All'ombra del sicomoro...

Riflessi di lago, specchio di un’anima…

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven set 16, 2011 8:02 am


  • Somalia, l'odissea infinita dei profughi
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Amina è sfinita, arranca come una bestia agonizzante. Da lontano due operatori dell’Unicef le corrono incontro. Alla loro vista lei inaspettatamente accelera il passo sollevando la sabbia rossastra su cui dardeggia un sole spietato. Avvolto in un cencio c’è Osman, un mucchio di ossicini che non si muovono più. Il piccolo profugo ha sei mesi. Forse gli ultimi della sua vita.

A Dollow ogni mattina è così. I rifugiati arrivano a piedi dopo giorni di marcia, in fuga da villaggi senza un domani. Alcuni si fermano da questa parte del fiumiciattolo che segna il confine con l’Etiopia. Altri proseguono ancora per tre chilometri, entrando nei campi etiope di Dollo Ado.

Dollow era una roccaforte dei miliziani fondamentalisti, quasi 500 chilometri a ovest di Mogadiscio. Negli ultimi giorni, però, al-Shabaab ha lasciato in pace profughi e convogli umanitari. Tanto a torturarli ci pensano il deserto somalo e le sue sadiche insidie. Per la verità gli shabaab, o ciò che resta di alcune loro fazioni, si stanno riciclando. A Dollow fanno finta di non riconoscerli quando a bordo dei fuoristrada attraversano la via del mercato. Sanno tutti che quando una pista polverosa viene bloccata da un tronco d’albero, è perché gli shabaab, "i giovani", pretendono un "pedaggio".

Hamed Hassan ha 20 anni e nessuna speranza. «La Somalia non cambierà mai. I politici mentono, non c’è futuro». Per alcuni mesi era stato arruolato forzatamente in una milizia fondamentalista. «Non ho mai sparato – assicura – né ucciso nessuno. Loro mi ripetevano che la Somalia ci appartiene, e che il governo di Mogadiscio non conta nulla, perché a comandare sono gli infedeli, gli americani e i loro amici sauditi». Hamed, che l’inglese lo parla proprio perché un giorno vorrebbe vivere in America, non ha mai ceduto ai lavaggi del cervello. Fino a quando un giorno è riuscito a disertare. «Dal mio villaggio – racconta – siamo partiti in venti. Siamo arrivati in dodici. Alcuni vecchi sono morti di caldo e di sete». Una madre aveva quattro bambini piccoli, due gli si sono spenti tra le braccia. «Non abbiamo avuto tempo per seppellirli bene. Troppa la paura che gli shabaab potessero raggiungerci. Mentre ci allontanavamo abbiamo visto un branco di iene lanciarsi verso i corpicini».

Come molte altre, anche Amina era in compagnia di sole donne. A casa hanno lasciato i mariti e i figli adolescenti, impegnati a salvare il bestiame o arruolati in una qualche milizia. I signori della guerra sono l’unico ufficio di collocamento che a Mogadiscio non ha mai chiuso. Alcune fuggiasche hanno spiegato che il bestiame può salvare la famiglia. I ribelli filo-qaedisti impongono ai somali di contribuire in qualche modo alla causa antigovernativa. Regalare agli shabaab il bestiame può bastare a evitare l’arruolamento forzato.

Il numero dei rifugiati nei quattro campi di Dollo Ado ha ormai superato i 120 mila. Quasi 80 mila somali sono arrivati solo quest’anno, in gran parte tra giugno e luglio. Il nuovo esodo ha indotto l’Acnur e il governo etiopico ad aprire altri due insediamenti da ventimila posti. Eppure nell’ultima settimana vi è stato un significativo calo degli afflussi: dai 2 mila si è scesi ai circa 300 al giorno. E non è una buona notizia. Gli accessi alla regione sono presidiati dalla milizie fondamentaliste che stanno costringendo le colonne di fuggiaschi a ritornare nelle loro case, dove ad attenderli c’è la carestia e altre minacce dei militanti. Chiuse le vie di terra, non resta che tentare la traversata del golfo di Aden, verso le coste dello Yemen. I contrabbandieri hanno fiutato l’affare, così hanno messo in moto una flotta di barcacce: con il viaggio di andata scaricano carne umana, con quello di ritorno merce di contrabbando.

L’Etiopia ospita complessivamente oltre 260 mila rifugiati, di cui circa 180 mila somali, 50 mila eritrei e 26 mila sudanesi. Lo stato di salute di quanti arrivano a Dollow e Dollo Ado continua a essere precario. Una micidiale combinazione di denutrizione e morbillo sta falcidiando i bimbi dei campi. Adrian Edwards, portavoce dell’Acnur, spiega che il morbillo è il principale sospettato per la morte di 11 bambini. D’accordo con i genitori, tutti coloro che hanno meno di 15 anni di età vengono vaccinati per scongiurare una epidemia letale.

Non lontano da Dollow passano le piste che si dirigono verso l’estremo sud somalo. L’addio alla propria terra i profughi diretti in Kenia solitamente lo sospirano da Dobley, ultima cittadina somala prima del confine. Da qui Mogadiscio è un incubo, il Kenya un miraggio. Adnan Dassir Hassen è un po’ il sindaco e un po’ il capotribù. Amministra il remoto villaggio di case basse e scalcinate. Toccherebbe a lui smistare in qualche modo le dozzine di carovane stipate su camion, oppure in arrivo dopo giorni di marcia.

L’afflusso di esseri umani sopravvissuti alla fame e ai perigli dell’avventuroso tragitto per Hassan e la sua gente è però impossibile da governare. «Sono nostri connazionali, hanno bisogno di cibo e medicine, ma non ne abbiamo neanche per noi». Più che a riacquistare energie, raggiungere Dobley serve a ritrovare la speranza. Il villaggio, che gli shabaab hanno salutato quasi demolendolo a colpi di mortaio poco prima della tutt’altro che rassicurante "ritirata strategica", è perlustrato notte e giorno dai militari del governo transitorio. Quanto basta per potersi fermare almeno una notte senza temere la rincorsa di banditi, di predoni o di bande di miliziani allo sbando. Poi la colonna di assetati scenderà per almeno tre giorni nel girone infernale che solo ai più forti e ai più fortunati permetterà di vederlo davvero il confine keniota, le casacche azzurre dell’Onu e una scodella finalmente piena.

«Facciamo il possibile per dar loro qualcosa da mangiare e da bere – va ripetendo il sindaco Adnan Dassir Hassen. – Non mi piace vedere somali andar via così, proprio adesso che gli shabaab sono fuggiti. Ma restare vuol dire solo morire».

Anche dentro alle tende di Dadaab c’è chi è scappato non per fame, ma per non finire costretto a unirsi ad al-Shabaab, insieme a chi dalle colonne di fondamentalisti invece è riuscito a fuggire. Dadaab è da vent’anni la terra promessa dell’esodo somalo. Nei tre campi di Dagahaley, Hagadera e Ifo, si contano quasi mezzo milione di rifugiati. Entro la fine dell’anno potrebbero raddoppiare. La tendopoli si estende per un’area vasta quanto Milano. La vita non è facile e non c’è posto per tutti. Si calcola che oltre 50 mila persone vivano sparpagliate fuori dal perimetro. Esiliati due volte: cacciati dalla propria terra e fuoriusciti dalla giurisdizione delle agenzie Onu. Alla mercé di qualunque balordo. Quando varcano il confine, i profughi vengono accolti da operatori Onu o dai volontari delle Ong. Ricevono le prime cure, un paio di ciabatte, qualche indumento, un sorso d’acqua, biscotti energetici e un pasto caldo.

Ogni volta la stessa domanda: «Quando potremo tornare?». La risposta è sempre uguale, da vent’anni: «Insciallah», quando Dio vorrà.
  • Nello Scavo




La presidenza della CEI, a nome dei Vescovi italiani, ha lanciato una colletta nazionale con una raccolta straordinaria per domenica 18 settembre 2011, al fine di sollecitare le comunità cristiane e tutti gli uomini di buona volontà ad esprimere fattivamente solidarietà alle popolazioni colpite dalla siccità attraverso gli interventi di Caritas Italiana in collaborazione con le Caritas locali che da mesi sono mobilitate per rispondere ai bisogni.

Le offerte raccolte dovranno essere integralmente inviate con sollecitudine a Caritas Italiana, Via Aurelia 796 - 00165 Roma utilizzando il conto corrente postale n. 347013 o mediante bonifico bancario su UniCredit Banca di Roma SpA, via Taranto 49, Roma – Iban: IT 50 H 03002 05206 000011063119 specificando nella causale "Carestia Corno d'Africa 2011".

Per altre offerte, è anche possibile utilizzare i seguenti canali:
  • Intesa Sanpaolo, via Aurelia 796, Roma
    Iban IT 19 W 03069 05092 100000000012

    Banca Popolare Etica, via Parigi 17, Roma
    Iban IT 29 U 05018 03200 000000011113

    Carte di credito telefonando a
    Caritas Italiana tel. 06.66177001 in orario d'ufficio
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven set 23, 2011 9:15 am


  • In missione nel profondissimo est
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Fuori il sole è ancora alto, d'estate, ma alle otto di sera le strade sono già semideserte. Siamo a Chemnitz, Theater Strasse 29, in un vecchio palazzo appena ristrutturato che sa ancora di calce fresca. Delle famiglie neocatecumenali ciò che più ti colpisce, quando le vedi insieme come questa sera, sono i figli: sei coppie, ciascuna con nove o dodici o anche quattordici ragazzi. In tutto sono una settantina, adolescenti o da poco sposati. E guardi le loro facce, i loro occhi lucenti, e pensi: che meraviglia, e che ricchezza abbiamo perso, noi europei del figlio unico, mentre da una stanza accanto arriva perentorio lo strillo di uno dei primi nipoti.

Commuove, la piccola folla di ragazzi cristiani stasera a Chemnitz, ex Karl-Marx-Stadt. Perché in quest’angolo di ex Repubblica Democratica Tedesca la civiltà nacque, nell’anno 1136, da un pugno di monaci benedettini, che fondarono un’abbazia; e si erano portati dietro delle famiglie cristiane che vivevano attorno al convento e disboscavano le foreste, per farne terra da coltivare; e anche quelle famiglie avevano una decina di figli ciascuna.

Che la storia possa ricominciare, quando sembra finita? Te lo domandi in questa città silenziosa e spenta, dove un abitante su quattro è vecchio, e spesso solo, e soli sono i figli unici di famiglie disfatte. La gente di qui si volta a guardare, se una famiglia neocatecumenale esce con anche solo una metà dei suoi figli. E se un compagno di scuola capita a casa a pranzo, incredulo fotografa con il cellulare la folta tavolata.

La missione "ad gentes" di Chemnitz, composta di due comunità, ciascuna accompagnata da un sacerdote, è formata da due famiglie italiane, due spagnole, una tedesca e una austriaca. I padri, in patria, avevano un lavoro sicuro. Negli anni ’80 partirono per la prima missione. Li mandò il fondatore del Cammino neocatecumenale Kiko Arguello, accogliendo un desiderio di Giovanni Paolo II: cristiani che riportassero il Vangelo nelle periferie delle metropoli occidentali. Andrea Rebeggiani, professore di latino e greco, lasciò con la moglie e i primi cinque figli la sua casa a Spinaceto, periferia sud di Roma, e approdò nel marzo 1987 in una Hannover sommersa da una tempesta di neve. Anche Benito Herrero, ricco avvocato catalano, abbandonò tutto e venne qui, a studiare tedesco alle scuole serali assieme ai profughi curdi.

E già era una straordinaria avventura. Ma nel 2004 il Cammino neocatecumenale ideò un altro passo: famiglie accompagnate da un sacerdote si sarebbero trasferite nelle città più scristianizzate, semplicemente per stare tra la gente ed essere il segno di un’altra vita possibile. Una struttura, in sostanza, benedettina. Il vescovo di Dresda, Joachim Friedrich Reinelt, invitò i neocatecumenali a Chemnitz, della ex DDR forse la frontiera più dura. E di nuovo queste famiglie partirono. Non solo i genitori, ma anche i figli, liberamente, uno per uno. "Avevamo solo cinque o sei anni quando abbiamo lasciato il nostro paese", spiega oggi Matteo, figlio di Andrea. Ora siamo grandi, questa volta è la nostra missione".

Difficile la vita a Chemnitz, in questa provincia povera che sa ancora di DDR, per dei ragazzi cresciuti all’Ovest. Qualcuno soffre, se ne va. Poi, quasi sempre, ritorna. Dura la vita dei padri, di nuovo in cerca di lavoro a cinquant’anni. Se lo stipendio non basta, si vive degli assegni familiari del welfare tedesco e dell’aiuto delle comunità neocatecumenali di provenienza. Con le quali il legame è forte. In patria, per queste famiglie le comunità recitano costantemente il rosario. In estate mandano qui i ragazzi, a fare la missione cittadina: un’esplosione di allegria per le solitarie vie di Chemnitz, da quei gruppi di adolescenti romani o spagnoli.

Discussioni alla porte del cimitero: "Sapete che le ossa dei vostri morti risorgeranno, un giorno?". I più, della gente di Chemnitz, alzano le spalle e se ne vanno: "Soprattutto i vecchi, sembrano non tollerare di sentire parlare di Dio". Ma la vera missione, dice l’avvocato Herrero, "è essere qui". Qui nella vita quotidiana, dietro ai banchi o al lavoro, tra gente che ti guarda e non capisce, che domanda e si stupisce; scontrosa, diffidente, impaurita. Essere qui: come Maria, 27 anni, maestra in un asilo dove tanti genitori sono già divisi, e testimoniare di una famiglia in cui ci si vuole bene per sempre.

Come uno dei ragazzi spagnoli, barista d’estate in una gelateria: ha incuriosito il proprietario, che una sera è venuto a sentire la catechesi, e poi è ritornato. Piccolissimi numeri: ma non c’è smania di proselitismo in questa gente. Già lieti d’essere qui: "La missione prima di tutto educa noi e i nostri figli all’umiltà. Non siamo dei superman, ma uomini come gli altri, fragili e paurosi". Paurosi? Ci vuole un coraggio da leoni per lasciare tutto e con una nidiata di bambini partire per un paese sconosciuto.

Da dove viene il coraggio? "Dio – ti rispondono – chiede all’uomo ciò che ha di più caro, proprio come lo chiese ad Abramo, che offrì suo figlio Isacco. Ma se offri tutto a Dio, scopri che lui ti dona molto di più. Ed è fedele, e non ti abbandona". Quante storie, fra questi cristiani che invecchiano lietamente in una corte di figli e nipoti. C’è il professore ex sessantottino che a trent’anni si sentiva finito e disilluso, e ora ha 9 figli e 7 nipoti, più 3 in arrivo. C’è l’informatico che da adolescente ha sofferto dell’abbandono del padre, e ha perso la fede; e sa cosa possono avere in testa questi ragazzi di Chemnitz, con i loro affetti divisi. Ragazzi che invidiano i suoi figli: "Che fortuna – ci dicono spesso – voi tornate da scuola e mangiate tutti assieme. Noi mangiamo soli, o con il gatto". In un lampo di nostalgia di una famiglia vera.

"Ci sono segni capaci di toccare anche il cuore dei più lontani – dice Fritz Preis, da Vienna – e noi siamo qui per portarli a questa gente". Ma quale motore spinge un così sbalorditivo lasciare ogni certezza? "Io ho fatto tutto questo per gratitudine", risponde l’avvocato catalano. "Gratitudine per mia moglie, per i figli, per la vita, per tutto quello che Dio mi ha dato".

Taci, perché un cristiano "normale", già in affanno con i suoi pochi figli nel suo paese, resta muto davanti alla fede di queste famiglie; testimoni di un Dio che chiede tutto, ma dà molto più di quanto ha ricevuto. Taci, davanti alla serenità delle quattro sorelle laiche che assistono le famiglie nelle necessità quotidiane: "Io volevo semplicemente mettermi al servizio di Dio", dice Silvia, romana, con un sorriso che trovi raramente nelle nostre città. Le vedranno, queste facce, questa singolare letizia, qui, dove non credono più in niente? Quando i neocatecumenali spiegano che sono venuti da Roma e Barcellona, per annunciare che Cristo è risorto, la gente di Chemnitz si ritrae turbata, come disturbata in un sonno pesante. Talvolta rispondono: "Vorremmo crederci, ma non ne siamo capaci".

Due generazioni senza Dio sono tante, per la memoria degli uomini. Ma quando, un giorno, alcuni dei figli del professor Rebeggiani si sono messi a cantare dal balcone di casa – per la pura gioia di farlo – l’antico canto "Non nobis Domine sed nomini tuo da gloriam", i vicini si sono affacciati, e sono rimasti ad ascoltare. E una vedova ha chiesto ai ragazzi di cantare lo stesso canto al cimitero, in memoria del marito morto. Così è stato, e fra i presenti uno è si è avvicinato, alla fine: "Da tanto tempo – ha detto – non sentivo qualcosa che mi desse una speranza".

