Anno della fede 11 ottobre 2012 - 24 novembre 2013

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miriam bolfissimo
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Messaggio da miriam bolfissimo » mar giu 11, 2013 1:39 pm


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«Dalle origini della Chiesa, il Battesimo degli adulti è la situazione più normale là dove l'annunzio del Vangelo è ancora recente» (Catechismo, 1247).

Lo esige l'importanza fondamentale del sacramento, che mette in gioco la libertà della persona. Ma, nonostante questa consapevolezza, nella tradizione della Chiesa occidentale si è ben presto affermata la prassi del Battesimo dei bambini. È motivata dal fatto che, nascendo tutti gli uomini «con una natura umana decaduta e contaminata dal peccato originale, anche i bambini hanno bisogno della nuova nascita nel Battesimo per essere liberati dal potere delle tenebre e trasferiti nel regno della libertà dei figli di Dio... La Chiesa e i genitori priverebbero quindi il bambino della grazia inestimabile di diventare figlio di Dio se non gli conferissero il Battesimo poco dopo la nascita» (Catechismo, 1250). Il contesto secolarizzato in cui viviamo porta oggi a interrogarci se questa scelta pastorale conservi tutta la sua validità. È evidente che il Battesimo in età adulta assicura maggiore consapevolezza e responsabilità. Non bisogna però dimenticare la realtà e il peso condizionante del peccato originale e il bisogno di esserne affrancati. «I genitori cristiani riconosceranno che questa pratica corrisponde pure al loro ruolo di alimentare la vita che Dio ha loro affidato» (Catechismo, 1251). Il dono della vita a un figlio non può essere ridotto solo a quella biologica: è donare una vita umana. Comporta perciò anche quello del senso o del perché vivere, indispensabile alla qualità umana. Non dovrà certamente essere imposto, perché è espressione della libertà di ognuno. Potrà però essere anticipato, aiutando i piccoli nel suo riconoscimento e nella sua decisione libera. Chi ama veramente propone e anticipa sempre all'altro ciò che permette di dare qualità vera alla sua vita. Nel Battesimo dei bambini viene posta particolarmente in risalto «la pura gratuità della grazia della salvezza» (Catechismo, 1250). Proclamare la gratuità dell'amore di Dio per l'uomo è elemento centrale di ogni evangelizzazione. È ancora più urgente nel nostro contesto, in cui diventa sempre più forte la tendenza ad assolutizzare l'autosufficienza umana.

  • Col Battesimo, il dono della fede
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«È soltanto nella fede della Chiesa che ogni fedele può credere. La fede richiesta per il Battesimo non è una fede perfetta e matura, ma un inizio, che deve svilupparsi. Al catecumeno o al suo padrino viene domandato: "Che cosa chiedi alla Chiesa di Dio?". Ed egli risponde: "La fede!"» (Catechismo, 1253).

Credere è un gesto che coinvolge tutta la persona, a cominciare dalla sua libertà: «Elemento fondamentale della dottrina cattolica, contenuto nella parola di Dio e costantemente predicato dai Padri, è che gli esseri umani sono tenuti a rispondere a Dio credendo volontariamente; nessuno, quindi, può essere costretto ad abbracciare la fede contro la sua volontà» (Dignitatis humanae, 10). La profondità personale della fede non significa individualismo o intimismo. La fede di ognuno nasce e si sviluppa nella Chiesa e con la Chiesa: si è battezzati nella fede della Chiesa. Questa, «contemplando la santità misteriosa della Vergine, imitandone la carità e adempiendo fedelmente la volontà del Padre, per mezzo della parola di Dio accolta con fedeltà diventa essa pure madre, poiché con la predicazione e il battesimo genera a una vita nuova e immortale i figli, concepiti ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio» (Lumen gentium, 64). Il rapporto con la Chiesa sarà in seguito fondamentale per lo sviluppo della fede. Occorre non dimenticarlo, soprattutto quando ritardi delle strutture o scandali sembrerebbero giustificare una fede senza la Chiesa. Dovrebbero invece stimolarci a condividere il cammino di conversione e di rinnovamento: «La Chiesa, che comprende nel suo seno peccatori ed è perciò santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, avanza continuamente per il cammino della penitenza e del rinnovamento» (Lumen gentium, 8). Ogni anno, nella veglia pasquale, la liturgia ci invita a rinnovare le promesse battesimali: un no deciso alle varie espressioni del peccato, un sì fiducioso al donarsi salvifico di Dio. Siamo invitati a farlo in un contesto di speranza, radicata nella risurrezione di Cristo: una speranza che non dobbiamo permettere a nessuno di rubarci, come ha insistentemente ripetuto Papa Francesco.

  • La necessità del Battesimo
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«Il Battesimo è necessario alla salvezza per coloro ai quali è stato annunziato il Vangelo e che hanno avuto la possibilità di chiedere questo sacramento» (Catechismo, 1257).

Affermare la necessità del Battesimo è un dovere per la comunità cristiana, in fedeltà alla consegna fattale dal Cristo: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,18-20). Il rispetto, il dialogo e la cooperazione con le altre confessioni religiose vanno sviluppati costantemente; parimenti vanno valorizzati «i valori spirituali, morali e socio culturali» che si trovano in esse. Occorre però che tutto sia avvalorato dalla testimonianza e dall'annunzio: la Chiesa «annuncia, ed è tenuta ad annunciare, il Cristo che è "via, verità e vita" (Gv 14,6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con se stesso tutte le cose» (Nostra aetate, 2). La necessità del Battesimo va vissuta con la consapevolezza che Dio sa trovare anche altre vie per portare agli uomini il suo amore: «Dio ha legato la salvezza al sacramento del Battesimo, tuttavia egli non è legato ai suoi sacramenti» (Catechismo, 1257). Vanno perciò evitate sia la fretta angosciata di battezzare, che a volte ha caratterizzato la pietà tradizionale, sia il disinteresse nei riguardi del Battesimo che oggi sembra diffondersi con motivazioni diverse. In un mondo sempre più segnato dal secolarismo e dall'indifferenza nei riguardi della fede, la comunità cristiana è chiamata a un impegno più convinto per la nuova evangelizzazione. Va vissuto con fiducia profonda nella creatività dello Spirito: «Quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa ma che tuttavia cercano sinceramente Dio e coll'aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna» (Lumen gentium, 16).

  • Battezzati, figli dell'unico Figlio
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La grazia, donata nel Battesimo, trasforma in profondità il credente: liberato dal peccato, è trasformato in «una "nuova creatura" (2Cor 5,17), un figlio adottivo di Dio che è divenuto partecipe della natura divina, membro di Cristo e coerede con lui, tempio dello Spirito Santo» (Catechismo, 1265).

Non si tratta di una qualità che viene solo attribuita o proiettata dal di fuori: tocca le radici stesse della persona e la coinvolge totalmente. Siamo realmente figli nell'unico Figlio. Lo Spirito non solo lo opera, ma ce lo attesta costantemente nel profondo della coscienza: «Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio» (Rm 8,16). Questa vita nuova si esprime in dinamismi e energie nuove: «La Santissima Trinità dona al battezzato la grazia santificante, la grazia della giustificazione che lo rende capace di credere in Dio, di sperare in lui e di amarlo per mezzo delle virtù teologali; gli dà la capacità di vivere e agire sotto la mozione dello Spirito Santo per mezzo dei doni dello Spirito Santo; gli permette di crescere nel bene per mezzo delle virtù morali» (Catechismo, 1266). La fede, la speranza e la carità sono i dinamismi e le energie fondamentali del credente: egli vede la realtà con lo sguardo stesso del Cristo, fino a cogliere negli avvenimenti la presenza operante dello Spirito; si rapporta a Dio e agli altri lasciandosi guidare dal cuore di Cristo; è pronto a farsi carico della croce sapendo che così costruisce risurrezione e pienezza. I doni dello Spirito arricchiscono ulteriormente chi è rinato nel Battesimo. Si tratta però di doni affidati per il bene di tutti: doni che mettono al servizio degli altri e rendono capaci di rispondere costruttivamente alle urgenze della storia. Anche le virtù morali acquistano profondità e orizzonti nuovi: radicandosi nel dono della vita nuova, pongono in primo piano il dono che è esigenza e al tempo stesso possibilità di risposta fiduciosa. Il Battesimo è solo l'inizio di questa vita nuova. Ha però in sé la potenzialità della pienezza. Attuarla esige anche il sì fiducioso della nostra libertà: è opera della grazia, ma al tempo stesso nostra responsabilità.

  • Membra dell'unico Corpo di Cristo
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«Il Battesimo incorpora alla Chiesa. Dai fonti battesimali nasce l'unico popolo di Dio della Nuova Alleanza che supera tutti i limiti naturali o umani delle nazioni, delle culture, delle razze e dei sessi: "In realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo" (1Cor 12,13)» (Catechismo, 1267).

Essere incorporati alla Chiesa è molto più di una semplice immatricolazione: è esigenza dell'essere diventati tutti figli nell'unico Figlio; è partecipazione condivisa della vita nuova; è solidarietà di fede, carità e speranza. Non basta riconoscersi appartenenti alla Chiesa: occorre sentirsi Chiesa e costruirsi come Chiesa. La reciprocità si pone perciò come caratteristica fondamentale del credente. Il suo ragionare, il suo leggere le situazioni, il suo prendere le decisioni saranno retti dalla consapevolezza di essere membro, l'uno degli altri, «pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo» (1Pt 2,5).La libertà acquista allora un volto preciso: quello dell'amore e del servizio reciproco. Occorre testimoniarlo con la franchezza di Paolo: «Voi, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l'amore siate invece a servizio gli uni degli altri» (Gal 5,13). A livello non solo di vita personale, ma anche sociale, il credente non esiterà a ripetere: «Nessuno cerchi il proprio interesse, ma quello degli altri» (1Cor 10,14). Non basta essere stati incorporati alla Chiesa con il Battesimo. Occorre esserne un membro vivo, partecipando attivamente alla sua missione. Rigenerati nel Battesimo, siamo tutti «tenuti a professare pubblicamente la fede ricevuta da Dio mediante la Chiesa e a partecipare all'attività apostolica e missionaria del Popolo di Dio» (Catechismo, 1270).Approfondire questa coscienza nei fedeli laici e promuovere adeguati percorsi formativi vanno considerati prioritari secondo la Nota pastorale dopo il Convegno di Verona: «diventa essenziale "accelerare l'ora dei laici", rilanciandone l'impegno ecclesiale e secolare, senza il quale il fermento del Vangelo non può giungere nei contesti della vita quotidiana, né penetrare quegli ambienti più fortemente segnati dal processo di secolarizzazione» (n.26).

  • Il dono della vita nuova, per sempre
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«Il Battesimo segna il cristiano con un sigillo spirituale indelebile ("carattere") della sua appartenenza a Cristo. Questo sigillo non viene cancellato da alcun peccato, sebbene il peccato impedisca al Battesimo di portare frutti di salvezza. Conferito una volta per sempre, il Battesimo non può essere ripetuto» (Catechismo, 1272).

La irrevocabilità del battesimo va compresa non in una prospettiva giuridica, ma alla luce della fedeltà di Dio al suo amore per l'uomo: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticheranno, io invece non di dimenticherò mai. Ecco ti ho disegnato sulle palme delle mie mani» (Is 49,15-16). Nemmeno il rifiuto, anche quello più duro concretizzato nella croce preparata per il Figlio, farà venir meno l'amore misericordioso di Dio per l'uomo. Il sigillo battesimale è certezza di questo amore: il dono della vita nuova è per sempre. Il sigillo è un segno di salvezza, di speranza, di vita piena: «Gli infedeli – scriveva Ignazio di Antiochia – portano l'effigie di questo mondo; i fedeli, vivendo nell'amore, portano l'effigie di Dio Padre, nelle sembianze di Gesù Cristo». La fedeltà al carattere battesimale va vissuta con gratitudine gioiosa, anche quando pone dinanzi a scelte impegnative. Paolo raccomandava agli Efesini: «Non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, con il quale foste segnati per il giorno della redenzione» (Ef 4,30). Nella Gerusalemme celeste infatti vi sarà posto solo per coloro che «porteranno il suo nome sulla fronte» (Ap 22,4). Il carattere battesimale è un carattere sacerdotale: «Per la rigenerazione e l'unzione dello Spirito Santo, i battezzati vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le attività del cristiano, spirituali sacrifici, e far conoscere i prodigi di colui, che dalle tenebre li chiamò all'ammirabile sua luce» (Lumen gentium, 10). Occorre però che permettiamo allo Spirito di continuare ad affrancarci e trasformarci, rinnovando il nostro «modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2).
  • padre Sabatino Majorano in Avvenire, dal 5 all'11 giugno 2013
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Grazia Cuffari
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Messaggio da Grazia Cuffari » sab giu 15, 2013 6:54 am

Il Battesimo è una grazia

Credo nel Battesimo dato agli adulti, ma credo anche al Battesimo dato ai bambini in tenerissima età. Io, ad esempio sono stata battezzata, subito appena nata dalla levatrice, perché ero in pericolo di vita. E adesso, da persona adulta, matura per modo di dire, perché maturi in modo pieno non si è mai in questa vita, sono contenta di avere ricevuto questo dono.
E sapete perché ?
Perché il Battesimo è una grazia speciale che mi accompagna dall'inizio della vita terrena fino alla fine di essa.
Sempre più mi convinco che essa é come una preziosa eredità che i genitori, coscienti dell'importanza della fede in Dio e nella vita, mi hanno voluto lasciare.
Naturalmente questa grazia non va abbandonata a se stessa, ma va coltivata con amore, con costanza e senza imposizioni, attraverso la testimonianza cristiana dei genitori, o di chi per loro, nella famiglia, di pari passo alla crescita fisica del loro bambino.
Credo che solo in questo modo il bambino diventato adulto, può arrivare in
modo sempre più cosciente alla conferma di accettare personalmente tale grazia già ricevuta.
Sono arrivata a tutto questo seguendo un mio ragionamento personale, preferirei una conferma o una correzione da chi è in grado di darmela.
Grazie !
Dio mi ama e ama tutti nel presente e nell'eternità

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miriam bolfissimo
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Messaggio da miriam bolfissimo » mar giu 18, 2013 3:47 pm

Mia carissima maria grazia, pace e bene! mi trovo d'accordo con il tuo sentire, lascio quel che trovo nel mio piccolo cuore...

...anche il battesimo è frutto di educazione, cioè di quella particolare cura che hanno gli adulti nel tirare fuori il meglio dalle generazioni che seguono: nel caso, tirare fuori la consapevolezza dell'essere figli di un Padre che è Amore con il sostegno di un Sacramento che è la realtà di questa stessa consapevolezza: tutto il resto è grazia...

Un abbraccissimo, miriam bolfissimo ;)
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Messaggio da miriam bolfissimo » mar giu 18, 2013 3:48 pm


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Fin dall'inizio della Chiesa, gli Apostoli «in adempimento del volere di Cristo, comunicavano ai neofiti, attraverso l'imposizione delle mani, il dono dello Spirito, destinato a completare la grazia del Battesimo». Questa imposizione delle mani viene giustamente «considerata dalla tradizione cattolica come la prima origine del sacramento della Confermazione, il quale rende, in qualche modo, perenne nella Chiesa la grazia della Pentecoste» (Catechismo, 1288).

Anche se nella nostra prassi pastorale vengono abitualmente ricevuti in momenti diversi, il sacramento della Confermazione è strettamente connesso con quello del Battesimo: insieme con l'Eucaristia costituiscono l'iniziazione cristiana. Le Chiese d'Oriente hanno sempre mantenuto la celebrazione unitaria dei tre sacramenti. Le motivazioni, che hanno determinato la scelta della Chiesa d'Occidente di separare i due sacramenti, sono di carattere pastorale: permettere che il battesimo, ricevuto da bambini, possa avere una conferma consapevole e libera, quando si è alle soglie della maturità. Fare che questo si verifichi effettivamente deve essere al centro del cammino di preparazione, senza però dimenticare la fondamentale unità dell'iniziazione cristiana. Il dono dello Spirito avviene già nel Battesimo: è lui che ci fa rinascere a vita nuova, incorporandoci a Cristo e alla Chiesa. Nella Confermazione il dono viene rinnovato e portato a pienezza, rendendo il credente più pronto ad annunziare e testimoniare. Nella Confermazione il Cristo ci rende partecipi della sua «totale comunione con lo Spirito Santo che il Padre gli dà "senza misura" (Gv 3,34)» (Catechismo, 1286). Come il Cristo, non possiamo più vivere per noi stessi: ci sperimentiamo al servizio della piena attuazione del disegno del Padre sull'intera umanità. Nella Confermazione si realizza la pentecoste personale di ognuno di noi: arricchiti dei doni dello Spirito, non siamo più «fanciulli in balìa delle onde, trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, ingannati dagli uomini con quella astuzia che trascina all'errore. Al contrario, agendo secondo verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa tendendo a lui, che è il capo, Cristo» (Ef 4,14-15).

  • La fede non può essere nascosta
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«Mediante la Confermazione, i cristiani, ossia coloro che sono unti, partecipano maggiormente alla missione di Gesù Cristo e alla pienezza dello Spirito Santo di cui egli è ricolmo, in modo che tutta la loro vita effonda il profumo di Cristo» (Catechismo, 1294).

Nel cuore del rito della Confermazione c'è il segno di croce, che il vescovo traccia sulla fronte del cresimando con il crisma, l'olio profumato, consacrato nella messa crismale del giovedì santo: è il sigillo dello Spirito Santo che «segna l'appartenenza totale a Cristo, l'essere al suo servizio per sempre, ma anche la promessa della divina protezione nella grande prova escatologica» (Catechismo, 1296). Il credente non può nascondere la sua fede: è luce da irradiare, parola da comunicare, amore da effondere, speranza da trasmettere. La grazia della Confermazione gli dà la forza di testimoniarla in tutte le situazioni della vita quotidiana. La strada da scegliere sarà la stessa sulla quale lo Spirito ha condotto il Cristo: la condivisione, il donarsi, il servire. Il credente potrà così essere lievito di novità, irradiando il profumo del Cristo. Nella Confermazione i credenti ricevono la possibilità di camminare verso la maturità cristiana in maniera da «dirigere rettamente i propri affetti, affinché dall'uso delle cose di questo mondo e da un attaccamento alle ricchezze contrario allo spirito della povertà evangelica non siano impediti di tendere alla carità perfetta» (Lumen Gentium, 42). Il cammino verso la maturità è certamente responsabilità di ognuno. Ha bisogno però della solidarietà della comunità, soprattutto in un contesto, come il nostro, caratterizzato dalla molteplicità dei punti di riferimento. Di qui il monito del Vaticano II ai presbiteri a «curare, per proprio conto o per mezzo di altri, che ciascuno dei fedeli sia condotto nello Spirito Santo a sviluppare la propria vocazione personale secondo il Vangelo, a praticare una carità sincera e attiva, ad esercitare quella libertà con cui Cristo ci ha liberati» (Presbyterorum ordinis, 6). Vissuta alla luce di questi valori, la vita quotidiana diventerà veramente testimonianza di fede che coinvolge nella carità e apre alla speranza.

  • Testimoni di Cristo, senza paura
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Il sacramento della confermazione «accorda "una speciale forza dello Spirito Santo" per "diffondere e difendere con la parola e con l'azione la fede, come veri testimoni di Cristo", per "confessare coraggiosamente il nome di Cristo" e per non vergognarsi mai della sua croce» (Catechismo, 1303).

Ricevuto lo Spirito nella Pentecoste, gli Apostoli vincono ogni paura e cominciano a evangelizzare con franchezza. A coloro che li minacciano per farli tacere, Pietro e Giovanni non esitano a rispondere: «Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,20). Paolo dirà di se stesso: «Annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1Cor 9,16). Tutto questo si rinnova nel sacramento della Confermazione: lo Spirito ci affranca dal timore e ci invia sulle strade della vita per portare a tutti il Vangelo. L'impegno per la nuova evangelizzazione deve essere di tutta la comunità cristiana. Nel nostro contesto pluralista e secolarizzato sono numerose le situazioni in cui ci viene chiesto di tacere. La nostra risposta deve essere la stessa degli Apostoli: non possiamo tacere! Sono significative le parole di papa Francesco ai giovani nella Domenica delle Palme: «Non avete vergogna della sua Croce! Anzi, la abbracciate, perché avete capito che è nel dono di sé, nell'uscire da se stessi, che si ha la vera gioia e che con l'amore di Dio Lui ha vinto il male. Voi portate la Croce pellegrina attraverso tutti i continenti, per le strade del mondo!». Il Vaticano II ha sottolineato che «iscrivere la legge divina nella città terrena» spetta propriamente, anche se non esclusivamente, ai laici. Occorre farlo con franchezza, evitando al tempo stesso ogni integralismo e ogni strumentalizzazione per il potere: «Non solo rispetteranno le leggi proprie di ciascuna disciplina, ma si sforzeranno di acquistare una vera perizia in quei campi. Daranno volentieri la loro cooperazione a quanti mirano a identiche finalità. Nel rispetto delle esigenze della fede e ripieni della sua forza, escogitino senza tregua nuove iniziative, ove occorra, e ne assicurino la realizzazione» (Gaudium et spes, 43).

  • Sentirsi davvero Chiesa
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Nel rito latino, i ministri ordinari della Confermazione sono i vescovi. «Il fatto che questo sacramento venga amministrato da loro evidenzia che esso ha come effetto di unire più strettamente alla Chiesa, alle sue origini apostoliche e alla sua missione di testimoniare Cristo coloro che lo ricevono» (Catechismo, n. 1313).

Sentirsi Chiesa non è facile nella nostra società. Scandali e controtestimonianze, a lungo al centro dell'interesse dei mezzi di comunicazione sociale, hanno rinforzato sospetti e i rifiuti. Si sente sempre più spesso dire: credo in Cristo, ma non nella Chiesa. È un dato che deve interrogare ogni credente. Sarebbe facile interpretarlo moralisticamente, scaricandone le responsabilità su questo o su quello. Occorre invece leggerlo come un richiamo a un impegno condiviso per il rinnovamento e la conversione: «La Chiesa, che comprende nel suo seno peccatori ed è perciò santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, avanza continuamente per il cammino della penitenza e del rinnovamento» (Lumen Gentium, 8). La grazia del sacramento della Confermazione ci spinge a dare un chiaro respiro ecclesiale a tutta la nostra vita. Il cammino della fede va fatto insieme, perché «Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità» (ivi, 9). La fedeltà della Chiesa alla sua missione è corresponsabilità di tutti: ognuno deve contribuirvi secondo i propri doni e le proprie competenze. Le carenze e i limiti non possono essere motivo di allontanamento o di disimpegno, ma stimolo alla solidarietà per superarli: Dio ha disposto che «le varie membra abbiano cura le une delle altre. Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme» (1Cor 12, 25-26). Questa solidarietà va vissuta innanzitutto a livello di comunità locale e diocesana. Occorre però che sia sempre aperta alla Chiesa universale: la sua cattolicità esige che «il tutto e le singole parti si accrescono per uno scambio mutuo universale e per uno sforzo comune verso la pienezza nell'unità» (Lumen gentium, 13).

  • Tutto è racchiuso nell'Eucaristia
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Compimento dell'iniziazione cristiana, l'Eucaristia costituisce, per tutta la vita della Chiesa e di ogni suo membro, la fonte e il culmine. La sua centralità è uno dei tratti più significativi del rinnovamento liturgico voluto dal Vaticano II. Per evidenziarla il Catechismo fa sue le parole della Lumen gentium: l'Eucaristia è «fonte e apice di tutta la vita cristiana»; e di Presbyterorum ordinis: «Nella Santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua» (Catechismo 1324).

Istituita dal Cristo nell'ultima cena e affidata alla Chiesa perché l'attui lungo i secoli, l'Eucaristia è il memoriale della sua morte e risurrezione: «Sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l'anima viene ricolmata di grazia e viene dato il pegno della gloria futura» (Sacrosanctum Concilium, 47). È per eccellenza «mistero della fede», come proclama il sacerdote dopo aver pronunziato le parole della consacrazione sul pane e sul vino. È impossibile non restare stupiti «di fronte alla conversione sostanziale del pane e del vino nel corpo e nel sangue del Signore Gesù, una realtà che supera ogni comprensione umana» (Sacramentum caritatis, 6). La ragione, che pure deve cercare di comprendere, lascia il posto alla fede e al grazie ammirato. Nell'Eucaristia la Chiesa trova «il compendio e la somma» della sua fede. Il Catechismo lo ricorda con le parole di sant'Ireneo: «Il nostro modo di pensare è conforme all'Eucaristia, e l'Eucaristia, a sua volta, si accorda con il nostro modo di pensare» (Catechismo, 1327). È grazie ad essa che, nonostante le nostre incoerenze e i nostri limiti, cresciamo nella vita nuova. L'Eucaristia è anche il sacramento della carità per eccellenza: essendo «il dono che Gesù Cristo fa di se stesso, rivelandoci l'amore infinito di Dio per ogni uomo», in essa «si manifesta l'amore "più grande", quello che spinge a "dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13)… Gesù nel Sacramento eucaristico continua ad amarci "fino alla fine", fino al dono del suo corpo e del suo sangue» (Sacramentum caritatis, 1).

  • La ricchezza dell'Eucaristia
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Il grazie gioioso e stupito per il sacramento dell'Eucaristia spinge la Chiesa a cercare di comprenderne sempre più l'insondabile ricchezza al fine di meglio tradurla nella vita quotidiana. Questo impegno trova espressione nei «diversi nomi che gli si danno. Ciascuno di essi ne evoca aspetti particolari» (Catechismo 1329).

Eucaristia evidenzia che essa è il grazie per eccellenza, che la comunità credente rivolge al Signore per l'amore misericordioso, espresso nella creazione e soprattutto nella redenzione dell'umanità. È il nome usato con maggiore frequenza: il dono accolto diventa lode, aprendo alla fiducia e al desiderio di riceverlo ancora. La dimensione memoriale è più evidente in altri nomi, utilizzati fin dai primi secoli: cena del Signore e frazione del pane. Ci riportano all'ultima cena di Gesù con i discepoli e al suo donarsi come cibo di vita. Dopo la risurrezione, è allo spezzare il pane con loro che i discepoli di Emmaus lo riconosceranno. Lo stesso accade ancora oggi: «Tutti coloro che mangiano dell'unico pane spezzato, Cristo, entrano in comunione con lui e formano in lui un solo corpo» (Catechismo 1329). L'Eucaristia, in quanto memoriale della pasqua del Cristo, ha una dimensione sacrificale: è il «Santo Sacrificio, perché attualizza l'unico sacrificio di Cristo Salvatore e comprende anche l'offerta della Chiesa», portando a compimento e superando i sacrifici dell'Antica Alleanza (Catechismo, 1330). Nel linguaggio popolare sono tre i nomi maggiormente diffusi: Comunione, Santissimo Sacramento e Santa Messa. Il primo evidenzia la profondità del rapporto che il Cristo ci dona: «mediante questo sacramento, ci uniamo a Cristo, il quale ci rende partecipi del suo Corpo e del suo Sangue per formare un solo corpo» (Catechismo, 1331). Santissimo Sacramento sottolinea che si tratta del sacramento dei sacramenti e viene usato soprattutto per «le specie eucaristiche conservate nel tabernacolo» (n. 1330). Santa messa deriva dalle parole conclusive, secondo il rito romano, «con l'invio dei fedeli (missio) affinché compiano la volontà di Dio nella loro vita quotidiana» (n. 1332). Sarebbe infatti assurdo che ciò che abbiamo celebrato e ricevuto restasse un evento puramente cultuale: deve portare frutto per la vita del mondo intero.
  • padre Sabatino Majorano in Avvenire, dal 12 al 18 giugno 2013
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Messaggio da miriam bolfissimo » mar giu 25, 2013 1:17 pm


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«Al centro della celebrazione dell'Eucaristia si trovano il pane e il vino i quali, per le parole di Cristo e per l'invocazione dello Spirito Santo, diventano il Corpo e il Sangue di Cristo» (Catechismo, 1333).

Nell'ultima cena Gesù chiede agli apostoli di continuare, fino alla fine del mondo, ciò che egli ha fatto con loro: «Prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: "Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me". E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi"» (Lc 22,19-20). Lungo i secoli, la Chiesa è stata fedele a questo comando del suo Signore, nonostante difficoltà e incomprensioni. Del resto queste non erano mancate nemmeno quando Gesù aveva preannunziato il dono di se stesso come cibo. Molti dei discepoli avevano preso le distanze da lui: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Ma egli aveva ripetuto a Pietro e ai discepoli rimasti con lui: «Volete andarvene anche voi?» (cf Gv 6,60-69). È una domanda che «continua a risuonare attraverso i secoli, come invito del suo amore a scoprire che è lui solo ad avere "parole di vita eterna" (Gv 6,68) e che accogliere nella fede il dono della sua Eucaristia è accogliere lui stesso» (Catechismo, 1336). Scegliendo il pane e il vino come segni del suo donarsi a noi, Gesù vuole evidenziare la profondità della comunione con lui, fino alla partecipazione alla stessa sua vita: «Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto» (Gv 15,4-5). L'Eucaristia è il cibo che dà forza, la medicina che guarisce, il sostegno che mantiene in cammino. È un cibo che noi certamente siamo incapaci di meritare: va accolto con fede umile e grata, sapendo che è l'unico che può dare la vita eterna: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno» (Gv 6,51). Occorre però che permettiamo a questo cibo di attuare in noi tutte le sue potenzialità di vita nuova.

  • Eucaristia, la Parola e il Corpo
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Le «linee fondamentali dello svolgimento della celebrazione eucaristiche», testimoniate fin dal secondo secolo da san Giustino, sono «rimaste invariate fino ai nostri giorni in tutte le grandi famiglie liturgiche» (Catechismo, 1345).

La continuità nelle linee fondamentali è stata accompagnata dall'impegno perché rispondesse alle diverse culture. Questa fedeltà creativa ha ricevuto ulteriore impulso dal Vaticano II, cominciando dall'opzione di favorire le lingue vive. Sono due le grandi parti della celebrazione: liturgia della Parola e liturgia eucaristica. Esse però «costituiscono insieme "un solo atto di culto"; la mensa preparata per noi nell'Eucaristia è infatti ad un tempo quella della Parola di Dio e quella del Corpo del Signore» (Catechismo, 1346). La riforma liturgica ha permesso di valorizzare e di armonizzare meglio le due parti. Occorre rispettarne la specificità e l'intima correlazione, anche per quanto riguarda il ritmo del loro svolgimento, evitando, ad esempio, che l'eccessiva lunghezza della prima porti a un frettoloso svolgimento della seconda. Solo così potrà attuarsi quel cammino pedagogico al mistero che la liturgia vuole proporre. L'inizio è costituito dal costituirsi in assemblea: «I cristiani accorrono in uno stesso luogo per l'assemblea eucaristica. Li precede Cristo stesso, che è il protagonista principale dell'Eucaristia. È il Sommo Sacerdote della Nuova Alleanza. È lui stesso che presiede in modo invisibile ogni celebrazione eucaristica» (Catechismo, 1348). Il convenire per l'Eucaristia è segno e attuazione della «convocazione», operata dallo Spirito, che ci rende Chiesa: «Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità» (Lumen gentium, 9). Il nostro contesto porta ad accentuare le spinte all'individualismo. Il pane della Parola e il pane eucaristico ci ricordano che solo insieme possiamo avanzare nel cammino della fede. Occorre però che, come all'inizio di ogni celebrazione, anche nella vita quotidiana siamo sempre pronti a riconciliarci: tra noi e con Dio.

  • Alla scuola della parola
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«La liturgia della Parola comprende "gli scritti dei profeti", cioè l'Antico Testamento, e "le memorie degli Apostoli", ossia le loro lettere, e i Vangeli; all'omelia, che esorta ad accogliere questa parola come è veramente, quale Parola di Dio, e a metterla in pratica, seguono le intercessioni per tutti gli uomini» (Catechismo, 1349).

La riforma dei libri liturgici permette oggi di nutrirci della Parola in maniera più abbondante che nel passato. La distribuzione dei testi secondo un ritmo biennale, per i giorni feriali, e triennale, per quelli festivi, apre alla ricchezza complessiva sia del Nuovo che del Vecchio Testamento. Attraverso questa articolazione viene proposto un cammino pedagogico che porta a comprendere meglio e a lasciarsi sempre più trasformare dal mistero celebrato. Sintonizzare con questo cammino costituisce una delle preoccupazioni principali dell'omelia: non basta stimolare all'approfondimento dei singoli testi, ma è necessario aiutare i fedeli a far proprio il percorso formativo della liturgia, soprattutto nei tempi forti dell'anno: «Partendo dal lezionario triennale, ricorda Benedetto XVI, siano sapientemente proposte ai fedeli omelie tematiche che, lungo l'anno liturgico, trattino i grandi temi della fede cristiana» (Sacramentum caritatis, 46). In questa maniera sarà più facile che la Parola ascoltata nella celebrazione diventi Parola vissuta nella quotidianità. L'ascolto della Parola è autentico se le permettiamo di penetrare «fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito», per far discernere «i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb 4, 12). È un impegno che, nella celebrazione, l'intera comunità conferma con le acclamazioni con cui accoglie la sua proclamazione: Rendiamo grazie a Dio! Lode a te, o Cristo! Occorre che si facciano veramente eco delle parole di Pietro dopo la moltiplicazione dei pani: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,68-69). Sarà così possibile continuare a lasciarci guidare dalla luce dalla Parola nelle diverse situazioni della vita quotidiana per sintonizzarci con «la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2).

  • La nostra povertà, la Sua grandezza
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L'ascolto della Parola porta l'assemblea a entrare con fiducia nel misterioso scambio di doni che costituisce il cuore della celebrazione eucaristica: «Vengono recati all'altare, talvolta in processione, il pane e il vino che saranno offerti dal sacerdote in nome di Cristo nel sacrificio eucaristico, nel quale diventeranno il suo Corpo e il suo Sangue» (Catechismo, 1250).

È uno scambio tra povertà e ricchezza, come sintetizza la preghiera sulle offerte della XX Domenica: «Accogli i nostri doni, Signore, in questo misterioso incontro tra la nostra povertà e la tua grandezza: noi ti offriamo le cose che ci hai dato e tu donaci in cambio te stesso». È uno scambio che solo l'amore misericordioso di Dio poteva progettare. Se la fede non ce ne rendesse certi, sembrerebbe assurdo: non solo Dio ci permette di offrirgli ciò che egli per primo ci ha dato, ma ce lo ridona nuovamente trasformato nel corpo e nel sangue del Cristo. Tutto questo deve impegnarci a rendere nuovi anche i rapporti fraterni: «Fin dai primi tempi, i cristiani, insieme con il pane e con il vino per l'Eucaristia, presentano i loro doni perché siano condivisi con coloro che si trovano in necessità. Questa consuetudine della colletta sempre attuale, trae ispirazione dall'esempio di Cristo che si è fatto povero per arricchire noi» (Catechismo, 1351). La comunione e la solidarietà con i fratelli nell'uso dei beni sono condizione e al tempo stesso conseguenza necessaria dell'Eucaristia. Quando si indeboliscono o addirittura vengono a mancare, facciamo perdere valore alle nostre celebrazioni. Diventano un formalismo controtestimoniante: «Un'Eucaristia che non si traduca in amore concretamente praticato è in se stessa frammentata» (Deus caritas est, 14). Dovremmo allora ricordarci delle forti parole di Paolo ai Corinzi: «Vi riunite insieme non per il meglio, ma per il peggio. Innanzi tutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi». Per questo «il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando siete a tavola, comincia a prendere il proprio pasto e così uno ha fame, l'altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla Chiesa di Dio e umiliare chi non ha niente?» (1Cor 11,17-22).

  • Un solo corpo e un solo spirito
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«Con la preghiera eucaristica, preghiera di rendimento di grazie e di consacrazione, arriviamo al cuore e al culmine della celebrazione» (Catechismo, 1352).

Si apre con il solenne rendimento di grazie del prefazio, ricordando che ringraziare non solo «è cosa buona e giusta», ma anche «nostro dovere e fonte di salvezza» (Preghiera eucaristica II). Il grazie si trasforma subito in invocazione al Padre perché mandi il suo Spirito «sul pane e sul vino, affinché diventino, per la sua potenza, il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo e perché coloro che partecipano all'Eucaristia siano un solo corpo e un solo spirito» (Catechismo, 1353). Con la riforma liturgica del Vaticano II, è stato maggiormente evidenziato il ruolo fondamentale dello Spirito Santo, non solo nella liturgia ma in tutta la vita della Chiesa. Per la potenza dello Spirito, la memoria delle parole di Gesù sul pane e sul vino, ripetute dal sacerdote, non sono un semplice ricordo, ma «rendono sacramentalmente presenti sotto le specie del pane e del vino il suo Corpo e il suo Sangue, il suo sacrificio offerto sulla croce una volta per tutte» (Catechismo, 1353). La presenza del Cristo sotto le specie eucaristiche porta a coronamento tutte le altre: «Nel Santissimo Sacramento dell'Eucaristia è contenuto veramente, realmente, sostanzialmente il Corpo e il Sangue di nostro Signore Gesù Cristo, con l'anima e la divinità e, quindi, il Cristo tutto intero» (Catechismo, 1374). Il termine che la tradizione cattolica ha maggiormente usato è transustanziazione. Il Catechismo lo ricorda con le parole del Concilio di Trento: «Con la consacrazione del pane e del vino si opera la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del Corpo del Cristo, nostro Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo Sangue. Questa conversione (...) è chiamata dalla santa Chiesa cattolica transustanziazione» (n. 1376). La presenza eucaristica del Cristo perciò non si limita alla sola celebrazione: permane finché permangono il pane e il vino consacrato. La celebrazione eucaristica continua nel culto del Santissimo conservato nel ciborio dell'altare.

