Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2013/2014

Omelie di Monsignor Antonio Riboldi e altri commenti alla Parola, a cura di miriam bolfissimo

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2013/2014

Messaggio da miriam bolfissimo » ven nov 29, 2013 2:16 pm

      • Omelia del giorno 1 Dicembre 2013

        I Domenica di Avvento (Anno A)



        Fratello, è tempo di svegliarsi
Nella vita occorre avere il dono della sapienza, che ci suggerisce come ‘interpretarè o ‘dare senso e verità’ alla vita quotidiana. Tanti di noi, a volte, si soffermano con preoccupazione sul passato, quando si accorgono di avere usato male il dono del tempo e della vita, e non sanno come uscirne, temendo il giudizio di Dio. Ci sono quelli che, invece, non ci pensano affatto, né al passato, né al futuro, ma vivono senza darsi pensiero di quello che avverrà ‘dopo’, che è ciò che conta! E ci sono anche quelli - nascosti, ma sono più di quanto si pensi - che vivono come un andare incontro a Gesù che viene. La saggezza, che dovremmo avere, ci dice che:

- il passato è alle nostre spalle, buono o cattivo che sia. È la memoria della nostra vita cui dovremmo guardare, per non ripetere gli errori e, non potendo cancellarli, affidarlo all’infinita Misericordia di Dio;
- il futuro: avere sempre lo sguardo puntato sull’eternità, che è l’incontro con Dio;
- nelle nostre mani c’è solo l’attimo presente, in cui possiamo fare tutto il bene possibile o...viceversa!

Abbiamo dunque una sola responsabilità: imparare a vivere ogni istante, come l’unica opportunità di dire ‘sì’ a Dio. Ed è possibile e doveroso! In questo ci aiuta la liturgia della Chiesa, che invita ad iniziare da capo, seguendo la Storia della Salvezza. Infatti oggi la Chiesa dà inizio al tempo di AVVENTO, ossia l’attesa della venuta del Signore, vero inizio di una storia nuova dell’uomo, che, ‘ingannato dal serpente, il più astuto degli animali’, aveva rifiutato Dio per ‘farsi dio’, ritrovandosi ‘nudo’ in tutto, - il peccato originale - con un’esistenza che, senza Dio, non aveva e non ha senso. Il grido accorato di Dio, che si era visto tradito dalla creatura più amata, noi, tanto da formarla ‘a sua immagine e somiglianza’, per renderla partecipe del Suo infinito Amore, in cui è la sola felicità - ‘Uomo, dove sei?’ - sembra risuonare ancora oggi su tutti, perché ognuno di noi è ‘una novità’ come lo fu Adamo. La stessa origine, la stessa prova! Quante volte dobbiamo rispondere al Padre: ‘Mi sono nascosto, perché sono nudo’. E non è questa la grande infelicità dell’umanità che, a volte, diviene un baratro di ferocia, l’opposto della bellezza e bontà dell’amore? Ma se l’uomo rifiuta Dio, il Padre non si rassegna, perché è Amore e ‘pensa’ la sua offerta di riconciliazione.

Questo tempo di Avvento è l’attesa incredibile che Dio venga tra di noi, come uno di noi, donandoci il Figlio, fattosi uomo per salvarci. Chi di noi ha familiarità con la Sacra Scrittura, non può che rimanere sorpreso dalla lunga preparazione di Dio per il nostro ritorno a Casa. Dalla chiamata di Abramo, nel Vecchio Testamento al dono di Gesù, che si fa uno di noi, vive con noi e alla fine darà addirittura la sua vita in croce per farci entrare nella vita eterna e così riaprire la porta del Cielo a tutti noi, se lo vogliamo. È stato un lungo dialogo, un’alleanza spesso disattesa dagli uomini, che si è mantenuta per la fedeltà del Padre. È lo stesso incontro e dialogo del Padre con ciascuno di noi, in cui manifesta una fiducia piena e offre come garanzia il Suo stesso amore, essendo noi così fragili e discontinui nella fedeltà. Ha dell’incredibile che Dio ami così tanto l’umanità, che ci ami così infinitamente, personalmente, uno ad uno, nella nostra piccola e pur così grande esperienza umana. Il salmista si chiede: ‘Ma chi è l’uomo perché Tu, o Dio, di lui abbia così tanta cura?’. La risposta è meravigliosa nella sua semplicità: Dio ha cura di ogni uomo, perché siamo Suoi figli adottivi, in Cristo Gesù. E un Padre non si dà pace se non ha con Sé, a Casa, tutti i suoi figli. Ma, tante volte, forse anche noi, anziché aprire le porte del cuore a Gesù, che sta venendo, ripetiamo lo sbaglio dei nostri progenitori, cercando il Messia ‘altrove’ o ‘in altro’. Diceva Paolo VI
  • Dobbiamo cercare Dio, perché gli uomini oggi tendono a non cercalo più. Tutto si attende, ma non Dio. Anzi si nota quasi il proposito di escluderlo, di cancellare il suo nome da ogni manifestazione della vita, dal pensiero, dalla scienza, dalla società: tutto deve essere laicizzato non solo per assegnare al sapere e all’azione dell’uomo il campo loro proprio, ma per rivendicare all’uomo un’autonomia assoluta. Tutto si cerca, ma non Dio. Dio è morto, si ama dire: non ce ne occupiamo più! Ma Dio non è morto, è semplicemente perduto, come perduto è l’Eden. Ma perché non cercare Dio? Non è forse Dio ‘un problema’, se piace chiamarlo così, che ci interessa da vicino? (26 giugno 1970)
La verità è che l’uomo, perché figlio del Padre, anche se non vuole ammetterlo, sente, se è onesto, la nostalgia del Padre, a meno che il mondo, con l’astuzia del serpente, non sia riuscito a cancellare Dio e quindi renderlo ‘nudo’ e senza più casa e fine! Fa davvero impressione, se abbiamo conservato un cuore aperto all’amore, vorrei dire ‘esperto’ di sete di amore e felicità, come Dio, che supera ogni nostra fantasia per la Sua onnipotenza e grandezza, ci ami così tanto, da non darsi per vinto, e continua a cercare in tutti i modi di farsi vicino, con la delicatezza dell’amore, che ‘bussa’, perché vuole suscitare il desiderio di Lui. È il più grande male se non sentiamo più la nostalgia del Padre. Il profeta Isaia annuncia così la bellezza della venuta di Dio tra di noi - tema dell’Avvento:
  • Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore, sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli: ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molte genti e diranno: Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie, e possiamo camminare per i suoi sentieri. Poiché da Sion uscirà la sua legge e da Gerusalemme la parola del Signore... Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore. (Is 2, 1-5)
E come a farci uscire da una pericolosa indifferenza o pigrizia nell’attendere e desiderare che Dio venga a noi con il Natale di Gesù, con forza, l’apostolo Paolo, così invita, scrivendo ai Romani:
  • Fratelli, è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, poiché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno, non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri. (Rom 15, 11-14)
Il rischio di ‘banalizzarè il Natale, e quindi la sua attesa, è forte. Tanti vivono questo tempo prezioso di attesa del grande giorno del ritorno di Dio tra di noi, per darci la possibilità di gustare la gioia vera del cuore, come tempo di ricerca dei ‘regali’ da donare e a chi. E così, la grande festa del Natale di Gesù può trasformarsi nella festa solenne del consumismo che, ancora una volta, ripete il dramma di Adamo ed Eva, che si lasciarono ingannare dal demonio. Quando invece dovremmo avere desideri di gioia interiore, che ci fa diventare - noi - per l’accoglienza, ‘grotta’ di Gesù! Una gioia che è di quanti fanno della vita ‘un’attesa di vedere il volto di Dio’. Anche l’invito che ci fa Gesù, oggi, è chiaro:
  • Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore verrà. Questo considerate: se il padrone della casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi siate pronti, perché nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà. (Mt 24,37-44)
Tocca a ciascuno di noi prendere coscienza di questo tempo prezioso e programmare la vita del nostro spirito su questa grande Grazia che attendiamo. Immenso è il dono che il Padre ci fa, donandoci Suo Figlio, perché si dia il vero senso e la bellezza della vita con Lui. È davvero una grande perdita non darGli il giusto posto, in questo tempo di attesa, che è la vita. E Papa Francesco, nel libro ‘Il cielo e la terra’ afferma: ‘Dio si fa sentire nel cuore di ogni persona … Lui stesso ci viene incontro, si rivela a noi, ci indica il cammino, ci accompagna, ci dice il Suo nome, ci guida per mezzo dei profeti. Noi cristiani crediamo che si manifesti e si consegni a noi tramite Gesù Cristo’. Ecco dunque un tempo privilegiato, l’Avvento appunto, perché questa ricerca divenga più profonda, questa accettazione della rivelazione di Dio ci apra il cuore e guidi le nostre scelte, illuminando la nostra quotidianità, a volte troppo vuota e senza significato, e speriamo non troppo ‘oscura’.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven dic 06, 2013 10:35 am

      • Omelia del giorno 8 Dicembre 2013

        Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria (Anno A)



        Tutta bella sei, o Maria
Quest’anno la Festa dell’Immacolata coincide con la II Domenica di Avvento, ma la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha concesso che la solennità dell’Immacolata Concezione della beata Vergine Maria possa essere celebrata in tutte le diocesi d’Italia nel giorno proprio, quasi a rimarcare come da sempre in questo tempo di Avvento, che ci prepara al Natale, la Chiesa abbia voluto presentarci chi era Maria, la Donna che Dio ha scelto fin dall’eternità a essere Madre del Figlio Suo, Gesù. Una donna - come dichiarò il beato Pio IX nella Lettera apostolica Ineffabilis Deus del 1854, l’anno delle apparizioni di Lourdes - ‘preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale’ e, quindi, una Donna ‘bella’, come dovevamo essere tutti noi, senza peccato. Il peccato originale ci aveva isolato in un mondo senza futuro e, per di più, con il morso di satana, che ci inclina a essere quello che non dovremmo: peccatori.
In ognuno di noi, si ripete la storia del primo uomo, che Dio mise alla prova, quella di essere invitati a ‘non toccare il frutto dell’albero’ e al perenne dramma che ne conseguì per la nostra insipienza e superbia.
  • La donna osservò l’albero: i suoi frutti erano certo buoni da mangiare, era una delizia per gli occhi, era affascinante per avere quella conoscenza. Allora prese un frutto e lo mangiò. Lo diede a suo marito ed egli ne mangiò. I loro occhi si aprirono e si resero conto di essere nudi. Quindi Dio li cercò: ‘Uomo dove sei?’. Adamo rispose: ‘Mi sono nascosto, perché sono nudo. (Gen 3, 1-20)
Il risultato di quel rifiuto di Dio, fu ‘essere cacciati dall’Eden’, ossia essere privati della partecipazione alla felicità con Dio, che era la ragione della loro creazione. Deve essere stata una grande sofferenza ‘essere fuori della casa del Padre' e trovarsi in un deserto, una terra dove regnava la solitudine, il veleno di satana, sempre pronto a farsi sentire e indurre al male, la vera causa di infelicità per l’uomo. La storia di ogni tempo ci racconta di quanto male l’uomo può essere causa, lontano dal Padre. Dichiarava Paolo VI:
  • Vediamo a cosa arriva l’espansione di una umanità lasciata in balìa dei suoi istinti e delle sue tendenze. Va a finire fuori strada ed arriva ad aberrazione che ci fanno piangere e fremere. Un errore ancora più grave che si insinua nella nostra pedagogia e nelle nostre abitudini sociali è che non è bello difendere la nostra vita dagli stimoli e dalla conoscenza del male: occorre vedere tutto, conoscere e provare tutto: ‘Fate l’esperienza del male, altrimenti non avrete l’esperienza della vita’ - dicono. E non si bada a cosa si profana, che cosa si distrugge, ai dolori che si seminano, ai delitti che si consumano.
In altre parole siamo invitati a seguire la moda che è un andare alla deriva rischiando il naufragio di tutto il bello e il buono che abbiamo tutti. Chi di noi non sente il profondo desiderio di essere buono, di conoscere la vera felicità? In altre parole di essere ‘immacolati’? Credo tutti. Maria Santissima, la Tutta Bella, questo lo viveva, difendendolo con la virtù dell’umiltà. Diceva l’emerito Papa Benedetto:
  • Ma l’umile è percepito come un rinunciatario, uno sconfitto, uno che non ha nulla da dire al mondo. Ed invece questa è la via maestra e non solo perché l’umiltà è una grande virtù umana, ma perché, in primo luogo, rappresenta il modo di agire di Dio stesso. È la via scelta da Cristo, il Mediatore della Nuova Alleanza, il quale ‘apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. (Fil 2-8)
E Papa Francesco nell’omelia della Messa celebrata il giorno dell’Annunciazione nella cappella della Casa Santa Marta, proprio guardando a Maria è al suo: ‘Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola’ (Lc. 1, 26-38) ha dichiarato che per un cristiano ‘progredire’ vuol dire ‘abbassarsi’ lungo la strada dell’umiltà per far risaltare l’amore di Dio’. Ed ha aggiunto:
  • La strada che Maria e Giuseppe percorrono fino a Betlemme, per rispettare l’ordine imperiale sul censimento, è una strada di umiltà. È umile Maria, che non capisce bene ma lascia la sua anima alla volontà di Dio. È umile Giuseppe, che si “abbassa” per portare su di sé la responsabilità tanto grande della sposa in attesa del figlio. Così è tutto l’amore di Dio, per arrivare a noi prende la strada dell’umiltà … Che è la stessa seguita da Gesù, una strada che si è abbassata fino alla Croce. Per un cristiano, è questa la regola d’oro, è progredire, avanzare e abbassarsi. Non si può andare su un’altra strada. Se io non mi abbasso – ha insistito – se tu non ti abbassi, non sei cristiano.
Tuttavia, ha spiegato:
  • Essere umili non significa andare per la strada con gli occhi bassi. Non è stata quella, l’umiltà di Gesù, né di sua Madre o di Giuseppe. Imboccare la strada dell’umiltà fa sì, che tutta la carità di Dio venga su questa strada, che è l’unica che Lui ha scelto: non ne ha scelto un’altra. Chiediamo, - ha concluso Papa Francesco - la grazia dell’umiltà, ma di questa umiltà, che è la strada per la quale sicuramente passa la carità, perché se non c’è umiltà, l’amore resta bloccato, non può andare.
Ed è quello che tutti noi, contemplando la semplicità e sublimità dell’Immacolata, preghiamo che si realizzi nella nostra vita. Vorremmo essere una briciola di quello che era Lei, buttando davvero alle ortiche i troppi abiti ‘da maschera’, che il mondo ci offre, per aprirci alla carità verso ogni nostro fratello.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun dic 16, 2013 9:47 am

      • Omelia del giorno 15 Dicembre 2013

        III Domenica di Avvento (Anno A)



        La venuta del Signore è vicina
È grande il rumore che il natale pagano sta facendo, nonostante la crisi di tante famiglie, nell’avvicinarsi del Santo Natale. Tutti parlano di quali doni acquistare, mettendo il silenziatore al vero Dono, che è venuto a noi dal Cielo: Gesù, Figlio del Padre. Una venuta che è davvero l’aprirsi delle porte celesti, per vedere il Padre che torna a sorridere a noi, poveri viandanti in cerca di felicità, senza la quale la vita perde ogni senso. Nulla - ricordiamocelo - può davvero riempire il cuore dell’uomo, come l’amore del Padre che, quando trova dimora in noi, diventa gioia donata ai fratelli. Così canta il profeta Isaia oggi:
  • Si rallegrino il deserto e la terra arida: esulti e fiorisca la steppa. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio. Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: Coraggio! Non temete: ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi. Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto. Ci sarà una strada appianata e la chiameranno ‘Via Santa’: su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto. (Is 35, 1-10)
Quasi sommersi dalle tristezze del nostro tempo, come ci vengono narrate - con troppa superficialità e, direi, con il solo scopo di ‘vendere o fare spettacolo’ - a tanti sembra che sia morta la speranza. Ma si apre la ‘Via Santa’, che rivela la sua origine divina e, quindi, offre la certezza che c’è Chi ci vuole veramente bene, un Bene che viene dall’Alto, quindi sicuro e fedele. Da qui una consapevolezza, sempre più diffusa, del bisogno di alzare gli occhi al Cielo, certi che solo là può esserci la sorgente della gioia. Scopriamo che la cosiddetta felicità ‘da quattro soldi’, che il mondo offre, è di fatto manipolata dagli interessi economici, come fosse ‘un’industria che deve tirarè. Si cercano uomini che si distinguano per le ‘speranzè che cercano di suscitare, e li si chiama ‘profeti’: ‘profeti dell’economia’, ‘profeti della storia’, ‘profeti della moda’ e via dicendo.

Un modo improprio di usare una così sorprendente e misteriosa parola: profeti! Forse nella nostra offuscata mentalità, diamo del ‘profeta’ a chi offre delle prospettive: spesso ‘profeti’ che non vedono però più in là del proprio naso. Oppure - ed è una moda diffusa - ci si affida ai maghi-profeti, che di vero hanno solo la ricchezza che accumulano a scapito dei loro simili, solo più ingenui e sprovveduti. Nel Vecchio Testamento i profeti hanno sempre avuto un ruolo di guida e di speranza. Il termine ebraico di profeta contiene tre missioni: chiamare, disturbare, annunciare. I profeti hanno la coscienza di essere ‘vocè di Dio, che indica la strada da percorrere. Parlano ‘a nome di Dio’. Educano alla fede. Il popolo li considerava ‘un grande dono di Dio’, anche se spesso, interpellando le coscienze e richiamando sui vizi... li uccideva! Ma poi, quando venivano a mancare, il popolo si sentiva sbandato, smarrito e così si lamentava: "Non vediamo più le nostre insegne, non ci sono più profeti e nessuno di noi sa fino a quando" (Salmo 74, 9).

San Tommaso d’Aquino descriveva il profeta - e ciascuno di noi è ‘profeta’ dal Battesimo - come uno che sa guardare alla storia con due occhi dietro le spalle, rivolti al passato, e due occhi che scrutano il futuro, per così fondare il presente. Viene da chiederci: viviamo da profeti, memori del passato e rivolti ad un futuro che sappiamo essere nel Cuore di Dio? Una giovane catechista aveva preparato i suoi bambini a scuola per il Natale, spiegando loro il ruolo del profeta Giovanni Battista e dei profeti, in genere, nella lunga attesa del Messia. Alla fine per rendersi conto se avevano ben compreso chiese ad uno di loro chi fosse un profeta. Si sentì rispondere che ‘il profeta è uno che ascolta la Parola di Dio con il cuore nell’orecchio’. Una definizione azzeccata!

Un fatto è certo: i ‘profeti’, anche nei nostri tempi - e ce ne sono tanti - colpiscono per la loro meravigliosa libertà di vita: non sono contro nessuno, eppure sferzano senza mezzi termini le barriere che l’uomo pone per nascondere le vie del Signore, i camuffamenti, le ipocrisie, le devianze, tutti protesi a proporre una visione di verità, che sia chiara come il cielo terso, ed esalti il grande amore che è Dio, origine e fine di tutto. Ogni loro parola, ogni gesto, affonda le radici nella grandezza del passato dell’uomo e getta ponti verso l’infinito. Il vero profeta - ed ogni cristiano lo è - pensa sempre in grande, ama in grande. È perseguitato, perché disturba, ma attira immensamente, perché offre spazi di vera vita. Egli è - lo vogliamo o no - la ‘lunga traccia’ di Dio nella storia dell’umanità. Il Vangelo di oggi ci invita a riflettere sul dialogo che avviene tra il profeta Giovanni Battista, in carcere per aver rimproverato Erode sulla sua condotta, e Gesù.
  • Giovanni, che era in carcere - racconta l’evangelista Matteo – avendo sentito parlare delle opere di Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?
Gesù ai discepoli di Giovanni risponde:
  • Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vita, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!
Poi si rivolge alle folle e traccia il meraviglioso ‘ritratto’ del Battista.
  • Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Che cosa siete dunque andati a vedere? Un uomo vestito in morbide vesti? Coloro che portano morbide vesti stano nei palazzi del re! E allora cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, anche più di un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero, che preparerà la tua via davanti a te. In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista, tuttavia il più piccolo nel Regno dei Cieli è più grande di lui. (Mt 11, 2-11)
Stupendamente umano questo dialogo che, da una parte vuole ‘la conferma alla propria missionè, ossia sapere se Gesù è il Messia, e, dall’altra, offre una ‘risposta’ non solo positiva, ma l’esaltazione di chi davvero è profeta e merita ascolto. Ci sono ancora oggi tanti che cercano chi, come Giovanni, possa essere ‘una voce del deserto, che annuncia’. Lo cercano in sacerdoti o in laici cristiani, con diverse vocazioni, ma un unico carattere: gente che non bara con la fede e, con la propria vita, traccia una strada in questo mondo, che resta sempre ‘un deserto con poche speranzè. Un mondo che offre solo delusioni, quando addirittura non cerca di strappare la certezza della gioia che Dio dà ora e sempre! Se siamo sinceri, in questo nostro povero mondo tutti abbiamo bisogno di verità, di profezia, di evangelizzazione e, noi cristiani, profeti in virtù del Battesimo che abbiamo ricevuto, dobbiamo riscoprire questa vocazione, questa testimonianza che ci è chiesta.

«La gioia del Vangelo» si legge nelle prime righe dell’esortazione Evangelii Gaudium di Papa Francesco -«riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia». Mentre «il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice e opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata». Anche molti credenti cadono in questo rischio, «e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita». Mentre «quando qualcuno fa un piccolo passo verso Gesù, scopre che Lui già aspettava il suo arrivo a braccia aperte». Sperimentare e proporre agli altri la salvezza gioiosa donata da Cristo risorto e i mezzi di cui Lui si serve è la vocazione di tutti i cristiani e la ragion d’essere propria della Chiesa, è la vera profezia di cui il mondo ha bisogno. Se qualcuno «ha accolto questo amore che gli ridona il senso della vita» chiede Papa Francesco «come può contenere il desiderio di comunicarlo agli altri?”.

Sentiamo come rivolta a ciascuno di noi questa domanda e chiediamo al Signore, in questo Avvento, di essere disponibili a rispondere con la testimonianza della vita.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven dic 20, 2013 4:11 pm

      • Omelia del giorno 22 Dicembre 2013

        IV Domenica di Avvento (Anno A)



        La grande attesa di Dio-tra-noi
Per chi davvero ha fede e vive di gioia, perché Dio si fa uno di noi, per stare con noi, questi giorni, che ci accostano al Natale, sono giorni di meravigliosa attesa: un’attesa piena di stupore, che si prova quando si riceve la notizia che una persona molto cara, ‘cuore della vita’, sta per arrivare. Ma è così la nostra attesa del Natale? O non è forse vero che Gesù, che viene direttamente e divinamente a rivelare quanto Dio ci ami, fino a farsi uno di noi, ‘figlio dell’uomo’, non rischia di essere preso a pretesto per ‘celebrare’ un natale pagano? Tutti vogliamo ‘fare’ Natale e, a volte, non badiamo a spese. Si ‘usa’ il Natale di Gesù e fa tanto male! Il primato delle cose, dell’abbondanza materiale – anche quando ci si lamenta dei rincari e della crisi – a volte con ostentazioni sfacciate, sprechi incalcolabili, frutto di ingiustizie sociali - le tante povertà anche vicinissime - la quasi dimenticanza della condivisione fraterna, in effetti sono ‘una bestemmia’ al Natale di Gesù. Cerchiamo, carissimi, di evitare simili sbagli!

Tuffiamoci nella solenne liturgia del Santo Natale, che diventa ‘liturgia della carità’ verso chi soffre, ed entreremo nel mistero della grande Gioia della grotta di Betlemme, non solo, ma parteciperemo dell’annuncio degli Angeli: “Gloria a Dio in cielo e pace in terra agli uomini che Egli ama”. Proviamo, questi giorni che ci separano dal Natale, a ‘viverli’ con Giuseppe e Maria. Dovevano affrontare un lungo viaggio da Nazareth a Betlemme: un viaggio nel deserto di circa cinque giorni. Chi ha visitato la Terra Santa, sa quanto è pesante … in pulman, con l’aria condizionata! Pensate la fatica e i pericoli in quei tempi! Una fatica ancora più sofferta, perché erano gli ultimi giorni che mancavano alla nascita di Gesù. Davvero la vita di Gesù inizia nella maniera più vicina alla nostra inconfessata povertà umana! Ma oggi il Vangelo ci propone un’altra sofferenza.

