Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2011/2012

Omelie di Monsignor Antonio Riboldi e altri commenti alla Parola, a cura di miriam bolfissimo

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2011/2012

Messaggio da miriam bolfissimo » sab nov 26, 2011 8:40 am

      • Omelia del giorno 27 Novembre 2011

        I Domenica di Avvento (Anno B)



        Tu, Signore, sei nostro Padre
Per la Chiesa l'Avvento è Dio che vuole come riprendere il dialogo e l'offerta che ci ha fatto nella creazione, ossia ridiventare pienamente figli Suoi, tramite la venuta tra di noi del Suo Figlio Gesù. Ha atteso per tutto il Vecchio Testamento: un tempo molto lungo, proprio in preparazione di questo riprendere il dialogo con noi e la voglia di vederci ritornare a casa con Lui, dopo il rifiuto di Adamo ed Eva. La storia del Vecchio Testamento racconta i tanti tentativi del Padre per riportare gli uomini a Lui. Ed è davvero un segno incredibile di amore del Padre, offeso dai nostri progenitori, questo ricreare la nostra storia di amore con Lui.

Vi è una domanda che dobbiamo porci, se siamo sinceri: 'É possibile che un uomo, creatura di Dio, possa vivere lontano da 'casa' e, quello che è peggio, senza godere dell'amore del Padre?'. Non mi stanco di ripetere che noi siamo nella creazione il frutto di un incredibile amore. Un amore che se accettato avrebbe significato pienezza della ragione del dono della vita e, nello stesso tempo, pienezza di gioia di avere con Dio la nostra vera e sola casa.

Il mondo che viviamo porta tutti i segni del vivere senza Dio. A volte ha l'aspetto di un inferno insopportabile, al punto che tanti a volte rifiutano questo inferno ricorrendo a palliativi come la droga o il chiasso (e ce n'è tanto) che possono stordire, ma altro non fanno che allargare lo spazio dell' infelicità. Come figli, lo crediamo o no, tutti sentiamo o dovremmo sentire il desiderio di godere della gioia di vivere nella casa del Padre. Là e solo là è la nostra piena e profonda e duratura felicità. Fuori, quando va bene, c'è nostalgia e desiderio. Descrive bene il profeta Isaia tutto questo:
  • Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ci chiami, nostro redentore. Perchè, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore della tua tribù, tua eredità. Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti... Orecchio non ha mai udito, occhio non ha mai visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui... Ecco, tu sei adirato perchè abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo ribelli. Siamo divenuti tutti come cosa impura, come panno immondo sotto tutti i nostri atti di giustizia: tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento... Ma tu, Signore, tu sei nostro padre: noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani. ( Isaia 63 e 64)
Credo che Isaia descriva proprio il cuore di chi vive senza conoscere la bellezza di avere il Padre e il desiderio di trovarLo. La risposta del Padre è donare il Figlio che ci riscatti e ci riapra la porta del cielo, ossia di casa nostra: farci ritrovare, con la fede, con la vita, la via di casa e con la casa la vera nostra dimora. Così descrive Paolo VI, nostra guida nell'Avvento, questo tempo davvero prezioso e santo, tempo di attesa della gioia di sapere che Dio è tornato tra noi, come uno di noi, caricandosi della nostra sofferenza, per riabilitarci a essere davvero figli Suoi, eredi del Paradiso.
  • Noi siamo nel periodo liturgico che precede la celebrazione del Natale, cioè la venuta del Salvatore del mondo, della Incarnazione del Verbo di Dio, di Colui che avrà nome Gesù, il Cristo, il Messia. Siamo nel periodo chiamato Avvento, che significa attesa, preparazione, desiderio, speranza dell'arrivo nel mondo, nel tessuto storico del popolo eletto e nel disegno universale della umanità, di Colui verso il quale, per secoli ed in mezzo alle più tormentate esperienze, si è tesa l'ansia della salvezza, la visione del Re vincitore, dell'instauratore della giustizia e della pace.
Sarà un bambino - profetizza Isaia – sarà un figlio della nostra stirpe, e sarà chiamato col nome di Consigliere ammirabile, Dio forte, Principe della pace. Ma vediamo tutti come il mondo ha saputo immediatamente mettere le mani su un Evento, il Natale di Gesù, facendone occasione di doni senza senso ed affìdando ai 'doni ed agli auguri' quello che possono dare, vanità, cancellando la bellezza del Natale. Ma se abbiamo fede, non possiamo mettere in secondo piano l'Evento che davvero ha rifatto l'umanità' dopo il peccato originale, colmando la perdita del Padre.

È troppo grande ciò che Dio ha compiuto con il Natale. Ci pensiamo davvero cosa significhi che Dio con Gesù, non solo ha aperto con la sua vita e morte le porte della Casa del Padre, ma ha fatto della nostra vita la “Sua casa, giorno e notte”. Era, la nostra vita, una casa senza perchè: da quando Gesù è con noi è diventata casa dove Lui chiede di vivere. Ricordo come da piccolo, quando iniziava l'Avvento, per noi era cominciare a cercare il muschio per fare il presepio. Volevamo in qualche modo che l'Avvento fosse così preparazione ad accogliere COLUI CHE È LA SOLA RAGIONE DELLA NOSTRA VITA. C'era una attesa particolare per il Natale. Un'attesa giusta, perchè il Natale di Gesù ha cambiato letteralmente la nostra storia di figli di Dio.

La storia di tornare ad essere, con il Figlio, figli dello stesso Padre. Non possiamo affidare la gioia del Natale ad 'altro' - che dipinge a suo modo e vive a suo modo il natale - che non sia Gesù, Figlio di Dio, Dio per sempre tra noi. É allora necessario che riusciamo, in questo tempo particolare di Avvento, a far posto all'attesa del grande Evento, che è la vera festa, perché è il Natale di Gesù. Il resto può essere decoro, modo di esprimere che siamo con Gesù ridiventati famiglia di Dio, ma il decoro, la, festa esteriore, non deve cancellare l'essenziale. Ci avverte il Vangelo:
  • Gesù disse ai suoi discepoli: 'State attenti, vegliate, perchè non sapete quando sarà il momento preciso. E' come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la sua casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. Vigilate, dunque, perchè non sapete quando il padrone di casa tornerà, se alla sera, o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perchè non giunga all'improvviso, trovandovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate. (Mc. 13,33-37)
Dobbiamo avere paura o vestirsi delle vesti dell'attesa? Così Tonino Bello scriveva la non paura:
  • 'Alzatevi e levate il capo' sono i due verbi dell'Avvento. Sono le due luci che ci devono accompagnare nel cammino che porta al Natale.
    'Alzati' significa credere che il Signore è venuto sulla terra duemila anni fa per aiutarci a vincere la rassegnazione. "Alzarsi" significa riconoscere che se le nostre braccia si sono fatte troppo corte per abbracciare tutta intera la speranza del mondo, il Signore ci dona le sue.
    'Alzarsi', allargare lo spessore della speranza, puntando lo sguardo verso il futuro, da dove un giorno il Signore verrà nella gloria per portare a compimento la sua opera di salvezza.
    E levare il capo cosa significa? Fare un colpo di testa. Reagire. Muoversi. Essere convinti che il Signore viene ogni giorno, ogni momento, della nostra storia. Viene come ospite velato, e quindi bisogna saperlo riconoscere, ora nei poveri, nei sofferenti, negli ultimi. Significa, in definitiva, allargare lo spessore della carità.
E allora non ci resta che andare incontro al Natale con la speranza dei pastori, degli umili. Questo tempo di Avvento è davvero una occasione per misurare quanto conta la presenza di Gesù tra di noi.

Auguro che occupi il primo posto, perchè Lui solo può dare quella gioia che cantarono gli angeli sul luogo della Sua nascita. Auguro a tutti voi che con me viviate davvero con fede profonda, speranza certa e carità universale, questo tempo di Avvento, come manifestazione di quanto conta Gesù nella nostra vita.

Buon Avvento!


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven dic 02, 2011 9:31 am

      • Omelia del giorno 4 Dicembre 2011

        II Domenica di Avvento (Anno B)



        Giovanni Battista prepara la strada
Essendo la venuta di Gesù, Figlio di Dio, davvero, il grande Evento per l'umanità che soffre, e tanto, dovrebbe suscitare in tutti gli uomini, la gioia dell'attesa. Così il profeta Isaia si fa interprete:
  • Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la schiavitù, è stata sconfitta la sua iniquità, perchè ha ricevuto dalle mani del Signore doppio castigo per tutti i suoi peccati. Una voce grida: Nel deserto preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada del nostro Dio ... Sali su un alto monte tu che rechi notizie in Sion; alza la voce con forza tu che rechi notizie in Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annunzia alle città di Giuda: Ecco il nostro Dio! Ecco il Signore Dio, viene con potenza, con il suo braccio egli detiene il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e i suoi trofei lo precedono. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri. ( Is. 40, 1-11)
Viviamo un tempo che è un mistero di iniquità e di nostalgia di Dio nello stesso tempo. Credo ci siamo posti tutti la stessa domanda di fronte ad un certo modo di pensare e di vivere. Da una parte si fa una grande professione di onestà, giustizia e amore, dall'altra siamo come circondati ed immersi in idee ed atteggiamenti, che contrastano con quanto professiamo. Al punto che non di rado si irride a ciò che è onesto, come se l'onestà, la trasparenza, la sincerità, la legalità, in ogni aspetto della vita, fossero caratteristiche di una civiltà superata, sostituita da un'altra che ha regole contrarie. Si fanno elogi alla fedeltà nell'amore, come un principio irrinunciabile, poi se ne accetta la fine, come una normale necessità, oppure si ricorre alla infedeltà e, quel che è peggio, giustificandola come segno di libel1à o di 'vero amore' e non come palese segno di ingiustizia ... o, di fatto, incapacità di vero amore.

Si hanno parole di fuoco contro ogni forma di emarginazione, che confina a volte nella più nera miseria, annientando la dignità della persona, e poi si fa della conquista della ricchezza una idolatria, che non fa più arrossire, né indignare, pur sapendo che l'attaccamento al denaro è la radice di tante povertà. Non si sa più cosa comporre per inneggiare alla castità, che è l'abito celeste del cuore, che illumina atteggiamenti del corpo e scelte di vita, e poi sfacciatamente si innalzano altari a tutte le pornografie che irridono alla dignità.

Non ultimo non c'è chi di noi non inneggi al grande comandamento dell'amore, che è il cuore di ogni vita, ma nella realtà quotidiana non si contano i peccati che commettiamo contro l'amore, magari verso familiari e vicini, senza contare che siamo ben lontani dal 'farci prossimi' a chi dovrebbe, più di ogni altro, contare sul nostro amore: i più deboli e gli 'ultimi'. Potremmo continuare all'infinito questo elenco di 'doppiezze' che a volte sono purtroppo lo stile di vita di tanti e forse anche nostro: un terribile groviglio che impedisce di capire ed accogliere Dio che viene tra di noi con il Natale.

Se sulla nostra strada non si affacciasse la bontà del Signore a rompere l'equivoco o la perversità dei nostri cuori, come prega la Chiesa: "Mostraci Signore la tua misericordia e donaci la tua salvezza", davvero sarebbe difficile svegliarsi dal sonno dell'anima. Per fortuna Dio si è sempre fatto vicino all'uomo, che tante volte è fumo di iniquità e nello stesso tempo di nostalgia di Dio: un mistero di sete di verità e di pericolose ombre di egoismo. L'uomo ha bisogno di amare e di essere amato: con tanta voglia di essere amato e di amare.

E Dio, che ci conosce nelle profondità del mistero che siamo anche per noi stessi, si fa vicino, sempre, con la pazienza tipica di un Padre che trabocca di amore. Si accosta a noi con discrezione, nel silenzio, con pazienza, tanta pazienza, rispettando i limiti della nostra debolezza, la nostra incapacità a farci coinvolgere dalla luce, fino a mettere in fuga tutte le oscurità che sono in noi. Ma Dio non si rassegna alla nostra ottusità. Sa che abbiamo tanto bisogno di luce: abbiamo bisogno che Lui si faccia vicino, perchè senza di Lui è difficile sapere se il nostro vivere percorre il sentiero della gioia e della santità, o è un andare vagabondando senza mèta, senza senso. Dice l'apostolo Pietro nella seconda lettera:
  • Una cosa non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo. Il Signore non ritarda nell'adempiere alla promessa, come certuni credono, ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi. Il giorno del Signore verrà come un ladro: allora i cieli con fragore passeranno, gli elementi consumati dal fragore si dissolveranno e la terra con quanto c'è in essa sarà distrutta ... Perciò carissimi, nell'attesa di questi eventi, cercate di essere senza macchia, irreprensibili davanti a Dio, in pace. (2 Lettera 3, 8-14)
Diventa compito di tutti vivere l'Avvento, la stessa nostra vita, che è 'avvento' dell'incontro con Dio alla fine, dando uno sguardo alla nostra esistenza per controllare dove è diretta. Proviamo a volte, confusione, ma sentiamo anche il bisogno che qualcuno ci aiuti a trovare la luce. Come ha fatto Dio, inviando Giovanni Battista affinché preparasse la strada alla venuta di Gesù: Così inizia il Vangelo di Marco:
  • Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio. Come è scritto nel profeta Isaia: 'Ecco, io mando a voi il mio messaggero davanti a Dio, egli ti preparerà la strada. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri'. Si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme ... E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano confessando i loro peccati ... E diceva: "Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io sono degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma Egli vi battezzerà con lo Spirito Santo. ( Mc. l, 1-6)
Ed è quello che dovrebbe essere il nostro compito in questo momento di Avvento. La Chiesa certamente ha il compito ora di invitarci alla preparazione del Natale. Ma saremo capaci di accogliere l'invito a 'farci battezzare in Spirito' per poter accogliere la venuta del Salvatore? Accogliamo l'invito di Paolo VI.
  • La Chiesa ci prepara al Natale ricordando quanto il Vangelo ci narra della prossimità dell'apparizione pubblica di Gesù, presentandoci il Battista in atto di annunziare il Messia.
    Cosa in realtà Giovanni diceva e faceva? Voleva predisporre gli spiriti dei suoi contemporanei, prodigandosi come per mettere a fuoco le anime dell'imminenza dell'incontro con Cristo, il quale, era in procinto di rivelare la sua presenza e la sua missione. Iddio, venuto dal cielo, incarnato, fatto Uomo, dà così principio al colloquio. Sono pronti gli uomini? Sono preparati? Lo sanno? Hanno maturato le condizioni interiori necessarie per cogliere il suono di quelle parole? Il senso di quelle parole?
    L'avviso di Giovanni suona così: bisogna rettificare la via per l'incontro con Dio. Quasi dicesse: badate, Egli può venire, passarvi vicino senza che voi ve ne accorgiate: e se non disponete bene le vostre anime e non volgete i vostri passi verso di Lui, l'incontro potrebbe mancare. (Enciclica Ecclesiam suam).
Il rischio che Gesù rinasca tra di noi a Natale, e tutto finisca in una esteriorità senza senso, è grande. Facile farsi prendere dalle mille voci del consumismo che brucia la bellezza di Gesù che nasce tra noi. Occorre essere vigili come i pastori che nella notte di Natale vegliavano il gregge. In quel silenzio trova posto l'annunzio degli Angeli e la prontezza dei pastori a seguirli e trovare il presepio e con il presepio il Cielo vicino a noi. Viene da pregare:
  • Conducimi per mano, luce di tenerezza,
    fra il buio che mi accerchia, conducimi per mano.
    Cupa è la notte e io sono lontano da casa, conducimi per mano.
    Guarda il mio cammino: non pretendo di vedere orizzonti lontani, un passo mi basta.
    Un tempo ero diverso, non ti invocavo perchè tu mi conducessi per mano.
    Amavo il giorno lontano, disprezzavo la paura.
    L'orgoglio dominava il mio cuore, dimentica quegli anni.
    Sempre fu sopra di me la tua potente benedizione;
    sono certo che essa mi condurrà per mano,
    finché si spenga la notte e mi sorridano all'alba
    volti di angeli amati a lungo e per un poco smarriti. (Newman)


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven dic 09, 2011 10:52 am

      • Omelia del giorno 11 Dicembre 2011

        III Domenica di Avvento (Anno B)



        Rallegratevi, il Signore è vicino
Si sente e si vive, anche se meno chiassosa, quest'anno, per la crisi economica, la gioia nel sapere che Dio si fa vicino a ciascuno di noi nella solennità del Santo Natale. Il Natale di Gesù ha un fascino particolare in tutti, come se, nascendo Gesù, Dio tra noi, si entrasse in una vita di speranza, quasi presagendo che, quel canto degli Angeli sulla capanna di Betlemme, 'Pace in terra agli uomini che Egli ama', possa davvero far rifiorire la speranza, in questo nostro tempo che ha davvero bisogno di nutrirsi di consolazione, di sicurezza, di gioia vera e profonda ritrovata.

La Chiesa, accostandosi al Natale, oggi ci fa pregustare la grande gioia che Dio ci ha donato con Gesù. S. Paolo nella lettera ai Tessalonicesi, così ci invita a ritornare ad essere:
  • Fratelli siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, ed in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie, vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male. Il Dio della pace vi santifichi interamente e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è colui che vi chiama: egli farà tutto questo. (1 Tes. 5,16-24)
É l'invito della Chiesa a noi, supponendo che per noi cristiani davvero il tempo di Avvento, ossia il desiderio che Gesù torni a nascere tra noi, sia un atto vissuto con fede e nella preghiera. Conosciamo tutti il rischio che questo tempo, anziché della gioia e del Natale di Gesù, si trasformi in una corsa a ciò che passa, la festa esterna, i regali... magari accontentandosi di un fugace, seppur speriamo sincero, scambio di auguri. Ma augurio per cosa?

Il rischio che si cerchi di soffocare il bisogno della gioia di Cristo e del suo Natale, trasformando tutto in chiassoso e fugace momento di allegria esteriore, che lascia poi il vuoto del cuore, è grande ed è difficile sfuggirvi, perchè è forte l'attrattiva della 'moda'. Bisognerebbe farsi riempire il cuore dai sentimenti del profeta Isaia, che così esprimeva la sua gioia:
  • Lo spirito del Signore è sopra di me, perchè il Signore mi ha consacrato con l'unzione, mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri, a fasciare le pieghe dei cuori spezzati, a proclamare la liberazione degli schiavi, a proclamare l'anno di misericordia del Signore. Io gioisco pienamente nel Signore: la mia anima esulta nel mio Dio, perchè mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia, come uno sposo che si cinge il diadema e come una sposa che si adorna di gioielli. (Is. 61, 1-11)
Sono davvero parole di profonda gioia quelle di Isaia che, al solo pensiero di vedere vicino Dio che viene esclama: "Io gioisco pienamente nel Signore". C'era un tempo, quando ero fanciullo, in cui gustavo la gioia della prossimità del Natale, nel cercare nei campi il muschio per preparare il presepio, che era il segno e il sapore della gioia che Gesù stava per venire tra di noi. Ma erano tempi in cui regnava la povertà e quindi c'era molto posto per tutto ciò che era il sacro. Era immensa contentezza cercare il muschio: ancora di più preparare il presepio, povero, come la grotta di Betlemme, ma capace di trasferirci nella serenità e pace del sacro Mistero. Suscita tanta, ma tanta tristezza, vedere come oggi, nelle nostre case, anziché quella gioia semplice, frutto della fede, che era nelle nostre famiglie, abbiano preso posto simboli del mondo: alberi e festoni, luci e Babbo Natale, decorazioni che nulla hanno a che vedere con la bellezza del semplice presepio.

È necessario rivitalizzare nuovamente la fede, oggi, con i suoi segni, semplici, ma profondi e veri, per ritrovare il giusto senso della vita, il suo valore più profondo, sorgente di pace e serenità vere. É proprio la Pace che Dio dona, di cui tutti sentiamo nostalgia e bisogno. Un dono, che nulla può supplire. Affermava Paolo VI, con la sua passione per Gesù:
  • Ed ora vi dirò una cosa che tutti già conosciamo, ma che non meditiamo abbastanza nella sua fondamentale importanza e nella sua inesausta fecondità ed è questa: essere Gesù Cristo a noi necessario. Non si dica consueto il tema: esso è sempre nuovo. Non lo si dica già conosciuto, esso è inesauribile. "Tutto abbiamo in Cristo - afferma sant'Ambrogio - Tutto è Cristo per noi. Se vuoi curare le tue ferite, Egli è medico. Se sei ardente di febbre, Egli è la fontana. Se sei oppresso dall'iniquità, Egli è la giustizia. Se hai bisogno di aiuto, Egli è vigore. Se temi la morte, Egli è la vita. Se desideri il cielo, Egli è la via. Se sei nelle tenebre, Egli è la luce. Se cerchi cibo, Egli è l'alimento". Sì, Cristo è tutto per noi. Egli è dovere della nostra fede religiosa, bisogno della nostra umana coscienza. A Lui è legato il nostro destino, da Lui la nostra salvezza. (Quaresima 1955)
Un efficace richiamo per tutti ad accostarci al Natale in questo Avvento almeno pregando la stessa fede: ossia riscoprire in noi la presenza di Dio che bussa alla nostra porta, perchè ci vuole bene e sa che la nostra vita, senza di Lui, non ha senso: è come quella mangiatoia nella grotta, ma senza di Lui. Bisognerebbe che tutti noi, a cominciare dai sacerdoti, dai religiosi, ci adoperassimo perchè la gente conosca profondamente Gesù, che oggi è tra noi e in noi, per sentire l'efficacia e la bellezza della Sua Presenza: una bellezza che mette in un angolo le cose di questo mondo.

Occorre ritrovare nella Sua Presenza quella sorgente di serenità che il mondo non ha e non può donare. Quando Gesù era già tra noi, ma non si era ancora manifestato e nessuno sapeva che Dio era in mezzo al Suo Popolo, narra il Vangelo di oggi, che 'a fargli strada' fu il grande Giovanni Battista. Un profeta che lasciava interdetti e curiosi quanti andavano ad ascoltarlo. Così ce lo fa conoscere il Vangelo oggi:
  • Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perchè tutti credessero per mezzo di lui. Non era la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. E questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo. 'Chi sei tu? Egli confessò e non negò e confessò: lo non sono il Cristo. Allora gli chiesero: 'Che cosa dunque sei? Sei forse il Messia?'. Rispose: 'Non lo sono'. 'Sei un profeta?'. Rispose: 'No'. Gli dissero: 'Dunque chi sei? Perchè possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato? Che dici di te stesso?'. Rispose: 'Io sono voce di uno che grida nel deserto. Preparate la via al Signore, come disse il profeta Isaia' ... Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi c'è uno che voi non conoscete; uno che viene dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio dei sandali. (Gv. 1,6-19-26)
É davvero commovente e stimola anche la nostra missione di annunciare che GESÙ è tra noi, perché troppi non Lo conoscono, anche se tutti portiamo il suo nome dal Battesimo. É davvero mortificante che troppi non avvertano nella vita la Presenza di CHI, nell'esistenza di ciascuno e per ciascuno è 'la via, la verità, la vita'. Conosciamo tanti 'famosi', per mille motivi mondani, ma pochi conosciamo Gesù, Figlio di Dio. Quello che è peggio, è che, non conoscendoLo, praticamente impostiamo la vita sul nulla, perchè nessuno nella vita può prendere il posto di GESÙ.

Mi stupì un giorno l'incontro con una persona che parlava tanto di sé e della conoscenza di persone importanti come fossero degli dèi, rammaricandosi di non essere come loro. Ad un certo punto gli chiesi: 'Può essere interessante che tu conosca tanti 'grandi' ma il problema è che loro però non sanno neppure chi sei e se esisti. Ma conosci Gesù? É Uno che, conoscendoLo bene non si fa solo ammirare, ma entra come meravigliosa componente della vita. Insomma con Lui trovi la vera importanza della vita, il vero senso dell'esistenza'. Mi rispose: 'Ma chi è? E come può essere valore della vita?'.

É triste che ci sia chi sa poco o nulla di CHI E' IL SENSO VERO DELLA VITA. La vita senza Lui perde il senso. Non ci resta in questo tempo di Avvento che riscoprire Gesù tra noi e in noi e a noi tocca avvertirne la Presenza. Scriveva Carlo Carretto, che credo tutti abbiate conosciuto o di cui avete sentito parlare:
  • C'è un punto che devo superare; se ho capito che Dio è persona, e se ho capito che Dio è il Messia e se ho capito che il Cristo è colui che deve venire, c'è ancora una cosa che devo superare. E ha dovuto superarla colui che Gesù stesso ha lodato, il Battista; anche lui ha dovuto superare questo estremo punto della nostra fede. Il Battista ha creduto che Gesù era il Messia: l'ha preparato; ha detto delle cose stupende ai suoi discepoli, in un atto di umiltà. "Lasciate me e andate da Lui, è necessario che io scompaia e che Lui cresca.
É quello che dovremmo essere e fare noi più ci accostiamo a Gesù, come è nella solennità di Natale. Che vi aiuti, anzi, che Gesù ci prenda per mano per conoscerLo meglio e farLo conoscere a tanti.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven dic 16, 2011 10:36 am

      • Omelia del giorno 18 Dicembre 2011

        IV Domenica di Avvento (Anno B)



        L’angelo del Signore portò l’annunzio a Maria
Ci sono eventi nella storia dell'uomo che segnano come l'inizio della Storia per l'Umanità: un inizio, in questo caso, che ha nome Salvezza. Bisogna risalire alla nostra creazione, quando i nostri progenitori, creati da Dio con il solo fine di partecipare alla Sua felicità per sempre, dicendo "sì" al Suo amore, messi alla prova, preferirono l'offerta di un assurdo 'farsi come Dio', proposto da colui che divide, il diavolo, e con il loro gesto inevitabilmente rifiutarono Dio. Ma può una creatura, voluta per partecipare all'amore di Dio, conoscere la gioia, che è nel 'sì' a Chi ci ha creati per amore, se respinge la Sorgente stessa della felicità? Lo smarrimento di Adamo e di Eva si svelò subito e la Sacra Scrittura lo descrive così: Dio cercò Adamo e lo chiamò: 'Uomo dove sei?', 'Mi sono nascosto perchè sono nudo'. E da lì l'espulsione dal paradiso e quindi la condanna a vivere lontani dal Padre, come figli privi, non solo del Padre, ma della ragione e bellezza di vivere con Lui e per Lui. Uomini senza domani.

Ed è veramente la grande tristezza che ci prende quando siamo lontani dall'amore, che è il vero 'soffio della vita'; è la stessa, a volte tragica, angoscia che sente il mondo, poiché, anche se non vuole ammetterlo, non è fatto per questa valle di lacrime, ma per qualcosa di più alto e concreto e senza fine. Ma la bontà immensa del Padre, subito, cercò il dialogo con chi aveva creato e che considera figli prodighi. Non poteva un Padre eternamente accettare di avere tanti figli senza casa. E ci volle tutta la storia di avvicinamento e di educazione paterna del Popolo eletto, raccontata nel Vecchio Testamento, per giungere al momento di riallacciare l'amicizia.

Sembra quasi impossibile che la grandezza di Dio, pur offeso, abbia conservato e conservi la fedeltà all'amore verso di noi. Ma è così. Eppure tante volte continuo a chiedermi come sia possibile che Dio ci voglia tanto bene, nonostante il nostro continuo rinnegarLo o ignorarLo platealmente o per superficialità. Davvero Dio è Dio nella Sua incredibile fedeltà all'amore: è Amore assoluto ed eterno! Non è certamente del cuore di Dio il poter accettare una situazione di sue creature disorientate, disperse, angosciate, sofferenti, come non fossero suoi figli. È proprio da qui che ci si spiega il ritorno di Dio tra noi per conquistarci e riaprirci la Sua Casa e il Suo cuore di Padre, dopo avere preparato la Sua dimora, in una donna, concepita senza peccato originale, Maria Santissima. Così lo racconta il Vangelo di Luca:
  • In quel tempo, Dio mandò l'Angelo Gabriele a Nazareth, un villaggio della Galilea. L'angelo andò da una fanciulla che era fidanzata ad un certo Giuseppe, discendente del re Davide. La fanciulla si chiamava Maria. l'angelo entrò in casa e le disse: 'Rallegrati, Maria, il Signore è con te. Egli ti ha colmata di grazia. Maria fu molto impressionata da queste parole e si domandava sul significato che poteva avere quel saluto. Ma l'angelo le disse: 'Non temere, Maria! tu hai trovato grazia presso Dio.
    Avrai un figlio, lo darai alla luce e gli metterai il nome Gesù. Egli sarà grande e Dio, l'Onnipotente, lo chiamerà Suo Figlio. Il Signore lo farà re, lo porrà sul trono di Davide, suo padre ed egli regnerà per sempre sul popolo di Israele. Il Suo regno non finirà mai'.
    Allora Maria disse all'angelo: 'Come è possibile questo dal momento che io sono vergine?'. L'angelo rispose: 'Lo Spirito Santo verrà su di te e l'Onnipotente Dio, come una nube, ti avvolgerà. Per questo il bambino che avrai sarà santo, Figlio di Dio. Vedi, Elisabetta, tua parente, alla sua età aspetta un figlio. Tutti pensavano che non potesse avere bambini, eppure è già al sesto mese. Nulla è impossibile a Dio!'. Allora Maria disse: 'Eccomi, sono la serva del Signore. Dio faccia con me come tu hai detto '. Poi l'angelo la lasciò. (Lc. 1,26-38)
Si rimane affascinati dal modo con cui Dio si accosta alle sue creature, annunziando la possibilità di una riconciliazione con ciascuna, tramite la venuta di Suo Figlio Gesù nella nostra storia e, dall'altra parte, il sì di Maria. Impossibile sottrarsi alla stessa confusione di Maria nel contemplare come, nonostante la nostra debolezza e infedeltà, ma ancora più, nonostante il nostro nulla, agli occhi di Dio continuiamo ad essere quei figli che Lui ama di infinito amore. Una grandezza che non sempre rispettiamo o di cui abbiamo coscienza. Così come è bello contemplare l'umiltà di Maria, la sua garbata incapacità a cogliere un tale Evento e poi quella parola che da sola contiene la storia della salvezza: "sì".

Forse poche volte la nostra attenzione si ferma a questa divina manifestazione di affetto. Così come, forse, poche volte pensiamo che quell'apparente semplice 'sì' di Maria a Dio ci ha riaperto la via della salvezza. Ecco perchè un tempo, e forse anche oggi, in tante chiese si ritma la giornata con il suono delle campane che sembra la scandiscano, ricordandoci che Dio ci ama. É il suono dell'<i>Angelus</i>, il mattino, a mezzogiorno, la sera. Quelle campane vogliono ricordarci la gioia del nostro ritorno nel cuore di Dio. Era abitudine, e forse lo è ancora, per tanti, di accompagnare la giornata proprio con la recita di questo Vangelo, annuncio, ossia la recita dell'Angelus, come a voler rivivere in ogni istante della nostra quotidianità, la solennità della annunciazione: Dio è tra noi. Così commentava, quel grande Papa del sorriso che fu Giovanni XXIII, la bellezza di Maria Santissima:
  • "Colei che, in vista dei meriti di Suo Figlio redentore, è stata preservata dal peccato originale, ha avuto questo privilegio, perchè predestinata alla sublime missione di Madre di Dio. Essa, che doveva una carne mortale al Verbo eterno del Padre, non poteva essere contaminata neppure per un istante dall'ombra del peccato. IMMACOLATA si dice dunque in dipendenza da Gesù Cristo, perchè tutto la madre ha ricevuto in funzione del Figlio. Lo sbocciare in terra di questa corolla candidissima, è PRESAGIO SICURO DI RICONCILIAZIONE DELL'UMANITÀ CON DIO.
Tocca ora a noi immedesimarci in questo grande Evento che ci avvicina al Natale di Gesù. Non poteva il Padre amarci di più. Sapere che Dio ci ama tanto da tornare tra noi con la semplicità che è nel racconto dell'Angelus ci commuove. Forse noi a volte non lo comprendiamo in pieno, perchè frastornati dalle creature nel mondo, tanto fragili da durare poco lasciandoci poi vuoto e tristezza. Voglio pregare Maria, Madre di Gesù e nostra, con una preghiera che accompagnava il primo mistero del rosario: 'l'Annunciazione".
  • Ogni giorno, o mia cara Madre, forse l'uomo popola la sua immaginazione di sogni. Sogna ogni giorno di ricevere una bella notizia: la notizia di un lieto avvenimento in famiglia, il sogno di star bene o di diventare ricco, ma a sera, poi, si ritrova sempre con le mani vuote.
    O Madre, i nostri sogni volano troppo in basso, non hanno l'impennata delle grandi cose, quelle che ci fanno conoscere l'ebbrezza del cielo. Tu, Maria, forse non avevi che un sogno: essere amata da Dio ed amarLo con tutto il cuore.
    Un amore così grande e totale e radicale da escludere dalla tua vita altri sogni che non si riferissero a Dio. Anche la scelta che facesti di Giuseppe, che appariva come tuo promesso sposo, forse era più un aderire alla consuetudine del tuo tempo, che una effettiva volontà di appartenergli.
    Tu non aspettavi notizie, come noi, ma a te fu riservata la più grande notizia che si possa dare ad una donna. Dio esprime il Suo amore e lo conferma donandoci suo Figlio, come aveva sempre promesso. Così venendo tra noi Gesù, poteva avere inizio la nuova creazione, come se l'uomo venisse di nuovo impastato e su di lui si posasse il Suo Spirito. Una notizia da cambiare tutti. Ed è la notizia che tu avesti dall'Angelo. Una notizia che si intuiva dal saluto dell'Angelo, o meglio, una notizia che aveva bisogno di essere preceduta da un saluto, che subito facesse prevedere cose grandi: 'Ave, Maria. piena di grazia, il Signore è con te'
    Un saluto da confondere chiunque, proprio come un dialogo tra due che si amano. Una notizia che non chiede attese, ma si fa subito evento. Chiede subito una risposta, coinvolge tutta la persona. Ti si chiedeva quello che tu non avevi mai immaginato, ossia di diventare 'madre dell'Altissimo', ma non per opera di uomo, ma per opera dello Spirito Santo. Ti si chiedeva di diventare 'madre dell'A1tsssimo. E non è cosa da poco, anzi è notizia che chiede una risposta immediata, perchè dal sì dipendeva l'incredibile, ossia Dio tra noi e quindi un totale cambiamento dei nostri rapporti con il Padre.
    Il tuo 'sì' apriva la strada nel tempo ai nostri 'sì' che a loro volta ci riportavano come figli nella casa del Padre: la casa che Lui aveva preparato creandoci.
    O Maria, è stata grande la tua risposta. Con quel minuscolo 'sì' hai contribuito a creare la nuova storia del mondo. Davanti alla nostra povertà di amore, insegnaci come fare a dire i sì a Dio quando Egli ci chiama a prove che siano conferma di amore. Siamo pigri, titubanti, a volte paurosi, ma con il tuo aiuto, rendici capaci di dire: "Si compia in me la Tua volontà".

Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2011/2012

Messaggio da miriam bolfissimo » ven dic 23, 2011 9:07 am

      • Omelia del giorno 25 Dicembre 2011

        Natale del Signore (Anno B)



        Santo Natale: la gioia di sapere che Dio è tornato tra noi
Il Natale riempie sempre il mondo di aria di serenità. Non se ne capisce forse la ragione, ma di fatto il Natale è sempre, per tutti, 'la festa dell'amore'. É un fatto che a Natale il cuore si allarga, come avessimo trovato la gioia di stare insieme, come ragione del cuore. Natale ci insegna che l'uomo non è solo, ma ha bisogno di qualcuno che veramente lo ami e lui possa amare. Possiamo, come è nello stile del consumismo, fare della solennità del Natale, solo un motivo di festa terrena, una festa che dura poco, ma il NATALE ha il suo fascino, per un Evento, grazie al quale, anche se non ci crediamo, Dio fa pace con noi e ci riapre la Sua Casa.

È davvero incredibile, ma stupendo, che Dio, l'immenso, infinito, che non ha bisogno certamente di noi, che siamo poca cosa, possa riaprire le porte del Cielo, dopo che le aveva dovute chiudere per quel grande errore dei nostri progenitori che, cedendo al serpente preferirono l'affermazione del proprio egoismo alla dolcezza di accogliere l'amore del Padre ed essere sue creature. Ci si confonde anche solo pensare che Dio apre portarci a Casa, abbia riaperto il Cielo, mandando Suo Figlio tra di noi: ha vissuto con noi per fare esperienza di questa terribile vita di tutti i giorni che viviamo, come uno di noi, per poi DARE LA SUA VITA SULLA CROCE e riaprirci il Paradiso, la sola Casa in cui potremo trovare quella felicità e amore, totale ed duraturo, di cui abbiamo tanta sete. Incredibile, solo a pensarci, che il Padre abbia potuto pensare a noi, inviando il Figlio a provare in tutte le forme, tranne il male, quello che vuol dire vivere su questa terra, e, nello stesso tempo, additandoci la vita del Paradiso. Il bello del Natale è tutto qui. Immedesimiamoci nel semplice racconto evangelico, che è come una grande sinfonia divina.
  • In quel giorno un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento su tutta la terra. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazareth e dalla Galilea, salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare con Maria sua sposa che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'albergo.
    C'erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l'angelo disse: 'Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: vi è nato nella città di Davide un Salvatore che è il Cristo Signore. Questo per voi un segno: troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia”.
    E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e Pace in terra agli uomini che Egli ama. (Lc. 2, 1-14)
Si rimane sconcertati anche solo leggendo come, Chi è non solo il Creatore del mondo, ma l'Amore nella grandezza infinita di Dio, nel suo ingresso tra noi non scelse forme pompose, ma l'estrema nudità umana. Davvero Dio volle provare su di Sé quella povertà che è il grande sogno dell'amore, che si fa dono. Nulla trapela della Sua gloria infinita, se non il canto degli Angeli. Quello che colpisce è che nasce in solitudine, anche perchè Giuseppe, pur avendo cercato tra la gente un luogo degno della nascita di tale bimbo, come dice l'Evangelista Giovanni:
  • Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di Lui, eppure il mondo non lo riconobbe. (Gv.1, 1-18)
Noi uomini siamo abituati a cercare un posto di prestigio ed è molto difficile conoscere la bellezza della umiltà. Ma Dio, pur essendo davvero, non solo il Tutto, ma Colui che dà senso al nostro niente, sceglie la via della umiltà e povertà, che sono, ancora oggi, la via delle anime che si sforzano di fare posto alla santità, alla gioia e all'amore, divenendo come 'una mangiatoia che accoglie' il Bambino.
  • Gesù - commenta Paolo VI – è venuto nel mondo come medico delle profonde malattie umane. Venne tra noi come il più povero di noi. La povertà di Cristo è il più stretto rapporto di vicinanza esteriore che Egli poteva offrire agli uomini. Gesù ha voluto mettersi all'ultimo livello sociale, affinché nessuno lo potesse credere inaccessibile. Ogni ricchezza temporale è in qualche modo divisione e distanza tra gli uomini. Ogni prosperità stabilisce un 'mio' e un 'tuo' che separa gli uomini e li unisce in un rapporto che, come non è comunione di beni, così tanto spesso non è comunione di spirito ... La povertà di Cristo ci appare allora sotto un aspetto meravigliosamente umano: essa è segno della sua amicizia, della sua parentela con l'umanità. É quella umanità che lo incontrerà, abbassando i tanti muri che il benessere crea, e così lo incontrerà, lo capirà, lo avrà suo.
Che la povertà vera ed in spirito abiti nel nostro cuore, per renderlo 'mangiatoia' dove trovano posto tutti i bisognosi: questa è la bellezza del Natale. Non solo, ma così, facendosi poveri per i poveri, la nostra vita si fa gioia, sperimentando la bellezza del donarsi, come avviene a Natale, e, speriamo, non solo in questa occasione.

Il primo Natale a S. Ninfa, dopo il terremoto del gennaio 1968, lo celebrammo all'aperto tra le rovine del paese. Ma fu un sentirsi tutti più vicini, con un senso di comunità che creava gioia e speranza. Ricordo che quella notte, una notte in cui il cielo sembrava si fosse vestito di stelle, talmente era pulito, guardavamo verso il cielo e ci sembrava di essere anche noi a vivere in una mangiatoia. Ma il fatto di pensare al Natale di Gesù e quel sentirsi uniti come non mai, creò una atmosfera di amore e di gioia, che ha dato un sapore di serenità a tutti.. .eppure il terremoto ci aveva distrutto tutto, ed eravamo davvero poveri, ma con speranza. Sentivamo, davvero, guardando quel cielo stellato, come se Dio avesse voluto ricordarci così che ci voleva tanto bene, che un giorno sarebbe stato diverso.

Oppure mi ricordo ragazzo, quando la mia famiglia era nella povertà assoluta. La vigilia, con papà, per racimolare qualcosa (eravamo 5 fratelli e papà e mamma) la sera della vigilia ci recavamo da una parente che aveva una macelleria, per vedere se le era rimasto qualcosa. Si 'metteva insieme' quanto era rimasto sulle ossa del prosciutto e con quelle poche cose si faceva Natale. Ma per noi ragazzi il momento più bello restava sempre la Messa di mezzanotte e subito dopo il deporre la statua di Gesù Bambino nel presepe, che era la grande attrazione di tutti.

Quanto poco ci vuole per celebrare la vera gioia che Gesù dona a Natale! Oggi abbiamo forse tanto, ma la felicità è dove si sa vedere il 'tanto', nella vera gioia che ci viene dal sapere che Gesù, Dio, è con noi. Così fa risaltare la bellezza del Natale Giovanni XXIII:
  • Il Natale di Betlemme è umile, mite di cuore, povero e innocente. Egli è costruttore di pace, e, già per essa, si appresta al sacrificio estremo! Questa è la strada segnata da Gesù Cristo: questa l'incarnazione per ogni uomo; che accoglie il divino messaggio con prontezza di adesione... Da Betlemme l'incoraggiamento all'applicazione del vivere sociale: sconfitta di ogni egoismo, intelligente conoscenza delle necessità altrui, trionfo della fraternità perfetta.
Da qui il mio augurio a voi, che con me cercate la strada di Betlemme: quella vera, che ciascuno cerca con fatica, per arrivare al Mistero stupendo di sapere che Gesù, non fermandosi alle nostre miserie, cerca in noi 'la mangiatoia' dove trovare posto perché possa realizzarsi in pienezza la nostra stessa vita. Un grande ringraziamento a tutti per essere con me nella ricerca, come i Magi, a trovare Gesù e da Lui ricevere quella grande gioia che lui solo sa dare. Un augurio particolare per chi soffre, è malato, con la certezza che Gesù è particolarmente vicino, direi di casa con voi. Ricambio il grande affetto che mi donate ed è per me incoraggiamento nel continuare a servire la Parola di Gesù, fonte di vita. Con una promessa: in modo particolare sarete presenti nella Eucarestia che celebrerò nella notte di Natale.

Vi voglio tanto bene ed auguro pace e gioia.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2011/2012

Messaggio da miriam bolfissimo » ven dic 30, 2011 12:03 pm

      • Omelia del giorno 1 Gennaio 2012

        Maria Santissima Madre di Dio (Anno B)



        Auguri per il nuovo anno, che sia di santità
Ogni inizio di un nuovo anno è il momento di dare uno sguardo a quello che abbiamo vissuto nell'arco di tempo, l'anno appena trascorso, dono di Dio: un momento per 'valutare' quanto abbiamo scritto nel libro della vita. Ricordi che possono generare, anzi debbono generare, con un esame di coscienza serio e sincero, propositi, che non siano solo costernazione per gli atti sbagliati, ma desiderio e impegno per creare progetti di cose nuove in Cristo.

La Chiesa termina l'anno ricordandoci che onestamente non ci resta che affidarci alla misericordia del Padre, perchè perdoni quanto è stato vissuto lontani forse da quello che Lui aveva progettato per noi e che forse, tante volte, sono state scelte, le nostre, senza, se non addirittura contro di Lui. Anche se il passato non torna, chi ha fede e sa che la vita è un prezioso dono di Dio, con il solo fine di essere un pellegrinaggio verso la santità, sa anche che è proprio dal passato che si deve ripartire, perché il passato può suggerirci modi nuovi di affrontare il tempo che il Padre vorrà ancora donarci.

In questo anno abbiamo tentato di dare alla vita il vero senso, lasciandoci guidare dalle riflessioni che settimana per settimana ho offerto per illuminare, alla scuola della Parola, la via da percorrere. Ho davanti a me le tante lettere che mi avete scritto ogni settimana e che erano tutte una meravigliosa testimonianza di quanto opera Dio in voi. Gli sono infinitamente grato per tutto questo scambio di comunione e grato a voi che con fiducia avete cercato di percorrere le vie del Signore, settimana per settimana. L'augurio è che continui il nostro cammino di santità sostenuto dalla Parola di Gesù. Con l'augurio di ogni bene. Scriveva Carlo Carretto, che penso tutti ricordate:
  • Non siamo soli nel cammino della vita: questo dovrebbe essere il pensiero costante della fede. Possiamo contare su Dio e concretamente. E' Lui che ci può aiutare. Se il bimbo nel seno della madre, preoccupato di uscire, contasse sulle sue forze, e sulla sua abilità, non uscirebbe mai alla luce. Ma c'è chi lo farà uscire. E' la dinamica stessa della natura: è il mistero di chi l'ha preceduto, è la generazione stessa in cui è immerso che lo aiuterà a uscire dalle acque. La nostra debolezza è che guardiamo a noi, sempre a noi, sempre solo a noi. Non teniamo conto che Dio è vicino, come il padre e le mamme ai figli. E come i genitori, ancora di più, ci è vicino Dio.
Con questa rinnovata e profonda certezza di vita, guardiamo al futuro che è davanti a noi e cerchiamo di avere l'accortezza di seguire i passi di Dio, che si manifesta con la Sua volontà. Buon anno a tutti, e che sia un cammino di vera vita con Dio con l'aiuto e la guida di Maria.

Oggi la Chiesa fa festa proprio in onore di MARIA SANTISSIMA, MADRE di DIO. Ed è giusto che, dopo avere fatto festa per il dono del Figlio, Gesù, la Chiesa faccia festa per la Mamma. È sempre stata una grande festa quella di mia mamma quando donava al mondo un figlio. L'unica sua premura era quella che ricevessimo il Battesimo il più presto possibile perchè affermava: 'Senza Battesimo è come essere orfani di padre'. É un po' diverso da oggi.

Giustamente, dunque, la Chiesa sente il dovere di dire un grande grazie a Maria Santissima per avere accettato di essere madre di Dio. Ricordiamo tutti le difficoltà espresse nel giorno dell'annunzio dell'angelo. Ma alla fine vinse la sua generosità con quel 'si faccia la volontà del Padre', E da quel 'sì' non solo divenne la Mamma di Dio, ma anche la nostra mamma! Per questo oggi facciamo festa alla nostra 'Mamma celeste', che certamente veglia sui nostri passi. La sua realtà di Mamma nostra è fortemente sentita da tanti.

Basterebbe essersi recati a Lourdes o Fatima o ad altro santuario, dove la Madonna è tornata tra noi a darci coraggio, per vedere quanto sia cara la devozione e l'affetto a Maria. Il Vangelo di oggi ama ripetere il racconto nel Natale di Gesù: un racconto che, se letto con l'occhio della fede, mostra la bellezza della nascita di Gesù nella grotta di Betlemme. Una nascita nel silenzio di quella grotta, rifiutato dalla città, perchè 'per loro non c'era posto'. Ma quel silenzio fa diventare la povera grotta come un trono celeste. Sembra impossibile che noi, tante volte fermi al fascino mondano che anima le apparenze, possiamo, davanti al presepio, sentirci come di fronte ad uno sprazzo di Cielo, animato dal canto degli angeli: 'Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra a chi Dio ama'. E ancora di più viene da ammirare il silenzio di Maria. 'Passato l'anno, - scriveva Giovanni XXIII - noi continuiamo l'esercizio della nostra devozione di buoni cristiani, dovuta alla gran Madre di Dio, a Lei chiediamo pure di intercedere per noi da Gesù Figlio suo, le grazie di ordine temporali perchè di tutto ha bisogno questa nostra vita. Le mete del nostro viaggio qui in terra sono lontane e difficili e hanno bisogno di guida e sollievo'. Oggi poi la Chiesa celebra e prega il dono della pace: quella pace che leggiamo essere scesa in terra, quando Gesù è nato.
  • In quel tempo i pastori andarono senza indugio e trovarono Maria, Giuseppe e il Bambino che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del Bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose, meditandole in cuor suo. I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano visto e udito, come era stato detto loro. (Lc. 2,16)
Se c'è un sentimento che ci riempie il cuore di nostalgia è spesso il senso della pace, quella pace che gli Angeli cantarono sulla grotta di Betlemme. Sappiamo e soffriamo tutti delle grandi violenze e guerre che turbano il mondo. Ma non sono solo le deprecabili guerre che ci addolorano, ma quel senso strisciante di 'guerra', che avviene ogni giorno tra di noi. Basta leggere le cronache e non c'è giorno che non racconti azioni di violenza, che turbano tutti. Se ci chiediamo la ragione di tanti soprusi, ingiustizie, malvagità, la risposta è una sola: l'uomo perdendo l'amore, crea motivi di insofferenza, intolleranza, ingiustizia e vendette che così generano quel clima insopportabile nella vita insieme. Così Tonino Bello, vero grande profeta di pace, dice anche a noi:
  • Che cosa è la pace? E’ un cumulo di beni.

    E’ la somma delle ricchezze più grandi di cui un popolo o un individuo possa godere.

    Pace è giustizia, libertà, dialogo, crescita, uguaglianza. Pace è riconoscimento reciproco della dignità umana, rispetto, accettazione dell’alterità come dono.

    Pace è temperie di solidarietà: solidarietà, che non è più uno dei tanti imperativi morali; ma è l’unico imperativo morale, che noi credenti chiamiamo anche comunione.

    Pace è il frutto di quella che oggi viene indicata come “etica del volto”: un volto da riscoprire, da contemplare, da provocare con la parola, da accarezzare.

    Pace è deporre l’io dalla sua sovranità,far posto all’altro e al suo indistruttibile volto, instaurare relazioni di parola, comunicazione, insegnamento.

    Pace, per usare un’immagine, è un’acqua che viene da lontano: l’unica in grado di dissetare la terra, l’unica capace di placare l’incoercibile bisogno di felicità sepolto nel nostro inquieto cuore di uomini. Questa a cqua che bisogna portarla a tutti. Ed eccoci al ruolo degli operatori di pace, cioè i politici.
É necessario, se davvero vogliamo essere tutti 'ponti di pace', che impariamo non solo a rispettare gli altri, ma ad andare oltre: ossia farsi promotori di quel dialogo, di quella serenità di convivenza che va oltre le offese ed i mali, e dissipa le nubi che creiamo con le nostre indifferenze, fino a mostrare il cielo della felicità, grande dono di Dio che lo comunica agli uomini che Egli ama". Bisogna fare piazza pulita degli egoismi, della corsa a essere in tutto 'primi', e come Gesù nell'ultima cena, imparare a essere servi lì dove davvero ha radice ogni germe di pace. Che Dio ci aiuti a diventare 'operatori di pace', che è una delle beatitudini per avere parte al Regno dei Cieli. Con le parole del libro dei Numeri, voglio ancora esprimere il mio augurio così:
  • Ti benedica il Signore e ti protegga.
    Il Signore faccia brillare il Suo volto su di te e ti sia propizio.
    Il Signore rivolga su di te il Suo volto e ti conceda pace.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2011/2012

Messaggio da miriam bolfissimo » lun gen 09, 2012 10:34 am

      • Omelia del giorno 6 Gennaio 2012

        Epifania del Signore (Anno B)



        Solennità dell’Epifania: “Dio, Padre di tutti”
Sappiamo che la Chiesa sottolinea in modo solenne i giorni che raccontano il cammino che Dio ha fatto e fa per la salvezza di tutti gli uomini, anche e soprattutto dopo il peccato originale. Subito, dopo la Sua nascita, attraverso il racconto della incredibile ricerca dei Magi, Gesù volle manifestare che se Lui era tra noi, non lo era per alcuni privilegiati, come il popolo ebraico, ma per tutta l'umanità, senza distinzione: un amore universale.

Ogni uomo o donna diventa, con l'Epifania, un chiamato a fare parte del Regno di Dio. Con questa solennità, la Chiesa ci ricorda che Dio chiama tutti e rende possibile che tutti, ma proprio tutti, siano Suoi figli, cui è preparata la vera Casa, il Suo Regno. Per questo l'Epifania è Festa solenne: festa in cui tutti noi ci dovremmo sentire felici nel sapere che Dio ci invita a tornare da Lui, sapendo che Lui è Colui che ci cerca per primo.

Il racconto dell'Epifania ha il sapore, per il modo come è narrato, di una meravigliosa fiaba, ma tale non è, perché è grande e reale Evento, quasi impossibile da pensare in questo mondo. Siamo talmente abituati a cercare 'stelle della terra', che sono le cose senza vita, o desideri che muoiono con noi, da non riuscire più ad affidarci alla delicatezza dell'amore che si fa cercare, cercandoci, ci guida come la stella dei Magi nella ricerca, per farsi trovare. Ma occorre alzare la testa in un mondo che fa di tutto per oscurare il cielo... come fecero i Magi!
  • Nato Gesù a Betlemme, al tempo del re Erode, alcuni magi giunsero dall'Oriente a Gerusalemme e domandavano: 'Dov'è il re dei Giudei? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarLo'. All'udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: 'A Betlemme di Giuda, perché così è scritto per mezzo del profeta: 'E tu Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo Israele'. Allora Erode chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: 'Andate e informatevi accuratamente del bambino e quando l'avrete trovato fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo'. Udite le parole del re essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto al suo sorgere, li precedeva finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il Bambino. A vedere la stella essi provarono una grandissima gioia e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro Paese". (Mt. 2, 1-12)
C'è una ragione perchè la Chiesa dà tanta importanza alla Epifania. É il giorno della chiamata fatta a noi per appartenere al Regno dei Cieli. Non più orfani senza domani, una condizione inaccettabile, che pone la triste domanda su che serva nascere se non c'è un domani a lungo termine, che dimostri che vivere qui non è solo provvisorietà - anche se tante volte viviamo proprio delle provvisorietà, come se la salute, il benessere, la fama e quanto vogliamo di terreno, potessero essere sufficienti a riempire un cuore che vuole altro. Se siamo onesti con noi stessi - e dovremmo esserlo per fare onore alla nostra natura di persone dotate di intelligenza e capacità di ricerca continua - tante volte lo stesso desiderio che ebbero i Magi, diventa il nostro. É quella ricerca soprannaturale che poi nella fede ci mostra Gesù come fu contemplato dai Magi.

Tanti fratelli, nella storia, e forse li abbiamo conosciuti da vicino, hanno vissuto il tempo della vita, accontentandosi e cercando ciò che è terreno, come se la terra potesse dare ciò che non ha. Ma per tanti, c'è stato e c'è un momento che, raggiunti dalla Grazia, li ha portati a mettersi alla ricerca del Messia, e la loro vita è cambiata totalmente e questo non solo per grandi santi, come san Francesco d'Assisi e sant’Ignazio di Loyola, ma per una moltitudine di sinceri e veri cristiani. Ne ho conosciuti parecchi! Ricordo la vicenda di un uomo che a lungo si era completamente disinteressato della vita spirituale, convinto che a lui bastassero le gioie di quaggiù. Ma ci fu un momento in cui la Grazia fece cadere la scena illusoria su cui aveva impostato la vita e gli mostrò la luce. "Sono felice, mi diceva, adesso vivere è altro, sa di immensità del cielo e quello che è bello, in un mondo di finti amori e amici, si affaccia il volto del Padre che è davvero l'AMORE".

D'altra parte, per la nostra stessa natura, non possiamo trovare la felicità in ciò che il mondo ci offre con ostinatezza. Tutto alla fine lascia l'amarezza e nulla riesce a rendere felici nelle profondità del nostro essere, così, poiché Dio continua con pazienza ed incessantemente a bussare alla nostra porta, viene il momento in cui si sente la voglia di alzare gli occhi e di trovare la sorgente della vera felicità. Credo che questa sia la storia di tanti che mi leggono! Basta avere il desiderio, l'ansia della ricerca, come quella dei Magi, e c'è sempre una stella che fa strada. Ma poi bisogna avere il coraggio di uscire dal chiasso e come i Magi provare a vedere e vivere la vita come ricerca di una gioia che ci appartiene.
  • Uno degli aspetti - affermava Paolo VI – oggi più considerati della festa della Epifania, è quello della universalità del cristianesimo. Cioè, dopo il Natale, la Chiesa si domanda: per chi è venuto Gesù Cristo? E risponde: per tutti gli uomini. Non era Ebreo il Signore? E non era il popolo ebraico un popolo chiuso nella sua razza e nella sua religione? Sì, ma è appunto questo l'aspetto meraviglioso della Incarnazione. Essa ha carattere universale: riguarda non soltanto il popolo eletto nell'Antico Testamento; ma riguarda tutti i popoli; riguarda tutti i tempi e tutti i luoghi; interessa la storia e interessa tutta la terra. É destinata a tutta l'umanità, anzi crea il concetto nuovo e svela il vero destino della umanità.
Ed è veramente il grande dono della Epifania, la chiamata dei popoli a fare parte del Suo Regno; è ciò che fa della solennità della Epifania una festa centrale della Chiesa. Quello che vorrei ancora sottolineare è la ricerca di Dio da parte dei magi e la loro gioia nel trovare il Bambino a Betlemme. Se è vero che tutti sentiamo la nostalgia di Dio, nostro vero Creatore e Padre, dovremmo fare della nostra vita una continua ricerca.

Ma oggi è soprattutto giusto che con la Chiesa ringraziamo Dio di avere mostrato la Sua bontà. Non accettava di vederci figli senza casa patema e senza futuro, così, ha concretamente rotto, con l'Epifania, una barriera che ci divideva da Lui. Per questo è una grande Solennità. Purtroppo il consumismo è sempre pronto a cogliere le occasioni di feste religiose, per renderle un mercato di consumi. Basta pensare a come l'Epifania è diventata la festa dei doni, forse imitando i Magi, ma senza la loro fede. Occorre invece entrare nel vero spirito della Epifania: Dio che viene e chiama, come fece con i Magi. Scriveva don Tonino Bello:
  • Oggi è l'Epifania, festa della universalità della Chiesa. Festeggiamo cioè una Chiesa che si allarga a tutti i popoli: che non si chiude nel suo campanile, non rifiuta l'altro, ma ha le porte e le finestre aperte, anzi spalancate. La festa della Epifania ci ricorda che non siamo un insieme di persone chiamate a raccolta per giustificarci . La Chiesa è il popolo di Dio che annuncia la salvezza e lo fa con estrema liberalità, accettando la diversità. Accettare la diversità è una cosa grande. Mi sembra sciocco avere paura dell'irruzione dei terzomondiali perchè sono maomettani. Ma che paura avete? Alcuni dicono, rimproverando noi vescovi o il Papa, di essere troppo solleciti nella accoglienza; dicono che stiamo imbarbarendo la cristianità. Ma che paura avete? Abbiamo avuto la grazia dal Signore di essere suoi fedeli, di stare al suo servizio. Nostra missione è di testimoniare Lui, il Risorto. Qualche volta con la parola, ma soprattutto con i gesti, con la vita. Se sono gesti buoni la gente lo vede. É impossibile che non li veda.
Non resta che ringraziare Dio che noi siamo stati chiamati al suo Regno, appena è iniziata la vita, nel Battesimo. Non ci resta che fare della nostra vita un continuo cammino e una appassionata ricerca per trovare e vivere in Gesù e con Gesù. Questo è il senso vero della nostra appartenenza alla Chiesa di Dio. Non resta che dire a tutti voi: FACCIAMO DELLA NOSTRA VITA, come i Magi, UNA CONTINUA RICERCA DI GESÙ, PER CONOSCERE E SPERIMENTARE LA VERA GIOIA. Auguri



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2011/2012

Messaggio da miriam bolfissimo » lun gen 09, 2012 10:41 am

      • Omelia del giorno 8 Gennaio 2012

        Battesimo del Signore (Anno B)



        Col battesimo diventiamo figli di Dio
Con la festa del Battesimo di Gesù, ricordiamo il grande dono del nostro Battesimo: un giorno che segnò la nostra vita e che dovrebbe farci infinitamente felici. Così descrive l'evangelista Matteo il Battesimo di Gesù:
  • In quel tempo. Giovanni predicava: "Dopo di me viene uno che è più forte di me ed al quale non sono degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo". In quei giorni Gesù venne da Nazareth di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, uscendo dall'acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di Lui come una colomba. E sentì una voce dal cielo: 'Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto. (Mt. 1,7-11)
La Chiesa oggi ci offre da meditare e chiedere: "Come mai il Battesimo veniva amministrato da Giovanni Battista, prima di Gesù? Che cosa voleva dire essere battezzati dal Precursore? Che significato ha allora il 'mio' Battesimo?" Sappiamo che nel piano di salvezza di Dio, Giovanni Battista, voluto dal Padre in modo straordinario fin dalla nascita, doveva essere 'la voce che grida nel deserto: Preparate la via del Signore'. Era talmente forte la sua testimonianza alla luce, che tanti accorrevano a lui. Lo ascoltavano. Mettevano in discussione la propria esistenza. Chiedevano: 'Cosa dobbiamo fare?' e suggellavano la loro volontà di cambiamento di vita con questo segno pieno di significato come era immergersi totalmente nel Giordano e farsi versare l'acqua sulla testa da Giovanni. Quel 'lavarsi' era come professare apertamente quanto gli Ebrei a suo tempo avevano compiuto proprio nel passaggio del Giordano: lasciare la sponda della schiavitù in Egitto e conquistare la sponda della libertà nella Terra promessa.

Anche Gesù va da Giovanni per farsi battezzare e dopo quel gesto viene annunciato dal Cielo chi davvero Egli è: "Tu sei il mio figlio prediletto nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo". Più che un battesimo di conversione come quello di Giovanni divenne solenne proclamazione di Chi era veramente Gesù in cielo e tra di noi. Tutti noi, che abbiamo la grazia di essere cristiani, iniziamo la nostra vita da 'figli in cui il Padre si compiace' nel battesimo. Quando siamo nati, per il peccato originale, che tutti ci portiamo come eredità di Adamo ed Eva, eravamo come persone senza un domani di felicità. Sì, avevamo un papà ed una mamma che ci volevano un grande bene, ma in pratica ci mancava quella paternità del Padre che ci aveva fatto dono della vita. E che significato potrebbe avere una vita che non ha domani, sentendo che la propria vera Casa, per cui Dio ci ha fatto dono proprio della vita, è chiusa? Davvero si sarebbe orfani del Papà, Abba, Dio, dal cui Cuore tutti, senza eccezione, nasciamo.

Credo che chi di noi ha vissuto da orfano, anche su questa terra, sa molto bene che cosa significa essere senza papà e mamma. É come vivere su questa terra con il cielo dell'amore chiuso. Ogni uomo, se ama la verità e sa ascoltarsi profondamente, sente il bisogno del Padre. É una nostalgia che non si può nascondere. Altro è essere figli di papà e mamma e altro è essere, oltre che figli dei nostri cari genitori, figli del Padre. I genitori di questa terra possono darci quell'amore che hanno per i figli, ma è un amore-vicinanza che può 'seguirci' per poco, ossia finché loro sono tra noi e noi con loro, poi ognuno prende la sua strada. Ma nessuno può sostituirsi a Dio, che non solo ci fa dono della vita, ma vuole come 'papà' che conosciamo ed esperimentiamo il Suo Amore, come Presenza continua e certa qui, ma soprattutto nell’eternità con Lui, dove ritroveremo anche l'amore profondo dei nostri genitori e di tutte le persone che abbiamo amato e da cui siamo stati amati, rinvigorito e reso eterno in Lui, perché è Dio l'Amore e solo in Lui ogni nostro piccolo e misero amore può diventare eterno. Per cui il Battesimo ci libera da quello stato di figli orfani di padre e senza domani.

Nel Battesimo, con il segno dell'acqua, che il sacerdote versa sul nostro capo, di fatto rinasciamo alla vera vita e entriamo a pieno diritto nel numero dei figli del Padre. Dal Battesimo, dovremmo, prima con l'aiuto dei nostri cari e poi, diventati adulti, consapevolmente e responsabilmente, impostare la vita come un cammino verso il Cielo, accogliendo la Grazia della Presenza del Padre nella nostra esperienza su questa terra, per vivere nella fede la nostra quotidianità, motivando pensieri, parole e gesti con la carità stessa di Gesù,. Diventare figli di Dio nel Battesimo, inevitabilmente chiede di vivere continuamente la dignità donataci.

C'era un tempo in cui si veniva battezzati appena nati, come a non lasciare spazio ad una vita senza domani. Sono nato il 16 Gennaio. I miei genitori non aspettarono mesi o giorni per farmi entrare nel Cuore del Padre. Mi portarono al Battesimo il giorno dopo, il 17 gennaio, per questo mi chiamarono Antonio. E da allora iniziò la scuola di figlio di Dio, giorno per giorno, una scuola verso la santità. Il Battesimo non era una bella cerimonia e festa che finiva lì, ma era uno stile di vita imperniato nel conoscere, amare e servire Dio, per poi essere, un giorno, quando vorrà, con Lui per sempre in Paradiso. Era questo il ritornello che sentivamo ogni giorno e la grande pietra angolare della vita. Ricordo che quando tornavo a casa sporco per aver giocato nella polvere, mamma mi accoglieva con questa parole: 'Non hai davvero più il volto di un figlio di Dio'.

