Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2013/2014

Omelie di Monsignor Antonio Riboldi e altri commenti alla Parola, a cura di miriam bolfissimo

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2013/2014

Messaggio da miriam bolfissimo » ven giu 06, 2014 9:48 am

      • Omelia del giorno 8 Giugno 2014

        Pentecoste (Anno A)



        Grande ora è questa!
Il giorno della Pentecoste sembra di assistere al racconto biblico della creazione dell’uomo, quando Dio, dopo aver composto con il fango questo incredibile frutto del suo immenso amore, che siamo noi, ci ha resi partecipi della sua stessa vita divina, infondendoci il Suo Spirito. L’uomo non poteva e non doveva essere solo. Da solo l’uomo non può capire né amare la vita. Ha bisogno dell’Altro per amare e sentirsi amato. Lo dice espressamente Gesù: “Senza di me non potete far nulla. Io sono la vita e voi i tralci”. E per dare un’immagine quasi visibile, che sia comprensibile, ci definisce ‘dimora’, ossia ‘casa’, in cui sceglie di abitare lo Spirito Santo. Così lo Spirito Santo diventa ‘anima della nostra stessa vita’. Lo straordinario evento divino della discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli, che diventano così Chiesa - e con loro i discepoli di tutti i tempi e noi oggi – è raccontato negli Atti degli Apostoli:
  • Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro ed essi furono pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi… (At. 2, 1-11)
Immediatamente, come nati da ‘nuova creazione’, agli Apostoli, di cui conosciamo la grande debolezza nel momento della prova, si evidenzia il senso profondo di quello che era accaduto a Gesù, veramente il Figlio di Dio, e questa consapevolezza si accompagna ad una straordinaria potenza, loro sconosciuta, che li porta a proclamarLo con coraggio nelle stesse piazze da cui, pochi giorni prima, erano fuggiti per paura. Davvero erano diventati ‘altra cosa’, di grande potenza, fino al martirio. Ormai erano ‘tempio vivo’ dello Spirito: le loro voci, le loro parole erano voci e parole dello Spirito. Le loro mani, mani dello Spirito, che sapeva compiere prodigi per confermare quanto la voce proclamava. Ed in breve ‘tutta la terra risuonò’ delle opere dello Spirito Santo.

E la Pentecoste non è un evento che si ferma agli Apostoli, ma è opera sempre in chi vive la Chiesa. Davanti a tutte le inutili chiacchiere degli uomini, che parlano senza contenuti di speranza e di verità, come non fossero ancora toccati dalla forza dello Spirito, la Chiesa, nata dalla Pentecoste, sempre ha saputo e sa raccontare i grandi prodigi che lo Spirito compie: incredibili e meravigliosi prodigi in ogni angolo della terra, che si compiono sotto i nostri occhi e cancellano la miseria dell’uomo, per fare spazio alle grandi opere che lo Spirito nell’uomo può compiere. È davvero, questo giorno, la solennità della Chiesa, la nostra festa. Così cantava Paolo VI:
  • Grande ora è questa, che non ammette che uno possa dirsi cristiano e conduca una vita moralmente molle e mediocre, isolata ed egoista… Grande ora è questa che bandisce dal popolo cristiano il senso della timidezza e della paura, il demone della discordia e dell’individualismo, la viltà degli interessi temporali soverchianti quelli spirituali. Grande ora è questa, in cui la Pentecoste invade di Spirito Santo il Corpo mistico di Cristo e gli dà un rinato senso profetico, secondo l’annuncio dell’apostolo Pietro, nella prima predica cristiana che l’umanità ascoltava: ‘Profeteranno i vostri figli e le vostre figlie, i giovani vedranno visioni, i vecchi sogneranno sogni. E sui miei servi e le mie ancelle, in quei giorni, effonderò il mio Spirito e profeteranno’. (At. 2, 17-18)
Paolo VI sapeva molto bene ‘profetizzare’ l’evento della Pentecoste che - ieri, oggi e sempre - è lo Spirito Santo che opera in noi in modo meraviglioso e potente. Chi di noi non ha fatto esperienza, se davvero viviamo la fede in modo vero, della Presenza e Forza dello Spirito che ci ha ‘suggerito’ parole che venivano da ‘un Altro’, o ci ha fatto scoprire in noi un coraggio nell’affrontare certe prove, che superavano la nostra naturale debolezza...e noi stessi ci siamo meravigliati? È una Presenza, un Respiro che mai mancherà in noi, nella Chiesa, fino alla fine dei tempi. Lo Spirito Santo ‘dimora’ e chiama nel tempo, e i Suoi discepoli diventano, se docili strumenti nelle sue mani, la divina ‘penna’ che tra le dita di Dio scrive, anche oggi, la salvezza dell’umanità. Basta per un istante gettare lo sguardo su tanti che sono stati o sono tra noi e hanno stupito per le opere compiute: pensiamo ai recenti Santi, che sono stati proclamati da Papa Francesco, San Giovanni XXIII, definito ‘un grande uomo docile alla voce di Dio’ o il caro Papa Giovanni Paolo II ‘grande missionario della Chiesa’e tantissimi altri. Davvero la Chiesa è una continua Pentecoste, anche oggi!

A mio parere, mai come oggi, tutto il mondo guarda alla Chiesa che sa parlare - come fosse tornata in possesso di tutte le lingue - a tutti gli uomini, che cercano e sperano di trovare la verità della vita e la forza per viverla. Quante volte, tramite i suoi ministri, ha posato le sue mani sulla nostra testa per invocare la discesa dello Spirito Santo! Basterebbe ricordare la nostra Pentecoste, quando il vescovo ci ha amministrato il sacramento della Confermazione o Cresima. In quel momento lo Spirito Santo è disceso con i Suoi Doni, rendendoci abili ad una vita santa, non solo, ma per essere apostoli del Suo Amore. Che stupore anche solo sapere che ognuno di noi ha un ‘dono particolare’, ossia una capacità che può diventare manifestazione della potenza dello Spirito, e che responsabilità! Dobbiamo, forse, come ha affermato Papa Francesco ‘riprendere confidenza’ con lo Spirito Santo. Come? Ascoltiamo le sue stesse parole:
  • «Abbiamo l’abitudine di domandarci, prima che finisca la giornata: “Cosa ha fatto oggi lo Spirito Santo in me? Quale testimonianza mi ha dato? Come mi ha parlato? Cosa mi ha suggerito?” … Perché è una Presenza divina che ci aiuta ad andare avanti nella nostra vita di cristiani. Chiediamo questa grazia... di abituarci alla Presenza di questo compagno di strada, lo Spirito Santo, di questo testimone di Gesù che ci dice dove è Gesù, come trovare Gesù, cosa ci dice Gesù ... Lo Spirito Santo è Paraclito, cioè quello che ci difende, che sempre è affianco a noi per sostenerci».
Chiediamo dunque insieme di saper essere docili strumenti, perché le meraviglie di Dio possano manifestarsi anche attraverso la semplicità della nostra vita di tutti i giorni, pervasa e vissuta alla Presenza dello Spirito Santo.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven giu 13, 2014 3:23 pm

      • Omelia del giorno 15 giugno 2014

        Santissima Trinità (Anno A)



        Solennità della Santissima Trinità
La Chiesa, lungo tutto l'anno liturgico, ripercorre il continuo cammino della storia dell'amore che Dio ha per ciascuno di noi, facendo memoria dell'amore del Padre, che, dopo averci creati, ci ha donato il Suo Figlio Gesù, nato, morto e risorto per la nostra salvezza, che ci ha inviato, con la Pentecoste, la Presenza vivificante dello Spirito Santo. La Chiesa sempre inizia la celebrazione del solenne Mistero di amore, che è la Santa Messa, con le parole: ‘La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l'amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo sia con tutti noi' ed oggi celebra la solennità della Santissima Trinità, che - sono parole di Papa Francesco - "non è il prodotto di ragionamenti umani; è il volto con cui Dio stesso si è rivelato, non dall'alto di una cattedra, ma camminando con l'umanità, nella storia del popolo d'Israele e soprattutto in Gesù di Nazareth. E' proprio Gesù che ci ha salvato. Gesù è il Figlio che ci ha fatto conoscere il Padre misericordioso e ha portato sulla terra il suo «fuoco», lo Spirito Santo, che dentro noi ci guida, ci dà delle buone idee, delle ispirazioni".

È la fede che ognuno di noi esprime con un semplice gesto, che traccia sul corpo, a partire dalla fronte fino al cuore, accompagnato con le essenziali parole, ‘nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo', con cui non solo facciamo una solenne professione di fede, ma diamo un senso altissimo alla nostra vita, nella sua quotidianità: all'inizio di ogni giornata o di ogni azione, compresa quella di mettersi a tavola, un segno, con cui vogliamo dedicare ciò che facciamo a Colui da cui tutto proviene, a cui tutto dovrebbe essere indirizzato: è come dipingere dei colori del Cielo: la nostra storia, fino all'eternità. Forse non siamo abituati o educati a considerare la nostra vita come la storia di un grande Amore, che viene proprio dall'opera della Trinità, presente ed operante in noi. Se potessimo, per un solo istante, contemplare il complesso ricamo di Amore del Padre, l'opera di Gesù, sempre in noi e con noi, e ‘il fuoco' dello Spirito, che è in ogni aspetto della nostra giornata, moriremmo di gioia, come quando un artista contempla il dettaglio di un'opera d'arte.

Ed è proprio così: io, tu, agli occhi di quanti ci sono vicini o incontriamo, a volte siamo meno di niente. E non ci scandalizziamo per questo, abituati come siamo a valutare tutto fermandoci alle apparenze, ossia a ciò che ‘luccica' e che non è mai la nostra verità e bellezza. Bisognerebbe invece essere capaci di contemplare ‘le meraviglie', che Dio dona ed opera nella nostra storia personale; meraviglie a volte oscurate da orribili debolezze, ma sempre affiancate dalla misericordia di Dio, pronto a cancellarle per mettere al loro posto il colore dell'Amore che perdona. È la certezza espressa da Mosè nella I lettura di oggi:
  • In quei giorni, Mosè si alzò di buon mattino e salì sul Monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano. Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: ‘Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di amore e di fedeltà'. Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. Disse: ‘Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa' di noi la tua eredità. (Es. 34, 4-9)
E come a confermare quanto il Padre aveva detto a Mosè, l'apostolo Giovanni così dichiara:
  • Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di Lui. Chi crede in Lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel Nome dell'Unigenito Figlio di Dio. (Gv. 3, 16-18)
C'è in questa Parola tutto l'amore con cui Dio s'impegna per noi, ma anche il segno della nostra incapacità di scorgerlo, con la conseguenza di sentirci terribilmente vuoti di amore. Diceva Paolo VI, cui mi riferisco spesso come a un grande maestro della fede:
  • Una verità fondamentale è da ricordare: Dio è nascosto, come dice Isaia (45, 15). Molti segni, molti stimoli ci parlano e ci conducono alle soglie della Sua ineffabile realtà, ma è pur vero che noi, in questa vita presente, li vediamo di riflesso, nel mistero.... Dio tace, dice la letteratura moderna; tace al nostro orecchio, ma per farsi cercare e ascoltare per altri mezzi. E allora un primo dovere ci coglie, quello di godere della conoscenza che già abbiamo di Dio, e un secondo, quello di cercarLo, di cercarLo appassionatamente, dolcemente, come quando Egli si lascia incontrare. È questo il senso profondo della nostra vita presente: una vigilia che spia e attende la Sua luce. Dio non è un'invenzione, è una felice scoperta. (Novembre 1968)
È vero che occorre tanta fede per arrivare non solo a Dio, ma, con Dio, alla bellezza nostra. E la fede è un dono che tanti forse desiderano e non riescono a raggiungere. Ma quando si cerca Dio con passione, il Padre non si fa attendere. Ed allora si apre il grande sipario della Presenza in noi della Trinità. Il male è che tante volte neppure ci pensiamo alla nostra dignità e, di conseguenza, non la vediamo negli altri. Ma Dio non smette di volerci bene e di avere cura di noi. Abbiamo iniziato la nostra vita con il diventare totalmente suoi figli e, quindi, partecipi della ‘famiglia di Dio', nel santo Battesimo. Gesù si è fatto nostro Cibo, Viatico di vita, Pane di vita, nell'Eucarestia; ci ha donato il suo Spirito, Spirito di sapienza, di fortezza, di scienza, nel Sacramento della Confermazione. Davvero siamo ‘figli in pienezza'. Abbiamo tutto quello che potremmo sognare di avere dal Padre e tocca a noi, ora, nella ferialità della vita, costruire quella santità, o dignità di figli, che è poi la bellezza di vivere non una vita qualunque, a volte priva di senso, ma piena di gioia: una vita che va oltre la morte, per essere in cielo figli della ‘grande famiglia di Dio'.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven giu 20, 2014 8:50 am

      • Omelia del giorno 22 giugno 2014

        Santissimo Corpo e Sangue di Cristo (Anno A)



        Eucarestia: l'immenso dono di Dio
Se c'è qualcosa che non ha limiti, nel dono e nel tempo, è l'Eucarestia: nel dono totale, fino a diventare ‘Pane della vita', e nel tempo, perché non conosce limiti. Oggi la Chiesa nella Solennità del Corpus Domini (Corpo del Signore) ci invita ad entrare in questo ‘mistero della fede', che il sacerdote, ogni volta celebra la Messa così sintetizza, con le ineffabili parole di Gesù in cui si compie il grande dono di Sé: 'Prendete e mangiate, questo è il mio corpo. Prendete e bevete questo è il calice del mio sangue. Fate questo in memoria di Me' (Lc. 22, 16). Il Santo Giovanni Paolo II così scriveva nella sua enciclica 'Chiesa ed Eucarestia':
  • Quando penso all'Eucarestia, guardando alla mia vita di sacerdote, di vescovo, di successore di Pietro, mi viene spontaneo ricordare i tanti momenti e i tanti luoghi in cui mi è successo di celebrarla... la cattedrale di Wawel, la basilica di San Pietro... in cappelle poste sui sentieri di montagna, sulle sponde di laghi, sulle rive dei mari, l'ho celebrata in altari costruiti negli stadi, nelle piazze delle città. Questo scenario così variegato, me ne fa sperimentare fortemente il carattere universale e, per così dire, cosmico. Sì, cosmico. Perché quando viene celebrata sul piccolo altare di campagna, l'Eucarestia è sempre celebrata, in un certo senso, sull'altare del mondo. Essa unisce il cielo e la terra. Comprende e pervade tutto il creato. Il Figlio di Dio si è fatto uomo, per restituire tutto il creato, in un supremo atto di lode, a Colui che lo ha fatto dal nulla... Davvero è questo, il Misterium Fidei, che si celebra nell'Eucarestia; il mondo, uscito dalle mani di Dio creatore, torna a Lui, redento da Cristo. (n. 8)
È, quella di san Giovanni Paolo II, la stessa meraviglia e gioia che ogni credente dovrebbe vivere nella Santa Messa, per il dono di Gesù nell'Eucarestia. Eppure noi uomini, deboli e quasi impotenti ad abbracciare la grandezza dell'Amore, che non ha limiti nel dono e nella felicità, facciamo difficoltà ad entrare in quello che, invece, dovrebbe farci sussultare di gioia... perché più amati di così si muore...e più felici di così, davvero non si può essere! Il solo pensare che, nella Santa Messa, cui partecipiamo, siamo come i Dodici seduti attorno a Gesù e che, a noi, Gesù fa la stessa offerta, lo stesso Dono, reale e vero, tramite il sacerdote, che in quel momento è Cristo, dovrebbe farci dire: 'Signore, dacci sempre questo pane!'. Ma è così?

Credo che non si possa gustare la solennità dl Corpus Domini, senza, con sincerità, interpellarsi su cosa significhi per noi la Messa. Dovrebbe essere, almeno la domenica, il grande momento dell'incontro con Gesù che, con noi ‘desidera cenare, dandoci il Suo Corpo e Sangue'. Fa davvero impressione come troppi di noi abbiamo perso questo stupendo momento di indicibile gioia. Una gioia che non traspare, tante volte, neppure in chi partecipa alla Messa. Il momento della Comunione, quando il celebrante, accostandoci all'altare, ci offre il ‘Corpo di Cristo', dovrebbe essere un evento di pace, di completezza, unito alla consapevolezza che, con Gesù, divenuto ‘Pane della nostra vita, così fragile, siamo diventati, tutti, ‘un solo corpo', al punto che l'assemblea dovrebbe gustare la gioia di essere, in Lui, con tutti, una comunità che si ama.

