Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Omelie di Monsignor Antonio Riboldi e altri commenti alla Parola, a cura di miriam bolfissimo

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » gio giu 07, 2007 9:14 am

      • Omelia del giorno 10 Giugno 2007

        Santissimo Corpo e Sangue di Cristo (Anno C)



        Eucaristia: l’immenso dono di Dio
Se c’è qualcosa che non ha limiti, nel dono e nel tempo, è l’amore: nel dono, quando si fa dono totale della vita, fino a diventare ‘pane della vita’, e nel tempo, perché non conosce limiti.

E questo amore è l’Eucarestia.

Oggi la Chiesa nella solennità del Corpus Domini (Corpo del Signore) ci invita ad entrare in questo ‘mistero della fede’, che il sacerdote, ogni volta celebra la Messa così sintetizza, con le ineffabili parole di Gesù in cui si compie il grande dono di Sé: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo. Prendete e bevete questo è il calice del mio sangue. Fate questo in memoria di Me”.

“Mistero della fede”, l’assemblea proclama, e “Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua resurrezione, nell’attesa della tua venuta”. Sono più di 60 anni che, ogni giorno, celebro l’Eucarestia, ed ogni volta, quando pronuncio, nel Nome e con la potenza dell’Amore di Gesù, queste parole, davanti all’immenso miracolo dell’amore donato, provo la commozione di ‘essere Cristo che si dona tutto’.

E, per me, ve lo confesso candidamente, ogni giorno non avrebbe senso senza l’Eucarestia, come fossero mie le parole dei martiri di Abitene: “Senza domenica (Eucaristia) non possiamo vivere”. Ma lascio la parola al grande servo di Dio, Giovanni Paolo II, un innamorato dell’Eucarestia, che così scriveva nella sua enciclica ‘Chiesa ed Eucarestia’:
  • “Quando penso all’Eucarestia, guardando alla mia vita di sacerdote, di vescovo, di successore di Pietro, mi viene spontaneo ricordare i tanti momenti e i tanti luoghi in cui mi è successo di celebrarla. Ricordo la Chiesa di Niegowic, dove svolsi il mio primo incarico pastorale, la collegiata di San Fiorenzo a Cracovia, la cattedrale di Wawel, la basilica di San Pietro e le tante basiliche e chiese di Roma e del mondo intero. Ho potuto celebrare la Santa Messa in cappelle poste sui sentieri di montagna, sulle sponde di laghi, sulle rive dei mari, l’ho celebrata in altari costruiti negli stadi, nelle piazze delle città. Questo scenario così variegato, delle mie celebrazioni eucaristiche, me ne fa sperimentare fortemente il carattere universale e, per così dire, cosmico. Sì, cosmico. Perché quando viene celebrata sul piccolo altare di campagna, l’Eucarestia è sempre celebrata, in un certo senso, sull’altare del mondo. Essa unisce il cielo e la terra. Comprende e pervade tutto il creato. Il Figlio di Dio si è fatto uomo, per restituire tutto il creato, in un supremo atto di lode, a Colui che lo ha fatto dal nulla. E così Lui, il sommo ed eterno sacerdote, entrando mediante il sangue della sua croce nel santuario eterno, restituisce al Creatore e Padre tutta la creazione redenta. Lo fa mediante il mistero sacerdotale della Chiesa, a gloria della Trinità Santissima. Davvero è questo, il misterium fidei, che si celebra nell’Eucarestia; il mondo, uscito dalle mani di Dio creatore, torna a Lui, redento da Cristo” (n. 8).
In queste semplici espressioni, Giovanni Paolo II manifesta tutta la sua meraviglia e gioia per il dono di Gesù nella S. Messa e la Chiesa, nella solennità del Corpus Domini, ci ripresenta, come fosse ‘oggi’, il grande mistero della fede. Così racconta Luca:
  • “Quando venne l’ora per la cena pasquale, Gesù si mise a tavola con i suoi apostoli. Poi disse loro: Ho tanto desiderato fare questa cena pasquale con voi prima di soffrire. Poi prese un calice, ringraziò Dio e disse: Prendete questo calice e fatelo passare tra di voi. Vi assicuro che da questo momento non berrò più vino fino a quando non verrà il regno di Dio. Poi prese il pane, fece la preghiera di ringraziamento, spezzò il pane, lo diede ai suoi discepoli e disse: Questo è il mio corpo che viene offerto per voi. Fate questo in memoria di Me” (Lc 22, 16).
Noi uomini, deboli e quasi impotenti ad abbracciare la grandezza dell’ Amore, che non ha limiti nel dono e nella felicità, facciamo difficoltà ad entrare in quello che, invece, dovrebbe farci sussultare di gioia…perché più amati di così si muore...e più felici di così, davvero non si può essere!

Il solo pensare che, nella S. Messa, cui partecipiamo, siamo come i Dodici seduti attorno a Gesù e che, a noi, Gesù fa la stessa offerta, lo stesso Dono, reale e vero, tramite il sacerdote, che in quel momento è Cristo, dovrebbe farci dire: “Signore, dacci sempre questo pane!”. Ma è così?

Credo che non si possa gustare la solennità del Corpus Domini, senza, con sincerità, interpellarsi su cosa significhi per noi la Messa. Dovrebbe essere, almeno la domenica, il grande momento dell’incontro con Gesù che, con noi, ‘desidera cenare, dandoci il Suo Corpo e Sangue’. Fa davvero impressione come troppi di noi abbiamo perso questo stupendo momento di indicibile gioia. Una gioia che non traspare, tante volte, neppure in chi partecipa alla Messa.

Il momento della Comunione, quando il celebrante, accostandoci all’altare, ci offre il ‘Corpo di Cristo’, dovrebbe essere un evento di pace, di completezza, unito alla consapevolezza che, con Gesù, divenuto ‘Pane della nostra vita, così fragile’, siamo diventati, tutti, ‘un solo corpo’, al punto che l’assemblea dovrebbe gustare la gioia di essere, in Lui, con tutti, una comunità che si ama.

I Padri, tante volte, ricordavano e ricordano a noi che ogni ostia è fatta di tanti minuscoli grani, che, insieme, diventano una cosa sola. Se capissimo il grande dono dell’Eucarestia, Gesù che si fa vita della nostra vita, e con Lui non siamo più soli, ma partecipiamo alla divinità di Dio, dovremmo dire, come la samaritana al pozzo: “Signore dammi sempre di quest’acqua”. Ci sono persone, anziani e giovani, che ogni giorno iniziano la giornata con la S. Comunione.

“La vita - diceva un grande uomo - prende tutto un altro tono, come se insieme a Gesù fatto ‘mia carne’, avessi attinto un raggio della gioia celeste. Tutto il resto, dal lavoro, alla vita in famiglia, all’incontro con i fratelli, diventa ‘dono di Gesù’, come volessi comunicare Cristo che è in me”. Ma, forse, si ripete in tanti quello che avvenne nel momento in cui Gesù annunciò ai suoi discepoli il grande mistero dell’Eucarestia.
  • “Io sono il pane, quello vero, venuto dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà per sempre. I1 pane che io gli darò è il mio corpo, dato perché il mondo abbia la vita. Gli avversari di Gesù si misero a discutere tra di loro. Dicevano: Come può darci il suo corpo da mangiare? Gesù replicò: Io vi dichiaro una cosa: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete del suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane unito a me e io a lui. Molti discepoli, sentendo Gesù parlare così dissero: Adesso esagera! Chi può ascoltare simili cose? Da quel momento molti discepoli di Gesù si tirarono indietro e non andavano più da Lui. Allora Gesù domandò ai Dodici: Forse volete andarvene anche voi? Rispose Simon Pietro: Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna. E ora noi sappiamo e crediamo che Tu sei quello che Dio ha mandato” (Gv 6, 10-30).
Deve essere stata profonda l’amarezza di Gesù, nel vedersi incompreso e quindi rifiutato, abbandonato, nel momento in cui dichiarava fino a che punto si spingeva il suo amore per noi, per me, per voi. Era un respingere la stessa vita, la gioia, l’amore. Lo sa bene, chi di noi ha offerto il suo amore totale a qualcuno, ma non è stato capito o, peggio ancora, è stato respinto, abbandonato. È la più grave e profonda ferita del cuore.

Purtroppo, e lo dico con tanta amarezza, vedo disertare la Messa festiva da tanti, che, così, chiudono ogni spazio a Gesù che vuole donarsi, preferendo occupare il tempo nel divertimento, come se Dio non ci fosse. Ma ci può essere vera festa senza ‘la festa dell’Eucarestia’, origine di ogni vera festa dell’uomo? Quanto aveva ragione mamma, quando mi esortava ad iniziare la giornata con la S. Comunione. Tornando la vedevo sulla porta di casa con in mano la mia piccola cartella per la scuola e nell’altra solo un pezzetto di pane: “Antonio, meglio una buona comunione che una colazione”.

E allora, carissimi, facciamo festa, oggi, ma una festa senza fine, come è quella di accogliere l’Eucarestia, ‘vera gioia del cuore’. Farsi amare da Dio così è dare alla vita quella serenità che diventa poi contagiosa per quanti incontriamo e in quello che facciamo. Solo così si dà senso alle grandi processioni in onore di Gesù che passa vicino alle nostre case.

Con la Chiesa preghiamo: Cristo lascia in sua memoria ciò che ha fatto nell’ultima Cena: noi lo rinnoviamo. Obbedienti al suo comando, consacriamo il pane e il vino, Ostia di salvezza. È certezza a noi cristiani: si trasforma il pane in carne e il vino in sangue. Tu non vedi, non comprendi, ma la fede ti conferma, oltre la natura. Ecco il Pane degli Angeli, Pane dei pellegrini, vero Pane dei figli, non deve essere gettato. Buon Pastore, vero Pane, o Gesù pietà di noi: nutrici e difendici, portaci ai beni eterni nella terra dei viventi. Tu che tutto sai e puoi, che ci nutri sulla terra, conduci i tuoi fratelli alla tavola del cielo, nella gioia dei tuoi santi.



Antonio Riboldi – Vescovo –

Internet: www.vescovoriboldi.it

E-mail: riboldi@tin.it
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Messaggio da miriam bolfissimo » gio giu 14, 2007 10:40 am

      • Omelia del giorno 17 giugno 2007

        XI Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Ho peccato contro il Signore
La Parola di Dio, oggi, è quella che ci tocca davvero il cuore, perché Dio mostra quanto sia grande il Suo Cuore, soprattutto quando lo offendiamo. Dio, il Padre, non conosce quello spirito di vendetta, di odio, che tante volte ci prende la mano, quando subiamo un’offesa.

È davvero forte, in noi, la voglia di ricambiare male al male, da riuscire a cancellare ogni luce di perdono. Se c’è una cosa che non si riesce, per esempio, a capire e sopportare, è quando i mass media, soprattutto le TV, di fronte a violenze o torti, che ci toccano sul vivo e tentano di spegnere l’amore, creando divisioni e moltiplicando odi, interpellano i parenti delle vittime, dopo qualche omicidio o altro, chiedendo ‘a caldo’ se sono disposti a perdonare.

Questo è il tempo in cui possiamo solo stare vicini a chi soffre e si distrugge nella voglia di vendetta o nel desiderio che, a chi ha fatto del male, accada del male. Non sanno che il perdono, vera Grazia di Dio, ha bisogno di un cammino, un tempo cioè di silenzio, di riflessione, di accettazione del dolore, per ritrovare, proprio alla luce della Grazia e della preghiera, la ‘forza’ del perdono. Ripeto è una vera Grazia quella di riuscire a sgomberare il cielo da ogni ombra di odio, per fare posto alla misericordia.

Tutti conosciamo la nostra debolezza e tutti possiamo farci del male a volte, senza sapere che il male fatto è sempre una ferita alla vita di chi lo riceve. E abbiamo bisogno di chi ci comprenda e ci aiuti a ritrovare la via della riconciliazione. Ho sotto i miei occhi la lettera di un detenuto, che apparteneva alla criminalità organizzata e che ora sente tutto il peso del male fatto. Mi scrive:
  • “Non mi pesa tanto la pena che devo scontare: è cosa di poco conto di fronte al dolore arrecato. Mi pesa di più il dolore che ho portato in tante famiglie. Per questo le chiedo di farsi voce presso questa famiglia del mio profondo senso di dolore e dica che chiedo perdono di cuore. Non pretendo di essere perdonato, ma che almeno sappiano che di cuore sono pentito e chiedo perdono”.
E, come questo giovane, ne ho conosciuto altri, che non riescono a portare il peso delle colpe ed offese arrecate a tanti. Frequentando, a suo tempo, i terroristi, quante volte ho visto la loro amarezza per avere dato ascolto a quelli che chiamavano ‘i cattivi maestri’, che li avevano convinti che un vero cambiamento della nostra società poteva solo avvenire tramite la violenza, “la rivoluzione”.
  • “Noi sceglievamo persone che erano forti punti di riferimento nella società. Credevamo che uccidendoli, lentamente avrebbe avuto la meglio la paura e, quindi, la vera strada, per cambiare tutto. Quando, ormai in carcere, ci siamo accorti che per noi non vi era spazio per il perdono, ci era di grande peso la vita. Era tanta la voglia di togliersela”.
Un invito a considerarsi per quello che veramente erano, ossia, non eroi della rivoluzione, ma criminali, venne dall’appello di Paolo VI, in occasione del rapimento dello statista Moro, e poi dalla famosa sua preghiera che sconvolse tutti: “Signore, non ci hai ascoltati...” Parole che mandarono in profonda crisi. Finché, con l’omicidio del Prof. Bachelet, il figlio, durante i funerali, pronunciò la parola: “Perdono”. E fu il momento in cui si fece strada la speranza: la vita poteva avere ancora uno spiraglio di luce.

Quando un terrorista nel carcere mi rivelò che anch’io ero nella lista di quelli che dovevano essere sacrificati, mi confessò: “Conoscendo la sua bontà, l’avremmo uccisa con dolore e amore”. Ora tanti di loro sono tornati a vivere tra di noi, “cercando - mi diceva uno di loro - di farsi perdonare, spendendo l’esistenza nel servizio. Ora considero la vita un dono da donare per pagare il danno”.

Leggiamo, oggi, quello che la Bibbia narra del peccato del re Davide. Dopo che il profeta Natan aveva raccontato come un tizio avesse tolto ad un povero l’unico bene che aveva per vivere, davanti alle proteste di Davide, che chiedeva chi fosse stato così crudele, per punirlo…“Il profeta rispose: Tu sei quell’uomo! Così dice il Signore, Dio d’Israele: Io ti ho unto re di Israele, ti ho liberato dalle mani di Saul, ti ho dato la casa di Israele e di Giuda. Perché hai disprezzato la parola del Signore? Allora Davide disse a Natan: Ho peccato contro il Signore!. Natan rispose a Davide: Il Signore ha perdonato il tuo peccato, tu non morirai” (II Sam 12,7-13). Incredibile quanto sia Misericordioso il Padre: una misura infinita, che è difficile anche solo immaginare.

Gesù nel Vangelo, oggi, come a dare sensi alla parabola meravigliosa del figlio prodigo, racconta la conversione della “peccatrice”.
  • “In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice, di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vassoio di olio profumato e, stando dietro, presso i suoi piedi, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato”.
Incredibile il coraggio di questa donna, da tutti conosciuta ‘come donna di strada’ e, quindi, di pochi scrupoli, ma che Dio solo sa quale cammino abbia fatto per uscire dal buio di quella vita ed entrare nella luce; una donna che non ha paura di farsi largo, tra gente che si considerava ‘perbene’, insensibile ai loro commenti va diritta ai piedi di Gesù. una meravigliosa icona di quanti di noi si sentono come schiacciati dal peso del peccato e vorrebbero conoscere la luce, che viene solo dalla Misericordia.

Noi uomini, tutti peccatori, in diversi modi, amiamo tenere nascosto agli sguardi degli altri ciò che veramente siamo, per apparire ‘giusti’: e non lo siamo, ma ci scandalizziamo se qualcuno si converte! Amiamo più ‘apparire giusti’ che ‘essere giusti’. È un’ipocrisia che fa male...anche a noi! Continua il Vangelo: “A quella vista il fariseo, che l’aveva invitato, pensò tra sé: Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice”.

Ed ecco la risposta di Gesù, che è davvero la grande perla di un Cuore che non conosce se non la Misericordia, anche quando Gli infliggiamo, come titola Ermanno Olmi il suo ultimo film, ‘i cento chiodi’. Bisogna davvero avere un Cuore da Dio, per sapere tendere le braccia al collo di chi magari si ostina a peccare e quindi offenderLo.
  • “Gesù allora disse a Simone: Simone, ho una cosa da dirti. Ed egli: Maestro, dì pure. Un creditore aveva due debitori, l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque lo amerà di più? Rispose Simone: Suppongo quello a cui ha condonato di più. Gli disse Gesù: Hai detto bene. E volgendosi verso la donna disse: Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi: lei invece ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco ama poco. Poi disse a lei: Ti sono perdonati i tuoi peccati. La tua fede ti ha salvata: va’ in pace!” (Lc 7, 36-50).
Leggendo questo racconto della Misericordia viene da commuoverci per quando siamo ‘la peccatrice’, e da confonderci, perché a volte non sappiamo accettare chi si converte e siamo come Simone. Ma Gesù insegna la strada della misericordia, quando ci sentiamo grandi peccatori o ci troviamo in imbarazzo di fronte a Dio: ‘Ha molto amato’.

Da tempo si sta diffondendo un’immagine molto bella di Gesù Misericordioso. Lo ritrae come è apparso più volte a Suor Faustina, che Giovanni Paolo II dichiarò santa il 30 aprile 2000. Nacque in Polonia, a Glogowiec, da famiglia povera, il 22 agosto 1905. Già a sette anni (due anni prima di ricevere la Prima Comunione) sentì viva la voce della vocazione, ma i suoi genitori non le diedero il permesso di entrare in convento. Incitata dalla visione di Cristo sofferente, bussò a numerose porte, ma da nessuna parte venne accolta. Il 10 agosto 1925 entrò nella congregazione delle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia a Varsavia. Suor Faustina offrì la sua vita per i peccatori e per tale motivo patì anche numerose sofferenze interiori e disturbi fisici. Pienamente matura nello spirito, morì in fama di santità il 5 ottobre 1938, all’età di appena 33 anni, di cui 13 di vita religiosa. Nulla all’esterno aveva mai rivelato la sua vita mistica, eccezionalmente ricca. L’immagine di Gesù Misericordioso le fu mostrata in una visione del 22 febbraio 1931. Suor Faustina racconta:
  • “Vidi il Signore Gesù vestito di una veste bianca: una mano alzata per benedire, mentre l’altra toccava sul petto la veste, che ivi leggermente scostata lasciava uscire due grandi raggi, rosso l’uno e l’altro pallido (…) Gesù mi disse: Dipingi un’immagine secondo il modello che vedi, con sotto scritto: Gesù, confido in Te”.
Come rifiutare questo invito di Dio? Noi che ci sentiamo davvero assetati di Qualcuno che voglia veramente bene e sappia perdonarci quando sbagliamo? Il giorno della santificazione di Suor Faustina, quel grande Santo della bontà, che era Giovanni Paolo II, così disse: “Pace a voi - disse Gesù, apparendo ai suoi dopo la resurrezione - Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete non saranno rimessi”. E Gesù prima di dire queste parole mostra il suo costato...Da quel Cuore Suor Faustina Kowalska, la beata che d’ora in poi chiameremo santa, vedrà partire due fasci di luce che illuminano il mondo. I due raggi - lo spiegò un giorno lo stesso Gesù - rappresentano il sangue e l’acqua....

Che cosa ci porteranno gli anni che sono davanti a noi? Come sarà l’avvenire dell’uomo sulla terra? A noi non è dato di saperlo: è certo, tuttavia, che accanto ai nuovi progressi, non mancheranno purtroppo esperienze dolorose. Ma la luce della Misericordia divina, che il Signore ha voluto quasi riconsegnare al mondo attraverso il carisma di Suor Faustina, illuminerà il cammino del nuovo millennio. È da questo amore che l’umanità di oggi deve ispirarsi per affrontare le crisi di senso, le sfide dei più diversi bisogni, soprattutto l’esigenza di salvaguardare la dignità di ciascuna persona umana. Il messaggio della Divina Misericordia è così, implicitamente, anche un messaggio sul valore di ogni uomo. Ogni persona è preziosa agli occhi di Dio; per ciascuno Cristo ha dato la sua vita, a tutti il Padre fa dono del Suo Spirito e offre l’accesso della Sua divinità. Questo messaggio consolante si rivolge soprattutto a chi, afflitto da una prova particolarmente dura o schiacciato dal peso dei peccati commessi, ha smarrito ogni fiducia nella vita ed è tentato di cedere alla disperazione. A lui si presenta il volto dolce di Gesù, su di lui arrivano quei raggi che partono dal Suo Cuore... E tu, Faustina, dono di Dio al nostro tempo, dono della terra di Polonia a tutta la Chiesa, ottienici di percepire la profondità della Misericordia divina, aiutaci a farne esperienza viva e a testimoniarla ai fratelli. Il tuo messaggio di luce e di speranza si diffonda in tutto il mondo, spinga alla conversione i peccatori, sopisca le rivalità e gli odi, apra gli uomini e le nazioni alla pratica della fraternità”.

Come non farsi avvolgere da quei raggi? Tutti abbiamo bisogno della Sua Misericordia!



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven giu 22, 2007 10:55 am

      • Omelia del giorno 24 Giugno 2007

        Natività di San Giovanni Battista (Anno C)



        Una Voce che grida anche oggi
Oggi la Chiesa si veste a festa per celebrare degnamente la natività di San Giovanni Battista. Anzitutto un augurio grande a tutti i miei amici che portano questo impegnativo nome. S. Giovanni vi renda capaci di essere ‘profeti’ della Parola, che certamente Dio ha donato a tutti nel Battesimo. Ma vorrei con voi salutare il Battista con la lode che la Chiesa gli dedica in questa circostanza:
  • “Risuoni nella Chiesa unanime festoso l’inno delle tue lodi, o Giovanni Battista. Negli arcani silenzi del tempio di Israele un angelo di Dio svela al padre il tuo nome. Tu profeta fanciullo, riconosci nel grembo della Vergine Maria, l’Atteso dalle genti. Tu sorgi dal deserto con il fuoco di Elia a convocare gli umili nel regno del Signore” (Inno dei Vespri dell’Ufficio delle Ore).
Il profeta Giovanni è l’uomo che il Padre manda avanti come ad aprire la strada al Messia. Un uomo veramente grande, che Dio sceglie per rompere la solitudine dell’uomo che, dopo il peccato originale, era rimasto ‘orfano’ di Chi invece è il solo senso della sua esistenza: Dio. Giovanni aveva il compito di aprire la strada a ‘cieli nuovi e terre nuove’. In altre parole di ri-cercare la possibilità che i Cieli si riaprissero e, con essi, la speranza: il grande evento della storia dell’uomo che poi vedrà impegnato come protagonista Dio stesso in Gesù. Giovanni era la ‘voce’ che annunciava Dio, che tornava tra noi.

Una missione incredibile e meravigliosa che esigeva però da Giovanni, come sarà per Gesù, un lungo silenzio nel deserto per capire la volontà di Dio, che si manifesta solo in questo silenzio degli uomini e nella totale apertura alla Sua Voce. Il deserto, anche per noi, ha questo senso: uscire dal nostro piccolo, a volte meschino, mondo di uomini, che troppe volte annegano nelle vanità, e lasciarsi totalmente riempire dall’amore e dalla volontà di Dio.

E Dio aveva su Giovanni un grande disegno, unico, eccezionale, quello di essere ‘il precursore’ del Messia. Così il profeta Isaia presenta ‘il profeta’:
  • “Ascoltatemi o isole, attentamente nazioni lontane: il Signore Dio dal seno materno mi ha chiamato; fin dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome. Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all’ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita, mi ha risposto come freccia nella sua farètra. Mi ha detto: Mio servo sei tu, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria…Ora disse il Signore che mi ha plasmato fin dal seno materno per ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele - poiché era stato stimato dal Signore e Dio era stato la sua forza - mi disse: E’ troppo poco che tu sia mio servo, per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti di Israele. Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra” (Is 40, 1-6).
Celebrando questa festa, pare di risentire, dette a noi, al nostro tempo, le parole che Giovanni ripeteva: “Cambiate vita, perché il regno di Dio è vicino”. Una voce che scuote chiunque abbia davvero la volontà di ‘cambiare vita’ e aprire le porte a Gesù che viene anche oggi e forse è alla porta della nostra anima e ‘bussa’. Chi di noi, nei momenti di silenzio, che chiamerei il nostro deserto, dando uno sguardo al vuoto che ci circonda e al desiderio, a volte inconsapevole, di poter mettere le ali al cuore ed allo spirito per conoscere il bello, il bene, l’amore, Dio, non sente come dette a lui le parole di Giovanni?

Dio non voglia che ci facciamo riempire dal rumore assordante del benessere, del denaro, del piacere, capace solo di creare un deserto dei cuori, ma pericoloso e vuoto, che rischia di diventare un ostacolo insormontabile, anche per Dio, che sempre rispetta la nostra libertà. Chi di noi non sente il bisogno di incontrare ‘un Battista’ che gli apra gli occhi dell’anima e gli mostri la vera luce che è Dio? Siamo circondati forse da troppi, che oserei dire si considerano ‘profeti del nostro tempo’ e non sono che ciarlatani. Il vero profeta ha le caratteristiche che gli Atti degli Apostoli descrivono del Battista:
  • “Dio trasse per Israele un salvatore, Gesù. Giovanni aveva preparato la sua venuta predicando un battesimo di penitenza a tutto il popolo di Israele. Diceva Giovanni sul finire della sua missione: Io non sono ciò che voi pensate che io sia! Ecco viene dopo di me Uno, al quale io non sono degno di sciogliere i sandali” (At 13,22-26).
Così scriveva il grande Giovanni Paolo II, nella Enciclica “Chiesa in Europa”, vera profezia per l’oggi:
  • “Ovunque poi, c’è bisogno di un rinnovato annuncio anche per chi è battezzato. Tanti europei contemporanei pensano di sapere che cosa è il cristianesimo, ma non lo conoscono realmente. Spesso addirittura gli elementi e le stesse nozioni fondamentali della fede non sono più noti. Molti battezzati vivono come se Cristo non esistesse; si ripetono i gesti e segni della fede, specialmente attraverso le pratiche di culto, ma ad essi non corrisponde una reale accoglienza del contenuto della fede e un’adesione alla persona di Gesù. Alle grandi certezze della fede è subentrato in molti un sentimento religioso vago e poco impegnativo; si diffondono varie forme di agnosticismo e di ateismo pratico che concorrono ad aggravare il divario tra la fede e la vita; diversi si sono lasciati contagiare dallo spirito di un umanesimo immanentista che ne ha indebolito la fede, portandoli sovente purtroppo ad abbandonarla completamente; si assiste ad una sorta di interpretazione secolaristica della fede cristiana che la erode ed alla quale si collega una profonda crisi della coscienza e della pratica morale cristiana. I grandi valori, che hanno ampiamente ispirato la cultura europea, sono stati separati dal Vangelo, perdendo così la loro anima più profonda e lasciando spazio a non poche deviazioni. “Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18, 8)... e continua nella stessa enciclica: “Se identico in ogni tempo è il Vangelo da annunciare, diversi sono i modi con cui tale annuncio può essere realizzato. Ciascuno quindi è invitato a proclamare ‘Gesù’ e la fede in Lui in ogni circostanza; ‘attrarre’ altri alla fede, attuando modi di vita personale, professionale e comunitaria che rispecchino il Vangelo; ‘irradiare’ attorno a sé gioia e amore e speranza, perché molti, vedendo le nostre opere buone, rendano gloria al Padre che è nei cieli, così da venire contagiati e conquistati; divenire lievito che trasforma e anima dal di dentro ogni espressione culturale” (E. in E. 47-48).
Un poco come disse di fare Raffaele Bonanni, in occasione di un convegno su economia e sviluppo:
  • “In un momento di grande frastuono e di confusione, in cui tutti tentano di sventolare la bandiera del Vangelo, io penso che si debba riscoprire il valore della testimonianza personale, discreta, silenziosa, portata a spalle curve e testa bassa, nel proprio lavoro e nella vita quotidiana. Quanto al rapporto tra lavoro e Bibbia, il Libro dei libri è ricco di richiami, al lavoro, all’impegno, alla fatica quotidiana. La Parola ci invita costantemente al dovere della giustizia. La Parola di Dio parte dagli ultimi e dalla sofferenza, e così nel mondo del lavoro il nostro impegno dovrebbe essere il raggiungimento del bene comune, che significa di tutti e di ciascuno”.
Quanto attuale è allora la solennità di S. Giovanni Battista: il profeta che invita a prendere coscienza seriamente di quello che siamo e valiamo agli occhi del Padre! Il Signore mi conduce ‘per mano’ in incontri con tante comunità in Italia. Ovunque scopro una vera voglia di uscire dalle nebbie della vita che il mondo crea, per conoscere e fare proprie le bellezze del cielo. Tante volte leggo negli occhi di chi mi ascolta il grande desiderio di quanti andavano prima da Giovanni il Battista e poi da Gesù, e a tutti il profeta, anche oggi, dice: “Cambiate vita e fate penitenza”.

A volte ci sembra impossibile ‘cambiare vita’, ossia lasciare alle spalle le catene con cui il benessere ci ha come resi schiavi. Ricordo, da giovane, quando noi, usciti dalla grande guerra, inneggiavamo alla libertà ed al benessere dell’America. Un sacerdote che sapeva guardare avanti nel tempo, ci radunò e ci scrollò di dosso pericolose mode.
  • “Avete ragione a vedere nel comunismo ateo il grande nemico di Dio, per il tentativo che si è prefissato di cancellare Dio dalla vita degli uomini. Ma senza Dio cosa ci resta? Però state attenti, il consumismo, ossia il culto del benessere ad ogni costo, che vedete in America, non chiuderà le chiese...semplicemente le svuoterà! Per la semplice ragione che sostituirà il culto di Dio con il culto dei beni della terra”.
Ci sembrava una bestemmia, ma è quello che è avvenuto! Non resta che rivolgersi a Dio perché susciti oggi tanti profeti, come Giovanni Battista, e questi siano docili alla Parola.