  • Beati gli invitati alla cena
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«Beati gli invitati alla cena del Signore»: sono le parole con cui il sacerdote, dopo aver ripetuto, insieme all'assemblea, la preghiera del Signore, invita ad accostarsi all'altare per cibarsi del pane della vita eterna. Sono eco delle parole di Gesù: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51). È un invito pressante quello del Signore a «riceverlo nel sacramento dell'eucaristia: "In verità, in verità vi dico: se non mangiate la Carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo Sangue, non avrete in voi la vita" (Gv 6,53)» (Catechismo, 1384).

È un invito da accogliere con fede e gioia grata. La consapevolezza della nostra miseria non è motivo per rifiutare l'invito: va riconosciuta e presentata con fiducia perché possa essere guarita. «So che dell'eucaristia non ne sono degni nemmeno gli Angeli, soleva dire S. Alfonso, ma Dio ha voluto renderne degno l'uomo per guarirlo nelle sue infermità». Questo non deve significare superficialità o formalismo di qualsiasi tipo. Osservando la maniera in cui ci mettiamo in fila, per accostarci all'altare, oppure riprendiamo il nostro posto, dopo aver ricevuto l'eucaristia, viene spontaneo da chiedersi se abbiamo chiara la grandezza del dono che ci viene fatto. Le parole di Paolo ai Corinti sono un richiamo da non dimenticare: «Chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. Ciascuno, dunque, esamini se stesso e poi mangi del pane e beva dal calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1Cor 11, 27-29). Importate è anche il tempo del ringraziamento, dopo che abbiamo mangiato il pane eucaristico. È un "tempo prezioso" nel quale «oltre all'esecuzione di un canto opportuno, assai utile può essere anche il rimanere raccolti in silenzio» (Sacramentum caritatis, 50). La preghiera e la riflessione dovranno stimolarci a far sì che quanto abbiamo ricevuto diventi vita coerente, proiettata verso la pienezza finale.
  • padre Sabatino Majorano in Avvenire, dal 19 al 25 giugno 2013
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » mar lug 02, 2013 7:16 am


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«Il carattere sacrificale dell'Eucaristia si manifesta nelle parole stesse dell'istituzione: "Questo è il mio Corpo che è dato per voi" e: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio Sangue, che viene versato per voi" (Lc 22,19-20). Nell'Eucaristia Cristo dona lo stesso corpo che ha consegnato per noi sulla croce, lo stesso sangue che egli ha "versato per molti, in remissione dei peccati" (Mt 26,28)» (Catechismo, 1365).

Quello di Cristo sulla croce è un sacrificio dettato dall'amore, che non lo fa vacillare nemmeno dinanzi alla prova suprema del dono della vita: «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1). Precedentemente aveva confidato ai discepoli: «Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!» (Lc 12,50). Lo sguardo della fede non si ferma a ciò che Gesù ha sofferto per noi, ma cerca di arrivare all'amore che lo ha spinto a farsi carico della croce per noi: «lo sguardo rivolto al fianco squarciato di Cristo» fa comprendere che «Dio è amore (1Gv 4, 8). È lì che questa verità può essere contemplata» (Deus caritas est, 12). È un amore che chiede accoglienza e risposta grata: «L'amore del Cristo ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro» (2Cor 5,14-15). Celebrando il memoriale del sacrificio del Cristo, la Chiesa, suo mistico corpo, «partecipa all'offerta del suo Capo», offrendosi con lui e unendosi al suo incessante intercedere presso il Padre per tutta l'umanità: «Il sacrificio di Cristo diviene pure il sacrificio delle membra del suo corpo. La vita dei fedeli, la loro lode, la loro sofferenza, la loro preghiera, il loro lavoro, sono uniti a quelli di Cristo e alla sua offerta totale, e in questo modo acquistano un valore nuovo» (Catechismo, 1368). Il sì di Cristo alla croce diventa il sì della Chiesa all'annunzio e alla testimonianza nonostante tutte le difficoltà.

  • Eucaristia: progetto di vita
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«Ciò che l'alimento materiale produce nella nostra vita fisica, la Comunione lo realizza in modo mirabile nella nostra vita spirituale. La Comunione alla Carne del Cristo risorto, "vivificata dallo Spirito Santo e vivificante", conserva, accresce e rinnova la vita di grazia ricevuta nel Battesimo. La crescita della vita cristiana richiede di essere alimentata dalla Comunione eucaristica, pane del nostro pellegrinaggio, fino al momento della morte, quando ci sarà data come viatico» (Catechismo, 1392).

La vita quotidiana ci pone costantemente dinanzi a scelte impegnative per essere strumenti e cooperatori dello Spirito nella redenzione di tutti gli uomini (Lumen gentium, 9). Il segreto della nostra fedeltà è cibarci del pane eucaristico. Veniamo così sempre più "innestati" nel Cristo e perciò capaci di portare frutti abbondanti: «Rimanete in me ed io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me» (Gv 15,4). L'eucaristia modella la nostra mentalità, i nostri atteggiamenti, i nostri gesti. Giustamente Giovanni Paolo II la indicava come progetto di vita: «Essa infatti è un modo di essere, che da Gesù passa nel cristiano e, attraverso la sua testimonianza, mira ad irradiarsi nella società e nella cultura. Perché ciò avvenga, è necessario che ogni fedele assimili, nella meditazione personale e comunitaria, i valori che l'Eucaristia esprime, gli atteggiamenti che essa ispira, i propositi di vita che suscita» (Mane nobiscum Domine, 25). È un progetto di vita che chiede di accantonare con coraggio le prospettive egoistiche, che imprigionano nel proprio utile individualistico, contrapponendosi e strumentalizzando gli altri, per assumere quelle del dono, del servizio, del camminare insieme: la gioia di aver condiviso il pane eucaristico deve diventare libertà che si scopre amore e perciò si mette a servizio gli uni degli altri (Gal 5,13). Occorre infatti non dimenticare che l'autentica «spiritualità eucaristica non è soltanto partecipazione alla Messa e devozione al Santissimo Sacramento. Essa abbraccia la vita intera» (Sacramentum caritatis, 77).

  • Il dono del perdono di Dio
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La «vita nuova di figlio di Dio può essere indebolita e persino perduta a causa del peccato» (Catechismo, 1420).

L'esperienza quotidiana lo conferma eloquentemente: incoerenze, chiusure, rifiuti non mancano nella vita dei credenti. Siamo però restii a riconoscerlo. Preferiamo il più delle volte scaricarne la responsabilità sugli altri, le situazioni, la società. Oppure legittimiamo ogni cosa in nome della libertà. Prima o poi, però, le conseguenze negative delle nostre azioni e la voce della coscienza ci richiamano alla realtà: siamo peccatori, abbiamo bisogno di perdono, di guarigione. L'amore misericordioso di Dio rende possibile tutto ciò. Nella sua morte e risurrezione, il Cristo è il sì definitivo di Dio al perdono che apre alla pienezza della vita. In lui si verifica, per ognuno di noi, l'abbraccio misericordioso del Padre, che fa effettivamente ritornare a casa il figlio che si è allontanato: «Facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (cf Lc 15,11-32). Cristo «ha voluto che la sua Chiesa continui, nella forza dello Spirito Santo, la sua opera di guarigione e di salvezza, anche presso le proprie membra» (Catechismo, 1421). È una missione che caratterizza tutta la vita della Chiesa. Il sacramento della penitenza ne è l'espressione privilegiata: Cristo «ha affidato l'esercizio del potere di assolvere i peccati al ministero apostolico. A questo è affidato il "ministero della riconciliazione" (2Cor 5,18)» (Catechismo, 1442). I diversi nomi, che la tradizione cristiana dà a questo sacramento, ne evidenziano la ricchezza: sacramento della Conversione, in quanto realizza «sacramentalmente l'appello di Gesù alla conversione»; della Penitenza, perché «consacra un cammino personale ed ecclesiale di conversione»; della Confessione, per il fatto che «l'accusa, la confessione dei peccati davanti al sacerdote è un elemento essenziale»; del Perdono, poiché «attraverso l'assoluzione sacramentale del sacerdote, Dio accorda al penitente il perdono e la pace»; della Riconciliazione, donando al peccatore «l'amore di Dio che riconcilia» (Catechismo, 1423-1424).

  • Riconciliazione, diverse modalità
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Il sacramento della riconciliazione è stato istituito da Cristo come ulteriore possibilità di perdono «per tutti i membri peccatori della sua Chiesa, in primo luogo per coloro che, dopo il Battesimo, sono caduti in peccato grave» (Catechismo, 1446).

È una possibilità nuova da vivere con gratitudine e gioia. Vanno superate le presentazioni e le prassi che riducono il sacramento del perdono a "inquisizione" per il controllo delle coscienze: è festa dell'amore misericordioso, che affranca dal potere del peccato e permette di costruirsi in novità di vita. In realtà, la storia del sacramento della riconciliazione è tra le più tormentate. Nella Chiesa primitiva non sono mancati coloro che ne hanno messo in discussione la stessa esistenza; una posizione ripresa nel Cinquecento, anche se in modalità diverse, dalla riforma protestante. Nei primi secoli si è affermata la prassi che ne permetteva la celebrazione una sola volta nella vita e in pubblico. A partire dal sesto/settimo secolo si è passati alla possibilità di riceverlo più volte: confessione privata, esecuzione della penitenza proporzionata ai peccati commessi, assoluzione. Con il Concilio di Trento si arriva all'attuale disciplina centrata nella confessione personale dei peccati al sacerdote. Attraverso questi cambiamenti è possibile cogliere una «medesima struttura fondamentale», con «due elementi ugualmente essenziali: da una parte, gli atti dell'uomo che si converte sotto l'azione dello Spirito Santo: cioè la contrizione, la confessione e la soddisfazione; dall'altra parte, l'azione di Dio attraverso l'intervento della Chiesa» (Catechismo, 1448). La disciplina sacramentale attuale prevede tre modalità: la «riconciliazione dei singoli penitenti», quella «di più penitenti con la confessione e l'assoluzione individuale», quella «di più penitenti con la confessione e l'assoluzione generale». La prima di queste modalità però «resta l'unico modo ordinario grazie al quale i fedeli si riconciliano con Dio e con la Chiesa, a meno che un'impossibilità fisica o morale non li dispensi da una tale confessione» (Catechismo, 1484).

  • Alla luce dell'amore misericordioso
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«Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo posto. Essa è "il dolore dell'animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire"» (Catechismo, 1451).

Nasce dallo sguardo sul Crocifisso: dalla certezza di un amore che nemmeno il rifiuto più duro fa vacillare. Altre motivazioni, come quelle che scaturiscono dalle conseguenze del peccato, possono influire. Decisivo però è lasciarsi guardare dal Cristo: come Pietro nel cortile del Sommo Sacerdote (Lc 22,61). Nella catechesi sul sacramento del perdono sarebbe un grave errore focalizzare l'attenzione su ciò che noi dobbiamo fare nella sua celebrazione. Questo è certamente necessario, occorre però che in primo piano ci sia sempre l'iniziativa misericordiosa di Dio: è lui che ci anticipa il perdono convertendo il nostro cuore e rinnovando la nostra vita. Nell'esame di coscienza, «fatto alla luce della Parola di Dio» (Catechismo, 1454), lo sguardo va prima sul Crocifisso e poi sulla nostra vita. In questa maniera la certezza della misericordia di Dio ci permetterà di cogliere fino in fondo la verità di ciò che abbiamo fatto. Possiamo riconoscere le nostre responsabilità, senza più nasconderle a noi stessi o illuderci di poterle scaricare sugli altri. Siamo certi infatti che, per il perdono che Dio ci anticipa, il male che abbiamo operato non ci incatenata più: possiamo superarlo, essere nuovi, costruire futuro. Attuato con gli occhi del Cristo, l'esame di coscienza farà emergere non solo il male, che abbiamo operato, ma soprattutto la chiusura alle possibilità di bene, che non abbiamo voluto cogliere per paura o per debolezza. L'amarezza per il rifiuto diventa allora speranza, che fa partecipare alla gioia del Padre nel perdonarci. Viviamo, a livello spirituale, la stessa esperienza di quando passiamo da un ambiente inquinato a uno pulito: ricominciamo a respirare a pieni polmoni, anche se sappiamo che in noi restano i segni dell'inquinamento prima respirato. E ci vien voglia di camminare, correre, costruire. Il dolore per il male compiuto si trasforma in proposito sincero di vita nuova, fondato sulla certezza della misericordia di Dio.

  • La confessione dei peccati
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«La confessione al sacerdote costituisce una parte essenziale del sacramento. È necessario che i penitenti enumerino nella confessione tutti i peccati mortali, di cui hanno consapevolezza dopo un diligente esame di coscienza, anche se si tratta dei peccati più nascosti e commessi soltanto contro i due ultimi comandamenti del Decalogo» (Catechismo, 1456).

Già a livello umano, la confessione del male commesso ha un valore liberatorio: «ci libera e facilita la nostra riconciliazione con gli altri» (Catechismo, 1455). Nel sacramento, per il mistero pasquale del Cristo, acquista un significato salvifico. Il riconoscere il male operato o il bene non fatto diventa proclamazione della misericordia e del perdono di Dio. Si fa eco del Magnificat di Maria: ha guardato la mia miseria, ha operato grandi cose, «di generazione in generazione la sua misericordia» (cf Lc 1,48-50). Il dialogo con il confessore va vissuto con fiducia e trasparenza. È «dialogo di salvezza», come ha ricordato Benedetto XVI all'inizio dell'anno sacerdotale. Vanno evitate le proposte rigoriste, che gli hanno imposto un taglio inquisitoriale, contribuendo all'attuale crisi del sacramento. È dialogo che deve permettere di vivere un'esperienza forte della misericordia del Signore che trasforma il cuore, come ripete costantemente Papa Francesco. Compito del confessore è aiutare il penitente a passare dai sintomi alle radici della malattia, per poi suggerire la medicina più efficace. Il sapere che egli è tenuto al segreto più assoluto su ciò che ascolta in confessione, deve incoraggiare ulteriormente il penitente a un dialogo fiducioso e sincero. Nel dialogo sacramentale è indispensabile non fermarsi a ciò che si è fatto, ma proiettarsi in avanti: individuare i passi resi possibili dalla grazia del perdono, la maniera in cui evitare di ricadere negli stessi errori, le risposte da dare a situazioni di vita che diventano sempre più complesse. Si tratta evidentemente di responsabilità che competono alla coscienza di ognuno. Nel dialogo sacramentale è però possibile trovare luce e sostegno, perché il discernimento sia effettivamente evangelico.
  • padre Sabatino Majorano in Avvenire, dal 26 giugno al 2 luglio 2013
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Messaggio da miriam bolfissimo » mar lug 09, 2013 8:48 am


  • Come un ponte
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Se l'immagine del ponte è quella che forse meglio rappresenta l'enciclica Lumen fidei come testo straordinario di raccordo tra i pontificati di Benedetto XVI e del suo successore Francesco, è in questo stesso senso molto eloquente il loro primo incontro pubblico in Vaticano. Non è un caso che l'avvenimento, altrettanto fuori dell'ordinario, abbia preceduto di poche ore la presentazione del documento e poi l'annuncio della storica canonizzazione di due Papi, cristiani autentici ed esemplari: Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Ma soprattutto va sottolineato un fatto: l'incontro si è svolto con una naturalezza che esprime la fraternità reale visibilmente instauratasi tra il vescovo di Roma e il suo predecessore.

È questo il contesto immediato e profondo di cui tenere conto per leggere e apprezzare l'enciclica. «Noi abbiamo avuto un esempio meraviglioso di come è questo rapporto con Dio nella propria coscienza, un recente esempio meraviglioso. Il Papa Benedetto XVI - ha detto non casualmente all'inizio di questa stessa settimana il suo successore - ci ha dato questo grande esempio quando il Signore gli ha fatto capire, nella preghiera, quale era il passo che doveva compiere. Ha seguito, con grande senso di discernimento e coraggio, la sua coscienza, cioè la volontà di Dio che parlava al suo cuore. E questo esempio del nostro padre fa tanto bene a tutti noi, come un esempio da seguire». Parole non di maniera, come non sono state di maniera quelle che hanno aperto il primo incontro davvero pubblico per ribadire al predecessore affetto, riconoscenza e grande gioia per una presenza, tanto discreta quanto espressiva.

Se dunque la continuità nella diversità delle successioni sulla cattedra romana è lo sfondo del documento che reca la data della solennità dei santi Pietro e Paolo, il suo tema è essenziale e decisivo: «la luce della fede», quel lumen fidei che richiama il lumen Christi della veglia di Pasqua che rompe le tenebre. Dopo le encicliche di Benedetto XVI sull'amore (Deus caritas est) e sulla speranza (Spe salvi), questa completa una lunga meditazione e viene offerta con semplice umiltà dal suo successore. Il vescovo di Roma preso «quasi alla fine del mondo» ha così fatto proprio questo «prezioso lavoro» e lo ha personalizzato, come testo tradizionalmente programmatico sul «grande dono portato da Gesù». E lo ha pubblicato nel cuore di un periodo espressamente dedicato, per volere del suo predecessore, alla riflessione sulla fede e alla sua celebrazione.

Subito si è osservato che un altro "anno della fede" era stato voluto da Paolo VI poco dopo la conclusione del Vaticano II, e non a caso nell'enciclica viene citata una sua acuta notazione che rispondeva a mormorii e opposizioni già allora circolanti: «Se il Concilio non tratta espressamente della fede, ne parla ad ogni pagina, ne riconosce il carattere vitale e soprannaturale, la suppone integra e forte, e costruisce su di essa le sue dottrine». E proprio un riecheggiamento del discorso conclusivo del Vaticano II si ritrova all'inizio dell'enciclica per descrivere l'obiezione contemporanea nei confronti della fede, da parte di un «uomo diventato adulto, fiero della sua ragione». Tenendo conto di queste difficoltà, nutrita della radice dell'ebraismo e della grande tradizione della Chiesa, l'enciclica si offre così a chi vorrà leggerla per scoprire nella fede la «lampada che guida nella notte i nostri passi».
  • Gian Maria Vian
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Messaggio da miriam bolfissimo » mar lug 09, 2013 8:48 am


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Come tutte le guarigioni, anche quella spirituale, operata dal perdono sacramentale, si attua in maniera graduale: «l'assoluzione toglie il peccato, ma non porta rimedio a tutti i disordini che il peccato ha causato. Risollevato dal peccato, il peccatore deve ancora recuperare la piena salute spirituale» (Catechismo, 1459).

Per questo la gioia del perdono ricevuto si trasforma in impegno di progredire nel cammino di guarigione. La penitenza o soddisfazione, indicata dal confessore, va vista come medicina che sostiene e stimola. È un richiamo alla concretezza: il solo desiderio di guarire, per quanto fondamentale, non basta, occorre anche prendere i mezzi più opportuni. Nella prassi pastorale questa dimensione medicinale della penitenza sacramentale non viene sempre evidenziata in maniera chiara. A volte il desiderio di non cadere in visioni rigoristiche del passato, inconciliabili con la misericordia di Dio, sfocia in banalizzazioni, che fanno dimenticare la responsabilità di amore derivante dal perdono ricevuto. In quanto medicina, la penitenza non solo deve corrispondere alla malattia ma anche «deve tener conto della situazione personale del penitente e cercare il suo bene spirituale» (Catechismo, 1460). E questo senza mai perdere di vista che il primo rimedio da inculcare è «l'amore a Dio, giacché Dio a questo sol fine ci ha creati» (S. Alfonso). È necessario inoltre ricordare che le nostre scelte negative si riper-cuotono sempre sugli altri: determinano sofferenza, rinforzano ingiustizie e discriminazioni, confermano la cultura di morte e le strutture di peccato. Soprattutto quando i nostri peccati recano direttamente offesa al prossimo, «bisogna fare il possibile per riparare (ad esempio restituire cose rubate, ristabilire la reputazione di chi è stato calunniato, risanare le ferite). La semplice giustizia lo esige» (Catechismo, 1459). Sarebbe ipocrisia disattendere questa necessità. Il perdono ricevuto chiede un impegno più generoso per recuperare, rinnovare, restituire. La conversione è autentica quando si concretizza nell'impegno per rapporti e per strutture nuove, più giuste, più fraterne.

  • Mediante il ministero della Chiesa
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Il dono sacramentale del perdono e della pace avviene «mediante il ministero della Chiesa», come prega il sacerdote al momento della assoluzione. È una ministerialità che non si limita al sacramento della confessione, pur avendo in esso una delle espressioni più forti. La profondità personale dell'incontro con la misericordia è sorretta e dice sempre apertura e accoglienza della mediazione ecclesiale. Espressione di questa ecclesialità è il perdono fraterno, che siamo chiamati a donarci reciprocamente, come condizione e conseguenza del perdono di Dio. Nella celebrazione sacramentale è tutta la comunità che si apre alla misericordia, chiede perdono, si converte, si fa carico della guarigione di ognuno. È questo il motivo per il quale «il Vescovo, capo visibile della Chiesa particolare, è considerato a buon diritto, sin dai tempi antichi, come colui che principalmente ha il potere e il ministero della riconciliazione: è il moderatore della disciplina penitenziale. I presbiteri, suoi collaboratori, esercitano tale potere nella misura in cui ne hanno ricevuto l'ufficio sia dal proprio Vescovo (o da un superiore religioso), sia dal Papa, in base al diritto della Chiesa» (Catechismo, 1462). Si tratta di una "potestà spirituale", concessa dal Cristo per l'edificazione della Chiesa. Va vissuta perciò come servizio, in fedeltà al Cristo che nell'ultima cena lava i piedi ai discepoli: «I presbiteri devono avere con tutti dei rapporti improntati alla più delicata bontà, seguendo l'esempio del Signore» (Presbyterorum ordinis, 6). Soprattutto nel sacramento della riconciliazione, «il sacerdote è il segno e lo strumento dell'amore misericordioso di Dio verso il peccatore» (Catechismo, 1466): lo accoglierà e lo ascolterà aprendolo alla fiducia, lo aiuterà a superare la fragilità e il peccato, lasciandosi illuminare dalla Parola, condividerà con lui la fatica della conversione e la gioia del perdono. Non deve mai dimenticare che «non è il padrone, ma il servitore del perdono di Dio» e perciò che «deve pregare e fare penitenza» per chi ha peccato «affidandolo alla misericordia del Signore» (Catechismo, 1466).

  • Insieme nella riconciliazione
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«Il sacramento della Riconciliazione con Dio opera una autentica "risurrezione spirituale", restituisce la dignità e i beni della vita dei figli di Dio, di cui il più prezioso è l'amicizia di Dio». È una risurrezione che porta con sé «la pace e la serenità della coscienza insieme a una vivissima consolazione dello spirito» (Catechismo, 1468).

Dalla riconciliazione con Dio scaturisce anche il rinnovamento dei rapporti con gli altri, cominciando dall'ambito familiare per estendersi a quello sociale e allo stesso creato: «il penitente perdonato si riconcilia con se stesso nel fondo più intimo del proprio essere, in cui ricupera la propria verità interiore; si riconcilia con i fratelli, da lui in qualche modo offesi e lesi; si riconcilia con la Chiesa; si riconcilia con tutto il creato» (Reconciliatio et paenitentia, 31). Le difficoltà e le rotture continueranno a far sentire il loro peso, cercando di bloccare la novità di vita scaturita dal perdono. Occorrerà un cammino laborioso e graduale. Importante è non perdere la certezza donata dal sacramento: uniti al Cristo siamo più forti del male. È una fiducia che attinge ulteriore energia dalla fede nella comunione e nello scambio dei beni spirituali che esiste tra tutti i membri della Chiesa. Le indulgenze ricordano che tutto questo si verifica anche per quanto riguarda il superamento delle conseguenze del peccato. Il Catechismo a questo riguardo fa sue le parole di Paolo VI: «l'indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, remissione che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi» (Catechismo, 1471). Questo «ammirabile scambio» supera i confini della morte: «tra i fedeli, che già hanno raggiunto la patria celeste o che stanno espiando le loro colpe nel purgatorio, o che ancora sono pellegrini sulla terra, esiste certamente un vincolo perenne di carità ed un abbondante scambio di tutti i beni» (Catechismo, 1475).

  • Un sacramento per i malati
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«"Guarite gli infermi!" (Mt 10,8). La Chiesa ha ricevuto questo compito dal Signore e cerca di attuarlo sia attraverso le cure che presta ai malati sia mediante la preghiera di intercessione con la quale li accompagna. Essa crede nella presenza vivificante di Cristo, medico delle anime e dei corpi. Questa presenza è particolarmente operante nei sacramenti e in modo tutto speciale nell'Eucaristia, pane che dà la vita eterna» (Catechismo, 1509).

La malattia e la sofferenza, soprattutto degli innocenti, sfidano da sempre la persona umana, spingendola a ricercarne una spiegazione. Il Cristo non propone risposte teoriche: condividendola con noi, fino alla croce, ci indica nell'amore, che si fa solidale, la possibilità di darle significato, di sconfiggerla, di trasformarla, insieme con lui, in risurrezione. La comunità cristiana sa bene che, proprio nel riconoscerlo e servirlo nella persona ammalata e bisognosa, gioca la sua fedeltà al Signore: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché… ero malato e mi avete visitato» (Mt 25,34-36). La storia della Chiesa è una ininterrotta «tradizione di carità che ha avuto già nei due passati millenni tantissime espressioni, ma che oggi forse richiede ancora maggiore inventiva» (Novo millennio ineunte, 50). Questo prendersi cura degli ammalati ha il suo culmine in uno specifico sacramento: «con la sacra Unzione degli infermi e la preghiera dei presbiteri, tutta la Chiesa raccomanda gli ammalati al Signore sofferente e glorificato, perché alleggerisca le loro pene e li salvi, anzi li esorta a unirsi spontaneamente alla passione e alla morte di Cristo, per contribuire così al bene del popolo di Dio» (Lumen gentium, 11). Nel passato questo sacramento è stato spesso presentato come "estrema unzione", rimandandolo, per non traumatizzarla, a quando la persona era già morta! La riforma liturgica insiste sul fatto che esso è Sacramento dei malati. È un impegno da condividere in maniera convinta: sarà un contributo prezioso per affermare, anche a livello sociale, la dignità vera della persona ammalata.

  • La vera liberazione dal peccato
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«Come tutti i sacramenti, l'Unzione degli infermi è una celebrazione liturgica e comunitaria, sia che abbia luogo in famiglia, all'ospedale o in chiesa, per un solo malato o per un gruppo di infermi. È molto opportuno che sia celebrata durante l'Eucaristia, memoriale della pasqua del Signore» (Catechismo, 1517).

Il rito prevede l'unzione del malato da parte del sacerdote «sulla fronte e sulle mani con olio debitamente benedetto», accompagnata dalla preghiera: «Per questa santa Unzione e per la sua piissima misericordia ti aiuti il Signore con la grazia dello Spirito Santo e, liberandoti dai peccati, ti salvi e nella sua bontà ti sollevi» (Catechismo, n. 1523). Il ritmo sempre più accelerato della nostra società spinge a legittimare il "passare oltre" del sacerdote e del levita della parabola evangelica (Lc 10,30-36). Presi da mille impegni, ci sembra quasi impossibile fare diversamente, dimenticando che l'indifferenza e la solitudine rendono ancora più dura la sofferenza delle persone ammalate. Celebrando l'Unzione degli infermi, la Chiesa rinnova l'impegno a far suo l'atteggiamento del Samaritano: «passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite» (Lc 10,33-34). È questa fattiva solidarietà che dà significato pieno al sacramento e lo rende credibile. Il tempo opportuno per celebrarlo è quando «il fedele, per malattia o per vecchiaia, incomincia ad essere in pericolo di morte» (Catechismo, 1514). Può essere ricevuto più di una volta: sia nel corso della stessa malattia, in caso di peggioramento, sia durante un'altra grave infermità. Inoltre, «è opportuno ricevere l'Unzione degli infermi prima di un intervento chirurgico rischioso. Lo stesso vale per le persone anziane la cui debolezza si accentua» (Catechismo, 1515). La grazia di questo sacramento mira a «portare il malato alla guarigione dell'anima, ma anche del corpo, se tale è la volontà di Dio». È soprattutto «una grazia di conforto, di pace e di coraggio per superare le difficoltà proprie dello stato di malattia grave o della fragilità della vecchiaia» e la «tentazione di scoraggiamento e di angoscia di fronte alla morte» (Catechismo, 1520).

  • «In persona di Cristo Capo»
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«L'Ordine è il sacramento grazie al quale la missione affidata da Cristo ai suoi Apostoli continua ad essere esercitata nella Chiesa sino alla fine dei tempi: è, dunque, il sacramento del ministero apostolico» (Catechismo, 1536).

Il sacerdozio ministeriale può essere compreso adeguatamente solo in stretto rapporto con quello comune di tutto il popolo di Dio: sono entrambi partecipazione all'unico sacerdozio di Cristo, ma «differiscono essenzialmente, pur essendo ordinati l'uno all'altro». Il sacerdozio comune «si realizza nello sviluppo della grazia battesimale»; quello ministeriale «è al servizio del sacerdozio comune, è relativo allo sviluppo della grazia battesimale di tutti i cristiani» (Catechismo, 1547). L'autorità nella Chiesa è essenzialmente ministeriale. Il suo stile deve essere quello di Cristo: servire i fratelli fino a lavare loro i piedi. «I ministri che sono rivestiti di sacra potestà, servono i loro fratelli, perché tutti coloro che appartengono al popolo di Dio, e perciò hanno una vera dignità cristiana, tendano liberamente e ordinatamente allo stesso fine e arrivino alla salvezza» (Lumen Gentium, 18). È una ministerialità sacramentale, voluta dal Cristo e attuata dallo Spirito: «nel servizio ecclesiale del ministero ordinato è Cristo stesso che è presente alla sua Chiesa in quanto Capo del suo corpo, Pastore del suo gregge, Sommo Sacerdote del sacrificio redentore, Maestro di verità. È ciò che la Chiesa esprime dicendo che il sacerdote, in virtù del sacramento dell'Ordine, agisce "in persona Christi Capitis" – in persona di Cristo Capo" (Catechismo, 1548). I limiti e le incoerenze dei ministri ordinati, rendono a volte più difficile la fiducia nei loro riguardi. Negli ultimi anni episodi particolarmente odiosi, come quelli degli abusi sui minori, hanno trovato ampio spazio nei mezzi di comunicazione sociale. Vanno giustamente condannati senza riserve. Occorre però che questi episodi non facciano dimenticare la dignità e l'importanza del sacerdozio ministeriale per tutto il popolo di Dio. Quella del sacerdote, soleva dire S. Alfonso, è la «dignità somma fra tutte le dignità create».
  • padre Sabatino Majorano in Avvenire, dal 3 al 9 luglio 2013
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » mar lug 16, 2013 9:13 am


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Sono tre le espressioni del ministero ecclesiale: vescovi, presbiteri, diaconi. «La dottrina cattolica, espressa nella liturgia, nel Magistero e nella pratica costante della Chiesa, riconosce che esistono due gradi di partecipazione ministeriale al sacerdozio di Cristo: l'Episcopato e il presbiterato. Il diaconato è finalizzato al loro aiuto e al loro servizio». Vengono conferiti «da un atto sacramentale chiamato "ordinazione", cioè dal sacramento dell'Ordine» (Catechismo, 1554).

Le modalità della scelta dei candidati sono state diverse lungo i secoli, soprattutto per quanto riguarda l'episcopato. Costante è stata la fede nella sacramentalità dell'ordinazione: non può essere ridotta a «una semplice elezione, designazione, delega o istituzione da parte della comunità», perché «conferisce un dono dello Spirito Santo che permette di esercitare una potestà sacra, la quale non può venire che da Cristo stesso, mediante la sua Chiesa» (Catechismo, 1538). Per la sua validità, si esige che l'ordinazione avvenga rispettando la continuità apostolica: «spetta ai Vescovi in quanto successori degli Apostoli trasmettere "questo dono dello Spirito", "il seme apostolico". I Vescovi validamente ordinati, che sono cioè nella linea della successione apostolica, conferiscono validamente i tre gradi del sacramento dell'Ordine» (Catechismo, 1576). La pienezza si ha nell'episcopato. Il Catechismo lo ricorda facendo sue le parole della Lumen Gentium: «Gli Apostoli sono stati arricchiti da Cristo con una speciale effusione dello Spirito Santo discendente su loro, ed essi stessi, con l'imposizione delle mani, hanno trasmesso questo dono dello Spirito ai loro collaboratori, dono che è stato trasmesso fino a noi nella consacrazione episcopale» (n. 1556). Pastori e maestri di una Chiesa particolare, i vescovi portano «collegialmente con tutti i fratelli nell'Episcopato la sollecitudine per tutte le Chiese» (Catechismo, 1560). Di qui lo speciale vincolo di carità e di ubbidienza che li unisce al successore di Pietro, garante dell'unità e della libertà dell'intero collegio episcopale.

  • Cooperatori dei vescovi
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«La funzione dei presbiteri, in quanto strettamente unita all'ordine episcopale, partecipa dell'autorità con la quale Cristo stesso fa crescere, santifica e governa il proprio corpo» (Catechismo, 1563).

Il ministero dei presbiteri va compreso e vissuto in stretta connessione con quello dei vescovi: è un ministero di comunione e di unità. Il Catechismo lo sottolinea con le parole della Lumen Gentium: «I presbiteri, pur non possedendo il vertice del sacerdozio e dipendendo dai Vescovi nell'esercizio della loro potestà, sono tuttavia a loro uniti nell'onore sacerdotale e in virtù del sacramento dell'Ordine, a immagine di Cristo, Sommo ed eterno Sacerdote, sono consacrati per predicare il Vangelo, pascere i fedeli e celebrare il culto divino, quali veri sacerdoti del Nuovo Testamento" (Catechismo, 1564). Questa unità con il vescovo e tra loro è essenziale non solo per l'efficacia dell'azione pastorale ma per la stessa identità dei presbiteri. Non significa certamente appiattimento, ma reciprocità che fonde le diversità. Tanto meno va interpretata in una prospettiva prevalentemente disciplinare o giuridica: è comunione frutto dello Spirito. Trova la sua attuazione nel presbiterio diocesano, soggetto e luogo privilegiato del discernimento pastorale al servizio della chiesa locale, ma sempre aperto alle necessità della chiesa universale. Il radicamento nel mistero trinitario evidenzia la dimensione di dono e di servizio: «Il presbitero in forza della consacrazione che riceve con il sacramento dell'Ordine, è mandato dal Padre, per mezzo di Gesù Cristo, al quale come Capo e Pastore del suo popolo è configurato in modo speciale, per vivere e operare nella forza dello Spirito Santo a servizio della Chiesa e per la salvezza del mondo» (Pastores dabo vobis, 12). Criterio unificante della vita sacerdotale è perciò la carità pastorale, «partecipazione della stessa carità pastorale di Gesù Cristo: dono gratuito dello Spirito Santo, e nello stesso tempo compito e appello alla risposta libera e responsabile» (Pastores dabo vobis, 23). A tutti i livelli, il presbitero farà suo il programma del Cristo: «servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mt 20,28).

  • La Parola, l'Eucaristia, la missione
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«In virtù del sacramento dell'Ordine i sacerdoti partecipano alla dimensione universale della missione affidata da Cristo agli Apostoli. Il dono spirituale che hanno ricevuto nell'ordinazione non li prepara ad una missione limitata e ristretta, bensì a una vastissima e universale missione di salvezza, "fino agli ultimi confini della terra" (At 1,8), "pronti nel loro animo a predicare dovunque il Vangelo"» (Catechismo, 1565).

Il ministero della Parola è fondamentale nella vita dei presbiteri: essi, sottolineava il Vaticano II, «sono debitori verso tutti, nel senso che a tutti devono comunicare la verità del Vangelo di cui il Signore li fa beneficiare». Nelle diverse attività «il loro compito non è di insegnare una propria sapienza, bensì di insegnare la parola di Dio e di invitare tutti insistentemente alla conversione e alla santità» (Presbyterorum ordinis, 4). Non si tratta di ripetere delle formulazioni, ma di aiutare i fedeli a incontrare la Verità in esse contenuta: il Cristo risorto, che dà un senso nuovo alla storia. «Il cristianesimo è la "religione della Parola di Dio", non di "una parola scritta e muta", ma del Verbo incarnato e vivente. Pertanto, la Scrittura va proclamata, ascoltata, letta, accolta e vissuta come Parola di Dio, nel solco della Tradizione apostolica dalla qual e è inseparabile» (Verbum Domini, 7). Con la Parola, la ministerialità dei presbiteri è al servizio della santificazione mediante i sacramenti: «resi partecipi in maniera speciale del sacerdozio di Cristo, nelle sacre celebrazioni agiscano come ministri di colui che ininterrottamente esercita la sua funzione sacerdotale in favore nostro nella liturgia, per mezzo del suo Spirito» (Presbyterorum ordinis, 5). Culmine e fonte della ministerialità santificatrice è l'Eucaristia, dove i presbiteri «agendo in persona di Cristo e proclamando il suo mistero, uniscono i voti dei fedeli al sacrificio del loro Capo e nel sacrificio della Messa rendono presente e applicano, fino alla venuta del Signore, l'unico sacrificio del Nuovo Testamento, il sacrificio cioè di Cristo, che una volta per tutte si offre al Padre quale vittima immacolata» (Lumen Gentium, 28).

  • Il presbitero guida alla maturità
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«La grazia dello Spirito Santo propria di questo sacramento consiste in una configurazione a Cristo Sacerdote, Maestro e Pastore del quale l'ordinato è costituito ministro» (Catechismo, 1585).

