La Madonna di Castelmonte, Luoghi e Storia

Luoghi di devozione alla Madonna

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La Madonna di Castelmonte, Luoghi e Storia

Messaggio da Redazione » ven mag 20, 2005 1:05 pm

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Introduzione

Perché mai Castelmonte è diventato un celebre Santuario della Vergine Santa, noto non solo nel Veneto ed in Italia, ma - si può ben dire - in tutte le parti del mondo?

Vi si ricorda, forse, una Apparizione della Madonna come a Lourdes od a Fàtima od in altri Santuari minori? Oppure la Divina Provvidenza ha consentito che quassù si ottenessero, per intercessione di Maria, delle Grazie straordinarie, così da farne un trono regale della potenza mediatrice della Madonna ed un luogo sacro alla pietà mariana dei fedeli?

Queste sono, probabilmente, le prime domande che si pone ogni pellegrino, con una legittima curiosità.

Ebbene, sì: qui la Madonna ha ottenuto ed ottiene ai suoi devoti segnalati prodigi, sia materiali che spirituali, tanto che codesto monte già cinque secoli or sono veniva chiamato « MONTE DELLE GRAZIE ».

Ma, all’inizio, vi è forse apparsa la Madonna?

Ecco una domanda a cui non si potrà mai rispondere. Perché il Santuario di Castelmonte è antichissimo: il più antico del Veneto ed uno dei più antichi di tutta la cristianità. Bisogna risalire a circa mille cinquecento anni fa per trovarne le origini, che si affondano nel crepuscolo del Cristianesimo primitivo.

Una tenace tradizione lo faceva risalire al secolo V, cioè al periodo immediatamente successivo al Concilio di Efeso del 431, nel quale venne solennemente definita la Divina Maternità di Maria. Sino a ieri si poteva pensare che una tale tradizione non avesse fondamento, e derivasse da un pio vanto dei Cividalesi, e non da una probabile realtà. Ma nel 1962, mentre si scavava per costruire la chiesa inferiore di sotto al Santuario, vennero scoperti due pavimenti in cocciopesto, risalenti almeno al secolo VI: indubbia prova che sino d’allora sulla vetta di Castelmonte c’era « qualcosa ».

Che cosa? Che cosa, a questa altezza e ad oltre otto chilometri da Cividale? Certamente la sede di una guarnigione romana, un posto di avvistamento e di difesa, nel periodo delle invasioni, incominciato in queste regioni nel secolo V, con quella gotica di Alarico del 402 e con quella unna di Attila del 452, proseguito poi nel 568 con quella longobarda di Alboino e, poco dopo, con le incursioni e le infiltrazioni slave, che dal secolo VII al secolo IX vennero a spegnersi proprio a ridosso di Castelmonte. Ed a mezza strada fra Cividale ed il Santuario, si eleva il cocuzzolo del Monte Guardia, il cui nome richiama subito anch’esso alla mente un posto di sentinella sulle vallate del Natisone.
Fu, dunque, in quegli anni di terrore che a Castelmonte sorse un avamposto a difesa della città di Cividale e del Friuli; ed i soldati di guardia univano naturalmente alla vigilia in armi l’implorazione alla Vergine, mentre le orde barbare scorrazzavano per le valli e nella pianura. Fu da allora che Cividale ed il Friuli cominciarono a vedere in Castelmonte una rocca sicura e vittoriosa, circonfusa da segni manifesti della protezione della Vergine. Fu da allora che la Madonna di Castelmonte si rivelò, di faccia alle cime delle Alpi Giulie, quale scudo e conforto alle soglie orientali della Patria del Friuli e dell’Italia.

Sin dai tempi dei Longobardi e dei Franchi, cioè dal 568 al secolo IX, i devoti accorrevano a folle quassù, tanto che nelle immediate vicinanze del Santuario c’era un « Malbergium » - corrotto ora in Moldiaria -, ossia un luogo di solenni convegni popolari per l’amministrazione della giustizia.

Così si spiega molto bene perché mai la Madonna di Castelmonte sia stata poi chiamata « la Madonna Antica » ; e perché gli Slavi, arrivati sin qui a quell’epoca, abbiano chiamato Castelmonte « Staragora », cioè «Monte Antico», appunto perché lo trovarono già abitato da tempi remoti.