Come pregava Santa Teresa di Calcutta: “Signore, io sono un piccolo strumento. Molto spesso ho l’impressione di essere un mozzicone di matita fra le tue mai. Sei tu che pensi, sei tu che scrivi ed agisci. Fa’ che io sia nient’altro che quella matita”. Proprio come Giovanni Battista: “Io non sono ciò che voi pensate che io sia. Dopo di me viene Uno al quale non sono degno di sciogliere i legacci dei sandali”.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » ven giu 29, 2007 10:52 am

      • Omelia del giorno 1 Luglio 2007

        XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Scelta meravigliosa, ma difficile
È proprio nella natura dell’amore essere “la scelta senza rimorsi o mezzi termini o impossibile”.

“Benedico mio marito - mi confidava una signora, il giorno in cui celebrava le nozze d’oro - Ricordo il giorno in cui davanti a Dio nella mia chiesetta vestita a festa, con tanta emozione dissi “sì” all’uomo che mi amava. Sapevo che anche il suo “sì” era senza i tanti “ni”, che alla fine possono divenire la tragedia di una vita insieme, senza senso. Ci sono stati momenti difficili, in cui sembrava che stare insieme e con la famiglia fosse come scalare una montagna impossibile, ma ci siamo riusciti e ogni volta l’amore cresceva. Ora dopo 50 anni di vita insieme, da poveri, ho come l’impressione che questo giorno sia più bello del primo”.

“Ho tentennato un po’ - mi confidava un sacerdote - prima di dire “sì” a Gesù che mi chiamava e mi sceglieva. Ogni giorno, se da una parte ero stupito che Dio avesse messo gli occhi su di me, così tanto debole, dall’altra non riuscivo a pensare di voltare le spalle ad una scelta che ora comprendo essere “un farsi amare totalmente”. E c’è forse cosa più bella di questa?”

Il Santo Padre, nel messaggio in preparazione alla Giornata mondiale della Gioventù, che si terrà a Sidney, afferma:
  • “Ogni persona avverte il desiderio di amare e di essere amata. Eppure quant’è difficile amare, quanti errori e fallimenti devono registrarsi nell’amore! C’è persino chi giunge a dubitare che l’amore sia possibile. Ma se carenze affettive e delusioni sentimentali possono fare pensare che amare sia un’utopia, un sogno irraggiungibile, bisogna forse rassegnarsi? No. L’amore è possibile e lo scopo di questo mio messaggio è di contribuire a ravvivare in ciascuno di voi, che siete il futuro e la speranza dell’umanità, la fiducia nell’amore vero, forte, fedele: un amore che genera pace e gioia”. E quando Dio chiama, ossia ci invita a seguirLo, in qualsiasi forma, perché ogni vocazione è una chiamata, altro non chiede che di partecipare al Suo amore, sempre. E chiede a noi la generosità del “sì”.
C’è in questa domenica un meraviglioso racconto dell’invito di Dio.
  • “In quei giorni, disse il Signore a Elìa: Ungerai Eliseo, di Abel-Mecola, come profeta al tuo posto. Partito di lì, Elìa incontrò Eliseo, figlio di Safat. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il decimo secondo. Elìa, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello. Quegli lasciò i buoi e corse dietro a Elìa, dicendogli: Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò. Elìa disse: Va’ e torna, perché sai bene che cosa ho fatto di te. Allontanatosi da lui Eliseo prese un paio di buoi e li uccise, con gli attrezzi per arare ne fece cuocere la carne e la diede da mangiare alla gente, perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elìa, entrando al suo servizio” (I Re 19, 19-21).
Un forte esempio di come si accetta l’invito di Dio. Il Vangelo che Luca ci propone oggi ha dello sconvolgente per tutto quello che vi è narrato. Si incrociano Gesù, che si dirige decisamente verso Gerusalemme, come a mostrare il suo deciso amore che si farà morte e resurrezione, e, sulla sua strada, una serie di rifiuti e di proposte che mettono in crisi le nostre risposte all’invito di Gesù a seguirlo.
  • “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui Gesù sarebbe stato tolto dal mondo - racconta Luca - egli si diresse decisamente verso Gerusalemme e mandò avanti dei messaggeri. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per fare i preparativi per Lui. Ma essi non vollero riceverlo, perché era diretto a Gerusalemme. (N.B. I Samaritani non credevano nella resurrezione e andare a Gerusalemme voleva dire preferire chi credeva diversamente da loro).
    Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi? Ma Gesù si voltò e li rimproverò, e si avviarono verso un altro villaggio. Mentre andavano per la strada, un tale gli disse: Ti seguirò dovunque tu vada. Gesù gli rispose: Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo (Certamente Gesù ha letto nelle parole di chi si offriva a seguirlo, il senso di un’avventura che nulla aveva a che vedere con la sequela, che non ammette se non “la piena” disponibilità). Ad un altro invece disse, (senza che lo avesse chiesto!): Seguimi!. E costui rispose: Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre. Gesù replicò: Lascia che i morti seppelliscano i morti: tu va’ e annunzia il Vangelo. Un altro disse: Ti seguirò, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa. Ma Gesù gli rispose: Nessuno che ha messo la mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno dei cieli” (Lc 5,51-62).
È davvero un Vangelo che fa tanto male alla nostra natura, che a volte sogna o vorrebbe fare grandi scalate nel bene, ma poi si fa fermare da tante “cose”, che sono i veri ostacoli al donarsi totalmente. Gesù, il Maestro che era ed è tra noi, sa molto bene che quando uno accetta di seguirLo, nel meraviglioso ma difficile cammino della santità, non può mai permettersi dei “ni”: vuole dei “sì” o dei “no” a tutto tondo, E se siamo sinceri, tutti noi sappiamo come, nella esperienza di vita sinceramente cristiana, sia forte a volte la tentazione di farsi prendere da considerazioni o condizioni, che sono in realtà come un mettere “grossi alberi di traverso” sulla strada della sequela.

Ricordate l’esempio del giovane ricco, che era andato da Gesù, chiamandolo “Maestro buono” e chiedendoGli “cosa debbo fare per la vita eterna?” “Osserva i comandamenti” aveva risposto Gesù.

Ma poi, narra il Vangelo: “fissatolo, lo amò”. E quando Gesù ‘fissa ed ama’ mostra fiducia: una fiducia che subito si muta in un invito ad andare oltre: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi”. Ma il giovane si allontanò da Gesù “perché aveva molti beni”.

Ecco i ‘grossi alberi di traverso’, che a volte anche noi mettiamo. “Gesù si rattristò - racconta il Vangelo - e disse: Come è difficile che un ricco entri nel regno dei cieli. È più facile che un cammello entri per la cruna di un ago che un ricco in cielo”. Così, oggi, tutti noi siamo chiamati a riflettere sul nostro ‘stare con Gesù’. nessuno ci chiede di lasciare chissà che cosa. Chiede solo che non ci sia nulla che sia di ostacolo all’amore.

Se leggiamo la vita dei santi, troveremo che fu così il loro seguire Gesù. Amo sempre ricordare l’esempio di mia mamma. Viveva poveramente e aveva nulla, proprio nulla, tranne, come gli anziani, qualcosa in tasca da rosicchiare. Un giorno volevo offrirle una piccola cosa per qualche sua necessità. La rifiutò dicendomi: “Sono felicissima di avere niente altro che l’amore di Gesù, il giorno che mi chiamerà mi presenterò a tasche vuote, ma con il cuore tutto suo. I beni di questa terra sono per questa terra e per amare, se ne hai. Ma in paradiso bisogna presentarsi a mani vuote di questi beni ed avere mani colme di bontà e preghiere”. Ed aveva ragione.

Piace farvi dono di una riflessione di Paolo VI che, un giorno di Quaresima, così chiedeva a chi lo ascoltava:
  • “Noi vorremmo rivolgerci singolarmente a ciascuno per parlare a voce sommessa al cuore e dire: tu segui e accetti il Signore? Credi in Lui? Gli vuoi bene? Pensi alle sue parole? Sono esse vere per te, o passano invece come farfalle senza mèta? Sono effettivamente il colloquio con Dio? Riguardano la tua esistenza? Incalzano sopra di te e riescono ad ottenere che tu abbia a modellare la tua vita ai disegni di Dio? Si tratta ora di vedere quale è la nostra risposta al Signore e quali sono gli ostacoli da eliminare, perché sia una risposta degna di Lui” (Quaresima 1962).
Può apparire duro il Vangelo di oggi, ma quanto è dolce sentire Gesù che si rivolge a me, a te, con quel “seguimi”. Quando Gesù dopo la resurrezione chiese a Pietro: “Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?” Egli prontamente rispose: “Signore tu sai che ti voglio bene”. Di fronte alla domanda ripetuta, Pietro, ricordando le sue paure, che lo avevano portato a dire che lui proprio non sapeva chi fosse Gesù, “addolorato rispose: Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene”… e alla fine il Maestro gli disse: “Seguimi!”. E così fu.

Anche noi Gli risponderemo come Pietro? Perché Gesù doni a me, a voi, la generosità nel seguirlo, è bello affidarsi al Salmo 15:
  • “Proteggimi, o Dio, tu sei il mio rifugio.
    Ho detto a Dio: sei tu il mio Signore,
    senza di te non ho alcun bene.
    Il Signore è mia parte di eredità e mio calice,
    nelle tue mai è la mia vita.
    Benedico il Signore che mi ha dato consiglio,
    anche di notte il mio cuore mi istruisce.
    Io pongo sempre dinnanzi a me il Signore,
    sta alla mia destra, non posso vacillare.
    Di questo gioisce il mio cuore, esulta la mia anima,
    anche il mio corpo riposa al sicuro.
    Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua Presenza,
    dolcezza senza fine alla tua destra”.
Che Gesù conceda a me, a voi, la determinazione di dirgli sempre “sì”, senza paura, anche se qualche volta zoppichiamo...sarà Lui a sostenerci!



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » ven lug 06, 2007 2:48 pm

      • Omelia del giorno 8 Luglio 2007

        XIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Annunciare il Vangelo: missione dimenticata
C’è davvero una abissale differenza tra noi e i primi fratelli della fede, ammaestrati dagli Apostoli. Gesù, per ben tre anni, ebbe, si può dire, molto a cuore l’affidare ai suoi il grande ineffabile tesoro della verità, che è nella Parola, che noi ora chiamiamo Vangelo. È davvero un mistero come questi seppero conservare vita e parole del Maestro. Quando lo Spirito Santo a Pentecoste scese su di loro, immediatamente spazzò via paure e ignoranza e non solo li rese coraggiosi missionari, ma sentirono l’invito ad andare in tutto il mondo, perché il Vangelo è ‘il dono per la salvezza’, che Dio ha lasciato per ogni uomo, di ogni luogo, e chiedeva di farlo conoscere a tutti. Basta leggere gli Atti degli Apostoli e ci si riempie di stupore di quanti si convertissero.

Sarebbe sufficiente ricordare i viaggi di S. Paolo, che amava andare incontro a chi neppure conosceva Gesù, subendo percosse, prigionia, ma senza mai fermarsi... e così appare in tutta la sua drammaticità il nostro ‘stare fermi’ e, a volte, troppe volte, ‘zitti’! Stupisce ancora di più leggere come i primi tempi non vi fossero vangeli scritti, ma l’annuncio era affidato alla sola Parola, che veniva, non solo ascoltata ed accolta, ma conservata fino al momento in cui si sentì la necessità di scrivere i Vangeli per tutti i tempi e, quindi, anche per noi.

Così la Parola di Dio, conservata nei cuori dei primi discepoli, venne affidata alla carta...incredibile miracolo dello Spirito! Il Vangelo, che ci propone Luca, è di un’attualità che, per fortuna, ora tanti cercano di fare propria.
  • “In quel tempo, il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé, in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe. Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi. Non portate borsa né bisaccia, né sandali, e non salutate nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa” (Lc 10, 12-20).
Viene spontanea la domanda: a chi è affidato l’annuncio del Vangelo? Ai soli apostoli o a tutti i discepoli di tutti i tempi e luoghi? L’invio dei settantadue lascia intravedere chiaramente che il compito di annunciare il Vangelo non è solo degli apostoli, ma di tutti i discepoli, di tutti coloro che hanno accolto il messaggio evangelico, come afferma la Chiesa nel diritto canonico: “I fedeli sono coloro che essendo stati incorporati a Cristo mediante il Battesimo sono costituiti popolo di Dio e perciò, partecipi nel modo loro proprio dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, sono chiamati ad attuare, secondo la condizione giuridica di ciascuno, la missione che Dio ha affidato alla Chiesa da compiere nel mondo”.

È importante sottolineare che quello di conoscere e far conoscere il Vangelo, “Andate!”, non è un fatto riservato a qualche associazione o movimento cattolico, ossia solo per qualcuno, ma deriva dal Battesimo. È il dono e quindi il dovere bellissimo della profezia, che riguarda tutti.

È vero che c’è stata una lunga e inconsapevolmente dannosa tradizione, che ha affidato il compito di annunciare il Vangelo ai soli sacerdoti, relegando i fedeli al ruolo di semplici ascoltatori, tanto che il cammino di piena responsabilità di tutti nell’ annuncio, anche dopo il Concilio, trova tante difficoltà, e la diffidenza verso i laici che annunciano il Vangelo è ancora molta. È anche vero che non si può ‘andare’, se non si ha la fede e la conoscenza della Parola di Gesù.

Occorre passione, pazienza e competenza, come, del resto, in tutti i campi delle specialità o anche delle semplici professionalità umane, per fare del Vangelo e, ancor più, della BIBBIA, “IL LIBRO DI DIO”: un Libro che, a differenza di tanti che si leggono, a volte per passatempo e, quando va bene, non lasciano traccia di vacuità o peggio, è PAROLA CHE SI INCARNA FINO A DIVENTARE PENSIERO E VITA, che sono i ‘binari’ del cristiano, su cui Dio viaggia con noi e noi con Lui. Se è venuta meno la fede e, quindi, la santità della vita, è proprio perché siamo come stravolti da tante notizie, che nulla hanno a che fare con la BUONA NOVELLA.

Ricordo, quando ero fanciullo, in famiglia e nel piccolo paese dove abitavo, ogni domenica, tutti si andava a Messa. Si insegnava allora che, perché la Messa fosse valida, bastava essere presenti alle parti essenziali, ossia l’Offertorio, la Consacrazione e la Comunione. Gli uomini per evitare la parte che ritenevano non necessaria, ossia la proclamazione della Parola e la predica, stavano sul sagrato a chiacchierare, fino a che un sacrestano suonava, uscendo di chiesa, la campanella, avvertendo così che, essendo finita la predica, ‘cominciava la Messa’! Ma non tutti la pensavano così. Mamma, a pranzo, prima di sederci a mensa, chiedeva a qualcuno di noi figli cosa aveva detto il Parroco. Noi cercavamo di ricordare qualche frase e questo... ci salvava il pranzo! Eppure, nonostante tutto, debbo dire che nelle famiglie si conosceva il Vangelo.

Ricordo che Contardo Ferrini, un grande della fede di quei tempi, affermava: “Nelle mie gite in campagna o montagna, ragionando di Vangelo con le donne, trovavo più sapienza della Parola, di quanto forse non sapevano i teologi”. Ci volle il Concilio Ecumenico Vaticano II per fare prendere coscienza che bisognava assolutamente cambiare ‘passo’. Così Bibbia e Vangelo, e quindi evangelizzazione, divennero l’urgenza per ‘cambiare rotta’: un impegno per tutti. Il grande Paolo VI nella esortazione ‘Evangeli nuntiandi’ scriveva:
  • “La Chiesa lo sa. Essa ha una viva consapevolezza che la Parola del Salvatore - Devo annunziare la Buona Novella del Regno di Dio - si applica in tutta verità a lei stessa. E volentieri aggiunge con S. Paolo ‘Per me evangelizzare non è un titolo di gloria, ma un dovere. Guai a me se non predicassi il Vangelo!’. È con gioia e conforto che noi abbiamo inteso al termine della grande Assemblea dell’ottobre 1974 queste parole luminose: Vogliamo nuovamente confermare che il mandato di evangelizzare tutti gli uomini costituisce la ‘missione essenziale della Chiesa’. Evangelizzare infatti è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare ed insegnare, essere il canale del dono della grazia, riconciliare i peccatori con Dio, perpetuare il sacrificio del Cristo nella santa Messa, che è il memoriale della sua morte e resurrezione. Invitata ad evangelizzare, a sua volta invia gli evangelizzatori. Mette nella loro bocca la Parola che salva, spiega loro il messaggio di cui lei è depositaria: dà loro il mandato che lei stessa ha ricevuto. Ma non a predicare le proprie persone, le loro idee personali, bensì un Vangelo di cui né essa, né essi sono padroni”.
E dal primo Convegno della Chiesa Italiana, ‘Evangelizzazione e promozione umana’, che si tenne nel 1996, l’Annuncio è diventato il tema dominante. “Andate! Annunciate la Parola di Dio” è un invito che non possiamo ignorare, se ci sentiamo veramente cristiani. E direi che questo invito è stato accolto. Basta ricordare i tanti ‘centri di ascolto’ nelle varie parrocchie, o ‘la scuola della Parola’, che il Cardinal Martini fece perno del suo episcopato: una scuola che si propagò in tutta la Chiesa. E tante altre lodevoli iniziative.

Ci siamo accorti che, senza la conoscenza della Parola, i Sacramenti perdono la loro immensa potenza e divengono cerimonie esteriori, obblighi da soddisfare…come le feste della Prima Comunione, che però non hanno seguito nell’impegno o le Cresime che, anziché divenire un ‘andate’, sembrano essere un ‘fuggite’! Lo stesso Matrimonio, svuotato da una seria preparazione e non sostenuto dalla Parola, ha ormai una fragilità che tutti conosciamo e soffriamo.

Nel Vangelo di oggi Gesù indica anche ‘il modo’ di ‘andare’: con la semplicità e la povertà dell’uomo di fronte alla grandezza di ciò che annuncia... “come agnelli in mezzo ai lupi: non portate borsa, né bisaccia, né sandali”. È davvero il contrario di quanto, tante volte, fa il mondo, per fare passare i suoi inganni, con una mole sconsiderata di pubblicità, la prepotenza del linguaggio o la pomposità di comizi politici che, troppe volte, sono solo ‘rumore di parole’, senza contenuto...ma riescono ad ingannare la gente. Noi no.

Dobbiamo andare verso i fratelli con la semplicità della Parola, ancor meglio se accompagnata dalla testimonianza, quasi in punta di piedi, perché sappiamo che la potenza della Parola non è nel nostro modo di offrirla o nella ricercatezza del linguaggio, ma nella forza dello Spirito. La luce della Verità, che viene dalla Parola annunciata, non siamo noi, ma è Gesù. E questo lo affermo con forza, perché viene dalla mia esperienza di ‘missionario della Parola’, ovunque.

Ciò che mi sostiene, non è certamente l’oratoria, ossia le belle parole o chissà che, ma fare la strada con Dio, raccontando ‘la meraviglia delle meraviglie’: il Vangelo che si fa propria vita. Questo ‘andare senza bisaccia’, anche ‘in mezzo ai lupi’, disarma chi cerca, forse, il fascino dell’uomo e invece scopre che, nella ‘povertà umana’, appare la ‘luce di Dio’.

Non ci resta dunque, carissimi, che riprendere tra le mani la Bibbia e abituarci a farne ogni giorno ‘pane della vita’, insostituibile, perché è lì che si conosce Dio e si entra nella luce della Sua Verità.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » gio lug 12, 2007 8:38 am

      • Omelia del giorno 15 Luglio 2007

        XV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Il cuore del Vangelo, Cuore della vita
Gesù, oggi, come è narrato nel Vangelo di Luca, dà due risposte a chi gli chiede “cosa deve fare nella vita”, che è davvero la bellezza che Dio ha posto nella esistenza. Quella bellezza che tante volte tutti noi ammiriamo nei santi, che hanno fatto della vita un dono di amore a Dio e al prossimo. Si rimane, ancora oggi, ammirati e senza parole di fronte a quello che sapeva fare la piccola, grande donna che è stata Madre Teresa di Calcutta; così come non si hanno parole, in un mondo che è sommerso sotto un cumulo di parole inutili e vuote, di fronte ad una vita totalmente data a Dio nella contemplazione, come avviene nei monasteri.

Noi forse siamo abituati a farci riempire gli occhi da ciò che brilla nel mondo: come è la falsa luce della ricchezza, dell’onore, del potere o quanto altro voi volete. Una falsa luce che ha origine dall’uomo e si ferma in lui, causando negli altri invidia, mai ammirazione. È davvero triste vivere di bugie, di falsità, come sono le cose del mondo, che sanno tanto di egoismo e non diffondono speranza e gioia.

È ben diverso vivere facendoci prendere la mano dall’amore che, ricordiamocelo bene e sempre, è il grande dono che di Sé ci ha fatto il Padre: un dono che è la Sua stessa natura, il suo rapporto con noi, la sua incommensurabile bellezza. E, davvero, farsi amare da Lui, amarLo come Sommo Bene e distribuire amore è, per chi la interpreta così, il vero divino volto della vita. È così vero che, quando incontriamo un fratello o una sorella ‘buoni’, non possiamo trattenere l’ammirazione e la speranza. Cerchiamo di farci totalmente conquistare dal Vangelo di Luca.
  • “Un dottore della legge si alzò per mettere alla prova Gesù: Maestro, che devo fare per avere la vita eterna?”. E credo sia la domanda essenziale che tutti possiamo e dobbiamo porre a Dio e a noi stessi. “Gesù gli disse: Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?. Costui rispose: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso. E Gesù: Hai risposto bene: fa’ questo e vivrai. Ma quegli, volendo giustificarsi disse a Gesù: E chi è il mio prossimo?”.
Una domanda impegnativa, ieri e oggi. Sono dunque due le domande che il dottore della Legge pone a Gesù e possono essere le nostre, oggi.

La prima: “Che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. Una domanda che va diritto all’indirizzo che siamo chiamati a darci nella vita. “Cosa devo fare?”. La risposta di Gesù, valida per tutti i tempi e per tutti gli uomini, è di una semplicità sconcertante. La semplicità propria delle verità grandi, destinate ad avere carattere di eternità: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso”. In altre parole “Dio al centro della nostra vita, Cuore del mondo”. S. Agostino affermava: “Ama Dio e fa’ quello che vuoi”. Chi ama il Bene...non può scegliere il male! Rosmini, fondatore dell’Istituto della Carità, cui appartengo, nel manuale intitolato ‘Massime di perfezione’, così scriveva: “Tutti i cristiani, cioè i discepoli di Cristo, in qualunque stato e condizione si trovano sono chiamati alla perfezione. La perfezione del Vangelo consiste nell’adempimento dei due comandamenti della carità: di Dio e del prossimo”.

Il dottore della Legge è pienamente convinto su questo, ma pone una seconda domanda, di grande attualità: “E chi è il mio prossimo?”. Una domanda che, superficialmente, sembrerebbe avere una risposta facile…a parole! Ma chi è davvero il nostro prossimo e come lo si ama? La risposta di Gesù è nella parabola del buon Samaritano che, credo, tutti conosciamo; ma pare accantonata nella realtà di tutti i giorni. Ma sentiamo Gesù: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, abbandonandolo mezzo morto”. Con questo aggettivo ‘mezzo morto’ Gesù richiama la nostra attenzione, sempre. Quanti ‘mezzi morti’ ci sono ovunque! Partendo da questo episodio di violenza, Gesù, con una chiarezza incredibile, racconta come ‘farsi vicini’ al prossimo.
  • “Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre, dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, lo vide, ed ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino, poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore dicendo: Abbi pietà di lui e ciò che spenderai in più te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?. Quegli rispose: Chi ha avuto compassione di lui. E Gesù gli rispose: Va’ e anche tu fa’ lo stesso” (Lc 10,25-37).
Così Gesù descrive come amare il prossimo: fermarci, avere compassione, farci vicino, avere cura. È su questo farsi vicino al fratello che Gesù fonderà il giudizio, nel grande Giorno definitivo, quando tutti saremo ‘giudicati sull’amore’. “Quello che fate ad uno di questi piccoli, lo fate a Me”. In altre parole Gesù si mette nei panni di tutti e quello che facciamo o non facciamo ad un fratello, lo facciamo o non lo facciamo a Lui. Sempre Rosmini, descrivendo la natura della carità verso il prossimo, la concepiva in tre forme: la carità corporale, intellettuale e spirituale.

Gesù condanna senza pietà due atteggiamenti negativi: quello violento dei briganti e quello indifferente del sacerdote e del levita. Ma ha meravigliose parole per il Samaritano, chiamando tutti noi ad essere tali.

E di occasioni ce ne sono tante! Basta avere l’occhio attento e di uomini, donne, ‘colpiti da briganti’, abbandonati sul ciglio della vita, se ne incontrano ogni giorno. Chi non conosce e incontra i ‘poveri’? Vicini e lontani. Pensiamo all’Africa dove si assommano tutte le povertà, causate dalla nostra indifferenza o peggio dal brigantaggio delle multinazionali, pronte a rubare le grandi ricchezze di questo continente, lasciando le briciole, se non la violenza, ai suoi abitanti. Ma non solo l’Africa è il continente dei ‘poveri’. La povertà è ovunque, assedia, con le baraccopoli le grandi metropoli... o le periferie dei nostri stessi paesi!

Se poi vogliamo entrare nel mondo dei ‘semivivi’, resi tali dalla violenza verso l’uomo, colpito nella persona, o nella cultura, o nella fede, davvero il numero è grande. Quante persone si sentono ‘come morte’ per calunnie, per solitudine o per mille altri motivi che distruggono dentro. È immenso il mare del dolore degli uomini!
  • “La carità ricevuta e donata - affermava il caro Giovanni Paolo II - è per ogni persona l’esperienza originaria nella quale nasce la speranza. L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non si incontra con l’amore, se non lo esperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa attivamente” (E. in E. 84).
Davvero tutti siamo chiamati a essere ‘samaritani’, per sfuggire il grave pericolo di essere o briganti o indifferenti. A volte basta un semplice guardare nel profondo degli occhi per fare risorgere una persona. A volte occorre la generosità di privare i di qualcosa per riempire i vuoti della povertà. A volte, nella carità spirituale, basta un pensiero buono, che sembra l’eco di Dio che si fa Voce, per portare luce in chi non crede. Quante vie ha la carità!

E Dio, sempre, nella storia di noi uomini, suscita i ‘giganti della carità’: questi samaritani senza tempo che sono gli uomini e le donne, santi e sante, di cui è davvero piena la storia della Chiesa. Ne abbiamo avuto una eccelsa testimonianza in Madre Teresa di Calcutta. I samaritani e le tante svariate opere di bontà sparse nel mondo sono il miracolo della carità. Sono tanti, davvero tanti, i samaritani di Dio che si fanno vicino alle povertà di ogni tipo. Innumerevoli parrocchie o diocesi sposano la causa dei ‘semivivi’ abbandonati e inviano missionari o si fanno vicino alle opere da loro compiute, divenendo così una speranza per tanti.

Chiamo dono di Dio l’avermi voluto pastore in terre che hanno conosciuto grandi necessità, come i terremotati del Belice, e non solo, è stato dono l’aver potuto condividere tutto, divenendo ‘voce di giustizia’ per loro. Così come ringrazio Dio che mi ha scelto come pastore di questa terra, dove sono davvero tanti i ‘semivivi’ abbandonati. E, come non bastasse, poiché Internet giunge in tante nazioni, sono reso partecipe quotidianamente di situazioni lontane, che chiedono di farsi ‘prossimo’.

Ma, quello che mi lascia davvero senza parole, è constatare sempre come Dio stesso opera e molte persone, che sono ‘la Sua mano nascosta’, si fanno vicine e danno, divenendo così ‘samaritani’, in tanti luoghi dove mancava acqua e si dovevano costruire pozzi, o addirittura laboratori e quanto altro. Davvero la carità non è morta e diviene, in mille modi, la grande luce sul futuro del mondo.

Prego per voi tutti, nel piccolo o nel grande, di ‘diventare samaritani’ o di dare una mano a quelli che Dio sceglie come samaritani, dove davvero si soffre. È la via sicura della nostra salvezza e del futuro dei poveri. Non abbiate paura di mettervi in strada…vedrete con i vostri occhi i tanti ‘semivivi’. Ma ora anche sapete che, non solo con le vostre cure li potete riportare alla vita, ma così facendo vi costruite un posto in Cielo.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » ven lug 20, 2007 10:05 am

      • Omelia del giorno 22 Luglio 2007

        XVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Scegliere “la parte migliore”
Il Vangelo, che la Chiesa ci presenta oggi, davvero è un andare contromano nell’impostazione che diamo alla vita. Vivere oggi, almeno per tanti, è una continua affannosa corsa verso impegni che non concedono un momento di riposo, almeno quello del cuore.

Ci carichiamo di troppe ‘cosè, che erroneamente definiamo ‘esigenzè, e tali non sono, non lasciando spazio ai veri ‘bisogni’ del cuore e della vita, sempre se per vita intendiamo quella interiore, che ha altre esigenze, ma contiene il segreto della serenità, felicità e bontà: insomma, una vita in cui l’anima respira ‘a pieni polmoni’ ...ed è davvero ‘viverè! Fa davvero impressione il continuo ‘correrè, che caratterizza le nostre giornate - ‘un agitarsi per troppe cosè lo definisce il Vangelo - e alla fine, spesso, rimane l’amarezza di ‘aver combinato nulla’, di essere continuamente sconfitti e, nello stesso tempo, costretti a ‘correre di più’. È come fossimo morsicati dalla tarantola del benessere, pur sapendo che difficilmente raggiungeremo la vera felicità.

Questo ‘agitarsi’ causa solo stanchezza, svuota l’anima, ci esaurisce. Lo affermano anche molti studiosi che curano tantissimi depressi, esauriti o persone in preda alla disperazione. Non si può gettare via il meraviglioso bene della vita, interpretandola male. Quando qualcuno mi telefona, premette di solito la sua richiesta con un: ‘non vorrei recarle disturbo, perché lei è troppo impegnato’. Una frase che, se intesa nel senso di impegno-agitazione, non corrisponde al vero, ma è il modo di proiettare quello che si è negli altri. Spesso rispondo: ‘Dica, pure. Vediamo di trovare una soluzionè... Di fatto considero il tempo, soprattutto se dedicato agli altri, un dono e il miglior modo di impiegarlo!