A imitazione del Buon Pastore, il presbitero conosce e «chiama le sue pecore, ciascuna per nome». Non si risparmia perché possano procedere sulla strada sicura: «Cammina davanti a esse e le pecore lo seguono». Soprattutto è pronto a difenderle, anche a costo della vita: «il buon pastore dà la propria vita per le pecore», a differenza del mercenario che, se «vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde» (cf Gv 10,1-18). Gli occorre una profonda libertà interiore, che comporta, come ha ricordato Papa Francesco alla Pontificia Accademia Ecclesiastica, vigilanza per affrancarsi «da ambizioni o mire personali, che tanto male possono procurare alla Chiesa». Occorre mettere sempre al primo posto non la personale «realizzazione, o il riconoscimento… dentro e fuori la comunità ecclesiale, ma il bene superiore della causa del Vangelo e il compimento della missione». In tutta la loro azione pastorale, i presbiteri ricorderanno che «di ben poca utilità saranno le cerimonie più belle o le associazioni più fiorenti, se non sono volte ad educare gli uomini alla maturità cristiana». A questo fine, in quanto «educatori della fede», si preoccuperanno di far sì che «ciascuno dei fedeli sia condotto nello Spirito Santo a sviluppare la propria vocazione personale secondo il Vangelo, a praticare una carità sincera e attiva, ad esercitare quella libertà con cui Cristo ci ha liberati» (Presbyterorum ordinis, 6). Lo faranno sentendosi sinceramente «discepoli del Signore, come gli altri fedeli, chiamati alla partecipazione del suo regno per la grazia di Dio», e «fratelli membra dello stesso e unico corpo di Cristo, la cui edificazione è compito di tutti». Per questo, evitando qualsiasi tentazione di clericalismo, si impegneranno a «riconoscere e promuovere sinceramente la dignità dei laici, nonché il loro ruolo specifico nell'ambito della missione della Chiesa» (Presbyterorum ordinis, 9).

  • Diaconi, carità e annunzio
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«In un grado inferiore della gerarchia stanno i diaconi, ai quali sono imposte le mani "non per il sacerdozio, ma per il servizio"». Nella Chiesa latina, dopo il Vaticano II, è stato «ripristinato "come un grado proprio e permanente della gerarchia", mentre le Chiese d'Oriente lo avevano sempre conservato» (Catechismo, 1569 e 1571).

L'inizio dell'ufficio diaconale è testimoniato dagli Atti degli Apostoli, quando i credenti «di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell'assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove». I dodici chiesero all'assemblea di scegliere «sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza», per affidare loro il «servizio delle mense» in maniera che essi potessero continuare a dedicarsi a quello della Parola. «Ciò significa, commenta Benedetto XVI, che il servizio sociale che dovevano effettuare era assolutamente concreto, ma al contempo era senz'altro anche un servizio spirituale; il loro perciò era un vero ufficio spirituale, che realizzava un compito essenziale della Chiesa, quello dell'amore ben ordinato del prossimo» (Deus caritas est, 21). L'operosità della carità resta una delle dimensioni fondamentali del servizio diaconale, come lo è per tutta la Chiesa, la cui «intima natura si esprime in un triplice compito: annuncio della Parola di Dio (kerygma-martyria), celebrazione dei Sacramenti (leiturgia), servizio della carità (diakonia)" (Deus caritas est, 25). Del resto, soprattutto nel nostro mondo, è «la carità delle opere» che «assicura una forza inequivocabile alla carità delle parole» (Novo millennio ineunte, 50». È una carità che è sempre pronta a diventare annunzio franco e coraggioso: come fece Stefano, alla cui «sapienza e allo Spirito con cui parlava», nessuno riusciva a resistere (At 6,9-10). Ai diaconi però spetta anche un servizio specifico nella liturgia: tra l'altro compete loro di «assistere il Vescovo e i presbiteri nella celebrazione dei divini misteri, soprattutto dell'Eucaristia, distribuirla, assistere e benedire il Matrimonio, proclamare il Vangelo e predicare, presiedere ai funerali» (Catechismo, 1570).

  • Il sacramento dell'amore sponsale
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«Tutta la vita cristiana porta il segno dell'amore sponsale di Cristo e della Chiesa. Già il Battesimo, che introduce nel popolo di Dio, è un mistero nuziale: è, per così dire, il lavacro di nozze che precede il banchetto di nozze, l'Eucaristia. Il Matrimonio cristiano diventa, a sua volta, segno efficace, sacramento dell'Alleanza di Cristo e della Chiesa. Poiché ne significa e ne comunica la grazia, il Matrimonio fra battezzati è un vero sacramento della Nuova Alleanza» (Catechismo, 1617).

Pur essendo un fatto profondamente personale degli sposi, il matrimonio ha una chiara dimensione comunitaria e deve poter contare sulla solidarietà della comunità. Si rischia di fargli perdere almeno parte del suo significato, quando lo si riduce al solo ambito privato. Per i battezzati è una celebrazione liturgica gioiosa, da vivere «normalmente durante la santa Messa, a motivo del legame di tutti i sacramenti con il mistero pasquale di Cristo» (Catechismo, 1621). Radicato nello stesso progetto creatore di Dio, il matrimonio è «dotato di molteplici valori e fini», che lo rendono «di somma importanza per la continuità del genere umano, il progresso personale e la sorte eterna di ciascuno dei membri della famiglia, per la dignità, la stabilità, la pace e la prosperità della stessa famiglia e di tutta la società umana» (Gaudium et spes, 48). L'amore è il fondamento e la sintesi della vita matrimoniale. È un amore che la grazia sacramentale rende segno dell'amore di Dio: per gli stessi sposi e per tutta la comunità. Come quello di Dio, anche l'amore degli sposi non si ripiega su se stesso, ma tende a diventare fonte di nuova vita: «per la sua stessa natura l'istituto del matrimonio e l'amore coniugale sono ordinati alla procreazione e alla educazione della prole e in queste trovano il loro coronamento». In questa maniera l'affettività umana realizza tutta la sua potenzialità evitando la tentazione di ridursi a "possesso" dell'altro: l'uomo e la donna «prestandosi un mutuo aiuto e servizio con l'intima unione delle persone e delle attività, esperimentano il senso della propria unità e sempre più pienamente la conseguono» (Gaudium et spes, 48).
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Messaggio da miriam bolfissimo » mar lug 23, 2013 1:57 pm


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Il patto matrimoniale tra un uomo e una donna ha una ricchezza e una specificità che vanno oltre le prospettive puramente giuridiche. Il Catechismo lo ricorda facendo sue le parole del Codice di diritto canonico: «il patto matrimoniale con cui l'uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla procreazione ed educazione della prole, tra i battezzati è stato elevato da Cristo Signore alla dignità di sacramento» (Catechismo, 1601).

È un donarsi e un accogliersi reciprocamente, con pari dignità, senza alcuna riserva, come viene sottolineato dalle parole con cui, secondo il rito rinnovato, gli sposi esprimono il consenso matrimoniale: «io accolgo te come mia sposa… come mio sposo», aggiungendo: «con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita». È un progettare in grande che scommette sulla grazia, anticipata dallo Spirito. Il matrimonio per il credente è risposta a una vocazione. Occorre certamente che la sua decisione non sia improvvisata, ma frutto di un discernimento fatto insieme dai due fidanzati, valutando realisti-camente le possibilità di diventare famiglia, cioè i segni della vocazione divina. Tutto però deve essere illuminato dalla fiducia nella Provvidenza divina che guida il loro cammino. Celebrando il sacramento, gli sposi fanno proprio il convincimento di Paolo: «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4,13). È una fiducia che non fa ignorare i possibili momenti di difficoltà, ma li illumina con la fede che «nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37). Non dovranno affrontarli da soli: saranno sostenuti dalla sua grazia. La celebrazione di un matrimonio diventa perciò un messaggio forte per tutta la Chiesa a sottrarsi dalla schiavitù delle tante paure, che spingono a cercare sicurezze egoistiche. Insieme agli sposi, la comunità fa sue le parole di Pietro: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5). La gioia della celebrazione diventa impegno di solidarietà per il futuro cammino.

  • Il male, all'inizio non fu così
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«Ogni uomo fa l'esperienza del male, attorno a sé e in se stesso. Questa esperienza si fa sentire anche nelle relazioni fra l'uomo e la donna. Da sempre la loro unione è stata minacciata dalla discordia, dallo spirito di dominio, dall'infedeltà, dalla gelosia e da conflitti che possono arrivare fino all'odio e alla rottura. Questo disordine può manifestarsi in modo più o meno acuto, e può essere più o meno superato, secondo le culture, le epoche, gli individui, ma sembra proprio avere un carattere universale» (Catechismo, 1606).

Come per tutte le altre realtà sociali, anche per il matrimonio e la famiglia sono profondi i mutamenti in atto. La comunità cristiana è chiamata a un costante e attento discernimento per poter ri-esprimere in maniera significativa i valori evangelici. La prospettiva è quella della speranza, come sottolineava il Vaticano II: «il valore e la solidità dell'istituto matrimoniale e familiare prendono risalto dal fatto che le profonde mutazioni dell'odierna società, nonostante le difficoltà che ne scaturiscono, molto spesso rendono manifesta in maniere diverse la vera natura di questa istituzione» (Gaudium et spes, 47). La Chiesa si lascia guidare dalla chiara risposta che Cristo dà ai discepoli, quando lo interrogano sulla prassi allora vigente riguardante il divorzio: «per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all'inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un'altra, commette adulterio» (Mt 19,8-9). Questo non significa certo far prevalere l'istituzione sulle persone, dal momento che anche «il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato» (Mc 2,27). Significa invece non accettare passivamente quanto accade intorno a noi: il "così fan tutti" da solo non è garanzia di autenticità e di verità, ma ha bisogno di discernimento evangelico. La franchezza dell'annunzio però, per essere effettivamente evangelica, dovrà essere accompagnata da "misericordia" per tutte le situazioni di fragilità, come non si stanca di ripetere Papa Francesco.

  • «Come io vi ho amato»
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«Dio, che ha creato l'uomo per amore, lo ha anche chiamato all'amore, vocazione fondamentale e innata di ogni essere umano. Infatti l'uomo è creato ad immagine e somiglianza di Dio che "è amore" (1Gv 4,8.16). Avendolo Dio creato uomo e donna, il loro reciproco amore diventa un'immagine dell'amore assoluto e indefettibile con cui Dio ama l'uomo» (Catechismo, 1604).

Il progetto di vita matrimoniale si fonda e si riassume nell'amore reciproco: un amore «eminentemente umano», che «abbraccia il bene di tutta la persona» e ha la capacità di «arricchire di particolare dignità le espressioni del corpo e della vita psichica e di nobilitarle come elementi e segni speciali dell'amicizia coniugale» (Gaudium et spes, 49). Va vissuto alla luce del comandamento nuovo, che esige di donarsi sempre per primi: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,12-13). Per gli sposi il «libero e mutuo dono di se stessi», attuato «mediante sentimenti e gesti di tenerezza», diventa «più perfetto e cresce proprio mediante il generoso suo esercizio». L'amore coniugale infatti viene «espresso e sviluppato in maniera tutta particolare dall'esercizio degli atti che sono propri del matrimonio» (Gaudium et spes, 49). Progettandosi come segno dell'amore di Dio, che non si lascia intaccare nemmeno dal rifiuto più duro, quello della croce preparata da noi per il Cristo, l'amore coniugale si scopre bisognoso di fedeltà: «vuole essere definitivo. Non può essere "fino a nuovo ordine"… in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l'indissolubile unità» (Catechismo, 1646). La fedeltà e l'unità non sono doveri imposti dal di fuori: sono esigenze fondamentali e imprescindibili dello stesso amore coniugale. Il sacramento del matrimonio dà loro «un senso nuovo e più profondo», radicandole nell'anticipo di grazia. Vanno perciò vissute con gioia, nonostante le difficoltà, per «annunciare la Buona Novella che Dio ci ama di un amore definitivo e irrevocabile» (Catechismo, 1647-1648).

  • Cooperatori dell'amore di Dio
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L'apertura alla vita è dimensione fondamentale dell'amore coniugale. Il Catechismo lo ricorda con le parole della Gaudium et spes: «per sua indole naturale, l'istituto stesso del matrimonio e l'amore coniugale sono ordinati alla procreazione e all'educazione della prole e in queste trovano il loro coronamento» (Catechismo, 1652).

La procreazione nel passato è stata talmente sottolineata da mettere in secondo piano le altre dimensioni. Il rischio che corre la nostra cultura è l'opposto: considerare il matrimonio e la famiglia solo come risposta al bisogno affettivo delle persone, comunque sperimentato. Senza sminuire la centralità dell'affettività, occorre che la comunità cristiana testimoni con franchezza che «i figli sono il preziosissimo dono del matrimonio e contribuiscono moltissimo al bene degli stessi genitori». È questo il progetto creatore di Dio: «la vera pratica dell'amore coniugale e tutta la struttura della vita familiare che ne nasce, senza posporre gli altri fini del matrimonio, a questo tendono che i coniugi, con fortezza d'animo, siano disposti a cooperare con l'amore del Creatore e del Salvatore, che attraverso di loro continuamente dilata e arricchisce la sua famiglia» (Gaudium et spes, 50). Trasmettere la vita umana ed educarla costituiscono per gli sposi una specifica vocazione e missione. Scartarla dal progetto familiare significherebbe incrinarne l'autenticità. Occorre che si sentano veramente «cooperatori dell'amore di Dio Creatore e quasi suoi interpreti». Le risposte concrete vanno ricercate «con umana e cristiana responsabilità». La decisione di una nuova vita va presa «con docile riverenza verso Dio, di comune accordo e con sforzo comune… tenendo conto sia del proprio bene personale che di quello dei figli, tanto di quelli nati che di quelli che si prevede nasceranno; valutando le condizioni sia materiali che spirituali della loro epoca e del loro stato di vita; e, infine, tenendo conto del bene della comunità familiare, della società temporale e della Chiesa stessa» (Gaudium et spes, 50). Non si tratta di calcoli egoistici, ma di amore che feconda la sua responsabilità con la fiducia nella Provvidenza.

  • Famiglia, la chiesa domestica
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«Ai nostri giorni, in un mondo spesso estraneo e persino ostile alla fede, le famiglie credenti sono di fondamentale importanza, come focolari di fede viva e irradiante. È per questo motivo che il Concilio Vaticano II, usando un'antica espressione, chiama la famiglia "Ecclesia domestica" - Chiesa domestica» (Catechismo 1656).

Le fragilità, le contraddizioni e perfino le violenze, che purtroppo si registrano tra le mura domestiche, trovano ampio spazio nei media, contribuendo a incrinare la stima e la fiducia nella famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Si rischia di non considerarla più come fondamentale cellula della società. Occorre un annuncio più franco del vangelo della famiglia, come soleva dire Giovanni Paolo II, ponendo maggiormente in risalto la testimonianza generosa e coerente di tante famiglie, pur tra mille difficoltà. Per i credenti la famiglia è il primo e privilegiato ambito in cui attuare il sacerdozio battesimale «con la partecipazione ai sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l'abnegazione e l'operosa carità». Soprattutto è nella famiglia che i genitori sono chiamati a «essere per i loro figli, con la parola e con l'esempio, i primi annunciatori della fede», secondando «la vocazione propria di ognuno, e quella sacra in modo speciale» (Lumen Gentium, 10 e 11). Nel messaggio dell'ultimo Sinodo dei Vescovi è stato sottolineata l'importanza delle famiglie nella nuova evangelizzazione: «pur nella diversità delle situazioni geografiche, culturali e sociali, tutti i Vescovi al Sinodo hanno riconfermato questo ruolo essenziale della famiglia nella trasmissione della fede. Non si può pensare una nuova evangelizzazione senza sentire una precisa responsabilità verso l'annuncio del Vangelo alle famiglie e senza dare loro sostegno nel compito educativo» (n. 7). Decisivo è anche il contributo, critico e propositivo, che la famiglia è chiamata a svolgere nella società: essendone la prima e vitale cellula, «il contributo sociale della famiglia ha una sua originalità, che domanda di essere meglio conosciuta e più decisamente favorita» (Familiaris consortio, 43).

  • La preghiera e la sete di Dio
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«L'evento della preghiera ci viene pienamente rivelato nel Verbo che si è fatto carne e dimora in mezzo a noi. Cercare di comprendere la sua preghiera, attraverso ciò che i suoi testimoni ci dicono di essa nel Vangelo, è avvicinarci al santo Signore Gesù come al roveto ardente: dapprima contemplarlo mentre prega, poi ascoltare come ci insegna a pregare, infine conoscere come egli esaudisce la nostra preghiera» (Catechismo, 2598).

Pur essendoci connaturale, come è testimoniato dalla storia di tutte le religioni, la preghiera è un'arte che non dobbiamo mai stancarci di apprendere. Ogni giorno, dobbiamo rinnovare in noi lo sguardo e la domanda dei discepoli: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli» (Lc 11,1). Alla scuola di Gesù, la preghiera si svela esperienza e risposta al desiderio di comunione di Dio con noi: «La meraviglia della preghiera si rivela proprio là, presso i pozzi dove andiamo a cercare la nostra acqua: là Cristo viene ad incontrare ogni essere umano; egli ci cerca per primo ed è lui che ci chiede da bere. Gesù ha sete; la sua domanda sale dalle profondità di Dio che ci desidera. Che lo sappiamo o non lo sappiamo, la preghiera è l'incontro della sete di Dio con la nostra sete. Dio ha sete che noi abbiamo sete di lui» (Catechismo, 2560). Questa priorità della sete di Dio è celebrata nei sacramenti e particolarmente nell'Eucaristia. Ogni altra preghiera dovrà essere plasmata da essa: è dono da accogliere, lasciandoci guidare dallo Spirito, che rende partecipi dell'incessante intercedere del Cristo per noi. I limiti e gli insuccessi nel nostro cammino di preghiera non dovranno scoraggiare, tanto meno bloccare: «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili» (Rm 8,26). Diventa perciò una priorità dell'azione educativa, soprattutto per i genitori, formare i piccoli alla preghiera: imparare a parlare con Dio e sapere di poter contare sulla sua risposta di amore è indispensabile per affrontare la vita con speranza.
  • padre Sabatino Majorano in Avvenire, dal 17 al 23 luglio 2013
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » mar lug 30, 2013 7:15 am


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«Le preghiere sono prima di tutto quelle che i fedeli ascoltano e leggono nelle Scritture, attualizzandole però, specialmente quelle dei salmi, a partire dal loro compimento in Cristo. Lo Spirito Santo, che in tal modo ricorda Cristo alla sua Chiesa orante, la conduce anche alla verità tutta intera e suscita nuove formulazioni, le quali esprimeranno l'insondabile mistero di Cristo, che opera nella vita, nei sacramenti e nella missione della sua Chiesa» (Catechismo 2625).

Il formalismo, che si affida alle parole e fa mostra di sé, è il primo nemico di ogni autentica preghiera. Da esso il Cristo si preoccupa di mettere in guardia i discepoli: «Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente… Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate» (Mt 6,5-7). La preghiera va vissuta dal credente come esigenza ed espressione del cuore: un cuore che si scopre amato da Dio e che perciò risponde amando. I metodi e le formule sono certamente utili, ma non vanno assolutizzati. La storia della Chiesa testimonia la ricchezza e la diversità delle proposte e delle esperienze. Ognuno, lasciandosi guidare dallo Spirito, deve trovare il suo personale cammino, riconoscendo e arricchendosi con quelli degli altri. Vanno sviluppate tutte le dimensioni della preghiera: la benedizione e l'adorazione, la domanda, l'intercessione, il ringraziamento, la lode. È vero che il più delle volte sorge spontanea la preghiera di domanda e di intercessione. Occorre però coltivare anche le altre dimensioni, senza le quali lo stesso chiedere non sarebbe espressione di fede vera. Per questo è indispensabile che le comunità cristiane diventino «autentiche "scuole" di preghiera, dove l'incontro con Cristo non si esprima soltanto in implorazione di aiuto, ma anche in rendimento di grazie, lode, adorazione, contemplazione, ascolto, ardore di affetti, fino ad un vero "invaghimento" del cuore» (Novo millennio ineunte, 33).

  • Dire con fiducia: «Padre nostro»
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«Voi pregate così: Padre nostro che sei nei cieli…» (Mt 6,9). Lasciandosi guidare con gratitudine dalle parole di Cristo, la Chiesa considera la «preghiera del Signore» come «sintesi di tutto il Vangelo» e criterio di tutta la sua preghiera. «L'espressione tradizionale "Orazione domenicale" (cioè "Preghiera del Signore") significa che la preghiera al Padre nostro ci è insegnata e donata dal Signore Gesù. Questa preghiera che ci viene da Gesù è veramente unica: è "del Signore". Da una parte, infatti, con le parole di questa preghiera, il Figlio unigenito ci dà le parole che il Padre ha dato a lui: è il maestro della nostra preghiera. Dall'altra, Verbo incarnato, egli conosce nel suo cuore di uomo i bisogni dei suoi fratelli e delle sue sorelle in umanità, e ce li manifesta: è il modello della nostra preghiera» (Catechismo, 2765).

Nel cuore dell'Eucaristia siamo esortati a rivolgerci a Dio e a chiamarlo padre, ubbidendo alle parole del Salvatore e lasciandoci formare dal suo insegnamento: è espressione di fiducia filiale, come sottolinea Paolo: «Avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: "Abbà! Padre!"» (Rm 8,15). È una fiducia che esclude ogni presunzione. Chiamando Dio padre, il credente sa di dover aggiungere, come il figlio minore della parabola di Luca: «Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio» (Lc 15,21). È Dio che per amore ci rende figli nell'unico Figlio. Chiamarlo padre è rinnovare il nostro impegno alla coerenza filiale in tutta la vita. Lo invochiamo dicendo «Padre nostro», perché ci sentiamo membri della sua famiglia che abbraccia tutti gli uomini e tutto il creato: «I battezzati non possono pregare il Padre "nostro" senza portare davanti a lui tutti coloro per i quali egli ha dato il Figlio suo diletto. L'amore di Dio è senza frontiere, anche la nostra preghiera deve esserlo» (Catechismo, 2793). Il rivolgersi umile e fiducioso al Padre non va limitato all'uno o all'altro momento della giornata. Certo, devono esserci degli spazi più espliciti di preghiera. Però tutta la vita quotidiana può e deve diventare un «conversare alla familiare e continuamente» con Dio (sant'Alfonso).

  • Non la nostra, ma la Sua volontà
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«Dopo averci messo alla presenza di Dio nostro Padre per adorarlo, amarlo, benedirlo, lo Spirito filiale fa salire dai nostri cuori sette domande, sette benedizioni. Le prime tre, più teologali, ci attirano verso la gloria del Padre, le ultime quattro, come altrettante vie verso di lui, offrono alla sua grazia la nostra miseria» (Catechismo, 2803).

Quando l'incontro e il dialogo sono dettati dall'amore, lo sguardo si porta innanzitutto sull'altro: anche se sono tante e urgenti le cose da dirgli, ci interessiamo a lui, gli facciamo spazio, lo accogliamo. È quanto accade anche nella preghiera: lo sguardo è attratto da Dio, ci apriamo a lui, facciamo nostro il suo progetto su di noi e sulla storia, certi che è un progetto dettato da amore. Le prime tre domande del Padre nostro hanno questo significato. Ci portano «verso di lui, a lui: il tuo Nome, il tuo Regno, la tua Volontà! È proprio dell'amore pensare innanzi tutto a colui che si ama. In ognuna di queste tre petizioni noi non "ci" nominiamo, ma siamo presi dal "desiderio ardente", dalla "angoscia" stessa del Figlio diletto per la gloria del Padre suo. "Sia santificato [...]. Venga [...]. Sia fatta...": queste tre suppliche sono già esaudite nel sacrificio di Cristo Salvatore, ma sono ora rivolte, nella speranza, verso il compimento finale, in quanto Dio non è ancora tutto in tutti» (Catechismo, 2804). Per poter pregare con il Cristo e nel suo nome, è necessario che facciamo nostro il suo donarsi incondizionato al Padre per l'attuazione del suo disegno di salvezza: «Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno» (Gv 6,38-39). Chiedere che si attui pienamente il Regno, cioè il disegno di amore del Padre su tutta la realtà, significa rinnovare la nostra disponibilità a esserne cooperatori generosi, anche quando, come il Cristo nell'Orto degli Ulivi, dovremo "lottare" per accettare la croce: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà» (Lc 22,42).

  • Il nostro pane quotidiano
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«Il Padre, che ci dona la vita, non può non darci il nutrimento necessario per la vita, tutti i beni "convenienti", materiali e spirituali. Nel discorso della montagna Gesù insiste su questa fiducia filiale che coopera con la provvidenza del Padre nostro. Egli non ci spinge alla passività, ma vuole liberarci da ogni affanno e da ogni preoccupazione. Tale è l'abbandono filiale dei figli di Dio» (Catechismo, 2830).

Pregare per il pane quotidiano significa dare nuovo slancio al nostro impegno per tutto ciò che è necessario per la vita. Sapere di poter contare sulla Provvidenza è fonte di una responsabilità più generosa, che non si ferma dinanzi ai rischi e alla novità dei processi economici. «La speranza escatologica, ricordava il Vaticano II, non diminuisce l'importanza degli impegni terreni, ma anzi dà nuovi motivi a sostegno dell'attuazione di essi» (Gaudium et spes, 21). Le parole di Paolo devono essere di stimolo per ognuno: «Vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuole lavorare, neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni fra voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione. A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità» (2Ts 3,10-12). Il pane, che il Signore ci invita a chiedere, è un pane da condividere: è nostro. La preghiera è autentica se ci porta a una effettiva solidarietà: a spezzare il pane insieme, nella vita quotidiana come nell'Eucaristia. Sulla solidarietà operosa «non meno che sul versante dell'ortodossia, la Chiesa misura la sua fedeltà di Sposa di Cristo», perché «stando alle inequivocabili parole del Vangelo, nella persona dei poveri c'è una sua presenza speciale, che impone alla Chiesa un'opzione preferenziale per loro» (Novo millennio ineunte, 49). Ogni volta che facciamo nostre le parole del Padre nostro, non possiamo non ribellarci a tutte quelle forme di egoismo economico e politico che, pur essendoci risorse, condannano nella fame milioni di persone: «Costituisce un vero scandalo» ricorda Papa Francesco, che rende urgente l'impegno per «trovare i modi perché tutti possano beneficiare dei frutti della terra».

  • Liberi dal potere del male
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«L'ultima domanda al Padre nostro si trova anche nella preghiera di Gesù: "Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno" (Gv 17,15). Riguarda ognuno di noi personalmente; però siamo sempre "noi" a pregare, in comunione con tutta la Chiesa e per la liberazione dell'intera famiglia umana. La Preghiera del Signore ci apre continuamente alle dimensioni dell'Economia della salvezza. La nostra interdipendenza nel dramma del peccato e della morte diventa solidarietà nel corpo di Cristo, nella comunione dei santi» (Catechismo, 2850).

Il male, da cui chiediamo di essere liberati, è innanzitutto una persona: «Satana, il maligno, l'angelo che si oppone a Dio. Il "diavolo" è colui che "si getta di traverso" al disegno di Dio e alla sua "opera di salvezza" compiuta in Cristo» (Catechismo, 2851). Allo stesso tempo preghiamo per essere affrancati dalle mille forme del potere del male presenti nella società e in ognuno di noi. Fin dall'inizio l'uomo, tentato dal maligno, «ha infranto il debito ordine in rapporto al suo fine ultimo e al tempo stesso tutta l'armonia, sia in rapporto a se stesso, sia in rapporto agli altri uomini e a tutta la creazione. Così l'uomo si trova diviso in se stesso. Per questo tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre» (Gaudium et spes, 13). L'esperienza quotidiana è riprova incessante della drammaticità di questa lotta. Nella nostra società complessa, la forza delle strutture di peccato ci appare spesso così soffocante da frustrare il desiderio di giustizia e di fraternità: non vale la pena impegnarsi, perché tutto è già deciso! Chiedendo di liberarci dal male, rinnoviamo la nostra fede nella liberazione dal potere del male introdotto dal Cristo nella storia: siamo diventati nuovi, possiamo costruire novità. È una certezza che non fa arretrare dinanzi al male e neppure fa cercare sicurezze egoistiche: guidati dallo Spirito e certi della sua forza, combatteremo «la buona battaglia, conservando la fede e una buona coscienza» (1Tm 1,18-19), finché «Dio sia tutto in tutti» (1Cor 15,28).

  • Una morale centrata sulla persona
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«Il Simbolo della fede ha professato la grandezza dei doni di Dio all'uomo. Ciò che la fede confessa, i sacramenti lo comunicano: per mezzo dei sacramenti, i cristiani sono diventati figli di Dio, "partecipi della natura divina" (2Pt 1,4). Riconoscendo nella fede la loro nuova dignità, i cristiani sono chiamati a comportarsi "da cittadini degni del Vangelo" (Fil 1,27). Mediante i sacramenti e la preghiera, essi ricevono la grazia di Cristo e i doni del suo Spirito, che li rendono capaci di questa vita nuova». (Catechismo 1692).

In questo prologo alla parte terza – La vita in Cristo – il Catechismo mette in continuità la vita morale con la vita di fede (parte prima) e di grazia (parte seconda). Importante cogliere questo legame. Perché la morale cristiana non è un codice di comportamenti appositivo e avulso dalla fede e dalla grazia, ma la loro traduzione operativa. È diffusa la convinzione che le norme morali vadano obbedite come comandi eteronomici: obblighi imposti dall'esterno, dall'autorità divina codificata dalla Chiesa; piuttosto che come esigenze dall'interno della propria intelligenza di fede e del proprio essere di grazia. Il Concilio Vaticano II ha centrato sulla persona la morale, derivandola non da un Dio legislatore e giudice, con la sua forza impositiva e punitiva; ma creatore e redentore della mia umanità, che mi chiama alla fedeltà operativa, al compito morale, alla risposta grata che il suo dono suscita. La «vita nuova in Cristo», che la fede e la grazia generano, non ha consistenza solo ontologica ma anche etica. Esse sono principio di una coscienza e di un dover-essere morale. È l'essere nuovo in Cristo che si percepisce e si attiva come dovere. Un dovere esigente, perché carico di tutta la radicalità evangelica. Ma un dovere di luce e di grazia, perché illuminato dalla fede e sostenuto dalla grazia: luce e grazia dello Spirito Santo. Attraverso i sacramenti: i segni efficaci della grazia. Grazia consacrante, che fa essere: ci rigenera alla vita nuova in Cristo. E abilitante, che traslittera l'essere nell'agire, il dono in compito, la fede in fedeltà.
  • padre Sabatino Majorano e don Mauro Cozzoli in Avvenire, dal 24 al 30 luglio 2013
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun set 02, 2013 8:47 am


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«La via di Cristo "conduce alla vita", una via opposta "conduce alla perdizione" (Mt 7,13). La parabola evangelica delle due vie è sempre presente nella catechesi della Chiesa. Essa sta ad indicare l'importanza delle decisioni morali per la nostra salvezza». (Catechismo 1696)

L'esistenza umana non è un copione scritto in anticipo, che il soggetto ha semplicemente da recitare. Espressione questa di una visione deterministica e fatalistica della vita. Si tratti di un determinismo religioso, ad opera di un dio padrone e arbitro dell'umano destino, o di un fatalismo agnostico, ad opera di forze esoteriche e occulte. Non è questa la concezione biblica, e in particolare evangelica, del vivere umano. Della vita non siamo né succubi né spettatori. La vita ci coinvolge: è la mia vita, la vita che io sono. Il suo riconoscimento, il suo indirizzo, il suo esito dipendono da me: da come io la considero e la dirigo, dalle vie lungo cui la percorro. Vie che nel loro orientamento ultimo e decisivo confluiscono su due: «La via che conduce alla vita» e «la via che conduce alla perdizione» (cf Matteo 7,13-14). Siamo al bivio cruciale dell'esistenza e della sua coscienza. Consapevole che è «in gioco», è «in questione» la vita, è nelle aspirazione d'ogni uomo e d'ogni donna metterla al sicuro, realizzare la vita, metterla al sicuro e non perderla. Realizzarla non solo in rapporto al particolare ma al tutto. Realizzarla si deve. Ma si può? E come? Per quale via? Qui c'incontra «il Verbo della vita», in cui «la vita si è fatta visibile» (Giovanni 1,1-2). Così da dire di sé: «Io sono la vita». E ad un tempo «io sono la via». Gesù è la via della Vita. Egli è venuto ad insegnarcela, assumendo la nostra stessa vita, e percorrendola come il pastore davanti a noi: «Io sono venuto perché abbiate la vita e l'abbiate in abbondanza» (Gv 10,10). Alla sua sequela noi impariamo a guadagnarla la vita e non perderla (cf Marco 8,35-36), per la «via stretta» della croce che porta alla Pasqua. «Perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione» (cf Matteo 7,13-14)

  • Noi, creati a immagine di Dio
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«In Cristo, "immagine del Dio invisibile" (Col 1,15), l'uomo è stato creato ad "immagine e somiglianza" del Creatore. In Cristo, Redentore e Salvatore, l'immagine divina, deformata nell'uomo dal primo peccato, è stata restaurata nella sua bellezza originale e nobilitata dalla grazia». (Catechismo 1701)

Nel racconto biblico del Genesi, l'uomo – 'adàm, nella dualità del maschile e del femminile – non è creato, come gli animali, «secondo la propria specie», ma a «immagine e somiglianza» di Dio (cf 1,20-27). È qui la novità di vita della creatura umana, la quale non è mero bios: vita biologica, come le piante. Non è solo bios e psiche: vita psico-fisica, come gli animali. È anche e anzitutto pneuma: vita informata dallo spirito, significato dall'«alito di vita» soffiato dal Creatore sul suppositum psico-fisico (cf 2,7). Per questo intervento del Creatore, un pezzo della creazione o un vivente non ancora umano diventa un essere umano. A differenziare la creazione dell'individuo umano e quindi il suo valore è la rûah Jahvé: lo spirito di Dio donato all'uomo, che ne fa una creatura «a immagine della propria natura» (Sap 2,23). Espressione questa della dignità teologale dell'essere umano. Dignità di persona, in relazione intelligente e responsabile al Creatore e alla realtà umana e cosmica a lui solidale. Questa iconicità divina non è solo un dono: un imprinting ontologico. È nel contempo un compito di fedeltà, che l'uomo e la donna hanno disatteso col peccato, provocandone la «deformazione». Di qui il bisogno di redenzione, che la creatura non può darsi da sé. Cristo è l'immagine originaria e perfetta (cf Col 1,15). Come in lui Dio ci ha creati (cf Ef 2,20), imprimendo in noi la sua immagine, così in Cristo Dio ci ha redenti (cf Rm 3,24), restaurandola nella sua bellezza originale e nobilitandola con la sua grazia. L'ha nobilitata come immagine filiale: dignità di figli nel Figlio, che il Figlio ci ha rivelato e meritato e lo Spirito configura nel nostro essere. In vista della sua piena espressione: «Come abbiamo portato l'immagine dell'uomo terrestre, così porteremo l'immagine dell'uomo celeste» (1Cor 15,49).

  • Destinati alla beatitudine eterna
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«Dotata di "un'anima spirituale ed immortale" (GS 14), la persona umana è in terra "la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa" [Ivi 24]. Fin dal suo concepimento è destinata alla beatitudine eterna». (Catechismo 1703)

Per l'anima spirituale, che informa e anima il corpo, la creatura umana – uomo e donna – ha dignità di persona. La persona – ci dice il Concilio Vaticano II – è «la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa». Espressione questa del valore di soggetto, non di oggetto della persona: questa ha in sé (sub-jectum: posto dentro), non fuori (ob-jectum: posto davanti) il suo principio valoriale. La persona è un «bene in sé»: non deriva da altri o da altro il suo valore. Essa non vale per il riconoscimento che le può venire da qualcuno, ma per l'imprinting spirituale del suo essere, che ne fa un «io» nell'autonomia, unicità e irripetibilità del suo essere: individuo che possiede se stesso (è sui iuris non alieni iuris), ha il dominio di sé (è dominus sui) e determina se stesso (è causa sui). L'individuo-persona è soggetto di diritto, non oggetto: appartiene a sé, non è e non può diventare possesso (ius) altrui; è signore della propria vita, non è e non può diventare schiavo; decide di sé e dei propri atti, non è e non può essere manovrato. Egli è «qualcuno» con valore di fine, non «qualcosa» con valore di mezzo. Come tale, la sua vita è indisponibile e inviolabile: non è reificabile e usabile, manipolabile e demolibile al pari di un oggetto. Questo valore è legato all'«esserci» non al «modo di essere»: per il fatto di essere al mondo con un Dna umano, un individuo è persona e merita questo riconoscimento e rispetto. Dal principio alla fine, che significa dal concepimento alla morte naturale. Con la quale cessa il decorso terreno e temporale e la vita si schiude alla beatitudine eterna. Questa non relativizzazione a niente e a nessuno e la destinazione eterna dicono dell'assoluto che connota la persona umana. Non è l'assoluto sussistente e perciò unico di Dio. È un assoluto partecipato dall'amore creatore e redentore di Dio: riflesso dell'«immagine» e «somiglianza» impresse dal Creatore nella creatura umana.

  • Nella nostra libertà il sigillo di Dio
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«In virtù della sua anima e delle sue potenze spirituali d'intelligenza e di volontà, l'uomo è dotato di libertà, "segno altissimo dell'immagine divina" (Gaudium et spes 14)». (Catechismo 1705)

La dignità di persona della creatura umana è data dall'anima spirituale, percepibile nelle «potenze spirituali d'intelligenza e di volontà», che fanno la libertà. Questa è scandita dal potere di conoscere e di volere con cui l'individuo umano diventa soggetto attivo della propria vita. Si configura così l'icona divina nella creatura umana. Essa consiste nella libertà, «segno altissimo dell'immagine divina», dice il Concilio Vaticano II. Dio dà all'uomo e alla donna il potere di autodeterminazione. Non li pre-determina – come le creature preumane – con una natura fissa e totalizzante. L'uomo e la donna sono più che natura. Sono liberi per natura. Né Dio li etero-determina con il suo volere. Ma – come dice la sapienza biblica – «Dio creò l'uomo e lo mise in mano al proprio volere» (Sir 15,14). Creando delle creature libere, Dio si auto-limita: l'onnipotenza divina s'arresta dinanzi alla libertà dell'uomo. Il che è proprio del Dio biblico. Altre concezioni religiose affermano la libertà di Dio o degli dei ma non dell'uomo. Per la libertà data loro da Dio, l'uomo e la donna non sono semplicemente posti in esistenza: sono chiamati all'esistenza. Questa è un dialogo di fedeltà: di riconoscimento intelligente del disegno di Dio e di risposta a esso. Dialogo che – proprio perché libero – può diventare d'infedeltà: la volontà si scinde dall'intelligenza, si auto-centra, disconoscendo e violando il disegno di Dio. È questo il peccato. Figura tragica della libertà. Solo un essere libero può peccare, nell'atto d'incorrispondenza e di rifiuto. Per esso l'immagine divina è deformata. La libertà non è annullata. È ferita e gravata: «Chi commette il peccato è schiavo del peccato» (Gv 8,34). Per questo il Dio biblico non è solo il creatore della libertà. Ne diventa il redentore, per l'opera liberatrice di Cristo: «Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi» (Gal 5,1).