Abitato da chi? Non era certo luogo adatto per abitazioni private, in tanta solitudine e sopra un’arida roccia. Chi vi abitava, chi vi regnava, chi chiamava a sé le folle sin quassù, non poteva essere che la Madonna.

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La storia in una conchiglia di una leggenda
Una preziosa leggenda racchiude, nella sua poetica fantasia, il mistero di quei tempi. Subito fuori del centro di Cividale, di sopra al fiume Natisone; si protende robusto e severo un ponte, chiamato « il ponte del Diavolo ». Qui, si narra, vennero a trovarsi di fronte la Madonna e Satana, che si contendevano il dominio della Città. E si lanciarono una sfida. La Città sarebbe stata di chi avrebbe per primo raggiunto la vetta di Castelmonte. La Vergine Santa volò rapida verso l’alto, poggiandolo una sola volta il piede sul cocuzzolo del Monte Guardia, e sostando quindi vittoriosa sulla sommità del Castello. Il Demonio, scornato, andò un trecento metri più a nord, sulla cima del Monte Spich, e di lì risprofondò negli abissi attraverso una voragine che si vede tuttora.

E' una leggenda; ma non si poteva riassumere meglio, da Cividale al Guardia ed a Castelmonte, la difesa vittoriosa della Città contro le forze oscure della barbarie, nel nome e sotto il patrocinio di Maria.

La vicenda di lotta e di vittoria, a cui allude la leggenda è confermata dal culto antichissimo a San Michele Arcangelo, il vincitore di Lucifero, che fu vivo a Castelmonte almeno sino dall’epoca longobarda: culto che certamente fu sempre associato a quello verso la Madonna, chiamata dalla liturgia « terribile come esercito schierato in campo ».

Prime vicende storiche del Santuario
A Castelmonte, dunque, o meglio alla Regina vittoriosa di lassù, si volgevano fidenti gli occhi ed i cuori dei Cividalesi e dei Friulani; e verso Castelmonte si muovevano a frotte i pellegrini. Pellegrinaggio ininterrotto, ma con alti e bassi, secondo le condizioni dei tempi.

Un’epoca di rilassamento si ebbe, ad esempio, durante il secolo X, detto « il secolo di ferro » per le sue fosche vicissitudini, aggravate in questa regione da tremende incursioni degli Ungheri e dal crollo della dinastia dei Berengari. Fu il patriarca d’Aquileia Giovanni, che nel 1015, con un decreto riboccante di devozione alla Vergine, ridiede vigore religioso alla prepositura di S. Stefano di Cividale, alla quale il Santuario di Castelmonte era strettamente unito.

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Verso la metà del duecento la chiesa di S. Maria del Monte era una delle più importanti e delle più ricche di tutto l’immenso patriarcato d’Aquileia. Nel 1253 il Santuario venne fuso col Capitolo Collegiato di S. Maria di Cividale, presso il Duomo attuale; fusione, che venne confermata dal patriarca Beato Bertrando nel 1338. Già nel 1253 era in costruzione un portico dinanzi al Santuario; nel 1296 altri ingenti lavori diedero una migliore sistemazione al castello e alla chiesa; ed altre notevoli costruzioni furono erette sul finire del trecento e nei primi decenni del quattrocento.

Allora, ad indicare la strada che portava a Castelmonte, c’eran delle «Madonne odigitrie », scolpite su pietre e scaglionate in quattro punti del percorso. Più tardi l’itinerario venne contrassegnato da capitelli, di cui si ha memoria nei documenti sino dai primi del seicento; quelli ancora esistenti furono eretti nel 1864, mediante un legato del canonico cividalese mons. Antonio Planis, coi misteri del Rosario dipinti su lastre di rame dal pittore udinese Lorenzo Bianchini.


Un tempo il pellegrinaggio a Castelmonte veniva fatto con vero spirito di fede e di penitenza, che si esprimeva anche col singolare costume di formare delle croci dinanzi ai capitelli incrociando stecchi o rami divelti dai vicini cespugli. C’era una strada accessibile ai cavalli e ai cariaggi, alla cui manutenzione si prestavano gratuitamente gli abitanti dei paesi limitrofi; la maggior parte dei pellegrini saliva a piedi, e sovente a piedi scalzi, inerpicandosi per sassose scorciatoie. I sette chilometri e più di ascesa ed il notevole pendio di certi tratti mozzavano naturalmente il fiato persino ai pellegrini più vigorosi; e d’altra parte, nella stagione estiva, frequenti ed improvvisi piovaschi si rovesciavano sui devoti, accaldati dalla salita, non senza pericolo per la loro salute.