Ricordiamo tutti l’episodio dell’Annunciazione. Maria, un’adolescente, viene visitata dall’Arcangelo Gabriele, che le espone il disegno del Padre, a lungo conservato nel Suo Cuore: la riconciliazione con noi, sue creature, che avevamo drammaticamente rifiutato la Sua amicizia, sola ragione della nostra creazione e vita. Dio non poteva abbandonarci per sempre. Occorreva riportare l’uomo a quel ‘sì’, mancato dai nostri primogenitori. Un ‘sì’ preparato da quello di Abramo, che lascia tutto per seguire il suo Dio, di Isacco, pronto ad essere sacrificato, di Mosè, che affronta il faraone per salvare il popolo del suo Dio, di Giobbe nella prova della sofferenza, di tanti profeti nella persecuzione, per giungere al ‘sì’ di una donna, preservata dal peccato originale, Maria di Nazareth: un ‘sì’ da cui sarebbe dipesa la salvezza dell’umanità! Il Padre attese quel ‘sì’ proprio nell’evento dell’Annunciazione, quando l’Arcangelo si fa portavoce del Suo disegno. E, sia pure dopo un giusto e umano turbamento davanti all’incredibile richiesta, quel ‘sì’ fu pronunciato: ‘Si compia in me la Sua Parola’. ‘E il Verbo si fece carne’, ossia in quel momento iniziò, come nell’Eden, il cammino di Dio tra gli uomini, percorrendo la ‘stessa via dell’uomo’ fino alla morte in croce. Ma, tante volte, non è facile, anche per noi, capire tanti fratelli e sorelle che, per fare spazio totale a Dio, fanno della loro vita un ‘sì’ totale. Così, la presenza di Dio, annunciata e germinata nel seno di Maria, in modo misterioso – come sono tutti i ‘segni dell’amore di Dio’ – incontra subito l’incomprensione in Giuseppe, che pure era ‘uomo giusto’. Così, oggi, ne parla Matteo, nel Vangelo:
  • Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme, si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: ‘Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati’. Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: ‘Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa ‘Dio-con-noi’. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa. (Mt. 1, 18-24)
L’avventura di Gesù incomincia così con una profonda sofferenza della mamma, Maria, che non può né sa spiegare il mistero dell’Incarnazione del Figlio. Difficile capire la sublimità del mistero e dell’umiltà, che è la sola vera via che conosce l’Amore quando si dona. Giuseppe, uomo giusto, - così lo definisce il Vangelo – non usa la giustizia come condanna, ma come misericordia, come è la natura di Dio Padre. Conoscendo la bellezza interiore della Vergine, si arrende davanti al concepimento in Maria, non discute sulle cause di quella gravidanza inspiegabile, e sceglie la via umanamente più misericordiosa: difende la dignità di Maria, rinunciando ad un pubblico rifiuto, – usanza di allora che sarebbe stato un condannare Maria al disprezzo di tutti – e la congeda ‘in silenzio’. Qui è la grandezza umana di Giuseppe. Quando poi Dio stesso lo illumina sulla vera identità del Figlio di Maria, nato non da uomo, ma dallo Spirito Santo, Giuseppe ritorna sulla sua decisione e ‘la prese con sé come sua sposa’. E qui è la grandezza di Giuseppe, uomo di fede.

Fa davvero riflettere questa ‘via’ che Dio sceglie per venire tra di noi. Una ‘via’ che tante volte incontra la nostra incomprensione. Noi, abituati a ragionare ‘terra, terra’... da poveri uomini! Ma la via del mistero e dell’umiltà, che è quella dell’amore che si dona, è la via di Maria, di Giuseppe e di tutti coloro che seguono Gesù. E non sarà l’unica volta in cui Maria e Giuseppe dovranno essere testimoni dell’apparente debolezza di Dio in Gesù. Rifiutato dalla città, troverà riparo, Dio, per venire al mondo, in una grotta e sarà deposto in una mangiatoia. Cercato da Erode, che, dopo la notizia dei Magi, teme in Lui un contendente al trono, dovranno difenderlo fuggendo in Egitto. Vivrà gli anni della sua adolescenza e giovinezza nell’allora sconosciuta Nazareth, come uno qualsiasi... fino all’inizio della sua missione tra di noi, che, non avendolo compreso, lo abbiamo rifiutato e messo in croce!

Ci rendiamo conto della bellezza di un tale amore di Dio che si fa uomo per noi, percorrendo le nostre strade? Ma poteva l’amore di Dio che si fa uomo, non mettersi nei nostri panni? Se siamo sinceri, ci rendiamo anche conto che questi ‘nostri miserabili panni’ avevano davvero bisogno di Qualcuno che, con l’amore, ci rendesse ‘belli’, come figli di Dio! Solo Dio poteva compiere un tale miracolo! È questo l’amore che cerchiamo, anche se poi tante volte non lo capiamo. Siamo dunque chiamati a entrare nel grande mistero del ‘Dono’ di Dio, che è il Natale di Gesù, con un cuore aperto al mistero e disponibile nell’umiltà, senza lasciarci soffocare dal commercio di doni materiali. C’è un’unica via per celebrare davvero il Natale di Gesù: come Lui farsi dono di solidarietà ai tanti che il nostro consumismo rifiuta e così sperimentare la gioia del donare. È la scelta di vita fatta da Giuseppe, accettando di diventare ‘custode’ di Maria e di Gesù, ‘una responsabilità’, il custodire gli altri, che ci riguarda tutti, come ha affermato Papa Francesco. Concludiamo dunque riflettendo e assaporando le sue parole:
  • Come vive Giuseppe la sua vocazione di custode di Maria, di Gesù, della Chiesa? Nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio; ed è quello che Dio chiede a Davide, come abbiamo ascoltato nella prima Lettura: Dio non desidera una casa costruita dall’uomo, ma desidera la fedeltà alla sua Parola, al suo disegno; ed è Dio stesso che costruisce la casa, ma di pietre vive segnate dal suo Spirito. E Giuseppe è “custode”, perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge. In lui cari amici, vediamo come si risponde alla vocazione di Dio, con disponibilità, con prontezza, ma vediamo anche qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo! Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato! La vocazione del custodire, però, non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. E’ il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. E’ il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. E’ l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, poi come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. E’ il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene. In fondo, tutto è affidato alla custodia dell’uomo, ed è una responsabilità che ci riguarda tutti. Siate custodi dei doni di Dio! E quando l’uomo viene meno a questa responsabilità di custodire, quando non ci prendiamo cura del creato e dei fratelli, allora trova spazio la distruzione e il cuore inaridisce. In ogni epoca della storia, purtroppo, ci sono degli “Erode” che tramano disegni di morte, distruggono e deturpano il volto dell’uomo e della donna. Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo “custodi” della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo! Ma per “custodire” dobbiamo anche avere cura di noi stessi! Ricordiamo che l’odio, l’invidia, la superbia sporcano la vita! Custodire vuol dire allora vigilare sui nostri sentimenti, sul nostro cuore, perché è proprio da lì che escono le intenzioni buone e cattive: quelle che costruiscono e quelle che distruggono! Non dobbiamo avere paura della bontà, anzi neanche della tenerezza! E qui aggiungo, allora, un’ulteriore annotazione: il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza. Nei Vangeli, san Giuseppe appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole, anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, capacità di amore. Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2013/2014

Messaggio da miriam bolfissimo » ven dic 27, 2013 11:00 am

      • Omelia del giorno 25 Dicembre 2013

        Santo Natale di Gesù (Anno A)
Non so se avete mai provato ad essere spettatori di un fatto vitale, meraviglioso, da non riuscire a commentarlo, perché le parole riducono, e molto, la sua bellezza, sia perché si teme che chi ascolta non riesca ad accogliere tutto lo stupore che si vorrebbe trasmettere, sia perché temete di non essere capiti o, peggio ancora, di essere fraintesi e considerati solo dei sognatori, un po’ pazzi. A me capita così ogni volta che debbo, non solo commentare i fatti che Dio compie per noi, a cominciare dal Natale di Gesù, ma soprattutto quando voglio condividere il bello che contiene: una bellezza totale, semplice, profonda ed infinita, tanto che l’evangelista Giovanni afferma: ‘A quanti l’accolsero fu dato loro di diventare figli di Dio’. L’evangelista Luca, poi, quando racconta la nascita di Gesù a Betlemme, lo fa con una semplicità disarmante, con poche parole, di una assoluta nudità, proprio per non togliere nulla all’immensità dell’Evento. Così narra:
  • Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazareth e dalla Galilea salì nella Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per registrarsi insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Ora mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo. (Lc. 2, 1-14)
Agli occhi degli uomini, troppo abituati a riempirsi di vanità e superbia, quel bambino ‘deposto in una mangiatoia’ non diceva e forse dice nulla anche a noi, insomma un racconto, il Natale di Gesù, che apparentemente può essere privo proprio di stupore. Come comunicare dunque agli uomini di oggi un tale incredibile evento? Sembra per noi impossibile che la grandezza di Dio possa coesistere con un tale interesse per noi, da mandare su questa misera terra, in pienezza di umiltà, il Suo Figlio, il Verbo eterno di Dio, ad incarnarsi, per vivere come noi e con noi, assumendo della nostra fragile vita umana tutti i limiti. Ma Dio è Dio proprio perché è Amore, dono totale di sé e ha scelto la condivisione con la nostra condizione umana per farci strada, se lo vogliamo, e poter così diventare, noi, figli del Padre. Realtà che ha il suo compimento nel sacramento del Battesimo.

Più che darsi tanto da fare a Natale per creare quell’aria festosa, che tante volte sa più di superficialità e materialismo, rendendolo solo un’occasione di festa mondana, soprattutto noi cristiani dovremmo saperlo preparare spiritualmente, per poter godere della gioia interiore che nasce dalla consapevolezza di sapere che Gesù è stato ed è tra noi, per farci appartenere alla famiglia di Dio. Purtroppo siamo troppo inondati dal rumore che impedisce il dialogo silenzioso e profondo con Dio che ci viene offerto dal Santo Natale di Gesù, quando invece dovremmo lasciarci prendere dallo stupore che crea la serenità di chi sa di essere invitato a condividere la vita stessa di Dio qui, oggi, e in Cielo, domani.

Siamo vittime del chiasso, che penetra anche nella nostra anima e soffoca la dolce atmosfera di Betlemme. Dobbiamo ricordarci che è proprio dell’amore farsi vicino in punta di piedi e comunicarsi ‘senza parlare’. Lasciarsi amare esige una ‘casa nuda’, perché l’Amore occupa tutto. Dobbiamo convincerci che ogni angolo negato a Dio è un angolo negato all’Amore e ogni angolo negato all’amore è un angolo negato a Dio. Ma se ci guardiamo dentro con sincerità possiamo scoprire quanto sia profondo il bisogno di amare e di essere amati, perché tutti ne siamo consapevoli, anche coloro che lo negano: solo l’amore dona felicità, come fece Gesù a Betlemme. Nessun clamore mondano, ma quanta felicità ha sempre sparso in chi Lo accoglie. Saremo capaci di ridare al Santo Natale la bellezza divina che Dio ci ha offerto con Gesù tra noi?

C’è nell’aria tanta tristezza e nello stesso tempo il forte desiderio che spunti per noi un motivo profondo che offra vera serenità e pace. È la pace che gli Angeli cantarono sulla grotta: ‘Gloria a Dio in cielo e pace in terra agli uomini che Egli ama’. Ma come ha affermato in un’omelia Papa Francesco: “Dobbiamo incontrare il Signore, ma è ancora più importante essere disponibili all'incontro, perché Cristo interviene sulle debolezze di ognuno di noi”.



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Messaggio da miriam bolfissimo » lun dic 30, 2013 11:57 am

      • Omelia del giorno 29 Dicembre 2013

        Santa Famiglia (Anno A)



        La Sacra Famiglia, subito alla prova
Sembra proprio che la famiglia, oggi, sia nel mirino di chi la vorrebbe o correggere o distruggere. Si preferisce non parlare più di un vincolo indissolubile, come è l’amore nel sacramento del matrimonio, ma esaltare ‘un amore senza controlli burocratici’, andando ‘dove ti porta il cuore’, ...troppe volte ‘allo sbaraglio’, come molte situazioni, a volte anche tragiche, dimostrano! Infatti sappiamo tutti che l’amore non è un bene commerciabile, che può indifferentemente passare da un acquirente all’altro, ma ha bisogno di crescere e farsi prendere la mano dall’infinito, che è la sua natura, superando le inevitabili prove. Un vero amore, voluto e scelto, fondato sul sacramento, trova sempre la forza che Gesù, presente, assicura. Non ho mai visto tanta serenità, tanto affetto, che superano la brevità del tempo in cui si vive insieme, come in matrimoni che celebrano le nozze d’argento, o d’oro e, a volte, di platino!

Oggi, sarà la mancanza di una vera formazione interiore, che ha come ingoiato i grandi valori, indissolubilmente legati alla capacità di amare, come la fedeltà, la gioia di fare della vita un dono, sarà il relativismo, il ‘mondo’, sarà quello che vogliamo, ma l’amore non è più ‘l’alito di Dio’ in noi, ma si dà il nome di ‘amore’ ad una merce ‘usa e getta’. È quello che piace al nostro mondo consumistico, ma mette a rischio la stessa civiltà. Tutte le famiglie dovrebbero pensare bene a questo, chiudendo la porta del cuore alla ‘grancassa’ di chi predica un ‘tale amore’. C’è in atto uno scontro tra fedeltà nell’amore, che assicura felicità e santità, e una ‘falsa libertà’ nel rapporto, che può solo generare confusione e tanto, ma tanto, dolore.

La Chiesa, dopo aver celebrato il Natale di Gesù, celebra oggi la festa della Sacra Famiglia. L’amore, per sua natura, crea altro amore e, nella famiglia, questa continuità o ‘incarnazione dell’amore’, siamo proprio noi: i figli. È anche vero che la famiglia, come ogni persona, conosce gioie e sofferenze. Ogni famiglia sa bene che l’attendono numerose prove. Come è accaduto anche alla famiglia di Gesù. Proprio il Vangelo di oggi ce ne offre un esempio:
  • I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: ‘Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo’. Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: ‘Dall’Egitto ho chiamato mio figlio’. Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: ‘Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino’. Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nazareth, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: ‘Sarà chiamato Nazareno’. (Mt. 2, 13-23)
Fa davvero impressione come subito la Sacra Famiglia abbia conosciuto la cattiveria umana - generata dal timore che ‘il bambino’ potesse togliere il ‘potere’! – e sia stata costretta ad una fuga durissima, dalla Giudea verso l’Egitto, attraverso il deserto, non avendo dove alloggiare: una sofferenza che ancora oggi tanti vivono, senza aiuti e anche sfruttati! Ma quel Bambino celeste non era venuto, e non è tra noi, per un confronto con il potere umano, che scatena guerre, provoca stragi e carneficine, o con altri idoli del mondo. È venuto nella povertà ed insicurezza, che è di tanti oggi: vero uomo ‘che conosce il nostro patire’. Paolo VI, visitando Nazareth, il 5 gennaio 1967, così esortava le famiglie:
  • Nazareth è la scuola in cui si è iniziato a comprendere la vita di Gesù, scuola del Vangelo. Vi si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa tanto umile, semplice manifestazione del Figlio di Dio. Forse si impara quasi insensibilmente ad imitare la lezione di silenzio. … O silenzio di Nazareth, insegnaci il raccoglimento, l’interiorità. Dacci la disposizione ad ascoltare le buone ispirazioni e le parole dei veri maestri. Insegnaci la necessità del lavoro, dello studio, della meditazione, della vita interiore personale, della preghiera, che Dio solo vede nel segreto. Nazareth ci insegni che cosa è veramente la famiglia, la sua comunione di amore, il suo carattere sacro e inviolabile. Impariamo da Nazareth come è dolce e insostituibile la formazione che essa dà. Impariamo come la sua funzione sia all’origine e alla base della vita sociale.
In questa festa della Sacra Famiglia preghiamo per tutte le famiglie, a cominciare da quelle che soffrono o sono in difficoltà, con le parole di Papa Francesco:
  • Gesù, Maria e Giuseppe,
    in voi contempliamo
    lo splendore dell’amore vero,
    a voi con fiducia ci rivolgiamo.

    Santa Famiglia di Nazareth,
    rendi anche le nostre famiglie
    luoghi di comunione e cenacoli di preghiera,
    autentiche scuole del Vangelo
    e piccole Chiese domestiche.

    Santa Famiglia di Nazareth,
    mai più nelle famiglie si faccia esperienza
    di violenza, chiusura e divisione:
    chiunque è stato ferito o scandalizzato
    conosca presto consolazione e guarigione.

    Santa Famiglia di Nazareth,
    il prossimo Sinodo dei Vescovi
    possa ridestare in tutti la consapevolezza
    del carattere sacro e inviolabile della famiglia,
    la sua bellezza nel progetto di Dio.

    Gesù, Maria e Giuseppe,
    ascoltate, esaudite la nostra supplica. Amen


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » mar gen 07, 2014 9:46 am

      • Omelia del giorno 1 gennaio 2014

        Maria Santissima Madre di Dio (Anno A)



        Buon Anno nel Nome di Maria Santissima
Mi affretto a fare gli auguri di un anno pieno di Grazia, di Pace e serenità, non solo a voi miei carissimi, ma a tutti gli uomini. E Dio solo sa – e noi con Lui – quanto bisogno c’è che il tempo che ci è donato da vivere su questa terra non sia un diario in bianco o, peggio ancora, un diario con troppi errori, alcuni madornali, che ci fanno male. L’anno appena trascorso certamente è stato ricco di azioni belle che, credo, tutti abbiamo compiuto davanti agli occhi del Padre, e Lui le conserva, così come ormai fanno parte della nostra storia tutte le manchevolezze, gli errori, che affidiamo con fiducia alla Sua Misericordia. La vera sapienza, che è dono dello Spirito, per tutti, ci insegna infatti ad affidare alla Misericordia di Dio ciò che ormai non possiamo cancellare, ossia il passato, nel bene e nel male, per ritornare ad essere capaci di usare ogni istante della vita come programma di bene, riempiendo il diario delle nostre giornate di azioni buone agli occhi di Dio e degli uomini. Viviamo ogni giorno – anche perché non sappiamo se sarà ‘uno dei tanti’, che Dio ci dona, o uno fra gli ultimi – come la grande occasione per essere ‘uomini di buona volontà’.

Oggi la Chiesa celebra la Solennità di Maria, Madre di Dio, come per darci una sicura compagnia nel nostro cammino quaggiù. Per chi crede è una meravigliosa occasione per, non solo meditare, ma per metterci nel Suo Cuore di Mamma, donataci da Gesù in croce. È un ineffabile dono quello di Gesù: darci per Mamma, Sua Mamma! E la fede ci conferma che la Madonna non ci è Mamma ‘per modo di dire’, ma dal Cielo lo è con un Amore tenero e sollecito. Conosce ognuno di noi e ci accompagna, non permettendo che restiamo soli. Se anche non la vediamo vicina fisicamente, lo è di fatto. Come le nostre mamme, del resto, ma molto più potente! E che ci è vicina ce lo ricordano le tante apparizioni tra di noi, in cui con chiarezza, ci consiglia, come le nostre mamme, e ci dà il segno che ci segue. E come si fa sentire la Sua vicinanza quando recitiamo il Santo Rosario! Il Vangelo ce la presenta, già dal Natale di Gesù, come Mamma che, davanti a ciò che succede, ‘custodisce tutto, meditandolo nel suo cuore’.
  • In quel tempo – racconta Luca – i pastori andarono senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo. (Lc 2, 16-21)
Piace ripensare alle parole di Papa Francesco, pronunciate il giorno della Festa dell’Immacolata, che unisce il nostro destino a quello di Maria.
  • Il mistero di questa ragazza di Nazareth, che è nel cuore di Dio, non ci è estraneo. Non è lei là e noi qui. No, siamo collegati. Infatti Dio posa il suo sguardo d’amore su ogni uomo e ogni donna! Con nome e cognome. Il suo sguardo di amore è su ognuno di noi. L’Apostolo Paolo afferma che Dio «ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati» (Ef 1,4). Anche noi, da sempre, siamo stati scelti da Dio per vivere una vita santa, libera dal peccato. É un progetto d’amore che Dio rinnova ogni volta che noi ci accostiamo a Lui, specialmente nei Sacramenti. Allora, contemplando la nostra Madre Immacolata, bella, riconosciamo anche il nostro destino più vero, la nostra vocazione più profonda: essere amati, essere trasformati dall’amore, essere trasformati dalla bellezza di Dio. Guardiamo lei, nostra Madre, e lasciamoci guardare da lei, perché è la nostra Madre e ci ama tanto; lasciamoci guardare da lei per imparare a essere più umili, e anche più coraggiosi nel seguire la Parola di Dio; per accogliere il tenero abbraccio del suo Figlio Gesù, un abbraccio che ci dà vita, speranza e pace.
E sentiamo anche come rivolte oggi a ciascuno di noi le domande che pose in un’altra occasione, proprio guardando a Maria come il modello della Chiesa, che siamo noi:
  • Maria la fede l’ha vissuta nella semplicità delle mille occupazioni e preoccupazioni quotidiane di ogni mamma, come provvedere il cibo, il vestito, la cura della casa… Il “sì” di Maria, già perfetto all’inizio, è cresciuto fino all’ora della Croce. E lì la sua maternità si è dilatata abbracciando ognuno di noi, la nostra vita, per guidarci al suo Figlio… E noi, ha aggiunto il Pontefice, “ci lasciamo illuminare dalla fede di Maria, che è Madre nostra? Oppure la pensiamo lontana, troppo diversa da noi? Nei momenti di difficoltà, di prova, di buio, guardiamo a lei come modello di fiducia in Dio, che vuole sempre e soltanto il nostro bene?
Guardiamo dunque alla Mamma celeste e chiediamole un cuore simile al Suo, capace di aprirsi alla parola di Dio, che si manifesta negli eventi, ‘custodendo’ le persone e le situazioni, perché il piano di Dio possa realizzarsi nel mondo.
Rinnovo a tutti il mio augurio di BUON ANNO e prego e benedico.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2013/2014

Messaggio da miriam bolfissimo » mar gen 07, 2014 9:47 am

      • Omelia del giorno 5 Gennaio 2014

        II Domenica dopo Natale (Anno A)



        Gesù venne tra i suoi
La Chiesa giustamente continua a farci respirare la bellezza del Natale di Gesù, Dio tra noi e con noi. Noi siamo abituati a volte a ricordare eventi di particolare intensità, ma che sono di breve respiro, magari soffocati da oscurità di ogni genere. Ma il grande Evento di Dio, che si fa uno di noi, per riportarci a Casa, il Cielo, nelle braccia del Padre, è una festa che dovrebbe essere di tutti i giorni. C’è nel Vangelo di Giovanni un inizio che celebra la solennità di Dio, il Verbo, che si fa carne. È come un credo che è il fondamento del nostro essere di Cristo e che fino a pochi anni fa si ripeteva alla fine di ogni sacrificio eucaristico, come un dirci: ‘Ricordati quanto Dio ti ama!’. Leggiamolo insieme, questo testo, che è la bellezza del nostro credo:
  • In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di Lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di Lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne trai suoi, e i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi: e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: ‘Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me.’ Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato. (Gv. 1, 1-18)
È un meraviglioso ‘credo’, suggerito dallo Spirito Santo a Giovanni. Colpisce quel leggere la non accoglienza di tanto Dono: ‘venne tra i suoi e i suoi non l’hanno accolto’, ma subito, l’evangelista definisce la sorte di quanti Lo accolgono: ‘A quanti però l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio’. E noi siamo tra quelli che Gli chiudono la porta in faccia o tra i beati che gli spalancano la porta della fede e del cuore? E’ il grande interrogativo che ci pone oggi il Vangelo. Commenta il ‘nostro’ caro Paolo VI:
  • Cristo è venuto per tutti. Cristo sarà raggiunto da chi vuole raggiungerLo. La sua salvezza non ci sarà data senza una nostra cooperazione. Non è magica, non è automatica la sua salvezza. Non è un dono imposto a chi non vuole riceverlo. L’economia della misericordia non ci dispensa da un nostro sì, libero e personale, di buona volontà, da una collaborazione di accettazione. Anzi la venuta di Cristo fra noi fa risaltare, come una scelta drammatica, la vocazione della nostra libertà nel gioco della nostra salvezza. Chiamati ad un soprannaturale destino, siamo liberi, siamo responsabili, della scelta con cui noi lo applichiamo o da noi lo respingiamo. (25 dicembre 1960)
Ed è vero: è meravigliosa e nello stesso tempo drammatica la libertà di accogliere Gesù nella nostra vita o di ignorarne addirittura la presenza o l’esistenza, come se Lui nulla avesse a che fare con la nostra vita. Davvero incredibile. Eppure, se ci guardiamo intorno, è facile incontrare fratelli e sorelle che vivono come se Gesù non fosse mai nato e non fosse la ragione stessa della vita di ogni creatura. Come sono vere le parole dell’Apostolo Giovanni: ‘Venne tra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio’. È la grande scelta che si fa concreta nella vita di ciascuno di noi. Saremo capaci di scegliere bene? Vorrei fare mio l’augurio e la preghiera che Paolo, l’apostolo, scrive agli Efesini:
  • …io, Paolo, avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete verso tutti i santi, non cesso di rendere grazie per voi, ricordandovi nelle mie preghiere, perché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria è la sua eredità fra i santi. (Ef. 1, 3-17)
Grazie, Padre, perché in Gesù ci hai resi tuoi figli
e ci hai fatto conoscere il tuo progetto di amore
su ognuno di noi e sull’umanità intera.
A noi, che abbiamo contemplato in questi giorni,
il Mistero dell’Incarnazione del Tuo Figlio,
dona di accogliere e di realizzare questo progetto nella nostra vita.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2013/2014

Messaggio da miriam bolfissimo » mar gen 07, 2014 9:47 am

      • Omelia del giorno 6 Gennaio 2014

        Epifania del Signore (Anno A)



Oggi, come i Magi, vorremmo ‘seguire la stella’ per provare poi la gioia di avere trovato Gesù. Così ce li presenta il Vangelo:
  • Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, alcuni magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: ‘Dov’è colui che è nato, il Re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo’. (Mt. 2, 1-12)
La risposta è davvero drammatica. Per Erode, il solo pensiero, che nella sua corte si accennasse a qualcuno, che si riteneva fosse venuto a prendere il suo posto, gli fa perdere la ragione, e così prende la sola decisione possibile di chi è ottenebrato nella mente e nel cuore dal proprio egocentrismo distruttivo, da un vero delirio di onnipotenza, ossia cercarlo per ucciderlo. Erode non poteva permettere che altri, al di fuori di lui, potesse gestire il potere e governare i sudditi. Si considerava l’unico capace di governare, o forse più semplicemente considerava il potere come l’unica via per garantirsi i privilegi di cui godeva. Un’assurdità, che farebbe sorridere, se non si considerano le conseguenze! Basterebbe dare uno sguardo alla storia di sempre, dove gli uomini che governano o hanno un posto di prestigio, troppo spesso ne hanno seguito le orme, ieri e oggi, con tutte le sofferenze che ne sono derivate per il popolo. È l’ambizione del potere che si manifesta come uso e non come servizio degli altri e chiude il cuore e inaridisce l’anima.