  • Quella libertà degli «atti umani»
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«La libertà è il potere, radicato nella ragione e nella volontà, di agire o di non agire, di fare questo o quello, di porre così da se stessi azioni deliberate. Grazie al libero arbitrio ciascuno dispone di sé... La libertà implica la possibilità di scegliere tra il bene e il male... Essa contraddistingue gli atti propriamente umani». (Catechismo 1731-1732)

La libertà è un "potere" dato da Dio alla creatura umana. Un potere appartenente non alla sfera psico-fisica delle passioni. Questo è il dominio della passio: la passività delle pulsioni e delle emozioni. La libertà appartiene alla sfera spirituale della ragione e della volontà: le potenze spirituali della persona, che istituiscono la libertà come potere di autodeterminazione. Dove il principio di determinazione non è un impulso biologico o emotivo. Non qualcosa "in me", ma qualcuno che sono "io". Solo un individuo umano può dire "io", in forza delle facoltà spirituali del conoscere e del volere, che fanno di un vivente un soggetto in grado di «porre da se stesso azioni deliberate»: «Atti propriamente umani». Ed elevarsi così dal livello psicofisico e animale dell'accadere al livello spirituale e umano dell'agire. Per questo potere l'uomo e la donna sono soggetti di decisione e di scelta, arbitri della propria esistenza. «Vedi – dice Jahvé a Israele – io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male,... la benedizione e la maledizione: scegli» (Dt 30,15.19). È questa la prima libertà, che sant'Agostino chiama libertas minor: la libertà di scelta, il libero arbitrio. Libertà interiore di volere ed esteriore di agire. Dove l'accento è posto sulla scelta: "scegli". Mistero affascinante e tremendo della libertà! Affascinante per il potere e la sua attrattiva. Tremendo per la doverosità e la responsabilità: l'uomo deve scegliere, non può non scegliere, anche la non-scelta infatti è una scelta; e delle scelte egli risponde. Ciò che faceva dire a Jean Paul Sartre: siamo «condannati alla libertà». A san Paolo invece: siamo «chiamati alla libertà». Condanna se la libertà è auto-centrica e irrelata. Vocazione se schiusa a un disegno che dice provenienza e destinazione.

  • Dalla vera libertà la «vita buona»
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«La libertà è nell'uomo una forza di crescita e di maturazione nella verità e nella bontà. Essa implica la possibilità di avanzare nel cammino di perfezione oppure di venir meno e di peccare. Quanto più si fa il bene, tanto più si diventa liberi. Non c'è vera libertà se non al servizio del bene». (Catechismo 1731-1733)

La libertà non coincide col libero arbitrio. Questo è un potere: il potere dell'io di determinarsi e non essere determinato nella scelta. Ma tale potere non è arbitrario. È un volere intelligente. Come tale in grado di distinguere il bene dal male morale e di decidersi per il bene. Il bene e il male infatti non sono alternative indifferenti e si offrono alla libertà con la loro carica di esigenza, che essa non può disattendere: bonum faciendum, malum vitandum. Il bene obbliga a compierlo, il male a evitarlo. Lasciandosi obbligare, la libertà prende forma morale. Da libertà di scelta diventa libertà morale: libertà per il bene e, mediante le virtù, libertà nel bene. Diciamolo con sant'Agostino: da libertas minor diventa libertas maior. Nella scelta del bene la libertà s'invera e cresce in perfezione. Questa è data dalla progressiva conformazione della libertà al bene, nei molti beni in cui prende forma. Si stabilisce come una connaturalità tra la libertà e il bene. Fino alla libertà di Dio e dei beati, segnata dalla piena coincidenza di libertà e bene: libertà eterna di bene. Dove l'indivisibilità dal bene, la volontà unicamente di bene, che esclude il male e quindi il peccato, è la perfetta libertà. Per questo «quanto più si fa il bene, tanto più si diventa liberi». Per il bene voluto e adempiuto e che la riveste come un abito (gli habitus delle virtù), la libertà è buona, il soggetto è buono, la vita è buona. Attribuirsi il potere del male è un regresso dalla libertas, nome riservato dai classici alla libertà morale, all'arbitrium. Fissando la libertà sull'arbitrio, l'individuo non diventa libero ma libertario. La libertà è svincolata dal potere umanizzante del bene e inchiodata sul suo vorticoso potere di autodeterminarsi a tutto, fino al suo inabissamento.
  • don Mauro Cozzoli in Avvenire, dal 31 luglio al 6 agosto 2013
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun set 02, 2013 8:52 am


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«Le beatitudini esprimono la vocazione dei fedeli. Esse rispondono all'innato desiderio di felicità che Dio ha messo nel cuore dell'uomo per attirarlo a sé, perché egli solo lo può colmare. Le beatitudini svelano la mèta dell'esistenza umana, il fine ultimo cui tendono le azioni umane: Dio ci chiama alla sua beatitudine. La beatitudine promessa ci pone di fronte alle scelte morali decisive. (Catechismo 1717-1719.1723).

Gesù pone la morale sotto l'istanza finalistica della beatitudine: il nome con cui il Vangelo dice la felicità. La morale cristiana non è deontologica, centrata sul dovere (deon): «Devi perché devi» (E. Kant). È una morale teleologica: diretta a un fine (telos). Devi in ordine alla realizzazione della vita. «Maestro – chiede un giovane a Gesù – che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?» (Mt 19,15). La domanda etica non è prima di tutto una domanda di regole, ma di vita eterna. In rapporto a cui l'agire morale, e la norma che lo regola, si pone come mezzo in ordine al fine. Di qui la pagina delle beatitudini, che scandiscono il destino felicitante del cristiano. Pagina posta da Gesù all'inizio del discorso della montagna, la magna carta della morale evangelica, che da essa prende il suo finalismo salvifico. Anche singoli asserti normativi nel Vangelo vengono introdotti dal fine beatificante: «Beati quelli che», «Beati voi quando», «Sarete beati se». Così da non esprimere prima di tutto e solo la radicalità dell'esigenza ma la forza attraente del fine. Non imperativi di un Dio legislatore e giudice, ma vie di salvezza del Dio creatore e redentore, che in Cristo è venuto a noi «perché abbiamo la vita e l'abbiamo in abbondanza» (Gv 10,10). La vita buona e bella, l'«abbondanza» della vita, è nelle aspirazioni di ogni persona. Gesù è venuto a portarla a noi, strettamente congiunta al bene morale e al suo adempimento. Non basta conoscere il bene e la legge che lo comanda. Occorrono prospettive di vita per volerlo e adempierlo. Queste sono delineate in pienezza dal Vangelo. Esse hanno le coordinate del Regno di Dio, dischiuso a noi dalla Pasqua di Cristo e dalla Pentecoste dello Spirito.

  • Il diritto fondamentale alla libertà
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«La libertà si esercita nei rapporti tra gli esseri umani. Ogni persona umana, creata ad immagine di Dio, ha il diritto naturale di essere riconosciuta come un essere libero. Il diritto all'esercizio della libertà è un'esigenza inseparabile dalla dignità della persona umana, particolarmente in campo morale e religioso. Tale diritto deve essere civilmente riconosciuto e tutelato nei limiti del bene comune e dell'ordine». (Catechismo 1738)

Espressione della persona e della sua dignità, la libertà è diritto fondamentale di ogni individuo umano. Disconoscerla e violarla è offendere la persona. Ovviamente si tratta della libertà esteriore di agire: il «diritto all'esercizio». Non della libertà interiore di volere, la quale non è impedibile da nessuno. Ad ognuno deve essere data la possibilità di esprimere e realizzare fuori ciò che vuole dentro. Altrimenti si ha il dominio del più forte, con forme varie di costrizione e asservimento. Quando la violazione del diritto di libertà avviene in modo esteso e massiccio prende forma di dittatura, la cui espressione più emblematica è quella statuale, dove la violazione avviene in forma istituzionale. Il che è doppiamente ingiusto. Perché lo stato viola il diritto e vien meno al ruolo di garante. Lo stato deve assicurare e tutelare giuridicamente la libertà e favorirne politicamente l'esercizio, creando spazi di libertà per tutti e vigilando sulla loro restrizione ad opera di individui e gruppi dominanti. Appartengono a queste assicurazioni e tutele le cosiddette libertà civili, come la libertà di religione, di parola, d'informazione, di associazione, di movimento. Ciò non significa che ogni libertà di volere legittima una libertà di agire. La legittimità risponde al criterio del bene morale e del bene comune. Questo vuol dire che sono vere e autentiche e meritano riconoscimento e favore quelle libertà che esprimono beni morali e reali diritti delle persone e che rispettano e promuovono il bene della comunità. Non lo sono e non meritano approvazione quelle libertà che contraddicono il bene morale o che esprimono diritti abusivi e contrastano il bene comune.

  • È responsabile solo chi è libero
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«La libertà fa dell'uomo un soggetto morale. Quando agisce liberamente, l'uomo è, per così dire, il padre dei propri atti. Gli atti umani, cioè gli atti liberamente scelti, sono moralmente qualificabili. Essi sono buoni o cattivi. La libertà rende l'uomo responsabile dei suoi atti» (Catechismo 1734.1749).

Essere libero, l'individuo umano è soggetto morale, in grado di porre atti morali: atti «moralmente qualificabili» come buoni o cattivi. Essi si distinguono dagli atti pre-morali. I primi sono «miei», perché procedono da «me», da ciò che mi costituisce come «io»: il conoscere e il volere. I secondi procedono da qualcosa «in me» ma che non sono «io». Si attivano infatti al livello pre-cognitivo e pre-volitivo, a livello psico-fisico. L'etica chiama actus humanus (atti propriamente umani) e perciò volontari i primi, actus hominis (atti di cui un uomo è solo «luogo» di attivazione) e perciò involontari i secondi. Sollevare il braccio per salutare, fare uno sgambetto a qualcuno sono atti umani, moralmente qualificabili. L'uno e l'altro gesto, compiuti per una contrattura muscolare sono atti irriflessi e spontanei, moralmente irrilevanti. Alla rilevanza morale degli atti, alla loro libertà, è connessa la responsabilità. Della loro bontà o malizia e rispettive conseguenze il soggetto è causa volontaria – è «padre» – e perciò risponde meritevolmente o colpevolmente. Risponde davanti a Dio, principio del bene e Sommo Bene, del quale ogni bene è espressione particolare; davanti alla propria coscienza, che è la dimora del bene; davanti agli altri su cui il bene e il male hanno riverbero. Siamo qui alle radici della morale. Se sul piano oggettivo o dei contenuti le radici sono date dal senso del bene e del male morale, sul piano soggettivo sono date dalla libertà, vale a dire dal grado di conoscenza e di volontà del soggetto agente. Queste possono essere «sminuite o annullate dall'ignoranza, dall'inavvertenza, dalla violenza, dal timore, dalle abitudini, dagli affetti smodati e da altri fattori psichici oppure sociali» (Catechismo 1735). Di qui il compito di educare alla verità del bene e del male e alla libertà.

  • Quando un atto è «morale»
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«L'oggetto, l'intenzione e le circostanze rappresentano le "fonti", o elementi costitutivi, della moralità degli atti umani» (Catechismo 1750).

L'attributo «morale» di un atto ha significato bivalente. Può significare «moralmente qualificabile» e fa riferimento alle condizioni di moralità: il conoscere e il volere. Può significare «moralmente buono» e fa riferimento agli elementi costitutivi o fonti della moralità. Il contrario di atto morale nel primo significato è atto pre-morale, nel secondo è atto im-morale. A costituire moralmente un atto concorrono tre elementi. Il primo è l'oggetto, vale a dire il fine proprio, intrinseco all'atto. In quanto l'oggetto è un bene morale l'atto è buono. In quanto è un male è cattivo. In quanto non è né un bene né un male morale è indifferente. Le circostanze sono le condizioni di fatto in cui l'atto è posto. Esse rispondono alle domande: chi, che cosa, dove, quando, quanto, come, perché. Possono incidere in modo sostanziale sull'oggetto o accidentale. Nel primo caso l'atto muta: ad esempio occultare la verità per evitare il panico non è mentire, è atto di protezione civile; fare violenza a un aggressore per legittima difesa non è ostilità, è atto di tutela di un innocente. Nel secondo caso aumentano o diminuiscono la bontà o la malizia oggettiva di un atto oppure rendono buono o cattivo un atto indifferente. Il terzo elemento è l'intenzione, che costituisce il fine soggettivo con cui un atto è compiuto. Anche questo contribuisce ad aumentare o diminuire la bontà o la malizia di un atto o a rendere buono o cattivo un atto indifferente. Ad ogni modo, una circostanza o un fine cattivo rende cattivo un atto buono per il suo oggetto. Una circostanza o un fine buono invece non rende buono un atto cattivo per il suo oggetto. Perché un atto sia buono occorre la bontà dei tre elementi insieme: l'oggetto, le circostanze e l'intenzione. Perché sia cattivo basta la cattiveria di uno solo. Vi sono atti intrinsecamente cattivi, che è sempre illecito volere, perché la loro scelta comporta un male morale – il peccato – che non è mai consentito compiere.

  • Siamo liberi perché liberati»
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«Quanto più siamo docili agli impulsi della grazia, tanto più cresce la nostra libertà. Con l'azione della grazia, lo Spirito Santo ci educa alla libertà spirituale per fare di noi dei liberi collaboratori della sua opera». (Catechismo 1742)

La libertà è l'immagine di Dio nella creatura umana. Dono di Dio, la libertà non è autoreferenziale e autopoietica ma relazionale e dialogica. La libertà è senza limiti, aperta al «tutto» e al «per sempre» nel conoscere e nel volere. Ma le sue possibilità sono finite e fallibili. Di qui il rischio del disinganno e dell'implosione nel vedere deluse le sue fatiche e aspettative. A sottrarre la libertà alla disillusione è la coscienza della sua origine e del suo sviluppo relazionale e dialogico. Relazione-dialogo con la Grazia, in rapporto a cui la libertà riconosce se stessa e la direzione di senso, di valore e di scopo del suo volere. Riconosce se stessa come libertà creaturale e filiale. Non la libertà autocentrica dei titani o del superuomo, ma la libertà della creatura. Una libertà che non si autopone ma è posta in essere e che, in questo essere posta, in questo riceversi, ritrova se stessa nel dialogo di alleanza e vocazione col Creatore. Libertà creaturale, che in Cristo diventa filiale. La nostra libertà è la «libertà dei figli di Dio» (Rm 8,21). «Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero» (Gv 8,36) ci dice Gesù. E san Paolo: «Cristo ci ha liberati per la libertà» (Gal 5,1). Liberi perché liberati: fatti liberi della libertà stessa del Figlio, cui «lo Spirito del Figlio» (Gal 4,6) configura la nostra libertà. «Dove c'è lo Spirito del Signore c'è libertà» (2Cor 3,17). È la libertà piena di speranza del Crocifisso-Risorto, di cui abbiamo bisogno per osare il bene e non cedere al determinismo del male. Tutto questo fa la grazia, in cui prende corpo e forma la libertà preveniente e d'iniziativa di Dio. Tutt'altro che limitata e mortificata, la libertà trova nella grazia il principio d'inveramento ed espansione nel suo cammino di liberazione e di crescita. Liberazione dall'angoscia delle attese deluse e crescita nel bene che fa buona e bella la vita.

  • La coscienza e la voce di Dio
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«La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell'intimità propria. Essa comprende la percezione dei principi della moralità. La coscienza deve essere educata. Una coscienza ben formata è retta e veritiera» (Catechismo 1776. 1780. 1783).

La coscienza è il cuore della vita morale. Cuore è la parola con cui la Bibbia designa la coscienza. Parola evocativa dell'interiorità della persona, in cui «risuona la voce di Dio». Voce portatrice della verità morale: il bene, nella molteplicità dei beni in cui prende forma e dei principi di azione che ne esplicitano esigenze e compiti. Dio non è il legislatore che impone dal di fuori. La sua legge non è prescrizione. È coscienza: consapevolezza e interiore persuasione del bene, del quale la legge è in servizio. La coscienza affiora e progredisce con lo sviluppo evolutivo della persona e si costituisce come la «dimora del bene». Il bene in tutte le sue espressioni: da quelle valoriali e generali dei principi primi, a quelle categoriali e particolari dei principi secondi. I primi sono la traduzione imperativa dei beni morali. Essi sono nativi: ci sono dati con l'umanità del nostro essere e costituiscono il nucleo originario della coscienza, la sinderesi. L'esempio più significativo sono i dieci comandamenti. I principi secondi sono norme specifiche e concrete di azione, derivate dai primi, in risposta a istanze che emergono dal vissuto. Questa ricchezza di contenuti, che la coscienza non si dà ma riconosce, sta a dire che essa non è una scatola vuota, che chiunque riempie a suo piacimento, esibendola a giustificazione di tutto. «Mi regolo in coscienza», «agisco secondo coscienza», «faccio quello che mi dice la coscienza», sono espressioni molto spesso pronunciate a copertura di propri tornaconti. Di qui il ruolo decisivo dell'educazione, per prevenire la deriva soggettivistica e relativistica della coscienza e farla crescere in verità e rettitudine. Il compito formativo della coscienza è elevato dall'azione illuminante dello Spirito, con i doni della scienza, dell'intelletto e della sapienza.
  • don Mauro Cozzoli in Avvenire, dal 7 al 13 agosto 2013
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun set 02, 2013 8:55 am


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«La coscienza morale ingiunge, al momento opportuno, di compiere il bene e di evitare il male. Essa giudica anche le scelte concrete, approvando quelle che sono buone, denunciando quelle cattive» (Catechismo 1777).

«Dimora del bene», in tutte le sue espressioni ed esigenze, la coscienza si fa giudizio particolare di azione nella concretezza e singolarità di una situazione. Essa svolge un ruolo mediatore dalla norma universale e oggettiva all'azione determinata e concreta: dal bene valevole «per tutti», al bene valevole «per me», nel «qui e ora» di una situazione, in ciò che questa ha di unico e irripetibile. Non basta conoscere la legge, bisogna saperla attuare. Compito proprio della coscienza che, in una determinata contingenza o evenienza, procede a un discernimento di tutte le circostanze e componenti, le vaglia e valuta alla luce dei beni «in gioco» (e relative norme) e perviene a un giudizio di azione da compiere. Alla sua elaborazione concorre la virtù cardinale della prudenza, questa sapienza pratica che abilita a formulare «prudenti giudizi di coscienza». Ad essi la libertà deve sottostare, facendoli propri e traducendoli in azione. Non si può disubbidire alla coscienza. Fosse anche erronea, ma in modo incolpevole, essa va ubbidita. Prendiamo ad esempio il buon samaritano nella parabola omonima. Egli viene a trovarsi in una situazione determinata e concreta: un uomo gravemente ferito ai bordi di una strada interpella la sua coscienza. Questa discerne tutte le circostanze alla luce del bene della vita e della norma etica della carità, e formula un giudizio di azione a soccorso di quell'uomo. Lo fa proprio e lo attua. Nella formulazione del giudizio di coscienza opera lo Spirito di Dio col dono del consiglio. Per esso la virtù deliberativa del bene da compiere (la prudenza) è sopraelevata a intelligenza ricognitiva della volontà di Dio nelle situazioni della vita (cf Rm 12,2). Così che ubbidire alla coscienza ha significato più che etico. Ha valore teologale di discernimento e adempimento della volontà di Dio. In presenza del male compiuto – o per inadempienza del buon giudizio o per attuazione di un cattivo giudizio – la coscienza si fa rimorso e pentimento.

  • Le virtù, la libertà volta al bene
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«La virtù è una disposizione abituale e ferma a fare il bene. Con tutte le proprie energie sensibili e spirituali la persona virtuosa tende verso il bene. Quattro virtù hanno funzione di cardine. Per questo sono dette "cardinali". Tutte le altre si raggruppano attorno ad esse». (Catechismo 1803. 1805)

La libertà morale non è solo negli atti buoni deliberati e compiuti: libertà «per il bene». È ancor più negli atteggiamenti buoni che la costituiscono e qualificano: libertà «nel bene». Essi consistono nelle virtù morali, quali disposizioni abituali (habitus) della libertà al bene: ciascuna virtù a un bene particolare. Per esse la libertà diventa buona ed è disposta a ben operare. Le virtù infatti strutturano la libertà morale della persona e la volgono al bene. Come tali costituiscono un potenziale di azione, che facilita e rende spontaneo e piacevole fare il bene. Le virtù sono tante quanti sono i beni o fini virtuosi che le specificano. Esse sono comprese e ordinate in rapporto alle quattro virtù cardinali, perfezionatrici delle facoltà o potenze operative della persona: dell'intelligenza pratica la prudenza, della volontà la giustizia, delle passioni di concupiscenza (desideri) la temperanza, delle passioni d'irascibilità (reazioni) la fortezza. Così da integrarle tra loro, rapportando le passioni al volere intelligente della persona. Le virtù crescono attraverso gli atti virtuosi e crescendo li favoriscono, in una circolarità reciprocamente suscitatrice. Di qui l'importanza dell'azione educativa, volta all'acquisizione e allo sviluppo delle virtù in età evolutiva e al loro consolidamento in età adulta. Una morale attenta alla persona è una morale della virtù, più che della legge. Essa è volta a rendere buono il soggetto prima che le azioni, sviluppando abiti virtuosi che conformano e muovono la libertà al bene. In linea con la pedagogia evangelica, che mira all'«albero» prima che ai «frutti», nella convinzione che se l'albero (il soggetto e la sua libertà) è buono, anche i frutti (le azioni) lo saranno (cf Mt 7,17-18). In questa pedagogia la legge è in servizio delle virtù, della loro istruzione e determinazione intelligente al bene.

  • Le passioni e la forza della volontà
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«Le passioni, in se stesse, non sono né buone né cattive. Esse ricevono qualificazione morale dalla ragione e dalla volontà» (Catechismo 1767).

Il principio attivo della persona è al livello spirituale del conoscere e del volere. Ma la persona non è solo spirito, è anche corpo e psiche, al cui livello si attivano le passioni: un potenziale di pulsioni ed emozioni, istinti e desideri, sensazioni e reazioni, impulsi e sentimenti, il cui valore dipende dall'investimento che il soggetto ne fa. Questo vuol dire che egli può e deve assumerle, porle sotto il potere qualificante e finalizzante del conoscere e del volere. Abbandonate a se stesse, le passioni sottomettono la volontà e corrompono l'intelligenza. Così lo psico-fisico sovrasta lo spirito. Le passioni sono spinte d'ordine appetitivo, che trovano appagamento in un bene di natura psico-fisica: un bene piacevole e vantaggioso. Anche la volontà è facoltà d'ordine appetitivo. Ma, a differenza delle passioni, appetisce il bene in sinergia con la ragione, vale a dire nella luce del vero. Questo è il bene morale – il bene umano e umanizzante, il bene giusto e onesto – nella cui prospettiva di valore e di scopo la volontà vuole il bene appetito dalle passioni. Ciò significa che la volontà sporge sulle passioni, ne ha il dominio. Non le rimuove né le reprime, ne riconosce il potenziale, che convoglia nel progetto di realizzazione della persona. Centrale e decisivo è il ruolo della volontà. Alleata dell'intelligenza, essa ha il dominio delle passioni: le pone sotto il principio del bene (morale). Dissociata dall'intelligenza, la volontà è attirata nell'orbita delle passioni, subendone il determinismo. Essa confonde il bene morale col bene sensibile (appagante i sensi). Si verifica così una deriva emotivistica della volontà, il suo stemperamento nelle passioni. Garanti dello sviluppo ordinato e armonico delle facoltà operative – che accorda le passioni al volere intelligente e il bene piacevole al bene morale – sono le virtù. Ciascuna in rapporto a un bene e ad una facoltà particolare, sulla base delle virtù cardinali. Senza le virtù allignano i vizi, per i quali la libertà è dominata dalle passioni e trascinata dal bene allettevole.

  • La prudenza conduce al bene
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«La prudenza è la virtù che dispone la ragione pratica a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per compierlo» (Catechismo 1806)

La prima virtù cardinale è la prudenza, da intendere nel significato biblico e classico di sapienza pratica. Questo per smentire una concezione riduttiva e fuorviante che «la confonde con la timidezza o la paura, con la doppiezza o la dissimulazione» (ivi). La prudenza è virtù perfezionatrice della ragione pratica: l'intelligenza diretta all'agire morale. Come il «fare» è istruito dall'intelligenza tecnica, l'«agire» è istruito dall'intelligenza etica. Questa è la prudenza. Non si può essere sconsiderati e avventati nelle decisioni da prendere e nelle azioni da compiere. Non si può improvvisare, affidarsi all'impulso e al caso. Ne va della rettitudine e della bontà della persona. Non si può neppure rimanere nel dubbio e restare inerti. Ne va della responsabilità della persona. Occorre giudicare, decidere e agire ed in modo ponderato e giusto. A questo abilita la prudenza. Essa è la virtù del giusto mezzo (il bene da compiere) in ordine al fine (il bene da conseguire). Come tale la prudenza opera nell'esercizio di ogni virtù. Tommaso d'Aquino la dice auriga virtutum: la conduttrice di tutte le virtù. Ciascuna virtù abilita a vedere il fine da conseguire in una determinata situazione, la prudenza il mezzo adeguato a conseguirlo mediante l'agire. Così essa diventa la «retta norma dell'azione» (Tommaso d'Aquino): «Norma prossima di moralità» (Giovanni Paolo II). Norma espressa dal giudizio di coscienza – «giudizio ultimo concreto» (Giovanni Paolo II) – al cui interno opera la prudenza. San Paolo l'ascrive all'abito del discernimento, sotto l'azione illuminante e consigliante dello Spirito Santo, che ci fa capaci – nella novità e concretezza del vissuto – di «vagliare ogni cosa» (1Ts 5,21) e giudicare e decidere «il meglio» (Fil 1,10), «ciò che piace al Signore» (Ef 5,8-11), «ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2). La prudenza, ispirata dallo Spirito, è «il pensiero di Cristo» in noi (1Cor 2,16), quale attitudine a vedere-giudicare-agire nel modo di Cristo.

  • Il bene deve essere fatto
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«La giustizia consiste nella volontà costante e ferma di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. L'uomo giusto si distingue per l'abituale dirittura dei propri pensieri e per la rettitudine della propria condotta». (Catechismo 1807. 1836)

La seconda virtù cardinale è la giustizia, che perfeziona la facoltà operativa della volontà, polarizzandola – in modo «costante e fermo» – sul dovuto. La volontà è il timone della vita morale, che garantisce la rotta. Senza timone puntato sulla rotta la nave è in balia delle onde. La rotta vincola e il timoniere si lascia vincolare, per la stabilità della nave e l'arrivo a destinazione. Fuori metafora, la rotta è il bene morale come fine e come via al suo raggiungimento. Bene contrassegnato dal dovere: bonum faciendum, il bene deve essere fatto. La giustizia è la virtù del connubio della volontà col dovuto. Per la sua bontà e rettitudine e il conseguimento degli scopi, la volontà si lascia vincolare dal dovere che ogni bene comporta. Dovere fatto vedere dalla ragione, di cui la volontà è alleata. La giustizia assicura quest'alleanza. Per la quale la volontà è stabilita nel bene dovuto e diventa essa stessa giusta. E dal momento che la volontà esprime il soggetto, questi è giusto, la persona è giusta. Quando invece s'allenta o si rompe l'alleanza con la ragione, la volontà è senza vincoli, perde stabilità. Non vede più il bene morale, è sedotta dal bene utile e conveniente. Il timone è senza rotta, in balia dei venti delle passioni. La giustizia assicura la coscienza del dovere nella vita morale. Non esiste una morale senza doveri. Di qui il ruolo cardine della giustizia, che sottostà ad ogni volere morale. È questo il significato della giustizia come virtù cardinale. C'è però anche un significato particolare, legato al diritto nelle relazioni con gli altri. Quando il bene prende la forma del diritto (ius) la giustizia è virtù di riconoscimento e rispetto del dovere (debitum) che ogni diritto comporta. Il diritto è ciò che appartiene a una persona come bene proprio, in ragione della sua dignità o di un titolo di proprietà. La giustizia se ne fa carico, dando a Dio e all'uomo ciò che è loro dovuto.
  • pdon Mauro Cozzoli in Avvenire, dal 14 al 20 agosto 2013
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun set 02, 2013 8:57 am


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«La fortezza è la virtù morale che, nelle difficoltà, assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. Essa rende capaci di vincere la paura e di affrontare la prova». (Catechismo 1808)

La psicologia distingue passioni d'irascibilità e di concupiscenza. Lasciate a se stesse, le passioni sospingono il soggetto in modo disordinato e caotico. Assunte e governate, esse sono moderate e dirette al bene. Ad assumere e governare le passioni d'irascibilità è la virtù cardinale della fortezza. Esse sono quelle reazioni attive o passive che insorgono in presenza di eventi che provocano la nostra sensibilità, innescando moti di euforia o avvilimento, d'indignazione o apatia, di temerarietà o sgomento, d'irruenza o freddezza, di collera o paura. La fortezza ne contiene gli eccessi, riportandole sotto il potere cognitivo dell'intelligenza e deliberativo della volontà, al cui servizio esplicano il proprio potenziale d'impeto o di difesa. Senza la fortezza la persona non controlla le proprie reazioni. Succube di impeti e paure, il soggetto non agisce ma subisce. Virtù cardinale, la fortezza è il nucleo di una costellazione di virtù particolari, relative alle diverse reazioni che si producono nel soggetto e che questi assume e dirige. In relazione a reazioni d'impeto e sdegno, la fortezza si fa virtù di distensione, pazienza, non-violenza, sopportazione, mitezza, docilità, silenzio, ascolto, tolleranza. In relazione a reazioni di sconforto e paura, la fortezza si fa virtù di coraggio, audacia, fermezza, prontezza, costanza, franchezza, coerenza, fedeltà, testimonianza. Ciascuna è una particolare forza di moderazione e governo dell'impulso provocato da un avvenimento: come, ad esempio, la pazienza davanti alla molestia, la mitezza e la non-violenza di fronte all'offesa, la tolleranza in presenza della diversità, oppure il coraggio dinanzi all'avversità, la tenacia nella tentazione, l'audacia nella prova, la costanza nella fatica. Per il cristiano il principio della fortezza è in Dio: «Tutto io posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4,13). È la forza degli inermi, che si esplica nella debolezza: «Quando sono debole, è allora che sono forte». (2Cor 12,20).

  • Il piacere e la bontà, insieme
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«La temperanza è la virtù morale che modera l'attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell'uso dei beni creati. Essa mantiene i desideri entro i limiti dell'onestà». (Catechismo 1809)

Oltre le passioni d'irascibilità ci sono quelle di concupiscenza, caratterizzate dal desiderio di un bene allettante, il cui raggiungimento procura piacere e la privazione dispiacere. Esse sono assunte e moderate dalla virtù cardinale della temperanza. Senza questa, la volontà è assoggettata ai determinismi della soddisfazione e dell'appagamento, da cui sono comandati i desideri. Essa finisce sotto il principio del piacere, subendo forme di fissazione o regressione a fasi infantili. Non che il piacere sia da detestare, ma non si può fare del piacere il principio-guida del volere. Non tutto ciò che appaga e piace è anche buono e giusto. La temperanza è la virtù che accorda il piacere con la bontà, portandoci a fare il bene piacevolmente. Virtù cardinale, la temperanza è il nucleo di una costellazione di virtù che ne dirigono l'azione moderatrice a desideri e aspirazioni particolari. Virtù di temperanza sono la castità, il pudore, la povertà, la sobrietà, la regolatezza, l'astinenza, l'umiltà, la modestia, la semplicità, la riservatezza, il silenzio, la clemenza, la docilità, il servizio. Ciascuna è la risposta virtuosa a una tendenza istintiva ed emotiva, come la povertà alla cupidigia dell'avere, l'umiltà alla brama d'ambizione e di successo, la castità alla pulsione sessuale, la sobrietà all'attrattiva di cose vane, dispendiose e superflue, il servizio all'aspirazione al potere, la clemenza all'istinto di severità, la docilità alla tendenza alla presunzione e alla ribellione, la modestia al desiderio d'apparire, la regolatezza alla voglia di mangiare, bere, divertirsi, oziare. Per il cristiano la temperanza è legata alla conversione dall'«uomo carnale», succube dei desideri della carne, all'«uomo spirituale», che coltiva i desideri e le opere dello Spirito. Consapevole che «i desideri della carne portano alla morte, i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace» (cf 1Cor 2,14-15; Gal 5,16-22; Rm 8,5-13).

  • L'azione abilitante della grazia
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Le virtù umane, acquisite con l'educazione, mediante atti deliberati e una perseveranza sempre rinnovata nello sforzo, sono purificate ed elevate dalla grazia divina. (Catechismo 1810)

La crescita nelle virtù non avviene solo per l'esercizio di atti virtuosi e lo sforzo di perseveranza del soggetto. Avviene anche per la grazia, che intercetta l'impegno umano, purificandolo ed elevandolo. Dire grazia è dire l'azione dello Spirito Santo, diretta a costituirci nella novità di vita portataci da Cristo e abilitarci al suo vissuto. Come insegna Tommaso d'Aquino, la grazia non rimuove ma perfeziona la natura. Essa non è principio di un corredo di virtù sostitutivo o addizionale, ma integratore e animatore del corredo naturale-umano. In questo senso l'etica e l'ascetica cristiana hanno parlato di "virtù soprannaturali" non come di un numero aggiuntivo di virtù, ma come delle stesse "virtù naturali" sopra-elevate dalla grazia. Così che il cristiano non vive due ordini di virtù, ma l'unico ordine – razionale, universale, umano – ricompreso nell'economia di significato, di efficacia e di fine della grazia. Dove "virtù acquisite" per via educativa e "virtù infuse" per via sacramentale non dicono la somma di due complessi virtuosi ma la sinergia di due pedagogie di crescita nelle virtù. Difatti l'impegno umano (la libertà) è aperto all'azione redentrice della grazia, e la grazia suppone ed è rivolta alla libertà. Qui il riferimento è alla grazia abilitante, attinta ai sacramenti: grazia di abilitazione delle facoltà operative. Essa è grazia illuminante le facoltà conoscitive del bene: l'intelligenza pratica e la coscienza; e movente le facoltà appetitive: la volontà e le passioni. Per l'azione abilitante della grazia si cresce in modo più spedito ed elevato nelle virtù e con esse in bontà morale. Quella crescita che le ferite e il peso del peccato tendono ad ostacolare, la grazia la libera e l'alimenta. Il soggetto è capace di prassi sempre più elevate di bene morale. Egli è abilitato a vivere il "compimento" che Gesù è venuto a dare alla legge (cf Mt 5,17). Compimento che ha la forma della radicalità che il bene da compiere assume nell'insegnamento morale del vangelo.

  • Le virtù come dono di Dio
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Le virtù teologali dispongono i cristiani a vivere in relazione con la Santissima Trinità. Hanno Dio come origine, motivo e oggetto, Dio conosciuto mediante la fede, sperato e amato per se stesso. (Catechismo 1840)

Le prime tre virtù, opere della grazia in noi, sono la fede, la speranza e la carità. Sono dette teologali per la provenienza da Dio, sono infatti dono di Dio. E per la destinazione a Dio, che ne è l'oggetto e il fine. Esse relazionano a Dio in modo unitario, avendo il medesimo oggetto, Dio. Ma distinto, perché relazionano a lui in modo diverso. La fede è virtù di conoscenza, che rapporta a Dio che si rivela. La speranza è virtù di desiderio, che rapporta a Dio che dischiude a noi il suo regno. La carità è virtù di comunione, che rapporta a Dio che ci ama. Esse rispondono alla triplice auto-identità di Gesù: a Gesù-Verità la fede, a Gesù-Via la speranza, a Gesù-Vita la carità. In esse prende forma la vita teologale: vita di carità, per la fede nella speranza. Vita di carità, perché «Dio è carità» (1Gv 4,8): comunione trinitaria d'amore. «Battezzati nel nome del Padre, del Figlio e nello Spirito Santo», noi diventiamo «partecipi della natura divina» (1Pt 1,4). Per la fede: al principio è la fede, la libertà con cui l'uomo si volge a Dio, ne riconosce e accoglie il dono. La vita teologale infatti non è opera dell'uomo ma di Dio, imprescindibile dunque dal conoscere e dall'affidarsi della fede. Nella speranza: la vita teologale è in atto, ma in forma incoativa, in cammino verso il pieno compimento nel regno della gloria. «Le virtù teologali rendono le facoltà dell'uomo idonee alla partecipazione alla natura divina» (Catechismo 1812). Per esse l'intelligenza, la volontà e gli affetti sono abilitati alla vita in Dio: vita di figli nel Figlio, vita nuova in Cristo, vita secondo lo Spirito. In esse prende forma, e consistenza la vita cristiana. «Le virtù teologali fondano, animano e qualificano l'agire morale del cristiano» (ivi 1813). Non virtù tra le altre, ma virtù principio, fondamento e cardine di tutto il vissuto virtuoso cristiano. In esse è la novità, lo specifico cristiano della morale: morale della fede, speranza e carità.

