Anno Liturgico 2005 - 2006

Omelie di Monsignor Antonio Riboldi e altri commenti alla Parola, a cura di miriam bolfissimo

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:15 pm

Corpus Domini. 18 giugno 2006



Dal Vangelo secondo Marco (14, 12-16, 14, 22-26)

[12]Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?». [13]Allora mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d'acqua; seguitelo [14]e là dove entrerà dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov'è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? [15]Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, gia pronta; là preparate per noi». [16]I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono per la Pasqua.
[22]Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». [23]Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. [24]E disse: «Questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza versato per molti. [25]In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio». [26]E dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.




Il mistero dell’Eucaristia è un mistero di un Dio che si offre in sacrificio per nutrire il suo popolo. Giovanni Paolo II, nella sua Enciclica sull’Eucaristia richiama, in modo molto forte, lo stupore che dovrebbe cogliere ogni cristiano che si mette di fronte a questo mistero. Dovremmo stupirci davanti alla profondità abissale dell’amore di Dio, l’onnipotente Creatore che è lì, in un pezzo di pane, in un minuscolo frammento di creazione…
Ognuno di noi è invitato a riscoprire e a contemplare la presenza di Dio che riporta ala salvezza. Siamo deboli ed il mondo richiede tante energie per essere evangelizzato: l’Eucaristia è il nostro energetico, ci dà la forza per rendere presente Gesù che cammina ancora sulle strade degli uomini, dentro di loro. Con l’Eucaristia diventiamo sempre più profondamente parte del corpo che è la Chiesa, la sentiamo sempre più nostra, ci mettiamo d’impegno per renderla sempre più santa e bella...
Partecipando all’Eucaristia, siamo chiamati ad offrire anche noi la nostra vita, unendoci all’offerta di Gesù: se ci pensiamo bene, ogni gesto della nostra giornata, le gioie e i dolori di ogni giorno possono diventare, vissuti con Gesù e offerti, strumento di salvezza per il mondo intero. Ha senso allora fare nostre le parole di Gesù che il sacerdote ripete ogni volta nella consacrazione: prendete … questo è il mio Corpo, offerto in sacrificio per voi!
I nostri corpi possono davvero essere parte preziosa di quel Corpo che ci dà la misura dell’Amore di Dio. (dR)
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:15 pm

XII domenica del tempo ordinario. 25 giugno 2006



Dal Vangelo secondo Marco (4, 35-41)

[35]In quel medesimo giorno, verso sera, disse loro: «Passiamo all'altra riva». [36]E lasciata la folla, lo presero con sé, così com'era, nella barca. C'erano anche altre barche con lui. [37]Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena. [38]Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t'importa che moriamo?». [39]Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. [40]Poi disse loro: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?». [41]E furono presi da grande timore e si dicevano l'un l'altro: «Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?.



Nell’episodio evangelico di questa domenica, Gesù, davanti alla tempesta scoppiata sul lago di Galilea, sgrida il vento e calma le acque, riportando una grande bonaccia. Ma, presi dalla paura, i suoi discepoli avevano dubitato a tal punto riprendersi un rimprovero: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?”. Ci fa riflettere molto questa frase di Gesù: sostanzialmente il Signore dice che chi ha paura non ha ancora raggiunto la fede, non è ancora creatura nuova, come afferma san Paolo. Ci troviamo spesso nella nostra vita quotidiana ad avere paura: del futuro, delle malattie, di un esame… di non essere apprezzati, di non essere all’altezza, di essere imbrogliati… paura per noi e per i nostri cari…
A volte queste paure possono avvicinarci a Dio, facendoci ricercare la Sua protezione e il suo aiuto, ma l’aver paura è segno di una fede non ancora matura perché denota una scarsa fiducia nella Provvidenza Divina, una mancanza di sicurezza nei confronti dell’Amore di Dio per noi. Sembrano lontanissime dal nostro sentire le parole di San Paolo: ”Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? … Chi ci separerà dall’Amore di Cristo?”
La fiducia in Dio, ovviamente, non conduce ad una passività umana che sarebbe in contrasto con la volontà stessa del Padre. Il discepolo di Gesù deve essere attivo, deve evangelizzare, deve cambiare il mondo con le opere di carità. Ma tutto questo sarebbe un compito immane se fossimo da soli: ci sentiremmo anche noi come gli apostoli, in balia della tempesta. La certezza che il Signore è accanto a noi ci fa, invece, superare ogni ostacolo. (dR)
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:16 pm

XIII domenica del tempo ordinario. 2 luglio 2006



Dal Vangelo secondo Marco (5, 21-43)

[21]Essendo passato di nuovo Gesù all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla, ed egli stava lungo il mare. [22]Si recò da lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi [23]e lo pregava con insistenza: «La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva». [24]Gesù andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
[25]Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia [26]e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, [27]udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: [28]«Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». [29]E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male.
[30]Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi mi ha toccato il mantello?». [31]I discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?». [32]Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo. [33]E la donna impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. [34]Gesù rispose: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Và in pace e sii guarita dal tuo male».
[35]Mentre ancora parlava, dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». [36]Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, continua solo ad aver fede!». [37]E non permise a nessuno di seguirlo fuorchè a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. [38]Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava. [39]Entrato, disse loro: «Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». [40]Ed essi lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entrò dove era la bambina.[41]Presa la mano della bambina, le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico, alzati!». [42]Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare; aveva dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. [43]Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e ordinò di darle da mangiare.




Sembra strano: in piena estate, quando il pensiero vaga tra monti e mari, quando le vacanze assumono il ruolo di realtà più importante dell’anno, la liturgia viene e ad importunarci con l’idea della morte. Certo, lo fa per un risvolto positivo e cioè sottolineare che Dio ha creato tutto per la vita e che la morte, entrata nel mondo come conseguenza del peccato, è stata definitivamente sconfitta da Gesù.
È questo il senso del brano evangelico che ci descrive la resurrezione della figlia di Giairo, capo della sinagoga, ma il pensiero della morte viene lo stesso, anche solo per parlare del suo contrario: la vita. D’altronde non occorre essere profeti di sventura per dire che anche quest’estate la morte accompagnerà le vacanze: la televisione inizierà la solita cantilena di incidenti sulle strade, al mare, in montagna… meglio non pensarci, potrebbe dire qualcuno, e godersi quel poco di vita che abbiamo. Meglio pensarci, dico io, e vivere in pienezza quel poco di vita che abbiamo.
“Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore, passano presto e noi ci dileguiamo”: così recita il salmo, composto quando ancora non era presente l’idea della vita ultraterrena ed ella resurrezione.
Noi sappiamo invece di essere chiamati alla vita oltre la morte: proprio per quest’altra vita dobbiamo impegnarci a riempire d’amore quella terrena. Le opere di carità e generosità, come ci ricorda san Paolo nella seconda lettura, danno un senso pieno alla nostra vita. (dR)
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:19 pm

XIV domenica del tempo ordinario. 9 luglio 2006



Dal Vangelo secondo Marco (6, 1-6)

[1]Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. [2]Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? [3]Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui. [4]Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». [5]E non vi potè operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. [6]E si meravigliava della loro incredulità.



