La meravigliosa storia del Rosario

Come si recita il Santo Rosario, la sua storia e i suoi benefici

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La meravigliosa storia del Rosario

Messaggio da Redazione » ven giu 10, 2005 12:16 pm

Da dove viene il Rosario, ancora oggi la preghiera preferita da centinaia di milioni di cattolici in tutto il mondo? Anne Winston-Allen, docente di germanistica alla Southern Illinois University, negli Stati Uniti d'America, fa il punto sulla questione - per la verità non poco controversa - in un volume pubblicato dalla Pennsylvania State University Press: Stories of the Rose. The Making of the Rosary in the Middile Ages, "Storie della rosa. La formazione del rosario nel medioevo" [1]. Riccamente illustrato, il libro non propone ipotesi rivoluzionarie. Ha tuttavia il merito di mettere a disposizione del pubblico i risultati di ricerche comparse spesso solo su riviste specializzate - dalla Germania agli Stati Uniti d'America e all'Italia -, non sempre facilmente accessibili.

Molte delle controversie storiografiche derivano dalla definizione stessa del temine "Rosario". Per alcuni si tratta semplicemente di una sequenza di Ave Maria, o comunque di preghiere cristiane ripetute per un numero definito di volte. La storiografia tradizionale riteneva che questo tipo di sequenze fosse di origine orientale. Da una radice indiana shivaita il mondo islamico aveva tratto l'abitudine di recitare in sequenza reiterata i novantanove nomi di Allah, servendosi di apposite catenelle di novantanove semi; un analogo sviluppo nel mondo buddhista, sempre derivato da una radice induista e con possibili influenze mussulmane, era stato fatto conoscere all'Europa da Marco Polo. I crociati - secondo questa ipotesi storiografica - avrebbero importato in Occidente e adattato alla preghiera cristiana una pratica di origine orientale. Oggi tuttavia ipotesi formulate alla fine del secolo scorso dallo specialista tedesco Thomas Esser [2] hanno trovato ampie conferme, e nessuno studioso dubita dell'esistenza di stringhe o di cordicelle utilizzate per la preghiera reiterata nel mondo cristiano fin dai tempi dei Padri del Deserto, nei secoli III e IV dopo Cristo, ben prima delle crociate. Catenelle che si avvicinano già ai nostri rosari sono appartenute a Gertrude, figlia di Pipino I di Francia, morta nel 659, e a Lady Godiva di Coventry, morta nel 1041. L'uso di strumenti per tenere il conto di preghiere ripetute e così più antico della stessa Ave Maria, le quali origini risalgono al settimo secolo ma che si afferma nella forma attuale soltanto intorno all'anno Mille. Sembra che gli strumenti fossero inizialmente utilizzati per ripetere un certo numero di volte il Padre Nostro, da cui il nome di paternoster attribuito a un antenato dei nostri rosari. Cesario di Heistebach (1180-1240) loda le virtù di una matrona che aveva l'abitudine di recitare regolarmente cinquanta Ave Maria, e storie simili diventano relativamente comuni fra i secoli XII e XIII. I laici usano corone o rosari - zaplet in tedesco e hoedekins in fiammingo - da cinquanta, cento o centocinquanta Ave Maria; i religiosi e le religiose vanno anche molto oltre, come le domenicane del convento di Unterlinden, a Colmar, in Germania, che nel secolo XIII s'impegnavano a recitare mille Ave Maria al giorno e duemila nei giorni di festa. Non vi è dubbio, pertanto, che la pratica di recitare più volte la stessa preghiera servendosi di appositi strumenti sia di origine molto antica nel mondo cristiano, prescinda da derivazioni islamiche e sia stata applicata all'Ave Maria a partire almeno dal dodicesimo secolo.