E che dovremmo dire di chi, ignorando di essere battezzato, ossia figlio del Padre, vive in peccato, senza rimorso, in altre parole incurante di vivere fuori Casa? Ma è possibile che un battezzato non si preoccupi o non conosca il grande dono che ha ricevuto nel Battesimo? É possibile che non si renda conto dell'insensatezza di una vita vissuta solo con un misero orizzonte terreno e non avverta la nostalgia di 'altro'? Diceva il cardinale Ballestrero, un grande pastore di anime:
  • Punto di partenza per tutti, laici e ministri, è il battesimo. Fonte inesauribile che crea nuovi figli di Dio, nuovi fratelli di Cristo, nuove creature... Dal battesimo nasce e si sviluppa la varietà delle vocazioni, dei ministeri, dei carismi al servizio del Regno di Dio. Dal Battesimo fluiscono le ricchezze mirabili della Chiesa.
E il Concilio usa parole ancora più solenni parlando di noi battezzati:
  • Uno è il popolo eletto di Dio: un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo comune è la dignità dei figli: comune la vocazione alla speranza e indivisa la carità. Nessuna ineguaglianza quindi in Cristo e nella Chiesa per riguardo alla stirpe o nazione, alla condizione e al sesso. ( Lumen Gentioum 32)
É davvero un grande dono, sentirsi, nel Padre, tutti, senza distinzione di colore o razza, stessi figli e quindi fratelli. Vivere il Battesimo darebbe alla umanità il volto della giustizia e della carità. Forse troppe volte ci dimentichiamo del dono del Battesimo e viviamo come se non avesse valore nella vita. Ed è una vera scuola di santità nel Battesimo quanto scrive Paolo VI:
  • Teniamo bene presente questo fatto. Là, al Battesimo, noi abbiamo incontrato Gesù Cristo, incontro sacramentale e vitale. Fu il nostro vero Natale. Ora, attenzione. Che cosa comporta un simile incontro con Cristo? Ancora il Vangelo ci insegna: comporta seguire Cristo. Comporta uno stile di vita, comporta un impegno inscindibile: essere cristiani! Noi non faremo che ripetere ciò che abbiamo scritto, nella Enciclica 'Ecclesiam suam'. Bisogna ridare al fatto di avere ricevuto il santo Battesimo, e cioè di essere stati inseriti mediante sacramento nel corpo mistico di Cristo che è la Chiesa, tutta la sua importanza, specialmente nella cosciente valutazione che il battezzato deve avere della sua elevazione, anzi della sua rigenerazione alla felicissima realtà di figlio adottivo di Dio, alla dignità di fratello di Gesù Cristo, alla fortuna, vogliamo dire alla grazia, della inabitazione dello Spirito, alla vita nuova che nulla ha perduto di umano. (6.2.1974)
É bello rileggere oggi le parole del profeta Isaia: "Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano: ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni. Perchè tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre". (Is. 42, 6-7) Con Tonino Bello prego:
  • Voglio ringraziarti, Signore, per il dono della vita.
    Ho letto da qualche parte che gli uomini sono angeli con un'ala soltanto;
    possono volare solo rimanendo abbracciati.
    A volte, nei momenti di confidenza, oso pensare, Signore, che anche tu abbia un'ala soltanto.
    L'altra la tieni nascosta, forse per farmi capire che tu non vuoi volare senza di me.
    Per questo mi hai dato un'ala sola, perchè io fossi tuo compagno di volo.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2011/2012

Messaggio da miriam bolfissimo » ven gen 13, 2012 4:03 pm

      • Omelia del giorno 15 gennaio 20102

        II Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)



        Fede e Testimonianza
Sappiamo tutti come il mondo vada in cerca di persone che sappiano trasmettere, non solo la bellezza della vita, ma anche quelle virtù nascoste che Dio ha certamente deposto in noi e che hanno bisogno di manifestarsi concretamente. Non suscita, se non freddezza, chi nella vita in qualche modo non dà spettacolo di grandi valori. Ognuno di noi sente la necessità di essere quelli che davvero siamo, forse senza che ce ne accorgiamo: testimoni di quella bontà e bellezza che è l'immagine che Dio ha messo in noi con il Battesimo e dovrebbe essere composta nelle ferialità della fede e della vita.

L'uomo guarda all'apparenza e vuole apparire, tranne le persone umili che cercano di nascondere la bontà che abita nel loro cuore, ma ottenendo di fatto un effetto meraviglioso: è proprio quella umiltà che diventa luce per chi osserva. Ed è di questi fratelli e sorelle che sentiamo il bisogno che ci siano tra noi per trovare anche noi il coraggio di dare alla vita il suo vero senso, che nasce da quei valori e quella bellezza che deve risplendere in ciascun essere umano. Fanno molto rumore i tanti che si affidano alla fama ed al successo nel mondo, ma è un successo che ha vita breve.

Suscita spesso tanta compassione quel modo di esprimersi per affermare una fama che è davvero basata sul niente: "Lo sai chi sono io?". Suscita compatimento, conoscendo quanto pietosi siamo agli occhi di Dio - ma proprio per questo da Lui tanto amati! - Lui, che è la vera bellezza che trasmette ai santi. Ed è quello che racconta oggi il Vangelo, descrivendo l'inizio della missione di Gesù tra di noi, per indicare con la Parola e la vita la via per arrivare a essere figli di Dio.
  • Il giorno dopo, Giovanni (il Battista) stava ancora là con due suoi discepoli e, fissando gli occhi su Gesù che passava, disse: 'Ecco l'agnello di Dio!'. I due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che Lo seguivano, disse: 'Chi cercate?'. Gli risposero: 'Rabbì (che significa Maestro), dove abiti?'. Disse loro: 'Venite e vedete'. Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui: erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due, che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: 'Abbiamo trovato il Messia, che significa il Cristo, e lo condusse da Gesù'. Gesù, fissando lo sguardo su di lui disse: 'Tu sei Simone, il figlio di Giovanni: ti chiamerai Cefa (che significa Pietro)'. (Gv. 1,35-42)
Fa davvero impressione come Gesù attira i discepoli di Giovanni e subito li chiama. Ma cosa aveva Pietro di tanto interessante, - come a volte pensiamo noi - da richiamare l'attenzione di Gesù che poi lo inviterà a seguirLo? Una storia, quella di Pietro, fatta di grandezza d'animo, di generosità, ma anche di quella debolezza, tutta umana, che lo porterà, di fronte alla prova, nella passione di Gesù, per paura, a rinnegarne la conoscenza. Un errore che rivela tutta la fragilità, che è nella nostra natura, nonostante la nostra presunzione, e che Pietro riscatterà solo dopo la resurrezione, quando, a Gesù che gli chiedeva" Mi ami?", per tre volte, senza esitare risponderà: "Signore tu lo sai che ti voglio bene", cancellando il suo errore e ricevendo così da Gesù, quasi a ricambiare questo amore ormai saldo e fedele, la missione di guidare la Sua Chiesa.

Episodi che richiamano alla nostra mente la nostra generosità, quando affermiamo la nostra fede e amore a Dio, ma nello stesso tempo, anche quando, di fronte alla necessità, ci comportiamo come Pietro. Ma guardando proprio a lui, sappiamo che possiamo sempre ravvederci, rinnovando il nostro amore a Cristo, con sincerità e umiltà di cuore: "Signore, tu sai che ti voglio bene, anche se sono povero e miserò.

Viene alla memoria l'incontro che ebbi con Madre Teresa di Calcutta, in una assemblea di giovani. Alla domanda che le venne fatta se, tornando per ipotesi indietro e sapendo delle difficoltà che avrebbe incontrato, avrebbe ancora seguito la chiamata di Gesù, dopo una lunga pausa di silenzio rispose: "Gli direi di no". Un 'no' che fu come un gelo calato su quel migliaio di giovani. Attendevano una risposta che andasse contro le paure della vita per seguire Gesù o un ideale, e la risposta non era quella che si erano aspettati. Ricordo che, stando a fianco della Madre, anch'io fui allibito, senza riuscire a comprendere la sua risposta, perché davo per scontato un eroico "sì" da lei. Di fronte alla sgomento di tutti, le chiesi se aveva capito bene la domanda. Serena mi rispose di "sì". Ci fu un silenzio strano nell'assemblea, il silenzio che non si arrende ad un sogno che abbiamo tutti, di riuscire nel bene a superare le inevitabili difficoltà. Dopo qualche attimo di riflessione, che parve un'eternità, Madre Teresa, con uno straordinario sorriso, diede una risposta, che fa risuonare quella di Pietro a Gesù: 'Ma Gli voglio tanto bene che Gli direi di sì'.

É l'atteggiamento di tantissimi martiri, anche oggi, che di fronte alle minacce per la professione di fede, non hanno paura delle sofferenze che li attendono, accolte come lo scambio di un amore che non conosce difficoltà e confini. Proviamo davvero un senso di vergogna pensando alla nostra povera fede o amore a Dio, noi, che Gli voltiamo le spalle per un nulla o per una difficoltà. Siamo spesso così lontani dall'essere testimoni che possono attirare i fratelli!
  • L'uomo contemporaneo - affermava Paolo VI – ascolta più volentieri i testimoni che i maestri o se ascolta i maestri è perché questi sono testimoni. L'uomo contemporaneo, impegnato nella conquista della materia, ha fame d'altro, e prova una strana solitudine. Il cristiano, consacrato a Cristo, conosce un mistero: il mistero di Dio che invita l'uomo a una partecipazione di vita in comunione senza fine con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Oggigiorno più che mai occorrono testimoni dell'invisibile. Gli uomini del nostro tempo sono degli esseri fragili che conoscono facilmente l'insicurezza, la paura, l'angoscia. I nostri fratelli hanno bisogno di incontrare altri fratelli che irradiano la serenità, la gioia, la speranza, malgrado le prove e le contraddizioni dalle quali essi stessi sono colpiti. Le nuove generazioni sono particolarmente assetate di sincerità, di verità, di autenticità. Hanno orrore del fariseismo sotto tutte le forme. Il mondo insomma ha bisogno di santi. (Paolo VI, ottobre 1974)
Ed è bello sia così. Ed è da questa realtà, che non possiamo - nessuno - ignorare, che occorre dare alla vita feriale quel sapore di bontà, di fede vera e concreta, facendoci prendere mano da Gesù, perché sia Lui, e Lui solo, a guidarci. Vivere alla giornata, affidandoci al nulla che la vita offre, non è sopportabile. É necessario che tutti ci lasciamo riempire dalla necessità di dare al nostro vivere feriale il sapore della fede vissuta e di una santità ricercata, che è poi vivere con Gesù, immersi nella Sua Presenza e Grazia. Ma occorre avere la prontezza a rispondere a Dio che ci invita con segni inequivocabili a seguirLo, come è nel racconto di Samuele:
  • In quel giorno, Samuele era coricato nel tempio del Signore dove si trovava l'arca di Dio. Allora il Signore lo chiamò: 'Samuele!'. E Samuele rispose: 'Eccomi!', poi corse da Eli e gli disse: 'Mi hai chiamato, eccomi!'. Egli rispose: 'No, non ti ho chiamato, torna a dormire!'. Tornò a dormire. Ma Dio lo chiamò una seconda volta e si ripeté la prontezza di Samuele. Per la terza volta il Signore tornò a chiamare: 'Samuele!'. Questi si alzò ancora e andò da Eli dicendo: 'Mi hai chiamato, eccomi!'. Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovanetto e disse a Samuele: 'Vattene a dormire e se ti chiamerà ancora dirai: 'Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascoltà… Samuele acquistò autorità, perché il Signore era con lui è lasciò andare a vuoto una sola delle Sue parole. (Sam. 3, 3-19)
Con santa Faustina preghiamo:
  • Da oggi la tua volontà, Signore, è il mio nutrimento.
    Hai tutto il mio essere, disponi di me secondo i tuoi divini intendimenti.
    Qualunque cosa mi porgerà la Tua mano patema, l'accetterò con gioia.
    Non temo nulla, in qualunque modo vorrai guidarmi
    e, con l'aiuto della Tua grazia, eseguirò tutto quello che vorrai da me.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2011/2012

Messaggio da miriam bolfissimo » sab gen 21, 2012 9:12 am

      • Omelia del giorno 22 gennaio 2011

        III Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (Anno B)



        La chiamata al sacerdozio, “altro Cristo”
Quando Dio ci chiamò alla vita diede a ciascuno di noi un compito con cui, non solo si realizza il disegno della santità, ma anche la bellezza del servizio per i fratelli. É la vocazione. Tutti, senza eccezione, abbiamo la nostra vocazione, ossia questo cammino della vita in cui passo, passo, facendosi guidare da Dio, si compie il disegno della santità: una santità che ha per ciascuno un volto diverso dall'altro, ma a tutti garantisce la personale realizzazione nella vita e nell'eternità. Penso alla vocazione di tanti sposi, che sanno ricamare la bellezza incredibile del loro amore e la guida dei figli, come un racconto di fedeltà ed una meravigliosa storia di figli che continuano la storia dell'amore di Dio, con il compiere il disegno che Dio ha posto su di loro.

Non si finisce mai di rendere grazie a Dio per tutto quello che sa compiere tramite gli uomini, se Gli sono fedeli, sulla terra. Certo l'uomo è anche capace di usare i doni di intelligenza, di scienza, non al servizio dell'uomo, ma causando del male all'uomo. Basta dare uno sguardo fugace e preoccupato, su tutti gli ordigni che ogni giorno si moltiplicano sulla terra, ordigni di guerra. Si spendono incredibili somme, sottratte al benessere delle popolazioni, per dare corso a ciò che è solo mezzo di distruzione. Ma è questo che dal Padre siamo chiamati a fare? É questa la vocazione che ha posto in ciascuno di noi?

Dovremmo ogni giorno chiederci se si vive per la gloria di Dio e il bene dei fratelli, o se la vita è un intreccio di egoismi che nulla hanno a che fare con ciò che Dio ha pensato e progettato per noi e per il bene della umanità. Sarebbe bene che nelle linee del Vangelo di oggi tutti dessimo uno sguardo alla storia della nostra vita: vocazione disegnata dal Padre per il bene nostro e di quanti incontriamo o sono vicini nella vita. Ma è così?

Confrontandoci alla luce della Parola, forse potremmo scoprire di essere molto lontani dal pensiero di Dio, quando invece la nostra vita dovrebbe essere il racconto del nostro viaggio sulla terra con e per gli altri, che il Padre ha disegnato per tutti. Ed allora occorre un cambiamento, se veramente vogliamo trovare pace e serenità in Lui. Ma ci sono anche vocazioni che sono davvero speciali, come quelle a cui Gesù ha chiamato, iniziando il suo piano di salvezza, invitando persone semplici a seguirLo, per poi un giorno diventare le colonne fondamentali della Sua Chiesa: gli apostoli, chiamati a seguire ieri Gesù, oggi a fare strada a noi. Racconta Marco, l'evangelista:
  • Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea, predicando il Vangelo di Dio e dicendo: 'Il tempo è vicino: convertitevi e credete nel Vangelo"'. E passando lungo il mare di Galilea vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare, erano infatti pescatori. Gesù disse loro: 'Seguitemi, vi farò pescatori di uomini'. E subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando un poco oltre, vide sulla barca Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, mentre riassettavano le reti. Li chiamò ed essi, lasciato il loro padre Zebedeo sulla barca con i garzoni, lo seguirono. (Mc. 1, 16-20)
Stupisce questa prontezza nel seguire Gesù. Non sapevano nulla di ciò che li attendeva. Erano poveri uomini come tutti noi. Ma un giorno, dopo la Pentecoste, saranno le pietre d'angolo su cui si fonda la Chiesa e quindi noi. E davvero ci assale lo stupore in questa scelta. Da poveri uomini, più volte nel Vangelo si evidenzia come il loro sogno fosse di divenire 'qualcuno che conta' seguendo Gesù. E lo ammettono. Mostrano tutta la loro debolezza nel Getsemani addormentandosi, e, quando Gesù viene arrestato, scappano e si nascondono, tranne Pietro che però poi si lascia prendere dalla paura e lo rinnega tre volte fino al canto del gallo, come gli aveva predetto Gesù. Semplicemente ebbero paura di finire come Gesù.

C'è tutta la debolezza dell'uomo che sognava forse altro, seguendo Gesù, e si vede crollare il mondo. Lo dichiarano frastornati anche i due discepoli sulla strada di Emmaus. Eppure rimane in loro quello che non si cancella dal cuore, che sa che l'amore va oltre tutte le prove. E lo dimostra Pietro quando incontrando Gesù, dopo la resurrezione, alla domanda esplicita del Maestro: "Pietro mi ami tu più di costoro?" La risposta non lascia spazio ai dubbi. "Signore, tu sai che io Ti amo". Dopo la Pentecoste, in cui lo Spirito prende dimora in loro, esplode la loro potenza di apostoli, che affronteranno tutto e tutti per annunciare Gesù e il suo V angelo. Non si lasceranno fermare da prigioni, battiture e tormenti, fino al martirio. Gesù aveva avuto e continua ad avere tanta fiducia in loro. Li considerava 'amici', come è nel Vangelo, prima ancora dei loro abbandoni e tradimenti:
  • Il mio comandamento è questo: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha amore più grande di questo; morire per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate quello che comando. Non vi chiamo più schiavi, perchè lo schiavo non sa cosa fa il suo padrone. Vi ho chiamato amici perchè vi ho fatto sapere quello che ho udito dal Padre mio. Non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi, e vi ho destinato a portare molto frutto, un frutto duraturo. ( Gv. 15, 12-16)
É davvero commovente questa scelta di GESÙ, che non si ferma alle debolezze umane, ma sa che con la forza dello Spirito, un giorno, i Suoi amici saranno pronti a dare la vita per farLo conoscere e annunciare il Suo Vangelo. Basterebbe leggere la vita di tanti, in ogni tempo, di come hanno interpretato la volontà di Dio, seguendo la propria vocazione, senza paura nel darsi totalmente, per restare fedeli all'amicizia con Gesù. Non parlo solo di martiri, o di santi speciali, ma voglio riferirmi a tanta gente semplice che ho incontrato nella mia vita pastorale e che sempre hanno lasciato una traccia in me della loro passione per Gesù ed hanno dato nella vita una testimonianza di amore a Dio e quanti erano loro vicini. Penso ai tanti missionari - sconosciuti alle cronache del mondo - ma sparsi nel mondo, che non hanno paura delle difficoltà, fino al martirio a volte, per fare conoscere Gesù a chi non Lo conosce.

É davvero immenso il mondo di chi ha interpretato la vita come una vocazione, chiamata di Dio. Del resto, se dalla nostra vita togliamo questo spirito, che resta della nostra esistenza? Un viaggio nel nulla e verso il nulla, che fa tristi ed è senza senso. Ecco perchè tutti dobbiamo nella vita seguire i passi che Dio traccia con gli eventi che incrociamo.

Non avrei mai pensato di diventare addirittura vescovo della Chiesa: una grande vocazione che ci rende simili agli apostoli. Credevo di avere raggiunto il fine nella vita consacrata. Poi l'obbedienza mi volle parroco nel Belice: difficile compito allora. E all'improvviso si è affacciata la volontà di Dio, tramite il caro Paolo VI, che improvvisamente mi chiamò e mi chiese di essere vescovo di questa diocesi. Incredibile. Se è vero che seguire la propria vocazione, chiede tanta fede, tanto amore, e tanta dedizione al prossimo, debbo dire che nel mio apostolato ho sperimentato tutto questo, ma molto di più il sentire su di me - davvero stupendo - la mano di Dio che apre la strada. Ma bisogna che ciascuno diventi attento e appassionato nel cercare e scoprire la Sua volontà, la chiamata di Dio in quello che capita o decidiamo nella vita. La vita non è, non può essere, una camminata a vuoto, non sapendo dove andare: la vita, se la si accoglie come vocazione, è un cammino con Dio e i fratelli fino al Cielo. Scriveva Paolo VI:
  • La vita è una chiamata. É una libertà liberissima, messa alla prova, forse la più difficile, ma la più bella. É la voce che ha un duplice linguaggio, quello del Signore e quello dell'educatore. É una voce che dice: 'Venite' e che passa come un vento profetico sopra la testa degli uomini, anche di questa generazione, la quale piena com'è del frastuono della vita moderna, si direbbe sorda a coglierne il senso segreto e drammatico: ma non è così. Qualcuno ascolta.
Non resta a noi, sempre se diamo alla vita il senso che dà Dio, che farci prendere per mano, sicuri che, anche se siamo fragili, Lui non tradisce, attende solo che, come Pietro nei momenti difficili, siamo pronti a dirGli, passata la prova: "Signore, tu sai che io ti amo". E questo vale per tutti, indipendentemente dalla nostra specifica vocazione. Ma saremo capaci? Che Dio ci tenga per mano, sempre, per non perderci.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2011/2012

Messaggio da miriam bolfissimo » ven gen 27, 2012 11:01 am

      • Omelia del giorno 29 Gennaio 2012

        IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)



        CHI È MAI COSTUI? Ha una dottrina nuova
Si rimane certamente impressionati e direi 'catturati' dalla parola di chi sa offrire proprio nella parola squarci di verità che in fondo sono la vera sete dell'uomo. Abbiamo bisogno di parole che contengano verità e amore. Altre parole possono solo ingigantire quel chiasso che già ci circonda, risultato dei mezzi di comunicazione o di presunti dialoghi tra noi che, di fatto, sono davvero un suono confuso che non giunge al cuore.

É una vita, da parroco e da vescovo, che cerco di porgere la vera Parola di vita, quella di Gesù. A volte ho l'impressione che la gente sentendo la Parola di Dio, provi la gioia e lo stupore degli ascoltatori di Gesù, di cui leggiamo nel Vangelo di oggi. Ricordo un fatto che mi ha lasciato una grande impressione e il desiderio di portare ovunque la parola di Dio. Superficialmente può sembrare che l'uomo si affidi solo alla parola di uomini, ma tutti sappiamo come difficilmente il nostro povero argomentare risponda a quella sete di verità e di amore che cerchiamo. Solo di fronte alla Parola di Dio, se bene ascoltata ed accolta, si ha la certezza di stare di fronte alla verità, che fa conoscere l'amore.

Invitato un giorno d'estate a partecipare ad una festa patronale, che sembrava essere stata ingoiata dal consumismo, lasciando pochissimo spazio alla Parola, contrariamente a quanto si attendevano gli organizzatori, (in seguito anche a fallimenti, in questo senso, negli anni passati) la sala si riempì talmente che molti furono costretti a seguire l'incontro affacciati alle finestre. Incredibile! Il tema era "Gesù, il vero segreto della felicità". Sembrava un tema in aperto contrasto con la festa civile. Quello che mi sorprese è stato il grande silenzio con cui tutti seguirono l'incontro, come fossero in presenza di una verità che covavano nel cuore. Dopo un'ora, cercai di chiudere l'incontro, ma la gente mi pregò di andare avanti. "Continui, Padre, fu l'invito, qui abbiamo trovato il senso della vita, fuori c'è solo la grande farsa dell'uomo smarrito'. E si continuò per un'altra ora. Un fatto che mi convinse ulteriormente di quanto la gente, anche oggi, nonostante l'apparente indifferenza o disinteresse, senta la necessità di verità, quella che solo Dio sa donare. I primi passi di Gesù tra la gente evidenziano e descrivono proprio questo stupore davanti alla Parola. Racconta l'evangelista Marco:
  • A Cafarnao - racconta Marco - entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise ad insegnare. Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi. Allora un uomo, che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare: 'Che c'entri con noi Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Lo so chi sei, il Santo di Dio. E Gesù lo sgridò: 'Taci! Esci da quell'uomo'. E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: 'Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!'. La sua fama si diffuse subito dovunque nei dintorni della Galilea. (Mc. 1,21-28)
Difficile 'parlare con autorità', ossia dando alla parola quella verità che deve contenere la luce per lo spirito. Sì, è difficile. Si ha come l'impressione che a volte anche noi ci affidiamo al chiasso della parola, mettendo in angolo il bisogno della verità. Basterebbe a volte seguire un comizio, per capire che le parole sono solo un mezzo per ottenere il consenso, tante volte senza alcun contenuto realistico e veritiero. O basta affidarsi ad un telegiornale per uscirne sbigottiti: si parla di tutto, notizie mescolate ad opinioni, cronaca nera intrecciata a quella rosa, ma sicuramente è il male che prevale, difficilmente si può sapere del bene che pur fa parte della nostra quotidianità. Eppure Dio solo sa come invece sentiamo la necessità di sentire qualcosa di bello e di vero.

Può accadere anche nelle chiese ascoltando le omelie. Possiamo davvero dire che il nostro annuncio della Parola provochi stupore nei fedeli o, a volte, è quasi come se la PAROLA di DIO; proclamata, appartenesse ad un altro mondo? È compito di noi sacerdoti e vescovi, trasmettere lo stupore di cui parla il Vangelo, ma per questo per primi dobbiamo sperimentarlo. Ricordo un discorso del beato Giovanni Paolo II alla giornata mondiale della gioventù. I giovani vedevano nel Santo Padre LA P AROLA. Era Parola la sua stessa presenza. Già sofferente, fu difficile al Santo Padre parlare. Ma i giovani avevano già visto in lui quella Parola che attendevano, tanto che ad un certo momento un giovane, gridò "Tu, la Parola fatta carne!".

La Parola di Dio non ha bisogno di quell'abito di eleganza che a volte sfoggiamo noi sacerdoti. Avevo ascoltato il discorso di un sacerdote conosciuto e stimato da tante persone: parole che mi lasciarono il ricordo di una esibizione inutile. Tornando a casa, mi imbattei in una piccola chiesa. Entrai. Un sacerdote, dall'apparenza umile e timida, stava predicando. Mi colpì la sua grande fede che si trasmetteva ai fedeli. Davvero in quella semplicità umile, la Parola si faceva 'cibo dell'anima'. E Dio sa quanto abbiamo bisogno di verità. Ma occorre che ci sia chi sappia proporcela. È un compito di chi è chiamato a proclamarla, sacerdoti e vescovi, ma ricordando che tutti i credenti sono chiamati ad annunciare la Parola. Dovremmo essere capaci di rendere attuali le parole del Vangelo di oggi:
  • Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: "Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità.
E confesso che non è facile avere questa autorità. Per noi sacerdoti, in particolare, si impone una grande preparazione, accompagnata da umiltà, e dalla preghiera. La Parola di Dio, che siamo chiamati a donare ai fedeli, è importante come l'Eucarestia che celebriamo. Se l'Eucarestia è il pane del Cielo che dà la vita, la Parola è il pane della fede che si fa indirizzo e forza della vita. Sono tante le raccomandazioni che riceviamo, vescovi e sacerdoti, di sapere donare la Parola, con cuore fedele, annuncio sincero, con gioia e stupore. Forse a volte siamo preoccupati del tempo a disposizione. Ma quando i fedeli sentono il calore e la luce della verità, proclamata da uno che fa della Parola il senso della vita, non guarda l'orologio.

E che ci sia oggi necessità urgente della conoscenza della Parola, ma, ripeto, come una luce per il cuore e la mente, credo, sia una consapevolezza di tutti i fedeli ed anche di quanti, pur non frequentando le liturgie, nella vita si accorgono di essere storditi da parole vuote e a volte dannose, che generano solo chiasso o turbamento, senza mai essere uno sprazzo di luce per il cuore. Ed era quello che proclamò in un discorso famoso il nostro caro Paolo VI, un vero profeta nella Parola. É il celebre suo discorso sulla necessità di Gesù tra noi.
  • Oggi l'ansia di Cristo pervade anche il mondo dei lontani, quando in essi vibra qualche autentico movimento spirituale. La storia contemporanea ci mostra i segni di un messianismo profano. Il mondo, dopo avere dimenticato e negato Cristo, lo cerca. Ma non Lo vuole cercare per quello che è e dove è. Lo cerca tra gli uomini mortali: ricusa di adorare Dio che si è fatto uomo e non teme di prostrarsi servilmente davanti all'uomo che si fa dio.
    Dalla inquietudine degli uomini laici e ribelli, prorompe fatale una confessione del Cristo assente: di te abbiamo bisogno. Di te abbiamo bisogno dicono altre voci isolate e disperate, sono molte oggi e fanno coro. É una strana sinfonia di nostalgici che sospirano a Cristo perduto; di generosi che da Lui imparano il vero eroismo, di sofferenti che sentono simpatia per l'uomo dei dolori, di delusi che cercano una parola ferma, una pace serena; di onesti che riconoscono la saggezza del vero maestro.
    L'ansia di trovare Cristo si insinua anche in un mondo avvinto dalla tecnica, dal materialismo e dalla politica; e sospira: o Cristo, nostro unico mediatore, tu ci sei necessario per venire in comunione con Dio Padre, per diventare con te, che sei Figlio unico e Signore nostro, suoi figli adottivi. Tu ci sei necessario o solo e vero maestro delle verità recondite e indispensabili della vita, per conoscere il nostro essere e il nostro destino e la via per conseguirlo. Tu ci sei necessario, o fratello primogenito del genere umano, per ritrovare le ragioni vere della fraternità tra gli uomini, i fondamenti della giustizia, i tesori della carità, il sommo bene della pace.
    Tu ci sei necessario, o Cristo, o Signore, o Dio-con-noi, per imparare l'amore vero e per camminare nella gioia e nella forza della carità, lungo il cammino della nostra via faticosa, fino all'incontro finale con te amato, con te atteso, con te benedetto nei secoli. (Quaresima 1955)


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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2011/2012

Messaggio da miriam bolfissimo » ven feb 03, 2012 9:45 am

      • Omelia del giorno 5 Febbraio 2012

        V Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)



        Se Tu vuoi, puoi guarirmi
C'è nei comportamenti di Gesù, in quei primi approcci con la gente comune - così come ce lo presenta l'evangelista Marco - qualcosa che seguita a stupirci e avrà certamente affascinato quanti Lo avvicinavano. Facile capire come, al suo apparire sulla scena pubblica, dopo tanto silenzio a Nazareth, si sia fatto tanta strada tra la gente povera immediatamente, non solo per le sue Parole, ma per al Sua attenzione a quelli che soffrivano. Un'attenzione che non era solo pura compassione, ma andava oltre, fino al miracolo. La gente a volte si lascia affascinare dalle parole di uno - e sappiamo come è facile imbastire un discorso, magari solo di bravura, ma senza concreti contenuti, discorsi che sono solo 'chiasso', amato da chi non riflette - ma Gesù affascinava, lasciando senza parole per lo stupore, quanti si accostavano a Lui, chiedendoGli l'impossibile per noi: essere guariti da una malattia. E la ottenevano. Nello stesso tempo, sapendo di essere oggetto di ammirazione e non volendo comunicare solo stupore, ma lasciare un segno concreto di divinità, per fare strada poi alla missione vera, affidata alla PAROLA, che annunciava il VANGELO della SALVEZZA: una salvezza che, per tutti, è ben più grande di una guarigione.

Poiché la gente si lascia tante volte incantare da eventi fuori del comune, Gesù davanti a questo atteggiamento preferisce fuggire, cercando di cancellare ogni errore si potesse compiere nella esatta interpretazione della sua missione tra noi, che aveva obbiettivi ben diversi dalle semplici attese della gente: la nostra totale guarigione dal male e quindi la salvezza. Ma quante volte cadiamo anche noi nella tentazione di cercare in Dio solo la soluzione ai nostri problemi o difficoltà della vita quotidiana, dimenticando che Dio ha nell'amarci il solo obbiettivo di donarci la salvezza per sempre in Paradiso, pur prendendosi cura personalmente di ciascuno di noi, ma secondo i misteriosi 'pensieri' del Suo cuore, ben conoscendo qual è il nostro vero bene. Racconta il Vangelo di Marco:
  • In quel tempo venne a Gesù un lebbroso, lo supplicava in ginocchio e gli diceva: 'Se vuoi, puoi guarirmi'. Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: 'Lo voglio, guarisci!'. Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. E ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: 'Guarda di non dire niente a nessuno, ma VA', PRESENTATI AL SACERDOTE e offri la tua purificazione, quella che Mosé ha ordinato a testimonianza per loro'. ma quegli allontanatosi cominciò a promulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti e venivano a Lui da ogni parte. (Mc. 1,40-45)
Può forse meravigliare come Gesù fugga dalla folla dopo avere guarito il lebbroso, ma la sua fuga nel deserto, era un chiaro messaggio, che il Messia, era venuto tra di noi dal Cielo, non tanto per guarire l'uomo dalle malattie fisiche. Sapeva molto bene che la salute fisica è un bene, ma non definitivo, proprio per la nostra fragilità creaturale. E sarebbe stata, la Sua presenza tra di noi, in questo caso, una visita da 'medico della mutua', che non può assicurare, mai, la salute per sempre. A Gesù stava a cuore un'altra salute, quella eterna, ossia salvarci dal peccato e quindi farci degni del Paradiso per sempre. Sappiamo tutti per esperienza che questa vita è un passaggio. Un passaggio che, nella volontà di Dio che ci ha creato, non doveva esserci.
Dio ci aveva creati a Sua Immagine e quindi felici e incorruttibili. É stata la disobbedienza dei nostri progenitori ad allontanarci dal Padre e quindi a dover subire quella che è un campo di prova per tornare degni di essere di Dio, liberandoci dalla vera malattia che è il peccato.

Purtroppo le indicazioni che oggi, più che mai, arrivano dal mondo è di disinteresse per la verità del vero fine del nostro esistere, non siamo aiutati a comprendere quale sia il nostro vero bene, cioè purificarci dal male e quindi riscattarci per il Paradiso. La salvezza eterna, per troppi, non è il primo bene da cercare, e quindi non si riesce a comprendere che occorre fare delle difficoltà, comprese le malattie, una via, un mezzo, un 'trampolino di lancio', per purificarsi dal vero male e presentarsi a Dio con la veste della santità. Fa davvero impressione, a chi è stato in pellegrinaggio a Lourdes o Fatima o Medjugorie come gente, andata in questi luoghi di preghiera, per guarire fisicamente, affidandosi alla bontà di Maria, nostra amata Mamma in Cielo, alla fine si sia trovata davvero 'guarita dentro', provando una grande serenità interiore, dopo aver come intravisto proprio la malattia e la sofferenza possano essere una strada privilegiata verso il Cielo. Ricordo le diverse visite a Lourdes, avendo avuto come vescovo il privilegio di presiedere la meravigliosa processione eucaristica e al termine di benedire solennemente i malati, schierati a cerchio. Ero stupito dalla loro serenità, come se avessero compreso che la vera salute è l'amore di Dio che si trasmetteva, attraverso l'Eucarestia. Mai visto un gesto di stizza per non essere stati guariti ... ma, al contrario, rinnovata fiducia e serenità.

