All'ombra del sicomoro...

Riflessi di lago, specchio di un’anima…

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven mar 09, 2012 10:57 am


  • Giorno senza prezzo
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C’è un giorno che è come nessun altro. Perché libero, festivo, speciale. E che perciò va preservato dall’obbligo invadente del lavoro, del vendere e del comprare. In difesa della Domenica – del Dies dominicus – così, domani [domenica 4 marzo, ndr] scenderà nelle piazze di 12 Paesi europei una "santa alleanza" laica. Costituita da sindacati di varia estrazione, asso­ciazioni della società civile, assieme alle comunità cattoliche, protestanti e ortodosse. Tutti uniti nella European sunday alliance, appunto, per ribadire il carattere particolare e fondamentale della domenica.

Il problema è di tutto il Continente, per le spinte sempre più forti a produrre e vendere a ciclo continuo. Nel nostro Paese, però, i volantinaggi che saranno organizzati dalle federazioni del commercio di Cgil, Cisl e Uil in una decina di città assumono un significato particolare all’indomani del decreto "Salva-Italia". A fine 2011, infatti, il governo Monti ha improvvidamente liberalizzato gli orari dei negozi, che potranno restare aperti 24 ore su 24, e tutte le 52 domeniche di un anno. Una norma non ancora pienamente in vigore – e sulla quale alcune Regioni hanno già annunciato ricorso alla Consulta – ma che è emblematica di una deriva culturale. Un nuovo "pensiero unico" che maschera come una maggiore libertà e progresso, ciò che in realtà è un impoverimento e una restrizione della libertà stessa, senza alcuno sviluppo certo.

Beninteso, il lavoro domenicale è sempre esistito e nessuno ha mai posto in dubbio che vadano assicurati i servizi essenziali: dalla sanità ai trasporti. Così come nelle località turistiche, l’accoglienza viene assicurata anche e soprattutto nelle festività, compensando col riposo in altri giorni e tempi dell’anno. Ma spingere perché l’intero commercio (e su un piano parallelo l’industria) adotti un modello di apertura senza soluzione di continuità, denuncia una visione meramente economicista. Espone un numero sempre crescente di lavoratori allo stress di barcamenarsi tra turni improbabili, con le immaginabili difficoltà a seguire i figli, a stare insieme in famiglia, a vivere la domenica come il giorno non solo del riposo, ma della riflessione personale, della preghiera per i credenti, della partecipazione alla vita comunitaria per tutti.

La crisi, sostengono in molti, si batte moltiplicando le occasioni d’acquisto, facendo ripartire i consumi interni. Una teoria economica tutta da verificare, quando per molte famiglie a far difetto sono le entrate. Quando i salari sono fermi da anni e l’inflazione erode grandemente il potere d’acquisto. Ma che, soprattutto, svela il vero ribaltamento di valore nel quale si rischia di lasciar scivolare le domeniche e le festività. Al centro, infatti, viene posta la merce, lo scambio profittevole, tutt’al più un tempo libero da riempire di divertimento a pagamento, in quei centri commerciali destinati a soppiantare il ritrovarsi nelle piazze cittadine. Perdendo la dimensione della gratuità dei rapporti fra le persone, che – secondo una grande tradizione ebraico- cristiana che si è fatta tradizione civile – è invece proprio la cifra costitutiva della festa.

Il rischio è che le domeniche vengano frammentate, rese omogenee agli altri giorni della settimana. Come un martedì o un giovedì qualsiasi, che differenza fa riposare in mezzo alla settimana? Il tempo della festa viene scomposto, sminuzzato in tanti periodi di "riposo" singolo. Si perde così la possibilità di sincronizzare con gli altri il proprio tempo, di fare 'festa assieme', veramente liberi. Un paradosso della modernità: sempre interconnessi tramite le tecnologie, mai liberi di incontrarsi tutti insieme in un tempo reale e non virtuale. E una società asincrona, dove ognuno vive il proprio tempo non coordinato con quello degli altri, è un tessuto più fragile, più povero, non certo più ricco.
Tutto, in fondo, oggi si può vendere e comprare. Ma la domenica, che è la nostra libertà insieme personale e collettiva, non ha prezzo.
  • Francesco Riccardi
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven mar 16, 2012 12:21 pm


  • Azzardo, basta spot
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Gioco pubblico d’azzardo: finalmente s’incrina il fronte della collusione istituzionale con la propaganda e la promozione della dissipazione di 80 miliardi di euro nel 2011 in slotmachine, scommesse, lotterie (normali, istantanee e super), poker e casinò online. Per ben dodici anni la Consulta nazionale antiusura con le sue Fondazioni antiusura ha analizzato e denunciato i disastri provocati da questa deriva avventurosa. Due ministri, Balduzzi e Riccardi, rispettivamente titolari della Salute e dell’Integrazione, hanno assunto l’impegno di porre un argine alla dissipazione, morale e materiale, che l’economia drogata dell’alea sta imponendo alla società italiana. E la seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Schifani, lo ha rafforzato sul piano parlamentare.

Occorre fare in fretta, perché i segni dei guasti alla società, all’economia, alla famiglia e alla dignità della persona sono divenuti impressionanti. La Consulta esprime un vivo ringraziamento alle testate giornalistiche che da settimane con coraggio si occupano dei risvolti del gioco d’azzardo denunciandone i rischi per la salute pubblica nonché per l’economia familiare già messa a dura prova in questo momento di crisi. Nel riconoscerlo, la Consulta antiusura con tutte le realtà associative e istituzionali aderenti al Cartello «Insieme contro l’azzardo», il 31 gennaio ha lanciato un importante appello ai mezzi di comunicazione affinché si schierino apertamente evitando di mandare in onda la pubblicità ingannevole del gioco d’azzardo e promuovano, invece, da subito un’informazione preventiva.

I numeri sul gioco d’azzardo patologico sono impressionanti come confermano le vittime che, indebitate, si rivolgono alle Fondazioni antiusura per essere aiutate a non finire nel baratro. L’esperienza dell’azzardo è in sé compulsiva, ancora più grave quando la si vive con i bambini accanto o addirittura coinvolgendoli nella speranza che la 'dea bendata' abbia un 'occhio' magnanimo nei loro confronti. Oggi più che mai serve dare consapevolezza all’opinione pubblica che con l’azzardo si alimentano le già ricche casse della criminalità organizzata che ormai controlla gran parte della filiera del gioco. In realtà, ognuno nel suo ruolo, tutti siamo chiamati a un’operazione di verità. La scuola non può tacere sul fatto che cresce il numero dei ragazzi che giocano d’azzardo con riverbero negativo sull’andamento scolastico e disciplinare. La famiglia non può considerare Internet come un’invalicabile proprietà privata dei ragazzi, che dietro il cattivo esempio di falsi idoli calcistici pensano di trovare la fortuna scommettendo sui giochi online. A sindaci e Consigli comunali devono essere conferiti i poteri per inibire l’apertura di sale da gioco d’azzardo (o la loro pubblicizzazione) accanto a scuole, chiese e altri luoghi frequentati da minorenni. Occorre invece incentivare l’apertura di attività di socializzazione per migliorare la qualità della vita dei quartieri e favorire le relazioni.

Un appello in particolare viene rivolto a personaggi dello spettacolo, artisti e calciatori perché vengano allo scoperto promuovendo spot contrari al messaggio dell’azzardo. La Consulta auspica poi norme molto più precise, per evitare abusi di carattere economico e violazioni della sfera sociale e familiare. Siamo ben oltre il limite di guardia: per oltre dieci anni la società italiana è stata sommersa da offerte insistenti, che peraltro la Consulta ha contrastato fin dal 1999, sforzandosi di sensibilizzare le istituzioni. Oggi la Consulta nazionale antiusura, forte del suo radicamento su tutto il territorio nazionale attraverso l’opera meritoria delle 28 Fondazioni a essa associate, torna a richiedere provvedimenti urgenti – in via amministrativa e legislativa – contro l’azzardo e le sue matrici, contro l’induzione all’usura che ne deriva, a favore di un regime giuridico delle concessioni più trasparente e contro la pubblicità ingannevole che imperversa su Internet e su tutte le tv pubbliche e private a ogni ora del giorno.

C’è da predisporre servizi efficienti per la terapia delle persone affette da gioco d’azzardo patologico. Con la complicità dello Stato 'biscazziere', infatti, si sono prodotti danni alla salute di almeno 800mila giocatori patologici, con conseguenze sulle loro famiglie molto provate psicologicamente ed economicamente. È necessario trovare corsie preferenziali per il loro reinserimento nella società e nel lavoro che hanno perso a causa del gioco d’azzardo. Per far questo è fondamentale interrompere l’intreccio perverso tra politica e azzardo, che da anni alimenta il fenomeno.

Nei prossimi giorni la Consulta interverrà presso la Commissione Affari sociali della Camera cui ha chiesto un’audizione per relazionare sulle cause del fenomeno e sugli effetti su salute pubblica, lavoro e – cosa ancor più grave visto il momento – sulla finanza del Paese, che non potrebbe sopportare un’altra scossa. Risposte incoraggianti sono in corso su tutto il territorio nazionale: come la richiesta della Provincia di Cosenza di aderire al cartello «Insieme contro l’azzardo»; l’iniziativa del 16 aprile a Bari con una tavola rotonda aperta in mattinata al mondo studentesco e universitario e nel pomeriggio a tutti, in particolare ad avvocati, commercialisti ed esperti contabili; o la serata-concerto del 28 aprile, «Insieme contro l’usura e l’azzardo», offerta da alcuni artisti, come Al Bano accompagnato dall’Orchestra sinfonica della Provincia. Essere «seminatori di speranza» paga: chi ne trarrà beneficio saranno soprattutto le persone più bisognose di umana e cristiana prossimità.
  • Alberto D'Urso, segretario Consulta nazionale antiusura
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven mar 23, 2012 11:05 am


  • L’inizio torna
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In questo tempo della fatica, della crisi, in mezzo alle parole che continuamente ne parlano, in mezzo ai volti tesi, in mezzo al traffico sordo, irascibile, ho visto un ramo di ciliegio fiorito. Bianco come una parola che rimane sospesa. È primavera. Cosa vuol dire? Mi sono ripetuto: che cosa vuol dire? Nonostante i segni delle stagioni e dei climi sembrino a volte confondersi, ora sì, è innegabile. C’è quel ramo bianco. Perfetto. E l’albero là, pieno d’una luce nuova. È il primo vere, il tempo primario.

Dell’inizio, del sempre nuovo inizio. Cosa vuol dire? Mi chiedo ancora, quasi come un inebetito, o forse per una frazione di secondo, me lo chiedo come un ragazzetto. Le stagioni cambiano, si sa. Si alternano il tempo rigido e il dolce. E sì pure loro, le fantastiche dibattute e comiche mezze stagioni. E a pensare così si viene risucchiati in un vortice, in un gorgo che trascina all’abbagliante oscuro mistero del tempo. Ma ora, quel ramo bianco, in mezzo all’urlo della vita che rabbiosamente lotta contro le scadenze dei debiti, gli attacchi di nervoso delle persone, contro la malora, contro la tristezza, ora, quel ramo bianco che cosa vuol dire alla mia vita, e a questa città? Non significa niente? Fiorisce lì, a caso, come la parola di un oscurato di mente, come una graziosa follia?

Che cosa dice la primavera al mio cuore, al mio sangue, alla mia intelligenza delle cose? Dice che siamo fatti per assaporare il gusto dell’inizio, del sempre reiniziare delle cose. Che – come appuntò Pavese – il bello della vita è iniziare. Ma non quell’iniziare ripetuto che è proprio di chi lascia sempre le cose a mezzo e dunque ne pasticcia di nuove. Bensì l’inizio che – come la primavera, appunto – si ripete nel tempo, risiede a un livello della vita, della natura e del tempo che non è raggiungibile dalle ombre dell’inverno, e dalle falci del nulla.

Il ramo di ciliegio dice: l’inizio torna. Dice: c’è un sorriso in fondo e all’inizio delle cose che va guardato e interpretato. Perché non si capisce il mondo solo parlando di crisi o di soldi. Non si capisce niente se non si guarda l’imperioso, dolcissimo parlare della natura. E il suo urgere tutto e tutti con un nuovo desiderio. Con un movimento di nuova festa. La bellezza fine e fantasiosa del ramo bianco viene dalle misteriose regioni profonde del vivente. Sale, cresce lungo il comporsi di elementi, di linfe, di succhi e di semi. Non si capisce nulla se ci guardiamo solo come autunno, o come inverno. E non capiamo nulla di noi stessi se guardiamo l’esistenza senza avere negli occhi il ramo bianco, o quel che il grande poeta Dylan Thomas (di cui il cantautore Bob ha preso il nome) chiamava: la miccia verde della vita. La primavera è una forza più grande di noi.

Davvero questo non c’entra con la crisi economica? C’è una sapienza – verrebbe da dire una tecnica, ma del profondo – che ci può soccorrere davvero nella crisi. Il mandorlo o il pesco non chiedono al nostro umore o all’addetto della nostra banca il permesso di fiorire. E così pure i nostri desideri primari. La vita non dipende da noi, mai. Quella fuori di noi, nelle distese dei campi e nelle distese degli altri, e nemmeno dentro di noi. Il primo tempo, l’inizio non lo avviamo noi. Il ramo bianco lo dice, con il suo alfabeto strano. Ce lo ricorda, per fortuna abbastanza spesso. Forse la cosa migliore nei tempi di crisi è distogliere per un poco lo sguardo dai monitor e dai listini, dalle ansie quotidiane e dal conteggio di difetti e di debiti e guardare e obbedire a lei, alla dolce e potente lezione (senza parole) della primavera.