Gesù va a predicare nella sua patria, a Nazareth, ma non viene accolto benevolmente. Anzi, i suoi concittadini si scandalizzano di lui. Il Gesù che predica la pace, il perdono, l’amore per il prossimo è sempre difficile da accettare. Ma è ancora più difficile da accettare il fatto che Dio ci muova delle critiche e dei rimproveri.
Viviamo in un mondo dove l’individualismo regna sovrano e dove si rischia di far diventare diritto ciò che invece è solo capriccio o voglia insana, un mondo dove vengono calpestati senza ritegno i diritti fondamentali delle persone: sembra quasi che ci sia una congiura, un progetto diabolico che esalta le contraddizioni e le rende evidenti per eliminare il senso di pietà e di solidarietà umana. Qualcuno si lamenta di aver speso cinquecento euro per andare in Germania a vedere una partita dei mondiali di calcio, ma si dimentica di dire che nessuno l’ha obbligato ad andare e che se avessero guardato la partita in televisione avrebbe risparmiato non solo cinquecento euro…
Siamo ancora capaci di fare tanti sacrifici per quello che ci sta a cuore: viene il dubbio che Gesù non sia ancora ben piazzato tra le cose che ci stanno a cuore. Spesso la sua presenza è vista come un po’ fastidiosa, perché richiama anche ai doveri, oltre che ai piaceri. E i doveri si sa, sono sempre più noiosi e faticosi. Eppure c’è una soddisfazione più grande della consapevolezza di aver fatto il proprio dovere e di aver reso un po’ più bello il mondo? (dR)
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:20 pm

XV domenica del tempo ordinario. 16 luglio 2006



Dal Vangelo secondo Marco (6, 7-13)

[7]Allora chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi. [8]E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa; [9]ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche. [10]E diceva loro: «Entrati in una casa, rimanetevi fino a che ve ne andiate da quel luogo. [11]Se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi ascolteranno, andandovene, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza per loro». [12]E partiti, predicavano che la gente si convertisse, [13]scacciavano molti demòni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano.



La missione profetica che domenica scorsa abbiamo visto essere tipica di Gesù si estende anche ai suoi discepoli, in particolare ai dodici. Gesù li invia esortandoli a non prendere con sé nulla più del necessario. Preoccupandosi solo di annunciare la conversione, di scacciare i demoni e di ungere con olio gli infermi, per guarirli. I dodici, quindi, diventano i rappresentanti di Gesù: devono come lui, preoccuparsi della salvezza fisica e spirituale delle persone. Soprattutto devono fare presenti le esigenze di Dio, chiamando tutti a convergere su di Lui.
Spesso coloro che richiamano al dovere e invitano alla conversione non sono molto graditi: si preferisce ascoltare ed applaudire chi parla di diritti, usando quello slogan molto in voga qualche anno fa: “vietato vietare”. Riflettendo seriamente, però, non possiamo far finta di credere che la vita sia tutta rose e fiori, piacevolissima e divertente, così come il mondo non diventerà un giardino di pace e di amore semplicemente perché ognuno potrà fare ciò che vuole.
La predicazione degli apostoli, la loro lotta contro il maligno e la malattia sono più che mai attuali: la cattiveria destata dall’egoismo spesso si annida nel cuore dell’uomo, oserei dire nel cuore di ogni uomo, e diventa causa di ingiustizia nelle quali i più deboli hanno sempre la peggio. Ecco perché in una società di manifestanti e di urlatori coloro che hanno maggiormente bisogno di essere aiutati sono coloro che non possono scendere in piazza, perché sono ancora in grembo alla propria madre oppure in un letto ad attendere ed affrontare l’ultimo scorcio della propria vita. Presi dalle tante incombenze quotidiane non dovremmo quindi dimenticarci delle grandi battaglie che ci spettano sulla vita che nasce e sulla vita che finisce. (dR)
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:20 pm

XVI domenica del tempo ordinario. 23 luglio 2006



Dal Vangelo secondo Marco (6, 30-34)

[30]Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. [31]Ed egli disse loro: «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un pò». Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare. [32]Allora partirono sulla barca verso un luogo solitario, in disparte.
[33]Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero. [34]Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.




Gesù pensa di offrire agli apostoli un tempo di riposo, dopo le fatiche della predicazione. È giusto ogni tanto, tirare il fiato! La proposta del Maestro consiste nell’andare in disparte, in un luogo solitario: ritemprare le forze fisiche è importante, ma lo è ancora di più ritemprare quelle spirituali, andando alla ricerca del contato con Dio, possibilmente nella solitudine. Per contrasto mi vengono in mente le vacanze di tante persone, consumate in spiagge che sembrano carnai umani, o in rumorose e “caciarone” tavolate in pseudo rifugi di montagna.
La ricerca del silenzio, della bellezza da contemplare nella natura, nell’arte in un buon libro sembrano essere un po’ fuori modo. Ma Gesù deve rinunciare alle sue vacanze. La folla intuisce dove lui e gli apostoli sono diretti e si fa trovare pronta, al momento della sbarco. E l’Amore vince, in Gesù: quella commuove, perché quelle persone erano come pecore senza pastore. Inizia così ad insegnare di nuovo: la vacanza è finita ancora prima di cominciare!
Mi piace pensare a Gesù come a colui che mette sempre al primo posto gli altri e le loro esigenze: la sua offerta sulla croce è preparata da una lunga serie di offerte di sé: non si è risparmiato, Gesù! Si è veramente fatto in tutto a tutti per poter annunciare la novità del regno di Dio, un regno di pace e di giustizia, un regno regolato dalla legge dell’Amore.
E da questa legge Gesù si lascia guidare, diventandone la personificazione. Innamorato di Dio e dell’uomo, Egli consuma tutto se stesso per avvicinare queste due realtà e farle vivere in comunione piena. (dR)
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:21 pm

XVII domenica del tempo ordinario. 30 luglio 2006



Dal Vangelo secondo Giovanni (6, 1-15)

[1]Dopo questi fatti, Gesù andò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, [2]e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. [3]Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. [4]Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. [5]Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». [6]Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. [7]Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». [8]Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: [9]«C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?». [10]Rispose Gesù: «Fateli sedere». C'era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. [11]Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. [12]E quando furono saziati, disse ai discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». [13]Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
[14]Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!». [15]Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.