Si incontrano ancora persone semplici, seppur impegnate nel quotidiano, che conservano tanta serenità. Il segreto è nell’ ‘occuparsi’, ma non ‘agitarsi’: ossia trovare, in mille modi, un prezioso spazio per lo spirito, che mantiene vivo il respiro dell’anima, dalla riflessione alla meditazione, dalla preghiera alla contemplazione, dal silenzio alla calma interiore: atteggiamenti che consentono, mantenendo saldamente ‘i piedi per terra’, uno sguardo fisso in Alto, da dove scende tanta serenità.

Fa tanto male, anche solo sentire dire in proposito: ‘Non ho tempo per queste cose da preti o suore...loro hanno tempo da perdere. La vita è altro!’. E verrebbe la voglia di rispondere: ‘Ma qual è il bello della vita? Il tuo correre, affannarti, per poi essere sempre scontento e scorbutico?’.

La risposta viene dal Vangelo di Luca, che oggi la Chiesa ci propone. È un racconto di una bellezza incredibile, suprema ‘regola di vita’, che Gesù ha voluto donarci, entrando nel vivo di una giornata. Lui era in cammino verso Gerusalemme. Tutti sappiamo che ‘andare a Gerusalemme, per gli evangelisti, significa ‘il traguardo’ dell’amore: donare la vita in croce, il dono più grande dell’amore, per aprirci le porte della vita con Dio! Durante quel viaggio, proprio ai piedi di Gerusalemme, Gesù e i discepoli passano per Betania, la ‘casa dell’amicizia’. Leggiamo questo meraviglioso racconto con lo stupore per le cose belle e con il desiderio di fare nostro ciò che insegna.
  • “Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola. Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti. Ma Gesù rispose: Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà mai tolta” (Lc 10,38-42).[7list]
    È il confronto tra agitazione e contemplazione. Sarebbe stato forse più logico che Marta si fosse rivolta direttamente a Maria per invitarla a partecipare alla sua giustissima opera di ospitalità. In fondo sarebbe stata una carità. Ma Marta, con estrema confidenza, per l’amicizia che la legava al Maestro, si rivolge, ‘rimproverandolo’, direttamente a Gesù, sapendo che Lui poteva certamente avere più autorità sulla sorella: “Signore non ti curi...” E Gesù coglie l’occasione per sottolineare “quale sia la parte migliore”. Deve essere stata un’esperienza ‘dura’ per Marta, che ancor più esalta quella incredibile che Maria ha vissuto nell’ascolto della Parola del Maestro.

    È in fondo la bellezza che provano tanti, consacrati e semplici cristiani, quando sanno, nel corso della giornata, mettersi quasi fuori dal turbinìo quotidiano e, nel silenzio, ‘ascoltarè l’Amore che parla.

    Mi concedo una piccola esperienza personale. Quando stavo per emettere i voti perpetui nella mia Congregazione, che ha come primato la contemplazione e, solo se chiamati dall’obbedienza, l’esercizio della carità, mi spaventava il solo pensiero di essere destinato a case di contemplazione. Ero giovane e smanioso di ‘essere Marta’. Lo dissi al mio Superiore, che mi rispose: ‘Lasciate fare a Dio: Lui sa quello di cui avete bisogno’. Quando pochi giorni dopo fui destinato a quel luogo di contemplazione e spiritualità, che è la Sacra di S. Michele, luogo di silenzio e ascolto, mi sentii come non compreso. Ma poi, lentamente, in quel luogo austero, dove regna il silenzio, Dio mi plasmò e conobbi la gioia del silenzio-ascolto, che mi ha poi sempre accompagnato. Amo tanto il silenzio, ma ‘quel’ silenzio, che è uscire dalle cose di questo mondo, per stare con Dio, ascoltarLo.

    Papa Giovanni Paolo II, in una delle sue encicliche, affermò che non solo le persone consacrate, ma tutti i cristiani sono e devono essere contemplativi. E direi proprio che la saggezza, anche di laici, incontrandoli, la cogli dalle poche ma incisive parole che dicono e che sembrano l’eco di un colloquio con la Verità, Dio. Ce ne sono tanti. Quando, anche nella vita quotidiana, non si entra in questo mondo, quello di Maria, vero, bello, si giunge ad avere paura del silenzio, che fa emergere il vuoto interiore, il vero inferno sulla terra. Facile incontrare persone infelici, tanto infelici, perché vivono in questo ‘pericoloso silenzio’, che cercano allora di riempire con palliativi: la continua sete di chiasso, le droghe, il consumismo e lo spreco in ogni ambito, per poi ritrovarsi nella disperazione, come se la vita non avesse senso. Un silenzio pericoloso!

    Bisogna allora farsi tutti frati, suore o preti per entrare nei panni di Maria? Credo proprio di no. Gesù si rivolgeva a tutti i suoi discepoli, tutti. Tutti possiamo e dobbiamo sbarazzarci delle ‘agitazioni per molte cosè, come Marta, e fare posto a momenti di ‘a tu per tu’ con Dio, che ci parla sottovoce, come Maria. E come si sta bene dopo!

    Rosmini, al cui Istituto appartengo, e che ora la Chiesa ha dichiarato ‘beato’, scrisse un breve manuale, rivolto a tutti i cristiani, senza distinzioni, intitolato ‘Le Massime di perfezione’. Nella IV massima, intitolata “Abbandonare totalmente se stessi nella Provvidenza di Dio”, scrive:
    • “Impara che al cristiano non è vietato compiere tutte le azioni con cui naturalmente si soddisfano i bisogni della vita. È l’ansietà, la sollecitudine che gli viene proibita: essa lo rende inquieto per il desiderio di ciò che gli manca e così gli toglie la pace del cuore e la tranquillità caratteristica di quelli che si riposano in Dio. Può vedere la volontà di Dio nelle sue condizioni presenti e con semplicità e rendimento di grazie godere dei beni che ha. È contrario invece all’abbandono nelle divina Provvidenza che egli si preoccupi e premediti l’avvenire, perché riguardo ad esso il volere di Dio non è ancora noto e il cristiano non deve amare che il volere di Dio. Può amarlo godendo moderatamente ed innocentemente i beni che attualmente ha, perché sono dati da Dio, ma non inquietandosi per quelli futuri, perché il Signore non ha disposto di essi. Esamini il cristiano se stesso e veda se prova in cuore qualche preoccupazione circa i beni e i mali del mondo, se è sempre pienamente tranquillo, pienamente riposato o se si sente crucciato e preoccupato di cose umane, per il successo o l’insuccesso delle quali soffre agitazioni” (n. 12-13).
    Saremo capaci di impostare la nostra giornata in modo che occupazioni o altro non ci rubino il bello del silenzio con Dio, che è fonte di saggezza e di pace? È davvero provvidenziale che queste riflessioni il Vangelo ce le offra proprio quanto tanti si preparano o sono già in vacanza. Giusto riposo. Ma che sia il riposo del corpo e il momento di togliere nubi dall’anima, trovando spazi per stare come Maria con Dio. Sarebbe un vero peccato se, potendo disporre di momenti di tranquillità, questi momenti li gettassimo alle ortiche, immergendoci nel chiasso, richiamo delle mode del mondo, che non sa cosa voglia dire quiete e gioia.

    Mi è caro fare l’augurio, a quanti di voi potranno conoscere il riposo delle ferie, di trovare energia e serenità, chissà... magari incontrandosi nel silenzio delle montagne trentine, dove per me è bello ritrovare ‘il silenzio di Maria che ascolta’. In quel silenzio il mio ricordo particolare a Dio sarà per tutti coloro che non hanno la possibilità di godere di un tale riposo, per motivi diversi, ma in particolare per gli ammalati e gli anziani soli.

    Di cuore, sono vicino, sempre, a tutti, nelle preghiere.



    Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » gio lug 26, 2007 6:45 pm

      • Omelia del giorno 29 Luglio 2007

        XVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Signore, insegnaci a pregare
Nella vita di noi credenti un Padre, che ci ama, attende che Lo si ami e vuole dialogare con noi, ma spesso non ci trova. Quando sappiamo vivere la dimensione di figli-credenti ritroviamo la gioia infinita del ‘dialogo’, ‘dialogo affettuoso’! Purtroppo, come tutte le cose belle che Dio ci offre, il dialogo con Lui troppo pochi lo conoscono, solo pochi lo ‘coltivano’, molti forse lo considerano un perditempo.

Se c’è un aspetto meraviglioso dell’esistenza, tra coloro che vivono l’amore in profondità e non in superficie, è proprio il profondo desiderio di dialogo, ossia di donarsi nella comunicazione quello che si è, si pensa, si ama. Quando scende il silenzio e cessa il dialogo, è il momento difficile dell’amore.

Mi sono trovato un giorno in una cittadina dove era stato programmato un incontro di giovani. Interprete di quell’incontro - ed erano migliaia i giovani che l’attendevano - era Madre Teresa di Calcutta, insieme al sottoscritto. Madre Teresa giunse molto prima dell’orario previsto e si recò nella cappella adiacente l’auditorium. Era sola in quella Chiesa, totalmente immersa in un dialogo che si poteva contemplare, ma non udire. Ero vicino a lei, non visto, e i miei occhi non si staccavano dal suo volto: i suoi occhi erano come persi negli occhi di Dio, le labbra si muovevano a stento. Ma il volto diceva che tra Dio e lei vi era un profondo e confidenziale rapporto. Stette così per un’ora, senza dare cenno di stanchezza. Anzi, quando le accennai che i giovani attendevano, fu come averla distolta da una visione che non avrebbe voluto abbandonare. Mi seguì e le due ore seguenti ciò che disse sembrò il prolungamento del suo ‘tète a tète’ con Dio. Si parlò di povertà, della povertà nel mondo, e chi meglio di lei poteva descrivere i poveri, ma li descrisse quasi rivestendoli di abiti celesti, che certamente aveva ‘scoperto’ nella preghiera. Io avrei dovuto parlare dei poveri in Italia e confesso che era altra cosa. Mi mancava quel divino che l’aveva come avvolta tutta nella preghiera.

La stessa esperienza avvenne con un altro maestro di preghiera che, nella mia vita di rosminiano, scoprii nel grande Padre Clemente Rebora: il poeta convertito alla fede a 40 anni. Aveva chiesto che la sua cameretta fosse posta vicino alla parete al di là della quale vi era la cappella, con il tabernacolo e Gesù sacramentato. Viveva la sua giornata così, in continua preghiera e, a volte, visitandolo, notavo sul suo volto come un velo di luce. Uomo davvero di preghiera.

E potrei raccontare tanti esempi simili, che mettono in discussione il nostro modo di pregare: esempi di ascolto-dialogo improntato da una tenera confidenza, che non si preoccupa di chiedere, ma è felice di contemplare. Nel Vangelo di oggi Luca mette in bocca agli apostoli la domanda che vorremmo fosse nostra, mia.
  • “Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito, uno dei discepoli gli disse: Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli. Egli disse loro: Quando pregate dite: Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano e perdonaci i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore e non ci indurre in tentazione”.
Poi raccontò la parabole dell’uomo che, ritornato all’improvviso da un lungo viaggio, di notte va a svegliare un amico, per chiedere dei pani: “Non importunarmi, ora non posso alzarmi per accontentarti”.
  • “Vi dico - afferma Gesù – che se anche non si alzerà per darglieli per amicizia, si alzerà a dargliene quanti ne occorrono, almeno per la sua insistenza. Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto” (Lc 11, 1-13).
E come a mostrare l’ascolto che Dio ha verso chi prega e insiste, la Parola di Dio ci offre, in Gn 18, 20-32, l’esempio di Abramo, che prega perché sia risparmiata Gomorra.
  • “Il grido di Sodoma e Gomorra, dice il Signore, è troppo grande e il loro peccato è molto grave. Allora Abramo gli si avvicinò e gli disse: Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse ci sono 50 giusti nella città, davvero li vorrai sopprimere? Lungi da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio? Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?. Rispose il Signore: Se a Sodomia troverò 50 giusti, nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutta la città. Abramo riprese e disse: Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere. Forse ai 50 giusti ne mancheranno 5: per questi cinque distruggerai tutta la città? Rispose: Non la distruggerò se ne trovo 45. Abramo riprese ancora a parlargli: Forse là se ne troveranno 40. Riprese: Non si adìri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno 30. Rispose il Signore: Non lo farò se ne trovo 30. Riprese Abramo: Vedi come ardisco parlare al mio Signore: forse là se ne troveranno 20. Rispose: Non la distruggerò per riguardo a quei 20. Riprese: Non si adìri il mio Signore se parlo ancora una volta: forse là se ne troveranno 10. Rispose: Non la distruggerò per riguardo a quei 10”.
Un esempio di come la preghiera davvero è un dialogo rispettoso, ma confidente, fra il Padre e il figlio. Una preghiera che sembra la fotocopia del Vangelo di oggi: “...si alzerà a dargliene, quanti ne occorrono, almeno per la sua insistenza”. E qui credo sia opportuno che ciascuno di noi si interroghi sul come intende la preghiera, perché credo che non sempre sappiamo pregare e tanto meno fare nostra la domande degli Apostoli: “Signore, insegnaci a pregare”. Mi affido ad una riflessione di Paolo VI, del 1971:
  • “Si prega, oggi? Si avverte quale significato abbia l’orazione nella nostra vita? Se ne sente il dovere? Il bisogno? La consolazione? Dovremmo innanzitutto tentare ciascuno per conto nostro, di fare questa esplorazione e di coniare per uso personale una definizione della preghiera. E potremmo proporcene una molto elementare: la preghiera è un dialogo, una conversazione con Dio. E subito vediamo che essa dipende dal senso di Presenza di Dio che noi riusciamo rappresentare al nostro spirito, sia per intuito naturale sia per fede. Il nostro è un atteggiamento come quello di un cieco che non vede, ma sa di avere davanti a sé un Essere reale, personale, infinito, vivo, che osserva, ascolta, ama l’orante? Allora la conversazione nasce. Un Altro è qui e quest’altro è Dio. Se mancasse questa avvertenza che Lui, cioè Dio, è in qualche misura in comunicazione con l’uomo che prega, questa si effonderebbe in un monologo, non sarebbe un dialogo. Purtroppo dobbiamo ammettere che il mondo di oggi non prega volentieri, non prega facilmente, non cerca ordinatamente la preghiera e, quindi, non la gusta, anzi spesso non la vuole. Fate da voi stessi l’analisi delle difficoltà che oggi cercano di spegnere la preghiera. Una causa è l’incapacità, dove non è arrivata una qualche istruzione”.
Ma possiamo davvero sentire la bellezza del soprannaturale, dove risiede la vera nostra felicità, senza il dialogo con Dio? È un poco come tra due persone che dicono di volersi bene, ma quando viene a cessare il desiderio del dialogo cessa la gioia ed è come fosse spenta la stessa amicizia. Ricordo come un giorno, mentre stavo recitando il breviario, la preghiera della Chiesa che accompagna la giornata, mi si avvicinò un Padre che conosceva bene l’arte della preghiera. Vedendomi leggere i versetti del salmo, forse in fretta, mi interruppe e mi disse: “Questo non è dialogo. Le parole che leggi sono il dialogo che Dio vuole fare con te. A volte una frase ti colpisce? Fermati. È il momento dell’ascolto”. E aveva ragione.

Voglio fare dono di uno stralcio di preghiera del caro amico vescovo Tonino Bello, che sempre sapeva cogliere il momento per conversare con Dio. Egli pregava per la sua gente così:
  • “Una seconda cosa ti chiedo, Signore: fa’ trovare a questa gente, che lascio, l’ebbrezza di camminare insieme. Donale una solidarietà nuova, una comunione profonda e donazione tenace. Falle sentire che per crescere insieme, non basta tirare fuori dall’armadio i ricordi del passato, splendidi e fastosi, ma occorre spalancare la finestra sul futuro, progettando insieme, sacrificandosi insieme. Concedile il bisogno di alimentare questa sua coscienza di popolo con l’ascolto della tua Parola. Concedi a questo popolo la letizia della domenica, il senso della festa, la gioia dell’incontro. Fa’ che le sue Messe siano una danza di giovinezza, una liberazione di speranze prigioniere, il dissolvimento di attese comuni, interrate nelle caverne dell’anima”.

Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » gio ago 02, 2007 11:32 am

      • Omelia del giorno 5 Agosto 2007

        XVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Guardatevi da ogni cupidigia
Sento come atto di amicizia di iniziare questo commento alla Parola di Dio, parlando dell’Abate Antonio Rosmini, che il 18 novembre, a Novara, sarà dichiarato ‘beato’. Ha fondato una Congregazione, che si chiama ‘Istituto della carità’ e tanti, credo, la conoscono.

Apparteneva ad una famiglia nobile di Rovereto: una di quelle famiglie che ‘contano’ per la loro ricchezza. Come insigne studioso e filosofo, si parava davanti a lui una vita da ‘primo della classe’ . Ma un giorno Dio lo chiamò. Non ebbe esitazioni nel cercare a tutti i costi qual era la volontà di Dio, che per lui valeva più di ogni cosa. Lasciò il nobile palazzo di Rovereto, dove abitava con i suoi e che ancora oggi conserva meravigliosamente tutta la sua bellezza e ricchezza, e scelse di vivere in un luogo solitario, ‘il Calvario’, che è sopra Domodossola. Lì maturò la sua vocazione e, ispirato dallo Spirito, fondò la Congregazione. Ancora oggi, se qualcuno dei miei lettori ha avuto l’occasione di visitare il Calvario, quello che colpisce subito è la sua abitazione, chiamata ‘la cella’. Una piccola stanza, che ha lo splendore, secondo S. Francesco, di ‘sorella povertà’: uno scomodo letto, un inginocchiatoio, un catino per lavarsi ed un tavolo da studio. Ogni volta ho l’occasione di tornare al Calvario, dove mossi i miei primi passi da rosminiano, vengo attratto da quella ‘cella’ e la confronto con la ricchezza che aveva lasciato a Rovereto. Là, a Rovereto, c’è davvero il lusso di chi ‘aveva e poteva’, qui, al Calvario, c’era la nudità dell’uomo tutto di Dio.

Noi oggi difficilmente capiamo queste scelte di distacco dalle cose senza vita, che ci fanno a volte molto male. Ci sembra pura follia, ma così non conosciamo la gioia del ‘povero in spirito’. Di fronte a Dio, alla vita, all’eternità, al vero valore dell’anima, chi è davvero ‘il folle’? Il ricco epulone o questi santi, a cominciare da Francesco? Chi davvero conosce la serenità interiore, che non ha prezzo?

I nostri fedeli vecchi che un tempo avevano a stento un pezzo di pane o ‘l’arrampicatore sociale’, insaziabile ricercatore di ricchezza e beni terreni, che poi per ritrovare un minimo di equilibrio ha bisogno di stordirsi continuamente? Ci avverte, oggi, la Sacra Scrittura:
  • “Vanità delle vanità - dice Qoèlet - vanità delle vanità, tutto è vanità. Perché chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare i suoi beni a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e sventura. Allora quale profitto c’è per l’uomo in tutta la sua fatica e in tutto l’affanno del suo cuore con cui si affatica sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e preoccupazioni penose: il suo cuore non riposa neppure di notte. Anche questa è vanità” (Qoèlet 2, 21-23).
Dio ci vuol forse dire di nascondere sotto terra i talenti che ci ha dato? Anzi, vuole che questi producano il massimo, ma per la sua gloria e per il bene degli altri. Non è quindi male ‘possedere’, se ne si ha la fortuna, ma solo se non si resta ‘schiavi’ delle cose. Servirsi dei beni, ma non esserne servi. E per capire tutto questo basterebbe, per un momento, rileggere la vita di Gesù, Figlio di Dio.
  • “Egli era al principio con Dio. Per mezzo di lui Dio ha creato ogni cosa. Senza di lui non ha creato nulla. Per mezzo del quale tutto è stato creato e nulla sussiste senza di Lui” (Gv 1, 2-3).
  • ...ma non pensò di dover conservare gelosamente il fatto di essere uguale a Dio. Rinunziò a tutto; scelse di essere come servo e diventò uomo fra gli uomini. Tanto che essi lo riconobbero come uno di loro” (Fil 2, 6-7).
Lui, Signore di tutto, sceglie di nascere in una grotta ed è deposto in una mangiatoia. Vive a Nazareth, nella povera casa di Maria e Giuseppe, e aiuta la sua famiglia con il lavoro, accanto al padre putativo. Quando inizia la vita pubblica, con Sé non porta nulla, ma si affida alla carità degli amici che incontra, fino a morire su una croce nella più assoluta nudità. Ed era padrone di tutto! È forse, il Suo, disprezzo per quello che aveva creato? No, ‘e vide che era cosa buona’, ma è distacco da vero Signore di tutto. Diceva Paolo VI in una riflessione dell’ottobre 1968:
  • “Il possesso e la ricerca della ricchezza come fine a se stessa, come unica garanzia di benessere presente e pienezza umana, è la paralisi dell’amore. I drammi della sociologia contemporanea lo dimostrano, e con quali prove tragiche ed oscure! E dimostrano che l’educazione alla povertà sa distinguere anzitutto l’uso del possesso delle cose materiali e sa distinguere poi la libera e meritoria rinuncia ai beni temporali, in quanto impedimento allo spirito umano nel conseguimento del suo ottimo fine supremo che è Dio, e del suo ottimo fine prossimo che è il fratello da amare e servire, liberandolo dalla carenza di quei bene che sono indispensabili alla virtù presente, come sono la miseria, la fame, a cui è dovere, è carità, provvedere”.
La frenesia verso il benessere, che pare sia diventato la grave malattia del nostro tempo, diventa poi causa di una sempre maggiore creazione di poveri, anche tra di noi, e basterebbe leggere i dati dell’ISTAT, che impietosamente mostrano come la forbice tra chi sta bene e chi sempre più deve lottare per la sopravvivenza si fa larga. Davvero è la paralisi dell’amore, di cui parla la Chiesa e che fa davvero male.

Dovremmo riflettere su quello che Gesù, oggi, dice a ciascuno di noi, per non diventare vittime di questa ‘paralisi’: “Guardatevi e tenetevi lontani da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni”. Afferma l’evangelista Luca:
  • “Disse poi una parabola: La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni. Riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà chiesa la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé e non arricchisce davanti a Dio” (Lc 12, 13-21).
Fa davvero meditare tutti…ma è la sola medicina per guarire dalla paralisi dell’amore, che nasce dall’egoismo del benessere, per far posto alla carità, che è condivisione dei beni, nel nome dell’Amore! Per me è stata una vera grazia aver condiviso per dieci anni la mia vita di parroco, dopo il terremoto nel Belice, prima nelle tende, poi in quelle fatiscenti baracche che davvero erano l’immagine della povertà. Baracche dove non c’era posto per l’idolatria del benessere, ma solo per il grande respiro della carità. E fu lì che Dio mi prese per mano e mi fece conoscere la gioia della povertà, che si fa carità.

E fu da quella stupenda cattedra, che il Vangelo diventava Buona Notizia del Regno di Dio, così che tanti conobbero il bello della solidarietà. Quante mani generose, ancora oggi, devo ringraziare, per aver riempito le mie, perché a loro volta riempissero quelle dei poveri. Dio non lascia mai a mani vuote quanti si fanno ‘Sue mani’ per i fratelli!

Ricorderò un solo esempio, tra i tanti di ogni giorno. Quello di una vedova, che venne per consegnarmi tutti i suoi risparmi, raccolti in previsione della sua vecchiaia. Volle darmeli per non essere trovata da Dio ‘colpevole’ di non avere usato quei soldi per chi aveva bisogno. “Ora davvero - mi disse - posso dire che il mio solo bene è Dio e a Lui ho dato quello che avevo, per avere solo Lui!”.

Credo sia bello leggere la pagina di un libro, scritto da un missionario, don Giovanni Piumatti, che da 37 anni vive in Africa e ogni tanto torna in Italia. Dopo essere stato invitato in una scuola a parlare dei tanti problemi dell’Africa, tornando in Africa, scrive agli studenti:
  • “Ragazzi, non dobbiamo tagliare i ponti. Venuto in Italia, a maggio, sono stato nelle vostre classi, conservo piacevolmente alcune impressioni. Anzitutto ho fatto un paragone. Anni fa un’insegnante (non era delle vostre scuole) mi introdusse in una splendida aula e mi buttò in pasto ad una cinquantina di allievi, due classi riunite per l’occasione; mi disse frettolosamente ‘racconta loro qualcosa...’, e se ne andò. Lei aveva altro da fare. L’Africa per lei era ‘qualcosa’ che può servire a far passare un’oretta a ragazzi irrequieti, in cerca di diversivi. In una vostra classe ho raccontato di Leona che una sera mi disse: Oggi a casa non mangiamo! e sorrise, per non mettermi in imbarazzo. E raccontai che i nostri ragazzi vanno a scuola, scalzi, per chilometri, con una penna e due quaderni dentro un sacchetto di plastica... Uno di voi, stizzito, scattò in piedi e gridò: Perché queste cose non ce le dicono...? Io aggiunsi solo questo: Grida, fai bene! Dimmi solo: con chi te la prendi? Coi genitori, con gli insegnanti che sono qua con noi, con la scuola, con la TV…? E parlammo a lungo: di geografia, di storia, di vita. Un altro giorno, anche lì con due classi riunite, stavo entrando in un’aula. Lungo il corridoio passò un insegnante e disse: C’è la partita di calcetto... Alcuni dei vostri compagni, un bel gruppo, si è staccato e ha seguito quell’insegnante: euforici. In aula non posso dimenticare gli occhi di due di voi, ragazzine, nel primo banco: mi guardavano tristi, deluse... Occhi che gridavano. Non solo eravate ‘altre’, ma volevate farlo sentire a me, all’Africa, che ci siete e volete sapere...: a voi interessa altro!.
    Quell’aula mezza vuota vi pesava: era una pugnalata per voi, più che per me. E fu un’ora meravigliosa. Ragazzi, sappiate scegliere! Non lasciate che altri scelgano per voi. Staccatevi...dal branco”. (da Fiori selvaggi...profumo d’Africa di don G. Piumatti)[/i]
Non ci resta che farci convertire.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » mar set 04, 2007 3:37 pm

      • Omelia del giorno 12 Agosto 2007

        XIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Non temere, piccolo gregge
È diventato ormai ‘il tema’ dominante degli esperti di ecologia, e quindi dei mass media, trattare l’argomento del collasso a cui va incontro il nostro pianeta. Facile sentire previsioni a breve termine di disastri, che potrebbero sconvolgere tanta parte della terra. Si parla di future siccità o inondazioni, tali da cancellare anche tante nostre città o regioni, che ora si chiedono: Che sarà delle nostre città? Delle regioni che ora vivono nell’abbondanza? Potrebbe tutto svanire nel nulla? Ci sentiamo smarriti, uomini senza più speranza.

Quello che impressiona, nonostante i tanti richiami sui danni dell’effetto ‘serra’, è proprio il vedere tutto distrutto, proprio per la corsa verso un progresso, che tale non è, e per cui stiamo pagando un prezzo altissimo: più che corsa al progresso è diventata una corsa accelerata verso...la morte. Camminiamo senza certezza di futuro ed è la situazione peggiore per l’uomo, che è stato creato per il futuro, se per futuro si intende, non solo quello della scienza e del progresso, ma ‘altro’ ...quello dell’eternità. Ma si può vivere senza speranza?

A che servono i millantati progressi se ci rubano il bene più grande, che è quello della speranza? Eppure, se ci guardiamo attorno, facciamo poco per cambiare rotta alla nostra corsa verso...un disastro annunciato! Pochi sono disposti a cambiare abitudini, stili di vita, per far vivere l’ambiente, la natura, questo piccolo spazio che Dio ci ha dato prima di arrivare all’infinito. Fa davvero impressione, a volte, vedere, nelle città, la gente camminare con una mascherina sul volto per difendersi...e la fantasia corre a quei luoghi, come la campagna, dove domina il verde, l’aria pulita, che ridona la gioia di vivere difesi, anzi, circondati dal bello che Dio ha dato. Corriamo, tutti, ma verso dove? Così Gesù ci avverte:
  • “Gesù disse ai suoi discepoli: Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno. Vendete ciò che avete e datelo in elemosina, fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. Siate pronti, con la cintura ai fianchi e la lucerna accesa; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli” (Lc 12, 32-48).
È un insegnamento di Gesù che mette in discussione i modi di interpretare la vita nel nostro tempo. Un’interpretazione, per tanti, puramente ‘materialistica’, ossia l’uomo non più quella stupenda creatura uscita dal cuore di Dio per, sia pure faticosamente, vestirsi ‘qui’ degli abiti della santità, con un cuore libero da tutto e con lo sguardo sempre rivolto in Alto, dove inizia la vera vita.

Materialismo è davvero svendere la propria bellezza a cose che sono belle, in quanto creature di Dio, ma non possono essere il dio dell’uomo. E quando in noi si offusca il Bello di Dio, si spegne la stessa speranza, che è la virtù che fa superare le difficoltà in vista del Bene che ci attende. Ma non è facile far capire che tutto può essere niente, se viene privato di quell’attesa, di cui parla il Vangelo! In qualcuno può nascere la domanda: Allora dobbiamo forse abbandonare ciò che il Signore stesso ci chiama a fare in questa esistenza: dalla famiglia, al lavoro... No. È nostro dovere far fruttare i carismi che ci ha dati per ‘creare bene e fare bene, ma che sia sempre a gloria di Dio e rivolto alla carità’.

Sappiamo come Gesù stesso visse l’intera sua esistenza tra di noi, compiendo la Sua missione, avuta dal Padre, fino alla fine, quando sulla croce disse: ‘Tutto è compiuto’. Assicurare un bene che serva alla vita è lo stile di vita di tanti che, a volte, occupano posti importanti e di tantissimi che fanno parte della più grande famiglia di coloro che sudano ogni giorno per i propri cari.

Per questo fa tanta tristezza, proprio in questi giorni di ferragosto, vedere come si sprecano tante energie e soldi per un momento di ‘evasione’ da tutto, dalla realtà della vita e da ogni regola di vita, con tanti sprechi che sono un vero schiaffo alla povertà, che è ovunque, per poi alla fine trovarsi tra le mani ‘un po’ di sabbia’, che crea quel vuoto dell’anima che è il vero male dell’uomo.