Forse scorgeremmo da dove viene la forza di ripresa a cui affidarci. Forse inizieremmo già a non essere più inverno.
  • Davide Rondoni
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun mar 26, 2012 9:23 am


  • Lunedì 26 marzo: evento nel segno dei martiri
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Cari Amici,
lunedì 26 marzo Tv2000 celebra la Giornata dei martiri cristiani. Lo fa in una forma inedita e importante. Cioè, in sinergia con il Teatro di Roma e Rai1. L’idea iniziale – onore al merito – è stata di un uomo di cultura, Franco Scaglia, presidente dello stesso Teatro di Roma, oltre che di Rai Cinema, e alla quale abbiamo entusiasticamente aderito sia noi sia i dirigenti della rete ammiraglia della Tv pubblica. Il giorno scelto è a ridosso dell’anniversario del martirio dell’arcivescovo Oscar Romero, appuntamento che da qualche anno catalizza l’attenzione fino a diventare la giornata in cui simbolicamente si ricordano tutti i martiri cristiani.

Le persecuzioni che in varie parti del mondo vengono inflitte ai seguaci di Cristo, è un fenomeno che difficilmente riesce a destare un vero interesse da parte del circuito mediatico. Quasi fosse un fatto scontato o, oramai, normalizzato. Non riesco però – sarò ingenuo? − ad immaginare macchinazioni dietro a certi silenzi. È più probabile che accada un’involontaria saldatura con un dato di conoscenza che, pur scavallando i secoli, tutti hanno più o meno depositato nel nido della propria elementare memoria. Ossia che i cristiani fin dall’inizio della loro vicenda storica furono perseguitati, e portati al circo per essere sbranati.

Dov’è la novità? Beh, per una volta sta nel contesto, cioè nella circostanza che non ci troviamo ancora nel II o III secolo, ma nell’XXI. E in mezzo ci sia stata una metamorfosi del mondo, ripetuta chissà quante volte. Eppure, i cristiani sono tuttora immaginati nelle cave di pietra con le catene alle caviglie (c’è al riguardo anche un modo di dire tutto latino). Così neppure oggi fanno notizia giacché lì sono sempre stati. Strano è che nel frattempo c’è stato l’editto di Costantino (giusto duemila anni fa), c’è stata la filosofia Scolastica con l’affermazione che ogni uomo ha un’anima, c’è stato l’Umanesimo e il Rinascimento. C’è stata la Rivoluzione francese e quella americana. C’è stata l’abolizione della schiavitù, l’abominio della Shoà e dei gulag, la dichiarazione dei diritti dell’uomo. Tuttavia per le imputazioni a carico dei «sediziosi istigati da quel tale chiamato Chresto» (Svetonio), il tempo s’è come fermato.

Acquista così un inedito rilievo che più soggetti culturali si mettano insieme e gridino al mondo che non è possibile che a distanza di secoli i cristiani siano ancora crocifissi (Sudan), o cacciati dalla propria casa (Iraq), o pedinati e rincorsi e massacrati nell’ombra, ma anche alla luce del sole, quasi che il vessarli o il massacrarli fosse titolo di benemerenza per l’inesausta dinastia dei sadducei. Oggi come ieri colpisce – e quanto − ci siano degli umani i quali non solo scoprono, in un determinato frangente, di avere del coraggio che neppure sapevano di possedere, ma che lucidamente perseguono una missione che ha tra le sue probabilità intrinseche quella di dover dare la vita.

Lunedì 26 si inizierà la maratona televisiva negli studi di Rai Uno, quindi ad un certo punto della mattinata, verso le ore 10, la staffetta passerà a Tv2000 che la tratterrà con sé «nel cuore dei giorni», per finire alle 21.20 nella bomboniera di prestigio che è il Teatro Argentina, da dove le telecamere della nostra emittente trasmetteranno l’evento clou con ospiti di eccezione, che teniamo per sorpresa. La causa vale tutto lo sforzo di cui si può essere capaci; e ci auguriamo trovi tutta l’attenzione pubblica che essa merita.
  • Dino Boffo
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » gio apr 12, 2012 8:50 am


  • La chiave semplice
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Quando le chiedevi qualcosa, qualunque cosa, Madre Teresa di Calcutta non sprecava mai troppe parole. Anzi. E le sue risposte, quasi sempre, riportavano direttamente a Gesù. Faccio quello che faccio per Lui. Come Lui ci ha insegnato. Come Lui ci ha mostrato. Punto. Tanto le bastava. Un’adesione totale, incondizionata, appassionata. Senza se e senza ma, come si direbbe oggi. Era una donna colta, Madre Teresa, laureata, aveva insegnato per quasi vent’anni. Ma quando le facevi una domanda sulla sua vita, non argomentava mai la sua risposta. Tutto era per Lui e in Lui, al quale affidato tutta la sua vita, la sua esperienza, la sua cultura.

Tutto, senza riserve. Un abbandonarsi fiducioso, che, come proprio la vita di Madre Teresa ci ha insegnato, non è un tirarsi fuori dal mondo, ma un calarvisi dentro con una forza inaudita, capace di trasformare ogni cosa. È l’abbandono dei santi; che non ha bisogno di grandi teologie per giustificarsi o anche solo per spiegarsi, ha bisogno solo di Gesù e di conformarsi al suo amore. Nessuna sovrastruttura, perché non ce n’è bisogno. È una parola semplice. Un invito. Guardate a Cristo. Nel Triduo di questa Pasqua 2012, dalla messa del Crisma alla Veglia di sabato sera, Benedetto XVI questo invito l’ha ripetuto ancora e ancora.

Guardate a Cristo, davanti alle asperità del quotidiano così come davanti a quelle che ci appaiono come le grandi sfide del tempo, davanti al nostro piccolo a davanti a quello che sembra sovrastarci. Lo ha detto, papa Ratzinger, ai sacerdoti che spingono al rinnovamento della Chiesa, chiamandoli a un’obbedienza che non è un chinare rassegnato la testa, ma un’esortazione a conformarsi a chi arrivò per obbedienza ad accettare la Croce. Lo ha detto alle famiglie, indicando quella stessa Croce come «risposta sovrabbondante» al bisogno che ha ogni persona di essere amata, e a cui guardare, sempre, per trovare in essa il coraggio per continuare a camminare. Per trovare quella luce, ha detto nella veglia, che è il centro del mistero pasquale, del Dio che si è fatto uomo per salvare, con la sua morte e risurrezione, gli uomini. È l’invito a cercare la chiave semplice per rispondere a quella chiamata alla santità che ci riguarda tutti. Una chiave che non ha bisogno di argomenti complicati per rivelarsi, né di chissà quali studi per essere compresa. Perché è roba semplice.

Basta, per capirla, l’umiltà di chi sa stupirsi e commuoversi davanti alla grandiosità del "fatto" che ha cambiato la storia. E per questo, paradossalmente, basta perfino l’incapacità di capire fino in fondo l’enormità del mistero di un Dio che rifiuta i sacrifici, ma arriva a sacrificare il suo stesso Figlio per noi. Perché, ci dice Benedetto XVI, davanti alla Croce non servono più parole, ma solo il cuore. E in quella Croce sulla quale Gesù è rimasto appeso fino alla morte stanno tutte le risposte che cerchiamo, spesso così affannosamente da non avere più neppure il tempo per fermarsi e per guardarla. Finendo, così, per staccarci da quella che è la sorgente stessa della nostra fede. E ritrovarsi soli, preoccupati, pieni di rancore, incapaci di affrontare la crudezza di una vita che non è mai una passeggiata. A Madre Teresa, quando la sua Congregazione stava ancora muovendo i primi, incerti, passi, fu offerto un piccolo vitalizio perché, almeno, potesse assicurare il minimo indispensabile alle novizie. Rifiutò: «Non cerco nessuna certezza – disse – né per me né per le mie sorelle». Le bastava la certezza dell’amore di Gesù, morto sulla croce per tutti noi.
  • Salvatore Mazza
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven apr 20, 2012 1:21 pm


  • Ma la memoria di don Peppe nemmeno la camorra può rubarla
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La sua tomba e la sua chiesa, quella dove venne ucciso il 19 marzo 1994. Profanati due luoghi simbolo. Luoghi della memoria di don Peppe Diana, il parroco colpito dai killer della camorra per aver lanciato alla sua terra un messaggio di speranza: «In nome del mio popolo non tacerò». Due furti, in sequenza. Nella cappellina del cimitero e nella parrocchia di San Nicola a Casal di Principe. All’interno della cappellina, nella notte tra il 17 e il 18, sono stati sottratti il calice del sacerdote e una piccola targa dorata, donata da don Luigi Ciotti. Un premio – l’immagine di due mani che si stringono – che il presidente di Libera aveva ricevuto nel 2009 per il suo impegno sul fronte della legalità e aveva voluto donare nel ricordo dell’amico don Peppe.

A scoprire il grave gesto un volontario che stava accompagnando una scolaresca in visita alla tomba. Come accade quasi ogni giorno. Scuole, gruppi scout, associazioni vengono da tutta l’Italia a incontrare il sacerdote. Una tomba piena di colori, le sue foto sorridenti, i fazzolettoni scout (don Peppe era un capo dell’Agesci), piccoli oggetti e bigliettini lasciati dai ragazzi. E i fiori che portano ogni giorno mamma Iolanda e i fratelli del sacerdote.

La cappellina, che da otto mesi accoglie anche papà Gennaro, è in fondo al cimitero di Casal di Principe. Per arrivarci si passa accanto a cappelle ben più grandi e ricche, di "famiglie" tristemente note, quelle che hanno voluto la morte del giovane parroco. Ma queste non sono state toccate. E nessun altra. Solo quella del sacerdote. La conferma che non si trattasse solo di un furto è arrivata alcune ore più tardi, quando in parrocchia è stata scoperta la scomparsa di tre calici, razziati l’altra notte. Chi ha commesso questi gesti sapeva benissimo dove stava rubando.

«È gravissimo, qualunque ne sia la matrice – ha commentato il magistrato della Dda di Napoli, Cesare Sirignano, uno dei più esperti nel contrasto ai clan casertani –. Don Diana infatti è un simbolo di riscatto per una terra martoriata; è una figura che a distanza di 18 anni dà ancora molto fastidio». Anche perché i semi gettati da don Peppe stanno dando buoni frutti. E cominciare da una Chiesa sempre più presente e attiva. Lo scorso 19 marzo, anniversario dell’omicidio, proprio nella sua parrocchia ieri sfregiata (e certo non è un caso...), il vescovo di Aversa, monsignor Angelo Spinillo, davanti a tantissimi cittadini di Casale, ha presentato un importante documento che rilancia e rinnova quello che don Diana e gli altri parroci della zona elaborarono venti anni fa e che diede molto fastidio alla camorra e ai suoi alleati. Il vescovo ha definito quell’omicidio «una violenza disperata contro chi è visto come ostacolo per le logiche dell’interesse e del profitto».

Forse ancora oggi, in una terra che sta davvero cambiando. Il prossimo 17 maggio avvierà la produzione il caseifico sorto sui terreni confiscati ai clan, dove lavora la cooperativa "Le terre di don Peppe Diana". E sono centinaia i giovani che da tutto il Paese nella prossima estate verranno qui a svolgere campi di lavoro. Qui e nelle altre realtà che operano con volontà di cambiamento nei beni strappati alla camorra. Segni di speranza e di vita. Troppo per clan profondamente colpiti negli ultimi mesi dalle forze dell’ordine, basti ricordare gli arresti dei superlatitanti Iovine e Zagaria. E che con gli scioglimenti di alcuni Comuni, compreso Casal di Principe, vedono incrinarsi pure le coperture politiche.

Troppo davvero. E la camorra – le giovani leve o le "famiglie" ancora poco "toccate" e desiderose di rivendicare il potere dei clan – risponde ancora una volta con la violenza. Contro chi pensava di aver messo a tacere a colpi di pistola. Lo aveva già fatto danneggiando due volte il parco giochi di Casal di Principe dedicato proprio al sacerdote. Ma chi ieri ha rubato alcuni oggetti non può rubare la memoria di don Peppino. Lui continua a parlare, a «salire sui tetti per gridare parole di vita», come aveva invitato a fare venti anni fa. Molti lo hanno fatto e continuano a farlo. In nome di una terra che non vuole più essere vista come "terra di Gomorra", ma sempre più come "terra di don Peppe Diana".
  • Antonio Maria Mira
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Messaggio da miriam bolfissimo » sab apr 28, 2012 8:04 am


  • Privilegio di tutti
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Quanto vale per noi la libertà? La nostra, e quella altrui? A volte sorge il dubbio che soltanto chi è vissuto in schiavitù sappia, e possa, desiderare e apprezzare e gustare pienamente il sapore della libertà, fino a inebriarsene. E non è il caso degli italiani che abbiano meno di 70 anni. Può dunque accadere che quanto hai sempre avuto a portata di mano, facile, senza sforzo, appaia privo di valore. Quanto vale per noi la libertà?

Oggi, 25 aprile, Festa della Liberazione, vale la pena ricorrere alla sana cultura popolare e alla sua saggezza. Giorgio Gaber, "popolare" nel senso nobile – non accademico né erudito, capace di far sorridere e pensare, un alchimista del­l’intrattenimento alto, che mai finiremo di ringraziare e rimpiangere – ci aiuta con una sua canzone di cui tutti ricordano il titolo e il refrain,

La libertà , ma forse non gli sviluppi interni, i segreti nascosti e svelati nelle strofe, parole semplici che sembrano scritte con 40 anni di anticipo. «Libertà è partecipazione »: e tutti pensavano, nel remoto 1972, allo Statuto dei lavoratori e ai Decreti delegati, alle fabbriche e alle scuole. Forse. Anche. Ma Gaber viaggiava in anticipo, le sue canzoni erano (e sono) macchine del tempo.

Partecipare, prendere parte, avere parte, essere parte. La libertà in una relazione di coppia, una famiglia, una comunità, una nazione, l’Europa, il globo… Siamo una parte non passiva ma attiva, e quella coppia, quella famiglia, quella comunità, quella nazione siamo noi, e noi apparteniamo a loro ed esse appartengono a noi. La libertà è questo legame, emotivo prima che razionale. Se questo legame si sfilaccia, o cessa, addio libertà. Se all’I care («mi sta a cuore», don Milani…) si sostituisce il «me ne frego», cessa la libertà.

