Quaresima 2014

Bacheca, condivisione, solidarietà...

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Messaggio da miriam bolfissimo » mer mar 05, 2014 11:20 am

Miei carissimi tutti, pace e bene! si apre davanti a noi il tempo favorevole della quaresima: per uscire dalle "abitudini stanche" del nostro quotidiano papa Francesco oggi, nel'udienza generale del mercoledì delle ceneri, ci ha suggerito due vie: una "più viva consapevolezza" dell'opera redentrice di Cristo e "vivere con più impegno il Battesimo". Insieme, sostenendoci nella fatica e nella preghiera, camminiamo...

Un abbraccissimo, miriam bolfissimo ;)
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » mer mar 05, 2014 11:20 am


  • Messaggio di Sua Santità Francesco per la Quaresima 2014

    Si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà (cfr 2 Cor 8,9)
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Cari fratelli e sorelle, in occasione della Quaresima, vi offro alcune riflessioni, perché possano servire al cammino personale e comunitario di conversione. Prendo lo spunto dall'espressione di san Paolo: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). L'Apostolo si rivolge ai cristiani di Corinto per incoraggiarli ad essere generosi nell'aiutare i fedeli di Gerusalemme che si trovano nel bisogno. Che cosa dicono a noi, cristiani di oggi, queste parole di san Paolo? Che cosa dice oggi a noi l'invito alla povertà, a una vita povera in senso evangelico?

La grazia di Cristo.

Anzitutto ci dicono qual è lo stile di Dio. Dio non si rivela con i mezzi della potenza e della ricchezza del mondo, ma con quelli della debolezza e della povertà: «Da ricco che era, si è fatto povero per voi…». Cristo, il Figlio eterno di Dio, uguale in potenza e gloria con il Padre, si è fatto povero; è sceso in mezzo a noi, si è fatto vicino ad ognuno di noi; si è spogliato, "svuotato", per rendersi in tutto simile a noi (cfr Fil 2,7; Eb 4,15). È un grande mistero l'incarnazione di Dio! Ma la ragione di tutto questo è l'amore divino, un amore che è grazia, generosità, desiderio di prossimità, e non esita a donarsi e sacrificarsi per le creature amate. La carità, l'amore è condividere in tutto la sorte dell'amato. L'amore rende simili, crea uguaglianza, abbatte i muri e le distanze. E Dio ha fatto questo con noi. Gesù, infatti, «ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con intelligenza d'uomo, ha agito con volontà d'uomo, ha amato con cuore d'uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato» (Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione pastorale Gaudium et spes, 22).

Lo scopo del farsi povero di Gesù non è la povertà in se stessa, ma – dice san Paolo – «...perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà». Non si tratta di un gioco di parole, di un'espressione ad effetto! É invece una sintesi della logica di Dio, la logica dell'amore, la logica dell'Incarnazione e della Croce. Dio non ha fatto cadere su di noi la salvezza dall'alto, come l'elemosina di chi dà parte del proprio superfluo con pietismo filantropico. Non è questo l'amore di Cristo! Quando Gesù scende nelle acque del Giordano e si fa battezzare da Giovanni il Battista, non lo fa perché ha bisogno di penitenza, di conversione; lo fa per mettersi in mezzo alla gente, bisognosa di perdono, in mezzo a noi peccatori, e caricarsi del peso dei nostri peccati. É questa la via che ha scelto per consolarci, salvarci, liberarci dalla nostra miseria. Ci colpisce che l'Apostolo dica che siamo stati liberati non per mezzo della ricchezza di Cristo, ma per mezzo della sua povertà. Eppure san Paolo conosce bene le «impenetrabili ricchezze di Cristo» (Ef 3,8), «erede di tutte le cose» (Eb 1,2).

Che cos'è allora questa povertà con cui Gesù ci libera e ci rende ricchi? È proprio il suo modo di amarci, il suo farsi prossimo a noi come il Buon Samaritano che si avvicina a quell'uomo lasciato mezzo morto sul ciglio della strada (cfr Lc 10,25ss). Ciò che ci dà vera libertà, vera salvezza e vera felicità è il suo amore di compassione, di tenerezza e di condivisione. La povertà di Cristo che ci arricchisce è il suo farsi carne, il suo prendere su di sé le nostre debolezze, i nostri peccati, comunicandoci la misericordia infinita di Dio. La povertà di Cristo è la più grande ricchezza: Gesù è ricco della sua sconfinata fiducia in Dio Padre, dell'affidarsi a Lui in ogni momento, cercando sempre e solo la sua volontà e la sua gloria. È ricco come lo è un bambino che si sente amato e ama i suoi genitori e non dubita un istante del loro amore e della loro tenerezza. La ricchezza di Gesù è il suo essere il Figlio, la sua relazione unica con il Padre è la prerogativa sovrana di questo Messia povero. Quando Gesù ci invita a prendere su di noi il suo "giogo soave", ci invita ad arricchirci di questa sua "ricca povertà" e "povera ricchezza", a condividere con Lui il suo Spirito filiale e fraterno, a diventare figli nel Figlio, fratelli nel Fratello Primogenito (cfr Rm 8,29). È stato detto che la sola vera tristezza è non essere santi (L. Bloy); potremmo anche dire che vi è una sola vera miseria: non vivere da figli di Dio e da fratelli di Cristo.

La nostra testimonianza.

Potremmo pensare che questa "via" della povertà sia stata quella di Gesù, mentre noi, che veniamo dopo di Lui, possiamo salvare il mondo con adeguati mezzi umani. Non è così. In ogni epoca e in ogni luogo, Dio continua a salvare gli uomini e il mondo mediante la povertà di Cristo, il quale si fa povero nei Sacramenti, nella Parola e nella sua Chiesa, che è un popolo di poveri. La ricchezza di Dio non può passare attraverso la nostra ricchezza, ma sempre e soltanto attraverso la nostra povertà, personale e comunitaria, animata dallo Spirito di Cristo.

Ad imitazione del nostro Maestro, noi cristiani siamo chiamati a guardare le miserie dei fratelli, a toccarle, a farcene carico e a operare concretamente per alleviarle. La miseria non coincide con la povertà; la miseria è la povertà senza fiducia, senza solidarietà, senza speranza. Possiamo distinguere tre tipi di miseria: la miseria materiale, la miseria morale e la miseria spirituale. La miseria materiale è quella che comunemente viene chiamata povertà e tocca quanti vivono in una condizione non degna della persona umana: privati dei diritti fondamentali e dei beni di prima necessità quali il cibo, l'acqua, le condizioni igieniche, il lavoro, la possibilità di sviluppo e di crescita culturale. Di fronte a questa miseria la Chiesa offre il suo servizio, la sua diakonia, per andare incontro ai bisogni e guarire queste piaghe che deturpano il volto dell'umanità. Nei poveri e negli ultimi noi vediamo il volto di Cristo; amando e aiutando i poveri amiamo e serviamo Cristo. Il nostro impegno si orienta anche a fare in modo che cessino nel mondo le violazioni della dignità umana, le discriminazioni e i soprusi, che, in tanti casi, sono all'origine della miseria. Quando il potere, il lusso e il denaro diventano idoli, si antepongono questi all'esigenza di una equa distribuzione delle ricchezze. Pertanto, è necessario che le coscienze si convertano alla giustizia, all'uguaglianza, alla sobrietà e alla condivisione.

Non meno preoccupante è la miseria morale, che consiste nel diventare schiavi del vizio e del peccato. Quante famiglie sono nell'angoscia perché qualcuno dei membri – spesso giovane – è soggiogato dall'alcol, dalla droga, dal gioco, dalla pornografia! Quante persone hanno smarrito il senso della vita, sono prive di prospettive sul futuro e hanno perso la speranza! E quante persone sono costrette a questa miseria da condizioni sociali ingiuste, dalla mancanza di lavoro che le priva della dignità che dà il portare il pane a casa, per la mancanza di uguaglianza rispetto ai diritti all'educazione e alla salute. In questi casi la miseria morale può ben chiamarsi suicidio incipiente. Questa forma di miseria, che è anche causa di rovina economica, si collega sempre alla miseria spirituale, che ci colpisce quando ci allontaniamo da Dio e rifiutiamo il suo amore. Se riteniamo di non aver bisogno di Dio, che in Cristo ci tende la mano, perché pensiamo di bastare a noi stessi, ci incamminiamo su una via di fallimento. Dio è l'unico che veramente salva e libera.

Il Vangelo è il vero antidoto contro la miseria spirituale: il cristiano è chiamato a portare in ogni ambiente l'annuncio liberante che esiste il perdono del male commesso, che Dio è più grande del nostro peccato e ci ama gratuitamente, sempre, e che siamo fatti per la comunione e per la vita eterna. Il Signore ci invita ad essere annunciatori gioiosi di questo messaggio di misericordia e di speranza! È bello sperimentare la gioia di diffondere questa buona notizia, di condividere il tesoro a noi affidato, per consolare i cuori affranti e dare speranza a tanti fratelli e sorelle avvolti dal buio. Si tratta di seguire e imitare Gesù, che è andato verso i poveri e i peccatori come il pastore verso la pecora perduta, e ci è andato pieno d'amore. Uniti a Lui possiamo aprire con coraggio nuove strade di evangelizzazione e promozione umana.

Cari fratelli e sorelle, questo tempo di Quaresima trovi la Chiesa intera disposta e sollecita nel testimoniare a quanti vivono nella miseria materiale, morale e spirituale il messaggio evangelico, che si riassume nell'annuncio dell'amore del Padre misericordioso, pronto ad abbracciare in Cristo ogni persona. Potremo farlo nella misura in cui saremo conformati a Cristo, che si è fatto povero e ci ha arricchiti con la sua povertà. La Quaresima è un tempo adatto per la spogliazione; e ci farà bene domandarci di quali cose possiamo privarci al fine di aiutare e arricchire altri con la nostra povertà. Non dimentichiamo che la vera povertà duole: non sarebbe valida una spogliazione senza questa dimensione penitenziale. Diffido dell'elemosina che non costa e che non duole.

Lo Spirito Santo, grazie al quale «[siamo] come poveri, ma capaci di arricchire molti; come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto» (2 Cor 6,10), sostenga questi nostri propositi e rafforzi in noi l'attenzione e la responsabilità verso la miseria umana, per diventare misericordiosi e operatori di misericordia. Con questo auspicio, assicuro la mia preghiera affinché ogni credente e ogni comunità ecclesiale percorra con frutto l'itinerario quaresimale, e vi chiedo di pregare per me. Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca.
  • Francesco, 26 dicembre 2013 Festa di Santo Stefano diacono e primo martire
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Messaggio da miriam bolfissimo » mer mar 05, 2014 11:27 am

Quaresima, cammino di libertà e grazia

  • Quaresima, cammino di libertà e grazia
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I tempi della liturgia ci introducono nel tempo di Quaresima. Tempo forte, messaggio radicale, quello della Quaresima, fin dal suo rito d’ingresso: le ceneri. Sia nella formula tradizionale, dal Libro della Genesi: «Memento, homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris: Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai». Sia in quella nuova, dal Vangelo: «Paenitemini et credite Evangelio: convertitevi e credete al Vangelo».

Nell’impatto con i modelli e i trend di vita odierni, è ancora attuale la Quaresima? Tra le distrazioni e i rumori che congestionano la società dei consumi e degli affari, della pop music e delle chat a perdere, delle accelerazioni del tempo e dell’inseguimento dei record, della moltiplicazione dei talk show e del groviglio dei social network, delle trasmissioni e dei commerci no stop, dei mercati dell’evasione e dell’ebbrezza, dei desideri e delle tendenze rivendicati come diritti, viene da chiedersi: ha ancora qualcosa da dirci la Quaresima?