Tra i meravigliosi e incredibili doni che Gesù ci ha fatto, certamente l'Eucarestia è il Dono per eccellenza: ci ha donato Se stesso, che sotto le specie del pane si fa 'Pane di vità. Non deve dunque stupire il fatto che tutti i santi abbiano fatto dell'Eucarestia il vero segreto della santità e felicità della vita. Il solo pensiero che nella Comunione incontriamo Gesù vivo e vero, rende inconcepibile pensare alla Celebrazione eucaristica, come un dovere da espletare o un peso da sopportare! E' una questione di fede. Se la Chiesa, nel corso dei secoli, ha pensato alla domenica come ‘il giorno del Signore', è chiaro che il punto centrale di questo giorno è l'Eucarestia.

Forse occorre recuperare una forte ed efficace catechesi, anche perché, l'allontanamento dall'Eucarestia o l'accostarla senza le dovute disposizioni, o il sentirla semplicemente come un rito da vivere, dipende proprio dall'ignoranza, dalla non comprensione della sua bellezza, del Dono immenso che ci fa Dio stesso in Suo Figlio. Inoltre la celebrazione eucaristica domenicale crea la Comunità, si ripetono i gesti del Maestro nell'Ultima Cena, e come i primi cristiani si impara a vivere ‘nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere' soprattutto volendosi bene: questo è diventare Chiesa, popolo in cammino dietro le orme del proprio Signore. Ecco perché bisogna risvegliare le coscienze cristiane. Non possiamo dirci discepoli di Gesù se non cresciamo nella fede e nella carità, superando tutto ciò che è solo rito o esteriorità e imparando a leggere i ‘segni sacramentali' nella verità a cui ci rimandano.

Solo la fede ci può aiutare a vivere e celebrare l'Eucarestia, comprendendone il valore, il dono e la forza che da essa può scaturire, perché è partecipazione alla stessa passione, morte e resurrezione di Gesù. La Santa Messa è la nostra Pasqua quotidiana, cioè 'resurrezione a vita nuova' operata in noi da Gesù stesso. Oggi, Solennità del Corpus Domini, aiutiamoci ad approfondire o recuperare il valore essenziale dell'Eucarestia con alcuni stralci di una catechesi di Papa Francesco:
  • L'Eucaristia ci introduce nella comunione reale con Gesù e il suo mistero. Come viviamo l'Eucaristia? È solo un momento di festa, è una tradizione consolidata, è un'occasione per ritrovarsi o per sentirsi a posto, oppure è qualcosa di più? Ci sono dei segnali che ci dicono se noi viviamo bene l'Eucaristia. Il primo è il nostro modo di guardare e considerare gli altri. Nell'Eucaristia Cristo attua sempre nuovamente il dono di sé che ha fatto sulla Croce. Tutta la sua vita è un atto di totale condivisione di sé per amore... L'Eucaristia che celebro, mi porta a sentire tutti come fratelli e sorelle? Mi aiuta a riconoscere in loro il volto di Gesù? Tutti noi andiamo a Messa perché amiamo Gesù e vogliamo condividere, nell'Eucaristia, la sua passione e la sua risurrezione. Ma amiamo, come vuole Gesù?... Un secondo indizio, molto importante, è la grazia di sentirsi perdonati e pronti a perdonare.... In quel pane e in quel vino che offriamo e attorno ai quali ci raduniamo si rinnova ogni volta il dono del Corpo e del Sangue di Cristo per la remissione dei nostri peccati. Dobbiamo andare a Messa umilmente, come peccatori e il Signore ci riconcilia. Un ultimo indizio prezioso ci viene offerto dal rapporto tra la celebrazione eucaristica e la vita delle nostre comunità cristiane. L'Eucaristia non è qualcosa che facciamo noi; non è una nostra commemorazione di quello che Gesù ha detto e fatto. No. È proprio un'azione di Cristo! È Cristo che lì agisce, che è sull'altare. E' un dono di Cristo, il quale si rende presente e ci raccoglie attorno a sé, per nutrirci della sua Parola e della sua vita. Attraverso l'Eucaristia, Cristo vuole entrare nella nostra esistenza e permearla della sua grazia. Viviamo quindi l'Eucaristia con spirito di fede, di preghiera, di perdono, di penitenza, di gioia comunitaria, di preoccupazione per i bisognosi e per i bisogni di tanti fratelli e sorelle, nella certezza che il Signore compirà quello che ci ha promesso: la vita eterna.
E allora, carissimi, facciamo festa, oggi, ma una festa senza fine, come è quella di accogliere l'Eucarestia, il Corpo di Cristo, ‘vera gioia del cuore'. Farsi amare da Dio così è dare alla vita quella serenità che diventa poi contagiosa per quanti incontriamo e in quello che facciamo.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven giu 27, 2014 8:49 am

      • Omelia del giorno 29 giugno 2014

        Santi Pietro e Paolo Apostoli (Anno A)



        Tu sei Pietro e su questa pietra...
Gesù, il Figlio che il Padre ha donato all'umanità, perché fosse riscattata dal peccato, ci ha detto: 'Io sono la Via, la Verità e la Vita' e 'senza di me non potete fare nulla'. Solo in Cristo possiamo essere riammessi come figli nella 'famiglia di Dio'. Gesù è Via di verità e di amore, che svela a noi ciò che veramente siamo nel disegno di Dio che, come Padre, ci ha donato la Vita; una 'Via' che Gesù ha tracciato con le parole, le opere, ma più ancora con il dono della Sua vita sulla croce - immenso amore di Chi si dona per salvare gli amici. Fin dall'inizio della Sua missione ha scelto i dodici destinati a continuare la Sua opera tra di noi. Gesù, secondo il suo stile, che vuole totale apertura al piano di amore del Padre, ha scelto coloro che noi - malati di grandezza, superbia e protagonismo - non avremmo mai scelto: 'i poveri in spirito'. Persone umili, senza gloria e quindi pronte ad accogliere l'invito, senza sapere cosa questo invito prevedesse e a che cosa li avrebbe destinati.

Nei tre anni di scuola di Gesù, che predicava la buona Novella per le strade della Galilea, della Samaria, della Giudea, incontrando applausi e contrasti, Lo hanno seguito, forse sperando che avrebbe preparato per loro un domani pieno di successo e della gloria di questo mondo. Impensabile. Tanto è vero che quando Pietro sente l'annuncio di Gesù della sua prossima crocifissione e resurrezione, 'lo prese in disparte e gli disse con tono di rimprovero: 'Sia mai!'. Ma Gesù lo allontanò bruscamente: 'Vai lontano da me, Satana, tu mi sei di scandalo!'. Si rimane senza parole, presi dallo stupore, nel vedere come Dio affidi la sorte dell'umanità redenta a poveri uomini che dovranno essere, qui sulla terra, 'Suo Vangelo', testimoniandolo con la vita e pronti, come il Maestro, a donarla per Lui e per la bellezza del Suo Regno.

Tutti noi abbiamo vissuto i 'divini tempi' della storia recente della Chiesa. Come dimenticare la dolcezza di quel grande Papa del sorriso, che fu san Giovanni XXIII? È nel cuore di tutti quel saluto semplice che, dalla finestra del suo studio, inviò, esprimendo la dolcezza stessa del Maestro: 'Questa sera andando a casa portate il saluto del Papa ai vostri bambini, ai malati e dite: è il saluto del Papa che vi vuole bene'. È stato per tutti il grande 'Papa buono', che non mancava di comunicare il suo ottimismo, tanto necessario anche oggi, e piace riferire ciò che disse aprendo il Concilio - davvero un'immensa opera dello Spirito - l'11 ottobre 1962:
  • Nell'esercizio del nostro ministero pastorale, ci feriscono talora l'orecchio suggestioni di persone, pur ardenti di zelo, ma non fornite di senso sovrabbondante di discrezione e di misura. Nei tempi moderni esse non vedono che prevaricazioni e rovina; vanno dicendo che la nostra età, in confronto con quelle passate, è andata peggiorando e si comportano come se nulla abbiano imparato dalla storia, che pure è maestra di vita. A noi sembra di dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre eventi infausti quasi fosse la fine del mondo. Nel presente momento storico, la Provvidenza ci sta conducendo ad un nuovo ordine di rapporti umani, che, per opera degli uomini e per di più della loro stessa aspettativa, si volgono verso un compimento di disegni superiori e inattesi, e tutto, anche le umane avversità, dispone per il maggior bene della Chiesa.
Sembra di leggere in queste parole 'il grande sorriso' che si proiettò sul mondo in preda alla paura: lo stesso sorriso che era nel breve saluto, con il 'bacio ai bambini e ai malati'. Dopo Giovanni XXIII lo Spirito serbava in cuore un altro 'Pietro', su cui continuare a costruire la Sua Chiesa: Paolo VI. Gli dico un grande grazie per avermi scelto a essere vescovo di Acerra. Era tanta l'amicizia e stima che ci univa; io a lottare nel Belice, dopo il terremoto, e lui a farmi coraggio. Andando a fargli visita, nel 'viaggio della speranza', con 50 bambini, ambasciatori dei loro diritti, ricordo che cercando di ringraziarlo, in ginocchio, per aver avuto la bontà di accoglierci, letteralmente mi sollevò e mi abbracciò e mi disse: 'Grazie a nome della Chiesa per la carità che svolgete'. E iniziò con i bambini un dialogo incredibile. È stato il Papa che ha guidato il Concilio con saggezza e vigore, non nascondendo la sua timidezza di 'uomo', proprio come Pietro, e di cui ad ottobre, la Chiesa, che tanto ha amato, riconoscerà la grandezza nella santità. Un 'Pietro' che, nel discorso all'ONU, il 4 ottobre 1965, ebbe il coraggio di dire ai potenti della terra: "Mai gli uni contro gli altri. ma tutti contro la guerra e per la pace. Ascoltate le chiare parole di un grande scomparso, John Kennedy, che quattro anni fa proclamava: 'L'umanità deve porre fine alla guerra o la guerra porrà fine all'umanità'. La pace, la pace deve guidare le sorti dei popoli e dell'umanità". E chiuse il Concilio il 7 dicembre 1965, con un discorso tutto incentrato sulla fiducia nell'uomo e sul dialogo con il mondo.

Ma lo Spirito ci riservava anche un incredibile Papa, che durò il breve tempo di una 'primavera dello Spirito', ossia Giovanni Paolo I. É passato in mezzo a noi in punta di piedi, ma segnando la forte traccia del sorriso e della bontà: 30 giorni che sono stati davvero una pioggia di grazie. E 'venne da lontano' il grande, oggi, San Giovanni Paolo II. Chi non ricorda la passione evangelica di questo grande Papa, che davvero fu il 'Pietro' necessario per i nostri tempi. Non si stancava di correre per le strade del mondo, come faceva Gesù, come l'apostolo Paolo, che oggi ricordiamo con Pietro. Non lo fermò neppure l'attentato in Piazza S. Pietro. Un attentato che ce lo avrebbe tolto, se la Madonna di Fatima - era il 13 maggio - non avesse in qualche modo deviato la corsa del proiettile, salvandolo. Quel proiettile che ora è nella corona, sul capo di Maria a Fatima. Davvero scuoteva tutti quel suo voler raggiungere ognuno per donare la luce del Vangelo: una grande lezione alla nostra pigrizia missionaria. Posso testimoniare l'amicizia particolare di cui mi onorava e manifestava in ogni occasione, fino a pochi giorni dalla morte, quando, ad una mia lettera, scritta al segretario don Stanislao, volle, dopo averla letta, che mi rispondesse: 'Il Santo Padre le è tanto grato per gli auguri. Egli le esprime viva gratitudine, amicizia e riconoscenza per i sentimenti di affettuosa espressione con i quali li ha accompagnati ed è grato per le preghiere. Questa solidarietà spirituale è di grande conforto e di aiuto per superare la nuova prova che il Signore ha permesso'.

La lettera porta la data: 29 marzo 2005, la vigilia del suo transito al Cielo. Tutto il mondo, e non solo noi cristiani, quel giorno abbiamo davvero sentito che un grande amico, una guida sicura, un pastore amorevole, un illuminato 'Pietro' ci aveva lasciati. I giorni del lutto in Piazza S. Pietro divennero però il giorno dell'amore e della speranza, accolte dal 'Pietro' che con lui tanto aveva operato, così diversi, eppure in una piena e profonda comunione fraterna: Papa Benedetto XVI. Ha stupito la sua profondità di fede, la sua energica e lucida proclamazione dei valori cristiani, richiamandoci alla fedeltà amorosa al Vangelo. La gente non solo lo ha capito, ma lo ha amato profondamente e continua ad essergli vicina. Nell'anniversario delle sue dimissioni, si è unita a Papa Francesco, accogliendo il suo appello: 'Oggi vi invito a pregare insieme con me per Sua Santità Benedetto XVI, un uomo di grande coraggio e umiltà': parole che rivelano quanta grande sia la stima e la fiducia in lui. Non resta a noi che affidarci ai 'santi Pietro' di cui il Padre ci fa dono. E nello stesso tempo nutrire 'l'orgoglio' che, nel piccolo, tutti siamo, come Gesù ci chiama, 'pietre vive' della sua Chiesa. 'Non importa - scriveva il grande Card. Ballestrero, vescovo di Torino - di quale natura sia la pietra, se preziosa o umile; a me basta sapere di essere una pietra, magari in un angolo, ma della Chiesa'. È così per tutti noi? È tempo di interrogarci. Risentiamo ciò che scrive, sulla scelta di Dio, il grande san Paolo, l'apostolo delle genti, che oggi festeggiamo con Pietro:
  • ...quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre, mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito senza chiedere consiglio a nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi a Damasco. In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cèfa (Pietro) e rimasi con lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. (Gal. 1, 11-20)
È davvero grande festa oggi per noi: sappiamo che siamo stati 'scelti fin dal seno' della nostra mamma. Nulla nella nostra vita è 'per caso', ma tutto segue un progetto meraviglioso e provvidenziale, pensato da Dio per ciascuno di noi. Accogliamolo, seguiamolo 'subito' e siamo certi di essere 'in buone mani': 'Dio ha sempre cura di noi' e 'realizza sempre l'opera che ha cominciato'. Fidiamoci di Lui, anche guardando ai fratelli Santi, che ci hanno preceduto, lasciandoci un esempio.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2013/2014

Messaggio da miriam bolfissimo » lun lug 07, 2014 8:13 am

      • Omelia del giorno 6 luglio 2014

        XIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Ti lodo, perché hai rivelato queste cose ai piccoli
Mai, come ai nostri giorni, vi è la tendenza a seminare errori, dubbi, addirittura, mai come oggi, si insinuano ‘cattiverie’ nel quotidiano della vita di ciascuno, nella famiglia, nella società al punto di soffocare a volte anche la voglia di vivere. Basta renderci conto di quanto, a volte, avviene in internet, al punto da dover perseguire il reato di calunnia, anche in questo ambito. Non c’è quasi modo di difendersi da tutto ciò che radio, televisione e riviste sfornano ogni giorno, spesso suadenti o sottili insinuazioni che tendono a sgretolare ogni verità e dignità. È davvero necessario, ovunque, a cominciare dall’ambiente familiare, riportare quel clima di rispetto e serenità, che davvero dilata l’anima e fa gustare la vita. È vero, non si può fare finta di niente e affermare che non c’è nulla di male: bisognerebbe essere ciechi davvero per non vedere il male che ci circonda! Ha ragione oggi Gesù, che ci chiede di diventare ‘piccoli’, nel senso di ritrovare dell’amore il bello e il buono, affinchè il Padre stesso possa ‘rivelarsi’ a noi. Commuove sentire Gesù che afferma:
  • Ti rendo lode, Padre, Signore del Cielo e della terra, perché hai nascoste queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. (Mt. 11, 25-27)
É in queste parole di Gesù, che cogliamo il segreto delle persone ‘sante’: uomini e donne, che hanno l’animo ‘dei piccoli’, ossia tanto umili da lasciare il cuore sgombro da ogni desiderio di grandezza o di potere, di falsa superiorità, di arroganza, che sono solo il frutto della superbia. La vita non è uno scherzo. È una grande responsabilità donataci da Dio. Verrà il giorno in cui dovremo rispondere a Lui di quale posto ha avuto nella nostra esistenza o di quali cose hanno preso il Suo posto. ‘Essere piccoli’, agli occhi di Dio, è proprio la garanzia per poter dare il giusto posto a Lui nel nostro cuore e nella nostra vita. "Per essere grandi bisogna prima di tutto saper essere piccoli. L'umiltà è la base di ogni vera grandezza", ha twittato un giorno Papa Francesco. Nello stesso Vangelo di oggi c’è, subito dopo, un ‘gioiello del Cuore di Gesù’, che offre tanta serenità.
  • Venite a me, voi tutti che siete stanchi ed oppressi e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi ed imparate da me, che sono mite ed umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero. (Mt. 11, 28-30)
Un ‘gioiello’ che nuovamente si stacca dal nostro comune modo di pensare. Siamo infatti abituati, tante volte, ad avere esperienze di ‘spalle curve’ per la croce che ci accompagna nella vita, tutti, senza distinzioni. Per alcuni forse può sembrare una maledizione, che non ci si riesce a levar di dosso, pur cercando le più svariate vie per eliminarla: la via degli stupefacenti, che con il tempo si rivelano l’onda alta della morte, la via larga del divertimento a tutti i costi, che ci lascia solo svuotati nel cuore! Per altri, al contrario, la croce è il segno inconfondibile del prezzo che si versa per entrare nel clima dell’amore, che in quanto tale non può mai essere ‘egoistico’, ma, per sua natura divina, è dono di sé fino al sacrificio.