La libertà, canta Gaber, non è «il volo di un moscone». Non consiste nel seguire l’impulso del desiderio anarchico, del capriccio egoista. Il volo del moscone appare casuale, senza progetto alcuno. Non c’è partecipazione. La libertà non è neppure «uno spazio libero». Che cosa possiamo farcene – ad esempio – della libertà d’espressione, se si riduce a una sequenza di soliloqui? La libertà è espressione partecipata, ossia dialogo: gli altri dicono la loro, ma io sono curioso, interessato, convinto di poter apprendere, ansioso di mettere le mie idee a confronto con quelle altrui per mi­surarne la forza, la consistenza, l’efficacia, la bontà, la verità.

Questa libertà c’è oggi in Italia, e quanto è diffusa? Abbiamo scambiato per partecipazione la semplice esibizione. Mi mostro, mi esprimo, mi esibisco e credo di aver partecipato, e quindi di aver compiuto «un gesto libero», di essere una persona libera… «che passa la sua vita a delegare», ironizza Giorgio Gaber. No, non è così.

La festa della Liberazione è bella e importante e preziosa perché ci ricorda che la libertà non è mai data per sempre, acquisita, come un bene che si possiede. Ma è liberazione, un work in progress che non ha mai fine, una conquista continua, una costruzione senza sosta, un amore che desidera essere sedotto e cantato e accarezzato senza che mai possiamo assopirci. La libertà è partecipazione, eccome. È un privilegio per chi ama condividere la propria 'conquista'. Per chi sa che mai sarà libero, lui, finché non saranno liberi tutti, ma proprio tutti. Liberazione globale.
  • Umberto Folena
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Messaggio da miriam bolfissimo » ven mag 04, 2012 2:16 pm


  • Uscire di scena, tentazione che avvilisce
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Escono di scena. Chiusi nella più nera solitudine, dicono addio alla vita. Lo fanno sovente nelle loro case, quasi sotto gli occhi dei propri cari. Sanno di provocare in essi il più cocente dei dolori che può essere riservato a un essere umano. Sanno che Dio, amante della vita, non approva quel gesto disperato che misteriosamente si riverbera sull’intera umanità rendendola più vecchia e angosciata, e chiedono perdono.

Non cedere mai: quante volte l’hanno ripetuto ai loro figli nei momenti dello sconforto. Non cedere mai. Alla maleducazione, al vivere incivile, alla violenza di qualsiasi tipo. Alla tentazione di una vita comoda e disimpegnata; alla strumentalizzazione di un altro uomo per i tuoi propri interessi. Eppure, nonostante i loro nobili ideali, non ce l’hanno fatta a reggere. I giorni, da quando hanno perso il lavoro, sono diventati privi d’interesse, monotoni, tutti uguali. Insopportabili. Inutili. E ai vecchi amici di sempre hanno cominciato a preferire la solitudine. Sono divenuti silenziosi, introversi, cupi. Qualcuno cominciava a preoccuparsi, ma nessuno ha pensato seriamente che potessero arrivare a tanto. La vergogna di non essere più capaci di provvedere alla famiglia li divorava. L’età non era più quella di una volta, i tempi belli della giovinezza ormai alle spalle. Gli antichi sogni si erano da tempo dileguati. E, nonostante gli sforzi, davanti a loro non vedevano che il buio. A sentire notizie di sperperi e ruberie di denaro pubblico venivano divorati dalla rabbia. Nemmeno le vecchie imprecazioni contro un certo modo cialtrone di fare politica dava loro più soddisfazione. Ai loro occhi tutto andava perdendo d’interesse. Silenziosa e buia come la notte era scesa nei loro animi una svogliatezza, un tedio che rasentava la depressione. Un senso di inutilità, di tristezza, li invadeva. Un desiderio fortissimo di poggiare il capo sul grembo della mamma e piangere. Come quando erano bambini. Il calar della sera cominciava a impaurirli. Sapevano che il sonno sarebbe stato invocato invano. Un pensiero atroce poi ha cominciato a farsi strada, a prendere il sopravvento sugli altri: togliere il disturbo. Mettere in atto una decisone assurda, non per mancanza di amore, ma per rendere la vita più sopportabile alla famiglia. Così hanno sentito il bisogno di credere per trovare il coraggio di fare ciò che assolutamente non va fatto mai. Pecorelle smarrite nei meandri dei loro pensieri, allo stremo, senza più forza di lottare. Se ne sono andati. Erano nostri amici, nostri parenti. Sono tantissimi, ma uno solo sarebbe bastato a toglierci il sonno.

Imploriamo il Cielo perché dia a tutti gli uomini il dono della pietà. Una pietà che non ha confini. Chiediamola per chi ha nelle mani le sorti del Paese, per le famiglie, per tutti i disoccupati. Per non correre il rischio di appiattirci o di diventare cinici davanti a tanta sofferenza. Le parabole di Gesù sull’uomo benestante che, grazie all’ottimo raccolto, si arricchisce ancora di più e, soddisfatto, farfuglia a se stesso «anima mia, mangia, bevi e godi...», e l’altra del ricco Epulone che, impegnato a banchettare, nemmeno si accorge che alla porta di casa sua, c’è un povero, Lazzaro, al quale i cani stanno leccando le piaghe purulenti, ci ricordano che questa sciagura potrebbe sfiorarci tutti. I suicidi per mancanza o perdita di un’occupazione necessitano di essere ricordati allo stesso modo dei caduti sul lavoro.

Raccogliamo l’ultimo, straziante grido di chi si è tolto la vita e facciamo di tutto per mettere fine alla disperazione nera presente in tante case italiane. Un esame di coscienza individuale e collettivo si impone perché gli italiani – tutti – continuino a sperare.
  • Maurizio Patriciello
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven mag 11, 2012 9:59 am


  • Il bene non è inutile e la misericordia è necessaria
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Sull’autobus un ragazzo sui sedici anni legge un libro di scuola, intento. Accanto a lui un signore sui sessant’anni lo osserva, come diviso tra simpatia e amarezza. Poi, giusto prima di scendere, gli fa: «Ragazzo, lascia perdere i libri. Non serve. In Italia, va avanti chi ruba». Poi le portiere si richiudono, l’uomo si allontana e lo studente, sorpreso, guarda gli altri viaggiatori, che non fiatano. Fissa il libro, lo chiude; e pensieroso osserva Milano scorrergli davanti, in una giornata come tante. Quanta amarezza e disincanto devono covare nell’animo di molti in Italia, perché un pensionato dica a uno sconosciuto adolescente: non studiare, ragazzo, qui non serve? E gli altri attorno zitti, come d’accordo, oppure semplicemente stanchi. Da questa amarezza poi, appena un passo dopo, può nascere la rabbia che pronuncia condanne prima di qualsiasi sentenza, la rabbia acre che non ha bisogno di prove per giudicare, e anzi vorrebbe soddisfazione, subito. La crisi intanto preme, in molti faticano ad arrivare a fine mese; e questo esaspera ancora gli animi e i giudizi; chi stenta ad andare avanti è meno disposto a essere generoso con il prossimo.

Può bastare una parola, magari tutta da verificare, per far precipitare chiunque nel fango, come se già tutto fosse certo, e già i giudici avessero emesso la sentenza. Fa un po’ paura questo vento, che ha in sé un odore di giacobinismo, e quasi una brutta voglia di 'fare giustizia' da sé; aumentando, intanto, i consensi a quelle voci che dicono che tutto è marcio, tutto da sfasciare. Ma mentre si spera che il Governo e la politica e l’Europa trovino la strada che conduca fuori da questa sacca, qualcosa almeno lo può fare ognuno di quei milioni in Italia che, magari distratti, magari lontani, comunque si riconoscono cristiani. Perché nel crescente gridare, accusare, lanciare pietre, c’è qualcosa di radicalmente non evangelico: cioè l’attitudine a sentirci, noi, del tutto innocenti. E dunque la durezza farisaica di chi ritiene, avendo la coscienza del tutto netta, di poter condannare. In una rabbia che si configura, anche, come un’eclisse della misericordia cristiana.

Coscienza netta? Ma chi davvero ce l’ha, chi, osservandosi con un minimo di attenzione, davvero può ritenersi 'a posto'? Guardando la folla eccitata a certi comizi dell’antipolitica viene da domandarsi: e voi? Mai rubato, d’accordo; sempre lavorato, bene; ma tradire la moglie o maltrattarla, o indurla a rifiutare un figlio che arriva 'per sbaglio'; o fermarsi a sera a raccattare una ragazza molto giovane, all’angolo di una strada; o semplicemente non vedere il vecchio solo che abita alla porta accanto, niente di tutto questo vi riguarda, davvero? Perché quel «confesso che ho molto peccato in pensieri, parole, opere...» che recitiamo in chiesa la domenica, forse distrattamente, è invece un passo essenziale della coscienza cristiana: è un guardarsi dentro e saper vedere – ogni sera, come insegnavano una volta le madri – il proprio, di male, prima che quello degli altri. E in questa coscienza scoprire di avere bisogno, disperatamente, anche noi, di misericordia; coscienza che smorza l’ira e la voglia di scagliare pietre, se ci sappiamo, per primi, bisognosi di perdono. In questo sguardo la giustizia non è affatto soppressa, ma procede e fa ciò che deve; liberi però noi dai vapori della rabbia, da quest’ansia che freme per una punizione immediata dei (presunti) colpevoli. Ansia che inquina l’aria e rende cinici e amari, tanto da dire a un ragazzino con il libro di chimica in mano: lascia perdere, studiare è inutile – il bene, in sostanza, è inutile.

Mentre ci domandiamo che cosa può liberarci dalla crisi materiale e morale che ci schiaccia, non dimentichiamo che, parlando cristiano, possiamo ricominciare ogni giorno proprio da noi. Dalla coscienza del male che anche noi facciamo; dalla memoria che anche noi siamo mendicanti di perdono, e che l’atteggiamento più umano è più vero è domandarlo, a mani aperte e vuote.
  • Marina Corradi
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven mag 25, 2012 9:21 am


  • Al popolo del deserto
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La crisi che ferisce l’Europa è spirituale e morale. In altri termini, ci sono rimasti pochi spiccioli in tasca, dell’eredità immensa che l’alleanza del cristianesimo e dell’umanesimo aveva accumulato in Occidente, facendola fiorire in tutto il suo raggiunto splendore nei nostri primi "secoli d’oro", ossia i secoli XII, XIII e XIV dell’era cristiana (proprio quelli che la pigrizia degli ignoranti continua a ricordare come "secoli bui"). Come il figlio prodigo della celebre parabola evangelica, ad un certo punto abbiamo incominciato a venderci l’argenteria di famiglia, pur di finanziare la nostra spensieratezza ("del doman non v’è certezza").

Abbiamo preteso dal cristianesimo la nostra parte e ce la siamo portata via, per giocarcela in borsa, cambiando tutte le etichette per rendere irriconoscibile la sua provenienza. Non erano soldi veri? Beh, come sappiamo dalle cronache - non si parla d’altro - adesso sono finiti anche quelli. Non c’è nesso? Date tempo al tempo, e verrà fuori anche quello. Non per caso, Gesù ha detto che con Cesare, a certe condizioni si può trattare: con Mammona, mai.

Il papa Benedetto XVI, parlando ai Vescovi del nostro Paese, ha ricordato la pressione che la povertà spirituale e morale di questo passaggio d’epoca esercita su di noi e sui nostri contemporanei. «Il patrimonio spirituale e morale in cui l’Occidente affonda le sue radici e che costituisce la sua linfa vitale, oggi non è più compreso nel suo valore profondo, al punto che più non se ne coglie l’istanza di verità. Anche una terra feconda rischia così di diventare deserto inospitale e il buon seme rischia di venire soffocato, calpestato e perduto».

E qui il Papa lancia il suo affondo, che ci riguarda. Il nostro «primo, vero e unico compito rimane quello di impegnare la vita per ciò che vale e permane, per ciò che è realmente affidabile, necessario e ultimo». Noi siamo credenti. Sappiamo che la possibilità di avere un felice rapporto con Dio è l’orizzonte del destino per ogni uomo. E abbiamo il compito di coltivare questa relazione, in favore di terzi. Il discorso "su Dio", che non rivela vitalità e franchezza di discorso "con Dio", perde peso, evapora. Ecco la svolta: dobbiamo ritornare «noi stessi per primi a una profonda esperienza di Dio».

Se il Papa chiede ai Vescovi di «tornare noi stessi, per primi, a una profonda esperienza di Dio», e dice che questo è «il nostro primo, vero e unico compito», vuole dire che il tempo degli esperimenti promozionali e delle riconversioni aziendali, dei tavoli di concertazione e delle auto-conferme d’ufficio, è proprio finito. Non è il nostro metodo, questo. La genuina e rocciosa semplicità del principio, ancora una volta, è il segreto di un nuovo inizio.

La nostra profonda relazione con Dio, individuale e comunitaria, è il seme della fede che sposta le montagne e fa camminare gli alberi. Quello che si vede lì, farà la differenza. Nel tempo della grande fame e sete della giustizia di Dio, che sta per venire, un immenso popolo di ragazzi e ragazze, di ritorno dalle delusioni alle quali sono stati abbandonati, cercherà quello. Sbagliando, gliene abbiamo fatto una colpa. Erano già generazioni partorite nel deserto, non per loro scelta.

