Riflettendo che ... nulla è xcaso

Riflessi di lago, specchio di un’anima…

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun ott 09, 2006 1:15 pm

  • La paura del matrimonio? Un atto profondamente egoistico
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E abbastanza strano che ci si ponga la domanda a quali pasticci si vada incontro sposandosi e non ci si ponga invece la domanda esattamente opposta.

Non esiste miglior test di questo, capace di dimostrare, senza ombra di equivoco, quanto sia peggiorata la società contemporanea. Una incrinatura così profonda, dentro la colonna centrale del sistema sociale, apre tragedie devastanti.

Siamo nati per amare e per essere amati.

Tutto di noi invoca tenerezze, emozioni, silenzi incantati, dolcezze indimenticabili, che possono scaturire solo da un amore eterno, unico, profondo, incancellabile.

Il matrimonio non è solo un'esigenza del corpo.

Stravolgere questa esperienza e privarla delle sue connotazioni specifiche, rende orfano e infelice il mondo.

Il grido, il bisogno di amore che si sprigiona dal nostro corpo, dagli occhi, dall'anima, dai gesti è foltissimo.

La solitudine spaventa, disorienta, umilia.

Nessun uomo è un'isola.

L'avventura fugace, l'innamoramento stagionale, il flirt cameratesco, non solo non accontenta, ma acuisce la richiesta e lascia l'amaro fin dentro le viscere.

Siamo portati agli amori intramontabili, sconfinati, totali, dentro i quali immergerci, sprofondare, identificarci, unificarci.

Solo il matrimonio vero riconduce l'uomo alla sua donna e viceversa, fondendoli in unità indissolubile, riagganciandoli agli equilibri dei cieli e della terra, addolcendoli di tenerezze, dei caldi sapori della pelle levigata dalle carezze e inondata di amplessi riabilitanti.

È per questo che non capisco bene cosa nasconda la definizione inventata dai sociologi del nostro tempo per spiegare le fatiche, le paure e lo scontento degli sposi moderni: famiglia-tutor.

Sarà un'ideale, un incidente, un'assenza giustificata, o l'ultima presa in giro per un'istituzione mai come oggi tanto decisiva e mai come oggi tanto lasciata in balia delle mode, delle battute, dei frizzi e delle banalità?

Sono tra quelli che credono che il mestiere dei genitori di oggi sia più difficile e più necessario del mestiere dei genitori di ieri.

Fare i genitori è sempre un mestiere a rischio.

Troppo pochi hanno riflettuto che tra essere genitori e diventare padre e madre c'è un faticosissimo salto di qualità non automatico.

Dobbiamo solo essere coerenti con ciò che abbiamo desiderato, voluto, sognato e ottenuto.

Abbiamo voluto tutto, credendo che il cuore dei nostri bambini potesse essere riempito più di oggetti che di affetti. La precarietà ha segnato i secoli prima di noi.

Negli ultimi cinquant'anni abbiamo ottenuto beni che non eravamo riusciti a ottenere in venti secoli. Da una parte questi beni hanno soddisfatto l'ingordigia e la falsa felicità, ma dall'altra hanno aumentato spaventosamente i vuoti dell'anima.

I genitori di ieri ci hanno dato quel poco che avevano condito di onestà e di fatica.

I genitori di oggi ci hanno dato troppo, dimenticando l'indispensabile. Non piangiamo sul latte versato.

Spaventarci per il matrimonio potrebbe essere l'atto più egoistico e più tragico di noi adulti nella società dei consumi.
  • don Antonio Mazzi
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » mer ott 18, 2006 9:14 am


  • Assisi 1986, un modello per il Convegno di Verona
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L'estate 2006 è stata segnata dall'angoscia per la tragedia del Medio Oriente, accresciuta dal timore che guerra e violenza (ri)divengano la norma. Alla fine della II Guerra mondiale e sotto la minaccia nucleare, la comunità umana sembrò convergere nell'aspirazione alla pace, alla quale servì e non ostò persino la Guerra fredda. Le non poche guerre che poi si svolsero in tante parti del (terzo) mondo e le "guerre inteme", le sanguinose repressioni in tanti Paesi, venivano almeno percepite come rotture di una contraria tensione di fondo. Breve è poi stata l'illusione occidentale che la caduta (certo positiva!) del totalitarismo sovietico avrebbe aperto un'era di armonia: la fine dei blocchi contrapposti ha significato anche la fine del reciproco freno nel male e mostrato come purtroppo quest'ultimo non fosse affatto da una sola parte.

È in questo contesto che ad Assisi si è celebrato il ventennale dell'incontro di preghiera interreligioso per la pace (27 ottobre 1986). Una iniziativa profetica, capace di generare vera novità, in quanto testimonianza di speranza, anzi essa stessa già segno che la "resurrezione" è una forza attiva, presente, immessa per sempre nella storia e nel cuore umani.

Pregando, diversi e concordi, per la pace si è già in pace e uniti nell'unico Dio. Gli esseri umani vengono così confortati a credere che non sono prigionieri della loro malvagità e miseria, che sono in grado di agire diversamente, che il dono della pace è loro concesso, che essi possono operare da figli di Dio e trattarsi come fratelli.

Così Assisi offre un prezioso modello e criterio di interpretazione del tema dell'incontro di Verona: Testimoniare il Risorto, speranza per il mondo.

La dismissione di ogni forma di autoritarismo; la corresponsabilità nel servizio al Vangelo da parte di tutte le componenti del corpo ecclesiale; più spazio e forza all'opinione pubblica nella Chiesa (perché sia molto di più e non di meno di una democrazia) e un rilancio della iniziativa e autonomia del laicato: su queste piste è lecito sperare che la Chiesa italiana avanzi nel cammino. Senza dimenticare l'emergenza acuta del mondo femminile.

