Avvento 2005

Omelie di Monsignor Antonio Riboldi e altri commenti alla Parola, a cura di miriam bolfissimo

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:05 pm

  • La verità dell’Avvento
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Il nostro secolo ci costringe a imparare di nuovo la verità dell'Avvento: la verità cioè che è sempre stato tempo di Avvento e che tempo di Avvento continua sempre a essere.

La verità che tutta l'umanità è un'unica umanità davanti al volto di Dio.

Che tutta l'umanità giace nelle tenebre, ma anche che tutta l'umanità è illuminata dalla luce di Dio.

Ma se è vero che è sempre stato tempo di Avvento e che tempo di Avvento continua sempre a essere, ciò significa anche che per nessun periodo della storia Dio sarebbe per così dire solo passato, un passato che sta già alle nostre spalle e in cui tutto è già stato fatto.

Bensì per tutti noi Dio è l'origine da cui veniamo e, nello stesso tempo, sempre anche il futuro verso cui andiamo.

E ciò significa inoltre che tutti quanti possiamo trovare Dio soltanto andandogli incontro come a colui che viene, come a colui che attende e vuole che ci mettiamo in cammino.

Non possiamo trovare Dio se non in questo esodo, in questo uscire dalla comodità del nostro presente per entrare nel nascondimento della luminosità veniente di Dio.
  • Joseph Ratzinger, 13 dicembre 1964
Ultima modifica di miriam bolfissimo il lun nov 20, 2006 5:07 pm, modificato 1 volta in totale.
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:06 pm

  • Che cosa attendiamo? “Venga il tuo regno!”
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Che cosa attendiamo propriamente nell'Avvento?

La prima venuta di Cristo? Essa sta dietro di noi.

La sua seconda venuta? Noi la temiamo, non la desideriamo.

Il Natale? L'attesa della festa da evento religioso è diventata un fatto commerciale, che poi viene sostituito da un altro. Pare così che il cristiano non attenda nulla e che la speranza cristiana sia una parola vuota e proprio per questo segua la legge del vuoto, cioè si lasci riempire da altre speranze.

Ma è proprio vero che noi non abbiamo realmente nulla da aspettare? La fede cristiana è veramente quell'assurda “attesa di Godot” che non arriva mai, che il dramma di Samuel Beckett tentò recentemente di smascherare? La prima venuta di Cristo sta veramente “dietro di noi”? Oppure intere parti della Terra, noi stessi, non viviamo in fondo ancora “prima di Cristo”? Non pernotta egli ancora oggi nella stalla, mentre noi che abitiamo nelle case non lo sappiamo, non vogliamo saperlo, poiché non avremmo per lui assolutamente nessun posto da dargli?

Ci sono uomini che ancora vivono prima di Cristo: sono coloro che.non hanno ancora incontrato quel Dio, che non. guarisce il nostro soffrire eliminandolo, ma soffrendo con noi; colui che toglie l'ingiustìzia del mondo sottomettendosi egli stesso come vittima dell'ingiustizia.

Ci sono uomini che vivono dopo Cristo: lo hanno visto e se ne sono andati lontano da lui.

Non è più beato il vivere “prima” che “dopo” Cristo? La sua prima venuta può stare mai semplicemente dietro “di noi”? Non rimane essa sempre “davanti”, in un senso molto profondo? Non dobbiamo noi, in verità, per tutta la vita avvicinarci a essa, e l'Avvento non dovrebbe aiutarci a perseverare in questo cammino?

Allora dovrebbe piano piano apparirci evidente che l'attesa della prima e quella della seconda venuta di Gesù Cristo sono, nel più profondo, un'unica e identica attesa.

Ambedue non significano in fondo nient'altro che l'ingresso nella intima dinamica dell'invocazione: «Venga il tuo Regno».

Quando la “prima venuta” di Gesù avrà raggiunto tutti, allora proprio questo sarà la “seconda venuta”.

Quando tutti saranno entrati nella stalla, allora la stalla sarà il luogo della gloria.

Dinanzi alla stalla avverrà la discriminazione del mondo.

Il bambino rifiutato è il giudizio è la salvezza.

Ma che cosa ne è del Natale, della festa, della liturgia della Chiesa? Possiamo rallegrarci? Sì, possiamo.