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Appunto per fornire soste e ristoro e luoghi di ricovero vennero quindi costruite quattro « casette », due delle quali rimangono ancora in piedi, seppure cadenti, perché ormai al Santuario si sale per lo più con automezzi. Quelle «casette» sono ricordate fin dal secolo XV; e furono via via abbellite con immagini religiose, perché i fedeli ne fossero richiamati a raccoglimento. In una di esse, presso il promontorio di Monte Guardia, si conservava entro una nicchia scavata nella roccia e di sotto ad una immagine della « Madonna odigitria », quella pietra su cui, secondo la leggenda, la Madonna avrebbe posto il piede, nella sua sfida con Satana. Ora tale pietra è conservava in una cappellina di recente fattura, inserita nell’arcosolio di sopra ad una specie di mensa d’altare.

La solenne celebrazione del 1479
Un momento di grande importanza nella storia del Santuario si ebbe dal 1469 al 1479. Era il secolo XV: il secolo delle grandi pestilenze, che facevano strage in tutta l’Europa: il secolo nel quale i Turchi, dopo avere travolto l’Impero d’Oriente, avanzavano baldanzosi lungo i Balcani alla conquista dello stesso Occidente: il secolo della decadenza della Cristianità, con lo scisma d’Occidente, la confusione delle idee ed un ritorno paganeggiante nei costumi.

Ed ecco che il 19 settembre 1469, quasi segno celeste ammonitore, una saetta diroccò ed arse quasi interamente il Santuario. I Canonici di Cividale ne decisero, il giorno dopo, la ricostruzione e fecero appello alla generosità delle popolazioni circonvicine, dal Friuli alla Carinzia, all’Istria. Si lavorò dieci anni. E finalmente l’8 settembre 1479 il Santuario era rifatto, più ampio e più bello di prima. In quella stagione salirono lassù ben cinquantamila pellegrini; cifra veramente sbalorditiva per quei tempi

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Fu allora, senza dubbio, che venne intronizzata la statua della Madonna col Bambino, quale si venera attualmente al Santuario.

E’ in pietra massiccia e pesa oltre quattro quintali. Essa sostituisce probabilmente una precedente statua in legno. L’immagine antica riproduceva la Madonna col Bambino nell’atteggiamento « regale », di cui si hanno esempi nella Chiesa d’Aquileia sino dal secolo VI. L’immagine inaugurata nel 1479, pur conservando l’impostazione generale della precedente, sottolineò il valore « materno » della Vergine col particolare del Bambino Lattante, secondo le tendenze di quel secolo; particolare che venne ridotto assai nel 1904, sino ad assumere la forma attuale.

La statua, benché non riveli la mano di un artista di grido, si è meritata dai devoti l’appellativo di « Madonna viva » per l’immediatezza popolana e la soavità che ne traspira. E’ davvero la « Mamma »!

Il Castello e la sua organizzazione

Castelmonte fu sino dall’inizio una piccola fortezza militare, oltre che un luogo di pietà. Ma le incursioni turche e la guerra del 1510 fra l’Impero di Germania e la Repubblica Veneta mossero i Cividalesi a curarne la sistemazione a vero castello, guarnito da quattro torri e da mura di cui il Santuario era il cuore. Adesso, l’aspetto castellano rimane ancora abbastanza evidente. Lo è soprattutto nel torrione d’ingresso, al sommo della scalinata; torrione che tuttavia è stato ricostruito interamente nel 1955.

Ad est c’è un ingresso secondario attraverso una porta che fu notevolmente allargata circa tre secoli fa. Un tempo questa porta veniva chiamata della « Poklecita », parola slava che significa « inginocchiatoio ». C’era infatti, poco più giù, una pietra a forma di inginocchiatoio, con un Crocefisso, dove si fermavano a pregare i devoti che salivano al Santuario dalle borgate slave vicine, prima di entrare nel borgo castellano.