Quando si metteranno in cerca di cibo solido, rischieranno di travolgere padri e madri, facendo del male a loro stessi. In quel momento, devono trovare uomini e donne che, invece di giudicarli, mostreranno che li stavano aspettando per festeggiare: saldamente di fronte a loro, e ben piantati in Dio. I nostri puntigliosi decori, che abbelliscono otri screpolati, e le nostre faccette professionalmente compunte, che ammiccano all’offerta più conveniente, non le vedranno neanche. Ma che siamo uomini e donne "di Dio", nel quale c’è amore per il riscatto di ogni perdutezza, quello lo vedranno. Eccome, se lo vedranno.
  • Pierangelo Sequeri
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Messaggio da miriam bolfissimo » mar giu 05, 2012 8:25 am


  • Di nuovo e ancora
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La grande marcia è cominciata alle sei del mattino. Già a quell’ora da Niguarda, da Sesto, da Monza convergevano i fedeli diretti a Bresso. Tanti i lombardi, che amano fare le cose in grande: portavano sulle spalle grossi zaini, e frigo da spiaggia, e seggiolini e borracce, come andassero in campeggio in Valtellina. Qualcuno brandiva una mappa con il percorso, benché da Milano bastasse andare diritto per viale Suzzani per arrivare a destinazione. Quanti passeggini, e che armeggìo di biberon e di ciucci, e bandiere, e striscioni. Qualcuno s’era portato una tenda, qualcuno perfino gli scarponi da montagna – benché notoriamente Bresso sia piatta come un biliardo. Comunque commuoveva, quel popolo dell’alba che andava dal Papa. Senza clamori, silenzioso, semplicemente contento. Una folla che man mano andava accalcandosi fino a sfociare nella grande spianata dell’aeroporto; e allora, entrando, si guardavano fra di loro stupiti: «Ma guarda, quanti siamo!».

Già, quanti eravamo su quel pratone polveroso, sotto a un cielo che prometteva acqua. Guadagnavi il tuo fazzoletto d’erba, alzavi gli occhi e ti scoprivi attorno tante piccole tribù con un numero di figli almeno doppio rispetto all’1,3 nazionale. Stranieri e di altre regioni, anche, ma quanti milanesi, e brianzoli. Come l’emergere di un popolo che normalmente non si vede, non compare sui giornali. Eppure, sono le facce che incontriamo tutti i giorni. Ma domenica a Bresso c’erano le famiglie, intere: padri, madri, nonni, figli. E in quell’essere insieme per andare dal Papa prendeva forma una ben riconoscibile identità; pacifica, ma forte. Un popolo cristiano ha colmato, l’altra mattina, Bresso; ed è stato come se uscisse dal cono d’ombra in cui abitualmente questa gente che non grida, non minaccia, non è radical e nemmeno chic, e crede in Gesù Cristo, è tenuta da molti media. E siccome ciò che non passa in tv oggi non esiste, la stessa folla entrando nel Parco Nord si meravigliava di essere, invece, così numerosa.

Ma oltre questo contarsi, qualcosa di ben più grande saltava agli occhi e alle orecchie in mezzo a quel prato. Era il boato che ha accolto l’arrivo di Benedetto XVI, e la ressa attorno alla sua vettura, e le mani che protendevano bambini da benedire. Era il calore dell’abbraccio al Papa, e l’ascoltarne poi muti, in un silenzio strano per una così gran folla, le parole. Era l’amore per il successore di Pietro; tenace, forte, e anzi quasi più forte in questi giorni di veleni e di corvi. Di modo che non si poteva, a Bresso, non registrare una strana distonia: la Chiesa, che su alcuni giornali è raccontata solo come un covo di potere dilaniato da una lotta intestina, lì mostrava il volto di centinaia migliaia di facce di madri, padri, nonni, di parroci, di bambini raccolti attorno al Papa e ai vescovi. Ed era allora una evidenza che la Chiesa è, certo, anche i peccati dei suoi, eppure insieme qualcosa di assolutamente più grande; di straordinario e misterioso.

«L’opinione mediatica italiana non è l’opinione pubblica: il popolo di Dio ama il Papa», ha detto ieri il cardinale Scola ai giornalisti. Vero. Bastava camminare fra la gente, all’alba. Così che te ne andavi da Bresso, pensando fra te a quel popolo tenace nell’amare la Chiesa, comunque; nel credere in un Dio morto in Croce e risuscitato, nel seguirlo, nello sposarsi nel suo nome e avere figli – con una speranza che molti invece hanno perduto. Così che te ne andavi, alla fine, rassicurata anche circa questo Paese, che a volte ti spaventa: c’è, nel fondo dell’Italia, quasi nell’ombra, questa memoria silenziosa e forte, che tiene. Guardavi uscire i bambini addormentati nei passeggini, nell’abbandono fiducioso che è il sonno nell’infanzia. Chissà? ti domandavi indugiando lo sguardo su quelle facce, su quelle piccole mani. Chissà, sorridevi fra te, se il Papa del 2070 non è qui in mezzo oggi, in braccio a sua madre. Chissà se un santo non era in cammino, piccolo, nell’alba di Bresso. Di certo, quanti futuri padri, madri, maestri, professori, operai, medici, religiosi: Chiesa che vive. Più grande del male che ciascuno di noi pure può fare, e di tutto ciò che se ne può raccontare. Qualcosa che non sta nei limiti stretti di quel che oggi intendiamo per "ragione"; ma dentro a una ragione più ampia vive e continua, di padre in figlio, e poi di nuovo, ancora.
  • Marina Corradi
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Messaggio da miriam bolfissimo » gio giu 14, 2012 9:55 am


  • Ma la felicità si offre
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Vorrei commentare le giornate milanesi dedicate alla famiglia con alcune brevi meditazioni sulla felicità familiare. Spero che con questo inizio i lettori non si spaventino. Jacques Maritain diceva che a volte si può fare più filosofia assaporando una ciliegia tra i denti che non scrivendo ponderosi trattati. Mettendomi sulla sua scia, aggiungerei che una battuta, una facezia, una vignetta riescono a volte a farci percepire la realtà meglio di quanto non riescano a fare gli editoriali di illustri (!) accademici.

Mi sto riferendo a una vignetta di Altan, apparsa su Repubblica del 4 giugno. Due personaggi, presumibilmente un bambino e una bambina (non per il loro aspetto, ma perché hanno in mano giocattoli) si scambiano due battute, che dovrebbero essere ironiche, ma che a me sono apparse tragiche. Il primo dice: «Abbiamo diritto a un po’ di felicità». La seconda risponde con una domanda: «A chi gliela togliamo?».

Sembra che il problema sia davvero tutto qui: a chi dobbiamo togliere quella parte di felicità che non possediamo, ma alla quale riteniamo di avere diritto? A chi ne ha troppa (ma come stabilire il "troppo" della felicità)? A chi non la merita (ma c’è qualcuno che non merita di essere felice)? Ai nemici (ma se poi si vendicano)? Agli amici (ma continueranno a essere amici di coloro che avranno tolto loro la felicità)? Ai genitori? (non c’è dubbio che i genitori sono in genere disponibilissimi a dare ai figli tutta la felicità di cui essi possano disporre... ma in genere non è quella dei genitori la felicità che desiderano i figli). È chiaro che in questo modo non si va molto lontano e che fin dall’inizio il discorso è viziato.

C’è qualcosa di distorto, infatti, nell’idea di una felicità, che si può conquistare solo per sottrazione (e al limite per furto), togliendola cioè ad altri. La felicità, quando è vera, è un bene contagioso: chi è felice rende felici gli altri, senza portar loro via assolutamente nulla. Quanto più uno è autenticamente felice, tanto più è in grado di aumentare la felicità altrui. Se le cose stanno così, come dobbiamo interpretare allora la vignetta di Altan? Chi sono i suoi veri destinatari? Vuole colpire quei pochi egoisti, potenti e crudeli, che tolgono subdolamente la felicità al popolo e alle masse? O non colpisce piuttosto – e non so con quanta consapevolezza – l’egocentrismo che pervade l’animo degli uomini di oggi?

A me sembra che Altan descriva esattamente la realtà dell’individualismo contemporaneo, nel suo fondo più oscuro e meno confessabile, che non è esagerato definire predatorio. All’incremento della felicità dell’uno non potrebbe che corrispondere il decremento della felicità dell’altro. Mi arricchisco perché l’altro si impoverisce. Conquisto i miei spazi, perché riesco a sottrarli a chi me li contende. Vinco e celebro il mio trionfo perché i miei rivali perdono e vengono umiliati. Se la mia felicità è un "diritto", perché essa si realizzi è inevitabile che l’altro abbia il "dovere" di perdere la sua. Questo paradigma è talmente consolidato nel tempo in cui viviamo che è difficile perfino avvertire quanto sia pervasivo e distorto.

Giunge la stagione delle vacanze e i figli abbandonano gli anziani genitori negli ospedali o in apposite residenze: hanno pur diritto a un po’ di felicità e a godersi le ferie! I figli costano e desiderano fratelli con cui giocare e accanto ai quali crescere; ma come è compatibile questa loro felicità con l’aspirazione dei loro (ipotetici) genitori a vivere una felice (e più agiata) vita di coppia? Meglio rinunciare a far figli. Tizio si disamora della famiglia, abbandona la moglie e cerca la sua felicità con un’altra donna, attivando nuovi legami familiari: ho pur diritto – egli sostiene – a un po’ di felicità (e poco conta se, per realizzarla, egli la toglie alla moglie e ai figli che abbandona, a volte condannandoli anche a ristrettezze economiche). È inevitabile a questo punto giungere all’esempio più crudo e oggi meno avvertito, quello delle donne che interrompono la gravidanza: pensano di aver diritto in tal modo a "un po’ di felicità" e non si rendono conto di togliere in tal modo ai loro figli, cui viene preclusa la possibilità di nascere, qualunque possibilità di essere a loro volta, anche se in piccolissima misura, felici. Non credo che nella sua vignetta Altan volesse alludere a tutto questo. Ma ci allude obiettivamente e tanto può bastare.
  • Francesco D'Agostino
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Messaggio da miriam bolfissimo » ven giu 22, 2012 9:11 am


  • Testimoni alla prova
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Durante la veglia pasquale dello scorso mese di aprile, Benedetto XVI ebbe a dire: «Il buio veramente minaccioso per l’uomo è il fatto che egli non vede dove vada il mondo e da dove venga. Dove vada la nostra stessa vita. Che cosa sia il bene e che cosa sia il male. Il buio su Dio e il buio sui valori è la vera minaccia per la nostra esistenza e per il mondo in generale». Il pontificato di questo Papa è interamente rivolto al lavoro per ridare energie e vita alle radici dell’uomo e della Chiesa. Non si occupa di questioni secondarie, pure importanti, ma è tutto concentrato sulla fede come esperienza vitale per l’uomo. All’opposto delle correnti maggioritarie della cultura contemporanea, che vedono nella fede un evento interessante al massimo per l’individuo, per il Papa la fede riguarda il futuro stesso dell’uomo e dell’umanità intera. Ecco perché ha indetto l’Anno della fede.

Monsignor Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova evangelizzazione, lo ha presentato attraverso una conferenza stampa all’attenzione del mondo. A chi parla questa iniziativa del Papa? Innanzitutto a chi crede. La fede infatti non è l’assenso ad alcune verità dato una volta per tutte. Essa è piuttosto l’incontro con l’umanità divina di Gesù, un incontro che ha bisogno di rinnovarsi continuamente e di diventare esperienza e mentalità capace di rispondere agli interrogativi che la vita e il tempo pongono all’uomo. Una fede che non diventa cultura è morta, aveva detto Giovanni Paolo II. Ma essa per rinnovare ogni fibra del nostro essere deve rinnovarsi in se stessa riscoprendo ogni giorno nuovamente il fascino della sequela di Gesù. Anche la fede senza le opere è morta. Occorre cioè che l’adesione a Cristo arrivi agli uomini attraverso la testimonianza gioiosa e semplice dei credenti. L’Anno della fede vuole rinnovare un ponte continuo e vitale tra la Chiesa e l’umanità. In questo dinamismo è racchiusa tutta la forza dell’evangelizzazione.

L’iniziativa del Papa non si ferma perciò a coloro che credono. Vuole suscitare la nostalgia di Dio e il desiderio di incontrarlo nei cuori di tutti gli abitanti della terra. Benedetto XVI non può però raggiungere gli uomini se non attraverso di noi. Questo anno particolare che inizia l’11 ottobre – esattamente cinquant’anni dall’inaugurazione del Concilio Vaticano II e venti dopo la pubblicazione del testo più importante edito durante il pontificato di Giovanni Paolo II, il Catechismo della Chiesa cattolica – ha come suo centro la vita delle comunità cristiane: delle parrocchie, dei gruppi, dei movimenti, delle associazioni, delle diocesi in primo luogo. Riscoprire la fede come il dono più grande che abbiamo ricevuto, capace di farci attraversare ogni mare della vita. Per questo il logo scelto per l’Anno della fede è la nave il cui albero maestro è Cristo stesso. La fede come esperienza di pienezza capace di rispondere alle attese più drammatiche e intense dell’uomo, la fede come consapevolezza matura delle verità e soprattutto della Verità che è Cristo per il mondo. A ogni credente verrà data un’immagine del Cristo Pantocratore di Cefalù. Sul retro si troverà scritta la professione di fede, il simbolo cristiano che racchiude in poche parole tutta la sapienza vitale con cui ogni credente guarda al mondo e all’esistenza. Monsignor Fisichella ha ricordato le parole di sant’Agostino: «Quando avete ricevuto il Simbolo della fede, imprimetelo nel cuore e ripetetelo ogni giorno interiormente. Prima di dormire, prima di uscire di casa, munitevi del vostro Simbolo».