Il Vangelo della moltiplicazione dei pani che ascoltiamo questa domenica evidenzia alcuni atteggiamenti di Gesù che non possono non diventare propri di tutti i battezzati.
Innanzi tutto Gesù mostra ancora una volta la sua attenzione verso i bisogni della gente: la sua comunione con il Padre lo porta ad accogliere e a farsi carico delle necessità della folla che lo segue. Questo è un forte richiamo alla solidarietà e all’attenzione verso i poveri e i bisognosi: un cristiano che partecipa all’Eucaristia e si mette in ascolto della Parola di Dio non può restare indifferente verso coloro che sono nella povertà e nella sofferenza. Inoltre, sfamando la folla di persone con cinque pani e due pesci, Gesù manifesta che è possibile compiere grandi cose se si ha il coraggio e la fede di affidare a Lui tutto ciò che ci appartiene e se ci si impegna nella condivisone: se ognuno di noi mettesse al servizio di Dio e dei fratelli ciò che è e ciò che ha, vedremmo realizzare ancora il miracolo dei pani…
Invece, come i discepoli, anche noi dubitiamo e ci domandiamo: che cosa sono queste cose per così tanta gente? E, così, troviamo un alibi, una giustificazione per non condividere neanche il poco che abbiamo e ci lamentiamo perché D9o sembra non far nulla e sembra disinteressarsi della sorte dei sofferenti del nostro paese e del mondo.
Allora, accogliamo l’invito di Gesù e portiamo a lui tutto ciò che siamo e quel poco o tanto che abbiamo. Egli, sfamandoci con il pane e il vino che diventano Suo Corpo e Suo Sangue, ci risani da ogni incredulità, sfiducia ed egoismo e ci renda capaci di condivisione, di solidarietà e di amore verso i poveri e i sofferenti che vediamo e incontriamo, affinché anche loro possano incontrare il volto di Dio che è Padre e ha cura di tutti i suoi figli. (dS)
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:21 pm

XVIII domenica del tempo ordinario. 6 agosto 2006



Dal Vangelo secondo Marco (9, 2-10)

[2]Dopo sei giorni, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigurò davanti a loro [3]e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. [4]E apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù. [5]Prendendo allora la parola, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!». [6]Non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento. [7]Poi si formò una nube che li avvolse nell'ombra e uscì una voce dalla nube: «Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!». [8]E subito guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro.
[9]Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risuscitato dai morti. [10]Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti.




In questa domenica di agosto la Chiesa celebra la festa della Trasfigurazione del Signore, quasi un auspicio perché la gita in montagna e, più in generale, le vacanze, possano concludersi con un incontro intenso e ravvicinato con Dio.
Siamo, infatti, alla continua ricerca di qualcosa che riempia la nostra vita, che ci dia soddisfazione, che ci renda felici. Spesso cerchiamo tutto questo nelle cose che passano, ci aggrappiamo come naufraghi al salvagente delle soddisfazioni e delle emozioni di un momento, vivendo immersi in un continuo correre, che ci fa perdere il gusto delle cose vere, autentiche, quelle che danno gioia vera ed autentica , e per le quali ci vuole tempo, pazienza, costanza.
In un mondo sempre indaffarato su ritmi vertiginosi, noi dovremmo invece fare l'elogio della lentezza, che permetta di guardarsi intorno con calma, di cogliere la presenza significativa di ciò che è bello, degli altri e di Dio stesso. Troppo spesso siamo viaggiatori frettolosi e distratti e così facendo sciupiamo buona parte di quel viaggio unico e irripetibile che è la nostra vita.
Gli Apostoli, sul monte Tabor, provano un'emozione fortissima che viene dalla contemplazione del bello: per loro si realizza un'anticipazione del Paradiso, della felicità eterna. Ma la felicità eterna non è, appunto, di questa terra: l'assenza di fastidi, di sacrifici, di sofferenza non è eliminabile dalla nostra condizione umana. La contemplazione di Gesù, però, ci aiuta ad essere più capaci di affrontare, seriamente e con gioia, la vita quotidiana.
Il ritrovarci sul monte con Lui, immersi nella sua gloria, ci sostiene nel nostro cammino in pienezza, sulle strade non sempre facili della vita. (dR)
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:22 pm

XIX domenica del tempo ordinario. 13 agosto 2006



Dal Vangelo secondo Giovanni (6, 41-51)

[41]Intanto i Giudei mormoravano di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». [42]E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?».
[43]Gesù rispose: «Non mormorate tra di voi. [44]Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. [45]Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. [46]Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. [47]In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna.
[48]Io sono il pane della vita. [49]I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; [50]questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. [51]Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».




Il brano evangelico di questa domenica, incentrato su Gesù "pane vivo disceso dal cielo", trova il suo compimento nella seconda lettera, nella quale S. Paolo, scrivendo agli Efesini, li invita "ad evitare ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza", sforzandosi, invece, di essere "benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, capaci di perdonare come Dio ha perdonato a noi in Cristo". Un programma decisamente impegnativo! Come possiamo realizzarlo se non prendiamo la forza necessaria dall'Eucaristia?
La comunione con Gesù, realizzata nel mangiare la sua carne e bere il suo sangue, ci porta ad essere come Lui. Egli ci comunica la sua grazia nel renderci testimoni credibili del suo Amore. Fare la Comunione significa immedesimarsi totalmente in Lui, per lasciarlo agire nella nostra vita.
Lo Spirito Santo potrà così plasmare il nostro cuore, rendendolo conforme a quello del Figlio. Ecco perché non possiamo permetterci di "fare la Comunione" superficialmente, quasi fosse un rito formale, abituale. E nemmeno possiamo riceverla senza le dovute disposizioni, magari senza confessarsi da mesi (o addirittura anni!) o addirittura con qualche peccato mortale sulla coscienza.
Capita, ad esempio, che in vacanza non si vada a Messa, la domenica, e poi, ritornati a casa, si riprenda a frequentare la Messa, ritenendo ovvio ritornare anche a fare la Comunione, come se non andare a Messa la domenica fosse una bazzecola! Tante volte abbiamo paura di chiamare le cose con il loro nome, e così lasciamo che il peccato si diffonda, camuffandosi da cosa normale, ovvia, che fanno tutti. E così facendo creiamo, nelle nostre anime, un ambiente totalmente sfavorevole all'azione della Grazia. (dR)
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:22 pm