Gesù, per tutto il tempo che visse tra noi, traversando così le vie della storia, vedendo l’uomo suo contemporaneo oppresso dalla nostra stessa ‘passione’- anche se questa cambia molte volte i nostri ruoli: carnefici o vittime – aveva sempre l’occhio e il cuore attento alle folle che Lo seguivano. Esse vedevano in Lui l’ultima sponda della speranza e, quindi, della felicità. Davanti a questa umanità in ricerca, tante volte ha espresso la Sua compassione profonda: una compassione mai superficiale sentimento, che lascia tutto come prima, ma totale condivisione! Anzi Gesù fa della passione dell’uomo la Sua stessa passione e morte, perché ognuno di noi, pur portando la necessaria croce, che è componente naturale di ogni vita che si affaccia su questa terra, faccia esperienza che sotto la sua croce, spalla a spalla, c’è Lui a portarla con noi. Ha scritto Papa Francesco:
  • Chi segue Cristo, riceve la vera pace, quella che solo Lui, e non il mondo, ci può dare. La pace passata attraverso l’amore più grande, quello della Croce. E’ la pace che Gesù Risorto donò ai discepoli quando apparve in mezzo a loro. Non è un sentimento sdolcinato. La pace di Cristo la trova chi “prende su di sé” il suo “giogo”, cioè il suo comandamento: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato (cfr Gv 13,34; 15,12). E questo giogo non si può portare con arroganza, con presunzione, con superbia, ma solo si può portare con mitezza e umiltà di cuore.

Sorge in noi il profondo desiderio di dire. ‘GRAZIE!’, non per la croce in sé, che fa sempre male, ma perché, portata insieme, ci fa conoscere dal vero quanto Dio si prenda cura di noi e ci voglia bene. Così la croce che grava sulle nostre spalle diventa un modo di dire ‘sì’ a Chi ama senza limiti, sempre, Gesù, riscoperto anche nell’amore ai fratelli. Ricordiamo sempre che si vive qui una sola volta, che, ripeto, è una preparazione per lasciarsi salvare, diventando davvero figli del Padre. È là che dobbiamo indirizzare pensieri, affetti, azioni e fatti. Che Dio doni a tutti di ‘essere piccoli’, così da poter un giorno pronunciare le parole di Madre Teresa:
  • Quando le cose finite si dissolveranno e tutto sarà chiaro, che io possa essere stato il debole, ma costante riflesso del Tuo amore.


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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2013/2014

Messaggio da miriam bolfissimo » lun lug 14, 2014 8:28 am

      • Omelia del giorno 13 Luglio 2014

        XV Domenica del Tempo ordinario (Anno A)



        Il seminatore uscì a seminare
Leggendo il Vangelo di oggi si ha come l’impressione viva di Gesù che percorre tutte le contrade della Terrasanta, portando ovunque la buona Novella del Regno di Dio. Una vera pioggia di luce su un mondo che si è sempre distinto per il buio di cui sa circondarsi. È come se la verità, che è Dio stesso che si rivela all’uomo, volesse anche ai nostri tempi rompere quella fitta coltre di nebbia che impedisce di camminare sicuri. Ad ascoltare Gesù, allora, correvano in tanti. Si parla sempre di folle, che non si stancavano di pendere dalle sue labbra. E deve essere stato meraviglioso sentire la Sua voce, ascoltare le parole che giungevano dalla pienezza del Suo Cuore. Chi di noi non avrebbe voluto essere uno di quei discepoli? Ma cosa si attendevano da Gesù? Verità di vita, curiosità da raccontare o attese da soddisfare? Certamente ci saranno stati i rappresentanti di tutte queste motivazioni… E Gesù, che conosce i cuori, lo sapeva bene. Da qui la parabola del seminatore.

Gesù è il seminatore, che va nel suo campo, desideroso che questi diventi una messe colma di frutti. Non vuole che il suo campo sia un deserto di morte e neppure un groviglio di spine o un terreno sassoso, dove è impossibile attecchisca la vita. Vuole un campo arato, ‘buono’, disponibile ad accogliere il suo seme, come una rosa che si apre per accogliere tutta la luce, che è la sua stessa bellezza, colore e profumo. Quanta tristezza per il seminatore, quando trova, invece di un campo, ‘una strada’: un terreno ‘piatto’, calpestato da tutti, ormai insensibile ad ogni cenno di vitalità, non più in grado di comprendere la bellezza della Verità: un’assuefazione, un’insensibilità che dovrebbe farci paura. La constatiamo noi stessi, giorno per giorno, e in modo preoccupante. Quante volte si rimane increduli davanti alla durezza di cuore! Addirittura ci si può sentire deridere quando si accenna alla gioia di essere nella verità, alla serenità che nasce, quando si vivono i grandi valori, che sono la dignità dell’uomo, anzi, di ogni figlio di Dio, che cerca di vivere secondo la vocazione ricevuta con Lui e per Lui.

‘Ci crede ancora a queste cose?’ a volte si sente chiedere da qualcuno, ma pensare da tanti! È la domanda, aspra a volte, che viene posta a chi afferma la necessità per l’uomo della Parola di Dio. Siamo talmente sommersi dalle tante parole, che ovunque hanno il senso del ‘frastuono’, del ‘non senso’, o che, peggio ancora, incidono nella vita additando strade fuorvianti e sbagliate, da essere diventati duri e scettici, anche verso l’unica Parola di vita, che può salvarci. Ma se Gesù ha sentito la necessità di essere con noi, predicando la Verità divina, che ritroviamo nel Vangelo, come un vero tesoro nascosto, lo ha fatto per indicarci la via della vita. La Sacra Scrittura ed in modo particolare il Vangelo sono davvero il libro della Verità, che ci dovrebbe guidare verso la santità, che è la sola ragione per cui il Padre ci ha creati. Troppi, che pure si dicono cristiani, ignorano la Parola di Dio, che è invece necessaria alla nostra vera vita, più dell’aria che respiriamo. Ricordiamo le parole di quel grande amico, ora santo, che era Giovanni Paolo II: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà … Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l'uomo. Solo lui lo sa!”. Oggi spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro nel profondo dell’anima e del cuore.

È un ‘terreno sassoso’, in cui vi sono spazi di bontà che sono apertura a Dio. Tanto è vero che la Parola prende subito vita, ma basta una difficoltà e il piccolo seme, che si era affacciato al sole dell’anima, si affloscia e, della gioia che si era conosciuta nell’accogliere Dio che ci parla, rimane nulla. Si torna alle recriminazioni, al deserto di prima. È un ‘terreno, invaso dalle spine’, in cui il seme riesce a passare, ma poi il groviglio non perdona. E queste ‘spine’ Gesù le chiama ‘le preoccupazioni del mondo e delle ricchezze’. Oggi, in un tempo di ricerca di benessere, come è facile imbattersi in ‘terreni spinosi’, poco adatti per la crescita della Parola. E alla fine si giunge ad essere incerti anche sul senso della vita su questa terra, il cuore finisce per essere devastato dal dubbio, che può tramutarsi in disperazione. Gesù non vuole questo, vuole la nostra piena realizzazione, per questo ci invita a diventare ‘terreno buono’, e non ci lascia soli in questo cammino.

Lo ha ricordato bene Papa Francesco in una catechesi sui doni dello Spirito Santo. “Il seme si scontra spesso con l’aridità del nostro cuore e, anche quando viene accolto, rischia di rimanere sterile. Con il dono della fortezza, invece, lo Spirito Santo libera il terreno del nostro cuore, lo libera dal torpore, dalle incertezze e da tutti i timori che possono frenarlo, in modo che la Parola del Signore venga messa in pratica, in modo autentico e gioioso. E’ un vero aiuto questo dono della fortezza, ci dà forza, ci libera anche da tanti impedimenti”. E in un’altra occasione affermò: "E’ il cuore di ognuno di voi il vero campo della fede. Ed è nella vostra vita che Gesù chiede di entrare con la sua Parola, con la sua presenza. Lui è ‘la via, la verità e la vita’. Fidiamoci di Lui. Lasciamoci guidare da Lui". Preghiamo dunque con il caro san Giovanni Paolo II, colei che seppe accogliere e vivere la Parola, che per opera dello Spirito si incarnò nel suo seno: Maria Santissima:
  • Maria, Regina dei martiri, che ai piedi della croce hai condiviso fino in fondo il sacrificio del tuo Figlio sostienici nel trasmettere il coraggio della nostra fede. Aiutaci a vivere la nostra missione al servizio del Vangelo, nella fedeltà e nella gioia, in attesa del giorno glorioso del Signore Gesù Cristo, lo stesso, ieri, oggi e sempre.


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Messaggio da miriam bolfissimo » ven lug 18, 2014 3:30 pm

      • Omelia del giorno 20 Luglio 2014

        XVI Domenica del Tempo ordinario (Anno A)



        Il Regno dei Cieli e la Parola
Gesù continua la sua educazione al Regno dei Cieli con varie parabole, che erano un modo per far comprendere meglio la verità. Oggi ci propone la parabola del seminatore, del buon seme e della zizzania.
  • In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: ‘Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: ‘Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?’ Ed egli rispose loro: ‘Un nemico ha fatto questo!’. E i servi gli dissero: ‘Vuoi che andiamo a raccoglierla?’. ‘No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio’. (Mt. 13, 24-30)
Questa volta ci soffermiamo sul dono della Parola, all’interno di una Comunità che la accoglie in terreno buono, e il pericolo da cui è continuamente attaccata. È una parabola che fotografa bene una delle grandi missioni che, soprattutto noi sacerdoti e vescovi, siamo chiamati ad assolvere: l’annuncio della Parola di verità e di vita. Ma impressiona come in tante parti del mondo, mentre scrivo, ci siano missionari, non solo sacerdoti, ma anche laici, che spendono la loro vita per fare conoscere il Vangelo. E come tanti, in numerosi luoghi, trovino, per questo motivo, ostilità e anche martirio.

Sono tanti gli anni in cui, in Italia, come parroco e poi vescovo, ho fatto dell’annuncio del Vangelo una priorità nella mia vita, e sempre ne ho sentito la responsabilità: comunicare la Parola è davvero un’arte che, se non è dettata dallo Spirito Santo, porta a nulla. Ricordo di avere avuto il dono di annunciare la Parola insieme a Madre Teresa di Calcutta. Arrivava sempre all’ultimo minuto, discreta e silenziosa. Si aveva la netta sensazione che alle persone che l’attendevano bastasse la sola sua presenza. Diceva poche e semplici parole, ma colpiva al cuore, con il suo stesso atteggiamento e stile di vita, che tutti comprendevamo essere quello delle persone che Dio predilige. Incantava letteralmente i tanti giovani che erano venuti ad ascoltarla. Per loro Madre Teresa era davvero un ‘riflesso’ purissimo di Gesù. Era una donna credibile, plasmata essa stessa dalla Parola, e quindi una vera e ‘buona seminatrice’.

Questa stessa esperienza l’abbiamo fatta in tanti di fronte ad un grande della nostra storia di Chiesa, che ha saputo unire vita e Parola: Giovanni Paolo II, ora elevato alla santità. L’ho incontrato spesso e voleva sempre che sedessi al suo fianco ed era di una semplicità sconcertante, ma nello stesso tempo sapeva farsi sentire vicino per incoraggiare a superare le difficoltà. Quante volte mi ha detto con fermezza, in privato: ‘Non abbiate paura!’. Lo stesso invito che fin dall’inizio del suo pontificato aveva rivolto a tutti noi. E tutti sappiamo che pagò caro il suo coraggio, con l’attentato che segnò la sua vita, diventando l’inizio di un vero calvario di sofferenze, che mai ostacolarono la sua missione di apostolo della Parola tra le genti di tutto il mondo. Quando lo incontrai per l’ultima volta ad un convegno ad Ischia ricordo che ormai le forze fisiche lo stavano abbandonando, ma mi fu evidente come il suo zelo e il suo ottimismo fossero inalterati.

Un grande zelo pastorale ed una semplicità disarmante che ritroviamo nel nostro Papa Francesco. Così come colpisce il suo stile di bontà, che accompagna la sua vita di pastore. Ovunque attira stima ed affetto, anche dove meno ce lo aspetteremmo, come è accaduto nella sua visita in Medio Oriente, che letta alla Luce di Dio, ‘non è stata inutile’, come qualcuno può pensare, di fronte al dramma di questi giorni, poiché la preghiera porta sempre frutto: i modi e i tempi però li conosce solo il Signore e Papa Francesco lo sa: la sua fede è ‘basata sulla roccia’ di Cristo, che davvero sta donando al mondo e a ciascuno di noi. Ringraziamo dunque il Signore per il dono che ci fa di tali ‘seminatori’, e sentiamo l’urgente invito di diventare noi stessi ‘buon seminatore della Parola’ nell’ambiente in cui viviamo, sapendo che, come sottolinea Gesù nella parabola, occorre per prima essere un ‘terreno buono’, cioè credenti che si aprono totalmente alla Parola, che diventa vita. Questo il vero coraggio a cui siamo invitati.

È facile infatti una certa superficialità, l’ascolto senza ‘mettersi in discussione’. Proviamo a fare un esame di coscienza, sincero, e chiediamoci: Quali radici mette durante la settimana la bellezza e verità della Parola ascoltata nella S. Messa della domenica? Non c’è forse il rischio che non la ricordiamo più nell’arco della stessa giornata? Invece occorre conservarla con cura nel cuore, perché diventi il suggerimento di uno stile di vita nella ferialità. Per essere ‘buoni seminatori’ occorre non dimenticare mai il richiamo di Gesù: ‘State attenti a come ascoltate!’, poiché come racconta nella parabola: ‘Mentre tutti dormono viene il nemico dell’uomo e semina zizzania’.

Oggi davvero sono tanti i nemici che seminano cattiva semente o zizzania. Siamo davvero assediati da ‘criminali maestri’, come li definì Paolo VI, che, con l’inganno, tanto simile a quello di satana verso Eva, ci suggestionano, offrendoci ‘la possibilità di una felicità’ in uno stile di vita, che nulla ha a che fare con il Vangelo. Così, lentamente, lasciandoci affascinare dalle varie mode, che il consumismo propone, senza accorgercene, restiamo assediati dalla zizzania e, inesorabilmente, non siamo più quello che avremmo voluto essere, accogliendo la Parola. Ma poi è altrettanto necessario ascoltare un altro serio invito del Maestro: ‘Vigilate, per non cadere in tentazione’, la tentazione dello zelo inopportuno, che è la voglia, che prende tanti, di allontanare, di estirpare dalla comunità quanti si trovano avvinti dalla zizzania; penso ai divorziati, a chi vive nel peccato, anche se non vorrebbe, a tanti insomma che ancora conservano la voglia di Dio e di verità, ma senza riuscire ad ‘incarnarla’ nella vita. Dio rigetta questo zelo ed invita ad attendere il tempo della mietitura, sforzandoci solo di restare ‘grano buono’, fino al compimento dell’attesa stessa di Dio: la grande attesa della misericordia del Padre, sempre pronto a darci una mano, Lui ,così misericordioso, per ‘liberarci dal male’.