I casi estremi di oppressione riguardanti le donne, che le cronache riportano, non sono che la punta di un iceberg. Essere donna è sempre e ovunque una condizione svantaggiata, rischio o certezza di più o meno gravi violenze. La Chiesa deve accrescere la propria sensibilità per questa ingiustizia e curare di non replicarla al proprio intemo. Nella Chiesa cattolica è ora vietato discutere il tema della ordinazione delle donne, ma ciò non chiude la questione del loro ruolo ecclesiale, da rendere più forte, evidente e visibile, né la questione della possibile scissione dal ministero ordinato di funzioni ora a esso legate. La differenza tra uomini e donne nella Chiesa non può consistere solo nel fatto che le seconde non possano assumere certe funzioni.

Ma vi è qualcosa di più basilare, espresso e segnalato qui dal piccolo mutamento della formulazione del tema di Verona: una speranza circa l'orientamento di fondo della prossima Assemblea ecclesiale.

Il sogno, cioè, che a Verona si trovi e da lì riparta una Chiesa rapita "fuori di sé".

Una Chiesa poco occupata e preoccupata di sé e della propria identità, o anche della propria azione, ma tutta orecchie e tutta occhi: per la voce dello Spirito, per la Parola di Dio, per cogliere ogni luce che anticipi e annunci la Parusìa; una Chiesa capace di ascoltare l'angoscia degli umani in cerca di senso, il grido dei poveri e degli oppressi, ma anche quanto di buono viene creato ed elaborato, da chiunque provenga; che sa riconoscere il Risorto nei volti e vicende degli umani, e sa anche ammettere di non riuscire sempre a riconoscerlo; in grado di accogliere con gratitudine l'azione dello Spirito nella storia, anche al di fuori dei propri confini visibili, senza spirito di competizione con nessuno.

Una Chiesa che non confonde l'importanza dell'acquedotto e quella dell'acqua; che sa di essere un canale perché il Vangelo arrivi a tutti, senza impaludarsi, ma sa di non avere l'esclusiva dell'acqua.

Una Chiesa che nel Risorto riconosce il Crocifisso: piena di compassione per la sofferenza e di gioia nel condividere la speranza.

Una Chiesa icona del suo Signore, aliena dal giudicare e condannare, mite e ricca di misericordia.

Una Chiesa liberata dalle categorie del "dentro" e del "fuori": il dono della sua presenza nel tempo a servizio del Regno non verrà mai meno e, comunque, solo Dio sa dove passa il confine di quella Chiesa al di fuori della quale non c'è salvezza.

Una Chiesa che spera: se si vive di speranza nel Risorto, attendendo i cieli nuovi e la terra nuova, in solidarietà col dolore e anelito della storia, si diviene annuncio di speranza per il mondo; non cercando di affermare se stessi, si assume nella storia una rilevanza unica e insostituibile.

Invece che sulla identità e sulla missione, una tale Chiesa punterà sulla mediazione e su quella forma di testimonianza che è il dialogo. Mettendosi in cerca del colloquio con ogni aspetto dell'umano, testimonierà l'amore e l'apprezzamento di Dio per l'umanità e la creazione.
  • Maria Cristina Bartolomei
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun ott 23, 2006 3:02 pm

  • «Ama il prossimo tuo»? Lo ha detto uno che sarà finito male
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Non guido volentieri. Appena posso, approfitto della macchina di un mio amico. Tanto a lui non costa nulla, fa la mia stessa strada. Lui è contento, si annoia a guidare tutto solo, s'innervosisce, è sempre con il muso del cofano a un soffio dai fanalini di coda di chi gli sta davanti, tamburella sul clacson, inveisce, arriva in ufficio che è già invelenito.

Quando siamo insieme si parla del più e del meno, il tempo passa, i semafori sono più verdi, nessuno gli taglia la strada, il mondo sembra più sopportabile.

Oggi è imbronciato. La gente, dice, è cattiva, bisogna guardarsene, se hai bisogno non trovi un cane che ti venga in aiuto. «Ti è successo qualcosa?», chiedo. No, non gli è successo nulla. Ha semplicemente letto i giornali del mattino. La gente pensa solo a se stessa, sogghigna amaro, puoi crepare in mezzo alla strada più affollata e il massimo che puoi chiedere a chi passa è la cortesia di non calpestarti.

Se siamo a casa sua, mette mano alla sua raccolta di cronache nere: «Guarda qui. L'altro giorno un ragazzo pieno di droga se n'è andato in coma su una panchina dei giardini pubblici e le mammine hanno preso per mano i loro angioletti e li hanno portati a giocare un po' più in là. A Roma un pensionato è morto di freddo mentre aspettava che aprissero il portone del Ministero e la gente ha continuato a fare la fila guardando dall'altra parte. Una donna, mentre rientrava in casa, di sera, è stata scippata sul marciapiede: si è messa a gridare, era estate e tutte le finestre erano spalancate. La gente è corsa a tapparle...».

È veramente triste il mio amico. È proprio convinto che il mondo in cui viviamo sia davvero il peggiore dei mondi possibili. Alla porta di casa ha fatto mettere una doppia serratura di sicurezza e di notte non esce mai, vive rintanato con la moglie, non hanno figli perché «questa società non li merita»: dove li mandi a scuola? La scuola, quella vera, non esiste più, oggi è soltanto un ricettacolo di violenza e di droga; dalle compagnie ci guardi Iddio, i maschi perdono la testa dietro il pallone, se hai la disgrazia di avere una figlia non ti bastano cento occhi.