Noi, impregnati di materialismo, a volte non riusciamo a vedere il bello che Dio dà a noi attraverso le prove della vita o le tante povertà di ogni genere. Eppure quante volte, visitando gli ammalati, si rimane meravigliati dal sorriso sul volto di chi sa con fede vedere nel male una occasione di amore che va oltre la salute. É vero che Dio ci ha creati per la felicità, ma è anche vero, come Gesù sulla croce, che tale felicità è una conquista che passa nella sofferenza. Chi ha poca fede difficilmente sa scorgere nel male un'occasione per guarire. Capita a volte di trovare poveri, o gente sfortunata, che sanno accettare tutto: è quello che più meraviglia e dove mette in discussione la nostra sola fiducia nello stare fisicamente e materialmente bene, per offrire il grande bene della nostra carità. Scriveva Paolo VI, pensando ai tanti poveri di ogni genere, che sono la stragrande maggioranza degli uomini sulla terra:
  • [i"Viene subito in mente una folla di pensieri, che ci fa sperimentare come sotto la lineare semplicità del Vangelo si racchiudano profondità immense e realtà straordinariamente complesse. È molteplice il numero dei fortunati che compongono l'umanità vittoriosa: molteplice nelle forme, nei tipi della santità per cui si accede al regno dei cieli. I santi sono molti, le forme di santità sono molte, come le beatitudini che canonizzano diversi modi dell'esperienza umana trasfigurata dallo Spirito di Cristo.[/i]

Parlando di beatitudini scrive ancora Paolo VI:
  • Le beatitudini rivelano una grande forza morale. Cristo, annunciando le beatitudini, sposta i cardini dell'operare umano. Sposta quello terminale, quello a cui tende necessariamente il nostro operare, cioè la felicità, dal presente al futuro, da questa vita presente a quella del futuro, da questa vita presente ad un'altra vita successiva, dal tempo alla eternità, dal regno della terra a quello del Cielo. Insegnava il grande Bossuet: 'Tutto lo scopo dell'uomo consiste nell'essere felice'. Gesù Cristo non è venuto che per darcene il mezzo. Mettere la felicità dove si deve, è la sorgente di ogni bene, e la sorgente di ogni male è metterla dove non si deve. Diciamo dunque, io voglio essere felice. Vediamo i mezzi per raggiungerla. Stabilire in Dio il fine dell'uomo e indicare il modo per raggiungerlo è l'innovazione più grande: è la fondazione di un nuovo modo di vivere. (Paolo VI, l Novembre 1960)
E vorrei a questo punto farmi vicino a quanti soffrono fisicamente o materialmente o per tante altre ragioni. Lo so molto bene che è difficile dire parole quando il fratello soffre. Ma è una grande carità sapere mettersi nei loro panni e condividere la sofferenza. Può sembrare poco, ma è tanto: senza questa solidarietà la vita diventa un vero inferno, che si può evitare. E non pensiamo mai che le difficoltà o la sofferenza siano un castigo. Fanno parte della nostra vita terrena e mirano, se accolte con fede, a costruire la felicità eterna con Dio. Facciamo nostra la preghiera di santa Faustina:
  • O mio Gesù, dammi la forza di sopportare le sofferenze,
    in modo che non mi rifiuti di bere il calice dell'amarezza.
    Aiutami tu stesso, affinché il mio sacrificio sia gradito:
    non lo contamini l'amor proprio, anche se si prolunga negli anni.
    La purezza di intenzioni te lo renda ben accetto, sempre nuovo e vitale.
    La lotta perenne, uno sforzo incessante, questa è la mia vita, per adempiere la santa volontà:
    ma tutto ciò che è in me, sia la miseria che la forza, tutto ti lodi, o mio Signore.
E voglio assicurare che i malati che mi leggono o quanti soffrono, sono al centro del ricordo nella mia S. Messa quotidiana, perchè il Padre doni forza e serenità. Che nulla vada perso agli occhi del Padre!


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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2011/2012

Messaggio da miriam bolfissimo » ven feb 10, 2012 4:29 pm

      • Omelia del giorno 12 febbraio 2012

        VI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)



        Ci sono in noi tante lebbre da guarire
Gesù, non solo quando era tra di noi fisicamente, così come ce lo presenta san Marco, ma anche oggi, continuamente, con il Suo comportamento, seguita a stupirci, come del resto ha meravigliato e spesso messo in discussione chi lo avvicinava allora e ogni credente vero oggi.

Gesù non si sottrae dall'amare l'uomo che è in necessità, ma perché non vi fosse ambiguità sulla sua vera missione, che era quella di andare oltre l'episodio miracoloso, impone il silenzio: davanti alla esaltazione della gente, troppo umana, che rischiava di travisare la sua missione di salvezza totale dell'uomo, Gesù fugge per cancellare ogni errore. Voleva che chiaramente si capisse che il fatto miracoloso era solo 'un segno' della sua divinità, ma quello che Lo interessava, quello per cui era stato inviato dal Padre, era la di guarigione dalla pericolosa lebbra del peccato, che l'uomo si portava addosso. E quanta lebbra notiamo in noi a volte e attorno a noi.

Eppure, a differenza del lebbroso del Vangelo, che supplica Gesù perché lo guarisca, tante volte capita che, forse senza neanche accorgersene, tanti esibiscano la loro lebbra interiore, peggiore di quella fisica, come ostentazione e sfoggio di sé. É il grande pericolo che noi tutti corriamo. Proviamo a pensare alla natura del peccato; parlo soprattutto di peccato grave. Non è forse vero che oggi tante volte è ambigua esibizione estetica o cattiva interpretazione di libertà? Basta pensare, per esempio, all'uso del proprio corpo come merce, diventato un vero mercato. Eppure tutti sappiamo come sia di una coscienza sana rispettare il corpo, 'mezzo' che Dio ha donato per compiere tanto bene in ogni direzione.

Davvero la 'lebbrà del peccato rischia di diventare moda da esibire. Ma in chi di noi ha conservato la delicatezza di coscienza che ci porta a difendere la bellezza interiore, che si esprime proprio con la delicatezza e modestia verso il proprio e altrui corpo, sa molto bene che non è possibile coniugare la bellezza dell'anima con la strumentalizzazione del corpo. Sappiamo tutti come i santi, a volte, trattassero anche duramente il proprio corpo, ma per sottomettere le passioni alla virtù. Basterebbe pensare a S. Francesco dopo la sua conversione. Quello che conta per i santi è che il corpo sia a servizio della santità e non mezzo di perdizione. Quella che Dio chiede a noi, è con Lui costruire giorno per giorno la santità, che è la sola bellezza che possiamo avere. Dovrebbe 'la lebbra interiore', il peccato, ben più orrenda di quella esteriore e fisica, portarci alla preghiera di guarigione, come è nel Vangelo di oggi:
  • Venne a Gesù un lebbroso, lo supplicava in ginocchio e gli diceva: 'Se vuoi, puoi guarirmi'. Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: 'Lo voglio, guarisci!'. Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. E ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: 'Guarda di non dire niente a nessuno, ma va', presentati al sacerdote e offri la tua purificazione, quella che Mosé ha ordinato a testimonianza per loro. Ma quegli allontanatosi cominciò a promulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti e venivano a Lui da ogni parte. (Mc. l, 40-45)
É bello vedere come giustamente il lebbroso guarito, abbia sentito l'urgenza di comunicare la sua gioia, di avere" ritrovato la pienezza della salute, a tutti: e lo avremmo fatto anche noi al suo posto, ma nello stesso tempo il Vangelo evidenzia soprattutto come Gesù non volesse che Lo considerassero un semplice guaritore di piaghe esteriori. La sua missione di Figlio di Dio era di guarire la lebbra che abbiamo dentro e a volte è tanta. Una missione che voleva riportarci a quella bellezza che Dio ci aveva destinato quando ci ha creato nel paradiso terrestre e che desidera con tutto il Suo cuore che noi la riconquistiamo, attraverso le nostre scelte di amore, libere e consapevoli, illuminati e sorretti dalla sua stessa Grazia.

Ecco dunque, oggi, il sacramento della penitenza, sacramento di riconciliazione con Dio, con il prossimo e anche con noi stessi: una vera e profonda azione della Grazia lasciataci, ma che esige la stessa fede del lebbroso. Ma è così? Oggi c'è il rischio, molto grave, di tenere in conto la bellezza fisica più di quella interiore. Il corpo non è una 'cosa da usare' per affermare i nostri vizi, che sono la depravazione della bellezza, ma è un dono che Dio ci ha dato, per affermare la santità che è la sola bellezza di ciascuno di noi. Questa certezza richiede una sana educazione umana e spirituale.

Purtroppo basta vedere come i mezzi di comunicazione facciano un cattivo uso del corpo maschile e femminile, per rendersi conto che ciò che conta è più la soddisfazione o il piacere dell'essere ammirati, costi quel che costi, che non consapevolezza del proprio valore di persone, salvaguardato da sobrietà e dignità. Non è facile per molti neppure sapere distinguere la vera bellezza dalla falsa bellezza, consegnata ai capricci della moda e del tempo, in una società dove chi non si adegua rischia di essere deriso anziché lodato. Ma la vera bellezza la si vede nello sguardo che, se innocente, è davvero un 'pezzo' di cielo che comunica armonia e amore puliti; è nella scelta di costumi che riflettono rispetto alla persona e non esibizione; è nella insostituibile bellezza della carità che mostra come sia il Cuore di Dio. Ma occorre un'educazione da piccoli. Le nostre mamme, certamente, forse perché 'povere' e quindi lontane dai capricci della moda, sapevano dirci quali erano i veri valori e la vera bellezza nella fede e nella santità. Oggi purtroppo a volte questa cura non c'è.

Allora la domanda spontanea che viene da porci è questa: qual è la vera bellezza, a cui dovremmo aspirare, ciascuno di noi? Quella di un cuore buono, che cura la bellezza interiore dell'anima, o la bellezza effimera di un corpo che dura poco ed è destinato a essere quello che è: cenere? É vero che il consumismo, cui non interessa la bellezza dell'anima, continua a offrirci modelli di bellezza esteriore cui rivolgere l'attenzione. Ma è al consumismo che dobbiamo guardare o alla bellezza interiore?

Incontrando più volte Madre Teresa di Calcutta, si restava sempre affascinati e stupiti dalla sua bellezza che traspariva da ogni gesto e parola, anche se fisicamente non aveva alcuna particolare attrattiva. L'esteriorità era una cornice, che però irradiava la sua santità di vita, il suo essere continuo in Dio e con Dio. Comprendiamo allora come Gesù, dopo avere guarito il lebbroso, temendo di essere considerato un guaritore dei corpi, fugga in luogo deserto, sottraendosi alla curiosità e ad una errata conoscenza di chi veramente era Lui.

Ed oggi è proprio la riscoperta della attenzione che Dio ha per noi che ci invita a riflettere. Gli innamorati di Gesù sanno come 'vedere e amare Gesù'. E più cresce questa conoscenza, più si allontana l'adorazione del corpo. Non è ai 'modellì del mondo che si deve guardare, ma a Lui, vero modello di bellezza, per sottrarci a possibili 'lebbre' dell'anima. Occorre avere in Gesù quella fede gioiosa che offre Paolo VI. Alla domanda che si fa: 'Chi è Gesù?', risponde:
  • La conoscenza di Gesù riguarda la nostra concezione dell'uomo: interessa direttamenteii destini della vita. Riguarda il valore da dare alle cose. Diventa sapienza del mondo, entusiasmo dell'anima. É l'affermazione che obbliga il mondo, ogni coscienza a prendere una posizione morale sul significato e il valore della propria esistenza. Ha incominciato a svegliare e mettere in moto dei poveri pastori, nel primo momento in cui è stato annunziato alla terra. Non lascerà più indifferente alcuna generazione e alcuna manifestazione di vita. Sarà l'insonnia del mondo. Sarà la segreta forza che consola, che guarisce, che nobilita l'uomo, la sua nascita, il suo amore, il suo dolore, la sua morte. Sarà la vocazione del mondo all'unità e all'amore: sarà la costante energia a perseverare in ogni secolo nella bella ricerca del bene e della pace. É un'affermazione troppo importante e non si può rimanere ignavi, frettolosi dinanzi ad essa.
Ascoltiamo allora le parole che san Paolo scrive ai Colossesi:
  • Fratelli, sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualunque cosa, fate tutto per la gloria di Dio. Non date motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio; così come io mi sforzo di piacere a molti, perché giungano alla salvezza. Fatevi miei imitatori, come io sono di Cristo.
Con santa Faustina preghiamo:
  • O Gesù, Dio eterno, ti ringrazio per i tuoi innumerevoli benefici e le tue grazie. Ogni battito del mio cuore sia un inno di ringraziamento per te o Dio.
    Ogni goccia del mio sangue veicoli per te, o Signore.
    Che l'anima mia sia tutta un cantico di ringraziamento per la tua misericordia.


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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2011/2012

Messaggio da miriam bolfissimo » ven feb 17, 2012 8:21 am

      • Omelia del giorno 19 Febbraio 2012

        VII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)



        La ragione del dolore davanti a Dio
Il Vangelo di oggi sembra rispondere alla grande domanda che l'uomo si pone davanti alla sofferenza o al dolore, che è la stessa cosa. Anche se a volte ci riferiamo, parlando di sofferenza, più a quella interiore - ed è tanta - quasi una compagna della vita. Sono tante le cause della sofferenza interiore, quella che sentiamo per esempio per una persona cara che soffre o è in difficoltà, oppure per l'isolamento o l'abbandono in cui ci si sente immersi, per motivi di ingiustizia nei nostri confronti o perché non si sa come far fronte alle difficoltà quotidiane che coinvolgono non solo noi stessi, ma anche i nostri cari. Sono davvero infinite le cause... Il dolore è un poco la stessa cosa, anche se in genere lo si riferisce alla dimensione della salute: il dolore fisico, la malattia che colpisce il nostro corpo in modo più o meno grave. Del resto sappiamo tutti come il corpo - pur essendo anch'esso destinato a risorgere - debba prima avviarsi giorno per giorno verso la corruzione nella morte. Gesù oggi, nel Vangelo, dà una risposta al valore più grande della vita, la fede. Racconta l'evangelista Marco:
  • Dopo alcuni giorni, Gesù entrò di nuovo a Cafarnao. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta ed Egli annunziava la Sua parola. Si recarono da Lui con un paralitico portato da quattro persone. Non potendo però portarglielo davanti, a causa della folla, scoperchiarono il tetto, nel punto dove egli si trovava, e fatta un'apertura, calarono il tettuccio su cui giaceva il paralitico. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: 'Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati!'. Seduti là erano alcuni scribi, che pensavano in cuor loro: 'Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?'. Ma Gesù, avendo subito conosciuto il loro pensiero disse loro: 'Perché pensate così nei vostri cuori? Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i tuoi peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati prendi il tuo lettuccio e va' a casa tua'. Questi si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: 'Non abbiamo mai visto nulla di simile!’ (Mc. 2, 1-12)
La domanda di Gesù certamente vuole evidenziare il problema: è più facile guarire fisicamente una persona o guarire un peccatore dal suo peccato? Conosciamo persone che proprio nel dolore fisico o nella sofferenza morale hanno trovato la via per un cambiamento di mentalità: una guarigione interiore. Basterebbe pensare a Santi come sant’Ignazio di Loyola, che nella malattia trovò, per grazia di Dio, la bellezza della fede, al punto che poi fondò una grande congregazione religiosa: i Gesuiti. O a san Francesco di Assisi, che, ritornato dalla guerra, dopo una lunga prigionia e malattia, abbandonò il suo stato di benessere, su cui aveva impostato la vita e scelse Madonna povertà. O ai martiri che riuscivano ad interpretare i tormenti che li attendevano come via maestra e gioiosa per poter incontrare presto Gesù.

Il dolore non è mai una maledizione; se parliamo di quello fisico, che è la malattia, il dolore è inevitabile, ma anche lì si può trovare la ragione per farne un'occasione di accostamento a Dio. Tutte le volte che si accompagna un pellegrinaggio a Lourdes, si nota una differenza sostanziale: spesso, nell'andata, domina il lamento e lo scoraggiamento. Ma al ritorno qualcosa è cambiato: si avvertono i frutti di una guarigione interiore, che sempre accade. Mi è toccato più volte di dirigere la processione eucaristica del pomeriggio, e alla fine, passando a benedire gli ammalati - erano sempre tanti - sempre ho notato una serenità incredibile. Maria sempre ci fa dono di riuscire a concepire la malattia come un'occasione di viaggio,verso il Paradiso.

Più difficile il dolore interiore, per tante ragioni, soprattutto quando si assiste alla sofferenza di una persona cara e poi alla sua morte. Non si può non sentire dolore per la morte di una persona cara, che era la ragione, per il suo amore, di un senso e di una pienezza di gioia, direi una preziosa ragione di gioia. Ma, per chi ha fede, anche in queste situazioni, che possono diventare devastanti, il dolore trova la sua consolazione nel credere che verrà un giorno che ci si troverà insieme in Cielo.

Ma la malattia più difficile da guarire è di chi vive in peccato. C'è troppa gente che pare abbia fondato la ragione della propria soddisfazione nei piaceri della vita o nella ricchezza o in altro e non si sogna neppure che possa, solamente nella conversione, esistere una vera gioia. Questa è la grave malattia da cui è difficile guarire. Come nel Vangelo, occorrerebbe rivedere la verità della nostra vita e la vera sorgente della pace e della gioia, nelle parole pronunciate da Gesù, oggi: 'Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati'.

Chi di noi ha provato la gioia di questa vera 'resurrezione', nel cambiamento della vita, morendo al peccato e vivendo di grazia, sa di che cosa sto parlando. Sono i veri momenti di Grazia, la vera medicina che Dio usa per guarirci dal male e davvero far conoscere la bellezza della salute spirituale. Abbiamo bisogno di questa grazia: "Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati". Come può infatti vivere una persona, se ha conservato ancora un briciolo di verità della vera vita in Dio, senza la Grazia della conversione? E' forse vera gioia quella di vivere con il peso del peccato? Credo proprio di no.

Come vorremmo anche noi provare la gioia del paralitico e sentirci dire da Gesù: 'Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati. Alzati e cammina’... Vivi in pienezza la tua vita!... Credetemi è una grande gioia sentirsi in pace con Dio! Così come dovrebbe essere una grande disgrazia vivere esclusi dall'amore del Padre, non perchè Lui non ci voglia sempre bene, ma perchè noi abbiamo deciso di voltarGli le spalle. Dovremmo fare nostre le parole del profeta Isaia:
  • Così dice il Signore: 'Non ricordate più le cose passate; non pensate più alle cose antiche! Ecco faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa... Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi. Invece tu non mi hai invocato, o Giacobbe; anzi ti sei stancato di me, o Israele... Ma io cancello i tuoi misfatti per riguardo a me, non ricordo più i tuoi peccati. (Is. 19,21-25)
Non resta allora che accogliere il dolore, di qualunque sorta, per vederne seppur tra le lacrime, le ragioni più profonde: un compagno della vita, di tutti, senza eccezioni, ma soprattutto un'opportunità per farne la scalata verso la santità. È stata la strada dei santi ed è quello che tante volte si nota, come grande Grazia, visitando gli ammalati. Quante lezioni ci danno.

Che il Signore ci renda capaci di saper vedere nel dolore, ripeto, di qualunque natura sia - non certamente di quello frivolo, - la mano del Padre che ci sostiene, ci consola. Il dolore non è una Sua 'creatura' e per questo ha mandato Gesù a salvarci dalla disperazione e dalla morte. Il dolore non possiamo evitarlo, ma con la Presenza amorevole e forte di Gesù possiamo accoglierlo come purificazione del cuore dal male o come espiazione, per renderei degni della vera gioia.

      • Riflessione del giorno 22 Febbraio 2012

        Mercoledì delle Ceneri(Anno B)



        Inizia il tempo santo della Quaresima
C'è veramente bisogno che ci sia un tempo lungo, in cui ogni fedele metta da parte tanti aspetti solo umani, e si concentri su quel bene di estrema importanza che è la propria salvezza. La Quaresima vuole essere questo tempo di preparazione per 'risorgere' ogni giorno, vivendo intensamente il tempo che ci è donato, ma guardando al grande giorno della Resurrezione.

Resurrezione. Abbiamo tutti qualcosa da togliere, che è inutile se non dannosa nella nostra vita.
  • Non vogliamo credere - scrive Paolo VI – che voi figli della nostra Chiesa, che ci ascoltate, non conosciate quale tipo di uomo risulti dalla disciplina dell'ascetica cristiana: risulta l'uomo forte, l'uomo libero, l'uomo seguace di Gesù Cristo. Si dirà forse da alcuni, sedotti da certe correnti amorali, che questo non può essere programma del figlio del nostro secolo, a cui si propone con tante blandizie di liberare finalmente se stesso abbandonandosi alla vita larga, che si chiama 'amoralità permissiva' e comporta una conversione a rovescio. Codesta bassezza è viltà e non chiamiamola 'libertà.
Non resta che ascoltare le parole di san Paolo:
  • Gettiamo via le opere delle tenebre, rivestiamo le armi della luce.
Non, dispiaccia imporre a noi stessi qualche maggiore vigilanza, qualche astinenza di cose vane e tentatrici. Questa è la palestra della Quaresima.

Non resta a noi tutti che entrare, ciascuno di noi, nella austerità della Quaresima: toglierci di dosso qualche aspetto o dissipazione che allontana dal vivere il tempo della Quaresima con serietà e sobrietà. Ciascuno, per quello che può, sappia toglie qualche cosa del superfluo, come prova della propria volontà di purificarsi dalle futilità, ma soprattutto - ed è quello che conta - impostiamo quotidianamente il nostro stile di vita, come segno di partecipazione alla Quaresima, soprattutto, aggiungerei, dedicando alla preghiera ed alla carità maggior tempo.

Insomma in qualche modo imitiamo Gesù che, prima di iniziare la sua vita pubblica, cercò la Parola del Padre e la forza dello Spirito nel deserto che, ancora oggi, visitando la Terra santa, si chiama il monte della Quarantena. L'importante è che ogni giorno porti il segno che viviamo la Quaresima. Se non ci sforziamo di cambiare vita e abitudini in questo tempo, quando lo faremo?
Che il Signore conceda a me e a tutti una Grazia: quella di una vera conversione, che è seguire Gesù nella morte 'a noi stessi', per aprirci alla pasqua di resurrezione.
  • Donaci, o Dio onnipotente, di rinnovare, con propositi di vita più austera, il nostro impegno cristiano, nella lotta contro lo spirito del male, e il coraggio di rinunce salutari.


Antonio Riboldi – Vescovo –

Internet: www.vescovoriboldi.it

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2011/2012

Messaggio da miriam bolfissimo » ven feb 24, 2012 9:38 am

      • Omelia del giorno 26 Febbraio 2012

        I Domenica di Quaresima (Anno B)



        Convertitevi e credete al Vangelo
In questa prima domenica di Quaresima sembra che Gesù ci indichi come vivere il grande dono della Quaresima. Un tempo davvero di grazie che non può essere consegnato alla normalità, troppe volte senza senso. E per ottenere che questo tempo, e non solo, sia vissuto bene, il Vangelo ci avverte:
  • In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto ed egli vi rimase quaranta giorni, tentato da satana: stava con le fiere e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni (Battista) fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il Vangelo di Dio, e diceva: 'Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al Vangelo’. (Mc. l, 12-15)
Un programma denso di significato, ma che Gesù riassume con due parole dal contenuto difficile ma innovativo: convertirsi e credere al Vangelo! Ma sapremo, in ogni modo, porre al centro della nostra vita, in questo tempo santo, l'urgenza di una necessaria conversione, con la guida del Vangelo? Lasciamoci condurre dalle parole a noi sempre preziose di Paolo VI.
  • Dobbiamo dunque convertirci al Signore. Qui sarebbe necessaria un'analisi previa. Che cosa vuol dire questa parola «conversione», alla quale la nostra mente moderna è così poco disposta, fino quasi a cancellarla dal dizionario stesso della vita spirituale? Qual è il vero significato di tale richiamo?
    A cominciare da quello etimologico, molto semplice, convertirsi vuol dire cambiare strada, scegliere una direzione, un indirizzo. Ebbene la Quaresima chiama tutti a rivolgersi a Dio; a tracciare fra noi e il Signore una linea diretta, quella completa attenzione che molte volte è distratta dalle cose profane, con le faccende quotidiane, gli affanni della vita. Occorre, invece, che risplenda su tutta questa esperienza così complessa, talvolta confusa e talvolta non del tutto limpida, lo splendore del raggio di immediatezza che ci indica Iddio. E non si tratta di muoverci verso di Lui materialmente, fisicamente: sarebbe già gran cosa, perché ciò implica la pratica degli esercizi che a Dio ci portano.
    C'è assai di più. Sappiamo tutti che la parola «conversione» indica un senso di mutamento, di rivolgimento, di metànoia: il rinnovarsi, cioè. Ora ed è ciò che più conta - tale rivolgimento non tocca tanto le cose esteriori, le abitudini, le vicende a cui è legata la nostra esistenza, bensì, invece, la cosa tanto nostra, e tanto poco nostra: il cuore. C'è non poco da cambiare dentro di noi: è necessario rimodellare la nostra mentalità; avere il coraggio di entrare fin nel segreto della nostra coscienza, dei nostri pensieri, e là operare un cambiamento. Questo, inoltre, deve essere così vivo e sincero da produrre - e siamo ancora al contenuto della parola «conversione» - una novità.
    Qui sta l'esigenza prima del grande esercizio ascetico e penitenziale della Quaresima. Allora ci chiediamo: che cosa fare per ottenere un tale risultato e come comportarci? La risposta è ovvia: entrare in se stessi, riflettere sulla propria persona, acquisire una nozione chiara di quel che siamo, vogliamo e facciamo; e, a un certo momento - qui la frase drammatica, ma risolutiva - convertire, rompere qualche cosa di noi, spezzare questo o quell'elemento che magari ci è molto caro ed a cui siamo abituati, sì da non rinunciarvi facilmente. Il termine «conversione» entra in queste profondità e dimostra queste esigenze.
    E non è tutto. Stabilito il rinnovamento, è d'uopo incominciare di nuovo, far sorgere in noi un po' di primavera, di rifioritura; una manifestazione anche esteriore del fenomeno verificatosi all'interno del nostro essere. Si diceva poco fa che ricordare queste nozioni a chi già conosce le vie del Signore, ha ormai vissuto le ore decisive ed ha orientato nella maniera giusta la sua vita, sembrerebbe cosa superflua, convenzionale e quasi retorica. Così non è: perché tutti abbiamo sempre bisogno di convertirci. C'è un bel paragone, addotto da esperto maestro di spirito. Esso si riferisce al navigante il quale deve, di continuo, rettificare la guida del timone, e perciò guardare che la direzione sia sempre quella esatta indicata dalla bussola. Per sua natura, la nostra vita è incline a deviare. Siamo volubili, fragili; i nostri stati d'animo sono contraddittori, successivi, complicati, e soggetti agli stimoli esteriori, al punto che la nostra rettitudine interiore ne risulta compromessa. È perciò logico, indispensabile ad ogni stagione ed anno, ad ogni Quaresima, riportarci al buon cammino primitivo se già fu determinato; trovare la direzione giusta se non fosse ancora allineata perpendicolarmente verso il Signore.
    A così alta finalità mirano i doni e i carismi che la santa Quaresima ci offre. Come si fa a convertirsi? Il primo passo - tutti lo sappiamo - consiste nell'ascoltare, sentire il richiamo e orientare la nostra mente là donde parte la voce. Questa voce è la parola di Dio, che deve risuonare sempre nuova, e quale eco personale che il Signore suscita nelle nostre anime. Oh, come piacerebbe sostare in conversazione con ciascuna delle persone qui presenti e chiedere se hanno questa capacità di udito, se ascoltano la parola divina, a cominciare da quella che arriva dal di fuori con la sacra predicazione, che ora, nella Quaresima e nella riforma liturgica, diviene tanto organizzata, premurosa, sollecita, urgente. Abbiamo tutti questa indispensabile ricettività? O non forse imitiamo anche noi tanti superficiali, allorché mormorano: sono cose già note, già sentite, non sono per me ... e così via? (3 marzo 1965)
  • Pregare non significa macinare 'avemaria' e poi essere lontani dalla legge del Signore; non è fare una doppia vita: fare delle scelte comode.

    Pregare significa soprattutto aderire alla volontà di Dio, entrare nella logica del Vangelo che è la logica della povertà, la logica della accoglienza, la logica del servizio, la logica della fiducia, la logica della speranza. Logica di SPERANZA ... soprattutto nei momenti difficili, quando le cose vanno di traverso, quando la salute non c'è più.

    Coltivare la speranza significa non darsi mai per vinti: significa sapere che Dio è più forte di tutti i nostri problemi, e che alla fine la spunta; significa sapere infine che la morte non è l'ultimo capitolo della vita ... Questo significa preghiera e speranza. (Tonino Bello)

Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven mar 02, 2012 10:20 am

      • Omelia del giorno 4 Marzo 2012

        II Domenica di Quaresima (Anno B)



        La trasfigurazione di Gesù sul monte
Può sembrare, nel tempo quaresimale, un non senso quello che racconta il Vangelo oggi, nella trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor. Eppure è proprio in Quaresima che dovrebbe essere tempo di penitenza, per essere degni di capire e giungere alla pienezza della gioia, che è la Pasqua di Resurrezione, che occorrono le 'certezze' che i sacrifici che facciamo, per la nostra conversione, non sono scelte inutili, ma portano alla gloria. Mi ha impressionato, un giorno, visitando gli ammalati in ospedale, il viso di una persona. Il suo male era di quelli che non perdonano. Ma ciò che colpiva era la serenità, come una trasfigurazione nel dolore ... quasi a volerci insegnare che vi è 'una sofferenza' che matura e, in più, ci rende davvero figli, degni del premio eterno.