La festa significa che il nostro anno non lo riceviamo soltanto dagli astri, ma da uomini che lo hanno umanizzato, da uomini nella cui storia è entrato Dio. La festa ci fa partecipare non solo al ritmo degli astri, ma al dolore e alla gioia degli uomini che ci hanno preceduto, al mistero di Dio che si è donato alla loro storia.

Su ciò si fonda la sua potenza liberatrice, la sua preziosità, la sua gioia.

Il mondo attinge la sua linfa vitale dal fatto che in essa c'è la gioia, che essa non affoga nel consumo, nel godimento e nella triste serietà dell'ideologia.

La vera gioia è dono della comunione, che riconosce in Dio il suo Dio. E non dovremmo imparare a prepararci in modo totalmente nuovo anche a questo?
  • Joseph Ratzinger, dicembre 1972
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:07 pm

  • 27 novembre 2005. Prima domenica di avvento.
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«State attenti, vigilate, perché non sapete quando sarà il momento preciso...»

Fosse un annunciatore del telegiornale o un attore di qualche sketch pubblicitario a darci un avviso tanto preoccupato - "state attenti, vigilate!" -, penseremmo subito che ci si stia mettendo sull'avviso per non correre troppo in autostrada, o per non andare a dormire senza aver chiuso la levetta del gas, o per scegliere una nuova forma di assicurazione sulla vita...

E invece siamo di fronte alla parola di Gesù con cui la Chiesa apre l'anno liturgico e inizia il periodo d'Avvento. Il brano è tolto dal Vangelo di Marco ed è un invito ad attendere il Signore che ritorna.

Attendere il Signore che ritorna. Ritorna, quando? Non sappiamo. Non ce lo ha detto. Non ci telefonerà prima di giungere. Non suonerà neppure il campanello per annunciarsi: ha le chiavi di casa. Potremmo precisare: ritorna alla fine del mondo. Ma quando sarà la fine del mondo? Ancora: non sappiamo; non ce lo ha detto. E a carpirgli il segreto dell'orario non saranno né gli oroscopi, né le magie, né le profezie. Ritornerà e basta: quando verrà. E poi, la fine del mondo per ognuno di noi non è da collocare in chissà quali epoche remote.

Non avete mai visto una persona morire? Ebbene, per lei davvero in quel momento il sole si oscura, la luna non da più luce, le stelle cadono dal cielo e avvengono guerre e terremoti... Sono esattamente i "segni" che annunciano la conclusione della storia e il ritorno del Signore.

E ancora: non c'è neppure bisogno di attendere la soglia del tempo, quando lotteremo con l’ “estrema nemica” - per metterci a tu per tu con Cristo che verrà a giudicarci.

Cristo è presente e ci giudica fin da ora. Tutta la vita si svolge sotto questo sguardo che penetra fin nelle pieghe dell'anima e davanti al quale non esiste angolo buio. Siamo già sotto il terribile e dolcissimo giudizio di Dio. Non c'è azione, non c'è pensiero che gli sia ignoto. Non siamo mai soli. Egli è con noi ogni momento, anche se sfugge al nostro sguardo e alle nostre prese.

Mi par di intuire, a questo punto, la solita obiezione: come, lei crede ancora che l'uomo contemporaneo sia disposto a cercare il mistero con cui confrontarsi? Crede ancora che l'uomo contemporaneo abbia il coraggio di porsi l'interrogativo ultimo del proprio destino e di aprirsi all'Infinito che lo porti a compimento? Crede ancora che l'uomo contemporaneo lasci a Dio le redini della storia e rinunci a guidarla da sé?

Santo cielo, mi sembra d'aver letto anch'io qualcosa su questo fantomatico uomo contemporaneo di cui si parla tanto (e non ho l'impressione di vivere nel buio del Medio Evo).

Si ripete come un refrain che l'uomo di oggi non vuole avere a che fare col mistero; che vuole costruirsi in modo autonomo la propria esistenza; che già ha raggiunto la sicurezza e la felicità, o la raggiungerà presto (è dietro l'angolo)...

Poi, però, mi guardo attorno e, sarò scalognato, ma non mi è dato di incontrare gente che scoppia dalla gioia, nonostante il chiasso o le facce compassate. E l'autonomia assoluta, il chiudersi - per paura o per orgoglio - davanti a Dio, non mi pare conduca ad una felicità universale e prorompente.

Ho perfino il sospetto che questo uomo contemporaneo tanto chiacchierato nasconda il santino nel portafogli e abbia una mesta nostalgia delle preghiere del mattino e della sera che recitava da bambino.