In sala da pranzo ha installato un televisore ultrapiatto che accende subito, appena rimette piede in casa: questo lo conforta e atterrisce nello stesso tempo. Mentre cena, guarda il telegiornale. La gente uccide ovunque, stragi in ogni angolo del mondo, i bambini muoiono in Libano come nello Sri Lanka: non si può, naturalmente, farci niente, è la cattiveria umana. E veramente convinto, il mio amico, che l'uomo sia impastato di egoismo e di malvagità proprio per natura e che i tempi in cui ci troviamo a vivere precedano di poco l'Apocalisse.

«Lo sai», dice, rimettendo mano al suo faldone noir, «che in America hanno fatto un esperimento decisivo: invitano la gente a entrare, uno per volta, in una stanza dove c'è una grande tastiera con pulsanti di tutti i colori. Uno solo di quei pulsanti, spiegano, è collegato con un'altra stanza dove, su una sedia, sta legato un uomo. Vengono promesse forniture di detersivo per un anno a chi, in sole cinque mosse, preme il pulsante giusto: nell'altra stanza, l'uomo legato riceve una bella scossa elettrica. Naturalmente si assicura ai partecipanti il massimo riserbo. Tutti i candidati hanno accettato di giocare. Esiste solo il proprio tornaconto, non c'è più solidarietà, nessuno muoverebbe un dito per niente», conclude tragicamente.

Tutti i giorni, allo stesso angolo di strada, un gruppo di studenti in ritardo, tenta allegramente di farsi dare un passaggio. Lo so per esperienza: qui l'autobus non passa mai, se ti scappa, sei perduto. Ogni volta, uscendo di curva, il mio amico da una buona accelerata e tira via diritto. Non si sa mai, spiega, non c'è da fidarsi di nessuno.

Quei ragazzi arriveranno tardi a scuola, oppure, chissà, non ci andranno per niente; domani inventeranno una scusa e, un bel giorno, troveranno di meglio da fare che aspettare un passaggio sull'angolo. Ma che importa? La gente non merita proprio nulla.

«Ama il prossimo tuo come te stesso». Chi lo ha detto? Qualcuno che non aveva capito niente di come gira il mondo. Di certo, sarà finito male.
  • Ferruccio Parazzoli
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun ott 30, 2006 2:49 pm

  • Il bene sotto forma di bello
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«La manifestazione del vento del pensiero non è la conoscenza: è l'attitudine a discernere il bene dal male, il bello dal brutto». Parola di Hanna Arendt, una delle tre donne che - con Edith Stein e Simone Weil - hanno lasciato una traccia viva e feconda nel secolo appena concluso.

Alla luce di queste parole, si comprende perché Pascal affermasse che «la cosa più difficile al mondo è pensare».

Se pensare fosse solo una questione di conoscenza, il nostro mondo, evoluto nelle conoscenze, sarebbe un mondo dal pensiero forte. Invece, il pensiero continua ad essere debole, proprio perché il «vento del pensiero» ha a che fare con il discernimento del bene e del male.

Proprio le nozioni di bene e di male sono oggi rifiutate come un impedimento alla libertà.

Le virtù e i vizi - intesi come comportamenti che predispongono al bene e al male - sono parole vuote. Oppure, si riempiono di contenuti che sono unicamente legati al «secondo me».

La morale, se esiste, è un prolungamento dell'io, e non necessariamente dell'«io penso», il più delle volte solo dell'«io sento» e del «mi piace».

La frase di Hanna Arendt, però, non si limita a segnalare l'attitudine a scegliere tra bene e male. Aggiunge il bello e il brutto. Il bene come bello, il male come brutto. E qui tocca una via di conversione, che è praticabile per il pensiero della nostra cultura debole.

Il grande filosofo francese Jean Guitton faceva notare che l'etica oggi difficilmente può essere imposta: se ne deve offrire la bellezza, sperando così di farla balenare anche come buona davanti agli occhi degli uomini e delle donne di oggi.

Non si può dare torto a questa lucida constatazione. La strada di una conversione morale dell'umanità passa oggi più che mai attraverso il fascino che il bene può ancora suscitare in quanto bello. Il che farebbe presagire un tracciato più agile -e, da un certo punto di vista, è così, perché la bellezza ha un'evidenza che supera quella della bontà – ma l'assurda pretesa della nostra società di essere «al di là del bene e del male» ha comportato una perdita di percezione anche sul terreno del bello e del brutto.

Il relativismo morale ha abbruttito l'uomo e la donna, ha banalizzato l'amore (che con il bene e con il bello ha un legame strettissimo), ha fatalmente ridotto la dimensione estetica del pensiero.

Qualcuno, a questo punto, mi chiederà: che cosa vuoi dire con questa riflessione?

Voglio dire che - anche nel campo della nuova evangelizzazione - abbiamo bisogno di persone che sappiano incarnare il fascino del Bene nella loro vita, così da far balenare il Bello e suscitare un integrale ed autentico interesse umano.

Nel linguaggio comune si dice proprio così: «Come è bella questa personal». Bella, non secondo i canoni esclusivi, e non di rado puramente esteriori, della fisicità. Bella, perché trasparente. Bella, perché capace quasi di occultare la fatica di un itinerario morale sotto la specie entusiasmante di un cammino di bellezza.

E Dostoevskij diceva che «la bellezza salverà il mondo».
  • don Agostino Clerici
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 06, 2006 2:52 pm

  • Resurrezione, non solo immortalità
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Commemoriamo in questi giorni di novembre la memoria dei defunti. Abbiamo sostato davanti alle tombe dei nostri cari e delle persone a cui abbiamo voluto bene o che semplicemente abbiamo incrociato sul cammino della vita.