L’Anno della fede porterà tutta la Chiesa a rivivere il Concilio Vaticano II, soprattutto il suo dinamismo interiore impresso da Papa Giovanni volto a testimoniare Cristo, luce dei popoli, al mondo contemporaneo. Speriamo porti a una consapevolezza più chiara delle verità della fede, a un’adesione più libera ad esse, a una celebrazione della fede attraverso la liturgia e in particolare l’Eucarestia. È infatti nella celebrazione liturgica, come nella testimonianza di vita dei credenti che appare la luce più alta e più affascinante della fede ricevuta e vissuta.
  • Massimo Camisasca
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun lug 02, 2012 7:28 am


  • E don Puglisi parla ancora dell’Unico Necessario
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«Essere testimoni è necessario soprattutto per chi conserva rabbia nei confronti della società che vede ostile. A lui il testimone deve infondere speranza facendo comprendere che la vita vale se è donata». Questo scriveva don Giuseppe Puglisi, morto per mano della mafia, che ha per dio solo e soltanto il potere legato al crimine.

Che così sia stato lo dimostra adesso, dopo un lungo e complesso processo canonico, il decreto con cui Papa Benedetto XVI riconosce il martirio in odium fidei del sacerdote e ne autorizza l’auspicata beatificazione. Nei 19 anni che ci separano dall’assassinio di padre Puglisi, da quel 15 settembre del 1993, la verità è infine emersa. Quella giudiziaria, vergata con inchiostro indelebile dalla Cassazione, dice che l’omicidio fu deciso dai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano per mettere a tacere un sacerdote scomodo, socialmente impegnato, che col suo ministero di pastore di anime, di formatore di coscienze cristiane, soprattutto di quelle dei fanciulli, li ridicolizzava sottraendo loro manovalanza, prestigio e potere, come del resto sprezzantemente li rimproverava uno dei capi indiscussi di Cosa Nostra, Leoluca Bagarella. Chi diede l’ordine di ucciderlo lo fece non per eliminare un pericoloso nemico, alla stregua di magistrati, giornalisti, esponenti delle forze dell’ordine e della società civile, ma per cercare di fermare un luminoso testimone di fede.

Puglisi era persona tutta di un pezzo, agiva umilmente, con semplicità, senza cercare visibilità, antieroe: annunciava e proclamava l’Unico Necessario, il Padre Nostro. E fu proprio l’essere un uomo libero, armato della sola forza della Parola, a costargli la vita, giustiziato dall’odio che i mafiosi nutrivano verso il suo munus sacerdotale. La sua figura riveste un ruolo di grande importanza per la società civile, per la Chiesa universale, in particolare per la Chiesa palermitana e siciliana e per tutte quelle che si confrontano sul proprio territorio con le organizzazioni criminali, perché il suo sacrificio ha svelato il grande inganno della mafia, sedicente portatrice di religiosità. Il suo esempio è stato ed è così forte da aver attraversato il tempo: nei 19 anni trascorsi, Brancaccio, Palermo, la Sicilia, l’Italia, il mondo non lo hanno dimenticato. Centinaia sono le strade, le scuole, le piazze che portano il suo nome.

Diversi i libri e i film a lui dedicati. Ma, soprattutto, dal 1993 ad oggi, oltre 80 giovani sono entrati in seminario folgorati anche dalla sua luminosa testimonianza e migliaia di persone hanno continuato a visitare la chiesa di Brancaccio, lasciando un segno e una preghiera nei luoghi dove lui aveva esercitato il suo ministero.

Dunque, per dirla con Tertulliano, «nel sangue dei martiri v’è il seme dei cristiani». E nel sacrificio di don Puglisi v’è un chiaro esempio di fede e di impegno, che acquista un rilievo ancor maggiore in tempi segnati dalla crisi dei valori e dell’identità. Oggi per il sacerdote palermitano si aprono le porte per l’elevazione agli onori degli altari. E contrariamente alla prassi marxista, per la quale, come ha scritto Pavel Evdokimov nel suo L’amore folle di Dio, «il santo è un uomo inutile», per la Chiesa cattolica invece è «questa inutilità, o meglio questa totale disponibilità verso il Trascendente, a porre ineluttabilmente le questioni di vita e di morte ad un mondo senza memoria». Così, anche in questa radiosa storia di martirio, si dimostra che la vera rivoluzione è portare il Vangelo con la sua concretezza liberatrice, che cancella il consenso verso i mafiosi e lo indirizza verso Dio, perché «un santo, anche nel massimo isolamento o nascondimento, vestito di spazio e di nudità», ricorda ancora Evdokimov, «porta sulle sue fragili spalle il peso del mondo, la notte del peccato: egli protegge il mondo dalla giustizia divina. Quando il mondo ride, il santo piangendo dona agli uomini la misericordia divina».

Uccidendolo, credevano di averlo messo a tacere. Si illudevano: Puglisi parla ancora.
  • Vincenzo Bertolone, Postulatore della causa di beatificazione, Arcivescovo di Catanzaro-Squillace
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun lug 09, 2012 7:27 am


  • Dio e il matrimonio: due «per sempre»
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Cinquant’anni di matrimonio, nozze d’oro. Riguardano chi scrive e fanno effetto. È come ritrovarsi in cima a un alto palazzo dove sei salito a piedi, faticosamente, piano per piano.

Davanti un panorama che ti può apparire incerto e confuso, ma alle spalle un passato che distingui ancora bene e dove chiarissimo è il giorno delle nozze. Un sabato della prima estate, sette coppie iscritte al "Sacro Vincolo". Il parroco attacca alle nove e continua fino alle 12.30. Impossibile la Messa. Matrimoni sulla catena di montaggio. Ora già questo ricordo marca la differenza con quanto avviene oggi. «Sette matrimoni in un giorno? L’anno passato, in tutto ne abbiamo avuti quindici», mi dice il mio parroco odierno. «Ma che bisogno c’è di sposarsi quando ci si vuol bene?». Lo sento dire ogni volta che tocco il tasto con chi non si sposa «perché tutto è cambiato». È vero: nulla è più come «ai nostri tempi». Non la scienza, meno che mai la tecnica. Non la cultura, la scuola, lo studio, la comunicazione, la moda, lo sport. Non i diritti e i doveri. Non i costumi, rivoluzionati. Sì, tutto è cambiato. E, nel vortice del cambiamento, il matrimonio. Un bel libro scritto dal monaco Franco Mosconi s’intitola: Tobia: Il mestiere di vivere (Il Margine) e commenta la storia di Tobia. Che è esemplare. Tobia deve sposare Sara e tutti temono perché Sara è posseduta dal demone Asmodeo che ha fulminato nella prima notte di nozze i mariti precedenti. È la donna più pericolosa del mondo, Sara, ma stavolta chi la sposa si affida totalmente a Dio. Matrimonio, dunque, da fondare tutto sulla fede (che sarà premiata).

«Hai scelto il matrimonio: c’è la vita con l’altra creatura con la quale sei unito finché vivrai. È solo questo impegno che fa grande la tua esistenza», scrive Mosconi. Valeva, questo, al tempo di Tobia ( VII secolo a.C.) e noi cercammo di farlo valere nel nostro. Vale anche oggi? Se stiamo in un ambito di fede cristiana, certo. Ma se ci spostiamo in area "laica" e mediatica, vediamo quanto non sia trendy sposarsi. Anzi: ciò che un tempo era il traguardo inevitabile, adesso è presentato spesso come passo da evitare, scoglio da aggirare, complicazione cui non pensare. Le conseguenze? Varie, tra cui una: la vita così "liberata" non migliora. Sembra anzi che il poter far tutto conduca a non saper cosa fare. E che il poter amare liberamente porti a non saper più amare. Diluviano innamoramenti, attrazione, seduzione, sesso. L’amore, però, è altro. Nei nostri lontani anni verdi furoreggiava un vescovo americano, Fulton Sheen, grande intrattenitore radiotelevisivo. Un suo libro s’intitolava: Tre per sposarsi. I due coniugi e Dio. Un amore trinitario.

Oggi, in molti (giovani e no) c’è la sensazione di vivere in un’epoca in cui Dio ha altro da fare che occuparsi di loro. Come se, cambiato tutto, avesse abbandonato la scena e non dovesse più tornare. Ma ha bisogno di tornare chi non è mai andato via? Abbiamo ancora in mente certe domande rivolte al Pontefice durante il Family 2012 a Milano. Quei genitori timorosi per il futuro dei figli, quei divorziati in sofferenza per non poter accedere ai sacramenti. E quei fidanzati preoccupati di pronunciare un sì che vuol dire "per sempre". Il famoso "per sempre". D’altra parte il campo dove si gioca la partita del matrimonio è così che si chiama: "Per sempre". Sia chiaro, è un campo che intimoriva anche noi. Ti chiedevi se avresti provato "per sempre" il piacere di stare con tua moglie e se lo avrebbe provato lei di stare con te. Poi, ciò che avresti scoperto, imparato, saputo nel tempo è che il matrimonio non si tiene sulla base del piacere che ti dà il vivere con un’altra persona, ma sul bene che tu dai alla persona con cui hai scelto di vivere. Volere il bene, la gioia dell’altro: in cinquant’anni non mi è apparso qualcosa di diverso l’amore. Arrivati non per merito, ma per grazia di Dio qui dove siamo, questo noi crediamo di averlo imparato. Non per niente: «Beati voi. Oggi tutto è diverso» ci sentiamo dire dai più giovani. Dio però non è diverso e il suo amore, recita il Salmo (117) "è per sempre". Dio e il matrimonio sono due "per sempre" che s’incontrano.

Naturalmente a Dio si deve tendere, la fede non è naturalmente facile e spontanea, talvolta è una dura conquista. Da sapere, comunque, che Gesù può andare a tutte le nozze come andò a quelle di Cana. Basta invitarlo.
  • Giorgio De Simone
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun lug 16, 2012 3:06 pm


  • Chiediamo all'infinito
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Leggevo in questi giorni uno spietato romanzo sulla vita di un rapinatore e assassino degli anni 50, ambientato nei bassofondi di Los Angeles. Dopo aver messo a segno un colpo da mezzo milione di dollari, si ritrova in una casa con vista sul mare a godersi il bottino: «Quando sono arrivato quaggiù è stato come arrivare alla fine dell’arcobaleno, nel luogo baciato dal sole che appartiene ai sogni di tutti. Era tutto quello che desideravo dalla vita: semplicità, una spiaggia, la pace. Ma la pace si è trasformata in noia e solitudine». Giorno dopo giorno la noia lo assale, lo divora da dentro. Non basta mezzo milione di dollari da spendere in divertimenti a trovar pace. Ha bisogno di riempire il vuoto e allora, pur sapendo di rischiare la cattura dal momento che è un super-ricercato, comincia a preparare un altro colpo.

Ci si può annoiare anche in vacanza, e siamo disposti persino a scegliere il rischio pur di lenire il vuoto profondo che ci afferra. Il vuoto. Non credo che in altre epoche della storia sia stato concesso il privilegio di sentire la morsa disperante del non senso, come nella nostra o almeno nella forma cristallina che ha raggiunto oggi.

C’è stata un’epoca in cui gli uomini sapevano di essere finiti, dentro l’infinito di Dio, e per questo interpretavano ogni cosa finita come segno dell’infinito.

Venne poi un’epoca in cui il finito si rese autonomo dall’infinito ed esplorò tutti gli angoli della sua finitezza, scoprendo cose che prima non sospettava. Si sentì più solo, ma sapeva di essere sorvegliato dall’infinito, così si rassicurava anche se cominciava ad averne paura.

Venne poi un tempo, il nostro, in cui il finito non volle essere più rassicurato né impaurito, accantonò l’infinito e si rese del tutto autonomo, tanto da diventare infinito o credere di esserlo. Il prezzo pagato fu che insieme alla sua raggiunta infinitezza sperimentò l’infinitezza del suo limite: emerse il vuoto in forma nitida, come uno stampo svuotato, perfettamente pulito, ma privo della sua sostanza. Si decise allora di riempirlo dell’ottimismo delle "cose da fare" per scacciare quel vuoto, ma nessuna coincideva con lo stampo e le troppe cose si rivelarono ingombranti, e si rompevano pure. Nacque così la vacanza: per svuotare di nuovo lo stampo dalle cose di cui lo si era riempito, e tornò la violenta evidenza del vuoto e si desiderò tornare al pieno di cose da fare, pur di non sentire con tale forza l’assenza perturbante. E si cominciò a pendolare, inquieti. Riempi e svuota.

L’assenza di infinito ci costringe a rendere infinito tutto: lavoro e vacanza. Andiamo in vacanza come uno che spegne il computer quando è andato in tilt, perché il lavoro è solo schiavitù funzionale a guadagnarsi la vacanza. Trattiamo l’anima come un interruttore: on/off. E non troviamo pace. Cesare Pavese in alcune delle sue poesie più belle di Lavorare stanca dipinge questo tedio che ci sorprende all’alba o alla sera: «Poi la notte, che il mare svanisce, si ascolta / il gran vuoto ch’è sotto le stelle... / L’uomo, stanco di attesa, / leva gli occhi alle stelle, che non odono nulla... / Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno / in cui nulla accadrà... / Vale la pena che il sole si levi dal mare / e la lunga giornata cominci?».

Attendiamo la vacanza come se potesse risolvere il nostro infinito desiderio di felicità, minacciato dalla schiavitù del lavoro, ma la vacanza, impietosa, ci mostra il vuoto che abbiamo coperto con i troppi impegni feriali. Così l’attesa si fa ancora più dolorosa e delusa e le stelle in cui avevamo sperato non ci ascoltano. Cerchiamo la compagnia in spiagge affollate e locali rumorosi, che pochi giorni prima fuggivamo. Cerchiamo divertimenti ancora più impegnativi di un lavoro che avevamo vissuto come alibi al vuoto. E non troviamo pace, perché l’anima non è un interruttore e il corpo la sua lampadina che prima o poi si fulmina, ma un’unità che ha pace solo quando è unità.

Per questo credo che, suo malgrado, l’uomo di quest’epoca, guardando lo stampo mal riempito o vuoto, potrà più facilmente chiedere all’infinito di tornare. L’infinito lo ascolterebbe e si riverserebbe subito dentro di lui, come una grazia, colmandone di pace ogni angolo. Il tedio non è da disprezzare: altro non è che la percezione dell’assenza dell’immagine che siamo. L’immagine del Dio fatto carne.
  • Alessandro D'Avenia
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Bellissima riflessione !