È la divina raccomandazione a non disperarci, ma ad avere fiducia nella Sua Misericordia. È la pazienza del Padre che capisce la nostra grande debolezza, quel nostro farci ingannare dal maligno, pronto, sempre, se lo vogliamo, a scuoterci e farci uscire dal sonno dell’anima. La comunità cristiana, ognuno di noi, dovrebbe essere il ‘riflesso’ di questo amore misericordioso e paziente del Padre, di cui fa continuamente esperienza nella propria vita, dando una mano, mostrando dolcezza, comprensione, invitando alla speranza, aiutando i deboli a tornare forti, senza pregiudizi, senza chiusure, senza condanne. Dio ama ciascuno e vuole che tutti, ma proprio tutti, siamo salvi e ha tante vie per tagliare le radici della zizzania... se noi lo aiutiamo e Glielo permettiamo. In questa parabola, se da una parte emerge la difficoltà che tutti proviamo di sottrarci alle tentazioni del mondo e del maligno, dall’altra domina la grande Misericordia del Padre, da seguire. C’è sempre tempo – forse è ora – di dare uno sguardo su che fine ha fatto la Parola seminata da Dio nella nostra vita e non deve mai venir meno la fiducia, quando anche credessimo, forse, di aver perso il contatto con il Cielo. Il Padre è sempre pronto ad aiutarci, ma ripetiamo spesso la preghiera insegnataci da Gesù: ‘Non permettere che soccombiamo alla tentazione, ma liberaci dal male!’, perché davvero la Parola trasformi la nostra vita e possiamo così diventarne annunciatori gioiosi e credibili, nell’attesa della Tua venuta.



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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2013/2014

Messaggio da miriam bolfissimo » ven lug 25, 2014 2:56 pm

      • Omelia del giorno 27 Luglio 2014

        XVII Domenica del tempo ordinario (Anno A)



        Perché e per chi viviamo?
Così Gesù oggi ci parla e invita a meditare:
  • Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?’. Gli risposero: ‘Sì’. Ed egli disse loro: ‘Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche. (Mt. 13, 44-52)
Certamente Gesù ci invita a pensare sullo stile della nostra vita. È una continua ricerca della santità o è un dissipare il tempo senza frutto? Abbiamo tutti davanti agli occhi – nonostante la crisi - quella voglia di consumismo, che fa della vita una ricerca del solo benessere materiale. Quanto riguarda il fine ultimo della vita, ossia come saremo giudicati, si ha l’impressione interessi pochi. È il grande male di troppi. appiamo tutti che quando Dio ci ha creati, uno ad uno, ci ha messi in questo mondo e su questa terra, per ricercare la santità della vita, nostra unica vera ed eterna realizzazione, in quanto suoi figli. Purtroppo c’è una massa incredibile di uomini e donne, che sceglie lo stordimento, per coprire il vuoto che sentono in se stessi. Ma è anche vero che impressiona la quantità di Beati e Santi, anche del nostro tempo, - pensiamo ai nostri Papi, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II e, presto, giustamente, il caro Paolo VI - che la Chiesa riconosce e porge alla venerazione e all’esempio di noi cristiani. Sono i grandi testimoni del Regno dei cieli, che costruiscono, se ne seguiamo le orme, ‘i grandi cristiani di oggi’. Sempre che si scelga nella vita ‘questa grandezza’.

E basta avere ‘occhi’ capaci di guardare oltre le ombre e il fumo del mondo, per scorgere tanti di ogni età e condizione che davvero fanno di Gesù il tesoro che, giorno dopo giorno, custodiscono. Forse non fanno notizia, ma suscitano tanta ammirazione quando li incontri. È un grande dono incontrarli, ancor di più conoscerli, ancor di più scoprire con loro come si trova il ‘tesoro nascosto nel campo’, che è Gesù. Basterebbe andare come ospite in qualche Casa di preghiera, per gustare la gioia di vedere uomini e donne, giovani e famiglie, che fanno della vita una ricerca di Cielo. I ‘santi’, e tali dovremmo essere tutti, sanno come costruire la santità nel silenzio, nella donazione di sé, nel distacco da un mondo, che sembra una gara di chiasso che stordisce, tutto proteso al solo divertimento: un incredibile mercato del nulla o, peggio, della sopraffazione e dello sfruttamento dei più deboli. Ma chi vi partecipa, prima o poi, sente e tocca con mano il vuoto in sé, perché si rende conto che, finito il chiasso, resta solo l’amarezza di una vita sprecata.

Vale allora davvero la pena, oggi, di fronte a questo problema vocazionale alla santità, che è di tutti, porsi la domanda sul senso della nostra vita e comprendere che la santità è la verità della nostra vita, di figli ‘fatti a immagine del Padre’. È la testimonianza che oggi ci viene presentata in Salomone, che dà una grande lezione di vita per tutti. Risentiamo e facciamo nostra la domanda che il giovane Salomone fece a Dio e ascoltiamo, come rivolte a noi, le parole del Signore:
  • Il Signore apparve a Salomone in sogno, durante la notte. Dio disse: ‘Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda’. Salomone disse: ‘…io sono solo un ragazzo; non so come regolarmi… Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male; infatti chi può governare questo tuo popolo così numeroso?’. Piacque agli occhi del Signore che Salomone avesse domandato questa cosa. Dio gli disse: ‘Poiché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te molti giorni, né hai domandato per te ricchezza, né hai domandato la vita dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento nel giudicare, ecco, faccio secondo le tue parole. Ti concedo un cuore saggio e intelligente: uno come te non ci fu prima di te né sorgerà dopo di te’. (1 Re 3, 5-7-12)
Le parole di Salomone interpretano bene il pensiero di Gesù, ossia considerare la vita un servizio e non un trionfalismo, che sa di superbia. Gesù, nel Vangelo, come a ricalcare le parole di Salomone, torna sulla necessità di dare il primo posto alla ricerca quotidiana del Regno, che è poi il solo grande Bene, immenso Bene, che dà il vero senso alla vita, davanti a cui, tante volte, ciò che cerchiamo si rivela per quello che è: dannose sciocchezze. Gesù torna ad invitarci a guardare al vero tesoro della vita: la santità, che è vivere con Lui e in Lui, nella semplicità, nel servizio, con gioia. Sulla gioia insiste moltissimo papa Francesco. Scrive nell’esortazione apostolica <i>Evangelii gaudium</i>:
  • La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. (n. 1)
E aggiunge:
  • Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene. Anche i credenti corrono questo rischio, certo e permanente. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita. Questa non è la scelta di una vita degna e piena, questo non è il desiderio di Dio per noi, questa non è la vita nello Spirito che sgorga dal cuore di Cristo risorto. (n. 2)
Questa non è la vita di chi ha ‘trovato il tesoro nascosto’: Gesù.



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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2013/2014

Messaggio da miriam bolfissimo » ven ago 01, 2014 7:50 am

      • Omelia del giorno 3 Agosto 2014

        XVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Sete di speranza oggi
Fa davvero impressione la troppa gente che si abbandona alla disperazione, per i più vari motivi: dalle vere tragedie, che sembrano togliere ogni ragione di vita, o guardando a come è difficile che si faccia strada la giustizia nel nostro mondo o per le più diverse delusioni umane, che sembrano voler spegnere il gusto della vita. Sono tantissime, insomma, le ragioni che portano a disperarsi. Tante volte il motivo dipende dall’impostazione della vita, che ci si è data, affidandosi a ‘sogni’ umani, che possono illudere o fare contenti per un istante, ma non garantiscono la vera speranza, che dà un senso ‘oltre’, anche quando le cose vanno male. Nella domenica, Giorno del Signore, Gesù ci parla, per aiutarci a cogliere il vero senso della vita:
  • In quel tempo avendo udito della morte di Giovanni Battista, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: ‘Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare’. Ma Gesù disse loro: ‘Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare’. Gli risposero: ‘Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!’. Ed egli disse: ‘Portatemeli qui’. E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste pene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini. (Mt. 14, 13-21)
Certamente una semplice lettura del Vangelo ci può lasciare sconcertati. Anzitutto colpisce certamente il grande dolore di Gesù nell’apprendere della morte di Giovanni Battista, il cugino che ‘aveva sobbalzato nel seno’ della mamma, all’arrivo di Maria, che portava nel suo grembo verginale Gesù, il Figlio di Dio, ma anche il suo precursore, primo testimone della Sua divinità. Alla notizia, come a voler cercare ‘un senso’ a quanto stava accadendo, Gesù sceglie la via della solitudine. Forse noi ci saremmo disperati o avremmo implorato vendetta o, quantomeno, giustizia. Ma non è nello stile di Dio, e quindi di Gesù, questo atteggiamento di ritorsione.

C’è un perché in tutto e di tutto, anche per noi: un perché scritto nel cuore di Dio e che può essere colto solo se si è capaci di ritirarsi, come fece Gesù, in disparte, nel silenzio, – quasi a prendere le distanze da reazioni ‘troppo umane’ – per trovare la forza di affidarsi ai disegni del Padre e, così, prepararsi ad incontrare di nuovo i fratelli sulla scia dell’amore, per poter far nascere la speranza. Ed infatti Gesù – racconta il Vangelo – viene raggiunto dalla folla, quella silenziosa folla che sempre cerca Uno che sia la sua voce, il compimento dei suoi inespressi desideri. In pratica Gesù era diventato punto di riferimento, come diremmo noi oggi: uno da cui, forse, ci si aspettava tanto, non sapendo neppure che cosa sarebbe stato questo ‘tanto’.

Gesù era allora – e dovrebbe essere anche oggi – la grande e sola speranza della vita. Era la speranza per chi chiedeva di tornare alla salute, per chi sognava la libertà e non ne aveva mai sperimentato il significato, per chi forse voleva ritrovare se stesso, il senso della propria vita, frustrato dalle tante contraddizioni che sono, sembra, ciò che offre il mondo. Ognuno in quella folla avvertiva il Suo incredibile amore: un amore che fa sentire al sicuro. E Gesù ricambia, dimenticando il suo stesso dolore per la morte di Giovanni. Scende dalla barca, si fa vicino, si fa partecipe della ‘passione’ che agita la folla e interpreta la loro speranza con due segni, guarendo gli ammalati e moltiplicando i pani. Si ha l’impressione che gli uomini di oggi assomiglino tanto a quella folla, assetata di speranza.
  • Avvertiamo – diceva Paolo VI – nell’umanità, un bisogno doloroso e, in un certo senso, profetico di speranza, come del respiro per la vita. Senza speranza non si vive … L’uomo ha bisogno di una finalità, di incoraggiamento, di pregustamento della gioia futura. L’entusiasmo, che è la molla dell’azione e del rischio, non può sorgere che da una speranza forte e serena. L’uomo ha bisogno di ottimismo sincero non illusorio .... La vera speranza, che deve sorreggere il cammino dell’uomo, si fonda sulla fede, la quale è, nel linguaggio biblico, ‘fondamento delle cose sperate’ e, nella realtà storica, è Gesù risorto. (11 aprile 1971)
E Papa Francesco lo ribadisce spesso:
  • Per un cristiano, speranza non è quella di chi di solito guarda al ‘bicchiere mezzo pieno’: quello è semplicemente ottimismo, un atteggiamento umano che dipende da tante cose. La speranza è un’altra cosa, è un dono, è un regalo dello Spirito Santo e per questo Paolo dirà: ‘Mai delude’. Ma Paolo ci dice anche che la speranza ha un nome: è Gesù. Se tu non dici: ‘Ho speranza in Gesù, in Gesù Cristo, Persona viva, che adesso viene nell’Eucarestia, che è presente nella sua Parola’, la tua non è speranza. È buon umore, ottimismo, ma la speranza vera è Gesù in persona, è la sua forza di liberare e rifare nuova ogni vita.
Chiediamo dunque a Dio l’umiltà e la fiducia di ‘inseguire Gesù’, nostra vera e sola speranza, anche oggi.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun set 01, 2014 3:16 pm

      • Omelia del giorno 10 Agosto 2014

        XIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        “Coraggio, sono Io, non abbiate paura”
Tante volte, ed è naturale, vorremmo ‘sentire’ Dio vicino, quasi vederlo. Quando, soprattutto nelle difficoltà, Lo vorremmo vicino e ci pare di non sentirLo, è facile abbandonarsi al senso pericoloso dell’abbandono o della solitudine. Ci viene incontro, ad aiutare la nostra fede e, quindi, incoraggiarci, quanto oggi racconta la Bibbia, nel I Libro dei Re 19, 11-13: il profeta Elìa, che fuggiva, per non soccombere all’ira di Gezabele, moglie del re Acab, - ‘sono rimasto solo, cercano di togliermi la vita’ – ma incontra Dio nel ‘mormorìo di un vento leggero’ e così riprende la sua missione, forte della Presenza del Signore. È il segreto di tanti santi e di tanti cristiani, ancora oggi, che, trovandosi in difficoltà, travolti dalle sofferenze o dalle incomprensioni, con la voglia di abbandonare tutto, si affidano al silenzio, sicuri che lì incontreranno Chi li solleva.

In questi giorni di vacanza, per molti, - purtroppo non tutti - è giusto che si metta in disparte ciò che ogni giorno ci assorbe completamente e nel riposo si trovi modo di ritrovare ciò che davvero conta nella vita. È necessario creare un’atmosfera di silenzio dentro e fuori di noi, in modo che nella serenità, si possa discernere ciò che va coltivato e ciò che, forse, va corretto. Davvero le persone intelligenti e di buona volontà sanno riscoprire in questo tempo prezioso, il modo di mettere ordine nella vita, soprattutto guardando a Gesù. Il chiasso che il mondo crea attorno a noi, il più delle volte è solo una distrazione, per allontanare le paure e le inconsistenze che ci portiamo dentro, ma rischia solo di farci tornare a casa con altro ‘amaro in bocca’.

La mia abitudine, per tanti anni, nel periodo di riposo, era di andare, ospite di una cara famiglia, in un paese del Trentino. La montagna era un’occasione di fare tante camminate e, nel silenzio, ritrovare la verità della vita: far magari emergere l’inutile o il dannoso per una vita secondo Cristo, vero ed unico modello per il qui e il dopo. Se la vacanza era riposo del corpo e della mente, il silenzio era la preziosa occasione per ritrovare me stesso e gustare la Presenza del Signore nel cuore e nella mia vita. Tante le persone che incontravo sul cammino. Con loro sorgeva l’occasione di dialogare, confrontarsi e sempre si ripartiva diversi, più sereni. Si tornava a casa rinnovati, con il coraggio di ricominciare o di continuare, che è anche l’esempio che ci offre oggi Gesù, nel Vangelo. Racconta Matteo: “Congedata la folla, Gesù salì sul monte, solo, a pregare”. Colpisce questo intenso desiderio di Gesù di ‘stare solo e pregare’. Un invito a imitarLo. Ed insiste il Vangelo:
  • Venuta la sera, egli se ne stava ancora lassù, solo. La barca, intanto, distava già qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario. Verso la fine della notte, egli venne verso di loro, camminando sul mare. I discepoli, vedendolo camminare sul mare, furono turbati e dissero: ‘É un fantasma’ e si misero a gridare dalla paura, ma subito Gesù parlò loro: ‘Coraggio, sono Io, non abbiate paura’.
È bello pensare la nostra fede, il nostro rapporto con Gesù, così. Tutti sentiamo l’asprezza della vita che, a volte, è come una traversata burrascosa sul mare dell’esistenza. La famiglia, il lavoro, le malattie, le difficoltà, le incomprensioni e tante altre situazioni si fanno sentire a volte ‘le ossa rotte’. Ma ciò che più ci svuota è sentirsi ‘come persi’, simili agli apostoli sulla barca, in mare agitato, con la sensazione che nessuno possa darci una mano...se non Dio....o un vero amico. Ed è proprio in quei momenti che deve tornare alla mente Gesù che, se da un lato ci invita a salire sulla barca, dall’altro se ne sta in disparte, ma veglia su di noi, pronto a venirci incontro. Ma per poter sentire la Sua Presenza, che è sempre discreta, ‘un vento leggero’, occorre saper disporre il nostro cuore all’ascolto. E questo, delle vacanze, come ho detto può essere un tempo prezioso. Ascoltiamo l’invito al riguardo del Papa ‘docile allo Spirito Santo’, san Giovanni XXIII:
  • L’aria, il sole, il mare, le terme inducono a pensare agli ammalati e ai sofferenti; e di conseguenza riflettere sull’importanza della salute fisica, che, pur così fragile, è indispensabile al compimento dei doveri quotidiani: ‘Non si deve sciupare la salute’ è il corollario imperioso del quinto comandamento; e sembrerebbe perlomeno improprio il doverlo ricordare a chi cerca il sollievo delle vacanze per ritemprare la salute fisica, se l’esperienza non insegnasse a quanti strapazzi, irrequietezze e anche veri e propri pericoli del corpo e dello spirito vadano spesso incontro gli ospiti dei luoghi di villeggiatura … Dovete ricordare agli uomini delle città, che vanno ai mari, ai laghi, ai monti, alle verdi e sconfinate pianure: queste mete non siano occasione di spirituale dispersione, o pretesto per evasioni a incontrollate libertà, favorite dal sentirsi al di fuori delle consuetudini di vita. Fate comprendere che nei periodi di vacanze, di onesto e legittimo svago, gli uomini debbono e possono inserirsi nella natura, per ritrovarvi la serenità, la calma, l’armonia interiore; e avviene altresì una ripresa di colloquio spirituale, che apre gli orizzonti della vita soprannaturale della grazia. Questa è la finalità ultima del vedere, del peregrinare, del godere le bellezze, che la mano del Padre Celeste ha seminato nella creazione, come un’orma della sua sapienza e bellezza eterna: ‘Tu apri la tua mano e riempi di benedizione ogni vivente’ (Salmo 144, 16).
Nelle ‘tempeste’ della vita dobbiamo ritrovare momenti di silenzio, di preghiera, di calma, per riscoprire la Presenza di Dio nella nostra vita. Le vacanze possono essere davvero una grande opportunità per fare un esame della vita e cercare un domani più vero secondo Dio. Questa è la bellezza del momento di ‘riposo’. E allora risentiremo nel cuore la voce del Maestro: ‘Coraggio, non temete, sono Io!’.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun set 01, 2014 3:22 pm