Ci fu un giorno, non lontano, in cui si discusse su alcuni comportamenti che violano la morale: come il non pagare le tasse, non seguire le norme del codice della strada o certi atteggiamenti discutibili, che a volte vengono alla cronaca, in riferimento al ‘mondo delle veline’. La cosa stranamente interessò i giornali. Tutti erano d’accordo sul dovere di coltivare la solidarietà - almeno a parole - pagando le tasse. Non farlo è un furto al bene comune. D’accordo tutti che occorre senso di responsabilità sulla strada, diversamente si continua a mettere a rischio la propria e l’altrui vita. Ma non si trovava una ragione per criticare l’esibizione della bellezza fisica, che mette in un angolo quella vera dello spirito, che è la santità.
  • “È un mondo il nostro - scriveva Paolo VI, nell’enciclica ‘Populorum progressio’ – che soffre per mancanza di pensiero, non solo rispetto ai dialoghi di civiltà, ma anche in rapporto a quello umanesimo plenario e poco aperto ai valori dello spirito e di Dio. Senza dubbio, l’uomo può organizzare la terra senza Dio, ma senza Dio egli non può alla fine organizzarla contro l’uomo”.
Afferma S. Paolo, scrivendo agli Ebrei:
  • “Fratelli la fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono. Per mezzo di questa fede gli antichi ricevettero buona testimonianza. Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità e partì senza sapere dove andava. Per fede soggiornò nella terra promessa, come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città senza fondamenta, il cui costruttore e architetto è Dio” (Eb 11,8-12).
Torni a far luce la speranza che è il vivere guardando verso il Cielo, ma con i piedi su questa terra, sapendo che ‘qui’ occorre essere pronti...come chi sa di attendere il ritorno del Padre.

Credo importante il saper fare nostra una preghiera tanto conosciuta, e già proposta, ma da gustare sempre, di Madre Teresa di Calcutta: “Signore, io non sono che un piccolo strumento. Molto spesso io ho l’impressione di essere un mozzicone di matita tra le Tue mani. Sei Tu che pensi, che scrivi ed agisci. Non ho scelto io dove andare. Tu mi hai mandata non ad insegnare, ma ad imparare: imparare ad essere mite ed umile di cuore. Mandata a servire e non a essere servita. Va’ con cuore umile e generoso. Va’ a donare senza riserve”.

Come sarebbe un vivere davvero divino ‘avere il cuore in Cielo’ come i Santi! Lo prego per me e per tutti voi.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » mar set 04, 2007 3:44 pm

      • Omelia del giorno 15 Agosto 2007

        Assunzione della Beata Vergine Maria (Anno C)



        Solennità di Maria Assunta in Cielo
È grande festa oggi. Maria SS.ma, la donna che Dio ha preservata dal peccato originale, e quindi Immacolata, per essere Mamma di Suo Figlio, alla fine del tempo stabilito dal Padre, va in Cielo, senza conoscere il castigo della morte, che è di tutti noi. È stata assunta.

È festa immensa non solo per Lei, ma anche per noi, che sappiamo come un giorno, quando anche noi lasceremo questa terra, risorgeremo con un corpo celeste, se ne saremo degni, dannato se..., ma Dio non voglia!

Oggi quindi è grande festa per Maria, che ci ha preceduti, invitandoci a vivere per conoscere un giorno la gioia che ora Lei vive. Giustamente la Chiesa, oggi, mette in bocca a Maria il suo canto di gioia.
  • “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva, d’ora in poi, tutti mi chiameranno beata.

    Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il Suo Nome. Di generazione in generazione la Sua misericordia si stende su quelli che Lo temono.

    Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore.

    Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili.

    Ha ricolmato di beni gli affamati, ha mandato i ricchi a mani vuote.

    Ha soccorso Israele suo servo, ricordandosi della Sua misericordia, come aveva promesso ad Abramo ed alla sua discendenza per sempre”.
Anche se, oggi, questa festa è come oscurata dalla baldoria di ferragosto, credo di essere vicino a voi non solo a gustare il giusto riposo, ma anche a gioire, facendo festa con Maria Assunta, per quello che ‘saremo’. Così commenta Paolo VI questo giorno:
  • “Il Signore ha veramente esaltato Maria, ponendola al vertice delle sue opere e profondendo in lei la ricchezza della sua bontà, della sua bellezza e del suo amore. Ma la Vergine rimane sempre una creatura e come essa stessa si chiama ‘l’ancella del Signore’. L’umiltà si distende su tutta la sua vita. Contemplare Maria diventa una rispondenza ad una nostra incolmabile nostalgia. Gli uomini del nostro tempo, infatti, cercano il tipo, cercano l’eroe, cercano colui che sintetizzi qualche lato perfetto della loro vita umana. La Madonna verifica in se stessa tutte le bellezze dell’umanità, oltreché della santità soprannaturale: è donna, è vergine, è madre, ha sofferto, ha lavorato, ha patito, ha vissuto la nostra esperienza terrena e porta in alto la nostra umanità. Essa riconforta, e ci invita ad imitarla. È l’esemplarità della Madonna che illumina il nostro cammino, non rimane distante. La Vergine santissima è infatti nostra intermediaria e la sua intercessione diventa materna, sempre vicina alle prove della nostra vita. Essa ci conforta e ci invita ad imitarla, rendendo ideale il pellegrinaggio della nostra vita” (15.8.1965).
Con queste parole pregavo l’Assunta anni fa:
  • “Tu, Maria SS.ma, sei chiamata tutta bella, ti lodano come la Sposa dello Spirito Santo, la Madre della Chiesa. Tu hai avuto immensi doni dallo Spirito Santo, ne fosti adornata dalla nascita, tu Immacolata, fino alla tua Assunzione in Cielo. In te lo Spirito Santo ha trovato il manto più bello per collocare i suoi gioielli. Non per mettere in mostra te, ‘la tutta bella, la tutta umile’, ma solo per rendere gloriosa l’opera di Dio per noi e tra noi. Prendimi per mano, Maria SS.ma, fammi conoscere i doni che lo Spirito Santo mi ha donato. Fammi capire cosa sono i talenti di cui parla tuo Figlio Gesù, dati a me solo perché si trasformino in un cammino di continua ascesi verso la santità, in bene per i miei fratelli, per la Sua Chiesa e per tutta l’umanità. Sciogli, o Maria, la mia lingua perché dica tutte le parole che lo Spirito suggerisce. Rendi agili i miei piedi a correre dove Dio mi vuole. E che io sia servo vero del Signore, testimone di Gesù Risorto. Servo degli uomini, dove vuole e come Lui vuole, sempre, in modo che in ogni momento, in ogni azione, io possa cantare le cose grandi, che solo il Signore sa fare. E che sia sempre fonte di gioia per tutti”.
E oggi, in questo giorno di festa, con Madre Teresa di Calcutta, sento di poter cantare la gioia:
  • “Caro Dio, fa’ che la gioia, che è il frutto dello Spirito Santo e un segno caratteristico del Regno di Dio, discenda su di me, poiché gli Angeli a Betlemme dissero: ‘Gioia’ e Cristo condivise la Sua Gioia con gli Apostoli dicendo: ‘La mia gioia sia con voi’. Il termine ‘gioia’ era la parola d’ordine dei primi cristiani e S. Paolo ripete spesso: ‘Rallegratevi nel Signore, sempre!’, perché nel Battesimo il sacerdote dice al novello battezzato: ‘Che tu possa servire la Chiesa con gioia’. E fa’ che siamo inondati dalla gioia dell’Eucarestia e che essa si diffonda fra tutti coloro che siamo chiamati a servire con amore”.


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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » mar set 04, 2007 3:51 pm

      • Omelia del giorno 19 Agosto 2007

        XX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        L’Amore non vuole compromessi
Non so se voi, che considero amici e compagni in questo cammino alla sequela di Gesù, avete incontrato fratelli o sorelle, uomini, donne, giovani, anziani, la cui vita è di totale fedeltà gioiosa a Dio, non importa quale sia la loro vocazione, se chiamati alla vita religiosa, tutti e solo di Dio, o al matrimonio. È un vero spettacolo di paradiso. Basta guardarli negli occhi ed è come ammirare la bellezza di un cielo senza veli, come quello che a volte ammiriamo in alta montagna, là dove non arrivano i miasmi della terra.

Ricordo un giorno, in pellegrinaggio, nel deserto, percorso da Mosè e dagli Ebrei, fuggiti dall’Egitto per recarsi nella terra promessa, mi fu dato di sostare una sera ai piedi del monte Oreb, dove Dio dettò le Leggi delle XII Tavole. La notte era di una limpidezza a noi sconosciuta e, guardando il cielo, pareva davvero un incredibile ‘tessuto di stelle’, difficile da contemplare nelle nostre pianure coperte da smog. Mi venne spontaneo pensare: “Come sarebbe bello avere un cuore tanto buono da essere un ‘tappeto di stelle’ come questo cielo!”. Ed è possibile vederlo proprio quando si ha la fortuna di stare vicino a fratelli che si portano addosso come vestito la santità, in tutte le sue forme ed espressioni. Nella loro vita si può vedere la meravigliosa bellezza che Dio ha dato all’uomo.

E quella notte, in cammino verso l’Oreb, avevo come l’impressione di ‘toccare il cielo’...proprio come quando si ha la gioia di incontrare gente di fede e di amore. E sono tanti, tanti. Ma come arrivare a essere così ‘celesti’? Gesù, oggi, nel Vangelo, parlando del suo grande desiderio di realizzare la missione del Padre, con la sua crocifissione e morte - amore senza fine, dato per farci entrare nell’Amore - ha parole ‘di fuoco’. Leggiamole.
  • “Gesù disse ai suoi discepoli (a quelli cioè che dopo di Lui avrebbero dovuto essere i continuatori della ‘Sua opera’): Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso! C’è un battesimo che devo ricevere, e come sono angosciato, finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. D’ora innanzi in una casa di cinque persone, si divideranno due contro tre: padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera. Poi rivolgendosi alle folle disse: Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: ‘Viene la pioggia’ e così accade; quando soffia lo scirocco dite: ‘Ci sarà caldo’ e così accade. Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?” (Lc 12,49-57).
Questo di Gesù, oggi, può apparire un discorso duro. Naturalmente, quando parla di ‘odio’, non lo intende nel significato che gli diamo noi, ossia un perverso sentimento contro qualcuno, ma il totale distacco da sé per fare posto all’Amore: un Amore che in Gesù davvero era un ‘battesimo’, un ‘fuoco’ che gli bruciava dentro. L’odio o distacco totale è mettersi in totale disaccordo con quello che si è per fare posto alla santità. Ed è lì la vera pace cui aspirano i santi, per poi donarcela.

Voi sapete che sono un discepolo di Antonio Rosmini, che la Chiesa si appresta a beatificare, e questo avverrà a Novara in novembre. Il Padre Rosmini apparteneva ad una famiglia molto ricca a Rovereto. Basterebbe visitare il suo palazzo per rimanere stupiti del suo benessere. Alla chiamata di Dio, lascia tutto, si distacca da tutto, e sceglie come dimora una piccola cella che è sul Monte Calvario, sopra Domodossola.

Ogni volta ho l’opportunità di tornare alla culla del mio Istituto di carità, vengo come attirato dalla ‘cella’, dove lui trascorreva la sua giornata. Una piccola stanza, che è davvero il segno del distacco totale da tutto, lasciandosi alle spalle ciò che era ed aveva. E in quella cella è facile capire il Vangelo di oggi. In quella cella scrisse tanti libri, che avevano l’intenzione di combattere gli errori filosofici ed etici del suo tempo, per far risplendere il Volto della Verità.

Credo che qualcuno di voi abbia letto il famoso libro intitolato: ‘Le cinque piaghe della Chiesa’. Un libro che, per il coraggio della verità, gli creò odi, fino ad essere messo tra i libri all’Indice. Sarà Paolo VI che lo ridarà alla luce della verità e, si dice, abbia ispirato tanto il Concilio Vaticano II. Ma per il Padre quanta sofferenza eppure, come in tante altre occasioni: ‘Io non spero mai tanto come quando tutto sembra disperato...’. Ripeto, stando in quella cella, è possibile capire ‘i segni dei tempi’ e ciò che occorre scegliere...anche oggi.

Leggendo, oggi, la storia del profeta Geremia, in qualche modo cerco di capire i tanti anni in cui il Servo di Dio Rosmini venne quasi ‘sepolto’, ed ora è risuscitato. I profeti, quelli che nel nome di Dio e per il bene della gente non hanno paura di indicare la verità, non hanno mai vita facile...ma alla fine ‘Dio vede e provvede’!
  • “In quei giorni - dice la Parola di Dio oggi – i capi dissero al re: Si metta a morte quest’uomo, perché scoraggia i guerrieri che sono rimasti in città e scoraggia tutto il popolo, dicendo loro simili parole, poiché questo uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male. Il re Sedecia disse: Ecco è nelle vostre mani: il re infatti non ha potere su di voi. Essi allora presero Geremia e lo calarono nella cisterna di Malachìa, principe regale, la quale si trovava nell’atrio della prigione. Nella cisterna non c’era acqua, ma fango e così Geremia affondò nel fango. Ebded-Melech uscì dalla reggia e disse al re: Re, mio signore, quegli uomini agirono male facendo quanto hanno fatto al profeta Geremia, gettandolo nella cisterna. Egli morirà di fame sul posto, perché non c’è più pane nella città. Allora il re diede questo ordine a Ebded-Melech: Prendi da qui con te tre uomini e fa risalire il profeta Geremia, prima che muoia” (I Libro di Ger. 38, 4-10).
Tornando alle parole di Gesù è chiaro il suo ammonimento di ‘capire i segni del nostro tempo’, per saper discernere e trovare le vie della verità. Un disegno che è apparso chiaro alla Chiesa italiana a Verona, nel Convegno dello scorso anno. Ma amo sempre cogliere pensieri del grande Paolo VI, davvero profetici:
  • “La vita cristiana è come un sole che risplende sull’insieme dei nostri giorni. Figlioli miei, se questo sole finisce per spegnersi, che cosa si perderebbe? Alcuni dicono, niente. E invece si perderebbe proprio il senso della vita. Perché lavorare, perché amare gli altri, perché essere buoni, essere onesti, perché soffrire, perché vivere, perché morire, se non c’è una speranza al disopra di questa terra? È la vita cristiana a dare il senso, il valore, la dignità, la libertà, la gioia, l’amore al nostro passaggio sulla terra. Per questo l’invito paterno vuol essere possente come un grido, che dovrebbe rimanere a ricordo del nostro incontro: siate cristiani, siate cristiani!” (giugno 1964).
Impariamo a ‘sognare’ un mondo nuovo, amato da Dio e che si fa amare! Ci sono tanti segni buoni, ancora oggi, da cogliere e seguire. Anche il Santo Padre, Benedetto XVI, parlando ai vescovi italiani, riuniti in assemblea, a maggio, così ha dato testimonianza di questa aurora di tempi nuovi.
  • “Saluto con affetto ciascuno di voi, rivivendo quei sentimenti di amicizia e di comunione che ho potuto manifestarvi personalmente in occasione della vostra ‘visita ad limina’. Ho imparato la geografia ‘esteriore’, ma soprattutto la geografia ‘spirituale’ della bella Italia. Ho potuto realmente entrare nell’intimo della Chiesa, dove c’è ancora tanta ricchezza, tanta vitalità di fede; dove, in questo nostro difficile periodo, non mancano i problemi, ma si vede anche che la forza della fede è profondamente operante nelle anime. Anche laddove la fede sembra spenta, una piccola fiamma rimane e noi possiamo ravvivarla”.
Come sempre preghiamo con Madre Teresa di Calcutta:
  • “O Dio del cuore, tu che hai creato e dato la vita a noi, facci crescere in amore per te e l’uno per l’altro. Hai mandato tuo Figlio Gesù Cristo per rivelarci che tu ti prendi cura di noi tutti, e che tutti ci ami. Donaci il tuo Santo Spirito affinché susciti in noi una fede forte e senza compromessi, per capire, con profonda comprensione della vita degli altri popoli, la disposizione originaria dell’umanità, in modo da sapere scorgere in tutto tuo Figlio”.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » mar set 04, 2007 3:57 pm

      • Omelia del giorno 26 Agosto 2007

        XXI Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Entrare in Cielo per la porta stretta
Posso dire che abbiamo lasciato alle spalle un periodo di riposo, per essere pronti ad affrontare il cammino della quotidianità.

Nel mio breve silenzioso riposo in Trentino, ho notato, girando, come sono tanti quelli che dedicano il tempo delle ferie per un ‘ristoro dello spirito’, cercando luoghi di silenzio, di meditazione e preghiera. Erano affollate tutte le foresterie dei monasteri e tanti i raduni di spiritualità. Questo è un grande segno positivo: il segno che l’uomo ha capito che l’irrazionale e pericoloso consumismo, che devasta la vita interiore per un poco di chiasso esterno, non giova…anzi! E ringrazio per questo il Signore.

Negli incontri che avevo nelle varie località montane, sempre notavo ‘la sete’ di tanti, di cercare le vie della Verità e il respiro del cuore e dello spirito.È Dio che cerca l’uomo e l’uomo che vuole farsi trovare da Dio. Ringraziamo il Signore.

Il mondo sembra ami accarezzare le devianze della vita, lasciando però una profonda ferita di infelicità quando tutto finisce. Abbiamo davvero bisogno, tutti, che il Signore a volte alzi la voce e si faccia sentire per impedirci di fare danni irreparabili. Come non ricordare lo stile di mamma e papà che, quando ero piccolo ed inesperto, ogni giorno, ci riempivano di rimproveri e raccomandazioni, ‘sperando’, dicevano, che delle ‘mille prediche’ fatte ogni giorno, ‘rimanga almeno il ricordo di una’.

E Paolo, oggi, sembra proprio rivolgersi a noi con la trepidazione di chi ci avverte che c’è il rischio che usciamo dalla retta via.
  • “Fratelli - scrive agli Ebrei - avete dimenticato l’esortazione a voi rivolta come a figli: Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere di animo quando sei ripreso da Lui, perché il Signore corregge colui che Egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio. È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio ci tratta come figli; e qual è il figlio che non è corretto dal padre? Certo ogni correzione, sul momento non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati. Perciò rinfrancate le mani cadenti e le ginocchia infiacchite e raddrizzate le vie storte per i vostri passi, perché il piede zoppicante non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire” (Ebr. 12, 11-13).
Quante volte il Padre, che ci vuole immensamente bene, permette alcune prove! In altre parole ‘ci corregge’, perché è facile farsi prendere la mano dalle tante tentazioni che ci assediano, volte tutte a farci prendere altre strade, che non sono la giusta via verso il traguardo della santità. Chi di noi, con serietà, vuole seguire Gesù, sa che, per essere veramente Suoi discepoli, è necessario a volte ‘sentirsi tirare le orecchie’ dal Padre.

Mia mamma morì che aveva 99 anni e sei mesi. Ogni volta mi incontrava, aveva sempre qualche predica da farmi, anche se ero vescovo. Prima di morire, nell’ultimo incontro che ho avuto con lei, in ospedale, accomiatandomi mi tese la mano e mi disse con forza: “Mi raccomando, Antonio, fa’ giudizio, sempre giudizio! In modo da arrivare al ‘giudizio di Dio’ promosso!”. Com’è difficile, oggi, anche nelle famiglie, sentire i genitori ‘correggere’ i figli, indicando la retta via della vita! Si ha come l’impressione, a volte, che, privi di ogni autorevolezza, si permetta tutto, senza alcun discernimento del bene e del male. Da chi questi nostri fanciulli riceveranno la giusta educazione, sostenuta da una profonda testimonianza di vita cristiana, se i genitori non se ne curano? Inutile poi disperarsi, per il ‘duro prezzo da pagare’, quando li vediamo ‘perdersi’ nelle tanta maniere che tutti conosciamo!

Luca, nel Vangelo di oggi, ci presenta Gesù che si incammina verso Gerusalemme, ossia verso il sacrificio della croce, e lo fa “passando di villaggio in villaggio, insegnando”. A Gesù viene posta una domanda di piena attualità.
  • “Un tale gli chiese: Signore, sono pochi quelli che si salvano?”.
Evidentemente quel tale era rimasto colpito dalla parola di Gesù che, difficilmente allora, ma anche oggi, trovava posto nell’uomo. È una domanda che mette in imbarazzo tutti noi. Saremo tra i pochi? Gesù sviluppa il discorso:
  • “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, cominceranno a bussare alla porta dicendo: Signore, aprici! Ma egli risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete. Allora cominceranno a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me, operatori di iniquità! Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno a mensa nel Regno di Dio. Ed ecco ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi, e alcuni tra i primi che saranno ultimi” (Lc 13, 22-30).
Gesù, in quel momento, aveva davanti agli occhi la folla dei farisei pronti a occupare i primi posti e dei peccatori ‘tagliati fuori’ dalla loro considerazione. Questo atteggiamento Gesù lo condannerà nella parabola del fariseo che, nel tempio, si mette ai primi posti e fa l’elogio di se stesso a Dio: “Ti ringrazio Signore che non sono come gli altri”, esaltando le esteriorità che, secondo lui, avrebbero dovuto renderlo ‘giusto’ agli occhi di Dio. Ma al fariseo Gesù contrappone il pubblicano, ritenuto da tutti un ‘pubblico peccatore’, che se ne sta in fondo al tempio, a testa bassa, riconosce la sua povertà, non avendo nulla da offrire di buono, e chiede pietà.

Il giudizio di Gesù, che garda al cuore degli uomini, chiama ‘giusto’, degno di entrare per la porta stretta, ‘l’ultimo’, cioè il pubblicano, ma ‘non conosce, non sa di dov’è’ il fariseo, ‘il primo’ che si presenta esibendo una giustizia che tale non è agli occhi di Dio: ‘Non ti conosco’. Guardando, con lo sguardo di Dio, alla concreta vita cristiana, non vi è il rischio di scoprire che molti si ‘credono’ cristiani per qualche ‘pratica’, che difficilmente è un atto di amore, ma è solo esteriorità, che non parte dal cuore, e nulla vi è nella vita dello ‘stile’ secondo Gesù?

Oggi, Gesù ci invita a guardare con sincerità alla nostra esistenza e fare la nostra scelta. La nostra vita è degna ‘di entrare per la porta stretta’ o è solo esteriorità che alla fine troverà la porta del Cielo chiusa e il terribile ‘giudizio’ del Padre: ‘Non vi conosco’?

In un incontro che ebbi, anni fa, insieme con Madre Teresa di Calcutta, alla fine un gruppo di giovani ci chiese ‘com’era’ seguire Gesù. La risposta fu: ‘Durissimo, ma meraviglioso!’. Allora insistettero se, conoscendo quanto è ‘duro’ essere fedeli a Gesù, l’avremmo ugualmente seguito. ‘Direste ancora sì?’. Lasciai che fosse la Madre a rispondere a questa provocazione. ‘Se mi chiedesse di rifare la stessa strada, con le asprezze, i contrasti, la fatica... forse Gli direi di no’. Ci fu un momento di silenzio sospeso, di sconcerto totale. Madre Teresa stessa parve raccogliersi nel suo silenzio, poi all’improvviso riprese: ‘Ma gli voglio così bene, che Gli direi di sì’. Vi fu un boato, quasi di liberazione, ma soprattutto di gioia!

Cerchiamo questa liberazione e gioia, facendoci aiutare dalle ‘Massime di perfezione’ del servo di Dio Antonio Rosmini, fondatore dell’Istituto di Carità, a cui appartengo. La IV massima, ‘Abbandonare totalmente se stesso nella Provvidenza di Dio’, afferma:
  • “La perfezione della vita cristiana (la porta stretta di cui parla Gesù) è il proposito sempre rinnovato di volere, in tutte le azioni della vita, solo ciò che sta a cuore a Dio: e la vita perfetta è la professione di rendere a Dio, in tutti gli atti, il maggior servizio possibile. Ne consegue che anche le azioni oneste che l’uomo compie, per la conservazione della propria vita, anche il suo godere i doni di Dio, con animo riconoscente, deve essere fatto da lui non per il suo bene o piacere presente, ma solo perché è persuaso che, nella circostanza in cui si trova, quella è la cosa più cara a Dio e perciò la più perfetta. Insomma, il cristiano non fa alcun cambiamento per una sua soddisfazione presente, sia pure onesta in se stessa, ma solo per compiere ciò che è suo dovere e per essere più caro a Dio. Da qui deriva la stabilità del perfetto cristiano. È proprio della gente del mondo non essere mai contenta dello stato in cui si trova: gli uomini del mondo si fanno una continua guerra per occupare i posti migliori. La perfezione del cristiano, invece, richiede che sia contento di qualunque posto e che non si dia altro pensiero che di eseguire i doveri inerenti al proprio stato”. (IV, nn. 14-16).
Come vorrei che, con tutti voi, che con me cercate ‘di entrare per la porta stretta’, un giorno venissimo accolti: ‘Venite benedetti!’ e nessuno debba sentire: ‘Non ti conosco, non so di dove sei’. È possibile? È doveroso e sono certo che è quello che volete e per cui vi impegnate. Per questo con voi prego e vi amo di cuore.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » mar set 04, 2007 4:09 pm

      • Omelia del giorno 2 Settembre 2007

        XXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Chi si umilia sarà esaltato
Potremmo definire la Parola di Dio, oggi, il Vangelo dell’umiltà: virtù necessaria e rara, propria di chi ha la coscienza di ciò che realmente è agli occhi di Dio e, quindi, cerca sempre quasi di scomparire agli occhi degli uomini, anche se la santità, che si coltiva con l’umiltà, è così meravigliosa, che si impone allo stupore di tutti.

Ho avuto il dono di stare vicino a quel grande Papa che fu Giovanni Paolo II. Quello che sempre mi colpiva era la sua semplicità: la porta aperta alla stima e all’amore di tutti. Poteva, come Pontefice, fare valere la sua grandezza davanti agli occhi degli uomini, ma faceva di tutto per essere ‘piccolo’, come un bambino che tutti potevano accostare con familiarità.

Davvero, l’umiltà è la coscienza del proprio nulla, davanti agli occhi di Dio, che Gli dà la possibilità di manifestare la Sua Gloria e Grandezza. Dà fastidio a tutti la corsa, che oggi si fa, a volte smarrendo dignità e onestà, per mettersi in mostra e, se possibile, occupare ‘i primi posti’. Non conosce limiti il grande male della superbia che, spesso, calpesta anche i diritti degli altri.

Non so se qualcuno dei miei ‘amici di viaggio nel Vangelo’ ha avuto modo di leggere o di sentir parlare di quel grande poeta del ‘900 che fu don Clemente Rebora. Era ‘grande’ per la sua arte, la sua poesia, la sua sapienza. Ma, convertitosi e divenuto religioso tra noi Padri Rosminiani, decise di gettare dietro le spalle il suo passato, come non fosse mai esistito, arrivando a strappare tante sue poesie e la composizione di un dizionario, che non era ancora terminato. Lo racconta in una sua poesia famosa quando, sentendo passare lo straccivendolo, che raccoglieva le sue carte fatte a pezzi, ne ripete il grido: ‘strascè!’. Trascorrendo con lui alcune vacanze alla Sacra di S. Michele in Val di Susa, passeggiando con lui, cercavo di fare sfoggio delle mie letture, soprattutto citando romanzi russi. Lui ascoltava e taceva, come fosse all’oscuro di tutto. Seppi poi che era un grande conoscitore proprio della letteratura russa. Solo la ‘giovinezza’ mi salvò dalla totale vergogna! Le persone veramente umili sanno nascondere quello che sono e valgono. Per questo alla fine splendono. Ascoltiamo quello che dice il Siracide (3, 19) oggi:
  • “Figlio, nella tua attività sii modesto, sarai amato dall’uomo e gradito a Dio. Quanto più sei grande, tanto più umiliati, così troverai grazia davanti al Signore, perché dagli umili Lui è glorificato. Una mente saggia medita le parabole, un occhio attento è quanto desidera il saggio”.
Il Vangelo di oggi è davvero la grande lezione dell’umiltà, che Gesù dona, osservando come si comportavano gli uomini del suo tempo. L’evangelista Luca ce lo descrive come uno che osserva ed è osservato.
  • “Avvenne un sabato che Gesù era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo. Osservando poi come gli invitati sceglievano i primi posti disse loro una parabola: Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te e colui che ha invitato te e lui, venga a dirti: Cèdigli il posto! Allora dovrai occupare con vergogna l’ultimo posto. Invece quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14, 7-14).
Viene da chiedersi se nel nostro mondo c’è ancora posto per questa preziosa virtù, che è il non mettersi in mostra, ossia l’umiltà. Sembrerebbe di no eppure tutti facciamo l’esperienza di una sorta di ‘fastidio’ davanti a chi cerca sempre di apparire, mentre ci troviamo a nostro agio quando incontriamo uno che è umile e non si dà arie, anzi ti invita quasi a occupare il primo posto!

Andando in montagna, là dove finiscono gli alberi e spunta solo la roccia, perché si è in alto, ciò che mi attira di più sono i piccoli fiori, che sembra vogliano nascondere la loro bellezza. Eppure è una bellezza che affascina... più sono piccoli e più sono belli. Come nella nostra vita. C’è un meraviglioso brano di Rosmini, che è nella IV Massima della perfezione cristiana, e dice:
  • “Nel cristiano devono trovarsi due disposizioni apparentemente opposte, ma che stanno armoniosamente insieme: un grandissimo zelo per la gloria di Dio e per il bene del suo prossimo, assieme ad un sentimento che gli dice di essere incapace di ogni bene, di porre alcun rimedio ai mali del mondo. Il cristiano deve dunque imitare l’umiltà di Mosè. Quanto stentò a credere di essere lui l’eletto a liberare il popolo di Dio! Con affettuosa semplicità e confidenza rispose a Dio stesso di dispensarlo da quell’incarico, perché era balbuziente. Lo pregò invece di mandare Colui che doveva essere mandato: il Messia promesso. E tutto questo, sebbene Mosè traboccasse di zelo per la salvezza del suo popolo. Il cristiano deve imitare continuamente la profondissima umiltà della Vergine Maria. Nelle Divine Scritture la vediamo descritta sempre in quiete, in pace, in continuo riposo interiore. Di sua scelta la troviamo sempre in una vita umile, ritirata, silenziosa, dalla quale non viene tolta se non dalla voce stessa di Dio o dai sentimenti di carità verso la sua parente Elisabetta. A giudizio umano, chi potrebbe credere che della più perfetta di tutte le creature ci fosse raccontato così poco nelle divine Scritture? Nessuna opera da lei intrapresa; una vita che il mondo direbbe di continua inazione, e che Dio dimostrò essere la più sublime, la più virtuosa, la più generosa di tutte le vite. Per essa questa umile e sconosciuta giovinetta fu innalzata dall’Onnipotente alla più alta dignità, a un seggio di gloria più elevato di quello dato a qualunque altro, non solo tra gli uomini, ma anche tra gli angeli” (n. 7).
Lo stesso Rosmini, fondando il suo Istituto di carità, proprio perché si proponeva questo grande fine, sapeva molto bene che la carità esige umiltà, tanta umiltà, quella che fa sempre posto agli altri, a cominciare dai più poveri, mettendosi al loro servizio, ‘lavandone i piedi’, come Gesù, ‘perché non sono venuto a essere servito, ma a servire’.