Chissà, ti chiedi, se anche per quel pugno di monaci benedettini e di laici arrivati qui nel 1136 non sia cominciata così: con lo stupore di uomini che intravedevano in loro una bellezza, e ne provavano una misteriosa nostalgia.
  • Marina Corradi
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Messaggio da miriam bolfissimo » mer set 28, 2011 2:46 pm


  • Non è tempo per i tiepidi. La Chiesa chiede una fede rinnovata
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Così vicino e così lontano. Durante la sua visita in Germania Benedetto XVI ha posto la questione di Dio al centro delle questioni che tormentano l’uomo, parlando alla mente e al cuore di ogni persona di buona volontà. Non a caso ha voluto ricordare ai suoi connazionali la frase di un grande pensatore cattolico tedesco, Romano Guardini: «Solo chi conosce Dio conosce l’uomo». In questo modo Papa Ratzinger si è fatto straordinariamente vicino alla gente, ai tanti che sono accorsi per vederlo e per ascoltarlo. Ha però evitato di scendere sul terreno equivoco e scivoloso dove lo attendevano i suoi avversari, dentro e fuori la Chiesa, pronti a soppesare col bilancino della saccenza e del pregiudizio le risposte che obbligatoriamente dovevano essere loro date. Benedetto XVI è apparso più che mai lontano da questo tipo di preoccupazioni, lontano dagli stereotipi caricaturali del pastore arcigno e ultra-conservatore atteso alla prova del fuoco.

Fin dal primo giorno il Papa ha spiazzato i critici di casa sua, costretti a riconoscere nel discorso pronunciato al Bundestag di Berlino un capolavoro di saggezza umana e cristiana. Ha sorpreso i protestanti ad Erfurt con l’elogio della figura di Lutero, il monaco che cercava il Dio misericordioso. E alla fine, nella cattolica Friburgo, ha creato sconcerto perfino tra i suoi, dicendo di preferire l’intelligenza afflitta dal dubbio dei non credenti rispetto alla povertà spirituale dei «fedeli di routine che nella Chiesa vedono ormai soltanto l’apparato». Parlando ai giovani, riuniti in una suggestiva veglia di preghiera sabato sera, ha fatto notare che «il danno per la Chiesa non viene dai suoi avversari, ma dai cristiani tiepidi». Una riflessione proseguita nell’omelia della messa di domenica e culminata nel discorso alla Konzerthaus dove si è rivolto ai laici impegnati nelle diverse associazioni e attività.

Ancora una volta è la questione di Dio che il Papa-teologo rimette al centro. Coloro che pensano di rilanciare il messaggio cristiano affidandosi a nuove tecniche dimenticano che «la Chiesa si apre al mondo non per ottenere l’adesione degli uomini per un’istituzione con le proprie pretese di potere, bensì per farli rientrare in se stessi», cioè, come diceva Sant’Agostino, per condurli a scoprire che «Dio è più intimo a me di me stesso». Attenzione, Benedetto XVI ha parole di profonda gratitudine per «i collaboratori, impiegati e volontari, senza i quali la vita delle parrocchie sarebbe impensabile». Ma li richiama a non fermarsi alla competenza professionale e avere un cuore aperto che si lasci toccare dall’amore di Cristo. Nella storia della Chiesa c’è la tendenza ad adattarsi ai criteri del mondo, denuncia il Papa che giunge perfino ad elogiare i processi di secolarizzazione in quanto l’hanno «liberata dal suo fardello materiale e politico».

Parole che hanno un senso tutto speciale in quanto vengono pronunciate nel Paese dove la Chiesa è un’organizzazione ricca e potente. Il Papa mite si rivolge ai cattolici della sua terra con giudizi netti e con grande franchezza. «Nella Chiesa tedesca c’è un’eccedenza delle strutture rispetto allo Spirito», ammonisce. Quel che propone Papa Ratzinger è una sorta di «Kulturkampf» a rovescio, un nuovo e possente slancio culturale e spirituale che veda protagonista il Paese più importante della vecchia Europa. Una battaglia culturale e spirituale che può rinnovare la Chiesa «soltanto attraverso una fede rinnovata». Non c’è spazio per i tiepidi, non è tempo di routine, è il messaggio che Benedetto XVI ha consegnato alla sua Germania. Ma vale per tutti, anche per noi.
  • Luigi Geninazzi
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun ott 10, 2011 9:31 am


  • Il fascino del silenzio
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Oggi (9 ottobre 2011, ndr) in visita in Calabria, Benedetto XVI va in un monastero di clausura. L’antica Certosa di Serra San Bruno è, oltre a Lamezia, l’unica tappa di questo breve viaggio. A sera, prima di ripartire, il Papa reciterà i Vespri con i monaci. Colpisce la scelta di privilegiare, in una terra tanto assetata di parole di speranza, un luogo chiuso, di silenzio e di preghiera. "Silenzio", del resto, è la parola indicata come tema per la prossima Giornata delle comunicazioni sociali: silenzio e parola.

Ma, per primo, il silenzio. Quella condizione che oggi quasi noi non tolleriamo. Ovunque cerchiamo di accompagnarci con voci e rumore. I ragazzi camminano con gli auricolari, chiusi dentro una loro privata colonna sonora. E cellulari, radio, e tv sempre accese nei bar, e nelle case; e musica nei grandi magazzini, forte, a volte quasi ossessiva. È come se questa generazione di uomini avesse un compulsivo bisogno di rumore; come se ci rendesse inquieti, il silenzio – spazio vuoto in cui, perduti, annaspiamo. Perfino in cima alle montagne capita che della musica ad alto volume, all’arrivo di una funivia, riempia di un chiasso battente valli dove prima c’erano solo il vento e l’eco. Non ci piace, il silenzio. Ci agita. È come se dopo un po’ avvertissimo dentro una interiore pressione, una inascoltata domanda; come se si aprisse in noi una vasta piazza deserta in cui ci pare di essere soli; e le nostre certezze e progetti e ambizioni, così sospesi, tremano, quasi non avessero vere fondamenta. Benedetto XVI invece ama il silenzio.

Ne ha parlato spesso, evocandolo come un luogo familiare, un angolo interiore in cui gli è abituale e caro tornare. «Già il fatto stesso di gustare il silenzio, di lasciarsi, per così dire, "riempire" dal silenzio, ci predispone alla preghiera», ha detto pochi mesi fa. Indicando nel silenzio il luogo privilegiato in cui l’Altro – noi finalmente tacendo – fa sentire la sua voce. Il silenzio come un pozzo profondo che gli uomini, anche ignari, hanno dentro; buio eppure splendente, dimenticato eppure fedele. «In interiore homine habitat Veritas», disse Agostino. I santi parlano spesso di questa oasi segreta, cui attingono; per poi tornare alle più concrete e intense opere, in mezzo agli uomini. Il silenzio come un porto sepolto, ma ricco di tesori; dove approdare quando si è stanchi e ci si accorge che noi, da soli, non ci possiamo bastare.

Luogo eletto di un colloquio che ci crea. (Forse per questo teniamo oggi sempre accese radio e tv, anche se non le stiamo ascoltando, come se quel brusio fosse antidoto a un vuoto in cui, dimentichi, non aspettiamo nessuno?). Il silenzio di una certosa, e quello di cui sono stati capaci due milioni di ragazzi, in una piazza immensa, l’estate scorsa a Madrid. Avendo come smesso ogni difesa, tolto gli auricolari, spento i telefoni – calato le armi. Lasciando quindi che nella vertigine di un apparente attimo di vuoto l’Altro parli. Come una domanda, magari: nello scoperta di una radice che ci genera, nello stupore della percezione di un amore. «Prima che ti formassi nel grembo di tua madre, io ti conoscevo», recita il Salmo. Parole che immaginiamo essere state dette, e riconosciute, nel silenzio. Quando l’Io tace e attende, in ascolto. (Assurdo, direbbero in molti, direbbero del tempo presente i maestri e i padroni; non c’è proprio nessuno, al fondo di noi, da cui lasciarsi cercare).

Ma occorre invece tornare a osare frequentare il silenzio, come indica il Papa scegliendo, fra tanti luoghi, in Calabria, un chiostro. «Strutture portanti del mondo», ha definito le clausure, in una catechesi. Colonne, dunque, che invisibilmente sostengono la realtà visibile. Come? Come semplicemente nello sguardo fra una donna e il suo figlio bambino: nella muta eterna certezza di un amore.
  • Marina Corradi
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Messaggio da miriam bolfissimo » mer ott 19, 2011 8:46 am


  • L’Anno della Fede e il martirio di padre Fausto Tentorio
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Padre Fausto Tentorio è stato ucciso stamane (17 ottobre 2011, ndr), pochi minuti dopo aver celebrato la messa e prima di recarsi a Kidapawan (Mindano, Filippine), per incontrarsi con gli altri sacerdoti della diocesi, nella casa del vescovo. Il suo assassino, con la sicurezza di chi ha potenti protettori, si è avvicinato e gli ha sparato due colpi alla testa. Con calma si è allontanato sulla sua motocicletta, il viso protetto da un casco protettivo.

La notizia della morte del missionario del Pime, arriva quasi in contemporanea con la pubblicazione della Porta fidei, la Lettera Apostolica di Benedetto XVI per l’indizione dell’Anno della Fede. Nelle intenzioni del papa, questo Anno dovrebbe fare riscoprire la fede e spingere i cristiani a trasmetterla con gioia e credibilità. L’Anno della fede inizierà l’11 ottobre 2012, nel 50mo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, e terminerà nella solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, il 24 novembre 2013.

Benedetto XVI vuole che tutti noi riscopriamo la fede secondo gli insegnamenti del Concilio e il Catechismo della Chiesa cattolica, per apprezzarne la verità, la bellezza e alimentare l’entusiasmo per trasmetterla al mondo. Nella Lettera, parlando della “storia della fede”, si legge: “Per fede i martiri donarono la loro vita, per testimoniare la verità del Vangelo che li aveva trasformati e resi capaci di giungere fino al dono più grande dell’amore con il perdono dei propri persecutori” (n. 13).

Fa impressione constatare l’attualità di questo messaggio, proprio alla luce della morte di padre Fausto, lui che già nel 2003 era sfuggito a un agguato mortale e che però non aveva chiesto mai di essere trasferito altrove, per continuare la sua opera di evangelizzazione e sviluppo degli indigeni di Arakan Valley. Proprio ieri, Benedetto XVI, parlando dell’indizione dell’Anno della Fede, aveva sottolineato che esso deve servire a maturare nella missione ad gentes e nella nuova evangelizzazione. E quest’oggi, il martirio di padre Tentorio, risveglia la gratitudine a Cristo per il dono che questo sacerdote ha fatto della sua vita.

“Per fede – dice ancora la Porta fidei - uomini e donne hanno consacrato la loro vita a Cristo, lasciando ogni cosa per vivere in semplicità evangelica l’obbedienza, la povertà e la castità, segni concreti dell’attesa del Signore che non tarda a venire. Per fede tanti cristiani hanno promosso un’azione a favore della giustizia per rendere concreta la parola del Signore, venuto ad annunciare la liberazione dall’oppressione e un anno di grazia per tutti (cfr Lc 4,18-19)” (n.13).

La vita di padre Fausto ha avuto lo stesso sapore di questo dono totale: lunghe visite pastorali in moto, in macchina o a cavallo per andare a trovare i gruppi tribali più sperduti; dormire su una stuoia per terra; mangiare le povere cose degli indigeni per edificare una Chiesa dove essere straniero o locale non crea emarginazione o differenze ingiuste; impegnarsi per l’educazione di bambini e adulti.

Due giorni fa, all’incontro sulla Nuova evangelizzazione, il papa ha ricordato che “nel mondo, anche se il male fa più rumore, continua ad esserci il terreno buono”. Questo terreno buono è quello dei martiri. Ma il martirio di padre Fausto è stato simile alla sua vita quotidiana, spesa nella diocesi di Kidapawan. E come dice il papa, il bene da lui fatto non faceva rumore: padre Tentorio era un uomo di poche parole e di lui ci rimangono pochi scritti. Ma rimane forte l’affetto che gli indigeni hanno avuto per lui, da vivo e da morto.

Giorni fa, 500 persone, i famosi black bloc, hanno messo a ferro e fuoco la città di Roma, distruggendo e incendiando. Oggi Roma e il mondo scopre che vi sono persone che per anni hanno costruito rapporti di fede e di speranza fino ai confini del mondo.
  • Bernardo Cervellera
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun ott 24, 2011 9:00 am


  • I valori irrinuziabili (non negoziabili) della Chiesa
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In riferimento al discorso del card. Angelo Bagnasco al Forum dei cattolici in politica a Todi (Perugia) il 17 ottobre scorso, un amico mi telefona per chiedermi di spiegare quali sono e perché la Chiesa insiste nel proclamare i suoi “valori irrinunziabili”. Ecco in breve.

Per la Chiesa, i “valori irrinunziabili” (o “non negoziabili”) sono tre:

1) la difesa della vita dalla nascita alla morte, l’aborto, l’eutanasia e la manipolazione del gene umano;

2) la difesa del matrimonio monogamico tra uomo e donna, cioè la condanna del riconoscimento giuridico del matrimonio tra omosessuali e delle coppie di conviventi; la difesa della famiglia comporta il terzo valore irrinunziabile:

3) la difesa della libertà di educazione, cioè il diritto della famiglia di scegliere come educare i propri figli, quindi la parità tra scuola pubblica e scuola privata paritaria, perché il compito di educare i figli spetta anzitutto ai genitori.

Perché questi valori irrinunziabili? Una delle grandi novità della Caritas in Veritate di Benedetto XVI (2009) è questa: per la prima volta in un’enciclica sociale, la CV presenta il diritto alla vita come valore prioritario dello sviluppo “plenario” (cioè non solo economico) di ogni popolo e dell’umanità (n. 28). La “questione antropologica”, su cui tanto insistono la Santa Sede e la CEI, diventa a pieno titolo “questione sociale” (nn. 28, 44, 75). La crisi dell’Occidente è una “crisi antropologica”: cioè si perde il concetto di uomo creato da Dio, si vuole manipolare il Dna dell’uomo, si vuole creare l’uomo sano e senza difetti fisici, si distrugge il matrimonio e la famiglia monogamica, ecc. Tutto questo, anche se molti non lo sanno o non ci credono, porta alla barbarie. L’uomo padrone di se stesso, l’uomo padrone della vita e della morte è l’anticamera per nuovi Auschwitz e nuovi Khmer rossi, che possono nascere da questa cultura orientata a produrre la morte.

La Chiesa condanna il controllo delle nascite, l’aborto, le sterilizzazioni, l’eutanasia, le manipolazioni dell’identità umana e la selezione eugenetica non solo per la loro intrinseca immoralità, ma anche perchè lacerano e degradano il tessuto sociale, corrodono la famiglia e rendono difficile l’accoglienza dei più deboli e innocenti: “Nei paesi economicamente sviluppati - scrive Benedetto XVI (CV 28) - le legislazioni contrarie alla vita sono molto diffuse e hanno ormai condizionato il costume e la prassi… L’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo…”. L’enciclica spiega che per lo sviluppo dell’economia e della società occorre impostare programmi di sviluppo non di tipo utilitaristico e individualistico, ma che tengano “sistematicamente conto della dignità della donna, della procreazione, della famiglia e dei diritti del concepito”.

Dalla Humanae Vitae di Paolo VI (1968) ad oggi, spesso l’insistenza del Papa e dei vescovi su questi concetti non è compresa nemmeno dai cattolici, una parte dei quali pensano che la difesa della vita e della famiglia passa in secondo piano di fronte alle drammatiche urgenze della fame, della miseria, delle ingiustizie a livello mondiale e nazionale. Non capiscono il valore profetico di quanto dicono il Papa e i vescovi, che denunziano le conseguenze nefaste di certi orientamenti culturali e legislativi anche per la soluzione dei problemi sociali.

Se nella cultura comune e nelle legislazioni nazionali, come anche negli organismi dell’Onu e della Comunità Europea, prevale l’egoismo dell’individuo, com’è possibile pensare che poi, nell’accoglienza del più povero e del diverso, quest’uomo egoista diventi altruista? Tra opere sociali e difesa della vita non esiste alcuna contraddizione, ma anzi c’è un’integrazione vicendevole, si richiamano a vicenda, l’una non sta senza l’altra. La protesta per la fame nel mondo e per l’aborto hanno eguale significato e valore di difesa della vita. Ma i No Global anche cattolici hanno fatto molte proteste contro la fame, nessuna contro gli aborti, nessuna contro le coppie di fatto, i divorzi, le separazioni, i matrimoni tra gay! Accettiamo tranquillamente che in queste situazioni vinca l’egoismo umano e poi chiediamo che nella lotta contro la fame nel mondo prevalga l’altruismo. Dov’è la logica?