Mai come in questi giorni i cimiteri si affollano di presenze e le visite, solitamente fugaci, si prolungano per qualche minuto. Sembra non esserci persona che non si senta richiamata da questa tradizione del ricordo e della pietà. Per rispolverare le tombe, per depositare un fiore o un lume acceso, per sostare in silenzio e raccoglimento. Per bisbigliare qualche parola. Per pregare. Cose superate? Inutili? Vecchie e stravecchie? Meglio esorcizzare la morte con la baldoria consumistica di Halloween? Meglio i segni neopagani delle zucche vuote illuminate e delle maschere che in questi giorni riempiono i supermercati e si ritrovano a casa, a scuola, persino in oratorio?

Stiamo attenti a crescere i bambini in questo clima di relativismo in cui si può fare tutto. Rischiamo di dimenticare il vero significato di questi giorni. Forse quelle zucche sono l'emblema della nostra identità: stiamo diventando zucche vuote! Non abbiamo più niente da dire ai nostri ragazzi sul senso autentico della vita e della morte? Stiamo attenti a recidere le nostre radici cristiane con il piccone dalla superficialità e della banalità.

Il grande problema del nostro tempo è quello di educare le giovani generazioni al vero senso della vita e della morte. La morte c'è, fa parte della vita e anche i bambini lo devono sapere.

Un buon educatore non ha timore di parlare di queste cose. I grandi maestri sono grandi per le loro lezioni sulla vita e sulla morte. Il pensiero corre alle splendide pagine del Fedone dove Fiatone affida a Socrate, come testamento spirituale, il supremo messaggio sull'immortalità dell'anima.

La morte non deve essere vista come la fine, bensì come l'inizio di una nuova vita. «Che io muoia affinchè non muoia!», dirà sant'Agostino invocando la morte, che per il credente è, paradossalmente, la negazione di se stessa.

Curvi come siamo sulle cose, abbiamo smarrito lo sguardo, metafisico che fin dall'antichità ha spinto l'uomo a interrogarsi sulla realtà ultima del mondo e di se stesso. Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Chi trascura i grandi problemi della vita, dice i Pascal, è "un mostro".

Il mese di novembre è una grande opportunità per ridestare in noi i grandi problemi dell'esistenza umana. In genere, tendiamo a non guardare in faccia la morte e, quando lo facciamo, ci riferiamo sempre alla morte degli altri.

Fuggiamo di fronte alla possibilità certa e inevitabile della nostra propria morte come se fosse un evento lontano che riguarda solo gli altri. Eppure tutti, anche se non sappiamo dove, come e quando, abbiamo appuntamento con lei.

Tra le mille possibilità che ci sono date nella vita, quella della morte è una possibilità dell'esistenza radicalmente diversa dalle altre. Infatti, possiamo scegliere di spendere la vita per uno scopo o per un altro, per una professione o un'altra, ma non possiamo non morire. Ricordarci che la morte è oggi, non domani, la possibilità più propria della nostra esistenza, ci pone di fronte a una piena assunzione di responsabilità nei confronti di se stessi e della vita.

Ci fa evitare il rischio di porci nel mondo come una cosa accanto alle cose e di annegare nella banalità di un'esistenza miserabile e sterile di bene.

Ci sono tante cose da capire se ci ricordiamo che dobbiamo morire. Stiamo ad affannarci per una vita di cose sciocche che non saziano la nostra fame di felicità. "L'amore è l'unico che riempie ed eterna la vita" insegna il filosofo spagnolo Miguel de Unamuno. È questa la nostra vera eredità che lasciamo dopo di noi a chi rimane. Un tesoro che "né tignola né ruggine consumano e ladri non scassinano e non rubano" ( Mt. 6,20).

Non moriamo con la morte. Il nostro futuro è l'eternità, la pienezza dell'amore.

Scrive Dostoevskij: «La mia immortalità è indispensabile, perché Dio non vorrà commettere un'iniquità e spegnere del tutto il fuoco d'amore dopo che questo si è acceso per lui nella mia anima. Che cosa c'è di più caro dell'amore? L'amore è superiore all'esistenza, è il coronamento dell'esistenza, e come è possibile che l'esistenza non gli sia sottomessa? Se ho cominciato ad amarlo e mi sono rallegrato del suo amore, è possibile che lui spenga me e la gioia e ci converta in zero? Se c'è Dio, anch'io sono immortale».

Che cosa ci aspetta dunque dopo la morte? Non il naufragio nell'abisso del nulla, ma un dialogo d'amore, faccia a faccia con Dio. Immortalità e risurrezione. È questa la bella notizia del Vangelo, sconosciuta alla sapienza filosofica.
  • Manuela Giani
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 13, 2006 2:44 pm

  • Anche nella sofferenza rimane aperta a Dio la porta del cuore
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Cinque anni fa ho unito in matrimonio Fina e Piero.

La coppia oggi è responsabile di una delle mie tante comunità e ha scelto come attività terapeutica principale il teatro. Facendo teatro si sviluppano enormi capacità di autoconoscenza e nel contempo è possibile mandare messaggi simpatici e costruttivi alla gente.

In questi cinque anni la comunità itinerante teatrale ha toccato molte piazze d'Italia e molte scuole con risultati interessanti.

Purtroppo una improvvisa malattia di Pina ha minato tutta questa interessante attività. In pochi mesi tre interventi chirurgici l'hanno molto debilitata. In un momento di profonda solitudine mi ha mandato un messaggio. Lo condivido con voi.
  • «Vorrei in questo periodo spesso fuggire da questa situazione.