E, per questo, aveva voluto che tra i ‘suoi figli di carità’, ci fossero alcuni, detti ‘presbiteri, o saggi di vita consacrata’, che avessero il grande compito di vigilare che fosse rispettata la povertà nelle case e negli individui, considerando la povertà ‘muro di sostegno della Chiesa e di ogni congregazione’ e vigilassero sull’umiltà, ossia a che nessuno ambisse a posti elevati, che è poi la ricerca di ‘carriera’. Se i presbiteri individuavano qualcuno tra i membri della Congregazione che brigasse per fare carriera, questi doveva essere immediatamente allontanato dall’Istituto. Aveva forse torto? Fino a che chiamiamo ‘carriera’ una affermazione della persona nei vari campi, come la scienza o altro, vissuta come un dono di Dio per i fratelli, certamente è un bene. Ma quando il ‘fare carriera’ è sgomitare, calpestando magari i diritti degli altri - e avviene tanto spesso nella vita - questo, oltre che essere grande superbia, quella di ‘volere i primi posti’ senza essere invitato e, magari, senza aver neppure le capacità, è anche una emarginazione di chi quel posto non fa nulla di disonesto per occuparlo, affidandosi ai vari concorsi, alle tante vie per essere riconosciuti e scelti per le proprie reali doti professionali, con giustizia e non per ‘amicizia’ o clientelismo.

Quanti rischi corre il bene comune, in tutti i campi, quando ai posti chiave della sanità, della politica, dell’amministrazione della giustizia, ecc. vanno i raccomandati e non capaci! Gesù, con una semplice parabola, ci ha indicato la via della giustizia e ce l’ha consegnata! Ma viene ascoltato? Preghiamolo, per ciascuno di noi, con le parole del Salmo 131:
  • “Signore, il mio cuore non ha pretese non è superbo il mio sguardo, non desidero cose grandi superiori alle mie forze.

    Io sono tranquillo e sereno, come un bimbo in braccio a sua madre.

    È quieto il mio cuore dentro di me.

    Israele confida nel Signore, ora e sempre”.
Non aspiriamo dunque ‘ai primi posti’, ma, con tutta umiltà e coraggio, certi della Sua Presenza nella nostra vita: ‘come sono, là dove sono, fare tutto ciò che posso’... per la Sua Gloria e per il bene dei fratelli!



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » gio set 06, 2007 10:12 pm

      • Omelia del giorno 9 Settembre 2007

        XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Testimoni del grande Sì di Dio
In un discorso, poche settimane prima della sua elezione alla Cattedra di S. Pietro, l’allora Card. Ratzinger, oggi Papa Benedetto XVI, così esprimeva il suo rammarico per una fede epidermica di tanti, contraddetta dalla condotta, e la necessità di coerenza alla vera sequela di Gesù:
  • “Ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento della storia, sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo. La testimonianza negativa di cristiani che parlavano di Dio e vivevano contro di Lui ha oscurato l’immagine di Dio e ha aperto le porte all’incredulità. Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo diritto verso Dio, imparando da Lui la vera umanità. Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all’intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri. Soltanto attraverso uomini toccati da Dio, Dio può fare ritorno presso gli uomini”.
Parole chiare che possono guidarci nella nostra vita di fede. È facile oggi essere ‘cristiani integrali’, ovunque si viva, qualunque professione si eserciti, in qualunque condizione ci si trovi? Si ha l’impressione che vivere fino in fondo il Vangelo e quindi ‘essere giusti’ sia un pio desiderio o un sogno non alla portata di mano.

Tutti noi dovremmo sapere che essere giusti, ossia fedeli al Vangelo, seguendo Cristo totalmente, non è una questione di ‘bigotti’ o di ‘persone speciali’, ma è la conseguenza di chi seriamente crede nella Presenza reale e vivente di Gesù nella propria vita, sforzandosi di ‘stare con Lui’, amarlo, pur vivendo in questo nostro difficile mondo. E ce ne sono di questi nostri fratelli e sorelle, che sono cristiani convinti e gioiosi, senza ‘ni’ o senza ‘ma’. Sono i fedeli del ‘sì’ totale.

Quando li incontriamo, non solo rimaniamo stupiti, ma ci sembrano fratelli o sorelle ‘usciti direttamente dal Cuore di Dio’, e sono la sola luce, speranza e gioia in questo mondo. È quello che ci dice Gesù oggi, con chiarezza:
  • “Siccome molta gente andava con Gesù, si voltò e disse: Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita non può essere mio discepolo. Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo” (Lc 14,25-33).
Parlando ai Vescovi italiani nella annuale assemblea a Roma, il 24 maggio, il S. Padre, ricordando il Convegno ecclesiale di Verona, nell’ottobre scorso, così riassumeva il ‘diventare discepoli di Gesù’:
  • “Conservo nel cuore un grande e grato ricordo della giornata che ho trascorso con voi in quell’occasione e sono felice dei risultati che nel Convegno sono maturati. Fondamentalmente si tratta ora di proseguire il cammino, per rendere sempre più effettivo e concreto quel ‘grande sì’ che Gesù Cristo ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla libertà e alla nostra intelligenza; in quel ‘sì’ si riassume lo stesso Convegno. Partire da questo fatto e farlo percepire a tutti - che cioè il cristianesimo è un grande ‘sì’, un ‘sì’ che viene da Dio stesso ed è concretizzato nell’Incarnazione del Figlio - mi sembra di grande importanza. Solo se conosciamo la nostra esistenza cristiana all’interno di questo ‘sì’, se penetriamo profondamente nella gioia di questo ‘sì’, possiamo poi realizzare la vita cristiana in tutte le parti della nostra esistenza, anche nei momenti difficili del vivere oggi”.
E i Vescovi, raccogliendo l’invito del S. Padre, hanno voluto titolare il documento delle linee del programma del dopo-Verona: Testimoni del grande ‘Sì’ di Dio all’uomo. Appare allora chiaro il significato delle parole di Gesù, alla folla che Lo seguiva, apparentemente dure, ossia ‘odiare’ inteso come ‘prendere un distacco netto’ da quello che può impedire la realizzazione di seguirLo per amore.

Oggi si parla tanto d’amore, senza forse sapere quale sia la sua vera natura. L’amore è un donarsi totalmente a qualcuno. L’amore vuole totalità e gratuità…come quello che Dio ha per noi. L’amore libero e gratuito chiede una risposta libera e gratuita. L’amore vero non vuole essere come un condominio dove tutti possono trovare spazio, nel senso che è per tutti e quindi per nessuno in particolare. Dio per amore davvero a noi ha dato tutto, fino a donare la vita di Suo Figlio Gesù, che, a sua volta, ha risposto al ‘sì’ del Padre con la totalità di donazione sulla croce.

Noi, a volte, poniamo la nostra felicità in affetti che, se va bene, possono donarci ‘un respiro’ alla vita, ma tutti sappiamo, per esperienza, che non riempiono la sete che solo Dio può soddisfare. Poter dire il nostro ‘sì’, a mani nude, cioè senza altri che Lui e gli altri in Lui, è davvero avere raggiunto la santità. Quando le nostre mani hanno altro, e resta poco per Dio, è difficile conoscere la bellezza del ‘sì di Dio’. Riflettiamo sulla Parola che il libro della Sapienza offre oggi:
  • “Quale uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore? I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni, perché un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla grava la mente di molti pensieri. A stento ci raffiguriamo le cose terrestri, scopriamo con fatica quelle a portata di mano, ma chi può rintracciare le cose del cielo? chi ha conosciuto il tuo pensiero, se tu non gli hai concesso la sapienza e con gli hai inviato il Tuo Santo Spirito dall’alto? Così furono raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra: gli uomini furono ammaestrati in ciò che Ti è gradito; essi furono salvati per mezzo della sapienza” (Sap 9, 13-19).
Tornando alla richiesta di Dio - di amarlo totalmente - mi viene in mente la preghiera che mamma, nella sua semplicità di donna di fede integrale, ci faceva recitare, quasi per ricordarci tutto questo.

Alla mattina: “Ti adoro, mio Dio, e Ti amo con tutto il cuore. Ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano e conservato in questa notte. Ti offro le azioni della giornata: fa’ che siano tutte secondo la Tua santa volontà e per la maggior tua Gloria. Preservami dal peccato e da ogni male. La Tua Grazia sia sempre con me e con tutti i miei cari. Amen”.

Ogni sera: ‘Ti adoro, mio Dio, e ti amo con tutto il cuore. Ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano e conservato in questo giorno. Perdonami il male che oggi ho commesso, e se qualche bene ho compiuto, accettalo. Custodiscimi nel riposo e liberami dai pericoli. La Tua Grazia sia sempre con me e con tutti i miei cari Amen”.

Preghiere semplici, ma, se ben meditate, contengono il Vangelo di oggi. Quante volte vorrei ‘rubare’ la serenità di fratelli, semplici laici o anime consacrate, la cui vita è un continuo sorriso, pur ‘portando la croce quotidiana’. Un sorriso che diventa poi dono a quanti incontrano, con il ‘farsi prossimi’, soprattutto verso chi è nel dolore. Un sorriso ben diverso da quello finto che notiamo su troppi volti che nasconde una profonda amarezza, proprio di chi non conosce l’amore. Affermava il venerabile Rosmini, nella prima Massima di Perfezione:
  • “Chi ama Dio, come comanda il Vangelo, cioè con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente, sa che a Dio non può dare alcun bene, perché Dio li ha tutti. Perciò desidera almeno usargli giustizia, riconoscendo le Sue infinite perfezioni e desidera servirLo in tutte le proprie azioni, offrendoGli l’ossequio, la sottomissione, l’adorazione più grande che sia possibile. Il che equivale a dire: desidera unicamente ed infinitamente la Gloria di Dio. E siccome nell’ossequio e nella gloria resa a Dio sta la santità dell’uomo, la perfezione del cristianesimo comporta una tendenza a conseguire la maggiore santità possibile” (Massima n. 1)
Così oggi prego con voi:
  • “Vieni Spirito Santo e irrompi come un vento impetuoso nelle nostre comunità. Vieni a sconvolgere le nostre liturgie troppo rigide, troppo convenzionali, le nostre catechesi a volte salottiere.Vieni a portare vita in queste nostre comunità, troppo polverose, ammuffite, ordinate, forse troppo. Vieni Spirito Santo come un fuoco ardente, brucia tutto ciò che ci impedisce di seguire il Vangelo di Gesù, brucia ogni nostro atteggiamento meschino, brucia ogni paura e gelosia. Infiamma il nostro cuore di un coraggio a tutta prova, di una generosità senza limite, di una misericordia inesauribile. Vieni Spirito Santo e insegnaci a parlare l’unico linguaggio, che tutti possono comprende: il linguaggio dell’amore, della salvezza, del perdono. Liberaci da tutto ciò che complica, indebolisce e annienta le nostre parole. E donaci di portare a tutti il Lieto Annuncio con parole cariche di bontà”.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » gio set 13, 2007 1:36 pm

      • Omelia del giorno 16 Settembre 2007

        XXIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Un immenso amore da esplorare: la Misericordia di Dio
Conosciamo tutti la nostra miseria spirituale, ereditata dal peccato originale, che ci aveva dati in preda al male. Siamo davvero deboli e inclini al peccato, che è un rifiuto dell’amore del Padre e, quindi, un rifiuto della santità e della felicità di amarLo e godere del Suo amore. Un abisso di infelicità, che non era quello che Dio, creandoci, aveva in mente...anzi!

Basta guardarci dentro o attorno per accorgerci come il mondo non offra aiuti per uscire da questa infelicità... anzi, sembra divertirsi nel costruire occasioni sempre maggiori di dolore e sofferenza. Così si ripete l’antica storia del ‘serpente, il più astuto degli animali’, come è narrata nella Bibbia, all’inizio della vita dei nostri progenitori: prospetta ‘paradisi’, senza o contro il vero Paradiso, che è Dio. Se siamo sinceri con noi stessi, sappiamo che il rifiuto di Dio, prima o poi, lo paghiamo caro, con ‘un deserto d’anima’!

Chi non ricorda la grande opera di San Pio da Pietrelcina, che fece della sua vita una missione ‘dolorosa’, per aiutare tanti ad uscire dall’insopportabile malattia dell’anima, che è il peccato, e così tornare a vivere, sperimentando la misericordia e sentendo il calore del Padre che, nella riconciliazione, si fa incontro al figlio che, tornato in se stesso, ha ritrovato la strada di casa, mentre Lui sulla porta, ne attendeva commosso il ritorno?

Dovremmo sapere tutti, a cominciare da quanti sentono il bisogno di ritrovare il ‘paradiso perduto’, che a fare il grande passo per aprire le porte del Cielo, addossandosi tutti i nostri peccati e pagandoli sulla croce, fu il Suo Figlio prediletto, Gesù Cristo.

Ogni volta mi reco in qualche santuario della Madonna, a Lourdes o Fatima, mi coglie un grande stupore di gioia, nel vedere i confessionali sempre occupati e tanti che, con l’intercessione della Mamma Celeste, fanno ritorno alla vita dell’anima, che solo il Padre può restituire. Così S. Paolo, scrivendo a Timoteo, descrive la sua conversione:
  • “Rendo grazie a Dio che mi ha dato la forza, in Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al ministero: io che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un peccatore ed un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo, senza saperlo, lontano dalla fede; così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità in Gesù Cristo. Questa parola è sicura e degna di essere accolta da tutti: Gesù Cristo è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, la sua magnanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in Lui per avere la vita eterna” (Lettera a Timoteo, 1, 12-17).
E la storia della conversione di S. Paolo, che passa attraverso la Misericordia di Dio, è davvero la storia di tanti. Tanti che sentivano il bisogno di uscire dal male e respirare la gioia della bontà, dono di Dio, attraverso la Riconciliazione.

Quanta gente, nella mia veste di ministro della Penitenza o Riconciliazione, ho visto come rinascere dopo una vita dissennata o spericolata. Uomini e donne che non ce la facevano più a vivere una vita senza senso, senza la vera gioia, dono di Dio; stanchi di sentirsi come il figlio prodigo, lontani dal Padre, abbandonati a se stessi e costretti a nutrirsi di ‘ghiande destinate ai porci’! In quante persone ho visto il miracolo della ‘resurrezione’, che si manifesta in un volto rasserenato, con gli occhi umidi per la gioia di essere liberati dal ‘peso del male’, sentendosi avvolti dalla Misericordia di Dio!

È proprio la parola ‘resurrezione’ che un dissociato della camorra usa in una lettera, per descrivere la sua conversione, che gli fa vedere il carcere come luogo di riparazione, in attesa della piena riabilitazione: “Per grazia di Dio e per la sua opera, padre, ora sono come uno che è nato una seconda volta e che nulla ha a che fare con quello di prima. Ora so cosa voglia dire amare ed essere amato...anche stando in carcere”.

Chi può misurare la Misericordia del Padre? Gesù stesso ce ne ha dato un’immagine con la parabola del Buon Pastore, ma, soprattutto, del figlio prodigo: un Papà meraviglioso che non sa odiare, ma che, anche se rifiutato, continua ostinatamente ad amare il figlio, stando sempre in ansiosa attesa sulla porta di casa, nella speranza che un giorno, finalmente, il figlio si renda conto che senza di Lui non può vivere e, così, faccia ritorno.

Se tutti, come è vero, siamo figli di un Padre Misericordioso, tutti siamo da Lui attesi, sempre che, come il figlio prodigo, con l’aiuto dello Spirito, ‘rientriamo in noi stessi’ e diciamo ‘tornerò da mio Padre’. Ma ascoltiamo la voce di Gesù, voce del Padre Misericordioso:
  • “In quel tempo, si avvicinarono a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro. Allora Gesù disse questa parabola: Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la trova? Ritrovatola, se la mette sulle spalle tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. Così vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione”.
E la gioia del ritrovamento del ‘figlio perduto’ così è descritta nella parabola del figliol prodigo:
  • “Quando il figlio era ancora lontano, il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Ma il Padre disse ai servi: Presto portate qui il vestito più bello, e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo; mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a fare festa” (Lc 15, 1-32).
Con poche parole Gesù descrive ‘la vera ragione’ della gioia del Padre, che è davvero Misericordia: “Questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. Incredibile davvero l’amore di Dio, che non conosce i nostri rancori e le nostre infedeltà. A Lui interessa solo che ‘torniamo in vita’!

Incontrando un giorno una persona che provava sempre grande gioia, pensando alla figura di Gesù, che va in cerca della pecora smarrita o del figlio perduto, affermava: “A volte mi verrebbe voglia di essere la pecora smarrita, per farmi poi trovare dal Buon Pastore e coricarmi sulle sue spalle!”. Dio solo conosce l’immensa solitudine e angoscia di coloro che desiderano vendicarsi o farsi giustizia senza amore, e chissà con quanta fatica e passione li cerca.

Credo che tanti di voi abbiano visto o posseggano una immagine di Gesù, dal cui costato escono due grandi raggi luminosi: uno bianco e uno rosso, e se ne siano chiesti il significato. È la visione che ebbe Suor Faustina, di cui anche in altre occasioni ho parlato, e che il grande Giovanni Paolo II dichiarò santa il 30 aprile 2000, dicendo: “Celebrate il Signore perché è buono, eterna è la sua misericordia”. Così canta la Chiesa nell’ottava di Pasqua, quasi raccogliendo queste parole del Salmo dalle labbra di Cristo Risorto che nel cielo porta il grande annuncio della misericordia divina e ne affida agli apostoli il ministero: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, così io mando voi. Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi” (Gv 20,21-23). Prima di pronunciare queste parole, Gesù mostra le mani e il costato. Addita cioè le ferite della Passione, soprattutto la ferita del cuore, da cui scaturisce la grande onda di misericordia che si riversa sull’umanità. Da quel Cuore Suor Faustina, la beata che d’ora in poi chiameremo santa, vedrà partire due fasci di luce che illuminano il mondo. I due raggi - le spiegò un giorno Gesù stesso- rappresentano l’acqua e il sangue, usciti dal suo costato...così, attraverso il Cuore di Cristo crocifisso la misericordia divina raggiunge gli uomini. “Figlia mia, dì che sono l’Amore e la Misericordia”. E questa Misericordia Cristo la effonde sull’umanità mediante l’invio dello Spirito che nella Trinità è la Persona-Amore.

E non è forse la Misericordia un secondo nome dell’amore, colto nel suo aspetto più profondo e tenero, nella sua attitudine a farsi carico di ogni bisogno, soprattutto nella sua immensa capacità di perdono? ...
  • “Ma - si chiede il Santo Padre – che cosa ci porteranno gli anni che sono davanti a noi? Come sarà l’avvenire dell’uomo sulla terra? A noi non è dato saperlo, è certo tuttavia che accanto a nuovi progressi non mancheranno, purtroppo, esperienze dolorose. Ma la luce della Misericordia, che il Signore ha voluto quasi riconsegnare al mondo, attraverso il carisma di Suor Faustina, illuminerà il cammino degli uomini del terzo millennio” (Discorso della canonizzazione).
Nel mondo e in noi si fronteggiano, e lo vediamo con i nostri occhi, la Misericordia di Dio e l’odio degli uomini. Ma la fede ci dice che, se ci affidiamo all’Amore, l’ultima parola l’avrà la Misericordia... anche in noi!



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » gio set 20, 2007 6:14 pm

      • Omelia del giorno 23 Settembre 2007

        XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Nessuno può servire a due padroni
Mi sono fermato un giorno accanto ad un pittore. Stava cercando di affidare ad una tela qualcosa che, più che nella realtà, cercava in se stesso. Ogni tocco di pennello sembrava come una nota, finalmente scoperta in se stesso, con cui comporre una grande sinfonia di linee e colori. La ricerca ‘interiore’ del giusto colore, della forma adatta al suo disegno, era per lui motivo di sofferenza. Non era uno che si accontentasse di copiare qualcosa, ma senza anima! No. L’anima la cercava in sé, ossia nella capacità, che sapeva di possedere, e che noi a volte chiamiamo ispirazione.

“Vede - mi disse ad un certo punto - tutti noi abbiamo avuto la grande capacità di dare anima e colore a quello che facciamo. Tutti abbiamo ‘doni’ diversi, come se Dio avesse voluto in ogni uomo tantissimi colori per descrivere il bello della vita e dell’umanità. Ma l’uomo spesso non si cura di scoprire le capacità a lui donate da Dio ed allora fa della vita, non un quadro da esporre, ma scarabocchi da buttare…quando non fa uno scempio da fare soffrire! Ogni uomo - continuava - nella mente di Dio è un grande artista, se lo vuole. Ha mai visto lei il meraviglioso quadro della vita di una persona buona, di un santo? Ogni gesto, ogni sguardo, tutto, fa parte di un capolavoro che sembra uscito dalle mani del Creatore. Ha mai visto il volto di Madre Teresa di Calcutta, i modi con cui prega o porge la mano a chi soffre? Non sono tutti splendide pennellate di colore di un grande quadro? Ma la fatica non è nel dipingere, ma nello scoprire in se stesso i colori e l’anima, che Dio sicuramente ha posto”. Un ragionamento che non fa una grinza, perché vero!

Il Vangelo di oggi, narrando la parabola dell’uomo ricco, così descrive il suo amministratore.
  • “C’era un uomo ricco, che aveva un amministratore, e questi fu accusato dinnanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: Che è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più essere amministratore” (Lc 16, 1-13).
E non è forse vero che tanti talenti, doni del Padre per la Sua gloria e per servizio ai fratelli, vengono usati per egoismo, superbia o per i propri interessi, ‘sperperando così i talenti ricevuti’? Quando l’uomo, io, voi, usiamo dei talenti avuti, per i nostri interessi, la nostra affermazione, non solo li ‘sperperiamo’, ma, quello che è peggio, facciamo un grave danno alla comunità e, in certo senso, tutto diventa ‘insulto’ a Chi ce ne ha fatto dono ‘per disegnare l’amore’. Il profeta Amos così parla oggi:
  • “Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e sterminate gli umili del paese, Voi che dite: Quando sarà passato il novilunio e si potrà vendere il grano? E il sabato, per smerciare il frumento, diminuendo le misure e aumentando il siclo, usando bilance false, per comprare con denaro gli indigenti e il povero con un paio di sandali? Venderemo anche lo scarto del grano. Il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe: certo non dimenticherò mai le loro opere” (Amos 8, 4-7).
C’è una bella preghiera di R. Follereau, l’apostolo dei lebbrosi, che sembra commentare le parole del profeta:
  • “Noi abbiamo costruito chiese, ma la nostra storia è una guerra senza fine;

    noi abbiamo costruito ospedali, ma noi, per i nostri fratelli, abbiamo accettato la fame.

    Perdono, Signore, per la natura calpestata, per le foreste assassinate, per i fiumi inquinati...

    Perdono, Signore, per la bomba atomica, il lavoro a catena, la macchina che divora l’uomo e le bestemmie contro l’Amore.

    Noi sappiamo che tu ci ami e che a questo amore noi dobbiamo la vita.

    Strappaci dall’asfissia dei cuori e dei corpi. Che i nostri giorni non siamo più deturpati dall’invidia e dall’ingratitudine, dalle terribili schiavitù del potere.

    Donaci la felicità di amare i fratelli.

    Insegnaci Tu ad amarci, perché, Signore, non c’è amore senza il Tuo amore”.
C’è bisogno che tutti noi torniamo ad essere artisti che sanno scoprire le tante ricchezze che Dio ci ha donato, per ridare bellezza alla vita, gloria di Dio e dono ai fratelli! Purtroppo il mondo, ogni giorno, predica che la vera gloria dell’uomo è solo nella ricchezza, senza però dirci quanti danni questa fa, in noi e agli altri! Una cosa è certa: o si ha come Dio il Signore, nostro Padre, o si ha come dio il denaro. Alla fine del brano di Vangelo di oggi, Gesù chiaramente avverte:
  • “Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire a Dio e a mammona” (Lc 16, 10-13).
Un avvertimento, oggi, particolarmente necessario, che richiama l’altro ancor più duro, quando Gesù, incontrando un giovane buono, gli disse:
  • “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che hai, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi”.
Il giovane se ne andò perché aveva molti beni. E Gesù:
  • “Guai a voi ricchi, è più facile che un cammello entri per la cruna di un ago, che un ricco nel Regno dei Cieli”.
Come persona consacrata, considero un vero dono di Dio il voto di povertà. È sentirsi ‘liberi’ interiormente da ogni schiavitù delle cose e, quindi, felice di farsi in tutto dono ai fratelli. Quando ero piccolo, allora la vera ricchezza di una famiglia non era certamente il denaro. Si viveva di stenti e di povertà. Ma in compenso regnavano tanti valori che ora sembra siano smarriti. È gioia per me avere mani sempre vuote, che Dio tante volte riempie con la carità di tanti, per colmare le mani di coloro che soffrono.

La povertà di spirito è una delle beatitudini indicate da Gesù sul monte. Ed è vera felicità quando, per povertà, si intende vedere tutto, anche i beni, come doni da distribuire e, quindi, modi di amare, mai dèi senza anima da adorare. Si incontrano ancora oggi, per fortuna, persone libere, perché ‘povere’. Ogni volta ho come l’impressione di ammirare un quadro meraviglioso che le dita di Dio dipingono con i Suoi colori, che sono ‘altri valori’ dai nostri.

Credo che abbiano lasciato un grande segno di speranza i 500.000 giovani di Loreto che, sobbarcandosi giornate di sacrifici, di preghiere, di ricerca di veri valori e senso della vita, si sono ‘spogliati’ da quel mondo di falso benessere che, anziché renderli liberi, vuole schiavizzarli... come se avessero ascoltato Gesù:
  • “Non si può servire a due padroni: o si serve Dio o si serve mammona”.
Stupiva quella immensa folla, che aveva l’aria di un mondo nuovo. Apparivano veramente liberi da tutto, per essere tutti in ricerca del Signore da servire. Non c’era in loro la falsa voglia di ‘apparire’, chinandosi a tutti i capricci del consumo e della ricchezza, delle comodità che rendono non più uomini, ma merce. Erano come una meravigliosa tavolozza di colori che prendeva anima dalla loro incontenibile gioia di amare e di essere amati. Non hanno nascosto, nel dialogo a cuore aperto con il Santo Padre, le difficoltà del vivere in questo tempo di illusioni, che non vogliono sia il loro tempo, e lo hanno dichiarato senza falsi pudori, fino alla commozione, che hanno comunicato anche a Papa Benedetto, che a loro disse:
  • “Quale stupendo spettacolo di fede giovane e coinvolgente stiamo vivendo questa sera! Questa sera Loreto è diventata, grazie a voi, la capitale spirituale dei giovani: il centro verso cui convergono idealmente le moltitudini di giovani che popolano i cinque continenti. In questo momento ci sentiamo attorniati dalle attese e dalle speranze di giovani del mondo intero... Purtroppo, oggi, non di rado, una esistenza piena e felice viene vista da molti giovani come un sogno difficile - come abbiamo sentito dalle testimonianze - e qualche volta quasi irrealizzabile. Tanti vostri coetanei guardano al futuro con apprensione e si pongono non pochi interrogativi. Si chiedono preoccupati come inserirsi in una società segnata da numerose e gravi ingiustizie e sofferenze. Come reagire all’egoismo e alla violenza che talora sembrano prevalere? Come dare un senso pieno alla vita? Con amore e convinzione ripeto a voi giovani qui presenti e attraverso voi ai vostri coetanei nel mondo intero: non abbiate paura, Cristo può colmare le aspirazioni più intime del vostro cuore! Ci sono forse sogni irrealizzabili quando a suscitarli e a coltivarli nel core è lo Spirito di Dio? C’è qualcosa che può bloccare il nostro entusiasmo quando siamo uniti a Cristo? Nulla e nessuno, direbbe S. Paolo, potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù nostro Signore” (Dal discorso del sabato sera, a Loreto, durante la veglia).
E da quel mondo giovane, che stava sperimentando la gioia della vera vita, lasciandosi alle spalle un mondo bugiardo, venne fuori ‘un sì’, che sembrò dire tutto l’entusiasmo di ‘servire Dio’ dando cosi piena ragione alle parole di Gesù: “O si serve Cristo o mammona!”. Quei giovani dell’Agorà di Loreto, prendendo lo spunto dalle parole del pittore sopra riferite, sembravano essere i mille colori con cui Dio dipinge oggi e sempre il meraviglioso quadro della vita.

L’augurio è che il loro ‘Sì’ sia come la candela che accesero tutti per dire Grazie a Maria, Madre di Gesù: una candela che resti accesa là dove ora sono e vivono, a fare luce al nostro mondo.…



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » gio set 27, 2007 1:12 pm

      • Omelia del giorno 30 Settembre 2007

        XXVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Lazzaro, il povero che ci inquieta
Se ricordate, già il Vangelo di domenica scorsa aveva duramente attaccato l’idolatria del benessere, che si incarna nella ricchezza, con le parole:
  • “Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e mammona” (Lc 16, 10-13).
Ed è vero. Non si può dividere il cuore, illudendoci di darne un pezzo a Dio e un pezzo a ‘mammona’. È proprio della natura dell’amore, e quindi del cuore, essere di uno solo. Il ‘cuore’ ci è stato donato dal Padre per una sola ragione, quella di ricevere il Suo amore ed amare. E l’amore chiede piena libertà da tutto ciò che non è amore, come il denaro.