XX domenica del tempo ordinario. 20 agosto 2006



Dal Vangelo secondo Giovanni (6, 51-58)

[51]Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
[52]Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». [53]Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. [54]Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. [55]Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. [56]Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. [57]Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. [58]Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».




Continua anche questa settimana i! discorso di Gesù sul "Pane di vita" e questa volta egli è ancora più esplicito e, chi lo ascolta, dice che occorre "mangiare la sua carne e bere il suo sangue per dimorare in Lui e avere la vita". Solo mangiando la sua carne e bevendo il suo sangue, noi possiamo ottenere quell'energia che ci sostiene nel cammino della vita.
Come la carne è nutrimento che da forza e vigore, così la Carne di Cristo, il suo Corpo, ci da la forza nel cammino cristiano. Come il sangue scorre e, dove arriva, da vita ai tessuti e impedisce la cancrena, così il Sangue di Cristo, entrando dentro di noi, impedisce la "cancrena" provocata dall'egoismo e dalla pigrizia e da vita alle nostre membra, affinché, "contagiati dall'amore di Dio, ogni nostro gesto e ogni nostra parola, siano animati da quella carità che solo Dio Padre, per mezzo di Gesù Cristo, nello Spirito Santo può trasmetterci.
Per quanto ci è possibile, quindi, nutriamoci del Corpo e del sangue di Cristo, affinché viviamo "per mezzo di Cristo", ossia "dichiariamo guerra" a chi vuoi distoglierci dal proposito di metterci in ascolto e di seguire il Signore.
Al tempo stesso, nutriamoci del Corpo e del Sangue di Cristo, affinché viviamo "per Cristo", ossia spendiamo la nostra vita per annunziare al mondo il Vangelo, testimoniando con le parole e con le opere l'Amore di un Dio, che non ha paura di farsi mangiare e di dare tutto per la salvezza degli uomini. (dS)
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:23 pm

XXI domenica del tempo ordinario. 27 agosto 2006



Dal Vangelo secondo Giovanni (6, 60-69)

[60]Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?». [61]Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: «Questo vi scandalizza? [62]E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? [63]E' lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. [64]Ma vi sono alcuni tra voi che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. [65]E continuò: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio». [66]Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui.
[67]Disse allora Gesù ai Dodici: «Forse anche voi volete andarvene?». [68]Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; [69]noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio». [70]Rispose Gesù: «Non ho forse scelto io voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!». Egli parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota: questi infatti stava per tradirlo, uno dei Dodici.




Dopo il discorso di Gesù molti dei suoi discepoli si tirano indietro e non lo seguono più, perché ritengono dure ed incomprensibili le sue parole. Essi pretendono di comprendere tutte le sue parole, ma nel cammino di fede, ognuno di noi deve essere consapevole che, trattandosi del mistero di Dio, si può arrivare a capire fino ad un certo punto, dopodichè ci si deve fidare, sapendo che comprenderemo tutto solo quando saremo davanti a Dio faccia a faccia. Se non siamo convinti di questo, anche noi, possiamo arrivare ad un certo punto e poi tirarci indietro...
Gesù, però, anche oggi, non ha paura di rimanere solo e, attraverso la Sacra Scrittura e la Tradizione della Chiesa, non rinuncia a ciò che deve dire e fare, solo per ottenere pubblicità o tanto seguito. Egli ci chiama a scegliere, a decidere da che parte stare. La nostra vita spesso si troverà davanti ad un bivio: seguire la strada che porta a Lui o quella che si allontana e ci allontana da Lui. Senz'altro siamo fragili, paurosi, non sempre pronti a fidarci, ma proprio per questo non dobbiamo allontanarci o fermarci, ma pregarlo di aiutarci a cogliere quei segni, quegli incoraggiamenti, che ci portino a dire, come Pietro: "Signore, non posso che scegliere te, perché so che sei un amico vero e mi porti alla gioia vera e senza fine!" (dS)
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:32 pm

XXII domenica del tempo ordinario. 3 settembre 2006



Dal Vangelo secondo Marco (7, 1-8; 14-15; 21-23)

[1]Allora si riunirono attorno a lui i farisei e alcuni degli scribi venuti da Gerusalemme. [2]Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani immonde, cioè non lavate - [3]i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavate le mani fino al gomito, attenendosi alla tradizione degli antichi, [4]e tornando dal mercato non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, stoviglie e oggetti di rame - [5]quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani immonde?». [6]Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. [7]Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini. [8]Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».

[14]Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e intendete bene: [15]non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall'uomo a contaminarlo».

[21]Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, [22]adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. [23]Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l'uomo».




Nella discussione con i farisei, Gesù ha modo di affermare che ciò che "contamina" l'uomo non viene dall'esterno, ma dall'interno, viene dal cuore. Siamo invitati a purificare il cuore, a non dialogare con i pensieri cattivi e a non scendere a patti con il maligno. Gesù non accetta chi si comporta bene solo esteriormente e, pur osservando alcune tradizioni antiche, dimentica i valori che nascono dal cuore: la misericordia, la purezza, l'onestà e la fraternità.
Può capitare anche a noi di trovarci in chiesa, ma di pregare e cantare solo con le labbra, perché la nostra mente è presa da tanti altri pensieri che "raffreddano" anche il nostro cuore. Può accadere anche a noi d'incontrare qualcuno che conosciamo, di salutarli con bei modi, ma nel nostro cuore giudicare e pensare male. E, ancora, può succedere anche a noi, in ogni ambiente e in ogni ambito (famiglia, scuola, lavoro, parrocchia, oratorio, sport, volontariato...) di sembrare educati e rispettosi, ma non "mettere l'anima" in ciò che facciamo...
Dobbiamo quindi essere vigilanti, per non cadere nello stesso errore dei farisei: apparentemente educati, ma cattivi dentro; rispettosi delle regole, ma senza convinzione e gioia. Chiediamo, quindi, al Signore che, in questa società che guarda solo all'apparenza, e non al cuore, possiamo agire e parlare in modo sempre sincero e coerente, senza falsità e ipocrisia. (dS)
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:33 pm