La Quaresima: con il suo richiamo all’essenzialità, al primato dell’interiorità e dello spirito, alla cura dell’anima; con la sua paideia della conversione, del silenzio, dell’ascolto, della confessione del peccato e del pentimento; con il suo appello alla temperanza, alla sobrietà, al digiuno, alla riconciliazione e alla condivisione. Possono davvero gli uomini e le donne del nostro tempo sentirsi esenti da questo messaggio, da questa pedagogia? Ritenerli superati: cose d’altri tempi, o appannaggio di soli credenti? L’ammonimento del Vangelo – «che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde o rovina se stesso» (Lc 9,25), «la propria anima» (Mc 8,36)?" – non vale forse anche per l’oggi, non ha significato per tutti?

Certamente la Quaresima ha il suo input nel Vangelo e nella fede che lo accoglie. Ma il suo contenuto è umano, profondamente umano. Così come umano è il volto del Dio biblico che prende forma in Gesù Cristo. Umano e umanizzante – «per noi uomini e per la nostra salvezza» – è il suo Vangelo, che da duemila anni feconda la nostra società e la nostra cultura. È in nome di questo umano migliore che dobbiamo ritornare allo spirito della Quaresima. Non sono poche le contraddizioni e i vicoli ciechi cui portano le ideologie della vanità e dell’effimero, le dipendenze e le coazioni di libertà autoreferenziali e irrelate, le abulie e le inezie di coscienze scariche e demotivate. Così come non sono poche le perdite di senso e di responsabilità morale, cui porta il monismo del piacere e del profitto, con gravi ricadute nel campo della vita, della sessualità, della famiglia, della società, della politica. Sono perdite di umanità che degradano e avviliscono.

La sapienza del Vangelo e della Chiesa – con il forte senso della realtà e della storia e, con esse, della fallibilità umana che le è proprio – offre all’uomo un tempo di conversione e di ritorno. Per quanto grande sia il potere del male che lo avvince, il potere del bene è più forte. Perché è il potere di Dio, che ha il volto del Bene. Questa forza del bene, la Chiesa la attinge alla vittoria pasquale di Cristo su tutte le forze del male, che si sono abbattute sulla croce. Da questa vittoria la Quaresima prende inizio e ad essa conduce attraverso un cammino di quaranta giorni. Cammino di libertà e di grazia. Di libertà, perché accolto con volontà di «prendersi in mano», «mettersi in gioco», vivere e «non lasciarsi vivere»: volontà di conversione e di rinnovamento. Cammino di grazia, perché non c’è libertà senza essere liberati, perdono senza essere perdonati, salvezza senza essere salvati. La Quaresima è la luce della grazia nel buio del peccato e della colpa. Luce di speranza, che accende la «passione del possibile» (Kierkegaard), narrata da san Paolo come il «molto di più» della grazia sulle forze del male: «Dove ha abbondato il peccato ha sovrabbondato la grazia» (cfr. Rm 5,15-20).

Per questo al centro della Quaresima c’è il vangelo della misericordia: il cuore di Dio che si china sulla miseria dell’uomo. Ce lo richiama Francesco nel messaggio di quest’anno. Assumendo a titolo il tema paolino «Si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà» (cfr 2Cor 8,9), il Papa ci fa vedere come Dio in Cristo si è chinato e si china sulle nostre miserie. È entrato nella nostra povertà, ha solidarizzato con essa. La Quaresima è la memoria attiva di questo pro nobis di Dio e della sua forza sanante, liberante.

Non siamo però solo beneficiari della grazia, destinatari di misericordia. Siamo ad un tempo soggetti. Dal dono di Dio siamo chiamati a farci dono: operatori di misericordia. La Quaresima muove il cuore a chinarsi sulle miserie altrui. Su "tutte" le miserie – sottolinea il Papa. Sulle "miserie fisiche", le indigenze e le infermità, da alleviare e sanare. Sulle «miserie morali», il peccato e la colpa, da perdonare e rimettere. Sulle «miserie spirituali», l’allontanamento da Dio, da prendere su di sé, in un cammino di avvicinamento cordiale a tutti i lontani. «Chiamati a essere persone-anfore» – esorta Francesco nella Evangelli gaudium – per «dare da bere»: soddisfare "la sete di Dio, di senso ultimo della vita", nel "deserto spirituale" del nostro tempo.

Ogni autentica crescita etico-spirituale passa sempre per la via della misericordia. È questa la via maestra del digiuno quaresimale. Ce lo richiama la liturgia fin dai primi giorni, con il profeta che si fa voce di Dio: «Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà. Allora invocherai e il Signore ti risponderà, implorerai aiuto ed egli dirà: "Eccomi!"» (Is 58, 6-9).

La Quaresima è tempo di Dio per noi. Kairos della grazia:"tempo favorevole, tempo opportuno", traduce la liturgia. E insieme tempo nostro per gli altri, che porta a «domandarci – è il Papa a chiedercelo – di quali cose possiamo privarci, al fine di aiutare e arricchire altri con la nostra povertà».
  • Mauro Cozzoli
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Messaggio da miriam bolfissimo » mer mar 05, 2014 3:34 pm


  • Udienza Generale di mercoledì 5 marzo, Mercoledì delle Ceneri
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Cari fratelli e sorelle, buongiorno: inizia oggi, Mercoledì delle Ceneri, l’itinerario quaresimale di quaranta giorni che ci condurrà al Triduo pasquale, memoria della passione, morte e risurrezione del Signore, cuore del mistero della nostra salvezza. La Quaresima ci prepara a questo momento tanto importante, per questo è un tempo “forte”, un punto di svolta che può favorire in ciascuno di noi il cambiamento, la conversione. Tutti noi abbiamo bisogno di migliorare, di cambiare in meglio. La Quaresima ci aiuta e così usciamo dalle abitudini stanche e dalla pigra assuefazione al male che ci insidia. Nel tempo quaresimale la Chiesa ci rivolge due importanti inviti: prendere più viva consapevolezza dell’opera redentrice di Cristo; vivere con più impegno il proprio Battesimo.

La consapevolezza delle meraviglie che il Signore ha operato per la nostra salvezza dispone la nostra mente e il nostro cuore ad un atteggiamento di gratitudine verso Dio, per quanto Egli ci ha donato, per tutto ciò che compie in favore del suo Popolo e dell’intera umanità. Da qui parte la nostra conversione: essa è la risposta riconoscente al mistero stupendo dell’amore di Dio. Quando noi vediamo questo amore che Dio ha per noi, sentiamo la voglia di avvicinarci a Lui: questa è la conversione.

Vivere fino in fondo il Battesimo – ecco il secondo invito – significa anche non abituarci alle situazioni di degrado e di miseria che incontriamo camminando per le strade delle nostre città e dei nostri paesi. C’è il rischio di accettare passivamente certi comportamenti e di non stupirci di fronte alle tristi realtà che ci circondano. Ci abituiamo alla violenza, come se fosse una notizia quotidiana scontata; ci abituiamo a fratelli e sorelle che dormono per strada, che non hanno un tetto per ripararsi. Ci abituiamo ai profughi in cerca di libertà e dignità, che non vengono accolti come si dovrebbe. Ci abituiamo a vivere in una società che pretende di fare a meno di Dio, nella quale i genitori non insegnano più ai figli a pregare né a farsi il segno della croce. Io vi domando: i vostri figli, i vostri bambini sanno farsi il segno della croce? Pensate. I vostri nipoti sanno farsi il segno della croce? Glielo avete insegnato? Pensate e rispondete nel vostro cuore. Sanno pregare il Padre Nostro? Sanno pregare la Madonna con l'Ave Maria? Pensate e rispondetevi. Questa assuefazione a comportamenti non cristiani e di comodo ci narcotizza il cuore!

La Quaresima giunge a noi come tempo provvidenziale per cambiare rotta, per recuperare la capacità di reagire di fronte alla realtà del male che sempre ci sfida. La Quaresima va vissuta come tempo di conversione, di rinnovamento personale e comunitario mediante l’avvicinamento a Dio e l’adesione fiduciosa al Vangelo. In questo modo ci permette anche di guardare con occhi nuovi ai fratelli e alle loro necessità. Per questo la Quaresima è un momento favorevole per convertirsi all’amore verso Dio e verso il prossimo; un amore che sappia fare proprio l’atteggiamento di gratuità e di misericordia del Signore, il quale «si è fatto povero per arricchirci della sua povertà» (cfr 2 Cor 8,9). Meditando i misteri centrali della fede, la passione, la croce e la risurrezione di Cristo, ci renderemo conto che il dono senza misura della Redenzione ci è stato dato per iniziativa gratuita di Dio.

Rendimento di grazie a Dio per il mistero del suo amore crocifisso; fede autentica, conversione e apertura del cuore ai fratelli: questi sono elementi essenziali per vivere il tempo della Quaresima. In questo cammino, vogliamo invocare con particolare fiducia la protezione e l’aiuto della Vergine Maria: sia Lei, la prima credente in Cristo, ad accompagnarci nei giorni di preghiera intensa e di penitenza, per arrivare a celebrare, purificati e rinnovati nello spirito, il grande mistero della Pasqua del suo Figlio.
  • Francesco
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » mer mar 05, 2014 3:35 pm

  • Immagine Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso Iddio
    concedi a noi miseri di fare, per la forza del tuo amore,
    ciò che sappiamo che tu vuoi e di volere sempre ciò che a te piace,
    affinché, interiormente purificati, interiormente illuminati
    e accesi dal fuoco dello Spirito Santo,
    possiamo seguire le orme del tuo Figlio diletto, il Signore nostro Gesù Cristo,
    e, con l’aiuto della tua sola grazia, giungere a te, o Altissimo,
    che nella Trinità perfetta e nella Unità semplice vivi e regni glorioso,
    Dio onnipotente per tutti i secoli dei secoli. Amen
    • francesco d'assisi
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      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun mar 10, 2014 9:03 am


  • Angelus di Sua Santità Francesco

    per la I domenica di Quaresima, 9 marzo 2014
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Cari fratelli e sorelle, buongiorno! il Vangelo della prima domenica di Quaresima presenta ogni anno l’episodio delle tentazioni di Gesù, quando lo Spirito Santo, sceso su di Lui dopo il battesimo nel Giordano, lo spinse ad affrontare apertamente Satana nel deserto, per quaranta giorni, prima di iniziare la sua missione pubblica.

Il tentatore cerca di distogliere Gesù dal progetto del Padre, ossia dalla via del sacrificio, dell’amore che offre se stesso in espiazione, per fargli prendere una strada facile, di successo e di potenza. Il duello tra Gesù e Satana avviene a colpi di citazioni della Sacra Scrittura. Il diavolo, infatti, per distogliere Gesù dalla via della croce, gli fa presenti le false speranze messianiche: il benessere economico, indicato dalla possibilità di trasformare le pietre in pane; lo stile spettacolare e miracolistico, con l’idea di buttarsi giù dal punto più alto del tempio di Gerusalemme e farsi salvare dagli angeli; e infine la scorciatoia del potere e del dominio, in cambio di un atto di adorazione a Satana. Sono i tre gruppi di tentazioni: anche noi li conosciamo bene!

Gesù respinge decisamente tutte queste tentazioni e ribadisce la ferma volontà di seguire la via stabilita dal Padre, senza alcun compromesso col peccato e con la logica del mondo. Notate bene come risponde Gesù. Lui non dialoga con Satana, come aveva fatto Eva nel paradiso terrestre. Gesù sa bene che con Satana non si può dialogare, perché è tanto astuto. Per questo Gesù, invece di dialogare come aveva fatto Eva, sceglie di rifugiarsi nella Parola di Dio e risponde con la forza di questa Parola. Ricordiamoci di questo: nel momento della tentazione, delle nostre tentazioni, niente argomenti con Satana, ma sempre difesi dalla Parola di Dio! E questo ci salverà. Nelle sue risposte a Satana, il Signore, usando la Parola di Dio, ci ricorda anzitutto che «non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4; cfr Dt 8,3); e questo ci dà forza, ci sostiene nella lotta contro la mentalità mondana che abbassa l’uomo al livello dei bisogni primari, facendogli perdere la fame di ciò che è vero, buono e bello, la fame di Dio e del suo amore. Ricorda inoltre che «sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”» (v. 7), perché la strada della fede passa anche attraverso il buio, il dubbio, e si nutre di pazienza e di attesa perseverante. Gesù ricorda infine che «sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”» (v. 10); ossia, dobbiamo disfarci degli idoli, delle cose vane, e costruire la nostra vita sull’essenziale.