Poiché era un castello, veniva pure custodito al modo dei castelli. Quando c’era pericolo di guerra, la città di Cividale od il Capitolo vi mandavano dei soldati a presidiarlo: e si vedono ancora alcune feritoie, da cui sporgevano i moschetti o le spingarde. Ma anche nei tempi di pace, Castelmonte veniva chiuso ogni sera dal guardiaportone, per impedire l’accesso agli sbandati o malintenzionati.

E durante la stagione dei pellegrinaggi, specie nei giorni di maggiore affluenza, c’era un corpo di guardie, armate di alabarde, che sorvegliavano sulla disciplina e sul buon ordine, sotto la guida del gastaldo. Quando capitava il caso, si procedeva all’arresto dei colpevoli per i quali c’era una piccola prigione nel torrione. Poi il gastaldo del Capitolo - il quale era il « Signore feudale » del castello - teneva tribunale sotto un tiglio presso la chiesa o nell’auditorio dinanzi ad essa. Nel 1797, con la venuta dei Francesi, questi costumi feudali vennero aboliti; e le poche vecchie armi, usate di solito per lustro o per spari festivi nelle occasioni più importanti, vennero definitivamente sequestrate dalla polizia austriaca immediatamente dopo la rivoluzione del 1848: umile contributo del Santuario alla causa del Risorgimento Nazionale!

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Il Santuario nel secolo XVI

Ma ritorniamo indietro nel tempo e riprendiamo la storia da quello sconvolto secolo XIV, a cui abbiamo accennato più sopra.

Il grande rifacimento del Santuario negli anni 1469-1479 - testimoniato da una lapide del 1475, infissa sulla parete ovest del campanile - fu accompagnato dalla istituzione di una Confraternita di Santa Maria, alla quale si iscrissero molti devoti. Entrambi i fatti determinarono una fervida ripresa della pietà mariana.

Ce n’era veramente bisogno! E non fu certo la più piccola grazia largita allora dalla Madonna, perché la devozione a Maria divenne la più valida salvaguardia contro i disordini del tempestoso Cinquecento.


Il 1° agosto 1510 Cividale sostenne vittoriosamente un fiero assedio di numerose truppe tedesche; ed a ricordo della vittoria, attribuita alla protezione della Vergine, la città fece da allora un votivo pellegrinaggio a Castelmonte la prima domenica di settembre.

Il 27 febbraio 1511 scoppiò in Udine una sanguinosa guerra civile, che dilagò in tutto il Friuli, portando ovunque morte, incendi e rovine. Quasi non bastasse, un terremoto atterrò il castello di Udine e molti altri nella Patria; e subito dopo scoppiò la peste. Nel maggio la Confraternita dei Battuti di Udine saliva penitente ad implorare la Madonna del Monte.

Nel 1513 un altro terremoto danneggiò gravemente il castello ed il Santuario. Toccò mettere mano a nuovi ingenti lavori, che durarono sino al 1544. Fu in questo periodo che, in soddisfacimento di un suo voto personale, lavorò nel Santuario anche il celebre Giovanni da Udine, amico e collaboratore del grande Raffaello, facendovi il volto a stucchi nella cappella della Madonna - perduti alla fine di quel secolo - ed altre cose, fra le quali gli viene attribuita la decorazione della cripta di S. Michele.

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Altre gravi epidemie afflissero il Friuli lungo il Cinquecento. Gravissima fu la pestilenza del 1576, dalla quale la città di Gemona riconobbe di essere stata salvata per intercessione di Maria; perciò il 20 giugno un importante pellegrinaggio di Gemonesi salì a rendere grazie a Castelmonte, portandovi un plastico in argento della loro città, opera dell'artefice bellunese G. B. Paduan. Intanto, nel 1521, Lutero aveva scatenata la rivolta religiosa del Protestantesimo, che lungo il secolo si diffuse largamente sino alla Carinzia, al Goriziano ed all’Istria. Il grande patriarca d’Aquileia Francesco Barbaro (1593-1616) attribuì alla Vergine la salvezza del Friuli dall’eresia. Ed il Santuario di Castelmonte vi ebbe una sua parte, perché lassù, prima che in molti altri luoghi, fiorì la Confraternita del SS. Sacramento, che fu uno dei mezzi più potenti della riscossa cattolica.