Quanto al mistero, certo l'uomo contemporaneo può rifiutare quello del Dio-con-noi nel quale è immerso, ma poi sente venire a galla il proprio mistero che è ancor meno accettabile e fantasioso di quello di Dio.

Tanto vale: tra una vita enigmatica, oscura, monotona, cattiva, e la chiarezza e la speranza che mi vengono offerte da Cristo, preferisco il dono.

Mi costa inginocchiarmi, ma m'è offerta un'altra soluzione? E anche per il futuro: so bene che l'uomo contemporaneo - come quello d'altre epoche, del resto - non tollera di sentir parlare di incontro con Cristo nella morte ed evita accuratamente il discorso come una sgarberia e, se incontra un carro funebre per strada, da un colpo all'acceleratore e via; ma tant'è: facciamo gli scongiuri, eppure muore anche lui l'uomo contemporaneo.

Per non parlare della fine della storia, quando il Signore ritornerà. Anche qui, non sembra che l'uomo contemporaneo proceda in un bagliore solare; che sappia proprio tutto ciò che avverrà: ha paura del domani, anche se lo programma con piani che spesso si rivelano poi come libri dei sogni; anche se si impone utopie che poi durano lo spazio d'un mattino...

Stando al conformismo imperante non si deve parlare di queste cose, oggi, e in Tv per giunta... Me ne spiace. Si tratta di chiedersi semplicemente se son cose vere: cose attorno alle quali si fa la congiura del silenzio, ma che ci pesano sul cuore come interrogativi lasciati in sospeso...

Possono perfino essere motivi di gioia.

Anzi, sono motivi di gioia.

E la vita riprende significato esattamente da questo incontro finale con Dio: da questo affondare nelle solide braccia del Padre, mentre si prova l'orrore dell'assurdo, del nulla...

Ringrazio il Signore Gesù che ha affrontato la morte non procedendo a passo di danza, ma piangendo e gridando...

Eppure procedeva verso la gloria...

Così anche per noi. Siamo chiamati a costruire la vita e la storia con impegno incessante.

E non c'è scacco che possa soffocare la nostra speranza.

Non ci rimane, alla fine, che l'invocazione: vieni, Signore Gesù!

E qui c'è tutta la preghiera, la fraternità e l'impegno umano che si rivelano come apprendistato, prova generale dell'incontro estremo con Cristo.
  • Alessandro Maggiolini, vescovo di Como, dicembre 2005
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:08 pm

  • 4 dicembre 2005. Seconda domenica di avvento.
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Il Vangelo di questa, domenica - tolto da Marco - ci offre uno squarcio della predicazione, non troppo manierosa, per la verità, di Giovanni il Battista.

Giovanni annuncia l'imminenza di Cristo che sta per manifestarsi e predi¬spone i suoi ascoltatori all'incontro col Signore.

«Dopo di me - dice - viene uno che è più forte di me e al quale io non sono degno di chinarmi per scio¬gliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma Egli vi battezzerà con lo Spirito Santo».

E ancora, dice: «Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri».

Nel testo di Matteo la predicazione del Battista è ancor meno cortese. La si può richiamare, afferma: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino... Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all'ira imminente? Fate dunque frutti degni di conversione...».

E il tema è così imposto: si rende presente il Signore Gesù e occorre accoglierLo con la conversione.

Se si vuole: siamo di fronte all'esigenza dell'incontro con Cristo!

Applichiamo a noi.

Il Vangelo non è soltanto un racconto del passato: è un libro aperto che ci coinvolge e nel quale bisogna che entriamo come attori, anche noi, uomini di oggi.

L'incontro tra noi e il Signore avviene ogni giorno.

Egli è presente nella sua Chiesa e nella storia attuale: è in agguato ad ogni angolo di strada, direbbe Mauriac.

Lo possiamo evitare accuratamente, ma giunge un momento nella nostra vita, in cui non ci è più consentito di barare, perché Egli si pone ad attenderci oltre la soglia del tempo e ci vede squadernati e descritti come siamo: senza mascherature, senza veli possibili: ci vede e ci giudica…

Usa oggi, come una moda, irridere la serietà, la tragicità del Dies irae, dies illa… icordate? Si dice che è un testo medioevale e così lo si liquida in quattro e quattr'otto.