Queste parole di Gesù troveranno poi riscontro concreto nelle sue azioni. La sua assoluta fedeltà al disegno d’amore del Padre lo condurrà dopo circa tre anni alla resa dei conti finale con il «principe di questo mondo» (Gv 16,11), nell’ora della passione e della croce, e lì Gesù riporterà la sua vittoria definitiva, la vittoria dell’amore!

Cari fratelli, il tempo della Quaresima è occasione propizia per tutti noi per compiere un cammino di conversione, confrontandoci sinceramente con questa pagina del Vangelo. Rinnoviamo le promesse del nostro Battesimo: rinunciamo a Satana e a tutte le sue opere e seduzioni – perché è un seduttore lui –, per camminare sui sentieri di Dio e «giungere alla Pasqua nella gioia dello Spirito» (Orazione colletta della I Dom. di Quaresima Anno A)..
  • Francesco
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun mar 10, 2014 9:04 am

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  • O Dio, che conosci la fragilità della natura umana ferita dal peccato
    concedi al tuo popolo di intraprendere, con la forza della tua parola, il cammino quaresimale,
    per vincere le seduzioni del maligno e giungere alla Pasqua nella gioia dello Spirito. Amen
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun mar 10, 2014 9:14 am


  • Nel mondo del lavoro e dell’economia: resistere alle tentazioni
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In un tempo di crisi
Ci troviamo a celebrare questo tempo di Quaresima in un momento di grave difficoltà per l’economia: una fase di sofferenza, che mette a dura prova molte certezze. La crisi, infatti, fa vivere a molti la sgradita esperienza di un “digiuno” non certo volontario; esso nasce, infatti, dalla contrazione delle disponibilità economiche, che costringe a ridurre i consumi. Sono tante le famiglie che devono rivedere persino quelli essenziali (alimentari, per la casa, per la cura dei figli…), segnalando una precarietà esistenziale sempre più diffusa. Per molti la precarietà ha il nome della disoccupazione (un altro “digiuno” forzato, stavolta di lavoro), che impedisce di costruire vita buona o di dare continuità a quella condotta in passato. Di più, essa sembra togliere senso ad esistenze che proprio attorno al lavoro si erano costruite o sognavano di potersi costruire. Molti giovani, in particolare, sono sfiduciati, si sentono parte di una generazione bruciata, senza prospettive: tanta voglia generosa di vivere e costruire frustrata, tanti preziosi talenti sprecati.

Coltivare la speranza
Davvero, insomma, questo non è un digiuno che rinnova la vita, ma al contrario una realtà che genera sofferenza, che accentua la diseguaglianza, che erode la coesione sociale e l’etica civile. Non stupisce, dunque, che la prima grande tentazione di questo tempo sia quella del lasciarsi andare, della disperazione, del rinunciare a cercare vie e spazi per andare avanti. La prima virtù da coltivare per questo tempo quaresimale - in ognuno di noi, nelle nostre comunità, nella società civile - sarà allora quella della fortezzache saperseverare nella speranza, continuando a costruire futuro anche quando le prospettive sembrano oscure. Che sa mantenere viva quella fiducia che è motore fondamentale per la vita personale, ma anche potente fattore di dinamismo economico e sociale, sostegno per la capacità di futuro. Ecco uno spazio qualificante per l’azione educativa di chi sa che anche la notte più oscura finisce, che persino nella desolazione del Venerdì Santo è possibile sperare in giorni più luminosi. La comunità cristiana dovrà testimoniare in parole ed opere la sua vicinanza ad un mondo del lavoro duramente provato, sostenendone il coraggio e la speranza con la gioia dell’Evangelo, secondo la parola di papa Francesco.

Tre tentazioni
È in tale orizzonte che possiamo volgere lo sguardo ad un tempo che di tentazioni ce ne pone dinanzi davvero tante, proprio mentre ci sentiamo più fragili di fronte ad esse. Il testo evangelico proposto dalla liturgia per questa I domenica di Quaresima (Mt 4,1-11) mette a fuoco tre aree, in cui si dispiegano tentazioni particolarmente temibili anche per chi opera nel mondo dell’economia.• La prima proposta che il demonio rivolge a Gesù è quella di trasformare i sassi in pane. È la tentazione di cambiare completamente le carte in tavola, di violare ogni regola del gioco per ottenere risultati, anche quando si giunge all’illegalità. Quanti imprenditori - spesso spinti dalla necessità - si arrendono a chi offre denaro facile, ma vuole in effetti solo appropriarsi dei frutti del lavoro d’altri. Quanti si volgono a scorciatoie, violando regole elementari di correttezza, di sicurezza dei lavoratori e dell’ambiente. Gesù rifiuta con decisione tale prospettiva: l’abbondanza del pane la creerà solo nell’episodio della moltiplicazione, quando il suo agire potrà radicarsi in un tessuto di solidarietà e condivisione. La seconda tentazione di Gesù è quella di un uso del potere mirato solo a suscitare stupore e non per beneficare uomini e donne. Non è difficile comprendere contro cosa essa metta in guardia il mondo dell’economia: anche là non manca certo chi preferisce vantarsi di opere mirabolanti - o magari prometterle soltanto - invece che operare concretamente e con progettualità, anche con scelte apparentemente poco premianti. È la tentazione di chi si trova ad orientare l’azione economica: quella delle facili promesse, cui non corrisponde un serio operare per costruire lavoro, per rivitalizzare il tessuto economico. All’urgenza impellente del cambiamento occorre rispondere invece con l’azione perseverante, che sa accettare i tempi lunghi e far tesoro anche di risultati meno appariscenti. Più radicale la terza tentazione: a Gesù viene chiesto di rivolgere a Satana quell’adorazione che a Dio - ed a Lui solo - va indirizzata. Anche in ambito economico è forte il rischio di assolutizzare - quasi facendone idoli - realtà che restano invece pur sempre relative. È importante ricordare, cioè, che gli orientamenti economici non sono mai soltanto la conseguenza di fattori puramente tecnici, ma presuppongono sempre opzioni di valore. Non a caso, la Dottrina sociale della Chiesa ha sempre sottolineato come, al di là dello spessore dei mezzi - e delle tecniche necessarie a gestirli - al centro dell’azione economica deve restare la considerazione dei fini: l’economia è per il benessere delle persone e non viceversa.

Un tempo per cambiare?
Contro tali tentazioni la liturgia ci invita a custodire la sapienza, quella che sa vivere “di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. In tale orizzonte persino la crisi può diventare occasione di ripensamento: per un agire economico davvero finalizzato alle persone ed alle comunità; per tornare a creare lavoro; per rinnovare gli stili di vita, orientandoli nel segno della sobrietà e della sostenibilità. La prima lettura della I domenica di Quaresima (Gen 2,7-9.3,1-7) ci ricorda, del resto, la vocazione dell’uomo, posto da Dio nel giardino di Eden, perché lo coltivi e lo custodisca, ma nel segno del limite, senza pretendere di avere tutto disponibile a sé. Ci vediamo orientati, dunque, ad un’economia capace di ripensarsi nel segno dell’essenzialità e della condivisione; ad un’economia coraggiosa, capace di intraprendere e di riattivare dinamiche, facendo sorgere lavoro; ad un’economia giusta, che sappia contrastare efficacemente la diseguaglianza; ad un’economia attenta a custodire e valorizzare quella bellezza (naturale e culturale) che costituisce la grande ricchezza del nostro Paese. La Quaresima è tempo di conversione e di rinnovamento, dei nostri cuori, ma anche del nostro modo di fare società. Un tempo per cambiare, nel segno di una speranza tesa a custodire futuro.
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Grazia Cuffari
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Preghiera

Messaggio da Grazia Cuffari » mar mar 11, 2014 7:19 pm

Signore Gesù, in questo periodo di grazia quaresimale io non voglio chiederti tante cose, perciò mi fermo all'Essenziale e ti chiedo solo di farmi agire, nel periodo della prova, come hai fatto Tu quando il demonio osò tentarti nel deserto. Tu, con tutta calma, serenità e fermezza hai citato le Parole della Sacra Scrittura, tenendoti aggrappato, da Figlio amatissimo, all'Amore di Dio Padre e alla Sua Volontà di redimere l'Umanità.
Tu mi hai preso il cuore mediante la sofferenza provata nei giorni di ospedale di due anni fa.
Adesso non permettere che io mi abbia da allontanarmi da Te, dal Tuo Amore, mediante la confusione e il disorientamento che provo, fermandomi ad esaminare una parte del mondo che va in rovina.
Dammi quella fiducia illimitata che Tu Gesù, hai avuto col Padre tuo che è anche Padre nostro. E nei momenti critici non farmi mai perdere, anzi, a noi che vogliamo seguirti, non farci mai perdere la Speranza.
Grazie, Signore Gesù !
Dio mi ama e ama tutti nel presente e nell'eternità

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun mar 17, 2014 8:41 am


  • Angelus di Sua Santità Francesco

    per la II domenica di Quaresima, 16 marzo 2014
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Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Oggi il Vangelo ci presenta l’evento della Trasfigurazione. E’ la seconda tappa del cammino quaresimale: la prima, le tentazioni nel deserto, domenica scorsa; la seconda: la Trasfigurazione. Gesù «prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse in disparte, su un alto monte» (Mt 17,1). La montagna nella Bibbia rappresenta il luogo della vicinanza con Dio e dell’incontro intimo con Lui; il luogo della preghiera, dove stare alla presenza del Signore. Lassù sul monte, Gesù si mostra ai tre discepoli trasfigurato, luminoso, bellissimo; e poi appaiono Mosè ed Elia, che conversano con Lui. Il suo volto è così splendente e le sue vesti così candide, che Pietro ne rimane folgorato, tanto che vorrebbe rimanere lì, quasi fermare quel momento. Subito risuona dall’alto la voce del Padre che proclama Gesù suo Figlio prediletto, dicendo: «Ascoltatelo» (v. 5). Questa parola è importante! Il nostro Padre che ha detto a questi apostoli, e dice anche a noi: “Ascoltate Gesù, perché è il mio Figlio prediletto”. Teniamo, questa settimana, questa parola nella testa e nel cuore: “Ascoltate Gesù!”. E questo non lo dice il Papa, lo dice Dio Padre, a tutti: a me, a voi, a tutti, tutti! E’ come un aiuto per andare avanti nella strada della Quaresima. “Ascoltate Gesù!”. Non dimenticare.

È molto importante questo invito del Padre. Noi, discepoli di Gesù, siamo chiamati ad essere persone che ascoltano la sua voce e prendono sul serio le sue parole. Per ascoltare Gesù, bisogna essere vicino a Lui, seguirlo, come facevano le folle del Vangelo che lo rincorrevano per le strade della Palestina. Gesù non aveva una cattedra o un pulpito fissi, ma era un maestro itinerante, che proponeva i suoi insegnamenti, che erano gli insegnamenti che gli aveva dato il Padre, lungo le strade, percorrendo tragitti non sempre prevedibili e a volte poco agevoli. Seguire Gesù per ascoltarlo. Ma anche ascoltiamo Gesù nella sua Parola scritta, nel Vangelo. Vi faccio una domanda: voi leggete tutti i giorni un passo del Vangelo? Sì, no…sì, no… Metà e metà… Alcuni sì e alcuni no. Ma è importante! Voi leggete il Vangelo? E’ cosa buona; è una cosa buona avere un piccolo Vangelo, piccolo, e portarlo con noi, in tasca, nella borsa, e leggerne un piccolo passo in qualsiasi momento della giornata. In qualsiasi momento della giornata io prendo dalla tasca il Vangelo e leggo qualcosina, un piccolo passo. Lì è Gesù che ci parla, nel Vangelo! Pensate questo. Non è difficile, neppure necessario che siano i quattro: uno dei Vangeli, piccolino, con noi. Sempre il Vangelo con noi, perché è la Parola di Gesù per poterlo ascoltare.