Gesù sapeva che sarebbe venuto il giorno in cui i suoi apostoli si sarebbero 'scandalizzati' della Sua apparente rassegnazione alla sofferenza nella Sua Passione. Non sapevano che era la preziosa scelta consapevole e necessaria per giungere al grande evento della Sua e nostra Resurrezione. Ed è qui il senso che dobbiamo dare al dolore. Così racconta il Vangelo di Marco:
  • Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò su un monte alto, in un luogo appartato, soli. Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elìa con Mosé e discorrevano con Gesù. prendendo la parola Pietro disse a Gesù: 'Maestro, come è bello stare qui; facciamo tre tende, una per Te, una per Mosé e una per Elìa!'. Non sapeva infatti cosa dire, perché erano stati presi dallo spavento. Poi si formò una nube che li avvolse nell'ombra e uscì una voce dalla nube: 'Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo!'. E subito, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risuscitato dai morti. Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire 'resuscitare dai morti'. (Mc. 9, 1-9)
Facciamoci accompagnare per mano, dal nostro caro Paolo VI, nella meditazione e contemplazione di questa straordinaria pagina di Vangelo.
  • Figli del nostro tempo, con i suoi ausili di progresso visivo e tecnico, possiamo quasi ricostruire, davanti a noi, l'impressionante scena. Il Vangelo è sobrio; ma, soffermandoci sulle circostanze, notiamo subito che si tratta di un avvenimento pieno di interesse e di stupore... Gesù chiama in disparte i tre discepoli preferiti: Pietro, Giacomo e Giovanni, e con loro sale su di un alto monte .... Andarono, dunque, per rimanere soli e pregare. Giunti sulla vetta ... Gesù pregava ¬ciò egli soleva fare durante le ore di riposo e a lungo - sempre dimostrando di quale personale vita interiore vibrasse il suo divin cuore. Ad un certo momento i tre si svegliano; levano gli occhi e vedono Gesù straordinariamente luminoso come se un fuoco di portento si fosse acceso nella sua Persona ... Lo sguardo dei veggenti si fissa attonito, estatico. Gesù così trasfigurato domina sul monte; ed ecco che ai suoi lati si delineano due figure che intraprendono con il Maestro una misteriosa conversazione .... Mosé ed Elia: l'Antico Testamento che converge intorno a Gesù, il Salvatore del mondo!
    Pietro - come in altre circostanze il più entusiasta ed esuberante - prorompe in un grido: come è bello rimanere qui, per sempre! .... Ed ecco che l'intero panorama è avvolto da una nube, pur essa candida. Non è nebbia opaca, ma nimbo di gloria che accresce e pone in risalto la visione. Si avverte una presenza ancora più impressionante: infatti una voce profonda, in cui Palpita tutto il cielo, esclama: Questi è il Figlio mio diletto, ascoltatelo.
    I discepoli, a sentire che l'intero creato esalta quella voce tonante e dolce insieme, si prostrano per terra e nascondono la faccia senza osare più nemmeno soffermare gli occhi sulla visione. Ad un tratto si sentono toccare: è Gesù, solo, tornato al suo consueto aspetto di sempre. Forse stava albeggiando. La voce del Maestro ordina: Scendiamo, ormai, e nulla direte di quanto avete visto, fino al giorno in cui il Figlio dell'uomo - l'espressione usata da Gesù per indicare se stesso - non sarà risuscitato dai morti. Parole allora incomprensibili per i tre discepoli: i quali, però, giammai avrebbero dimenticato quel prodigio. San Pietro, molto più tardi, forse trent'anni dopo, lo rievoca quale uno «degli spettacoli della grandezza di lui>, in quella sua seconda lettera, che sembra proprio scritta da Roma. Ed aggiunge: «Egli [Gesù] infatti ricevette onore e gloria da Dio Padre, essendo discesa a lui dalla maestosa gloria quella voce: Questi è il mio Figliolo diletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo. E questa voce procedente dal cielo noi la udimmo mentre eravamo con lui sul monte santo>. La testimonianza per Gesù, in questo racconto, rimase quasi un testamento e un saluto dell'apostolo dalla comunità romana.
    Ci domandiamo: perché la Chiesa ripropone, nella liturgia, un quadro così sfavillante della gloria del Signore? Occorre spiegare in che modo quell'evento si innesta nella storia evangelica.
    Gesù intende dare un saggio di ciò che egli è; vuole impressionare i suoi discepoli perché poco prima ha parlato della sua Passione e ne riparlerà anche in seguito. Sono gli ultimi giorni della sua missione in Galilea. Gesù sta per trasferirsi nella Giudea, ove accadrà il grande dramma della fine del Vangelo, della vita temporale del Signore. Gesù sarà crocifisso. E perché i discepoli, questi tre specialmente, non siano scandalizzati, stupiti, anzi esterrefatti dalla fine tristissima del Maestro, ma conservino la fede, Gesù decide di imprimere nelle loro anime la meraviglia testé rievocata.
    Ora la Chiesa la ripresenta anche a noi, come per dire: vedrete il Redentore crocifisso, avrete indicibile sgomento per il suo sangue sparso, per la sua sofferenza, nel contemplarlo come schiacciato dai suoi nemici; e affinché non vi scandalizziate, e non abbiate a tradirlo o a lasciarlo, in quell'ora grande e amara, considerate ora, chi egli è e quanto può.
    In altri termini: questa scena del Vangelo pone dinanzi a noi una questione di grandissima attualità, si direbbe fatta sulla misura delle nostre condizioni spirituali. La domanda è la medesima rivolta da Gesù, sei giorni prima dell'evento sul Tabor, agli apostoli: Chi dite che sia il Figlio dell'uomo? La stessa richiesta ripetiamola anche a noi.
    Ecco che il Vangelo diventa incalzante e urgente sulle nostre anime: chi pensiamo che sia Gesù? Chi è Gesù in se stesso? La mente corre al catechismo. Sì, ricordiamo che Gesù è il Figlio di Dio fatto uomo. Ma sappiamo noi bene che cosa ciò vuol significare?
    E inoltre: se Gesù è Dio fatto uomo, la meraviglia delle meraviglie, chi egli è per me? Che rapporto c'è tra me e lui? Devo occuparmi di lui? Lo incontro nel cammino della mia vita? È legato al mio destino? Non basta.
    Se io domandassi appunto agli uomini del tempo nostro: chi ritenete che sia Cristo Gesù? Come lo pensate? Ditemi: chi è il Signore? Chi è questo Gesù che noi andiamo predicando da tanti secoli e che riteniamo sia ancora più necessario della nostra stessa vita annunciarlo alle anime? Chi è Gesù? Alla domanda alcuni, molti, non rispondono, non sanno che dire .. Esiste come una nube - e questa sì, è opaca e pesante - di ignoranza che preme su tanti intelletti. Si ha una cognizione vaga del Cristo, non lo si conosce bene: si cerca, anzi, di respingerlo. Al punto che all'offerta del Signore di voler essere, per tutti, guida e maestro, si risponde di non averne bisogno, e si preferisce tenerlo lontano. Quante volte gli uomini respingono Gesù e non lo vogliono sui loro passi, lo temono più che identificarlo ed amarlo. Non vogliono che il Signore regni su di loro; cercano in ogni modo di allontanarlo. C'è persino chi urla contro Cristo: Via! E’ il grido blasfemo - alla croce! Lo vogliono come annullare e togliere dalla faccia della civiltà moderna; non c'è posto per Iddio, né per la religione; si affannano a cancellare il suo nome e la sua presenza.
    Tale è il contenuto di tutto questo laicismo sfrenato che, talvolta, incalza fino alle porte delle nostre chiese e che in tanti Paesi, ancor oggi, infierisce. Non si vuole più l'immagine di Cristo.
    Ma il triste fenomeno è degli altri. Noi che abbiamo questo grandissimo e dolcissimo nome da ripetere a noi stessi; noi che siamo fedeli; noi che crediamo in Cristo; noi sappiamo bene chi è? Sapremo dirgli una parola diretta ed esatta; chiamarlo veramente per nome; chiamarlo Maestro, Pastore; invocarlo quale luce dell'anima e ripetergli: tu sei il Salvatore? Sentire, cioè, che egli è necessario, e noi non possiamo fare a meno di lui; è la nostra fortuna, la nostra gioia e felicità, promessa e speranza; la nostra via, verità e vita? Riusciremo a dirlo bene, e completamente?
    Ecco il senso del racconto evangelico. Bisogna che gli occhi della nostra anima siano rischiarati, abbagliati da tanta luce e che la nostra anima prorompa nella esclamazione di Pietro: Come è bello stare davanti a te, o Signore, e conoscerti! Gesù ha due aspetti: quello ordinario, che il Vangelo presenta e la gente del tempo vedeva: un uomo vero. Ma, pur a guardarlo sotto questo aspetto umano, c'è qualche cosa, in lui, di singolare, unico, caratteristico, dolce, misterioso, al punto che ¬come riferisce il Vangelo - coloro che hanno visto Gesù hanno dovuto confessare: nessuno è come lui; nessuno si è espresso mai nella sua maniera. E cioè, anche naturalmente parlando - ed è la testimonianza data da coloro stessi che hanno studiato Gesù cercando di negare ciò che egli è: il Figlio di Dio fatto uomo - tutti devono ammettere: è unico, non c'e alcuno, nella storia di questa nostra umanità, che possa veramente paragonarsi a lui per candore, purità, sapienza, carità, grandezza d'animo, eroismo, per capacità di arrivare ai cuori, per potenza sulle cose.
    Ora quanto io vedo con gli occhi, mi dà la definizione completa del Signore?
    I tre apostoli sono rimasti a fissare la visione ed hanno notato la trasparenza: nella persona di Gesù c'è un'altra vita, c'è un'altra natura oltre quella umana: la natura divina.
    Gesù è un tabernacolo in moto: è l'uomo che porta dentro di sé l'ampiezza del cielo; è il Figlio di Dio fatto uomo, è il miracolo che passa sui sentieri della nostra terra.
    Gesù è davvero l'unico, il buono, il santo. Se lo avessimo ad incontrare anche noi, se fossimo noi così privilegiati come Pietro, Giacomo e Giovanni!
    Orbene, questa fortuna l'avremo. Non sarà sensibile come nella trasfigurazione luminosa, che ha colpito la vista e la mente degli apostoli, ma la sua realtà sarà largita anche a noi.
    Occorre saper trasfigurare, mercè lo sguardo della fede, i segni con cui il Signore si presenta a noi; non per alimentare la nostra fantasia profilandoci un mito, un fantasma, un'immaginazione. No, ma per completare la realtà, il mistero, ciò che veramente è.
    Ripetiamo, con le parole di Pietro, che Gesù è il Figlio di Dio fatto uomo e lasciamo che tali parole si scolpiscono nelle nostre anime, credendo alla realtà ch'esse intendono trasfondere in noi e tutti sappiano che non si tratta d'un uomo che passa e si spegne: non di cosa esteriore, che poco interessa. Senta ognuno e ripeta: è la mia vita, è il mio destino, è la mia definizione, giacché anch'io sono cristiano, anch'io sono figlio di Dio La rivelazione di Gesù svela a me stesso ciò che io sono.
    È qui l'inizio della beatitudine, il destino soprannaturale, già ora inaugurato e attivo nel nostro essere. Accresciamo nei nostri cuori la fede in Gesù Cristo, meditando chi veramente egli è; e pensiamo che il suo volto splendente è il sole per le nostre anime. Dobbiamo sempre sentirci illuminati da lui, luce del mondo, nostra salvezza. (marzo 1965)
Non resta che farsi riempire della gioia di Pietro, Giacomo e Giovanni, nei giorni immancabili in cui la vita è più vicina alla 'passione' che alla 'trasfigurazione', sapendo che il Padre permette dubbio e sofferenza, ma ci pone al fianco Suo Figlio, per sostenerci e confermarci nella via alla trasfigurazione in Cielo.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Messaggio da miriam bolfissimo » gio mar 08, 2012 9:19 am

      • Omelia del giorno 11 Marzo 2012

        III Domenica di Quaresima (Anno B)



        La frusta di Gesù
Il modo con cui Gesù si presenta o, se vogliamo, presenta la sua missione, è perentorio e non ammette tentennamenti. Da sempre il popolo ebreo attendeva 'la notizia delle notizie', ossia che il Messia fosse tra di loro e quindi Dio attuasse tutte le promesse fatte.
  • Il tempo è compiuto' annunciava Gesù, alle genti di Galilea che Lo seguivano, Lo ascoltavano, ma non riuscivano a capire il senso profondo del Suo essere il Messia. "Il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al Vangelo.
Certamente voleva dire: “É finito il tempo di stare a discutere o a sperare: il tempo delle incertezze, del sentirsi avvolti da una pericolosa nebbia, il tempo di dubitare sull'agire di Dio, sul Suo Amore per noi. Oggi è il tempo della fiducia, della decisione, della scelta”. La buona novella che Dio costruisce giorno per giorno, uomo per uomo; il Suo progetto per noi è qui, in mezzo a noi, è Gesù stesso che parla ed opera.

Lui è la Buona Novella che il mondo attendeva, l'unica, quella che il mondo mai ha avuto. Gesù è la concreta prova che l'amore di Dio non è certamente una parola, come tra noi poveri uomini, priva di senso, o, quando va bene, con tante promesse o sogni tutti da verificare. GESU' è la PAROLA di DIO, il Suo VANGELO. Scrive oggi san Paolo ai Corinzi:
  • Fratelli mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo dei Giudei, stoltezza per i pagani, ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che greci, noi predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio. Perchè ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza d Dio, è più forte degli uomini. (Cor.1, 22-25)
Deve aver fatto una certa impressione a quanti Lo udivano parlare in questo modo con autorevolezza e senza esitazione. Non era facile, come non lo è oggi, entrare nella bellezza divina della Parola di Gesù. Difficilmente le permettiamo di scuoterci e, a volte, la sentiamo, ma non la ascoltiamo davvero neppure quando viene proclamata la domenica. Eppure ogni Parola contiene la sapienza di Dio, che nulla ha a che fare con il vuoto che tante volte è nelle nostre parole.

Gesù è venuto tra di noi e anche la Sua presenza oggi, non è un fatto insignificante, che ci può lasciare indifferenti. Lo può essere solo per chi nulla o poco sa della bellezza e verità della Sua parola, per chi non ha ancora fatto esperienza della Sua Presenza viva e reale nella propria vita. Penso invece a tanti fratelli nella fede, non solo monaci o religiosi o sacerdoti, ma laici cristiani. uomini e donne, giovani e anziani, che si lasciano affascinare ed educare dalla Sua Parola. ‘Senza la luce che mi viene dalla Parola di Dio, - mi diceva un signore un giorno - io vivrei una vita da sbandato con tutte e inevitabili conseguenze amare'. E sono tanti coloro che percorrono le vie della vita in modo confuso, disorientato, senza sapere alla fine di una giornata la ragione del tempo che è trascorso, senza lasciare traccia che meriti di essere conservata, come il prezioso bagaglio delle parole che hanno senso o della testimonianza che lascia una traccia da seguire sempre.

Carissimi, penso davvero che a volte ci perdiamo in troppe parole, che sono solo chiacchiere. Non bastassero le nostre, ci pensano i mezzi di comunicazione a riempire ogni briciola di tempo, lasciandoci alla fine con l'amarezza nel cuore. Davvero abbiamo sete di parole buone e di comunicarle, come ci invita san Paolo oggi nella lettera ai Corinzi. Quanti di noi a volte sognano un poco di silenzio, tanto è lo stordimento che ci circonda, spesso sopraffatti da avvenimenti che altro non fanno che aumentare le nostre angosce. Abbiamo bisogno di sperimentare quel silenzio che dà modo, per chi ha ancora voglia di Cielo, di sentire la compagnia di Dio, che usa di tutto per donarci verità e serenità.

Potrebbe veramente, questo tempo di Quaresima, invitare tutti a cercare spazi di silenzio, riempiti dalla Parola di Dio, che infonde nella mente e nel cuore pensieri di verità e sentimenti di bellezza e bontà. Il Vangelo di oggi, ci mostra Gesù indignato nel vedere come la casa di Dio, il tempio, anziché essere un luogo di preghiera, di ascolto del Padre, fosse diventata, per i mercati che vi si svolgevano, 'piazza di interessi materiali'. Un vero schiaffo ai luoghi di Dio che chiedono rispetto e gioia, sapendo che lì ci attende il Padre per farci sentire la Sua voce e riempirci di speranza.

C'erano una volta chiese aperte tutto il giorno, per dare modo a quanti, passando vicino, volessero trovare tempo e modo di stare con Dio. E non è forse il dono più bello? Non è forse un meraviglioso dono trascorrere anche solo un pò di tempo in una chiesa per contemplare o dialogare con Dio? Se ci riflettiamo bene, non è forse questo un dono stupendo che Dio ha fatto a noi, creando le chiese, i luoghi dell'incontro con Lui? Chi ha conservato la gioia del silenzio e comprende il grande dono di stare con Dio, anche in silenzio, sa che nulla, ma proprio nulla, ha paragone. Per questo fa tanta tristezza, oggi, scoprire che le chiese, per paura di ladri o altro, sono chiuse per la gran parte della giornata.

Ricordo un dialogo, a cui ho assistito, tra due persone, che discutevano animatamente proprio riguardo alla visita al Santissimo Sacramento: una era quasi scandalizzata nel sapere che l'altra trovava serenità nello stare per un certo tempo ogni giorno a tu per tu con Dio. Come invece non provare grande stupore di fronte a questo grande dono fatto a noi uomini: la disponibilità di Dio di stare in mezzo a noi, a portata di mano, attendendoci con la gioia del Padre che ama stare in compagnia del figlio. Sa che il figlio, noi, ha tanto bisogno di Lui, anche e soprattutto quando non ne è consapevole. E Lui ha tanto desiderio di farsi vicino, portare quella serenità che è la sola aria, che fa respirare la nostra anima.

Dovrebbe essere sentita, da noi cristiani, come una necessità, quella di avere una chiesa dove sappiamo che Gesù nel tabernacolo ci attende, ci è vicino e ama essere visitato. Da qui l'origine delle chiese nel mondo. Ed è sotto gli occhi di tutti come i nostri fratelli nella fede hanno costruito chiese che sono vere opere d'arte per la loro bellezza. A Dio era doveroso costruire una dimora dove stare con noi. Ma non sempre viene capito questo grandioso dono di Dio 'a portata di mano': la Chiesa come luogo, meravigliosa casa del Padre che ci attende. Troppe chiese rimangono chiuse di giorno e sono aperte solo per le cerimonie. Purtroppo qualche volta manca anche il senso della solennità, sacralità, frutti della fede, e, in alcuni casi, diventano davvero un mercato, come durante i matrimoni o altro. Per questo Gesù oggi si indigna vedendo il tempio di Gerusalemme usato per altro.
  • In quel tempo - racconta l'apostolo Giovanni – si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori dal tempio con le pecore e i buoi, gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: 'Portate via queste cose, e non fate della casa del Padre mio, un luogo di mercato'. I discepoli si ricordarono che sta scritto: ‘Lo zelo per la tua casa mi divora’. (Gv. 2,13-25)
Onoriamo le nostre chiese e siano davvero la casa meravigliosa per incontrare, con i fratelli, Dio. Sono questi sentimenti che dovrebbero accompagnarci frequentando le Chiese. C'era un tempo, e ancora oggi, in cui i nostri fratelli costruivano le Chiesa facendone dei capolavori, che sono un vero gioiello di arte e cultura. Ma non scordiamoci mai che la bellezza è nell' essere luoghi in cui possiamo incontrare il nostro Dio, realmente Presente nell'Eucarestia. Solo con il desiderio di tale incontro noi davvero onoriamo le nostre chiese.

Infine non dimentichiamo anche come il Concilio ha definito la famiglia: 'chiesa domestica'. E, per grazia di Dio, vi sono ancora oggi tante famiglie che danno davvero l'impressione di essere un angolo di chiesa, per la fede che vi regna. Visitando una casa di persone semplici, ho trovato una scritta sulla porta, che mi ha stupito: 'Benvenuti in questa casa! Vi sentirete come in una Chiesa perchè qui, con noi, vive Dio'. Era una casa sobria in tutto, ma vi erano tutti gli ingredienti per essere Regno di Dio. "Vede, Padre - mi disse il capo famiglia - ci fu un tempo in cui anche noi credevamo alla casa del mondo: vivevamo solo con il desiderio di diventare ricchi. E vi eravamo riusciti in qualche modo. Cercavamo di stare bene .. finché non ci raggiunse la Grazia. Ci convertimmo e ora viviamo come gente che si prepara per essere degni di fare parte della Sua Casa. Ci raggiunse la Parola di Dio e ci siamo convertiti... La grande fatica è stata quella di voltare le spalle alla mentalità del mondo che impedisce di desiderare la bellezza della Casa del Padre. Ora abbiamo la voglia di dare la nostra mano a qualcuno che desidera di amare ed essere amato, e insieme sulle ali della speranza indirizzare i passi verso il cielo".

Per fortuna sono tanti, ancora oggi, i cristiani che conservano gelosamente la loro casa come fosse una chiesa in cui regna Dio. Non resta che anche noi riportare nelle nostre famiglie il dono di essere 'Chiesa domestica'. Sarebbe davvero il miracolo pasquale.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2011/2012

Messaggio da miriam bolfissimo » ven mar 16, 2012 12:13 pm

      • Omelia del giorno 18 Marzo 2012

        IV Domenica di Quaresima (Anno B)



        Le braccia aperte del Padre, sempre
Qualche volta, incontrando la gente, ci si rende conto quanto sia difficile per noi povere creature accettare e, ancor più, vivere la legge del perdono. Siamo in una società in cui ogni giorno, ovunque, a cominciare dall'interno delle famiglie, ai singoli cittadini, fino ai rapporti tra gli Stati, nascono motivi di screzio e, senza mai valutarne le conseguenze tragiche, si pensa di risolvere i problemi con la violenza, fino alla guerra. Fa davvero impressione come in tutto il mondo ci siano armi modernissime, a cominciare dai micidiali caccia da guerra, alle bombe atomiche, pronte a distruggere lo stesso nostro pianeta. È vero che, consce di questi rischi, tante nazioni cercano le vie del compromesso nelle varie questioni, ed è un vero bene, ma si rimane comunque sempre con il fiato sospeso. Non si è più Sicuri.

Ma fa ancor più impressione constatare come, ormai troppo spesso, per uno sbaglio umano, una parola detta fuori posto, un errore magari comprensibile, si generino reazioni incontrollate, per la tanta voglia di vendicarsi... come se la vendetta fosse la soluzione giusta e non allarghi invece il campo dell'odio e delle tragedie ed atrocità. Non sappiamo 'leggere' le tante storie umane, in cui la violenza quotidiana provoca solo distruzione e morte, come del resto abbiamo rimosso i ricordi di guerre, neppure troppo lontane, che distrussero uomini e cose, obbligando poi a ricominciare da capo tutto. Con la violenza o il litigio prolungato non si risolve nulla. Solo la pace è la medicina per tutto.

E la lezione viene proprio da Dio. Lo offendiamo tante volte, senza neppure pensarci, ma da Lui non arriva nessuna vendetta o castigo. Accetta tutto, anche la morte, per salvarci. Pensiamo a Gesù che, sulla croce, dopo averci fatto dono della Sua presenza meravigliosa tra di noi, dopo avere seminato un incredibile bene a tanti malati e a tante anime, viene ripagato con la morte in croce. Su quella croce c'era Dio che aveva scelto di insegnare a noi il perdono, non facendo pagare a noi le nostre cattiverie, ma redimendole e trasformandole in amore quando alla fine proprio dalla croce dirà: "Padre, perdona loro non sanno quello che fanno". Incredibile.

Davanti a questo esempio di Dio, che non si vendica assolutamente del male ricevuto, ma dà la vita per farci conoscere la bellezza del perdono, ci sentiamo davvero 'piccola miseria' davanti a Lui e anche tra di noi, assistendo come per poco cancelliamo il dovere di amare e creiamo solchi di rifiuto ed odio, per offese ricevute o anche solo per pregiudizi coltivati o sensazioni non controllate. Troppo spesso non è davvero nostra abitudine saper mettere alle spalle il male che si riceve, per fare strada al perdono. Capita alle volte che noi sacerdoti, a chi si accosta al sacramento del perdono, la confessione, poniamo una domanda: 'E' davvero in pace con tutti, o qualcuno è 'fuori dal suo amore e altri sentimenti vi hanno preso il suo posto?'. Sappiamo tutti, o dovremmo almeno saperlo, che senza un animo in pace, non ci è permesso di accostarci alla Santa Comunione. Essere in comunione con Dio richiede essere in comunione con i fratelli. Ecco perché a volte nelle confessioni è bene chiedere ai penitenti se vi è qualche dissidio non perdonato.

Ricordo una volta fui costretto a negare il perdono ad una persona che si era accostata al sacramento della riconciliazione, perchè non volle assolutamente perdonare chi l'aveva offeso. La reazione fu terribile, da coinvolgere i fedeli presenti nello scandalo. È difficile dire "non posso darle l'assoluzione', perché neppure Dio la può perdonare: 'Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori' preghiamo nel Padre nostro. Il sacerdote non può negare la Parola e, anche se è difficile, deve aiutare il penitente a camminare nella verità, perché non accada che chi non accetta di perdonare si permetta di accostarsi alla Comunione. Come è possibile comunicarsi con Chi ama, perdona, si dà tutto, senza seguirne l'esempio? Dice san Paolo oggi scrivendo agli Efesini:
  • Fratelli, Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati; da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo; per grazia infatti siete stati salvati. Con Lui infatti ci ha resuscitati e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà, verso di noi in Cristo Gesù. (Ef. 2, 4-10)
Questo tempo di Quaresima, che ci avvicina sempre di più alla Pasqua, ci invita a considerare il grande dono della conversione e della riconciliazione. Una riconciliazione tramite il sacramento, che ci fa conoscere quale bene sia essere in pace con Dio e con tutti. Dovremmo ringraziare davvero Dio, che, offeso dai nostri peccati, ci mette a disposizione la sua grazia del perdono. Credo sia difficile e insopportabile, per chi ha ancora conservato la voce della coscienza, che è la voce di Dio che ci avverte sul nostro stato di salute, vivere sapendo che con il peccato si è, come il figlio prodigo della parabola, lasciata la casa di Dio per i capricci del mondo. Sappiamo tutti come ci si sente, se rientriamo in noi stessi (ed è una grande grazia) come si viva male nel mondo, lontano dalla casa del Padre. Si ha l'impressione in un primo tempo di sentirsi finalmente liberi da tutto e da tutti, 'liberi dai doveri di amore', ma lentamente si avverte come il mondo non possa assolutamente farci conoscere un briciolo di quella gioia che vi è nel vivere in grazia. Si comincia a sperimentare inquietudine, insofferenza, un malessere interiore che a volte sfocia nella nausea, nel non senso verso tutto ciò che ci accade. Ma sappiamo per fede che desiderare di 'tornare a Casa' è una grande Grazia: è l'inizio di un nuovo cammino di speranza, un sentirsi lentamente rinascere.

Forse è un discorso, questo della misericordia, che trova troppo poco posto tra tanta gente. Ricordo che al tempo dei terroristi, venni per caso invitato a visitare questi fratelli nelle carceri. Mi faceva 'strada' una cara sorella, Suor Tersilla che era davvero uno sprazzo di luce per i detenuti, e con Padre Bachelet, che aveva avuto il fratello ucciso dalle brigate rosse. Aveva saputo superare ogni odio e aveva scelto di visitare proprio chi aveva ucciso, come segno di perdono. La loro visita era sempre una festa per i terroristi. La presenza della Chiesa era un segno tangibile che nel cuore di Dio c'era posto per loro, nonostante tutto, sempre che si riconciliassero con Lui. Fu un gesto che non fu accettato da tanti, che preferiscono il castigo all'amore. Ed era facile incontrare nelle piazze chi disapprovava. Tanto che un giorno, partecipando con due confratelli, monsignor Magrassi e il vescovo di Novara, chiesi che fare, tanto ero bombardato da critiche. La risposta di monsignor Magrassi fu netta: "Tu in questo momento sei come una punta che tenta di bucare l'indifferenza, o peggio, verso chi ha sbagliato; un buco attraverso cui può passare il giusto sentimento dei cristiani veri, ossia l'amore nonostante tutto e ridonare la speranza che deve nascere dalla nostra presenza fraterna. Se va bene - mi diceva - e riesci a sfondare, poi la via della misericordia diverrà la strada della speranza. Ma se la punta si spezza la pagherai". E le sue parole si avverarono. Quel buco divenne la strada del volontariato nelle carceri, la strada della speranza che è voglia di aiutare a far sbocciare nuovamente la bellezza della vita, per ogni essere umano, tanto più se ha sbagliato.



      • Festa di San Giuseppe
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Una delle feste che tutti amiamo è quella di San Giuseppe.
  • La festa di oggi - affermava Paolo VI – ci invita alla meditazione su San Giuseppe, il padre legale e putativo di Gesù, nostro Signore... San Giuseppe è il tipo del Vangelo che Gesù, lasciata la piccola dimora di Nazareth, annuncerà come programma per la redenzione della umanità. San Giuseppe è il modello degli umili che il cristianesimo solleva ad alti destini; è la prova che per essere buoni e veri seguaci di Gesù, non occorrono grandi cose, ma si richiedono solo virtù umane, semplici, vere ed autentiche... Esempio per noi, Giuseppe! Cerchiamo di imitarlo? Inoltre la Chiesa lo invoca per un profondo desiderio di rinverdire la sua esistenza di Virtù evangeliche quali in Giuseppe rifulgono, ed infine protettore lo vuole la Chiesa per l'incrollabile fiducia che, colui al quale Cristo volle affidare la sua fragile infanzia umana, vorrà continuare dal cielo la sua missione tutelare a guida e difesa del corpo mistico di Cristo, sempre debole, sempre insidiato, sempre drammaticamente pericolante. (19.3.1969)
Preghiamo Giuseppe e la Sacra Famiglia con la breve, ma efficace preghiera:
  • Gesù, Giuseppe e Maria vi dono il cuore e l'anima mia.
    Gesù, Giuseppe e Maria assistetemi nell'ultima agonia.
    Gesù, Giuseppe e Maria spiri in pace con voi l'anima mia.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2011/2012

Messaggio da miriam bolfissimo » ven mar 23, 2012 8:21 am

      • Omelia del giorno 25 Marzo 2012

        V Domenica di Quaresima (Anno B)



        Giorni che esigono riflessione
Fin dall'inizio, nella Chiesa vi è stata la consuetudine, in questa domenica così vicina alla Pasqua, di contemplare, nel loro tragico sviluppo, i giorni del dolore, che si fa dono, per creare spazi di gioia negli uomini, proiettandoli nella realtà della resurrezione pasquale. Davvero si rimane sbalorditi, se si riflette sul serio e si è disposti a seguire Gesù con tutto il cuore e la vita, pensando alla Sua passione, morte e resurrezione, che ha ridato nuova speranza alla storia di Dio con l'uomo. La Resurrezione è l'azione di Dio che, dopo aver cancellato tutto il male di noi uomini - e a che prezzo! - ci fa dono di rinascere a quella vita nuova che da sempre aveva pensato per noi, prima del peccato originale dei nostri progenitori.

É, questo, non solo il sogno di un Dio che ci ama tanto, ma è il Suo dono concreto, sempre che facciamo della vita un atto libero di amore a Lui, come era nell'intenzione del Padre, creandoci. A rifletterci bene, c'è davvero da impazzire di gioia, pensando quanto Dio ci ama e quanto sia disposto a donarci per averci vicino a Sè!

Ma chi siamo perchè Dio ci voglia tanto bene? Dovrebbe, questo pensiero, invitarci a fare di questa Quaresima, il tempo del ritorno ad essere veramente degni figli del Padre. Ma saremo capaci di cogliere questo immenso bene che ci viene offerto ancora una volta in questa Quaresima che ci accosta alla Pasqua di Resurrezione? C'è nell'aria un assuefarsi alla normalità di una vita che confessa il vuoto di un'esistenza senza la presenza del Padre, che vorrebbe, con la Sua Pasqua - giorno veramente offerto per lasciare alle spalle le conseguenze del peccato originale - farci nuovamente respirare la dolce aria del Paradiso, per cui Lui ci ha creati... Se osserviamo la vita di tanti, troppo spesso dobbiamo ammettere che ci troviamo di fronte a cristiani che vivono alla giornata, accontentandosi di ciò che offre la 'terra', che, se va bene, a volte concede qualche soddisfazione, ma nulla che abbia a che vedere con la pienezza di chi vive la santità, ieri e oggi.

Occorre davvero che ciascuno di noi, in questi giorni di 'passione di Gesù', il più grande Dono, l'amore di Dio trovi posto nel nostro quotidiano .... anche se è difficile, confusi come siamo dal chiasso del mondo e delle sua vanità. Inutile sognare un mondo di pace, di bontà, di serenità, senza entrare nello Spirito di Dio che ci trasforma. É in fondo il vero ed unico modo di vivere questo tempo di 'passione', se vogliamo conoscerne il dono e accoglierlo. Ci indica la strada per una conversione o se volete per una 'nostra partecipazione' profonda e vitale alla Pasqua, il Vangelo di oggi:
  • In quel tempo - racconta Giovanni l'evangelista - tra quelli che erano saliti, per il culto durante la festa, c'erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsaida di Galilea, e gli chiesero: 'Signore, vogliamo vedere Gesù'. Filippo andò a dirlo ad Andrea e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose: 'E' giunta l'ora che sia glorificato il Figlio dell'uomo. In verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire mi segua e là dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà. Ora l'anima mia è turbata: e che devo dire? Padre salvami da quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora. Padre glorifica il Tuo Nome'. Venne allora dal cielo una voce: 'L'ho glorificato e sempre lo glorificherò'. Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo. Ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori, Io quando sarò elevato da questa terra, attirerò altri a me. Questo diceva di quale morte doveva morire. (Gv. 12,20-33)
Un discorso duro che è il prezzo della nostra possibile santità. "Chi mi ama, - dice Gesù - perderà la sua vita, e chi odia la propria vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna". Un discorso davvero esigente, ma necessario, che ci fa intravedere come ciascuno di noi, che vuole seguire Cristo, dovrà portare la sua croce, seguendo le orme del Maestro.

Sono tante le croci che si affacciano nella vita, in ogni ambiente. Basta guardare il mondo che ci circonda e sembra davvero una selva di croci. Tutti hanno da raccontare le proprie, e tutte hanno la loro ragione nella precarietà della vita qui in terra, ma hanno anche il pregio di essere la via della nostra santificazione, se accolte come prova del nostro amore a Dio. Vi sono poi le croci che l'uomo si crea con le sue stesse mani. Difficile contarle oggi: più facile contare le stelle in cielo, ma con la differenza che queste fanno sognare, quelle croci a volte fanno morire. Vi sono le croci dei ricchi, che tanti cercano affannosamente o insensatamente costruiscono, come si trattasse di troni: troni invece di solitudine, costruiti spesso sull'ingiustizia, tragici pesi da portare. Non hanno conosciuto il vero trono: la croce di Cristo, offerto per tutti. Ci sono tante, troppe croci dei tossicodipendenti, prigionieri del loro vizio: croci da cui non riescono a scendere, se non con una grande fatica che è 'resurrezione' alla vera vita senza droghe. Ci sono poi le ruvide croci dei condannati alla fame, alla miseria, alla disoccupazione. Sono drammatiche croci che hanno l'età dell'egoismo dell'uomo: di pochi contro molti, di chi ha troppo contro chi ha nulla. Sono croci di ingiustizia, create dalla mancanza di solidarietà dell'uomo verso il proprio fratello... e sono tante. Non è più necessario guardare all'Africa, ormai basta guardarci attorno, anche tra di noi.

Sono le infinite croci, inventate cinicamente dall'egoismo di chi vuole apparire umanamente potente, di una potenza terribile, basata sull'accaparramento della ricchezza, un'insana ricchezza che, senza pudore, viene considerata 'fortuna' o 'progresso e civiltà', quando è invece spesso una vergogna, uno schiaffo alla carità, un non così tanto mascherato sopruso, un'indifferenza, che nulla ha di umano, verso le tante necessità degli uomini, nostri fratelli. Forse perchè non si è compresa l'umiltà di Cristo, che sulla croce vive il 'perdere la propria vita' con la più totale povertà, che è il grande e meraviglioso prezzo per rendere la vita un meraviglioso dono agli uomini: 'Chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna'.