Non è il ‘potere regale’ di Gesù, che ha dato tutto se stesso per noi; non è la strada che, sulle sue orme, percorrono i santi o i fratelli cristiani, che concepiscono la vita come un passaggio in cui ‘servirsi vicendevolmente’, per camminare insieme verso l’unica mèta: il Regno del Padre. Il Vangelo dice che ‘Gesù era appena nato’, aveva appena aperto gli occhi di bambino su questa terra, emesso il suo primo vagito, che già ‘chiamava’ a Sé, tramite i Magi, tutte le genti, per proclamare la Buona Novella che Dio ama talmente il mondo ed esprime il Suo amore, mandando proprio Lui, il suo Figlio prediletto, l’Emmanuele, il Dio-con-noi. Questo annuncio dona tanta gioia a noi ‘uomini di buona volontà’, che eravamo senza un futuro con Dio. E’ la gioia e l’immensità di amore che Dio continua ad annunciare a ciascuno e a tutta l’umanità con il Santo Natale. Avevano fatto tanta strada, i Magi, attirati dalla stella, che certamente per loro era un segno di un qualche evento straordinario: non sapevano tutto, non conoscevano tutto, ma si erano affidati al mistero di quel segno. Erano uomini che amavano la luce, quella che brilla dentro, nell’anima, quella che illumina ogni uomo e gli fa capire il senso e la verità di se stesso e quindi la vera felicità, ma solo se vuole lasciarsi… illuminare!

I Magi non erano uomini disposti a farsi deviare, nella ricerca di questa luce inattesa, dalla stupidità o dal non senso del loro tempo; dalla cecità con cui tante volte gli uomini percorrono le vie della vita. Erano persone, i Magi, - e con loro tanti fratelli e sorelle ieri e oggi - che volevano arrivare fino in fondo alla ricerca. La verità, quella luce apparsa, era per loro più importante della stessa vita e valeva la pena di affrontare ogni fatica. È la storia dei santi di ogni tempo … anche oggi. Del resto Dio li teneva e ci tiene come sotto il suo sguardo: tracciava e traccia nel cielo o nelle ispirazioni interiori la via da percorrere, ‘ognuno con la sua stella’, fino a fermarli e fermarci solo quando giungono alla capanna di Betlemme o alle ‘nostre Betlemme’. Ne conosco tanti ‘magi’ tra di noi, anche se sfuggono all’attenzione di troppi. Ne ho conosciuti alcuni per cui è anche ‘venuto il tempo’, non solo di vivere la ricerca, ma anche di darne testimonianza con la vita. Pensiamo anche solo a Madre Teresa di Calcutta, a Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII, santi del nostro tempo. La proclamazione della loro santità è proprio mostrare al mondo, come anche ai nostri tempi, come in ogni tempo, vi sono uomini e donne che dopo aver tanto cercato Gesù, lo hanno incontrato e vissuto per lui, donandosi ai fratelli. Sono tanti i fratelli e le sorelle che, proprio nel nostro oggi, in tante parti del mondo, rischiano ogni giorno la vita, per la loro fede in Gesù: sono i testimoni viventi del Maestro, l’epifania del Signore, che interpella noi e la nostra fede. Sì perché – rincresce dirlo – troppo ci siamo adattati all’oscurità di questo mondo, che non può offrire una stella che ci indichi un’attuale Betlemme con Gesù e che valga la pena di raggiungere.

La testimonianza di tanti nostri fratelli ci aiuti dunque a ‘cercare la stella’, che Dio fa risplendere nella vita di ciascuno, per giungere all’incontro con Gesù, risorto e vivente, l’unico che può davvero dare senso e pienezza alla nostra esistenza. Ricordiamolo sempre: nella vita c’è per tutti la buona stella, ossia quella luce interiore, che ci indica la strada da percorrere. Ma siamo capaci di scorgerla e seguirla? Ricordiamoci che lontani da Gesù c’è solo oscurità e smarrimento, che sono facili da notare, oggi, sul volto di tanti, troppi: è un vivere senza sapere dove si va e qual è la via da percorrere. Non resta che chiedere la fortezza dei Magi di ieri e di oggi, decisi ad arrivare fino in fondo. Gesù non si stanca di attenderci, con Maria, sua madre, per poterci far partecipare alla loro gioia. Così, Paolo VI, il 6 gennaio 1964, proclamava la bellezza e necessità che Cristo sia la vera luce del mondo:
  • Il Cristo che noi portiamo all’umanità, è il ‘Figlio dell’uomo’: così si chiamava lui stesso. È il primogenito, il prototipo della nuova umanità, il fratello, l’amico per eccellenza. Solo di lui si può dire in tutta verità che egli ben sapeva cosa ci fosse nell’uomo. Egli è l’inviato di Dio, ma non per condannare il mondo, ma per salvarlo. È il buon pastore dell’umanità … Accogliamolo.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2013/2014

Messaggio da miriam bolfissimo » lun gen 13, 2014 9:28 am

      • Omelia del giorno 12 Gennaio 2013

        Battesimo del Signore (Anno A)



        Il Battesimo di Gesù
Leggendo il Vangelo che la Chiesa ci offre da meditare, credo che molti si chiederanno come mai il battesimo veniva amministrato da Giovanni Battista, prima di Gesù. Cosa voleva allora ed oggi essere battezzati? Che senso ha il mio battesimo? Sappiamo che nel piano di salvezza di Dio, Giovanni il Battista, voluto dal Padre, in modo straordinario fin dalla nascita, doveva essere ‘la voce che grida nel deserto per preparare la via del Signore’. Ed era talmente forte la sua testimonianza che molti correvano a lui. Lo ascoltavano, mettevano in discussione il proprio modo di vivere e chiedevano a Giovanni: ‘Che cosa dobbiamo fare?’. Suggellavano così la loro volontà di cambiamento immergendosi totalmente nelle acque del Giordano, facendosi versare l’acqua sulla testa da Giovanni. Quel lavarsi era un professare apertamente quanto gli Ebrei avevano fatto per mano di Dio, proprio nel passaggio del Giordano: lasciare la sponda della schiavitù e conquistare la libertà, che era vivere pienamente dentro il Patto di amicizia, l’Alleanza, che Dio aveva fatto con il suo popolo. Anche Gesù va da Giovanni:
  • In quel tempo – racconta il Vangelo – Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: ‘Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?’. Ma Gesù gli rispose: “Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia”. Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. (Mt. 3, 13-17)
Quello di Gesù non è un battesimo di conversione, ma la solenne proclamazione di chi veramente egli era in cielo e sulla terra. Noi cristiani normalmente iniziamo la nostra vita di figli di Dio, di cui il Padre si compiace, nel nostro Battesimo. È per quell’atto sacramentale che riceviamo il dono della pienezza della figliolanza. Ed è per questo che ogni nascita a Dio, nel battesimo, è davvero una grande festa, perché da creature senza futuro, diventiamo realmente figli di Dio. Non so cosa sia più dolce, dire ‘papà’ a Dio che ci ha creati o dire ‘papà’ a Dio Padre che ci rende nel battesimo suoi figli, per sempre. Non so se sia più inebriante la tenerezza di una mamma o la tenerezza di Dio che in quel momento diventa il nostro incredibile e meraviglioso ‘Papà’. Veramente non si dovrebbe fare festa solo quel giorno, ma il nostro battesimo dovrebbe essere festa di tutti i giorni, sapendo che, in quanto figli, siamo davvero nel Cuore e nella Provvidenza del Padre che ha cura di noi, ‘di ogni capello del nostro capo’!

Nella vita molti – purtroppo non tutti – abbiamo fatto esperienza della sicurezza dataci dalla presenza del nostro papà, che ci ha tracciato la via con la sua testimonianza di affetto e di dedizione. Piace ricordare il mio papà. Eravamo sette fratelli, molto vivaci. Mamma non riusciva sempre ad ottenere docilità, ma ogni volta che con noi c’era il papà, si creava un clima di serena serietà. Ci insegnava ad essere uomini, ma ancora di più, cristiani. Ogni domenica ci accompagnava tutti alla Santa Messa e vegliava sulla nostra condotta. Non solo, ma a pranzo chiedeva che cosa il parroco avesse detto nella predica, per misurare la nostra reale attenzione. Quando gli manifestai la mia volontà di farmi prete (ero ancora un bambino anagraficamente!) mi rispose seriamente: ‘Sappi che quello che chiedi è cosa grande e spero ti abbia ispirato Dio. Non è uno scherzo! E mi fece da guida negli anni della mia preparazione. Ricordo che il giorno dell’ordinazione sacerdotale, a Novara, non ebbe la forza, tanta era la commozione, di ‘legarmi’ le mani, durante la cerimonia e dovette intervenire mio fratello maggiore. Se grande e forte è stato l’amore del nostro papà, possiamo forse immaginare l’immensità incommensurabile dell’Amore del Padre? Quale grande dono essere Suoi figli.

Il cardinal Ballestrero, quando era arcivescovo di Torino, riguardo alla vocazione e missione dei laici nella Chiesa, parlando del battesimo così affermava: “Punto di partenza per tutti i laici è il Battesimo, fonte inesauribile che crea nuovi figli di Dio, nuovi fratelli di Cristo, nuove creature … dal battesimo nasce e si sviluppa la varietà delle vocazioni, dei ministeri e dei carismi al servizio del Regno di Dio. Dal battesimo fluiscono le mirabili ricchezze nella Chiesa”. Il Concilio, parlando dei battezzati, ha parole ancora più solenni, parole che ci danno la profondità di quanto il Padre disse di Suo Figlio: ‘Questo è il mio figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto’. È popolo eletto di Dio, un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Nessuna ineguaglianza quindi in Cristo e nella Chiesa. È veramente tracciata la natura, la bellezza di ogni battezzato, tutti insieme nel popolo di Dio, che è la Chiesa.

C’è dunque da domandarsi seriamente come mai ci sia così poca considerazione di un tale dono da parte di tantissimi che essendo stati battezzati sono di fatto figli di Dio. A volte si ha l’impressione che ricevere questo sacramento sia diventato un rito più che la consapevolezza del dono. Come mai non si sente la gioia e il desiderio di esprimerla, proclamando: ‘Io sono battezzato!’. È sempre il cardinal Ballestrero che diede la risposta: ‘Non lo sanno e non sono convinti. In genere si rivolgono alla Chiesa come ad una realtà diversa, ‘altra’, in cui hanno poco spazio i sacramenti, l’annuncio della Parola.



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Messaggio da miriam bolfissimo » ven gen 17, 2014 11:13 am

      • Omelia del giorno 19 Gennaio 2014

        II Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Cercare Gesù
Vi è oggi una ricerca, che si fa sempre più intensa, anche là e in chi meno ce lo aspettiamo, ed è quella di conoscere veramente, più profondamente e intimamente, Gesù. Può anche sembrare un fatto assurdo che, dopo duemila anni, in cui tutta la civiltà occidentale è stata immersa nel Cristianesimo, tanto che questi ne ha dettato temi e linee sia nell’arte, sia nella cultura in generale, oggi pare si sia nuovamente come all’inizio della conoscenza di Gesù, come se Lui, il Signore e Maestro della storia, fosse nato solo ieri. Ci si accorge lentamente, ma sempre con maggiore consapevolezza, - e questo è uno degli indici di speranza del nostro tempo – che Gesù non è una figura leggendaria e neppure solo un personaggio storico da tramandare alla memoria o da riporre in una nicchia. Sentiamo che Lui, Gesù, il Risorto, è parte della nostra stessa vita. Ci si rende conto che la nostra identità non è più solo ‘nostra’, ma è chiamata a diventare ‘Sua immagine’. Ci si accorge che senza di Lui il nostro volto perde ogni contorno, si deforma, può diventare mostruoso, se non riflette il Suo volto, stupendo e vitale.

Abbiamo ormai la certezza che la nostra gioia non è più vera gioia se non attingiamo a piene mani al senso della vita che solo Lui può donarci; le nostre mani rimangono vuote di fatti veri se non diventano mani di Gesù ed infine che il nostro cuore è un baratro spaventoso, anche quando crede di amare, se il nostro amore non è continuamente rigenerato ed alimentato da Lui che è davvero l’essenza dell’amore, perché solo ‘Dio è carità’. Ogni nostro discorso di pace diventa un vuoto scorrere di parole, che si ripetono come un ritornello per tutta l’esistenza umana, se a riempirle non c’è Lui, Gesù: ‘Vi dò la mia pace’. Il nostro stesso desiderio di verità, di bene, la stessa nostra vita diventa un girare a vuoto nella nebbia se non trova fondamento in Lui, Gesù: ‘Io sono la Via, la Verità e la Vita’. Se per noi è come trovarci sulla sponda del Giordano, accanto a Giovanni Battista, con la volontà di una conversione, di un cambiamento di vita, in attesa di ‘Uno’ che sia la vera salvezza del mondo, è già molto. Sarebbe così tremendamente tragico se continuassimo a camminare o vivere una vita che è tenebra, scrollando le spalle al desiderio di Luce, che è Gesù: ‘Io sono la luce del mondo’.

Parlavo un giorno ad un’assemblea di giovani. Si dibatteva sul solito tema di come vincere la violenza e la mentalità dell’aggressività, che l’uomo ha e continua a diffondere intorno a sé, fino ad ‘organizzarla’ nella criminalità. ‘Bisognerebbe – affermavo – che gettassimo alle spalle la stupida corsa dietro ai simboli del mondo, di ogni tempo, del nostro tempo, che sono il prestigio, la ricchezza e il potere, in sintesi la voglia di dimostrare di essere ‘qualcuno’, per rivestirci delle bellezze di Cristo, fino a rivelare il Suo volto attraverso il nostro e poi scoprire il Suo volto nel volto di ogni nostro fratello. ‘Ma Padre – rispose un giovane – penso che pochi sarebbero disposti a deporre le maschere del benessere, anche se rende schiavi. Continuiamo a condannare quello che costruiamo, a soffrirne per poi magari chiederci come cambiare. E allora che fare?’. Ci vuole la professione di fede di Giovanni Battista che oggi leggiamo nel Vangelo:
  • In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: ‘Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: ‘Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me’. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele’. Giovanni testimoniò dicendo: ‘Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: ‘Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo’. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio. (Gv. 1, 29-34)
Con questa testimonianza certamente Giovanni avrà provato tutta la pace e la gioia di chi, per dono di Dio, ha potuto contemplare il Volto del Padre nel Cristo Suo Figlio. Come accade con tanti fratelli nella fede che, a volte, quando parlano di Gesù, testimoniano un grande Amore, possibile a viversi sopra la terra. Non dicono solo parole, ma riflettono negli occhi e nella vita la Sua Luce, tanto da illuminare chi li accosta e l’ambiente stesso in cui vivono. Noi purtroppo davanti a Cristo siamo spesso in contraddizione: forse lo vorremmo, ma abbiamo anche paura di appartenergli.
O Gesù molte volte ti gridiamo che Tu sei il nostro Tutto. Tutto, perché ogni realtà è nulla se non ci sei Tu. Sappiamo per esperienza quanto vuoto ci sia nel vivere senza di Te. O Gesù ti abbiamo sempre davanti agli occhi, appeso ad una croce, ma abbiamo anche la sensazione di averti appeso noi, perché Tu non possa muoverti liberamente nella nostra vita. Scendi, ti preghiamo, da quella croce, entra nella nostra vita, muoviti in essa liberamente, fino a diventare la nostra resurrezione, il nostro Amore senza fine, che vogliamo riversare sui nostri fratelli.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2013/2014

Messaggio da miriam bolfissimo » ven gen 31, 2014 9:00 am

      • Omelia del giorno 26 gennaio 2014

        III Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Convertitevi, perché il Regno di Dio è vicino
A trent'anni Gesù lascia alle spalle il lungo silenzio e l'ombra dell'umiltà della sua vita nascosta a Nazareth. Una vita semplice, come la vivono quasi tutte le persone in questo mondo. Una vita, in quanto uomo, certo intensamente e tutta tesa a capire, accogliere e vivere la missione che il Padre gli aveva affidato per la nostra salvezza. Lui era il servo vivente dell'amore che Dio ha per noi. Difficile entrare in questo incredibile dono che il Padre ha concesso all'umanità, a ciascuno di noi, inviando Gesù per vivere come noi, con noi ed alla fine dare la vita per riaprire il Cielo che si era chiuso, per il nostro no al Suo Amore. Gesù tra noi era ed è il segno inconfutabile dell'amore del Padre. Viene da chiedersi se comprendiamo la bellezza che siamo e la preziosità che abbiamo agli occhi del Padre, che non ci abbandona, ma ci fa dono del Suo stesso Figlio per ‘ricrearci'.

Gesù ha tracciato la strada per fare ritorno a Dio, con Lui, per Lui e in Lui possiamo ‘morire e risorgere', ma tocca a noi, con la nostra libera volontà di amore decidere di camminare per questa strada, che è la santità. Gesù non aveva fretta di mettersi al lavoro pubblicamente. Era necessario un lungo tempo per poter meditare e tessere quella dottrina del Vangelo che è il modello di vita per tutti... sempre che comprendiamo il senso e la ragione della nostra vita. Dio non ci ha donato la vita per un momento di prova su questa terra, ma, ai suoi occhi, nel suo progetto per l'umanità, la mia, la vostra vita è un dono che, seppur in diverse forme, dovrebbe essere tutta indirizzata - almeno così dovrebbe essere - a capire la volontà di amore del Padre, costruendo giorno per giorno quella santità, che è semplicemente tornare ad essere veri figli, degni del Regno dei Cieli. Ricordiamocelo sempre: vivere è costruire il nostro vero domani, dopo questo breve pellegrinaggio terreno. Ma diciamocelo anche con verità: è questo il senso profondo ed il cammino della nostra vita o a volte non è piuttosto, il nostro, quasi un girovagare senza senso?

Gesù ha vissuto la sua missione tra noi e, così facendo, ha tracciato il cammino della vita verso il Cielo, unica ragione del nostro esistere. C'è davvero tanto da meditare e seriamente su come viviamo, se lo confrontiamo con la vita di Gesù e con il fine che il Padre ha dato alla nostra vita. La vita qui è un momento, un passaggio, una prova se vogliamo, ma qual è il senso che le diamo? Perché viviamo? Come viviamo? Per chi viviamo? È un cammino verso il Cielo o un vagare nella confusione e verso il nulla? Gesù inizia la sua missione nel momento in cui Giovanni Battista, l'ultimo profeta, mandato a ‘preparare le vie del Signore' e indicare la venuta tra noi del Messia, dal deserto, in cui viveva, invita tutti a cambiare mentalità e vita, senza eccezioni. Giovanni esprimeva questa necessità di cambiamento con un segno pieno di significati biblici: il battesimo di penitenza, ossia immergersi nel Giordano, come a morire a questa vita, per poter ritrovare quella vera, come il Padre aveva pensato. Anche Gesù, uomo tra gli uomini, si fa battezzare.

Giovanni viene arrestato e tutti sappiamo il perché: era ‘una voce', che dava fastidio e che conveniva far tacere, e così fu gettato in carcere. Narra il Vangelo: Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nazareth e andò ad abitare a Cafarnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zabulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: ‘Terra di Zabulòn e terra di Neftàli, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta'. Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: ‘Convertitevi, perché il Regno dei Cieli è vicino' (Mt. 4, 12-17). Vorremmo fermare la nostra storia qui, per un attimo: noi, che ci diciamo cristiani e con troppa facilità sbandieriamo a proposito e a sproposito questa qualifica, che invece esige grandissima responsabilità, guardiamo a Gesù. Nel momento in cui inizia la sua missione, realizza tutte le profezie che erano state fatte su di Lui, Verità incarnata, senza più tentennamenti.

Ormai non era più tempo di promesse, ma di mantenere le promesse del Padre, fatte al Suo popolo, con la Sua stessa vita, tutta donata. Dio fino a quel momento aveva preparato il terreno, il suo incredibile disegno di amore, per ‘un popolo che camminava nelle tenebre', ma ora in Gesù, nella semplicità, che nulla ha a che vedere con il chiasso delle nostre parole spesso vuote, inizia il compimento della Sua opera, attraverso l'immensa e divina missione del Figlio. Anche Gesù ha iniziato l'opera di salvezza per gli uomini nel silenzio, non ha cercato pubblicità, ma con la Sua stessa vita donata è diventato, ieri come oggi, la ‘grande Luce che viene ad illuminare‘ ogni uomo, senza eccezioni, per condurci con Sé nel Regno del Padre, ‘preparato per noi, fin dalla fondazione del mondo'. Da qui viene l'annuncio che Dio ci rivolge anche oggi di convertirci e credere alla Sua Parola, che ci ha lasciato in Gesù.

Ma conta davvero nella nostra vita la Parola di Gesù? La conosciamo? La meditiamo? La sentiamo viva ed efficace? O ci lasciamo sommergere da tante vuote e insensate parole, in cui siamo immersi? Sentiamo come rivolto a noi, a me, l'invito di Gesù, il Vivente: ‘Convertitevi, ora è vicino il Regno di Dio'? Quel momento della vita di Gesù, l'inizio della sua missione, è stato il momento di svolta per tutta l'umanità. Si sono aperte le porte per un Paradiso, che nessuno poteva minimamente sognare, ma che oggi dovrebbe essere l'unico domani di speranza, che costruiamo con Gesù vicino. È la primaria necessità, almeno per chi sa che questa vita, qualsiasi cosa facciamo, acquista senso solo se diviene un'offerta al Padre, per preparare l'Incontro definitivo con Lui. Non possiamo nemmeno immaginarci di poter rendere questa nostra esperienza terrena un fallimento, con drammatiche conseguenze su quella eterna. È compito di ciascuno pensarci sempre e pregare. Il Signore ci ama, continua a parlarci, vuole solo il nostro bene, ‘qui‘ e ‘dopo'. Fidiamoci di Lui: questo solo conta!



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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2013/2014

Messaggio da miriam bolfissimo » ven gen 31, 2014 9:04 am

      • Omelia del giorno 2 Febbraio 2014

        Presentazione del Signore (Anno A)



        La presentazione al tempio
La Chiesa quest’anno celebra un gesto di devozione che Giuseppe e Maria vollero compiere per indicare la loro appartenenza al Padre. Allora, non essendo ancora avvenuta la redenzione di Gesù, che ci fa tutti figli nel battesimo, gli ebrei usavano mostrare la loro appartenenza, o almeno il desiderio di essere considerati figli del Padre, visitando il tempio, che era considerato il luogo della Presenza di Dio. Presentavano il primogenito come atto di sottomissione e fede in Dio. Per questo vi era la presentazione al tempio. La famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria, sentono profondamente la loro appartenenza al Padre, e sanno, che il Figlio è stato loro affidato, perché lo custodiscano, secondo la volontà del Padre, poiché Egli è venuto per la salvezza di molti.