Per altri autori - ed è questa la terminologia preferita dalla stessa Anne Winston-Allen - perché si possa propriamente parlare di Rosario non è sufficiente la semplice reiterazione della stessa preghiera. Specifico del Rosario è in fatti l'abbinamento simultaneo di una sequenza di Ave Maria e di una serie di meditazioni sulla vita di Gesù Cristo e della Vergine. A partire almeno dalla storia del Rosario pubblicata don Franz M. Willam nel 1948 [3], gli storici ripetono che il Rosario rappresenta un'evoluzione dei salteri della Beata Vergine Maria, dove venivano ripetuti dapprima centocinquanta salmi con antifone cristologiche e mariane, poi solo le antifone o le antifone accompagnate da un Padre Nostro o da un'Ave Maria. Anne Winston-Allen osserva tuttavia che queste teorie non spiegano come si sia passati alle vere e proprie meditazioni sulla storia della salvezza, assenti nei salteri. A questo proposito tre teorie hanno dominato la ricerca storica. Una versione tradizionale, diffusa nel mondo cattolico sino alla fine del secolo XIX, attribuiva la nascita del Rosario meditato a san Domenico (1170-1221).Per circa un secolo, dagli anni 1880 al 1977, gli storici hanno seguito Thomas Esser secondo cui l'attribuzione tradizionale a san Domenico è il risultato di una confusione con un altro Domenico, un certosino di Treviri chiamato Domenico di Prussia (1384-1460), vissuto due secoli dopo il fondatore dei domenicani e che sarebbe il vero "inventore" del Rosario. Nel 1977, tuttavia, Andreas Heinz [4] ha scoperto un manoscritto con un Rosario meditato precedente di oltre cento anni rispetto a quello di Domenico di Prussia - e apparentemente ignoto a quest'ultimo, nonostante la prossimità geografica -, recitato dalle suore cistercensi di San Tommaso sulla Kyll, a una quarantina di chilometri da Treviri, intorno al 1300. Ma non è neppure sicuro - osserva l'autrice americana - che il documento scoperto da Andreas Heinz sia davvero il primo Rosario - meditato - in assoluto. Oggi si vanno diffondendo presso gli storici teorie di un terzo tipo, secondo cui il passaggio dai salteri della Beata Vergine Maria al Rosario meditato è un processo dinamico e graduale, a coronamento del quale Domenico di Prussia mantiene un ruolo fondamentale per la diffusione popolare della devozione. La versione del Rosario di Domenico di Prussia era piuttosto diversa da quella che conosciamo oggi. Comprendeva cinquanta meditazioni, una per ogni Ave Maria.

Per i fedeli più semplici era ancora troppo difficile. Il domenicano Alano della Rupe (1428-1475) - un grande divulgatore della devozione, fondatore a Douai, in Francia, nel 1470 della prima confraternita del Salterio della Gloriosa Vergine Maria - obiettava che cinquanta Ave Maria erano troppo poche - ne chiedeva almeno centocinquanta -, e non amava il nome "Rosario", adottato invece - ma non inventato- dal certosino tedesco, colpevole di ricordare troppo la letteratura mondana che associava la rosa dell'amore profano. Alla fine tuttavia, osserva Anne Winston-Allen, i fedeli assicuravano il successo sia del nome "Rosario" sia di modelli non più complicati, ma più semplici rispetto a quello di Domenico. Dove esattamente siano stati adottati per prima gli attuali quindici misteri, cui corrispondono centocinquanta Ave Maria - nonché, quasi fin da subito, quindici Padre Nostro -, è oggetto di dispute fra gli storici. Si pensava che il metodo attuale fosse stato proposto per la prima volta da una delle più antiche opere a stampa sul Rosario, il Salterio di Nostra Signora, pubblicato per la prima volta a Basilea nel 1475 [5] è divenuto estremamente popolare nelle sei successive edizioni di Ulm [6], dove quindici incisioni - per altro non accompagnate da una spiegazione scritta - rappresentavano gli attuali misteri con il giudizio universale al posto della gloria del Paradiso o dell'incoronazione di Maria come quindicesimo mistero; la tradizione avverrà lentamente nel corso del Cinquecento. Tuttavia Stefano Orlandi nel 1965 [7] e Gilles Gèrard Meersseman nel 1977 hanno pubblicato gli statuti di confraternite fondate a Firenze nel 1481 e a Venezia nel 1480 che menzionano i quindici misteri, indizio possibile di una pratica italiana più antica, anche se Giovanni d'Erfordia, fondatore della confraternita di Venezia, era sua volta un domenicano tedesco. A poco a poco i quindici misteri vengono adottati anche dalle confraternite maggiori: la più importante era stata fondata a Colonia dal domenicano Jakobi Sprenger (1436 o 1438-1495) l' 8 settembre 1475, un giorno dopo la morte di Alano della Rupe, e contava fra i suoi primi membri l'imperatore Federico III. La storia delle confraternite del Rosario rappresenta un fenomeno sociale affascinante: in pochi anni arruolano centinaia di migliaia, forse milioni, di membri di tutte le classi sociali, e il loro carattere internazionale e autonomo suscita le lamentele di chi le considera un elemento capace di fare concorrenza al sistema delle parrocchie e delle diocesi: le controversie odierne in tema di movimenti, come si vede, non sono poi così nuove.