  • Fede: la libertà incontra la grazia
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«La fede è la virtù teologale per la quale noi crediamo in Dio e a tutto ciò che egli ci ha rivelato, e che la Santa Chiesa ci propone da credere. Con la fede l'uomo si abbandona tutto a Dio liberamente». (Catechismo 1814)

La fede è la porta della vita teologale. Lo è come atto: la fede che crede. E come contenuto: la fede che credo. Come atto la fede è l'opzione fondamentale con cui l'uomo assente a Dio che in Cristo si rivela e lo chiama. La fede è l'incontro della libertà con la grazia. Dove la grazia dice del gratuito donarsi di Dio, la libertà della risposta accogliente dell'uomo. Atto di affidamento totale, che fa di Dio in Gesù Cristo il fondamento della propria vita. Ognuno a ogni modo crede, in risposta alla domanda radicale: in chi hai riposto la tua fiducia? cosa vale in assoluto per te? su chi o che cosa poggia la tua vita? La risposta del cristiano: «Io vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Atto consapevole e ragionevole, persuasi che la riuscita salvifica della vita non è prestazione umana ma rivelazione e grazia. Una salvezza è possibile a condizione di essere salvati. Un'autosalvezza è contraddittoria. «Salvati per grazia mediante la fede», ci fa consapevoli l'Apostolo (Ef 2,8). Nella fede noi facciamo l'esperienza della grazia. Esperienza di vita: «Chi crede è passato dalla morte alla vita» (Gv 5,24). Il credere della fede apre al contenuto. È conoscitiva la fede, non nel modo distaccato del sapere descrittivo, ma nel modo coinvolgente del conoscere esperienziale. Essa risponde alla logica evangelica del «vieni e vedi»: logica dell'incontro con Cristo, in cui il cristiano conosce Dio e professa Dio. Lo conosce nella luce di verità e di grazia che lo Spirito Santo accende nell'intelligenza del credente e lo professa nella comunità di fede della Chiesa, custode del deposito della fede. La fede procede dall'ascolto della parola e consiste nella preghiera. Essa chiama all'ortodossia e all'ortoprassi. Espressione della fedeltà dottrinale la prima, della fedeltà operativa la seconda. La professione della fede chiama alla testimonianza insieme missionaria e morale.

  • Speranza che muove l'impegno
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La speranza è la virtù teologale per la quale desideriamo il Regno dei cieli e la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci sull'aiuto dello Spirito Santo. (Catechismo 1817)

«Noi – ci fa consapevoli san Giovanni – fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato» (1Gv 3,2). L'avvento di Dio in Cristo fa del tempo un fluire intermedio tra il "fin d'ora" della redenzione pasquale, principio della figliolanza divina, e il "non ancora" della piena rivelazione nella gloria. Prende forma così la speranza teologale, la professione del futuro di Dio per noi, sulla base di ciò che egli ha fatto di noi: ci ha resi figli nel Figlio. «Se figli – desume san Paolo – siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo» (cf Rm 8,15-17). La speranza cristiana ha fondamento ontologico: essa fluisce dal futuro dischiuso dal nostro essere figli-eredi. La sua certezza è l'amore di Dio: «La speranza non delude perché l'amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5). Il cristiano la impara da Cristo come abbandono filiale nelle mani del Padre, soprattutto nell'ora della prova (cf Lc 23,46). E la vive in Cristo: egli «è la nostra speranza» (1Tm 1,1). In senso sia oggettivo: il cristiano spera Cristo (il destino pasquale di Cristo). Sia soggettivo: in lui spera Cristo. Egli non spera con una sua speranza ma con la speranza stessa di Cristo. Speranza scandita dal cammino delle beatitudini verso la nuova Terra promessa. Chiamato a «dare ragione della speranza» che è in lui (1Pt 3,15), il cristiano non si chiude in una professione autistica e disincarnata ma si fa voce di speranza per l'umanità, il cosmo, la storia. I «cieli nuovi e terra nuova» (2Pt 3,13), attesi nella speranza, provocano nel cristiano una responsabilità anticipatrice e prefigurativa della novità di vita, di verità, di giustizia, di amore e di pace che li connota. Tutt'altro che fuga dal mondo e proiezione nel cielo, la speranza in Dio, è la carica di motivazione che attiva e sostiene l'impegno più faticoso e sofferto: «Noi ci affatichiamo e lottiamo perché speriamo nel Dio vivente» (1Tm 4,10).
  • don Mauro Cozzoli in Avvenire, dal 21 al 27 agosto 2013
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » mar set 03, 2013 8:06 am


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La carità è la virtù teologale per la quale amiamo Dio sopra ogni cosa e il nostro prossimo come noi stessi. (Catechismo 1822)

La carità è l'amore specificamente cristiano, contraddistinto dalla chàris, che vuol dire dono, grazia. Non un nostro amore ma l'«amore da Dio» (1Gv 4,7), che ci fa soggetti di amore. «Dio è amore» (1Gv 4,8): comunione del Padre con il Figlio, nello Spirito Santo. Per il dono battesimale dello Spirito, noi diventiamo figli nel Figlio, così da rapportarci a Dio come a nostro Padre. È questa la prima carità: la nostra partecipazione alla carità trinitaria. Tommaso d'Aquino la chiama «amicizia dell'uomo con Dio». Essa è principio della virtù della carità: l'abito teologale dell'amore di Dio e del prossimo. Nella comunione trinitaria infatti noi incontriamo Dio come Padre e i nostri simili come figli di Dio, così da amare con un'unica carità Dio e il prossimo. Non si ama il Padre senza i figli, incontrati come fratelli e sorelle. È questo l'amore insegnato da Gesù: amore filiale per Dio e fraterno per il prossimo. Verso Dio è un amore primario e con tutto se stessi. Verso il prossimo è un amore aperto a tutti, fino al nemico, con un'attenzione preferenziale ai poveri. Esso ha la forma e la misura della carità di Cristo, la cui manifestazione più alta è la croce: amore oblativo, preveniente e gratuito; amore misericordioso nel dono e nel perdono; amore di comunione e servizio; amore che dà la vita. La carità di Cristo non ci sta semplicemente davanti come un mirabile esempio, non ci obbliga dal di fuori come un precetto. Con il battesimo e i sacramenti essa ci è donata, «è effusa nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo» (Rm 5,5): diventa comandamento nuovo, legge di grazia che ci abilita al suo vissuto. Dalle relazioni interindividuali la carità si apre alle macro relazioni: diventa carità del bene comune, carità sociale e politica. Essa è «la forma di tutte le virtù»: volgendo a Dio, al suo amore, la libertà dell'uomo, la carità dà forma di amore di Dio a tutte le virtù. Per questo è «la più grande» (1Cor 13,13). E «non avrà fine» (1Cor 13,8): «amore da Dio», la carità ritorna a Dio con tutto il bene adempiuto.

  • Il peccato che ci allontana
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Il peccato è una mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza. Il peccato si erge contro l'amore di Dio e allontana da esso (Catechismo 1849. 1850)

La libertà dell'uomo è finita e fallibile: può volgersi al male invece che al bene e così peccare. Il peccato è un atto cattivo: atto di libertà per il male. La negatività morale del peccato ha un riverbero teologale di allontanamento e avversione a Dio. Dio è il sommo bene – il principio e il garante del bene – che il peccato rinnega. Come tale offende Dio: «Contro Te ho peccato, quello ch'è male ai tuoi occhi io l'ho fatto» (Sal 50,6). Ciò non vuol dire che il peccato sia una categoria unicamente religiosa, aliena al non-credente. Il peccato è una categoria morale, definita "una una mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza". Non si dà una morale senza peccato. La morale è l'intelligenza del bene morale e della sua doverosità, che il peccato disattende. Una morale senza peccato è contraddittoria e nega se stessa. Senza nozione e senso del peccato la morale affonda nell'indifferenza e nell'arbitrio. Oggi è in atto una rimozione del peccato, surrogato dal reato: un fatto meramente penale, esteriore e alieno alla coscienza. Al senso del peccato è da unire il senso di colpa con cui il soggetto riconosce il male compiuto, ne prova rammarico e si attribuisce la responsabilità. Il peccato e la sua gravità sono determinati, sul piano oggettivo, dall'entità del male compiuto: considerata sia in se stessa (una calunnia è più grave di una maldicenza), sia nella sua misura (rubare 100 è più che rubare 10); sul piano soggettivo invece dal grado di volontarietà (conoscenza e avvertenza, volontà e consenso) di chi lo compie. «La gravità dei peccati è più o meno grande» (1858). La tradizione distingue tra peccato mortale e veniale: il primo rompe la comunione d'amore con Dio, il secondo la indebolisce. Il senso del peccato è salutare. Muove infatti il peccatore al pentimento, alla conversione e alla soddisfazione. Espressioni rispettivamente del dolore e rimpianto per il male commesso, della volontà di ripudio e superamento e della disposizione a riparare i danni.

  • Il peccato e la misericordia
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Il Vangelo è la rivelazione, in Gesù Cristo, della misericordia di Dio verso i peccatori. (Catechismo 1846)

Nessuno è senza peccato. «Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi» (1Gv 1,8). Questo a motivo della mai completa coincidenza della nostra libertà col bene, così da cedere al male. Pur senza compiere grandi peccati, chiunque va incontro a debolezze, infedeltà e incoerenze. Anche la persona più avanzata in bontà e santità di vita. Del resto la crescita etico-spirituale affina l'occhio dello spirito, così da scorgere mancanze e difetti che il mediocre non vede. Per questo i santi si considerano peccatori. Il vangelo coltiva in noi la coscienza del peccato. Coscienza mai angosciante, perché non inabissa il peccatore nella colpa ma lo incoraggia alla confessione, al pentimento e alla conversione, suscitati dalla misericordia di Dio, che accoglie e riconcilia: «Se riconosciamo i nostri peccati, Egli che è fedele e giusto ci perdona i peccati e ci purifica da ogni colpa» (1Gv 1,9). Coscienza salutare, perché riattiva e raddrizza il cammino etico-spirituale che il peccato frena e svia. Non si cresce in moralità e santità di vita solo per il bene che facciamo ma anche per il male da cui ci convertiamo. Di qui l'importanza dell'esame di coscienza, per non assuefarci al male e vincerlo col bene. Chi compie il peccato e non lo riprova diventa schiavo del peccato (cf Gv 8,24). Gesù accoglie i peccatori e respinge i farisei, per la loro antitetica posizione di fronte al peccato. I primi lo riconoscono e s'affidano alla misericordia di Dio, presente e operante nella persona di Gesù: confessano i peccati, ne ricevono il perdono e tornano riconciliati. A differenza dei secondi che si ritengono giusti e senza peccato. Per cui disdegnano il volto misericordioso di Dio. Essi non hanno «imparato che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio» (Mt 9,13) e affondano nella loro presunzione. Consapevole che «dove è abbondato il peccato ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5,20), il cristiano «si accosta con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia ed essere aiutato al momento opportuno» (Eb 4,16).

  • Il reale potere del peccato
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Il peccato trascina al peccato. Con la ripetizione dei medesimi atti genera il vizio. Così tende a riprodursi e rafforzarsi. (Catechismo 1865)

Il peccato non è la mera trasgressione della legge. Peccare è fare il male, attuarne il potere nocivo. Potere che opera in chi lo compie e intorno a lui. Può anche procurare vantaggi e piaceri, ma la sua forza è malvagia e dissolutiva. Una truffa è redditizia ma perversa. Un adulterio è seducente ma traditore. Un inganno è appagante ma disonesto. La forza del peccato incide anzitutto nel soggetto, reso cattivo, ingiusto, iniquo. Il peccatore ne è avvinto e sottomesso. Il peccato infatti genera peccato. Esso tende a riprodursi e così a rafforzarsi. Ne derivano inclinazioni perverse: i vizi, per i quali il soggetto è come abitato dal male. Essi sono compresi e catalogati in antitesi alle virtù. Come la virtù è l'abito e la forza salutare del bene, il vizio è l'abito e la forza malsana del male. I vizi possono essere collegati ai peccati capitali, così chiamati perché radici di altri peccati: la superbia, l'avarizia, l'invidia, l'ira, la lussuria, la golosità, l'accidia. Questi peccati, diventati vizi, sono fattori corruttivi e involutivi della libertà. Se la libertà cresce per conformazione liberante ed elevante al bene, regredisce per conformazione soggiogante e avvilente al male. Il vizio stabilisce il domino del male, innescando coazioni a ripetere e forme di dipendenza di cui la persona è preda. La forza del peccato va oltre il soggetto. Come il bene, anche il male è auto-diffusivo: estende il suo potere disgregatore fuori e intorno. Quando poi lo stesso peccato è compiuto dai più e nell'indifferenza generale, esso moltiplica e dilata gli effetti perversi. Il peccato rende complici gli uni degli altri, dando luogo a "strutture di peccato". È il peccato che prende corpo nella realtà intorno a noi, permeando la cultura e le istituzioni, condizionando gl'immaginari e le opinioni, forgiando mentalità e comportamenti. Sono strutture di peccato l'aborto, la banalizzazione della sessualità, la fame nel mondo. Il peccato è sempre un atto personale, ma ha una ricaduta sociale e ambientale, da acquisire alla coscienza e alla responsabilità.

  • Per l'uomo una vita «sociale»
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Per svilupparsi in conformità alla propria natura, la persona umana ha bisogno della vita sociale. (Catechismo 1891)

«Dio creò gli uomini non perché vivessero individualisticamente, ma destinati a formare l'unione sociale» (Gaudium et spes, 32). La vita sociale non è qualcosa di esterno e aggiunto all'uomo. È dimensione costitutiva del suo essere: essere è essere-con gli altri. La persona umana è per se stessa relazionale. La socialità è un'esigenza della sua natura. Essa infatti non è un'individualità chiusa nella propria solitudine: non può riconoscere e realizzare se stessa isolandosi dagli altri. Ogni essere umano esprime insieme risorse e bisogni. Come portatore di risorse (esse offerens), egli dispone di sé per gli altri; come soggetto di bisogni (esse indigens), è aperto ai contributi altrui. La socialità prende così la forma della cooperazione: «Attraverso il rapporto con gli altri, la reciprocità dei servizi e il dialogo con i fratelli, l'uomo sviluppa le proprie virtualità, e così risponde alla propria vocazione» (1879). Nell'incontro, nella mutualità e nell'integrazione delle differenze è il benessere delle persone. Mutualità e integrazione modulari ai piccoli e ai deboli, bisognosi più di tutti degli apporti altrui, in ordine alla loro crescita e alla loro inclusione. Questo a cominciare dall'incontro primario e basilare, il rapporto uomo-donna, la cui necessità è messa emblematicamente in luce da quel «non è bene che l'uomo sia solo» pronunciato dal Creatore, che lo induce a fargli «un aiuto che gli corrisponda» (Gen 2,18): la donna. Dalla relazione uomo-donna procede la socialità familiare, e da questa ogni altra forma di socialità. La vita sociale ha fondamento teologale nella relazione delle divine persone. L'immagine divina impressa dal Creatore nell'uomo e nella donna (cf Gen 1,26) è quella della Trinità. L'essere umano ha dimensione sociale perché riflette il co-essere del Padre e del Figlio nello Spirito Santo. Riflesso offuscato dal peccato e fatto risplendere dalla dignità filiale donata dal Figlio e che l'uomo riceve come dono e come compito di relazione filiale con Dio e fraterna con gli altri.

  • Persona umana e società
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Principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali è e deve essere la persona umana. (Catechismo 1881).

La natura e vocazione sociale della persona, che la apre in modo vitale agli altri, non subordina la persona alla società. Per quanto decisiva e imprescindibile per lo sviluppo e il benessere delle persone, la società non costituisce il bene primo e il fine ultimo. Bene primo e fine ultimo è la persona. Di qui la puntualizzazione del Concilio Vaticano II, ripresa dal Catechismo: «Principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali è e deve essere la persona umana» (GS 25). La persona è principio perché nell'ordine della creazione è il bene primario e supremo. Essa è prima della società: ne è alla base e all'origine come suo paradigma e criterio. La persona dà vita alla società in risposta alle sue attese. Essa è soggetto perché è principio consapevole e determinativo (sub-jectus) di sé e della realtà intorno a sé (ob-jectum). Sono le persone a costituire la comunità, a deciderne le forme, a determinarne la qualità, ad attuarne gl'indirizzi. La società non ha soggettività: non è principio di agire morale e responsabile. Certo, la società incide sulle persone, ma come contesto, come habitat, non come agente progettuale e decisionale. La persona è fine perché ha valore in sé e per sé: «è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stessa» (ivi 24). Come tale non è posponibile a niente e a nessuno. È così delegittimata ogni ideologia socialista che erge la società sulle persone, finalizzandole e dissolvendole in essa. Senza con questo cedere a concezioni individualistiche, che sbilanciano in modo soggettivistico il primato della persona, sottovalutando o eludendo i doveri delle persone verso la società e marginalizzando in essa i deboli e i perdenti. La società appella e impegna tutti alla sua costruzione ed espansione. Queste non sono opera di entità anonime ed estranee, ma del contributo di tutti, ciascuno per la sua parte. Se la società è una comunità di persone per le persone, tutte devono coinvolgersi nella tutela e nella crescita del bene della società che è il bene comune di tutti.
  • don Mauro Cozzoli in Avvenire, dal 28 al 3 settembre 2013
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » mar set 10, 2013 9:15 am


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Il bene comune comprende l'insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi, come ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente. (Catechismo 1924)

La società non è per se stessa ma per le persone che la costituiscono, «al fine di conseguire obiettivi che superano le capacità individuali» (1882). Ciò è possibile attraverso il perseguimento del bene comune. Questo non è la somma dei beni individuali, ma un bene unitario: il bene di quel "noi-tutti" che le persone, le famiglie e i corpi intermedi formano associandosi tra loro. Tale bene è costituito da un complesso di istituzioni, strutture, ordinamenti, sistemi perequativi, assicurazioni, provvigioni e previdenze che garantiscono il benessere possibile di tutti i membri della comunità e l'armonica convivenza delle parti. Ciò significa che il bene comune non è voluto per se stesso o per altro, ma a beneficio delle persone unite in comunità. Prima del beneficio però c'è il loro concorso al bene comune. Questo le interpella e responsabilizza secondo le capacità e le risorse di ciascuna. «Nella sua realizzazione più completa» (1910), il bene comune è quello della società politicamente costituita: una societas divenuta polis, dove i membri contribuiscono e attingono al bene comune da cittadini, in una rete di diritti e doveri legalmente istituita. È questo il bene comune tipico, garantito dallo stato. In realtà, «ogni comunità umana possiede un bene comune che le consente di riconoscersi come tale» (ivi). I contributi di ciascuno al bene comune sono obblighi anzitutto morali, che possono prendere forma determinativa in regole condivise e codici di comportamento. L'interdipendenza estensiva e pervasiva di persone, comunità e popoli, sotto le spinte della globalizzazione, esige il costituirsi di un bene comune oggi che oltrepassi i confini nazionali. Esso è nelle attese e nelle aspirazioni di tutte le coscienze amanti della pace, attraverso l'integrazione solidale dei popoli. Un bene comune transnazionale, fino ad assumere forma e dimensione planetaria: il bene comune della famiglia umana.

  • Le comunità sociale e politica
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Se ogni comunità umana possiede un bene comune che le consente di riconoscersi come tale, è nella comunità politica che si trova la sua realizzazione più completa. (Catechismo 1910)

«La tendenza naturale che spinge gli esseri umani ad associarsi» (1882) trova adempimento nella comunità sociale. Questa è «un insieme di persone legate in modo organico da un principio di unità che supera ognuna di loro» (1880). Tale principio è dato da un complesso di beni condivisi come scopi da raggiungere, come mezzi per raggiungerli e come patrimonio comune, i quali operano come vincoli unitari. La comunità sociale è una societas di primo grado, di carattere naturale, come la tendenza associativa che la origina. Essa si costituisce a vari livelli e in varie forme. Il popolo e la nazione ne sono l'espressione tipica, di cui la famiglia è la cellula base. Per l'ordinato e pacifico sviluppo della convivenza e l'efficace garanzia del bene comune, la comunità sociale si struttura come comunità politica: la societas prende forma di civitas nello stato e nelle comunità regionali e cittadine che lo decentrano. La comunità politica è una comunità di secondo grado, caratterizzata da due fattori: l'autorità e la legge. L'autorità anzitutto, chiamata a mediare la comunicazione delle parti e tra le parti e a garantire il contributo e l'accesso di tutti al bene comune. Il che configura come servizio l'esercizio dell'autorità, riprovando come abusiva ogni concezione e gestione autoreferenziale e dispotica. Il secondo fattore è la legge, quale complesso normativo che codifica i diritti, obbligando ai corrispettivi doveri. Ubi societas ibi ius: nella società le persone entrano in relazione tra loro come soggetti di diritti e doveri. L'autorità col potere legislativo li prescrive, col potere esecutivo ne favorisce il riconoscimento e l'adempimento, col potere giudiziario dirime le controversie e persegue le trasgressioni. Le interazioni di uomini e popoli su scala mondiale e la globalizzazione estensiva dei mondi vitali fa appello a un ordine politico della comunità umana, garante del bene comune della società delle nazioni.

  • I limiti dell'autorità e della legge
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L'autorità politica deve essere esercitata entro i limiti dell'ordine morale e garantire le condizioni d'esercizio della libertà. (Catechismo 1923).

Ordinato al bene comune, l'esercizio dell'autorità trova in questo il principio normativo. Bene comune è il bene della comunità. Bene non pensato e cercato come un'entità a se stante, un complesso di utilità e vantaggi appannaggio di ceti e caste elitarie, come certe interpretazioni ideologiche e affaristiche della politica fanno pensare. Bene invece «orientato al progresso delle persone» (1912): «nell'ordinare le cose ci si deve adeguare all'ordine delle persone e non il contrario» (ivi). L'adeguamento all'ordine delle persone pone l'autorità politica sotto il potere valoriale e normativo dell'etica: «L'autorità politica deve essere esercitata entro i limiti dell'ordine morale». «Tale ordine ha come fondamento la verità» (1912): la verità, in questo caso, della persona, della società e della relazione tra esse e la verità del bene comune, irriducibile ad ogni interesse privato, partitico o statuale. L'ordine etico-sociale «si edifica nella giustizia» (ivi), che vincola l'autorità al riconoscimento, al rispetto e alla promozione del diritto. Ed «è vivificato dall'amore» (ivi), che apre l'autorità a relazioni di empatia e benevolenza per lo sviluppo morale e solidale della città. Nella rete di relazioni politicamente istituite, l'autorità «deve garantire le condizioni d'esercizio della libertà». Ordinata al bene delle persone, l'autorità non solo non mortifica l'autonomia e la libertà dei soggetti, ma ne favorisce l'espansione concorde e responsabile. Lo fa attraverso un'azione regolatrice dei diritti e dei doveri e di educazione alla legalità che favorisce la crescita etico-sociale delle libertà. Al dovere dell'autorità di sottostare all'ordine morale corrisponde l'obbligo dei cittadini di ubbidire alle giuste leggi. Giusta è una legge conforme all'ordine morale. Una prescrizione contraria non ha valore di legge: è ingiusta. Come tale non può obbligare e il cittadino verso di essa avanza obiezione di coscienza.

  • La diversità dei regimi politici
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La diversità dei regimi politici è legittima, a condizione che essi concorrano al bene della comunità. (Catechismo 1922)

«La comunità politica e l'autorità pubblica hanno il loro fondamento nella natura umana e perciò appartengono all'ordine stabilito da Dio» (Gaudium et spes 74). La dottrina sociale della Chiesa distingue tra ordine naturale e costitutivo delle cose e ordine istituzionale e storico. Nel nostro caso tra la comunità politica con l'autorità che la governa e i diversi regimi politici in cui la struttura di governo prende forma. La prima riflette l'ordine naturale e immutabile disposto dal Creatore. I secondi sono determinazioni storiche della prima, flessibili e modulari ai tempi, alle sensibilità e alle preferenze. L'ordine stabilito da Dio, cui l'autorità politica deve conformarsi, è portatore di obblighi morali non istituzionali. Motivo per cui l'assetto organico e funzionale della società e del suo governo sono aperti a una pluralità di soluzioni: «La determinazione dei regimi politici e la designazione dei governanti - insegna il Concilio Vaticano II – sono lasciate alla libera decisione dei cittadini (GS 74)». Né la morale né il magistero sociale della Chiesa entrano nel merito. «La Chiesa non è legata ad alcun sistema politico» (GS 76): non ne ha uno da proporre, tanto meno da istituire in proprio. Non c'è un regime cristiano da impiantare, una societas christiana da perseguire. L'autorità della Chiesa in campo sociale è d'ordine morale: richiamare a tutti il primato della persona che fa da criterio e il bene della comunità che fa da obiettivo di ogni regime. C'è una preferenza della dottrina sociale della Chiesa per la forma democratica di ciascun sistema politico, in quanto essa favorisce il concorso di tutti alla gestione della "cosa pubblica", attraverso il confronto delle parti, la scelta dei rappresentanti e il principio di maggioranza nella risoluzioni e nelle opzioni politiche. La stessa dottrina mette in guardia dalla "dittatura" della maggioranza, che assolutizza il criterio maggioritario, non sottoposto ad alcun ordine veritativo, fino a farne la fonte del bene e del diritto?

  • La partecipazione alla vita pubblica
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È necessario che tutti, ciascuno secondo il posto che occupa e il ruolo che ricopre, partecipino a promuovere il bene comune. (Catechismo 1913).

Al principio della comunità sociale politicamente istituita ci sono le persone che le danno vita. Questo dato suscita un compito di responsabilità partecipativa di tutti alla vita della comunità, attraverso l'apporto di ciascuna alla crescita del bene comune. Tale responsabilità è specifica di quanti sono rivestititi di un compito di amministrazione, sia come politici a ciò designati per delega elettorale, sia come funzionari per professione. Ma la responsabilità è di tutti, perché tutti chiamati, secondo le proprie possibilità, a contribuire al benessere della società. Questa non è un ente avulso di cui disinteressarsi e approfittare all'occorrenza. C'è un diffuso convincimento che ciò che è di tutti non è di nessuno, così da non riguardarmi. Al contrario la "cosa pubblica" è cosa propria: res mea agitur, si tratta di cosa mia. Così da coinvolgermi in una responsabilità d'ordine sia morale che legale. La prima improntata a forme gratuite di volontariato e cooperazione nei vari campi dell'assistenza, della cultura, dell'ambiente, della formazione, dello protezione civile. La seconda connessa ai doveri contributivi per legge, come i tributi fiscali e ogni obbligo di tutela e sviluppo della vita comune. Momento singolare di partecipazione alla vita pubblica è l'esercizio responsabile del «diritto che è anche dovere, di usare del proprio libero voto per la promozione del bene comune» (GS 75), in primo luogo con la designazione dei rappresentanti nelle assemblee legislative e negli organi di governo. È questa la via democratica alla politica, intesa come impegno diretto di taluni cittadini, che ne hanno la vocazione, alla gestione e al governo della vita pubblica. Impegno nobile, malgrado tutte le distorsioni provocate da un uso abusivo del potere. Come tale da apprezzare e incentivare: «La Chiesa stima degna di lode e di considerazione l'opera di coloro che per servire gli uomini si dedicano al bene della cosa pubblica e assumono il peso delle relative responsabilità» (GS 75).

  • La carità comandamento sociale
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La carità rappresenta il più grande comandamento sociale. Essa ispira una vita che si fa dono di sé. (Catechismo 1889)

La carità, caratterizzata dalla dimensione di dono (chàris) dell'amore – amore-dono di Dio a noi e di noi agli altri – è la via maestra della morale sociale cristiana. È la virtù che anima e il comandamento che governa tutti i rapporti, dalle micro alle macrorelazioni, da quelle interindividuali e di piccolo gruppo a quelle sociali e politiche. Se amare è volere il bene dell'altro, oltre il bene individuale e privato c'è il bene comune e pubblico. Il primo oggetto della carità fraterna, il secondo della carità sociale e politica. Questa non è un amore impersonale. Per essere carità non può che volere il bene delle persone. Dire che «la carità sociale ci fa amare il bene comune» (Paolo VI) è dire che ci fa cercare il bene di tutti non più privatamente considerati ma socialmente uniti. Questo «tutti» è il prossimo in società, cui la carità ci relaziona nelle comunità di appartenenza. Per tanti aspetti il prossimo da amare mi si fa incontro nella «società» e nella «città». Così che amarlo realmente, sovvenire al suo bisogno, può voler dire qualcosa di più o di diverso dal bene che gli posso volere sul piano interindividuale. Può esigere di incidere sui fattori socio-economici della sua indigenza e di avvalermi delle mediazioni politiche per contrastarla. È cosa buona e doverosa sovvenire a un bisogno del prossimo come dare un pezzo di pane o un vestito a chi non l'ha, accogliere sotto un tetto chi non ha una casa, assistere chi ha perso il lavoro: questa è carità fraterna. Ma è sicuramente un atto più efficace di carità contribuire ad organizzare le cose in modo che il prossimo non abbia a mancare del pane, del vestito, della casa, del lavoro, come di ogni bene essenziale per vivere. Quando poi l'indigenza e la precarietà diventano la condizione di tanti – di intere fasce di popolazione – allora la carità fraterna è del tutto impotente. C'è bisogno di aggredirle e risolverle in radice attraverso interventi legali, istituzionali, previdenziali di soluzione. Questo fa la carità sociale e politica.
  • don Mauro Cozzoli in Avvenire, dal 4 al 10 settembre 2013
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » mar set 17, 2013 8:45 am


  • L'Anno della Fede. La Chiesa Madre dei cristiani (1)
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Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Riprendiamo oggi le catechesi sulla Chiesa in questo "Anno della fede". Tra le immagini che il Concilio Vaticano II ha scelto per farci capire meglio la natura della Chiesa, c’è quella della "madre": la Chiesa è nostra madre nella fede, nella vita soprannaturale (cfr. Cost. dogm. Lumen gentium, 6.14.15.41.42). É una delle immagini più usate dai Padri della Chiesa nei primi secoli e penso possa essere utile anche per noi. Per me è una delle immagini più belle della Chiesa: la Chiesa madre! In che senso e in che modo la Chiesa è madre? Partiamo dalla realtà umana della maternità: che cosa fa una mamma?

1. Anzitutto una mamma genera alla vita, porta nel suo grembo per nove mesi il proprio figlio e poi lo apre alla vita, generandolo. Così è la Chiesa: ci genera nella fede, per opera dello Spirito Santo che la rende feconda, come la Vergine Maria. La Chiesa e la Vergine Maria sono mamme, ambedue; quello che si dice della Chiesa si può dire anche della Madonna e quello che si dice della Madonna si può dire anche della Chiesa! Certo la fede è un atto personale: «io credo», io personalmente rispondo a Dio che si fa conoscere e vuole entrare in amicizia con me (cfr Enc. Lumen fidei, n. 39). Ma la fede io la ricevo da altri, in una famiglia, in una comunità che mi insegna a dire «io credo», «noi crediamo». Un cristiano non è un’isola! Noi non diventiamo cristiani in laboratorio, noi non diventiamo cristiani da soli e con le nostre forze, ma la fede è un regalo, è un dono di Dio che ci viene dato nella Chiesa e attraverso la Chiesa. E la Chiesa ci dona la vita di fede nel Battesimo: quello è il momento in cui ci fa nascere come figli di Dio, il momento in cui ci dona la vita di Dio, ci genera come madre. Se andate al Battistero di San Giovanni in Laterano, presso la cattedrale del Papa, all’interno c’è un’iscrizione latina che dice più o meno così: "Qui nasce un popolo di stirpe divina, generato dallo Spirito Santo che feconda queste acque; la Madre Chiesa partorisce i suoi figli in queste onde". Questo ci fa capire una cosa importante: il nostro far parte della Chiesa non è un fatto esteriore e formale, non è compilare una carta che ci danno, ma è un atto interiore e vitale; non si appartiene alla Chiesa come si appartiene ad una società, ad un partito o ad una qualsiasi altra organizzazione. Il legame è vitale, come quello che si ha con la propria mamma, perché, come afferma sant’Agostino, "la Chiesa è realmente madre dei cristiani" (De moribus Ecclesiae, I,30,62-63:PL32,1336). Chiediamoci: come vedo io la Chiesa? Se sono riconoscente anche ai miei genitori perché mi hanno dato la vita, sono riconoscente alla Chiesa perché mi ha generato nella fede attraverso il Battesimo? Quanti cristiani ricordano la data del proprio Battesimo? Io vorrei fare questa domanda qui a voi, ma ognuno risponda nel suo cuore: quanti di voi ricordano la data del proprio Battesimo? Alcuni alzano le mani, ma quanti non ricordano! Ma la data del Battesimo è la data della nostra nascita alla Chiesa, la data nella quale la nostra mamma Chiesa ci ha partorito! E adesso vi lascio un compito da fare a casa. Quando oggi tornate a casa, andate a cercare bene qual’è la data del vostro Battesimo, e questo per festeggiarla, per ringraziare il Signore di questo dono. Lo farete? Amiamo la Chiesa come si ama la propria mamma, sapendo anche comprendere i suoi difetti? Tutte le mamme hanno difetti, tutti abbiamo difetti, ma quando si parla dei difetti della mamma noi li copriamo, li amiamo così. E la Chiesa ha pure i suoi difetti: la amiamo così come la mamma, la aiutiamo ad essere più bella, più autentica, più secondo il Signore? Vi lascio queste domande, ma non dimenticate i compiti: cercare la data del vostro Battesimo per averla nel cuore e festeggiarla.

2. Una mamma non si limita a dare la vita, ma con grande cura aiuta i suoi figli a crescere, dà loro il latte, li nutre, insegna il cammino della vita, li accompagna sempre con le sue attenzioni, con il suo affetto, con il suo amore, anche quando sono grandi. E in questo sa anche correggere, perdonare, comprendere, sa essere vicina nella malattia, nella sofferenza. In una parola, una buona mamma aiuta i figli a uscire da se stessi, a non rimanere comodamente sotto le ali materne, come una covata di pulcini sta sotto le ali della chioccia. La Chiesa come buona madre fa la stessa cosa: accompagna la nostra crescita trasmettendo la Parola di Dio, che è una luce che ci indica il cammino della vita cristiana; amministrando i Sacramenti. Ci nutre con l’Eucaristia, ci porta il perdono di Dio attraverso il Sacramento della Penitenza, ci sostiene nel momento della malattia con l’Unzione degli infermi. La Chiesa ci accompagna in tutta la nostra vita di fede, in tutta la nostra vita cristiana. Possiamo farci allora delle altre domande: che rapporto ho io con la Chiesa? La sento come madre che mi aiuta a crescere da cristiano? Partecipo alla vita della Chiesa, mi sento parte di essa? Il mio rapporto è un rapporto formale o è vitale?

3. Un terzo breve pensiero. Nei primi secoli della Chiesa, era ben chiara una realtà: la Chiesa, mentre è madre dei cristiani, mentre "fa" i cristiani, è anche "fatta" da essi. La Chiesa non è qualcosa di diverso da noi stessi, ma va vista come la totalità dei credenti, come il «noi» dei cristiani: io, tu, tutti noi siamo parte della Chiesa. San Girolamo scriveva: «La Chiesa di Cristo altra cosa non è se non le anime di coloro che credono in Cristo» (Tract. Ps 86: PL26,1084). Allora la maternità della Chiesa la viviamo tutti, pastori e fedeli. A volte sento: "Io credo in Dio ma non nella Chiesa…Ho sentito che la Chiesa dice…i preti dicono...". Ma una cosa sono i preti, ma la Chiesa non è formata solo dai preti, la Chiesa siamo tutti! E se tu dici che credi in Dio e non credi nella Chiesa, stai dicendo che non credi in te stesso; e questo è una contraddizione. La Chiesa siamo tutti: dal bambino recentemente battezzato fino ai Vescovi, al Papa; tutti siamo Chiesa e tutti siamo uguali agli occhi di Dio! Tutti siamo chiamati a collaborare alla nascita alla fede di nuovi cristiani, tutti siamo chiamati ad essere educatori nella fede, ad annunciare il Vangelo. Ciascuno di noi si chieda: che cosa faccio io perché altri possano condividere la fede cristiana? Sono fecondo nella mia fede o sono chiuso? Quando ripeto che amo una Chiesa non chiusa nel suo recinto, ma capace di uscire, di muoversi, anche con qualche rischio, per portare Cristo a tutti, penso a tutti, a me, a te, a ogni cristiano. Tutti partecipiamo della maternità della Chiesa, affinché la luce di Cristo raggiunga gli estremi confini della terra. Evviva la santa madre Chiesa!
  • papa Francesco, mercoledì 11 settembre 2013
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » mar set 17, 2013 8:51 am


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La carità rispetta gli altri e i loro diritti. Esige la pratica della giustizia e sola ce ne rende capaci. (Catechismo 1889)

Comandamento e virtù sociale primaria, la carità non solo non prescindere dalla giustizia ma la implica e l'avvalora. La implica quale sua prima via: «Siano anzitutto adempiuti gli obblighi di giustizia», esorta il Concilio Vaticano II. Certamente la carità vuole per l'altro più della giustizia, ma non senza la giustizia. Per amore io dono all'altro ciò che è "mio", per giustizia gli do ciò che è "suo". Ora io non posso donare all'altro del "mio", senza avergli dato prima il "suo": «Non si offra come dono di carità ciò che è già dovuto a titolo di giustizia» – ammonisce il Concilio (ivi). Il primo bene che la carità vuole per l'altro è quello che gli compete come jus suum (suo diritto). Per questo la carità non può non volersi anzitutto come giustizia. E questa ne diventa la prima espressione ed esigenza: «la misura minima», com'ebbe a dire Paolo VI. Ispirata e sostenuta dalla carità, la giustizia ne condivide l'azione umanizzatrice e salvifica. La giustizia circoscrive le autonomie, la carità avvicina e accomuna. In nome del diritto e della sua rivendicabilità si può diventare cinici e senza cuore: summum ius summa iniuria, ammoniva il diritto romano. La carità premunisce il diritto dall'ingiuria. Essa umanizza il diritto, riconosciuto e rispettato come bene della persona (figlio di Dio e mio fratello), e impronta a cordialità e benevolenza le relazioni contrattuali e legali. La carità oltretutto dà valore teologale e intenzione salvifica ad ogni opera di giustizia: impegnarsi per una società e un mondo più giusto è adoperarsi per il Regno di Dio. Edificando il regno dell'uomo nel diritto e nella giustizia, il cristiano coopera all'edificazione anticipativa e prefigurativa dei «cieli nuovi e terra nuova in cui avrà stabile dimora la giustizia» (2Pt 3,13). «L'azione dell'uomo sulla terra – ci fa consapevoli Benedetto XVI – quando è ispirata e sostenuta dalla carità, contribuisce all'edificazione di quella universale città di Dio verso cui avanza la storia della famiglia umana».