Messaggio da Grazia Cuffari » mar lug 17, 2012 7:18 pm

Bellissima riflessione Miriam

Essa ha fatto venire alla mia mente la celebre frase con cui Sant'Agostino apre le sue "Confessioni", libro che penso tutti abbiamo letto :

"Il mio cuore è inquieto finché non riposa in Te"

Perciò mi unisco al Santo con questa sua magnifica preghiera :

Tardi t’amai,
bellezza così antica, così nuova,
tardi t’amai!
Ed ecco, tu eri dentro di me
ed io non ero con te
e fuori di me ti cercavo
e mi gettavo
deforme sulle belle forme
della tua creazione…

Tu hai chiamato e gridato,
hai spezzato la mia sordità,
hai brillato e balenato,
hai dissipato la mia cecità,
hai sparso la tua fragranza
ed io respirai.

Ed ora anelo verso di te;
ti ho gustata ed ora
ho fame e sete,
mi hai toccato ed io arsi
nel desiderio della tua pace

(SANT’AGOSTINO, Le Confessioni, X, 27)
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Messaggio da miriam bolfissimo » mar lug 24, 2012 7:27 am


  • La salvezza in una cifra
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Anche chi non ha una grande assuefazione coi testi sacri sa che essi sono costellati di numeri che spesso non devono essere computati quantitativamente, ma valutati qualitativamente, cioè come simboli.

Così, che la creazione dell’universo sia dalla Genesi distribuita nei sette giorni della settimana, destinata ad avere il suo apice nel sabato liturgico, è legato al fatto che il sette è un segno di pienezza e perfezione, naturalmente coi suoi multipli. In questa luce si comprende perché si scelgano nell’Apocalisse sette chiese, perché Gesù ci ammonisca di perdonare non solo sette volte, ma settanta volte sette, perché l’oro puro sia «raffinato sette volte», come si dice nel Salmo 12,7, perché settanta siano gli anziani del «senato» costituito da Mosè, settanta i discepoli inviati in missione da Gesù, settanta siano gli anni dell’esilio babilonese e settanta settimane d’anni scandiscano l’avvento finale del regno messianico, secondo il libro di Daniele (9, 24).

Ugualmente al tre viene assegnato un valore di pienezza, come appare in modo supremo nella Trinità cristiana, ma come si aveva già in tante altre distinzioni ternarie bibliche: tre erano le parti dell’universo (cielo, terra, inferi), tre le feste principali di Israele (Pasqua, Settimane, Capanne), tre preghiere marcavano la giornata, tre giorni Gesù rimane nella tomba (anche se questo computo è in realtà solo su frazioni giornaliere). Il quattro, evocando i punti cardinali, propone una totalità: ecco perché quattro sono gli esseri viventi misteriosi che stanno accanto a Dio Onnipotente secondo l’Apocalisse, così come i quattro fiumi che scorrono dall’Eden rappresentano tutto il sistema idrografico della terra, mentre Qohelet-Ecclesiaste nel capitolo 3 del suo libro tratteggia l’intera storia in ventotto (7 x 4) «tempi e momenti».

È dal quattro che fluisce il multiplo quaranta, intrecciato con un altro numero che indica pienezza, il dieci (si pensi al Decalogo): quaranta sono i giorni e le notti del diluvio, gli anni dell’esodo di Israele nel deserto, i giorni delle tentazioni di Gesù, i colpi della fustigazione del condannato e così via elencando.

Altrettanto significativo è il dodici che ritroviamo nelle tribù di Israele, nel parallelo degli apostoli di Gesù e nel multiplo 144.000 (12 x 12 x 1000) degli eletti dell’Apocalisse. Altre volte i giochi simbolici si fanno più complessi, come accade nella formula x/x+1: «Tre cose sono troppo ardue per me, anzi quattro, che non comprendo affatto: la via dell’aquila nel cielo, la via del serpente sulla roccia, la via della nave in alto mare, la via dell’uomo verso una giovane donna» (Proverbi 30, 18-19). Le cose si complicano ulteriormente nel giudaismo successivo, quando appare una particolare numerologia chiamata “gematria”, deformazione della parola “geometria”. Essa cercava di intuire il significato recondito e segreto delle parole basandosi sulla corrispondenza numerica delle lettere.

Questo esercizio trionferà nella cosiddetta Qabbalah (letteralmente “realtà trasmessa”, “tradizione”), una teoria mistica giudaica fiorita a partire dal XII secolo e che ha lasciato una traccia in vari movimenti esoterici moderni e in forme popolari, anche contemporanee, di taglio spesso cialtronesco e illusorio. Un esempio celebre di “gematria“ cristiana è il famoso 666, il «numero della Bestia», proposto dall’Apocalisse (13, 18), forse il libro biblico più ricco di simbolismi numerici (tra cardinali, ordinali e frazionali in quelle pagine si contano ben 283 cifre!). Si tratta ovviamente di un multiplo di sei, il numero imperfetto per eccellenza, dato che esso rappresenta il sette privato di un’unità e il dodici dimezzato. Siamo, dunque, in presenza di un concentrato di limite e imperfezione il cui valore “gematrico” è stato variamente interpretato. La più comune decifrazione vede in esso la somma dei valori numerici del nome “Nerone Cesare”, trascritto in ebraico come NRWN QSR (N 50 + R 200 + W 6 + N 50 + Q 100 + S 60 + R 200 = 666), il grande persecutore dei cristiani. Alla base di tutta la numerologia biblica rimane, comunque, la convinzione che il Signore – come si legge nel libro della Sapienza che forse evoca una frase di Platone – «ha disposto ogni cosa con misura, calcolo e peso» (11, 20).


  • 1. L’unità - Il numero 1 è la cifra della divinità per eccellenza: Dio è unico. «Ascolta, Israele, il Signore è nostro Dio, il Signore è uno» (Dt 6,4)

    3. La totalità - Il simbolo della Trinità (Padre, Figlio e Spirito Santo). Ma anche le tre tentazioni che Gesù subisce da parte del diavolo nel deserto e che indicano i principali rischi dell’uomo: potere, ricchezza, fama.

    4. La terra e il cosmo - I punti cardinali sono 4. Così, quando la Genesi (2, 10-14) descrive i 4 fiumi che bagnavano i lati dell’Eden, vuol dire che il cosmo nella sua totalità era un paradiso. Prima del peccato di Adamo ed Eva...

    6. L’uomo e le opere - Sette meno uno: è il numero che rappresenta la perfezione mancata, ma anche le opere dell’uomo: non per caso «Dio ha creato l’uomo il sesto giorno» (Gn 1,26)

    7. La perfezione - Sette è invece il numero che segnala la perfezione delle opere di Dio: la settimana della creazione come «cosa buona» si completa infatti solo col sabato. Anche nel libro di Giosuè le mura di Gerico crollano dopo una processione di 7 giorni.

    10. La memoria - 10 come le piaghe d’Egitto (Es 7-12), 10 come gli antenati che stanno fra Adamo e Noè e fra Noè e Abramo (Gn 5)... Soprattutto 10 come i comandamenti dati da Dio a Mosè (Es 20,1-17): da ricordare contandoli sulle dita delle mani.

    12. L’elezione - È la cifra che sta a significare la scelta del Signore, il numero dell’elezione: le 12 tribù d’Israele, i 12 apostoli… Per estensione, è il numero che designa il popolo di Dio (dell’Antico e del Nuovo Testamento) nella sua totalità.

    40. Il cuore, le generazioni - Sono gli anni di una generazione e dunque il tempo necessario per un cambiamento, una conversione radicale. Per questo il Diluvio universale si prolunga 40 giorni e 40 notti (è il passaggio a un’umanità nuova) e gli israeliti soggiornano 40 anni nel deserto.


    • Gianfranco Ravasi
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Interessante numerologia biblica !

Messaggio da Grazia Cuffari » mar lug 24, 2012 10:51 am

Questo studio numerologico di Mons. G. Ravasi
mi fa pensare a come è grande e sapiente il Creatore
e a come è fragile e piccola invece la sua creatura,
nonostante la sua tendenza e il suo anelito
di perfezione e di completezza verso Dio !

Perciò mi soffermo ai numeri che inconsciamente
ho sempre prediletto:

il 6 che rappresenta la mia debolezza ;

il 7 che è la perfezione a cui il mio animo tende ;

il 3 che rappresenta le tre persone della SS.ma Trinità
messe a guida del mio operare ;

il numero 1 che rappresenta il Dio unico della mia
religione cattolica alla quale rimango fedele.


Grazie Signore, per avermi fatto capire oggi l'armonia
qualitativa dei numeri biblici.
Aiutami affinché, durante il cammino della mia vita,
non abbia mai a considerarmi io il numero 1
e posporlo allo 0 della mia nullità.
Dio mi ama e ama tutti nel presente e nell'eternità

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun lug 30, 2012 8:29 am


  • Futuro, la via italiana
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«The child is father to the man», (il bambino è il padre dell’uomo) scriveva il poeta William Wordsworth. Il talento individuale è la «causa» della tradizione, affermava Marshall McLuhan, mentre Thomas S. Eliot scriveva: «In my end is my beginning» (nella mia fine è il mio principio). Le parole di questi illustri interpreti della modernità oggi ci possono aiutare a illuminare di nuova luce lo sguardo sul futuro, dopo la fine della fiducia nel progresso, l’ansia della società del rischio, l’angoscia della crisi. E, più in generale, a reinterpretare, in un modo che sia adeguato alle sfide di oggi, il rapporto tra passato, presente e futuro.

Tendiamo infatti a oscillare tra due poli ugualmente sterili: un presente smemorato, del «life is now», del carpe diem, dell’istante intenso, dove per vivere le cose come nuove (l’unico attributo che, pare, le rende dotate di valore) dobbiamo dimenticarci di quello che abbiamo detto e fatto il giorno prima (soprattutto delle promesse, degli impegni, ma anche delle delusioni, e persino delle gioie); e un attaccamento al passato come fosse una sorta di età dell’oro perduta, che ci ostiniamo a voler replicare, che pensiamo di difendere e onorare semplicemente mantenendolo uguale a se stesso, in un conservatorismo anacronistico che in realtà uccide il suo valore e la sua capacità di parlare al presente.

Il futuro non può essere una replica atemporale del presente assoluto, né la difesa di un passato ritenuto immodificabile (atteggiamento che ci appare in tutta la sua evidenza nei fondamentalismi religiosi, ma che ci è molto meno estraneo di quanto ci piacerebbe pensare). Il nuovo per il nuovo, e la difesa a oltranza di ciò che nel passato ha funzionato sono oggi due vie perdenti. Credo invece che per rispondere alla crisi del presente, che sembra rendere incerto e minaccioso il futuro, si possa trovare una "via italiana" che, valorizzando la ricchezza del nostro patrimonio antropologico, apra sguardi inediti su un presente difficile che non può essere affrontato solo con strumenti "tecnici", ma che ha soprattutto bisogno di senso.

Un patrimonio da cui penso si possano cogliere alcuni spunti – che, non a caso, hanno a che fare con il tema del "generare" e del "legame" – utili per contenere le derive di un malinteso individualismo, che ha contribuito a portarci dove siamo. Il tema del generare ci riporta all’idea della non autosufficienza: esistiamo perché qualcuno ci ha messo al mondo e si è preso cura di noi. L’autosufficienza assoluta (il «self made man») è un "falso ideologico": se siamo riusciti a combinare qualcosa nella vita, è perché qualcuno ci ha insegnato qualcosa, qualcun altro ha creduto in noi e ci ha dato fiducia, da qualcuno abbiamo potuto trarre ispirazione ed esempio e così via. Nemmeno il genio e l’artista sono immuni dal debito, come scriveva Romano Guardini nell’Opera d’arte.

Solo poi per il fatto di vivere in città dense di storia, arte e bellezza, di avere imparato a distinguere sapori che variano nel giro di pochi chilometri di distanza, di aver ascoltato le sfumature della lingua e ammirato la varietà dei paesaggi, abbiamo ricevuto in dono un capitale culturale enorme. Al quale possiamo essere fedeli solo nella gratitudine e nel desiderio di rigenerare, rinnovandolo, quanto di buono abbiamo ricevuto.

Perché il tempo non è solo lineare. Esiste una dimensione paradossale del tempo, che è quella che consente ai figli di "ri-generare" i loro genitori, nel momento in cui ne raccolgono l’eredità per farla germogliare in nuove direzioni; o che permette al singolo talentuoso, collocandosi in una tradizione, di ridarle nuova vita facendone sviluppare aspetti inespressi; o che ripete il miracolo della morte-rinascita nel momento in cui ciò che sembrava spegnersi rivela, per chi la sa vedere e accompagnare, una vitalità inaspettata.

La vita artistica, imprenditoriale, sociale del nostro Paese è ricca di esempi di questo tipo, che scardinano la sequenzialità, l’irreversibilità dei processi, la tirannia del tempo per valorizzare la reciprocità, il potenziale propulsivo della gratitudine, la trasformazione delle fini in nuovi inizi. Solo con la fantasia e il desiderio di far rinascere la tradizione che abbiamo ricevuto, e l’umiltà e l’impegno che scaturiscono dalla gratitudine per quanto altri hanno fatto per noi, magari senza poterne godere a loro volta, potremmo dar vita a un futuro, da consegnare ai nostri figli, che non sia segnato semplicemente dalla rinuncia, dalla decrescita, dalla frustrazione, ma dall’eccedenza della vita, che sa innovare perché creativamente fedele a ciò che l’ha generata.
  • Chiara Giaccardi
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Riflessione personale

Messaggio da Grazia Cuffari » lun lug 30, 2012 9:10 pm

Alla luce di quanto letto in questo articolo di Chiara Giaccardi e ponendo lo sguardo sul presente che stiamo vivendo ( crisi economica, morale e religiosa ) credo sia necessario portare avanti personalmente ognuno di noi,
con convinzione e con fede, tutto quello che Gesù ci propone per la nostra salvezza e che per ottenercela da Dio Padre Egli non ha esitato di morire sulla Croce.