C’è in giro una voglia estrema di rincorrere la ricchezza, pur sapendo che non fa felici e difficilmente ‘giusti’. Questa anzi può generare tante povertà che sono sotto gli occhi di tutti. Così affermava il grande Paolo VI, commentando la scelta della totale povertà di Gesù, il Verbo fatto carne, da Cui tutto è stato fatto e senza del quale nulla può esistere:
  • “La povertà di Cristo è il più stretto rapporto di vicinanza esteriore che Egli poteva offrire agli uomini. Gesù ha voluto metterne all’ultimo livello sociale, affinché nessuno lo potesse credere inaccessibile. Ogni ricchezza temporale è in qualche modo divisione, dislivello, è distanza degli uomini tra di loro. Ogni proprietà stabilisce un ‘mio’ e un ‘tuo’ che separa gli uomini o li unisce in un rapporto che, come non è comunione di beni, così tanto spesso non è comunione di spiriti. Gesù, se non ha voluto stabilire per la società terrena la proprietà, ha voluto totalmente prescindere da essa, per venire in immediata ed universale comunione con gli uomini, che invece voleva a Sé affratellare. La povertà di Cristo ci appare allora sotto un aspetto meravigliosamente umano; essa è il segno della sua amicizia, della sua parentela con l’umanità. E quella umanità che non opporrà alla parentela fraterna con Lui il diaframma della propria posizione sociale, della propria isolante fortuna, della propria egoistica sufficienza, Lo incontrerà, Lo capirà, Lo avrà suo...Risuona a questo punto la più squillante voce del Vangelo, l’appello a coloro che sono nella migliore condizione per entrare nel disegno della salvezza: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli”’ (Natale 1959).
Nessuno nega ciò che Dio ci ha donato, ossia il diritto alla proprietà. Questo serve, se vogliamo, per affermare la propria dignità, per dare spazio alle proprie capacità, sempre doni di Dio, ma...tutto e sempre, senza fare, dei ‘beni’, impossibili idoli, che non potranno mai donare la felicità!

La vera felicità è frutto dell’amore e questo, a sua volta, ha bisogno per espandersi di non essere svenduto a ‘cose’ ,che si rivelano ‘ali spezzate’ che non permettono ‘i voli della carità’, propri dei ‘poveri in spirito’. Del resto anche chi rincorre la felicità nella ricchezza, se è sincero, alla fine si sente ‘solo’, ‘nudo’, infelice...perché solo l’amore trasmette gioia e serenità. Fanno davvero pensare le parole del profeta Amos:
  • “Così dice il Signore onnipotente: Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria! Essi su letti di avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla. Canterellano al suono dell’arpa, si pareggiano a Davide negli strumenti musicali. Bevono il vino a larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano. Perciò andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l’orgia dei buontemponi” (Amos 6, 1-7).
Parole durissime che fanno meditare in un tempo, come il nostro, in cui la povertà è considerata ‘maledizione’ e la ricchezza ‘fortuna’. Ma è vera fortuna? Ci si sente come umiliati ed offesi, come discepoli di Gesù, nel vedere come tra di noi ci siano troppi emarginati: immigrati costretti a vivere in fradice baracche, che annientano la bellezza dell’uomo, inducendolo poi a diventare nemico del fratello, come è spesso cronaca oggi.

La ricchezza, come affermava Paolo VI, crea divisione e, spesso, aggressione. Gesù, ‘il ricco che si fece povero’, così oggi con grande efficacia descrive l’insensibilità di chi si chiude nel proprio benessere e non si avvede del povero che sta alla sua porta e la sorte che, alla fine, toccherà ai due. Vale la pena meditarla bene questa parabola e in essa specchiarci.
  • “Gesù disse ai farisei: C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e bisso, e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali: ora invece lui è consolato e tu se in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso; coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di così si può attraversare fino a noi. E quegli replicò: Allora, padre ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro. E lui: Padre Abramo, ma se qualcuno dei morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti sarebbero persuasi” (Lc 16, 19-31).

Infatti, Colui che è risuscitato dai morti ed è oggi tra di noi, proprio con la Sua parola, che stiamo meditando, Gesù; è poco creduto!

Ho avuto il dono da Dio di svolgere la massima parte del mio servizio pastorale dove i poveri sono tanti e, tante volte, senza speranza. È un dono vivere povero tra i poveri e così conoscere la bellezza di fare felici ‘tanti Lazzaro’ e in essi vedere il volto di Gesù che amava ed ama essere amato così. Non mi pesava dopo il terremoto nel Belice passare notti sul pavimento dei vagoni ferroviari, perché privo di tutto, e poi in quelle misere abitazioni, che chiamavamo ‘baracche’, e tali erano. Così come ho visto in faccia la povertà di tante famiglie costrette a vivere in miseri ‘bassi’, dove si mancava di tutto. E considero la giusta via verso il Regno questa di vivere povero tra poveri. Ma posso anche testimoniare che Dio ha sempre saputo ‘parlare’ al cuore di persone generose, dalle tante possibilità, che venendo a conoscenza delle necessità in cui mi trovavo non esitarono a riempire le mie mani, perché tanti, ma proprio tanti, tornassero a sperare e vivere. E quando aprii questo nostro ‘sito’, che accoglie richieste da tante parti del mondo, soprattutto dove le condizioni di vita sono spesso impossibili, altrettante persone generose hanno teso la mano per dare vita a realtà che tolgono dall’emarginazione tanti, soprattutto bambini e ammalati.

Oggi, dalle Filippine al Perù, alla Bolivia e, soprattutto, in Africa, ci sono ‘segni’ di ricchezza fatta solidarietà. Davvero la ricchezza può, se Dio trova ascolto, tramite il grido dei poveri, diventare meravigliosa sinfonia della carità e rinascita di speranza. Il peccato più grave davanti a Dio è quello del ‘ricco epulone’, cioè l’indifferenza mostrata davanti al povero Lazzaro.

Vi è una testimonianza che voglio proporvi. È quella della nipote del medico, Giuseppe Bono, che fu chiamato a testimoniare la miracolosa guarigione di Suor Ludovica Noè, miracolata dal Rosmini. La nipote, Dott. ssa M. Cristina De Giovanni, l’ha resa il 1° luglio 2007, a Stresa.
  • “Quando mio nonno testimoniò il miracolo era una persona, non so se dire atea, comunque agnostica ed era decisamente anticlericale... Abitava a Borgomanero (No)... Essendo stimato da tutti e molto bravo, era medico delle Suore Rosminiane. Come mi raccontò andava tutti i giorni a visitare una suora che era afflitta, mi pare, da tubercolosi intestinale, e comunque aveva delle piaghe visibili. Una mattina si recò di nuovo a visitarla e rimase allibito, perché non c’era più traccia delle piaghe che la suora aveva sul ventre. Mio nonno chiese cosa fosse successo e la suora disse: Ho messo un’immagine di Antonio Rosmini sulle ferite. Allora, come mi ha raccontato molte volte, mio nonno disse: A questo punto io devo credere, perché nessuna spiegazione scientifica è possibile a quello che è successo. Da quel momento la sua vita è cambiata completamente: divenne un cristiano praticante e la sua fede religiosa lo aiutò molto, perché dovette attraversare numerose traversie… Un giorno arrivò una cartolina di mio zio, che diceva di essere prigioniero dei tedeschi, trattandosi del ‘43 io me lo ricordo come fosse oggi... Il 25 aprile del ‘45 mio nonno sentiva che stava per spegnersi e sperava di rivedere suo figlio, ma è morto una settimana prima che mio zio ritornasse. Quando l’abbiamo vestito per la sepoltura, gli abbiamo trovato sul cuore una lettera in cui diceva: Dio mio, ti offro la mia vita, ma salva quella di mio figlio. Mio nonno è morto povero, nonostante fosse primario dell’ospedale di Borgomanero, facendo la maggior parte delle visite gratuitamente. Bastava che qualcuno gli dicesse: ‘Dottore, non posso pagare’ e lui gli faceva pagare solo cinque lire. Non ha mai posseduto una macchina, a settantun’anni andava ancora in bicicletta: è stata una vita veramente esemplare...”
Il miracolo, sopra raccontato, fu accolto dalla Commissione per la Beatificazione di Rosmini all’unanimità. Ma, non possiamo dimenticare che, al miracolo della carità corporale, riguardante la guarigione di Suor Ludovica, malata, si è aggiunto, nei confronti del medico, il miracolo della carità intellettuale (‘devo credere’) e della carità spirituale: ‘divenne cristiano praticante’.

C’è solo da pregare, per riportare giustizia nel mondo e dare speranza ai poveri Lazzaro, affinché di questi miracoli, che trasformano la ricchezza in carità e povertà, ne succedano tanti.

È possibile: è la grande speranza.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » gio ott 04, 2007 9:47 am

      • Omelia del giorno 7 ottobre 2007

        XXVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Signore, aumenta la nostra fede


Ci sono momenti, nella vita, difficili da conciliare con l’idea dell’Amore del Padre, in cui abbiamo riposto la nostra totale fiducia o fede: momenti in cui vacilla o viene meno la nostra fede in Lui. Sono i momenti della prova, quando pare che tra noi e Dio sia calata una densa nube, al punto da mettere in dubbio non solo che ci voglia bene, ma addirittura che esista.

Mi è sempre rimasta nel ricordo una scena, subito dopo il terremoto a Santa Ninfa. Ero smarrito, in quella notte, in piazza, e guardavo il paese che sembrava essersi accartocciato, come si fa con gli oggetti che si rompono e si buttano. Vicino a me, un uomo, che aveva speso la vita per costruirsi la casa, vedendola in rovina, ebbe un moto di incontenibile rabbia: prese una scarpa e la lanciò contro il cielo, come volesse colpire in faccia Dio stesso.

Io stesso, davanti alla Chiesa Madrice, che in dieci anni avevamo come rifatta, facendola diventare bella, come un vestito da sposa per il Dio e la comunità che ospitava, ed ora era un ammasso di pietre su pietre, come un prezioso vaso cinese andato in frantumi, guardai verso l’altare, che non c’era più, però custodiva da qualche parte Gesù nel Santissimo Sacramento, e mi uscì dal cuore il lamento: “Signore fammi capire come ci vuoi bene”.

In quel momento giunse un giovane, tanto vicino alla comunità parrocchiale e, con incontenibile dolore, mi disse: “Padre, mamma, papà e le mie due sorelle sono sotto le macerie e credo siano morti”. Era come se Dio mi svegliasse dal ‘sonno della fede’ e mi indicasse dove era... Era là, sotto quelle macerie, in cui ci infilammo, cercando di salvare la famiglia rimasta sepolta, senza riuscirci, anzi, rischiando di finire anche noi, per una successiva scossa di terremoto, allo stesso modo.

E cominciò la sfilata di tanti che ci chiedevano aiuto. È lì che ho ritrovato la risposta di Dio. Lui era là dove c’era disperazione e morte e occorreva correre a salvare quelli che, diversamente, sarebbero morti. Ma non è facile. Facile invece è smarrirsi e voltare le spalle alla fede. Ed è comprensibile, nel dolore, questo smarrimento!

Oggi, di fronte alle tante tragedie del nostro mondo, che avvengono in tanti modi: dalla tragedia della fame e della miseria, a quella delle insensate guerre o dei rigurgiti di violenza nelle stesse famiglie, che sembrano il ghigno di satana, a tutti i tipi di sfruttamento, è facile essere tentati di porsi la stessa domanda: “Signore, facci capire dove e come è il tuo amore”. Sembra siano di oggi le parole del profeta Abacuc:
  • “Fino a quando, Signore, implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido ‘violenza’ e non soccorri? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese. Il Signore rispose e mi disse: Scrivi la visione e incidila sulle tavolette perché la si legga speditamente. È una visione che attesta un termine, parla di scadenza e non mentisce: se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà. Ecco soccombe colui che non ha animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede” (Ab 1,2-3; 2. 2-4).
Gli Apostoli, udendo le parole di Gesù, che condannava duramente lo scandalo, fino a avvisare i Suoi: “State attenti!”, ammonendoli ad amare il fratello fino al non facile perdono quando ci fa del male, pregano così il Maestro: “Aumenta la nostra fede!”. E la risposta di Gesù davvero mostra la potenza della fede vera:
  • “Se aveste fede quanto un granellino di senapa - che è il più piccolo di tutti i semi - potreste dire a questo gelso: sii sradicato e trapiantato nel mare ed esso vi ascolterebbe” (Lc 17,5-10).
Inutile nascondersi la grave crisi di fede che c’è in troppi. Viene da chiederci quali siano le cause di questa ‘eclissi della fede’, che qualcuno ha chiamato ‘apostasia dell’Europa’. Tanti descrivono la crisi come frutto del consumismo o della frenesia del piacere ad ogni costo. Troppi credono di ‘sentirsi liberi totalmente’, lasciando via libera a tutti i vizi, credendo così di realizzare il proprio sogno di vita. Ma vivere senza Dio è davvero ‘realizzarsi’ o la realtà non dimostra piuttosto che si diventa ‘una merce’, fino a giungere sui marciapiedi del vizio e, magari, finendo poi nell’inferno della disperazione o della droga? Siamo davvero felici di vivere, oscurando la bellezza e la dignità che viene dal Cielo? Ci parlano forse di vera felicità i tanti ‘idoli’ con cui abbiamo riempito case, paesi, cuori?

Si ha l’impressione che oggi il mondo viva di una profonda inesprimibile tristezza, che a volte genera perfino il rifiuto del grande bene che è la vita. Se rileggiamo la Bibbia, quando “Dio creò l’uomo a Sua immagine e somiglianza”, scopriamo che l’uomo fu posto ‘in un meraviglioso giardino’. Ed era tanta la felicità, ragione e senso della creazione di ognuno, che la Sacra Scrittura, simbolicamente ma efficacemente, dichiara: “Dio scendeva a passeggiare con loro”. Mise alla prova il loro amore - come è sempre regola anche tra di noi - dando tutto in potere dei nostri progenitori, “fuorché mangiare del frutto dell’albero della vita”. “Se ne mangerete morirete”. Ci pensò Satana ad ingannarli, convincendo Eva che in quel frutto si nascondeva il diritto alla ‘libertà’, divenendo dei... senza Dio!

E da allora si ripete per tutti la stessa situazione: un Padre che indica l’albero della vita, ossia l’amore di Lui e per Lui, come senso e significato pieno della vita stessa, e l’inganno del serpente che, se seguito, dopo una breve euforia, porta a “sentirsi nudi ... e a nascondersi”! Quanta tristezza c’è nel grido di Dio: “Uomo, dove sei?” (Gn 3.8-10). È di ieri il racconto del rifiuto dell’uomo...e pare sia di oggi, per troppi. Dichiarava Paolo VI:
  • “L’uomo moderno non sembra più capace di pensare a Dio e crede di poter meglio organizzare la propria vita e quella della convivenza umana, trascurando, tacendo, negando il nome di Dio. Forse non si osa dire da tutti che Dio è morto in se stesso, ma si dimostra che è morto nel pensiero, nella psicologia, nel bisogno dell’uomo. Bisogna leggere quanto il Concilio c’insegna sopra questa assenza del pensiero di Dio, della fede in Dio dell’uomo moderno: pagina grave, densa e dolorosa (Gaudium et spes 20). L’ateismo contemporaneo, scrive un teologo, si presenta come una spiegazione finale, secondo i casi, ‘trionfale o disperata’ o ‘serena’: sia che praticamente propenda verso il collettivismo o l’anarchia, sia che metta l’assoluto nell’uomo o nella natura o che respinga ogni assoluto, (De Lubac) Vi diciamo queste cose perché sono nell’aria che oggi tutti respiriamo o perché avvertiate il paradosso che voi incontrate là dove la Chiesa, a qualsiasi livello della sua autenticità, si attesta e non esita ad affermare, ieri come oggi, che per lei Dio non è morto o assente, e continua impavida e felice a testimoniare e proclamare con Pietro il Cristo del Dio vivente e a celebrare con beata certezza la gloria di Dio” (discorso dell’11 novembre 1968).
Non so come definire l’uomo del nostro tempo che, dopo aver fatto un’autentica ‘guerra’ alla natura, per affermare l’economia e il profitto ad ogni costo, fino a compromettere l’esistenza del pianeta, ora vuole quasi affermare la ‘sua divinità’, con la differenza che, quando Dio crea, contempla e si stupisce della bellezza della sua creatura: “E vide che era cosa bella”, invece l’uomo, questo ‘irrazionale dio’, non solo sta spegnendo la bellezza, ma sta compromettendo la sua stessa esistenza! … Eppure si ‘sente dio’, ossia padrone di ciò che non è suo, quando ha ricevuto solo il compito di ‘custodire e coltivare’... non distruggere! Se questo uomo, che annienta tutto, fosse ‘dio’ ... ci sarebbe davvero da aver paura, perché non merita certamente fiducia!

Fiducia invece che merita il Padre, che non cessa di manifestare la Sua Presenza, il Suo Amore, la Sua Bellezza in chi di noi sa riporre in Lui piena fede. E, accanto alle follie degli uomini che negano Dio, per fortuna la terra è piena della gloria di Dio, che si manifesta nei semplici fedeli, nella Chiesa, nei martiri, in tante anime consacrate. Davvero un grande coro celeste che è la sola ‘musica’ per l’uomo.

A volte, è vero, Dio mette alla prova la nostra fede, quasi nascondendosi. I Santi la chiamano ‘buio della fede’, ‘notte dell’anima’, come quella provata da Madre Teresa di Calcutta, da S. Teresina del Bambin Gesù, da tanti santi e, a volte, anche da noi. È un poco il nostro venerdì santo, che prepara la gioia della Pasqua. Raccogliamo quanto disse il Santo Padre a Loreto, ai giovani, il 1° settembre, in quell’incontro di fede e di amore, che è il vero futuro:
  • “Purtroppo oggi, non di rado, un’esistenza piena e felice viene vista da molti giovani come un sogno difficile e qualche volta quasi irrealizzabile. Tanti vostri coetanei guardano al futuro con apprensione e si pongono non pochi interrogativi. Si chiedono preoccupati: come inserirsi in una società segnata da numerose e gravi ingiustizie e sofferenze? Come reagire all’egoismo e alla violenza che sembrano prevalere? Come dare un senso pieno alla vita? Con amore e convinzione, ripeto a voi, giovani, qui presenti e, attraverso voi, ai vostri coetanei del mondo intero: non abbiate paura. Cristo può colmare le aspirazioni più grandi del vostro cuore! Ci sono forse sogni irrealizzabili quando a suscitarli e a coltivarli nel cuore è lo Spirito di Dio? C’è qualcosa che può bloccare il nostro entusiasmo quando siamo uniti a Cristo? Nulla e nessuno, direbbe l’apostolo Paolo, potrà mai separarci. Lasciate che questa sera io vi ripeta: ciascuno di voi, se resta unito a Cristo, può compiere grandi cose. Ecco perché, cari amici, non dovete aver paura di sognare ad occhi aperti grandi progetti di bene e non dovete lasciarvi scoraggiare dalle difficoltà. Cristo ha fiducia in voi e desidera che possiate realizzare ogni vostro più alto e nobile sogno di autentica felicità. Niente è impossibile per chi si fida di Dio e si affida a Dio”.
E allora, carissimi, preghiamo con gli Apostoli: “Signore, aumenta la nostra fede!”.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » gio ott 11, 2007 9:47 am

      • Omelia del giorno 14 Ottobre 2007

        XXVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Gesù e i lebbrosi
Quanti insegnamenti possiamo trovare nell’episodio dell’incontro casuale di Gesù con i dieci lebbrosi, narrato nel Vangelo di oggi! Sappiamo che fino a poco tempo fa i lebbrosi, per la loro malattia ripugnante, che si credeva, e ancora si crede, potesse essere trasmessa, venivano segregati in modo da non poter avere nessun contatto con i sani. Dei veri ‘condannati’ all’emarginazione e solitudine, insopportabile per qualsiasi creatura umana che sente una vera sete di solidarietà e compagnia…tanto più quando ci troviamo in gravi difficoltà, di qualunque specie, ma soprattutto nella malattia!

Conosciamo tutti la grande passione dell’apostolo del nostro tempo, R. Follereau, che non si stancava di visitare i lebbrosari di tutto il mondo, facendo appello alla solidarietà di tutti, a cominciare dalle ‘grandi potenzè, che non pongono freni alla produzione delle armi, portatrici solo di morte, ma voltano le spalle a quanto invece è bene e può donare la vita, come guarire i lebbrosi. Il suo scopo era duplice: ottenere che i malati di lebbra fossero curati come tutti gli altri malati, nel rispetto della loro libertà e dignità di uomini, e ‘guarire i sani’ dalla paura assurda di questa malattia e di coloro che ne sono colpiti.

Nacque così la Giornata dei lebbrosi, celebrata in 50 Paesi, diventata come un “immenso appuntamento d’amore”, che reca agli ammalati, più ancora dei considerevoli aiuti materiali, la gioia e la fierezza di essere trattati da uomini. Lui, Follereau, vedeva in ogni lebbroso, non solo un fratello, ma Gesù sofferente, e non aveva certamente paura di farsi vicino, come ancora oggi avviene, grazie agli ‘Amici dei lebbrosi, in tanti luoghi dove esiste e si cura la lebbra.

La vera carità non alza mai ‘muri o recinti’, che dividono, ma si fa vicina, con la gioia di colmare l’angoscia che è nel fratello malato. Nonostante la grande carità di molti verso i lebbrosi, oggi, nel mondo, ci sono ancora 15 milioni di fratelli colpiti dalla lebbra, il più delle volte vittime anche del degrado, della fame e della sete! Fa male alla coscienza sapere che ‘loro ci sono’, ma si fa ancora troppo poco per ‘farsi vicini’, come Gesù. Racconta l’evangelista Luca, oggi:
  • “Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, i quali, fermatisi a distanza, alzarono la loro voce, dicendo: Gesù Maestro, abbi pietà di noi! Appena li vide, Gesù disse: Andate a presentarvi ai sacerdoti. E mentre essi andavano, furono sanati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero? E gli disse: Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato” (Lc 17, 11-19).
Se vogliamo allargare il significato di ‘lebbroso’, estendendolo a quanti per mille ragioni sono emarginati tra di noi, scopriamo che sono davvero tanti... allontanati, evitati, quasi condannati alla stessa solitudine, nel momento in cui avrebbero più bisogno di trovare chi si fa loro vicino con amore! Penso ai tanti malati di AIDS, ai tossicodipendenti, a chi ha sbagliato, ai detenuti...e l’elenco si fa davvero lungo, tanto lungo.

Può essere capitato anche a qualcuno dei miei lettori, incappato in qualche errore, frutto di debolezza, l’essersi sentito ‘isolato’, perdendo amici, conoscenti, restando solo... ‘come un lebbroso da evitarè! È come morire. Ho provato a trascorrere qualche giornata vicino ai malati di AIDS ‘terminali’: vere larve umane che ti guardano con un’immensa sete di attenzione, e basta uno sguardo, una carezza per farli come ‘rinascere‘, ma il mondo è avaro di queste carezze.

Pesa su di loro, più che la malattia, l’ emarginazione, che li fa sentire ‘semivivi‘. “Come puoi ancora amare questa vita - mi dicevano - quando senti che ti manca il prezioso aiuto che è la solidarietà, ossia che qualcuno ti si faccia vicino e ti mostri tenerezza? Non solo non si riceve l’amore, in questo straccio di vita che ci rimane, ma ci si sente giudicati!”.

Con amarezza un mio amico, sentendo avvicinarsi la morte, così un giorno mi confidava: “Antonio, non mi rincresce morire. Essere soli, condannati dal proprio male, fa desiderare la morte. Non è la malattia che la fa desiderare, ma l’essere solo...come fossi già morto. Avevo tanti amici. Da quando hanno sputo che ho l’AIDS, attorno a me si è fatto il vuoto, come non esistessi più! È una sofferenza più grande della malattia! Presto dovrò morire, ma questo non mi addolora, anzi! Ma ti prego alla mia morte non portarmi in Chiesa...non perché non ci credo, anzi! Ma per non vedere attorno alla mia bara quei cosiddetti ‘amici’, che si fanno vivi quando proprio non ce n’è più bisogno!”.

Fanno tanto male queste parole, perché dicono fino a che punto possa venir meno l’affetto, proprio quando è più necessario, come l’aria che si respira. È l’aria del cuore. Chi del resto non ha provato questo ‘essere visto come un lebbroso’ da evitare? Basta un errore nella vita - e chi non ne fa? - e subito ci si ritrova soli! Quante volte, come sacerdote, come vescovo, ho sentito la necessità di gettare le braccia al collo a persone disperate, perché emarginate, cercando di riportare un po’ di serenità, facendo sentire loro che non erano sole!
  • “Se vogliamo conoscere l’uomo - diceva il grande Paolo VI – dobbiamo conoscere Cristo crocifisso (lasciato solo dal momento della cattura nell’orto, fino alla crocifissione. Solo con pochissime persone che davvero Lo amavano: Maria, la Mamma, Giovanni, il discepolo che amava, e Maria di Magdala). Se siamo avidi di scoprire che cosa è l’uomo, dobbiamo sentire che questa tragica figura del Cristo proietta sopra di noi dei raggi, che ci dimostreranno davvero che cosa è l’umanità, cioè una vita decaduta e sofferente. È una vita ingiuriata, una vita flagellata, una vita crocifissa. Ci sono ancora cento mali nel mondo, e chi va cercando di smussare tutte le sue asprezze, chi va cercando una civiltà soffice e attraente, dalla quale manchino il dolore, la sofferenza, la fatica, è quello stesso uomo che cerca in se stesso i tormenti più gravi; è quello stesso uomo che si arma delle armi più micidiali e più terribili e le rivolge contro se stesso...Ecco l’uomo... C’è un autore moderno che, analizzando il dolore lo definisce ‘grande solitudinè, perché separa, scava abissi, è incomunicabile. L’esperienza della sofferenza, anche se è circondata da cure, è così singola, così personale, da essere incomunicabile, perciò inconsolabile, sotto un certo aspetto. È in quei momenti che si fa vicino, se crediamo e Lo preghiamo, il grande Fratello, Gesù: Colui che ha detto: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e aggravati, ed io vi darò sollievo”.
Gesù è il solo che non emargina, sa addossarsi le sofferenze qualunque siano, anche quelle che noi colpevolmente mettiamo fuori della nostra attenzione. Sapeste quanta gioia si prova nel dare sollievo a chi vive nella disperazione di sentirsi ‘solo’!

Si racconta che un giorno il grande Follereau, l’amico dei lebbrosi, facendo il giro dei lebbrosari del mondo, alla fine visitò l’ultima comunità. ‘Non ho più nulla da darvi - disse - Mi è rimasta solo la grande passione per ciascuno di voi, la gioia di stare con voi’. 1200 lebbrosi si consultarono e uno si fece avanti e chiese ‘un dono’: stringergli la mano. Rimase sorpreso, Follereau, per quella richiesta, per lui davvero ‘piccola e spontanea’. E così strinse le mani di tutti. Dopo una settimana ricevette una lettera dei lebbrosi che lo ringraziavano così: “Grazie, amico, il profumo della tua affettuosa condivisione è rimasto nelle nostre mani. Per questo, dal nostro incontro, non le abbiamo più lavate, per risentirlo ogni giorno”. Odorare ‘quel profumo’ era come sentire il profumo della vita. Così è verso quanti di noi sanno farsi solidali con chi la società ‘benè emargina... Follereau, che aveva fatto 66 volte il giro del mondo, tentando di coinvolgere tutti in una battaglia, che poteva e può essere vinta, così scriveva in un messaggio nel 1966:
  • “Amare non è solo dare al povero qualcosa del nostro superfluo, ma ammetterlo nella nostra vita.

    Bisogna riconoscere con coraggio che con degli alberi di Natale non si risolverà la questione sociale, né il problema della fame e della lebbra.

    Il povero, il perseguitato, il malato, ha una sete confusa di ritrovarsi, di avere coscienza che è un uomo come gli altri e che ha il diritto di vivere e il dovere di sperare.

    Non accontentarsi quindi di lasciargli cadere in mano l’offerta, ma condividere la sua sofferenza, la sua ira, i suoi desideri, ed ammetterlo alla conoscenza dei nostri sentimenti: questo vuol dire amarlo...

    Che il buon Dio ci dia delle noie, se queste noie ci conducono sul cammino dei nostri fratelli.

    Che ci faccia la grazia di essere angosciati dalla miseria universale, in modo che noi, gente terribilmente felice, possiamo chiedere scusa della nostra felicità (se l’abbiamo), imparando così ad amare”.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » gio ott 18, 2007 9:42 am

      • Omelia del giorno 21 ottobre 2007

        XXIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Tutti missionari
Oggi, tutta la Chiesa, in ogni parte del mondo, celebra la GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE. E così il Santo Padre, nel Messaggio intitolato “Tutte le Chiese per tutto il mondo”, scrive:
  • “In occasione della prossima Giornata Missionaria Mondiale vorrei invitare l’intero popolo di Dio - pastori, sacerdoti, religiosi e religiose e laici - ad una comune riflessione sull’urgenza e sull’importanza che riveste, anche in questo nostro tempo, l’azione missionaria della Chiesa. Non cessano infatti di risuonare, come universale richiamo e accorato appello, le parole con le quali Gesù Cristo, crocifisso e risorto, prima di ascendere ai cielo, affidò agli apostoli, il mandato missionario: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato... Ecco io sono con voi, tutti i giorni, fino alla fine atti mondo” (Mt 28, 19-20)”.
Viene spontaneo chiedersi: chi Dio ‘manda ad evangelizzare’? In altre parole, chi sono ‘i missionari’ in ogni tempo e soprattutto oggi? A chi si rivolge Gesù? Dove è oggi il campo della missione: solo nei Paesi che non sono ancora venuti a conoscenza del Vangelo e, quindi, della loro chiamata alla santità ed alla felicità del Cielo, o anche tra di noi? Sorge spontanea la domanda: noi, che ci chiamiamo cristiani, siamo ‘terra di missione’ o popolo missionario?

Sarà colpa di tanti fattori, della Chiesa, che non ha saputo trovare i modi per evangelizzare, o della famiglia, o… di tutti! Certo si respira un aria di completa ‘ignoranza della Parola del Vangelo’, tanto che nasce il dubbio: non saremo forse noi da evangelizzare?