XXIII domenica del tempo ordinario. 10 settembre 2006



Dal Vangelo secondo Marco (7, 31-37)

[31]Di ritorno dalla regione di Tiro, passò per Sidone, dirigendosi verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. [32]E gli condussero un sordomuto, pregandolo di imporgli la mano. [33]E portandolo in disparte lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; [34]guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: «Effatà» cioè: «Apriti!». [35]E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. [36]E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo raccomandava, più essi ne parlavano [37]e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!».



Il miracolo della guarigione del sordomuto è venuto ad assumere, con il tempo, un importante ruolo simbolico: nella celebrazione del Sacramento del Battesimo, infatti, il sacerdote tocca le labbra e le orecchie del bambino pregando perché possa ascoltare presto a Parola di Dio e proclamare la Fede in Lui.
È il cosiddetto "rito dell'Effatà". Il sordomuto diventa, allora, segno di una chiusura alla Parola, diventa immagine di tutti coloro che, oggi e in ogni tempo, non accolgono la rivelazione di Gesù, troppo intenti ad ascoltare altre voci o, più semplicemente, ad ascoltare se stessi, in una chiusura egoistica che ricerca solo il proprio benessere. Gesù può operare il miracolo. Ma per farlo lavorare, bisogna prima incontrario.
Certo, è sempre possibile la lettura "casuale" di un brano evangelico. Normalmente però, Gesù lo si incontra nella Chiesa, cioè nei suoi discepoli, cioè in noi. Le persone che incontriamo quotidianamente vedono in noi (anche se non vogliono dimostrarlo) la realizzazione degli ideali proposti da Gesù. Quante volte restano deluse? Quante volte arrivano alla conclusione che i cristiani è meglio perderli che trovarli? Quante volte restano colpite dalla nostra incoerenza?
Signore ci ha affidato un compito impegnativo: in ogni nostra parola e in ogni nostro gesto dovrebbe risplendere Lui. È questo che il mondo si aspetta dai cristiani. E noi non abbiamo il diritto di deludere questa attesa. (dR)
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:34 pm

XXIV domenica del tempo ordinario. 17 settembre 2006



Dal Vangelo secondo Marco (8, 27-35)

[27]Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo; e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: «Chi dice la gente che io sia?». [28]Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti». [29]Ma egli replicò: «E voi chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». [30]E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno.
[31]E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell'uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. [32]Gesù faceva questo discorso apertamente. Allora Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo. [33]Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: «Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
[34]Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. [35]Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà.




Spesso ci viene facile rimproverare Gesù! Pietro l'ha fatto perché gli sembrava inaccettabile che il Messia dovesse morire in croce. È ancora lontano, Pietro, dalla logica di Dio. Sta ragionando come un semplice uomo, come un buon ebreo, cresciuto con l'idea che il Messia, l'inviato di Dio, avrebbe liberato il popolo dall'oppressione straniera e avrebbe fondato un regno universale di pace per tutto l'universo sottintendendo nemmeno più di tanto che il mondo prima bisognava dominarlo.
A distanza di duemila anni anche noi facciamo spesso fatica ad entrare nella logica di Gesù, e non tanto per un desiderio di conquista e di potere legato al suo nome, bensì per la difficoltà ad accogliere un messaggio impegnativo, che indica nell'Amore l'unica via praticabile per arrivare in Paradiso migliorando la terra.
Spesso facciamo istintivamente resistenza davanti al Gesù che ci raccomanda di amare i nemici, di porgere l'altra guancia... Ci viene spontanea la domanda di Pietro: "Signore, quante volte devo perdonare al mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte?", ritenendo già un'enormità quelle sette volte e restando attonito davanti al "settanta volte sette" di Gesù.
Eppure la storia del mondo dovrebbe insegnarci che la logica vincente, quella che porta davvero il benessere ai popoli, è la logica della pace e del perdono. Violenza, guerre e prepotenze causano solo altre guerre, violenze e prepotenze. Pietro, poverino, non pensa secondo Dio, ma secondo gli uomini, rifiutando il dono che Gesù fa di sé stesso. E noi secondo chi pensiamo? (dR)
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:34 pm

XXV domenica del tempo ordinario. 24 settembre 2006



Dal Vangelo secondo Marco (9, 30-37)

[30]Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. [31]Istruiva infatti i suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell'uomo sta per esser consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà». [32]Essi però non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni.
[33]Giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo lungo la via?». [34]Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande. [35]Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti». [36]E, preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: [37]«Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».




Ancora una volta, Gesù stravolge ogni schema e dice cose che possono sembrare un po' strane e assurde agli occhi e agli orecchi di ognuno di noi.
In ogni ambito, noi pensiamo che l'ultimo è ultimo e non può diventare primo, a meno di imbrogliare o di non avere raccomandazioni particolari. E a noi, di essere ultimi, non va proprio bene. Da noi conta chi emerge ed è sempre in testa, capace di comandare e di farsi rispettare. La persona riuscita è quella potente, ricca e ammirata da tutti: essa pensa che tutto le sia possibile e tutto le sia dovuto; ad essa si perdona e si autorizza tutto. La storia è piena di fatti che confermano tutto questo e i recenti scandali sportivi sono un esempio, purtroppo non l'unico...
Gesù, invece, ribalta le nostre regole. Per Gesù non è così: nella sua classifica in vetta ci sono gli umili, i poveri, coloro che sono pronti e disponibili nel servire gli altri. I piccoli valgono più dei potenti ed egli ci invita a riconoscerlo, ad accoglierlo, a servirlo in loro. È veramente grande solo chi sa farsi servo e si mette all'ultimo posto. Per essere veramente suoi discepoli dobbiamo abituarci a questi strani sistemi. Chiediamo al Signore la forza e il coraggio di seguire questo suo modo di pensare. (dS)
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:35 pm

XXVI domenica del tempo ordinario. 1 ottobre 2006



Dal Vangelo secondo Marco (9, 38-43; 45; 47-48)

[38]Giovanni gli disse: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demòni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri». [39]Ma Gesù disse: «Non glielo proibite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. [40]Chi non è contro di noi è per noi. [41]Chiunque vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa. [42]Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare. [43]Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile.
[45]Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo: è meglio per te entrare nella vita zoppo, che esser gettato con due piedi nella Geenna.
[47]Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, [48]dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue.