  • Persona, diritti e giustizia
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Il rispetto della persona umana implica il rispetto dei diritti che scaturiscono dalla sua dignità di creatura (Catechismo 1930)

La giustizia è la virtù del riconoscimento e rispetto del diritto (ius suum). Essa obbliga a un doppio titolo: morale e giuridico. Il dovere giuridico è dato dalla legge che promulga e sancisce il diritto. Quello morale dal bene della persona che ogni diritto esige come dovere. La persona è «il diritto sussistente» (A. Rosmini), che suscita il dovere morale del riconoscimento e del rispetto, nella pluralità dei diritti-doveri in cui l'uno e l'altro prendono forma. Dovere anteriore e alla base di quello giuridico: valevole e obbligante in coscienza, al di qua e in assenza di ogni codificazione e controllo legale. Ci sono diritti acquisiti attraverso un legittimo titolo di proprietà. E diritti innati e connaturali alla persona. Tra questi i diritti alla vita e all'integrità, alla casa e al lavoro, all'istruzione e alla cura, alla famiglia e alla procreazione responsabile, alla partecipazione alla vita pubblica e politica, alla libertà di coscienza e di professione di fede religiosa. Ne sono proclamazione eminente la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo dell'ONU (1948) e l'enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII (1963). «Questi diritti sono anteriori alla società e ad essa s'impongono» (1930). Non sono fatti dalla società, sono fatti prima, dall'ordine della natura e della creazione. Questo significa che l'autorità è sottoposta ad essi: deve riconoscerli, farli valere e tutelarli da rivendicazioni false e abusive. La giustizia è virtù perequativa di diritti e doveri in ambito privato come «giustizia commutativa», operante negli scambi tra persone e tra gruppi. In ambito pubblico come «giustizia contributiva» dei cittadini al bene comune e come «giustizia distributiva» del bene comune ai cittadini. L'autorità politica è chiamata a garantire l'effettiva parità delle parti nell'esercizio della giustizia commutativa e il criterio di proporzionalità nell'esercizio della giustizia contributiva (ciascuno secondo possibilità e risorse) e distributiva (a ciascuno secondo bisogni e meriti).

  • L'eguale dignità delle persone
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Tutti gli uomini, godono di un'eguale dignità. Ogni genere di discriminazione deve essere superato ed eliminato. (Catechismo 1934.1935)

Tra gli esseri viventi l'uomo e la donna hanno dignità più elevata. Essa deriva dall'anima spirituale, che fa dei viventi umani delle persone. In questa superiore dignità tutti gl'individui umani sono eguali, così da non darsi un più e un meno di valore tra essi. Ogni individuo umano è persona ed ogni persona possiede lo stesso valore e gli stessi diritti. In luce di fede, questa pari dignità è avvalorata dall'immagine di Dio nella creatura umana, dalla figliolanza divina e dalla vocazione alla medesima beatitudine. L'uguale dignità è contraddetta da ogni genere di discriminazione nei diritti fondamentali delle persone, in ragione del sesso, della stirpe, del colore, della condizione sociale, della lingua, della religione, della provenienza. Senza coscienza della comune dignità degli esseri umani, ogni diversità può dar luogo a forme di razzismo e quindi d'intolleranza, segregazione e sottomissione. A contraddire la pari dignità sono inoltre le inique disuguaglianze che colpiscono milioni di uomini e donne, ignorati nei loro diritti fondamentali. Essi vivono in gran numero nei Paesi sottosviluppati e nelle periferie della società, privi di cibo e cure sanitarie, d'istruzione di base e di tecniche produttive. Persone senza poteri contrattuali e d'acquisto, che non reggono la competizione e perciò perdenti e respinte, escluse da ogni forma di protezione e di welfare. L'eguale dignità è smentita altresì dalle molteplici violazioni cui è sottoposta oggi la persona umana. Disconosciuto nel suo valore di soggetto e di fine, «l'essere umano – denunciava Giovanni Paolo II – è esposto alle più umilianti e aberranti forme di strumentalizzazione, che lo rendono miseramente schiavo del più forte. E "il più forte" può assumere i nomi più diversi: ideologia, potere economico, sistemi politici disumani, tecnocrazia scientifica, invadenza dei mass-media». Questa forza va dilatando il suo potere nel campo della vita umana, così da mettere fine – spesso col favore della legge – ad ogni vita considerata non meritevole d'essere vissuta.

  • Tutti fratelli. E quindi solidali
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Il principio di solidarietà è un'esigenza diretta della fraternità umana e cristiana. Essa attua la condivisione dei beni spirituali ancor più di quelli materiali. (Catechismo 1939. 1948)

«Fondamento dell'uguaglianza di tutti gli uomini tra loro, la dignità personale è anche il fondamento della partecipazione e della solidarietà degli uomini tra loro: il dialogo e la comunione si radicano ultimamente su ciò che gli uomini "sono", prima e più ancora che su quanto essi "hanno"» (Giovanni Paolo II). La comune dignità di persona, fondamento dell'uguaglianza di tutti gli esseri umani, è un valore esigente, da assumere come compito di partecipazione e condivisione, in ordine all'uguaglianza di fatto, oltre che di diritto, delle persone tra loro. L'uguaglianza non può essere assicurata solo dalla giustizia, garante dei diritti. La comune dignità di persona induce a guardare anche ai bisogni e stabilire relazioni di aiuto reciproco e di cooperazione. A ciò provvede la solidarietà, virtù per la quale gl'individui s'incontrano stabilendo reti di sussidi e sostegni. Virtù sorretta dalla fiducia, dal dialogo, dalla benevolenza, che abbattono le barriere e aprono all'integrazione delle differenze, delle necessità degli uni con le risorse degli altri. Non senza opere di gratuità, che vincono le penurie con la generosità, così che nessuno resti indietro, nessuno sia tagliato fuori. La solidarietà è inclusiva di ogni persona e di ogni apporto, nella persuasione che nessuno – per quanto povero, debole e piccolo – non abbia nulla da dare, capacità nascoste da far emergere e far valere. La solidarietà è condivisione di persone e quindi di beni, «dei beni spirituali ancor più di quelli materiali». Essa infatti, come la carità che l'anima, è attenta alla totalità dei bisogni e delle possibilità umane. La solidarietà è virtù operante in politica come istituzione dell'assistenza e della previdenza sociale in modulari strutture di welfare. In un mondo caratterizzato dall'interdipendenza progressiva di persone, comunità e popoli, occorre assumere umanamente questo fenomeno. L'assunzione umana è una responsabilità di solidarietà internazionale, d'ordine insieme sociale e politico.

  • Il principio di sussidiarietà
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Secondo il principio di sussidiarietà, né lo Stato né alcuna società più grande devono sostituirsi all'iniziativa e alla responsabilità delle persone e dei corpi intermedi. (Catechismo 1894)

A garanzia di un bilanciato rapporto tra persona e società, la solidarietà deve essere coniugata con la sussidiarietà. La prima evita lo sbilanciamento in senso individualista e liberista del rapporto, la seconda in senso collettivista e statalista. La sussidiarietà è virtù modulatrice dell'intervento solidale all'effettivo bisogno dei destinatari, in modo da non sostituirsi ad essi, ma sostenerli nelle loro insufficienze e metterli in condizione di operare da sé. Per essa la solidarietà è improntata al subsidium, a un intervento cioè non sostitutivo di quanto le persone, le famiglie e i corpi intermedi possono realizzare da soli, ma sussidiario, vale a dire di sostegno, integrazione e promozione; e flessibile, in modo da tirarsi fuori man mano che i soggetti diventano autosufficienti. Per la natura sussidiaria degli interventi, sono salvaguardati i diritti, le competenze e le responsabilità di tutti nella società ed è favorito lo spirito di libertà e d'iniziativa dei soggetti. Al contrario la mancanza di sussidiarietà rende invadente il potere, limita i diritti e mortifica le libertà. La sussidiarietà è virtù e principio cardine della dottrina sociale della Chiesa, soprattutto in campo politico. Con essa contrasta ogni forma di accentramento, di burocratizzazione, di assistenzialismo, di presenza ingiustificata ed eccessiva dello Stato. All'attuazione del principio di sussidiarietà corrisponde il rispetto del primato della persona; la tutela del diritto primario della famiglia a provvedere alla formazione dei figli; la valorizzazione delle associazioni e delle organizzazioni intermedie; l'incentivazione dell'imprenditoria e dell'iniziativa privata; l'articolazione pluralistica della società; la tutela delle minoranze; il decentramento burocratico e amministrativo; il riconoscimento della funzione sociale del privato; la sollecitazione del cittadino ad essere parte attiva della realtà politica e sociale del Paese.

  • La prima conversione è del cuore
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«Occorre far leva sulle capacità spirituali e morali della persona e sull'esigenza della conversione interiore, per ottenere cambiamenti sociali che siano realmente a suo servizio. La priorità riconosciuta alla conversione del cuore non elimina anzi impone l'obbligo di apportare alle istituzioni e alle condizioni di vita i risanamenti opportuni». (Catechismo 1888)

Soggetta alla transitorietà di progetti e soluzioni e a domande di trasformazioni, ogni istituzione sociale e politica avanza esigenze di correttivi e riforme. Nessuna istituzione è perfetta, nessuna soluzione è definitiva: c'è bisogno d'innovazione. I cambiamenti avvengono fuori: prendono corpo in strutture, istituzioni e funzioni umanamente controllabili. Così che incidendo su di esse, si possono realizzare i necessari mutamenti. C'è chi esaspera questo convincimento, passando dalle vie democratiche d'innovazione alle vie radicali. Queste vanno riprovate e respinte, perché la convivenza pacifica non tollera l'eversione e la rivolta. Innovazioni e cambiamenti vanno decisi e attuati con il confronto e il contributo democratico delle parti. È illusorio però pensare all'innovazione e al progresso sociale per mera trasformazione di organismi, assetti e ordinamenti, attraverso tecniche d'ingegneria politica. «La convivenza umana – osservava Giovanni Paolo II – deve essere considerata anzitutto come un fatto spirituale», legata quindi al conoscere e al volere delle persone, dai cui atti liberi dipende l'ordine sociale. Motivo per cui ogni riforma comincia da se stessi, dal proprio rinnovamento interiore. «La Chiesa – avvertiva Paolo VI – reputa certamente importante e urgente edificare strutture più umane, più giuste, più rispettose dei diritti della persona, meno oppressive e meno coercitive, ma è cosciente che le migliori strutture, i sistemi meglio idealizzati diventano presto inumani se le inclinazioni inumane del cuore dell'uomo non sono risanate, se non c'è una conversione del cuore e della mente di coloro che vivono in queste strutture o le dominano». I cristiani si adoperano insieme per la conversione dei cuori e il miglioramento delle strutture.
  • don Mauro Cozzoli in Avvenire, dall'11 al 17 settembre 2013
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun set 23, 2013 8:37 am


  • L'Anno della Fede. La Chiesa Madre dei cristiani (2)
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Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi ritorno ancora sull’immagine della Chiesa come madre. A me piace tanto questa immagine della Chiesa come madre. Per questo ho voluto ritornarvi, perché questa immagine mi sembra che ci dica non solo come è la Chiesa, ma anche quale volto dovrebbe avere sempre di più la Chiesa, questa nostra madre Chiesa. Vorrei sottolineare tre cose, sempre guardando alle nostre mamme, a tutto quello che fanno, che vivono, che soffrono per i propri figli, continuando quello che ho detto mercoledì scorso. Io mi domando: che cosa fa una mamma?

1. Prima di tutto insegna a camminare nella vita, insegna ad andare bene nella vita, sa come orientare i figli, cerca sempre di indicare la strada giusta nella vita per crescere e diventare adulti. E lo fa con tenerezza, con affetto, con amore, sempre anche quando cerca di raddrizzare il nostro cammino perché sbandiamo un poco nella vita o prendiamo strade che portano verso un burrone. Una mamma sa che cosa è importante perché un figlio cammini bene nella vita, e non l’ha imparato dai libri, ma l’ha imparato dal proprio cuore. L’Università delle mamme è il loro cuore! Lì imparano come portare avanti i propri figli. La Chiesa fa la stessa cosa: orienta la nostra vita, ci dà degli insegnamenti per camminare bene. Pensiamo ai dieci Comandamenti: ci indicano una strada da percorrere per maturare, per avere dei punti fermi nel nostro modo di comportarci. E sono frutto della tenerezza, dell’amore stesso di Dio che ce li ha donati. Voi potrete dirmi: ma sono dei comandi! Sono un insieme di “no”! Io vorrei invitarvi a leggerli – forse li avete un po’ dimenticati – e poi di pensarli in positivo. Vedrete che riguardano il nostro modo di comportarci verso Dio, verso noi stessi e verso gli altri, proprio quello che ci insegna una mamma per vivere bene. Ci invitano a non farci idoli materiali che poi ci rendono schiavi, a ricordarci di Dio, ad avere rispetto per i genitori, ad essere onesti, a rispettare l’altro… Provate a vederli così e a considerarli come se fossero le parole, gli insegnamenti che dà la mamma per andare bene nella vita. Una mamma non insegna mai ciò che è male, vuole solo il bene dei figli, e così fa la Chiesa.

2. Vorrei dirvi una seconda cosa: quando un figlio cresce, diventa adulto, prende la sua strada, si assume le sue responsabilità, cammina con le proprie gambe, fa quello che vuole, e, a volte, capita anche di uscire di strada, capita qualche incidente. La mamma sempre, in ogni situazione, ha la pazienza di continuare ad accompagnare i figli. Ciò che la spinge è la forza dell’amore; una mamma sa seguire con discrezione, con tenerezza il cammino dei figli e anche quando sbagliano trova sempre il modo per comprendere, per essere vicina, per aiutare. Noi – nella mia terra – diciamo che una mamma sa “dar la cara”. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che una mamma sa “metterci la faccia” per i propri figli, cioè è spinta a difenderli, sempre. Penso alle mamme che soffrono per i figli in carcere o in situazioni difficili: non si domandano se siano colpevoli o no, continuano ad amarli e spesso subiscono umiliazioni, ma non hanno paura, non smettono di donarsi. La Chiesa è così, è una mamma misericordiosa, che capisce, che cerca sempre di aiutare, di incoraggiare anche di fronte ai suoi figli che hanno sbagliato e che sbagliano, non chiude mai le porte della Casa; non giudica, ma offre il perdono di Dio, offre il suo amore che invita a riprendere il cammino anche a quei suoi figli che sono caduti in un baratro profondo, la Chiesa non ha paura di entrare nella loro notte per dare speranza; la Chiesa non ha paura di entrare nella nostra notte quando siamo nel buio dell’anima e della coscienza, per darci speranza! Perché la Chiesa è madre!

3. Un ultimo pensiero. Una mamma sa anche chiedere, bussare ad ogni porta per i propri figli, senza calcolare, lo fa con amore. E penso a come le mamme sanno bussare anche e soprattutto alla porta del cuore di Dio! Le mamme pregano tanto per i propri figli, specialmente per quelli più deboli, per quelli che hanno più bisogno, per quelli che nella vita hanno preso vie pericolose o sbagliate. Poche settimane fa ho celebrato nella chiesa di sant’Agostino, qui a Roma, dove sono conservate le reliquie della madre, santa Monica. Quante preghiere ha elevato a Dio quella santa mamma per il figlio, e quante lacrime ha versato! Penso a voi, care mamme: quanto pregate per i vostri figli, senza stancarvi! Continuate a pregare, ad affidare i vostri figli a Dio; Lui ha un cuore grande! Bussate alla porta del cuore di Dio con la preghiera per i figli. E così fa anche la Chiesa: mette nelle mani del Signore, con la preghiera, tutte le situazioni dei suoi figli. Confidiamo nella forza della preghiera di Madre Chiesa: il Signore non rimane insensibile. Sa sempre stupirci quando non ce l’aspettiamo. La Madre Chiesa lo sa!

Ecco, questi erano i pensieri che volevo dirvi oggi: vediamo nella Chiesa una buona mamma che ci indica la strada da percorrere nella vita, che sa essere sempre paziente, misericordiosa, comprensiva, e che sa metterci nelle mani di Dio.
  • papa Francesco, mercoledì 18 settembre 2013
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » mar set 24, 2013 8:27 am


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«La legge naturale è la luce dell'intelligenza infusa in noi da Dio. Grazie ad essa conosciamo ciò che si deve compiere e ciò che si deve evitare» (Catechismo 1955).

La legge è la regola del corretto operare in vista di un fine. Tutti i campi del fare hanno le loro regole. Non può non averle il campo primario – trasversale ad ogni altro – dell'agire umano: il campo morale. Qui non si tratta di produrre qualcosa. Si tratta di vivere bene: assicurare la vita buona a sé e agli altri. La legge morale a questo provvede. Essa infatti è sotto il criterio del bene. Non il bene fisico, utile e piacevole, ma il bene in se stesso, che rende buono e giusto chi lo compie e buona e concorde la vita. Bene esigente, che non lascia indifferenti. Bene che obbliga: bonum faciendum, in forma imperante; malum vitandum, in forma proibente. Di questa doverosità si fa voce la legge morale in tutte le sue espressioni. L'espressione prima è la legge naturale. Dove il richiamo non è a una natura cosmica ma personale, conosciuta per via razionale. La ragione, riflettendo sulla natura della persona nella globalità dei suoi rapporti – con se stessa, con Dio, con gli altri, col mondo – ne ricava un ordine morale. È la legge naturale: «ordine della ragione», la dice Tommaso d'Aquino. Al principio della legge naturale c'è la persona come bene (la sua dignità) e come fine (la sua realizzazione). Stabilita dalla ragione, essa è universale. La ragione infatti è facoltà di tutti gl'individui umani, in grado per essa di riconoscere la legge naturale nei suoi principi primi e derivati. Avendo a fondamento e criterio la natura umana, essa è immutabile. Il bene della persona non è una variabile culturale ma il dato naturale comune a tutte le culture, le epoche e le tradizioni – malgrado i disconoscimenti di fatto cui esso è andato e va incontro. Espressione del bene della persona, la legge naturale è alla base del diritto e di ogni codificazione legale. La legge naturale è la koinè etica di uomini e popoli, di cui ha speciale bisogno il nostro mondo interetnico e multiculturale, mondo in continua trasformazione, segnato dall'interdipendenza e dalla globalizzazione crescente.

  • L'uomo, la ragione, la legge eterna
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«Ogni legge trova nella legge eterna la sua prima e ultima verità. La legge è dichiarata e stabilita dalla ragione come una partecipazione alla Provvidenza del Dio vivente, Creatore e Redentore di tutti» (Catechismo 1951).

All'origine della legge naturale c'è la legge eterna, espressione della sapienza creatrice divina. Questa è la stessa legge naturale vista in Dio, nella mente divina che ha disposto l'ordine delle cose. Legge che l'uomo non riceve per comando divino, ma attraverso l'intelligenza di cui la Provvidenza creatrice munisce la creatura umana. Dio – osserva Tommaso d'Aquino – provvede alle creature pre-umane con le leggi della natura fisica, che le predeterminano nelle loro funzioni e finalità. Provvede alle creature umane con il dono della ragione, mediante cui ognuna è in grado di conoscere l'ordine fisico e soprattutto l'ordine morale, vale a dire la legge naturale. Usando rettamente della ragione, l'uomo entra in sintonia con la legge eterna, e adempiendola ubbidisce a Dio ed è accetto a lui. Di qui il valore insieme antropologico e teologico della legge naturale. Essa è norma universale umana, perché opera della ragione. Anche se insegnata dalla teologia e dal catechismo, la legge naturale non è confessionale, non implica la fede, così che nessuno è sottratto ad essa. Nel contempo la legge naturale è divina, perché ha nella legge eterna la sua matrice, della quale la ragione ci fa partecipi. La legge naturale – insegna l'Aquinate – «è la luce dell'intelligenza infusa in noi da Dio», «partecipazione alla sapienza e alla bontà di Dio da parte dell'uomo». Così che per la sua accoglienza ogni uomo – ne sia consapevole o no – entra in relazione salvifica con Dio. La legge naturale, riflesso nella coscienza della legge eterna, è portatrice di quell'istanza morale che – osserva Giovanni Paolo II – «raggiunge in profondità ogni uomo, coinvolge tutti, anche coloro che non conoscono Cristo e il suo Vangelo e neppure Dio». La legge naturale è la «strada della vita morale sulla quale è aperta a tutti la via della salvezza». Per questo la Chiesa ne è ministra e il suo insegnamento è rivolto a tutti.

  • Legge naturale e legge civile
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«La legge naturale procura il fondamento necessario alla legge civile, che ad essa si riallaccia sia con una riflessione che trae le conseguenze dai principi della legge naturale, sia con aggiunte di natura positiva e giuridica» (Catechismo 1951)

Espressione dell'ordine morale originario stabilito dal Creatore e conoscibile da tutti per il lume della ragione, la legge naturale è alla base della legge civile, vale a dire di ogni norma promulgata da un'autorità umana in vista del bene comune. La legge naturale è principio normativo non solo delle azioni umane, ma anche delle prescrizioni legali. Nessun legislatore è autonomo nella promulgazione di norme di comportamento. La legge naturale è criterio e giudice di queste. È criterio perché enunciazione prima e fondamentale dei beni, dei valori e dei diritti della persona e delle loro esigenze di rispetto, da cui nessuna legalità può prescindere. La legge morale è altresì giudice, perché criterio della giustezza e quindi della doverosità di ogni legge umana. Una legge non può non essere giusta. Altrimenti non ha valore di legge. Come tale non obbliga. Nei suoi confronti il cittadino fa valere il diritto della coscienza a sottrarsi ai suoi vincoli. La coscienza è la dimora del bene e della legge morale, cui la persona è primariamente vincolata. Gli obblighi della coscienza vera e retta antecedono quelli del legislatore. Questi la deve rispettare, non costringendola ad agire contro se stessa, ed ancor prima legalizzandone il diritto a non essere costretta. Diritto che va sotto il nome di obiezione di coscienza. La sua legalizzazione è indice di un autentico "stato di diritto". Implicazione o integrazione positiva e giuridica della legge naturale, la legge dello stato merita riconoscimento e rispetto. Essa obbliga moralmente, davanti a Dio, in coscienza, prima che penalmente, davanti al giudice. Trasgredirla è un male morale, un peccato, e non solo un reato. Per la sua violazione, sebbene non notata e punita, il soggetto è colpevole. Al dovere del legislatore di promulgare leggi giuste corrisponde quello del cittadino di ubbidire ad esse. È così smentita l'idea delle leggi civili come "leggi meramente penali".

  • 251. La «legge antica» conduce a Cristo
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«La legge antica è il primo stadio della legge rivelata. Le sue prescrizioni morali sono riassunte nei Dieci comandamenti. La legge antica è una preparazione al Vangelo» (Catechismo 1980, 1982).

La legge morale è divina perché Dio è al principio. Come legge naturale è iscritta nel nostro cuore e l'intelligenza l'apprende. Come legge rivelata è annunciata dalla parola di Dio e la troviamo nella Bibbia. Nell'Antico Testamento essa prende il nome di «legge antica». Questa ha nella Torah – la legge di Mosè – l'enunciazione più completa, di cui i dieci comandamenti sono l'espressione sintetica e più elevata. Essa comprende molte norme di legge naturale, che Dio ha rivelato perché – come spesso è avvenuto nella storia – gli uomini non «riuscivano a leggerle nel loro cuore» (1981). La rivelazione le enuncia e le determina. La Torah comprende anche norme di contenuto non morale, come le leggi del culto, del sabato, del tempio, delle consuetudini e tradizioni in Israele. Solo le norme di contenuto morale hanno carattere permanente. Le altre sono legate alla contingenza delle loro sfere d'azione e muteranno col mutare di queste. La Torah è assai più di un codice di comportamento. È legge di alleanza e di santità. Essa è il vincolo di alleanza tra Dio e il suo popolo. «Io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo», è la dichiarazione dell'alleanza. Nel gratuito donarsi di Dio ad Israele, Dio dona la legge. Nell'osservanza della legge, Israele è fedele a Dio. La Torah è altresì lo specchio della santità di Dio che l'Israelita è chiamato a riprodurre. «Siate santi perché io sono santo», è il motivo conduttore della Torah. Dire santità è dire la vita di Dio, cui la Torah conforma la vita dell'uomo. Ma la legge antica è norma esteriore, percepita come mero comando, che rimanda a una legge nuova, operante come forza e disposizione interiore. Dio la promette come legge dei tempi messianici, di cui si fan voce i profeti: «Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò nel loro cuore» (Ger 31,33). «Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi» (Ez 36,27). Per san Paolo la legge antica è «come un pedagogo che conduce a Cristo» (Gal 3,24).

  • E la legge mise le radici nel cuore
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«La legge evangelica è opera di Cristo e trova la sua espressione particolarmente nel Discorso della montagna. Essa "dà compimento" alla legge antica, la purifica, la supera e la porta alla perfezione» (Catechismo 1965. 1967).

La legge antica diventa nuova per l'opera redentrice di Cristo e rigenerante dello Spirito. Per l'opera di Cristo essa prende forma evangelica. Gesù la abroga nei suoi contenuti religiosi e convenzionali: la nuova alleanza comporta un nuovo culto e libera dal giogo di usi e tradizioni. Nei suoi contenuti morali invece la purifica da tutte le imperfezioni, le decurtazioni e i formalismi, riportandola al progetto originario divino. Di essa Gesù dice che «non è venuto ad abolirla ma a darle compimento» (cf Mt 5,17). Questo consiste anzitutto nella misura di totalità del bene comandato dalla legge. Non basta evitare il male, non basta fare del bene. Occorre fare tutto il bene possibile, che Gesù esplicita in vari modi, dandone personale testimonianza. Ogni «ma io vi dico» del Vangelo – contrapposto all'«avete inteso che fu detto» – è espressione di un bene migliore rispetto a quello comunemente inteso. Il compimento prende inoltre forma d'interiorità: il bene e la legge mettono radici nel cuore, il centro della vita morale, dove si formano le intenzioni, i giudizi e le decisioni e da dove emergono fuori in atti e comportamenti. Gesù è venuto a sanare la durezza di cuore, che impedisce alla legge d'incidere in profondità e al bene di far valere tutta la bontà. Il compimento concerne altresì il fine della legge e del suo adempimento: il regno dei cieli, espressamente delineato dalla pagina delle beatitudini, posta da Gesù all'inizio del Discorso della Montagna, la magna carta della morale evangelica. La legge evangelica è imperativo di vita eterna. Essa è centrata sulla carità: l'amore di Dio e del prossimo. Ha nella perfezione del Padre la misura inarrivabile del suo adempimento. Abbraccia tutto il Vangelo, perché tutta la parola di Gesù è da «ascoltare e mettere in pratica» (Mt 7,24). Include le catechesi morali neotestamentarie, che trasmettono l'insegnamento del Signore con l'autorità degli Apostoli.

  • Una legge scritta dentro il cuore
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«La Legge nuova è la grazia dello Spirito Santo ricevuta mediante la fede in Cristo. Essa è una legge d'amore, di grazia, di libertà» (Catechismo 1983. 1985).

L'opera di Cristo è completata e resa efficace dall'azione dello Spirito Santo. Per essa la legge evangelica è «legge nuova», in cui Tommaso d'Aquino traslittera la «legge dello Spirito» di san Paolo. Senza lo Spirito la legge è comando esteriore, fa sentire il suo peso, contrasta con la libertà. Per l'azione di grazia dello Spirito la legge è appello interiore, fa sentire il suo fermento, entra in sinergia con la libertà. Lo Spirito infatti è il Maestro interiore, operante nel cuore dell'uomo come luce dell'intelligenza e movente della volontà. È lui a compiere le promesse messianiche. Ezechiele: «Vi darò un cuore nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi». Geremia: «Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò nel loro cuore». Cuore nuovo e legge nuova declinano la novità di vita dei tempi messianici. San Paolo ci dà la consapevolezza di questa novità parlando del cristiano come di «una lettera di Cristo scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei nostri cuori». La novità della legge è la sua «scrittura» nel «cuore» (intelligenza e volontà) innovato dalla grazia, così da non percepirne l'onere, l'impotenza e il giudizio ma la sollecitazione, la luce e il vigore. La legge non è meramente imperativa: un «tu devi» impositivo esterno; ma un «tu puoi» di grazia, con cui molte volte san Paolo chiama la legge. Legge di grazia, che non si limita a di dire ciò che si deve fare, ma dona anche la forza di farlo. Legge d'amore e di libertà, perché non subita e temuta come gli schiavi, ma accolta e corrisposta nel modo dei figli. «Noi – infatti – non abbiamo ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma lo Spirito che rende figli adottivi, il quale attesta al nostro spirito che siamo figli» (Rm 8,15). Così da rapportarci a Dio non come al padrone e al giudice, ma al Creatore e Redentore della nostra libertà.
  • don Mauro Cozzoli in Avvenire, dal 18 al 24 settembre 2013
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun set 30, 2013 8:13 am


  • L'Anno della Fede. Credo la Chiesa, una
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Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Cari fratelli e sorelle, buongiorno, nel «Credo» noi diciamo «Credo la Chiesa, una», professiamo cioè che la Chiesa è unica e questa Chiesa è in se stessa unità. Ma se guardiamo alla Chiesa Cattolica nel mondo scopriamo che essa comprende quasi 3.000 diocesi sparse in tutti i Continenti: tante lingue, tante culture! Qui ci sono Vescovi di tante culture diverse, di tanti Paesi. C'è il Vescovo dello Sri Lanka, il Vescovo del Sud Africa, un Vescovo dell'India, ce ne sono tanti qui… Vescovi dell'America Latina. La Chiesa è sparsa in tutto il mondo! Eppure le migliaia di comunità cattoliche formano un’unità. Come può avvenire questo?

1. Una riposta sintetica la troviamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica, che afferma: la Chiesa Cattolica sparsa nel mondo «ha una sola fede, una sola vita sacramentale, un’unica successione apostolica, una comune speranza, la stessa carità» (n. 161). É una bella definizione, chiara, ci orienta bene. Unità nella fede, nella speranza, nella carità, unità nei Sacramenti, nel Ministero: sono come pilastri che sorreggono e tengono insieme l’unico grande edificio della Chiesa. Dovunque andiamo, anche nella più piccola parrocchia, nell’angolo più sperduto di questa terra, c’è l’unica Chiesa; noi siamo a casa, siamo in famiglia, siamo tra fratelli e sorelle. E questo è un grande dono di Dio! La Chiesa è una sola per tutti. Non c’è una Chiesa per gli Europei, una per gli Africani, una per gli Americani, una per gli Asiatici, una per chi vive in Oceania, no, è la stessa ovunque. É come in una famiglia: si può essere lontani, sparsi per il mondo, ma i legami profondi che uniscono tutti i membri della famiglia rimangono saldi qualunque sia la distanza. Penso, per esempio, all’esperienza della Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro: in quella sterminata folla di giovani sulla spiaggia di Copacabana, si sentivano parlare tante lingue, si vedevano tratti del volto molto diversi tra loro, si incontravano culture diverse, eppure c’era una profonda unità, si formava un’unica Chiesa, si era uniti e lo si sentiva. Chiediamoci tutti: io come cattolico, sento questa unità? Io come cattolico, vivo questa unità della Chiesa? Oppure non mi interessa, perché sono chiuso nel mio piccolo gruppo o in me stesso? Sono di quelli che “privatizzano” la Chiesa per il proprio gruppo, la propria Nazione, i propri amici? É triste trovare una Chiesa “privatizzata” per questo egoismo e questa mancanza di fede. É triste! Quando sento che tanti cristiani nel mondo soffrono, sono indifferente o è come se soffrisse uno di famiglia? Quando penso o sento dire che tanti cristiani sono perseguitati e danno anche la vita per la propria fede, questo tocca il mio cuore o non mi arriva? Sono aperto a quel fratello o a quella sorella della famiglia che sta dando la vita per Gesù Cristo? Preghiamo gli uni per gli altri? Vi faccio una domanda, ma non rispondete a voce alta, soltanto nel cuore: quanti di voi pregano per i cristiani che sono perseguitati? Quanti? Ognuno risponda nel cuore. Io prego per quel fratello, per quella sorella che è in difficoltà, per confessare e difendere la sua fede? É importante guardare fuori dal proprio recinto, sentirsi Chiesa, unica famiglia di Dio!

2. Facciamo un altro passo e domandiamoci: ci sono delle ferite a questa unità? Possiamo ferire questa unità? Purtroppo, noi vediamo che nel cammino della storia, anche adesso, non sempre viviamo l’unità. A volte sorgono incomprensioni, conflitti, tensioni, divisioni, che la feriscono, e allora la Chiesa non ha il volto che vorremmo, non manifesta la carità, quello che vuole Dio. Siamo noi a creare lacerazioni! E se guardiamo alle divisioni che ancora ci sono tra i cristiani, cattolici, ortodossi, protestanti… sentiamo la fatica di rendere pienamente visibile questa unità. Dio ci dona l’unità, ma noi spesso facciamo fatica a viverla. Occorre cercare, costruire la comunione, educare alla comunione, a superare incomprensioni e divisioni, incominciando dalla famiglia, dalle realtà ecclesiali, nel dialogo ecumenico pure. Il nostro mondo ha bisogno di unità, è un'epoca in cui tutti abbiamo bisogno di unità, abbiamo bisogno di riconciliazione, di comunione e la Chiesa è Casa di comunione. San Paolo diceva ai cristiani di Efeso: «Io dunque, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace» (4, 1-3). Umiltà, dolcezza, magnanimità, amore per conservare l’unità! Queste, queste sono le strade, le vere strade della Chiesa. Sentiamole una volta in più. Umiltà contro la vanità, contro la superbia, umiltà, dolcezza, magnanimità, amore per conservare l'unità. E continuava Paolo: un solo corpo, quello di Cristo che riceviamo nell’Eucaristia; un solo Spirito, lo Spirito Santo che anima e continuamente ricrea la Chiesa; una sola speranza, la vita eterna; una sola fede, un solo Battesimo, un solo Dio, Padre di tutti (cfr vv. 4-6). La ricchezza di ciò che ci unisce! E questa è una vera ricchezza: ciò che ci unisce, non ciò che ci divide. Questa è la ricchezza della Chiesa! Ognuno si chieda oggi: faccio crescere l’unità in famiglia, in parrocchia, in comunità, o sono un chiacchierone, una chiacchierona. Sono motivo di divisione, di disagio? Ma voi non sapete il male che fanno alla Chiesa, alle parrocchie, alle comunità, le chiacchiere! Fanno male! Le chiacchiere feriscono. Un cristiano prima di chiacchierare deve mordersi la lingua! Sì o no? Mordersi la lingua: questo ci farà bene, perché la lingua si gonfia e non può parlare e non può chiacchierare. Ho l’umiltà di ricucire con pazienza, con sacrificio, le ferite alla comunione?

3. Infine l’ultimo passo più in profondità. E, questa è una domanda bella: chi è il motore di questa unità della Chiesa? É lo Spirito Santo che tutti noi abbiamo ricevuto nel Battesimo e anche nel Sacramento della Cresima. É lo Spirito Santo. La nostra unità non è primariamente frutto del nostro consenso, o della democrazia dentro la Chiesa, o del nostro sforzo di andare d’accordo, ma viene da Lui che fa l’unità nella diversità, perché lo Spirito Santo è armonia, sempre fa l'armonia nella Chiesa. É un'unità armonica in tanta diversità di culture, di lingue e di pensiero. É lo Spirito Santo il motore. Per questo è importante la preghiera, che è l’anima del nostro impegno di uomini e donne di comunione, di unità. La preghiera allo Spirito Santo, perché venga e faccia l'unità nella Chiesa.

Chiediamo al Signore: Signore, donaci di essere sempre più uniti, di non essere mai strumenti di divisione; fa’ che ci impegniamo, come dice una bella preghiera francescana, a portare l’amore dove c’è odio, a portare il perdono dove c’è offesa, a portare l’unione dove c’è discordia. Così sia.
  • papa Francesco, mercoledì 25 settembre 2013
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » mar ott 01, 2013 2:35 pm


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«Oltre ai precetti, la Legge nuova comprende i consigli evangelici. La santità è in modo speciale favorita dai molteplici consigli di cui il Signore nel Vangelo propone l'osservanza» (Catechismo 1986).

La legge evangelica, compresa come legge nuova, non ha limiti nell'adempimento del bene. Essa è legge di santità, che ha nella perfezione del Padre (cf Mt 5,48) la misura alta del vivere cristiano. Ne è espressione peculiare la carità, cui Gesù riconduce tutta la morale e che costituisce la via maestra della santità. Il bene che essa vuole a Dio e al prossimo non conosce limiti, perché superabile sempre da un bene migliore. I gradi d'attuazione della carità, come di ogni virtù, sono progressivi e senza fine. Il vangelo immette in questa progressione. Per esso il bene da fare oltrepassa le soglie dei precetti e dello stretto dovuto o comunque stabilite dal pensare medio e dal senso comune. Oltre queste s'estende il campo dell'ulteriore e dell'eccedente, che il vangelo esorta a varcare sull'esempio di Cristo. È il campo dei consigli evangelici, coltivabile nella forma sia dei singoli atti, sia delle virtù, sia delle scelte di vita. Per essi il soggetto è oltre l'istanza del dovere. È sotto l'istanza della bontà e della sua gratuità. Non si tratta solo di essere morali ma di essere perfetti. Come insegna il dialogo tra Gesù e il giovane ricco (Mt 18,18-22), dove l'essere morale è deciso dall'osservanza dei comandamenti, l'essere perfetto dalla rinuncia a tutti i beni nella sequela di Cristo. La prima è dovere morale, la seconda consiglio evangelico. Ai consigli appartengono, tra l'altro, i voti di povertà, d'ubbidienza, di castità, la scelta verginale, il lasciare tutto per la sequela e la missione, ogni opzione radicale di vita. Nel cammino di santità i comandamenti costituiscono il percorso base, i consigli evangelici quello di perfezione. Tutti correlati alla carità, di cui ciascuno significa una via di perfezione. «I consigli evangelici esprimono la pienezza vivente della carità, sempre insoddisfatta di non dare di più. Essi indicano vie più dirette, mezzi più spediti e vanno praticati in conformità alla vocazione di ciascuno» (Catechismo 1974).