    Vorrei pensarmi protagonista di un brutto sogno, vorrei non ritrovarmi a dire che devo percorrere questa strada e per di più senza scorciatoie!

    Vorrei non pensare di poter mollare, vorrei non pensare di essere stanca, vorrei non pensare di perdere la speranza, vorrei spesso vedermi già in un tempo futuro, in un tempo in cui tutto è già passato.

    Vorrei non aver perso i capelli, vorrei aver scelto di tagliarmeli.

    Vorrei non dover tollerare tubicini, fili e ogni tipo di tortura fisica.

    Vorrei riposare bene, vorrei non pensare al giovedì della chemio come a un buco nero, vorrei non vedere sempre ospedali, infermieri, medici.

    Vorrei non vedere più il reparto di oncologia, vorrei non stendermi più sul lettino alla ricerca di una vena, vorrei non vedermi trasformata nel fisico, vorrei vedermi senza limiti, forte e sana come prima, vorrei ritornare a fare il mio lavoro con le mie belle ventiquattro ore.

    Vorrei trasmettere forza, coraggio, tenacia, costanza, sorriso e serenità ma ... non sono più capace di fare questo...

    E il riconoscersi in questa condizione mi fa star male: è un grosso cane a cui io stessa mordo la coda!

    E allora penso alle persone amiche.

    Ho tanta voglia di abbracci forti, di parole piene di speranza e di consolazione, di incontri che mi facciano ritornare la voglia di vivere e che aprano un varco di serenità dentro al mio cuore.

    Perché la porta del mio cuore è aperta e non c'è bisogno di chiedere permesso per entrare.

    Mai come in questo tempo ho capito che l'amicizia può fare quei miracoli che nessun chirurgo può compiere.

    Vorrei avere il coraggio di tenere aperta la porta del mio cuore anche ad un Dio che mi ha fatto un brutto scherzo».
Spero tanto che Pina e Piero, che ho unito in matrimonio pochi anni fa, possano riprendere a cantare, a fare teatro, a girare per le piazze d'Italia con i ragazzi della comunità.

Confido che Pina con la sua forte capacità comunicativa non solo sappia vincere il "cane che le morde dentro" ma che prima o dopo possa assaporare la dolcezza di una vittoria per il momento ancora nascosta dalle nuvole della paura.
  • don Antonio Mazzi
Ultima modifica di miriam bolfissimo il lun nov 20, 2006 10:22 am, modificato 1 volta in totale.
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 20, 2006 10:22 am

  • Solo l'esempio di Gesù cura dall'intolleranza la nostra fede
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Le recenti polemiche sorte in seguito al discorso tenuto da Benedetto XVI all'Università dì Regensburg hanno riproposto il tema del rapporto tra religione e intolleranza, nodo dolentissimo e, ahinoi, "classico" quanto pochi altri

La storia ce lo attesta purtroppo in ogni epoca, in svariatissìme forme, sotto ogni latitudine, come trasversale alle diverse fedi religiose, benché queste contengano insegnamenti che esortano al rispetto dell'altro, alla fratellanza umana, alla pace, all'amore.

Un ammonimento ruvido, quello della storia, che i cristiani volentieri vorrebbero ignorare, "rimuovere", per quanto li riguarda, preferendo di gran lunga meditare sulle situazioni che li hanno visti e li vedono dalla parte delle vittime.

Non senza ragione: quest'ultima infatti è la parte mìgliore, anche se la più dolorosa, quella che fu del loro Signore.

L'altra è la loro (pesantissima) parte di ombra.

Non si può dire: «Basta con questi richiami; Giovanni Paolo II non ha forse chiesto perdono?» Già. Ma ciò richiede la consapevolezza di che cosa ha chiesto perdono, a nome di tutti noi. Né si può lavarsene le mani dicendo «erano altri tempi»: anche perché quei tempi sono invece ancora presenti.

Si può e deve indagare il fenomeno a tanti livelli: i rapporti dei poteri, le politiche, le ideologie, le culture, i conflitti etnici, ecc. Ma occorre anche chiedersi che cosa avvicini tanto la religione e l'intolleranza all'interno dello spirito, della psiche umana.

Così che persino un seguace del mite Maestro di Nazareth possa diventare un giudice e persecutore implacabile dì altri esseri umani (Giovanna d'Arco e Savonarola insegnano).

Personalità violente (in certi casi fino al sadìsmo) e intolleranti possono trovare nelle strutture religiose una copertura, un formidabile alibi, un luogo di applicazione straordinario, e anche una spinta al peggioramento, giacché in nome di Dìo e per difendere Dio tutto è giustificabile.

Tali personalità "funzionano" prevalentemente o solo in base alla "reazione al male": una reazione al male interno, che viene negato, proiettato fuori di sé, sui "malvagi", i quali vanno repressi nella loro libertà di esistere e manifestarsi, se non addirittura soppressi.

Questi "altri" fungono da capri espiatori; sono diventati come uno schermo sul quale viene proiettato il male che si sente agire al proprio interno e che viene avvertito come inaffrontabile; la loro eliminazione o repressione vale dunque come eliminazione del male.

Ma il sollievo è breve, giacché il male è nel film e, dunque, la dinamica non può che ripetersi.

Tali personalità possono trovare terreno fertile in qualunque ideologia forte e anche in alcuni ideali, magari positivi, ma perseguiti in modo fanatico e totalizzante; ma nella religione ancora di più. Perché?