      • Omelia del giorno 15 Agosto 2014

        Assunta (Anno A)



        Maria SS.ma Assunta in cielo
Il mese di agosto ci offre una grande festa: l’Assunzione di Maria al Cielo, una festa che dà un senso, anche se non lo vogliamo, al momento di svago, di riposo e di quanto altro chiamiamo ferragosto. Il ferragosto raggiunge tutti e sa come cambiare il volto delle nostre città e, se vogliamo, della nostra vita feriale, cercando di darle un volto diverso, di gioia, purtroppo a volte smodata, che va oltre i confini del lecito e della dignità. Non è così che si fa festa. La vera gioia non può essere delegata al chiasso senz’anima, alle manifestazioni, che a volte bandiscono ogni moralità, quasi esaltando la trasgressione, che è stravolgimento dei valori dell’uomo e dell’umanità. All’interno di questo momento di riposo e di festa, che rompe con la monotonia della vita, diventata ancora più triste, quest’anno, per la crisi economica che genera insicurezza in tanti, la Chiesa pone una grande solennità che è l’annuncio di cosa ci aspetta dopo il nostro cammino di vita: una vita, che non dovrebbe essere una costruzione della casa sulla sabbia, come direbbe Gesù, ma sulla roccia; una vita protesa oltre i confini di ‘questo breve momento’, per sconfinare nell’eternità, da cui siamo venuti ed a cui dobbiamo tornare con le carte in regola, davanti a Chi ci ha fatto dono della vita stessa, Dio.

Siamo stati creati per amore, dobbiamo vivere per l’Amore, volando alto, senza fermarci alle cose che non sanno cosa sia l’eternità. La festa di Maria Assunta in Cielo è il richiamo alla vita eterna, alla vera ragione della nostra faticosa esistenza., questa ‘valle di lacrime’. È pericolosa miopia vivere con gli occhi continuamente attratti da ciò che finisce ed è senza futuro, come la bellezza fisica, la ricchezza, il benessere, il potere, la gloria e quanto vogliamo. La vera sapienza è vivere con i piedi a terra, ma con gli occhi al Cielo. Così doveva certamente essere la vita di Maria Santissima, la nostra cara Mamma. Una vita vissuta nella pienezza della Grazia, senza sfuggire ai suoi compiti di sposa, di madre, nella semplicità della vita di Nazareth, seguendo con tanta discrezione il Figlio nella sua predicazione, ma non esitando a stargli vicino ‘sotto la croce’, con una condivisione di amore e dolore totale, per poi gioire della Sua resurrezione, dell’inizio della Chiesa con la Pentecoste, attendendo, come tutti noi, il ritorno al Padre, presso il Figlio: l’Assunzione, appunto.

Uno ‘stile’ di vita proposto da una Mamma a tutti noi suoi figli. È meraviglioso sapere che la nostra vita non è un vicolo cieco, ma una strada che, superato il limite della morte, trova la sua eternità in Cielo. Quante chiese sono dedicate all’Assunta, come ad indicare a tutti noi la bellezza della vita che ci attende, se seguiamo Maria. Ha detto Papa Francesco: “Il cammino di Maria verso il Cielo è cominciato dal “sì” pronunciato a Nazareth, in risposta al Messaggero celeste che le annunciava la volontà di Dio per lei. E in realtà è proprio così: ogni “sì” a Dio è un passo verso il Cielo, verso la vita eterna. Perché questo vuole il Signore: che tutti i suoi figli abbiano la vita in abbondanza! Dio ci vuole tutti con sé, nella sua casa! Giusto proporre a voi - ovunque vi troviate - un pensiero, del caro Paolo VI, presto beato, su una solennità che vorremmo preannunci la ‘nostra solennità’, quando con Maria saremo in cielo.
  • Quaggiù è la vita, dice la nostra faticosa, ma apparentemente vittoriosa conquista del mondo circostante, e qui si dirigono e arrestano i nostri desideri; qui arriva la nostra speranza al di là del quadro della nostra immediata esperienza. Il mondo della religione sembra vano; quello soprannaturale, poi, al quale siamo effettivamente destinati, inconcepibile. L’aldilà è sostituito dall’al di qua. L’idea della Madonna che di là appunto ci osserva e ci attende, ci sembra strana e forse importuna. E invece quella Beatissima, se ancora fosse capace di trepidazione e di lacrime, soffrirebbe con noi, vedendoci intenti ad altri fini, che non quelli che a Lei conduce... In altri termini: siamo forse gente tutta occupata dai desideri e dagli affari di questo mondo, come se altro noi non dovessimo cercare di amare. Così noi non siamo più spiriti veramente religiosi, che conoscono la contingenza radicale delle cose presenti: e non siamo più allenati ad estrarre i valori superiori, quelli morali, connessi con il nostro destino. Ecco allora che il ricordo della assunzione di Maria fa risuonare nelle nostre anime, quasi uno squillo di trombe celesti, una chiamata che parte di là, dall’altra riva della vita, quella oltre il tempo e oltre il quadro del nostro mondo naturale nella sua dispiegata pienezza. Maria ci chiami. Maria ci dia la fede nel Paradiso e la speranza di raggiungerlo. Maria ci aiuti a camminare per la via di quell’amore che a quel beato termine conduce. Maria ci insegni ad operare con bravura e con dedizione, nella cura delle cose di questo mondo, ma ci dia insieme la sapienza e la povertà di spirito che tengono liberi i nostri cuori e agili i nostri animi per la ricerca dei beni eterni. E mettiamo fin d’ora nelle sue mani materne l’epilogo della nostra esistenza: ‘Difendici, o Maria, dal nemico invisibile e raccogli la nostra anima’.
E concludiamo con l’invito di Papa Francesco, colmo di serenità e fiducia, a seguire Maria:
  • Il Signore ci affida nelle mani piene di amore e di tenerezza della Madre, perché sentiamo il suo sostegno nell’affrontare e vincere le difficoltà del nostro cammino umano e cristiano. Lei, la più umile tra le creature, grazie a Cristo è già arrivata alla meta del pellegrinaggio terreno: è già nella gloria della Trinità. Per questo Maria nostra Madre, la Madonna, risplende per noi come segno di sicura speranza. É la Madre della speranza; nel nostro cammino, nella nostra strada, Lei è la Madre della speranza. É la Madre anche che ci consola, la Madre che ci accompagna nel cammino” (26/5/2013).


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun set 01, 2014 3:29 pm

      • Omelia del giorno 17 Agosto 2014

        XX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Donna, davvero grande è la tua fede
È davvero commovente l’episodio dell’incontro della donna cananea con Gesù, che Matteo ha voluto – tra i tanti – ricordare e proporre a tutti noi, perché quella donna ha avuto una fede che è una vera lezione per tutti, sempre (Mt. 15, 21-28). Ammiriamo innanzitutto l’umiltà e fiducia con cui si rivolge al Maestro: ‘Pietà di me Signore!’, non per se stessa, ma per amore della figlia ‘crudelmente tormentata da un demonio’. Non era una donna che apparteneva ai discepoli di Gesù. Questi provenivano dal ‘popolo ebreo’, il popolo eletto, che Dio aveva scelto per la nostra salvezza. Lei era una straniera – diremmo oggi un’extracomunitaria! - Apparentemente, non aveva nulla da condividere con Gesù. E Gesù – da pedagogo – evidenzia questa disparità: ‘Ma Gesù non le rivolse neppure una parola’, come se le sofferenze di chi non Gli apparteneva, non Lo interessassero. Sembra davvero voglia evidenziare le nostre stesse discriminazioni!

Quante volte, di fronte alle tragedie di tanti, che cercano da noi ‘le briciole che cadono dalle nostre tavole’, pare che non solo non ci interessino, ma – Dio ci perdoni – li respingiamo. Fa molto riflettere il grido della donna Cananea – ‘Pietà’ - e l’apparente indifferenza di Gesù, che pare ‘mettere tutti alla prova’! Infatti i discepoli si trovano quasi ‘costretti’ a scuotere ‘l’indifferenza’ del Maestro: ‘Esaudiscila, non vedi come ci grida dietro?’. Più che un vero atto di amore, chiedono di ‘togliersela dai piedi’, ascoltandola, perché dava fastidio. La Cananea non si lascia affatto fermare, ma delicatamente affronta Gesù, con parole di umiltà, fiducia, mettendosi nelle sue mani, al di là di ogni appartenenza. E Gesù continua a mettere anche lei alla prova: ‘Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini’. Ma la risposta di lei pare sorprendere lo stesso Gesù: ‘E’ vero, Signore, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni’.

A questo punto Gesù si commuove e ascolta ed esprime la sua meraviglia con un’affermazione, che vorremmo sentirci dire tutti: ‘Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri’. Un episodio che davvero diventa ‘un’icona di accoglienza e fede totale’. L’insegnamento di Gesù, ci offre l’occasione di riflettere insieme sul tema dell’accoglienza verso il ‘diverso’, che rischia, se dimenticato, di far degenerare la civiltà dell’amore che, per noi cristiani, è il cuore della fede. Gesù ci chiede – con raffinata pedagogia - di superare ogni divisione tra gli uomini.: tutti agli occhi del Padre sono figli, a qualunque etnia appartengano, qualunque sia la loro fede, la loro origine, la loro provenienza. Tutti vanno amati, ascoltati, accolti.

Penso a quei ‘barconi di disperati’ che, provenienti dalle coste africane, dopo un estenuante viaggio nel deserto, fuggendo dai loro Paesi, per sottrarsi alla violenza o, ‘più semplicemente’, alla fame, vengono da noi e ci urlano il diritto alla vita. C’è da lodare la generosità della nostra Marina che, quando vede, soccorre e salva. Ma giunti a riva, li attende il cosiddetto Centro di prima accoglienza, per poi, in tanti casi, dopo mesi, se non anni, rimandarli all’inferno da cui provengono, perché ‘clandestini’. Fa male anche solo scorgere indifferenza o fastidio verso di loro, incredibile poi sentire certi discorsi, in nome della sicurezza, di cittadini o peggio ancora di politici, al limite della xenofobia. E cosa dovremmo dire di tanti che ‘usano i clandestini’, per un lavoro ‘in nero’, mal pagato e quindi con uno sfruttamento di poveri, che è un grave furto. Che cosa è più grave? Chi condannare? I clandestini che sottostanno a qualsiasi condizione, cercando a caro prezzo un pane per vivere o chi sfrutta il loro bisogno?

Nessuno vuole negare l’atteggiamento criminale di alcuni che, con i loro comportamenti, danneggiano i propri connazionali, ma quello che si deve evitare è ogni sentimento razzista, che cancella il cuore del Vangelo: ‘Amatevi gli uni gli altri come Io ho amato voi’, ricordando che la ‘zizzania’ è presente ovunque tra il seme buono e spetta al Padrone della messe discernere l’una dall’altro. E poi davvero non abbiamo memoria storica. Non ricordiamo che, in tante ondate, dall’inizio del ‘900, noi stessi abbiamo cercato dignità di vita ed accoglienza negli Stati Uniti e in tutta l’America del Sud, dove oggi vi è ‘la ricchezza di tante nazionalità’: come mai oggi siamo ‘ciechi e sordi’ di fronte ad emergenze umane di una tale gravità?

La sofferenza, che la Chiesa prova davanti al rifiuto, discriminazione, sfruttamento, dolore e morte di tanti nostri fratelli e la dura realtà che affrontano ogni giorno i migranti, è stata spesso testimoniata da Papa Francesco: “Migranti e rifugiati non sono pedine sullo scacchiere dell’umanità”, ha sottolineato Papa Francesco, invocando “un reciproco aiuto tra i Paesi” per superare le difficoltà legate al fenomeno, tra cui i pregiudizi e le paure delle popolazioni nei confronti del diverso. E di fronte alla strage di migranti di Lampedusa non ebbe mezzi termini. Papa Francesco non si è trattenuto: ‘Viene la parola vergogna. È una vergogna’.

Anche noi, come la Cananea, dovremmo saper ritornare a rivolgerci a Gesù, abbandonandoci nelle sue mai, con totale fiducia, perché ci sostenga in questo nostro impegno di aiuto concreto e sostegno del fratello, di ogni fratello. Spesso siamo proprio come la figlia della Cananea, che aveva bisogno di essere guarita. Anche il nostro cuore deve essere liberato dal male dell’indifferenza e del disinteresse, per ritrovare una fede totale e semplice, che si affida, senza tanti ragionamenti, spinta dall’amore, a Colui in cui sente di poter porre la sua fiducia, per la salvezza dei fratelli. Una fiducia ripagata che meriterà per sempre quella splendida lode, che vorremmo sentire rivolta anche a noi: ‘Donna davvero grande è la tua fede!’.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun set 01, 2014 3:33 pm

      • Omelia del giorno 24 Agosto 2014

        XXI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Voi chi dite che Io sia?
Sappiamo tutti come il termine ‘cristiano’ il più delle volte sia semplicemente ‘un aggettivo’ e non un ‘modo di essere’, che testimonia e interpreta il dono della vita, ossia, come afferma Paolo: ‘Per me vivere è Cristo’. Eppure ci troviamo di fronte ad un presente che conosce tanti che vivono sul serio Cristo, ne sono testimoni viventi e ritengono che Lui sia la sola Persona, il solo Bene da coltivare e a cui donarsi, in altre parole Gesù è ‘la Via, la Verità e la Vita’, e sono di Cristo fino a ritenere un dono il testimoniare il loro amore dando la vita, con il martirio. Penso tante volte a fratelli nella fede, in Paesi dove è assolutamente proibita ogni forma di religione o domina l’integralismo islamico, e dove professare apertamente la fede cristiana significa carcere duro e, non sono pochi i casi in questi ultimi mesi, la pena di morte.

Vescovi, sacerdoti e tanti semplici cristiani hanno sperimentato l’asprezza del carcere duro per tanti anni, ma non si sono mai arresi. Tanti vivono la ‘passione di Cristo’ oggi, in tutto il mondo, spesso dai mass-media, perché ‘non fanno notizia’, ma ‘seme di nuovi cristiani’ nel piano di Dio. Chiedere loro: ‘Chi dite che sia il Figlio dell’uomo?’ Li sorprenderebbe, perché, con evidente stupore, direbbero sicuri: ‘Tutto, la nostra vita’. Ricordo mia mamma, innamorata di Gesù, che, quando con papà affermava: ‘Gesù è davvero tutto per me’, lui scherzando rispondeva: ‘Allora per me è rimasto nulla!?’. Così come tanti, nei conventi, nella vita comune, vivono davvero un’esistenza in cui Cristo è il tutto. Sono ‘la luce del mondo, il sale della terra’ e quello spazio tra noi, in cui Dio si mostra vivo, come fu al tempo di Gesù.