È davvero commovente il fatto che Dio ci ami tanto. Forse non ci pensiamo e, a volte, viviamo senza lo sguardo rivolto alla vera ragione della nostra nascita, che dovrebbe essere un coraggioso e gioioso cammino verso la vera vita. La Chiesa vuole ricordarci la premura di Giuseppe nel portare la sua famiglia al tempio, come atto di fede e di amore. Ed è proprio in quel momento che la figura di Simeone, uomo giusto e timorato di Dio si rivolge a Maria, la mamma. Rileggiamo questo stupendo racconto degli inizi della vita di Gesù tra di noi.
  • Quando furono compiuti i giorni della purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: ‘Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore’ – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: ‘Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele’. (Lc. 2, 22-32)
In questa scena così semplice ed ordinaria, in cui una coppia di sposi timorati di Dio porta all’altare l’offerta dei poveri, Simeone ha gli occhi del cuore aperti e guarda con una vista molto più acuta di tutti coloro che pure sono lì presenti. È lo sguardo che proviene dallo Spirito Santo e dall’attesa vigile di vedere realizzata un’antica promessa fatta da Dio. Simeone sa che Dio è sempre fedele alle Sue promesse. Non stupiscono dunque le sue parole: sono la profezia di quanto avverrà nella vita di Gesù e Maria. Gesù sarà molto amato, ma anche molto odiato e osteggiato. La sua non sarà ‘la passeggiata di un Dio fatto uomo tra noi’, ma una vita a lungo meditata e preparata a Nazareth, con una missione di dono totale fino alla croce per la nostra salvezza. Un dono a cui Maria parteciperà con tutta se stessa: ‘Una spada ti trapasserà l’anima’.

La presentazione di Gesù al tempio non è un mistero gaudioso, ma doloroso. Maria, con Giuseppe, presenta a Dio il figlio Gesù, glielo ‘offre’. Ora, ogni offerta è una rinuncia. Comincia il mistero della sua sofferenza, che raggiungerà il culmine ai piedi della croce. Gesù, il Primogenito per eccellenza, non sarà ‘risparmiato’, ma con il suo sangue porterà la nuova e definitiva liberazione. Ma questa liberazione non avrà i toni trionfalistici che il mondo attendeva: la redenzione passa attraverso il silenzio, il nascondimento, il rifiuto e la croce stessa. È in quel racconto che vediamo, come Simeone, la nostra storia di redenti alla vita celeste. Scopriamo il vero disegno che Dio ha per noi, nel donarci il frutto della redenzione del Figlio, preparato tanto a lungo. Dio non ci ha certamente creati per una breve esistenza da vivere qui, ma ha mandato il Figlio, lo ha donato, perché seguendoLo partecipassimo della sua stessa gloria. Ma ci pensiamo?



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven feb 07, 2014 9:43 am

      • Omelia del giorno 9 Febbraio 2014

        V Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Lo sguardo di amore è luce di vita
Credo che tutti abbiamo provato l’esperienza dello smarrimento e dell’incertezza, che a volte sconfina nella paura, quando, di sera, all’improvviso se ne va la luce in casa o per la strada su cui camminiamo. Tutto prende una dimensione diversa: non sai più dove sei, cosa ti stia succedendo e dove stai mettendo i piedi. È come quando ci si trova immersi nella nebbia di notte. Ma poi appena torna la luce o il sereno si prova un immenso senso di sollievo, quasi di gioia. Oggi, se facciamo bene attenzione, l’umanità, per tante ragioni, è come se avesse smarrito la luce. A volte ci sentiamo avvolti da un profondo buio dentro e fuori di noi. Tentiamo tanti discorsi sulla pace, sull’onestà, sulla tolleranza, ma paiono avvolti dalle tenebre, tanto da dubitare se serva anche solo ascoltarli. Abbiamo bisogno di luce interiore, ma chi merita di essere oggi considerato ‘luce’. Ancor più a chi possiamo rivolgerci perché ci faccia luce? Fa davvero compassione scoprire tanti nostri fratelli e sorelle, nelle famiglie, nella società, pervasi da un buio ‘dentro’, dove si dovrebbe essere chiamati a cercare e trovare la vera strada della vita. A chi rivolgersi?

Gesù è la vera luce. Luce che illumina il mondo, ma purtroppo, ci dice l’evangelista Giovanni che, anche chi è stato creato per mezzo di Lui, spesso non sa trovare la via della luce. Basta guardarci attorno. Non riconoscere che Gesù è la luce corrisponde a scegliere di vivere nelle tenebre, ossia fuori dalla verità, e fare dell’amore per se stessi la vanità della nostra stessa esistenza, insieme a tante altre realtà del mondo, che pretenderebbero di prendere il posto alla Luce vera: una follia. Non ci scandalizziamo, allora, di questo uomo che vive nel buio. Occorre incontrare Gesù, Lui, Figlio di Dio, è la sola Luce, da cui dobbiamo farci inondare. E l’Incontro non è soltanto motivo di una gioia profonda, come quando splende il sole, ma diventa anche la responsabilità di vivere testimoniando il dono ricevuto, grazie alla Sua Presenza nella nostra vita, così da diventare noi stessi una fonte di luce e di gioia per chi ci sta vicino. Nella sua scuola di verità e di luce per la vita, Gesù ci dice:
  • Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli. (Mt 5, 13-16)
È davvero un grande compito quello che Gesù suggerisce al credente: ‘essere luce’. Ci sono fratelli e sorelle – tanti, ma non fanno rumore, proprio come la luce – che si distinguono per la loro fede vissuta e la bontà. Sono di ogni condizione, lingua, nazione… Ne ho conosciuti tanti, donne, uomini, giovani e anziani, che si imponevano all’attenzione per qualcosa di indefinito, che appartiene proprio alla luce: una luminosità interiore che invadeva anche coloro che li avvicinava. Alcuni poi si distinguono per la missione specifica che il Signore ha loro affidato. Ho avuto la gioia di stare parecchie volte con Giovanni Paolo II, che aveva per me un affetto particolare. Stando con lui si aveva davvero l’impressione di essere nella luce. Non faceva nulla di particolare, ma sapeva dare a chi gli stava vicino il senso della fede e della gioia. Era davvero la luce che splendeva, come Gesù, sul mondo. E come non pensare al nostro Papa Francesco, che con parole e gesti semplici, ma profondi e concreti, riesce davvero ad irradiare la pace, che il Signore dona ai suoi discepoli fedeli.

Quello che Gesù chiedeva ai suoi discepoli è ciò che oggi chiede ad ogni fedele, ad ogni cristiano. C’è da fare un serio esame di coscienza. Sappiamo uscire dal frastuono del mondo, per entrare nella serenità della fede e nella donazione della vita? Abbiamo coscienza che la gioia di ‘essere luce’ nel mondo dà sapore alla vita? Troppo spesso si ha l’impressione che siamo opachi e, Dio non voglia, addirittura immersi nelle stesse tenebre del mondo. Dobbiamo trovare la forza e la fede di uscire dal chiasso e dagli sviamenti che il mondo propone, sapere rientrare in se stessi dove Dio dimora e suscita serenità e gioia. Ricordo un fatto che mi colpì in bene, quando ero parroco a Santa Ninfa. Dopo il terremoto si viveva tutti nelle baracche. Venne a farci visita l’Onorevole Aldo Moro, allora Presidente del Consiglio. Quel giorno vi era la supplica di Pompei. Lasciò tutti e con me volle partecipare all’ora di adorazione al Santissimo, cui faceva seguito la supplica. Mi impressionò il suo vivere la fede senza timori. Rimase in ginocchio tutta l’ora. Quando uscì e si immerse tra la gente, molti contestavano la mancata presenza del Governo per la ricostruzione. Sorbì tutti gli urli senza ribellarsi. Gli chiesi da dove venisse tanta pacatezza e serenità. ‘Da Gesù’ mi rispose ‘ con cui sono stato per un’ora e che è sempre con me’. Una lezione di fede vera, che si tradusse, nelle seguenti settimane, in un’azione efficace e concreta a servizio della ricostruzione per le popolazioni colpite. Di quanto abbiamo bisogno di tali credenti! E quanta responsabilità per ciascuno di noi, che ora sappiamo di essere chiamati a diventare ‘luce’ e ‘sale’ per rendere questo mondo migliore!



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Messaggio da miriam bolfissimo » ven feb 14, 2014 3:37 pm

      • Omelia del giorno 16 Febbraio 2014

        VI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        Con forza Gesù fa chiarezza sulla verità e la giustizia
Non tanto tempo fa – e vale oggi e sempre – i vescovi italiani mettevano il dito nella ‘piaga’ della questione morale. Una chiarezza per fare posto alla verità e giustizia in ogni tempo e con tutti. La debolezza dell’uomo lo porta sempre, in ogni tempo, e ancora oggi, a tendere ad uno stile di vita basato sul permissivismo come regola di comportamento, cercandone anche le giustificazioni. Oggi, a volte, anche solo per il voler accennare alla necessità di essere giusti secondo Dio, ossia essere fedeli alla Legge del Signore, si rischia di essere tacciati da ‘guardiani di un passato, che deve essere seppellito’, dei retrogradi. Tranne poi dover constatare che nulla va bene, troppi sono disonesti, puntare il dito contro una ‘generazione marcia di corrotti e corruttori’, in cui non esiste più il senso di una parola che venga mantenuta, viene meno il senso del dovere personale, fino alla perdita del pudore. Tutto sembra lecito. Non vi è più capacità di discernimento tra il giusto e il falso, l’onesto e il disonesto, il lecito e il proibito.

Si è, troppe volte, oscurato il cielo azzurro e senza nubi della verità. Ma un uomo senza un ordine morale, senza una legge che sia guida e sostegno a tale ordine, assomiglia ad una casa costruita senza criteri che ne assicurino la stabilità, tanto che presto o tardi rischia di andare in pezzi. E questo vale non solo per il singolo, ma per una famiglia, una comunità, una nazione, uno Stato. Dio, che ci ha voluti simili a Sé nella santità, nella bellezza del Suo Amore e della Sua Vita, non poteva che desiderare di ornare il nostro cuore delle Sue stesse virtù: darci, insomma, una Legge che fosse l’espressione del come noi dobbiamo vivere la nostra amicizia con Lui, come indirizzare i nostri pensieri ed azioni. Questa Legge fondamentale, il comandamento che deve regolare la vita dell’uomo, figlio di Dio, che ci unisce a Lui, è un dono che ci viene dato dall’Alto ed è l’Amore. L’apostolo Paolo lo afferma con forza:
  • Fratelli, tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla. Parliamo invece della sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo l’ha conosciuta. … A noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio. (I Cor. 2, 6-10)
I comandamenti, tutti, sono dunque espressione dell’amore di Dio e sorgente dell’amore tra noi. Sono il pilastro fondamentale della vita, che costruisce il suo cammino verso il Cielo. Scrive il Siracide:
  • Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno; se hai fiducia in lui, anche tu vivrai. Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà. Grande infatti è la sapienza del Signore; forte e potente, egli vede ogni cosa I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini. A nessuno ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare. (Sir. 15, 16-21)
Spesso si sente dire: ‘Per molti, anche cristiani, pare ci sia solo un comandamento: fare ciò che piace, indipendentemente se è bene o male’. Vorrei riflettessimo su un principio basilare: ‘tutto ciò che è generato’ da Dio, tutto, compresi i suoi comandamenti, è solo la natura del vero amore: è il Suo Amore che si rivolge a noi, offrendoci una via sicura per rispondere al Suo invito di amarlo. In questo sta la nostra piena realizzazione personale. Ma l’amore ha l’incredibile merito di essere gratuito, libero, non è mai e non può essere mai un atto dettato dalla paura o dalla sudditanza. Osservare la Parola del Padre è semplicemente dire ‘sì’ all’amore, ma appunto perché è amore, richiede la più grande fedeltà , che è poi la santità.

Chi del resto, quando ama, rifiuta il dialogo o addirittura rifiuta di ascoltare o fa il contrario, sapendo che così volge le spalle all’amato? Quando veramente si ama, sapendo di essere amati sinceramente, non solo si segue la parola dell’amato, ma addirittura si cerca di capirne i desideri e prevenirne quasi la richiesta. Chi ha avuto il dono di conoscere alcuni santi del nostro tempo, come Madre Teresa di Calcutta, Papa Giovanni Paolo II (mio grande amico) e tanti altri che io stesso ho avuto la fortuna, non solo di conoscere, ma di essere da loro amato, si rende conto che loro sono stati il modello per vivere secondo l’amore vero, libero e fedele del Padre. Ma il loro Modello è stato uno solo: Gesù. È solo sulle parole di Gesù che hanno misurato la loro verità di fronte agli occhi di Dio, poichè Gesù, la Verità suprema, non poteva sottomettersi alle ambiguità, tante volte nostre. Il Vangelo di oggi è, in questo senso, un autentico servizio alla nostra verità. Gesù afferma:
  • Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto dagli antichi: ‘Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio’. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio; Avete inteso che fu detto: ‘Non commetterai adulterio’. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. Avete anche inteso che fu detto agli antichi: ‘Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti’. Ma io vi dico: non giurare affatto. Sia invece il vostro parlare ‘sì, sì’, ‘no,no’; il di più viene dal Maligno. (forma breve di Mt 5, 17-37)
Un giorno, facendo osservare ad alcuni un certo modo di vivere ben lontano dalla Legge del Padre, mi fu risposto: ‘Ma lei ancora crede in queste cose? Oggi è un tempo di libertà. Ognuno ha la sua’. Chiesi: ‘Ma quale libertà? Quella di Dio o quella del mondo, che è in ultima analisi il solo proprio interesse o comodità?’. Non risposero. Oggi tira un’aria così nebbiosa di confusione, che a volte tanti si arrogano ‘il diritto’ di farsi arbitri di ciò che è bene o male, a seconda della convenienza personale, travolgendo così gli eterni valori, fino a proporne altri …. riduttivi o personalizzati, miseri, se non scadenti, ma comunque sempre effimeri. È come voler mandare in soffitta la voglia di verità, l’eroismo dell’amore, la bellezza della giustizia. Quello che così facendo ci rimane è nell’esperienza, a volte anche drammatica, di tutti: il rischio di definire buono ciò che è dannoso, bene ciò che è male, giusto ciò che è falso. È il dramma dell’uomo: usare la propria libertà, ma per ignorare o calpestare la legge di Dio, rifiutando il Suo stesso Amore.

Gesù, nel Vangelo di oggi, più volte ripete: ‘…Ma Io vi dico…’ per sottolineare la distanza del suo modo di agire dal nostro, e ricordarci che, se davvero amiamo la Verità, è al Suo modo di pensare e vivere che dobbiamo conformare il nostro. Tutti sappiamo quanto costi aderire totalmente alla legge del Signore nella carità, nella giustizia, nella povertà. La nostra innata debolezza, purtroppo, a volte va esattamente contro la Parola, ma Gesù la conosce, perché l’ha assunta nella Sua Umanità, e così sa come venire in nostro aiuto. Non solo. Egli, il Misericordioso, sa ben distinguere tra la debolezza e l’accettazione del male come regola di vita: è quest’ultima che Gesù condanna! Un giorno, ero un ragazzino, tornai a casa dal gioco abbastanza sporco. Mamma me lo fece notare, rimproverandomi. Io mi meravigliai, perché credevo di essere… pulito!

Forse oggi Dio, con la Sua Parola di Verità, ci sta proprio proponendo di confrontarci con Lui e ci chiede, come mamma: ‘Sei davvero pulito?’ È la logica della giustizia e dell’amore che guida la nostra esistenza? A guidarci nelle nostre decisioni, parole, comportamenti è la ricerca della santità, la volontà amorosa di dire sempre ‘sì’ al Signore, che ci vuole bene ed è l’Unico a conoscere quale sia il nostro vero Bene: diventare ‘simili a Lui’, che è l’Amore? Domande che esigono una nostra risposta, sincera e libera, forte e serena, per cui preghiamo con il Salmo 118:
  • Sii benevolo con il tuo servo e avrò vita, osserverò la tua parola.
    Aprimi gli occhi perché io consideri le meraviglie della tua legge.
    Insegnami, Signore, la via dei tuoi decreti e la seguirò sino alla fine.
    Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge e la osservi con tutto il cuore.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven feb 21, 2014 3:44 pm

      • Omelia del giorno 23 Febbraio 2014

        VII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        La sola grandezza di ciascuno è l’amore
La pagina che il Vangelo offre oggi alla nostra riflessione, come un pezzo di pane che deve sostenerci nel cammino della vita, è certamente una delle più difficili da capire e vivere, ma nello stesso tempo è proprio ciò che distingue i cristiani dai non cristiani e non credenti. Se vogliamo, è una pagina che svela da sola quale sia l’amore del Padre verso di noi: un amore che Gesù, Parola del Padre fatta carne, e quindi esperienza di vita, ha vissuto fino in fondo. Nel Levitico, ossia nel Vecchio Testamento, prima della Rivelazione e della Incarnazione di Gesù, Dio aveva così ordinato:
  • Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo. Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un perccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore. (Lev. 19, 1-2.17-18)
Gesù questa norma, che può sembrare precisa e ‘fredda’, la sublima in questo altro modo:
  • ...ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinchè siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste. (Mt. 5, 38-48)
Guardiamo dunque all’esempio del Padre nostro che è nei cieli. Se c’è uno che non si è mai sognato di fare il male agli uomini è proprio Dio, che ci ha creati. E se c’è uno che avrebbe tutte le ragioni per punire il male assurdo che riceve, le disobbedienze, le ribellioni, i rifiuti, l’indifferenza, che noi continuamente ripetiamo con i peccati, è proprio il Padre. Ma Dio ci ha creati per amore, cioè gratuitamente, e la sola ragione per cui ci ha creati e vuole la Vita per noi, è che Lo amiamo, perché sa che in questo sta la nostra piena realizzazione di creature ‘a Sua immagine e somiglianza’. L’amore è la sola e grande ragione della nostra creazione, cioè della nostra breve presenza in questo mondo, per una eternità di pienezza di Vita in Dio e con tutti i fratelli, soprattutto quelli che dal Padre ci sono stati affidati quaggiù. E la nostra fiducia è che il Padre non rinnega mai chi ha creato, cioè ciascuno di noi. Neppure ci abbandona, anzi ci colma di un’infinita ed incredibile tenerezza, soprattutto verso chi sbaglia e quindi si trova maggiormente in pericolo di perdere la Sua gioia, che ha solo origine nell’amore.

Basterebbe rileggere la parabola della pecorella o della dracma smarrita o la splendida parabola del figliol prodigo. Si era allontanato dall’amore infinito del Padre, credendo di trovare chissà quale gioia più grande ed immediata: ‘il tutto e subito’ che guida molte scelte sbagliate nella vita di tanti. Alla fine perse tutto, toccando il fondo della disperazione, dovendosi accontentare di ghiande, destinate ai porci … finchè si ravvede e decide di tornare dal Padre. Umiliato e pieno di vergogna, pensa di farsi accogliere non più come figlio, ma come uno dei servi. Quanto poco ha capito del cuore del Padre! E così troppe volte pensiamo anche noi. Ma arrivato a casa trova il Padre che lo attende e gli butta le braccia al collo, senza recriminazioni: un Padre la cui sola gioia è nell’aver ritrovato suo figlio. Quanto siamo lontani dal comprendere un tale profondo Mistero di Amore. Lo stesso Amore vissuto da Gesù, per noi, fino al sacrificio della croce.

Se davvero lasciassimo operare lo Spirito in noi, comprendendo con la Sua Grazia, la grandezza incommensurabile di un tale Amore, come potremmo mancare di fiducia in Dio? Non solo Dio ci ama, ma è sempre pronto a perdonarci ed accoglierci. Ricordiamoci che per lui noi siamo figli e i figli non si abbandonano mai … anche se sbagliano … sempre che il figlio, dopo aver sbagliato, si ravveda e, come il figlio prodigo, ritrovi la via del ritorno al Padre. Tutto questo amore Gesù ce lo ha raccontato meravigliosamente e concretamente attraverso tutto il Suo insegnamento, ma soprattutto con la sua stessa vita. Solo credendo con tutto il cuore ad un tale amore, che ci interpella, potremo, con la forza della sua Grazia cambiare la nostra stessa vita e davvero ‘diventare simili a Lui’.

Capita tutti i giorni che noi, vivendo gomito a gomito, ci offendiamo, ci facciamo del male, proviamo sentimenti diversi dall’amore, o addirittura giungiamo a sentirci in collera tanto da considerare di fatto ‘nemico’ un fratello. Nel vocabolario, ma soprattutto nella vita di un cristiano, non dovrebbe mai neppure esistere il concetto di ‘nemico’ o avversario o ‘indifferente’, ma solo la volontà amorosa di considerare tutti ‘prossimo’, ‘fratello’. Spesso la prima reazione che viene dal nostro orgoglio ferito, che esige sempre una riparazione, è quella di rispondere con le ‘armi’, che purtroppo tutti abbiamo in qualche misura, in certi momenti sperimentato: la rabbia esplosiva, il silenzio rancoroso, la voglia di farla pagare, o l’indifferenza ostile. Insomma è sempre di moda per il nostro egocentrismo esasperato la vecchia regola infausta: ‘occhio per occhio, dente per dente’. E diamo anche le nostre giustificazioni: Se uno mi ha fatto del male, se ha rotto i ponti con me, se ha dichiarato guerra nei miei riguardi, se mi ha offeso, è giusto che abbia il contraccambio. Se l’è voluto. E così viviamo, in famiglia, nei rapporti sociali una continua lacerazione, divisione, inquietudine, irritazione, dove tutti diventano ‘nemici’ da colpire e l’esistenza una guerra perenne, in noi stessi e contro troppi, tanto da non sapere più a chi dare la mano con amore. Penso che – al di là di tutte le analisi filosofiche, sociologiche, economiche sulle varie ‘crisi’ della nostra società moderna - sia questa situazione la vera e profonda origine di tanti … stress!

Gesù cancella con la Sua Parola di Vita ogni falsa ‘giustizia umana’, che tale non può essere se toglie di mezzo l’amore. Gesù dice – e Lui ne ha pienamente diritto, dopo la grande dimostrazione di amore che ci ha dato, dando la vita in riparazione a tutto il male che gli uomini hanno commesso e noi continuiamo a causare – che l’amore non deve mai essere spezzato. Per questo il Maestro pronuncia la regola di vita, che può scandalizzare tanti, apparire difficile a tutti, ma che è il segreto del Cuore di Dio, la nostra unica vera salvezza e la perla della nostra fede: “Amate i vostri nemici, pregate per i vostri persecutori”. Dobbiamo cercare la fedeltà nell’amore, in famiglia e fuori, cercando sempre di riparare i ponti che altri o noi stessi abbiamo rotto. Affermava Giovanni XXIII:
  • Il cuore di un fedele e ancora più di un sacerdote deve essere riempito di amore, come la testa deve essere splendente di verità e di dottrina. Amare Gesù ardente, piissimo, vibrante e aperto a tutte quelle effusioni di mistica intimità che rendono così attraente l’esercizio della pietà e della preghiera … Amare la Santa Chiesa e le anime, specie quelle affidate ai sacerdoti nelle sacre responsabilità. Amore a tutti i ceti sociali, ma con particolare interesse ai poveri di ogni specie, dando testimonianza concreta della bellezza della carità … come era in Gesù grande Maestro di amore, che per salvarci non ha esitato a dare la vita.
Che le persone con cui viviamo o incontriamo possano assaporare quella soavità che era propria delle parole e della vita di Gesù. Quello che colpisce, nella vita dei santi, grandi e semplici, è proprio la sollecita e tenera carità, capace di far toccare con mano che Dio è tra noi. Papa Francesco a Rio de Janeiro aveva detto: “Dio dona un messaggio di ricomposizione di ciò che è fratturato, di compattazione di ciò che è diviso. Muri, abissi, distanze presenti anche oggi sono destinati a scomparire. La Chiesa non può trascurare questa lezione: essere strumento di riconciliazione”. Ai Grandi della Terra ha più volte rivolto il monito: "Non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo". E a ciascuno di noi, continua a ripetere che non bisogna "avere timore della bontà e della tenerezza .. Custodiamoci gli uni gli altri accogliendo con affetto e tenerezza l'intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli". E in un’altra occasione ha ribadito: "Non possiamo seguire Gesù sulla via della carità se non ci vogliamo bene prima di tutto tra noi, se non ci sforziamo di collaborare, di comprenderci a vicenda e di perdonarci, riconoscendo a ciascuno i propri limiti e i propri sbagli". È questa la strada della Vita per ogni cristiano, per ciascuno di noi. Seguiamola insieme a Gesù.



