione, è una felice scoperta” (Novembre 1968).
Un giorno ho incontrato giovani appartenenti a fedi orientali, che portavano in fronte un punto ben visibile. In un primo tempo ho pensato che proprio quel punto, al centro della fronte (parte nobile dell’uomo) fosse una delle tante eccentricità del nostro tempo. La spiegazione che mi dettero mi stupì: “Questo - mi dissero - è il segno che noi siamo di Dio. Con questo punto noi invitiamo noi stessi al rispetto della nostra vita, del nostro corpo, per questa presenza di Dio. Ma invitiamo nello stesso tempo tutti gli altri che incontriamo a ricordarsi chi davvero siamo e, di conseguenza, ad avere massimo rispetto non tanto dell’uomo, quanto di Dio che ha preso possesso di noi”.

Era certamente il senso che dava mia mamma, e chissà quante di voi, ogni volta che, fin da piccoli, ci invitava o accompagnava nel fare il segno della croce, come a ricordarci sempre che ‘siamo figli di Dio’ e così ci ricordiamo che Dio è vicino a noi, sempre. Ogni volta vado in macchina, l’autista che mi accompagna si fa il segno di croce prima di accendere il motore. Gli chiesi una volta la ragione. “Non c’è guida più sicura in macchina o nella vita che mettersi nelle mani di Dio e io Glielo ricordo con il segno della croce”. Scriveva il caro vescovo Tonino Bello:
  • “La nostra Chiesa, essendo icona della Trinità, deve essere per chi la guarda occasione di incontro personale con il Padre, con il Figlio e con lo Spirito Santo, viventi nella comunione. Anzi, uno più guarda la Chiesa più deve essere ricondotto al Mistero Trinitario, con il desiderio di viverne le conseguenze. La ragione d’essere della Chiesa è tutta qui.

    Intanto, essendo icona, deve mostrarsi come immagine della Trinità. Deve viverne la logica della comunione, la quale, anche se insidiata dalle contraddizioni e dal peccato, costituisce il ‘filo rosso’ che deve attraversare tutto il suo impegno.

    In secondo luogo, della Trinità, la Chiesa non deve essere un’immagine neutra da incorniciare perché faccia da soprammobile, ma un’immagine provocante, che provoca cioè il mondo alla comunione. Infine la Chiesa deve essere anticipo della tavola promessa. Luogo cioè dove si sperimenta, nei segni, la comunione trinitaria cui siamo chiamati a partecipare, in modo definitivo e completo, alla fine dei tempi. Se la Trinità è tavola promessa per tutto il genere umano, la Chiesa ne fa pregustare le vivande.

    Questo è il segno della celebre espressione del Concilio quando parla della Chiesa come sacramento o ‘segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano’.

    Tra la Trinità e il mondo quindi c’è la Chiesa”.
Con Madre Teresa di Calcutta preghiamo:
  • “O Dio noi crediamo che Tu sei qui. Noi Ti crediamo e Ti amiamo con tutto il cuore e con tutta l’anima, perché sei degno del nostro amore. Noi desideriamo amarTi come i beati fanno in Cielo, noi adoriamo tutti i disegni della Tua Provvidenza. O Gesù, unico Amore del mio cuore, desidero soffrire qualsiasi cosa io soffro e tutto quanto Tu vorrai che io soffra, solamente per amore. Non per i meriti che posso acquisire, ma solo per piacere a Te e lodare Te”.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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