Forse, per tanti, questo modo discreto che prende le distanze dai tanti ‘rumori del mondo’ - capace solo di promettere illusioni, che spesso si rivelano amare – questo stile tipico dell’amore, che si dà senza rumore, non fa presa. Purtroppo è questa superficialità, che sconfina nell’indifferenza religiosa o nell’ateismo pratico, in cui Gesù conta poco o nulla, quella che regna su troppi. Ma se è meravigliosamente bello, divino, farsi conquistare da Gesù, è terribilmente triste vivere senza di Lui: un’assenza, quella di Gesù, che a volte porta ad odiare la stessa vita. Così Gesù, oggi, interpella i ‘suoi’ sulla Sua identità. Scelti da Lui, si erano lasciati affascinare. Chissà quanti sogni nutrivano gli apostoli. Ma erano sogni di mondo o di Cielo? Avevano scelto di seguire Lui o quello che speravano di ricevere da Lui? Narra il Vangelo:
  • In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: ‘La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?’. Risposero: ‘Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremia o qualcuno dei profeti’. Disse loro: ‘Ma voi chi dite che io sia?’. Rispose Simon Pietro: ‘Tu sei il Cristo il Figlio del Dio vivente’. E Gesù gli disse: ‘Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli’. Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo. (Mt. 16, 13-20)
La domanda, posta da Gesù stesso: ‘Voi chi dite che io sia?’ è rivolta ancora agli uomini di oggi, a noi personalmente. Io, cosa penso di Cristo? Forse lo conosciamo perché Egli vive con noi, in una società, in cui ancora traspaiono i Suoi principi. Lo conosciamo, forse, per l’educazione religiosa ricevuta. Ma la domanda resta e le nostre labbra, sovente, sono senza risposta, o perlomeno senza una risposta piena, perché la sentiamo troppo impegnativa, grave, perché implica tutto il nostro destino umano e spirituale: conoscerLo vorrebbe dire seguirlo e vivere per Lui e in Lui. La sua figura rimane così vaga e sbiadita, e, come i discepoli colti nella tempesta sul lago, vedendoLo venire, camminando sulle acque, grideremmo: ‘É un fantasma!’.

Così la nostra conoscenza di Cristo è rudimentale, frammentaria, incerta o forse fredda, se non ostile. Lo conosciamo senza amarLo, Lo ‘supponiamo’ senza conoscerLo, trascurandoLo e dimenticandoLo. Oppure come scriveva don Tonino Bello: ‘Conosco molti cristiani, e tra questi ci sono anch’io, che si aggrappano al Signore, perché hanno paura, ma non si abbandonano a Lui perché Lo amano. E questo non è un abbraccio di tenerezza, è un prodotto della paura. Noi al Signore ci dobbiamo abbandonare. … Ecco, così è Gesù Cristo: Lui per ognuno ha una parola particolare. Ha una parola di tenerezza, di incoraggiamento. Noi dobbiamo riscoprirla soltanto. Ma come può avvenire questo reale e vivo incontro? Abbiamo una direttiva sicura nelle parole pronunciate da Papa Francesco in un’omelia a Santa Marta:
  • La domanda – ‘Chi sono io per voi, per te?’ – a Pietro, soltanto si capisce lungo una strada, una lunga strada di grazia e di peccato, una strada di discepolo. Gesù non ha detto 'Conoscimi!' ha detto ‘Seguimi!’. Seguire Gesù con le nostre virtù, anche con i nostri peccati, ma seguire sempre Gesù. Non è uno studio di cose che è necessario, ma è una vita di discepolo. Ci vuole un incontro quotidiano con il Signore, tutti i giorni, con le nostre vittorie e le nostre debolezze”. Ma, ha aggiunto, è anche “un cammino che noi non possiamo fare da soli. … Conoscere Gesù è un dono del Padre, è Lui che ci fa conoscere Gesù; è un lavoro dello Spirito Santo, che è un grande lavoratore e lavora in noi, sempre… Chiediamo al Padre che ci dia la conoscenza di Cristo nello Spirito Santo, ci spieghi questo mistero.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2013/2014

Messaggio da miriam bolfissimo » lun set 08, 2014 8:05 am

      • Omelia del giorno 7 settembre 2014

        XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Un bene perduto: l’ammonizione
Oggi la Parola di Dio ci invita al dovere di carità dell’ammonizione. Credo che, chi ama il fratello, non può tacere di fronte ai suoi errori, magari compiuti senza sapere neppure che sono tali. Quante volte capita – a tutti! – Di ‘uscire dalla strada buona della vita’ e non esserne pienamente consapevoli! Se si ama davvero, non si può tacere. Ci sono troppi silenzi pericolosi, nella politica, nell’economia, nella scuola, nella famiglia: silenzi che fanno tanto male a tutti. Quanto deve farci temere il silenzio sui mali attorno a noi, magari con la scusa ‘fanno tutti così’ oppure ‘che male c’è?’! Non è questo che Gesù ci insegna. Ascoltiamo:
  • Disse ai suoi discepoli: ‘Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra, sarà sciolto in cielo. (Mt. 18, 15-20)
Ma è necessario che a muoverci nell’ammonimento non sia l’esibizione di un’immunità personale dall’errore e neppure la troppo facile tendenza a giudicare o condannare, spesso con motivazioni, più o meno consapevoli, che nulla hanno a che fare con l’amore, tanto meno il ‘criticare’, fermandosi ad una visione superficiale su chi ci sta vicino o ‘ci passa’ vicino. Papa Francesco, in un’omelia in Santa Marta, con il suo stile diretto e incisivo ha detto:
  • Chi giudica un fratello sbaglia e finirà per essere giudicato allo stesso modo. Dio è l’unico giudice e chi è giudicato potrà contare sempre sulla difesa di Gesù, il suo primo difensore, e sullo Spirito Santo. … Se noi vogliamo andare sulla strada di Gesù, più che accusatori dobbiamo essere difensori degli altri davanti al Padre. Io vedo una cosa brutta a un altro, vado a difenderlo? No! Ma stai zitto! Vai a pregare e difendilo davanti al Padre, come fa Gesù. Prega per lui, ma non giudicare! Perché se lo fai, quando tu farai una cosa brutta, sarai giudicato. Ricordiamo questo, ci farà bene nella vita di tutti i giorni, quando ci viene la voglia di giudicare gli altri, di sparlare degli altri, che è una forma di giudicare.
É quanto ci dice oggi S. Paolo, nella lettera ai Romani:
  • Fratelli, non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole … L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore. (Rom. 13, 8-10)
L’ammonizione, di cui parla Gesù, infatti, non ha nulla a che vedere con il facile giudizio, ma è il dono umile, fatto con carità, per aiutare a uscire dal male, e non deve mai essere e neppure apparire quasi una superiorità, ma solo desiderio profondo di bene. C’era un tempo in cui le nostre mamme non lasciavano mai sfuggire un tratto sbagliato della nostra vita. Sapevano, nel loro grande amore, che era un volerci bene e che, se non correggevano a tempo debito, si rischiava che il male diventasse una triste abitudine di vita. ‘Antonio – mi diceva mia mamma – è vero che ti faccio cento prediche al giorno, ma è perché ti voglio bene. Non vorrei, quando saremo davanti al Padre, sentirmi dire che, se sei cresciuto male, la responsabilità è mia, perché non ti ho educato al bene da piccolo. Verrà il tempo che sarai solo a decidere: non dimenticare mai i miei ammonimenti!’. E così fu. Alla vigilia della sua morte, all’età di 99 anni, visitandola, già vescovo, ebbe ancora la forza di ammonirmi: ‘Ricordati, Antonio, e mi raccomando: fà sempre giudizio e comportati bene!’. Fossimo capaci tutti di mostrare l’amore al fratello, ammonendolo sempre con umiltà, affetto sincero e discrezione, certamente tanti, ma tanti, si salverebbero. Ascoltiamo il profeta Ezechiele:
  • Così dice il Signore: Figlio dell’uomo, io ti ho costituito sentinella per gli Israeliti. Ascolterai una parola della mia bocca e tu li avvertirai da parte mia. Se io dico all’empio: Empio tu morirai e tu non parli, per non distogliere l’empio dalla sua condotta, egli, l’empio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte chiederò conto a te. Ma se tu avrai ammonito l’empio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte, egli morirà per le sue iniquità, tu invece sarai salvo. (Ez. 33, 7-9)
C’è solo da pregare che tra di noi, che ci vogliamo bene, torni con amore quanto dice il profeta: ‘essere sentinelle’ del prossimo; tutti, a vicenda, aiutandoci a correggere la rotta, quando usciamo di strada! Ci fu un tempo in cui, da vescovo, alzai la voce contro la criminalità organizzata, ma tenendo sempre presente il motto di Giovanni XXIII: ‘condannare l’errore, ma amare l’errante’. Uno che si definiva ‘capo’ – e lo era – chiese di incontrarmi. Dopo aver riflettuto e pregato, accettai la sua richiesta. Venne una sera e si trattenne con me per tre ore, in cui cercai di fargli capire l’enormità del male che commetteva e la necessità di cambiare, per il bene suo e di tutta la comunità. Ascoltava meravigliato che qualcuno avesse il coraggio di rinfacciargli le sue scelte sbagliate. Era talmente stupito che ogni tanto mi interrompeva con una frase: ‘Lei mi sta nel mezzo del cuore’. Se ne andò confuso e lentamente l’ammonizione si fece strada, al punto che un giorno mi fece sapere che aveva deciso di sciogliere il suo gruppo, che contava circa 400 uomini, come lui dediti al crimine. La cosa si seppe e la criminalità non accettò questo atto di estinzione di una ‘famiglia potente’. Fu immediatamente ucciso. Morì, ma non da criminale, ma, come più volte aveva affermato quella notte, ‘da cristiano’. È una grande responsabilità ‘essere sentinelle’ di quanti il Signore ci affida. Non dimentichiamo ciò che esige:
  • Fratelli, qualora uno venga sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con dolcezza. E vigila su te stesso, per non cadere anche tu in tentazione.(Galati 6,1).


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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2013/2014

Messaggio da miriam bolfissimo » lun set 15, 2014 8:06 am

      • Omelia del giorno 14 Settembre 2014

        Esaltazione della Croce (Anno A)



        Amore e dolore nel segno della croce
È davvero un grande mistero dell’amore di Dio per noi quello che contempliamo nella Croce su cui il Figlio unigenito donò tutto se stesso, per farci partecipi del Suo Amore e della Sua Gloria. La Chiesa, oggi, celebra cantando “il vessillo della croce, mistero di morte e di gloria … o croce unica speranza, sorgente di vita immortale, accresci ai fedeli la grazia, ottieni alle genti la pace”. Così Paolo VI, presto beato, ci interpella:
  • La croce non è del tutto scomparsa nei profili dei nostri paesaggi rurali. Riposa anche sulle tombe dei nostri morti. … Non è scomparsa dalle pareti di casa nostra (o almeno spero che le mode moderne non l’abbiano sfrattata di casa, per fare posto ad altro che è la vanità dell’uomo). Cristo è la pendente, morente, con il suo tacito linguaggio di sofferenza redentrice, di speranza che non muore, di amore che vince e che vive. Questo è davvero bello. Ancora, almeno con questo segno siamo cristiani. Ma poi, nelle nostre coscienze personali grandeggia ancora questo tragico e insieme luminoso albero della croce? … Noi tutti ricordiamo certamente che, se davvero siamo cristiani, dobbiamo partecipare alla passione del Signore e dobbiamo portare dietro i passi di Gesù, ogni giorno, la nostra croce. Cristo crocifisso è esempio e guida. (14 settembre 1971)
Tutti noi, che viviamo, senza eccezioni, abbiamo una croce personale. Ciascuno ha la sua. Inutile confrontarsi. Ogni croce è fatta su misura per le spalle di ciascuno. Rappresenta la nostra storia di dolore. E ogni croce ha il suo significato, solo se, come quella di Gesù, è portata con amore. Diversamente diventa disperazione. E tutti sappiamo quali pericoli genera la disperazione. Tutti abbiamo potuto conoscere amici, persone che, non trovando la via dell’amore, soffrono fino all’inverosimile. Ma ogni croce che portiamo, anche se non lo comprendiamo, è una storia e può diventare una meravigliosa storia di amore: quell’amore che non si racconta come una favola, che non evade i problemi, ma si celebra con la ferialità della vita, che sempre contiene gioie e sofferenze. Porto sempre con me l’immagine di un quadro dell’Addolorata, presente nella cappella del mio noviziato al Calvario di Domodossola. Attorno a quella Madonna, che è l’icona della sofferenza, è scritto: ‘All’amore e al dolore’. Amore e dolore come le due braccia della croce. Ma bisogna avere tanta fede e saper vivere partecipando alla passione del Signore, che porta alla resurrezione. È nei momenti della sofferenza che si misura la nostra fede in Gesù e il nostro amore per Lui. Dice l’apostolo Giovanni nel Vangelo di oggi:
  • Gesù disse a Nicodemo: ‘Nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo, che è disceso dal cielo. … Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in Lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di Lui. (Gv. 3, 13-17)
Sembra quasi incredibile che Dio ci ami così tanto! I cristiani che riescono nella vita pratica a penetrare in questo mistero ineffabile di amore, scoprono nella sofferenza un modo di ricambiare tanto amore. Dobbiamo riacquistare il vero senso dell’amore che vive anche di sofferenza, di dolore. Scriveva sempre Paolo VI, parlando della Croce che attira a sé:
  • Siamo tutti in modo e in grado diverso, sofferenti: forse non sentiamo l’invito, che a sé ci chiama, dell’Uomo che conosce il soffrire. Il dolore che nel mondo naturale è come un isolante, per Gesù è un punto di incontro, è una comunione. Ci pensate fratelli? Voi ammalati, voi disgraziati, voi moribondi? Ci pensate voi uomini aggravati dalla fatica e dal lavoro? Voi, oppressi e solitari dalle prove e dalle responsabilità della vita? Tutti vi possono mancare, Gesù in croce, no. Egli è con voi. Egli è in noi. Di più, Egli è per noi. È il grande mistero della croce: Gesù soffre per noi! Espia per noi. Condivide il male fisico dell’uomo, per guarirlo dal male morale …. ci parla di misericordia, ci parla di amore, di resurrezione. (giugno 1956)
Gesù ha detto ai discepoli: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” e in un’omelia Papa Francesco ha sottolineato che questo è lo stile cristiano:
  • Noi non possiamo pensare la vita cristiana fuori da questa strada. Sempre c’è questo cammino che Lui ha fatto per primo: il cammino dell’umiltà, il cammino anche dell’umiliazione, di annientare se stesso, e poi risorgere. Ma, questa è la strada. Lo stile cristiano, senza croce non è cristiano, e se la croce è una croce senza Gesù, non è cristiana. Lo stile cristiano prende la croce con Gesù e va avanti. Non senza croce, non senza Gesù …. E questo stile ci salverà, ci darà gioia e ci farà fecondi, perché questo cammino di rinnegare se stessi è per dare vita, è contro il cammino dell’egoismo, di essere attaccato a tutti i beni soltanto per me … Questo cammino è aperto agli altri, perché quel cammino che ha fatto Gesù, di annientamento, quel cammino è stato per dare vita. Lo stile cristiano è proprio questo stile di umiltà, di mitezza, di mansuetudine.
Le prove, le croci, le sofferenze di tutti i giorni, se offerte, ci santificheranno e tramite esse il Signore salverà molte anime. La Vergine apparsa ai pastorelli di Fatima ce lo ha confermato, chiedendo loro: «Volete offrire a Dio tutte le sofferenze che Egli desidera mandarvi in riparazione dei peccati dai quali Egli è offeso e per domandare la conversione dei peccatori?». La loro risposta fu immediata: «Sì, lo vogliamo!» E Maria continuò: «Andate dunque perché avrete molto da soffrire, ma la Grazia di Dio vi conforterà» (Fatima, 13 maggio 1917). Chiediamo allo Spirito Santo occhi per vedere e cuore per amare. Invochiamo lo Spirito Santo insieme, perché davvero l’Amore di Dio, rivelatosi a noi in Gesù Crocifisso, tocchi nel profondo il nostro cuore e cambi la nostra vita.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun set 22, 2014 7:55 am