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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2013/2014

Messaggio da miriam bolfissimo » lun mar 03, 2014 8:48 am

      • Omelia del giorno 2 Marzo 2014

        VIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)



        L’ombra che ti ripara dalla canicola della vita
Fa veramente impressione la corsa affannosa dell’uomo di oggi alla ricerca di una qualsiasi sicurezza. Si barrica in casa, a volte circondandosi di tanti allarmi, in modo che nessuno possa entrare con cattive intenzioni, per non essere, per esempio, vittima di furti o rapine, davvero a volte cruente, come ci racconta la cronaca, quasi ogni giorno. Porta con sé, ovunque vada, il cellulare, e se è in macchina deve necessariamente avere un dispositivo di sicurezza. Si allarma, a volte, al primo raffreddore, nel timore di avere alle calcagna il rischio di morire. Non gli basta mai quanto ha, e rincorre soldi e lavoro, fino a compromettere la stessa salute, la quiete della famiglia, insomma tutto. E, quando purtroppo il lavoro non c’è, - e sono tanti i casi, a volte davvero drammatici – perde completamente il senso della propria identità e valore, giungendo a gesti estremi. Neppure la presenza del valore più grande, che è la famiglia, sono gli affetti, riesce a trattenerlo, per la sensazione di aver perso... ogni sicurezza. Ma anche coloro che questa sicurezza l’hanno raggiunta, spesso hanno la sensazione di avere costruito un secchio pieno di fori sul fondo, ossia tutto pare sfuggire e ci si sente sempre più ‘nudi’ davanti alla vita.

Il difetto d’origine è che l’uomo ricerca la pace e la sicurezza come opera delle sue mani. Ma il nostro agire ed operare può produrre solo cose che spariscono come la fugacità delle ombre. Un agire che sembra, a volte, grande ed invece è comunque passeggero; un agire che, spesso, tende a voler possedere, se possibile tutto il mondo, ed invece può stringere solo qualche ‘pezzettino’: un agire, quello dell’uomo, che rivela il poco che siamo e che possiamo fare. La Parola, che Dio oggi ci offre, prospetta invece un’altra dimensione della sicurezza e della pace: ci fa sentire sereni, meravigliosamente sereni dentro, come quando ci si affida a qualcuno che ci ama davvero e si prende cura del nostro vero bene, qualcuno di cui possiamo davvero fidarci.
  • Sion ha detto: il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. (Is. 49, 14-15)
Dio ci dice: ‘Non ti dimenticherò mai. È più facile che ti dimentichi la tua mamma, Io no’. Mi pare quasi una bestemmia anche solo pensare che mia mamma, la mia vecchia mamma, che ora è in Cielo, potesse dimenticarmi, anche solo per un minuto. Sono sicuro che non avrebbe esitato un istante a dare tutto ciò che era ed aveva (poco per la verità) perché fossi al sicuro. Il suo amore era un poco come l’ombra che si cerca per ripararsi dal caldo afoso della vita. Eppure Dio è molto di più ‘mamma’, delle nostre stesse mamme, a cui è Lui che ci ha affidati. Perché allora affannarsi? Perché correre ansiosamente alla ricerca di una sicurezza che non si può trovare nel povero nostro agire? Abbiamo perso il senso dell’essere figli e quindi non possiamo percepire e comprendere ed essere rassicurati da questo ‘essere e sentirsi mamma’ da parte del Padre, Dio. Nel Vangelo, Gesù, il Figlio prediletto, che ben conosceva il Padre e lo amava afferma:
  • Io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: ‘Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?’. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena. (Mt. 6, 24-34)
È una grande lezione quella che Gesù, oggi, ci dà nel richiamarci tutti e sempre alla sincerità di cuore e di vita. C’è troppa avidità e ipocrisia tra di noi: un’ipocrisia che sta nel camuffare quello che è realmente la nostra dignità e, soprattutto, il nostro valore agli occhi di Dio. Il mondo ha altri parametri e schemi che nulla hanno a che fare con la verità e la sincerità della vita. Inutile nascondersi dietro le mode, le apparenze, le maschere… foglie! Sappiamo tutti che nulla sfugge allo sguardo di Dio e, davanti a Lui, siamo quello che siamo. Dobbiamo riacquistare la coscienza dell’importanza di voler impostare la vita – nonostante tutte le nostre miserie e fragilità, che affidiamo alla Misericordia del Padre – come cammino verso la santità, unica e piena nostra realizzazione, qui e dopo.

Ricordiamolo sempre: valiamo per quello che siamo agli occhi di Dio e non per le apparenze con cui tentiamo di accecare gli altri. Ho avuto il dono di incontrare persone che erano davvero un libro aperto, sante, ma si comportavano con tanta umiltà, vera veste della santità. Le poche volte che insieme abbiamo partecipato ad assemblee di giovani, sono sempre stato affascinato dalla stupenda umiltà di Madre Teresa di Calcutta. Erano poche le parole che diceva, ma tutte penetravano nelle profondità dei cuori, contagiandoli. Per non essere bersaglio di manifestazioni di stima, arrivava agli incontri sempre nel momento in cui iniziavano e fuggiva poco prima che finissero, lasciando in tutti un profondo stupore: era l’immagine vivente della santità cristiana. Ma di fratelli e sorelle che sono nella vita modelli di santità, ce ne sono per fortuna tanti, in ogni ambiente, e ho avuto la gioia di incontrarli e ammirarli. Non fanno chiasso … sono persone di Dio. A differenza di troppi che parlano, parlano, di cose anche vere e giuste, ma nella vita sono altro: sono apparentemente come dei bellissimi strumenti musicali, ma scordati. Diceva Papa Giovanni XXIII, presto santo:
  • La testimonianza dei singoli ha bisogno di essere confermata e ampliata da quella di tutta la Comunità cristiana, a somiglianza di quanto avveniva nella stagione primaverile della Chiesa, quando l’unione compatta e perseverante di tutti i fedeli nell’insegnamento degli apostoli e nell’esercizio della più generosa carità era motivo di soddisfazione profonda e di mutua edificazione. Infatti essi lodavano Dio ed erano ben visti da tutto il popolo. L’unione nella preghiera e nella partecipazione attiva dei divini Misteri nella liturgia della Chiesa contribuisce in maniera particolarmente efficace alla pienezza e ricchezza della vita cristiana dei singoli e della Comunità ed è un mezzo mirabile per educare a quella carità che è il segno distintivo del cristiano. Una carità che rifugge da ogni discriminazione sociale e allarga le braccia e il cuore a tutti i fratelli.
L’augurio è che anche noi diventiamo testimoni di tanta bontà, che è il solo linguaggio della santità. Non resta, carissimi, che imparare da queste anime sante a ‘cercare anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia’, sapendo che tutto il resto ci sarà dato ‘in aggiunta’, poiché ‘il Padre nostro celeste, sa che ne abbiamo bisogno’ e noi ci fidiamo del nostro Signore, che conosce e vuole solo e sempre il nostro vero bene, che è vivere nella verità e sincerità di cuore ai Suoi occhi.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2013/2014

Messaggio da miriam bolfissimo » ven mar 07, 2014 9:45 am

      • Omelia del giorno 9 marzo 2014

        I Domenica di Quaresima (Anno A)



        Siamo chiamati a vivere la Quaresima
Confesso che ogni volta, da vescovo, annunciavo l'inizio della Quaresima, provavo quasi un senso di sbigottimento, di timore, quello che ci prende pensando che un Mistero di infinito Amore, come il Mistero della Passione, Morte e Resurrezione di Gesù, nostro Signore, sostanza della nostra vita cristiana, possa disperdersi nel nulla delle notizie di poco conto, quelle che si sentono di sfuggita da un giornale radio e che, dopo pochi minuti, non ricordi neppure più, a meno che non ti abbiano davvero toccato o ferito dentro. "Il Mistero pasquale - avverte la Chiesa - risplende al vertice dell'anno liturgico. Il tempo di Quaresima ha lo scopo di preparare la Pasqua; la liturgia quaresimale guida alla celebrazione del Mistero pasquale, sia i catecumeni, attraverso i diversi gradi dell'iniziazione cristiana, sia i fedeli per mezzo del ricordo del Battesimo e dalla Penitenza". (dal messale) All'inizio di questo tempo di salvezza la Chiesa ci fa contemplare Gesù ‘condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo'. Leggiamo e meditiamo il Signore e Maestro che cammina davanti a noi, per indicarci la via.
  • Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: ‘Se tu sei il Figlio di Dio, dì che queste pietre diventino pane'. Ma egli rispose: ‘Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio'. Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: ‘Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù: sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra'. Gesù gli rispose: ‘Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo'. Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: ‘Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai'. Allora Gesù gli rispose: ‘Vattene, Satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto'. Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco gli angeli gli si avvicinarono e lo servivano. ( Mt. 4, 1-11)
Anche noi, oggi, ci facciamo condurre dallo Spirito nel deserto con Gesù. Lui stette quaranta giorni senza mangiare, in continua e profonda preghiera, per farsi modellare dallo Spirito del Padre, per forgiare la sua volontà di uomo sulla Volontà del Padre, fino in fondo, per mai tradirla, sapendo che l'avrebbe portato sulla croce, unica via alla resurrezione per la salvezza di tutti. Forse ci può, in un primo momento, creare un senso di impotenza questo stare con Gesù nel deserto in questo tempo santo. Siamo troppo abituati ai rumori, esterni ed interni, della nostra vita quotidiana: inquietudini, agitazioni, competizioni, stress emotivo e spirituale... Troppo spesso, quasi senza accorgercene, subiamo un'intossicazione che non permette neppure di cogliere le possibilità di bellezza interiore a cui siamo chiamati. Senza il deserto, come vicinanza a Dio, non possiamo più vivere la gioia che Lui ci vuole dare continuamente, fasciandoci della Sua tenerezza, donandoci Se stesso, che è poi il manto della nostra vera natura, di conseguenza rischiamo di interpretare la nostra vita da sbandati, vivendo molte volte di insicurezza, soffocati dall'ansia, da un senso di solitudine che altro non è che un vagare nel silenzio cupo dell'anima per le vie del mondo.

La Quaresima può invece diventare un tempo provvidenziale, in cui riscoprire il vero senso del nostro esistere. Ma perché questo accada occorre riconquistare la consapevolezza che Dio ci è vicino, ci aiuta a pregare, a stare con Lui, a fare penitenza, cioè a toglierci di dosso tante cose inutili, trasformandole in gesti concreti di bontà, di solidarietà, che ci scrostino dall'egoismo, vera patina di morte. Un tempo in cui, lasciandoci plasmare dallo Spirito di Dio, possiamo ‘lasciarci trasfigurare', ritornando alla verità della vita, che è quella di essere buoni, cioè ‘essere santi, come il Padre nostro è santo'. Sentiamo molte volte, e magari con fastidio, pronunciare una frase che nulla ha di cristiano: ‘Lo sai chi sono io?' È un modo di sentire del mondo, molte volte correlato da atteggiamenti superbi, arroganti, inconciliabili con la verità e la bontà, che sono le caratteristiche, il vero volto, di un uomo o una donna santificati dalla Grazia e dal Battesimo.

Al posto di esibire potenza e strafottenza, ricordiamo la vera ragione della nostra creazione. Il primo uomo e la prima donna Dio li aveva creati buoni e innocenti, ‘a Sua immagine', infinitamente belli e buoni, infinitamente amati. Null'altro era chiesto loro che accogliere un tale Amore, ricambiandolo nella libertà. Il Padre, quando ci ha pensati, ha sognato per noi solo la felicità di amare ed essere amati. Ci può essere felicità più grande? Solo Dio poteva pensarla e crearla, in un dono pieno e fedele di Sé, della Sua stessa vita divina alle sue creature. Ma, giustamente, l'amore non può essere obbligato, costretto. L'amore ha la sua vera natura nella libertà, quella di accettare il dono o scegliere altro. Sappiamo come finì, come troppo spesso l'uomo continua a rispondere, e quali sono le terribili conseguenze di un uomo che vuole sostituirsi al Suo Dio, rinnegandolo o anche solo sfrattandolo dalla propria vita. È un rischio e un dramma la nostra libertà.

Ecco perché è fondamentale il tempo della Quaresima, un tempo dello Spirito, in cui stare con Gesù per ritrovare il nostro vero volto di uomini, per evitare i tranelli quotidiani che la vita ci pone dinanzi, cioè tutto quanto è negazione dell'amore. Invochiamo lo Spirito, rileggendo come anche Gesù fu tentato da Satana nel deserto e chiediamo la Grazia di saper come Lui rifiutare tutto ciò che nella vita è offuscamento dell'Amore, dono del Padre. È un invito, che ci offre anche Papa Giovanni XXIII, il Papa buono, presto Santo, ascoltiamolo:
  • La Santa Quaresima è tempo singolarmente adatto per quanti intendono vivere secondo i dettami del Vangelo, risollevarsi dalle mancanze, purificare l'anima.

    Quante volte recitiamo il confiteor per riconoscere le nostre colpe. ‘Per mia colpa, per mia grandissima colpa' davanti al Cielo e alla terra, davanti ai Santi apostoli Pietro e Paolo, che saranno i nostri grandi giudici.

    Quanto alla Penitenza, essa è agevolmente comprensibile. Anche se si ha lo sguardo levato in alto, sui calzari, sugli abiti, può posarsi più o meno intensa la polvere di questo mondo; possono avvenire cedimenti anche all'attivo lavoro di bene e di perfezione.

    Comunque quando c'è colpa, è necessaria la penitenza.

    I dieci comandamenti permangono in tutto il loro valore; in più abbiamo il precetto della carità, insegnataci dal nostro Signore Gesù Cristo, e la imitazione delle Sue sofferenze.

    Egli, il Giusto, l'Uomo-Dio, ‘senza peccato', volle addossarsi espiazione e dolori per tutti i peccati del mondo: invita così noi stessi a sopportare ogni avversità e angustia, appunto in riparazione e di quelle di tutti gli altri.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2013/2014

Messaggio da miriam bolfissimo » ven mar 14, 2014 9:27 am

      • Omelia del giorno 16 Marzo 2014

        II Domenica di Quaresima (Anno A)



        Ascoltiamo il Figlio diletto del Padre
Chi di fatto, come me, ha esperienza di un viaggio in Terrasanta, ricorderà il fascino che prende quando si prega sul Monte Tabor: il monte della Trasfigurazione, che sembra ideato apposta, nella meravigliosa e immensa pianura di Esdralon, come un tabernacolo, posto in alto, vicino a Dio, per manifestare la Sua Gloria, per ricevere il Suo mandato, per accogliere la Sua volontà. A volte, il silenzio della preghiera, è interrotto dal vento, che solitamente soffia fuori della chiesetta della Trasfigurazione, simile ad un canto interiore, il solo che si può udire. Si ha la sensazione di trovarsi sul Monte Sion, avvolto da nubi, dove Mosè un tempo ricevette le Parole dell’Alleanza con Dio, un patto di amore del Signore con il Suo popolo. Altre volte si ha l’impressione di essere in compagnia di Abramo sul colle dove fu chiamato ad immolare il proprio figlio, Isacco, come prova di fede. Ma soprattutto ci si sente inondati dalla Luce con cui Gesù venne trasfigurato davanti ai suoi amati discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni.
  • Il suo volto – racconta il Vangelo – brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui ed in questa atmosfera tutta spirituale, comprendiamo lo stupore espresso dalla sempre grande generosità di Pietro: Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia. E mentre Pietro stava ancora parlando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: ‘Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo. (Mt. 17 1-9)
Senti che da quelle colline nascono le grandi vie, indicate dal Padre ai Suoi, che egli, incredibilmente copre di immenso amore. E queste ‘vie’, che sono l’espressione del pensiero e dell’amore di Dio, noi le conosciamo, grazie alla testimonianza di tanti, anche se a volte le scordiamo, perdendo così tutta la nobiltà e bellezza donataci da Lui. Ci torna alla mente lo sbigottimento e il senso di debolezza e insufficienza che provò Mosè di fronte al roveto ardente e ancora di più ascoltando la voce di Dio che lo mandava a liberare il Suo popolo: una missione rischiosa, che tutti ora conosciamo leggendo la Bibbia, ma agli occhi di Dio necessaria. E Dio, quasi per proteggerlo, per dargli autorità, lo fascerà di luce, segno della Sua potenza e Presenza. Così come comprendiamo quel senso di povertà e insicurezza interiore che avrà sentito Abramo, quando Dio gli disse: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò”. (Gen. 12, 1-4)

Oggi ne abbiamo la certezza: la loro obbedienza è sta essenziale nella storia della nostra redenzione, della nostra salvezza. Questa consapevolezza, questo dono della Quaresima, dovrebbe riuscire a farci scoprire nella meditazione, nell’ascolto della Parola di Dio, quanto veramente siamo cari, da sempre, al Padre celeste: un amore profondo e di immense dimensioni, che forse ignoriamo. Cosa rimarrebbe a noi, senza questo Amore del Padre? Gesù si sta avviando verso la fine drammatica della sua missione. Anche il successo presso il popolo sta venendo meno, del resto tutti sappiamo bene come l’opinione pubblica possa innalzarti spropositatamente oggi e domani calpestarti. Fa parte della nostra povertà interiore!

Gesù deve così preparare i suoi. Gesù conosce la nostra debolezza e sa quando è il momento di portarci sul Tabor, per renderci forti nella fede, per quando le difficoltà e le contraddizioni della vita ci metteranno a nudo: la Sua è una pedagogia preventiva! Egli conosce bene le Scritture, sa di essere il Servo sofferente. Deve gradualmente far venire meno le sicurezze dei suoi, demolendo ogni idea di regno fondato sulla forza e potenza solo umane. Il Regno del Padre è Regno di amore, che si fonda sul sacrificio di sé. Non stupisce dunque quello che il Vangelo racconta subito dopo… Gesù annuncerà la sua passione, scandalizzando Pietro: ‘Dio te ne scampi, Signore, questo non ti avverrà mai’, e determinando il duro rimprovero di Gesù: ‘Vai lontano da me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini’.

È un poco la storia di chi vorrebbe vedere in Dio uno che spiana la strada della vita… senza alcuna prova. Sappiamo tutti, invece, che nessuno, ma proprio nessuno, nella vita può evitare la sofferenza: fa parte della nostra condizione umana, compresa la morte. Non è qui in terra che possiamo vivere solo di festa e felicità. Qui sarà sempre un alternarsi di gioia e tristezza, senso di sicurezza e paura. È la nostra storia: un cammino, fatto di fatiche e riposo, di serenità e timore, ma un bel cammino, se consideriamo la mèta, il Cielo. Ed è davvero breve il tempo del cammino in confronto all’eternità. È un cammino in cui occorre essere illuminati interiormente, per essere forti e capaci di seguire il Signore Gesù, anche nella sua passione, che è la nostra stessa passione. Paolo dice : ‘Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo”. (2Tm 1, 8b-10) Ma questo diventa possibile solo se accogliamo l’invito che il Padre oggi ci rivolge: ‘Ascoltatelo!’.

La Quaresima è un tempo privilegiato per questo ascolto, che può aiutarci ad accogliere tutto, nella vita, con fede e serenità. È questo il vero spirito di penitenza che la Chiesa propone in questo tempo. Un tempo i nostri padre vivevano la Quaresima come tempo di fioretti e penitenze. Oggi ci basterebbe vivere tutto con fede, sapendo soprattutto vedere nelle sofferenze – di qualsiasi tipo siano – il nostro purgatorio per entrare in Cielo. Scriveva il presto santo Giovanni XXIII: “Non basta una misericordia qualunque. Il peso delle iniquità sociali e personali è così grave che non basta un cenno di carità ordinaria e perdonarla. Si invoca una grande misericordia. È detto bene che le nostre miserie sono il trono della Misericordia divina. È detto meglio ancora che il Nome più bello di Dio è Misericordia”. Non resta allora che vivere la Quaresima come tempo di revisione della vita, correzione del male, fissando gli occhi solo su Gesù, per seguirlo. Sarebbe davvero da stolti vivere questa Quaresima senza questo lavoro interiore. Dio ci renda capaci di accogliere il Suo invito, di percepire la Sua Presenza reale nella nostra vita, di aprire il cuore alla Sua voce e ascoltare la Sua Parola, l’unica che ci salva … se glielo permettiamo.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven mar 21, 2014 3:06 pm

      • Omelia del giorno 23 marzo 2014

        III Domenica di Quaresima (Anno A)



        L'incontro con la Samaritana
Il racconto dell'incontro di Gesù con la Samaritana al pozzo di Giacobbe, è narrato dall'evangelista Giovanni con particolari quasi da cronista, come a non volersi fare sfuggire neppure una briciola della bellezza che contiene. È davvero una perla del Vangelo, in cui nulla sfugge delle meraviglie, anche nascoste, della vita di Gesù. È un momento intenso che si addice bene al nostro cammino quaresimale, sempre che lo stiamo facendo. Una divina occasione che dovrebbe arrivare a noi, forse amareggiati per la condotta della nostra vita. L'amarezza della Samaritana è la nostra, di chi sente di non riuscire a raggiungere il segreto della gioia dell'anima. Sono davvero tanti i fratelli che vivono questa sensazione di scoraggiamento, di inquietudine: lo notiamo bene noi sacerdoti.

Sapere cogliere l'amore del Padre che ci ispira e ci mostra la ragione del nostro malessere interiore è una grande grazia. È come guarire da una grave malattia. La Samaritana, di cui ci narra il Vangelo oggi, appartiene ad un popolo considerato ‘eretico' e quindi, ai suoi tempi emarginata per motivi religiosi, ma è anche conosciuta dall'opinione pubblica come una peccatrice. Quante donne, anche oggi, sono considerate notoriamente da noi come ‘peccatrici', senza che conosciamo il perché vero della loro scelta, a volte dettata, non necessariamente - come tanti sono portati troppo facilmente a pensare - per una reale volontà di svendersi per denaro, ma per motivi di sfruttamento violento o di vera sopravvivenza.

Davanti alla Samaritana emerge - come è sicuramente in tante donne anche oggi - la voglia di uscire da una triste ‘scelta'. Lei va, casualmente al pozzo per attingere acqua - ma esiste davvero il caso o non è meglio credere nella Provvidenza? -, la possiamo facilmente immaginare, tutta presa dai suoi pensieri. La donna normalmente ha coscienza della sua dignità e vera bellezza e quando questa viene sfregiata, il tormento interiore si fa ossessivo. La Samaritana aveva reso la sua vita una merce da vendere. È duro quando si giunge a questa consapevolezza, anche se forse non è stata una scelta libera, ma per sopravvivere o per chissà quali altre ragioni. È comunque una donna con la nausea in bocca e nel cuore, desiderosa sicuramente di un'altra vita, che però si trova tra le mani solo una povera vita che ha il sapore amaro delle ‘cisterne screpolate'.

Gesù, stanco, assetato, si ferma proprio vicino a quel pozzo, Lui, che è la vera ‘sorgente di acqua viva'. È l'unico che, incontrandolo, ci può davvero dissetare. Gesù non ha pregiudizi, non guarda alle appartenenze etniche o politiche, alle differenze culturali o religiose. Gesù non considera se sei uomo o donna, malato o sano, ricco o povero, giovane o anziano. Gesù guarda alla persona, guarda negli occhi la Samaritana, guarda me, te. Quando egli incontra qualcuno, legge nel suo cuore e lo conosce fin nelle profondità del suo essere. Per Gesù la Samaritana è una donna che è assetata di vita vera. Questo solo conta per Lui. Non fa prediche, non distinzioni o elucubrazioni su differenze sociali. Semplicemente mostra il suo stesso bisogno: ha sete e chiede un poco di acqua.

La reazione della donna è quasi arrogante. A causa della vita vissuta sembra abbia dimenticato quella naturale dedizione che di fronte ad una necessità dell'altro trasforma ogni donna in madre, facendo mettere da parte ogni tensione o divisione: la tenerezza di una donna può cancellare ogni amarezza e viene sempre al primo posto. Gesù che comprende perfettamente la sua reazione non si scompone e diviene Messia, cioè mano tesa del Padre, che non si ferma di fronte ai muri che creiamo, ma desidera abbatterli, per liberarci... anche da noi stessi. "Non sono venuto per giudicare - dice - ma per salvare. Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: ‘Dammi da bene', tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva'.

La donna, quasi schernendosi da quella mano, diffidente, resiste: ‘Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest'acqua viva?'. È facile immaginare come lo sguardo di Gesù sia entrato profondamente nel cuore di quella donna, come un fascio di luce, quella vera, che si fa strada tra le pieghe malate dell'anima, sfogliandone le pagine, sradicando il malessere profondo in esse nascosto, facendo cadere ad una ad una le squame che impediscono di vivere in pienezza e serenità, offrendo una prospettiva di vita, che forse era tanto attesa, ma che nessuno aveva mai indicato e reso possibile. La Samaritana è una donna che si lascia ‘processare' da un Amore che non rivela astio, né voglia di condannare, ma solo desiderio di salvarla. Ed è proprio questo Amore che, ispirandola, le consente di lasciarsi prendere per mano con una nuova intensa voglia di uscire da una vita che altro non otteneva che tristezza e vergogna, nuovo desiderio e volontà di resurrezione.