Dai primi del Seicento al 1913
Un’ultima ventata di guerra sfiorò il Santuario dal 1615 al 1618, quando delle scorrerie tedesche - in lotta con la Repubblica di Venezia - misero a fuoco i villaggi vicini; ma anche stavolta Castelmonte fu salvo.

Si ebbero inoltre nuovi focolai o pericoli di peste, sia nel Seicento come ai primi del Settecento, ma non della gravità dei precedenti. In complesso i due secoli trascorsero abbastanza tranquilli, funestati soltanto da ricorrenti anni di carestia.

In questo lungo periodo di pace si poté procedere a una notevole trasformazione edilizia del castello e del Santuario. Nel 1643-1645 venne costruito, ad esempio, il pozzo che ancora sussiste: fu un tentativo per risolvere il secolare problema del rifornimento d’acqua, che però diede scarsi risultati. E nel 1674 fu eretta la Loggia che sta dinanzi al pozzo con la grande trifora delle porte.

Anche il borgo castellano cambiò volto. Prima era formato da casupole coperte per lo più da lastre di pietra. Il Capitolo di Cividale acquistò poco a poco le casette sulla destra, salendo la viuzza, e le sostituì con dormitori per pellegrini; solo in basso - dove c’è ancora un negozio di oggetti religiosi - rimase una scuderia o stallo, a commodo di coloro che salivano al Santuario con giumenti o carri.

Sulla sinistra, invece, c’erano in alto le due case delle Confraternite di Santa Maria e del Santissimo, che, distrutte da un incendio il 17 gennaio 1785, vennero subito dopo ricostruite nella forma attuale, e nel 1825 passarono in proprietà del Santuario, come indicano le due tabelle in pietra « Casa di Santa Maria » che furono allora collocate.

Nello stesso Santuario si fecero molti ampliamenti, dopo due crolli della parte anteriore nel 1666 e nel 1733; mentre agli altari in legno venivano sostituiti nel 1685-87 gli attuali in marmo, costruiti da Paolino Tremignon di Venezia.

Il 15 maggio 1744 l’ultimo patriarca di Aquileia, Daniele Delfino, consacrava il Santuario rinnovato, ed a ricordo di quella celebrazione rimase un paramento sacro, nella cui pianeta si vede il suo stemma coi « tre delfini ».

Passata la bufera napoleonica, con la confisca degli oggetti preziosi e l’incameramento dei beni, la vita del Santuario trascorse tranquilla lungo il secolo XIX, turbata soltanto dopo il 1866 da un secondo incameramento e da alcuni provvedimenti di disturbo, persino contro i pellegrinaggi, provocati dall’anticlericalismo allora imperante.

Ma il problema più grave si rivelò l’inadeguatezza del servizio religioso, a cui non poteva bastare il curato, assistito da cooperatori occasionali nella stagione di maggior frequenza: problema che si fece acutissimo verso la fine del secolo, per l’aumentare della popolazione e soprattutto per il rifiorire del sentimento religioso, suscitato dalla nascente Azione Cattolica e dalla maggiore frequenza ai SS. Sacramenti.

Fu così che l’arcivescovo di Udine, mons. Antonio Anastasio Rossi, col consenso del Capitolo di Cividale, decise nel 1913 di affidare il Santuario ai Cappuccini della Provincia Veneta. Ed il 5 settembre di quell’anno i Cappuccini ne presero felicemente possesso.


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Padre Eleuterio a Castelmonte

Felicemente, davvero! Specie perché alla guida del primo manipolo cappuccino si trovò l’anima grande di P. Eleuterio da Rovigo, che per ventidue anni profuse il suo zelo entusiasta ed entusiasmante allo scopo di dare al Santuario un migliore aspetto materiale, dotandolo di tutti i servizi utili alla sua funzionalità, e particolarmente di elevarne al massimo la vitalità spirituale.

Dopo il primo anno del necessario assestamento, già sul finire del 1914 P. Eleuterio iniziava la pubblicazione del bollettino mensile « La Madonna di Castelmonte ». E nella sua mente si affollavano progetti su progetti, quando anche l’Italia fu travolta, il 24 maggio 1915, nella bufera della prima guerra mondiale.