Un caro amico missionario mi confessò un giorno: “Quanta poca fede c’è tra voi, al contrario della mia gente, in missione, che, non solo crede e sa a Chi crede e quale impegno contiene la fede, ma per la quale credere è grande festa: festa di una vita con Cristo!” Ho avuto vicino a me, durante il terremoto dell’Irpinia, un meraviglioso giovane comboniano, che sprizzava gioia da tutti i pori ed aveva un grande desiderio: andare in missione. “Che ci faccio qui? - ripeteva spesso - La gente non desidera conoscere Dio, come ce lo presenta Gesù nel Vangelo”. Fu accontentato. Andò in missione in Brasile. Si mise subito dalla parte dei poveri e fu ucciso dopo poco tempo. Si chiamava Padre Lele. “Essere cristiano” e per di più chiamato a “essere missionario” - per lui - era comunicare la gioia, che definiva “missione di Dio”, portarla e donarla a chi non la conosceva. Paolo VI, vero appassionato di Cristo, cosi ci ‘provoca’ ed annuncia:
  • “Se io domandassi agli uomini del nostro tempo: chi ritenete che sia Gesù Cristo? Come Lo pensate? Ditemi: chi è il Signore? Chi è questo Gesù che noi andiamo predicando da tanti secoli e che riteniamo, ancora più necessario della nostra vita, annunciarLo alle anime? Alla domanda, alcuni, molti, non rispondono, non sanno che dire. Esiste come una nube - e questa è opaca, pesante - di ignoranza che preme su tanti intelletti. Si ha una cognizione vaga di Cristo, non Lo Si conosce bene: si cerca, anzi, di respingerLo. Al punto che all’offerta del Signore di voler essere, per tutti, Maestro e Guida, si risponde di non averne bisogno e si preferisce tenerLo lontano. Quante volte gli uomini respingono Gesù e non lo vogliono sui loro passi, lo temono più che identificarLo e amarLo. C’è persino chi urla contro Cristo: “Via!” - è il grido blasfemo della croce! - Non c’è posto per Iddio, né per la religione: si affannano a cancellare il Suo Nome e la Sua Presenza. Tale è il contenuto di questo laicismo sfrenato che incalza fino alle porte delle nostre chiese e che in tanti Paesi, ancor oggi, infierisce.

    Noi, che ci diciamo di Cristo, abbiamo questo grandissimo e dolcissimo Nome da ripetere a noi stessi; noi che siamo fedeli; noi che crediamo in Cristo, ma...noi sappiamo bene chi è? Sapremo dirGli una parola diretta ed esatta; chiamarLo veramente per nome: chiamarLo Maestro, Pastore; invocarLo quale Luce dell’anima e ripeterGli: Tu sei il nostro Salvatore? Sentire che Lui è necessario e noi non possiamo fare a meno di Lui, è la nostra gioia, felicità, promessa e speranza, la nostra Via, Verità e Vita?

    Gesù è ‘un tabernacolo di amore’, è l’Uomo che porta dentro di sé l’ampiezza del cielo, è il Figlio di Dio fatto uomo, è il miracolo che passa sui sentieri della nostra terra” (Paolo VI, 14 marzo 1964).
In queste parole di Paolo VI c’è davvero la passione che lui, come tutti i veri discepoli, sentono e vivono. È la passione che spinge tanti a rispondere alla chiamata di Dio di andare là dove Dio non è conosciuto e quindi amato: i nostri missionari.

Commuove la loro ‘passione’ di ‘andare’ e portare la conoscenza di Gesù ai confini della terra, a volte con il rischio della propria vita, come per Padre Bossi o don Santoro e quanti altri... interessa portare il Vangelo più che la propria sicurezza o il proprio agio. Non ci siamo mai chiesti perché, quando i missionari tornano tra di noi, per un momento di riposo, si sentono a disagio nel respirare la nostra ‘aria’? Forse perché è un’aria di benessere, che tante volte ha lambito, se non invaso totalmente, le nostre case e, ...anche i nostri cuori, diventando ‘aria di sufficienza’, ma senza Dio? Ritornano tra di noi e...già desiderano tornare tra ‘i loro cristiani’.

Raccontano l’adattamento al clima e ai costumi, le difficoltà della loro gente, anche solo a sopravvivere, ma, soprattutto, la fede dei loro villaggi, la gioia delle comunità, che stravolgono tutte le nostre false sicurezze. Mi scrive un innamorato della sua missione in Perù: “Che bello stare con questa gente, semplice, cordiale, senza i capricci del nostro benessere, ma con tanto spazio all’amore e all’accoglienza di Gesù! Che bello celebrare con loro la S. Messa, tutto un canto di gioia, come toccassero il cielo... e sono privi di tutto! Quando spieghi il Vangelo ti stanno a sentire con uno stupore, simile a quello che noi proviamo di fronte a un’opera d’arte, anzi di più”. È lo stesso missionario, come tanti altri, che anche descrive le incredibili situazioni di povertà: Ogni giorno è una lotta per la vita. E chiede un sostegno perché, vedendo troppi bambini esposti ai disagi, senza cure, vorrebbe ‘mettere su’ un piccolo centro che li accolga.

La gioia di ‘entrare nella conoscenza di Dio’ manca in molte nostre famiglie, dove, troppe volte, è calato il silenzio su Dio e così si rischia di essere cristiani solo nel nome. Forse la missione dovrebbe proprio cominciare dalle nostre famiglie.

Vi confesso che, quando ero piccolo, ero affascinato dalle missioni e sognavo viaggi e prediche nelle missioni. Avevo 10 anni. Una passione che non ho mai perso, trovando la mia gioia, ancora oggi, nel ‘continuare ad andare ovunque’ e aprire il Vangelo alla gente. Per me è sempre grande festa. Una sera, chiamato a parlare in una cittadina, considerata indifferente a certe problematiche dagli stessi organizzatori, vennero tantissimi a sentire. Il tema era una vera provocazione: “Cristo è la sola Via, Verità e Vita”. Parlai per più di un’ora. Quando tentai di licenziare il numeroso pubblico, uno espresse il desiderio di tutti: “Continui, Padre, non ci mandi via. Fuori davvero sentiamo il buio della vita, qui abbiamo visto la luce che desideriamo e, forse, non abbiamo il coraggio di cercare”. Tornai dopo due anni. Tornarono tutti e...di più! “Non si può fare a meno di Dio - mi dissero - è la Luce della vita e senza di Lui ci accorgiamo che gli occhi servono a nulla”. Forse, tante volte, anche noi sacerdoti non sappiamo trovare le vie o il modo appassionato di annunziare il Vangelo.

Ma dobbiamo tornare tutti al V angelo, a cominciare da noi, dalle famiglie, a quanti dicono di amare l’uomo. È quello a cui ci esorta il grande evangelizzatore, san Paolo, scrivendo a Timoteo:
  • “Carissimo, rimani saldo in quello che hai imparato e di cui sei convinto, sapendo da chi l’hai appreso e che fin dall’infanzia conosci le Sacre Scritture: queste possono istruirti per la salvezza che si ottiene per mezzo della fede in Cristo Gesù. Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona. Ti scongiuro davanti a Dio e a Gesù Cristo che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, esorta con ogni magnanimità e dottrina” (2 Tim 3, 14).
Accogliamo il grido di Gesù, nel Vangelo di oggi, Giornata Missionaria Mondiale, che fa davvero riflettere: “Ma il Figlio dell’Uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”, suggerendo anche, nello stesso brano, “la medicina da prendere”: “Pregate sempre senza stancarvi” (Lc 18, 1-8).

E non manchiamo di ‘farci vicini’, tutti, con la nostra generosità, ai missionari, perché possano mostrare l’amore del Padre verso i poveri tra cui vivono, usando delle nostre mani, e... preghiamo con le parole di Madre Teresa di Calcutta:
  • “O Signore, fa’ sì che ogni uomo sulla terra conosca la Bibbia. Suscita in loro la fame della Tua Parola e lascia che questa sia il nostro pane quotidiano. Fa’ che quanti sanno leggere, guardino al Vangelo con i propri occhi, mentre quanti non sanno leggere, incontrino altri che leggano per loro”.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » gio ott 25, 2007 3:00 pm

      • Omelia del giorno 28 Ottobre 2007

        XXX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        I giusti agli occhi di Dio
Dal Vangelo di oggi emerge una caratteristica degli uomini di tutti i tempi e di ogni categoria: il grave difetto di credersi ‘migliori’ e, quindi, ‘giudicare negativamente gli altri’.
  • “In quel tempo Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri: Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo, l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a di distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta, sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 18,9-14).
Ci vuole una bella ‘faccia tosta’ a mettersi ben in vista, ai primi posti nel tempio e tra gli uomini, proclamando la propria giustizia, proprio a Dio, IL GIUSTO, che conosce fino in fondo chi siamo e di quante ombre, oltre che luci, siamo ripieni. Possiamo recitare la ‘commedia delle bugie’ davanti agli uomini, che si nutrono tante volte di inganni, pur di affermarsi ed apparire quello che di fatto non sono!

Quanta gente abbiamo conosciuto che amava i primi posti nella stima nostra e poi, con tristezza, si è scoperto che erano ben altra cosa. Il Vangelo ci invita ad essere umili. Così ne parla Paolo VI:
  • “L’uomo, nella concezione e nella realtà del cattolicesimo, è grande e tale deve sentirsi nella sua coscienza, nel valore del suo operare, nella speranza del suo finale destino. Se non che un’ingiunzione, la quale investe la personalità dell’uomo, i suoi pensieri, il suo stile di vita, il suo rapporto con i suoi simili, gli impone nello stesso tempo di essere umile. Che l’umiltà sia una esigenza della moralità del cristiano, nessuno può negarlo. Un cristiano superbo è una contraddizione nei suoi stessi termini. Se vogliamo rinnovare la vita cristiana non possiamo tacere la lezione e la pratica dell’umiltà. Come risolvere innanzitutto il contrasto fra la vocazione alla grandezza e il precetto dell’umiltà? Noi abbiamo ogni giorno sulle labbra il ‘Magnificat’, l’inno sublime della Madonna, la quale proclama davanti a Dio, e a quanti ne ascoltano la dolcissima voce, la sua umiltà di serva, e nello stesso tempo celebra le grandezze operate da Dio in lei e profetizza l’esaltazione che di lei faranno tutte le generazioni... Il confronto con gli altri ci fa spesso pietosi verso noi stessi e orgogliosi verso il prossimo: ricordiamo la parabola -del fariseo e del pubblicano, -quando il primo dice di se stesso: “io non sono come gli altri”, mentre il pubblicano non osava neppure alzare gli al cielo e si batteva il petto” (Omelia, 9 febbraio 1967).
A essere sinceri, cosa abbiamo di ‘nostro’? La vita? È un dono. La felicità o i carismi? Sempre doni di Dio. La salute e la bellezza del corpo? Doni di Dio! Se da una parte Dio chiede che i Suoi doni vengano bene amministrati, dall’altra la giustizia vuole che si dia gloria a Chi ci ha fatto tali doni: non appropriarsene, che è superbia!

Dovremmo, in altre parole, essere capaci di imitare la Madonna che, mentre celebra le grandi opere che Dio ha compiuto in Lei, dall’altra si riconosce ‘serva del Signore’. Ma quanto è facile ‘appropriarsi’ dei doni di Dio, come fossero ‘cosa nostra’! Da qui la superbia, in cui satana è maestro, suggeritore.

Quanto disgusta vedere, anche ai nostri giorni, troppi che recitano la parte del fariseo, per fare bella figura agli occhi degli uomini, senza darsi il pensiero che tale ‘gloria’ è un furto a Dio! Sono come una sposa che si fa bella con l’abito sfarzoso del matrimonio, un abito che però...non è suo, ma semplicemente preso in affitto! “Cosa abbiamo noi - mi diceva il mio Padre spirituale, un vero uomo di Dio - se non le nostre debolezze, la nostra miseria, il nostro nulla? Tutto è di Dio: di nostro il peccato”. Oggi, dice il Siracide:
  • “Il Signore è giudice e non vi è presso lui preferenza di persone. Non è parziale con nessuno contro il povero, anzi ascolta proprio la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano, né della vedova, quando si sfoga nel lamento. Chi venera Dio sarà accolto con benevolenza e la sua preghiera giungerà fino alle nubi. Finché non sia arrivata non si contenta, non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto, rendendo soddisfazione ai giusti e ristabilendo l’equità” (Sir 35, 15-22).
Mi torna sempre alla mente la testimonianza del mio Padre spirituale, il grande don Clemente Rebora, famoso poeta del ‘900, che poteva certamente ‘raccontare’ quello che aveva vissuto. Stando insieme nei periodi di vacanza alla Sacra di San Michele, facendo lunghe camminate con lui, io tentavo di fare sfoggio di ciò che avevo letto, soprattutto sui romanzi russi. Lui ascoltava e taceva. Avevo addirittura l’impressione che non li avesse mai letti. Non sapevo che, tra i tanti suoi ‘titoli’, da tutti riconosciuto, vi era quello di raffinato e grande conoscitore della letteratura russa. Ma aveva deciso, dopo la sua conversione, di ‘oscurare tutto il passato’, come non fosse esistito. L’unica cosa che bramava era ‘guadagnare con una vita ascetica e santa il tempo che aveva perso nel mondo’ - così amava dire. Quando seppi chi veramente era stato, mi vergognai della mia stupida voglia di recitare la parte del fariseo.

Forse tanti dei miei amici, che mi seguono, in questa grazia di farsi come ‘plasmare dalla Parola di Dio’, conoscono o hanno sentito parlare del mio Fondatore, Antonio Rosmini: un vero gigante della filosofia e della teologia, ma più ancora della santità. Nel suo libretto ‘Massime di perfezione’, da molti conosciuto e che sono le regole della santità, nella quinta massima, intitolata: ‘Riconoscere intimamente il proprio nulla’, così afferma:
  • “Il cristiano dunque deve imitare l’umiltà di Mosè. Quanto stentò a credere di essere lui l’eletto a liberare il popolo di Dio! Con affettuosa soavità e confidenza, rispose a Dio di dispensarlo da quell’incarico, perché era balbuziente. Lo pregò invece di mandare Colui che doveva essere mandato, il Messia promesso. E tutto questo sebbene Mosè traboccasse di zelo per la salvezza del suo popolo. Il Cristiano deve meditare ed imitare continuamente la profondissima umiltà della Vergine Maria. Nelle divine Scritture la vediamo sempre in quiete, in pace, in continuo riposo interiore. Di sua scelta la troviamo sempre in una vita umile, ritirata e silenziosa, dalla quale non venne tolta se non dalla voce stessa di Dio o dai sentimenti di carità verso la sua parente Elisabetta. A giudizio umano, chi potrebbe credere che della più perfetta delle creature umane ci fosse raccontato così poco nelle divine Scritture? Nessuna opera da Lei intrapresa; una vita che il mondo cieco direbbe di continua inazione, e che Dio dimostrò di essere la più sublime, la più virtuosa, la più generosa di tutte le vite. Per essa, quest’umile e sconosciuta giovinetta fu innalzata dall’Onnipotente alla più alta dignità, a un seggio di gloria più elevato di quello dato a qualunque altro, non solo tra gli uomini, ma anche tra gli angeli” (V Massima n. 7).
Parole che vengono dal cuore di un uomo, Rosmini, che nella vita conobbe, per un tempo, l’amicizia e la stima incondizionata dei Papi e, improvvisamente, per ‘presunti errori teologici’, sconfessati dalla Congregazione della Dottrina della fede, di cui era Prefetto proprio il nostro amato Pontefice, Benedetto XVI - fu come esiliato, emarginato, considerato quasi pericoloso per la teologia.

Nel silenzio assoluto impostogli, da lui accolto come volontà di Dio e a sua volta imposto alla Congregazione, a chi gli chiedeva come si sentisse, rispose: ‘Adorare, tacere, godere’. Aveva la certezza che ‘se il grano caduto in terra non muore, non porta frutto’, come è nel Vangelo. Ora la Chiesa riconosce le sue virtù eroiche ed è con grande gioia di tutti che il 18 novembre, a Novara, verrà proclamato ‘beato’. Una grande festa dell’umiltà. Quell’umiltà che è la sola via alla fede e alla carità.

Madre Teresa di Calcutta, altra grande santa del nostro tempo, amava dire: “Anche se commetti qualche errore, approfittiamo di questo per avvicinarci a Dio. DiciamoGli con umiltà: Non sono stata capace di essere migliore. Ti offro i miei fallimenti. L’umiltà consiste anche in questo: avere il coraggio di accettare l’umiliazione”. E pregava:
  • “Signore, aiutaci a vedere nella tua crocifissione e resurrezione
    un esempio di come sopportare e idealmente morire nella lotta e nel conflitto quotidiano,
    in modo che possiamo vivere più pienamente.

    Tu hai accettato pazientemente le umiliazioni della vita umana,
    come pure tutte le torture della tua passione.

    Aiutaci ad accettare le pene e i conflitti che ci aspettano ogni giorno,
    come opportunità di crescere e somigliarti sempre più”.


Antonio Riboldi – Vescovo –

Internet: www.vescovoriboldi.it

E-mail: riboldi@tin.it
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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » mar ott 30, 2007 11:01 am

      • Omelia del giorno 1 Novembre 2007

        Solennità di Tutti i Santi



        Testimoni di Gesù Risorto
Nella solennità di ‘Tutti i Santi’, che precede la commemorazione dei Defunti, la Chiesa ama presentarci quello che sarà il nostro vero domani. Sappiamo tutti che questa vita è un breve pellegrinaggio che Dio, il Padre, creandoci, ‘ha pensato’ per noi, per giungere alla felicità eterna con Lui. E tale è. Così l’Apostolo Giovanni descrive ‘il domani dell’eternità’:
  • Dopo di ciò apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide e portavano palme nelle mani e gridavano a gran voce: La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello… Uno dei vegliardi allora si rivolse a me e disse: Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono e donde vengono?. Gli risposi: Signore mio, tu lo sai. Ed egli: Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole bianche nel sangue dell’Agnello (Apocalisse 7, 9-14).
Noi, ci saremo in quella ‘moltitudine’? È la domanda che deve accompagnarci nella vita di tutti i giorni, perché, non esserci, vuol dire che abbiamo sbagliato tutto nella vita, andando nella direzione non giusta! Guardando come troppi vivono ‘alla giornata’, senza un pensiero e tanto meno senza darsi un programma di santità, restiamo stupefatti e sembra impossibile tanta ‘sventatezza’.

È così raro ammirare i tratti della santità o, almeno la ‘tensione verso la santità’, nella gente che ci sta attorno, come se questa fosse il privilegio di alcuni e non la vocazione di tutti. La parola SANTO, invece, dovrebbe accompagnare la parola CRISTIANO.

Ci chiediamo: ‘Chi ci andrà mai, nella moltitudine celeste’? È una domanda che sorge soprattutto confrontando la grande fatica che facciamo per trapiantare ‘il divino’, che è poi la santità, in noi. Vorremmo essere umili e ci accorgiamo che tanti nostri atteggiamenti sono imbrattati di superbia. Vorremmo essere ‘poveri in spirito’ per riempirci il cuore di amore e ci troviamo le mani sporche di ‘cose’ a cui siamo attaccati, fino a diventare chiusi e gretti verso la più elementare generosità, che ci insegni a liberarci di noi stessi per aprirci alla luce e alla carità. Vorremmo contenere nel cuore tutta la gente, soprattutto quelli che soffrono e sono poveri e, a volte, siamo insensibili e distratti verso i nostri stessi cari, in famiglia, maligni con i vicini, indisponenti con i colleghi, capaci solo di scegliere la nostra comodità, che porta all’indifferenza. Fa davvero impressione vedere tanti, e troppi giovani, ‘bruciare’ quotidianamente la vita, come un falò delle vanità, che chiamano ‘vivere l’oggi’.

Verrebbe la voglia di urlare contro tutto quello che si offre come alternativa al Cielo: un pugno di illusioni, che sono le mode, e quel buttar via letteralmente il grande bene, che è nella vita santamente vissuta. Ma chi, su questa terra, ha saputo - davvero - cogliere la felicità?
I tre pastorelli di Fatima, san Luigi Gonzaga, santa Teresina del Bambin Gesù, san Francesco, santa Chiara, san Giuseppe Moscati, e quanti altri volete,... o quei ‘paperoni’ della felicità ‘subito ed ad ogni costo’, che bruciano la vita, con la droga, l’ubriachezza, nelle spericolate corse in macchina, finendo sbriciolati su una strada, e magari distruggendo intere famiglie, o i tanti che a sera - ‘forse perché della fatal quiete tu se’ l’imago’ - si sentono ‘vuoti, nonostante tutto’ e giungono così alla conclusione che ‘se questa è la vita, davvero è un inferno-dentro’ ... e sentono il bisogno di una felicità diversa?

Viene da chiederci: “Ma la santità è accessibile a tutti o solo una scelta eroica di qualcuno che Dio privilegia in modo particolare?” ... come se, davanti al Padre, non fossimo uguali nell’essere amati e chiamati alla felicità! Assurdo pensarlo... ma proficuo, soprattutto in questi giorni.

Troppo prezioso il bene della vita, questo dono incomparabile del Padre che già qui, se siamo davvero saggi e prudenti, come le vergini del Vangelo, possiamo trasformare in un meraviglioso ricamo di fatiche e gioie, impegni e svaghi, amore e amicizia, debolezza e perdono... armoniosamente intrecciati, come i colori dell’arcobaleno. La saggezza evangelica è la via per realizzare ‘belle cose’!

Anche il commemorare i nostri Defunti, facendo le visite al Camposanto, ci aiuta a riflettere sul vero senso della nostra vita. Quelle tombe ci parlano del grande mistero della morte, ma anche, se abbiamo fede, della nuova vita dopo la morte. Non è possibile che tutto finisca lì, sotto una manciata di terra, come se non fossero mai esistiti. Come non è possibile che il grande affetto che ci univa in vita, abbia conosciuto la sua fine. Se c’è un grande bene, che sopravvive sempre, è l’amore, tanto è vero che, non solo visitiamo le tombe, ma sentiamo la gioia e il dovere di pregare per loro, di ‘parlare’ con loro, di fare qualcosa per alleviare le possibili sofferenze di purificazione, che ancora devono accettare. Tanti colgono l’occasione per essere generosi nelle offerte ai poveri o nell’offrire Messe in suffragio...

Tutti ‘beni’ che affermano la profonda certezza che la nostra vita continua ‘dopo’. Ed è il pensiero di quel ‘dopo’, che dovrebbe sostenerci nel diventare persone serie, veri cristiani. Ed in quel ‘dopo’ tutti, spero, vorremo essere nella “moltitudine immensa, che nessuno poteva contare...”. È possibile, se viviamo la vita secondo Dio e non secondo il mondo.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 05, 2007 9:49 am

      • Omelia del giorno 4 Novembre 2007

        XXXI Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        C’è sempre un momento in cui Dio incontra l’uomo
Sembra quasi paradossale che Dio si interessi di noi, di ciascuno di noi, personalmente, chiamandoci per nome, come se fossimo unici ad occupare il Suo immenso Cuore. Eppure è la verità. Il Padre ama ciascuno di noi come ‘il prediletto’.

Non ci sono proprio limiti alla Grazia, o meglio all’Amore, che Dio ha per ciascuno di noi. Per me. Per te. Noi, a volte, ci soffermiamo quasi a classificare chi può essere raggiunto dalla Grazia e chi no. “Cosa vuole che interessi la mia vita, il mio destino, a Dio? Ma chi sono io?”, mi sento dire tante volte. Eppure Dio aspetta e cerca solo l’occasione, in cui uno di noi si ricordi di Lui, mostri il desiderio di ‘vederLo’, per subito fare irruzione nella sua vita.

Le nostre sono sottili distinzioni, frutto di una vera ignoranza di Dio-Amore, e dimenticano una realtà grande, la più bella della nostra esistenza: “Dio ha tanto amato il mondo da mandare il Suo Figlio Unigenito, Gesù”, perché assumesse i nostri poveri panni, diventasse uno di noi...per noi! E Gesù, a sua volta dirà, come è nel Vangelo di oggi: “Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10). In un altro momento, a chi cercherà di istigarLo a punire i cattivi, Gesù risponderà: “Non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva”.

E, con amore ‘preferenziale’, Gesù, nella sua vita, e oggi e sempre, va in cerca di chi è perduto, o si sente tale, senza mai distogliere il Suo sguardo da chi ha la gioia e il dono di esserGli già vicino. Forse l’uomo non sa o non vuole sapere quanto è caro agli occhi di Dio. In verità se siamo vivi è solo perché è Lui che ci ha voluti, direi generati, prima di affidarci ai nostri genitori. Mi commuovo sempre pensare a mia mamma, che educava noi figli a questa stupenda verità: siete figli di Dio! Ogni mattina, appena sveglia, nel recitare le preghiere, ci domandava: ‘Chi vi ha creati?’. ‘Dio’. ‘Ma perché Dio ci ha creati?’. ‘Per conoscerlo, amarLo, servirLo e poi essere felici con Lui per sempre in Paradiso’. Quanta sapienza, che oggi sembra essere stata persa.

La nostra creazione, oserei dire, è una paternità-maternità impossibile da cancellare dal Cuore di Dio. L’uomo, la donna, che a volte si fanno beffe di Dio, o l’uomo che nella sua superbia si crede dio, l’uomo o la donna che si diverte a volte a deturpare il volto del Padre sul suo stesso volto, non sa o non vuole credere che, lo voglia o no, è nel Cuore del Padre, che non distoglie mai il Suo sguardo da lui, da lei.

Anzi, Dio cerca il momento giusto per incontrarlo finalmente a tu per tu, fino alla conversione. Dovremmo leggere, tante volte, l’incontro di Gesù con Zaccheo: la corsa di questo pubblicano, ricco, esattore delle tasse, considerato da tutti uno sfruttatore, un carrierista, un usuraio, un peccatore, che vuole ‘vedere Gesù’.

Il resto è tutto da meditare, contemplare, perché ciascuno di noi potrebbe avere molto in comune con Zaccheo, ci manca forse solo il desiderio di ‘vedere Gesù’.
  • “In quel tempo, Gesù, entrato in Gèrico, attraversava la città. Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse davanti e per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua. In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò tutti mormoravano: E’ andato ad alloggiare da un peccatore! Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto. Gesù gli rispose: Oggi la salvezza è entrata in questa casa, poiché anch’egli è figlio di Abramo: il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19, 1-10).
Ogni volta ho avuto la grazia di recarmi nella terra di Gesù, arrivando a Gerico, cercavo l’unico sicomoro ancora esistente. E sostavo tanto, per far rivivere questo stupendo brano di Vangelo, cercando di mettermi nei panni di Zaccheo, per sentirmi chiamare per nome da Gesù.

Zaccheo aveva un solo desiderio: ‘vedere chi fosse Gesù’ e, per vederlo, ‘sale su un albero’. La pura curiosità può aver spinto Zaccheo in questa corsa; non prevedeva certamente la totale conversione che lo attendeva e, tantomeno, che sarebbe stato riconosciuto da ‘quel Gesù’. Ma Gesù sapeva che era giunto il momento. Egli coglie l’attimo ‘giusto’ dell’incontro, per farlo entrare nel mondo dei suoi discepoli.

E Zaccheo non si fa pregare nel seguirLo, anzi, immediatamente si spoglia di tutto, sapendo che Gesù, a chi Lo segue, chiede di ‘lasciare tutto’, per possedere solo Lui come ricchezza. Quella di Zaccheo è davvero un’esperienza che ci aiuta a imitarlo, correndo per vedere ‘chi sia veramente Gesù’.