Nel suo discorso a Todi, il card. Bagnasco ha parlato dei “principi irrinunciabili” e ha detto: “Senza un reale rispetto di questi valori primi, che costituiscono l’etica della vita, è illusorio pensare ad un’etica sociale che vorrebbe promuovere l’uomo ma in realtà lo abbandona nel momento di maggior fragilità. Ogni altro valore necessario al bene della persona e della società, infatti, germoglia e prende linfa dai primi, mentre, staccati dall’accoglienza in radice della vita, potremmo dire della “vita nuda”, i valori sociali inaridiscono.

“Ecco perchè – continua il presidente della CEI - nel “corpus” del bene comune non vi è un groviglio di equivalenze valoriali da scegliere a piacimento, ma esiste un ordine e una gerarchia costitutiva. Nella coscienza universale, sancita dalle Carte costituzionali, è espressa una acquisita sensibilità verso i più poveri e deboli della famiglia umana, e quindi è affermato il dovere di mettere in atto ogni efficace misura di difesa, sostegno e promozione…. Ma, ci chiediamo, chi è più debole e fragile, più povero, di coloro che neppure hanno voce per affermare il proprio diritto (alla vita)? Vittime invisibili, ma reali! La presa in carico dei più poveri e indifesi non esprime forse il grado più vero di civiltà di un corpo sociale e del suo ordinamento? E non modella la forma di pensare e di agire – il costume – di un popolo, il suo modo di rapportarsi nel proprio interno? Questo insieme di atteggiamenti e di comportamenti propri dei singoli, ma anche della società e dello Stato, manifesta il livello di umanità o, per contro, di cinismo paludato di un popolo, di una Nazione”.

Insomma, se si concepisce l’uomo in modo individualistico, come oggi si tende a fare, come si potrà costruire una comunità solidale dove si chiede il dono e il sacrificio di sé? Quando si sfascia la famiglia, si dissolve anche la società, come purtroppo stiamo sperimentando in Italia. Non si capisce come mai una verità così evidente è snobbata da chi appoggia altri tipi di famiglia (tra i gay ad esempio) e toglie ai coniugi lo stimolo di un patto d’amore da consacrare di fronte alla società col matrimonio, favorendo le coppie che si uniscono e si separano liberamente con il divorzio, le separazioni e ormai il “divorzio rapido” della Spagna di Zapatero che si realizza in 15 giorni. Leggi come queste favoriscono l’egoismo individuale, ma disgregano la società. Il credente in Cristo non può sostenerle.
  • Piero Gheddo
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » sab ott 29, 2011 8:50 am


  • La luce di Assisi sulle strade del mondo
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Dieci, cento, mille fiammelle accese a illuminare il crepuscolo di una giornata memorabile. Erano le fiammelle delle lampade passate ad Assisi dalle mani dei giovani a quelle dei leader religiosi di tutto il mondo; quelle dei lumini consegnati a cardinali e arcivescovi cattolici, ad anglicani, ortodossi, musulmani, ebrei, buddisti, shintoisti, indù e a centinaia di fedeli di altre denominazioni mentre, nel tardo pomeriggio di giovedì 27 ottobre, ai piedi della tomba di Francesco, il santo della fratellanza universale, tutti insieme rinnovavano l'impegno a lavorare "nel grande cantiere della pace". E dal leggio Benedetto XVI ripeteva il suo appello: "Mai più violenza! Mai più guerra! Mai più terrorismo! Ogni religione porti sulla terra giustizia e pace".

C'era l'umanità a pregare nel luogo divenuto più che mai icona della pace. Una preghiera universale attraverso la voce dei rappresentanti di credenti e non credenti, convenuti tra le antiche mura della città di Francesco per rispondere all'invito del successore di Pietro. Sono state ore di raccoglimento, di silenzio, di pellegrinaggio, di digiuno. Ed è rimbalzata in ogni angolo del mondo l'immagine di quell'umanità che avverte l'esigenza interiore di parlare e dialogare con tutti, senza rinunciare alla propria identità e senza indulgere a forme di sincretismo. Qualcosa iniziata venticinque anni fa e che oggi chiede nuovo slancio e vie creative per restare al passo con i tempi. Tanta gente diversa ma una sensazione di una singolare unità: di luogo, Assisi appunto; di gesto, la preghiera; di obiettivo, la pace. Appello e, insieme, monito per un mondo ancora sofferente per le conseguenze di drammatiche divisioni.

L'immagine offerta ieri da quanti hanno ripercorso la strada di Francesco, appare come una luce di speranza nuova. Alle spalle di questa giornata c'è la forza di un ostinato magistero di pace che si perpetua nel tempo. Di fronte ai leader religiosi riuniti alla Porziuncola, scorrevano le immagini del primo incontro convocato da Giovanni Paolo II, portavoce di un'umanità smarrita e sofferente. Nel pomeriggio la continuità di quello stesso magistero si è resa concreta, visibile, nell'immagine di Benedetto XVI insieme a uomini di fede e a non credenti, disposti a offrire al mondo una duplice testimonianza: la comune aspirazione a raggiungere la pace attraverso la ricerca della verità e il forte desiderio di stare insieme.

Sfilavano avvolti nei loro caratteristici abiti. Brillante la luce dei lumini che stringevano fra le mani. Tremula qualche voce mentre affidava agli altri e al mondo intero l'impegno a costruire un'umanità rinnovata. Qualcuno aveva gli occhi lucidi. Netta la sensazione di una pagina nuova nel libro della storia. Il popolo di Assisi era lì, testimone. Quando silenzioso, quando orante, quando corale nel dar voce alla lode cantata. Composto anche nel seguire il ritmo delle coreografie disegnate sulla grande piazza dai gruppi musicali del Gen rosso e del Gen verde, che hanno sottolineato ogni passaggio di una cerimonia solenne quanto coinvolgente.

Una cerimonia che si è sviluppata lungo tutto l'arco della giornata in un unicum inscindibile. La preghiera, il digiuno, il pellegrinaggio. Preghiera vissuta soprattutto nella dimensione del silenzio e del raccoglimento interiore. Nessuno spazio a forme pubbliche, senza per questo rinnegare che la preghiera è e rimane il contributo essenziale che gli uomini di fede possono offrire alla causa della pace. Il digiuno per esprimere singolarmente fraternità e penitenza, disponibilità alla rinuncia e alla purificazione personale. Il pellegrinaggio per esprimere la volontà di continuare a camminare ogni giorno l'uno accanto all'altro sulle strade del mondo, sino a giungere alle radici della verità.

I giovani sono stati tra i protagonisti della seconda parte di questa giornata. Non a caso il Papa, nel suo saluto finale, li ha calorosamente ringraziati. Schierati in gran numero ai lati del breve tragitto percorso dal corteo per raggiungere il palco - posto al centro della piazza inferiore di San Francesco - continuavano a scandire un augurio divenuto il leit motiv di questi incontri: "Pace", ripetuto in tutte le lingue.

Shalom, Salaam, Peace, Paz, Fried, Paix si leggeva anche sulle decine di stoffe colorate sventolate dai giovani musicisti del movimento dei Focolarini intorno al palco e poi riunite in un unico grande telone disteso ai piedi dei delegati. Una delle tante coreografie che non solo hanno fatto da cornice al momento solenne della celebrazione, ma sono servite soprattutto a rappresentarne visivamente il senso.

Suggestivo il momento della consegna delle luci della pace. Ottanta giovani di nazionalità diverse sono saliti sul palco mentre il coro affidava al canto la preghiera "Fai di me strumento della pace" e il messaggio: "Conosco un'altra umanità, quella che spesso incontro per la strada, quella che non grida, quella che non schiaccia per emergere sull'altra gente quella che non sa rubare per avere. Credo, credo in questa umanità, che vive nel silenzio, che sa ancora arrossire, che sa abbassare gli occhi e sa scusare. Questa è l'umanità che mi fa sperare".

Preghiera e messaggio che, insieme con le lampade accese, sono stati deposti nelle mani dei rappresentanti delle diverse religioni. Questi li hanno accolti e, dopo un attimo di raccoglimento, li hanno riconsegnati ai giovani perché di quella luce nuova si facciano portatori nel mondo.

Il popolo di Assisi ha partecipato con commozione. Un applauso fragoroso ha accompagnato i giovani mentre si confondevano tra la gente. E tornavano in quel momento alla mente le parole pronunciate al mattino, nella basilica di Santa Maria degli Angeli, dal segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese, Olav Fykse Tveit, il quale aveva evocato Gerusalemme che "in modo misterioso - aveva detto - non si limita a svelarci le realtà circa la condizione umana, ma ci sfida anche a confrontarci con esse".

E aveva ricordato che, come uomini di Chiesa, "siamo tutti chiamati a partecipare al ristabilimento della pace" per "ricreare e riparare il mondo". In quel momento, guardando a quel mescolarsi fraterno di razze, culture, religioni e generazioni diverse nella casa dell'apostolo della pace universale, sembrava proprio che la "sfida di Gerusalemme" fosse stata accolta e che stesse ricevendo la sua prima risposta. Emblematico in questo senso l'omaggio che i delegati, insieme con il Papa, hanno reso alla tomba di san Francesco come gesto conclusivo della giornata.
  • Mario Ponzi
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Messaggio da miriam bolfissimo » ven nov 04, 2011 3:57 pm


  • Tutto quello che non ci dicono su Halloween
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L’affare è colossale - 300 milioni, euro più euro meno – e spazia dal traffico di zucche alla vendita di cappelli da strega, canini vampireschi e mille altre diavolerie. Ma non è pecuniario, per quanto esorbitante, l’aspetto sul quale dovrebbero riflettere gli 8 milioni di italiani che festeggiano Halloween, bensì religioso; anzi, diabolico. A dispetto delle buone intenzioni con le quali asili, scuole e persino parrocchie a breve aprono le loro porte a quella che ritengono un’innocua carnevalata, l’appuntamento in questione, infatti, oltre ad essere l’inizio del calendario celtico, rappresenta anche la più importante festa delle sette sataniche. Parola di Anton Lavey (1930-1997), fondatore della Chiesa di Satana, il quale ha messo inoltre in chiaro come non ci sia alcuna “differenza fra magia “bianca” e “nera” tranne nella presuntuosa ipocrisia, presunta legittimità e autoinganno del praticante di magia “bianca” (A. Lavey, The Satanic Bible, New York 1969, p. 110).

Il 40% dei giovani che, secondo un’indagine di Telefono Antiplagio, festeggia la notte delle streghe con dichiarate simpatie verso il mondo magico è dunque avvertito: si rischiano brutti incontri. Gli scettici, come al solito, sorrideranno nel leggere queste righe, ma il pericolo è reale: il 16% delle persone avviate all’esoterismo - che poi è l’anticamera del satanismo - ha esordito, a detta del Servizio antisette della Comunità Papa Giovanni XXIII, proprio durante Halloween. Qualcosa vorrà pur dire. Non per nulla Doreen Irvine, prostituta passata per anni al satanismo e convertitasi poi al Cristianesimo, su Halloween è stata piuttosto esplicita: se i padri sapessero il significato di questa festa, ha detto, non la nominerebbero nemmeno davanti ai loro figli.

Non è un mistero, dopotutto, che il 31 ottobre cada uno dei quattro sabba, e non uno qualsiasi bensì il peggiore, quello più inquietante. Infatti, mentre i primi tre segnano i tempi delle stagioni "benefiche” – il risveglio della terra dopo l'inverno, il tempo della semina, il tempo della messe -, il quarto inaugura l’arrivo dell’inverno e, portando freddo, fame e morte, celebra la "sconfitta" del sole. Anche per questo la notte 31 ottobre, già capodanno dei Celti - che erano soliti celebrarla come la notte di Samhaim, alias “il Signore della morte, il Principe delle Tenebre”, convinti dell’apertura delle porte annwn (regno degli spiriti) e sidhe (regno delle fate) - è rimasto come il capodanno degli stregoni; di qui l’attivismo satanico fatto di incursioni nelle chiese, furti di ostie consacrate e roghi di rosari.

Com’è avvenuto un anno fa nella chiesetta di San Lorenzo a Tempio, in Sardegna, dove poco prima dell’alba dell’1 novembre un gruppo satanisti ha pensato bene di bruciare delle immagini sacre, poi rinvenute dai vigili del fuoco e del parroco locale, don Gianni Sini, guarda caso esorcista della diocesi. Nella cosiddetta “notte delle streghe” se la vedono brutta anche i felini, spesso vittime di inquietanti sacrifici: lo scorso autunno scorso, proprio in questi giorni, un esercito di volontari animalisti operativo in Lombardia, Toscana e Umbria ha tratto in salvo 71 gatti neri verosimilmente destinati ai rituali delle messe nere. Appare assai incauto, dunque, insistere con le bonarie minimizzazioni di Halloween, che di fatto con l’”All Hallows’Eve day” – letteralmente la “vigilia d’Ognissanti” – non c’entra nulla. E che, proprio per la sua natura di appuntamento quanto meno equivoco, merita d’essere guardato dai cristiani con particolare attenzione; e tenuto a debita distanza: «Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro» (Isaia 5,20).

Tutt’altra cosa, rispetto a quelle sin qui ricordate, è la Festa di Ognissanti. In origine l’idea fu di un monaco sassone, Alcuino di York, che volle cristianizzare all’insegna della santità e della comunione dei santi la già ricordata festa celtica di Samain. Un’intuizione teologica, questa, ripresa poi, su richiesta di Papa Gregorio IV, dall'imperatore Ludovico il Pio. Ma fu soltanto secoli dopo - precisamente nel 1475 – e grazie al pontefice Sisto IV, che la festività di Ognissanti divenne obbligatoria in tutta la Chiesa. E non mancarono, coi secoli, ulteriori metamorfosi, ma ciò che qui è importante ricordare è che quella di Ognissanti è una ricorrenza secolare, teologicamente importante, mentre l’Halloween che conosciamo oggi, oltre – e scusate se è poco - a fare il gioco dei satanisti, si configura come una festa commercializzata e diffusa solo recentemente: perfino le grandi enciclopedie - dall’Enciclopedia cattolica (1948-1954) al Grande Dizionario enciclopedico (1935), dal Grande Dizionario della lingua italiana (1972) alla Grande Enciclopedia universale Atlantica (1982) – fino a ieri la ignoravano. Oggi invece tutti la conoscono ma solo pochi, purtroppo, si rendono conto di che cosa sia veramente. Una ragione in più per aprire gli occhi alla gente, in particolar modo a chi ricopre il delicato compito di educatore e animatore dei più giovani. Che notoriamente sono il bersaglio preferito di chi ha le peggiori intenzioni.
  • Giuliano Guzzo
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Messaggio da miriam bolfissimo » ven nov 04, 2011 4:25 pm


  • Un'etica della responsabilità ambientale per tutta la terra
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Dopo secoli in cui la natura era più forte dell'umanità e l'uomo doveva difendersi da essa, oggi è proprio l'ambiente che è diventato fragile, sovente vittima dell'uomo, al punto che l'uomo ormai con la sua potenza nucleare è in grado di distruggere la terra. Così siamo diventati al massimo grado responsabili della terra e della nostra potenza: in quest'ottica ciò che è più difficile è non cedere all'eccesso e alla dismisura, La sfida etica ci chiede di acquisire la padronanza del nostro potere tecnico-scientifico, ponendo un limite alle nostre azioni e ai nostri progetti e riconoscendo che esistono diritti della natura, dell'ambiente, di tutti i nostri coinquilini sul pianeta. Occorre fare questo passo a livello di coscienza sociale, fino a esprimere questi diritti mediante istituti e legislazioni giuridiche. E se l'ambiente è titolare di diritti, noi umani abbiamo dei doveri, una precisa responsabilità che, se non assunta o violata, ci rende trasgressori della legge necessaria all'abitare la terra, al costruire un mondo più sinfonico e più bello.

È quindi necessaria un'etica della responsabilità che si preoccupi dell'avvenire della specie umana e della terra. Hans Jonas l'ha così formulata: «Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un'autentica vita umana sulla terra». Se un tempo la responsabilità significava rispondere dei propri atti passati e presenti, ora essa è tale anche verso l'avvenire del pianeta e dell'universo, È il futuro in cui gli abitanti della terra saranno le nuove generazioni, i nostri figli, i nostri nipoti, che richiede la mia responsabilità oggi, perché oggi l'uomo può distruggere la terra: da questo potere nascono obblighi e doveri. Come siamo giunti a elaborare un «contratto sociale», così oggi dobbiamo andare al di là del sociale e del politico per elaborare un «contratto naturale», un contratto con l'ambiente! Questo senza mai dimenticare che questione ecologica e questione sociale sono due aspetti del medesimo disordine da noi provocato, due frutti della medesima volontà di potenza, del medesimo sfruttamento che non conosce doveri né limiti, del medesimo edonismo di chi pensa solo a se stesso, senza gli altri e contro gli altri. Quando si giunge a trattare le persone solo in funzione della loro capacità di produrre e di possedere, si finisce anche per trattare la natura e gli esseri viventi solo in funzione di un loro possibile sfruttamento, del loro valore di mercato...