Il confine con l’Austria correva, in questa zona, a circa un’ora di cammino da Castelmonte, lungo il fiume Judrio, che scorre incassato nella vallata ad est, oltre Oborza - il paese che si scorge dal Santuario - ed il monte Plagnava.

Ma gli Austriaci non vi opposero resistenza. E l’esercito italiano l’oltrepassò subito, superando anche il monte Corada, che si erge tondeggiante di fronte, e raggiungendo il fiume Isonzo, sino a fare una testa di ponte sulla sua riva sinistra, che venne mantenuta dopo una dura battaglia, detta di Plava, ai primi di luglio.

Il Santuario rimase però in « zona di guerra », ed i pellegrini vi potevano filtrare poco e di rado. Lo visitarono invece lo stesso re e numerose autorità militari; e vi sostarono in preghiera numerosi combattenti nell’andata e nel ritorno dal fronte.

Il 28 ottobre 1917 gli Austriaci riuscirono a forzare lo schieramento italiano a Caporetto e dilagarono in breve sulla pianura friulana. Non saranno arrestati che sulle rive del Piave. In quella circostanza si ebbe un glorioso episodio di resistenza presso la chiesina di S. Nicolò di Jainich, che da Castelmonte si vede biancheggiare a nord, sul dorsale del monte Spigh. Purtroppo gli invasori profanarono allora il Tabernacolo del Santuario, disperdendone al suolo le Sacre Specie; rispettarono invece l’immagine della Madonna.

Cessata la guerra il 4 novembre 1918, il Santuario divenne subito meta di pellegrinaggi sempre più numerosi, specialmente da parte degli ex-combattenti.

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Nella primavera del 1921 venne ripresa la pubblicazione del bollettino. E lo stesso anno P. Eleuterio, dopo una breve assenza a Trieste, ritornava a Castelmonte per realizzarvi un progetto, vagheggiato già da un secolo, e che egli aveva fatto proprio: la solenne incoronazione della Madonna e del Bambino.

A compiere il rito sarebbe dovuto venire il card. Ratti, arcivescovo di Milano, che aveva già dato la sua adesione; ma il 6 febbraio fu eletto Sommo Pontefice col nome di Pio XI. Preparata da una intensa serie di pellegrinaggi, la cerimonia venne compiuta dall’arcivescovo di Udine mons. Rossi il 3 settembre 1922, non nel Santuario, ma nella vasta conca del Plagnava, in mezzo a ben 35.000 pellegrini. Le due preziose corone, formate da 7.800 minutissimi pezzi di metalli preziosi e di gioie furono eseguite su disegno del triestino Giuseppe Janesich.

Purtroppo la notte del 13 agosto 1932 audaci ladri sacrileghi riuscirono a penetrare nel Santuario, involandone le corone con altri oggetti di valore. Tutto il Friuli ne fu sgomento; ma tale e tanta fu la generosità dei devoti della Madonna di Castelmonte, che in un anno erano pronte altre due corone, identiche alle prime. Questa volta la cerimonia della Incoronazione venne rinnovata, nello stesso luogo della prima ed in eguale cornice di folla, il 15 agosto 1933, dal patriarca di Venezia, card. Pietro La Fontaine.

Nel frattempo P. Eleuterio aveva provvisto il Santuario di un nuovo organo, della Ditta Kacin di Gorizia, nel 1925. E nel 1927 era riuscito a dotare Castelmonte della illuminazione elettrica, di un ufficio postale e di una scuola per i fanciulli del borgo castellano e dei paesi vicini. Lo stesso anno aveva demolito un edificio che si addossava alla facciata della chiesa per tre quarti, e vi aveva aperto l’attuale portale al centro. Nel 1930 l’intera facciata del Santuario in pietra viva era completata su disegno del cividalese Leo Morandini, e nella lunetta del portale era stato collocato il mosaico, proveniente dalla Scuola Mosaicisti del Vaticano.

P. Eleuterio si era inoltre preoccupato di offrire una migliore ospitalità ai pellegrini. Sino allora, infatti, molti di coloro che arrivavano a Castelmonte la vigilia delle feste erano costretti a passare la notte nella stessa chiesa, oppure accoccolati alla meglio su per le gradinate e persino lungo la scalinata di accesso al castello. Kiel 1929 venne aperto un camerone con cento posti letto accanto alla chiesa. E P. Eleuterio aprì inoltre ben tre grandi vasche, raccoglitrici dell’acqua piovana, per rimediare, come meglio si poteva, ai bisogni dei pellegrini.