Per noi Cristiani è necessario, anzi è urgente, rinascere a vita nuova in Cristo Gesù e portare questo soffio di vita nuova intorno a noi, diffondendo questo profumo di pace e di serenita nel grande prato del mondo.

Via via che mi avvicino a Gesù vedo personalmente che ognuno di noi può fare qualcosa nel suo piccolo, influendo con la testimonianza benefica del nostro donarci in tutta umiltà per gli altri, così come ha fatto Cristo nel suo periodo terreno, E non ci mancherà naturalmente la Guida dello Spirito Santo che Egli ci ha lasciato.

Mi accorgo che è inutile desiderare un ritorno quasi magico ad un passato di valori che non esiste quasi più.
Il passato ha avuto pure le sue luci, ma anche le sue zone d'ombra ed, essendo ormai passato, non possiamo più tornare indietro per correggerlo, ma possiamo lavorare bene sul nostro presente per non ripeterne gli errori commessi, e tutto alla luce di un futuro, messo con fiducia nelle mani di un Dio provvido che ama le sue creature.

Sì, se ognuno di noi provvedesse a cambiare se stesso a far ritornare Dio nella propria vita, a incarnarlo nella carità verso l'altro morirebbero per mancanza di vitalità tutti gl'individualismi e gli egoismi di questo mondo, perchè regnerebbe l'Amore e dove regna l'Amore regna Dio.
E tutto ciò non vale soltanto per noi come Cristiani, ma per tutti gli abitanti della Terra: con l'Amore, non con la guerra si risanano tutte le economie.
Solo con il rispetto e l'accoglienza della vita, la vita acquista un senso, un significato per il quale vale la pena di essere vissuta ed amata

Inno alla vita

La vita è un'opportunità, coglila.
La vita è bellezza, ammirala.
La vita è beatitudine, assaporala.
La vita è un sogno, fanne realtà.

La vita è una sfida, affrontala.
La vita è un dovere, compilo.
La vita è un gioco, giocalo.
La vita è preziosa, abbine cura.

La vita è ricchezza, valorizzala.
La vita è amore, vivilo.
La vita è un mistero, scoprilo.
La vita è promessa, adempila.

La vita è tristezza, superala.
La via è un inno, cantalo.
La vita è una lotta, accettala.
La vita è un'avventura, rischiala.

La vita è la vita, difendila !


Madre Teresa di Calcutta
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Messaggio da miriam bolfissimo » gio ago 30, 2012 3:33 pm


  • Mors tua salus mea?
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Una sentenza provvisoria, quella della Corte di Strasburgo sull’ammissibilità della selezione eugenetica degli embrioni umani mediante diagnosi preimpianto, ma comunque destinata a lasciare un segno scuro nella giurisprudenza europea. Conferma, infatti, che non pochi giuristi si sono orientati a imboccare la china dei "passi indietro" nella storia del riconoscimento, della tutela e della promozione dei diritti di ciascun uomo e di tutti gli abitanti del Vecchio Continente. Non solo per gli aspetti su cui hanno già disquisito diversi commentatori: la denuncia della (presunta) incongruenza tra due leggi dell’Italia, uno dei 47 Stati membri del Consiglio d’Europa (e dunque firmatari della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali), che riguardano la vita umana prenatale; le ripercussioni che il pronunciamento potrebbe avere, se confermato, sulla normativa italiana e di altri Paesi dell’Unione; e la contraddizione di principio giuridico tra questo giudizio e quello espresso lo scorso anno dalla Corte di Giustizia europea sulla non brevettabilità dell’embrione umano. Aspetti rilevanti, sui quali è giusto riflettere giuridicamente e politicamente. Ma ce n’è ancora un altro, dagli effetti dirompenti eppure quasi inosservato.

La sentenza ha sancito - di fatto, anche se non di principio esplicito - che il perseguimento della salute di un uomo o di una donna non ancora nati può giustificare la distruzione della vita di altri uomini e donne, anch’essi nella vita prenatale, ma malati o che potrebbero diventare tali. Le sentenze sull’aborto non si erano mai spinte fino a questo punto: alcune erano giunte ad ammettere la insindacabile prevalenza, a loro dire, della salute della donna sulla vita del concepito, malato o anche sano; altre, quella dei cosiddetti "interessi" della famiglia e della società rispetto alla nascita di bambini affetti da patologie congenite, tali da autorizzare la loro soppressione in utero.

Infine, con l’aborto selettivo (la "riduzione" del numero dei feti nelle gravidanze plurigemine attraverso l’eliminazione di uno o più di essi), si è voluta privilegiare la salute di uno o più feti sani e della donna a scapito della vita di altri feti, anch’essi sani, il cui sviluppo contemporaneo avrebbe potuto compromettere la salute dei primi. In un certo numero di Paesi extraeuropei si è arrivati a tollerare anche la soppressione di un concepito femmina (per quanto sano) a favore della nascita di figli maschi.

I giudici di primo livello a Strasburgo non si sono fermati qui (e siamo già ben oltre ogni limite di civiltà). Hanno abbracciato la tesi inaudita che la salute di un fratello o di una sorella vale la morte di un altro fratello o sorella, coetanei (stessi primi giorni di vita), con la sola "colpa" di essere affetti da anomalie genetiche legate allo sviluppo di alcune malattie.

E così dalla locuzione «mors tua vita mea» – vertice dell’egoismo umano – si arriva all’ancor più abominevole sentenza «mors tua salus mea», senza neppure passare per una, sia pur indebita, applicazione del cosiddetto "principio terapeutico". La morte degli embrioni malati non è neppure lo strumento operativo per recuperare la salute di un altro embrione o bambino malato attraverso un processo terapeutico, ma solo una condizione "a priori" (e, come tale, dovrebbe essere sostenuta da robuste ragioni teoretiche e pratiche, e non semplicemente affermata) per non accogliere e promuovere la vita di un figlio che potrebbe risultare segnata dalla malattia, decidendo i genitori – sempre aprioristicamente – di consentire lo sviluppo esclusivamente a un figlio dichiarato sano, addirittura non ancora impiantato in utero (e, in alcuni casi, neppure concepito) in quel momento.

Nella "civiltà della salute" europea sembra aprirsi l’inquietante scenario di una discriminazione – non strumentale alla guarigione ma precondizionale all’assenza di malattia – tra soggetti di pari razza, età, sesso, grado e luogo di sviluppo, figli dello stesso uomo e della stessa donna, che non possiamo non definire una nuova versione di autentica eugenetica negativa (con buona pace di coloro che insorgono di fronte a questo appellativo), che si consuma nei laboratori di una clinica per la procreazione medicalmente assistita.

Nel nostro continente, come in altri, si è molto - troppo - discusso sull’ambizione di una eugenetica positiva, a partire dalle possibilità della clonazione e dell’ingegneria genetica, e troppo poco sulla tentazione di un ritorno all’eugenetica negativa, questa volta non con il volto truce dello sterminio di massa, ma con le parvenze ammalianti della biotecnologia riproduttiva individuale. Faremmo bene a riflettere su quale strada si sono incamminati i diritti umani di tutti e di ciascuno, a partire da quello fondamentale e inalienabile alla vita che, a rigore di ragione e di esperienza elementare dell’uomo, precede e rende possibile ogni altro diritto, anche quello alla salute.
  • Roberto Colombo
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Per una vita salutare secondo Cristo

Messaggio da Grazia Cuffari » lun set 03, 2012 8:10 am

In condivisione per una vita salutare
secondo Cristo e la Sua Parola

Dacci il coraggio della Fede,
Signore !


Signore Gesù, so che tu ci ami .
e cerchi in noi da sempre la tua dimora,
e che ci hai creati con il vivo desiderio
di Te, di Te che sei Infinito Amore
Ma spesso, presi da mille cose,
non essenziali e da preoccupazioni
di ogni giorno, non siamo attenti
al Tuo Amore di Padre che ci cerca !

E continui a cercarci in ogni momento,
rispettando quella preziosa libertà
che hai voluto generosamente donarci,
per accorrere volontariamente a Te,
a Te che sei il TUTTO, l'invisibile Tutto,
che ci dà pienezza e felicità interiore.
Anche Maria la Madre tua, ci cerca
con amore, per guidarci a Te, Signore !

Oggi, delusi, smarriti nel cuore,
assetati di giustizia e di amore
a Te ricorriamo per supplicarTi
d'infonderci il coraggio della Fede.
Donaci la grazia di ricominciare,
di abbattere le nostre resistenze
e il muro del vuoto e della solitudine
creato nella ricerca affannosa di Te,
senza la tua sapiente,spirituale direzione.

Apri il nostro cuore al Tuo Amore.
Fa' riemergere tutto il positivo
del Vero, del Bello e del Buono
che ancora rimane dentro di noi,
solo per tua grazia e misericordia Signore!
Facci vivere alla luce della Tua Parola,
un'esistenza autentica, senza maschere
e falsità, coinvolgendo mente, cuore e volonià.

Con Te vicino, tutto più facile sarà.
Perché sappiamo che, accogliendoTi
nel cuore, tutte le paure svaniranno.
E i nostri occhi vedranno Te, Via e Verità,
che certezze e sicurezze ci darà.
Le nostre orecchie Ti ascolteranno,
la nostra lingua parole di lode troverà.
Il nostro cuore di amore arderà
e tutto l'essere di felicità danzerà.
Dio mi ama e ama tutti nel presente e nell'eternità

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Messaggio da miriam bolfissimo » mar set 04, 2012 9:52 am

  • Tu sei fra i vivi
Dentro, il Duomo è gremito. Sul sagrato, una folla che non è riuscita a entrare; attorno, nella Milano già grigia del primo lunedì di settembre, crocchi di gente che si ferma ad ascoltare gli echi dei canti dalla cattedrale. Le campane hanno suonato, alle quattro, tocchi lenti, a ricordare la morte dell’arcivescovo Carlo Maria Martini. C’è la sua bara laggiù, davanti all’altare.

Eppure, nelle parole in Duomo riecheggia come un’altra verità su questa morte, sfacciatamente contraddittoria rispetto a quella cui tacitamente in tanti ci siamo con gli anni e con l’abitudine arresi. Perché ovunque tu andassi a domandare, nei bar attorno, e nei treni del metrò qui sotto, tanti risponderebbero che la morte è solo sciagura, e angoscia, o – e addirittura peggio – il nulla. E invece, sotto alle navate del Duomo affollate di santi e martiri di pietra, di questa stessa morte si parla in tutt’altro modo. In morte dell’«uomo di Dio» Carlo Maria Martini – come semplicemente lo definisce Benedetto XVI nel suo splendido messaggio autografo – la morte si presenta in una prospettiva del tutto diversa; quel vuoto, che ci atterrisce e sgomenta, viene colmato da una speranza inaudita.

«Tu sei ora nell’orizzonte della vita piena – dice il cardinale Scola dal pulpito – e noi non siamo qui per il tuo passato, ma per il tuo presente e per il nostro futuro». Colpisce, questa certezza proclamata oggi dentro a una grande città d’Occidente; perché è la stessa per cui sulla lapide di una catacomba romana dedicata a una fanciulla morta si legge semplicemente: «In vivis tu», tu sei fra i vivi.

Lo strano, è che qui dentro e ancora più qui fuori, oltre a milleduecento sacerdoti, e alla Chiesa di Milano, c’è gente anche lontana, con cui quasi non oseresti discorrere di vita eterna o paradiso. Sono venuti oggi anche quei "lontani" che il cardinale Martini aveva a cuore, e a cui cercava di arrivare uscendo dal recinto di parole a volte troppo usurate per suonare vere, a chi del cristianesimo ha ereditato solo una confusa memoria. Come ha detto Scola, «davvero egli si struggeva di non perdere nessuno e nulla».

E dunque in questa Milano settembrina si allarga fra parole e silenzi la domanda più grande: cos’è davvero quella linea dura di orizzonte che con la morte ci si para davanti? Scola ricorda Rilke, che scrisse: «Da’, o Signore, a ciascuno la sua morte. La morte che fiorì da quella vita in cui ciascuno amò, pensò, soffrì». E poi cita Adorno, che sarcasticamente definì quel verso di Rilke «miserevole inganno con cui si cerca di nascondere il fatto che gli uomini, ormai, crepano e basta».

Vengono in mente le parole che lo stesso Martini pronunciò in una dei suoi ultimi incontri, la voce già mozzata dalla malattia: «Senza la morte non arriveremmo mai a fare un atto di piena fiducia in Dio. In ogni scelta impegnativa abbiamo sempre delle "uscite di sicurezza". Invece la morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio (..) A occhi chiusi, alla cieca mettendoci in tutto nelle sue mani».

La morte, come un tuffo in Dio. Guardi la bara chiusa, già così irraggiungibile per noi l’uomo adagiato lì dentro. Possibile? Sì, lo sappiamo che la vita eterna per un cristiano è certezza; ma quanta distanza spesso corre fra ciò in cui vogliamo credere, e ciò che in realtà pensiamo. Lo conosceva bene Martini questo dualismo, lui che usava l’espressione: «Il non credente che è in me». Lui, arcivescovo di Milano, principe della Chiesa, biblista insigne, tutta la vita dedicata alla Parola. Però sapeva quanto duro è, nella fatica delle ore qualunque, mantenersi fedele alla speranza.