Ma accanto alla responsabilità vi è un'altra necessità per un'etica rispettosa della terra: la sobrietà. Parola detestata questa, spesso anche derisa, eppure oggi siamo più consapevoli che mai del fatto che le risorse della terra non sono infinite, lo sviluppo non è in costante crescita, la produzione non è illimitata, i consumi non possono più essere sfrenati. Per questo bisogna ritornare a quella parola attestata con grande frequenza nella Regola di Benedetto: mensura, misura. Misura del cibo, dei consumi, del tempo libero, del lavoro... Misura, cioè sobrietà, moderazione, attitudini attraverso le quali noi umani riconosciamo il nostro limite di terrestri. Misura, in senso ecologico, significa lasciar cadere le pretese non attinenti ai bisogni fondamentali ma indotte o addirittura imposte come esigenze alienanti dalla società dei consumi. Occorre che ci liberiamo dei desideri superflui per acquisire anche una capacità critica, una libertà, e non essere piegati alle richieste prepotenti del mercato. Talvolta occorre anche una rinuncia o, per usare un altro termine bandito dal nostro linguaggio, un sacrificio, cioè la disponibilità a privarci di qualcosa, nel caso che la nostra soddisfazione passeggera provochi danno all'ambiente e alle creature di cui siamo coinquilini, ad altre genti o ad altri popoli.

Integrare la nostra situazione nel mondo è decisivo per conoscere la nostra identità terrestre e saper vivere il nostro rapporto con la terra, questo «terzo satellite di un sole detronizzato dal suo seggio centrale, divenuto astro pigmeo errante tra miliardi di stelle in una galassia periferica di un universo in espansione» (Edgar Morin). La Terra è l'unico pianeta sul quale, almeno per oggi, sappiamo esistere questa specie di animali biologici ma anche esseri culturali, gli animali umani: umani nel senso che l'uomo non è compiuto pienamente se non dalla cultura e nella cultura; umani nel senso che sanno sentirsi responsabili degli altri coinquilini animali, vegetali e minerali, responsabili per tutti; umani perché capaci di com-passione, di soffrire con questa terra, capaci di sim-patia con tutte le creature; umani perché atti ad abitare la terra, ricercando e perseguendo la pace: una pace non solo tra gli uomini ma cosmica, cioè lo shalom, la vita piena per tutta la terra.
  • Enzo Bianchi
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » mar nov 08, 2011 10:39 am


  • Siamo di nuovo capaci di rimettere in moto la storia della ricerca di Dio?
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Due sono le categorie con le quali è difficile parlare dell'ora cruciale di Dio in Europa: i cristiani troppo impegnati, e i non credenti troppo disimpegnati. Il problema sta in questo: sia i primi che i secondi, sia pure con diversa proporzione, com'è ovvio, sembrano molto numerosi.

I primi tendono a sviluppare una sempre maggiore autoreferenzialità: prendono distanza dalla cultura pensante, che li disorienta, e si riprendono il gergo di un cristianesimo iniziatico che li rassicura. Funzionano le parole d'ordine (di destra o di sinistra, dell'identità o del dialogo): l'urgenza dell'azione sconsiglia di perdere tempo con le sofisticazioni della teologia. Magari le parole d'ordine sono in apparenza molto dogmatiche, la sintassi però è per lo più quella dei blog. È un cristianesimo di affetti, ma anche d'effetto: «Noi contro il resto del mondo, che è perduto, per salvarne il più possibile»; oppure «il resto del mondo è già avanti e noi dobbiamo raggiungerlo, altrimenti siamo perduti noi». Cristianesimo psicologico, sociologico, dell'azione diretta. Dio sostiene la buona causa di un ordine sociale migliore, insomma, più che essere l’unum argumentum dell'amore impossibile, eppure imperdibile, che sfida la morte e rende il resto un sovrappiù.

I secondi sono sempre più scettici. Un po' perché fiutano il vento (se persino il cristianesimo è in ricerca, stiamo come stiamo e si vedrà). Un po' perché il sottile messaggio della cultura dell'Occidente in declino ("sottile" si fa per dire) è finalmente arrivato alle masse: «Chi vuoi esser lieto sia, del doman non v'ha certezza». Nemmeno il presente, in verità, se la passa tanto bene. E quanto alla letizia, è sempre più un atto della volontà (o un effetto di qualche euforizzante): convivere con la radiazione malinconica di fondo che filtra dalle presuntuose centrali del benessere, rimane un tema di adattamento quotidiano. Dio arriva, al più, con le discussioni sul celibato dei preti e il divieto del sesso, i roghi dell'Inquisizione e i soldi del Vaticano. Insomma, Dio - lui in persona, dico, l'enigma di ogni spes contra spem, che impone di non abitare la terra invano - non arriva proprio.

Il punto è questo e niente meno che questo: Dio. In gioco, è l'attitudine della fede cristiana a onorare - non semplicemente ribadire - il radicamento di Dio in Gesù: per tutte le disperazioni e per tutte le speranze che stanno fra cielo e terra. La mossa è sulla scacchiera: Benedetto XVI ne ha fatta lucidamente avvertita una Chiesa che sta nel culmine di un drammatico esame di coscienza e si trova sempre di nuovo nella tentazione di aggirare l'ostacolo, occupandosi di mille faccende che sono -rispetto a quella questione - certamente secondarie.

«Nel nostro tempo, in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l'accesso a Dio. Non a un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell'amore spinto sino alla fine (cfr Gv 13,1) - in Gesù Cristo crocifisso e risorto».

Il punto è semplicemente questo. Il cristianesimo deve trovare tempi e luoghi dell'incantamento della presenza di Dio nella vita quotidiana degli uomini comuni, da far percepire che quella presenza ha il potere di fermare tutto, nel cristianesimo stesso: il chiacchiericcio, le dispute, le agitazioni, la propaganda, le istruzioni per l'uso e le attività di aggregazione e di scambio. Perché solo di lì, da quel roveto ardente, il cristianesimo riprende la vita che deve: e cessa di girare in tondo o di sopravvivere di espedienti. Come Mosè sul Sinai: che sembrava lo vedesse, «l'Invisibile» (Eb 11, 27). Da volerci rimanere per sempre, in quel luogo, come Pietro e Andrea sul monte della trasfigurazione del Volto del Signore. Non è questione di passività della contemplazione a cui abbiamo ridotto il tema del «vedere Dio». Il fatto è che, da questi eventi - miracoli! - della visione di Dio all'opera, deve sprigionarsi l'energia capace di rimettere in moto la storia della ricerca di Dio. Non la nostra. L'energia della storia, della quale indichiamo la destinazione eterna. La teoria che deve riprendere il suo corso è quella degli impasticcati del benessere, quella dei disillusi della verità.
  • Pierangelo Sequeri
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 14, 2011 9:40 am


  • Viene il tempo di agire senza maschere
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La crisi sarà l’occasione per gettare la maschera? In queste ore, il potere celebra i suoi riti con il lancio di volti diversi per i posti che contano. E tutti gli italiani (non solo quelli che erano e quelli che saranno al governo) sono costretti in questa crisi a guardarsi in faccia. E quando ci si guarda in faccia lo si fa per un motivo: non barare su quello che si vuole veramente. E dirsi senza barare se si hanno le capacità e le possibilità per farcela.

Ci possono essere anche nella crisi tanti che mettono su la maschera. Tanti che recitano lo stesso. E cambiano maschera. Ne assumono una che può sembrare più adeguata ai tempi. Che però permetta di continuare a non fare i conti né con se stessi, né con la realtà. Ma quando la crisi morde, e la realtà presenta in modo brusco i propri conti, le recite, le mascherature, le messinscena si vedono con più fastidio, risultano per così dire insopportabili.

La crisi rende più sensibili al vero. Non necessariamente più disponibili e attenti. Il vero (quello che fa vedere i conti più bassi, i risparmi più magri, le aspirazioni che sembrano frustate) può diventare un’occasione di maggiore consapevolezza. O di rabbiosa stizza. Ma anche la facile indignazione, anche il lamento possono diventare una maschera facile da tenere sul volto. L’Italia è una patria del teatro, e le maschere fanno parte della nostra storia migliore. Ma nel nostro Paese abbiamo tenuto su la maschera fuori dal teatro per troppo tempo. Per non vedere che la realtà ci chiedeva un supplemento di impegno, di inventiva. E di sacrificio.

Abbiamo tenuto su le maschere che ci facevano comodo. Anche la maschera dell’antipolitica, sempre pronta a essere indossata per addossare la colpa di tutto a qualcuno. E ora che pare uscito dal posto centrale che occupava sulla scena politica il quasi ex premier Berlusconi, da molti accusato d’essere la grande maschera, si vedrà se davvero cadranno le maschere tenute su da parecchi esponenti del mondo politico, culturale e sociale. Ognuno intento a recitare la propria parte senza troppa attenzione al dramma che si stava svolgendo e dunque dando vita a una scena sgraziata e confusa.

La grande crisi della quale la crisi italiana è una parte ha origini culturali e morali, come hanno richiamato in tanti, da ogni parte, e primo fra tutti il Papa. La crisi economico-finanziaria ne è una conseguenza. E dunque chi ha risorse culturali e energie interiori deve rifiutare la maschera. I cattolici di questo Paese non hanno usato la maschera in questi anni. Sono stati in prima linea contro le conseguenze più mordaci della crisi sui più poveri e nell’investimento sui giovani, impegnati in luoghi in cui le maschere non tengono. E ora mentre in tanti provano qualche brivido e qualche pudore a calarsi la maschera, i cattolici che da tempo hanno cercato il bene comune, hanno la responsabilità di stare con la propria identità in questo passaggio duro. Portando il proprio contributo originale. Che non è una ricetta politica, una quadrature del cerchio di alleanze o una magia economica.

Il contributo dei cristiani, che come tutti cercano vie e risorse, si chiama innanzitutto speranza. Ovvero il riflesso sul volto, la lena, la tenacia che vengono dall’avere il cuore attaccato al Dio che ha amato gli uomini senza limiti e con la pazienza del servo. La capacità di non mascherare i problemi affrontandoli con una infinita positività, infatti, non è una forza che viene dalla politica o dalla saggezza economica. Ma da quel che con lingua antica e ora attualissima si chiama virtù. I cristiani sanno bene che la virtù è uno strano composto tra ciò che si supplica umilmente a Dio e quel che ognuno può esprimere concentrando sul meglio di sé. Ed è questo che i cristiani offrono senza maschere nel dramma comune.
  • Davide Rondoni
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 21, 2011 9:20 am


  • L'ora della responsabilità
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«Un’Africa che avanza, gioiosa e vivente, manifesta la lode a Dio». È questo lo spirito dell’Esortazione Apostolica Africae Munus, firmata ieri ufficialmente da Benedetto XVI a Cotonou, nel Benin. Un documento che, fin dalle prime battute, si qualifica come espressione di una «sollecitudine paterna e pastorale dell’Africa di oggi, che ha conosciuto i traumi e i conflitti che sappiamo».

Redatta sulla base di 57 Proposizioni finali del Secondo Sinodo speciale per l’Africa, svoltosi a Roma nell’ottobre del 2009, l’Esortazione Apostolica rappresenta, nel suo complesso, un messaggio di speranza, nella consapevolezza del patrimonio intellettuale, culturale e religioso del continente, ma anche delle grandi sfide che esso è chiamato ad affrontare nel Terzo Millennio.

In questa prospettiva, il Papa incoraggia le Chiese africane a farsi interpreti del messaggio evangelico, emancipandosi da ciò che sembra a volte paralizzarle, trovando al proprio interno le forze e le risorse per rilanciare la propria vita e la propria storia. È stata dunque recepita quell’istanza, ben espressa due anni fa nel messaggio finale del Sinodo, secondo cui è giunta l’ora di voltare pagina attraverso una decisa assunzione di responsabilità. Il punto di partenza deve essere il rinnovamento delle comunità cristiane locali, rifuggendo da sterili pietismi, nella certezza che occorre mettere in discussione una mentalità remissiva di fronte alle sfide imposte dal tempo presente.

Facendo tesoro del contributo dei padri sinodali – che lo stesso Pontefice ricorda come lo abbiano «impressionato per realismo e lungimiranza» – Africae Munus illustra le urgenze dell’evangelizzazione a partire da quella che assilla maggiormente l’animo umano a tutte le latitudini: la questione antropologica. Una sfida che nel concreto si traduce nel promuovere l’inculturazione del Vangelo, distinguendo il grano buono dalla zizzania. «Come il resto del mondo, l’Africa vive uno "choc" culturale che minaccia le fondamenta millenarie della vita sociale e rende talvolta difficile l’incontro con la modernità». È questa la cornice nella quale si colloca, ad esempio, il tema della riconciliazione con Dio e con il prossimo, via necessaria alla pace, come quello del dialogo ecumenico e interreligioso. Anche con il mondo islamico, nel rispetto della libertà religiosa e di coscienza. Il Papa sottolinea, poi, che sebbene la costruzione di un ordine sociale giusto competa alla sfera politica, la Chiesa ha comunque il dovere di formare le coscienze degli uomini e delle donne, educandole alla sacrosanta sfera dei valori.

Vivere la giustizia di Cristo significa, allora, adoperarsi per porre fine alla confisca dei beni a scapito di popoli interi, definita inaccettabile e immorale, guardare alla sussidiarietà e alla carità, nella logica delle Beatitudini. La Chiesa deve, dunque, offrire il proprio apporto alla formazione di una nuova Africa, dando voce al «grido silenzioso degli innocenti perseguitati o dei popoli i cui governanti ipotecano il presente e il futuro in nome di interessi personali».

Ciò che colpisce, leggendo il testo, è l’estrema concretezza, sia per quanto concerne la politica – l’Africa ha davvero bisogno del buon governo degli Stati, che si esprime nel rispetto delle Costituzioni, delle elezioni libere, di sistemi giudiziari indipendenti, di amministrazioni trasparenti e non tentate dalla corruzione – come anche in riferimento a temi socio-economici più scottanti. A questo proposito, il Papa invoca il rispetto dei beni essenziali come l’acqua, la terra e le materie prime più in generale; ma parla anche dell’attenzione da rivolgere al fenomeno delle migrazioni. Illuminante anche il pensiero di Benedetto XVI sulla «globalizzazione della solidarietà», un impegno che coinvolge tutte le nazioni. Sul piano pastorale, nessuno deve tirarsi indietro, ministri di Dio, laici impegnati e tra questi le donne che hanno il compito di umanizzare la società. L’augurio del Papa, attraverso l’intercessione della Vergine Maria, è che la Chiesa in Africa possa essere davvero «uno dei polmoni spirituali dell’umanità».
  • Giulio Albanese
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 28, 2011 11:02 am


  • L'Abc del sostegno economico alla Chiesa cattolica
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Il sistema di sostegno economico alla Chiesa cattolica è entrato in vigore alla fine degli anni '80 e ha avuto subito una buona accoglienza da parte dell'opinione pubblica. Il successo dell'8xmille, tuttavia, ha di fatto oscurato tutte le altre novità introdotte in applicazione dell'Accordo di revisione del Concordato in materia di partecipazione dei fedeli alle esigenze economiche della comunità ecclesiale. E perciò non è inutile riandare alle fonti del sistema per comprenderne non solo i meccanismi, ma soprattutto i valori di fondo.

Non pochi sono ancora i dubbi diffusi sia tra i fedeli, sia tra i cittadini. E lo dimostrano domande come quelle sul cosiddetto stipendio dei preti ("Chi lo paga, lo Stato o il Vaticano?"), oppure sulle offerte per i sacerdoti ("A cosa servono, visto che esistono già le offerte in parrocchia e l'8xmille?"), senza contare che lo stesso 8xmille talvolta viene erroneamente scambiato per una tassa in più e che certi organi di stampa fanno di tutto per confondere le idee con inchieste e articoli infarciti di gravi inesattezze.

Questo deficit di conoscenza finisce con l'influire non poco sulla stessa accettazione del sistema. E infatti chi ha paura che l'8xmille sia una tassa in più non sceglie a chi destinarlo. E chi ritiene che ai preti ci pensi il Vaticano non si preoccupa di dare il proprio contributo attraverso le offerte deducibili. Tanto è vero che ogni anno, accanto ai milioni di contribuenti che firmano regolarmente a favore della Chiesa cattolica, c'è ancora una larga fascia che si astiene da ogni scelta. Senza contare poi che solo una minoranza dei praticanti versa le offerte Insieme ai sacerdoti intestate all'Istituto Centrale Sostentamento Clero.