Da questo episodio della Trasfigurazione vorrei cogliere due elementi significativi, che sintetizzo in due parole: salita e discesa. Noi abbiamo bisogno di andare in disparte, di salire sulla montagna in uno spazio di silenzio, per trovare noi stessi e percepire meglio la voce del Signore. Questo facciamo nella preghiera. Ma non possiamo rimanere lì! L’incontro con Dio nella preghiera ci spinge nuovamente a “scendere dalla montagna” e ritornare in basso, nella pianura, dove incontriamo tanti fratelli appesantiti da fatiche, malattie, ingiustizie, ignoranze, povertà materiale e spirituale. A questi nostri fratelli che sono in difficoltà, siamo chiamati a portare i frutti dell’esperienza che abbiamo fatto con Dio, condividendo la grazia ricevuta. E questo è curioso. Quando noi sentiamo la Parola di Gesù, ascoltiamo la Parola di Gesù e l’abbiamo nel cuore, quella Parola cresce. E sapete come cresce? Dandola all’altro! La Parola di Cristo in noi cresce quando noi la proclamiamo, quando noi la diamo agli altri! E questa è la vita cristiana. E’ una missione per tutta la Chiesa, per tutti i battezzati, per tutti noi: ascoltare Gesù e offrirlo agli altri. Non dimenticare: questa settimana, ascoltate Gesù! E pensate a questa cosa del Vangelo: lo farete? Farete questo? Poi domenica prossima mi direte se avete fatto questo: avere un piccolo Vangelo in tasca o nella borsa per leggere un piccolo passo nella giornata.

E adesso rivolgiamoci alla nostra Madre Maria, e affidiamoci alla sua guida per proseguire con fede e generosità questo itinerario della Quaresima, imparando un po’ di più a “salire” con la preghiera e ascoltare Gesù e a “scendere” con la carità fraterna, annunciando Gesù.
  • Francesco
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun mar 17, 2014 8:43 am

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  • O Dio, che chiamasti alla fede i nostri padri
    e hai dato a noi la grazia di camminare alla luce del Vangelo,
    aprici all'ascolto del tuo Figlio, perchè accettando nella nostra vita il mistero della croce,
    possiamo entrare nella gloria del tuo regno. Amen
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      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun mar 17, 2014 8:48 am


  • Il fascino di Gesù
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Da quando Gesù era stato nel deserto erano passati molti mesi, egli aveva predicato per le strade della Palestina l’amore del Padre e la venuta del suo Regno. Intorno a lui si erano radunati degli uomini e delle donne che lo seguivano ovunque egli andasse e tra questi, Gesù aveva scelto i dodici apostoli, coloro che gli sarebbero stati più vicini durante la sua missione. Un giorno Gesù disse ai dodici che il suo destino sarebbe stato quello di morire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. I discepoli rimasero stupiti e anche spaventati da questa notizia: non riuscivano a capire perché Gesù dovesse morire e se questo doveva succedere a Gerusalemme, che se ne stesse alla larga! Ma Gesù era guidato dallo Spirito del Padre e sapeva che era giusto proseguire; cercò di spiegare ai discepoli il senso della sua morte e continuò sulla sua strada. Questa strada lo portò alle pendici di un alto monte, il monte Tabor, qui chiese ai discepoli di aspettarlo e salì solo con Pietro, Giacomo e Giovanni, i suoi più cari amici.

Sul monte, lontani da tutte le preoccupazioni, i discepoli videro Gesù trasfigurato. Era splendente e bellissimo, tutta quella luce era la gioia che il Padre gli donava con il suo amore ed era proprio questa gioia profonda e senza eguali a non fargli temere la morte. I discepoli dovevano capire che anche per loro ci sarebbe stata questa gioia se lo avessero seguito sulla sua strada, anche se portava a Gerusalemme. Accanto a Gesù apparvero Mosè ed Elia, i due più grandi profeti di Israele, volevano significare che in Gesù aveva compimento tutta la storia del suo popolo: Gesù era il Messia da sempre atteso. Questo significavano le parole del Padre: Gesù era il Figlio tanto amato, tutti gli uomini avrebbero dovuto ascoltarlo se volevano essere veramente felici. Pietro, Giacomo e Giovanni erano veramente felici di stare sul monte, si sentivano finalmente sicuri, avrebbero voluto fare tre tende per Gesù, Mosè ed Elia, ma bisognava andare avanti, lo Spirito guidava

Certo Gesù fu un grande ammaliatore. Le sue parole, così intendiamo dai vangeli, avevano il potere di commuovere, ferire e guarire, esaltare, portare alle lacrime, trascinare. Le sue parole erano pane per le folle. E per un certo tempo del suo ministero pubblico la popolarità lo ha accompagnato in maniera vistosa. Ma Gesù non fu mai uno sprovveduto. Né un ingenuo. Sapeva che il gradimento della folla è cosa tanto ambigua quanto malcerta: oggi c’è, domani chissà. Sapeva che nella folla ogni uomo diventa sì più permeabile, ma anche più umorale, irrequieto e superficiale. La folla pretende di fare come Dio: che abbassa ed esalta. Solo che Dio lo fa col criterio della misericordia, la folla per capriccio, e con una rozzezza che è sempre violenta. Così Gesù della folla ha solitamente compassione: sente che tutta quella gente è insieme perché infiniti bisogni inespressi hanno la necessità di cementarsi per sentirsi meno inascoltati. Allora Gesù più che altro usa per la folla parole di consolazione e di speranza. E anche quando si spinge a dire qualcosa di più del Regno e del suo Padre lo fa in parabole, la cui spiegazione però viene riservata solo a qualcuno.

Con molte parabole di questo genere annunziava loro la parola secondo quello che potevano intendere. Senza parabole non parlava loro; ma in privato, ai suoi discepoli, spiegava loro ogni cosa. (Mc 4,33-34) Solo a qualcuno Gesù spiega tutto. Egli sa che immerso nella folla un uomo non è capace di intendere: finisce per credere quello che tutti credono, col dire quello che tutti dicono, per dire di ogni cosa come tutti la dicono. Sicché sempre la folla (oggi noi diremmo la gente) impone una figura della realtà decisamente viziata dalla sommarietà del suo vocabolario e dall’inconcludenza di dibattiti tanto superficiali quanto emotivamente appaganti. La folla guarda ma non vede, ascolta ma non intende. Così Gesù fin dall’inizio prende qualcuno in disparte. In disparte significa in generale con lui. Sottratti all’anonimo brusio dei tanti, solo da singoli alcuni possono diventare i destinatari diretti delle istruzioni di Gesù. Soltanto se personalmente ciascuno di loro non semplicemente ne ascolta le parole ma addirittura ne condivide la compagnia. Anzi, perché le parole vengano intese occorre che esse vengano pronunciate nella compagnia. E solo dal gruppo di persone che Gesù si sceglie Egli spera la comprensione della sua identità: chi Egli veramente sia, di che e di chi veramente parli.

Sei giorni dopo prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte su di un alto monte. Anche questo episodio è solo un frangente di una prassi consolidata di Gesù di destinare le cose migliori che ha da dire alla personale compagnia dei suoi discepoli. I quali diversamente dagli altri, da tutti gli altri, ricevono in questo privilegio la ragione del loro futuro ministero di testimoni. Essi saranno testimoni di Gesù perché hanno capito che Egli è il detentore di una parentela assoluta col Padre. E hanno saputo di questa parentela perché a lungo sono stati soli con Lui. Così essi per i tre anni della vita pubblica di Gesù vivranno con Lui respirandone ogni umore, ascoltandone ogni parola, apprezzandone ogni gesto, affascinati dalla eccezionale personalità, e inquietati dalla sempre più evidente discontinuità con ogni pur grande figura di Profeta. Fino a presentire della sua eccezionalità: anche come Maestro, anche come Sapiente.

Lentamente agli occhi dei discepoli, costantemente in disparte con Lui, proprio di Lui affiora e appare una figura nuova, differente dalle primissime impressioni e dalle primissime attese. Una figura che certo la folla mai sarà in grado di apprezzare, e che appunto la loro separatezza con il maestro ha il compito di lasciar presentire. Giorno dopo giorno, stando con Lui, la sua figura prende connotati sempre diversi e sempre più sorprendenti. Tanto che la loro storia di discepoli acquista tutta intera i caratteri di una trasfigurazione: dell’esperienza cioè per la quale ai loro occhi lentamente è apparsa la vera identità di Gesù, occultata spesso dalla banalità del loro sguardo e dalla polverosa ordinarietà dei luoghi comuni. Pensavano bene di Gesù, fin dall’inizio. Pensavano di lui come di un grande profeta. Col tempo si è rivelato molto di più. Presentimento dopo presentimento. Diciamo presentimento: perché la comprensione è cosa di molto dopo; almeno dopo la sua morte e la sua risurrezione. Allora sì, la sua figura apparirà loro in tutta verità.

Qualsiasi cosa sia successa su quel monte, è solo il decantato dell’esperienza di tutta intera la storia dei discepoli col loro Maestro. È scritto qui ed ora quello che sempre accadeva ai discepoli. Il volto brillante come il sole e le vesti candide come la luce, sono parole d’uomo per dire quello che non ha più figura solo di uomo. Come dire il di più, se non attraverso una temeraria alchimia delle parole? In questo racconto, dunque, è drammatizzato in un’unica scena un lungo cammino, durante il quale Gesù si trasfigura ai suoi, apparendo a loro sempre di più come il punto d’intersezione di ogni profezia, di ogni legge e di ogni sapienza: e di essere Lui stesso tutto questo, il Profeta, la Legge e la Sapienza. Nella vicenda umana del loro maestro fa capolino per chi sa vedere la profezia più vera, la legge più perfetta e la sapienza più penetrante: in una parola, Gesù è ciò che tutti attendono da sempre, che il Padre venga di persona, e non più solo mediante la voce di un profeta, o la fragilità di una legge, o la opacità di ogni sapienza (sia pure quella di Salomone).

Questo hanno imparato ad intendere e a vedere i discepoli: presentimento dopo presentimento. Ma anche fraintendimento dopo fraintendimento. Perché frequentemente gli stessi discepoli subiscono il fascino delle sempre nuove figure con le quali il Maestro si presenta senza comprenderne fino in fondo il senso: e tradendo i loro grossolani fraintendimenti con parole intempestive. Di cui Pietro è spesso il campione. Il fraintendimento cresce soprattutto nutrito dal fascino che i discepoli subiscono e che alimenta in loro un pericoloso entusiasmo: il fascino di Gesù li fa spesso sognare ad occhi aperti. E li fa parlare a vanvera. Non appena Pietro apre bocca, una nuvola si addensa attorno a quella fascinosa figura di Gesù rendendola oramai oscurata. Oscurata non dalla sua indisponibilità: piuttosto dall’indocilità dell’occhio dei discepoli. Appena le loro parole pretendono di dire senza aver capito, il mistero di Gesù torna a farsi oscuro. Non appena una istintiva euforia fa scordare loro di essere discepoli sotto istruzione, col dovere dunque di guardare e ascoltare, e non appena si sentiranno autorizzati a prendere parola nel cuore di un mistero ancora lontano, proprio quel mistero ripiomba tra le nuvole.

Come dire: intende solo chi guarda e ascolta, non chi parla precocemente, chi intende dettare condizioni, o anche semplicemente dare consigli. Il desiderio, infantilmente chiacchierato, di restare nell’entusiasmo condanna all’incomprensione. Accade loro tante volte. Occorrerà loro vedere l’estrema figura di Gesù, quella di Lui solitario e muto sulla croce, per correggere e provare l’amaro di un entusiasmo precocemente desiderato. Per intendere che l’entusiasmo e l’euforia sono fumo negli occhi: occorre imparare la lingua della responsabilità e della dedizione. Occorrerà vedere quella figura di Gesù che per i tanti non è stata che una figuraccia. Una maschera desolata e terribile: privata di ogni sembianza d’uomo. La voce, che come nel Battesimo al Giordano, dal cielo dice “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!” è stata scritta in questo racconto. È stata però compresa davanti alla croce. O, piuttosto, tre giorni dopo.