Siamo gente obiettiva, noi: siamo gente dai sentimenti avari: non tolleriamo orrori inutili. Semmai accampiamo il diritto di essere consolati: siamo già tanto mesti e delusi...

Sentimenti avari, ma non disdegniamo qualche ninna nanna che ci coccoli. E così la religione diviene inutile o affare di occhi languidi, di tenerezze un po' sdolcinate, di fremiti insulsi del cuore, roba da riservare alle femminucce e a qualche momento di tristezza e di debilitazione...

Mio Dio, riesco benissimo a capire che si può esagerare col terrore. Non ho l'età di Matusalemme, eppure non dimentico certe prediche sui "novissimi" ascoltate durante gli esercizi, quando si socchiudevano le imposte per fare atmosfera, il predicatore assumeva toni baritonali e al termine, con il gusto dell'orrido, faceva recitare a tutti un pateravegloria il primo di noi che doveva morire, e ognuno si sentiva in causa...

Lasciamo pure da parte queste forme un po' spettacolari. Ma al tempo stesso, non stemperiamo l'incontro con Dio in una sorta di smanceria sentimentale.

Forse son fatto male, ma a me l'incontro con Dio mette anche paura. Perché?

La tragedia della ricerca di Dio sta nel fatto che talvolta lo si trova, e allora sono pasticci: sono pasticci perché bisogna cambiare un po’ tutto il modo di pensare e di vivere.

A costo di abbandonarmi ad una "boutade", direi che se diventeremo santi, lo diventeremo un po' per forza: avremo tentato di far senza di Dio e ci accorgeremo che le cose si mettono anche peggio: tanto vale abbandonarci a Dio…

Non avete mai provato, amici, dei momenti nella vita, in cui intuite che, se proseguite nella ricerca, venite condotti là dove non vorreste giungere: là dove avete deciso che non volete giungere?

E allora si interrompe di botto l'indagine, - con gesto melodrammatico o con una scrollata di spalle, non importa - e ci si aggrappa a mille cavilli, si tenta di convincersi che, dopotutto, l'imbattersi con Dio non è poi l'impresa tanto importante che si dice…

Siamo scaltrissimi nel trovare delle scuse pur di non inginocchiarci di fronte a Dio, pur di non piegare intelligenza e cuore nell'obbedienza della fede.

Il curato d'Ars ha un episodio d'una chiarezza solare a questo riguardo.

Forse ricordate di quel luminare accademico che era andato da lui per discutere di Dio; e il Santo che gli dice: prima si inginocchi e si confessi; poi parliamo di Dio...

Mi pare di comprendere benissimo e il curato e l'accademico.

Anche l'accademico, sissignori, perché ce lo ritroviamo dentro ad ogni momento quando avvertiamo chiarissimamente che l'abbandonarci a Dio comporta rinunce a cui non siamo disposti: comporta il lasciarci guidare verso una vocazione che ci costa maledettamente; comporta il taglio netto con certe abitudini, con certe debolezze che non vogliamo lasciare; comporta il metterci al servizio degli altri mentre ci è tanto comodo rimanere chiusi in noi stessi; comporta un tipo d'esistenza più fresco e più creativo, mentre abbiamo deciso che ci va a puntino la routine un po' squallida in cui ci trasciniamo...

Chi ha mai detto che l'ateismo è gesto eroico, mentre l’accettazione di Dio segnerebbe una abdicazione?

Si provi, per favore, a confrontarsi con questo Infinito esigente in modo insopportabile: esigente come un amore.

E si sa dove si inizia e non si sa dove si termina: gli si dà un dito e vuole una mano e poi via via, fino a tutto.

Non poco o tanto: semplicemente tutto…

Non vorrei, d'altra parte, presentare Dio come una sorta di padrone truce e intollerante, e la conversione come una sorta di sciagura. Manco per sogno.

Si parlava d'amore. L'inizio può essere doloroso; poi viene una gioia enorme….

Ad una condizione: che non si usino le mezze misure…
  • Alessandro Maggiolini, vescovo di Como, dicembre 2005
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:09 pm

  • 11 dicembre 2005. Terza domenica di avvento.
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Il Vangelo di questa domenica ci presenta ancora una volta Giovanni il Battista che, con la sua predicazione, invita gli ascoltatori ad accogliere il Messia.

Lo indicherà chiaramente, segnandolo a dito - è quello! - e denominandolo con un'immagine che a noi può sembrare un po' barocca: «Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo».