Perciò nel volumetto Abc del sostegno economico alla Chiesa cattolica, in distribuzione domenica 27 con Avvenire, viene proposta una visita guidata al sistema e alle motivazioni che lo sostengono, cercando di mettere in luce come esso può contribuire alla crescita della comunità ecclesiale. Perché, in fondo, questa è la ragione principale per cui è stato pensato e attuato.
  • Mimmo Muolo
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Messaggio da miriam bolfissimo » ven dic 02, 2011 9:41 am


  • Quella finestra che fa entrare il cielo
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Il Santo Padre ha aperto il ciclo delle catechesi d’Avvento, guardando a Gesù, alla sua preghiera «che attraversa tutta la sua vita, come un canale segreto che irriga l’esistenza». Sin dall’inizio della sua vita pubblica, sulle rive del Giordano, Gesù dopo aver ricevuto il battesimo avvertì l’esigenza di pregare, di entrare in intima comunione col Padre, quasi a rimarcare che nessun gesto sulla terra può avere significato se non è sostenuto dal Cielo.

Potrebbe apparire strano che il Figlio di Dio sentisse il bisogno di pregare, eppure, spiega Benedetto XVI, «proprio questo 'stare in preghiera', in dialogo con il Padre illumina l’azione che ha compiuto insieme a tanti del suo popolo, accorsi alla riva del Giordano». È di fatto l’intensa e personale preghiera di Gesù che sacramentalizza quel rito di purificazione a cui si sottoponevano i seguaci del Battista. Non è un caso che solo dopo la preghiera del Maestro, «il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo» (Lc 3, 21-22).

Certamente, come Figlio dell’Uomo, ricorda il Papa, Gesù «ha imparato a pregare da sua Madre e dalla tradizione ebraica» ma la sua preghiera rivela qualcosa di più, «raccogliendosi in preghiera, Gesù mostra l’intimo legame con il Padre che è nei Cieli, sperimenta la sua paternità, coglie la bellezza esigente del suo amore, e nel colloquio con il Padre riceve la conferma della sua missione».

Il richiamo di Benedetto XVI al Gesù orante, che nella preghiera lega la terra al Cielo, suona come una provocazione in questo tempo in cui l’uomo del fare si sente sopraffatto dagli eventi, dalla crisi economica, dai mercati impazziti. In questo nostro mondo «chiuso all’orizzonte divino e alla speranza che porta l’incontro con Dio» il Papa invita i cristiani ad essere testimoni di preghiera per insegnare all’umanità smarrita, in cerca di senso, a ritrovare se stessa nel dialogo con l’Alto. Chiamato a dare speranza in un tempo in cui sembra svanire ogni speranza di futuro, il Vicario di Cristo, sulle orme del Maestro, ritrova nella forza della preghiera il coraggio della fede, il coraggio di guardare avanti con fiducia nell’attesa, propria dell’Avvento, del Signore che viene.

Se Gesù, come narrano i Vangeli, più volte si ritirava in preghiera nel deserto, sul monte, nella notte, in ogni momento in cui la solitudine gli consentiva di ascoltare la voce del Padre, ogni uomo deve saper ritrovare nella propria interiorità la sua vera dimensione. In questo tempo in cui nuovi poveri bussano alle porte delle nostre chiese, certamente siamo tutti chiamati alla solidarietà concreta, all’efficienza, all’operosità per dare riposte a quanti hanno bisogno di aiuto, ma il Papa sente di ricordare alla Chiesa e a tutti gli uomini di buona volontà che solo l’intimo legame con Dio può dare valore al nostro agire. Dalle rive del Giordano a quella terribile notte d’angoscia nell’Orto degli Ulivi, Gesù ci ha insegnato a rifugiarci nella preghiera, a rivolgerci a Dio come al più tenero dei padri, a dire Abbà, Padre, «Padre nostro che sei nei cieli».

La riflessione del Santo Padre sulla preghiera sembra ricordare all’uomo di oggi, pieno di sé, le parole di Gesù: «Senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5), perché solo nell’intimo e costante dialogo con Dio «possiamo aprire finestre verso il Cielo».
  • Gennaro Matino
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun dic 05, 2011 10:25 am


  • Qualcosa che importa
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C’è qualcosa di nuovo nell’aria, anzi di antico. Un fenomeno consueto ma che ha connotati nuovi, a cui bisogna trovare un nome nuovo. Intendo quella usuale eccitazione che sale piano in questi giorni e che riguarda i regali di Natale. Ma forse bisognerà trovare dei nomi nuovi. Perché le cose cambiano. E se pur occhieggiano da vetrine e spot i soliti inviti, le "clamorose" offerte, i "mai visti" sconti e le "sensazionali" offerte, c’è qualcosa di nuovo nell’aria.

La solita bella eccitazione si sta forse venando di una ponderatezza nuova. Insomma, è come se la normale, abituale eccitazione di pensare a cosa regalare a figli amici parenti, fosse abitata da una nuova inquietudine, da un sospetto, o meglio da una domanda. Mentre si comincia a dare un’occhiata, ancora senza troppo impegno, a vetrine e promozioni, mentre si fanno i primi svagati sondaggi su desideri e gusti, un pensiero rintocca nel profondo: ma cosa ha davvero senso regalare? Certo, la crisi ci ha insegnato a misurare con altra attenzione il denaro, a valutare con più senso critico il valore vero di oggetti, di beni che a volte beni veri e propri non sono, ma sfizi, lussi piccoli o grandi, e a riconoscere come superfluo quel che ieri ci pareva necessario. Ma non è solo una sorta di "complesso morale" determinato dalle notizie sulla crisi e dalla realtà di minori risorse a muovere questa strana cosa nuova e antica che chiamerei "eccitazione pensosa" al regalo.

Credo che ci sia qualcosa di più profondo. Come se la circostanza della crisi avesse almeno in parte aiutato a mettere a fuoco meglio anche il valore del farsi regali. Da un lato, infatti, il gesto del donare qualcosa sfugge a qualsiasi calcolo. È bello fare doni anche se si ha poco. Anche se le risorse diminuiscono. Donare è un atto non superfluo. Si può rinunciare a parecchie cose, ma non a donare. Perché fa parte della nostra natura umana. Un uomo che non dona è diventato meno uomo. Nella gratuità "assurda" di fare un regalo anche quando sono aumentati i nostri bisogni, nella gratuità che va contro ogni logica di tornaconto pur in un momento in cui si devono più attentamente fare i conti, risiede un barlume di vero intorno alla nostra natura: l’uomo è fatto per donare, per donarsi.

C’è un impeto positivo che fa parte della nostra natura, prima e sopra ogni altro. Questo barlume di verità – così piccolo ma evidente e tenace – può illuminare non solo il breve episodio del periodo dei regali di Natale, ma potrebbe indicare qualcosa di importante a riguardo della vita sociale. Occorre scommettere su questo indirizzo positivo della nostra natura. Lo stesso su cui si fondano tante iniziative di valenza pubblica, nei campi dell’assistenza e dell’educazione e in altri settori. Sul fatto che l’uomo è un essere che dona, si può fondare una visione della società e della sua organizzazione non più improntata al sospetto e alla mortificazione burocratica e impositiva. Dall’altro lato, questa eccitazione pensosa che ci prende nel periodo di Natale è una sottolineatura del bene che sono i legami, le relazioni che compongono concretamente e esistenzialmente la vita di una persona.

L’uomo è un essere che dona e che ha legami. Il fatto che tali legami siano oggetto di attenzione particolare, di scambio di doni, ci fa vedere come la risorsa principale della nostra vita (anche in un’epoca di crisi) non sta nella chiusura egoistica, paurosa e calcolatrice in termini di diritti e doveri. Non si ha vera società intorno all’uomo che come una monade isolata pensa a se stesso, misurando o inventando bisogni e diritti in astratto, ma intorno alla persona come nodo di relazioni viventi, nelle quali si evidenziano non solo potenti indicazioni della natura, ma anche limiti e rispetto. L’uomo che dona e che non è fatto per la solitudine è il regalo di Natale che tutti possiamo ricevere mentre iniziamo a pensare quali regali belli – ma belli davvero – fare, siano essi piccole cose graziose o beni che vogliamo restino come nostra eredità.
  • Davide Rondoni
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Messaggio da miriam bolfissimo » gio dic 15, 2011 11:37 am


  • Ammettiamolo, siamo capaci d’odio E la vera libertà sta nello scegliere il bene
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A Firenze sparano sugli ambulanti di colore. A Liegi buttano granate sui passanti. E altri fatti, più o meno eclatanti, ci hanno ricordato in queste ore una verità nuda: noi odiamo. Siamo capaci di odiare. In casi tragici e spaventosi come i fatti di Firenze e di Liegi si chiama in causa la pazzia, il raptus.

Come se questi gesti di follia finale, di odio fatale non crescessero giorno per giorno da un nutrimento dell’odio, da tante piccole progressive scelte avvelenate di odio. Le biografie dei colpevoli di questi gesti estremi spesso dimostrano una assidua, continua coltivazione dell’odio. Il fatto che in questi casi ci sgomenta, se non ci distraiamo subito in analisi sociopolitiche consolatorie, è così, infine, la capacità di odio che possiamo alimentare. Quando il suo magma erompe e si fissa in gesti micidiali, di sinistra e a volte meticolosa precisione, rimaniamo impressionati.

Accade di fronte a fatti di cronaca come questi recenti, ma anche di fronte a fatti privati che ci toccano personalmente. Siamo disposti, per così dire, a comprendere l’invidia, la gelosia, l’avidità e tutta la spettacolare gamma dei vizi che ci troviamo tutti un po’ addosso. Poi quando appare lui, nudo e tremendo, come una pietra liscia senza appigli, restiamo senza parole. L’odio abita nel fondo del cuore dell’uomo, di noi uomini, come un antico demone addormentato. Ma sì, sappiamo odiare. È nelle nostre possibilità. Volere la fine dell’altro. Limitarlo. Violarlo.
Arrivare a desiderarne la morte, l’eclisse, la scomparsa. La sofferenza. Certo, si possono indagare e accusare i molti elementi che sembrano alimentare atti o atteggiamenti di odio. C’è chi accusa il razzismo, la politica faziosa, la pressione di media, la facilità di armarsi, la incuria pubblica. Ma, a ben vedere, non sono queste stesse cause dell’odio azioni e atteggiamenti causate a loro volta da questo strano enigma che chiamiamo odio? Chiamare causa dell’odio il razzismo è come dire che l’odio causa odio. È indicare la politica faziosa e intollerante è lo stesso.

E persino individuare possibili parti di causa in impalpabili consuetudini sociali non è forse rintracciare un odio pulviscolare, diffuso che poi si cristallizza in qualcuno nel gesto più evidente e tragico di odio? L’odio non ha un motivo preventivo che lo giustifichi. Non è conseguenza inevitabile di qualcosa d’altro. Va detto: è una scelta. L’odio – diciamolo accettando lo spavento di questa affermazione – è un atto libero. Uno degli atti più radicalmente liberi dell’uomo. Come lo è il bene. L’odio, come il bene, non ha giustificazione automatica. Quando Gesù dice che è facile amare l’amico, mentre il vero compito è amare il nemico, indica potentemente questa radicale libertà di noi uomini.

Possiamo amare e odiare contrastando del tutto le circostanze. Non seguendo, per così dire, nulla di obbligatorio. Si odia e si ama del tutto liberamente. Questo è la spaventosa abissale misteriosità dell’essere umano. E la nostra possibile gloria, come vediamo in storie ordinarie o eccezionali di bene. Il cuore umano, ammoniva il Manzoni poco ricordato nelle celebrazioni del centocinquantenario italiano, è insondabile se non a Dio. L’odio è una mancanza di immaginazione, diceva Graham Green. Lo ricordano in un loro bel libro recente sull’enigma del male Andrea Monda e Giovanni Cucci. Solo chi si è privato di immaginazione può infatti guardare il volto di un uomo senza scorgervi nemmeno un tratto che richiami fraternità, comunanza. Una necessaria solidarietà. Siamo la società dell’immagine, non dell’immaginazione. Non a caso, sotto gli scintillanti favolosi manifesti o video di ogni genere di réclame si aggirano uomini armati, senza più immaginazione. Alcuni con armi visibili e feroci.

Altri – molti più di quelli che pensiamo – con armi invisibili, ma non meno micidiali. Trasformare la libera scelta dell’odio in libera scelta del bene è un compito grande, specie in tempi di crisi. Si tratta di ricordare e mostrare che l’uomo che ama liberamente è più compiuto, più lieto e più realistico di chi cede all’odio. Il resto sono chiacchiere, per lo più banali, del giorno dopo.
  • Davide Rondoni
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Messaggio da miriam bolfissimo » ven dic 23, 2011 8:58 am


  • Tempo di ritrovarsi
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Alla cassa una vecchia signora mette via una spesa frugale e si sfoga con la giovane cassiera: «Con la pensione che ho, non sarà un gran Natale...» La ragazza avrà vent’anni, sorride a quella che potrebbe essere sua nonna, ma non si trattiene da una battuta amara: «Si contenti, signora, che almeno lei una pensione ce l’ha. Io, non so; anzi, non so neanche se fra sei mesi avrò un lavoro». La vecchia signora se ne va con la sua sporta, la commessa batte la spesa del prossimo cliente, ma non sorride più.

C’è un retrogusto agro in questa vigilia nelle parole della gente, c’è un malessere che ti indurrebbe a cambiare canale, quando c’è il tg. E non è solo per la crisi, per i tagli, i sacrifici. È qualcosa oltre: è, nello scoprirsi più poveri, come la tentazione di porsi sistematicamente gli uni contro gli altri. È un protestare collettivo ma frammentato in tante parti quanti, si direbbe, sono gli interessi. Insorge chi era al traguardo della pensione, insorgono certi sindaci che invitano a non pagare l’Imu, insorgono, naturalmente, i sindacati, in difesa di un lavoro che va 'garantito'; ma a maggior ragione potrebbero insorgere quei giovani che nel precariato rischiano di invecchiare. Chi minaccia serrate, chi sciopera a pochi giorni da Natale bloccando le città.

Legittimo; ma inquieta la sensazione che si possa arrivare a essere tutti contro tutti, anziché tutti insieme, in un frangente tanto grave. La stessa più che condivisibile ansia di far pagare le tasse agli evasori o di contenere i costi della politica rischia una deriva populista se si risolve in un additare ogni giorno presunti nuovi avversari – che vengano smascherati, che paghino, finalmente, si sente dire con rabbia; o se sfocia in una costruzione di nemici immaginari, come si è cercato di fare con la truffaldina campagna contro la Chiesa a proposito di Ici. E forse è più, all’origine, mediatica che reale questa tensione; ma è uno di quei casi in cui i media, più che rappresentare, possono 'fare' la realtà, forgiarla nella forma di una contrapposizione metodica e radicale, senza prospettive.

Così che un viaggiatore che si trovi in questi giorni a girare per l’Italia potrebbe trarne l’impressione non di un Paese in lotta con la crisi, ma in lotta intestina con se stesso. Più che un popolo, un coacervo di corporazioni, categorie, bande in contrasto fra loro. E verrebbe da domandare, a ogni nuovo alzarsi di striscioni: avete magari ragione, ma non vi accorgete, nella difesa del vostro particolare, che in pericolo c’è qualcosa di più grande? Che l’euro tenga, che il sistema bancario tenga, che lo Stato possa pagare i suoi debiti e garantire i suoi servizi; che i figli possano sperare di avere un lavoro, una casa, dei figli, tutto questo non è un bene ancora più grande del proprio pure legittimo interesse personale? Certo, nell’ombra c’è, lo sappiamo, un’Italia solidale che non fa rumore, che prosegue a testa bassa contro il vento contrario, che tende una mano a chi resta indietro. Ma è come se questo capitale di unità e solidarietà restasse non riconosciuto, persino sotto accusa, comunque in disparte, mentre gli altri lottano ciascuno, chiassosamente, per sé. Siamo un popolo, o solo milioni di persone che vivono negli stessi confini? È diverso, come in una casa è diverso essere una famiglia o quattro o cinque uomini e donne che si incrociano frettolosamente, la sera.

È perché siamo cresciuti nell’individualismo, nel mito dell’autonomia e della realizzazione di sé, che davanti alla crisi ci ritroviamo così frammentati? O, forse, è perché molti adulti oggi non sono padri né madri, e questo non pensare a chi verrà accorcia, rende miope lo sguardo? Fosse, questo Natale che arriva tuttavia puntuale, l’ora della memoria di un Paese di grande tradizione cristiana, in cui carità e solidarietà si facevano senza nemmeno nominarle, naturaliter, perché così si era visto fare dai vecchi. Fosse, questo Natale, l’ora per ritrovarci e riscoprirci - prima che rivali, controparti, avversari - un popolo, che vuole continuare la sua storia.
  • Marina Corradi
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » gio dic 29, 2011 10:50 am


  • L'amore vicino
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È possibile la gioia del Natale? Le preoccupazioni e i disagi non mancano mai, ma oggi si avvertono con maggiore corposità: il volto vero della crisi internazionale, che segna anche il nostro Paese, si è manifestato. Forse, nel tempo l’umanità non ha visto abbastanza, o forse non ha voluto guardare, ma una grande mutazione era in atto. Avrebbe costretto a rivedere gli stili di vita e, prima ancora, di lavoro, di fare economia e, soprattutto, finanza. Più ampiamente, mi pare che siamo sollecitati a ripensare il modo di vivere insieme, di fare società.