Nelle strutture religiose vi è la esplicita dimensione dell'assoluto, della assolutezza. Vi è, di per sé, come rinvio verso l'Altro, che sempre ci oltrepassa, ci precede e ci sfugge (si pensi alle manifestazioni post-pasquali di Gesù: rivelarsi e sparire sono un unico evento) e quindi come de-assolutizzazione di tutto ciò che non è Dio.

Le religioni sono la cura e correzione radicale della tendenza umana a fare di sé e delle proprie idee un assoluto.

Ma non di rado purtroppo ciò è frainteso e capovolto e diviene l'affermazione del fatto che quella religione detiene in modo assoluto la rivelazione della verità e ha il potere e dovere assoluto di affermarla, dì difenderla, dì imporla, dì costringere ad accettarla, di condannare chi non vi aderisce.

Ciò vale in particolare, per quanto ci riguarda, nella tradizione cattolica.

Nelle forme che ha assunto nella storia, nelle posizioni che ha sostenuto, nella sua prassi, nella sua comprensione di se stessa non mancano elementi autoritari, assolutistici, in fondo oppressivi e potenzialmente violenti, impossìbili a rìcondursi al Vangelo, all'archetipo dì Gesù Cristo, a dò dì cui ci ha "lasciato l'esempio".

Inimmaginabili nella Chiesa nascente a Pentecoste, riunita intorno a Maria.

Se non sono frutti del Vangelo e dello Spirito, di che cosa lo sono?

Non risolve l'enigma dire semplicemente e direttamente: del peccato. Perché tali comportamenti sono (stati) tenuti da molte persone soggettivamente in buona fede, che pregavano per essere illuminate e intendevano compiere obbedienti la volontà di Dio.

Dunque ci deve essere un elemento oggettìvo, involontariamente fuorviante.

È ben plausibile che ciò sia da individuare nell'apporto di molte personalità del tipo sopra descritto alle configurazioni delle strutture storiche della religione, verso le quali provano una "attrazione fatale": davvero fatale per la religione, neanche a dirlo per il Vangelo!

Così può accadere che persone fanatìche, con tratti caratteriali "perversi" (nel senso tecnico, psichiatrico, del termine) si dedichino, pur in buona fede, alla religione, inquinandola, distorcendola a propria immagine e somiglianzà, creando strutture, tradizioni, orientamenti che a loro volta influenzeranno altri, che, senza contribuirvi, li subiranno, li accetteranno passivamente, tendendo a conservarli.

E questo ci porta alla questione su cui riflettere la prossima volta: quale immagine si ha di Dio? In quale Dio si crede? A quale Divinità si serve?
  • Maria Cristina Bartolomei
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 27, 2006 2:13 pm

  • La strada del dialogo con l'altro passa dalla controinformazione
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Arrivammo, una sera di tanti anni fa, a Jaroslavl, una antica città russa, luogo incantevole in cui un grande fiume dal nome impronunziabile (o immemorabile...) si getta nel Volga.

Nell'albergo che ci avrebbe ospitato era in corso una festa di nozze. Non fu lieta avventura: chi di noi verso le tre di notte scese dalla propria stanza per implorare dal portiere un po' di silenzio, si trovò dinanzi a una torma di ubriachi e ubriache (sposi compresi) che cantavano e anche facevano cose molto meno nobili del cantare.

Il giorno seguente quella torma sciagurata risultò dispersa chissà dove ma al tramonto un'altra sembrò prendere posizione. Tornavamo a piedi da una visita della città quando un pullman scaricò davanti all'albergo una comitiva che, appena a terra, si scatenò in una rissa. Troppo lontani per udirne le grida, ma i gesti della piccola folla ci sembravano inequivocabili; e noi ci preparavamo a un'altra sgradevole esperienza traendo infuocati giudizi sulla popolazione locale (e magari sull'intera Russia).

Invece, avvicinandoci, fummo costretti a ridere di noi stessi: niente rissa, la comitiva era di sordomuti che magnificavano il luogo ed esprimevano la loro allegria.

Ripenso spesso a quell'occasione per ricordarmi che per giudicare bisogna vedere da vicino e non lasciarsi confondere dalla esperienze passate: ciò che troppo spesso avviene a moltissimi di noi, e certamente a me.

Non si può affrontare seriamente un dialogo con chi è diverso da me se non ci si sforza di andare a vedere da vicino gli interlocutori e di comprendere il loro linguaggio verbale e non verbale. Ormai la stessa scienza sperimentale ha acquisito la certezza che i risultati di una ricerca sono sempre influenzati dal punto di vista del ricercatore, per quanto egli possa cercare di essere neutrale. Figuriamoci, noi, gente della strada...

Se accettiamo - com'è ormai inevitabile - la strada del dialogo con l'altro, dobbiamo farlo non soltanto con il cervello, ma anche con il cuore, cioè in spirito d'amicizia e non con la diffidenza nella quale siamo stati educati, in base a esperienze storiche viste soltanto dalla nostra parte.

Non fidiamoci troppo dei "nostri" manuali di storia, rendiamoci conto che sono pieni di silenzi e scritti per lo più nel convincimento che gli scolari debbano imparare che la "nostra" civiltà è la migliore, se non l'unica. Bisogna che impariamo ad ascoltare verità sgradevoli, a cogliere i mutamenti, a “vedere da vicino" l'Oggi e non soltanto Io Ieri.

La controinformazione (resa ormai possibile a tutti) è indispensabile ai nostri impegni di vita. Non soltanto ci da notizie diverse da quelle del monopolio dell'informazione, ma ripulisce i nostri punti di vista. I quali sono determinanti, sempre.