Prima però egli crea una certa suspense tra l'uditorio con una frase strana. Dice: «In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete».

La cosa non può non apparire paradossale. C'è gente che aspetta la salvezza, che ha il cuore attento al futuro, che punta l'occhio altrove; e si sente dire che no: che la salvezza già è venuta, già è presente: va cercata in mezzo alla folla perché ha il volto preciso i uno di noi...

Sembra di leggere uno degli strambi romanzi di Chesterton dove l'autore porta il suo eroe a zonzo per il mondo in cerca d'avventure, e poi lo riconduce a casa perché esattamente in casa le avventure sono più affascinanti.

La frase del Battista nonostante le apparenze contrarie, vale anche per noi. Anche nel mondo scombinato e bislacco in cui viviamo è presente la salvezza. Si tratta di trovarla, poiché non sembra mostrarsi in modo molto vistoso.

Che cos’è? Chi è? Forse non è male interrogare prima il nostro povero cuore per scorgere quali desideri, quali invocazioni nasconda dentro.

Non è una analisi facile poiché spesso siamo analfabeti di noi stessi: manco sappiamo ciò che ci manca, ciò a cui aspiriamo.

Ed è un'analisi che richiede una qualche ingenuità: queste cose non si ammettono agevolmente a voce alta...

Proviamo ad interrogarci. Ci basta la vita d'ogni giorno fatta di orari stretti, di pensieri piatti, di gesti monotoni, di spostamenti concitati e, sia pure, di qualche momento di euforia che però lascia poi la bocca amara? Ci basta la "roba" che possediamo? Le previdenze sociali per la malattia e la vecchiaia, lo stipendio assicurato in base all'indice del costo della vita, il conto in banca - nero seppia - e aggiungiamoci pure la villa al mare o ai monti? Conducessimo anche un'esistenza da nababbi, ci basta la "roba" che non porteremo con noi alla fine del viaggio?

Non c'è bisogno di richiamare la pagina drammatica di Verga dove Mastro Don Gesualdo ormai allo stremo delle forze scende sull'aia urlando e abbattendo ciò che trova: la "roba" che aveva accumulato...

Molto più semplicemente, si può guardare in faccia agli epuloni di oggi per vedere che non hanno un sorriso dolce e sereno, e muoiono solitamente d'infarto.

O si può guardare dentro di noi... Avete l'impressione che la nostra società opulenta abbia creato uomini felici? Ci basta - per riempire il cuore - il contatto con le persone?

Lo so: non esistono soltanto le estraneità, le diffidenze o le rivalità: ci sono anche i legami del sangue e le amicizie e l'amore. Ma davvero questi compagni di strada riescono a saziare il desiderio di compiutezza che ci rinasce sempre in animo?

L'altro rimane sempre l'altro anche nei momenti di intimità più profonda, per quanto ci sia vicino, per quanto partecipi al nostro penare... L'incomunicabilità non l'ha inventata Antonioni. La noia non l'ha inventata Sartre.

E quando usciamo dall'inferno che siamo noi, finiamo sempre per cadere nell’inferno che sono gli altri: non tanto perché non ci offrono che cattiverie, quanto piuttosto perché essi pure sono posti in una condizione di limite che non può riscattarci dalla nostra esigenza di Infinito...

E che dire della volontà di giustizia che ci tormenta e che viene sempre frustrata?

E dell'attesa di una bontà che non ci deluda e di una bellezza che ci affascini in modo irresistibile?

Tanto vale ammettere che siamo fatti per l'Assoluto. «Son diventato per me stesso un grande enigma», direbbe S. Agostino: un grande enigma finché non esco da me e non mi incontro con Dio. E aggiungerebbe: «L'amore è impaziente, e non cessa di penare finché non raggiunge il suo termine»; finché non si unisce all'amato. «Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te»

L'Infinito. L'Assoluto. Dio. La ricerca non mi pare conclusa.

Ci basta l'aver trovato un Essere solenne, lontano, eterno, immutabile, impassibile, che guida uomini e cose con l'indifferenza d'un destino?

Non c'è dentro di noi l'esigenza che questo Essere - il Tutt'altro - si smuova dalla sua alterità e si curvi su di noi, e diventi uno di noi, e partecipi al nostro lungo pianto e al nostro breve sorriso?