Dentro alla stretta dell’ora presente, è possibile allora la gioia del Natale? Quella gioia che ci auguriamo gli uni gli altri quando ci auguriamo un Natale buono? Oppure dobbiamo rassegnarci a vivere senza luce e senza speranza, e quindi senza gioia? Ma è possibile vivere senza speranza? L’esperienza ci dice che non è possibile… e che non lo vogliamo! Così come non si può vivere senza certezze. Non tutto nella vita umana è certo, ma non tutto può essere incerto. Un qualche punto fermo e sicuro deve esistere da qualche parte. Ed esiste! «Rallegratevi sempre nel Signore: il Signore è vicino», esorta l’apostolo Paolo. Sta dunque qui il punto roccioso della vita: la vicinanza di Dio all’uomo, la vicinanza dell’Amore. In Gesù, nella grotta di Betlemme, Dio si è messo dalla nostra parte, di noi pellegrini affaticati nel tempo; si è fatto uno di noi per stare con noi, per portare con noi la vita in ogni circostanza, perché nessuno sia solo. Quale commovente stupore dei pastori nella notte santa, davanti a quella carne di Bimbo che portava il cielo sulla terra! Anche noi vogliamo essere come gli umili pastori, gente dal cuore semplice e dallo sguardo lungo e penetrante che sa vedere il Dio-con-noi.

Ma se Lui è con noi, anche noi dobbiamo essere con Lui e così essere con gli altri, riconosciuti non solo come simili, ma come fratelli. Sta qui la radice della solidarietà più vera e della dedizione che deve ispirare famiglie, lavoro, società. Sta qui la sorgente della fiducia robusta che non è frutto di un ottimismo superficiale e colpevole; è questa la fonte del coraggio per guardare avanti, al domani della nostra vita e della vita di tutti. Ma insieme!

Insieme a tutti i livelli e ambienti: dai responsabili della cosa pubblica, del mondo del lavoro, della finanza e dell’economia, del condominio e del borgo, dei singoli cittadini. Abbiamo bisogno di purificare lo sguardo da illusioni menzognere, da sogni di vita facile e lussuosa, da invidie corrosive, da ingordigie devastanti, da furbizie egoiste.

Alla luce del Bambino vogliamo purificare lo sguardo e riscoprirci fratelli che guardano verso il medesimo orizzonte e camminano insieme con fiducia e coraggio. E quindi con la letizia nel fondo del cuore. Buon Natale.
  • Angelo Bagnasco
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Messaggio da miriam bolfissimo » gio dic 29, 2011 10:53 am


  • Sì, ci è dato un Figlio
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La nascita di Gesù Cristo chiama ogni uomo a un nuovo inizio, l’umanità a crescere e rinnovarsi. Nelle epoche di maggiore sofferenza, incertezza, il Natale si presenta per illuminare le zone opache della coscienza, per tenere viva la speranza che permea l’intera opera del creato. Non a caso esso ha impegnato nella storia le più alte facoltà dell’uomo, l’arte, la musica, il canto, la capacità di pensare e progettare.

L’arte ha dato immagine e fascino creativo all’evento, i suoi capolavori consegnati a generazioni di cristiani hanno esaltato la bellezza, la tenerezza del rapporto tra Gesù, Maria, Giuseppe, la forza della vita nuova che ha fatto irruzione sulla terra per cambiare il corso della storia, ispirandola ai principi diffusi con il Vangelo. Quando Francesco d’Assisi 'inventa' il presepio a Greccio, nel 1223, quasi riassume la sensibilità artistica del cristianesimo, ne consegna la raffigurazione a uomini e donne, alle famiglie, ai bambini di tutto il mondo con una genialità spirituale che ha subito valenza universale. La Natività ispira l’arte cristiana dagli inizi, ma con Francesco essa diviene un luogo privilegiato dei grandi maestri, da Giotto a Beato Angelico a Filippino Lippi, agli altri successivi. La musica e il canto, da parte loro, nelle più raffinate elaborazioni e a livello popolare, danno voce alla forza dell’annuncio, evocano l’armonia dell’incarnazione, la pienezza di una vita spirituale possibile a chiunque. Infine, la liturgia e la preghiera pronunciano le parole più alte e quelle più semplici con cui anche i piccoli professano la propria fede, manifestano stupore per la vicinanza di Dio, che con la Natività diviene presenza familiare.

La crisi che stiamo vivendo da alcuni anni ha raggiunto punte di disarmante acutezza, e vera sofferenza, è sempre più il frutto d’un intrecciarsi di rapporti tra i popoli che non conosce confini. Benedetto XVI ha ricordato che quanto era iscritto nella Natività oggi è verità sperimentabile: ogni persona, popolo, nazione, sono parte di una storia universale dalla quale non ci si può estraniare, ciascuno dipende dagli altri sempre più strettamente. Se però ciò che facciamo incide anche sui nostri simili più lontani, e viceversa, vuol dire che la parola di Dio, rivelata a Betlemme, assume un significato più alto.

Perché l’egoismo non colpisce solo nell’interiorità, ha un raggio d’azione ampio, crea ingiustizia nelle comunità, mette a rischio il futuro delle nuove generazioni, dei più bisognosi, delle nazioni. Guardando attorno, oggi vediamo quante categorie di persone sentono necessità della speranza. Hanno bisogno di sperare i popoli entrati e usciti nel corso di quest’anno da bufere rivoluzionarie, o vere guerre, che hanno investito il Mediterraneo; confidano che tante sofferenze non si dimostrino inutili, aprano le porte ai diritti umani, a cominciare dalla libertà religiosa, invece che a nuove oppressioni. Nutre speranza chi subisce violenza e persecuzioni a causa della fede, quasi sempre cristiana, in tante parti del mondo. Vogliono, e devono, sperare i popoli dell’Europa, della nostra Italia, che vedono crollare certezze, garanzie, sicurezza, e sono presi da una diffusa ansia, dei genitori per i figli, dei giovani per il proprio avvenire.

La speranza è tutt’uno con la Natività perché questa è per definizione apertura all’esistenza, fiducia nel futuro, ma San Paolo ricorda che per realizzarsi essa chiede di fare delle scelte, di operare per il bene. Più di ieri, si deve scegliere se stare dalla parte della vita, ovunque nasca e comunque si manifesti, se onorare il comandamento dell’amore che costituisce l’architrave del cristianesimo. La luce che viene dalla Natività si spegne o si affievolisce ogni volta che giriamo le spalle alla vita nascente o sofferente, si offusca quando costruiamo la civitas sull’ingiustizia, dimenticando il bene comune. Oggi sappiamo che le scelte d’egoismo ricadono su di noi perché erodono le basi di una convivenza che si è fatta planetaria. Il terzo millennio ha già confermato il compimento della promessa divina, per la quale gli uomini possono vivere come una comunità in cui tutti sono veramente eguali, perché accomunati dalla somiglianza al Creatore, ma se appassisce questa consapevolezza si prepara il terreno all’isolamento delle persone, al declino della società. La Natività, questo Figlio che ci è dato, si oppone alla disgregazione e alla dispersione, rappresenta il trionfo della vita, l’apertura alla luce della solidarietà, alla responsabilità verso gli altri.
  • Carlo Cardia
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » sab dic 31, 2011 11:21 am


  • La festa dell'istante
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È una festa del presente. La fine di un anno che in un impercettibile istante trapassa in un inizio. È l’occasione della più strana, commovente festa inventata dagli esseri umani. Si festeggia un istante. Quell’istante. Lo si aspetta contando, poi si stappano le bottiglie, si lanciano abbracci e baci. Si alzano fuochi e anche preghiere. Per un istante. Che è esemplare. Perché sentiamo in lui gravare e bruciare via il passato e aprirsi il futuro. Come in ogni istante, a pensarci bene. Il presente è l’unica cosa che conta. Questo istante che passa. E che è l’unico punto in cui si manifesta la vita. Nessun dolore, nessuna gioia vivono nel futuro o nel passato. Se non come memoria o presentimento. Le cose più importanti della vita – l’amore, Dio, la gioia, la verità – sopportano solo il verbo presente. Solo l’amare, solo il conoscere conta, diceva Pasolini in una sua struggente poesia, non l’aver amato, non l’aver conosciuto. Il presente è quello che conta.

Festeggiare un attimo può sembrare una cosa folle. Nulla pare aver consistenza minore. Un niente, o quasi. Eppure in questa festa che ci farà travestire, ci inebrierà, ci farà ritrovare e disperdere, saremo rivolti a un solo istante. A rendere onore, ad aprire il petto per quel solo istante. A cui diamo un sacco di significati, ognuno secondo la propria vita, secondo la gioia o la pena che ci abitano. Un istante, niente di più ma questa festa sembra proprio ricordarci che tutto il senso, tutti i significati possibili della vita accadono nel presente oppure non hanno valore. Di un amore non 'presente', di una gioia 'futura o passata', di una verità 'che non vale adesso' cosa ce ne facciamo?

Capodanno torna con tutte le sue maschere, i suoi buffi vaneggiamenti, con i suoi riti e con le immancabili sbrodolate di raccomandazioni da parte dei cosiddetti saggi. Ma torna con una specie di segreto che quasi nessuno dice: conta il presente. Conta l’attimo che vivi. Troverete sui giornali e intorno a voi un sacco di discorsi sul passato e una valanga di parole sul futuro. Cose intelligenti, come no. Piene di preoccupazioni, e di previsioni e consigli. Ma questa festa sacra e profana, questo giorno strano, questa notte triste e allegra vengono con un messaggio negli occhi: quel che conta è l’attimo. Tutto il futuro e il passato esistono per far esistere il presente. E allora non conta come staremo o come siamo stati. Ma come stiamo. Conta se abbiamo ora una forza nello sguardo, se abbiamo ora un roseto vivo nel cuore. Conta se abbiamo ora una canzone nella mente. Se abbiamo ora un viso a cui dire: tienimi. Se abbiamo un Dio a cui dire ora: Padre. Se abbiamo ora una ricchezza dentro che non ci possono portar via.

Chi presume di poggiarsi solo sul passato (come i tradizionalisti) o chi (come gli utopisti) punta tutto sul futuro, ha sempre creato guai. Chi disprezza il presente, chi pensa che il buono stia ieri o domani non legge mai bene il passato né porta frutti nel futuro. Capodanno è, in realtà, la festa per un istante. Che follia saggia. Da questa notte, oltre al gusto per le amicizie, al sapore dolce di baci amati, oltre alla felicità dura e ardente di chi festeggia insieme a chi ha bisogno o è solo, e oltre alle luci che ci attraverseranno gli occhi, portiamoci via questo messaggio che la festa porta nella parte più segreta del suo sguardo: quel che conta è l’istante presente. Que­sta coscienza ci inquieti, ci ravvivi. Ci disponga all’anno di attimi che verranno come amanti del presente. Niente infatti è fattore di sviluppo, di speranza, di conforto più di un uomo che vive intensamente e ama il suo presente, pur tra durezze e ferite.
  • Davide Rondoni
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun gen 09, 2012 10:57 am


  • Umiltà e coraggio
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Nell’omelia pronunciata per l’Epifania, il Papa ha detto che i Magi erano «uomini di scienza, ma non soltanto nel senso che volevano sapere molte cose: volevano di più. Volevano capire che cosa conta nell’essere uomini». È una sottolineatura assai importante che richiama la differenza tra mera erudizione e vera cultura. La prima è solo un’accumulazione di nozioni senza gerarchia tra loro; la seconda, invece, desidera anzitutto rispondere alle domande esistenziali: «chi sono?», «qual è la mia origine?», «qual è il mio fine? », «esiste Dio?», «se c’è Dio perché c’è anche il male?»...

In effetti, il fine principale dell’attività conoscitiva umana dovrebbe essere il nostro continuo miglioramento morale. Dunque la ricerca conoscitiva dovrebbe principalmente (anche se non esclusivamente) e continuamente interrogarsi sulle grandi domande, dovrebbe cercare di migliorarci, di aiutarci a ben vivere e a ben morire. Ciò significa che dovremmo cercare una giusta proporzione tra ciò che (giustamente) sappiamo per via della nostra professione o per interesse e ciò che abbiamo bisogno di sapere in quanto uomini: posso sapere tutto sull’informatica, sull’economia, sulla geografia, ma tutte queste cose, pur pregevoli, non sono primarie, perché ciò che conta principalmente è saper rispondere – per quanto possibile – alle domande esistenziali.

Il tanto (ingiustamente) bistrattato Medioevo ha molto da insegnarci al riguardo, perché organizzava in modo gerarchico i vari saperi in rapporto alla loro capacità di insegnarci l’arte di vivere moralmente bene. Diceva che essi devono favorire, o perlomeno non ostacolare, la ricerca del bene, l’amore a Dio e al prossimo. Se questa unificazione è caduta nel Rinascimento, durante l’Illuminismo (ovviamente con delle eccezioni al suo interno) è ritornata una nuova organizzazione del sapere, quella antigerarchica dell’enciclopedia, che dispone le conoscenze secondo il criterio alfabetico (cosicché amaca viene prima di Cristo...), dove al centro non c’è più l’uomo bensì l’accumulazione stessa del sapere e la moltiplicazione delle informazioni atrofizza la capacità di ri­flettere, come oggi spesso succede con internet. Inoltre, la vera cultura è quella che non rimane 'bagaglio culturale', bensì quella che metabolizziamo, facendone pensiero del nostro pensiero. Quella che incide sulla nostra vita, quella che ci orienta, come la stella che guidava i Magi, e che insieme ci è consustanziale.

Ancora, a differenza dell’uomo veramente colto, il mero erudito resta chiuso nella sua torre d’avorio, del suo sapere fa motivo di vanto snobistico e di disprezzo verso i semplici, che sanno molto di meno in generale, ma tal­volta sanno molto di più di lui per quanto concerne il senso della vita. E qui veniamo a due altre caratteristiche dell’uomo veramente colto, anch’esse menzionate da Benedetto XVI: i Magi «erano anche uomini coraggiosi e insieme umili: possiamo immaginare che dovettero sopportare qualche derisione» e «Per essi non era decisivo ciò che pensava e diceva di loro questo o quello […]. Per loro contava la verità stessa, non l’opinione degli uomini». In effetti, al cercatore della verità sono necessarie diverse virtù, a cominciare appunto dall’umiltà e dal coraggio, che il Papa ha richiamato anzitutto in riferimento ai vescovi. La prima, perché chi è orgoglioso difficilmente riconosce di sbagliare e persevera nel difendere una tesi erronea per non dover ammettere di aver sbagliato. Il secondo, perché – soprattutto oggi nell’epoca del politically correct – andare controcorrente significa essere derisi, umiliati, disprezzati, osteggiati.
  • Giacomo Samek Lodovici
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun gen 16, 2012 10:53 am


  • Nel Vangelo di chi emigra un fuoco che non si spegne
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«L’urgenza di promuovere con nuova forza e rinnovate modalità» l’evangelizzazione oggi è favorita dalle migrazioni, che «hanno abbattuto le frontiere» e costruito nuovi incontri tra persone e popoli. Questa coniugazione stretta tra migrazioni e nuova evangelizzazione è il tema centrale del Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2012 che si celebra oggi in tutte le parrocchie italiane. Una nuova evangelizzazione che chiede nuovi operatori, rinnovate strutture, un nuovo modo di comunicare il Vangelo «da persona a persona» – come ricordava Paolo VI nell’Evangelii nutiandi – che aiuti a superare «contrapposizioni e nazionalismi» e ogni forma parallela di pastorale migratoria.

In Italia la nuova evangelizzazione invita a guardare agli oltre 5 milioni di persone, di cui quasi un milione di fedeli cattolici 'differenti' per tradizioni e riti, ma anche ai 4 milioni di italiani all’estero, la quasi totalità dei quali cattolici, che hanno formato comunità importanti soprattutto in Europa e nelle Americhe. Le comunità cattoliche di immigrati in Italia come le comunità cattoliche di emigranti nel mondo hanno costituito e costituiscono un valore aggiunto nell’esperienza cristiana di molte comunità di antica e nuova tradizione cristiana. Le une e le altre comunità, formate soprattutto da giovani, sono risorse importanti per comunicare il Vangelo, ma soprattutto per viverlo in contesti diversi. Le note dell’apostolicità e della cattolicità della Chiesa trovano nell’incontro tra popoli, nelle migrazioni e nelle diverse storie di mobilità (la gente del mare e dello spettacolo viaggiante in particolare, comunità rom e sinte) un luogo fondamentale di espressività. In questo senso, le migrazioni sono – ricorda il Papa – «un’opportunità provvidenziale per l’annuncio del Vangelo nel mondo contemporaneo», un segno dei tempi per rileggere la nostra vita cristiana, confrontandoci con chi proviene da mondi e Chiese differenti. Lasciare soli i migranti, abbandonarli, respingerli o non considerarli nelle nostre parrocchie significa perdere persone e famiglie importanti per ripensare e ridisegnare la Chiesa, ma anche la città, con «nuove progettualità politiche, economiche e sociali».