Riusciremo mai a fare un'esperienza così entusiasmante dello stare con il Signore da poter esclamare: "È bello stare qui"? Non lo sappiamo, anche se pensare che i tre discepoli l'hanno vissuto ci fa un po' d'invidia. Non si dovrebbe dire perché la trasfigurazione non è altro che il preludio alla salita a Gerusalemme e alla passione, morte di Gesù. Ma pensare che l'intimità con il Signore è qualcosa di incredibilmente bello, solo i discepoli potevano dircelo, solo Pietro, il traditore per tre volte, poteva confessarcelo. E allora gli crediamo, forse siamo noi che stiamo cercando nel posto sbagliato tanta bellezza. Forse Gesù ha già preparato una tenda per ognuno di noi, certamente un posto alla sua mensa. “Loro soli”, Gesù, Pietro, Giacomo, Giovanni perché c’è bisogno di ridire il fondamento, ricollocare le parole necessarie. E da esse iniziare il racconto del vivere. Reimpostare le strategie del Regno. Perché anche il Regno conosce le sue strategie. E per esse si può persino dimenticare l’opera concreta. Da dove partire quando tutto sembra chiaro? E si rischia l’immobilità? Da dove partire quando tutto non sembra poi così chiaro? E si rischia di rimandare a un ‘poi’, che si confonde con un “mai”?

Parole che dalla nube misteriosa giungono fino a noi. Ascoltatelo, significa incontratelo, seguitelo, mangiate con lui, con lui guarite i malati e liberate gli schiavi, in una parola obbeditegli. Non è un ordine perentorio, ma la proposta di qualcosa che “ne vale la pena”, l’obbedienza che propone Gesù è fatta, innanzitutto, di condivisione, di vita insieme e di intimità, quello che propone ai discepoli mentre attraversa la Palestina, quello che offre ad ognuno di noi. Con lui è possibile ascoltare il battito del cuore del Padre che lo chiama Figlio, Figlio adorato e amato, con lui è impossibile restare soli, anche quando lo si abbandona o si tradisce, la sua fedeltà è infinita e irrevocabile, come la Parola creatrice che ci ha dato la vita. Gesù mostra ai suoi amici più cari, i tre discepoli che sente più vicini al suo cuore, il volto trasfigurato. È il volto di Dio che si mostra amico agli uomini, che ripete ancora una volta che è venuto per stare con loro per sempre. La voce che viene dalla nube dice cosa bisogna fare: ascoltare Gesù, cioè obbedirgli, imparare da lui cosa è giusto fare. Tutti questi segni, però, non bastano, infatti i discepoli, anche se vedono tutto, non capiscono, non sanno che solo a Gerusalemme si compirà la missione e la vita di Gesù, quando sarà ucciso in croce, quando loro scapperanno tutti impauriti.

Pietro prende un'altra cantonata, una delle tante, per questo è l'apostolo che sentiamo più vicino: come noi fa una grande fatica a capire cosa voglia veramente Gesù da lui. Pietro sul monte si offre di fermare quell'istante di assoluta beatitudine: come si stava bene a guardare Gesù con Elia e Mosè! Ma questo fermo immagine non è nell'ordine delle cose: la storia, la nostra come quella di tutti, è fatta per progredire, nel bene come nel male, Gesù ne sa qualcosa. Niente soste: il tempo non si può possedere! Sul monte, il luogo della terra più vicina al cielo, è possibile pregare, parlare con Dio. Gesù è la Parola di Dio presente tra noi: parlare con Gesù, ascoltare le sue parole significa parlare con il Padre, significa pregarlo. Per questo la voce dal cielo raccomanda ai discepoli e a noi di ascoltare il Figlio prediletto. Non sapremmo cosa fare senza ascoltare Gesù, senza la sua parola buona. Cosa ti piace della preghiera? Cosa, invece, non ti piace? Quando ti metti in ascolto delle parole di Gesù?

Il nostro cuore è fatto per il bello e la bellezza, non quella a buon mercato dei corpi sui calendari, ma quell’occasione di assaggiare la vertigine dell’infinito, la maestosità dell’immenso. Per questo cerchiamo il bello e nella maggior parte delle volte lo sappiamo riconoscere, proprio come Pietro che non sa più cosa dire. Ma è pericoloso inseguire il bello, soprattutto pretendere che duri senza congiungerlo a ciò che è buono e giusto. Gesù deve proseguire fino a Gerusalemme e morire, questa è la sua missione, Pietro ha paura di questo, vorrebbe rifugiarsi tra le tende, fermarsi, ma la strada deve continuare.

La quaresima non è solo smarrimento, c’è una meta da raggiungere, anche se il tragitto per farlo appare ancora incerto. Di questi tempi c’è il mito del vagabondare: muoversi, sì, ma tralasciando il traguardo. Così senza accorgersi o si fanno due passi avanti e due indietro, essenzialmente per non muoversi affatto, o ci si ritrova d’un tratto dispersi, senza sapere perché e come si è arrivati in quel punto. La trasfigurazione sul monte non determina una meta precisa, immobile, predeterminata, ma permette di individuare una direzione per poterla scegliere, o rifiutare. La strada della croce non è obbligata, anche se è per tutti. C’è un orizzonte verso il quale incamminarsi, un orizzonte di luce lontano, eppure visibile. Anche se non si capisce si può intravedere il mistero e muoversi. Oppure si chiudono gli occhi e non si potrà contemplare né stelle, né aurora..
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun mar 24, 2014 8:36 am


  • Angelus di Sua Santità Francesco

    per la III domenica di Quaresima, 23 marzo 2014
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Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Il Vangelo di oggi ci presenta l’incontro di Gesù con la donna samaritana, avvenuto a Sicar, presso un antico pozzo dove la donna si recava ogni giorno per attingere acqua. Quel giorno, vi trovò Gesù, seduto, «affaticato per il viaggio» (Gv 4,6). Egli subito le dice: «Dammi da bere» (v. 7). In questo modo supera le barriere di ostilità che esistevano tra giudei e samaritani e rompe gli schemi del pregiudizio nei confronti delle donne. La semplice richiesta di Gesù è l’inizio di un dialogo schietto, mediante il quale Lui, con grande delicatezza, entra nel mondo interiore di una persona alla quale, secondo gli schemi sociali, non avrebbe dovuto nemmeno rivolgere la parola. Ma Gesù lo fa! Gesù non ha paura. Gesù quando vede una persona va avanti, perché ama. Ci ama tutti. Non si ferma mai davanti ad una persona per pregiudizi. Gesù la pone davanti alla sua situazione, non giudicandola ma facendola sentire considerata, riconosciuta, e suscitando così in lei il desiderio di andare oltre la routine quotidiana.

Quella di Gesù era sete non tanto di acqua, ma di incontrare un’anima inaridita. Gesù aveva bisogno di incontrare la Samaritana per aprirle il cuore: le chiede da bere per mettere in evidenza la sete che c’era in lei stessa. La donna rimane toccata da questo incontro: rivolge a Gesù quelle domande profonde che tutti abbiamo dentro, ma che spesso ignoriamo. Anche noi abbiamo tante domande da porre, ma non troviamo il coraggio di rivolgerle a Gesù! La Quaresima, cari fratelli e sorelle, è il tempo opportuno per guardarci dentro, per far emergere i nostri bisogni spirituali più veri, e chiedere l’aiuto del Signore nella preghiera. L’esempio della Samaritana ci invita ad esprimerci così: “Gesù, dammi quell’acqua che mi disseterà in eterno”.

Il Vangelo dice che i discepoli rimasero meravigliati che il loro Maestro parlasse con quella donna. Ma il Signore è più grande dei pregiudizi, per questo non ebbe timore di fermarsi con la Samaritana: la misericordia è più grande del pregiudizio. Questo dobbiamo impararlo bene! La misericordia è più grande del pregiudizio, e Gesù è tanto misericordioso, tanto! Il risultato di quell’incontro presso il pozzo fu che la donna fu trasformata: «lasciò la sua anfora» (v. 28), con la quale veniva a prendere l’acqua, e corse in città a raccontare la sua esperienza straordinaria. “Ho trovato un uomo che mi ha detto tutte le cose che io ho fatto. Che sia il Messia?” Era entusiasta. Era andata a prendere l’acqua del pozzo, e ha trovato un’altra acqua, l’acqua viva della misericordia che zampilla per la vita eterna. Ha trovato l’acqua che cercava da sempre! Corre al villaggio, quel villaggio che la giudicava, la condannava e la rifiutava, e annuncia che ha incontrato il Messia: uno che le ha cambiato la vita. Perché ogni incontro con Gesù ci cambia la vita, sempre. E’ un passo avanti, un passo più vicino a Dio. E così ogni incontro con Gesù ci cambia la vita. Sempre, sempre è così.

In questo Vangelo troviamo anche noi lo stimolo a “lasciare la nostra anfora”, simbolo di tutto ciò che apparentemente è importante, ma che perde valore di fronte all’«amore di Dio». Tutti ne abbiamo una, o più di una! Io domando a voi, anche a me: “Qual è la tua anfora interiore, quella che ti pesa, quella che ti allontana da Dio?”. Lasciamola un po’ da parte e col cuore sentiamo la voce di Gesù che ci offre un’altra acqua, un’altra acqua che ci avvicina al Signore. Siamo chiamati a riscoprire l’importanza e il senso della nostra vita cristiana, iniziata nel Battesimo e, come la Samaritana, a testimoniare ai nostri fratelli. Che cosa? La gioia! Testimoniare la gioia dell’incontro con Gesù, perché ho detto che ogni incontro con Gesù ci cambia la vita, e anche ogni incontro con Gesù ci riempie di gioia, quella gioia che viene da dentro. E così è il Signore. E raccontare quante cose meravigliose sa fare il Signore nel nostro cuore, quando noi abbiamo il coraggio di lasciare da parte la nostra anfora.
  • Francesco
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun mar 24, 2014 8:38 am

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  • O Dio, sorgente della vita, tu offri all'umanità
    riarsa dalla sete l'acqua viva della grazia
    che scaturisce dalla roccia, Cristo salvatore;
    concedi al tuo popolo il dono dello Spirito,
    perchè sappia professare con forza la sua fede,
    e annunzi con gioia le meraviglie del tuo amore. Amen
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Quaresima 2014

Messaggio da miriam bolfissimo » lun mar 24, 2014 8:42 am


  • L'arte del dialogo
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L'itinerario quaresimale è un'occasione straordinaria di conversione, di appropriazione di ciò che è essenziale nella vita di discepoli di Gesù. Ci accorgiamo di quale incontro l'ascolto del Vangelo ci riserva: scoprire la nostra “sete” di Gesù, Colui che veramente può dissetare l'umanità. Il brano evangelico di questa terza tappa, ci presenta Gesù seduto al pozzo di Sicar nel deserto di Giuda: è Dio che si rivela, mostrandosi vicino a chiunque si reca lì, perché assetato: eppure chi domanda acqua è Dio! La donna che va ad attingere acqua nell'ora più calda del giorno, ha sicuramente un motivo che cogliamo subito: vuole evitare incontri con la gente del suo villaggio... forse non si fida più di nessuno, per aver “studiato” quell'insolita uscita: tutto è deserto... eppure l'incontro avviene con lo sconosciuto che domanda acqua e che berrà attraverso la sua brocca! Leggendo l'intero brano scopriamo che ciò che la donna ritiene un miracolo nell'incontro con Gesù (“Mi ha detto tutto quello che ho fatto”), si rivela solo un inizio. Gesù l'ha accolta e riesce a farle credere veramente all'amore e ai rapporti belli e veri che questa donna cerca con tanta sete! Gesù riesce a stimarla e ad amarla così com'è, cioè come figlia di Dio e sorella.