Sono parole molto dure, quelle che Gesù utilizza nel brano evangelico di questa domenica: "se la tua mano ti scandalizza, tagliala ... se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo ...".
Ma che cosa significa "scandalo"? Letteralmente è "la pietra di inciampo", cioè un ostacolo posto sulla via della fede. Ci sono situazioni che sono davvero un grosso ostacolo per tante persone: le divisioni fra i cristiani, per esempio, la morte di tante persone a causa della guerra, della fame, delle malattie. Ci sono tante situazioni che non sono immediatamente riconducibili ad una cattiva volontà umana: pensiamo alla malattia di un bambino. Quante volte la nostra fede deve superare ostacoli anche impegnativi!
Quante altre volte, invece, siamo talmente abituati a situazioni raccapriccianti che non ci facciamo nemmeno più caso. L'ostentazione della ricchezza e del potere, lo spreco di denaro pubblico, una certa immagine dell'uomo e della donna, la ricerca esclusiva del proprio tornaconto: ci fa ancora male, ci fa ancora "scandalizzare" tutto questo? La seconda lettura, tratta dalla lettera di san Giacomo, è impietosa nei confronti dei ricchi che "hanno gozzovigliato e si sono saziati di piacere, sono ingrassati per il giorno della strage".
Ma non è solo un problema di ricchi e poveri, non è solo un problema sociale. È , innanzitutto, un problema di coerenza evangelica: un discepolo di Gesù deve sforzarsi di mettere in pratica il Vangelo, di viverlo quotidianamente nella vocazione che Dio gli ha dato. E la coerenza passa attraverso tante piccole cose. Soprattutto si ricorda sempre di due comandamenti più importanti: amare Dio e amare il prossimo. (dR)
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:35 pm

XXVII domenica del tempo ordinario. 8 ottobre 2006



Dal Vangelo secondo Marco (10, 2-16)

[2]E avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, gli domandarono: «E' lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?». [3]Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». [4]Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla». [5]Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. [6]Ma all'inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; [7]per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. [8]Sicché non sono più due, ma una sola carne. [9]L'uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto». [10]Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento. Ed egli disse: [11]«Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio contro di lei; [12]se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio».
[13]Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. [14]Gesù, al vedere questo, s'indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. [15]In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso». [16]E prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro li benediceva.




Il brano evangelico di questa domenica ci riporta il pensiero e le parole di Gesù sul Matrimonio. Oggi si sente spesso accusare la Chiesa di durezza nei confronti dei divorziati risposati civilmente, si sente dire che la Chiesa dovrebbe adeguarsi ai cambiamenti del tempo e delle mentalità, che ciò che faceva scandalo trent’anni fa oggi è visto con benevolenza da tutti...
Chi ragiona così dimentica un particolare importante: la Chiesa è custode delle parole di Gesù e non può modificarle a proprio piacimento, per venire incontro alla mentalità corrente. E le parole di Gesù, in questo campo, sono chiare ed inequivocabili: "chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio". E questo è l'ovvia conseguenza di quell'essere "una sola carne, che nessuna autorità umana può superare. La Chiesa verrebbe meno alla sua funzione di "madre e maestra" se facesse finta di non avere mai sentito queste parole del Signore, se non indicasse con chiarezza a tutti quale idea di matrimonio c'è nella mente di Dio.
Certo, a volte si incontrano persone che soffrono perché non possono ricevere la Comunione (molto meno di quanto comunemente si vuoi far credere, comunque), perché hanno deciso di risposarsi o di convivere stabilmente con un'altra persona. Lasciando a Dio il giudizio supremo, la Chiesa non può non sottolineare e richiamare l'errore, di chi, con i gesti della propria vita, afferma di mettersi contro le indicazioni di Gesù. Pur capendo la sofferenza e il dolore a volte presenti in queste situazioni. Il mondo d'oggi pensa che ci siano solo diritti (si paria persino di diritto ad abortire!) e dimentica spesso che ci sono anche i doveri, magari di fronte a Dio. (dR)
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:36 pm

XXVIII domenica del tempo ordinario. 15 ottobre 2006



Dal Vangelo secondo Marco (10, 17-30)

[17]Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?». [18]Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. [19]Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre». [20]Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». [21]Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». [22]Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni. [23]Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!». [24]I discepoli rimasero stupefatti a queste sue parole; ma Gesù riprese: «Figlioli, com'è difficile entrare nel regno di Dio! [25]E' più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». [26]Essi, ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: «E chi mai si può salvare?». [27]Ma Gesù, guardandoli, disse: «Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio». [28]Pietro allora gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». [29]Gesù gli rispose: «In verità vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, [30]che non riceva gia al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna.



Dopo aver indicato i bambini come modello per coloro che vogliono entrare nel Regno dei cieli, Gesù incontra un tale che gli manifesta proprio questo desiderio di "avere la vita eterna". Questo tale è in gamba: osserva da sempre i comandamenti, e però sente che gli manca qualcosa, che potrebbe fare qualcosa di più, per avere quella felicità piena che si realizzerà nella vita eterna.
A questo punto Gesù fa una proposta sconvolgente: il "di più" è il diventare suo discepolo, abbandonando tutte le proprie ricchezze facendone dono ai poveri. Ed ecco, il colpo di scena: questo tale si rattrista e se ne va, afflitto, "poiché aveva molti beni". Non trova il coraggio di lasciare le proprie ricchezze e con amarezza Gesù dirà ai suoi discepoli una frase divenuta proverbiale: "è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel Regno di Dio".
La ricchezza non è cattiva in sé: deve però portare ad una condivisione, ad un aiuto, concreto ed abbondante, ai poveri. Chi è ricco rischia facilmente dì assumere un atteggiamento da padrone, anche nei confronti di Dio, L'avere tanti soldi e tanti beni materiali porta a fidarsi di questi, più che di Dio e della sua Provvidenza. Se ci pensiamo bene, poi, scopriamo che non è necessario essere ricchi per ricadere in questi difetti: la tentazione dell'egocentrismo, della prevaricazione sugli altri, dell'autosufficienza esiste per ciascuno di noi, povero o ricco che sia. Dobbiamo continuamente vigilare per riuscire ad essere come ci vuole Gesù. La via che Lui ci indica non è certo la più facile e la più agevole: richiede un grande amore e una totale dedizione. (dR)
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:36 pm

XXIX domenica del tempo ordinario. 22 ottobre 2006



Dal Vangelo secondo Marco (10, 35-45)

[35]E gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo». [36]Egli disse loro: «Cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: [37]«Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». [38]Gesù disse loro: «Voi non sapete ciò che domandate. Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». [39]E Gesù disse: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete. [40]Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
[41]All'udire questo, gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni. [42]Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. [43]Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, [44]e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. [45]Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».