Lavoratori e famiglie migranti, richiedenti asilo e rifugiati, studenti internazionali – le categorie di migranti che Benedetto XVI ricorda nel suo Messaggio – sono tre luoghi e mondi pastorali per verificare e ordinare la vita delle Chiese locali anche in Italia, «evitando forme di discriminazione», favorendo «il rispetto della dignità di ogni persona, la tutela della famiglia, l’accesso a una dignitosa sistemazione, al lavoro e all’assistenza». Occorre evitare il rischio – che fu anche per gli italiani in 150 anni di storia dell’emigrazione italiana – che le migrazioni corrispondano alla perdita e all’abbandono dell’esperienza di fede, magari motivate anche da una debole testimonianza della carità, oltre che da una fede chiusa verso il nuovo o incapace di esprimersi in maniera rinnovata: evitare il rischio per i migranti «di non riconoscersi più come parte della Chiesa».
  • Giancarlo Perego, direttore generale Migrantes
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Messaggio da miriam bolfissimo » sab gen 21, 2012 9:03 am


  • C'è solo la preghiera per ricomporre l'unità
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Potrebbe sembrare, o essere presa, come una delle tante ricorrenze annuali, cui si fa a tal punto l’abitudine da lasciarle scorrere senza, quasi, accorgersene. Anche per quel tema – «Tutti saremo trasformati dalla vittoria di Gesù Cristo, nostro Signore» – così lontano dagli slogan a presa rapida, fatti apposta per cementarsi nel nostro cervello, che ci vengono riversati a getto continuo. Ma la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani è quanto di più lontano si possa immaginare da ogni ritualità celebrativa, religiosa o laica che sia. Lo dice, senza equivoci, la sua storia. Passata dai timidi, sospettosi inizi nel primo decennio del secolo scorso, al moltiplicarsi, e quasi accavallarsi, di iniziative che anche quest’anno scandiranno la Settimana, fino al culmine della tradizionale chiusura, col Papa, nella Basilica di San Paolo, nei vespri della solennità della conversione dell’Apostolo delle genti.

Lo rammentava lo stesso Benedetto XVI, un anno fa. Quando, proprio nella stessa occasione, ricordava con riconoscenza l’enorme debito che tutto il movimento ecumenico deve a quei "pazzi di Dio" che, precedendo di decenni il Vaticano II, affidarono alla preghiera la speranza di ritrovare l’unità perduta. Perché, come avrebbe poi affermato lo stesso Concilio, il «santo proposito di riconciliare tutti i cristiani nell’unità di una sola e unica Chiesa di Cristo, supera le forze e le doti umane» e, perciò, la nostra speranza va riposta per prima cosa «nell’orazione di Cristo per la Chiesa, nell’amore del Padre per noi e nella potenza dello Spirito Santo».

Dall’Unitatis redintegratio a oggi, l’ecumenismo ha compiuto passi da gigante, anche se ai nostri occhi – ai nostri occhi italiani, credenti in un Paese che poco ha vissuto il trauma fisico della divisione – la cosa non sempre appare così evidente. Il dialogo teologico ha trovato convergenze impensabili anche solo mezzo secolo fa; e l’"ecumenismo delle opere", quello che si coagula giorno per giorno attorno a gesti concreti, specie là dove le diverse denominazioni cristiane vivono gomito a gomito, è qualcosa che ormai sfugge perfino alle più volenterose contabilità. Così come, allo stesso modo, è dolorosamente cresciuto quello che potremmo, in qualche amaro modo, definire l’"ecumenismo della persecuzione", ossia la compartecipazione alla tragedia di un mondo che continua a mettere i cristiani nel mirino dell’odio, senza distinzioni confessionali.

Tutto questo è molto, moltissimo. Ma non ancora abbastanza. Perché, come ricordava Benedetto XVI, «la ricerca del ristabilimento dell’unità tra i cristiani divisi non può ridursi a un riconoscimento delle reciproche differenze e al conseguimento di una pacifica convivenza», ma «ciò a cui aneliamo è quell’unità per cui Cristo stesso ha pregato e che per sua natura si manifesta nella comunione della fede, dei sacramenti, del ministero». Un dovere, un «imperativo morale» fondamentale, di cui non per caso Papa Ratzinger, «con piena consapevolezza», si è fatto carico fin dal primo messaggio che, il 20 aprile del 2005, rivolse nella Cappella Sistina al termine della concelebrazione eucaristica con i cardinali che l’avevano appena eletto al soglio di Pietro. Ma un dovere che, per potersi compiere, ha appunto bisogno del sostegno fondamentale della preghiera. Perché «supera le forze e le doti umane». E perché, come sottolinea la presentazione di questa Settimana 2012, «la preghiera per l’unità non è un accessorio opzionale della vita cristiana, ma, al contrario, ne è il cuore».
  • Salvatore Mazza
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Messaggio da miriam bolfissimo » ven gen 27, 2012 11:12 am


  • Il fondamento e la mano tesa
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È inevitabile, e in qualche misura anche comprensibile, che della prolusione del cardinal Bagnasco alla sessione invernale del Consiglio permanente della Cei si sarà tentati di dare una lettura "politica". Da parte mia vorrei invece darne una lettura "ecclesiale": questa infatti è l’unica lettura davvero corretta dell’intervento di un vescovo, che si china a riflettere sui segni dei tempi e più in generale sulla situazione spirituale (e di conseguenza sociale) del Paese. Se non si coglie prioritariamente questa dimensione si corre il rischio di tralasciare, come irrilevanti, le prime pagine della prolusione, quelle che sottolineano con energia come la crisi contemporanea sia una "crisi di fede", quasi che fossero espressione di vaghi, sospirosi e indecifrabili atteggiamenti spiritualistici.

Non è così. La fede cristiana non è da pensare solo come una fiamma che vive nel cuore dei credenti, ma come un autentico (e oggettivo) motore della storia degli uomini. La decisione di Papa Benedetto di indire, per l’ottobre del 2012, "l’anno della fede" non deve essere pensata come rilevante solo per i credenti, ma come significativa per tutti coloro (credenti in altre fedi, agnostici o non credenti) che percepiscono come solo attraverso la fede è possibile per gli uomini vincere la tentazione del nichilismo e misurarsi positivamente con i problemi, le difficoltà, le tragedie del mondo. È solo partendo da questo presupposto, che tutte le ulteriori considerazioni del presidente della Cei nella sua Prolusione acquistano un connotato "anche" politico e meritano di essere lette.

Non si può dare un’autentica risposta alla crisi economica del presente (che ha aperto «una fase inedita della vicenda umana»), né percepire le distorsioni di un «capitalismo sfrenato» o condannare «i coaguli sovrannazionali potenti e senza scrupoli», se non si riesce ad "aver fede" nella politica come una prassi «assolutamente necessaria» al servizio del bene comune. Né si può dare la fiducia che essi meritano ai nostri nuovi governanti, se non si è convinti che «la conversione a far bene è sempre possibile e doverosa». Il cardinale, nel momento stesso in cui si dichiara consapevole che viviamo in una grave condizione di necessità, ci esorta «a scorgere tutto il positivo che può annidarsi anche all’interno di una situazione ingrata». Il primo dovere del cristiano, insomma, è certamente quello di leggere il mondo per come esso è, senza però dimenticare mai che nessuna lettura del mondo è corretta, se non si vuole percepire (come la fede ci induce a fare) la dimensione di bene che è inerente al mondo.

In questo contesto il riferimento di Bagnasco al carattere peccaminoso dell’evasione fiscale e al dovere della Chiesa di non chiedere alcun privilegio, in particolare tributario, per se stessa e per i propri membri è forte e limpido. Esso si accompagna, però, alla serena e franca richiesta che da parte di tutti si riconosca la capillare presenza della componente ecclesiale nei servizi sociali e sanitari del nostro Paese. Il cardinale dà cifre precise, che obiettivamente non possono non colpire il lettore scevro di pregiudizi anticlericali. Il contributo che la Chiesa porta al bene di tutti è impressionante ed è un’ulteriore prova (ma ce n’è davvero bisogno?) di come la fede cristiana sappia entrare nella storia, per vitalizzarla e orientarla.

La Chiesa, emerge benissimo dalle parole del presidente della Cei, non vuole nascondere o minimizzare le proprie storture e le proprie manchevolezze, né pretende di essere lodata o ringraziata, ma vuole solo essere riconosciuta per il bene che essa fa e per l’impegno che essa profonde per la tutela e per la promozione di quelle strutture sociali nelle quali il bene viene insegnato e radicato nelle coscienze. Questo spiega perché la difesa della famiglia (su cui il cardinale porta con forza l’attenzione verso la fine della prolusione) non sia la difesa di un principio confessionale, ma di una struttura antropologica fondamentale, quella che veicolando il senso della gratuità e della solidarietà mostra i limiti insuperabili della giustizia, nella sua duplice forma commutativa e distributiva.

Gratuità e solidarietà sono quei due principi, senza dei quali il vivere sociale si isterilisce e produce pratiche fredde, burocratiche e al limite disumane. Ecco perché la presenza dei cristiani nel sociale, tanto più preziosa quanto più incisiva, ha come suo presupposto la solidità della fede. Ed è questo l’insegnamento fondamentale e conclusivo, che in piena comunione con Benedetto XVI, ci viene rivolto dal cardinal Bagnasco.
  • Francesco D’Agostino
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Messaggio da miriam bolfissimo » ven gen 27, 2012 11:16 am


  • La memoria è vita
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Sacralizzazione dello sterminio, abusi e sfruttamento della memoria: così sono andate moltiplicandosi negli ultimi anni le critiche alla celebrazione del 27 gennaio. Già nel 1998 lo scrittore tedesco Martin Walser aveva dichiarato la «inutilità di ricordare Auschwitz». È emersa a poco a poco una corrente che, mentre rivendica un sano oblio, ammonisce a non cadere in quella che persino il filosofo Paul Ricoeur ha definito la «trappola del dovere della memoria». Dietro queste posizioni non è difficile scorgere un’insofferenza verso un capitolo del passato che avrebbe dovuto essere chiuso già da tempo, sigillato forse da un perdono assolutorio.

La questione, tuttavia, è più complessa. Non solo perché aggressiva è divenuta la mobilitazione di coloro che negano le camere a gas e i forni crematori. La certezza che il ricordo della Shoah avesse permeato le coscienze si è andata erodendo. Man mano che si sono diffuse le celebrazioni della memoria, che si sono inaugurati in gran pompa i musei, la propensione a stigmatizzare gli ebrei si è rafforzata. Non è un paradosso. Il senso di colpa è stato consegnato ai monumenti inerti, mentre, senza troppi scrupoli, e nel rispetto della moralità, si è potuto escludere di nuovo il popolo ebraico. Già mettendone sotto accusa la memoria.

"Condannati" alla conservazione morbosa nei musei, gli ebrei non hanno diritto di esistere se non per la sofferenza subita. Come se la dignità fosse nell’aver perduto la dignità, calpestata nel campo di sterminio, come se la legittimità potesse derivare solo dalla condizione di vittima. L’unico ebreo riconosciuto è allora la vittima anonima, non l’ebreo che è nella vittima. L’Occidente sembra celebrare il popolo disfatto, annientato e nullificato, nell’istante stesso in cui ignora quello vivo.

Ma sbaglia chi accusa il popolo ebraico di profittare della memoria per perseguire i propri interessi, perché al contrario è il ruolo della vittima che impedisce di riacquistare dignità. Senza considerare che l’accusa è una contraddizione: da un canto si rimprovera agli ebrei di installarsi nel ruolo delle vittime, dall’altro, quando tentano di uscirne, vengono tacciati di essere aggressori. Proprio perché gli ebrei sono stati disumanizzati nei campi di sterminio, è forte la tentazione di collocare Israele nel campo dell’inumano. Ma dopo le rampe di Auschwitz le non-persone hanno ritrovato una dignità umana che non può più essere pregiudicata. È bene allora sottolineare che il ricordo non è scontato. E la narrazione della Shoah non può essere né ridotta a un accumulo di documenti, né tanto meno affidata ai musei. Piuttosto deve essere racconto vivo e condiviso. Anche a questo ci richiama la Giornata della memoria. Lo sterminio degli ebrei d’Europa è stato infatti il risultato estremo di una politica del crimine, che non è passata e superata. Lo conferma la contestazione postuma del martirio da parte dei pretesi "revisori della storia". Perciò della Shoah devono essere scrutate le possibilità occulte e inquietanti che la modernità sarebbe ancora in grado di riservare.

Non è un caso che i negazionisti traggano profitto da una politica nazionalistica che parla di «espulsioni» e «rimpatri», che ha il gusto per il marchio e lo statuto speciale, che punta l’indice contro l’immigrato, il clandestino, lo straniero. Come ha detto più volte Emmanuel Lévinas, l’antisemitismo è l’archetipo di ogni internamento.
  • Donatella Ester Di Cesare
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Messaggio da miriam bolfissimo » mer feb 01, 2012 8:20 am


  • La nidiata sovrappeso del Paese ingrigito
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Da tempo ci eravamo accorti che l’Italia non era più un Paese accogliente verso i bambini, ma spesso accade che le cifre restituiscano una realtà persino più amara di quella che s’intuisce. Se infatti è noto che il numero di nascite è precipitato a livelli impensati per la tradizione e la sapienza antica del nostro Paese, fa ugualmente impressione leggere che in poco meno di un secolo e mezzo la natalità si è ridotta dei tre quarti.

La storia dell’Italia unita, appena celebrata nel corso di un anno che ci ha fatto scoprire numerosi e sorprendenti motivi di orgoglio, è anche percorsa appena sotto la superficie da un traumatico fenomeno di impoverimento demografico, una lenta e inavvertita implosione censurata come un fatto inconfessabile, silenziosa eppure sotto gli occhi di tutti. Tra il 1871 e il 2009 la natalità è andata inabissandosi fino a registrare un calo del 74,25%, col rovesciamento della piramide anagrafica che ha fatto travasare nella fascia dei pensionati quel che è andato perso nella nidiata dei bambini.

L’Italia unita s’è desta, certo, ma s’è anche ingrigita. Sappiamo che i nuovi nati oggi sono appena 9,5 ogni mille abitanti, assai meno rispetto ai 12,8 di Francia e Gran Bretagna, ai 12 della Svezia, persino ai 10,8 della Spagna che sta sperimentando un deficit analogo al nostro. E non s’intravede non diciamo il segnale di un’inversione di questo sinistro spread vitale sul resto d’Europa ma persino un buon motivo che incoraggi gli italiani a mettere al mondo più figli. Il tracollo infatti «è dovuto alla mancanza di politiche a supporto della famiglia, dal secondo dopoguerra in poi», mica da ieri, come ha messo in chiaro chi ha curato il Libro bianco 2011 sulla salute dei bambini (generoso di dati e annotazioni), messo a punto dall’OsservaSalute dell’Università Cattolica insieme alla Società italiana di pediatria, e diffuso ieri.

L’emorragia non può essere arrestata se non si invia al Paese un chiaro messaggio di fiducia in ciò che – per unanime ammissione – lo sostiene e lo rende capace di reggere l’urto anche di una crisi come quella attuale, ovvero la famiglia, architrave pure della piccola impresa di cui gli economisti di casa nostra si mostrano così fieri.

Quanta tenacia e risolutezza richiede questa operazione, che ha a che fare con la cultura e la mentalità diffusa ancor prima che con la contabilità, lo documenta il paradosso tutto italiano – anch’esso mostrato dalle eloquenti tabelle del Libro bianco – dell’invidiabile stato di salute goduto dai bambini italiani, tra i più sani e accuditi del continente. Il merito è anche di un sistema sanitario che, nel groviglio di problemi e difetti che lo travagliano, riesce a garantire un’assistenza di prim’ordine alla nostra sempre meno numerosa infanzia.

Ma per garantire il benessere dei figli, persino eccessivo se si considera che i bimbi italiani sono mediamente sovrappeso, non bastano pediatri in gamba e ospedali attrezzati: il rapporto mostra infatti come ancora una volta sia la famiglia ad assicurare una rete di assistenza e welfare che provvede a ogni necessità, con la solerzia garantita da una devozione persistente ai valori della cura e della genitorialità moltiplicati dall’esiguità dei beneficiari di tante premure. In non poche famiglie attorno a un nipote si concentrano infatti le attenzioni di due genitori e quattro nonni, che si spartiscono il bambino e ne monitorano apprensivamente ogni possibile disagio, provocando un’inevitabile lievitazione delle prestazioni sanitarie e della somministrazione di farmaci.

Il Libro bianco parla – senza inutili giri di parole – di un Paese di «nonni senza nipoti», bambini circondati da ogni attenzione, percepiti come un bene tanto più prezioso quanto più è centellinato. Ma se gli italiani vogliono rialzarsi – ed è fuori discussione che lo stiano fortissimamente desiderando – non sarà il caso di aiutarli in qualche modo ad aver fiducia in un futuro di genitori aperti più generosamente alla vita?
  • Francesco Ognibene
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » mer feb 08, 2012 8:51 am


  • Il male all'alba
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Cos’ha gettato Patrizio nel Tevere? Un bambino.