Il missionario che entra nella cultura di un popolo che non conosce (almeno, mai completamente), apprende l'”arte del dialogo” con il mezzo più povero che possiede, cioè con la parola, come lo sconosciuto che si ferma al pozzo di un villaggio. La modalità di Gesù è la caratteristica che deve avere ogni comunità cristiana: partendo dalla persona più povera e sola, forse la meno stimata (come la samaritana che evita con cura i propri compaesani) inizia a manifestare stima e arriva al cuore. Questa tappa quaresimale può favorire una riflessione sulla conversione pastorale delle nostre comunità: che cosa ci impedisce di essere accoglienti, di dialogare con chi non conosciamo? La misericordia è l'atteggiamento di un cuore umile, povero, accogliente: sappiamo ascoltare davvero i fratelli che incontriamo, nei loro bisogni primari?



Testimonianza (Tommaso Bogliacino in Valige di speranza)
Il mio inserimento qui? Cappellano nelle prigioni? Impossibile perché straniero. Cappellano di ospedali? Per ora non a tempo pieno; bisognerà vedere e magari proporre un gruppetto che si occupi dei malati. (…) Per fortuna che c’è il Martini. Sono sicuro che voi pensate al cardinale o all’aperitivo. No, si chiama proprio così, ma è un “solo”, un “malandato” a pochi minuti dalla Fraternità. Lavora come guardiano quando può e ce la fa – poche volte. Sono passato a trovarlo prima di venire al ritiro e gli ho portato tre taralli (sì, taralli) preparati da suor Maria Luisa e le sue sorelle Tanzaniane. Quando busso e sente la mia voce, s’affretta ad aprire. Saluto e dono i taralli, dicendo: «Sono pochi ». Dice: «Ci sei tu, da tempo non sei venuto, karibu sana». Riprendo, vedendolo in condizioni poco buone: «Come va?». Risponde: «Bene, ringrazio Dio per ogni cosa, sempre. Hai sentito - mi dice - degli americani che bombardano? [in riferimento al conflitto con il terrorismo islamico in Medio Oriente, dopo l’11 settembre, n.d.r.] ».
(Mi stupisce, è al corrente, non ha radio, ma quella dei vicini è sempre al massimo). Dico: «Che vergogna». Commenta: «Dobbiamo benedire tutti, i poveri, i ricchi». Aggiunge come pregando: « Sì, padre, ci sono ricchi che pensano solo a sé stessi e ce ne sono che condividono; ma Padre, benedici tutti… A noi il cibo di ogni il giorno, poco, e se manca Mungu anajua, Dio sa»; e mi guarda con un sorriso “oltre”. «Noi non sappiamo, Dio è rifugio vero, solo Lui. Benedire è sempre bene». E di nuovo mi guarda. Dico: «Amen», convinto. Al momento di partire non vorrei chiudere la porta… mai. Né la sua, né quella di Mama Hali, musulmana, malata di AIDS – comincia a star davvero male: tosse, catarro, diarree… Nella sua casetta mi sento dire: «E’ raro vedere un bianco che visita malati qui in queste baracche. Chi o che cosa te lo fa fare?». Come posso spiegarle e dirle la gioia intima che non è commercio né curiosità, né solo motivo medico. Sono qui, sono con te, con voi per un po’ di tempo (…) A poche decine di metri c’è Impala Hotel – 120 dollari la notte, per turisti e impiegati dell’ONU (poveretti!). Marna Eva, che a volte mi accompagna nelle visite, mi dice: «Vedi l’hotel, là, ci sei andato?». Dico: «Tu sai quanto sto bene qui, sto con gioia con voi». Camminiamo silenziosi, per i vicoli. I saluti a tanti risuonano festosi, la vita fluisce.
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun mar 31, 2014 8:05 am


  • Celebrazione della Penitenza
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Nel periodo della Quaresima la Chiesa, a nome di Dio, rinnova l’appello alla conversione. E’ la chiamata a cambiare vita. Convertirsi non è questione di un momento o di un periodo dell’anno, è impegno che dura tutta la vita. Chi tra di noi può presumere di non essere peccatore? Nessuno. Tutti lo siamo. Scrive l’apostolo Giovanni: «Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità» (1 Gv 1,8-9). E’ quello che avviene anche in questa celebrazione e in tutta questa giornata penitenziale. La Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci introduce in due elementi essenziali della vita cristiana.

Il primo: Rivestirci dell’uomo nuovo. L’uomo nuovo, «creato secondo Dio» (Ef 4,24), nasce nel Battesimo, dove si riceve la vita stessa di Dio, che ci rende suoi figli e ci incorpora a Cristo e alla sua Chiesa. Questa vita nuova permette di guardare alla realtà con occhi diversi, senza più essere distratti dalle cose che non contano e non possono durare a lungo, dalle cose che finiscono con il tempo. Per questo siamo chiamati ad abbandonare i comportamenti del peccato e fissare lo sguardo sull’essenziale. «L’uomo vale più per quello che è che per quello che ha» (Gaudium et spes, 35). Ecco la differenza tra la vita deformata dal peccato e quella illuminata della grazia. Dal cuore dell’uomo rinnovato secondo Dio provengono i comportamenti buoni: parlare sempre con verità ed evitare ogni menzogna; non rubare, ma piuttosto condividere quanto si possiede con gli altri, specialmente con chi è nel bisogno; non cedere all’ira, al rancore e alla vendetta, ma essere miti, magnanimi e pronti al perdono; non cadere nella maldicenza che rovina la buona fama delle persone, ma guardare maggiormente al lato positivo di ognuno. Si tratta di rivestirci dell’uomo nuovo, con questi atteggiamenti nuovi.

Il secondo elemento: Rimanere nell’amore. L’amore di Gesù Cristo dura per sempre, non avrà mai fine perché è la vita stessa di Dio. Questo amore vince il peccato e dona la forza di rialzarsi e ricominciare, perché con il perdono il cuore si rinnova e ringiovanisce. Tutti lo sappiamo: il nostro Padre non si stanca mai di amare e i suoi occhi non si appesantiscono nel guardare la strada di casa, per vedere se il figlio che se n’è andato e si è perduto fa ritorno. Possiamo parlare della speranza di Dio: nostro Padre ci aspetta sempre, non solo ci lascia la porta aperta, ma ci aspetta. Lui è coinvolto in questo aspettare i figli. E questo Padre non si stanca nemmeno di amare l’altro figlio che, pur rimanendo sempre in casa con lui, tuttavia non è partecipe della sua misericordia, della sua compassione. Dio non solo è all’origine dell’amore, ma in Gesù Cristo ci chiama ad imitare il suo stesso modo di amare: «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34). Nella misura in cui i cristiani vivono questo amore, diventano nel mondo discepoli credibili di Cristo. L’amore non può sopportare di rimanere rinchiuso in se stesso. Per sua stessa natura è aperto, si diffonde ed è fecondo, genera sempre nuovo amore.

Cari fratelli e sorelle, dopo questa celebrazione, molti di voi si faranno missionari per proporre ad altri l’esperienza della riconciliazione con Dio. “24 ore per il Signore” è l’iniziativa a cui hanno aderito tante diocesi in ogni parte del mondo. A quanti incontrerete, potrete comunicare la gioia di ricevere il perdono del Padre e di ritrovare l’amicizia piena con Lui. E direte loro che nostro Padre ci aspetta, nostro Padre ci perdona, di più fa festa. Se tu vai a Lui con tutta la tua vita, anche con tanti peccati, invece di rimproverarti fa festa: questo è nostro Padre. Questo dovete dirlo voi, dirlo a tanta gente, oggi. Chi sperimenta la misericordia divina, è spinto a farsi artefice di misericordia tra gli ultimi e i poveri. In questi “fratelli più piccoli” Gesù ci aspetta (cfr Mt 25,40); riceviamo misericordia e diamo misericordia! Andiamogli incontro e celebreremo la Pasqua nella gioia di Dio!
  • Francesco, Omelia del 28 marzo 2014
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun mar 31, 2014 8:06 am


  • Angelus di Sua Santità Francesco

    per la IV domenica di Quaresima, 30 marzo 2014
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Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Il Vangelo odierno ci presenta l’episodio dell’uomo cieco dalla nascita, al quale Gesù dona la vista. Il lungo racconto si apre con un cieco che comincia a vedere e si chiude – è curioso questo - con dei presunti vedenti che continuano a rimanere ciechi nell’anima. Il miracolo è narrato da Giovanni in appena due versetti, perché l’evangelista vuole attirare l’attenzione non sul miracolo in sé, ma su quello che succede dopo, sulle discussioni che suscita; anche sulle chiacchiere, tante volte un’opera buona, un’opera di carità suscita chiacchiere e discussioni, perché ci sono alcuni che non vogliono vedere la verità. L’evangelista Giovanni vuol attirare l’attenzione su questo che accade anche ai nostri giorni quando si fa un’opera buona. Il cieco guarito viene prima interrogato dalla folla stupita – hanno visto il miracolo e lo interrogano -, poi dai dottori della legge; e questi interrogano anche i suoi genitori. Alla fine il cieco guarito approda alla fede, e questa è la grazia più grande che gli viene fatta da Gesù: non solo di vedere, ma di conoscere Lui, vedere Lui come «la luce del mondo» (Gv 9,5).

Mentre il cieco si avvicina gradualmente alla luce, i dottori della legge al contrario sprofondano sempre più nella loro cecità interiore. Chiusi nella loro presunzione, credono di avere già la luce; per questo non si aprono alla verità di Gesù. Essi fanno di tutto per negare l’evidenza. Mettono in dubbio l’identità dell’uomo guarito; poi negano l’azione di Dio nella guarigione, prendendo come scusa che Dio non agisce di sabato; giungono persino a dubitare che quell’uomo fosse nato cieco. La loro chiusura alla luce diventa aggressiva e sfocia nell’espulsione dal tempio dell’uomo guarito.

Il cammino del cieco invece è un percorso a tappe, che parte dalla conoscenza del nome di Gesù. Non conosce altro di Lui; infatti dice: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi» (v. 11). A seguito delle incalzanti domande dei dottori della legge, lo considera dapprima un profeta (v. 17) e poi un uomo vicino a Dio (v. 31). Dopo che è stato allontanato dal tempio, escluso dalla società, Gesù lo trova di nuovo e gli “apre gli occhi” per la seconda volta, rivelandogli la propria identità: «Io sono il Messia», così gli dice. A questo punto colui che era stato cieco esclama: «Credo, Signore!» (v. 38), e si prostra davanti a Gesù. Questo è un brano del Vangelo che fa vedere il dramma della cecità interiore di tanta gente, anche la nostra perché noi alcune volte abbiamo momenti di cecità interiore.

La nostra vita a volte è simile a quella del cieco che si è aperto alla luce, che si è aperto a Dio, che si è aperto alla sua grazia. A volte purtroppo è un po’ come quella dei dottori della legge: dall’alto del nostro orgoglio giudichiamo gli altri, e perfino il Signore! Oggi, siamo invitati ad aprirci alla luce di Cristo per portare frutto nella nostra vita, per eliminare i comportamenti che non sono cristiani; tutti noi siamo cristiani, ma tutti noi, tutti, alcune volte abbiamo comportamenti non cristiani, comportamenti che sono peccati. Dobbiamo pentirci di questo, eliminare questi comportamenti per camminare decisamente sulla via della santità. Essa ha la sua origine nel Battesimo. Anche noi infatti siamo stati “illuminati” da Cristo nel Battesimo, affinché, come ci ricorda san Paolo, possiamo comportarci come «figli della luce» (Ef 5,8), con umiltà, pazienza, misericordia. Questi dottori della legge non avevano né umiltà, né pazienza, né misericordia!