Con lo humour che lo distingue, Eduardo Galeano, grande scrittore latino-americano, ce lo ricorda con uno sberleffo: «Per noi un piatto di spaghetti è un piatto di spaghetti ma, dal punto di vista di un verme, è un'orgia di massa».
  • Ettore Masina
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun nov 27, 2006 2:28 pm

  • Perché Dio non distolga lo sguardo
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Siamo con il fiato sospeso. Come di fronte a un fatto davvero importante. Sentiamo che quel che sta per accadere ci riguarda tutti. Il Papa va in Turchia.

Il Medioriente intanto è in fiamme. Beirut, Baghdad, Gaza... Tensioni con Teheran. Poco più in là bande violente in Nigeria, in Somalia, in Sudan... Interessi enormi muovono lo scacchiere politico e spesso i mirini delle armi.

Storie millenarie si incendiano in contraddizioni recenti. L'entrata o un legame della Turchia con la Ue agita l'opinione pubblica della vecchia Europa: paura dell'immigrazione, mutamenti di mercato, islamizzazione, deficit di democrazia e di libertà.

In questo contesto, il Papa va. Il 28 novembre sarà in Turchia per una testimonianza di fede e di ecumenismo.

Un richiamo a tutti perché si punti al bene, più che agli interessi particolari e ai puntigli ideologici.

E si punti, dialogando, al vero, più che a un conversare ipocrita.

C'è da tenere il fiato sospeso. E si pensa: che cosa si può fare, dunque, perché il viaggio contribuisca al bene?

Si viene un po' presi da sgomento. È così complessa la situazione, difficile da capire. E spesso i media non aiutano a comprendere. E allora si resta un po' storditi. E col fiato sospeso. Non si sa cosa fare.

Come gente che sta esposta alla balaustra della storia. E guarda, con sgomento, quel che si agita tra le onde e i marosi dei giorni. E ci si sente un poco impotenti.

Molti, dopo un'occhiata al mare confuso degli eventi, si ritirano. Piegano lo sguardo sul daffare quotidiano.

Con un pensiero avvelenato: il mondo non mi riguarda, io che c'entro con tutto questo?

Invece un'azione è possibile. Un'azione semplice. Che tutti, se vogliono, possono compiere. La compivano spesso i padri dei nostri padri. E specialmente le madri delle nostre madri.

Una preghiera per il Papa.

La facevano senza tante storie. Come se fosse una cosa giusta da fare. Come un semplice, enorme dovere. Mentre altri si occupavano delle questioni politiche. E mentre chi, pe r responsabilità e per destino, si trovava seduto ai tavoli dove si prendono le decisioni. La loro parte sentivano, sapevano, che era questa.

Una preghiera per il Papa.

Lo si faceva, lo si può fare. Da soli, fermandosi per la strada. O insieme. In parrocchia o in gruppo.

Ci vuol poco, da un certo punto di vista. E ci vuol tanto. Nel senso che occorre avere una grande coscienza del mondo. E di Dio.

Per questo preghiamo anche per la Turchia.

Ci vuole la coscienza semplice di chi non separa Dio dalla storia. E allora si rivolge a Lui.

Una cosa che tutti possono fare. Sia chi capisce molto di politica, e vede che la situazione è delicata. Sia chi non ci capisce niente, e vede anche che la situazione è delicata.

Per il Papa e perché il suo viaggio vada nel senso della sua stessa preghiera e intenzione.

Per la pace.

Per la causa ecumenica.

Per il dialogo interreligioso.

E per la vita della Chiesa, la cui presenza è speranza per tutti.

Ci vuol poco. E ci vuol tanto.

Ci vuole di sentirsi in viaggio con il Papa. Nello stesso viaggio per la Turchia e per il mondo. Per la Turchia che è ad ogni angolo delle nostre città. E ad ogni angolo dei nostri cuori.

Una preghiera perché Dio non distolga lo sguardo. Perché non faccia come noi. Che ci dimentichiamo del bene. E delle persone, e del bisogno di pace e di serenità.

Una preghiera, sapendo che anche gli islamici pregano: loro e noi abbiamo un Dio solo.

Cosa ci vuole a dire una preghiera? La possono dire anche i bambini. I poveri e i ricchi. I colti e gli analfabeti, i condottieri e i fanti, i sani e i malati.

È una azione potente. Che già tante volte ha operato nella storia. Suscitando santi, e testimonianze inaspettate. E ha toccato cuori induriti.

Un potere misterioso. Quel Potere che molti piccoli poteri che si credono grandi vorrebbero lasciare fuori dalla storia. Finendo con costruire teatri tremendi per la vita umana.

Una preghiera la possiamo dire tutti.
  • Davide Rondoni
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun dic 04, 2006 3:20 pm

  • "Camminarsi dentro", alla ricerca della nostra anima
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Cosa vuoi dire camminarsi?

Non camminare ma camminarsi.

Noi di solito camminiamo attorno a noi stessi. Rischiarne anche di andare fino a Compostela o in Terra Santa. Non è difficile camminare, è solo impegnativo, mentre è molto difficile camminarsi dentro, perché strano, inconsueto, fuori moda.

Fare footing dentro l'anima potrebbe essere un nuovo tipo di sport da suggerire? Chi di noi vorrebbe camminarsi dentro fino ad arrivare a scoprire la propria anima? Eppure, se non faremo questo tentativo non cambieremo mai. È l'unica avventura che rende l'uomo degno di se stesso, che darebbe un po' di sale e di lievito all'evangelico verbo: cercate. Però... c'è un però!

Per arrivare fino all'anima dovremmo fare un discreto lavoro di pulizia. Per dirla in modo artigianale, dovremmo buttare fuori tutti quei pezzi di mele marce che teniamo gelosamente nascoste...