      • Omelia del giorno 21 Settembre 2014

        XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Tutti chiamati ad operare nella Chiesa e nel mondo
Ogni uomo o donna è prima di tutto una ‘creatura di Dio’, donata ai genitori, che, sempre, dovrebbero fargli conoscere la bellezza della vita. I genitori di Giovanni Paolo II potevano mai immaginare che il loro figlio, educato cristianamente nella difficile Polonia del suo tempo, un giorno sarebbe stato chiamato da Dio a lavorare nella Sua vigna, che è la Chiesa, da Pontefice? Potevano mai i miei genitori sapere che un giorno Dio mi avrebbe scelto e chiamato per essere totalmente Suo ed ‘usarmi come servo obbediente ed inutile a lavorare nella Sua chiesa’? Sappiamo, o dovremmo sapere, che, quando Dio ha creato me o voi, ci ha fatto dono di tante capacità o carismi, che sono le vie per manifestare la Sua gloria e, nello stesso tempo, edificare la società in cui viviamo. Il Vangelo ci descrive bene, oggi, questo ‘essere chiamati’, a suo tempo, ‘nella vigna del Signore’. Scrive l’evangelista Matteo:
  • Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: ‘Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: ‘Andate anche voi nella vigna: quello che è giusto ve lo darò’. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: ‘Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?’. Gli risposero: ‘Perché nessuno ci ha presi a giornata’. Ed egli disse loro: ‘Andate anche voi nella vigna’. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: ‘Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. (Mt. 20, 1-16)
Non è possibile che ‘il padrone di casa’ non ‘chiami, a suo tempo, nella sua vigna’, che è la Chiesa, il mondo. Dio non crea mai e poi mai uomini e donne ‘inutili’, condannati a vivere sul marciapiede della storia. C’è per tutti una ‘via’, un ‘lavoro nella vigna’. Tutti chiama a suo tempo. Nessuno deve restare ‘disoccupato’. A nessuno è concesso di essere ozioso. Soprattutto se ci riferiamo alla vita con Dio. Dio invita a tutte le ore, ad uno ad uno. C’è un momento in cui Dio ci ha sorpresi ‘oziosi’ e ci ha invitati, continua ad invitarci o ci inviterà. Questo incontro con Dio – servirLo nella Sua vigna, e quindi conoscerlo, amarlo e seguirlo – è il senso e la sola verità della vita. Cosa potrebbe significare vivere ‘oziosi’, sprecando il bello della vita, come se Dio non ci invitasse? Non riesco proprio a immaginarlo. O forse riesco a intravederlo, osservando tanti che dicono di ‘vivere bene’, ma senza Dio. Diciamocelo con sincerità, è come avere gli occhi, ma non vedere la luce, avere un cuore e non saper amare, è mancare di sorriso e di pace, è essere privati dell’infinito.

Non importa poi quale sia il lavoro che ci affida e per cui ci ha dato i cosiddetti carismi: l’importante è ‘esserci’ nella vigna. Ma è facile rinunciare alle proprie responsabilità, delegandole ad altri. Succede in famiglia, dove i genitori, che nel Battesimo dei figli hanno promesso di essere responsabili della loro educazione, dimenticano questo impegno, delegandolo non si sa a chi o cosa, permettendo così che i figli diventino vittime dei tanti cattivi maestri che la società offre, creando quelle devianze di cui i mass-media ogni giorno ci parlano. Ed è tanto triste assistere a fatti raccapriccianti, i cui protagonisti sono adolescenti o giovani, che ci fanno esclamare: ‘Ma chi li ha traditi?’. Si rinuncia nelle scuole dove si bada di più alla materia da insegnare, che ha un capire e coltivare le grandi capacità interiori, che sono i doni di Dio. Facile delegare il progresso della società alla sola politica, abdicando al nostro ruolo di voce dei nostri diritti e doveri.Rimane così l’interrogativo: è facile incontrarsi con Dio? Sentirsi chiamati? Ne sentiamo a volte tanto il bisogno, ma non abbiamo la semplicità del bambino che sa spalancare gli occhi senza malizia, aperto a tutto e tutti. Eppure, come ha detto Papa Francesco:
  • Chi conosce Gesù, chi lo incontra personalmente, rimane affascinato, e tutto in una grande umiltà e semplicità. … Quante persone, quanti santi e sante, leggendo con cuore aperto il Vangelo, sono stati talmente colpiti da Gesù, da convertirsi a Lui. … Il Vangelo ti fa conoscere Gesù vero, ti fa conoscere Gesù vivo; ti parla al cuore e ti cambia la vita. E allora sì, puoi cambiare effettivamente tipo di vita, oppure continuare a fare quello che facevi prima ma tu sei un altro, sei rinato: hai trovato ciò che dà senso, ciò che dà sapore, che dà luce a tutto, anche alle fatiche, anche alle sofferenze e anche alla morte. … Ogni giorno leggere un passo del Vangelo è trovare Gesù e avere la gioia cristiana, che è un dono dello Spirito Santo, gioia che si vede, traspare in ogni parola, in ogni gesto, anche in quelli più semplici e quotidiani: traspare l’amore che Dio ci ha donato mediante Gesù.
Solo incontrando personalmente Gesù, il nostro cuore può davvero essere ‘toccato’, sconfiggendo ogni tipo di amarezza ed invidia, salvo una … Ricordo l’esclamazione, al limite del pianto, di un grande pensatore italiano che, un giorno, in cui eravamo insieme, stringendomi forte tra le braccia, per significare la forza delle sue parole, mi disse: ‘Non invidio alcunché a nessuno in questo mondo. Invidio solo chi ha fede: una fede che sembra a volte un vedere già spalancate le braccia del Padre’. Come Paolo, abbandoniamoci dunque fiduciosi alla volontà di Dio su di noi e sui nostri fratelli: ‘Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno’ (Fil. 1, 20-27). Piano piano scopriremo che davvero ogni cosa che accade è dono; non ci sono più problemi o croci, ma solo possibilità di amarlo sempre di più a seconda del suo volere e delle situazioni che egli ci presenta.



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Messaggio da miriam bolfissimo » lun set 29, 2014 8:23 am

      • Omelia del giorno 28 Settembre 2014

        XXVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Chi può giudicare un fratello?
Capita a molti di sentire giudizi e commenti sulle persone, che ci sono vicine o ci passano accanto. È difficile, molto difficile, che qualcuno si salvi dai nostri giudizi? Ma oggi c’è un forte richiamo del Signore attraverso il profeta Ezechiele:
  • “Dice il Signore: ‘Voi dite: Non è retto il modo di agire del Signore. Ascolta dunque Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra? Se il giusto si allontana dalla giustizia, per commettere l’iniquità e a causa di questa muore, egli muore appunto per la iniquità che ha commesso. E se l’ingiusto desiste dall’ingiustizia, che ha commessa, e agisce con giustizia e rettitudine, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli vivrà e non morirà. (Ez. 16, 25-28)
È un completo ribaltamento del nostro povero agire umano. A volte chiamiamo buoni, quelli che ostentano bontà, ma non conoscono questo grande dono, frutto di un’intensa disciplina interiore, che è la scala verso la santità. Cosa si intenda poi per bontà o cattiveria, nel giudizio di molti, è difficile dirlo. A volte anche noi che ‘apparteniamo’ alla Chiesa, ci sentiamo autorizzati a crederci ‘migliori’; c’è addirittura chi pensa che nei ‘lontani’ non ci sia bontà...come ad affermare – e speriamo scompaia questa presunzione, che offende non solo Dio che ama ciascuno di noi, ma noi stessi – ‘noi siamo i buoni e gli altri i cattivi’.

Come è difficile, carissimi, per ciascuno di noi, comprendere veramente chi siamo agli occhi del Padre! A volte siamo tentati di sentirci così distanti dalla Sua santità, da temere di stare alla Sua Presenza, che invece è soprattutto Misericordia, anche se non apprezza i nostri giudizi sugli altri. Altre volte ci chiediamo – anch’io nella mia lunga vocazione di servizio alla Chiesa, come parroco, come vescovo – cosa pensano di me quanti Dio ci fa incontrare. Non ho mai avuto difficoltà, ogni volta incontravo assemblee o comunità, ovunque, anche quando alla fine battevano le mani, a rientrare immediatamente in me stesso e sotto voce chiedere a Dio: ‘Ma Tu che ne pensi? Mi batti le mani o c’è qualcosa che disapprovi?’. Perché è difficile compiere azioni con amore vero, ossia senza sbavature, davanti a Dio.

Facile cercare il consenso, meno facile servire la Verità, soprattutto quando è scomoda. Capitava spesso, anche a Gesù, di trovarsi a parlare di fronte ad una folla che ripeteva i nostri stessi sbagli e giudizi. C’era anche allora chi si riteneva ‘giusto’, come gli scribi e i farisei. Loro – in apparenza – osservavano la legge del Signore ‘spaccando il pelo’ e arrivavano persino a giudicare l’operato di Gesù, il Giusto per eccellenza, da loro considerato un peccatore, perché ‘non rispettava il sabato’ per guarire gli ammalati. Assomigliavano molto al ‘secondo figlio’ di cui parla il Vangelo di Matteo, oggi:
  • Gesù disse ai principi, ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: ‘Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: ‘Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna’. Ed egli rispose: ‘Non ne ho voglia’. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso: ed egli rispose: ‘Sì, Signore’. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? Risposero: ‘Il primo’. E Gesù disse loro: ‘In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli. (Mt. 21, 28-32)
I farisei e gli scribi, non solo giudicavano spietatamente gli altri, ma addirittura passavano alla condanna a morte, di chi, secondo loro, aveva sbagliato, davvero non conoscendo Dio, che è Amore e Misericordia. Erano convinti che al di fuori di loro non vi fossero giusti, ma solo samaritani, pubblicani, prostitute, gentili … ‘infedeli’, tutta gente da disprezzare, condannare o allontanare. Una mentalità rischiosa, che può avvelenare anche i nostri rapporti, - e in tante parti del nostro mondo è un avvelenamento in atto - con chi non crediamo essere come noi. Scriveva Bertold Brecht, che, durante il nazismo, aveva visto come si possono cavalcare gli stereotipi, contando sul silenzio della gente: ‘Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e ne fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi erano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui contento perché erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti e io non dissi niente perché non ero comunista. Poi vennero a prendere me e nessuno venne a protestare’.

Per Gesù la giustizia è altra cosa: non contano le promesse o le dichiarazioni superficiali, che possiamo dire, ma con quanto amore si fa quello che ci chiede, anche se dopo qualche esitazione. Tante volte seguire Gesù è ‘duro’. Viene da dire no e fare resistenza. Ma ciò che conta è il sì, seppure sofferto. Ricordo un giorno – ero ancora parroco nel Belice – venni invitato a Catania per un Convegno di giovani. Con me, quella volta, la relatrice era Madre Teresa di Calcutta. La ricordo spuntare in silenzio da un lato, come a voler ‘non fare chiasso’, diversamente da noi. Era impressionante la grande assemblea dei giovani che, letteralmente, ‘bevevano’ le parole di quella santa, che sembrava ‘distillare’ quanto diceva, tanto che ogni sua espressione aveva il senso delle realtà divine. Terminata la conferenza, iniziarono le domande. Ci mettemmo d’accordo che alle mie domande avrebbe risposto lei e a quelle rivolte a lei avrei risposto io. Ma ci fu una domanda che mi mise in imbarazzo; era troppo personale e non poteva rispondere in sua vece. La domanda era: ‘Madre Teresa, conoscendo i tanti sacrifici che Dio le ha chiesto, se rinascesse, direbbe ancora di sì a Dio?’. Madre Teresa si raccolse in un profondo silenzio di qualche minuto. Poi sorprendendo tutti rispose: ‘Sapendo quanto costa dire sì e temendo di non farcela, sarei tentata di dire no’. Facile immaginare lo smarrimento dell’assemblea. Fu un momento di ‘pesante’ silenzio. Poi riprese: ‘Ma sapendo quanto mi vuole bene e quanto Gliene voglio, credo proprio che tornerei a dirGli sì’. Scoppiò un grido, come la liberazione da un incubo. E mi sono chiesto tante volte: ‘Io sarei capace di dare la stessa risposta?’.

Se la giustizia, fedeltà all’amore, è questo, come si fa, con leggerezza, a distinguere e stabilire tra noi chi è fariseo e chi pubblicano? Chi può conoscere il cuore dell’uomo? L’unica cosa che possiamo compiere è scrutare alla luce dello Spirito chi, noi, veramente siamo. Che ne sappiamo del posto che ogni persona occupa nel Cuore di Dio? Mai dobbiamo dimenticare ciò che ci ha ricordato Papa Francesco all’Angelus del 7 settembre: Tutti siamo peccatori e bisognosi del perdono del Signore. È lo Spirito Santo che parla al nostro spirito e ci fa riconoscere le nostre colpe alla luce della parola di Gesù. Ed è lo stesso Gesù che ci invita tutti, santi e peccatori, alla sua mensa raccogliendoci dai crocicchi delle strade, dalle diverse situazioni della vita. Con san Paolo meditiamo per vivere: “Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e compassione, rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti e con la stessa carità”. (Fil. 2, 1-3)



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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2013/2014

Messaggio da miriam bolfissimo » ven ott 03, 2014 9:11 am

      • Omelia del giorno 5 Ottobre 2014

        XXVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Gesù ci affida la Chiesa, Sua vigna
Quale meraviglia se conoscessimo e vivessimo il grande dono e la grande responsabilità, che Gesù ci ha affidato, ossia la Chiesa! La Chiesa siamo tutti noi, diventati Suoi ‘familiari’ con il Battesimo. Quanto Dio ci ami e voglia essere amato, lo descrive, oggi, il Vangelo. È la storia del Padre che, quando intende piantare la sua ‘tenda’ in mezzo a noi, ‘Sua vigna’, incontrando il rifiuto, risponde con il dono del Figlio. È la storia di Gesù crocifisso.
  • Gesù disse ai principi dei sacerdoti e gli anziani del popolo: ‘Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figli dicendo: ‘Avranno rispetto per mio figlio!’. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: ‘Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!’. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini? Gli risposero: Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo. E Gesù disse loro: Non avete mai letto nella Scrittura: ‘La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi’? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti. (Mt 2l, 33-44)
In poche battute Gesù traccia la storia della predilezione di Dio per il popolo eletto: una storia contrastata, come è narrata nella Bibbia, con tanti profeti uccisi. E da ultimo la venuta di Gesù, il Figlio, rifiutato e crocifisso. Da quel rifiuto è nata la Chiesa, affidata a noi ‘pagani’, che dovremmo sapere come ‘farla fruttificare’. Duemila anni di storia ci mostrano i tanti interventi del Padre, i tanti martiri e i tanti rifiuti. La Chiesa è saldamente nelle mani di Dio e, ogni giorno, possiamo assistere al meraviglioso lavoro, che la Grazia fa compiere a tanti vescovi , sacerdoti, religiosi e religiose, laici, che davvero sono i ‘preziosi vignaioli’. Anche oggi, tra noi. Non solo, ma la Chiesa è la Sua grande famiglia in continua missione, perché tutti, senza eccezioni, possano appartenervi. Un incredibile dono, che chiede di essere donato. Quello che infonde tanta, ma tanta, speranza, è la certezza che Dio continua ad amare la Sua vigna e l’affida a noi – Suoi vignaioli – chiedendoci di allargare i confini della vigna a tutto il mondo.

Ed è così. Ottobre è il mese dedicato alla missione. Se è vero che ognuno, nella Chiesa, nessuno escluso, è missionario, il pensiero, la preghiera, la comunione di cuori, l’aiuto anche materiale, va ai nostri ‘missionari’, sparsi in tutto il mondo, che condividono direttamente la povertà di tanti e, troppe volte, sono soggetti a vere persecuzioni. Basta pensare ai laici, ai sacerdoti e alle religiose uccisi in India, in Africa, colpevoli solo di essere cristiani. Ho avuto modo di conoscere due martiri della fede. Il vescovo Card. Van Thuang di Saigon, costretto a tanti anni di carcere duro, lontano dai suoi fedeli e dalla sua Chiesa. Incontrandolo, dopo gli anni di persecuzione, mi esprimeva la sua gioia di essere stato vescovo senza voce, ma con il cuore e la sua vita donata per la fede. Mi voleva donare la sua croce pettorale, costruita con il filo spinato e un poco di metallo preso nella sua prigione. ‘La mia comunione con la mia Chiesa? – diceva - Ogni sera, di nascosto, quando le guardie mi lasciavano solo, chino sulla branda, celebravo la S. Messa, con una goccia di vino – mi era concesso perché pensavano fosse una medicina - sul palmo della mano e un pezzetto di pane. In quel momento mi sentivo davvero vescovo della mia Chiesa, in missione... tanto che alla fine, alcune guardie chiesero di essere battezzate’.