Io vi suggerisco, oggi, quando tornate a casa, prendete il Vangelo di Giovanni e leggete questo brano del capitolo 9. Vi farà bene, perché così vedrete questa strada dalla cecità alla luce e l’altra strada cattiva verso una più profonda cecità. Domandiamoci come è il nostro cuore? Ho un cuore aperto o un cuore chiuso? Aperto o chiuso verso Dio? Aperto o chiuso verso il prossimo? Sempre abbiamo in noi qualche chiusura nata dal peccato, dagli sbagli, dagli errori. Non dobbiamo avere paura! Apriamoci alla luce del Signore, Lui ci aspetta sempre per farci vedere meglio, per darci più luce, per perdonarci. Non dimentichiamo questo! Alla Vergine Maria affidiamo il cammino quaresimale, perché anche noi, come il cieco guarito, con la grazia di Cristo possiamo “venire alla luce”, andare più avanti verso la luce e rinascere a una vita nuova.
  • Francesco
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun mar 31, 2014 8:07 am

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  • Signore, ho cercato il tuo volto; il tuo volto. Signore, io cerco, non nascondermi il tuo volto.
    Svela a me tutto il mio essere di fronte a te.
    Purifica, risana, rinforza: illumina l’occhio della mia mente affinché ti veda.
    Raccolga le sue forze l'anima mia e con tutto l’intelletto si rivolga ancora a te, Signore.
    Che cosa sei, Signore, che cosa sei? Che cosa comprende di te il mio cuore?
    Certo tu sei vita, sei sapienza, sei bontà, beatitudine, sei eternità e ogni vero bene. Amen
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun mar 31, 2014 8:07 am


  • Uno sguardo nuovo sulla vita
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Nella vita accadono esperienze singolari che fanno letteralmente aprire gli occhi e illuminano il quotidiano, permettendo così di avere uno sguardo nuovo sulla vita. A questo riguardo, mi permetto di ricordare un’esperienza personale. Da qualche mese mi era stata assegnata anche la sezione Terza A del Liceo classico in cui ero docente di Religione cattolica. Tutti gli studenti della scuola desideravano realizzare prima della maturità un sogno: fare un viaggio di istruzione in Grecia. Voleva essere il coronamento di un percorso di studi in cui il legame con la Grecia classica era stato costante. Prima di chiedere le debite approvazioni, c’era da risolvere un aspetto non irrilevante: la partecipazione al viaggio di Marco, affetto da una gravissima malattia agli occhi che, di fatto, gli impediva di vedere. A coro unico docenti e studenti dissero: “Marco ci deve venire”. Mi offrii per fargli da accompagnatore. Qualche mese dopo si partì per la Grecia. Arrivò il giorno della visita a Delfi. Entrammo nel Museo archeologico in cui è esposta anche la celebre statua dell'Auriga di Delfi, scultura bronzea presente in tutti i libri di arte classica. Informai Marco che eravamo in prossimità dell’opera, studiata a suo tempo in classe. Lui mi chiese di andarle vicino. Notai che un cordone rosso impediva, però, di avvicinarsi più di tanto. Con dei gesti un po’ goffi cercai di far capire al custode che Marco non vedeva e, subito dopo, gli chiesi se poteva toccare l’opera. Il custode annuì. Marco toccò la scultura. Con le dita sfiorò delicatamente i capelli, il viso, le braccia, il lungo panneggio della veste. Subito dopo mi disse: “Grazie, prof. Ho visto”.

Un diverso modo di vedere. L’espressione lapidaria di Marco mi ha aiutato a capire come esistano diverse modalità di vedere. L’occhio, organo che ha il compito di ricavare informazioni sull’ambiente circostante attraverso la luce, permette di acquisire un’ampia serie di informazioni degli oggetti, delle loro forme, delle dimensioni, dei colori, dei materiali e di altro ancora. E soprattutto permette di vedere le persone, con le loro espressioni e i loro atteggiamenti. Tuttavia esistono altre modalità per entrare in comunicazione con le cose e con le persone, e di relazionarsi con loro. L’esclamazione dello studente Marco lo attesta e ci ricorda che ci sono modi diversi di “vedere” la realtà che ci circonda e di coglierne aspetti che l’occhio non sempre è in grado di percepire. Lo abbiamo sperimentato tutti: ci può essere una persona che ha una buona vista, ma non è in grado di “fissare lo sguardo” sulle cose e sulle persone. E paradossalmente ci può essere una persona che, pur senza vedere, riconosce comunque oggetti e persone, grazie ad una sensibilità che le permette di cogliere aspetti essenziali e profondi. Una celebre espressione dell’Antico Testamento ricorda in modo puntuale che l’uomo, seppur dotato di vista, sovente non vede il senso profondo delle cose e non guarda ciò che sta dentro al cuore delle persone, diversamente dal Signore: «L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore» (1Sam 16,7).

C’è una persona in cui avviene contemporaneamente una trasformazione sia fisica sia spirituale, che gli permette di vedere e di avere uno sguardo radicalmente diverso sulla vita: il cieco nato. L’evangelista Giovanni nel capitolo 9, una delle pagine più dense del suo Vangelo, ci racconta l’improvvisa guarigione di un uomo cieco dalla nascita. Nella narrazione, in cui emerge progressivamente la portata salvifica dell’evento, vi è una serie di elementi simbolici (terra, acqua e saliva, alla quale si attribuivano in quel tempo proprietà curative), inseriti in una trama del racconto alquanto articolata. Il racconto è vivace grazie anche all’elevato numero delle persone coinvolte. Vengono per altro sottolineati i loro sentimenti e precisate le opinioni tra loro discordanti. In questo modo si viene spontaneamente indotti a seguire i diversi interlocutori, a prendere parte alle discussioni e agli scambi di opinioni, a pronunciarsi e a prendere posizione. Infine, risuonano nella narrazione diversi titoli dati a Gesù. Sono altrettante “parole di rivelazione” che si trovano in rapida successione nel testo: “maestro”, “luce del mondo”, “profeta”, “Figlio dell’uomo” e, infine, “Signore”. Tutto ciò porta ad appropriarsi del punto focale della narrazione: Gesù, il Verbo di Dio, è la luce venuta nel mondo, che illumina ogni uomo. Gesù, la luce che dona la vista ai ciechi. Il miracolo o, come lo chiama l’evangelista Giovanni, il “segno” di Gesù attualizza l’antica profezia «liberati dall’oscurità e dalle tenebre, gli occhi dei ciechi vedranno» (Is 29,18) e dona concretezza a quanto proclamato dallo stesso evangelista nel suo Prologo di inarrivabile profondità: Gesù è la «luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9). Lui solo dona la vista ai ciechi; lui solo può liberarli dalle tenebre nelle quali sono imprigionati.

Questo assunto troverà un ampio spazio nella liturgia della Chiesa e nell’itinerario dell’iniziazione cristiana, ovvero il percorso che fin dai primi secoli la Chiesa ha creato e poi perfezionato per condurre adulti e bambini alla pienezza della vita cristiana. In questa prospettiva, è il Battesimo ricevuto nella comunità dei credenti che permette di guarire la cecità spirituale di quanti decidono di diventare cristiani. In questo modo i cristiani, chiamati “neofiti”, imparano progressivamente a conoscere l’inviato di Dio Padre e lo Spirito Santo nel cui nome hanno potuto accedere alla luce. È quanto viene magnificamente riassunto nel Prefazio della Quarta domenica di Quaresima: «Nel mistero della sua incarnazione egli si è fatto guida dell’uomo che camminava nelle tenebre, per condurlo alla grande luce della fede. Con il sacramento della rinascita ha liberato gli schiavi dell’antico peccato per elevarli alla dignità di figli». La metafora della luce e delle tenebre esprime simbolicamente quanto tutti i cristiani sperimentano nel prosieguo della vita cristiana: da un capo all’altro della vita va ricercata la luce, nel continuo tentativo di lasciarsene inondare.

Essere figli della luce. Si impara a conoscere Cristo luce del mondo vivendo come figli della luce che si impegnano a non ricadere nelle opere delle tenebre. Anche coloro che ci circondano possono giocare un ruolo molto importante: i nostri fratelli e le nostre sorelle di fede ci aiutano con la comunicazione della loro esperienza e la loro vicinanza; gli altri chiedendoci ragione della nostra fede. Bonarie o aggressive, le intimazioni di questi ultimi possono contribuire alla nostra progressione sul cammino della luce e della verità. La fede è un cammino personale e libero, che spesso espone alla contraddizione, se non al rifiuto, anche da parte dei propri familiari e concittadini. È quanto è accaduto a Gesù: il contraddittorio che segue alla guarigione del cieco nato lo attesta in modo puntuale. Nel tempo presente, meraviglioso e al contempo difficile, sono i “luoghi educativi” (come le scuole e le università), i “luoghi della sofferenza” (come gli ospedali e le carceri), senza dimenticare gli ambienti di lavoro, a richiedere una maggiore presenza di cristiani in grado di portare luce e di accompagnare le persone nella scoperta della bellezza della vita. Sono “luoghi profani” - che potrebbero essere definiti le “periferie esistenziali” verso le quali Papa Francesco ci invita ad andare – a richiedere una luminosa testimonianza di vita cristiana. Anche lo stile di presenza in tali luoghi dovrebbe essere impregnato di Vangelo, debitamente accompagnato dalle necessarie competenze, da parole e gesti carichi di affetto e di speranza. Sarà la testimonianza discreta e coerente del cristiano a far luce alle persone oscurate dal dolore e dalle disabilità, o accecate dalle fragilità e dall’odio e, pertanto, chiuse al futuro. Tale testimonianza potrà essere un nostro personale esercizio di spiritualità, nonché una modalità per illuminare la nostra esistenza. Ancora, un modo sorprendente per incontrare il Signore Gesù ed essere da lui trasformati, come lo è stato il cieco nato che, prostrandosi davanti a chi gli ha aperto gli occhi, afferma: “Credo, Signore!”.
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun apr 07, 2014 8:48 am


  • Angelus di Sua Santità Francesco

    per la V domenica di Quaresima, 6 aprile 2014
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Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Il Vangelo di questa quinta domenica di Quaresima ci narra la risurrezione di Lazzaro. E’ il culmine dei “segni” prodigiosi compiuti da Gesù: è un gesto troppo grande, troppo chiaramente divino per essere tollerato dai sommi sacerdoti, i quali, saputo il fatto, presero la decisione di uccidere Gesù (cfr Gv 11,53).

Lazzaro era morto già da tre giorni, quando giunse Gesù; e alle sorelle Marta e Maria Egli disse parole che si sono impresse per sempre nella memoria della comunità cristiana. Dice così Gesù: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno» (Gv 11,25). Su questa Parola del Signore noi crediamo che la vita di chi crede in Gesù e segue il suo comandamento, dopo la morte sarà trasformata in una vita nuova, piena e immortale. Come Gesù è risorto con il proprio corpo, ma non è ritornato ad una vita terrena, così noi risorgeremo con i nostri corpi che saranno trasfigurati in corpi gloriosi. Lui ci aspetta presso il Padre, e la forza dello Spirito Santo, che ha risuscitato Lui, risusciterà anche chi è unito a Lui.

Dinanzi alla tomba sigillata dell’amico Lazzaro, Gesù «gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. E il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario» (vv. 43-44). Questo grido perentorio è rivolto ad ogni uomo, perché tutti siamo segnati dalla morte, tutti noi; è la voce di Colui che è il padrone della vita e vuole che tutti «l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Cristo non si rassegna ai sepolcri che ci siamo costruiti con le nostre scelte di male e di morte, con i nostri sbagli, con i nostri peccati. Lui non si rassegna a questo! Lui ci invita, quasi ci ordina, di uscire dalla tomba in cui i nostri peccati ci hanno sprofondato. Ci chiama insistentemente ad uscire dal buio della prigione in cui ci siamo rinchiusi, accontentandoci di una vita falsa, egoistica, mediocre. «Vieni fuori!», ci dice, «Vieni fuori!». E’ un bell’invito alla vera libertà, a lasciarci afferrare da queste parole di Gesù che oggi ripete a ciascuno di noi. Un invito a lasciarci liberare dalle “bende”, dalle bende dell’orgoglio. Perché l’orgoglio ci fa schiavi, schiavi di noi stessi, schiavi di tanti idoli, di tante cose. La nostra risurrezione incomincia da qui: quando decidiamo di obbedire a questo comando di Gesù uscendo alla luce, alla vita; quando dalla nostra faccia cadono le maschere - tante volte noi siamo mascherati dal peccato, le maschere devono cadere! - e noi ritroviamo il coraggio del nostro volto originale, creato a immagine e somiglianza di Dio.