Non è a dire, poi, quanto il buon Padre si preoccupasse perché il Santuario fosse un focolaio di vivace e solida pietà. Coadiuvato dagli altri Padri, fra i quali sino dal 1920 fu al suo fianco P. Arcangelo da Rivai di santa memoria, curò che i pellegrini trovassero nel Santuario un servizio perfetto nell’amministrazione dei santi sacramenti e nelle sacre funzioni; mentre il bollettino, attraverso una sapiente organizzazione di zelatrici, portava dovunque una eco del dolce colloquio iniziato quassù con la Madonna di Castelmonte.

Così P. Eleuterio era maturo per il premio dei Cieli. E si può ben dire che la Madonna stessa venne a prendere il suo apostolo fedele. Era la mattina dell’8 settembre 1935, giorno sacro alla Natività della Vergine, nel quale l’affluenza al Santuario tocca la punta più alta. P. Eleuterio aveva celebrato la Messa e s’era messo, benché stanco, nel confessionale; poco dopo ne uscì dicendo: - Mi sento male; non ne posso più! - Ci si avvide subito della gravità; gli vennero amministrati i sacramenti; e nella stessa mattinata si spegneva nel Signore.

Sulle orme di Padre Eleuterio

Emuli del venerato primo Custode del Santuario, i Rettori che seguirono a P. Eleuterio diedero via via sempre più bella forma all’aspetto materiale del castello e della chiesa, ed un ritmo sempre più intenso alla sua spiritualità.

Ma ecco sopravvenire la seconda guerra mondiale ad imporre una sosta dolorosa. Questa volta pareva che il teatro di battaglia fosse ben lontano. Invece, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, cominciarono a risentirsi anche qui gli effetti dell’occupazione tedesca.

Poiché arrivarono fino a Castelmonte, o vi sostarono alquanto, gruppi di partigiani, il Comando Germanico sottopose il castello a cannoneggiamento il 6, il 12 ed il 18 novembre 1943. Il più grave fu quello del 18, quando in 45 minuti ben 300 obici scrosciarono sulla chiesa, sul convento, sulle mura e nei dintorni. Per fortuna non si ebbero vittime.

La statua della Madonna era stata opportunamente trasferita nella cripta sotterranea, donde non sarà tolta che il 15 luglio 1945, per essere ricollocata, dopo una solenne funzione sul piazzale, nella nicchia di sopra all’altar maggiore.

I primi anni del dopoguerra non consentirono, anche per la crisi economica, lavori di rilievo. Del resto c’era già abbastanza da fare nella riparazione dei danni causati dai bombardamenti e nel riattare la strada di accesso al Santuario, rimasta per anni abbandonata.

E nel 1948, quasi a chiudere un periodo di vita del Santuario o piuttosto ad aprirne un altro nuovo, venne inaugurata nel sagrato dinanzi alla chiesa il busto bronzeo di P. Eleuterio, opera dello scultore Geminiano Cibau da Milano; e sul colle di fronte venne innalzata la croce luminosa, che verrà poi rinnovata in materiale più resistente alle violente raffiche di vento, che sono di casa su queste cime.

Gli ultimi anni

Appena le condizioni economiche accennarono a migliorare, i Padri Cappuccini si preoccuparono di dare una più disciplinata sistemazione al ricovero dei pellegrini, assumendo nel 1949 sotto il loro controllo la « Casa di S. Maria ».

E subito dopo rivolsero tutte le cure per rendere più devoto l’interno del Santuario. Dal 1950-54 le pareti tutt’intorno vennero rivestite di travertino, poi sostituito con un tessellato marmoreo, volutamente scabro, per impedire che l’indiscreta pietà di certi devoti le deturpassero con scritte inopportune. Nello stesso tempo fu fatta una rigorosa cernita degli ex-voto, ai quali vennero riservate apposite bacheche di sopra il tessellato stesso, mentre i più ingombranti erano trasferiti nella cripta.