Conosciamo tutti la passione di Giovanni Paolo II nel cercare di fare strada agli uomini verso Cristo. Quante volte nel mondo si è ripetuta ‘la corsa’ di popoli, desiderosi di ‘vedere il Papa’, che aveva ‘il volto di Gesù’! Così come per Paolo VI, profondo conoscitore del cuore, a volte ‘bizzarro’, degli uomini, che, da cardinale, così scriveva:
  • “Oggi, l’ansia di conoscere Cristo pervade anche il mondo dei lontani, quando in essi vibra qualche autentico movimento spirituale. La storia contemporanea ci mostra nelle sue salienti manifestazioni, i segni di un messianismo profano. Il mondo, dopo avere dimenticato e negato Cristo, lo cerca. Ma non lo vuole cercare quale è e dove è. Lo cerca fra gli uomini mortali: ricusa di adorare il Dio che si è fatto uomo e non teme prostrarsi servilmente davanti all’uomo che si fa dio. Ma dall’inquietudine degli spiriti laici e ribelli e dall’aberrazione delle dolorose esperienze umane, prorompe fatale una confessione al Cristo assente: di Te avremmo bisogno! Di Te abbiamo bisogno, anche altre voci isolate e disparate, ma sono molte e oggi fanno coro. È una strana sinfonia di nostalgici che sospirano a Cristo perduto; di pensosi che intravedono qualche evanescenza di Cristo; di generosi che da Lui imparano il vero eroismo; di sofferenti che sentono la simpatia per l’Uomo dei dolori; di delusi che cercano una parola ferma, una pace sicura; di onesti che riconoscono la saggezza del vero maestro; di volenterosi che sperano di incontrarlo sulle vie diritte del bene; di convertiti che confidano la loro avventura spirituale e dicono la loro felicità per averlo trovato. Così è argomento di alto interesse notare come le stesse classi lavoratrici, quando non abbiano gli occhi bendati da convenzionali negazioni, guardano a Cristo come al divino operaio che ha condiviso le loro fatiche e le ha nobilitate e santificate; come al profeta dei poveri, degli affamati di giustizia; come al maestro vindice della dignità umana, giudice di ogni ipocrisia personale e sociale, banditore della solidarietà e della carità. Tutti dicono in sintesi: ‘Cristo, nostro unico mediatore, Tu ci sei necessario’. Facendo eco alle parole di S. Ambrogio: ‘Tutto abbiamo in Cristo. Tutto è Cristo per noi. Se tu vuoi curare le tue ferite, Egli è il medico. Se sei ardente di febbre, Egli è la fontana. Se sei oppresso dalla iniquità, Egli è la giustizia. Se hai bisogno di aiuto, Egli è vigore. Se temi la morte, Egli è la vita. Se desideri il cielo, Egli è la via. Se rifuggi dalle tenebre, Egli è la luce. Se cerchi cibo, Egli è alimento”’ (Milano, 1955).
Fa impressione a volte vedere masse che cercano chissà cosa, e si dirigono ad un appuntamento con cantanti o personaggi dello sport o dello spettacolo e, alla fine, dopo aver sentito e visto, cosa resta ‘dentro’ di vero e duraturo? Vale la pena di correre tanto, per ‘vedere...uno’? Cosa può rimanere? Fatica? Un ricordo? Un’emozione? Forse tanto vuoto d’anima? Si cerca la felicità, ma era lì? Bisognerebbe avere il cuore aperto dell’ineffabile Zaccheo, che, sapendo che dalle sue parti passava Gesù, lasciò tutto e corse, convinto di volerLo vedere, senza sapere che, prima di lui, era Gesù che lo voleva incontrare! Ed è certo che per tutti noi è così: basterebbe avere voglia di incontrare Gesù, che da sempre ci cerca... Cerchiamo Colui che ci cerca! Dice il libro della Sapienza oggi:
  • “Signore, tutto il mondo, davanti a te, è come polvere sulla bilancia. Come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra. Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi, non guardi ai peccati degli uomini, in vista del pentimento. Perché tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato. Se avessi odiato qualcosa non l’avresti neppure creata” (Sap. 11,22).
Il desiderio di cercare e farsi trovare da Dio, viene espresso da questa preghiera, composta dallo scrittore russo Alexander Zino’ev, ateo:
  • “Ti supplico, mio Dio, cerca di esistere, almeno per un poco per me, apri i tuoi occhi, ti supplico. Non avrai da fare nient’altro che questo, seguire ciò che succede: ed è ben poca cosa, Signore. Sforzati di vedere, te ne prego. Vivere senza testimoni, quale inferno! Per questo, forzando la mia voce, io grido, io urlo: Padre mio, ti supplico e piango: esisti!”.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » gio nov 08, 2007 10:00 am

      • Omelia del giorno 11 Novembre 2007

        XXXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        La grande speranza: RISORGEREMO
Se ricordate, la Chiesa italiana, riunita a Convegno a Verona, lo scorso anno, si dette un titolo, che è davvero il vero significato della vita, dono di Dio: “Testimoni di Gesù Risorto, Speranza del mondo”, ossia ci ha come fatto alzare lo sguardo oltre questa vita terrena, indicando ciò che davvero siamo e saremo: dei risorti. E su questa stupenda verità ha senso l’ottimismo che ci accompagna, quando siamo credenti sul serio. Ci edifica e ci fa riflettere il racconto dei Maccabei, che la Chiesa ci offre oggi:
  • “In quei giorni, ci fu il caso dei sette fratelli, che, presi insieme alla loro madre, furono costretti dal re a forza di flagelli e nerbate a cibarsi di carni suine proibite. Il primo di essi, facendosi interprete di tutti, disse al re: Che cosa cerchi di indagare o sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le patrie leggi. E il secondo, giunto all’ultimo respiro, disse: Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re del mondo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna. Dopo torturarono il terzo, che alla loro richiesta mise fuori prontamente la lingua e stese con coraggio le mani e disse dignitosamente: Da Dio ho queste membra e, per le sue leggi le disprezzo, ma da Lui spero di riaverle di nuovo. Così il re e i suoi dignitari rimasero colpiti dalla fierezza del giovinetto, che non teneva in nessun conto le torture. Fatto morire anche questo, si misero a straziare il quarto con gli stessi tormenti. Ridotto in fin di vita, egli diceva: È bello morire a causa degli uomini, per attendere da Dio l’adempimento delle speranze di essere da Lui di nuovo risuscitati, ma per te, o re, la resurrezione non sarà per la vita” (II Maccabei 7, 1-14).
Non si può rimanere indifferenti davanti a questo racconto di vite vissute come dono di Dio e a Lui ridonate per la vita eterna con Lui. Riesce persino incredibile prendere atto di come troppi vivano senza riflettere e quindi senza riuscire a dare alla vita il suo vero valore di eternità con Dio. Ricorro sempre al ricordo del grande Paolo VI, quando arcivescovo a Milano, nella Pasqua del 1964, così dipingeva il preoccupante disinteresse di troppi, incapaci di ‘guardare oltre i piccoli confini della vita sulla terra’.
  • “Pensare senza impegno, vivere senza dovere, godere di ogni sensazione, questa è la nostra tentazione moderna, che ci incanta e ci deprime, ci attrae e ci delude. Manchiamo di fondamentali ideali, anzi si fa professione di non averne e di non volerne alcuno. Abbiamo confuso la libertà con l’indeterminatezza. I cristiani stessi sono spesso lusingati da questa libertà di pensare e di agire, che non ha fondamenti veramente razionali, né tanto meno fondamenti di vita cristiana. Si preferisce talvolta fondare le proprie speranze sulle sabbie mobili dello scetticismo, piuttosto che fondare la costruzione della vita individuale e sociale sulla roccia della Parola di Cristo. Interessi temporali, paure di ogni genere, segrete ambizioni di pensiero e suscettibilità personali e sociali, ci distraggono spesso dalla coerenza e dalla fedeltà all’impegno cristiano che dovrebbe essere il cardine della nostra vita. Il vento del rispetto umano, le ondate dell’opinione pubblica e le suggestioni della moda culturale e pratica fanno di noi canne sbattute, di cui parla il Vangelo”.
È grande, credetemi, il pericolo di impostare la propria vita su tanti interessi, che ci assorbono totalmente fino a fare scomparire il vero bene, che è la bellezza donataci da Dio: una bellezza che, se vogliamo, si costruisce ‘qui’, giorno per giorno, tra fatica e fede, speranze e sofferenze, gioie e carità... in attesa della ‘Sua venuta’.

Essere ‘pellegrini’ su questa terra, non facendoci ingannare dal falso, che è il mondo, chiede tanta, ma tanta, lucidità di fede, sostenuti da una speranza che sa andare oltre i confini della esperienza e, il tutto, animati da un grande amore verso Dio e i fratelli. Il Santo Padre così esortava il meraviglioso mondo giovanile, che si era dato appuntamento a Loreto, in settembre:
  • “Non abbiate paura di preferire le vie alternative indicate all’amore vero: uno stile di vita sobrio e solidale, relazioni affettive sincere e pure, un impegno onesto nello studio e nel lavoro, l’interesse profondo per il bene comune. Non abbiate paura di apparire diversi e di venire criticati per ciò che può sembrare perdente e fuori moda. I vostri coetanei, ma anche gli adulti, specialmente coloro che sembrano lontani dalla mentalità e dai valori del Vangelo, hanno un profondo bisogno di vedere qualcuno che osi vivere secondo la pienezza di umanità manifestata da Gesù Cristo. Quella della umiltà non è la via della rinuncia, ma del coraggio; non è l’esito di una sconfitta, ma il risultato di una vittoria dell’amore sull’egoismo e della grazia sul peccato”.
Gesù oggi apre uno squarcio su ciò che ci attende dopo la morte.
  • “In quel tempo - racconta l’evangelista Luca - si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi i quali negano che vi sia la resurrezione, per interrogarlo. Gesù disse loro: I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della resurrezione dei morti, non prendono né moglie, né marito, e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della resurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore Dio di Abramo, Dio di Isacco, e Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi, perché tutti vivono per Lui” (Lc 20,34-38).
E sono tanti, oggi, quelli che vivono totalmente impostando la propria esistenza sul ‘dopo’, che resta il solo bene possibile da conquistare. Basta pensare ai tantissimi consacrati, religiosi e religiose, ‘scelti e chiamati da Dio’, a fare della vita un continuo dialogo con Lui, considerato il solo Bene per cui vivere e da conquistare. E non solo, ma tanti laici, che non fanno notizia e vivono la vita come un cammino verso il Cielo, difendendosi dalla tentazione, sempre presente, di credere di poter costruire un inesistente ‘paradiso ‘qui’, dove invece tutto, un giorno, sarà inesorabilmente finito, restando a mani nude ‘dopo’.

Ho sempre presente la grande ‘eredità’ di mamma, che andò in Cielo a 99 anni. Alcuni anni prima di morire, volle spogliarsi di tutto, donando tutto quello che aveva: a me diede l’anello sponsale, perché fosse il mio anello episcopale, segno di fedeltà a Dio per sempre. “Quando Dio mi chiamerà, non avrò nulla da rimpiangere nel lasciare la terra. Sono nuda di tutto, mi resta solo il Paradiso e così mi presenterò al Padre”. Come lei, quanti, che il mondo forse ignora o disprezza, vivono con gli occhi fissi alla resurrezione! È la saggezza di vita, dono dello Spirito.

C’è un documento, intitolato ‘A Diogneto’, scritto nel II secolo d.C. che così descrive lo stile dei primi cristiani, nostri ‘fratelli nella fede’:
  • “A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani. L’anima è diffusa in tutte le parti del corpo, e i cristiani nelle città della terra. L’anima abita nel corpo, ma non è del corpo: i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo... I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. Vivendo in città greche o barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri. Partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati, come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Obbediscono alle leggi stabilite e con la loro vita superano le leggi. Amano tutti e da tutti vengono perseguitati. Non sono conosciuti e vengono condannati. Sono uccisi e riprendono a vivere. Sono poveri e fanno ricchi molti. Mancano di tutto e di tutto abbondano. Sono disprezzati e nel disprezzo hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti. Sono ingiuriati e benedicono. Sono maltrattati e onorano. Facendo il bene vengono puniti come malfattori. Sono combattuti e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell’odio” (c. V).
Leggendo, si ha come l’impressione che, quanto il Santo Padre ebbe a dire a Loreto, ai giovani, sia davvero una meravigliosa ‘eco’ di quella vita, proposta oggi. Voglio fare nostra la preghiera del cardo J.H. Newman:
  • “Conducimi per mano, Luce di tenerezza, fra il buio che mi accerchia, conducimi per mano. Cupa è la notte e io sono ancora lontano da Casa, conducimi per mano. Guida il mio cammino: non pretendo di vedere orizzonti lontani, un passo mi basta. Un tempo era diverso: non ti invocavo, perché tu mi conducessi per mano. Amavo scegliere e vedere la mia strada, ma adesso conducimi per mano. Amavo il giorno abbagliante, disprezzavo la paura, l’orgoglio dominava il mio cuore: dimentica quegli anni. Ma sempre fu sopra di me la Tua potente benedizione, sono certo che essa mi condurrà per mano, per lande e paludi, per balze e torrenti, finché svanisca la notte e mi sorridano all’alba volti di angeli amati e per un poco smarriti. Ma Tu conducimi per mano”.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » gio nov 15, 2007 10:14 am

      • Omelia del giorno 18 Novembre 2007

        XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)



        Non lasciamoci ingannare
Quante volte, assistendo ai disordini che l’uomo sembra moltiplicare, giorno per giorno, e di fronte a vere catastrofi, sentiamo dire: “Ma è la fine del mondo!”. Come ad affermare che stiamo arrivando al capolinea della storia ed in modo disastroso.
Questa è l’ultima domenica dell’anno liturgico, che scandisce la nostra storia, facendoci prendere per mano dalla vita di Gesù che, con amore, si fa battistrada per essere degni della Gloria celeste.

Insieme abbiamo vissuto il tempo dell’Attesa di Dio, che viene tra di noi, nell’Avvento; abbiamo gioito della Venuta di Gesù tra noi, ieri, oggi e sempre, nel Natale; abbiamo contemplato la Sua opera di redenzione nella Quaresima, che invitava alla conversione, per entrare nella Gioia della Sua Resurrezione, dopo la Sua Passione e Morte; e, sostenuti dalle “lingue di fuoco” della Pentecoste, che ci donava lo Spirito Santo, abbiamo cercato di stare alla scuola del Maestro, fino al compimento della Misericordia. E così la Chiesa, oggi, proprio come a farci entrare nel compimento della Storia della Salvezza, ci fa meditare sulla fine di tutto, per dare inizio al Tutto, che è la Vita celeste.

Gesù, nel Vangelo, coglie l’occasione per il suo insegnamento, interrompendo l’estasi di chi si era soffermato nell’ammirazione delle bellezze esteriori, compiute dall’uomo, con parole che devono farci meditare. Ascoltiamo l’evangelista Luca:
  • “In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, Gesù disse: Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra, che non venga distrutta. Gli domandarono: Maestro quando accadrà tutto questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi? Rispose Gesù: Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: Sono io e il tempo è prossimo. Non seguiteli” (Lc 21,5-19).
Con giustissima insistenza si fanno previsioni e progetti per un futuro che eviti catastrofi. E ci si accorge - e questa può essere saggezza - che il futuro non può essere mai la ripetizione di quanto si è cercato in tutti i modi, anche errati, di ottenere. In tutto. Anche nella nostra vita interiore. E non riusciamo, a volte, a mettere in discussione che, quello che chiamiamo ‘progresso’, può risultare un camminare ‘fuori strada’.

Quando tentiamo di aggredire una montagna difficile, è saggezza accorgersi se siamo fuori sentiero e, quindi, con tempo e fatica, tornare alla ricerca di quello giusto. Il Vangelo di oggi ci invita, quindi, a tornare indietro, se necessario, a fermarci un momento, per capire, alla luce del Vangelo, se il nostro vivere è nella giusta Via, Verità e Vita. Come sanno fare i santi.

Mi è caro, oggi, farvi partecipi, carissimi, della grande gioia che provo, come suo discepolo, perché a Novara, verrà proclamato Beato, via alla canonizzazione, Antonio Rosmini. Per tanti la notizia che l’abate Antonio Rosmini, fondatore della Congregazione, definita “Istituto della carità”, (Rosminiani, a cui ho la gioia di appartenere) presto sarà beato, forse fa sorgere la domanda: “Ma chi è costui?”. Eppure appena la Chiesa ruppe il silenzio doloroso attorno a lui, considerato da tanti, per ignoranza certamente, pericoloso per il pensiero teologico e la Chiesa, subito, ed oggi più che mai, Rosmini è stato oggetto di ammirazione e studi. Si vuole conoscere ciò che era stato nascosto, proibito, per troppo tempo.

Rosmini nasce a Rovereto (Trento) da una famiglia nobile e molto facoltosa. A 18 anni, contro il parere dei genitori, che in lui avevano riposto disegni di carriera nobile e prestigiosa, segue la vocazione del sacerdozio. È ordinato nel 1821. Ma sente interiormente che la volontà di Dio vuole per lui ‘altro’, e così per alcuni anni vive nella casa paterna di Rovereto, come in attesa che Dio manifesti la sua volontà.

Attende che sia Dio a chiamarlo. Non vuole essere lui a scegliere. È quel principio di totale abbandono a Dio, che poi chiamerà - e darà come ‘segno’ caratteristico ai suoi discepoli nell’Istituto – “principio di passività”, ossia “essere sempre e tutto a disposizione di Dio”.

Nel 1828, lascia Rovereto: un taglio netto con la ricchezza e il benessere che avrebbe potuto continuare a godere nella bellezza del suo palazzo, ancora oggi luogo di arte e ammirazione, e si nasconde su un piccolo colle, che sovrasta la città di Domodossola, il Sacro Monte Calvario. In un complesso abbandonato e isolato, sceglie come abitazione una ‘cella’, tanto simile a quella di san Francesco. È ancora oggi meta di pellegrinaggi, ma, soprattutto per noi rosminiani, è il ‘segno’ della povertà, che è la via di Cristo e dei Santi. Una piccola stanza con il solo letto, una catinella per lavarsi ed una scrivania. Il resto solo povertà. Lui che era ricco! E lì fonda l’Istituto della Carità. Scrive libri, continua il suo personale cammino di perfezione, i cui principi lascia in un libricino per tutti: Le Massime di perfezione cristiana.

Cosciente dell’importanza di lavorare per la Chiesa e con la Chiesa, decide di incontrarsi con il Santo Padre, per sottoporgli le sue idee. Pio VII, già nel 1823, lo aveva incoraggiato a studiare filosofia, ora Pio VIII ribadisce: “È volontà di Dio che ella si occupi nello scrivere libri: tale è la sua vocazione. La Chiesa al presente ha gran bisogno di scrittori, dico di scrittori solidi, di cui abbiamo somma scarsezza. Per influire utilmente sugli uomini, non rimane oggidì altro mezzo che quello di prenderli per la ragione e per mezzo di questa condurli alla religione (sembra il pensiero del nostro Papa, Benedetto XVI). Si tenga certo che ella potrà recare un vantaggio assai maggiore al prossimo occupandosi nello scrivere che non esercitando qualunque opera del sacro ministero”.

E come rispondendo a questo invito, Rosmini scrive il famoso “Delle cinque piaghe della Chiesa” e “Le Massime di perfezione”, forse i due testi più conosciuti. Ma la sua immensa capacità di fede e pensiero gli consente di affrontare problematiche tuttora attuali: “Principi di scienza morale”, “Antologia in servizio della scienza morale”, “Il rinnovamento della filosofia in Italia”, e via dicendo.

Ma c’erano gli avversari, desiderosi di trovare una qualche occasione per umiliarlo. Intanto Pio IX, salito al soglio pontificio, lo vorrebbe ordinare cardinale, anzi Segretario di Stato. Ma gli eventi politici precipitano: è il 1848. Pio IX è costretto a fuggire da Roma e rifugiarsi a Gaeta, dove richiede l’intervento di Rosmini. È l’inizio dell’esilio, della umiliazione e, io dico, della sua santità.

Incomprensioni e pressioni fanno sì che Pio IX decida di mettere all’Indice “Delle Cinque piaghe della Chiesa” e “La Costituzione civile secondo la giustizia sociale”. Si è passati dall’offerta del cardinalato alla condanna! E pensare che Manzoni, amico di Rosmini, ebbe a dire di lui: “Delle cinque o sei più grandi intelligenze che l’umanità abbia prodotto a distanza è Rosmini”.

Possiamo immaginare la veemenza con cui gli avversari attaccarono Rosmini, il sacerdote amato e lodato dai Papi. Fu tanta la bagarre contro di lui, che il Santo Padre impose ‘il silenzio’, che era come una pietra sulla tomba.

Come risponde Rosmini? Prega per le “incredibili vicende per le quali mi conduce la Provvidenza, a cui non fallisce giammai l’immutabile consiglio. Io, meditandola, la annunzio; ammirandola, l’amo; amandola, la celebro; celebrandola, la ringrazio; ringraziandola, m’empio di letizia” (lettera all’amico don Parma). Vive gli ultimi anni a Stresa, nel silenzio, circondato da dubbi, come emarginato dalla sana dottrina. Continua a scrivere, dandosi una regola precisa: “Adorare, tacere, godere”.

Il ‘cuore’, che dette alla Congregazione, è la carità. Una carità che coinvolge tutto l’uomo, in tre aspetti che vanno in lui armonicamente amati, curati e rispettati: la dimensione corporale, intellettuale e spirituale. La carità temporale è la cura della vita corporea, riconoscendo e promuovendo tutto ciò che è dono di Dio: la salute, il cibo, il lavoro, la casa e ogni realtà necessaria ad una vita dignitosa.

Un gradino più su, ma sempre “l’uomo da amare”, la carità intellettuale, secondo le parole di Gesù: “Non di solo pane vive l’uomo”. Occorre non fermarsi ai soli bisogni del corpo, che possono generare un dannoso materialismo pratico e non sono l’amore globale all’uomo, ma ridare all’uomo la coscienza della propria dignità, la capacità di esprimersi e scegliere, non per affermare se stesso, ma come libertà nel dire ‘sì’ a Dio e al prossimo. È la carità della cultura, dell’intelligenza che fa scoprire le immense ‘ricchezze che Dio ha dato ad ogni uomo’. È un “cogito ergo sum”, che si apre al Trascendente.

Ed è la carità che oggi più manca. In un incontro, anni fa, con Giovanni Paolo II, alla sua domanda di cosa necessitassero gli italiani, risposi: “Ci vorrebbero tante Madre Teresa della cultura. L’uomo non pensa più e questo lo rende una merce senza senso”. Ricordo che dette un pugno sulla scrivania e disse: “Questa è l’intuizione, che cercavo”. Ed oggi, più che mai, è l’urgenza della Chiesa, di fronte all’attacco indiscriminato del materialismo.

Ed infine la carità spirituale: aiutare l’uomo nel cammino della santità, che è poi la carità più grande, quella di Cristo stesso verso di noi. Rosmini amava affermare che mentre la carità temporale può essere un’attività limitata al corpo, come gli ospedali; la stessa carità intellettuale può essere esplicata negli istituti di educazione o scuole; quella spirituale è propria dei pastori, in particolare, e dei cristiani coscienti della loro missione.

E aggiungeva che di queste tre forme di carità, chi le svolge tutte e tre, sono “i pastori di anime”. Amare un uomo integralmente, fare un uomo, è mettere in atto la parabola del buon Samaritano: non dategli appena un pezzo di pane, dategli il pane della cultura, dategli il Pane della Vita. Aiutatelo a rizzarsi in piedi: è la carità integrale... che non ama mai un uomo a metà!

Oggi la nostra Italia ne ha più che mai bisogno, per questo Rosmini si impone alla nostra attenzione e devozione. È stato ed è davvero un gigante della carità intellettuale e spirituale del nostro tempo. Dio, i Suoi Santi, li dà a tempo opportuno, e Rosmini è davvero un dono necessario per questa nostra umanità a dir poco confusa. Così amava dialogare con Dio:
  • “O quanto è dolce il conversar con Dio, parlar di Dio, soddisfare Dio. Ricordarsi, volere e intendere Dio. Conoscere Dio, innamorarsi in Dio!

    Lo stare e il ritornare con Dio; il cercare e il trovare in Dio, Dio.

    Donando tutto se medesimo a Dio lasciare per Dio il gusto anche di Dio.

    Il pensare, il parlare, l’operare per Dio.

    Solo sperare col dilettarsi in Dio.

    Il dilettarsi e il consacrarsi a Dio e a Dio solo piacer, patir per Dio, solo godere in Dio.

    Solo voler Dio e stare sempre con Dio: gioire nei gusti e nelle pene in Dio.

    Veder Dio, toccar Dio, gustare Dio: vivere, morire e stare con Dio”.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2006/2007

Messaggio da miriam bolfissimo » gio nov 22, 2007 11:12 am

      • Omelia del giorno 25 Novembre 2007

        XXXIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) - Solennità di Cristo Re



        Dio guarda alla nostra vita come ‘un cammino verso di Lui’
Tutti conosciamo le difficoltà che si incontrano in questo cammino e, per di più, in un mondo che sempre ripete la storia di Adamo ed Eva, tentato dal più astuto degli esseri. Facile non capire perché viviamo, e allora si dà alla vita un non-senso, come un pittore che, non avendo bene appreso l’arte del dipingere, si diverte a scarabocchiare o imbrattare una tela, alla fine rendendola roba da buttare.

Facile affermare quanto una giovane un giorno mi disse, con la disperazione negli occhi, specchio del buio della sua anima: “Io non ho chiesto di nascere e voi preti lo chiamate dono. Un dono che non capisco e rifiuto, perché mi fa solo impazzire, al punto che lo vorrei buttare, ma non ne ho il coraggio. È un peso troppo grande e non ho la forza di portarlo. Ma perché la vita deve essere un peso e non una gioia?”. Ma è proprio così?

Sappiamo tutti, o dovremmo saperlo, che la vita non è un peso. È una difficile lotta, sì, ma meravigliosa per arrivare alla pienezza della felicità, come è nella volontà di Chi ci ha fatto questo dono: il Padre. Dio sa molto bene come, da soli, vivere sia camminare in un pericoloso buio, quando invece si ha bisogno di una intensa luce.

Doveva essere questo il nostro destino, un meraviglioso stare nella Luce e nella Pace, se non ci fosse stato, da parte dell’uomo, con il peccato originale, il rifiuto di Dio. Un rifiuto che oggi spesso continua...creando i danni che tutti conosciamo. Ma la bontà del Padre non poteva, né può, lasciarci nella insostenibile solitudine. E ci ha donato Suo Figlio, Gesù, che venne tra noi, come uno di noi, e da allora si è fatto così vicino a noi, da essere ‘l’immensa Luce’ di cui abbiamo bisogno.

Per entrare nella Sua Luce la Chiesa ci propone l’anno liturgico, ossia interpreta il tempo, ritmandolo sulla vita di Gesù, tra di noi. Inizia con l’attesa di Dio, chiamato tempo di Avvento; quindi la nascita del Figlio, cioè il Natale; il tempo della crescita, nel silenzio di Nazareth, sotto la guida di Maria e Giuseppe; la Sua missione tra di noi per tre anni; il compimento del Suo amore nella crocifissione, resurrezione e ascensione, per far posto allo Spirito Santo nella Pentecoste. La Chiesa chiude l’anno con una solennità, il trionfo di Dio, che è la regalità di Gesù Cristo, Re dell’universo. E che Gesù sia realmente e sempre ‘il Sovrano di tutto e di tutti’, lo descrive bene S. Paolo nella Lettera ai Colossesi:
  • “Fratelli, ringraziamo con gioia il Padre che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. È Lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Suo Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati. Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura, poiché per mezzo di Lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in Lui. Egli è anche il Capo del corpo, cioè della Chiesa, il Principio, il Primogenito di coloro che resuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose” (Col 1, 12-19).
È davvero incredibile come Dio, il Padre, ci abbia amato e ci ami tanto, al punto da considerarci tutti, senza eccezioni, ‘suoi tesori’, come tante volte ci chiamavano le nostre mamme. Difficile anche solo immaginare quanto ci voglia bene e quanto davvero ci sia vicino, ci sostenga e ci desideri un giorno partecipi del Suo ineffabile Regno.

I Santi, da quelli più grandi a quelli feriali, non solo capirono questo ‘stare nel Cuore di Dio’, ma ne facevano il senso meraviglioso dell’esistenza, fino a dire come san Paolo: ‘per me vivere è Cristo’. Purtroppo noi, spesso, siamo come ‘malati di miopia spirituale’, quella generata dalla superbia o dal vuoto di fede: una miopia che fa della vita un vivere senza paternità, come orfani che non sanno chi li ha generati e a chi interessi la loro vita.

Ci riempiamo gli occhi di illusorio stupore, verso realtà che ‘brillano’ di luce falsa: la ricchezza, la bellezza esteriore, il piacere, la posizione sociale, il potere, che nulla hanno a che fare con l’amore e la gioia. L’amore nasce nell’umiltà, che è la via per manifestarsi, per fare posto a chi si ama, e si dona con fedeltà. Possiamo dunque capire perché l’evangelista Luca esalta ‘la regalità di Cristo’, in un momento drammatico, in cui Gesù appare nella peggiore condizione, in cui un uomo possa essere ridotto... ma che diventa trionfo ineguagliabile, quando questo ‘nulla’ è stato accettato come supremo atto di amore.
  • “In quel tempo, il popolo stava a vedere, i capi invece schernivano Gesù, dicendo: Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto. Anche i soldati lo schernivano e gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso. C’era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei” (Lc 23, 35-40).
Trovavano assurdo che uno, che affermava di essere re, ‘ma non di questo mondo’, finisse nel modo più disonorante sulla croce senza alcuna resistenza. Dov’era la sua forza? La sua potenza?, forse, si chiedevano. Davvero la regalità di Gesù ha nulla da condividere con il concetto di regalità, che abbiamo noi uomini. Noi siamo abituati a chiamare ‘grandi’ quanti nella politica, nell’economia, nella vita sociale, sanno imporsi con ‘visibilità’, che spesso sa di voglia di affermarsi, di stupire.

Basta assistere alle folle che ‘corrono per vedere, sentire’ qualche divo o personaggio... Ma spesso questa ‘potenza’ umana è tutto fuorché amore. Un potente è difficile anche solo da accostare! Mentre a portata di mano, pronta ad ascoltarci, a mettersi nei nostri panni, a rivestirsi delle nostre tristezze, a ridarci speranza, è la persona ‘umilè, che per la sua bontà invita ad aprire il cuore.

Un grande cristiano disse: “La superbia e il potere, tante volte, usano i poveri per farsi strada. Solo l’amore, facendosi povero, fa strada ai poveri”. Ed è quello che ha fatto Gesù, ‘il Re dei re’: l’umiltà che si annulla in croce, per darci ‘Tutto’. Viene allora da chiedersi: ‘Come mai Gesù non è il Re della nostra vita?’ Sulla croce Lui stesso ha dato la risposta: Non sanno quello che fanno’.

Eppure la sete dell’uomo, oggi, lo pone in ricerca di qualcuno che davvero lo comprenda e lo ami, pronto ad accoglierlo, sempre, senza limiti. Quell’inconfessato scontento di tanti, che cercano chi possa capirli o chi seguire, come unico amore, la dice lunga sul bisogno di incontrare Cristo, nostro Re. Così il grande Paolo VI, quando era vescovo a Milano, nel 1955, scriveva:
  • “Oggi l’ansia di Cristo pervade il mondo dei lontani, quando in essi vibra qualche autentico movimento spirituale. L’ansia di trovare Cristo si insinua in un mondo, avvinto dalla tecnica del materialismo e della politica, ma che non vuole soffocare; e quando a tratti profondamente respira, ascolta noi, e noi, che stiamo pregando, quasi ci segue.

    O Cristo, nostro unico Mediatore, tu ci sei necessario per venire in comunione con Dio Padre; per diventare con te, che sei Figlio unico e Signore nostro, suoi figli adottivi, per essere rigenerati nello Spirito Santo.

    Tu ci sei necessario, o solo e vero Maestro delle verità recondite e indispensabili della vita, per conoscere il nostro essere e il nostro destino, la via per conseguirlo.

    Tu ci sei necessario, o Redentore nostro, per scoprire la nostra miseria e per guarirla; per avere il concetto del bene e del male e la speranza della santità; per deplorare i nostri peccati e per averne il perdono.

    Tu ci sei necessario, o Fratello primogenito del genere umano, per ritrovare le ragioni vere della fraternità fra gli uomini, i fondamenti della giustizia, i tesori della carità, il bene sommo della pace.

    Tu ci sei necessario, o grande Paziente dei nostri dolori, per conoscere il senso della sofferenza e per dare ad essa un valore di espiazione e di redenzione.

    Tu ci sei necessario, o Vincitore della morte, per liberarci dalla disperazione e dalla negazione e per avere certezze che non tradiscono in eterno.

    Tu ci sei necessario, o Cristo, Re, Signore, o Dio con noi, per imparare l’amore vero, e per camminare nella gioia e nella forza della carità, lungo il cammino della nostra via faticosa, fino all’incontro finale con Te amato, con Te atteso, con Te benedetto nei secoli”.

    Viene allora da dire un grande Grazie a Gesù, nostro solo Re, Colui che ha tanta cura della nostra vita, quella vera, e vuole amore, per donare gioia.

    Grazie, Gesù, mio Re.

    E con la Chiesa cantiamo:

    “Gesù, dolce Memoria che dai la vera gioia del cuore ma più del miele e di ogni cosa dolce è la tua Presenza. Niente si canta di più soave, nulla si ode di più lieto, nulla si pensa di più dolce che Gesù, Figlio di Dio. Gesù, Speranza per chi si converte, quale misericordia per chi ti invoca!

    Quale bontà per chi ti cerca, che sarai per chi ti trova?

    Non vi è lingua capace di narrare, né parola in grado di esprimere. Chi ne fa esperienza può credere cosa sia amare Gesù.

    Gesù, sii la nostra Guida, tu che sei il Premio che ci attende.

    Sia in Te la nostra gloria. Sempre!”.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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