E poi alla fine il Duomo si svuota, e nella sua penombra restano quasi solo santi e vergini, dall’alto, a vegliare. Riposerà, l’arcivescovo, sotto all’altare del crocifisso di san Carlo, come aveva chiesto. Qui aspetterà la Risurrezione dei morti. Risurrezione? Non oseresti parlarne davvero al barista della Galleria, al tassista che ti porta a casa. Questa speranza, chi ce l’ha spesso la tace, con una strana, quasi, vergogna. «Davvero egli si struggeva di non perdere nessuno e nulla»... Il lascito di Martini è sulle facce di gente, fuori, che ascolta, come esitante se restare o andare, e magari a stento ricorda il Padre nostro. Però commuovono – perché è come se aspettassero qualcosa.
  • Marina Corradi
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » ven set 14, 2012 9:59 am


  • La preghiera non si perde
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Non sembrerebbe un momento granché propizio, questo, per una visita del Papa in Libano. Benedetto XVI parte nel momento in cui dal Mediterraneo, dal Nord Africa al Medio Oriente, si alzano nuove vampate di incendio. L’immagine del cadavere straziato dell’ambasciatore americano in Libia è un cupo monito a chi sperava un nuovo corso in quel Paese. E poi le tensioni in Egitto; e a Nord del Libano, la Siria dei massacri; a Sud, Israele, così piccolo sulla carta geografica tra i colossi arabi, così perennemente inquieto; e ancora, a Est, lontana eppure vicina, l’oscura minaccia dell’Iran. Il Papa parte. Come, con cosa nel cuore, per un viaggio così?

Il testo della Udienza di mercoledì scorso, dedicato alla preghiera nel libro dell’Apocalisse, suona singolarmente vicino a quel può avere nell’anima un cristiano pellegrino per tormentati Paesi. La strada per saper leggere i fatti della storia, ha esordito il Papa, è «il rapporto costante con Cristo». Solo in questo rapporto – che è poi la preghiera – impariamo a vedere le cose in modo nuovo. Cristo «guida a una lettura più profonda della storia»: e lo fa anzitutto invitandoci a «considerare con realismo il presente».

Già questa annotazione devia parecchio da ciò che noi, semplici cristiani, abitualmente facciamo. Per riuscire a vivere tendiamo a non voler vedere la realtà com’è, appena fuori dal fragile recinto del nostro Primo Mondo – e spesso anche dentro, magari sulla soglia di casa. Se un tg diligentemente ci raccontasse ogni sera di tutte le violenze, persecuzioni, carestie che tormentano il pianeta, non lo tollereremmo. Per vivere abbiamo bisogno di non sapere, di non vedere ogni cosa; giacché messi a davanti alla opaca mole di dolore e male che ogni giorno opprime l’umanità, la maggior parte di noi sarebbe disperata (a volte non sembra quasi che per poter vivere occorra illudersi?).

Invece secondo Benedetto XVI proprio dal rapporto con Cristo viene la spinta a uno sguardo realista. Ma come si fa a tenere questo sguardo? Chi scrive tornò, anni fa, da un viaggio per gli orfanotrofi di un Paese dell’Est, annientata dalla quantità di dolore incontrata. Soli in sé stessi, guardare e reggere il male e il dolore è impossibile. Eppure come cristiani siamo chiamati a non perdere mai la speranza, a credere fermamente che l’apparente onnipotenza del Male si scontra con la vera onnipotenza, che è quella di Dio.

Occorre dunque credere davvero nella Croce, e nella pietra di sepolcro divelta – in Cristo risorto. Non però in uno sforzo eroico della volontà. Invece, dice il Papa, è proprio la preghiera che alimenta in noi «questa visione di profonda speranza». La speranza dunque nasce nel rapporto con Cristo; come quando un padre prende un bambino per mano, e quello lo segue anche per una strada buia, dove da solo non andrebbe mai.

In virtù di questo rapporto con Cristo, «come cristiani non possiamo mai essere pessimisti»; nella certezza di un padre che conduce la storia, per i suoi tormentati e straziati sentieri, verso un destino misterioso ma buono. Pregare, dunque – questa attività agli occhi del mondo così immateriale, così astratta, inutile – come vertice del realismo. Pregare, e come? Nella fatica, nella povertà, di quale preghiera saremo capaci, se non monca, o zoppa? Ma «tutte le nostre preghiere», ha assicurato Benedetto «vengono quasi purificate e raggiungono il cuore di Dio. Non esistono preghiere inutili; nessuna va perduta».

Nessuna preghiera che apra almeno uno spiraglio a Cristo, va perduta. E in questa certezza sovrana il successore di Pietro, a 85 anni, parte, pellegrino in una regione sofferente sotto a mali opprimenti, sotto a una violenza cieca. Quasi implicitamente chiedendo, per questa missione fra uomini a noi estranei, da noi lontani, preghiere. Povere, magari; o balbettanti. Quel che sappiamo fare. Non importa: nessuna, dice il Papa, andrà perduta.
  • Marina Corradi
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Ravviva la nostra fede Signore !

Messaggio da Grazia Cuffari » dom set 16, 2012 3:00 pm

Con la preghiera che sale fino al Cielo e non va mai perduta
così prego:


Ravviva la nostra Fede, Signore !



Padre Nostro che sei nei Cieli,
sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno
e sia fatta la tua volontà come in Cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano e rimetti a noi
i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori
e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.
Amen.
Dio mi ama e ama tutti nel presente e nell'eternità

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun set 24, 2012 3:43 pm


  • Il segno che resta
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Nel suo libro «Intervista su Dio» il cardinale Ruini ha definito i vent’anni trascorsi accanto a Giovanni Paolo II «uno straordinario privilegio». E l’altra sera su Tv 2000, a chi gli chiedeva qualcosa di più su quegli anni, il cardinale ha raccontato una abitudine del Papa, che ha lasciato nella sua memoria un segno. Dunque quando a Giovanni Paolo II si presentava una questione grave da affrontare, come prima cosa si ritirava e pregava, solo, davanti al Crocefisso. Pregava a lungo; e soltanto dopo decideva che fare. Ruini confrontava questa abitudine con ciò che facciamo noi, anche credenti, al presentarsi di una faccenda spinosa: ci agitiamo, alziamo affannosamente il telefono a chiedere lumi e consigli, ci facciamo prendere dall’ansia, immaginiamo contromosse e strategie. Wojtyila, no; prima di tutto si metteva di fronte a Gesù Cristo. Domandava a Lui.

Ora, forse qualcuno potrebbe non trovare strano che un cristiano davanti a un bivio insidioso si rivolga a Cristo. Eppure noi cristiani del terzo millennio sappiamo come in realtà un rapporto così forte con Cristo lo abbiamo in pochi, e come in genere ricorriamo ad ogni tipo di 'esperto'; e solo poi, come extrema ratio , bussiamo alla porta di Dio. Ci colpisce, l’abitudine Giovanni Paolo II di dialogare nell’assoluto silenzio di una cappella, perché in realtà mette in luce ciò che manca anche a molti dei più sinceri di noi: e cioè la certezza limpida che quel Gesù Cristo morto in croce duemila anni fa sia, veramente, risorto, e vivo in mezzo a noi; sia, veramente, presenza concreta davanti a cui deporre i nostri affanni. Una certezza questa che, nella storia, è appartenuta ai santi; e anche a uomini e donne semplici, di pochi studi, magari, ma ferrei nella certezza di Cristo vivo.

Pensando solo a una figura molto popolare, anche il don Camillo di Guareschi era di quest’ultima razza, un povero prete di campagna che al Crocefisso raccontava tutto (e il Crocefisso, tranquillamente, rispondeva). Ce ne sono certo anche oggi di cristiani che praticano quel 'Tu', e gli si rivolgono in assoluta confidenza; però sappiamo come la secolarizzazione sia passata anche dentro di noi, lasciando talvolta, a Cristo, solo il ruolo di un nobile maestro di etica, o addirittura di una splendida leggenda, o di un pio ricordo – niente di abbastanza solido per fronteggiare la modernità. Perfino un uomo come Ruini, principe della Chiesa, credente di acciaio, con onestà ha lasciato trapelare un filo di commossa ammirazione al ricordo di quel Papa che, prima di ogni altra cosa, pregava. Quel pregare che nella cultura dominante è esercizio inutile, o nel migliore dei casi il rifugio mistico di chi non voglia affrontare il mondo di persona, era invece il primo approccio alla realtà di un Papa che ha avuto uno straordinario impatto sulla storia, e anzi l’ha fortemente influenzata. E a chi ascolta la testimonianza di Ruini rimane addosso un pensiero: credere come Giovanni Paolo II, con quella certezza limpida e inscalfibile come un diamante, con quell’abbandono, quanto cambierebbe la nostra vita.

Naturalmente non è da tutti una tale radicalità, e quel sovrano esser certi, in una stanza o in una chiesa vuota, che Dio è qui, e ascolta. Qualcuno ci arriva solo quando, le spalle al muro, la disperazione ce lo spinge. Qualcuno quando è molto vecchio, e con l’andarsene delle forze pronunciare quel 'Tu' rimane l’unica possibile scelta. (Che tutta la vita serva per condurci a quel 'Tu' inerme, di bambino?). Bella testimonianza, quella di Ruini, uomo lungamente ai vertici della Chiesa. Nelle stanze di un Vaticano oggi dipinto solo come nido di cupi intrighi e terrene ambizioni, il Papa ascoltava, poi lasciava la scrivania e andava a pregare. Tornava e sceglieva, e faceva. Con quanta forza, e quale impronta lasciando negli uomini e nel secolo. Si direbbe, addirittura, che pregare, l’'immateriale' silenzioso pregare, nell’era del rumore e del culto dell’audience, sia di tutte le nostre parole la più realista – la più misteriosamente capace di operare.
  • Marina Corradi
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Messaggio da santovince » mer set 26, 2012 9:01 am

Certamente è così, la preghiera spiana la strada a Dio che può agire dentro e tramite noi, se ci abbandoniamo, memori della nostra nullità sperimentata in tanti anni di lotte inutili, contro il male che è dentro di noi.
In tanti anni non sono mai riuscito a debellare il male dentro di me finquando non mi sono arreso e ho lasciato fare a Lui.
Da quel momento il male è sempre accovacciato alla mia porta, ma con il suo aiuto basta girare un metro più lontano, fuggire letteralmente dalle occasioni e con la preghiera e il tremore che c'è sempre nelle gambe di poter sbagliare, ti allontani e fuggi l'errore.
Così è anche per le decisioni difficili, arrivavo alla preghiera quando, giustamente si legge, la disperazione mi ci portava come ultima ratio, ora mi sono abituato a pregare sempre, e mi trovo a prendere decisioni e scelte solo nel silenzio della preghiera, le scelte e i suggerimenti vengono dal di dentro, dalla voce dell'angelo che è in noi, cioè dal soffio divino alitato in noi, ma per ascoltare dobbiamo essere nel silenzio esterno e ancor di più interno.
Dobbiamo essere calmi, nel silenzio e nella calma, che può essere anche carica di preoccupazione e dubbi, ma sappiamo che sono nostro retaggio umano, non possiamo farci niente.
Dicevo però di essere calmi e Dio parla, suggerisce magri in chiesa, oppure quando cammini guardando il cielo, o un fiore oppure quando incontri una persona che ti saluta e ti dice una parola che a pesarla bene ti suggerisce la soluzione.
Dio si serve di tutto e di tutti per aiutarci, siamo noi che ci dobbiamo sempre ricordare di Lui e lasciarlo fare.
Fraternamente.
Vincenzo
Sia lodato Gesù Cristo, con il Padre, la Madre e lo Spirito Santo. Amen

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in condivisione

Messaggio da Grazia Cuffari » gio set 27, 2012 4:41 pm

In condivisione affermo che:

<<Certamente è così, la preghiera spiana la strada a Dio che può agire dentro e tramite noi, se ci abbandoniamo, memori della nostra nullità sperimentata in tanti anni di lotte inutili, contro il male che è dentro di noi>>

La condizione essenziale è quindi, come affermi, il fiducioso e totale abbandono a Dio Padre che tutto può, coscienti che che senza di Lui noi non possiamo far nulla.

Finché nutriamo dubbi sulla sovrumana Potenza divina la nostra preghiera manca della spina dorsale della fede, ed è fatta solo di parole vuote, prive della necessaria partecipazione del cuore che dà lo slancio per giungere a Dio

Dio che è Misericordia Infinita perdona sicuramente le nostre imperfezioni di approccio verso di Lui. Il suo Cuore pieno di bontà ci viene incontro ed è sufficiente quel piccolo nostro granello di fede perché Egli adoperi la sua Divina Potenza per spostare quelle montagne interiori che spesso ci portiamo dentro.

Ce lo ha detto Gesù e di Lui ci possiamo fidare !
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Preghiera per la famiglia

Messaggio da Grazia Cuffari » ven set 28, 2012 9:32 am

PREGHIERA PER LA FAMIGLIA
Signore Gesù, oggi fiduciosa, mi rivolgo a Te che sai capire più di ogni altro, la mia angoscia. Risana le nostre famiglie che si sfaldano per mancanza di Amore, di Amore vero, di quel Tuo Amore che è dono di sè per l'Altro fino a dare la Vita come hai fatto Tu per noi, di quell'Amore che è capisaldo dell'Unione, non solo delle Famiglie, ma anche dei Popoli. Fa', Signore, che che le nostre famiglie cristiane non vengano più bersagliate da insane tempeste di egoismi, di chiusure, d'indifferenza, di viltà...r Fa, che esse abbiano ad accogliere la Tua Parola riportandola nel desco familiare, e rispolverandola dalla polvere della soffitta, in cui per tanto tempo, è stata confinata, come cosa ormai superata, come ingombro vecchio, inutile e vano. Signore, io non ti dico di far ritornare la famiglia come era quella che ho conosciuta da bambina, ma di rinnovarla, di infonderle uno spirito nuovo, una nuova coscienza, da ritrovare nel "guazzabuglio" di questa attuale, imperfetta società in cammino. Rendila forte in Te, per superare le insidiose bufere sataniche del male e ricostruire con il Tuo Amore se stessa come piccola ed apostolica Chiesa di Dio. Grazie Signore, io confido in Te e in ciò che hai detto: "Le forze dell' inferno non prevarranno mai su di essa!"
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