E come dimenticare Padre Lele, comboniano, con cui ebbi modo di essere speranza tra i terremotati dell’Irpinia? Un meraviglioso giovane, sempre con un grande sorriso, che andava oltre le nostre tristezze quotidiane. Il suo più profondo desiderio era la missione. I superiori gli affidarono una comunità in Brasile. Si mise a fianco dei campesinos, che lottavano per il diritto alla terra e fu ucciso. Ora, mi pare, si stia pensando o già facendo il processo canonico in diocesi per la beatificazione. E come non ricordare un mio confratello rosminiano, Padre Nazareno, che ha operato per tanti anni in Tanga? Aveva costruito una bella missione in anni di fatica, accanto ai Masai. Una mattina fu aggredito da predoni, che gli rubarono tutto e lo picchiarono selvaggiamente. Ma non fuggì. Fu il vescovo a volergli affidare un’altra missione, dove dovette ricominciare tutto da capo. ‘Il mio grande desiderio – ha sempre detto – è morire tra i miei fedeli ed essere sepolto in mezzo a loro, come uno di loro’. È lo stesso desiderio che portavano in cuore le tre sorelle saveriane uccise barbaramente in settembre in Burundi. Quanto è davvero grande il cuore di tanti cristiani per la vigna del Signore!

Un amore che ha le sue radici nel Cuore stesso di Dio. Ma noi, nella Chiesa, in questa mistica vigna, che ruolo giochiamo? Possediamo un poco di amore alla Chiesa e come lo coltiviamo? È certo che chi mi legge non la calpesta, ma non basta! Occorre sentirci protagonisti di quello che Gesù ha detto: diventare ‘popolo che la fa fruttificare’. Ascoltiamo le parole di Papa Francesco nel Messaggio per la Giornata Missionaria mondiale: ‘Non lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione! Vi invito ad immergervi nella gioia del Vangelo, ed alimentare un amore in grado di illuminare la vostra vocazione e missione. Vi esorto a fare memoria, come in un pellegrinaggio interiore, del “primo amore” con cui il Signore Gesù Cristo ha riscaldato il cuore di ciascuno, non per un sentimento di nostalgia, ma per perseverare nella gioia. Il discepolo del Signore persevera nella gioia quando sta con Lui, quando fa la sua volontà, quando condivide la fede, la speranza e la carità evangelica. A Maria, modello di evangelizzazione umile e gioiosa, rivolgiamo la nostra preghiera, perché la Chiesa diventi una casa per molti, una madre per tutti i popoli e renda possibile la nascita di un nuovo mondo.



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Messaggio da miriam bolfissimo » lun ott 13, 2014 6:24 am

      • Omelia del giorno 12 Ottobre 2014

        XXVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Invitati al ‘banchetto di Dio con l’abito nuziale’
Nella Parola di Dio appare il grande desiderio del Padre di averci con Sé: prima come ‘vignaioli’, nella Sua ‘vigna’ – e lo dovremmo essere nella vita della Sua Chiesa – e poi con l’immagine accattivante di oggi, ossia l’invito a partecipare al ‘Suo banchetto’, paragonando così la fede ad un vero incontro ‘conviviale’ divino. Ma è facile accettare tale invito? In apparenza sarebbe assurdo anche solo pensare di declinarlo – se non altro per il grande onore di essere stati scelti – ma nella realtà si rischia facilmente di preferire altro, che poco o nulla sa del banchetto celeste. Ogni volta che cerchiamo di immaginare in che cosa consista il Regno dei Cieli, rimaniamo a corto di parole. Il più delle volte forse lo releghiamo ad un insieme di meraviglie, quali solo si possono trovare presso Dio. Forse a volte lo descriviamo ‘lontano’, perché lo riteniamo un ‘luogo’ fuori della nostra vita terrena: un aldilà, che ‘un giorno, forse, vedremo’ o ‘una mèta che implica tante fatiche’ e crediamo impossibile da raggiungere.

Alcuni poi lo considerano come una favola per bambini o per i poveri, cui sono negati i ‘paradisi della terra’ – come fosse giusto e ragionevole considerare ‘paradisi’ quelli che l’uomo si costruisce, che alla fine si dimostrano ‘ubriacature’ passeggere e, magari, anche dannose.
Ecco allora che Gesù prova a descriverci il Regno dei Cieli, nel suo stile immediato, annunciando le meraviglie di Dio, con il linguaggio dei semplici e degli umili. Ancora una volta, come per la parabola della vigna, parla di un invito, che razionalmente non si dovrebbe poter rifiutare. Eppure abbiamo la contrapposizione tra chi rifiuta, preferendo i propri interessi, e gli ultimi, coloro che non hanno nulla o ‘sentono’ di non aver nulla e, come i santi, ‘corrono’. Ascoltiamo la Parola del Signore, che esprime la sua grande passione, di averci commensali al Suo banchetto:
  • Gesù riprese a parlare con parabole e disse: ‘Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: ‘Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!’. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: ‘La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze’. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: ‘Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?’. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: ‘Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti’. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti. (Mt 22,1-14)
Da una parte è davvero impressionante la larghezza di cuore di Dio, che ci invita, direi con passione, nel convito del Suo Amore, le Sue nozze: un invito che, se fossimo saggi, non dovremmo rifiutare. Eppure, lo sa bene il Signore, c’è chi rifiuta, preferendo i propri interessi: ‘andarono chi ai propri campi, chi ai propri affari‘. Lo ha ricordato anche Papa Francesco in un’omelia: “Dimenticare il passato, non accettare il presente, sfigurare il futuro: questo è quello che fanno le ricchezze e le preoccupazioni’. Sono tanti, troppi, quelli che anche oggi rifiutano l’invito. È la storia della superbia, della sufficienza dell’uomo, che riesce solo a vedere l’angolino del proprio io, illuminato da luci al neon, incapace di spalancare gli occhi sulla vastità del sole, che è il Regno di Dio. Come ha detto Papa Francesco: “E’ la potenza dell’uomo al posto della gloria di Dio! Questo è il pane di ogni giorno. Per questo la preghiera di tutti i giorni a Dio ‘Venga il tuo Regno, cresca il tuo Regno’, perché la salvezza non verrà dalle nostre furbizie, dalle nostre astuzie, dalla nostra intelligenza nel fare gli affari. La salvezza verrà dalla grazia di Dio e dall’allenamento quotidiano che noi facciamo di questa grazia nella vita cristiana”.

‘Allenamento quotidiano’ degli ultimi, coloro che non hanno nulla o ‘sentono’ di non aver nulla e, come i santi, non hanno paura a mostrare la loro povertà di spirito, ossia un cuore aperto a Dio e custode vero della terra; a loro non pare vero di poter partecipare al banchetto del Re e ‘corrono’ di fronte all’invito. S. Paolo, scrivendo ai Filippesi, in qualche modo, insegna come essere i ‘poveri ai crocicchi delle strade’: “Fratelli ho imparato ad essere povero e ho imparato ad essere ricco; sono stato iniziato a tutto, in ogni maniera: alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in Colui che mi conforta”. (Fil. 4, 10-20) Ma vi è una condizione che Gesù pone a noi, che in Lui abbiamo fede, come disse a Lamezia Terme, Papa Francesco ‘qualcosa di essenziale: la veste nuziale, che è la carità, l’amore. … Tutti noi siamo invitati ad essere commensali del Signore, ad entrare con la fede al suo banchetto, ma dobbiamo indossare e custodire l’abito nuziale, la carità, vivere un profondo amore a Dio e al prossimo’.

Scriveva il caro Paolo VI, presto beato: “S. Paolo esclama: ‘Egli mi amò e diede se stesso per me’. Siamo inseguiti da questo ineffabile, irrefrenabile amore. Siamo così conosciuti, ricordati, assediati da questo potente e silenzioso amore che non ci dà tregua, che vuole a noi comunicarsi, che vuole da noi essere compreso, ricevuto, ricambiato … come rimanere impassibili, inerti, distratti, indifferenti? L’amore vuole amore.’ Assetati come siamo di gioia, di libertà, noi, che siamo gli invitati privilegiati dal Padre, potremo ancora pregarlo e poi rifiutare l’invito, rivolgerci a ‘sorgenti di acque stagnanti’, che fanno stare solo male o sapremo, con il cuore libero da false e illusorie speranze, aprirci all’amore?



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Messaggio da miriam bolfissimo » ven ott 17, 2014 8:56 am

      • Omelia del giorno 19 Ottobre 2014

        XXIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Tutti chiamati ad essere missionari
Se c’è un aspetto nella nostra vita di cristiani, che ci rattrista, e tanto, è il ‘silenzio’ sulla Parola di Dio. Non è più ‘di casa’. Pare che l’unica parola che domini in tante case e diventa poi ‘il vangelo’, o meglio ‘l’antivangelo’, siano i modelli di vita delle comunicazioni TV, che offrono idolatrie senza alcuno scrupolo o rispetto della bellezza dell’uomo, donataci da Dio e che siamo chiamati a coltivare e donare. È vero che, per fortuna, ci sono ancora tanti che si accostano alla Mensa Eucaristica la domenica, giorno del Signore, ma anche per molti di questi cristiani, l’annuncio della Parola e l’omelia sembrano ‘un di più’. Ma si può davvero essere cristiani senza la Luce della Parola di Dio? Ci fu chi affermò che se san Paolo fosse tornato, avrebbe viaggiato con in una mano il Vangelo, come guida della vita, e nell’altra il giornale, come realtà con cui confrontarsi. Oggi c’è rimasto tra le mani solo il giornale, che – come la TV – pare consideri tutto ciò che è espressione di fede, come ‘non notizia’, perché non fa ‘tiratura’. In altre parole prevale il commercio del ‘punto di vista personale’ – quando non addirittura la falsità – sull’offerta di ciò che è luce e sale. Chi di noi non dedica un tempo del suo giorno o alla lettura del quotidiano o al telegiornale? Possono – quando va bene – raccontarci le vicende del mondo in cui viviamo: vicende che il più delle volte spengono la speranza, rattristano o ci confondono. Ma quanto tempo dedichiamo alla lettura di una pagina del Vangelo o della Bibbia? E si può amare Dio senza conoscerlo?

Per questo la Chiesa ogni anno, in modo particolare, dedica un mese – questo di ottobre – alle missioni e, oggi, è la Giornata missionaria. Scrive il Santo Padre, nel suo Messaggio per la Giornata missionaria: ‘Oggi c'è ancora moltissima gente che non conosce Gesù Cristo. Rimane perciò di grande urgenza la missione ad gentes, a cui tutti i membri della Chiesa sono chiamati a partecipare, in quanto la Chiesa è per sua natura missionaria: la Chiesa è nata "in uscita".’ Affermava il carissimo Paolo VI, di cui oggi si celebra a Roma la beatificazione, nella Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, che ‘evangelizzare è la grazia, la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda’. E questo vale per tutti, vescovi, sacerdoti, religiosi e laici. Diversa è la forma, uguale la missione e la responsabilità. ‘Guai a me – diceva san Paolo – se non evangelizzassi’. É necessario ‘dare la priorità alla missione, all’annuncio del Vangelo’, su cui Papa Francesco insiste anche nella Esortazione apostolica Evangelii Gaudium. Il nostro è tempo di inevitabili fallimenti, se vogliamo, ma di meravigliose sfide, che conoscono la loro audacia nella fiducia in Dio che se ‘chiama e manda’ sa di avere una potenza tale da abbattere ogni difficoltà. E' tempo di coraggio evangelico, che non è esibizionismo di potenza umana, ma di umile servizio alla fede ed agli uomini.

Ho conosciuto tanti missionari che amavano la loro missione più della loro vita, ansiosi di portare la Parola, aiutando i fratelli meno fortunati. ‘L’unico desiderio che ho è di essere sepolto in terra d’Africa, tra i miei fedeli’, ripeteva un mio confratello. Saranno loro a ‘farmi strada’ al cospetto di Dio. Ma anche noi saremo giudicati da Dio sul nostro ‘silenzio’ su di Lui o sul nostro ‘annuncio’ di Lui. È un vero peccato che, a volte conosciamo ogni pettegolezzo su ‘personaggi’ che non meriterebbero tanto, ma poco o nulla su Chi è l’Unico da conoscere: Dio, che ci educa e si fa conoscere attraverso la Sua Parola, la Sacra Scrittura. E quale sarà la nostra difesa riguardo al poco spazio che si dà ai tanti martiri di oggi, in alcune regione dell’Africa o dell’Asia? È come se molto poco contasse o importasse il grande problema della libertà religiosa, della fede. Eppure sono impensabili alla luce della chiamata di Gesù, comunità o famiglie che sono ripiegate su se stesse, come avessero scelto le catacombe per vivere la propria vita cristiana, anziché le vie del mondo per recare la luce a tutti gli uomini. Papa Francesco nel suo Messaggio lo dice chiaramente:
  • Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata» (Evangelii gaudium, 2). Pertanto, l'umanità ha grande bisogno di attingere alla salvezza portata da Cristo. I discepoli sono coloro che si lasciano afferrare sempre più dall'amore di Gesù e marcare dal fuoco della passione per il Regno di Dio, per essere portatori della gioia del Vangelo. Tutti i discepoli del Signore sono chiamati ad alimentare la gioia dell'evangelizzazione.
Quello che sempre mi ha impressionato, quando ero chiamato da tante parti a testimoniare la fede ed invitare ad uscire dal buio delle false parole del mondo, con la luce che solo viene dalla Parola, era la grande partecipazione della gente. Tante volte i parroci, per fare in modo che anche chi non credeva potesse partecipare, sceglievano, come luoghi di incontro, le sale pubbliche. In una cittadina, dove anche il parroco aveva difficoltà a radunare ‘credenti’, invitato, a sera, nella grande sala non vi trovai più di 20 persone. ‘È tutto quello che riusciremo a mettere insieme’, fu l’affermazione avvilita del responsabile. Volli che si attendesse ancora un poco per iniziare, con speranza. E lentamente, sbucando da ogni parte, furtivamente, la grande sala si riempì, al punto che tanti dovettero accontentarsi di sentire, affacciati alle finestre, dall’esterno. Il tema era: ‘Gesù è il solo che dà gioia alla vita’. Ascoltarono per un’ora, in grande silenzio, come affascinati. Quando credevo fosse giunta l’ora di licenziare quella folla, si alzò uno e gridò: ‘Non ci lasci, continui. Fuori c’è gran buio, qui abbiamo intravisto la luce’. Tornai l’anno dopo, con il prof. Zichichi, in quel grande teatro. Il tema era ‘Scienza e fede’. La sala si era riempita già un’ora prima e tanti attendevano fuori, con pazienza, per trovare un posto.

Quanto bisogno c’è di Dio, oggi, nel nostro mondo ‘ricco’, ma anche tanto confuso! E Lui è lì a parlarci con il Vangelo. Se c’è qualcosa nella mia vita di cristiano, sacerdote e vescovo, che avverto come un grande dono, che mi rende felice e fa felici tanti, è proprio la gioia di comunicare l’Amore del Padre, nella missione. Vedere un fratello o una sorella che, sentendo il Vangelo, si illumina, è immensa gioia. Ha ragione Papa Francesco quando nel Messaggio per questa Giornata missionaria conclude:
  • Non lasciamoci rubare la gioia dell'evangelizzazione! Vi invito ad immergervi nella gioia del Vangelo, ed alimentare un amore in grado di illuminare la vostra vocazione e missione. Vi esorto a fare memoria, come in un pellegrinaggio interiore, del "primo amore" con cui il Signore Gesù Cristo ha riscaldato il cuore di ciascuno, non per un sentimento di nostalgia, ma per perseverare nella gioia. Il discepolo del Signore persevera nella gioia quando sta con Lui, quando fa la sua volontà, quando condivide la fede, la speranza e la carità evangelica.
Auguro a voi la stessa gioia di essere missionari dove siete, con chi vivete e in quello che fate.



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