E ci sono poi le croci quotidiane, che camminano con ogni vita, come le malattie, la fatica del lavoro, la passione della famiglia, le difficoltà di ogni genere: realtà 'feriali' che altro non sono che schegge più o meno gravi di quella croce quotidiana che segna la nostra esistenza, ma possono diventare sprazzi di luce se accolte e vissute con Cristo, in Cristo e per Cristo. É proprio grazie alla Croce di Gesù, questo 'sì' al Padre, uscito dal Suo Cuore, che ogni uomo può conoscere il senso della propria stessa croce: trono della nostra gloria con Dio. La croce di Cristo è proprio la testimonianza dell' Amore di un Dio che vuole salvarci, percorrendo Lui stesso il sentiero del Calvario.

Chi può evitare di percorrere nella sua vita questo 'sentiero'? É un sentiero che si cerca di ignorare, ma si disegna come un'ombra, che, solo se vogliamo, può essere illuminata da Cristo, che ci precede e segna la strada. Tutti abbiamo la nostra croce, ma non tutti sappiamo scorgere in lei la via dell'amore che si fa dono e misura di amore. Occorre davvero voler ritornare alla scuola di Gesù, seguendo i Suoi passi e i Suoi insegnamenti, via sicura per tanti veri credenti, santi.



      • UN GRANDE GRAZIE A MARIA SATISSIMA
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Lunedì, 26 marzo, la Chiesa celebra il grande evento dell'Annunciazione dell'Angelo a Maria, scelta dal Padre ad essere Madre del Suo Figlio prediletto, Gesù, per opera dello Spirito Santo. Maria, fanciulla di Nazareth, aveva progettato la sua vita come sposa di Giuseppe. Ma Dio interviene a cambiare le carte e la invita a essere Madre di Dio, dando così inizio ad una storia nuova, che porrà fine a quell'esilio dal Cielo dopo il peccato originale.

Maria, immacolata, è chiamata a cambiare la nostra storia, consentendoci di ritornare ad essere in pienezza figli di Dio, con il suo 'sì' al concepimento di Gesù. Comprendiamo il turbamento di Maria, ma quanto è preziosa la sua libera risposta: 'Si compia in me la tua volontà'... ha letteralmente cambiato la nostra storia. La Chiesa ricorda questo divino evento, recitando ogni giorno l'Angelus Domini. Difficile anche solo capire il grande amore di Dio che ci rivuole figli, donandoci Maria come Madre.
Guardando a Lei, la nostra vita dovrebbe essere una continua, vigile, amorosa ricerca di Dio, che ci manifesta la Sua volontà, giorno dopo giorno, per poi imitarla nel pronunciare con docilità e amore: 'Si compia la Tua volontà '. È davvero, l'Annunciazione, la festa che ci deve ricordare l'amore del Padre e il nostro dovere di dirGli sempre GRAZIE, attraverso Maria.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2011/2012

Messaggio da miriam bolfissimo » ven mar 30, 2012 1:45 pm

      • Omelia del giorno 1 Aprile 2012

        Domenica delle Palme (Anno B)



        Domenica delle Palme
Ci volle un gran coraggio - che è la natura dell'amore - da parte di Gesù per entrare in Gerusalemme quel giorno delle Palme. Lui sapeva molto bene e lo avevano avvertito i suoi, gli Apostoli, che il vaso dell'odio e della volontà di toglierLo di mezzo, in coloro che Gesù, disturbava, perchè addirittura metteva in crisi la religione dei padri come da loro era interpretata e insegnata, ormai traboccava. Non si sapeva come questo odio potesse esplodere, ma gli Apostoli percepivano che questa volta poteva succedere qualcosa di tragico; certo non immaginavano neppure che sarebbe finita, come poi accadrà, con l'arresto, la passione e la morte in croce del loro amato Maestro. Eppure Gesù li aveva preparati alla Sua fine.

Aveva detto che Lui un giorno sarebbe salito a Gerusalemme e lì gli scribi e i farisei - ossia quei custodi della legge che Gesù non esitava a definire 'ipocriti' per il fatto che erano esigenti nel pretendere l'osservanza della legge, che trasgredivano con facilità, 'nascondendosi' dietro un'immagine di un Dio padrone e non il vero Dio d'Israele, che sempre è stato per il Suo popolo un Padre premuroso - innocente, Lo avrebbero fatto arrestare, flagellare e condannare a morte, con la sola colpa di essere la VERITA' e l'AMORE. Più volte Gesù aveva affermato che sarebbe stato arrestato e messo a morte, ma che poi il terzo giorno sarebbe risorto, e, con la sua morte e resurrezione, avrebbe aperto a tutti la possibilità della resurrezione, la nostra resurrezione!

Chissà con quanta tristezza nel cuore Gesù andava con il suo pensiero alla sorte che gli sarebbe toccata. E fa una grande impressione, al solo leggere il Vangelo, pensare a Gesù che nella notte del Giovedì, dopo avere celebrato la Pasqua con i suoi, si ritira solo nel Getsemani a pregare, chiedendo la compagnia dei tre diletti apostoli: Pietro, Giacomo e Giovanni. Quante volte, anche noi, nel momento del dolore e della prova, ci sentiamo come Gesù che suda sangue e cerca la compagnia e il sostegno degli amici, che erano a due passi da Lui. Ma li trova addormentati. Era davvero solo a soffrire: una sofferenza che, sapendo quello che Lo attendeva, gli fa dire: 'Padre, se è possibile, passi da me questo calice '. Una preghiera che, se fosse stata accolta dal Padre, avrebbe annullato la nostra possibilità di partecipare alla resurrezione.

Ma Gesù è l'Amore, un Amore che non conosce confini e limiti, ecco dunque la sua consapevole scelta e decisione, come uomo e come Dio: 'ma si compia in me la tua volontà". Suscita tanta tristezza il racconto di Gesù che cerca conforto negli apostoli, che aveva scelto, con cui aveva condiviso tutto, volendoli in quel sublime momento vicino a Sé, e ... li trova addormentati! Sono scene che richiamano tante volte la nostra storia nel dolore. Quante volte cerchiamo compagnia e conforto e troviamo solitudine! E, ancor peggio, quante volte siamo 'addormentati' di fronte alle richieste di aiuto di chi è nel dolore!

Quanti insegnamenti ci offre Gesù per la nostra vita, quando soffriamo o quando dovremmo essere un sostegno per chi soffre. Ma Gesù conosce la nostra debolezza e non si scandalizza. Infatti solo qualche giorno prima della Sua Passione, si era abbandonato all'amore espresso da chi lo accoglieva portando le palme. Oggi, ricordiamo quel momento di festa, in cui prevalse in tutti un senso o una voglia di pace. È bello anche per noi metterci al seguito di Gesù nel solenne ingresso in Gerusalemme. Così lo racconta Marco:
  • Quando si avvicinarono a Gerusalemme, verso Betfage e Betania, presso il Monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli e disse: 'Andate nel villaggio, che vi sta di fronte, e subito entrando in esso troverete un asinello legato, sul quale mai nessuno è salito. Scioglietelo e conducetelo. E se qualcuno vi dirà: 'Perché fate questo?' rispondete: 'Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito'. Andarono e trovarono un asinello legato vicino a una porta, fuori sulla strada e lo sciolsero. E alcuni dei presenti però dissero loro: 'Perché fate questo?'. Risposero: 'Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito' e li lasciarono fare. Essi condussero l'asinello da Gesù e vi gettarono sopra i loro mantelli ed Egli vi montò sopra. E molti stendevano i propri mantelli sulla strada ed altri delle fronde che avevano tagliate dai campi. Quelli poi che andavano innanzi e venivano dietro, gridavano: 'Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli!'. (Mc. 11, 1-10)
É stato davvero un atto di gioia e coraggio quello di Gesù, osannato da gente semplice che vedeva in Lui il Messia che suscitava tanta speranza: una speranza che non ha le sue basi nella pomposità degli uomini, che amano esibirsi, ma nella semplicità che ha radici nella povertà di spirito. Sono davvero gli umili, la gente semplice, quella che, anche oggi, 'vede' oltre le apparenze e fa festa a Gesù, che è tra di noi. Entrare nella vita, cavalcando un asino e attorniato da gente modesta, non so se possiamo chiamarlo, secondo i nostri parametri moderni, un 'trionfo'. Noi siamo abituati ad altro ed è per questo che non riusciamo a scorgere ed accogliere la bellezza della Pasqua.

Ma per i credenti ci si commuove oggi, celebrando la domenica delle Palme, anche solo tentando di intuire i sentimenti nel cuore di GESÙ, che, conoscendo le Scritture sul Servo sofferente, ben sapeva ciò che lo attendeva in settimana: non più la dolcezza e spontaneità dei 'piccoli', ma la furia dell'odio di altri che non Lo sopportavano. Il racconto della passione di Gesù, che la Chiesa ci offre oggi, in chi sa entrare nello spirito del Vangelo, ha sempre un effetto profondo nel suo cuore. Subito ci viene da identificarci con qualche personaggio che ha un ruolo, più o meno importante nella vicenda. Viene da chiederci "Io chi sono?". Forse Pietro che nel pericolo Lo rinnega? O Maria di Magdala che lo segue nella via del Calvario fin sotto la croce, condividendo dolore e umiliazione? O Pilato che si lava le mani per non avere fastidi, anche se questo suo non assumersi responsabilità, significa aprire la strada a ingiustizie e crimini? O forse, seppur in momenti diversi, un pò di ciascuno di loro vive in noi?

Per questo, nonostante le nostre fragilità e le nostre infedeltà, siamo chiamati, come ogni uomo, ad accompagnare Gesù sul Calvario, per essere inondati dal fiume di misericordia che sgorga dal suo costato. Sarà questo lo spirito con cui vogliamo vivere in questa settimana Santa? Lo auguro di cuore a tutti per uscire 'nuovi', davvero risorti a vita nuova nella Pasqua. Auguri di una buona e santa Settimana!


      • Invito alla partecipazione, nella Fede, ai riti della Settimana Santa
Chiamiamo, quella che precede la Pasqua, Settimana Santa, perchè in essa non solo ricordiamo, ma siamo chiamati a partecipare alle stupende liturgie, in cui si compiono i Misteri che si celebrano. Partecipando alle varie celebrazioni, si ha come l'impressione di vedere all'opera l'amore di Dio, che, per associarci di nuovo alla Sua famiglia, 'si serve' del Figlio per farci persone nuove, degne di far parte della Loro stessa famiglia, compiendo atti che non sono un ricordo, ma memoria attuale e fondamenta della vita della Sua Chiesa.

Non è concepibile per un fedele fermarsi al 'folklore' esterno, che tante volte circonda le varie liturgie. Basta pensare ai cosiddetti 'sepolcri', che si allestiscono, la sera del giovedì santo, o alle tante 'scenografie' della Via Crucis nella notte della Pasqua di Resurrezione. Sono simboli o rappresentazioni degli avvenimenti, ma occorre, nella fede, 'entrare e partecipare' alla grande Opera divina, al Mistero, che si compie.

Non dobbiamo restare solo spettatori, ma diventare credenti, che vogliono farsi coinvolgere, con tutto il loro essere, dal Mistero di Amore che è la Pasqua di resurrezione di Cristo e nostra.

GIOVEDÌ SANTO: in tutte le Cattedrali delle diocesi al mattino i presbiteri celebrano la festa del sacerdozio, alla presenza e in comunione con il proprio vescovo. La Santa Messa è detta del Sacro Crisma, perchè vengono benedetti e consacrati gli Oli Santi. Alla sera vi è la solenne celebrazione Eucaristica, definita 'In Coena Domini', ossia 'nella Cena del Signore'. È la solennità della 'prima Comunione' della Chiesa, rappresentata dagli Apostoli, con il Corpo e Sangue di Gesù, donato per sempre quella sera. Una Cena che è la grande manifestazione di Dio che si fa Dono, Pane di Vita, per noi: 'Mistero grande della fede'. È qui che si misura quanto conta l'Eucarestia per noi: se poco o se tanto. Ognuno deve chiederselo. Durante la Santa Messa vi è la lavanda dei piedi: da Gesù impariamo cosa voglia dire 'essere servi' del fratello, chinandosi con gioia per 'lavargli i piedi'. Non è dare cose, ma 'donare noi stessi', la nostra attenzione, il nostro ascolto, il nostro tempo, la nostra accoglienza... Segue quindi l'Esposizione del Santissimo Sacramento per l'adorazione, in quello che un tempo si chiamava 'sepolcro'. Al Gloria vengono 'legate' le campane che non suoneranno più fino alla Resurrezione.

VENERDÌ SANTO: alle tre del pomeriggio si legge il Passio, quindi vi è il bacio della Croce, come atto di devozione ed amore e la S. Comunione. In tanti luoghi dopo si partecipa alla Via Crucis per le vie cittadine. Noi con chi siamo, il venerdì santo? Con Maria, Giovanni e le donne a ricordare in Chiesa la passione e baciare il Crocifisso, in attesa della speranza... della resurrezione? O siamo vittime della paura, propria di chi fugge perché non trova più una ragione nella speranza e nel perdono? Ma, se così, dove possiamo andare? Oppure, Dio non voglia, siamo tra quelli che giocano la vita sull'egoismo, a cui non interessa più che Dio abbia fatto dono del Figlio, per permetterci di uscire dal sepolcro dei nostri peccati e tornare a conoscere la vera vita, senza avere consapevolezza che questa è la vera strada per crocifiggersi... ma senza speranza? Non si può conoscere la bellezza della vita, se non si conosce l'amore e ..... Colui che è l'Amore!

SABATO SANTO: la Chiesa, in attesa della Resurrezione 'tace'. Normalmente verso mezzanotte si celebra la Pasqua di Resurrezione, preceduta dalle letture che sono il racconto dell'amore di Dio verso di noi. Si accende il cero pasquale che sarà esposto come segno di Cristo, Luce del mondo. Fino al canto del Gloria e il rinnovato suono delle campane, espressione della gioia ritrovata per la Resurrezione del Maestro, anticipazione della nostra stessa resurrezione.

SONO GIORNI CHE RACCONTANO, CELEBRANO E FANNO MEMORIA - CIOÈ ATTUALIZZANO - LA NOSTRA. SALVEZZA. È UN GRANDE ATTO DI FEDE E DI RINGRAZIAMENTO PARTECIPARE. Noi ci saremo? Invochiamo lo Spirito, che ci introduca nel cuore del Mistero della Settimana santa. Consentiamo a Dio, con fiducia nella Sua Misericordia, di operare nella nostra esistenza, donandoci la Sua pienezza di Vita eterna, oggi quaggiù e domani presso di Lui.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2011/2012

Messaggio da miriam bolfissimo » ven apr 06, 2012 9:24 am

      • Omelia del giorno 8 Aprile 2012

        Resurrezione del Signore (Anno B) (Anno B)



        DOMENICA DI PASQUA: Il Cielo si apre di nuovo
Difficile affidare alle parole il Mistero da vivere in questa solennità di Pasqua, con la Resurrezione di Gesù. Dopo il peccato originale eravamo come esuli senza un domani. Solo Dio poteva come un autore senza limiti cancellare il male fatto e tornare a farci partecipi della Sua stessa Vita e del Paradiso. Mi affido al canto della Chiesa, nella liturgia della notte di Pasqua, che davvero comunica la grande gioia dell'Evento:
  • Gesù Cristo nostro Signore ha pagato per noi all'eterno Padre il debito di Adamo
    e con il sangue sparso per la nostra salvezza ha cancellato la condanna della colpa antica.
    Questa è la vera Pasqua in cui è ucciso il vero Agnello
    che con il suo sangue consacra le case dei fedeli.
    Questa è la notte in cui hai liberato i figli di Israele, nostri padri,
    dalla schiavitù dell'Egitto, e li hai fatti passare illesi attraverso il Mar Rosso. Questa è la notte che salva su tutta la terra i credenti nel Cristo
    dall'oscurità del peccato e dalla corruzione del mondo,
    li consacra all'amore del Padre e li unisce nella comunione dei santi.
    O immensità del tuo amore per noi!. O inestimabile segno di bontà:
    per riscattare lo schiavo, hai sacrificato il tuo Figlio.
    O notte beata, tu sola hai meritato di conoscere il tempo e l'ora
    in cui Cristo è risorto dai morti. Di questa notte è stato scritto:
    la notte splenderà come il giorno e sarà fonte di gioia per la mia delizia.
    O notte veramente gloriosa, che ricongiunge la terra al Cielo e l'uomo al suo Creatore!
Davvero i santi e tutti i cristiani sanno capire, vivere ed assaporare la grande gioia che è nella Pasqua, giorno di resurrezione di Gesù, che da quel momento, dopo avere pagato un duro prezzo con la sua crocifissione, ci accoglie come fratelli dello stesso Padre e cittadini del Cielo. Giustamente la Pasqua è la festa più grande dell'anno liturgico. Non resta a noi che viverla in pienezza.

Per assaporare l'immensa gioia vorremmo metterci nei panni di Maria, la Mamma di Gesù che aveva visto il Figlio morire in croce e con grande delicatezza deporlo nel sepolcro. Lo amava più di se stessa e Lo amavano sul serio i suoi discepoli, fino a ritenerlo 'il tutto della vita'. Per Maria Santissima ma, Gesù era il Figlio affidatole dal Padre, che mai aveva abbandonato, fino a starGli vicino sotto la croce. Una forza, frutto dell'amore, che gli apostoli non avevano avuto, tanto da tentare di nascondersi, vivendo quel momento con la sola paura di essere riconosciuti e fare la stessa fine del loro Maestro e Signore. É vero che Gesù li aveva rassicurati, parlando del giorno della resurrezione, ma era difficile per loro anche solo capire il significato di quegli avvenimenti e soprattutto 1'Evento che ne sarebbe seguito: un Evento che avrebbe letteralmente cambiato le sorti dell'umanità.

Con la Resurrezione le porte del Cielo non si sono aperte solo per Gesù, che così è tornato a Casa non solo come Dio, ma con tutta la Sua Umanità, ma anche per noi, per ciascuno di noi, dopo che Lui ha ritessuto i nostri rapporti con il Padre. É difficile per noi entrare in questo immenso mondo dell'amore di Dio. Impensabile, nel mondo in cui viviamo, abituato a fare pagare e duramente gli errori che si commettono. É difficile comprendere quella pietà che fa rinascere chi ha sbagliato. Da noi chi sbaglia paga il duro prezzo delle carceri. Eppure sentiamo tante volte il desiderio di uscire da quell'inferno che spesso ci creiamo con le nostre stesse mani, increduli che ci sia qualcuno capace di capirci, di perdonarci, fino a pagare Lui per noi. Davvero grande, immenso, per troppi incomprensibile, l'Amore di Dio.

È abitudine a Pasqua accostarsi al sacramento della Riconciliazione, che è la riscoperta del Padre, del Suo Amore, e una rinnovata volontà di comunione verso tutti i fratelli, cioè esperienza di resurrezione! Purtroppo, per tanti, non è così. Vedono la confessione - quella pasquale - come una consuetudine a cui ci si deve assoggettare, così, come tutti i riti che sono vissuti come semplici tradizioni, ci lascia come eravamo. Non è resurrezione!

Davvero invece sperimentano la resurrezione tanti che nella confessione trovano la grazia di 'cancellare' un passato, lontani dal Padre e in conflitto con i fratelli, per ricostruire una vita nuova nella comunione. Quanti ricordi ho di questa vera Pasqua di resurrezione: fratelli che nel sacramento della Riconciliazione sono davvero risorti alla pienezza della Vita, iniziando un nuovo cammino. Ricordo un fratello che un giorno decise di cambiare e venne a trovarmi. Non riusciva neppure a parlare, ma parlavano le sue lacrime, che erano davvero una purificazione, nella ricerca di una via per risorgere. Piangendo raccontò la sua vita sbagliata: un tempo che sembrava il venerdì santo di Gesù. Ma, alla fine, quando gli diedi il perdono di Dio, fu festa e la sua vita, seppur 'in salita' e con fatica, da allora divenne 'altra cosa'! Ogni tanto viene a trovarmi e mi comunica la gioia dell'essere tornato a casa.

E sono tanti quelli che sperimentano questa grazia: crocifiggere il male che è dentro di loro ed entrare nella festa della resurrezione. Sono più di quelli che si pensa: testimoni dell'amore del Padre che accoglie il figlio prodigo sulla porta di casa e fa festa. Ma lascio la parola al nostro caro Paolo VI:
  • Il Mistero della Pasqua è così alto e così grande, che spazia su tutta la vita cristiana: sulla dottrina, sul costume, sulla liturgia, sull'arte e offre cento aspetti in cui si infrange la sua luce, che è come il sole nell'oscurità dei nostri destini umani.
    La Chiesa canta nella notte del Sabato Santo l'inno pasquale, invitando la terra a gioire di questo splendore. 'Tripudi la terra irradiata da tanto fulgore'.
    E fa considerare, durante la veglia della celebrazione notturna, come il Mistero della resurrezione di Cristo abbia carattere non solo personale, ma universale: in Cristo risorto, risorge il genere umano. Egli ha raggiunto per primo lo stato perfetto e soprannaturale della vita umana, al quale noi siamo ora inizialmente associati. La Pasqua fa sorgere negli animi sentimenti di letizia e di poesia: 'Sono giunti i giorni in cui dobbiamo cantare 1'Alleluja, fratelli: canti la voce, canti la vita, cantino le azioni'. Perciò nasce in noi il desiderio, in questo momento di riflessione sul Mistero pasquale, di cercare quale sia il suo punto focale, e di vedere come questo fu allora individuato, quando l'avvenimento strepitoso si verificò, e come esso è tuttora avvertito, come prima sorgente di tutto il suo canto, dalla liturgia stessa, che da quella fonte deriva le sue rievocazioni di grazia, di preghiera e di poesia. Il punto centrale della Pasqua è il fatto; il fatto storico, preciso, eccezionale, della resurrezione personale di Gesù ..... Il fatto, dico, è fondamentale ... prima ancora di farne oggetto di commento ed argomento di smisurate conseguenze, gioverebbe ricordarlo, ricostruirlo, rivederlo, e lasciare che la sua evidenza ci impressionasse, ci scuotesse, ci svegliasse dai nostri consueti pensieri, e ci chiamasse alla sua scoperta ed alla sua meraviglia. Ciascuno di noi faccia mentalmente, spiritualmente ricorso alle fonti di quell' avvenimento.

Leggiamo, dunque, insieme e lasciamoci coinvolgere dallo stesso stupore di Pietro e Giovanni nel sentire 'la Notizia dell'Evento' portata dalla Maddalena dopo la visita al sepolcro...
  • Maria Maddalena corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: 'Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!”. Pietro uscì insieme all'altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti. (Gv. 20,1-9)
Non resta che cantare con cuore gioioso parte della sequenza della Santa Messa di Pasqua:
  • Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della Vita era morto, ma ora, vivo, trionfa. 'Raccontaci, Maria: che hai visto sulla via?'.
    'La tomba del Cristo vivente, la gloria del Cristo risorto, e gli angeli suoi testimoni, il sudario e le sue vesti. Cristo, mia speranza, è risorto: e ci precede in Galilea'.
    Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto. Tu, Re vittorioso, abbi pietà di noi.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2011/2012

Messaggio da miriam bolfissimo » gio apr 12, 2012 8:40 am

      • Omelia del giorno 15 Aprile 2012

        II Domenica di Pasqua (Anno B)



        GESÙ RISORTO torna tra i Suoi discepoli, come oggi tra noi
Gesù, appena risorse, come era naturale, apparve ai Suoi discepoli: una notizia, la resurrezione, che sarebbe stata poi, fino alla fine dei tempi, l'unica grande Notizia, che dà senso alla nostra vita. Molte volte ci avvolge una profonda delusione o il dubbio. Vivendo una vita che è un saliscendi di incertezze e disorientamenti, siamo come gli apostoli dopo la sepoltura del Maestro. Davanti a certi fatti, che sono la notte della mente, non riusciamo a intravedere l'alba del nuovo giorno: il giorno del Signore. D'altra parte credere che la vita non è solo l'esperienza quaggiù, ma ha un suo domani nella eternità è il sogno, almeno per chi conserva un minimo di verità e urgenza di un vero senso della vita, che si vorrebbe fosse realtà e non solo sogno. Abbiamo bisogno di certezze, come gli Apostoli. Ma non è facile, come non lo fu per l'apostolo Tommaso.

Eppure che senso avrebbe una esperienza di vita destinata a finire, e quindi priva di quella speranza che in fondo tutti sentiamo urgere nel profondo del nostro spirito. Quante volte ci siamo soffermati a pensare ai nostri cari che ci hanno lasciato e li pensiamo talmente vivi di altra vita da sentirli vicini, come se avessero solo cambiato 'residenza'. Quante volte, visitando i nostri defunti, incontriamo persone che davanti alla tomba, pregano per loro, addirittura dialogano, come se non fossero morti, ma solo allontanati per breve tempo... interiormente certi di poterli rincontrare nella gioia. Un'esperienza, se siamo sinceri, che non appartiene solo ai credenti. Ma è dei credenti la certezza che la resurrezione è la pietra miliare su cui poggia la speranza, radicata nella fede.

E è davvero bello sapere con certezza che, non solo Dio e tanti santi, ma anche i nostri cari davvero vivono 'altrove', in quella realtà definita Cielo, ma che non è 'luogo', secondo il nostro pensare umano, ma uno stato di vita, di esistenza, che non è più soggetto alle sofferenze e ai dubbi di quaggiù. È la certezza che si sperimenta tante volte visitando i malati, che hanno già il pensiero al Cielo e lo attendono ogni minuto, come il traguardo che corona una vita tutta in cammino verso l'eternità. Quanti ricordi conservo di uomini, giovani, donne, che ho visitato da malati: avevano il sorriso di chi attende una vita diversa, senza più il peso delle sofferenze e delle angosce di qui. Così come provo tanta compassione per fratelli e sorelle che vivono consumando la vita nei nulla dei piaceri o di altro, ma senza futuro. Non sono felici. Come nella parabola di Lazzaro, assomigliano ai cagnolini che si accontentano delle briciole che cadono dal tavolo del ricco epulone.

A differenza degli Apostoli, che dopo la morte del Maestro hanno vissuto il dubbio, la paura, il disagio di aver perso ogni punto di riferimento. L'esperienza di essere stati da Lui scelti e di averLo seguito aveva dato un senso a tutto il loro esistere, ora la Sua crocifissione li scaraventava nuovamente in una vita senza futuro. Ma Gesù, mai lascia i Suoi in balia delle loro paure. Il Vangelo toglie davvero il dubbio sul domani: un domani che ora è l'eternità, se vissuto in attesa del Paradiso, che è Dio. Racconta l'apostolo Giovanni, il prediletto di Gesù, quanto avvenne il giorno della Resurrezione:
  • La sera dello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: 'Pace a voi!'. Detto questo mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono nel vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: 'Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi'. Dopo avere detto questo, alitò su di loro e disse: 'Ricevete lo Spirito Santo e a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi'. (Gv. 20,19-20)
Così Gesù non solo apparve - e deve essere stata una grande inattesa sorpresa vederLo risorto - ma subito donò lo Spirito Santo, inviandoli a continuare la Sua missione: quella di invitare il mondo degli uomini ad accogliere il dono della Resurrezione, togliendo ciò che impedisce di essere rinnovati nello Spirito, ossia i nostri peccati. Davvero, da quel momento gli apostoli iniziano la storia della Chiesa, giunta fino a noi. Una storia che ha il suo fondamento nell'azione di Dio, ma è anche fatta da poveri uomini, ecco perché subito il Vangelo racconta le difficoltà di un apostolo, che non crede possibile che un morto, fosse pure Gesù, il Maestro che tanti miracoli aveva compiuto, possa tornare alla pienezza della vita tra loro e, quindi, tanto meno che li possa rivestire della potenza di guarire il mondo dal peccato, opera che solo Dio può compiere e dunque impensabile che possa essere affidata alle mani di poveri uomini.

È vero. È davvero incredibile, che Dio abbia voluto mettere nelle nostre mani di sacerdoti e vescovi, un potere che è solo Suo. È davvero immensa la fiducia di Dio nell'uomo. Umanamente sono pienamente comprensibili i dubbi e la esigenza di 'garanzie' di Tommaso. Ogni volta sono chiamato a 'fare risorgere' un fratello che ha sbagliato, per me è come rivivere quella resurrezione dai 'morti' che Gesù ci ha consegnato. Forse abbiamo perso la coscienza di questa grazia per cui il sacramento della penitenza, che mostra il grande Cuore di Dio pronto a cancellare le tante offese che Gli facciamo, a volte senza neppure rendercene conto .. Ma quello che forse lascia disorientati tanti, è la stessa ragione della confusione di Tommaso: perché chiedere perdono delle nostre colpe ad un sacerdote? Davvero, per volontà di Dio, è 'Cristo che ci assolve', attraverso di lui?

Gesù, con la Sua Presenza e Parola, non lascia adito a dubbi o incertezze, per chi vive la fede. Non basta che ci pentiamo personalmente, Dio vuole perdonarci, Lui stesso, tramite il Sacramento della Penitenza, amministrato da un Suo ministro, che, lo confessa, non si sente giudice, ma dispensatore della misericordia del Padre, che vuole accogliere ogni figlio prodigo. Noi stessi, dispensatori del Suo Perdono, siamo figli che hanno bisogno dell'abbraccio della Sua misericordia, del Suo perdono. Occorre fede e fiducia.

Credo proprio che dovremmo recuperare il dono del Sacramento della Riconciliazione, come incontro rigenerante con il Padre, in un atteggiamento di umile ringraziamento. Stampiamo nella nostra mente le parole dette da Gesù agli apostoli e quindi ai vescovi e ai sacerdoti: "Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi". Più chiaro di così si muore ... di fatto! Ecco perchè il Vangelo di oggi riporta il dubbio, se non la certezza troppo umana, che dopo la morte si possa risorgere e la risposta di Gesù alla nostra paura. È la storia di Tommaso. E chissà quanti 'Tommaso' ci sono tra i cristiani!
  • Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: 'Abbiamo visto il Signore!'. Ma egli disse loro: 'Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò'. Ma otto giorni dopo i discepoli erano ancora in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: 'Pace a voi!'. Poi disse a Tommaso: 'Metti il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la mano e mettila nel mio costato e non essere più incredulo, ma credente'. Rispose Tommaso: 'Mio Signore e mio Dio!'. Gesù gli disse: 'Perché mi hai veduto hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno'. (Gv. 20,21-30)
Davvero nel racconto di Giovanni, rimaniamo senza parole davanti alla comprensione e bontà di Gesù: una bontà che è anche per noi e forse non sappiamo cogliere. Noi possiamo essere, fin da oggi, quei 'beati " che senza aver visto... credono! Così scriveva Paolo VI, nostro grande aiuto:
  • Uno scrittore moderno osserva: Ho conosciuto famiglie cristiane molto ferventi, che dicevano ai loro famigliari: 'É duro essere cristiani' e la risposta era: 'Oh, sì, è duro!'. Invece noi cristiani dobbiamo sentirci felici perchè abbiamo accettato di portare il giogo di Cristo: quel giogo che Gesù chiama soave e leggero, ma dobbiamo sentirci più felici perchè abbiamo motivi splendidi e sicuri per esserlo. La salvezza che Cristo ci ha meritato e con essa la luce sui più ardui problemi della nostra esistenza, ci autorizza a guardare ogni cosa con ottimismo.
Ed è vero. Vivere con lo sguardo e la certezza che un giorno, dopo l'esperienza di questo passaggio sulla terra, vedremo la luce di Dio senza più notte, è la forza che sostiene chi crede ed affronta la vita con l'attesa dell'Incontro, come gli Apostoli. Che Gesù ci aiuti a guardare alla vita con lo sguardo su quel domani senza più tempo e dolore, affrontando le difficoltà di qui con la serenità di coloro che credono che i giorni che viviamo altro non sono che l'attesa dell'arrivo dello Sposo, così che Gesù ci trovi pronti!



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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2011/2012

Messaggio da miriam bolfissimo » ven apr 20, 2012 1:14 pm

      • Omelia del giorno 22 Aprile 2012

        III Domenica di Pasqua (Anno B)



        Perché siete tristi?
Doveva davvero essere triste il cuore degli Apostoli, dopo la morte del Maestro. Avevano vissuto insieme, con quale animo è difficile immaginare. Avevano fatto un'esperienza unica con Gesù. Erano stati ammirati del suo parlare profetico, che prospettava una vita, il cui compimento era oltre questo pellegrinaggio terreno. Ma era per loro difficile, forse impossibile, anche solo pensare di poterlo rivedere Risorto. Non esisteva nessuna esperienza in proposito. Eppure, nello stesso tempo, era come se il loro cuore rifiutasse l'evidenza, 'sperando contro ogni speranza' che forse sarebbe accaduto davvero qualcosa che non era esperienza umana: la Resurrezione, appunto.