Resurrezione, sì, cioè felicità di poter essere quello che desiderava nel profondo, che tutti desideriamo, una persona vera, senza maschere o avventure che sono come una fossa che ingoia. Sono quei pensieri e desideri che solo Dio riesce ad ispirare, facendosi strada con il Suo Amore nella nostra esistenza. Il nostro Dio non è mai dolore o disprezzo, ma solo volontà di Bene: per noi desidera solo la pienezza della vita e, quindi, la gioia del vivere. È Lui che può ravvivare la sorgente di acqua viva che con il Suo stesso Spirito ci è stata donata: sorgente zampillante per la vita eterna. Davvero immenso il dono della salvezza che ci è donato, in un mondo che non sa cosa voglia dire aiutare a risorgere, che rende spesso la vita amara e sbagliata.

Dio è amore e altro non fa' che ‘cercare la pecorella smarrita'. Ricordiamolo sempre: il Suo Amore non punta il dito come facciamo noi contro chi sbaglia - e tutti sbagliamo! - Ma continua sempre, pazientemente, a tenderci la mano e il cuore per riabilitarci, sollevarci, rasserenarci. Davvero meraviglioso Dio! La Samaritana, vedendo ormai con chiarezza la via della vera vita, indicatale da Gesù, cambia tutto: questa è la conversione, che ha come frutto immediato il forte desiderio di partecipare della grazia ricevuta i fratelli. Va a cercare i suoi compaesani, proprio i suoi giudici. Non c'è più amarezza o rabbia nel suo cuore: è diventata un'altra creatura, una donna vera.

Come vorremmo anche noi, durante questo nostro cammino quaresimale, ritrovare la gioia. È possibile: cerchiamo Colui che ci cerca... rendiamoci disponibili all'incontro con l'unica ‘sorgente di vita', Gesù. È certo, se vogliamo, Gesù si fa sempre vicino, offrendo il Suo amore, mettendo dietro le spalle quello che forse siamo e non vorremmo essere. Saremo capaci di seguire l'esempio della Samaritana? Non farlo sarebbe scegliere di vivere nella tristezza, che troppo spesso sperimentiamo e fa tanto male.esù ci attende per donarci il Suo Amore che rende diversi. È l'augurio che faccio a me e a voi in questa Quaresima: come la Samaritana lasciamoci incontrare da Gesù.



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Messaggio da miriam bolfissimo » lun mar 31, 2014 7:53 am

      • Omelia del giorno 30 marzo 2014

        IV Domenica di Quaresima (Anno A)



        Un fascio di luce
Nel 2011 vi sono state le manifestazioni in onore di Renato Guttuso, per il centenario della nascita: un pittore tra i più significativi rappresentanti dell'arte italiana contemporanea, che sulla tela ha anche trasferito il suo impegno politico. E subito si è tornati a parlare del "caso Guttuso", ossia della sua conversione, in punto di morte, alla fede cattolica, lui comunista dal 1940 e senatore del Pci per due legislature, episodio che aveva suscitato all'epoca polemiche clamorose. Anche oggi, molti continuano a ‘scandalizzarsi', quasi fosse un reato entrare nella verità e nella luce della vita, una scelta che squalifica l'uomo. Altri invece si rallegrano, perché lo considerano un immenso dono di Dio. Ma i più, per grazia, si interrogano seriamente sulla presenza di Dio nella vita, e nel mondo. E così, in un momento di ‘false religioni', di cecità definite ‘visioni di vita', di illusioni credute come ‘vere felicità' o traguardi da proporsi, spunta ancora una volta prepotentemente e per fortuna di tutti, Dio, Luce del mondo. Leggendo i tanti commenti sulla fede ritrovata, o forse riemersa, di un artista, come di tanti uomini e donne di spettacolo e non, che parlano con sincerità della presenza di Dio nella loro vita, pare di assistere al processo che i farisei fanno al cieco nato, che ha ricevuto la vista da Gesù. Non vogliono ammettere il miracolo, anche se è sotto gli occhi di tutti. Al contrario, il modo di testimoniare semplice, quasi sbalordito, del cieco dalla nascita, assomiglia molto alla sorpresa gioiosa di chi ritrova la fede. Forse, lo stesso Guttuso, se avesse potuto dipingere un quadro nella pienezza della fede ritrovata, avrebbe rappresentato la scena narrata dal Vangelo di oggi, e chissà con quale luce e colori!

La Quaresima provoca anche noi, tutti noi, a rendere consapevole il momento in cui, nel Battesimo, i nostri occhi sono stati accarezzati dal sacerdote, perché si schiudessero alla Luce, che è Cristo. Chi è un cieco nato? È una persona che non sa cosa sia la bellezza delle creature incontrate; uno che vive senza potere o sapere dare un volto alle persone che gli sono accanto, al cielo che splende sul suo capo, ai colori che formano l'arcobaleno del creato, con cui Dio ha dipinto la sua opera, al fiore che a volte sembra un'opera d'arte. Ma, soprattutto, è uno che non conosce la gioia di poter fissare negli occhi con amore una persona cara. Deve essere una grande tristezza avere gli occhi e non vedere, affidandosi solo all'immaginazione, costretti a camminare per le vie con un bastone tra le mani, indovinando gli ostacoli senza sapere dove siano.

Ma vi è una cecità molto peggiore, nell'uomo che non ha fede, che non conosce Gesù, che è la sola Verità che illumina il mondo, che dà senso ai fatti, spazio all'intelligenza, profondità all'amore, gusto a tutto ciò che siamo e facciamo, affetti compresi. Costui davvero è cieco: che ne sa della Luce, o meglio con quale luce cammina, giudica cose e fatti? Li conosciamo questi ‘ciechi', che non vedono la bellezza del vivere, che non riescono a gustare la gioia di essere amati da Dio. Annaspano tra mute ricchezze o piaceri, si agitano nei loro vari ‘fondamentalismi', che, aggirandosi come fantasmi nella loro vita, rubano loro la serenità, fino a diventare incubi e paure. Gente che non sa vedere la felicità di essere amata da Dio: sono chiusi nel loro egocentrismo, che è la vera cecità dell'anima. Non comprendono il loro vero dramma: il dire sempre di no a Dio che è il solo a meritare il nostro sì. Non vedono come la violenza sia una tragica ‘potenza', che crea solo una montagna di morti, di gente che soffre, fino a distruggere chi la promuove. Non si rendono neppure conto di come il loro parlare sia un bla bla, destinato solo ad aumentare il rumore che è attorno e, soprattutto, non vedono che quella che loro chiamano civiltà è solo una tragica fiera delle vanità.

Chi può rompere questa cecità è solo Gesù, la Luce, come ci narra il Vangelo di oggi. Non sappiamo cosa il cieco guarito da Gesù abbia pensato della bellezza del creato, che finalmente scopriva. Ma possiamo immaginare la nausea di trovarsi di fronte all'ottusità dei farisei che, anziché glorificare Dio, per quanto aveva operato per lui, lo cacciano dalla sinagoga, come un bestemmiatore... Ma cosa contano i ‘processi' degli uomini? Sappiamo tutti che i suoi occhi finalmente erano colmi di luce, quando aveva visto il volto di Gesù. E torna da colui che lo ha guarito. Gesù gli chiede: ‘Credi nel Figlio dell'uomo?'. La sua risposta è immediata e profondamente sincera: ‘E chi è, Signore, perché io creda in lui?'. E Gesù gli dice: ‘Lo hai visto: è colui che parla con te'. Quanto è bella la professione di fede dell'uomo che ora vede, sono parole e gesti che coinvolgono tutto il suo essere: "Credo, Signore!'. E si prostrò dinanzi a lui" (Gv 9, 1-4)

Purtroppo se ci guardiamo intorno scopriamo che sono ancora troppi i ciechi tra noi, anche quelli che, seppur battezzati, non vedono più Dio. Non è un gioco, non è un optional, non è ‘infantilismo', ‘vedere' Dio: è allenamento della fede che ci fa andare oltre le realtà che passano davanti a noi. La differenza è che i veri credenti sanno sempre vedere in tutti e anche nei fatti della vita la Presenza di Dio e, nonostante le tante prove, che la nostra povera condizione umana ci costringe ad affrontare, trovano sempre la forza di essere sereni e gioiosi, perché sanno di non essere soli: Dio ha cura di loro, lo sanno, ci credono profondamente. Sono abituati a tenere fisso lo sguardo oltre questa vita terrena, perché si allenano nello spirito a fissare sempre ed in ogni circostanza Gesù. Lo trovano nelle persone che incontrano, in modo particolare in chi soffre ed è povero, e sempre danno fiato alla carità, sicuri di diventare, in Lui, ‘luce che splende' nel volto della vita.

Dio solo sa quanta gente attende qualcuno che con la sua bontà, la sua attenzione, la sua carità, sappia riportare la speranza e il sorriso nelle prove e sofferenze dei fratelli. Altro che i processi dei farisei! Ma è necessario dare alla vita il suo vero senso: un cammino in cui Dio ci è vicino e vuole mostrarsi a noi. Per grazia Sua sono ancora tanti i fratelli e le sorelle che, in ogni luogo, manifestano il Volto di Dio, perché Lo hanno incontrato e visto. Sono i tanti ciechi che Dio guarisce. Basterebbe essere presenti ai pellegrinaggi alla grotta di Lourdes o nei confessionali, per vedere quello che si nasconde nelle profondità delle coscienze e dei cuori, che ritrovano ‘la vista' dello Spirito ed un nuovo gusto nel vivere in pienezza la Grazia e la Parola ricevuta. Bisognerebbe essere capaci, in questo tempo di Quaresima, di uscire dall'aria soffocante e malsana del mondo, per ‘vedere' Gesù risorto che si fa vicino, ma ci vuole preghiera sincera, penitenza purificante e carità solidale. Che il Signore ci aiuti a riscoprire la verità della vita con Dio, come fu per il cieco nato. Forse proprio chi ci è più vicino potrà non capire e in questo caso la storia dei farisei, che è narrata nel Vangelo, si ripeterebbe, ma possiamo ‘barattare' la gioia di incontrare e vivere per il Signore, per un quieto vivere, che è solo cecità? Dio ci aiuti.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2013/2014

Messaggio da miriam bolfissimo » ven apr 04, 2014 11:07 am

      • Omelia del giorno 6 Aprile 2014

        V Domenica di Quaresima (Anno A)



        La resurrezione di Lazzaro: la vita è una preparazione all’eternità
La Parola di Dio, dopo averci presentato, in questo cammino quaresimale, Gesù come sorgente di acqua viva, dono di Dio, nel racconto della samaritana al pozzo, e dopo averci rivelato Gesù come Luce che illumina ogni uomo, nel miracolo del cieco dalla nascita, oggi ci fa riflettere su Gesù unica nostra vera Vita, nella resurrezione dell’amico Lazzaro. Il senso che diamo alla vita è il punto centrale dell’esistenza umana di ciascuno, per ogni aspetto dell’esistenza, quella che viviamo provvisoriamente su questa terra e quella eterna dopo la morte. Che senso ha questa vita chiusa dentro un corpo che, se va bene, percorre giovinezza, maturità e tramonto, ma soprattutto che senso ha la forza della vita che ci sentiamo dentro, nonostante il declino del nostro corpo? Sono le domande che rendono maturo un uomo e le risposte che diamo qualificano certamente anche il nostro modo di vivere. Si può vivere costruendo giorno per giorno nella fede e nell’amore. Si può vivere svuotati da ogni senso, tanto da avere solo la percezione di morire giorno dopo giorno nel breve tempo che ci è concesso.

Nessuno di noi sa quando sarà il giorno in cui Dio metterà fine a questo tempo di prova. Lui sa. Lui pazientemente crea per ciascuno, momenti di riflessione, ma sempre per la sola ragione di aprirci alla fede nella resurrezione che ci attende. Lo crediamo o no. Viene in mente la parabola di Gesù circa le vergini sagge e le stolte, che attendono venga lo sposo, per entrare con lui a nozze. Tutte hanno la lampada accesa per accompagnare lo sposo, ma non tutte si sono preoccupate di avere olio sufficiente per l’attesa. Un grave errore, perché le vergini, che Gesù definisce stolte, sono andate in cerca di olio, senza pensare che lo sposo potesse passare nel frattempo. Solo le sagge, pronte per ogni momento, possono accogliere lo sposo ed entrare a nozze con lui. Le stolte arrivano in ritardo, quando le porte sono ormai chiuse e la risposta alle loro suppliche è dura: ‘Non vi conosco’. Ora la vita di ciascun uomo non è altro che questa attesa. Nessuno sa quando arriverà lo sposo. Non lo sanno i malati in gravi condizioni, tanto meno lo sanno molti che vivono come se non li attendesse il momento della ‘chiamata’. Eppure non possiamo mai farci trovare impreparati.

Occorre dare alla vita quel senso di prontezza, di vigilanza, in modo da non essere colti di sorpresa. Ne va di mezzo la vita eterna. Certamente la morte è davvero la grande dolorosa prova per il passaggio all’eternità. Sicuramente c’è chi ci riflette e forgia la sua vita sull’attesa dello Sposo. Ma quanti invece vivono l’esistenza come un’avventura e passano all’eternità impreparati? A volte sembra che Dio permetta la malattia come a ricordarci quale sia il nostro vero destino, il nostro domani nell’eternità. Il racconto della morte e resurrezione di Lazzaro è una grande lezione di vita. Quando gli giunge la notizia sembra quasi che Gesù non vi dia peso, Lo dimostra bene il Vangelo di oggi. Apparentemente non mostra preoccupazione o ansia. Sa che è morto e dice semplicemente: ‘Il nostro amico si è addormentato, ma io vado a svegliarlo’. Gli dissero i discepoli: ‘Signore, se si è addormentato guarirà’. Gesù parlava della morte di lui. Allora disse loro apertamente: ‘Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato lì, perché voi crediate. Andiamo da lui’. Ma arrivato nella casa dell’amico esprime tutta la sua profonda e umana tristezza. Gesù non è mai indifferente di fronte alle prove e difficoltà che ci toccano da vicino. Racconta il Vangelo:
  • Marta, quando seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: ‘Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto. Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà’. Gesù le disse: ‘Tuo fratello risusciterà’. Gli rispose Marta: ‘So che resusciterà nell’ultimo giorno’. Gesù le disse: ‘Io sono la resurrezione e la vita: chi crede in me anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in me non morirà in eterno. Credi tu questo?’. Gli rispose: ‘Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire in questo mondo’. (Gv. 11, 1-45)
Quando Gesù vede Maria piangere e i Giudei con lei, ‘si commosse profondamente, si turbò e disse: ‘Dove l’avete posto?’. Gli dissero: ‘Signore, vieni a vedere’. ...E Gesù scoppiò in lacrime, mostrando quanto è davvero profonda e vera la sua umanità, che sa mettersi nei nostri panni, nel dolore, fino a condividerlo totalmente.
  • Dissero allora i Giudei: ‘Vedi come l’amava!’. Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: ‘Togliete la pietra’. Gli rispose Marta, la sorella del morto: ‘Signore, già manda cattivo odore, poiché è più di quattro giorni’. Le disse Gesù: ‘Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?’. Tolsero dunque la pietra. Gesù alzò gli occhi e disse. ‘Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che Tu mi hai mandato’. E detto questo gridò a gran voce: ‘Lazzaro, vieni fuori!’. Il morto uscì con le mani e i piedi avvolti in bende e il volto coperto con il sudario. Gesù disse loro: ‘Scioglietelo e lasciatelo andare’. Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quello che aveva compiuto, credettero in Lui’. (Gv. 11, 1-45)
Tornano alla mente le parole che Lui aveva detto alle sorelle: ‘Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore vivrà e chiunque vive e crede in me non morirà in eterno’. E così il conforto, che Gesù dà, va oltre la gioia di avere un fratello ritornato dalla morte alla vita – una vita che qui in terra ha sempre necessariamente un termine – è il conforto che ‘vivere di Lui e per Lui è non morire mai’. Tutte le nostre domande, giustissime, sul nostro futuro dopo la vita su questa terra, trovano una risposta nella storia di Lazzaro, il grande amico di Gesù: un amico con cui aveva trascorso tanta parte dei momenti liberi e di riposo, nella casa dell’amicizia. Un amico che cercava, a cui sicuramente avrà parlato nei momenti di tristezza, forse, di gioia, quasi come ‘un polmone’ alle fatiche missionarie; un amico a cui si sentiva profondamente unito anche nella lontananza, con cui si confidava, pregava, un vero amico fidato, come del resto lo erano le due sorelle, Marta e Maria.

Un amico la cui resurrezione diventa per noi il segno dell’amore, la testimonianza concreta del destino di chi è amico del Signore. Con la resurrezione di Lazzaro Gesù dice a ciascuno di noi che la morte è semplicemente il passaggio alla vita eterna. Tutti sappiamo che questa esistenza ha una sua fine. Non possiamo assolutamente evitarla, che tocca tutti, a qualsiasi età e in tanti modi. Ma questo non ci toglie pace e serenità, poiché ci fidiamo del Signore e crediamo che vivere quaggiù è semplicemente un preludio all’eternità. I giorni che il Signore ci dona sono i molti modi con cui ci offre l’opportunità, nella libertà dell’amore, di rispondere alla Sua chiamata definitiva alla felicità. Ma una domanda mi viene spontanea: sappiamo tutti dare alla vita uno stile di attesa per la resurrezione? O nella quotidianità del nostro vivere non ci lasciamo prendere la mano da un materialismo pratico che non conosce resurrezione? Possiamo anche pensare che tutto finisca con la morte, ma di fatto non possiamo evitare il dopo, che ci sarà per tutti.

Chiediamoci dunque con franchezza, in questo cammino quaresimale: Il mio modo di vivere è preparazione al domani con Dio? O, non sia mai, vivo quasi fosse un passatempo senza domani? Credo sia una domanda che tutti dovremmo porci. La Quaresima davvero è un tempo di conversione, un cambiare direzione per davvero prepararci fin da ora alla nostra resurrezione. Questo davvero è il senso della Quaresima e della Pasqua. Chiediamo il dono di essere illuminati interiormente dallo Spirito, perché solo Lui può aprire il nostro cuore alla verità e al senso della vita, che ci è stata donata. I nostri vecchi dicevano: ‘Si vive una volta sola … ‘, ma da questa ‘volta sola’ dipende la nostra eternità … non possiamo permetterci superficialità o distrazioni. Il tempo è prezioso e va vissuto con amore e fiducia, certi che il nostro Dio ha cura di noi, ci segue, ci accompagna, ci sostiene, ci cerca, anche quando noi ci dimentichiamo di Lui. Il nostro Dio è il Vivente, che ci attende, per donarci, già quaggiù, un ‘seme incorruttibile’ di eternità, chiamandoci a partecipare della Sua stessa resurrezione. Prepariamoci dunque!



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Messaggio da miriam bolfissimo » lun apr 14, 2014 9:21 am

      • Omelia del giorno 13 Aprile 2014

        Domenica delle Palme (Anno A)



        Occorre una seria e profonda preparazione
In ogni Domenica delle Palme fa tenerezza l’agitare delle palme benedette, non solo da parte dei bambini, ma anche degli adulti che tengono rami d’olivo con una speranza nel cuore, quella di vivere un po’ di pace, in questo tormentato mondo, in questa nostra travagliata vita. Una volta benedetti i rami, vengono poi divisi, sino a diventare in alcuni casi poche foglie che si disperdono nelle mani di amici, di parenti, di vicini, per esprimere reciprocamente la volontà di amicizia, di condivisione, tanto che in questa domenica ogni paese pare inondato di foglie di olivo, come del grande desiderio di pace che è in ogni cuore. Non c’è davvero posto, almeno oggi, per grida di odio o guerra. Almeno oggi. Pare di rivivere ogni anno la scena evangelica: “La folla numerosissima stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada. La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva gridava: ‘Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!’.

Cosa vedevano, allora, in Gesù, in quell’ uomo semplice e povero, venuto da una terra, la Galilea, da cui, secondo i Giudei, ‘non era possibile venisse qualcosa di buono’? Cosa vedevano in quel ‘profeta’, senza alcuna potenza, che predicava la beatitudine della povertà, della misericordia, della sofferenza, della persecuzione e fame di giustizia? Come riporre fiducia in lui? Aveva di grande e meraviglioso e sicuro solo l’Amore: un Amore così fedele e totale, da renderlo disposto a dare liberamente la vita per noi. Poteva lui assicurare la pace, che tutta quella folla sperava? Garantire la giustizia, che a Gerusalemme non era certo di casa, allora, come oggi, per le strade del nostro mondo? Lui lo aveva affermato: ‘Vi do la mia pace, non come quella del mondo’. Sono domande che continuiamo a porci anche oggi. Merita la nostra fiducia, tutta la nostra fiducia?

Contempliamo la scena. Davanti al corteo c’era Gesù, circondato da un trionfo che la gente gli tributava, ma non è come noi, che ci lasciamo montare la testa anche per meno. Lui guarda oltre, perché nel suo cuore era chiaro il prezzo che era chiamato ‘per volontà del Padre’ e per amore verso di noi, per darci la vera Pace: un prezzo che è la Sua passione e morte in croce! Questo Amore donato, fino all’ultima goccia di sangue, è la sola via che può sconfiggere il male, fino a diventare trionfo del bene, resurrezione, non per una volta sola, per un periodo della storia, per un solo uomo, ma per tutti gli uomini, noi compresi, e per sempre … solo che lo accettiamo. Ho sentito troppe volte una frase che rivela i nostri sentimenti e la nostra sensazione di sconfitta, di fronte al male che serpeggia tra noi in mille forme, sempre nuove e sempre più terribili. Spesso mi è stato chiesto: ‘Crede lei nell’amore vero, come quello del maestro Gesù? Crede che la via dell’amore, individuale o di comunità, non abbia davvero paura di soccombere di fronte all’enorme prepotenza della violenza? Ebbene, l’esperienza mi dice che l’amore è la sola via per fare strada alla pace, ma deve sempre mettere in conto che vi è lo stesso rischio, vissuto dal Maestro, ed è un prezzo da pagare. Non vi è amore vero senza la disposizione a servire e soffrire.

Ricordo la mia esperienza di parroco a Santa Ninfa, una parte della Sicilia, che conosceva duramente la soffocante presenza della mafia, che rubava letteralmente voglia di progresso e speranza: vera organizzazione del male e di morte, ovunque operi, anche oggi. Eravamo in tre confratelli sacerdoti, inviati dai nostri Superiori rosminiani. Era difficile il compito affidatoci. Il parroco che ci aveva preceduto aveva gettato sulla comunità una densa ombra di sfiducia. Non fu facile, inizialmente, riconquistare la fiducia perduta. Per due anni durò il nostro essere ‘esaminati’, silenziosamente, da lontano, ma alla fine vinse la nostra pazienza, la nostra presenza, che non voleva invadere, ma offrire semplicemente un servizio, e lentamente la gente ricominciò a frequentare la parrocchia e rinacque la fiducia nella Chiesa. Ci volle davvero la testimonianza dell’amore dei pastori per il gregge affidato, che è il solo che attira fiducia e cancella ogni memoria di tristezza.

La stessa disponibilità d’amore me la chiese il caro Paolo VI, inviandomi alla Chiesa di Acerra, terra difficile per la presenza della camorra e perché mancava di vescovo residenziale da 12 anni. In quell’atmosfera difficile, seguendo la volontà di Dio, espressa dal Santo Padre, ci andai e anche lì, dopo un inizio difficile, offrendo la stessa fiducia che il Signore aveva avuto in me, sorse una Comunità di credenti davvero bella, un vero modello, tanto che da essa il Signore scelse due sacerdoti, perché diventassero pastori di altre Comunità. Dobbiamo però sempre guardare a Lui, a Gesù, seguendo giorno dopo giorno i Suoi passi, facendo con Lui le nostre scelte nel quotidiano, lasciandoci ‘trasfigurare’ per vivere il Suo stile: amare, agire con pazienza e mitezza perché la Verità sempre prevalga; per Lui e per i fratelli essere disposti, se fosse necessario, a dare la vita, sapendo che la nostra esistenza ha la sua mèta in Cielo, con la resurrezione.