La storia raccontata da Anne Winston-Allen è, fino a questo punto, la storia di un successo di cui si avrebbe torto a sottovalutare, secondo la studiosa americana, la quantità spirituale, spesso tutt'altro che disprezzabile. Il lettore protestante, che ha familiarità soprattutto con le feroci polemiche di Lutero contro il Rosario meno di cinquant'anni dopo la fondazione della confraternita di Jakob Sprenger, solleverà facili obiezioni. Certo, osserva Anne Winston-Allen alcune deviazioni facilmente attaccate da Lutero si erano effettivamente verificate in Germania, come la pratica, ammessa da alcune confraternite, secondo i più ricchi potevano pagare terzi per recitare il Rosario al loro posto e lucrare comunque i relativi benefici e indulgenze. Ma sarebbe sbagliato considerare le deviazioni come uniformemente diffuse. D'altro canto il Rosario s'inserisce nelle case religiose all'interno della riforma detta "osservante" del Quattrocento, un fenomeno che tocca tutti i maggiori ordini religiosi, si propone di reagire ad alcuni degli stessi abusi più tardi denunciati da Lutero e anticipa la Riforma cattolica.

Se il Rosario recitato a pagamento per conto terzi corrisponde a una "teologia delle opere" che stupisce per la sua rozzezza, il successo del Rosario non nasce da questi abusi ma dal desiderio dei laici - e di non pochi religiosi - di meditare in modo ordinato e sistematico sulla storia della salvezza.

Il poco che si chiedeva ai più - un quarto d'ora di preghiera meditata al giorno -, conclude la studiosa americana, rispetto al molto che le confraternite promettevano, attirava paradossalmente l'attenzione - in un modo, forse, ormai estraneo alla mentalità di Lutero - proprio sulla centralità della fede e sulla gratuità della grazia. Sono questi i motivi per cui il Rosario ha resistito alle critiche dei suoi detrattori e agli stessi abusi di certi suoi incauti promotori, conservando nella pietà cattolica il ruolo centrale che ha ancora ai nostri giorni.

* Articolo anticipato, senza note e con il titolo redazionale "Rosario, un mistero che si snoda nei secoli", in "Avvenire. Quotidiano di ispirazione cattolica", anno XXXI, n. 71, 25-3-1998, p. 16 e in "Cristianità", Organo ufficiale di Alleanza Cattolica, anno XXVI, n. 275-276, marzo aprile 1998, pp. 5-7.

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Messaggio da Ospite » ven ago 20, 2010 6:55 am

La pratica di recitare più volte la stessa preghiera servendosi di appositi strumenti è di origine molto antica nel mondo cristiano ed è stata applicata all'Ave Maria a partire almeno dal XII secolo.
Oggi è accertata l'esistenza di stringhe o di cordicelle utilizzate per la preghiera reiterata fin dai tempi dei Padri del Deserto, nei secoli III e IV dopo Cristo. L'uso di strumenti per tenere il conto di preghiere ripetute è così più antico della stessa Ave Maria e sembra che originariamente fossero inizialmente utilizzati per ripetere un certo numero di volte il Padre Nostro, da cui il nome di paternoster attribuito a un antenato dei rosari.

Tuttavia, perché si possa propriamente parlare di rosario non è sufficiente la semplice reiterazione della stessa preghiera. Specifico del Rosario è infatti l'abbinamento simultaneo di una sequenza di Ave Maria e di una serie di meditazioni sulla vita di Gesù Cristo e della Vergine.