Gli apostoli Giacomo e Giovanni pongono a Gesù una richiesta che dimostra la loro totale incomprensione della logica del Maestro. Chiedono, infatti, di poter sedere, nella sua gloria, uno alla destra e uno alla sinistra del Signore. Ciò che interessa è, sostanzialmente, il posto più importante, in una mentalità dove "la carriera" ha un ruolo predominante.
Questa meschinità appare a Gesù l’occasione per ribadire un insegnamento che, in seguito, sarà sostenuto anche dall'esempio concreto: i suoi discepoli non possono ragionare come il "mondo". Nel mondo i capi delle nazioni le dominano ed esercitano su di esse il potere. Per i discepoli invece è fondamentale mettersi a servizio degli altri. L'unica nota distintiva, che può creare una classifica d'importanza all'interno dei cristiani è propria questa: la disponibilità a servire, tutto questo perché il discepolo è chiamato a rendere presente il Maestro, il quale "non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti".
Sarebbe davvero bello se questa logica fosse applicata da chi ricopre ruoli politici e non, e anche, più semplicemente, nelle nostre famiglie, tra mariti e mogli, tra genitori e figli: una gara a "servirsi" reciprocamente, comunicando questo ideale anche nelle generazioni più giovani e, perché no, anche a chi perviene da altre culture e da altre religioni. Certo, occorre uscire dall'abitudine di "parlare” per entrare nella logica del "fare", dell'impegno anche faticoso, nel quale è assolutamente necessario il distacco da sé e dal proprio egoismo. (dR)
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:37 pm

XXX domenica del tempo ordinario. 29 ottobre 2006



Dal Vangelo secondo Marco (10, 46-52)

[46]E giunsero a Gerico. E mentre partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. [47]Costui, al sentire che c'era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». [48]Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». [49]Allora Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». E chiamarono il cieco dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!». [50]Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. [51]Allora Gesù gli disse: «Che vuoi che io ti faccia?». E il cieco a lui: «Rabbunì, che io riabbia la vista!». [52]E Gesù gli disse: «Và, la tua fede ti ha salvato». E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada.



Le parole che vengono rivolte al cieco di Gerico, Bartimeo, le sentiamo rivolte a noi, oggi. Questo cieco, infatti, che grida tutto il suo dolore e tutta la sua speranza, quando sente che sta passando Gesù, diventa immagine anche dell'umanità attuale, che cerca consolazione e sicurezza.
Un'umanità inquieta, sazia e povera, orgogliosa eppure così debole. Un'umanità che si vede teatro di profonde ingiustizie, che ancora oggi assiste allo spettacolo indegno dello sfruttamento e della fame. Un'umanità che si scopre sempre più bisognosa di Qualcuno che la aiuti e la sostenga, ma che, soprattutto, le indichi la strada giusta per raggiungere una serenità che le permetta di guardare con fiducia al futuro. Questa umanità così spesso in ginocchio, prostrata dalla durezza di una vita che ha smarrito il suo senso primo ed autentico. Ha bisogno di rialzarsi, di incontrare Gesù per incominciare a camminare sulla strada giusta. Certo, motti sgridavano il cieco Bartimeo per farlo tacere. Certo, a qualcuno piace di più un'umanità preda dell'egoismo, dove l'unica legge valida sia quella del profitto, dove il massimo che ci si può concedere è il "capitalismo compassionevole". Ed ad altri piace un'umanità senza Dio e senza anima, che reclama il "diritto di uccidere i propri figli nel grembo della madre, che confina la fede nel chiuso delle sacristie, così che l'uomo non debba rendere conto a nessuno del proprio operato, se non ad una fantomatica "società civile", che nessuno sa "chi" sia. Vieni Signore Gesù, Rialzaci,guarisci la nostra cecità, perché ti vediamo e possiamo seguirti. (dR)
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:38 pm

XXXI domenica del tempo ordinario. 5 novembre 2006



Dal Vangelo secondo Marco (12, 28-34)

[28]Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro ben risposto, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». [29]Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore; [30]amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. [31]E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento più importante di questi». [32]Allora lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v'è altri all'infuori di lui; [33]amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici». [34]Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.



Era forse difficile per un pio ebreo districarsi tra i circa seicento precetti che legge di Mosè e tradizioni imponevano di osservare. Dì qui la domanda dello scriba a Gesù: "Qual è il primo di tutti i comandamenti?" Cioè, in sostanza, quale comandamento siamo tenuti ad osservare in modo assoluto e quali invece possiamo ritenere facoltativi?
La risposta di Gesù è una mirabile sintesi della sapienza di tutti i tempi. Infatti, indicando come comandamento più importante l'amore per Dio e l'amore per il prossimo, Gesù riporta alla sua origine religiosa ogni progresso della società civile in campo umanitario e di rispetto del l’uomo. Chi ama veramente Dio non può non amare l'uomo, non può non appassionarsi alla sua crescita, non può non difenderlo quando è minacciato.
Quante persone, in due millenni di storia cristiana, hanno offerto al "prossimo" la propria vita, per amore di Dio. Quanti progressi sulla strada del rispetto verso tutti, soprattutto verso i più deboli, sono stati fatti grazie a questa risposta data da Gesù allo Scriba. D'altronde non potevamo aspettarci altro dal Dio fatto uomo: un Dio che non è rimasto da solo, nella luce beatifica del suo cielo, ma ha voluto mischiarsi e sposarsi con la fragilità umana, percorrendo fisicamente e faticosamente le polverose strade terrene per dare una parola di speranza e per richiamare alla vocazione umana per eccellenza, quella di amare. Ci sentiamo immersi in questo dinamismo stupendo, che ci permette di cambiare radicalmente la nostra vita e di trasmettere questo cambiamento al mondo intero. (dR)
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:38 pm

XXXII domenica del tempo ordinario. 12 novembre 2006



Dal Vangelo secondo Marco (12, 38-44)

[38]Diceva loro mentre insegnava: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, [39]avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. [40]Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave».
[41]E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. [42]Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. [43]Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: «In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. [44]Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».