Ma è così la nostra preparazione alla Pasqua? Vi è in noi questa dimensione di vita oltre le apparenze effimere e, a volte, fuorvianti, che il mondo ci offre? Davvero profondamente crediamo che Gesù, il Cristo, è venuto per salvarci, non come massa, ma ciascuno di noi? La sua morte e la sua resurrezione sono per me, per te, per ogni uomo a cui è stato fatto dono della vita. Offro per la nostra riflessione le parole che Paolo VI diceva ai sacerdoti un giovedì santo:
  • Le parole mirabili di Gesù, profetiche al tempo stesso della sua passione e della sua gloria: ‘Ed io – afferma Gesù – quando sarò elevato in alto da terra, attirerò tutti a me’, di quale innalzamento, di quale esaltazione parlasse, ce lo indica l’evangelista ‘e ciò diceva per indicare, significare di quale morte stava per morire’. Gesù alludeva alla sua dolorosissima elevazione sulla croce, con la particolare ostensione al mondo, la quale, proprio nella sua efferata estensione al mondo, assumeva per Cristo una speciale, trasformante realtà, quella di essere sacrificio, anzi vero sacrificio redentore del genere umano con la sua morte … e questo avviene oggi nel sacrificio della Santa Messa che è resurrezione.
Ed è proprio così, ma ne abbiamo consapevolezza? È proprio nella Santa Messa che la Chiesa, non solo annunzia il sacrificio di Gesù, ma il suo perpetuarsi per noi. Che Dio conceda a tutti noi di vivere con gioia i giorni di questa Settimana Santa, che non solo ci raccontano, ma celebrano il Mistero grande della nostra salvezza, frutto dell’Amore incomprensibile nella sua totalità e grandezza, ma proprio per questo meraviglioso per la nostra fede, fino alla gioia immensa del sabato notte, quando canteremo la pienezza della Vita a noi donata con la resurrezione, preludio di quella senza fine, nella Casa del Padre. Non mi resta che augurare a voi tutti di vivere con fede e gioia la Settimana davvero Santa, che il Signore ancora ci dona, per gustare la bellezza della sua Presenza nella nostra vita.



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Messaggio da miriam bolfissimo » gio apr 17, 2014 11:27 am

      • Omelia del giorno 20 Aprile 2014

        Domenica di Pasqua (Anno A)



        Una Luce che illumina tutto
La Santa Pasqua è sempre stata una grande solennità per la Chiesa e, quindi, per noi, che Dio ha privilegiato, rendendoci figli carissimi per Lui. La Santa Pasqua è giustamente chiamata ‘Il Giorno del Signore’. Una simile definizione richiama la creazione, perché, dopo la prima creazione, il Padre ha ‘rifatto’ il mondo e l’uomo che aveva creato. Nella prima creazione aveva gioito nel comporre cielo e terra, fino al sogno divino di plasmare, da un poco di fango, l’uomo, ‘alitando’ in lui il Suo Spirito di vita, rendendolo ‘simile a Sé’, partecipe della sua grandezza e felicità. Ed è comprensibile che Dio accompagni la sua creazione con gioia. Creare, per il Padre, è sempre un modo di manifestare l’Amore che Lui è, così che ogni creatura, e in modo particolare ogni uomo, ‘fatto a Sua immagine’, splenda, perché – almeno così dovrebbe essere – porta in sé la Vita divina che gli è stata donata, come in uno scrigno, partecipa dell’eternità propria di Dio, vive costantemente sotto lo sguardo di Amore del Padre, che di lui vuole prendersi cura – sempre che l’uomo nella libertà accolga questo immenso Amore, per essere con Dio ‘una cosa sola’. Doveva essere immensa la bellezza del creato e doveva essere davvero un paradiso viverci, con la coscienza di essere avvolti da un Amore totale e infinito, come quello del Padre, anzi, con la consapevolezza di esistere proprio perché amati.

Il peccato, il rifiuto di tutto questo, frutto della tentazione di satana, che aveva suggerito – e continua oggi a suggerire – di cercare in sé e solo in se stessi la gioia, senza Dio, fu e continua ad essere una ribellione, frutto di superbia e arroganza dell’uomo, che così si ritrova ‘nudo’. Il peccato è sempre un non voler riconoscere la ragione della nostra creazione, frutto del Cuore di Dio. Venne così sconvolto il senso stesso della creazione dell’uomo, fino a non poter trovare più in noi un senso al vivere in questo creato. Non c’è bisogno di tante spiegazioni al riguardo. Basta uno sguardo sulla nostra vita quotidiana, sul creato continuamente deturpato e minacciato nella sua stessa esistenza da noi uomini.

Attorno a noi e sempre per colpa nostra, si avvelenano i mari e i fiumi, distruggendo ogni forma di vita; scompaiono i fiori e alberi per costruire, senza regole o rispetto del territorio, e giungiamo, per sete di guadagno o criminali interessi economici, ad avvelenare la stessa terra su cui viviamo, mettendo a rischio la salute e la vita di tanti fratelli. La natura ci diventa nemica e un mondo così, devastato da noi, non ci ricorda più la gioia della creazione. Ma Dio, nella fedeltà al Suo Amore per noi, non assiste passivo ed indifferente allo sfacelo di quanto ha creato per amore. Ecco perché la Pasqua è e deve diventare l’inizio di una nuova creazione. È il Giorno nuovo fatto dal Signore. E questa volta Dio non usa fango per rifare il creato. Questa volta la Sua Parola creatrice è lo stesso Suo Figlio, il Verbo incarnato, Gesù, che afferma con la sua stessa vita donata per noi: ‘Padre, la tua volontà sia fatta’. E la volontà del Padre è che tutti gli uomini rinascano a vita nuova. Una volontà che si realizza nel momento in cui Gesù sulla croce, privo ormai di ogni energia umana, sospira: ‘Padre, tutto è compiuto. Nelle tue mani affido il mio Spirito’. E la risposta del Padre non si fa attendere: è l’immensa gioia della Resurrezione del Figlio.

Nella Pasqua del Signore il mondo, la sua creazione si sono riconciliati. L’uomo, con la morte e la resurrezione di Gesù, ha potuto riprendere il dialogo interrotto con Dio, ha potuto ritrovare il vero senso e significato della vita, della sua stessa esistenza. Lo dice bene l’apostolo Paolo: “Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.”. (Cor. 3, 1-4) Ecco perché questa è la grande Festa della Chiesa, una festa che si ripete ogni domenica, festa di profonda gioia per quanti di noi vivono la vita con fede.

Ricordiamoci sempre: ‘Questo è il giorno che ha fatto il Signore; rallegriamoci ed esultiamo’. Non apparteniamo più – così dovrebbe essere per quanti credono – ad un mondo sbagliato. Noi ora siamo di Cristo. Siamo creature nuove, che risplendono dell’amore e della gioia del Padre. Creature nuove perché il sepolcro è rimasto vuoto. Noi, a differenza dei discepoli contemporanei di Gesù, che ancora non avevano compreso le antiche promesse, conosciamo, sperimentiamo, vediamo quella Luce di eternità che si è irradiata lungo i secoli: la Luce della nostra salvezza, che alimenta e sostiene la nostra speranza. A volte ci lasciamo umanamente prendere dall’angoscia nel sapere che questa nostra vita avrà qui sulla terra una fine e ci spaventa il domani. Ma nella fede possiamo credere, anzi abbiamo la certezza, che la vita terrena, il nostro vivere quaggiù, agli occhi del Padre che ce ne ha fatto dono, è solo un passaggio, un momento. Il vero domani senza fine inizierà proprio quando terminerà questo momento provvisorio e risorgeremo con Cristo, se lo abbiamo amato e voluto seguire, nonostante tutte le nostre fragilità e debolezze. Ecco perché fa tanta impressione e tristezza notare come tanti, troppi, interpretano il dono della vita senza fare alcunché per raggiungere la gioia del dopo.

Dovremmo invece accogliere ogni giorno come una vigilia dell’eternità con Dio. Ricordiamoci bene che il materialismo non ha futuro. Per questo fare festa per la Pasqua del Signore ha il significato di una continua preparazione alla nostra resurrezione. Questo è davvero ciò che conta. Viviamo con profonda fede e gioia la Pasqua del Signore e nostra: è finalmente spuntato il Giorno che non conosce tramonto. Credo che quel mattino tutto il creato abbia spalancato gli occhi, sbalordito di avere ritrovato i passi del Suo Signore, qui tra noi. Credo che tutta la terra improvvisamente sia rinata per accogliere la bellezza di Cristo risorto per sempre. È stato e deve essere anche per noi il Giorno del Signore che ritorna dai Suoi, sempre che lo attendiamo, come gli Apostoli, nel Cenacolo. Questo è il mio augurio di cuore: ogni domenica sia il ripetersi, nell’Eucarestia, dell’incontro gioioso con Gesù vivo e risorto, che vuole renderci partecipi della Sua stessa Vita e resurrezione. Auguri di una buona e santa Pasqua di resurrezione.



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Messaggio da miriam bolfissimo » lun apr 28, 2014 7:58 am

      • Omelia del giorno 27 Aprile 2014

        II Domenica di Pasqua (Anno A)



        Tommaso, guarda le mie mani
Un tempo questa domenica, seconda di Pasqua, era chiamata ‘in albis’, ossia, coloro che, per i loro gravi peccati, erano stati invitati dal vescovo ad una Quaresima di conversione e di penitenza, durante la Veglia pasquale partecipavano alla gioia della ritrovata innocenza con la riconciliazione e, quindi, come bambini appena nati, si rivestivano di bianche vesti. Il significato profondo era che, dopo una vita lontani o contro Dio, rinascevano, invitati a non perdere più la ‘veste dell’innocenza’, che era il segno che, dalla comunità, non dovevano più essere considerati ‘morti alla grazia, per il peccato’, ma ‘rinati a vita nuova’, che è la Pasqua di quanti si convertono ancora oggi, accostandosi al Sacramento della penitenza, in particolare a Pasqua. Lo stesso facevano quanti, dopo una preparazione quaresimale, e oltre, nella veglia pasquale ricevevano il Battesimo, ‘rinascita a vita nuova’, dono della resurrezione di Cristo. Forse oggi è venuta a mancare questa ‘festa di vita nuova’, con il grave rischio di non partecipare alla resurrezione. E Dio solo sa quanto tutti noi abbiamo bisogno di ritrovare la gioia di quella veste bianca, noi, troppe volte ‘fuori strada’, nel buio di una vita senza o contro Dio-Amore, in compagnia del solo egoismo, che è la morte del cuore.

L’uomo ha bisogno di comprendere e di accogliere la Divina Misericordia. Il grande Giovanni Paolo II intuì questa urgenza e, nel 2000, diede ufficialità al titolo di ‘Domenica della Divina Misericordia’ per definire questa seconda Domenica di Pasqua. Quanto sono misteriose, ma sempre belle, le vie del Signore! Proprio in questa domenica la Chiesa, insieme con il Papa buono, Giovanni XXIII, proclama Giovanni Paolo II Santo! La loro vita diventa modello di vita cristiana. Con il loro esempio diventano una testimonianza viva di quanto la Misericordia di Dio può compiere, quando rispondiamo con docilità e dedizione alla chiamata alla santità, che è per tutti, in ogni situazione di vita. Non ci resta che abbandonarci alla Grazia, perché possiamo avere l’umiltà di affidarci alla Misericordia di Dio, che in Gesù, dalla croce, disse: ‘Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno’. Sì, abbiamo sempre bisogno di essere perdonati, soprattutto quando rischiamo di vivere come se fossimo ‘fermi’, insieme a quanti sotto la croce si prendevano beffe di Gesù, che proprio da quella croce vuole chiamarci alla gioia di una vita nuova. Chiediamo la grazia di non privarci mai della gioia di liberarci dal male, ridiventando ‘bambini nel cuore e nella vita’: la gioia dei primi nostri fratelli nella fede, descritta dagli Atti degli Apostoli:
  • Quelli che erano stati battezzati erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati. (At. 2, 42-47)
Oggi la Chiesa ci ripropone la profonda gioia degli Apostoli nel rivedere il Maestro, che deve essere anche la nostra. È facile immaginare i loro sentimenti. Incredibile per loro, poveri uomini, ma sicuramente innamorati di Gesù, anche solo pensare che sarebbe davvero risorto. La povertà della nostra natura umana ha difficoltà, ancora oggi, a pensare che ci sia resurrezione anche per noi. Facile – e per qualcuno ‘comodo’ – pensare che tutto finisce con questa breve e fallace esistenza terrena, ma l’Apostolo Paolo afferma con decisione: ‘Se Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra stessa vita’. Se non si è accecati dal benessere o dal male, non può non esserci una giusta incertezza nel profondo del nostro cuore, la stessa che sicuramente era negli Apostoli, ed in particolare in Tommaso: ‘Non può finire tutto così, ci deve essere un ‘dopo’, che non riusciamo a intuire, ma deve esserci!’. E Gesù risorto, apparendo, toglie ogni dubbio, ogni incertezza:
  • Tommaso uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri apostoli: ‘Abbiamo visto il Signore!’. Ma egli disse loro: ‘Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo’. Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: ‘Pace a voi!’. Poi disse a Tommaso: ‘Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani: tendi la tua mano e mettila nel mio fianco, e non essere incredulo, ma credente!’. Gli rispose Tommaso: ‘Mio Signore e mio Dio!’. Gesù gli disse: ‘Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! (Gv. 20, 19-31)
Davvero Tommaso rappresenta tutti noi, quando, trovandoci di fronte a tanti fallimenti o dubbi, o avversità, pensiamo sia impossibile che tutto possa cambiare e che, con la fede e la pazienza, si possa avverare la speranza. Non riesco a pensare a uomini – per natura uguali a me, uguali ai santi, creature di Dio, votate alla visione del Padre – che riescono a vivere senza futuro, quel futuro che è nella nostra vita eterna, che Dio ci dona nella fede. Deve avere pure un senso questa vita! Un senso che non può essere certamente solo il benessere, il denaro, o quello che vogliamo, tutte cose che non sono la grandezza della vita eterna! Sono beni fugaci e, tante volte, soffocano proprio il meraviglioso dell’eternità. Voglio credere che tutti sentiamo la nostalgia del Padre, solo che ‘vederLo’, richiede – ora – tanta fede, l’abbandono di ogni sicurezza, una fiducia totale in Lui.
  • Ma noi, uomini di oggi – affermava Paolo VI, il 20 novembre del 1968 – facciamo opposizione: a che giova cercare Dio? Un Dio così nascosto? Non basta quel poco che se ne sa, o se ne crede di sapere? Non è meglio impegnare il nostro pensiero allo studio di cose più proporzionate alle nostre difficoltà conoscitive? La scienza? La psicologia? Cioè il mondo e l’uomo? Ci si dimentica che l’uomo in tutto il suo essere spirituale, cioè nelle supreme difficoltà di conoscere e di amare, è correlativo a Dio: è fatto per Lui; ogni conquista dello spirito umano accresce in lui l’inquietudine e accende il desiderio di andare oltre, di arrivare all’oceano dell’essere e della vita, della piena verità che sola dà la beatitudine. Togliere Dio come termine della ricerca, a cui l’uomo è per natura sua rivolto, significa mortificare l’uomo stesso. La cosiddetta ‘morte di Dio’ si risolve nella morte dell’uomo.
Ha ragione Pietro, tanto generoso nell’amore a Cristo, di scrivere:
  • Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la resurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce … Perciò siate ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco – torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi Lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederLo, credete in Lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime. (I Pietro 1, 3-9)
Oggi siamo chiamati tutti a farci illuminare dalla gioia e dallo stupore di Tommaso, che, dopo aver visto Gesù Risorto, non sa che balbettare: ‘Mio Signore, mio Dio!’. Come ancora affermava Paolo VI:
  • Noi siamo in migliori condizioni degli altri, privi della luce evangelica, per guardare il panorama del mondo e della vita con gioioso stupore e per godere di quanto l’esistenza ci riserva anche nelle prove di cui essa abbonda, con riconoscente e sapiente serenità. Il cristiano è fortunato. Il vero cristiano sa di avere e trovare le ragioni della bontà di Dio in ogni avvenimento, in ogni quadro della storia e dell’esperienza; ed egli sa che ‘tutte le cose si risolvono in bene per coloro che vivono della benevolenza di Dio’ (Rom. 8, 28). Il cristiano deve dare sempre una testimonianza di superiore spiritualità, dalla gioia di Cristo Risorto … Una gioia che nulla ha a che fare con le cosiddette gioie del mondo, che sono illusioni-delusioni che nulla hanno a che vedere con la gioia di Cristo. I cristiani sanno e sono tanti, che la nostra gioia interiore e la propria esteriorità sono di Cristo Risorto.
È il continuo invito che ci fa Papa Francesco: ‘Ricordiamo: ogni incontro con Gesù ci cambia la vita e ogni incontro con Gesù ci riempie di gioia”. Come è stato per Giovanni XXIII e per il caro Giovanni Paolo II, che Gesù lo hanno incontrato quaggiù ed ora vivono alla Sua Presenza, ma sicuramente senza mai dimenticare coloro che erano stati loro affidati dal Maestro. Oggi sono loro che, dopo aver camminato con noi e tra di noi, intercedono perché possiamo un giorno ricongiungerci con loro e vivere nella pienezza della Vita, che Gesù Risorto ci ha donato per l’eternità. Grazie, Signore Gesù, per tutti i tuoi doni. Non basterà l’eternità per ringraziarti.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2013/2014

Messaggio da miriam bolfissimo » lun mag 05, 2014 8:34 am

      • Omelia del giorno 4 Maggio 2014

        III Domenica di Pasqua (Anno A)



        Resta con noi, Signore, si fa sera
La vicenda dei discepoli di Emmaus, che tutti conosciamo, accade nella giornata della domenica di Resurrezione. L’evento della passione e morte di Gesù aveva sconvolto tutti, a cominciare da chi l’aveva seguito, ma la Sua resurrezione era la Notizia stupenda, inattesa del giorno … come dovrebbe essere per il credente, pensando che ci attende un giorno la nostra resurrezione. Quelli per cui Gesù dalla croce aveva pregato il Padre, perché li perdonasse, poiché ‘non sanno quello che fanno’, forse pensavano di essersi finalmente liberati di un incubo, cioè della presenza tra di loro di una Voce scomoda che parlava, viveva, operava, come ‘fosse’ Dio,… e lo era realmente! A costoro era insopportabile un Dio che si facesse così vicino, mettendo a soqquadro la loro umana tranquillità. Per loro, i Giudei, e forse per tanti di noi, bastava osservare le Leggi di Dio, anche se queste poi, tante volte, erano solo un muovere le labbra, assumere comportamenti apparentemente ‘giusti’, magari ‘andare a Messa’, ma con il cuore lontano. Per altri, invece, quelli che Lo amavano, i discepoli e tanti altri che lo avevano seguito con fiducia e speranza, avevano creduto in Lui, avevano avvertito la bellezza di sentire in sé palpitare il Cuore di Dio, la Sua crocifissione e morte era stata il giorno del dolore più angosciante, del totale smarrimento e disorientamento, di un’immensa delusione e amarezza.

Ovunque, quel giorno, si parlava di Gesù, a diritto e a rovescio, come del resto si fa oggi. Non si riesce a comprendere come tanti non credano nella resurrezione di Gesù e nella propria. Vivono nella convinzione che la vita sia un breve passaggio su questa terra, senza un domani, senza una ragione che giustifichi gioie e tante sofferenze! Ma domandiamoci: se non ci fosse la certezza che anche noi un giorno risorgeremo, sperando nella Gloria del Cielo, che senso avrebbe nascere e vivere? Che senso avrebbe soffrire o lottare? È nella nostra natura l’esigenza di avere un traguardo nella vita; anche se non crediamo, parliamo, lavoriamo, soffriamo, gioiamo sempre con l’occhio teso al domani. Ma quale domani? Solo chi vive con lo sguardo al futuro, che è nella vita eterna con Dio, trova la forza, sempre, di dare una ragione profonda e costante alle sue azioni, alle sue fatiche ed alle sue sofferenze. Mi ha sempre colpito, visitando gli ammalati, a volte in fin di vita, scoprire come spesso trovassero la ragione di conforto e tante volte di serenità nel credere che la loro vita di sofferenze altro non era che un’attesa di vita felice con Dio. La loro stessa morte non era vista come la fine di tutto, ma il principio del tutto, che non può essere su questa terra. Ci aiuta in questa riflessione il racconto dei due discepoli di Emmaus, che stavano allontanandosi da Gerusalemme, delusi, dopo la morte del Maestro, che avevano amato, seguito, in cui avevano creduto. L’evangelista Luca fa notare che, quando Gesù in persona si accosta loro, “i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo”.

È quello che capita a tanti di noi, quando siamo in difficoltà, emotivamente turbati, e pare che il Cielo sia sparito dai nostri occhi, sentendoci tremendamente soli: quella solitudine che è il più grande dolore che noi uomini possiamo provare. Non la solitudine, piena di Presenza, che alcuni uomini e donne scelgono per camminare più facilmente con Gesù, capace di infondere un’incredibile serenità, ma una solitudine che è isolamento, senso di abbandono, incomunicabilità. Tutta la prima parte della narrazione evangelica è il racconto di due discepoli smarriti, come spesso siamo noi, ma a cui sono giunte voci di qualcosa da loro ritenuto impossibile: la resurrezione, un evento divino, inconcepibile per il nostro ‘buonsenso’, ma che, se fosse vero – ed è vero! - Darebbe alla loro e nostra vita la gioia piena, di chi sa che la vita va oltre il ‘qui’ ed ‘ora’. La bellezza di ciò che accadde allora e continua ad accadere ogni giorno anche a noi è che, in una ridda di emozioni sospese, Gesù si manifesta, conducendoci per mano nella conoscenza delle Scritture. E la Parola di Gesù, se ci rendiamo disponibili nella fede ad accoglierla, sempre affascina i cuori e chiarisce le menti. È il messaggio che ci permette di essere e ‘sentirci’ – se vogliamo – figli di Dio, abitanti del Paradiso per l’eternità.

Il racconto dei discepoli di Emmaus si chiude con la rivelazione di Chi Lui è… per noi! “Resta con noi, Signore, perché si fa sera e il giorno già volge al declino”. Una preghiera che tante volte sale spontanea alle nostre labbra, quando ci sentiamo soli o smarriti! Ed è davvero commovente la delicatezza con cui Gesù ci mostra quanto ci sia vicino! “Gesù entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese del pane, diede la benedizione, lo spezzò e lo diede loro”.(Lc. 24, 13-35) Questa è la vera Pasqua di ogni giorno, per noi che tante volte camminiamo nella vita con le delusioni e il volto triste dei due che ritornavano ad Emmaus.
  • Perché siete tristi? – Chiedeva Paolo VI – Vedete che il Signore rimprovera anche noi. Un maestro dello spirito conferma dicendo: ‘Nella vita spirituale i nostri peccati soltanto sono la nostra tristezza’. Perciò la vita cristiana deve sempre avere questa lampada accesa sopra di sé: la gioia. Tutto deve svolgersi nel clima di una semplice ma serena pace, che parte dalla grazia di Dio che consola e fa liete le anime. Avete mai incontrato un santo? Qual è la nota caratteristica che avete trovato in quell’anima? Sarà una gioia, una letizia così composta, così semplice, così vera. Ed è questa trasparenza di letizia che ci fa dire: quella è davvero un’anima buona, perché ha la gioia nel cuore. Ebbene io auguro che voi tutti, che siete uniti a Cristo, abbiate sempre la letizia nel cuore.
Ed è anche il mio augurio … per noi, che tante volte, per la nostra poca fede, tanto somigliamo ai due discepoli di Emmaus, ‘tristi’, quando sentiamo la mancanza del Maestro (anche se Lui è sempre con noi!) ma pronti a ritrovarLo ‘nello spezzare il pane’ dell’Eucarestia.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2013/2014

Messaggio da miriam bolfissimo » ven mag 09, 2014 10:48 am

      • Omelia del giorno 11 Maggio 2014

        IV Domenica di Pasqua (Anno A)



        Io sono venuto perché abbiano la Vita
Mi è cara questa domenica – detta del Buon Pastore – perché è sempre stata la festa di noi sacerdoti, pastori di un gregge che la Chiesa affida alle nostre cure. È la festa di ‘chi è di Gesù’, sia pure sotto le nostre povere vesti che, a volte, non riescono neppure a nascondere le tante manchevolezze, tipiche dell’essere poveri uomini, ma con una missione incredibile. Non per nostra scelta – ripeto – ma per un’incomprensibile ‘scelta di Dio’, siamo chiamati a fare da guida a comunità che, come sempre, per tante ragioni, a volte sembra ci rifiutino o, ancor peggio, facendosi convincere dai ‘falsi maestri’ del mondo (che ci sono sempre stati e sempre ci saranno) li scelgono come ‘pastori’, anche se poi altro non sono che ‘mercenari’, che ‘rubano’ le pecore del gregge. A questi ‘mercenari’ – dice Gesù – ‘non importa nulla del gregge’, ossia che fine fanno le persone che ‘usano’. Quando ero parroco in Sicilia, era abitudine, come segno, donare un agnello al proprio ‘pastore’. Ricordava a tutti, a me in particolare, il compito di custodire, amare, nutrire il gregge affidatomi, a qualunque costo, e ai fedeli, il vincolo di fiducia nel farsi guidare.