  • La grazia, dono gratuito del Padre
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«La nostra giustificazione viene dalla grazia di Dio. La grazia santificante o deificante è in noi la sorgente dell'opera di santificazione. Si distingueranno la grazia abituale e le grazie attuali» (Catechismo 1996. 1999. 2000).

La grazia, dono gratuito di Dio, è elemento costitutivo della morale cristiana. Essa è principio di santificazione dell'essere e di santità dell'agire. Ricevuta per via sacramentale, primariamente col battesimo, la grazia opera la giustificazione dell'uomo. Questa è una trasformazione in radice, di natura ontologica: il peccatore è «fatto giusto». Essa è più che una condizione morale. È un'elevazione sopra-naturale dell'umano, «reso partecipe della natura divina» (2Pt 1,4), vale a dire della vita santa di Dio. Giustificazione è santificazione: l'uomo è «fatto santo». Gesù e «il santo di Dio» (Gv 6,69), lo Spirito Santo è il santificatore, ad opera del quale siamo «santificati in Cristo Gesù» (1Cor 1,2), così da riflettere in noi la santità filiale di Cristo e rapportarci in lui al Dio tre volte santo (Ap 4,8). Per questa partecipazione alla santità trinitaria, la vita umana ha dignità e valore teologale. I Padri della Chiesa hanno parlato della santificazione come teopoiesi: la deificazione del nostro essere. La grazia santificante dall'essere ricade nell'agire come grazia abituale e attuale. Questo significa che né il vivere morale è alieno all'opera santificatrice della grazia, né il soggetto conta solo su risorse umane nel compito di santità. Anche il volere e l'operare sono suscitati dalla grazia. Come grazia abituale, essa abilita le facoltà operative (intelligenza, volontà, affetti, desideri) a giudicare, decidere e agire «come si addice ai santi» (Ef 5,3). Come grazia attuale, essa incide nelle molteplici situazioni, piccole e grandi, in cui il cristiano è chiamato ad operare. Manifestazioni singolari della grazia sono i carismi: doni speciali che lo Spirito Santo elargisce a singoli cristiani, «al servizio della carità che edifica la Chiesa» (2003). Tra le grazie speciali sono da porre le «grazie di stato», correlate all'esercizio di compiti e ministeri nella Chiesa e nella società.

  • La vocazione alla santità
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Tutti i fedeli sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità. Tutti sono chiamati alla santità. (Catechismo 2013)

Il progresso etico-spirituale rende buono il soggetto, buona la vita. Questa bontà la spiritualità cristiana la chiama santità, perché realizzata nell'unione con Cristo, «il Santo di Dio» (Gv 6,69). Essa segue il cammino di perfezione tracciato dal vangelo nella forma dei comandamenti e dei consigli evangelici ed ha nella carità di Cristo il principio ispiratore. Così compresa, la santità appartiene irrinunciabilmente alla vita cristiana. Non un talento, un carisma, una prerogativa di taluni e non di altri, ma la vocazione battesimale di tutti. Questo va richiamato espressamente per smentire un immaginario, ancora diffuso, della santità come privilegio di stati elitari e vocazioni speciali nella Chiesa. Persuasione sostenuta da narrazioni di vita di santi così eroiche e fuori del comune da far pensare: «non è per me». Ricondurre invece la santità al battesimo è ritrovarla come dono e compito per tutti. Come dono anzitutto, perché la santità è un evento di grazia: è un essere fatti santi. «Santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi» – ci dice san Paolo (1Cor 1,2). La santità come compito («essere santi»), procede dalla santità come dono («santificati»). Il dono suscita e alimenta il compito, così che nessuno – per quanto piccolo, debole, peccatore – possa sentire estranea e impossibile la vocazione alla santità. «Dio – ci fa consapevoli san Paolo – ci ha scelti per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità» (Ef 1,3-4). Ed ancora: «Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione» (1Ts 4,3). Una scelta e una volontà inclusive, che portano il Concilio Vaticano II a parlare di «vocazione universale alla santità», per «tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado». Giovanni Paolo II a sollecitare: «È ora di riproporre a tutti con convinzione questa "misura alta" della vita cristiana ordinaria». E Papa Francesco a rilevare e incoraggiare: «Ci sono i santi di tutti i giorni, i santi "nascosti", una sorta di "classe media della santità" di cui tutti possiamo far parte».

  • I doni dello Spirito Santo
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I sette doni dello Spirito Santo sono la sapienza, l'intelletto, il consiglio, la fortezza, la scienza, la pietà e il timore di Dio. (Catechismo 1831)

La tradizione della Chiesa ha reso esplicita l'azione di grazia dello Spirito Santo in sette doni particolari. Essi sono attinti alla tradizione biblica, propriamente al profeta Isaia, che vede operante «lo spirito del Signore» come «spirito di sapienza e d'intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore» (11,2). Vi è stato aggiunto il dono della pietà, trasversale a tutta la tradizione biblica. I doni dello Spirito Santo sono capacità e disposizioni della grazia a vivere la vita nuova in Cristo. La loro efficacia è d'ordine sopra-naturale. Essi elevano e potenziano le facoltà naturali: sono attitudini dello Spirito di Dio a pensare, volere e operare secondo Dio, nel modo di Cristo. «Appartengono – infatti – nella loro pienezza a Cristo» (1831). La sapienza è il sapere della mente e del cuore insieme, che oltrepassa quello empirico e descrittivo e penetra il mistero di luce della vita e dei valori, dei significati e dei fini. L'intelletto è il potere cognitivo che, per le vie della fede e della ragione, apre lo spirito umano alla comprensione e alla contemplazione della verità. Il consiglio è il discernimento del bene nel "qui e ora" di una situazione: il giudizio pratico di azione da compiere. La fortezza è il potere della volontà: potere di decisione per il bene e di fedeltà al bene. La scienza è il corredo di conoscenze alimentato dalla sapienza e dall'intelletto: patrimonio di verità ed insieme di bontà e di bellezza. La pietà è l'empatia dell'anima verso Dio e il prossimo. Verso Dio è devozione e adorazione. Verso il prossimo è indulgenza e compassione. Il timore di Dio è l'amore che nella confidenza non presume ma attende misericordia. I doni dello Spirito sono da comprendere insieme, perché s'integrano a vicenda ed operano congiuntamente l'elevazione dell'umano. Essi sono frutto della grazia sacramentale nel cristiano, ma anche della grazia preveniente dello Spirito nella vita di ogni uomo e donna di buona volontà.

  • Nella luce della fede tutto è grazia
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«L'iniziativa divina nell'opera della grazia previene, prepara e suscita la libera risposta dell'uomo. La preparazione dell'uomo ad accogliere la grazia è già un'opera della grazia». (Catechismo 2022. 2001)

Nel rapporto grazia-libertà, il primato è sempre di Dio e della grazia. Il che dicasi non solo a seguito dell'opzione di fede e nel vissuto di grazia, in cui la fede immette. Dove l'iniziativa è chiaramente di Dio e l'atto dell'uomo è un accogliere e corrispondere. L'iniziativa di Dio è anche al di qua dell'opzione di fede e del vissuto di grazia, perché anche la chiamata alla conversione e alla fede è grazia. Questa non opera solo come giustificazione e santificazione per il battesimo e i sacramenti. Opera già come sollecitazione e fermento nel cuore dell'uomo: grazia preveniente, che porta a cercare e invocare Dio, a cercare la realizzazione salvifica della vita. Lo Spirito di Dio opera sempre. Come il vento, egli soffia dove e come vuole (cf Gv 3,8): soffia nell'esistenza dell'uomo in modo singolare e imprevedibile, impetuoso e leggero, costante e fortuito, attraverso eventi esteriori e interiori, questioni del senso e dei valori, attese profonde e ineludibili, che problematizzano, interrogano, sollecitano, scavano dentro e schiudono orizzonti. Evidentemente solo nella fede si può riconoscere in tutto questo il soffio dello Spirito. Ciò non toglie che – pur non (ancora) riconosciuto – lo Spirito sia operante, che tutto questo fermento sia opera della grazia. Lo dirà apertamente sant'Agostino, quando da convertito riconoscerà nell'inquietudine inappagabile del cuore il lievito della grazia che lo sospingeva alla fede. È vero che non c'è salvezza senza il "sì" dell'uomo a Dio. Ma è altrettanto vero che non c'è "sì" dell'uomo a Dio non suscitato dallo Spirito di Dio. Nella luce della fede tutto è grazia. Anche la libera adesione dell'uomo è grazia. Perché provocata da ciò che Dio ha fatto «per primo» in Cristo per noi, e continua a fare, in modi che solo lo Spirito conosce, nel cuore dell'uomo. Di ogni uomo, perché nessuno è escluso da Dio e dimenticato dallo Spirito. La risposta di ciascuno è un mistero di libertà, la cui valenza morale solo Dio conosce.

  • Fare il bene è culto gradito a Dio
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«La vita morale è un culto spirituale. L'agire cristiano trova il proprio nutrimento nella liturgia e nella celebrazione dei sacramenti». (Catechismo 2047)

Riconoscere nella grazia la novità e lo specifico cristiano della morale è considerarla in stretto rapporto con i sacramenti. Rapporto sorgivo, perché i sacramenti sono i segni efficaci della grazia, che donano e compiono quello che significano. Nell'essere del cristiano anzitutto, e da questo nell'agire. I sacramenti sono la fonte di grazia della morale: grazia-luce di verità morale e grazia-forza di fedeltà morale. Per essi la legge evangelica è «legge nuova»: legge di grazia. Non mera lettera e puro comando, ma parola «spirito e vita» (Gv 6,63). Parola detta in noi dallo Spirito che dà la vita, attraverso l'efficacia di grazia dei sacramenti. Ciascuno nella linea simbolica che gli è propria. Il battesimo, sacramento dell'esodo pasquale dalle opere dell'«uomo vecchio» e «carnale» alle opere dell'«uomo nuovo» e «spirituale». La cresima, sacramento del vivere secondo lo Spirito. L'eucaristia, sacramento della carità. La penitenza, sacramento della conversione e della riconciliazione. L'ordine sacro, sacramento della ministerialità sacerdotale. Il matrimonio, sacramento dell'amore coniugale e familiare. L'unzione degli infermi, sacramento della speranza nella fragilità. Realmente i sacramenti c'insegnano la legge di Cristo. È un insegnamento efficace, che abilita a compiere ciò che insegna. Attinta ai sacramenti, la vita morale ha valore liturgico. Essa è la continuità della celebrazione nell'azione, che dà all'agire morale significato dossologico di lode e gloria di Dio. L'agire diventa – a dire di sant'Agostino – bonus Dei cultus: culto celebrato con la vita. Fare il bene è più che ubbidire a Dio. È culto gradito a Dio. Ce ne dà esplicita consapevolezza Giovanni Paolo II: «La vita morale possiede il valore di un "culto spirituale" (Rm 12,1), attinto e alimentato da quell'inesauribile sorgente di santità e di glorificazione di Dio che sono i sacramenti». Di qui il compito dei ministri e dei fedeli di una catechesi e celebrazione dei sacramenti eloquente e coinvolgente.
  • don Mauro Cozzoli in Avvenire, dal 25 settembre al 1 ottobre 2013
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » mar ott 08, 2013 2:35 pm


  • L'Anno della Fede. Credo la Chiesa, santa
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Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Nel «Credo», dopo aver professato: «Credo la Chiesa una», aggiungiamo l’aggettivo «santa»; affermiamo cioè la santità della Chiesa, e questa è una caratteristica che è stata presente fin dagli inizi nella coscienza dei primi cristiani, i quali si chiamavano semplicemente “i santi” (cfr At 9,13.32.41; Rm 8,27; 1 Cor 6,1), perché avevano la certezza che è l’azione di Dio, lo Spirito Santo che santifica la Chiesa. Ma in che senso la Chiesa è santa se vediamo che la Chiesa storica, nel suo cammino lungo i secoli, ha avuto tante difficoltà, problemi, momenti bui? Come può essere santa una Chiesa fatta di esseri umani, di peccatori? Uomini peccatori, donne peccatrici, sacerdoti peccatori, suore peccatrici, Vescovi peccatori, Cardinali peccatori, Papa peccatore? Tutti. Come può essere santa una Chiesa così?

1. Per rispondere alla domanda vorrei farmi guidare da un brano della Lettera di san Paolo ai cristiani di Efeso. L’Apostolo, prendendo come esempio i rapporti familiari, afferma che «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa» (5,25-26). Cristo ha amato la Chiesa, donando tutto se stesso sulla croce. E questo significa che la Chiesa è santa perché procede da Dio che è santo, le è fedele e non l’abbandona in potere della morte e del male (cfr Mt 16,18) E’ santa perché Gesù Cristo, il Santo di Dio (cfr Mc 1,24), è unito in modo indissolubile ad essa (cfr Mt 28,20); è santa perché è guidata dallo Spirito Santo che purifica, trasforma, rinnova. Non è santa per i nostri meriti, ma perché Dio la rende santa, è frutto dello Spirito Santo e dei suoi doni. Non siamo noi a farla santa. È Dio, lo Spirito Santo, che nel suo amore fa santa la Chiesa.

2. Voi potrete dirmi: ma la Chiesa è formata da peccatori, lo vediamo ogni giorno. E questo è vero: siamo una Chiesa di peccatori; e noi peccatori siamo chiamati a lasciarci trasformare, rinnovare, santificare da Dio. C’è stata nella storia la tentazione di alcuni che affermavano: la Chiesa è solo la Chiesa dei puri, di quelli che sono totalmente coerenti, e gli altri vanno allontanati. Questo non è vero! Questa è un'eresia! La Chiesa, che è santa, non rifiuta i peccatori; non rifiuta tutti noi; non rifiuta perché chiama tutti, li accoglie, è aperta anche ai più lontani, chiama tutti a lasciarsi avvolgere dalla misericordia, dalla tenerezza e dal perdono del Padre, che offre a tutti la possibilità di incontrarlo, di camminare verso la santità. “Mah! Padre, io sono un peccatore, ho grandi peccati, come posso sentirmi parte della Chiesa?”. Caro fratello, cara sorella, è proprio questo che desidera il Signore; che tu gli dica: “Signore sono qui, con i miei peccati”. Qualcuno di voi è qui senza i propri peccati? Qualcuno di voi? Nessuno, nessuno di noi. Tutti portiamo con noi i nostri peccati. Ma il Signore vuole sentire che gli diciamo: “Perdonami, aiutami a camminare, trasforma il mio cuore!”. E il Signore può trasformare il cuore. Nella Chiesa, il Dio che incontriamo non è un giudice spietato, ma è come il Padre della parabola evangelica. Puoi essere come il figlio che ha lasciato la casa, che ha toccato il fondo della lontananza da Dio. Quando hai la forza di dire: voglio tornare in casa, troverai la porta aperta, Dio ti viene incontro perché ti aspetta sempre, Dio ti aspetta sempre, Dio ti abbraccia, ti bacia e fa festa. Così è il Signore, così è la tenerezza del nostro Padre celeste. Il Signore ci vuole parte di una Chiesa che sa aprire le braccia per accogliere tutti, che non è la casa di pochi, ma la casa di tutti, dove tutti possono essere rinnovati, trasformati, santificati dal suo amore, i più forti e i più deboli, i peccatori, gli indifferenti, coloro che si sentono scoraggiati e perduti. La Chiesa a tutti offre la possibilità di percorrere la strada della santità, che è la strada del cristiano: ci fa incontrare Gesù Cristo nei Sacramenti, specialmente nella Confessione e nell’Eucaristia; ci comunica la Parola di Dio, ci fa vivere nella carità, nell’amore di Dio verso tutti. Chiediamoci, allora: ci lasciamo santificare? Siamo una Chiesa che chiama e accoglie a braccia aperte i peccatori, che dona coraggio, speranza, o siamo una Chiesa chiusa in se stessa? Siamo una Chiesa in cui si vive l’amore di Dio, in cui si ha attenzione verso l’altro, in cui si prega gli uni per gli altri?

3. Un’ultima domanda: che cosa posso fare io che mi sento debole, fragile, peccatore? Dio ti dice: non avere paura della santità, non avere paura di puntare in alto, di lasciarti amare e purificare da Dio, non avere paura di lasciarti guidare dallo Spirito Santo. Lasciamoci contagiare dalla santità di Dio. Ogni cristiano è chiamato alla santità (cfr Cost. dogm. Lumen gentium, 39-42); e la santità non consiste anzitutto nel fare cose straordinarie, ma nel lasciare agire Dio. E’ l’incontro della nostra debolezza con la forza della sua grazia, è avere fiducia nella sua azione che ci permette di vivere nella carità, di fare tutto con gioia e umiltà, per la gloria di Dio e nel servizio al prossimo. C’è una celebre frase dello scrittore francese Léon Bloy; negli ultimi momenti della sua vita diceva: «C’è una sola tristezza nella vita, quella di non essere santi». Non perdiamo la speranza nella santità, percorriamo tutti questa strada. Vogliamo essere santi? Il Signore ci aspetta tutti, con le braccia aperte; ci aspetta per accompagnarci in questa strada della santità. Viviamo con gioia la nostra fede, lasciamoci amare dal Signore… chiediamo questo dono a Dio nella preghiera, per noi e per gli altri.
  • papa Francesco, mercoledì 2 ottobre 2013
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » mar ott 08, 2013 2:41 pm


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«Come l'insieme della vita cristiana, la vita morale trova la propria fonte e il proprio culmine nel sacrificio eucaristico» (Catechismo 2031).

La vita morale attinge alla fonte di grazia dei sacramenti. In modo speciale all'eucaristia, nella quale tutti convergono. L'eucaristia è il sacramento di Cristo in noi. Dire Cristo è dire la sua carità. «Eucharistia sacramentum caritatis» (Tommaso d'Aquino): segno efficace, che attua e comunica l'amore che significa. L'eucaristia è grazia in noi – «l'amore riversato nei nostri cuori» (Rm 5,5) – che ci costituisce nella carità di Cristo e ci abilita al suo vissuto. «Partecipando al sacrificio della croce – osserva Giovanni Paolo II – il cristiano comunica con l'amore di donazione di Cristo ed è abilitato e impegnato a vivere questa stessa carità in tutti i suoi atteggiamenti e comportamenti di vita». Sacramento del corpo dato e del sangue versato per noi, l'eucaristia iscrive la nostra libertà nel pro-essere d'amore di Cristo. «L'eucaristia – scrive Benedetto XVI – ci attira nell'atto oblativo di Gesù». Per essa «veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione». Sacramento a un tempo della comunione con Cristo e con tutti coloro che condividono lo stesso pane e lo stesso calice, l'eucarestia iscrive la nostra libertà nel co-essere d'amore di Cristo, chiamandoci e abilitandoci a fare comunione e comunità, nelle forme della condivisione ecclesiale e della solidarietà sociale. Il sacramento celebrato e ricevuto – ci dice papa Benedetto – è principio di una «coerenza eucaristica», che induce una fedeltà e un vissuto. L'eucaristia non finisce col culto. La liturgia suscita la koinonia e la diakonia: la condivisione e il servizio della carità. L'eucaristia varca così la soglia del tempio, porta a farsi pane spezzato per gli altri. «La "mistica" del Sacramento – è ancora papa Benedetto a dirci – ha un carattere sociale». Non possiamo eludere questo carattere e stemperare il sacramento in un misticismo incurante della società e della storia. L'eucaristia rompe ogni chiusura intimistica e devozionistica. Ci chiama a una mistica del sacramento attiva nella fedeltà e nella testimonianza.

  • Norme, comandamenti e virtù
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«È compito della Chiesa annunziare i principi morali. Sotto la guida dei pastori, si è trasmesso il "deposito" della morale cristiana, composto da un insieme di norme, comandamenti e virtù» (Catechismo 2032. 2033).

La Chiesa è maestra di verità: ad un tempo della verità della fede e della morale. Di qui il magistero della Chiesa lungo i secoli e il "deposito" di verità in cui ha preso corpo. Ad esso concorrono tutte le componenti della Chiesa, in particolare i teologi, e viene promulgato da chi ha avuto il compito d'insegnare con l'autorità di Cristo: i pastori in comunione col Papa. Che la Chiesa abbia il diritto, che per essa è anche un dovere, di esercitare un magistero nel campo della fede non ha mai costituito un problema. Non altrettanto nel campo della morale, visto spesso come estraneo alla sua missione. Ed invece anche il magistero morale appartiene al ministero salvifico della Chiesa, per un duplice ordine di motivi. Anzitutto per l'inscindibilità di fede e vita. La parola che genera la fede è una parola da credere e da vivere. Essa non va solo accolta e custodita. Va osservata e adempiuta. Discepolo del Vangelo è «chi ascolta e mette in pratica la parola» (Mt 7,24). Istruita dal Vangelo, la Chiesa sa che la via della salvezza non è solo quella dell'ortodossia ma anche dell'ortoprassi, espressioni rispettivamente della retta dottrina e della retta condotta. Il secondo ordine di motivi è dato dalla rilevanza salvifica dell'agire morale e delle norme che lo dirigono. La Chiesa – scrive Giovanni Paolo II – «sa che proprio sulla strada della vita morale è aperta a tutti gli uomini la via della salvezza». Ritiene pertanto le norme morali «in se stesse rilevanti in ordine alla salvezza». Sacramento universale di salvezza, col suo magistero morale la Chiesa insegna «la fede operante nella carità» (Gal 5,6) e la via etica alla salvezza. In questo magistero, la Chiesa non è arbitra della verità morale, padrona di cambiarla, perché non è posta al di sopra di essa ma in suo servizio. Ciò non toglie che la Chiesa si mostri madre di misericordia verso l'inadempiente e l'errante.

  • Segni credibili del Vangelo
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La testimonianza della vita cristiana e le opere buone hanno la forza di attirare gli uomini alla fede e a Dio. (Catechismo 2044)

Come Cristo è il sacramento dell'incontro con Dio, il cristiano deve esserlo dell'incontro con Cristo. Il sacramento è un segno efficace, che rende presente quello che significa. Come Cristo rende presente Dio in tutto ciò che dice e compie, il cristiano deve rendere presente Cristo col suo agire. Questo non è un operare solitario e privato, ma sociale e pubblico: davanti agli altri. Il cristiano assume questo dato come un compito: diventare col proprio vissuto sacramento di Cristo, segno inverante e credibile di Cristo per gli altri. Dare così al proprio agire un carattere evangelizzatore, di testimonianza del vangelo, che attira gli altri alla fede e a Dio. L'agire morale non è tutto nel rapporto con la legge, che l'approva o disapprova, ma è aperto agli altri, al riverbero su di loro. Così da interrogarci sulla qualità del riverbero: sono io, col mio agire, per gli altri, un segno trasparente e attraente di Cristo? o un segno distorcente e respingente? Ed assumere così la responsabilità insieme etica ed evangelizzatrice dei propri comportamenti. Interrogativi e responsabilità di un soggetto singolo ma anche di un soggetto plurale: una comunità che s'interroga sulla credibilità evangelizzatrice delle proprie scelte, dei propri stili di vita, delle relazioni tra i membri. È il vangelo a sollecitare questa coscienza pubblica. Il cristiano – osserva Gesù con dire allegorico – è come «la città collocata su un monte», la quale «non può restare nascosta» e non essere vista. È come "la lampada", che non viene accesa «per metterla sotto il moggio, ma sopra il candelabro, perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa». «Così – esorta Gesù – risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,14-16). Il cristiano non può disattendere questa portata sociale, politica – «davanti agli uomini» – del proprio agire. La sua trasparenza sacramentale, la sua credibilità per gli altri è criterio e misura di bontà morale.

  • Il Decalogo: alleanza e libertà
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«Il dono del Decalogo è accordato nell'ambito dell'alleanza conclusa da Dio con il suo popolo. I comandamenti di Dio ricevono il loro vero significato in e per mezzo di questa alleanza» (Catechismo 2077).

Dopo aver trattato della vita morale del cristiano in generale, vale a dire nel suo significato e nei suoi elementi caratterizzanti, il Catechismo passa a considerarla nei vari campi d'azione e delle norme che ne dirigono i comportamenti. In questa seconda parte esso prende i Dieci Comandamenti – il Decalogo: «le dieci parole» – a paradigma di svolgimento, avendo cura di non farne dei meri comandi divini ma d'inquadrarli nel contesto storico-salvifico in cui sono stati promulgati. È il contesto dell'alleanza stabilita da Dio al Sinai con Israele, nel cuore dell'esodo: il grande evento liberatore dalla schiavitù egiziana alla libertà della Terra promessa. Staccato da questo contesto, il decalogo perde il quadro di senso e di fondamento: è mero codice di comportamenti. L'alleanza sinaitica è la libera elezione d'Israele da parte di Dio come suo popolo, che lo chiama alla fedeltà di appartenenza. Fedeltà scandita dal decalogo, promulgato e accolto come legge di alleanza, legge di fedeltà. Primario nel decalogo non è il dovere. È il dono, che Israele sperimenta come elezione e liberazione da parte di Dio. «La prima delle "dieci parole" ricorda l'iniziativa d'amore di Dio per il suo popolo: "Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese di Egitto, dalla condizione di schiavitù" (Es 20,2; Dt 5,6). I comandamenti propriamente detti vengono in secondo luogo. Essi esprimono le implicanze dell'appartenenza a Dio, stabilita attraverso l'alleanza» (2061. 2062). Il background è relazionale, dialogico: «Attestato ancora dal fatto che tutte le imposizioni sono enunciate in prima persona ("Io sono il Signore...") e rivolte a un altro soggetto ("Tu...")» (2063). A differenza degli altri precetti della legge antica, scritti da Mosè, le «dieci parole» le ha scritte Dio, con il suo «dito» (Es 31,18). Per questo la tradizione biblica e della Chiesa le ha in speciale e costante considerazione.

  • Comandamenti e legge naturale
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«Il Decalogo contiene un'espressione privilegiata della legge naturale. Lo conosciamo attraverso la Rivelazione divina e con la ragione umana» (Catechismo 2080).

La conoscenza che abbiamo del Decalogo, nella sua struttura e formulazione, ci viene dalla Rivelazione. Come tale è legge rivelata. In realtà i dieci comandamenti sono legge naturale: appartengono all'ordine della creazione. L'uomo li acquisisce con la ragione e li percepisce nella coscienza morale. Questo significa la loro conoscibilità da parte di tutti, al di qua della Rivelazione. Il Dio biblico ne fa la condizione basilare dell'appartenenza a lui, della risposta d'Israele all'alleanza, per cui li scrive e li rivela attraverso Mosè. La rivelazione divina è legata oltretutto alla fallibilità dell'intelligenza umana nella conoscenza del Decalogo. «Una completa esposizione dei comandamenti – spiega san Bonaventura – si rese necessaria nella condizione di peccato, perché la luce della ragione si era ottenebrata e la volontà si era sviata». La legge rivelata sovviene alle insufficienze di una ragione segnata dal peccato. «I comandamenti c'insegnano la vera umanità dell'uomo» (2070). Così che riconoscerli e rispettarli ha valore insieme antropologico e teologico. Antropologico perché essi sono a tutela e promozione dell'umano. Teologico perché essi riflettono il disegno del Creatore sull'uomo e sulla bontà della vita. Motivo per cui accoglierli e adempierli è atto di rispetto dell'uomo e di ossequio a Dio. Gesù ha ripreso i dieci comandamenti, liberandoli da ogni interpretazione minimale e formale e portandoli a pienezza di significato e di esigenza, nel quadro di quella «giustizia superiore» entro cui egli rivisita ogni legge (cf Mt 5,20). Ne ha fatto la via prima per «entrare nella vita» (Mt 19,17-19). Ne ha ricondotto il contenuto – le due tavole – al comandamento dell'amore: l'amore di Dio (la prima tavola) e l'amore del prossimo (la seconda). Ha manifestato la forza dello Spirito all'opera nella loro lettera. Per cui diventano legge della nuova alleanza, che la Chiesa assume come principi primi e architettonici della catechesi morale.

don Mauro Cozzoli in Avvenire, 6 ottobre 2013

  • Primo: accogliere Dio e adorarlo
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«Dio si fa conoscere ricordando la sua azione onnipotente, benevola e liberatrice nella storia di colui al quale si rivolge. Il primo appello e la giusta esigenza di Dio è che l'uomo lo accolga e lo adori» (Catechismo 2084).

I primi tre comandamenti enunciano i doveri morali verso Dio. Essi sono introdotti dal rivelarsi storico-salvifico di Dio: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù». Da cui scaturisce la prima esigenza: «Non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai» (Es 20,2-5). Israele ha conosciuto Dio attraverso i mirabilia Dei: le grandi cose operate per il suo popolo, che lo rivelano come «il Signore». Queste chiamano al rispetto del primo comandamento. L'enunciazione è proibente: non avrai altri dei, non ti farai idoli, non ti prostrerai a loro, non li servirai. In un surround socio-religioso dominato dal politeismo e dal culto degl'idoli, il rivelarsi di Dio come il Signore deve debellare l'idolatria e mettere in guardia dalla sua tentazione. Dio è il Signore e quindi l'Unico. Lo rende esplicito il primo Shemà: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo» (Dt 6,4). Non ci sono altri signori. Farseli è adorare esseri irreali e fittizi e cedere a una religiosità fallace e ingannevole. Libero dall'idolatria, l'uomo si apre al riconoscimento e all'adorazione di Dio: «Sta scritto: "Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto"» (Mt 4,10). Ma non è solo il rivelarsi storico-salvifico di Dio a suscitare il primo comandamento. Lo è anche – dice san Paolo – la sua conoscibilità «nelle opere da lui compiute» (Rm 1,20). Al di sopra di tutte la creatura umana, «fatta a immagine della natura divina» (Sap 2,23). È qui la via naturale alla conoscenza e all'adorazione di Dio. Via aperta a tutti. Motivo per cui soggetto del primo comandamento non è solo il credente. È ogni uomo con la sua intelligenza.
  • don Mauro Cozzoli in Avvenire, dal 2 all'8 ottobre 2013
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun ott 14, 2013 8:59 am


  • L'Anno della Fede. Credo la Chiesa, cattolica
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Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Si vede che, oggi, in questa brutta giornata, voi siete stati coraggiosi: complimenti! «Credo la Chiesa una, santa, cattolica…». Oggi ci fermiamo a riflettere su questa Nota della Chiesa: diciamo cattolica è l'Anno della cattolicità. Anzitutto: che cosa significa cattolico? Deriva dal greco “kath’olòn” che vuol dire “secondo il tutto”, la totalità. In che senso questa totalità si applica alla Chiesa? In che senso noi diciamo che la Chiesa è cattolica? Direi in tre significati fondamentali.

1. Il primo. La Chiesa è cattolica perché è lo spazio, la casa in cui ci viene annunciata tutta intera la fede, in cui la salvezza che ci ha portato Cristo viene offerta a tutti. La Chiesa ci fa incontrare la misericordia di Dio che ci trasforma perché in essa è presente Gesù Cristo, che le dona la vera confessione di fede, la pienezza della vita sacramentale, l’autenticità del ministero ordinato. Nella Chiesa ognuno di noi trova quanto è necessario per credere, per vivere da cristiani, per diventare santi, per camminare in ogni luogo e in ogni epoca. Per portare un esempio, possiamo dire che è come nella vita di famiglia; in famiglia a ciascuno di noi è donato tutto ciò che ci permette di crescere, di maturare, di vivere. Non si può crescere da soli, non si può camminare da soli, isolandosi, ma si cammina e si cresce in una comunità, in una famiglia. E così è nella Chiesa! Nella Chiesa noi possiamo ascoltare la Parola di Dio, sicuri che è il messaggio che il Signore ci ha donato; nella Chiesa possiamo incontrare il Signore nei Sacramenti che sono le finestre aperte attraverso le quali ci viene data la luce di Dio, dei ruscelli ai quali attingiamo la vita stessa di Dio; nella Chiesa impariamo a vivere la comunione, l’amore che viene da Dio. Ciascuno di noi può chiedersi oggi: come vivo io nella Chiesa? Quando io vado in chiesa, è come se fossi allo stadio, a una partita di calcio? È come se fossi al cinema? No, è un'altra cosa. Come vado io in chiesa? Come accolgo i doni che la Chiesa mi offre, per crescere, per maturare come cristiano? Partecipo alla vita di comunità o vado in chiesa e mi chiudo nei miei problemi isolandomi dall'altro? In questo primo senso la Chiesa è cattolica, perché è la casa di tutti. Tutti sono figli della Chiesa e tutti sono in quella casa.

2. Un secondo significato: la Chiesa è cattolica perché è universale, è sparsa in ogni parte del mondo e annuncia il Vangelo ad ogni uomo e ad ogni donna. La Chiesa non è un gruppo di élite, non riguarda solo alcuni. La Chiesa non ha chiusure, è inviata alla totalità delle persone, alla totalità del genere umano. E l’unica Chiesa è presente anche nelle più piccole parti di essa. Ognuno può dire: nella mia parrocchia è presente la Chiesa cattolica, perché anch’essa è parte della Chiesa universale, anch’essa ha la pienezza dei doni di Cristo, la fede, i Sacramenti, il ministero; è in comunione con il Vescovo, con il Papa ed è aperta a tutti, senza distinzioni. La Chiesa non è solo all’ombra del nostro campanile, ma abbraccia una vastità di genti, di popoli che professano la stessa fede, si nutrono della stessa Eucaristia, sono serviti dagli stessi Pastori. Sentirci in comunione con tutte le Chiese, con tutte le comunità cattoliche piccole o grandi del mondo! È bello questo! E poi sentire che tutti siamo in missione, piccole o grandi comunità, tutti dobbiamo aprire le nostre porte ed uscire per il Vangelo. Chiediamoci allora: che cosa faccio io per comunicare agli altri la gioia di incontrare il Signore, la gioia di appartenere alla Chiesa? Annunciare e testimoniare la fede non è un affare di pochi, riguarda anche me, te, ciascuno di noi!

3. Un terzo e ultimo pensiero: la Chiesa è cattolica, perché è la “Casa dell’armonia” dove unità e diversità sanno coniugarsi insieme per essere ricchezza. Pensiamo all’immagine della sinfonia, che vuol dire accordo, armonia, diversi strumenti suonano insieme; ognuno mantiene il suo timbro inconfondibile e le sue caratteristiche di suono si accordano su qualcosa di comune. Poi c’è chi guida, il direttore, e nella sinfonia che viene eseguita tutti suonano insieme in “armonia”, ma non viene cancellato il timbro di ogni strumento; la peculiarità di ciascuno, anzi, è valorizzata al massimo! È una bella immagine che ci dice che la Chiesa è come una grande orchestra in cui c’è varietà. Non siamo tutti uguali e non dobbiamo essere tutti uguali. Tutti siamo diversi, differenti, ognuno con le proprie qualità. E questo è il bello della Chiesa: ognuno porta il suo, quello che Dio gli ha dato, per arricchire gli altri. E tra i componenti c'è questa diversità, ma è una diversità che non entra in conflitto, non si contrappone; è una varietà che si lascia fondere in armonia dallo Spirito Santo; è Lui il vero “Maestro”, Lui stesso è armonia. E qui chiediamoci: nelle nostre comunità viviamo l’armonia o litighiamo fra noi? Nella mia comunità parrocchiale, nel mio movimento, dove io faccio parte della Chiesa, ci sono chiacchiere? Se ci sono chiacchiere non c'è armonia, ma lotta. E questa non è la Chiesa. La Chiesa è l'armonia di tutti: mai chiacchierare uno contro l'altro, mai litigare! Accettiamo l’altro, accettiamo che vi sia una giusta varietà, che questo sia differente, che questo la pensa in un modo o nell’altro – ma nella stessa fede si può pensare diversamente – o tendiamo ad uniformare tutto? Ma l'uniformità uccide la vita. La vita della Chiesa è varietà, e quando vogliamo mettere questa uniformità su tutti uccidiamo i doni dello Spirito Santo. Preghiamo lo Spirito Santo, che è proprio l'autore di questa unità nella varietà, di questa armonia, perché ci renda sempre più “cattolici”, cioè in questa Chiesa che è cattolica e universale! Grazie.
  • papa Francesco, mercoledì 9 ottobre 2013
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » mar ott 15, 2013 3:15 pm


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«Nell'esplicita affermazione divina: "Io sono il Signore tuo Dio" è incluso il comandamento della fede, della speranza e della carità» (Catechismo 2086).

Le virtù teologali sono le attitudini e i compiti in cui il Nuovo Testamento e la Dottrina della Chiesa fanno consistere il primo comandamento. Se la prima «faccia» dell''obbligo è proibente: è una «libertà da» l'idolatria («non ti farai altri dei»); l'altra «faccia» è imperante: è una «libertà per» Dio, che prende la forma della fede, della speranza e della carità. La fede è l'opzione fondamentale con cui l'uomo riconosce la signoria unica e assoluta di Dio e si decide per essa. Poiché Dio si è rivelato in Gesù Cristo, la fede in Dio passa per la fede in Cristo. «Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me» (Gv 14,1) – domanda Gesù. La fede è insieme nell'adesione a Dio in Cristo e nella professione delle verità di fede enunciate dalla Chiesa. Contraddicono la fede i peccati di incredulità, che è il suo rifiuto; di eresia: il rigetto di alcune verità di fede; di apostasia: il rinnegamento totale della fede; di scisma: la rottura della comunione di fede della Chiesa e la separazione da essa. La speranza è l'attesa fiduciosa e operante della pienezza della vita, promessa dalla Pasqua di Cristo e ricevuta in germe col battesimo. Alla speranza s'oppone il peccato di disperazione, per cui l'uomo non s'aspetta nulla da Dio, non s'apre al futuro dischiuso dalla vittoria pasquale di Cristo. E il peccato di presunzione di sé o di Dio. Di sé, per cui l'uomo pretende di decidere da sé del proprio destino. Di Dio, per cui pretende di «ottenere il suo perdono senza conversione e la gloria senza merito» (2092). La carità è l'amore di Dio enunciato dalla solenne esortazione della legge, richiamata da Gesù, in cui prende forma compiuta il primo comandamento: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze» (Dt 6,5; Lc 10,27). Dio è l'Unico, Lui solo è il Signore. L'amore per Lui è senza riserve, con tutto se stessi. Mancanze di carità verso Dio sono l'indifferenza, l'ingratitudine, la tiepidezza, l'accidia o pigrizia spirituale, l'odio di Dio.