Due vedove sono protagoniste della prima lettura e del brano evangelico di questa domenica. Nella prima lettura, infatti, una vedova prepara un pane al profeta Elia, sacrificando l'ultima farina e l'ultimo olio che le erano rimasti. E l'olio e la farina non diminuiscono mai. Nel Vangelo, invece, una povera vedova, divenuta proverbiale, mette nel tesoro del tempio una semplice monetine, che però costituisce "tutto quello che aveva per vivere".
La fede ci viene presentata, oggi, nel suo aspetto di fiducia, di abbandono totale alla Provvidenza di Dio. E solo questa fiducia porta ad una generosità totale, che non fa calcoli e mette l'amore per il prossimo come orizzonte unico della propria vita. Fidarsi di Dio non è facile, per noi che viviamo in una società molto materialista. Siamo continuamente tentati di riporre la nostra sicurezza nei progressi tecnologici, nei beni materiali, nei soldi.
Basterebbe fermarsi un attimo a pensare, invece, per scoprire una verità evidente: l'uomo, da sé, non può aggiungere un solo istante alla propria vita e la sofferenza non guarda in faccia a nessuno, non prende in considerazione nemmeno il conto in banca. Spesso facciamo scelte egoistiche, evitiamo di aiutare gli altri, di dare sostegno ai poveri perché ci sembra che questo possa compromettere la stabilità del nostro futuro.
Forse questa paura dipende dalla scarsa conoscenza che abbiamo di Dio: lo pensiamo lontano, disinteressato o, qualche volta, addirittura cattivo. Una Persona, comunque, da tenere ai margini della nostra vita. E facendo così, restiamo anche noi ai margini dell'Amore. (dR)
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 5:39 pm

XXXIII domenica del tempo ordinario. 19 novembre 2006



Dal Vangelo secondo Marco (13, 24-32)

[24]In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore [25]e gli astri si metteranno a cadere dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. [26]Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. [27]Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo.
[28]Dal fico imparate questa parabola: quando gia il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l'estate è vicina; [29]così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte. [30]In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute. [31]Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. [32]Quanto poi a quel giorno o a quell'ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre.




Il Signore Gesù ci invita a prepararci alla sua venuta ultima. Utilizzando alcune immagini cosmiche tipiche della letteratura apocalittica, esorta i discepoli alla fede e alla speranza, che si traducono in carità operosa. Il cristiano, infatti, attende i cieli nuovi e la terra nuova, ma senza disimpegnarsi da questa terra. Il cristiano sa che la propria patria "è nei cieli", ma non per questo fugge davanti al mondo.
Ciò che contraddistingue i discepoli di Gesù è l'impegno assiduo e generoso per annunciare il Vangelo, mettendolo in pratica oggi perché il Regno di Dio (che è Regno di pace e di giustizia, di amore e di santità) si diffonda nel mondo in cui viviamo. Nello stesso tempo, però, i discepoli sanno che la pienezza del Regno non è di questo mondo, e che tutto si compirà solo in Paradiso.
Un altro aspetto di grande importanza è la dimensione comunitaria dell'impegno e, prima ancora, della chiamata: ogni singolo discepolo, infatti, vive nella Chiesa, cioè in una comunità che deve essere "testimonianza viva di verità e di libertà, di giustizia e di pace, perché tutti gli uomini si aprano alla speranza di un mondo nuovo".
Sostenuti perciò dalla grazia dei Sacramenti e dalla solidarietà amorevole di tanti fratelli e tante sorelle, i discepoli del Signore possono davvero indirizzare il mondo verso quella meta d'amore a cui Dio costantemente ci chiama. Dobbiamo fidarci di Gesù e delle sue parole: dobbiamo imbarcarci con Lui e avere la forza di prendere il largo, di spiegare le vele verso orizzonti più grandi, dove l'Amore profuma di eternità. (dR)
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 27, 2006 3:12 pm

Cristo Re dell’Universo. 26 novembre 2006



Dal Vangelo secondo Giovanni (18, 33-37)

[33]Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Tu sei il re dei Giudei?». [34]Gesù rispose: «Dici questo da te oppure altri te l'hanno detto sul mio conto?». [35]Pilato rispose: «Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?». [36]Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». [37]Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».



È molto significativo il fatto che si parli di Gesù come re quando inizia il momento supremo della sua vita. Durante il processo davanti a Ponzio Filato, e poi il cartello posto sulla croce, e gli scherni dei soldati e dei passanti... Un re per burla, saremmo tentati di dire.
E invece proprio questo contesto così "antiregale" ci fa capire quale significato riveste, per Gesù, la parola "re". D'altronde lo aveva già detto più volte ai suoi discepoli, invitandoli ad essere umili e a mettersi a servizio gli uni degli altri, proprio "come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per tutti". È questo, il concetto di regalità che ha Gesù ed al quale ci invita a partecipare: è re, e dimostra di esserlo, colui che serve gli altri fino all'estremo, fino ad offrire in sacrificio la propria vita!
Questa è la verità di Dio: Dio è amore. Noi, con il battesimo, siamo diventati parte di un popolo di re, portatori nel mondo della verità di Dio, cioè del suo amore. Abissalmente lontani, dunque, da logiche di potere, di carriere, di ambizioni egocentriche, i discepoli di Gesù si mettono umilmente a disposizione dell'umanità per migliorarne !e sorti, per combattere le povertà e le miserie, soprattutto per indirizzarle sempre di più sulla strada di Dio, per "rendere discepoli tutte le nazioni".
Ecco perché l'affermazione di San Paolo "noi predichiamo Cristo Crocifisso", deve diventare lo scopo principale della nostra vita. Solo il Regno di in Dio che muore per amore può offrire all'uomo un orizzonte adeguato per operare efficacemente nel migliorare il mondo. (dR)
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