Quando Gesù si definì ‘pastore’, scelse un simbolo che la dice lunga sull’umiltà e sulla dolcezza Sua: un ‘pastore’ che si è fatto immolare sulla croce ‘come agnello’, segno del grande amore capace di dare la vita ‘per le sue pecorelle’. Il grande potere del pastore è tutto qui: imitare l’amore di Gesù nell’umiltà e nella dedizione, continuando a donarLo nell’Eucarestia, nel sacramento della Penitenza e nella Parola. Non siamo ‘funzionari pagati’ per un ufficio, ma siamo i grandi amici di tutti, senza distinzioni, intendendo per amicizia il dono rispettoso dell’Amore, il dono di Cristo. Siamo in tempi in cui i mass-media si divertono nel toglierci la nostra vera dignità, cercando le nostre debolezze e mai facendo apparire il grande bene che offriamo. Ma se qualcuno sbaglia, sono tanti quelli che offrono disinteressatamente la vita a Cristo e ai fratelli! Basterebbe fare un giro per le tante parrocchie o comunità e ci si imbatterebbe in sacerdoti o vescovi che sono davvero ‘pastori buoni’, nelle cui mani si può mettere la propria vita, come fossero le mani di Dio.

Non è certamente facile essere ‘buoni pastori’: richiede una seria volontà di santità e una totale disponibilità a farsi carico di tanti sacrifici, per mettersi sulle spalle tante pecore smarrite. È vero che un prete quando parla, quando celebra è Cristo tra noi, e quindi non può, come il Maestro, sfuggire alla sofferenza, ma deve continuare con infinita passione ad amare coloro che Dio gli ha affidato. E quando si incontra la sofferenza o l’incomprensione, il meditare le parole che Pietro scrisse nella sua I lettera, diventa un vero viatico per lui, come per ogni credente a cui sono rivolte oggi.
  • Carissimi, se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca; insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia… dalle sue piaghe siete stati guariti. Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime. (1 Pietro, 2, 20-25)
C’è – ci deve essere – una differenza tra il mondo e noi, che crediamo in Cristo, nel presentarci e stare con gli uomini. Il mondo ricorre sempre a tecniche e strategie, spot pubblicitari ed esibizioni spettacolari, noi dobbiamo abbracciare l’umiltà del servizio che, quando ama, non fa chiasso. Anzi. Forse qualcuno è ancora tentato dalla cosiddetta ‘necessità di dare visibilità’ alla fede: manifestazioni pubblicizzate, folle oceaniche, presunti miracoli che attirano le masse, turismo religioso, liturgie che facciano notizia. Ma può la ‘visibilità’ accordarsi con il Dio-impotente, che si è rivelato nel Cristo crocifisso? Gesù non è tema da ‘intrattenimento’, bensì una persona la cui visibilità è data dalla testimonianza di quanti lo seguono. Ci sono preti, vescovi, cristiani che senza apparire nei mass-media, costruiscono ogni giorno comunione tra loro e speranza nella propria gente. Anche pensando a loro, ascoltiamo con gioia la parola di Gesù, ‘il Buon Pastore’:
  • In verità in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce … Io sono la porta delle pecore: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. (Gv. 10, 1-10)
Questo è il meraviglioso ritratto che Gesù fa di sé e che dovrebbe essere il modello da vivere per chi di noi crede in Lui e soprattutto se è stato chiamato ad ‘essere pastore’. A volte ci accusano di fare del nostro servizio, tutto e solo amore, una ricerca di ‘potere’. Affermava don Tonino Bello: “A noi non si addicono i segni del potere. Ma solo il potere dei segni. Non tocca a noi cioè, con il nostro impegno di carità, risolvere il problema della casa, della disoccupazione, della ingiustizia planetaria. Tocca a noi però, condividendo la sorte degli uomini, porre segni di inversione di marcia ogni volta che il mondo assolutizza se stesso. Rinunciamo pure ai segni del potere. Non convertono alcuno. Ma non rinunciamo al potere dei segni”.

Altre volte notano, criticando, le nostre amarezze e difficoltà. E Papa Francesco nella Messa del Crisma, del Giovedì Santo, ha ricordato ai sacerdoti che “anche nei momenti di tristezza, in cui tutto sembra oscurarsi e la vertigine dell’isolamento ci seduce, quei momenti apatici e noiosi che a volte ci colgono nella vita sacerdotale (e attraverso i quali anch’io sono passato), persino in questi momenti il popolo di Dio è capace di custodire la gioia, è capace di proteggerti, di abbracciarti, di aiutarti ad aprire il cuore e ritrovare una gioia rinnovata”.

Altri ci considerano illusi, votati al fallimento … ma Paolo VI, in un’omelia del 27 giugno 1975, esortava i sacerdoti: “Levate il vostro sguardo … Il mondo ha bisogno di voi! Il mondo vi attende! Anche nel grido ostile ch’esso lancia talora verso di voi, il mondo denuncia una sua fame di verità, di giustizia, di rinnovamento che il vostro ministero saprà amministrare. Sappiate ascoltare il gemito del povero, la voce candida dei bambini, il grido pensoso della gioventù, il lamento doloroso del lavoratore affaticato, il sospiro del sofferente e la critica del pensatore. Non abbiate mai paura! – Ha ripetuto il Signore. Il Signore è con voi!”.

Che Dio ci faccia davvero, come Gesù, ‘buoni’, interamente ‘buoni’, tanto amici del gregge da dare tutto di noi, anche la vita, come sanno fare alcuni, sempre ricordando le parole profetiche di Papa Francesco: ‘Il sacerdote è una persona molto piccola: l’incommensurabile grandezza del dono che ci è dato per il ministero ci relega tra i più piccoli degli uomini. Il sacerdote è il più povero degli uomini se Gesù non lo arricchisce con la sua povertà, è il più inutile servo se Gesù non lo chiama amico, il più stolto degli uomini se Gesù non lo istruisce pazientemente come Pietro, il più indifeso dei cristiani se il Buon Pastore non lo fortifica in mezzo al gregge. Nessuno è più piccolo di un sacerdote lasciato alle sue sole forze; perciò la nostra preghiera di difesa contro ogni insidia del Maligno è la preghiera di nostra Madre: sono sacerdote perché Lui ha guardato con bontà la mia piccolezza (cfr Lc 1,48). E concludiamo riflettendo sulle parole di S. Pietro:
  • Esorto voi presbiteri, io parimenti presbitero e testimone dei patimenti di Cristo e chiamato a far parte di quella gloria che sarà un giorno manifestata, siate pastori del gregge di Dio, che da voi dipende, governandolo non forzatamente, ma con bontà come vuole Dio; non per amore di vile guadagno, ma con animo volenteroso; non come dominatori dell’eredità del Signore, ma diventati sinceramente modelli del gregge. (1 Pietro 5. 1-4)
Vorrei fare festa con quanti sacerdoti e vescovi, oggi, sono pastori del gregge. E vorrei esortare, quanti mi sono vicini, a pregare per me e per tutti i pastori, non solo, ma a compatirci nelle debolezze e vivere con noi la passione di Cristo per le anime, a cominciare dai più deboli.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2013/2014

Messaggio da miriam bolfissimo » lun mag 19, 2014 7:25 am

      • Omelia del giorno 18 maggio 2014

        V Domenica di Pasqua (Anno A)



        Perché nessuno sia mai trascurato
Siamo ai primi passi della Chiesa, che inizia il suo cammino proprio da Gerusalemme, la città santa che era stata testimone dei grandi avvenimenti dell'Amore di Dio tra gli uomini. Lì era stato crocifisso Gesù, il Messia, il Figlio di Dio. Lì il terzo giorno era resuscitato dai morti. Lì era salito al Cielo dove siede alla destra del Padre. Lì aveva inviato lo Spirito Santo, perché continuasse negli Apostoli prima e nella Chiesa poi, la missione di salvezza di tutto il genere umano, come è nella volontà del Padre, che ama talmente gli uomini, ogni uomo, da non avere alcuna esitazione ad offrire per loro la vita del Figlio. Lì, a Gerusalemme, ha avuto inizio il cammino della Chiesa nel mondo, giunto fino a noi.

Noi oggi, dobbiamo confessarlo con umiltà, abbiamo in parte perso il senso della divina bellezza della Chiesa: questa Chiesa, che, nonostante grandi esempi come Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, beatificati in aprile, o il dono dello Spirito che è Papa Francesco, appare appannato, non certo per colpa di Dio, ma per colpa nostra, perché la Chiesa siamo tutti noi, credenti nel Cristo risorto, che troppe volte ‘non rimuoviamo i macigni che sono all'imboccatura della nostra anima' impedendo la ‘festa dei macigni rotolati', come diceva don Tonino Bello. Quando le meraviglie di Dio sono affidate a mani di uomo, queste, troppo spesso, lasciano impronte poco gloriose. E così tanta gente, oggi, guardando troppo alle impronte degli uomini, si ferma più alle sue debolezze, che alla grandezza delle opere di Dio nella Chiesa. Da qui la conseguenza che tanti si allontanano, non trovando più il perché o la gioia di essere intimamente parte della famiglia di Dio, che è la Chiesa: Regno di Dio qui tra noi in terra. Ma com'era a Gerusalemme la prima comunità di credenti?

Se, per un confronto con le nostre, ne leggiamo le caratteristiche nel libro degli Atti degli Apostoli, (2, 42-48) pare davvero un quadro ‘di famiglia', un'icona, diremmo noi, che davvero dà della fede vissuta una visione da altro mondo, il mondo di Dio. Stavano insieme ed ‘erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli Apostoli' su tutto quello che Gesù aveva detto e fatto, fino alla morte sulla croce e la sua resurrezione. Ripetevano i gesti del Maestro e vivevano ‘nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere' soprattutto volendosi bene, un bene infinito dentro la Chiesa, che erano essi stessi, popolo in cammino dietro le orme del loro Signore. Solo questo contava ed interessava, tanto da essere completamente distaccati dai beni: 'Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme... prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la stima di tutto il popolo... e tenevano in comune ogni bene...' per vivere insieme il vero Bene, che è Dio: un Bene unico e insostituibile, davanti a cui i nostri poveri beni sono davvero piccolissima cosa, che può diventare però pericolosa che ci aggrappiamo ad essi.

Purtroppo troppe volte siamo proprio accecati dalle piccole cose che fanno piccolo il cuore e limitato l'orizzonte di vita, che chiede invece una dilatazione infinita nell'amore. Gesù lo ha insegnato e subito ci richiama a tale vigilanza. Già allora sorsero delle 'mormorazioni', perché ‘venivano trascurate le vedove nella distribuzione quotidiana dei beni'... si stava deviando dallo spirito di carità; ‘essendo i discepoli cresciuti in gran numero' inevitabilmente aumentavano le difficoltà. Ed ecco il nuovo segno dello Spirito:
  • Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: ‘Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque fratelli cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola. (At. 6, 1-7)
Quanto è creativa l'azione dello Spirito, se solo fossimo sempre attenti a ciò che ‘sussurra' nei nostri cuori! Purtroppo troppe volte noi stessi, discepoli del Cristo risorto, scadiamo nel materialismo, ci lasciamo tarpare le ali dall'effimero che ci circonda e non ha futuro, forse tradiamo, nei fatti, la vera ragione della nostra creazione. La vita altro non è che un tempo di prova per il Cielo. Ma la viviamo davvero secondo lo spirito di risorti? Gesù ce lo conferma oggi con le sue stesse parole:
  • Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: ‘Vado a prepararvi un posto'?. Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò ci siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado voi conoscete la via. (Gv. 14, 1-12)
Non è diretto solo agli apostoli quello che oggi Gesù dice, ma a tutti noi. Nel Battesimo siamo diventati tutti figli di Dio e, ai figli, spetta la Casa del Padre. La vita qui altro non è che una preparazione per avere un posto in quella Casa eterna. Ma ci pensiamo che verrà il giorno in cui saremo ‘giudicati' se la nostra vita è stata una preparazione. Impensierisce il tanto materialismo, a volte quasi un ‘ateismo pratico' anche nella vita di tanti, che affermano di essere credenti. Si vive tutti orientati al ‘tutto e subito' nell'oggi, sfuggendo anche solo il pensiero del domani che verrà. Ma possiamo vivere solo in funzione dell'oggi, senza guardare al domani che ci attende?

Dovremmo tutti, anche nella vita quotidiana che è piena di tante occupazioni e preoccupazioni avere il cuore e il pensiero continuamente rivolti al nostro posto presso il Padre. Ricordiamocelo tutti: il materialismo non ha futuro. Solo una vita di fede, che cerca di battere le vie della santità, può essere degna della creazione che di noi ha fatto Dio. È sempre un aprirsi alla gioia e alla speranza, incontrare fratelli e sorelle, che vivono su questa terra, ma con gli occhi e il cuore rivolti al domani con Dio. Vivono con più gioia, più speranza, più intensità di carità, più pienezza già quaggiù. Così come addolora vedere tanti che al domani proprio non ci pensano... eppure ci sarà anche per loro. Non resta che pregare Gesù che ci doni il Suo Spirito di sapienza, per diventare discepoli che sanno vivere ogni giorno nella luce del domani ‘senza tramonto' con il Padre.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2013/2014

Messaggio da miriam bolfissimo » ven mag 23, 2014 9:34 am

      • Omelia del giorno 25 maggio 2014

        VI Domenica di Pasqua (Anno A)



        Non vi lascio orfani
Non è certamente cosa da poco trovarsi - tutti noi, poveri uomini - di fronte ai compiti che la vita inevitabilmente ci pone. Ci sono momenti di grande solitudine, a volte creata da chi ci sta attorno, che non si accorge neppure della nostra sofferenza o difficoltà; ci sono quei momenti di 'angoscia', perché il 'sentirsi soli' nasce dal non capire neppure noi stessi. Sono quelle che chiamiamo 'crisi'. Quanta gente soffre per questo! Viene per tutti, in qualunque situazione, l'impatto con il dolore o con la necessità delle scelte o con la durezza del proprio compito. Guardare in faccia la propria croce è da gente forte, da gente di autentica fede e di amore. Farsi prendere dallo spavento della solitudine, dell'abbandono è come gettare le armi, prima di averle prese in mano: è rinunciare a vivere, senza avere risolto alcun problema, lasciando sospeso ciò che non può essere lasciato in sospeso. È in questi momenti che si cerca, si invoca Chi sappia darci una ragione del nostro smarrimento, in altre parole ci riporti alla gioia della vita, anche se da una croce.

Viene alla mente il momento dell'Ultima Cena, durante la quale Gesù aveva aperto il suo Cuore, aveva chiamato i Suoi 'amici, e non più servi', donato in eredità l'Eucarestia - 'Prendete e mangiate, questo è il mio corpo, fate questo in memoria di me'; offerto la lezione di come porsi davanti ai fratelli, da 'servi' non da sovrani, come spesso capita a noi - 'lavò loro i piedi'. Ma soprattutto quello che colpisce - e riguarda noi, sempre - è come li amava e ci ama: "Nessuno ha un amore più grande di questo, morire per i propri amici. Voi siete miei amici se fate quello che io comando". (Gv. 15, 12-18) In quel cenacolo davvero è esploso tutto l'Amore che Dio ha per i Suoi e, quindi, noi, ora, che siamo Suoi per il Battesimo. Chi non avrebbe voluto esserci quella sera? Ma forse non siamo abbastanza consapevoli che Gesù sapeva quello che Lo attendeva da lì a poco, ossia la notte della Sua Passione, e, soprattutto, che quella sarebbe stata una tragedia che avrebbe provocato tanto smarrimento negli Apostoli, uno smarrimento comune a tutti noi. Per questo Gesù, quella sera, come gettando lo sguardo avanti, ha detto ai Suoi, e continua a dire a noi:
  • Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Consolatore, perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché Egli rimane presso di voi e sarà in voi. NON VI LASCERÒ ORFANI: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più: VOI invece MI VEDRETE, PERCHÉ IO VIVO E VOI VIVRETE. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi. (Gv. 14, 15-21)
Nella tristezza è la grande notizia, per tutti: "Non vi lascerò orfani!". Gesù ha detto queste parole, che saranno sempre una certezza per chi Lo segue, ieri, oggi e sempre; e le ha dette nel momento più difficile della sua esistenza tra noi, fino a giungere al punto, quasi facendosi voce della nostra paura di essere abbandonati da tutti, di proclamare dalla croce: 'Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?' (Mt. 26, 46). Gesù quella sera sembra non tanto preoccupato per sé, ma per i suoi, che sapeva avrebbero conosciuto la profondità della loro debolezza, il grande dolore dell'abbandono, e avrebbero cercato qualcosa che li confortasse. Gesù stesso sarebbe stato consolato dalla presenza di un Angelo, durante la sua agonia nel Getsemani, nel momento in cui sembra potesse nascere anche in Lui la voglia di fuggire dalla crocifissione: ‘Padre se è possibile, allontana da me questo calice, però non la mia, ma la tua volontà si compia in me'. È incredibile come Gesù, che ci ha promesso il Consolatore, abbia voluto essere ‘uomo di tutti i tempi': l'uomo, ogni uomo, che conosce l'abisso della prova e della solitudine. Ma alla fine trionfa il disegno di realizzare il grande disegno di Amore per noi. È la storia della Chiesa, ieri e oggi; la storia di tutti, a volte tentati di abbandonare ogni proposito buono e di fuggire. Ma dove?

È proprio da questa prova che emerge il grande trionfo di Dio e della Chiesa di ogni tempo, anche oggi! Impressiona, ripeto, la solitudine in cui tanti vengono a trovarsi nei momenti della prova. Basta guardarci attorno per incontrare volti che sembra chiedano una parola o uno sguardo di conforto: fratelli a cui far sentire che è vero quello che ha detto Gesù e oggi fa dire a noi: 'Non vi lascerò orfani'. Non è nemmeno necessario fare chissà che cosa: nella nostra società così dispersiva, abituata a consumare cose e uomini, ciò che si desidera ardentemente è un orecchio disponibile all'ascolto, una mano pronta a sorreggere, soprattutto un cuore che con pazienza, bontà, semplicità faccia risentire, 'incarnare', la stupenda promessa di Gesù: 'Non vi lascerò orfani'. Lo Spirito di Dio, che soffia su ciascuno di noi, con incommensurabile fantasia, se trova in noi disponibilità, ci aiuterà a ‘incarnare' il modo giusto, le parole adatte, a consolare. Tornano di conforto le parole che Pietro scriveva:
  • Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male, perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, morto nel corpo, ma reso vivo nello spirito. (1 Pietro 3, 15-18)
Preghiamo anche noi:
  • Padre mio, a Te mi abbandono, fa' di me ciò che ti piace: qualsiasi cosa Tu faccia di me, io Ti ringrazio. Sono pronto a tutto, purché la Tua volontà sia fatta in me e in tutte le creature. Non desidero altro, mio Dio. Rimetto la mia anima nelle Tue mani, te la dono, mio Dio, con tutto l'amore del mio cuore, perché Ti amo. Ed è per me una necessità di amore il donarmi e rimettermi nelle Tue mani, senza misura e con infinita fiducia, perché Tu sei mio Padre". (Charles de Foucauld)


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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2013/2014

Messaggio da miriam bolfissimo » mar giu 03, 2014 7:40 am

      • Omelia del giorno 1 Giugno 2014

        Ascensione del Signore (Anno A)



        Gesù ascende al Cielo
Gesù, il Maestro, aveva definitivamente spazzato via il senso di fallimento e di abbandono dei Suoi, suscitando stupore e gioia grande, perché era RISORTO e, quindi, meravigliosamente VIVO. Abbiamo letto, nella Domenica di Pasqua, come Gesù ‘andava e veniva’, nei modi più strepitosi, sempre sorprendendo i Suoi: Maria Maddalena, chiamata per nome, i due discepoli di Emmaus, a cui aveva fatto ‘ardere il cuore’, gli intimoriti Apostoli, salutati con il ‘Pace a voi!’, Tommaso, invitato a credere con la richiesta: ‘Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani’, ed infine quell’annuncio, che è per noi: ‘Beati coloro che pur non avendo visto crederanno.’ Ed infine la sicura promessa: ‘Non vi lascerò orfani’.

Si rimane commossi di fronte a tanta bontà di Gesù, che li prepara alla grande missione: è una cura ‘materna’ quella di Gesù per i Suoi, per rafforzarli nella fede. Conosce la loro debolezza umana messa alla prova nella Sua passione, crocifissione, morte e sepoltura, e la nostra di fronte alle tante difficoltà della vita. Vuole ravvivare la ragione della Sua presenza tra di noi: il significato vero e profondo di quanto ha compiuto per noi. Sembra la storia di tanti di noi, magari con tanta fede e gioia nel seguire Gesù, ma forse attendendo inconsciamente da Lui ‘solo’ quello che attendevano gli Apostoli, ossia un benessere ‘qui’. Tutti, credo, possono in certi periodi di crisi sperimentare questa ‘assenza’ di Dio, che poi ‘riappare’ di nuovo, superata la prova. Gesù ha detto, prima di tornare al Cielo: ‘Non vi lascerò orfani.’ Ed è così, per questo oggi la Chiesa ci invita a fare festa per l’Ascensione di Gesù al Cielo. Giovanni, testimone di questo divino evento, così racconta negli Atti degli Apostoli quel giorno:
  • Gesù si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del Regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre ‘quella che avete udita da me: Giovanni fu battezzato in acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni. Così, venutisi a trovare insieme, gli domandarono: ‘Signore è questo il tempo in cui ricostruirai il regno di Israele?’ Ma egli rispose: ‘Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni in Gerusalemme, nella Giudea e in Samaria, fino agli estremi confini della terra’. Detto questo fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube Lo sottrasse al loro sguardo. E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono loro e dissero: ‘Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Gesù, che è stato tra voi assunto in cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo’. (At. 1, 1-11)
Ora i suoi discepoli sanno che Gesù è vivo – c’è! – Non più sottomesso alla miseria della nostra natura umana; c’è, non distante da noi, ma accanto a noi, di più, in noi, non in forma provvisoria, ma per sempre, nella pienezza della Sua potenza, pronto a comunicare tale divina potenza a chi crede in Lui. E, ancora di più, ora gli Apostoli sanno che le porte del Cielo sono aperte anche per loro: ‘Vado a prepararvi un posto.’ Quella è la dimora, la vera dimora verso cui dirigere i nostri passi, senza più cedere alle inevitabili prove o incertezze, che sono il bagaglio della nostra debolezza umana. L’importante sarà – è – tenere fisso lo sguardo verso l’Alto, per vedere tutto alla luce che da lassù viene, per vivere ogni momento della nostra quotidianità come ‘cittadini del cielo’, sentendo nel fondo dell’anima che il Cielo di Dio è già, in qualche modo, in noi, poiché Gesù ‘abita’ in noi! Dice san Paolo, scrivendo agli Efesini:
  • Possa Dio illuminare gli occhi della vostra anima per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità tra i santi e quale è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti, secondo l’efficacia della sua forza che Egli manifestò in Cristo, quando Lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni principato e potestà, potenza e dominazione, e di ogni altro nome che si possa nominare non solo nel secolo presente, ma anche in quello futuro. (Ef. 1, 17-23)
La storia degli Apostoli è la nostra storia. Se non altro perché da quel giorno, su ordine preciso di Gesù, l’hanno tramandata fino a noi come la sola Buona Novella da sperare e vivere. Il difficile – ma è la somma sapienza cristiana – è adesso vivere con gli occhi continuamente fissi in Alto, senza avere la testa tra le nuvole, ma con piedi piantati a terra, luogo del nostro pellegrinaggio. Nessuno, cioè, vuole nascondersi i rischi, le paure o i doveri, che ci prendono tutti, camminando su questa terra, soprattutto le velenose insidie, che ci vengono dalla nostra superbia, che ci acceca e impedisce di vedere la bellezza del Cielo aperto su di noi. Ma Dio non lascia solo nessuno. Però è necessario corazzarsi di una robusta fede, soprattutto non distogliere mai gli occhi dal Cielo che dà sempre una risposta alle nostre incertezze e debolezze. Vivere la speranza cristiana non significa, quindi, disinteressarsi della storia, che è il quotidiano, in cui dobbiamo essere ‘sale e luce della terra’, perché, come diceva Papa Francesco in un’udienza generale:
  • L’Ascensione di Cristo al Cielo non significa la sua assenza dalla nostra vita, ma che Egli è tra noi il Vivente, presente in ogni tempo e luogo. Per questo noi non siamo mai soli: Cristo crocifisso e risorto ci guida poiché è il Dio e il Signore della storia, il Salvatore dell’umanità! L’Ascensione di Gesù è il frutto della sua obbedienza e della sua accettazione della Croce. Egli ci insegna ad accettare la volontà di Dio nella nostra vita, anche quando sembra difficile, perché non c’è né risurrezione senza Croce, né Ascensione senza obbedienza.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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