Il gesto di Gesù che risuscita Lazzaro mostra fin dove può arrivare la forza della Grazia di Dio, e dunque fin dove può arrivare la nostra conversione, il nostro cambiamento. Ma sentite bene: non c’è alcun limite alla misericordia divina offerta a tutti! Non c’è alcun limite alla misericordia divina offerta a tutti! ricordatevi bene questa frase. E possiamo dirla insieme tutti: “Non c’è alcun limite alla misericordia divina offerta a tutti”. Diciamolo insieme: “Non c’è alcun limite alla misericordia divina offerta a tutti”. Il Signore è sempre pronto a sollevare la pietra tombale dei nostri peccati, che ci separa da Lui, la luce dei viventi.
  • Francesco
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun apr 07, 2014 8:49 am

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  • Eterno Padre, la tua gloria è l'uomo vivente;
    tu che hai manifestato la tua compassione nel pianto
    di Gesù per l'amico Lazzaro, guarda oggi l'afflizione della chiesa
    che piange e prega per i suoi figli morti a causa del peccato,
    e con la forza del tuo Spirito richiamali alla vita nuova.. Amen
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun apr 07, 2014 8:54 am


  • Chi crede in me non morirà in eterno. Credi tu?
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“Colui che tu ami è malato”. Queste parole che le sorelle di Lazzaro rivolgono a Gesù, sono quasi le stesse che ho sentito dire nella preghiera di intercessione, fatta con una fede straordinaria nell’amore di Dio, da mamma Elena nella cappella del reparto di oncologia pediatrica dell’ospedale di San Giovanni Rotondo. Nella penombra vespertina Elena ha ripetuto più volte, tra lacrime e speranza, la preghiera delle sorelle di Lazzaro: “Gesù tu ami Andrea prima di me e più di me. È malato. Ed ha aggiunto: però non la mia volontà sia fatta ma la tua”. Sono rimasto in silenzio accanto ad Elena e guardando scorrere le lacrime sulla sua guancia ho pensato dentro di me: Dio non vuole la sofferenza e la morte di Andrea; Dio non vuole la sofferenza di Elena e quella di suo marito. Dio non vuole la sofferenza di nessuno! Riflettiamo con attenzione sui protagonisti del Vangelo di questa V Domenica di quaresima, il racconto della Risurrezione di Lazzaro, settimo e ultimo dei segni con il quale l’evangelista Giovanni completa la rivelazione di Colui che sta andando verso il Calvario per compiere la sua missione di salvezza e manifestare la gloria di Dio.

Guardiamo anzitutto alle sorelle di Lazzaro. A Betania Marta e Maria avevano già accolto Gesù nella loro casa. In lui evidentemente, scorgevano qualcosa che andava oltre l’amico di Nazareth. Lo avevano chiamato Maestro, ora lo professano Signore della vita: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà”. Un atto di fede straordinario, incondizionato nella potenza di Dio attraverso la preghiera di Gesù. Un atto di fede che avviene tra le lacrime. Lacrime e fede non si escludono. L’amore ferito dalla perdita di una persona cara o dalla sofferenza di un amico ha bisogno di esprimersi. Questo non significa mancanza di fede ma testimonianza di affetto. Anzi, lo sappiamo, più grande è l’amore per una persona, più è forte il dolore del distacco. Le lacrime di Marta e Maria sono come le lacrime che versa Gesù quando vede l’amico Lazzaro morto. Sono le lacrime versate da Elena e suo marito per il loro bambino malato. Non temiamo di piangere e non impediamo a nessuno di esprimere il proprio dolore anche con le lacrime; non lasciamoci andare a parole di consolazione inutili e fastidiose e che talvolta aumentano la rabbia di chi soffre più che aiutare ad affrontare la notte del dolore.

All’arrivo di Gesù Lazzaro è morto già da qualche giorno. Fermiamoci un attimo, nel nostro cammino quaresimale a riflettere su questa realtà che tocca tutti ma sulla quale si riflette poco e male. Già il filosofo Blaise Pascal nei suoi celebri Pensieri scrisse: “Gli uomini non potendo guarire la morte e sperando di essere felici, hanno deciso di non pensarci”. Nessun uomo può guarire la morte come nessun uomo vuole ammalarsi fino a morire e questo semplicemente perché siamo nati per vivere, per la gioia. Ci fa bene qualche volta fermarci a considerare che la nostra vita su questa terra avrà un termine e che l’uomo è segnato dalla finitezza. Sarà questa la condizione per apprezzare il rimedio di Colui che ha accettato di morire per sconfiggerla. La morte di Lazzaro ricorda la nostra morte, frutto di quella “finitezza che non possiamo scuoterci di dosso” nonché “del potere del male e del peccato” (Benedetto XVI, Spe Salvi, 36). La venuta del Figlio di Dio nella storia non ha stravolto le leggi della natura ma le ha assunte fino in fondo. Non le ha stravolte in lui e nemmeno nelle creature che amava. L’evangelista Giovanni ci racconta che, alla provocazione di quanti dicevano “non poteva far si che non morisse” Gesù non risponde ma compie un segno, il più grande gesto che avrebbe potuto compiere: lo ha riportato vivo all’abbraccio dei suoi cari. È un segno in continuità con altri segni, come la guarigione del cieco di cui ci ha parlato il Vangelo di domenica scorsa. Un segno perché non elimina la morte naturale che prima o poi colpirà ancora Lazzaro. Ma è un segno importante che vuole darci la più grande notizia già annunciata dal profeta Ezechiele nella prima lettura: “Ecco io apro i vostri sepolcri”. Come il popolo in esilio ritorna a Gerusalemme così ogni uomo mortale tornerà per sempre alla piena e definitiva comunione con Dio e con i fratelli. Ecco la grande speranza che ci viene annunciata in questa domenica. La via del dolore percorsa da Cristo, quella che da domenica prossima ripercorreremo nella liturgia della settimana santa, via che tocca tutti gli uomini, continua a rimanere un mistero al quale nemmeno Gesù non ha risposto con discorsi sapienti secondo gli uomini. E’ una via misteriosa che talvolta è capace di farci guardare con meno distrazione all’essenziale. Ma questo non la rende meno crudele.

Su questa via dolorosa fino alla morte il Vangelo odierno getta una luce: Colui che “entra personalmente nella storia facendosi uomo e che soffre in essa” (Spe salvi, 36), è la via, la verità e la vita. Alle sorelle di Lazzaro viene chiesto un atto di fede. “Chi crede in me anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?” chiede Gesù a Marta. La stessa domanda oggi viene rivolta a noi: credi tu che la tua vita, se vissuta nella fede di Cristo è eterna? Ecco la grande luce che può illuminare ogni notte: dice Papa Francesco nella sua Lettera Enciclica Lumen Fidei: “La fede non è luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma lampada che guida nella notte i nostri passi, e questo basta per il cammino. All’uomo che soffre, Dio non dona un ragionamento che spieghi tutto, ma offre la sua risposta nella forma di una presenza che accompagna, di una storia di bene che si unisce ad ogni storia di sofferenza per aprire in essa un varco di luce. In Cristo, Dio stesso ha voluto condividere con noi questa strada e offrirci il suo sguardo per vedere in essa la luce. Cristo è colui che, avendo sopportato il dolore, « dà origine alla fede e la porta a compimento » (Eb 12,2)… Solo da Dio, dal futuro che viene da Gesù risorto, può trovare fondamenta solide e durature la nostra società. In questo senso, la fede è congiunta alla speranza perché, anche se la nostra dimora quaggiù si va distruggendo, c’è una dimora eterna che Dio ha ormai inaugurato in Cristo, nel suo corpo” (cfr 2 Cor 4,16 – 5,5). Questa fede in Cristo ha sostenuto molti cristiani nel tempo della prova, della malattia e della sofferenza. Ha sostenuto la vita di Chiara Corbella, la mamma di Francesco. Proprio per portare a conclusione la sua gravidanza, Chiara ha rifiutato le cure invadenti della chemio. Dopo la nascita di Francesco però, ormai era tardi. Eppure già altre due gravidanze erano state una prova della fede: Maria Grazia Letizia e Davide Giovanni hanno vissuto solo mezz’ora per gravi malattie già diagnosticate in gravidanza. Ma la scelta di farle nascere per amore di Dio e degli stessi figli è stata vincente su consigli di morte che non sono mancati.

“Francesco è stato concepito nell’unico momento possibile, - racconta il marito Enrico - perché Chiara già in quel periodo aveva una piccola lesione sulla lingua, che pensavamo fosse un’afta, invece era un carcinoma… In questi anni di matrimonio io e Chiara non abbiamo conosciuto, purtroppo o per fortuna, una ordinarietà, invece in questi ultimi mesi il Signore ci ha fatto vivere una routine, anche con Francesco, che abbiamo assaporato attimo dopo attimo e ci siamo preparati ad accogliere lo Sposo che arrivava. Perché il vero Sposo è sempre Lui, per tutti noi, anche se ci sposiamo, in realtà il vero matrimonio è quello che avremo tutti con Cristo, dal quale non possiamo scappare. Per questo Chiara è vestita da sposa, quando è morta l’abbiamo vestita da sposa, perché lei era una sposa… Vi chiederete come sia possibile una cosa del genere, certamente è frutto di un cammino, di un percorso, di tanto amore, però vi rendete conto che si può morire felici? Cristo è Risorto, ma a noi uomini importa poco che Cristo è risorto, siamo noi che desideriamo risorgere con Lui e la mia gioia nasce dal fatto che Cristo mi dice che anche io posso risorgere e Chiara aveva ben in mente questo. Infatti, nell’ultimo periodo era invincibile, nel senso che aveva indurito il suo sguardo, perché come Gesù che va a Gerusalemme e indurisce il suo sguardo perché sapeva quello che stava per accadere, così Chiara ha indurito il suo sguardo e fatto le cose seriamente: non lasciava entrare nella sua mente paure che l’avrebbero allontanata da Cristo, certo questo è frutto di tanta grazia, di tante preghiere, ma Dio per ognuno di noi è pieno di grazie, quella per Chiara non era una grazia speciale … Dio la grazia vuole darla a tutti… Mio figlio ha fatto 1 anno il 30 maggio [2012], Chiara è morta tredici giorni dopo e cosa poteva regalargli? Ha scritto una lettera a Francesco.. dove tra l’altro dice: «Carissimo Franci, oggi compi un anno e ci chiedevamo cosa poterti regalare che potesse durarti negli anni e così abbiamo deciso di scriverti una lettera. Sei stato un dono grande nella nostra vita, perché ci hai aiutato a guardare oltre i nostri limiti umani, quando i medici volevano metterci paura, la tua vita così fragile ci dava la forza di andare avanti. Per quel poco che ho capito in questi anni, posso solo dirti che l’amore è il centro della nostra vita, perché nasciamo da un atto di amore, viviamo per amore e per essere amati e moriamo per conoscere l’amore vero di Dio. Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri, come solo Dio può insegnarti. L’amore ti consuma, ma è bello morire consumati, proprio come una candela che si spegne solo quando ha raggiunto il suo scopo. Qualsiasi cosa farai avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna… Non scoraggiarti mai figlio mio, Dio non ti toglie mai nulla, se toglie è solo perché vuole donarti tanto di più.. Il Signore ti ha voluto da sempre e ti mostrerà la strada da seguire, se gli aprirai il cuore. Fidati ne vale la pena. Mamma Chiara»".

“Chi crede in me non muore”! Signore aumenta la nostra fede perché già ora tu vuoi salvare la nostra vita.
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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