È lo stesso sentimento che proviamo noi, ogni volta pensiamo al nostro futuro. Sappiamo che la nostra vita ha un termine qui, ma nello stesso tempo avvertiamo in noi 'un germe di eternità', la certezza, nella fede, che l'oggi è solo la vigilia di un domani senza fine. Che senso del resto avrebbe la vita, se non avesse un domani? È davvero vita quella che non ha prospettive nel futuro? C'è in tutti noi - sperando che nessuno sia vittima del materialismo, tutto ingolfato nel qui, considerato come un effimero passaggio senza sbocco - la consapevolezza che la vita va al di là di questa nostra esperienza terrena, dove tutto è provvisorio, che si sbriciola giorno per giorno per fare strada alla vera Vita che non ha fine, come il seme che pare disintegrarsi, ma per lasciare spazio al germoglio che lui è.

Era il sentimento ambivalente che provavano gli Apostoli. Tristezza per il timore di essersi sbagliati e che tutto fosse finito, speranza che qualcosa di impensabile potesse accadere ... Gesù non aveva forse più volte parlato della Sua Resurrezione? La Presenza di Gesù sulla terra era dovuta al grande amore del Padre, che voleva, tramite Suo Figlio, farci tornare al vero nostro essere, quello da Lui pensato, fin dall'origine del mondo: essere Suoi figli, tutti, ma proprio tutti, perché, anche se non ce ne accorgiamo, siamo a Lui cari come figli. Troppo spesso ci scordiamo della nostra origine divina. Prima che nascessimo nel seno di mamma, eravamo già esistenti nel Cuore di Dio, come veri figli, chiamati a stare con Lui e a partecipare del Suo Amore per l'eternità. Ma ci voleva la 'chiave' per riaprire la porta del Cielo: il Verbo di Dio Incarnato.

Gesù come noi e per noi è il Dono che ha cancellato ogni traccia di peccato originale, quello che ci impediva di stare con Dio, di farci ritornare a essere completamente parte della Sua Famiglia in Cielo. Dovremmo sempre avere davanti agli occhi, nella mente e nel cuore, questa nostra fondamentale 'vocazione al Cielo' e su di essa impostare tutta la nostra esistenza quaggiù. I cristiani saggi vivono nell'attesa della visione di Dio e su questa certezza di fede impostano la vita, come si legge nella lettera a Diogneto, che risale ai primi tempi del Cristianesimo. Ne offro uno scorcio, che è la fotografia stupenda di come i nostri fratelli, e sicuramente anche gli Apostoli, dopo le loro incertezze e dubbi, ormai confermati nella fede dal Cristo Risorto, hanno saputo interpretare la vita.
  • I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi. Né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. Vivendo in città greche o barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri, partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è loro patria e ogni patria è straniera. Si sposano come tutti e generano figli. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano sulla terra, ma la loro cittadinanza è in Cielo. Obbediscono alle leggi stabilite e con la loro vita superano le leggi. Amano tutti e da tutti sono perseguitati. Non sono conosciuti e vengono condannati. Sono uccisi e riprendono a vivere. Sono poveri e fanno ricchi molti. Mancano di tutto. Sono disprezzati e nel disprezzo hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti. Facendo del bene vengono puniti come malfattori. Sono condannati e gioiscono ed è come se ricevessero vita.
Questa è la profonda trasformazione che avviene negli uomini che credono e vivono la Resurrezione. Uno stile di vita difficile, anzi impossibile, se non si pone la speranza nel Risorto. Quella speranza che è mancata per un momento agli Apostoli, impauriti dalla morte di Gesù. Hanno vissuto quell'incertezza che è davvero l’oscurità dell'anima, che anche noi possiamo provare, quando per qualche dura prova della vita perdiamo la serenità e viviamo il dubbio che tutto sia illusione: una sofferenza che tutti, credo, seppur in forme forse diverse, abbiamo sperimentato. È la prova della nostra fede ed è in quei momenti che, a volte, si spalanca poi all'improvviso il Cielo di una gioia inattesa, come narra il Vangelo di oggi.
  • In quel tempo di due discepoli che erano ritornati da Emmaus narravano agli Undici ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: 'Pace a voi!'. Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: 'Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate: un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che ho io'. Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: 'Avete qui qualche cosa da mangiare?'. Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: 'Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosé, nei Profeti e nei Salmi'. Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: 'Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni'. (Lc. 24, 35-48)
Chi non si sente l'inferno addosso - se non si è spenta la voce della coscienza - ripensando ai nostri dubbi o, peggio, ai rifiuti dell'immenso amore con cui Dio ci circonda? Non siamo ancora in Cielo: lo dobbiamo 'conquistare'. È vero che il vivere è a volte un viaggio duro, pericoloso, ma non lo è più, se siamo sorretti dalla fede di chi cammina con e verso Gesù Risorto. Per questo stupisce e disorienta il rendersi conto di quanti, troppi, vivano come se il Cielo non ci fosse e, quindi, neppure una vita nuova dopo la morte.

Eppure anche se vive in noi un solo briciolo di verità, non possiamo non sentire la nostalgia di un amore più grande, che non può avere casa quaggiù, dove, se siamo fortunati, possiamo al massimo godere di qualche sprazzo, che è come un raggio di sole, che si affaccia al mattino e scompare al tramonto. Basterebbe stare vicino a fratelli e sorelle che vivono con la nostalgia del Cielo - una nostalgia che li fa vivi, ma come in attesa di una Gioia completa - per scoprire davvero che cosa sia l'ansia di vedere Dio e, quindi, il Paradiso.

Questa terra può solo, a volte, impaurirci, come è accaduto agli Apostoli dopo la Crocifissione del Maestro. Dobbiamo incontrare Gesù vivo, diventare testimoni della Resurrezione, sua e nostra. Dobbiamo lasciarci da Lui riempire il cuore di fede e di amore. Allora Gesù stesso ci mostrerà le Sue piaghe. Solo così, attraverso le Sue piaghe, potremo chinarci, senza paura, sui tanti crocifissi del nostro tempo: i poveri, i malati, i soli, gli emarginati, vedendo nelle piaghe dei nostri fratelli le piaghe stesse di Gesù, che è morto e risorto perché anche noi, tutti, risorgessimo. Scriveva don Tonino Bello:
  • Carissimi, coraggio! Irrompe la Pasqua.
    È il giorno dei macigni che rotolano via dall'imboccatura dei sepolcri.
    È il tripudio di una notizia che si temeva non potesse giungere più
    e che oggi corre di bocca in bocca, ricreando rapporti nuovi tra vecchi amici.
    È la festa di quanti si credono delusi della vita,
    ma nel cui cuore ora all'improvviso dilaga la speranza.
    Che sia anche la festa, in cui il traboccamento della comunione
    venga a lambire le sponde della nostra isola solitaria.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2011/2012

Messaggio da miriam bolfissimo » ven apr 27, 2012 7:14 am

      • Omelia del giorno 29 Aprile 2012

        IV Domenica di Pasqua (Anno B)



        Io sono il Buon Pastore
C'era un tempo - e dovrebbe essere sempre - in cui si accentuava la figura del pastore, ossia di quanti Gesù chiama a continuare la Sua presenza tra gli uomini, conferendo loro la Grazia di continuare la Sua opera della salvezza, come Lui. Ricordo che, da parroco, in Sicilia, si viveva questa giornata come la festa del parroco, buon pastore, ossia Gesù tra di noi. Era il giorno che sollecitava noi sacerdoti e pastori di anime, a chiederci se eravamo in linea con il nostro 'essere', con la nostra 'chiamata'.

Ma chi sono i pastori? Uomini che Gesù sceglie, sradica quasi da questo mondo, li afferra tutti per Sé, affidando loro i Suoi poteri. Proviamo a volte tanta confusione, conoscendo di quali poteri siamo investiti e di quanta stima e fiducia siamo circondati. Nessuno può scegliere di essere sacerdote: è Dio stesso che sceglie e chiama. Ricordo come una volta, incontrando una persona che dimostrava tutta la sua stima verso di noi sacerdoti, chiesi: 'Perché ha così tanta stima e fiducia?'. La risposta mi lasciò stupito: 'Ma voi sacerdoti siete Cristo tra di noi. Normalmente le altre persone, nei loro diversi ruoli, quando va bene, sfiorano la bellezza della santità. Voi ci mostrate Gesù, anzi, siete Gesù tra di noi!'. Questa è fede profonda!

Sono tanti gli anni che sono prima sacerdote e parroco, poi vescovo, che è davvero la più grande responsabilità verso i fedeli che ci sono affidati. Non si può essere Cristo tra la gente 'in qualche modo' o, peggio ancora, 'a mezzo servizio'. Per noi, ogni attimo della vita e ogni azione dovrebbe mostrare il Cuore di Dio. Si prova tanta gioia, ma anche confusione, quando celebrando la S. Messa, affermiamo, diventando Gesù stesso: 'Questo è il mio corpo'. Se da una parte si avverte tutta la propria povertà di uomini, dall'altra non possiamo che rallegrarci, per il dono ricevuto.

Sono gli stessi sentimenti profondi che si provano quando, con la stessa autorità di Dio, nel Sacramento della Penitenza, assolviamo i fratelli: 'lo ti assolvo dai tuoi peccati!'. Incredibile agli occhi umani, ma realtà divina che si realizza. E come è grande la responsabilità della proclamazione della Parola di Dio. Tutto in noi, sacerdoti e vescovi, è Presenza di Gesù che opera. Ma occorre anche meritare, con la testimonianza umile e seria, la fiducia dei fedeli e soprattutto sforzarsi di esprimere una illimitata bontà, che dovrebbe essere la caratteristica dominante di un 'buon pastore'. Essere 'pastori' non è un mestiere, ma un'azione di Dio in noi e con noi. Così, oggi, Gesù parla:
  • Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario, invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde: egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre e offro la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di questo ovile: anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso perché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre. (Gv. 10, 11-18)
I fedeli, giustamente, esigono che il sacerdote, che li ha in cura, sia davvero l'incarnazione di Gesù, per lo stile di vita e la fede e serietà espresse dalla sua condotta. Chiedono a noi preti e vescovi di essere coerenti per comportamento e testimonianza. La gente ci vuole vedere diversi: siamo Gesù. E del resto non possiamo prenderci gioco della fiducia che Dio ha avuto in noi, chiamandoci: una fiducia che la Chiesa ha confermato con l'ordinazione.

L'obbedienza mi ha chiesto di essere parroco in Sicilia. Una prova difficile, per tante ragioni. Il sacerdote che aveva in cura quella parrocchia si era sposato. Eravamo due sacerdoti e dovevamo ricostruire la fiducia della gente. Ci vollero due anni di paziente attesa, poi, lentamente, la gente cominciò un nuovo cammino e divenne comunità, una stupenda famiglia. Venne il momento della prova, con il terremoto del gennaio 1968. Quella notte richiese tutto il nostro amore. La comunità era spaventata e dispersa. La gente si affidò a noi e così, con la Grazia e la Forza di Dio, si potette vedere il volto meraviglioso del sacerdozio, che ha cura dei fedeli. Ricordo quei giorni e quegli anni con tanta commozione. Ancora oggi conservo lo stesso amore.

Poi venne il tempo della grande prova, quando Paolo VI mi chiese di essere vescovo di Acerra: una diocesi che mancava di un pastore da 12 anni. Dovevo rimettere in piedi una comunità che non esisteva più. Suscitando lentamente fiducia e collaborazione divenne una Diocesi ammirata, al punto che il Santo Padre, Giovanni Paolo II, scelse due miei sacerdoti per essere vescovi. Un fatto incredibile. Paolo VI, parlando ai sacerdoti, affermava:
  • Noi preti dobbiamo avere una maniera speciale, un'arte speciale di amare Cristo. E qual è? Vediamo se abbiamo cauterizzato il nostro cuore da ogni altro amore per mantenerlo esclusivamente, totalmente impegnato nell'amore di Cristo. Vediamo se siamo ancora in questa dolcezza, in questa totalità di amore a Cristo. Vediamo se lo amiamo veramente come persona viva, presente, se siamo veramente legati con tutto il cuore a nostro Signore Gesù Cristo. Tutta la nostra iniziazione sacerdotale si è svolta proprio su questo tema: 'Ti amerò con tutta l'anima. È il giorno dell'amore questo. Io sono tuo'. Abbiamo detto questo nel giorno in cui abbiamo ricevuto il sacerdozio. Lo diciamo ogni giorno. Ma possiamo oggi affermarlo con la stessa dedizione di fedeltà? Forse sì, ma di intensità?
    Deboli come siamo, forse no. Facilmente ci lasciamo andare e diventa un'abitudine. L'abitudine ci fa comodo! E le parole che prima commuovevano ed esaltavano il nostro spirito? Si fermano sulle labbra, senza entrare nel vivo della vita, abbiamo tante cose da fare, diciamo. E così ci siamo concessi più alla vita esteriore che a quella interiore. Dobbiamo essere sempre consapevole e presenti alle cose sacre e divine che si realizzano a mezzo delle nostre mani, della nostra voce. Dovremmo ricordarci che i nostri fedeli vogliono che il loro prete sia santo, sia davvero Gesù tra di noi (Paolo VI, vescovo a Milano)
Possono sembrare parole esigenti, dure, ma se ci pensiamo è proprio quello che i fedeli - Dio stesso - chiedono a noi. La comunità che ci è affidata, è composta da persone che sono consce del bisogno di avere chi le guida nel sentiero della fede. Siamo davvero buoni pastori, pronti a cercare le pecore che si smarriscono, a dare la vita per trovarle e poi fare festa?

Questa domenica ogni comunità giustamente guarda ai propri pastori, non per criticarli, ma per sostenerli nella preghiera e nella collaborazione. Siamo tutti, preti e vescovi, consapevoli delle nostre debolezze, ma sappiamo anche che i nostri fedeli ci chiedono di essere vere guide in questa vita, in cui tante volte sono circondati da mercenari che li usano per i loro interessi e non si curano del loro vero bene. Con noi cammina e ci sostiene la potenza stessa di Cristo, che ci ha scelti e chiamati. Non può venir meno la nostra fede; Lui è la nostra Guida, il nostro Maestro, il nostro unico Signore.

E dico alle mamme e ai papà: siate felici se Dio dovesse chiamare qualche vostro figlio ad essere sacerdote. È un dono immenso che vi viene offerto. Ricordo come mamma, il giorno in cui andai ad annunciarle che la Chiesa mi voleva vescovo, fosse tanto felice, al punto da esprimere la sua infinita gioia con uno schiaffetto, dicendomi: 'Ricordati di essere un buon vescovo!'. Alla mia perplessità sulla chiamata - 'Non so come farò' le dissi - serena mi riprese: 'Perché ti preoccupi? Se Dio ti ha chiamato, saprà come guidarti e sostenerti!'. E così è stato.

A me non resta che dire un grande Grazie a quanti - e sono davvero moltissimi - Dio mi ha fatto dono di incontrare o di servire. Ho sempre ricevuto tanta stima e gioia ed è giusto che oggi chieda a voi di ringraziare con me Dio, continuando a pregare perché sia sempre per tutti il 'buon pastore' che ci si attende. Grazie di cuore.



Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2011/2012

Messaggio da miriam bolfissimo » ven mag 04, 2012 7:02 am

      • Omelia del giorno 6 Maggio 2012

        V Domenica di Pasqua (Anno B)



        Maggio: il mese di Maria
Maggio, per noi cristiani, è il mese che mette al centro della nostra devozione Maria Santissima Madre di Gesù, che, sulla croce, ha voluto donarcela come nostra Mamma: un enorme dono sapere che ora abbiamo una Mamma che dal Cielo ci considera figli. Conosciamo tutti per esperienza cosa voglia dire avere una mamma che ha cura di noi!

Chi non ricorda la totale dedizione delle nostre mamme? Erano e sono tutte dedite alla cura della nostra crescita morale e fisica: stupende guide nella vita, capaci di comprendere i nostri momenti difficili ed eccezionalmente creative nel saper scoprire il come aiutarci. Siamo sempre nei loro pensieri e partecipano alle vicende della nostra vita più coinvolte che nelle loro. Se poi sono mamme davvero di Cristo, la loro vita è modellata dalla fede e la loro educazione è prima esempio che parola. Quando siamo piccoli ci accompagnano al catechismo, ci insegnano a pregare, pregando con noi. Sanno che prima di essere noi loro figli, siamo figli del Padre e vogliono farceLo conoscere. Le nostre mamme hanno e hanno avuto un ruolo essenziale nella nostra infanzia e adolescenza, seguendoci con apprensione a volte in ogni nostro passo, in ogni nostra scelta. Poi, quando diventiamo giovani e adulti, continuano ad esserci accanto con i loro disinteressati consigli, ma ancor più, sempre, con la loro testimonianza di fede e di vita.

Credo che non ci sia istante della nostra vita che loro non vivano con noi, come partecipazione discreta. Tutto di noi 'appartiene' a loro. Ricordo la mia mamma, vissuta fino a 99 anni. Mi fu vicina fino alla fine. Le ultime parole che ebbe per me, vescovo, furono: 'Mi raccomando, Antonio. Dio ti ha dato una grande responsabilità. Da vescovo, per tanti, è come fossi Gesù. Non tradirli, ma cerca di avere il cuore e la vita di Gesù, per mostrarLo in tutto'. E come se vedesse in me ancora il figlioletto troppo giovane, chiamato ad un compito superiore alle sue forze, aggiunse: 'Mi raccomando, Antonio, fa' giudizio! Ama la tua gente, sempre, con il cuore e nella vita'. E quando anch'io ebbi un momento forte di difficoltà, per combattere a viso aperto la camorra, che allora imperversava sul territorio, una domenica, all'improvviso, sentii l'urgenza di vedere mia mamma. Le feci visita. Non mi aspettava. Vedendomi intuì subito che qualcosa non andava. Non disse nulla. Dopo cena e la recita del S. Rosario, accompagnandomi in stanza, mi disse: 'Antonio, preferisco che vengano a comunicarmi che ti hanno ucciso, piuttosto che vederti fuggire. Buona notte.' La mattina dopo tornai in sede. Questa era la mamma.

Ancora di più deve essere la Mamma Celeste, Maria: 'Fate quello che Egli vi dirà" ma poi, ne sono certo, Lei può davvero seguirci passo dopo passo, partecipando alle nostre gioie, sostenendoci nelle nostre difficoltà, sempre ridonandoci, alla fine, speranza e sorriso. Un amore, il Suo, che non fa mai chiasso, tanto silenzioso quanto potente, per questo superiore ad ogni amore di mamma, per quanto forte ed intenso sia. Ricambiamolo con fiducia e dimostriamoglielo anche, magari portando con noi, come compagna delle nostre scelte, la Corona del Santo Rosario, che, recitato con il cuore e la mente, diviene una guida sicura alla conoscenza di Gesù e gioia di pregare con la Mamma.
      • RIMANETE IN ME E IO IN VOI
La gentilezza di un uomo tante volte si misura dalla profondità con cui sa tessere i rapporti con chi gli è vicino o incontra casualmente sulla strada della vita. Rapporti che, non solo diventano poi condivisione in tutto, ma costituiscono salde fondamenta su cui poggiare serenamente un'amicizia. La fiducia, che è essenziale in questo modo di stare insieme o vicino, oltre che un dono, è la forza del rapporto stesso. Invece l'inconsistenza di un uomo è nella superficialità dei suoi sentimenti. Questi possono, apparentemente, avere manifestazioni chiassose, che sono la 'recitazione' di chissà quale amore, ma di fatto sono effimeri e non vanno al di là delle parole, espressioni di facili effusioni, ma per niente consistenti per porvi la nostra fiducia.

Ci definiamo tante volte 'amici', sperando di poter 'posare il nostro capo sul petto' dell'altro, come fece l'evangelista Giovanni nell'Ultima Cena, con Gesù, ma spesso incontriamo uno spaventoso vuoto, che rivela la misura dei rapporti, la profondità dell'amicizia, che sono solo un girare attorno alla grande e necessaria realtà del vero amore. Qui, proprio qui, è uno dei grandi dolori che soffrono tanti: sentirsi soli, non abbastanza amati, mancando la profondità della fiducia e condivisione, necessaria come l'aria all'amicizia. Giovanni, l'apostolo, lui, che era stato 'il discepolo che Gesù amava tanto', scriveva alle prime comunità cristiane:
  • Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità. In questo conosceremo che siamo nella verità e davanti a Lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio, e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da Lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito. Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato. (1 Gv. 3, 18-24)
Sono parole chiare, che non dovrebbero avere bisogno di commento. Il comandamento di Dio è che ci dobbiamo voler bene, senza alcuna distinzione o eccezione, verso quanti il Signore ci fa incontrare nella vita o sulla strada. L'amore cristiano non può fermarsi alle parole: queste sono troppo facili da pronunciare e possono illuderci di avere adempiuto il comandamento della vita. Ma è anche vero che se le parole di amore che si dicono tutti i giorni - forse troppe, tenuto conto che il vero amore ama il silenzio e la gioia di donarsi senza troppo rumore - fossero vere, fossero anche solo una boccata di aria buona, avremmo un mondo senza troppe nuvole, di una serenità primaverile.

La realtà, purtroppo, è spesso diversa: sovrastati dal troppo rumore, le parole d'amore diventano vuote di verità e, soprattutto, prive di gesti concreti di amore ... ed è buio pesto! 'Dobbiamo amare con i fatti e nella verità', questo è il senso o la vera natura della vita - vero dono di Dio: amare tutti senza eccezioni e senza misura, nel silenzio della gratuità. Sono i momenti in cui si sente la grande forza, davvero dono di Dio, di aprirsi senza riserve. Sono esperienze di vita in pienezza, che non si dimenticano, perché evidenziano qual è la verità della nostra realizzazione e divengono un pungolo per continuare il cammino...

Una tappa di esso fu, nella mia vita, quando in Sicilia, nel 1968, il Belice fu colpito da un terribile terremoto, che fece piazza pulita di tanti paesi. Ricordo come quella notte, uscendo, dopo essermi salvato per caso (o Provvidenza!) con i miei confratelli, guardando la bella Chiesa Madre, divenuta un disordinato ammasso di rovine, non trovavo parole per esprimere la sofferenza e l'amarezza. Guardavo il punto dove con tanta cura avevamo ristrutturato il presbiterio e l'altare: era tutto sconnesso, un mucchio di macerie. Quello che mi svegliò da quel momento di dubbio e dolore, fu constatare che là sotto c'era il tabernacolo con le sante ostie: Dio, anche Lui, come noi, era finito sotto le macerie. Fu un lampo interiore: Dio davvero viveva con noi, partecipava della nostra vita. Con i miei confratelli riuscimmo a 'salvare' il Santissimo in una pisside. Ma come se Lui ci volesse ammonire, subito giunse un giovane, che collaborava con noi, chiedendo il nostro aiuto, perché la sua famiglia, poco lontana, era rimasta intrappolata sotto le macerie. Le nostre incertezze furono dimenticate e subito sostituite dall'amore. Rischiando tanto raggiungemmo la famiglia ferita e, da quel momento, le giornate non conobbero soste, nel cercare di dare un valore al dolore. E la sofferenza si tramutò in gioia: la gioia di Vivere per amare.

Un amore che non si inventa, ma a cui ci eravamo educati nella vita religiosa e nella condivisione con la nostra Comunità parrocchiale. Servire era il modo di amare: non si possedeva più nulla, ma vi era la grande possibilità di donare se stessi agli altri, nel nome di Gesù. Questo fu il senso vero e bello della nostra presenza. Un poco come tante mamme o papà, che nella famiglia trovano la ragione della loro felicità, donandosi ed impegnandosi per la crescita dei figli. Se togliessimo la bellezza dell'amare, la vita perderebbe ogni ragione d'essere, ogni 'gusto'. Gesù, nel Vangelo di oggi, ci insegna qual è il fondamento dell' amore vero, sincero, stabile e duraturo, che 'porta frutto': 'Rimanete in Me'.
  • Gesù disse ai suoi discepoli: 'Io sono la vera vite e il Padre è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto lo toglie e ogni tralcio che porta frutto lo pota, perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può fare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui fa molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se voi rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate frutto e diventiate miei discepoli. (Gv. 15, 1-18)
È davvero necessario il richiamo di Gesù 'a rimanere in Lui e Lui in noi'. È l'unica scuola dell'amore, che porta i suoi frutti. E Dio solo sa quanto oggi sia urgente riportare la gioia dell'amore nelle famiglie, nelle Comunità, ovunque, perché questi diventi il sorriso della vita e del mondo! Ma dobbiamo voler uscire da un nefasto individualismo, che nulla ha a che fare con la nostra vocazione profonda all'amore: amare ed essere amati. C'è tanto campo, oggi, per seminare amore: nelle famiglie, nelle comunità, ma anche in tante povertà e solitudini che vivono vicino o lontano. Non abbiamo paura di fare dono del sorriso di Dio, aprendo cuore e mani alle necessità dell'altro, chiunque sia: è la sola nostra nobiltà, come ci è confermato dalle parole sempre attuali del nostro caro Paolo VI.
  • La carità esiste. I suoi segni sono, per fortuna, dappertutto: nelle nostre istituzioni di assistenza, nelle nostre case di cura agli infermi, nelle nostre scuole, nella formazione cristiana dei fanciulli, dei giovani all'opera buona, nelle missioni; e se davvero uno spirito di carità suggerisce queste molteplici attività, Cristo vi appare, perché sono cristianesimo vissuto. E anche quando l'intenzione religiosa non fosse palese, ma palese è la bontà dell'azione, come avviene in aiuto alle popolazioni colpite dalle tremende alluvioni, non scorgiamo noi nel sentimento generoso e nel gesto fraterno di tale solidarietà uno stile, un'umanità, che ci dicono essere, almeno in queste nobilissime manifestazioni, tuttora cristiana la nostra civiltà. I «segni» lo dimostrano.
    E per noi credenti hanno poi questo di bello simili atti di generosità e di carità, che tutti li possiamo compiere con quello spirito che li trasfigura; tutti abbiamo una certa capacità di fare della nostra Chiesa, a cui abbiamo la fortuna di appartenere un segno; un segno di Cristo; di rendere così presente Cristo nel nostro tempo e nel nostro ambiente. Lo dice il Concilio: «Lo spirito di povertà e di carità è la gloria e la testimonianza della Chiesa di Cristo» (Gaudium et Spes, 88).
    A voi, figli carissimi, l'invito a moltiplicare questi segni di sovrumano valore: ne godrà l'anima che li compie; ne godrà il fratello che li riceve, ne godrà il mondo che li ammira; ne godrà la Chiesa, che si ritrova felicemente di Cristo. (9 novembre 1966)


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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2011/2012

Messaggio da miriam bolfissimo » lun mag 14, 2012 8:26 am

      • Omelia del giorno 13 Maggio 2012

        VI Domenica di Pasqua (Anno B)



        Ricordiamo Fatima
Sono davvero molti gli appuntamenti che Maria Santissima ha avuto in tante parti del mondo, a cominciare da Lourdes e Fatima. Ogni occasione era, non solo per rassicurarci sulla sua vicinanza di Mamma, a cui Gesù ci aveva affidati, ma per suggerirci, proprio come fanno le mamme, la via della salvezza.

Il 13 maggio del 1917 tre bambini pascolavano un piccolo gregge nella Cova da Iria, frazione di Fatima. Si chiamavano Lucia (10 anni) e i suoi cugini Francesco e Giacinta (9 e 7 anni). Verso mezzogiorno, dopo aver recitato il Rosario, all'improvviso videro una grande luce; pensando che si trattasse di un lampo decisero di andarsene, ma ne sopraggiunse un altro e sopra un piccolo elce videro una “Signora più splendente del sole" dalle cui mani pendeva un rosario bianco. La Signora disse ai tre bambini che era necessario pregare molto e li invitò a tornare in quel luogo per cinque mesi consecutivi, il giorno 13 e a quella stessa ora. I bambini così fecero e nei giorni 13 di giugno, luglio, settembre e ottobre la Signora tornò ad apparire e a parlare con loro. Ad agosto l'apparizione ebbe luogo il 19 nelle vicinanze di Aljustrel, perché il giorno 13 i bambini furono "sequestrati" dal sindaco. Nell'ultima apparizione, il 13 ottobre, la Signora disse di essere “la Madonna del Rosario" e chiese che venisse costruita in quel luogo una cappella in suo onore. Dopo l'apparizione tutti i presenti (circa 70.000 persone) furono testimoni del miracolo promesso ai tre bambini nei mesi di luglio e di settembre: dopo un forte temporale, smise di piovere e il sole per tre volte girò su se stesso, lanciando in tutte le direzioni raggi di luce di diversi colori. Il globo di fuoco parve staccarsi dal firmamento e precipitare sulla folla, che visse momenti di grande terrore. A dieci minuti dall'inizio del prodigio, il sole ritornò al suo stato normale e tutti si ritrovarono con gli abiti, prima fradici di pioggia, perfettamente asciutti. Più tardi, quando Lucia era già religiosa, la Madonna le apparve nuovamente (il 10 dicembre 1925, il 15 febbraio 1926 e ancora nella notte tra il 13 e il 14 giugno del 1929) chiedendo le devozioni dei primi cinque sabati del mese e la consacrazione della Russia al suo Cuore Immacolato. Il 13 maggio del 2000, il Papa Giovanni Paolo II ha solennemente beatificato i pastorelli Giacinta e Francesco. Nell'omelia, durante la Messa di beatificazione a Fatima di Giacinta il Papa ha così parlato: ‘Nella sua sollecitudine materna, la Santissima Vergine è venuta a Fatima per chiedere agli uomini di "non offendere più Dio, Nostro Signore, che è già molto offeso"’. Per questo Ella chiede ai pastorelli: "Pregate, pregate molto e fate sacrifici per i peccatori; tante anime finiscono nell'inferno perché non c'è chi preghi e si sacrifichi per loro". La piccola Giacinta ha condiviso e vissuto quest'afflizione della Madonna, offrendosi eroicamente come vittima per i peccatori. Giacinta era rimasta così colpita dalla visione dell'inferno, avvenuta nell'apparizione di luglio, che tutte le mortificazioni e penitenze le sembravano poca cosa per salvare i peccatori. Giacinta potrebbe benissimo esclamare come san Paolo: "Mi rallegro di soffrire per voi, completando in me stessa quello che manca alle tribolazioni di Cristo a vantaggio del suo Corpo, che è la Chiesa".
      • Pensieri sul Vangelo di oggi: "AMATEVI COME IO VI HO AMATI"
Diciamolo francamente. senza pudore, con la voglia di sincerità che segue il risveglio da una 'malattia', in cui ci siamo solo preoccupati di appropriarci di quello che ci piaceva, in tutto, facendo del nostro egoismo l'unica legge da seguire, per poi diventare anche giudici impietosi per gli sbagli che altri hanno potuto commettere - e la debolezza in questo senso è davvero grande! Oggi non sappiamo neanche più provare ripugnanza per tutto il male che si commette e che pare, come fango, sommergere uomini e istituzioni: rischiamo l'assuefazione e non ci rendiamo conto che è questo il vero baratro, non la crisi economica, e, soprattutto, non riflettiamo che questo malessere che ormai viviamo è il frutto di esserci considerati regola dei nostri cattivi comportamenti, ognuno al suo posto e nel suo ruolo, senza eccezioni.

Quando si era più poveri - lo ricordo nella mia infanzia - tutti vivevamo un senso di appartenenza, rispetto all'ambiente in cui si viveva. Nella nostra vita, forte era il senso dell'amicizia e la solitudine non era mai di casa. Sentivamo che non si poteva e non si può vivere senza incontrare o dare amore. Sapevamo di non essere stati creati per l'isolamento, ma eravamo educati ad una realizzazione di sé possibile solo nell'apertura a chi ci era vicino o lontano, all'Altro, al prossimo. È questa la verità profonda del nostro essere, ecco perché ci commuove e ci stimola a percorrere la stessa strada, scoprire come, ieri ed oggi, vi siano uomini e donne che, stanchi del loro 'solitario benessere', che diventa un carcere invisibile, ad un certo punto lasciano tutto e vanno dove sembra di poter dare qualcosa a chi non ha neanche un poco di affetto.

Ho in mente l'esempio di Follereau che scelse come amici carissimi i lebbrosi. La sua vita era un correre dove si trovavano ed ogni incontro diventava una festa. Il lebbroso, che poteva stringere la sua mano amica, ritrovava la gioia dell'uomo che riscopre la propria dignità, creato per amare ed essere amato. È un'esperienza di tutti scoprire, a volte, quanto sia contro natura e faccia soffrire avere anche solo la sensazione che nessuno si 'interessi' a noi.

Quando il Padre ci ha creati, ha fatto a tutti un grande dono, senza eccezioni: la capacità di amare come Lui ci ama e di essere amati. Siamo stati creati per l'Amore, ma lo dimentichiamo troppo spesso e la conseguenza è un vivere come se fossimo 'numeri', 'individui', ognuno preoccupato di raggiungere i propri obiettivi, la propria realizzazione. Non abbiamo ancora capito che non conta essere importanti, ricchi o poveri, sani o malati, giovani o anziani: quello che ci fa davvero vivere, sentire vivi, è sapere che siamo amati, amando. Amare è vita che dà vita, ed è quello che tante volte manca ai più. Questa necessità e natura del vivere amando, è confermata dalla Parola di Gesù, oggi:
  • Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore. Come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete quello che io comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone, ma vi ho chiamati amici, perché ciò che ho udito dal Padre mio, l'ho fatto conoscere a voi. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri. (Gv. 15,9-17)
È una dichiarazione stupenda, che esce dal Cuore e dalla bocca di Dio, trasmessa a noi da Lui stesso. L'Amore fa parte ormai della nostra natura e vita. Non c'è fèlicità più grande che di amare ed essere amati. E non c'è infelicità più tragica di quella di essere soli: è un non vivere, un togliere il respiro al cuore. Come sarebbe bello, oso dire da discepoli di Gesù, se tra noi vi fosse un continuo ricercare la bellezza dell'Amore, costi quello che costi, per fare tanto spazio a chi ci sta vicino.