Non, avvertiamo nell'intimo il desiderio che questo Essere lontano si faccia "prossimo" e viva la nostra stessa esperienza fino a provare il terrore della morte, fino a morire? E il problema non si risolverebbe in disperazione, se questo Essere rimanesse prigioniero della morte?

La ricognizione dei desideri ci mette così sulla soglia dell'Incarnazione e della Redenzione.

Non possiamo costringere Dio a venire tra noi. Ma - è il lieto annuncio - Dio è venuto tra noi. Ha un volto, ha una taglia di vestito e un numero di scarpe - mi si perdoni l'accenno irriverente -, ha un cuore capace di commuoversi e di adirarsi, ha occhi capaci di vedere e di stupirsi, ha mani capaci di lavorare e di guarire...

Dio è venuto tra noi e ha condotto la sua condivisione della nostra esperienza fino alla morte di Croce, e fino alla Risurrezione. Ora è nascosto tra la folla al punto da non farsi riconoscere: «In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete»...

Talvolta rimpiangiamo di non essere vissuti al tempo di Gesù, di non averlo visto di persona, di non averne ascoltato la voce... Ahimè, ho l'impressione che ci avrebbe deluso.

Il mistero che recava lo nascondeva dentro. Era il Dio-con-noi, ma non si mostrava come in uno spettacolo da baracconi.

Capita così anche oggi. Anche oggi il Signore Gesù è presente. E mi pare di doverlo ringraziare perché si è celato sotto i segni della Parola, dei Sacramenti, del fratello più povero, delle vicende più usuali: dietro questi veli tanto scontati eppure tanto pregni di significato e di valore.

Anche oggi possiamo rifiutare la vertiginosa iniziativa di Dio che abita in mezzo a noi soltanto perché non ci si impone in modo irresistibile.

Esige il cuore semplice per carpirgli il segreto.

Esige nientemeno che la conversione, l'accoglienza o il lasciarci cogliere...

Questo "ci basta" perché è tutto.

Ed è inizio di una gioia autentica e piena.
  • Alessandro Maggiolini, vescovo di Como, dicembre 2005
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:10 pm

  • 18 dicembre 2005. Quarta domenica di avvento.
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Alla soglia del Natale, ormai, il Vangelo di questa ultima domenica di Avvento ci presenta la figura di Maria come l'espressione più pura e più alta dell'attesa.

Il brano è tolto da Luca e narra l'annunciazione.

L'angelo Gabriele è mandato da Dio ad una vergine. «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù». «Come è possibile? Non conosco uomo». «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Nulla è impossibile a Dio». «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto».

Si può prendere una pagina simile come un mito, una favola buona per consolare e per illudere.

Occorre avere l'animo di bambini - la fede - per cogliere la poesia che c'è in questi fatti. Senza poi trasfigurarli molto.

Maria non era - non è - un'astrazione, una sorta di lirica eterea.

Era una ragazza comunissima del suo tempo e del suo ambiente. Non vestiva di bianco con la fascia azzurra. Non portava l'aureola. Quando passava per strada, non faceva voltare i ragazzi: nemmeno per indirizzarle un inchino di devozione. Di professione era casalinga: macinava il grano e lo cuoceva al forno, andava alla fontana ad attingere acqua, preparava il pranzo e la cena, rigovernava la casa, al sabato si recava alla Sinagoga per la preghiera... Tutto normale, tutto consueto.

Ma dentro nascondeva un mistero impenetrabile. Pur fidanzata a Giuseppe, si era offerta totalmente, esclusivamente a Dio.

«Non conosco uomo». Quasi a dire: rinuncio alla logica delle forze umane: voglio che il mio cuore appartenga soltanto al mio Signore; eppure non rinuncio alla certezza del Messia che verrà: potrò essere sua madre. Come? Non lo so.

«Nulla è impossibile a Dio». Faccia Lui: Lui che non vuole davanti a sé la sufficienza arrogante di questo mondo, ma predilige i poveri, i deboli, ciò che non è, per compiere le sue meraviglie.

Una situazione da vertigine: la verginità che attende la maternità di Dio sperando contro ogni speranza; l'abbandono totale dell'ottica umana per lasciarsi condurre dalla fantasiosa e imprevedibile sapienza di Dio; il cuore intatto che si spalanca di fronte all'iniziativa di Dio che salva; il silenzio che si apre al Verbo che si fa carne e pone la sua tenda tra noi...