I momenti storici dello sviluppo del rosario si possono comprendere fra il XII e il XVI sec. Certamente l'Ave Maria nella sua prima parte contenente il saluto dell'angelo e la benedizione di Elisabetta era conosciuta e recitata nella cristianità da molto tempo: il saluto è contenuto nel vangelo e costituiva fino al sec. VII l'antifona offertoriale della quarta domenica d'avvento. Il nome di Gesù e l'Amen finale verranno, invece, introdotti solo verso la fine del sec. XV, quando, nel 1483, si diffonderà l'uso del recitare il "Santa Maria".

All’inizio del XII sec. si diffonde in occidente la pratica della recita dell’Ave Maria e si afferma la novità della ripetizione devota dell'Ave, analoga alla coeva litanica ripetizione dei Pater, per 150 volte, in contrappunto col salterio davidico.

Nel sec. XIV il certosino Enrico di Kalkar operò un'ulteriore suddivisione nel salterio delle Ave, dividendolo in 15 unità, vale a dire in 15 decine, inserendo tra decina e decina la recita del Pater.

La semplice litanica ripetizione delle Ave e dei Pater non comportava però ancora la meditazione dei misteri.
Solo negli anni tra il 1410 e il 1439 Domenico di Prussia, certosino di Colonia, proporrà ai fedeli una forma di salterio mariano, nel quale il numero delle Ave era ridotto a 50, ma a ciascuna di esse era aggiunto un riferimento esplicito ad un avvenimento evangelico. A Domenico di Prussia si deve dunque riconoscere l'avvio di quella forma rinnovata di salterio mariano che sfocerà nel rosario modernamente inteso.

Contemporaneo di Domenico di Prussia, Alano de la Roche (1428-1478) diffuse straordinariamente il salterio mariano, che da questo tempo si comincerà a chiamare "rosario della beata vergine Maria".

Nel 1521 il domenicano Alberto da Castello ridusse i riferimenti evangelici scegliendo 15 misteri principali da proporre alla meditazione dei devoti del salterio mariano, concependo le relative clausole come semplici commenti al mistero o richiami mnemonici lungo la recita delle Ave.

Furono le forme esperite da Alano de la Roche e da Alberto da Castello che a poco a poco s'imposero sulle altre forme di salterio mariano, nel 1569 s. Pio V, con la bolla Consueverunt romani Pontifices, consacrò una forma di rosario giunto ad un momento aureo della sua evoluzione, che sostanzialmente è la forma in uso al giorno d'oggi.

Il successore Gregorio XIII con la bolla Monet Apostolus (1573) istituì la festa solenne del rosario, inserendola nel calendario liturgico alla prima domenica di ottobre.

Leone XIII (1878 - 1903), che si può definire meritatamente papa del rosario al pari di Pio V, in 12 lettere encicliche e 2 lettere apostoliche, sviluppa con somma dottrina i temi del rosario. In questo stesso periodo nasce la pratica di consacrare il mese di ottobre a questa preghiera.

Pio XI con l'enciclica Ingravescentibus malis (1937) invita a pregare nell'ora del pericolo che sovrasta il mondo la regina del cielo, soprattutto col rosario, che fra le preghiere alla Vergine «occupa il primo e principale posto».

Pio XII (1939 - 1958) scrisse sul rosario una enciclica e 8 lettere, senza contare i numerosissimi discorsi.

Giovanni XXIII onorò il rosario non solo come pontefice, ma in tutta la sua vita esso si rivela come una componente essenziale della sua spiritualità. Sua è la lettera apostolica Il religioso convegno (1961), trattazione che è una vera "summa" del rosario stesso.

Paolo VI nell'enciclica Christi Matri ricorderà che il rosario è preghiera per ottenere la pace, presidio e alimento della fede. Un'altra esortazione apostolica la Marialis cultus (1974), tratterà diffusamente del rosario, ricordando gli elementi costitutivi essenziali di tale preghiera.

Nonostante l'età e la malattia, Giovanni Paolo II nell'ottobre 2002 prese l'iniziativa della proclamazione dell'anno del rosario (ottobre 2002-2003) e nella lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae istituì 5 nuovi misteri, che chiamò Misteri della Luce, e offrì preziosi orientamenti per rinnovare il rosario e dedicarlo alla grande causa della pace.
*Tratto da Prex Communion

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