Questo non è utopia, non è sogno, non è illusione: è l'unica ragione della nostra esistenza. Afferma la saggezza: 'Non posso vivere senza amare e non posso amare senza vivere'. È la prima ed unica vera 'regola' della nostra vita; fuori di essa vi è l'autodistruzione. È la ragione per cui scrivo a voi e che genera la gioia di chiamarvi 'amici' di tutto cuore. È la regola che san Giovanni, l'apostolo prediletto di Gesù, oggi, sulle orme del Maestro ci offre:
  • "Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore... In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati. (I Gv. 4, 7-10)


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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2011/2012

Messaggio da miriam bolfissimo » mar mag 22, 2012 7:53 am

      • Omelia del giorno 20 Maggio 2012

        Ascensione del Signore (Anno B)



        Gesù ascende al cielo dove ci attende
Leggendo il Vangelo, si ha l'impressione che Gesù non voglia lasciare i suoi apostoli, che tanto amava e che presto avrebbe inviato, dopo la Pentecoste, a fare le sue veci tra di noi, con la sua stessa potenza. D'altra parte Gesù aveva condiviso tutta la sua vita con loro, accettandone anche la debolezza, i loro dubbi, le loro contraddizioni - evidenti nel momento più tragico della sua passione e crocifissione. Li conosceva fino in fondo e li amava totalmente, pur sapendo che erano 'poveri uomini', come noi del resto, animati magari da tanta buona volontà, ma che poi, nel momento della prova, mostriamo tutta la nostra debolezza e davvero poco o nulla possiamo o sappiamo fare senza la Sua Grazia. Per Gesù, Figlio dell'Uomo, Risorto, era giunto il momento di lasciarli, ma non da soli. Avrebbe mandato il Suo Spirito, con la Pentecoste, perché potessero continuare la sua opera tra di noi, fino alla fine del mondo, trasformandoli in intrepidi Suoi Apostoli. Un cambiamento incredibile, che ci lascia esterrefatti, pur sapendo che anche per ciascuno di noi, con la Cresima, tale trasformazione consapevole dovrebbe verificarsi, poiché Dio stesso pone a nostro 'servizio' la Sua Potenza di amore misericordioso.

L'Ascensione è così accennata negli Atti degli Apostoli: "Nel mio primo libro - così inizia san Luca, riferendosi al suo Vangelo - ho già trattato, Teofilo, di tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio fino al giorno in cui, dopo avere dato istruzione agli apostoli, che si era scelto nello Spirito Santo, egli fu assunto in cielo”. (Atti Apostoli 1,1) Sappiamo che gli Apostoli erano stati scelti per essere testimoni della Resurrezione del Maestro: un Evento talmente straordinario da superare qualsiasi attesa umana, un Evento unico, che contiene ogni certezza e speranza e si pone come pilastro per ogni serenità nostra, sempre incerti sulla ragione del dono della vita, che sentiamo non può finire qui, ma deve avere uno sbocco altro ed oltre.

Che uno di noi muoia, per quanto la sua morte sia eccezionale o sia tale l'uomo stesso che muore, non è certamente un fatto da sconvolgere l'umanità, a meno che si tratti di una persona che si è talmente distinta nella vita, da diventare un punto di riferimento ed un invito ad alzare la testa, come è la vita dei Santi. Una vita come, per esempio, quella di Papa Giovanni Paolo II. Ricordo che nei giorni della sua agonia e più ancora il giorno della sua morte, l'intera umanità fu come scossa. Tutti ci sentimmo più orfani, privati di una figura che tracciava, come sanno fare solo i Santi, la vera via della Vita: un padre che dava la certezza che vi è altro, al di là dei dubbi e difficoltà che affollano la vita qui.

Ma diversa la sorte di Gesù. Lui era il Figlio di Dio: un Figlio che ha voluto liberamente, fino in fondo, 'sporcarsi le mani' nella fragilità e nella debolezza di noi, povere creature. Una fragilità che sembrò avesse letteralmente stritolato Gesù con la passione e la crocifissione. Davvero Gesù, sulla croce, era l'immagine di tante nostre impotenze e dunque quale stupore avrebbe potuto esserci? Ma poi venne annunciata la ragione di quella fine ingloriosa: l'Evento che davvero cambiava la storia dell'intera umanità e dovrebbe cambiare la nostra stessa esistenza, la Sua e nostra Resurrezione.

Ecco allora che davvero possiamo lasciarci pervadere, dopo il dubbio e l'incredulità, dalla meraviglia, dallo stupore, dalla fiducia e dalla gioia. Lo stesso cammino che, dopo la Resurrezione, per 40 giorni, gli Apostoli compiono con Gesù, che si concede loro, per accompagnarli alla comunione piena con Lui. Sono giorni in cui è evidente che Egli voglia mostrare loro, ed a noi, che la vita ha sì una fase di passaggio su questa terra, come fu per Lui, con momenti di gioia e profondi momenti di dolore, ma tutto per aprire la porta al divino, a cui siamo chiamati, per sempre. Noi, purtroppo, siamo troppo abituati a fermarci al 'ritaglio di vita' quaggiù, e poche volte ci fermiamo a contemplare il nostro vero destino, alzando gli occhi al Cielo, che si stende all'infinito, come due braccia aperte, che attendono di accoglierci, e, non sapendo 'vedere i cieli aperti' ci lasciamo confondere dal buio senza futuro di questa nostra misera terra.

Questo bisogno di Cielo è il forte desiderio che sento ogni volta mi reco a Lourdes, al momento serale della processione con le candele. Si vive davvero l'impressione di una moltitudine che aspira ad ascendere al Cielo, che avverte nel profondo del proprio essere, come la vera Patria da abitare per sempre, in una gioia senza fine, senza più le fatiche di qui, sia proprio il Cielo. È il mandato che Gesù lascia ai Suoi e quindi a tutti noi:
  • In quel tempo Gesù apparve agli Undici e disse loro: 'Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e se berranno qualche veleno non recherà loro alcun danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno. Il Signore, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme a loro e confermava la parola con i prodigi che l'accompagnavano. (Mc, 16, 15-20)
È il mandato che la Chiesa dà a vescovi, sacerdoti, religiosi e ad ogni uomo o donna che è di Cristo, perché risvegliamo la sonnolenza di tanti che vivono qui, senza neppure sapere dove vanno e scegliendo a volte sentieri che portano da nessuna parte. Ma mi chiedo: si può vivere serenamente senza la nostalgia del Cielo e di una vita senza fine vicino a Dio? Che senso può avere una vita che ponga la sua attenzione solo in questa esperienza quaggiù, senza un futuro oltre?

La solennità dell'Ascensione dovrebbe scuoterci tutti sul vero senso che Dio ha 'sognato' per la nostra vita, ossia un breve 'soggiorno' quaggiù, in attesa vigile ed amorosa dello Sposo - come le 'vergini prudenti' del Vangelo, con la lampada accesa della fede e non come 'le stolte' che si fanno trovare impreparate al Suo arrivo e sentono da Lui pronunciare le terribili parole: 'Non vi conosco '. Vivere attendendo il giorno del nostro ritorno al Padre è la vera saggezza, la conferma della nostra fede, la vera realizzazione della nostra esistenza. Scriveva Paolo VI:
  • Viviamo della speranza di Gesù che, salendo al Cielo, ci ha dischiuso nell'anima. Essa ci darà miglior senso di questa vita presente, essa ci libererà dall'incombente ossessione del materialismo organizzato, opprimente castigo a se stesso!
    Ci inviterà a sopportare i dolori del nostro viaggio terreno e infonderà premura e amore per beneficare i nostri simili!
    Ci conserverà nella libertà dello spirito che l'orizzonte puramente temporale tenta di restringere e soffocare.
    Ci farà solerti a rinnovare anche in questo orizzonte della vita le tracce dell'eterna Luce e a fare risaltare la bellezza e la dignità nascosta.
    Ci ammonirà, finalmente, a considerare questo nostro soggiorno terreno come una veglia laboriosa e amorosa, sostenuta dalla preghiera, che vince il sonno della materia e della morte, in attesa dell'incontro e del ritorno di Lui, Gesù, che è la nostra Pace e la nostra Vita. (maggio 1958)


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Messaggio da miriam bolfissimo » ven mag 25, 2012 9:05 am

      • Omelia del giorno 27 Maggio 2012

        Pentecoste (Anno B)



        Lo Spirito Santo scende in noi
È necessario riaccendere il Fuoco dell'Amore. C'è un passo di estrema importanza per la nostra vita cristiana, nella lettera di san Paolo, che scrive ai cristiani di Corinto: "Fratelli, nessuno può dire 'Gesù è il mio Signore' se non sotto l'azione dello Spirito Santo". (I Cor. 12, 3) e, nella stessa lettera, subito fa seguire l'elenco dei doni, i carismi, che altro non sono che la potenza dello Spirito nella vita di ciascuno: "Ad ognuno, afferma Paolo, è data una manifestazione particolare dello Spirito, per l'utilità comune e in realtà tutti noi siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo Corpo e ci siamo abbeverati ad un solo Spirito".

Se guardiamo, con sguardo contemplativo, alla vita di tanti nostri fratelli e sorelle, di ogni tempo, non possiamo non notare l'incredibile diversità di carismi: ognuno di essi ha saputo esplicitare un dono speciale dello Spirito e tutti insieme creano una sinfonia unica e completa, permettendo a Cristo di continuare la Sua 'incarnazione' nella storia: una varietà che distingue la fede e la vita cristiana di ciascuno, ma creando un unico meraviglioso arcobaleno. Davvero, come siamo irripetibili nel fisico, così lo siamo nei carismi o capacità. È incredibile come lo Spirito si adegua o 'si serve' di ciascuno di noi per manifestare i Suoi doni a tutta l'umanità. Basterebbe per un attimo pensare ai tanti grandi santi, così simili nell'amore a Dio e ai fratelli eppure così diversi nel loro sentire e operare: l'azione ferma e dolce di S. Francesco di Sales o il lavoro intriso di preghiera di san Benedetto, la profondità di Paolo VI o la missionarietà di Giovanni Paolo II, santa Teresa d'Avila, la grande riformatrice, o santa Teresina del Bambino Gesù, la piccola anima, e l'elenco è infinito. Come basterebbe pensare per un attimo alle tante congregazioni religiose o movimenti laicali: nessuno è uguale all'altro ed ognuno ha il suo proprio carisma, cioè una peculiare manifestazione dell'unico Spirito.

Ma, soprattutto, è stupore e meraviglia, diventare consapevoli di come ognuno, vivendo dove Dio lo pone, seguendo la chiamata alla santità, in ogni forma di vita, manifesta la sua appartenenza a Cristo nella 'diversità' di santità: davvero l'universo dei credenti non è una massa uniforme, ma un firmamento, con miriadi di stelle, ognuna rilucente di luce diversa, ma tutte che cantano la stessa Gloria di Dio: nella diversità, unico è il concerto di lode che la Chiesa, Corpo di Cristo, eleva al Padre nello Spirito. E l'inizio di questo 'canto vitale' della Chiesa è proprio il giorno di Pentecoste. Così lo raccontano gli Atti degli Apostoli:
  • Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all'improvviso un rombo dal cielo come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano gli Apostoli. Apparvero loro lingue di fuoco che si dividevano e si posavano su ciascuno di loro ed essi furono pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito Santo dava loro di potere esprimersi. Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua. Erano stupefatti e fuori di sé per lo stupore e dicevano: 'Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E come mai li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamiti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfilia, dell'Egitto e della Libia, vicino a Curne, stranieri di Roma, Ebrei e proseliti Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio. (At. 2, 1-11)
Solo un miracolo poteva cambiare il cuore degli apostoli. Essi, pur avendo visto Gesù risorto e la sua gloriosa ascensione al cielo, continuavano ad avere paura e si sentivano incapaci di compiere quanto il Maestro aveva loro chiesto. Il miracolo avviene con l'effusione dello Spirito, confermando le promesse di Gesù, e il loro cuore è trasformato in profondità. È l'inizio di quella Chiesa che, dopo oltre duemila anni, continua la Sua azione ai nostri giorni. Lo possiamo quasi toccare con mano, se viviamo una fede attiva, che consente di vedere le opere di Dio. Quante volte, nel corso dei secoli, come oggi, si è manifestata l'azione dello Spirito nella vita di tanti fratelli e sorelle, dei quali si poteva dire: 'E' davvero ispirato, dice parole e compie opere che sfuggono alla nostra natura debole.'

Pensiamo al coraggio incredibile dei martiri - quanti anche oggi in tante parti del mondo offrono la vita per la difesa della propria fede cristiana! - che andavano incontro alla morte con il volto di chi non conosce paura, al punto da lasciare attoniti gli stessi carnefici. Ma non occorre pensare solo ai martiri. È sufficiente la testimonianza quotidiana di tanti cristiani, fratelli che ci vivono accanto; forse noi stessi ci siamo stupiti a volte nel trovare parole 'ispirate', senza neppure saperci spiegare come avessimo potuto esprimerle. Tutti, credo, ne abbiamo fatto esperienza. Forse diamo davvero troppa poca importanza allo Spirito Santo, che è venuto tra noi e in ciascuno di noi, il giorno della Santa Cresima, e nella fedeltà, che è divina, continua ad operare in noi ed attraverso di noi, nonostante le nostre incoerenze, distrazioni e povertà. Purtroppo tante volte ci si accosta a questo grande Sacramento, con una preparazione insufficiente, più preoccupati della festa esteriore che consapevoli del grande Dono che si riceve.

Ho tentato, come parroco e come vescovo, di cercare le strade per rendere più matura e viva tale consapevolezza, ma quando poi i cresimandi arrivano impreparati, diventa davvero difficile fare della Santa Cresima il punto di partenza di una vita veramente cristiana. Occorre educare alla vita come cammino spirituale sin dai primi passi, nella famiglia, poiché la vita di fede, per crescere, esige una continua educazione. Solo così il giorno della nostra Cresima può davvero diventare una consapevolezza piena di essere noi stessi 'tempio dello Spirito", l'Ospite divino che attende solo il nostro sì per manifestare la Sua Presenza.

Facciamo dunque memoria dei momenti fondamentali in cui lo Spirito è sceso su di noi, poiché è già venuto, anche se forse a causa della nostra povertà lo abbiamo di fatto ignorato, come fosse il grande Assente, impedendoGli così di realizzare nella nostra vita 'le meraviglie di Dio'. Il giorno del nostro battesimo il celebrante ci ha segnato la fronte con l'Olio santo, segno della prima venuta in noi dello Spirito Santo. Quando ormai eravamo in grado di dire un sì libero a Dio e quindi capaci di conformarci a Cristo nella Sua Chiesa, con la Cresima, il vescovo ha steso la sua mano sul nostro capo, invocando lo Spirito Santo, e ha unto la nostra fronte come segno di appartenenza e consacrazione a Dio.

Si è realizzata una 'nuova creazione " poiché lo Spirito Santo è l'Amore in persona! È Lui che ci abilita ad amare. In forza dello Spirito Santo le caratteristiche tipiche del modo di amare di Gesù diventano anche nostre ed una nuova energia ci pervade. Come dichiara san Paolo: "Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé ... perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito". (Gal. 5, 24-25)

Rafforziamo dunque la nostra fede, la nostra speranza, la carità. Lo Spirito compie miracoli che non siamo neppure in grado di pensare: dobbiamo solo fidarci di Lui e lasciargli spazio nella nostra vita, affinché possa manifestarsi. Questo solo desidera e, quindi, con il cuore, invochiamoLo:
  • Vieni, Santo Spirito, manda a noi dal cielo, un raggio della tua luce.
    Vieni, Padre dei poveri, vieni Datore dei doni, vieni Luce dei cuori.
    Consolatore perfetto, Ospite dolce dell'anima, dolcissimo Sollievo.

    Nella fatica, riposo; nella calura, riparo; nel pianto, conforto.
    O Luce beatissima, invadi nell'intimo, il cuore dei tuoi fedeli.
    Senza la tua Forza, nulla è nell'uomo, nulla senza colpa.

    Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina.
    Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato.
    Dona ai tuoi fedeli, che solo in Te confidano, i tuoi santi doni.
    Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna.


Antonio Riboldi – Vescovo –

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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2011/2012

Messaggio da miriam bolfissimo » gio mag 31, 2012 10:57 am

      • Omelia del giorno 3 Giugno 2012

        Santissima Trinità (Anno B)



        Solennità della Santissima TRINITÀ
Mi ha sempre fatto impressione visitare gli orfanotrofi o incontrare bambini che non hanno conosciuto i genitori o hanno dovuto lasciare mamma o papà... e sono tanti oggi, causa il male delle separazioni e del divorzio. Bambini che vanno e vengono, come pacchi postali, un tempo con mamma, un tempo con papà e, magari relativi compagni. Ricordo di aver incontrato in aereo, alcuni anni fa, un bambino. Era seduto vicino a me e, quando gli chiesi come mai era in viaggio da solo, mi rispose: 'Papà e mamma si sono divisi e io vado un po' con l'uno e un po' con l'altro; ogni volta, sia l'uno che l'altro mi coccolano e mi danno soldi ... così posso sfruttarli'. Ma poi si mise a piangere: 'Dico sempre che non m'importa, ma è brutto, forse sarebbe meglio che non ci fossi!' Parole dure, ma che esprimono tragicamente che cosa vuol dire essere figli senza fissa dimora. Ed improvvisamente mi chiese: 'Tu li hai avuti mamma e papà? Sempre?'.

Per grazia di Dio ho avuto dei genitori che sono stati la base della mia formazione umana e spirituale, colonne sicure di riferimento in tutte le mie scelte. In generale non è così per coloro che sono stati privati di una presenza così significativa per la loro crescita. L'esperienza conferma che, facendoci loro vicini e offrendo loro un minimo di tenerezza o di attenzione, si affezionano subito, si 'attaccano' - ed è naturale - come a cercare di riappropriarsi di un aspetto importante della vita, perché non avere mamma e papà o vederli divisi, li fa sentire incompleti, diversi: una diversità o incompletezza che segna profondamente il loro modo di vivere ed agire.

Ricordo un'altra situazione, in cui fui preso alla sprovvista dalla domanda di un bambino: 'Come è un papà?'. Mi fissava negli occhi, come a cercare nel profondo dello sguardo una risposta, che intuiva, ma le labbra non sapevano esprimere. Avendo avuto una famiglia unita, educatrice e maestra di vita, mi sentii a disagio e non risposi subito. Quel piccolo capì e mi chiese a bruciapelo, forse notando la mia espressione di tenerezza verso di lui: 'Tu saresti contento di essere il mio papà?'. 'Con tutto il cuore' fu la risposta, che fece brillare un sorriso grande, come una luce dopo il buio. Quel bambino mi venne a trovare tante volte e sempre, con il sorriso, mi chiamava 'papà'. Oggi solennità della SS. Trinità, l'apostolo Paolo così scrive:
  • Fratelli, tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito di schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo 'Abbà! Padre!' Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. e se siamo figli siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze, per partecipare alla sua gloria. (Romani 8, 14-17)
E, dalla prima lettura, così "Mosé parlò al popolo dicendo:
  • Interroga pur i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l'uomo sulla terra e da un'estremità all'altra dei cieli, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l'hai udita tu, e che rimanesse vivo? ... Sappi dunque oggi e medita bene nel tuo cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra: non ve n'è altro. Osserva dunque le sue leggi e i suoi comandi che oggi ti do, perché sia felice tu e i tuoi figli dopo di te e perché tu resti a lungo nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà per sempre. (Dt 4,32-34)
Viene spontaneo chiederci: Qual è la ragione per cui Dio ha tanto interesse per le sue creature, per noi, per ciascuno di noi? Che abbiamo di tanto prezioso da meritarci tanto amore, che non ha confini e chiede solo di essere riamato? La ragione è proprio nel nostre essere Sue creature, a cui Dio - a differenza di tutti gli altri esseri viventi - ha voluto fare dono della Sua stessa Vita, rendendoci, per natura, Suoi figli. E tra padre e figlio si condivide tutto: siamo eredi della Sua pienezza e felicità.

Basterebbe riflettere sulla parabola del figlio prodigo, per divenire consapevoli di tutta la cura che il Signore ha verso di noi e di quanto ci ha donato e continua a donarci ogni giorno della vita, nonostante tutto. E ci si sente commossi al pensiero di quanto ha deciso, per Amore e nell' Amore, per riaverci figli con Lui, per sempre: ha mandato Suo Figlio, il Verbo di Dio, Gesù, tra di noi, come uno di noi, a indicarci con la vita e con la parola Chi è il nostro Dio, un Padre misericordioso, e come vivere per raggiungerLo in Cielo. Non solo, ma per abbattere il muro che ci separava da Lui, il Figlio ha donato Se stesso fino alla morte in croce, per renderci partecipi della Sua resurrezione, nello Spirito. Nel Battesimo noi rinasciamo come figli.

Solo un Dio che ci ama all'infinito, poiché è Egli stesso l'Amore. poteva donarci Tutto se stesso. Siamo figli del Padre celeste, fratelli adottivi di Gesù, guidati dallo Spirito, che abita in noi, per diventare coeredi dei beni eterni. Se solo ci fermassimo un solo attimo, con fede, a contemplare l'Amore Trinitario che ci avvolge, la nostra vita non potrebbe restare la stessa: un senso di pienezza e di gioia, di commozione e forza ci invaderebbe. Il Padre continua attraverso un numero infinito di 'segni' ad indicarci la via per arrivare a Lui. È pronto a cancellare i nostri peccati nel sacramento della Penitenza, se trova in noi uno spirito di conversione e riconciliazione: ci purifica e'ricrea' ogni volta, per poter continuare nel cammino di santità verso di Lui. Quante volte ci perdona! 'Non sette volte, ma settanta volte sette!' ha detto Gesù.

Il Figlio, Gesù, addirittura sceglie di stare con noi nell'Eucarestia, Pane di vita, per nutrirci e sostenerci nelle fatiche: troppo spesso accostato con poca fede e troppo spesso solo nel tabernacolo, senza poter dialogare con noi, che purtroppo non troviamo tempo per Lui. E perché noi possiamo non sentirci mai soli, con la Cresima ci ha donato il Suo stesso Spirito, che è forza e consolazione, Presenza sempre viva ed efficace, Guida sicura se solo Lo invochiamo: non solo ci suggerisce quello che dobbiamo fare, ma, ispirandoci, ci dona la forza per realizzarlo. Insomma, un Dio, Uno e Trino, che ci è vicino continuamente, mettendo a nostra disposizione tutto Se stesso, che è 1'Amore fedele ed eterno.

Per questo oggi abbiamo più di una ragione per fare festa, sapendo che non siamo mai soli, non siamo 'orfani': solo che lo vogliamo e desideriamo Dio ci fa sentire l'amore infinito che ha per noi, poiché siamo davvero, Suoi figli, ora e per sempre, e Lui ha cura di ciascuno di noi, fino al giorno in cui parteciperemo definitivamente della Sua Vita, che è Amore. "A tanti cristiani - diceva Paolo VI - forse a noi stessi, è rivolto un interrogativo che sa di rimprovero, perché la nostra vita spirituale non è un soliloquio, una chiusura dell'anima in se stessa, ma un dialogo, una ineffabile conversazione, una Presenza di Dio da non ricercare più nel Cielo, né fuori, né solo nelle chiese, ma in se stessi. Quanta gioia! Quanta energia! Quanta speranza si sprigiona dall'abbandonarsi a questo abbraccio interiore di Dio alle anime devote, veramente fedeli!".

Non resta che riscoprire la nostra vocazione e grandezza di figli di Dio e viverla, non solo, ma donarla a chi ci è vicino. Nel mondo di oggi se ne ha tanto bisogno, perché, forse per ignoranza, gli uomini si sentono orfani e non sanno a chi rivolgersi per dare alla vita quella gioia che solo in Dio può essere trovata e completa: un Dio Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, tutto proteso verso la Sua creatura, a cui desideri solo donare Se stesso, l'Amore. Ascoltiamo, con la mente e il cuore, nella fede attiva, le parole di Gesù, oggi, confidando totalmente in Lui, che, se solo ci abbandoniamo, potrà operare in modo straordinario attraverso di noi, per il bene nostro e dei fratelli:
  • Mi è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. ANDATE dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato.
    Ecco, Io SONO CON VOI TUTTI I GIORNI, FINO ALLA FINE DEL MONDO. (Mt. 18, 16-20)


Antonio Riboldi – Vescovo –

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miriam bolfissimo
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Omelie di Monsignor Riboldi - Anno Liturgico 2011/2012

Messaggio da miriam bolfissimo » gio giu 07, 2012 9:08 am

      • Omelia del giorno 10 Giugno 2012

        Santissimo Corpo e Sangue di Cristo (Anno B)



        Solennità del CORPUS DOMINI
Dobbiamo prendere atto che la Solennità del Corpus Domini, un tempo celebrata anche con uno splendido apparato esterno, oggi, per varie ragioni, è vissuta in tono minore, almeno in molte comunità. Si adducono motivi di ordine pubblico, come il traffico da limitare, o altri più o meno validi, ma di fatto si mette in secondo piano la bellezza di vedere ed onorare Gesù che 'passa' per le nostre strade, e viene annullata la possibilità di manifestare pienamente il nostro grande Grazie al nostro Dio, rimasto tra di noi. Era commovente - per chi crede, naturalmente - e lo è ancora oggi nei pochi luoghi dove accade, vedere passare Gesù nelle vie delle nostre città o paesi, quasi a voler visitare di persona i luoghi dove scorre la nostra vita quotidiana. Era ed è un modo - che ci colma di pace - per mostrare all'Amico Gesù dove viviamo, soffriamo o gioiamo. Di fronte ad alcune resistenze, mi diceva un giorno un vigile, quasi a scusarsi e scusare: 'Che vuole? La gente sopporta malvolentieri quello che viene percepito come un disturbo. Abbiamo tutti sempre tanta fretta e vorremmo che le nostre strade fossero sempre libere!' Salvo poi bloccare il traffico - risposi - per aprire lo spazio al passaggio di una qualche celebrità, che così può esibire la sua importanza, suscitando ammirazione o invidia, e niente altro. Ben diverso dal passaggio per le nostre strade di Gesù-Eucaristia, che davvero dà la percezione viva, per chi crede, di Dio che passa per le nostre strade e respira le nostre ansie.

É una fotografia del nostro tempo che non meriterebbe alcuna attenzione se sotto non contenesse una tremenda verità: il popolo cristiano ha scordato o appannato il meraviglioso, sublime dono che Dio fa di Sé a ciascuno di noi, con il sacramento dell' Eucarestia, facendosi non solo Amico della nostra vita, ma accompagnandoci 'concretamente' in ogni nostro passo, se solo Lo accogliamo. Dio poteva mai farci dono più grande del Dono di Sé, nell'Eucarestia?

Ogni volta che nella celebrazione della Santa Messa, noi sacerdoti, con l'autorità donataci, proclamiamo le parole della Consacrazione, realizziamo il più grande miracolo, che solo la mente di un Dio Amore poteva pensare: Dio che ci dona il Suo Corpo e il Suo Sangue come nutrimento. Difficile esprimere quello che si prova, almeno per noi sacerdoti, quando pronunciamo, come fossimo Lui stesso: "Prendete e mangiate, questo è il mio corpo. Prendete e bevete questo è il calice del mio sangue. Ogni volta farete questo, fatelo in memoria di Me". Stupore, meraviglia, confusione, a volte viene spontanea la preghiera: “Signore. aumenta la mia fede!” tanto è grande il Mistero. Sentimenti ed emozioni che proviamo anche quando doniamo Gesù-Eucarestia ai fedeli.

Ho visto sacerdoti, consci dell'immensità del dono, che al momento della Consacrazione elevavano al Cielo l'Ostia o il Calice, quasi fermandosi stupiti davanti a tale miracoloso Mistero, e fedeli, davvero santi, che al momento della Consacrazione o nel ricevere l'Eucarestia, assumevano un aspetto estatico, di una tale gioia da non poterla descrivere: credenti che vivono l'Eucarestia come momento di Paradiso, consapevoli che è immenso il Dono che Dio ci fa. E vengono in mente le parole di Gesù: "Io sono il pane della vita. chi mangia di Me vivrà di Me". Una verità non sempre compresa, come avvenne il giorno in cui per la prima volta Gesù parlò dell'Eucarestia. Narra il Vangelo che tanta gente, non riuscendo a capire, forse credendola una follia, perse la fiducia in Gesù e se ne andò. Non lo seguirono più. Gesù provò una grande amarezza, al punto che disse ai Suoi: "Ve ne volete andare anche voi?". Fu una manifestazione di fede e fiducia quella di Pietro: "Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”.

Come spiegare allora il comportamento di tanti fratelli e sorelle che vedono la Santa Messa come un 'obbligo' e la Santa Comunione come qualcosa 'di cui si può fare a meno"; non importante? Basta constatare la frequenza molto bassa alla Messa festiva e che dire di quelli che considerano 'una esagerazione comunicarsi ogni giorno'? Ho avuto la grazia di nascere in una famiglia in cui l'Eucarestia era il punto di forza; mamma, nonostante i tanti figli, la povertà, fin da giovane, ogni mattina, si recava a cibarsi dell'Eucarestia. A volte con grande sacrificio, ma che senso avrebbe la mia vita, l'essere vostra mamma ¬affermava spesso - se non avessi cura di nutrirmi di Gesù ogni giorno. Lui e solo Lui è la ragione della mia vita e il sostegno al mio amore per voi'. Morì a 99 anni, ma fino alla fine chiese di poter ricevere l'Eucarestia. Direi che è passata a Dio con Gesù nel cuore e in bocca.

Quanti fratelli ho conosciuto che non lasciavano passare un giorno senza Lui, il Pane della Vita, che li confermava nell'unico vero significato della vita, sostenendo li nel cammino, a volte davvero difficile, dell' esistenza. Ricordiamo sempre il grande Dono che Gesù ci ha fatto nell'Ultima Cena, per rassicurare gli Apostoli - e noi - che Lui non ci abbandona mai, è 'con noi fìno alla fìne dei tempi' nell'Eucarestia. Racconta l'evangelista Marco:
  • Gesù, mentre mangiavano, prese il pane e, pronunciata la benedizione, lo spezzò, lo diede loro dicendo: 'Prendete questo è il mio corpo'. Poi prese il calice, rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti, e disse: 'Questo è il calice del mio sangue, della nuova alleanza, versato per molti. In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vita fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel Regno di Dio. (Mc. 14,22-26)
Tante volte mi chiedo la ragione della scarsa devozione all'Eucarestia. Nella notte del 1968, un terribile terremoto, a Santa Ninfa, nel Belice, distrusse tutto, compresa la Chiesa Madre. Guardavo all'altare rovinato e come sbriciolato sotto le macerie. Il mio pensiero era che fine avesse fatto il tabernacolo e la pisside, che conteneva Gesù, nelle Ostie consacrate. Con i miei confratelli, nonostante il pericolo, cercammo di individuare il luogo dove era sepolta la pisside. Facendoci coraggio, nel buio, con una torcia, passando sulle macerie, finalmente la trovammo. Era finita sotto una grande pietra. Con fatica ed attenzione riuscimmo ad estrarla. Era stata schiacciata dal peso ed estraendo le Ostie, notammo che anch'esse si erano come sbriciolate. Lo percepii come un messaggio di Gesù, che ci diceva che Lui non ci aveva lasciati soli, ma partecipava alla nostra sofferenza: incredibile Amore! Quello stesso anno, il giorno della Solennità del Corpus Domini, nel 1968, Paolo VI affermava:
  • Che cosa vuol dire il rito insolito e solenne che stiamo vivendo nella processione del Corpus Domini? Noi togliamo dal segreto silenzio dei nostri tabernacoli Dio, per dire anche ai fedeli credenti, che possono accedere al grande Sacramento dell'Eucarestia, di scuotere certa nostra abituale consuetudine davanti al fatto dell'Eucarestia. Misterioso fin che si vuole, ma reale, vicino, presente, urgente, per un nostro più cordiale incontro con quel Gesù che mediante questo sacramento si dona, diventa in noi vita nuova.
Per uno che veramente crede a questo immenso Amore, che vuole partecipare realmente alla nostra vita, l'Eucarestia è il grande fulcro della sua vita interiore. Ma saremo ancora capaci, davanti a tanta indifferenza da cui siamo circondati, di abbattere il muro che ci tiene lontani dal Dono che Dio ci fa nell'Eucarestia? Facciamo nostro il canto della Chiesa, oggi:
  • Ecco il Pane degli Angeli, Pane dei pellegrini, vero Pane dei figli!
    Non deve essere gettato.
    Buon Pastore, Pane vero, o Gesù, pietà di noi!
    Nutrici e difendici.
    Portaci ai beni eterni nella terra dei viventi.
    Tu che tutto sai e puoi, che ci unisci sulla terra, conduci i tuoi fratelli alla tavola del Cielo, nella gioia dei tuoi Santi.


Antonio Riboldi – Vescovo –

Internet: www.vescovoriboldi.it

E-mail: riboldi@tin.it
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