  • Con Dio un rapporto esclusivo
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«Il primo comandamento vieta di onorare altri dèi, all'infuori dell'Unico Signore» (Catechismo 2110).

«Al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai», ammonisce Gesù (Lc 4,8 ), citando la legge antica (Dt 6,13). Il rapporto esclusivo a Dio – il solo Signore – è inverante e liberante per la creatura. È inverante il sentimento religioso dell'uomo: quella connaturale trascendenza che lo apre al sopra-naturale, alla sua grandezza e alla sua venerazione. La invera come incontro interpersonale, rapporto col Dio-Persona, con cui l'uomo entra in relazione di parola e di amore. E del quale non c'è uguale, perché uno solo è l'Assoluto, uno solo il Signore, da cui e per cui l'uomo è ed è sottratto al non essere. A cui solo va l'adorazione: atto di sottomissione ed insieme di gratitudine, di lode e di supplica, che implica tutta l'esistenza. «La vita umana si unifica nell'adorazione dell'Unico» (Origene). Si disperde nel politeismo, «movimento senza meta da un signore all'altro» (papa Francesco). Al tempo stesso il rapporto esclusivo a Dio è liberante, perché sottrae sia al determinismo di un divino numinoso e senza volto, di natura paranormale, animistica o panteistica; sia alla dispersione idolatrica del sentimento religioso, che proietta su pseudo-assoluti – «opera delle mani dell'uomo» (Sal 114,4) – il culto e l'adorazione. Lo sviamento esoterico e idolatrico della religione non è un fenomeno del passato e un retaggio di popoli primitivi. C'è oggi un paganesimo di ritorno. Sia nella natura numinosa e vagamente sacrale di nuove mode religiose, dove la divinità prende le forme dell'Energia Cosmica e il culto quelle della sinergia vitale. Sia negli assemblaggi sincretistici di elementi religiosi offerti all'"emporio" delle religioni. Sia nella creazione di nuovi pantheon e nuovi idoli, persone e cose, fatte oggetto di veri e propri atti di culto. Autentiche forme di surrogazione religiosa in una socio-cultura vieppiù secolare e agnostica, che scivola dalla fede nell'idolatria, fino alla sua aberrazione satanica. Aveva visto bene Karl Barth: «Quando il cielo si svuota di Dio, la terra si popola di idoli».

  • Gli errori di superstizione e magia
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La superstizione è una deviazione del culto che rendiamo al vero Dio. Ha la sua massima espressione nelle varie forme di divinazione e di magia. (Catechismo 2138)

La superstizione è una distorsione del sentimento religioso e del culto. La sua prima manifestazione è entro il culto a Dio: in consuetudini e atti che lo snaturano. Come in riti e devozioni avulse e stravaganti, o in certe pratiche di religiosità popolare, anteposte alla liturgia e alla preghiera della Chiesa o surrogatorie di esse. Pratiche che strumentalizzano i sacramenti. Atti in cui è sacralizzato il gesto, dove il valore è tutto e solo nel compierlo. La superstizione è altresì in una prassi liturgica e sacramentale che attribuisce alla sola materialità dei riti la loro efficacia, a prescindere da ogni coinvolgimento personale di conversione e di fede. La superstizione è anche fuori del culto a Dio. È in concezioni e pratiche divinatorie e magiche della religione. La divinazione anzitutto, con la quale l'uomo cerca di captare il futuro e tutto ciò ch'è sottratto all'umana conoscibilità. Essa cela una volontà di dominio sul tempo, sulla storia e infine sugli uomini, che contraddice l'abbandono fiducioso alla divina Provvidenza, cui la fede e la speranza chiamano l'uomo. Per cui sono da rifuggire, come contrarie all'onore e al rispetto di Dio, la consultazione degli oroscopi, l'astrologia, la chiromanzia, l'interpretazione dei presagi e delle sorti, l'evocazione dei morti, i fenomeni di veggenza, il ricorso ai medium. Anche la magia è una distorsione superstiziosa della religione. Centrata sulla credenza in forze occulte operanti nell'universo, la magia ritiene di poterle sottomettere a proprio vantaggio (magia bianca) o ad altrui danno (magia nera). Praticare la magia in veste di maghi e fattucchieri o ricorrere a questi come fruitori è contrario alla virtù di religione e alla fede in Dio e perciò proibito e illecito. Lo stesso deve dirsi di credenze e pratiche scaramantiche e dell'uso di amuleti e talismani. Magia e scaramanzia tolgono la libertà dei figli di Dio, sottoponendo le coscienze al giogo di una religiosità vana e credulona.

  • Mai mettere alla prova il Signore
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«Il primo comandamento condanna i principali peccati di irreligione: la tentazione di Dio, il sacrilegio e la simonia» (Catechismo 2118).

L'irreligione dice un deficit e uno svilimento della religione. Ad essa sono da ascrivere i peccati della tentazione di Dio, del sacrilegio e della simonia.«L'azione di tentare Dio consiste nel mettere alla prova la sua bontà e la sua onnipotenza» (2119). Il rapporto che lega l'uomo a Dio è la fede, definita dall'amore pieno di speranza, con cui si affida a lui. Il rapporto fiduciale si distingue da quello contrattuale per il fatto di non chiedere prove e riscontri: in esso ci si fida semplicemente. Se questo è vero di un rapporto umano, deve esserlo a maggior ragione del rapporto con Dio. Egli è il Tu Assoluto, l'Ineffabile, l'Inverificabile, così da sottrarsi ad ogni contabilità umana. Chiamarlo a rendere conto è grave mancanza di fede-fiducia. «Dio è più grande del nostro cuore» (1Gv 3,20). Il credente riconosce questa eccedenza del cuore di Dio e si affida, nella consapevolezza peraltro che «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28). Ciò che conta è amare e l'amore è incondizionato. Tentare Dio – «se sei Dio…», «se sei Figlio di Dio…» – come mostrano le tentazioni di Gesù (cf Mt 4,1-6), è diabolico. A queste Dio risponde con il silenzio. Come ai crocifissori al Calvario: «Se sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!… e ti crederemo» (Mt 27, 40-42). La fede, come l'amore, non si patteggia. Altra mancanza d'irreligione è il sacrilegio, consistente nel «profanare o trattare indegnamente i sacramenti e le altre azioni liturgiche, come pure le persone, gli oggetti e i luoghi consacrati a Dio» (2120). Non per una sacralità o purità di atti, persone e cose in se stesse, ma in quanto partecipi della santità di Dio. E da ultimo il peccato di simonia, consistente nella compravendita di beni spirituali e benefici ecclesiali. Tutto ciò che è di Dio è solo grazia e non ha prezzo. Per cui nessuno può diventarne possessore, come nessuna povertà esclude da esso. Ciò non toglie che chi beneficia di un servizio religioso debba sentire il dovere di compensare chi lo svolge e che l'autorità possa precisare tale obbligo.

  • Magia, trappola per creduloni
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«La superstizione è una deviazione del culto che rendiamo al vero Dio. Ha la sua massima espressione nelle varie forme di divinazione e di magia» (Catechismo 2138).

La superstizione è una distorsione del sentimento religioso e del culto. La sua prima manifestazione è entro il culto a Dio: in consuetudini e atti che lo snaturano. Come in riti e devozioni avulse e stravaganti, o in certe pratiche di religiosità popolare, anteposte alla liturgia e alla preghiera della Chiesa o surrogatorie di esse. Pratiche che strumentalizzano i sacramenti. Atti in cui è sacralizzato il gesto, dove il valore è tutto e solo nel compierlo. La superstizione è altresì in una prassi liturgica e sacramentale che attribuisce alla sola materialità dei riti la loro efficacia, a prescindere da ogni coinvolgimento personale di conversione e di fede. La superstizione è anche fuori del culto a Dio. È in concezioni e pratiche divinatorie e magiche della religione. La divinazione anzitutto, con la quale l'uomo cerca di captare il futuro e tutto ciò ch'è sottratto all'umana conoscibilità. Essa cela una volontà di dominio sul tempo, sulla storia ed infine sugli uomini, che contraddice l'abbandono fiducioso alla divina Provvidenza, cui la fede e la speranza chiamano l'uomo. Per cui sono da rifuggire, come contrarie all'onore e al rispetto di Dio, la consultazione degli oroscopi, l'astrologia, la chiromanzia, l'interpretazione dei presagi e delle sorti, l'evocazione dei morti, i fenomeni di veggenza, il ricorso ai medium. Anche la magia è una distorsione superstiziosa della religione. Centrata sulla credenza in forze occulte operanti nell'universo, la magia ritiene di poterle sottomettere a proprio vantaggio (magia bianca) o ad altrui danno (magia nera). Praticare la magia in veste di maghi e fattucchieri o ricorrere a questi come fruitori è contrario alla virtù di religione e alla fede in Dio e perciò proibito e illecito. Lo stesso deve dirsi di credenze e pratiche scaramantiche e dell'uso di amuleti e talismani. Magia e scaramanzia tolgono la libertà dei figli di Dio, sottoponendo le coscienze al giogo di una religiosità vana e credulona.

  • La tentazione dell'idolatria
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«Il culto delle sacre immagini è fondato sul mistero dell'Incarnazione del Verbo di Dio. Esso non è in opposizione al primo comandamento». (Catechismo 2141)

Nel determinare il primo comandamento il testo sacro precisa: «Non ti farai alcuna immagine» (Es 20,4). La precisione è fatta nel contesto dell'idolatria, che contrassegnava le religioni dell'epoca, cui il comandamento contrappone l'adorazione del Dio unico e trascendente. Il mondo e i suoi elementi sono opera sua. Come tali li trascende: Dio è «al di sopra di tutte le sue opere» (Sir 43,27-28). Nessuna può uguagliarlo, nessuna può prenderne il posto. Così il mondo e i suoi elementi sono desacralizzati. Non sono, non possono essere Dio. L'idolatria non smentisce solo l'unicità di Dio ma anche la trascendenza. Per l'idolatra la divinità s'immanentizza in qualcosa del mondo, che perciò è sacro e diventa idolo. L'idolo è il divino materializzato in qualcosa e nella sua raffigurazione visiva. È nella "statua" in cui prende corpo e forma – come il vitello d'oro per Israele – alla quale è diretta l'adorazione. Per questo la proibizione dell'idolatria comprende l'idolo e la sua immagine. Non così in una visione desacralizzata del mondo, che afferma la trascendenza di Dio, il solo santo, su ogni elemento del mondo. Dove ogni figura religiosa è semplicemente un'icona: una raffigurazione simbolica, non una cosa divina. La creatura umana non è puro spirito, è anche corpo e sentimento: ha bisogno di mediazioni simboliche. Il linguaggio religioso s'avvale del simbolo per dire il trascendente, l'ineffabile, altrimenti indicibile. La semantica del simbolo è ampia e diffusa per dire ciò che esorbita dalla realtà fisica. Chi non custodisce la figura d'un evento importante, non incornicia l'immagine di una persona amata? Esse hanno un ruolo evocativo, non certamente attuativo. Per questa funzione iconica la Chiesa si serve delle immagini e ne coltiva il culto. Essa insegna che «chi venera l'immagine, venera la realtà di chi in essa è riprodotto» (Concilio di Nicea) e che «l'onore tributato alle sacre immagini è una "venerazione rispettosa", non un'adorazione, che conviene solo a Dio» (2132).
  • don Mauro Cozzoli in Avvenire, dal 9 al 15 ottobre 2013
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » mar ott 22, 2013 2:32 pm


  • L'Anno della Fede. Credo la Chiesa, apostolica
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Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Quando recitiamo il Credo diciamo «Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica». Non so se avete mai riflettuto sul significato che ha l’espressione «la Chiesa è apostolica». Forse qualche volta, venendo a Roma, avete pensato all’importanza degli Apostoli Pietro e Paolo che qui hanno donato la loro vita per portare e testimoniare il Vangelo. Ma è di più. Professare che la Chiesa è apostolica significa sottolineare il legame costitutivo che essa ha con gli Apostoli, con quel piccolo gruppo di dodici uomini che Gesù un giorno chiamò a sé, li chiamò per nome, perché rimanessero con Lui e per mandarli a predicare (cfr Mc 3,13-19). “Apostolo”, infatti, è una parola greca che vuol dire “mandato”, “inviato”. Un apostolo è una persona che è mandata, è inviata a fare qualcosa e gli Apostoli sono stati scelti, chiamati e inviati da Gesù, per continuare la sua opera, cioè pregare – è il primo lavoro di un apostolo – e, secondo, annunciare il Vangelo. Questo è importante, perché quando pensiamo agli Apostoli potremmo pensare che sono andati soltanto ad annunciare il Vangelo, a fare tante opere. Ma nei primi tempi della Chiesa c’è stato un problema perché gli Apostoli dovevano fare tante cose e allora hanno costituito i diaconi, perché vi fosse per gli Apostoli più tempo per pregare e annunciare la Parola di Dio. Quando pensiamo ai successori degli Apostoli, i Vescovi, compreso il Papa poiché anch’egli è Vescovo, dobbiamo chiederci se questo successore degli Apostoli per prima cosa prega e poi se annuncia il Vangelo: questo è essere Apostolo e per questo la Chiesa è apostolica. Tutti noi, se vogliamo essere apostoli come spiegherò adesso, dobbiamo chiederci: io prego per la salvezza del mondo? Annuncio il Vangelo? Questa è la Chiesa apostolica! E’ un legame costitutivo che abbiamo con gli Apostoli. Partendo proprio da questo vorrei sottolineare brevemente tre significati dell’aggettivo “apostolica” applicato alla Chiesa.

1. La Chiesa è apostolica perché è fondata sulla predicazione e la preghiera degli Apostoli, sull’autorità che è stata data loro da Cristo stesso. San Paolo scrive ai cristiani di Efeso: «Voi siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù» (2, 19-20); paragona, cioè, i cristiani a pietre vive che formano un edificio che è la Chiesa, e questo edificio è fondato sugli Apostoli, come colonne, e la pietra che sorregge tutto è Gesù stesso. Senza Gesù non può esistere la Chiesa! Gesù è proprio la base della Chiesa, il fondamento! Gli Apostoli hanno vissuto con Gesù, hanno ascoltato le sue parole, hanno condiviso la sua vita, soprattutto sono stati testimoni della sua Morte e Risurrezione. La nostra fede, la Chiesa che Cristo ha voluto, non si fonda su un’idea, non si fonda su una filosofia, si fonda su Cristo stesso. E la Chiesa è come una pianta che lungo i secoli è cresciuta, si è sviluppata, ha portato frutti, ma le sue radici sono ben piantate in Lui e l’esperienza fondamentale di Cristo che hanno avuto gli Apostoli, scelti e inviati da Gesù, giunge fino a noi. Da quella pianta piccolina ai nostri giorni: così la Chiesa è in tutto il mondo.

2. Ma chiediamoci: come è possibile per noi collegarci con quella testimonianza, come può giungere fino a noi quello che hanno vissuto gli Apostoli con Gesù, quello che hanno ascoltato da Lui? Ecco il secondo significato del termine “apostolicità”. Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che la Chiesa è apostolica perché «custodisce e trasmette, con l’aiuto dello Spirito Santo che abita in essa, l’insegnamento, il buon deposito, le sane parole udite dagli Apostoli» (n. 857). La Chiesa conserva lungo i secoli questo prezioso tesoro, che è la Sacra Scrittura, la dottrina, i Sacramenti, il ministero dei Pastori, così che possiamo essere fedeli a Cristo e partecipare alla sua stessa vita. E’ come un fiume che scorre nella storia, si sviluppa, irriga, ma l’acqua che scorre è sempre quella che parte dalla sorgente, e la sorgente è Cristo stesso: Lui è il Risorto, Lui è il Vivente, e le sue parole non passano, perché Lui non passa, Lui è vivo, Lui oggi è fra noi qui, Lui ci sente e noi parliamo con Lui ed Egli ci ascolta, è nel nostro cuore. Gesù è con noi, oggi! Questa è la bellezza della Chiesa: la presenza di Gesù Cristo fra noi. Pensiamo mai a quanto è importante questo dono che Cristo ci ha fatto, il dono della Chiesa, dove lo possiamo incontrare? Pensiamo mai a come è proprio la Chiesa nel suo cammino lungo questi secoli – nonostante le difficoltà, i problemi, le debolezze, i nostri peccati - che ci trasmette l’autentico messaggio di Cristo? Ci dona la sicurezza che ciò in cui crediamo è realmente ciò che Cristo ci ha comunicato?

3. L’ultimo pensiero: la Chiesa è apostolica perché è inviata a portare il Vangelo a tutto il mondo. Continua nel cammino della storia la missione stessa che Gesù ha affidato agli Apostoli: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,19-20). Questo è ciò che Gesù ci ha detto di fare! Insisto su questo aspetto della missionarietà, perché Cristo invita tutti ad “andare” incontro agli altri, ci invia, ci chiede di muoverci per portare la gioia del Vangelo! Ancora una volta chiediamoci: siamo missionari con la nostra parola, ma soprattutto con la nostra vita cristiana, con la nostra testimonianza? O siamo cristiani chiusi nel nostro cuore e nelle nostre chiese, cristiani di sacrestia? Cristiani solo a parole, ma che vivono come pagani? Dobbiamo farci queste domande, che non sono un rimprovero. Anch’io lo dico a me stesso: come sono cristiano, con la testimonianza davvero? La Chiesa ha le sue radici nell’insegnamento degli Apostoli, testimoni autentici di Cristo, ma guarda al futuro, ha la ferma coscienza di essere inviata – inviata da Gesù – , di essere missionaria, portando il nome di Gesù con la preghiera, l’annuncio e la testimonianza. Una Chiesa che si chiude in se stessa e nel passato, una Chiesa che guarda soltanto le piccole regole di abitudini, di atteggiamenti, è una Chiesa che tradisce la propria identità; una Chiesa chiusa tradisce la propria identità! Allora, riscopriamo oggi tutta la bellezza e la responsabilità di essere Chiesa apostolica! E ricordatevi: Chiesa apostolica perché preghiamo – primo compito – e perché annunciamo il Vangelo con la nostra vita e con le nostre parole.
  • papa Francesco, mercoledì 16 ottobre 2013
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » mar ott 22, 2013 2:38 pm


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«L'ateismo, in quanto respinge o rifiuta l'esistenza di Dio, è un peccato contro il primo comandamento». (Catechismo 2140)

«Molti nostri contemporanei non percepiscono affatto o esplicitamente rigettano l'intimo e vitale legame con Dio, così che l'ateismo va annoverato fra le cose più gravi del nostro tempo» (Gaudium et spes 19). La svolta antropologica della modernità – che ha polarizzato l'attenzione sull'uomo – ha avuto come esito degenere l'allontanamento da Dio, che ha portato all'ateismo moderno. Quasi che l'emancipazione dell'uomo comporti la negazione di Dio. È ciò che hanno fatto credere il materialismo pratico, che costringe l'uomo, le sue aspirazioni e prospettive, nei confini del tempo e dello spazio; l'umanesimo ateo, che lo finalizza a se stesso, portandolo a considerarsi «unico artefice e demiurgo della propria storia» (Gs 19); il naturalismo antropologico, che lo priva di spiritualità, pensandolo come null'altro che materia ed energia. Queste distorsioni dell'umano distolgono l'uomo da Dio e diventano terreno di coltura dell'ateismo contemporaneo, caratterizzato dalla sua forma pervasiva, che lo fa diventare fenomeno di cultura e di costume. Questo risvolto culturale contribuisce all'evoluzione agnostica dell'ateismo odierno. L'agnosticismo ne è la forma debole, aproblematica. Non l'ateismo aggressivo e militante – l'ateismo prometeico – che combatte Dio e la religione. Neppure l'ateismo tragico di un'umanità e un mondo senza redenzione né speranza. Ma l'ateismo indifferente che ignora Dio, senza porsi questioni di senso o interrogativi di vita. L'ateismo scettico che diffida d'ogni rivelazione e segno di presenza di Dio. L'ateismo di un mondo obeso e consumista (consumer society), dove «la nave – la metafora è di Kierkegaard – è in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono non è più la rotta ma ciò che mangeremo domani». Ateismo e agnosticismo sono peccati ed insieme "strutture di peccato", per lo spessore culturale che assumono e l'habitat sfavorevole e avverso alla religione e alla fede cui danno luogo. Strutture e a habitat cui contribuisce non poco l'opacità di vita dei credenti.

  • Libertà religiosa, non relativismo
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«L'uomo deve poter professare liberamente la religione sia in forma privata che pubblica» (Catechismo 2137).

Il dovere dell'uomo di aprirsi a Dio e professare la propria fede è principio e fondamento del diritto alla libertà religiosa. A tale obbligo egli non può soddisfare se non gode della libertà da coazione e di azione. Di qui il diritto a non essere impedito e a fruire dei necessari "spazi" di operatività. Diritto autorevolmente sancito dal Concilio Vaticano II, nella Dichiarazione Dignitatis humanae sulla libertà religiosa: «Il contenuto di una tale libertà è che gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte dei singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potere umano, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità ad essa: privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata». Con questo non viene avallato alcun indifferentismo e relativismo religioso. «La libertà religiosa – osserva Benedetto XVI – non comporta che tutte le religioni siano uguali». Il Concilio non fonda infatti il diritto alla libertà religiosa su una inesistente uguaglianza tra le religioni, ma «sulla dignità della persona umana». Dignità di soggetto dotato d'intelligenza, che lo apre alla conoscenza della verità di Dio e del valore religioso della vita; e di volontà, che la fa propria e l'adempie. Impedire questo conoscere e volere è violare la dignità della persona in un suo diritto fondamentale e primario. Soggetto del dovere correlativo al diritto di libertà religiosa è ogni altro individuo o gruppo sociale. È in special modo la comunità politicamente istituita, chiamata a riconoscerlo nell'ordinamento giuridico come un diritto civile. La libertà religiosa non è solo il diritto a non essere impediti, ma anche a essere favoriti in ogni ambito d'espressione e d'esercizio. Non solo in forma individuale e privata ma anche sociale e pubblica. Perché la religione ha una dimensione e un vissuto comunitario, ecclesiale. E per i contributi che essa dà allo sviluppo culturale, sociale, economico e politico della società.

  • Tra Dio e l'uomo un dialogo intimo
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«Il secondo comandamento prescrive di rispettare il nome del Signore. Il nome del Signore è santo» (Catechismo 2161).

«Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio» (Es 20,7; Dt 5,11) è l'esigenza enunciata dal secondo comandamento. Nella Bibbia il nome esprime la persona, la sua identità, il suo essere. Così che rispettare e aver cura del nome è riverire e aver riguardo della persona. Vilipendere e diffamare il nome è oltraggiare la persona. Il nome di Dio è santo, perché egli è il Santo. Ne evoca il Mistero infinito ed eterno, inaccessibile e ineffabile. Così che al suo nome va un religioso rispetto. L'uomo non deve pronunciarlo in modo irriverente e abusivo. Deve custodirlo nella memoria «in un silenzio di adorazione piena d'amore» (2143). E non pronunciarlo che per benedirlo, lodarlo e glorificarlo. Dire Dio è dire la Trinità delle divine Persone. Il cui nome non ci sta semplicemente davanti, offerto alla contemplazione e alla lode. È un nome "per noi": aperto alla nostra partecipazione. Battezzato "nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo", il cristiano è fatto partecipe della comunione trinitaria che tale nome esprime. Iniziare "nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo" la giornata, la preghiera, un'attività è porle e compierle nell'economia di grazia che la Trinità dischiude per noi. «Nel Battesimo il nome del Signore santifica l'uomo e il cristiano riceve il proprio nome nella Chiesa» (2156). Di qui il carattere dialogico del rapporto dell'uomo con Dio: relazione "da nome a nome". «Dio chiama ciascuno per nome» (2167), espressione del suo incontrarci personalmente, nell'unicità e irripetibilità del nostro volto. Non siamo cose o numeri al cospetto di Dio. Vale per ciascuno ciò che Dio dice di Israele: «Io ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni» (Is 43,1). L'essere conosciuto e chiamato per nome da Dio è principio di quel rapporto filiale che porta l'uomo a chiamare Dio per nome: il nome di Padre, insegnato da Gesù (Mt 6,9) e suggerito dallo Spirito Santo (cf Rm 8,14-15). Un chiamare insieme confidente e pur sempre riverente.

  • Blasfema la guerra in nome di Dio
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«Il secondo comandamento proibisce ogni uso sconveniente del nome di Dio» (Catechismo 2162).

Col nome di Dio il comandamento proibisce l'abuso del nome di Gesù Cristo, della Vergine Maria e dei Santi. È proibita anzitutto la bestemmia, che ne usa il nome in modo ingiurioso, con epiteti espressamente oltraggiosi, ma anche con parole di offesa, di odio, di riprovazione, di rifiuto, di sfida. La bestemmia è anche in un fare pretestuoso e insolente in nome di Dio, la cui espressione limite è il male compiuto in suo nome. Dio è la verità e il bene. È irragionevole pensare che egli comandi cose insensate e cattive. È blasfemo attribuirle al suo volere. In particolare è blasfemo uccidere, torturare, compiere atti terroristici, dichiarare e combattere guerre in nome di Dio. Non ci sono guerre sante. Il male non è mai santo. Chi lo compie è malvagio e lontano da Dio. «Tu – confida il salmista – non sei un Dio che si compiace del male; presso di te il malvagio non trova dimora» (Sal 5,5). Forme di bestemmia sono anche le imprecazioni, con cui s'inveisce contro Dio, e l'uso magico del nome di Dio. Abusivi e offensivi del nome di Dio sono inoltre il falso giuramento e lo spergiuro. «Giurare è prendere Dio come testimone di ciò che si afferma. È invocare la veracità divina a garanzia della propria veracità. Il giuramento impegna il nome del Signore» (2163). Non si può che giurare il vero. Giurare il falso è chiamare Dio a testimone di una menzogna. Questo è sfruttare Dio a proprio tornaconto. Il giuramento impegna il soggetto nel farlo e nel mantenerlo. Pronunciarlo con l'intenzione di non adempierlo o non tenendo poi fede a esso è compiere uno spergiuro. Ad evitare gli spergiuri, Gesù ha esortato a «non giurare affatto» (Mt 5,34). La Tradizione della Chiesa – seguendo san Paolo (cf 2Cor 1,23; Gal 1,20) – ha inteso la parola di Gesù non contraria al giuramento, quando viene fatto per qualcosa d'importante e di grave e non si faccia ricorso a esso di frequente e per cose futili. La verità obbliga per se stessa, prima d'ogni giuramento. «Il vostro parlare – esorta Gesù – sia "sì, sì", "no, no"» (Mt 5,37).

  • Il giorno della Nuova Alleanza
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«Il terzo comandamento del Decalogo ricorda la santità del sabato. Il culto domenicale è il compimento del precetto morale dell'Antica Alleanza» (Catechismo 2168. 2176).

Il terzo comandamento richiama il dovere di santificare «il settimo giorno», che «il Signore ha benedetto e dichiarato sacro» (Es 20,11): il sabato nell'Antica Alleanza. In esso Israele fa memoria della creazione, del suo compimento (cf Es 20,11). E insieme della Pasqua Antica: la liberazione dalla schiavitù d'Egitto. Giorno del culto, celebrato nella lode piena di gratitudine al Signore e nella rinnovata fedeltà all'alleanza. Il «settimo giorno» diventa la domenica nella Nuova Alleanza: il dies dominicus, il giorno del Signore, il Risorto. In esso il nuovo Israele fa memoria della Pasqua di Cristo e della nuova creazione iniziata con la sua risurrezione. Novità donata e accolta come liberazione dal peccato e dalla morte. E che fa di tutti i «viventi in Cristo» (Rm 6.11) il popolo della Nuova Alleanza, la Chiesa. Chiamata anch'essa a santificare il giorno del Signore, attraverso un «culto santo e gradito a Dio» (Rm 12,1), che ha nell'Eucaristia la sua più alta espressione e nella parrocchia il suo primo «spazio» di coltivazione e celebrazione. L'Eucaristia è il memoriale della Pasqua, in cui Gesù ha racchiuso sacramentalmente il sacrificio della croce e che la liturgia della Messa rende presente e attuale in ogni celebrazione. In modo speciale e solenne nel giorno del suo compimento glorioso nella risurrezione: la domenica. Per questo la Chiesa fa obbligo a ogni cristiano di prendere parte alla celebrazione eucaristica domenicale, che «sta al centro della vita della Chiesa» (2177). Non sentire questo dovere è scadere in un vissuto profano del tempo e irriconoscente del dono di Dio. Il cristiano lo percepisce e l'assolve in modo non meramente individuale ma comunitario: come con-vocazione – con tutti i fratelli e le sorelle nella fede che dimorano nello stesso spazio di vita – intorno alla mensa eucaristica, in quel «luogo» di condivisione e crescita nella vita di fede e di grazia che è la parrocchia.

  • Quarto: liberiamo la domenica
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«L'istituzione del giorno del Signore contribuisce a dare a tutti la possibilità di godere di sufficiente riposo e tempo libero che permetta loro di curare la vita familiare, culturale, sociale e religiosa» (Catechismo 2184).

Il culto a Dio è il primo modo di santificare il giorno del Signore. Il secondo è il riposo dal lavoro: «Il settimo giorno – recita il comandamento – vi sarà riposo assoluto, sacro al Signore» (Es 31,15). La motivazione è teologica: «Perché il Signore in sei giorni ha fatto il cielo e la terra, ma nel settimo ha cessato e si è riposato» (Es 31,17). L'agire di Dio è esemplare e vincolante: come Dio, anche l'uomo deve ritmare lavoro e riposo, dedicando a questo il sabato; che, con la Risurrezione di Cristo, diventa la domenica. Il riposo non è un tempo vuoto e ozioso. È un tempo libero per Dio, per se stessi e per gli altri. Per Dio, perché libera spazi per il culto, la preghiera, la partecipazione alla vita liturgica ed ecclesiale. Per se stessi, perché consente di ritrovare quell'unità interiore e quelle energie fisiche, emotive e spirituali che le fatiche e le ansie del lavoro tendono a logorare. Consente quei tempi di silenzio, raccoglimento, riflessione, studio che nutrono l'anima, alimentando ragioni di vita e di speranza. Il riposo è un tempo libero per gli altri. Per la famiglia e i parenti anzitutto, prestando loro quelle attenzioni che i giorni di lavoro non consentono. E in particolare per coloro che sono nel bisogno: «Dalla pietà cristiana la domenica è tradizionalmente consacrata alle opere di bene e agli umili servizi di cui necessitano i malati, gl'infermi, gli anziani» (2186). In una società che commercializza il tempo libero, il rischio è di trasformare la Domenica in un giorno più occupato e logorante degli altri. Non solo inducendo a un consumo ludico, massivo e stressante del tempo di riposo. Ma anche costringendo a un lavoro festivo non più ristretto a servizi indispensabili, ma sempre più allargato a servizi superflui, come l'apertura domenicale di mercati e negozi. Di qui l'esigenza di richiamare al rispetto del riposo domenicale, non meno doveroso del lavoro feriale.
  • don Mauro Cozzoli in Avvenire, dal 16 al 22 ottobre 2013
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun ott 28, 2013 9:35 am


  • L'Anno della Fede. Maria immagine e modello della Chiesa
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Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Continuando le catechesi sulla Chiesa, oggi vorrei guardare a Maria come immagine e modello della Chiesa. Lo faccio riprendendo un’espressione del Concilio Vaticano II. Dice la Costituzione Lumen gentium: «Come già insegnava Sant’Ambrogio, la Madre di Dio è figura della Chiesa nell’ordine della fede, della carità e della perfetta unione con Cristo» (n. 63).

1. Partiamo dal primo aspetto, Maria come modello di fede. In che senso Maria rappresenta un modello per la fede della Chiesa? Pensiamo a chi era la Vergine Maria: una ragazza ebrea, che aspettava con tutto il cuore la redenzione del suo popolo. Ma in quel cuore di giovane figlia d’Israele c’era un segreto che lei stessa ancora non conosceva: nel disegno d’amore di Dio era destinata a diventare la Madre del Redentore. Nell’Annunciazione, il Messaggero di Dio la chiama “piena di grazia” e le rivela questo progetto. Maria risponde “sì” e da quel momento la fede di Maria riceve una luce nuova: si concentra su Gesù, il Figlio di Dio che da lei ha preso carne e nel quale si compiono le promesse di tutta la storia della salvezza. La fede di Maria è il compimento della fede d’Israele, in lei è proprio concentrato tutto il cammino, tutta la strada di quel popolo che aspettava la redenzione, e in questo senso è il modello della fede della Chiesa, che ha come centro Cristo, incarnazione dell’amore infinito di Dio. Come ha vissuto Maria questa fede? L’ha vissuta nella semplicità delle mille occupazioni e preoccupazioni quotidiane di ogni mamma, come provvedere il cibo, il vestito, la cura della casa... Proprio questa esistenza normale della Madonna fu il terreno dove si svolse un rapporto singolare e un dialogo profondo tra lei e Dio, tra lei e il suo Figlio. Il “sì” di Maria, già perfetto all’inizio, è cresciuto fino all’ora della Croce. Lì la sua maternità si è dilatata abbracciando ognuno di noi, la nostra vita, per guidarci al suo Figlio. Maria è vissuta sempre immersa nel mistero del Dio fatto uomo, come sua prima e perfetta discepola, meditando ogni cosa nel suo cuore alla luce dello Spirito Santo, per comprendere e mettere in pratica tutta la volontà di Dio. Possiamo farci una domanda: ci lasciamo illuminare dalla fede di Maria, che è nostra Madre? Oppure la pensiamo lontana, troppo diversa da noi? Nei momenti di difficoltà, di prova, di buio, guardiamo a lei come modello di fiducia in Dio, che vuole sempre e soltanto il nostro bene? Pensiamo a questo, forse ci farà bene ritrovare Maria come modello e figura della Chiesa in questa fede che lei aveva!

2. Veniamo al secondo aspetto: Maria modello di carità. In che modo Maria è per la Chiesa esempio vivente di amore? Pensiamo alla sua disponibilità nei confronti della parente Elisabetta. Visitandola, la Vergine Maria non le ha portato soltanto un aiuto materiale, anche questo, ma ha portato Gesù, che già viveva nel suo grembo. Portare Gesù in quella casa voleva dire portare la gioia, la gioia piena. Elisabetta e Zaccaria erano felici per la gravidanza che sembrava impossibile alla loro età, ma è la giovane Maria che porta loro la gioia piena, quella che viene da Gesù e dallo Spirito Santo e si esprime nella carità gratuita, nel condividere, nell’aiutarsi, nel comprendersi. La Madonna vuole portare anche a noi, a noi tutti, il grande dono che è Gesù; e con Lui ci porta il suo amore, la sua pace, la sua gioia. Così la Chiesa è come Maria: la Chiesa non è un negozio, non è un’agenzia umanitaria, la Chiesa non è una ONG, la Chiesa è mandata a portare a tutti Cristo e il suo Vangelo; non porta se stessa – se piccola, se grande, se forte, se debole, la Chiesa porta Gesù e deve essere come Maria quando è andata a visitare Elisabetta. Cosa le portava Maria? Gesù. La Chiesa porta Gesù: questo è il centro della Chiesa, portare Gesù! Se per ipotesi, una volta succedesse che la Chiesa non porta Gesù, quella sarebbe una Chiesa morta! La Chiesa deve portare la carità di Gesù, l’amore di Gesù, la carità di Gesù. Abbiamo parlato di Maria, di Gesù. E noi? Noi che siamo la Chiesa? Qual è l’amore che portiamo agli altri? É l’amore di Gesù, che condivide, che perdona, che accompagna, oppure è un amore annacquato, come si allunga il vino che sembra acqua? È un amore forte, o debole tanto che segue le simpatie, che cerca il contraccambio, un amore interessato? Un’altra domanda: a Gesù piace l’amore interessato? No, non gli piace, perché l’amore deve essere gratuito, come il suo. Come sono i rapporti nelle nostre parrocchie, nelle nostre comunità? Ci trattiamo da fratelli e sorelle? O ci giudichiamo, parliamo male gli uni degli altri, curiamo ciascuno il proprio “orticello”, o ci curiamo l’un l’altro? Sono domande di carità!

3. E brevemente un ultimo aspetto: Maria modello di unione con Cristo. La vita della Vergine Santa è stata la vita di una donna del suo popolo: Maria pregava, lavorava, andava alla sinagoga… Però ogni azione era compiuta sempre in unione perfetta con Gesù. Questa unione raggiunge il culmine sul Calvario: qui Maria si unisce al Figlio nel martirio del cuore e nell’offerta della vita al Padre per la salvezza dell’umanità. La Madonna ha fatto proprio il dolore del Figlio ed ha accettato con Lui la volontà del Padre, in quella obbedienza che porta frutto, che dona la vera vittoria sul male e sulla morte. É molto bella questa realtà che Maria ci insegna: l’essere sempre uniti a Gesù. Possiamo chiederci: ci ricordiamo di Gesù solo quando qualcosa non va e abbiamo bisogno, o il nostro è un rapporto costante, un’amicizia profonda, anche quando si tratta di seguirlo sulla via della croce? Chiediamo al Signore che ci doni la sua grazia, la sua forza, affinché nella nostra vita e nella vita di ogni comunità ecclesiale si rifletta il modello di Maria, Madre della Chiesa. Così sia!
  • papa Francesco, mercoledì 23 ottobre 2013
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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