Si provvide a rialzare di un metro e mezzo il tetto del Santuario, nelle cui pareti vennero praticate delle finestre lunghe con vetri istoriati rappresentanti i misteri della vita della Vergine, eseguiti su disegno del pittore Mariotti da Milano; la Via Crucis in bronzo venne benedetta nel 1956 ed è opera del prof. Giuseppe Scalvini, pure da Milano. Anche il campanile venne elevato nel 1954 di circa 6 metri e dotato di sonorizzazione elettrica, con un carillon che riproduce il motivo dell’inno del Santuario (Ditta Brodi di Udine). Tutte queste opere di rinnovamento furono condotte sotto la direzione dell’architetto dott. A. Alpago - Novello di Milano.

Nel 1956 la Ditta Ruffatti di Padova forniva inoltre un nuovo organo, in sostituzione di quello del 1925, che passò al SS. Redentore di Venezia.

L’iniziativa, sotto un certo aspetto più importante di questo periodo, fu quella dell’acquedotto. Si ricorse alle ricerche di parecchi rabdomanti, nella speranza di trovare una sorgiva vicina al Santuario. Ma alla fine si decise coraggiosamente di costruire quel grande collettore d’acque, che s’intravvede lontano, a sud, nel primo bosco del monte Plagnava. I lavori imponenti, iniziati nel febbraio 1953, erano portati a compimento un anno e mezzo dopo. Ed il 4 settembre 1954 il suono festoso delle campane salutava l’arrivo dell’acqua al Castello.

Altra grande opera fu quella della asfaltatura della strada, iniziata nel 1957, col contributo della Provincia di Udine e dei Comuni di Cividale e di Prepotto. Portata a termine nel 1959, nel 1963 venne in più punti allargata e corretta, in modo da consentire un più sicuro accesso ai numerosi pullman che, specie nella stagione estiva, si arrampicano per i tornanti sino a Castelmonte.

In pochi anni l’affluenza dei pellegrini si moltiplicò talmente che fu necessario aprire nel 1959 il largo piazzale, tagliando parte della collina della Croce. Nel 1960 venne pure costruito l’edificio seminterrato verso il rio della Madonna, a sud, col modernissimo bar che affiora sul piazzale stesso. Ma dove accogliere tanti pellegrini?

Il Santuario non bastava più. E la ressa non era senza inconvenienti, sia perché ne veniva compromesso il raccoglimento, sia perché era reso difficile lo stesso servizio religioso.

Ed ecco allora i Padri Cappuccini accingersi alla grossa impresa di scavare nella viva roccia una chiesa inferiore, di uguale capienza del Santuario: opera compiuta in due riprese, nel 1956 e nel 1962-63, su disegno e sotto la direzione dell’arch. A. Alpago - Novello. Fu durante questi scavi che emersero i pavimenti in cocciopesto dell’epoca romana: come premio della Madonna alla coraggiosa iniziativa, come una prova luminosa stampata nelle pietre dell’augusta antichità del Santuario!

Pellegrini a Castelmonte

Non sono mancati a Castelmonte, lungo i secoli, pellegrini di una qualche celebrità: re e principi o cardinali o letterati od artisti. E vale la pena di ricordare che persino i personaggi più solenni, usi ad andare a cavallo od in carrozza, un tempo scendevano dal destriero o dal cocchio alla casetta della Moldiaria, cioè a tre quarti del monte, per fare a piedi la restante salita.

Meritano ricordo la Beata Benvenuta Bojani da Cividale, del secolo XIII, che da giovinetta saliva sovente quassù; più tardi, quando la severità del raccoglimento e delle penitenze non le permetteva più di pellegrinare, si gettava in ginocchio nel suo orticello, donde poteva vedere Castelmonte, e di laggiù tendeva le braccia ed il cuore verso la Madonna santa, la cara « Madonna del Monte ». E il francese S. Benedetto Giuseppe Labre, del secolo XVIII, celebre per il suo pellegrinare in estrema povertà di santuario in santuario, che secondo la tradizione salì a Castelmonte intorno al 1773; fu il grande musicista cividalese, mons. Jacopo Tomadini (1820-1883 ), che ne raccolse la memoria ed offri al Santuario il quadro che lo raffigura.

Questi due santi ci siano di modello; ognuno di noi ne abbia lo spirito, per raccogliere dal pellegrinaggio un qualche frutto di santità.

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La Fonte http://www.santuariocastelmonte.it/pagina2.htm

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