L'aveva ben compreso l'Angelico quando disegnava l'Annunciazione - ricordate? - nel convento di San Marco: una fanciulla raccolta in preghiera e il prato attorno alla casa senza l'orma di un piede, senza un filo d'erba piegato...

E Bernanos che descrive questa creatura inarrivabile come la punta estrema dell'invocazione umana: come una bimba santa, disponibile a Dio, portata sulle mani di un'umanità sporche di peccato: l'Antico Testamento, con la sequenza ininterrotta di irruzioni divine e di tradimenti di Israele, termina con Maria: con questa implorazione fatta persona a cui Dio non sa resistere e si lega con noi per sempre.

Lo dicevo: occorre l'animo di bambini - la fede - per poter cogliere la poesia nascosta in queste vicende che sono realtà.

Oggi va di moda - non tanto tra il Popolo di Dio, quanto piuttosto tra certi sussiegosi specialisti del Logos - va di moda mostrarsi se non proprio ostili, almeno indifferenti nei riguardi di quella che viene chiamata con qualche disprezzo, la devozione mariana...

Mah. Mi chiedo se questi specialisti del Logos abbiano anche un cuore. Capisco benissimo alcune deviazioni, alcune accentuazioni unilaterali del passato.

Ma ho l'impressione che la verità stia dalla parte del Popolo di Dio.

Se a un bimbo si affida un tema sulla mamma, non gli passa neppure per l'anticamera del cervello di dire che mamma è un nome comune di persona, singolare, femminile: dice semplicemente che la mamma è la persona più bella e più buona del mondo; più in là non sa poi descrivere molto...

Da parte mia, nonostante i tanti anni, devo ammettere che non ho ancor perso il vizio di dire il rosario - una preghiera ardua, sissignore - e perfino di accendere qualche candela alla Madonna.

E qui la riflessione tocca un tema da approfondire un poco.

Maria non è soltanto un modello estraneo al nostro esistere e che dobbiamo soltanto imitare.

Non è neppure soltanto una persona santa da invocare. È anche questo.

Maria vien detta dal Vaticano II - riprendendo una tradizione di secoli - l'immagine, la icona della vita cristiana e della Chiesa: in lei siamo come riassunti davanti a Dio; a lei dobbiamo adeguarci perché Dio venga anche dentro di noi e ci trasformi...

Bisogna abbandonare ogni resistenza e ogni opposizione perché si aprano gli spazi della carità e Dio vi irrompa e li invada come vuole Lui, con la dolcissima violenza d'un amore possessivo e geloso.

Bisogna "lasciarsi fare".

Se si vuole: dobbiamo riscoprire una dimensione "femminile" della vita cristiana, che in Maria raggiunge il suo vertice: una presenza disponibile, un'attenzione premurosa, un silenzio capace di meditazione, di stupore, e di attesa...

Senza questa dimensione, la vita di fede del singolo credente che cosa diventa? Diventa una pretesa di fronte alla quale Dio si rifiuta: diventa l'orgoglio di un'autonomia che non vuoi cedere: diventa l'arida illusione di costruirsi il destino da sé, fallendo...

Maria ci fa capaci di accoglienza, di gratitudine, di sequela. Come chi si lascia condurre da Dio dove Dio desidera ed esige...

E che cosa sarebbe la Chiesa senza questa dimensione mariana?

Lo vediamo, talvolta. Quando la Chiesa dimentica questa dipendenza dal suo Signore - questa componente che chiamavo "femminile" - assume, lo spirito d'un esercito - lo spirito di caserma, mi veniva da dire - dove tutto è ordine e disciplina, ma dove manca il sentimento, la freschezza, la docilità di chi ha il cuore lieto; o diventa la rissa tra fazioni come in un parlamento in decadenza dove ci si azzanna e ci si scanna...

Cose tanto ipotetiche, oggi nel cristianesimo? Avessimo discusso e litigato un po' meno e avessimo pregato un po' di più, in questi ultimi anni, forse avremmo riformato la Chiesa in modo insospettato...

Sarebbero cadute tante paure, tante rivalse.

Ci saremmo impegnati in una testimonianza che più profondamente derivava dalla contemplazione...

Ogni anima cristiana concepisce il Verbo, dice S. Ambrogio.

E la Chiesa è il Tempio di Dio.

Come Maria.

Come dobbiamo essere noi... Serva d'augurio a tutti per il prossimo Natale.
  • Alessandro Maggiolini, vescovo di Como, dicembre 2005
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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