Possibile? Suo figlio di neanche due anni. Cosa è questo lancio? Cosa succede? Lo ha buttato dal ponte Mazzini, all’alba in una città deserta e ghiacciata. Patrizio l’ha strappato litigando alle braccia della madre in casa, poi come un fantasma di padre, uno spettro, un demonio – diciamola questa parola – rompendo in lacrime, non sapendo come chiamare quell’uomo solo sul ponte – padre niente, padre gelo – ha gettato nelle acque buie il suo figlio piccolino, l’innocente nell’acqua. L’ha gettato a morire.

Orrore che ci colpisce nel giorno in cui la Chiesa chiama a ricordare la vita. A ricordare che il gesto estremo, buio di Patrizio è il finale compimento in preda a violenza e a cecità di mille e mille gesti, di scelte feriali «contro la vita». Ogni gesto finale, fatale e maledetto contro la vita non è un raptus. Troppo comodo sarebbe per noi che vediamo quell’uomo solo sul ponte, quella donna sola sul lettino, pensare: è un «loro» raptus, una loro scelta, o necessità, insomma un cosa che non poteva che andare così. Chiamare raptus quello di Patrizio è comodo come chiamare «autodeterminazione» il gesto di molte donne che espellono il proprio figlio nel ventre: è non voler guardare tutti i gesti che ci stanno prima. La disperanza, la mala vita, o la mala coscienza, la banalità del male, la lenta sfigurazione di quel che vale davvero. La solitudine che avviene prima e che in quel lancio o espulsione si cristallizza, buia, micidiale.

Sarebbe troppo comodo per noi fare i conti solo con Patrizio sperduto sul ponte, con il suo nome che indicava nobiltà nell’antica Roma e ora indica la definitiva misera perdita di ogni nobiltà. O fare i conti solo con le donne sperdute nei lettini. Con lui che sceglie di lanciare, e loro che scelgono di abortire. Sarebbe tropo comodo liquidare la sua come follia e condannare quelle donne per quel che compiono sul lettino come se non ci fosse stata prima una trafila di gesti compiuti da loro e da altri intorno a loro, e da noi tutti, contro la vita. La giornata che richiama tutti a essere «per» la vita non può quasi nulla contro i gesti finali, fatali e miseri come il lancio di Patrizio. O contro le cancellazioni dei figli ad opera delle madri. Ma può richiamare che ci sono migliaia di gesti prima, di attenzioni prima, di scelte prima. Ci sono possibilità prima. Si può agire e testimoniare su questa mole di scelte spesso impercettibili, sulla materia della vita corrente, feriale, su quella terra impastata da fatiche e dolori che poi erompe in gesti così crudeli da lasciarci storditi.

Non c’è nessun motivo per un gesto così. Per lanciare dal ponte, nessuno per non far nascere un figlio. Nessuno. Ma questo vuoto di motivi finale, il finale sgomento e la finale sconfitta di tutti – del padre, della madre, di noi – nascono da tanti vuoti prima. È in quei vuoti fatti di chiacchiere banali, di disimpegno, di calcoli miseri, di anima avara, di solitudine mascherata che siamo invitati a guardare e a entrare, specie i più giovani, nella giornata per la vita. Gli uomini vuoti non riescono a sopportare la vita. E uomini e donne si svuotano – perdono energie, ideali, chiarezze, perdono cuore – spesso non perché sono malvagi, ma per una lenta perdita del valore di dono della vita.

Il lancio di Patrizio, padre da punire e da abbracciare ora come il più sventurato padre, è iniziato molto prima di questa alba. È iniziato dove possiamo essere tutti. Il piccolo abbracciato dal Tevere – no, non sia stato troppo gelido – sia portato in fretta dal Padre che è foce di tutti i fiumi, di tutti i pianti e le disperazioni. È Lui il nostro patrono glorioso di oggi. Lui il nostro santo.
  • Davide Rondoni
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven feb 17, 2012 9:52 am


  • Confessioni di un prete
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Rileggo – lo faccio spesso – una lettera aperta ai sacerdoti di Enrico Medi, lo scienziato morto nel 1974 e per il quale è in corso la causa di beatificazione. Medi li esorta a sostare più tempo ai piedi dell’Altare, a interessarsi delle cose dello spirito, a lasciare ai laici le tante incombenze da cui vengono distratti inutilmente. Il professor Medi è stato uno di quegli uomini che riescono per davvero a fare riflettere un prete, perché innamorato di Gesù e, da uomo di scienza cristiano, alla continua ricerca della santità.

Il prete sa di essere mistero a se stesso, abitato da una Presenza che immensamente lo supera e lo assimila. Se non fosse per quel pizzico di incoscienza che da sempre accompagna gli uomini, morirebbe. Di gioia, di dolore e di stupore. Credo che tante volte vada a ingolfarsi in mille cose belle, ma non proprio necessarie, per non rimanere schiacciato dal Mistero. Dio ha voluto scegliersi i preti non tra gli angeli, ma tra gli uomini: il dramma e la grandezza del sacerdozio sono da ricercare qui.

Il prete – a qualcuno potrà sembrare strano – è l’uomo della pace perennemente inquieto. Chiamato a essere presente dappertutto, dappertutto si sente come se fosse fuori luogo. È amico di chi ha fame, e di chi ha troppo da mangiare. Celebra i divini Misteri con fede, e con disagio: mai, infatti, se ne ritiene degno. Davanti a lui, peccatore tra i peccatori, gli uomini si inginocchiano e implorano il perdono. Sosta in adorazione davanti al Tabernacolo, consuma la corona del Rosario, salmeggia con la Chiesa le preghiere antiche. Di tutti si sente servitore. A tutti sa di essere debitore. Vorrebbe girare il mondo per gridare che "Gesù è il Signore!" e desidera non allontanarsi dalla mamma che si va spegnendo in ospedale. Vorrebbe imitare i certosini e i francescani; essere allegro e buono come don Bosco e come san Filippo Neri.

Un peccato in cui cade spesso è quello dell’invidia. Oh, Gesù non ne terrà conto nel Giorno del Giudizio. È santa invidia. Invidia papa Wojtyla e il dottor Moscati; Massimiliano Kolbe e don Puglisi. Invidia chi studia con impegno per meglio servire il prossimo e chi vi rinuncia per rimanere accanto ai reietti e agli immigrati.

«Mi sono sempre chiesto come fate a vivere dopo aver detto Messa. Ogni giorno avete Dio fra le mani…», scrive lo scienziato Medi. Che bello! Quante volte, giunto a sera, contemplo incredulo le mie mani. Chissà che ne sarebbe stato se Gesù non le avesse fatte sue. Invece. Le mie mani, la mia voce, la mia vita capaci di costringere il Figlio di Dio a diventare Pane. Pane da mangiare. Pane da adorare. Pane nella Chiesa per ricordarci che tutti siamo figli, tutti siamo poveri, tutti siamo peccatori. Dio ci brama. Solo chi ama può capire. «Siete grandi! Siete creature immense! Le più potenti che possono esistere. Sacerdoti, vi scongiuriamo: siate santi! Se siete santi voi, noi siamo salvi. Se non siete santi voi, noi siamo perduti», continua, come in estasi, il servo di Dio Medi.

È troppo. Troppa grazia è stata riversata nel cuore di un povero uomo per poterla contenere. Per non farla straripare. I preti, confusi e riconoscenti, abbassano umilmente il capo e supplicano i fratelli: «Aiutateci. Sosteneteci nella nostra – e vostra – vocazione. Usateci misericordia quando, senza volerlo, non apprezziamo appieno il dono ricevuto. La nostra è solo incapacità…». Permettere a Dio di riflettere la luce sfolgorante, in cui da sempre è avvolto, in un opaco frammento di terracotta non è facile. Per nessuno.
Se lasciamo che Gesù occupi il trono della nostra vita e saremo – preti, laici, consacrati, religiosi – uniti e disponibili nell’aiutarci a portare e sopportare il peso, le gioie e le speranze della vita, ci salveremo tutti. Ed è ciò che Dio, più di ogni altra cosa, vuole.
  • don Maurizio Patriciello
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » mer feb 22, 2012 10:04 am


  • Il tempo opportuno
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La scansione liturgica del tempo non è un fluire parallelo a quello dei giorni e delle stagioni, né alieno agli eventi che in essi accadono. Il tempo di Dio, tempo-kairos, intercetta e interseca il tempo degli uomini, tempo-kronos, volgendolo in tempo di grazia e di salvezza. Si rinnova così, nell’oggi dell’umanità e del mondo, il mistero del farsi tempo dell’eterno ed eterno del tempo: mistero di speranza, che ci fa abitare il tempo con la fiducia e la libertà del pellegrino. Risorse, entrambe, di cui l’uomo ha oggi un vitale, irresistibile bisogno. È questo il senso e il vissuto del tempo che ci porta la liturgia della Chiesa, dandoci occhi per discernere – come ci ha insegnato il Concilio – nell’accadere del tempo i «segni dei tempi» (GS 4): segni dell’avvento di Dio, del suo farsi parola-vocazione attraverso gli accadimenti del tempo, i significati e gli appelli di cui sono portatori e la fedeltà che suscitano.

Perveniamo così a una lettura in profondità, a un’intelligenza sapienziale e teologale – kairologica e non meramente cronologica – degli avvenimenti. Questo dicasi di ogni tempo liturgico. Dicasi in special modo della quaresima, detta dalla stessa liturgia «tempo opportuno», «tempo favorevole». Segnata dalla simbolica del deserto (i 40 anni d’Israele lungo il deserto, i 40 giorni di Gesù nel deserto), la quaresima ne decifra e desta i richiami alle coscienze: il silenzio, l’ascolto, la preghiera, la rinuncia, la penitenza, il combattimento, la conversione, l’ascesi, l’esodo, il ritorno. Elementi tutti che fanno bene all’uomo che «non vive di solo pane»; all’uomo d’oggi che soffre l’asfissia delle parole a perdere, che si arrende al dolore e al non-senso, che erra senza provenienza né destinazione, irriconciliato con se stesso, disabituato alla lotta, espropriato della sua interiorità; all’uomo che conosce il prezzo di tutto e il valore di niente; all’uomo – per dirla col Vangelo – che «guadagna il mondo intero e perde la propria anima».

Quaresima, «tempo favorevole» al ritrovamento di sé, al ripristino del primato dello spirito (intelligenza e libertà) sullo psico-fisico (pulsioni e cupidigie); al combattimento spirituale per resistere alle tentazioni, vincere il maligno e diventare liberi; alla conversione dal male che ci ha vinto; all’ascolto del silenzio e nel silenzio del soffio dello Spirito; all’incontro meditativo e orante con la Parola e, per essa, con la Grazia che ci apre la via del ritorno al Bene, alla Verità, all’Amore, alla Giustizia, alla Misericordia: i nomi con cui la Bibbia declina il nome di Dio.

Quaresima, «tempo opportuno» in una situazione globale di crisi. Crisi economica, in superficie. Spirituale e morale, in profondità. Non possiamo fermarci alla superficie. Occorre penetrarla, per una coscienza e un superamento del malessere in radice. La quaresima ci dà occhi per uno sguardo penetrante dati e fatti. Occhi volti a doppiare la lettura contabile della crisi con una lettura valoriale, alla luce dei valori traditi dalla negligenza, dall’illegalità, dalla dissipazione, dall’intemperanza, dalla lussuria, dalla cupidigia, dall’ingiustizia, dal sopruso, dall’ignavia. La durezza della crisi impone sacrifici, rinunce, privazioni: oneri che rischiano la depressione delle coscienze più che delle borse.

La quaresima li risignifica in termini di penitenza: espressione di una libertà di confessione, di pentimento, di espiazione, di ravvedimento delle proprie colpe (qui nessuno è senza peccato!). E nello stesso tempo di conversione alla temperanza, alla moderazione, all’onestà, alla continenza, alla giustizia, alla condivisione, con cui rapportarsi in modo nuovo ai beni economici.

Allora i sacrifici che la crisi esige non saranno subiti ma accolti: trasformati in offerta gradita a Dio, che ritorna come grazia di liberazione e trasformazione delle coscienze e degli stili di vita. In un tempo di consumismo, sprechi e dissipazioni, la crisi si verrà così rivelando come un «segno dei tempi»: appello di Dio, opportunità della grazia, tempo-richiamo a un uso sobrio e solidale delle risorse e delle ricchezze e a una nuova progettualità economica, volta a elaborare modelli di sviluppo sostenibile.
  • Mauro Cozzoli
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Messaggio da miriam bolfissimo » ven mar 02, 2012 10:24 am


  • Il Papa nel cuore di Milano
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L’obiettivo del VII Incontro mondiale delle famiglie, che Milano ospiterà dal 30 maggio al 3 giugno, ha il sapore delle sfide decisive. Segnare una tappa fondamentale in quel difficile percorso culturale che punta a ridefinire la pedagogia delle relazioni all’insegna della speranza, in un orizzonte sociale sempre più segnato dalla sfiducia e dalla precarietà.

Parlare di festa, di lavoro e di riposo in chiave familiare significa intrecciare tutti gli ambiti di impegno quotidiano, tutti i luoghi e le situazioni dentro e fuori casa, dove genitori e figli sono chiamati a vivere la gioia e la fatica di una normalità alla continua ricerca di nuovi equilibri. Padri e madri sanno quanto sia difficile talvolta tenere la rotta tra i marosi di proposte fuorvianti e le risacche di prassi rassicuranti e consolidate che rischiano però di diventare approdi tanto scontati quanto inefficaci. Ecco perché alle famiglie cristiane del terzo millennio è chiesto lo sforzo di diventare testimoni di quel compromesso alto, in grado di saldare identità e speranza. L’identità si intreccia alle radici che offrono sicurezza e senso d’appartenenza. La speranza offre ali per alzare lo sguardo dello spirito oltre l’orizzonte dei nostri confini abituali, delle nostre piccole certezze, delle nostre rassicuranti insicurezze.

Entrambe indispensabili, identità e speranza, per quella che il cardinale Angelo Scola, presentando ieri i vari momenti della presenza di Benedetto XVI all’Incontro mondiale delle famiglie, ha definito urgenza di un «risveglio antropologico». La prospettiva è internazionale, all’insegna di quella mondialità che potrà contribuire a superare i particolarismi e ad arricchirsi nel caleidoscopio delle diverse culture. Il palcoscenico, invece, quello di Milano, avamposto avanzato – almeno per il nostro Paese – di post-modernità e di contraddizioni che spesso per la famiglia diventano percorso a ostacoli, situazioni ad alto rischio di sopravvivenza per coppie e famiglie sempre più disorientate. Talvolta anche per le pretese delle istituzioni di offrire «percorsi alternativi» – come il registro delle coppie di fatto – tanto lontani dalla grammatica delle relazioni e dai principi costituzionali quanto dalle prospettive etiche che fondano la verità dell’amore di coppia. In questa Milano delle famiglie, sintesi di contraddizioni ma anche mosaico di opportunità, la presenza di Benedetto XVI sarà modellata come un originale percorso di rinnovamento attraverso luoghi, simboli e situazioni di una città chiamata a ritrovare se stessa, attraverso un intreccio allo stesso tempo fantasioso nella prassi e virtuoso nella fedeltà ai principi. Al di là dei momenti canonici dell’Incontro mondiale delle famiglie, il primo abbraccio con la cittadinanza in piazza Duomo, pochi momenti dopo il suo arrivo in città nel pomeriggio di venerdì 1° giugno, richiama una serie di impegni non procrastinabili.

A cominciare dalla necessità di ri-coniugare radici cristiane e valori civili, secondo quella lunga tradizione – oggi sempre più appannata – segnata da rigore, sobrietà e solidarietà. Più tardi la presenza alla Scala, per il concerto offerto in suo onore, può essere letta non solo come omaggio a uno dei templi cittadini – e mondiali – della cultura, ma anche come sollecitazione a ritrovare il gusto della bellezza autentica, esteriore e soprattutto interiore, che si nutre di gratuità e di capacità di distacco in una prospettiva di crescita spirituale. E poi a San Siro con i giovani cresimandi, il sabato pomeriggio, festa della speranza ma anche crocevia di quell’emergenza educativa che diventa allo stesso tempo impegnativo passaggio verso il futuro. I ragazzi che saluteranno Benedetto XVI dagli spalti dello stadio sono le famiglie di domani, le generazioni chiamate di nuovo a umanizzare il tempo. Il germe che sapremo lasciare nel profondo del loro cuore, anche grazie a momenti come quelli che si vivranno tra poco più di tre mesi a Milano, sarà determinante per la loro capacità di abitare il mondo e per il loro entusiasmo nel contribuire a migliorarlo.
  • Luciano Moia
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