Più volte abbiamo dato un nome alla parte marcia di noi: Caino, droga, spaccio, alcool, prostituzione, ipocrisia, potere, danaro, ... Fare gesti talmente forti da rovesciare le cose insormontabili (almeno secondo l'opinione pubblica) per riscoprire la francescanità evangelica, avrebbe del miracoloso.

Riandare ad Assisi per una spogliazione genuina, facendo arrabbiare i Pietro di Bernardone moderni non sarebbe solo un gesto teatrale.

Se riusciremo a camminare dentro di noi, scopriremo un'altra cosa ancora: quanto sia liberatorio il pianto.

Da questo mondo è scomparso il pianto sincero. Sono rimasti i pianti isterici, le lacrime fasulle, le paranoie. Il pianto, quello che sgorga da chi sta "camminandosi" dentro, vale un nuovo battesimo, una resurrezione.

Un aiuto serio al nostro cammino intcriore lo potremmo ottenere facendo un quarto d'ora di silenzio al giorno. È nel silenzio che sgorgano vibrazioni che noi avevamo sepolto - oltre la mela marcia - nella confusione, negli egoismi, nei doppi giochi e nel fariseismo che ha accompagnato e accompagna troppi momenti della nostra quotidianità.

Ma c'è altro... "Camminandosi" dentro potremmo sperimentare una nostalgia di semplicità: è quella che sopraggiunge tutte le volte che iniziamo un'operazione di smontaggio delle maschere che hanno complicato e complicano la nostra vita. Chi è normale la indossa ogni tanto, chi è "speciale" la sostituisce alla prima.

Se cammineremo con molta convinzione dentro di noi, smonteremo questi meccanismi infami e toccheremo con mano l'anima della nostra anima.

Solo dopo questa pulizia potremo scoprire le radici di noi stessi: perché siamo nati, dove andremo, quali strade percorreremo, quale senso vorremo dare alla nostra esistenza... Potremo assaporare la fragranza dell'interiorità e capire dove è cominciata la nostra vita e dove giungerà. Siamo nati dal seno del Padre e ritorneremo alla fine della nostra vita nel seno del Padre.

Questo atipico Natale faccia che il nostro Dio sia contemporaneamente padre e madre.
  • don Antonio Mazzi
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun dic 18, 2006 2:40 pm

  • Il Natale con occhi nuovi
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Il Vangelo di Luca racconta l'evento che ha cambiato il volto della storia.

In quel tempo Maria e Giuseppe, ubbidendo al comando di Cesare Augusto che ordinò il censimento della popolazione di tutto l'Impero, partirono per le loro città d'origine. Giuseppe dovette così risalire da Nazaret a Betlemme con la sua sposa Maria, percorrendo, lui a piedi e lei, in stato di avanzata gravidanza, a dorso di mulo, ben 150 km di distanza. Un viaggio accidentato pervie sconnesse, polverose e sassose.

Dopo giorni di faticoso cammino finalmente arrivano alle porte di Betlemme, un villaggio adagiato sul pendio di una collina in Giudea.
Il sole stava calando e con gli ultimi raggi indorava le cime delle colline circostanti e la notte si avvicinava con tutti i suoi perché.

«Mentre erano là si compì il tempo in cui Maria doveva partorire». Gravi erano le preoccupazioni di Giuseppe e più ancora quelle della sua sposa. Il buio era ormai fitto. Giuseppe, al corrente del grande segreto, si dava da fare per bussare alle porte che gli davano speranza d'alloggio per tutti e due.

«Per loro non c'era posto nell'albergo» né in qualsiasi altra casa. Non restava che rifugiarsi in una delle tante grotte presso il villaggio. E così fu.

«Maria diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia». Il Figlio di Dio lascia il suo Paradiso e, prendendo carne umana, scende sulla terra con un atto d'amore infinito per la salvezza dell'umanità che non l'accoglie, ma gli chiude freddamente la porta in faccia. Dovrà accontentarsi di una misera grotta.

L'estrema generosità del Redentore e la dura ingratitudine dell'umanità s'intrecciano nella grotta che ospita Gesù.

La grotta è la natura che si apre per la vita degli animali e spesso anche per gli uomini: spesso si muta in rifugio.

Mi viene da pensare che il mondo è un'immensa grotta o meglio una povera stalla che diventa Paradiso se sa accogliere Dio.

Quanti poveri vivono nelle grotte o nelle capanne di paglia e frasche insieme ai loro animali... Ne ho visti tanti, troppi, girando per i vari continenti ed ho provato un senso di profonda commozione.

Aveva ragione l'Abbè Pierre quando ai parlamentari francesi gridava: «La miseria impedisce di essere uomini» e Raoul Follereau gli faceva eco dal deserto africano: «Un cuore che non reagisce davanti alla miseria, è un cuore miserabile».

Per Natale accogliamo questo Bambino Divino.

Apriamogli le porte delle nostre case, ma soprattutto delle nostre anime.

È Gesù che bussa, che arriva e chiede ospitalità.

Se lo accogliamo la nostra povera stalla diventerà un angolo di paradiso.

I primi ad adorare Gesù furono i pastori che, dopo aver udito l'annuncio dell'angelo, corsero alla grotta senza indugio. Sono lì in ginocchio, commossi, devoti, felici di ascoltare un canto di pace: «Gloria a Dio e pace agli uomini».

La pace biblica significa benessere, prosperità, gioia, giustizia, vita, amore, salvezza. Mentre vediamo i fortunati pecorai, testimoni e messaggeri, immobìli di fronte alla Grotta e con lo sguardo fisso sul tenero Neonato ci viene da ricordare l'ammonimento di Francois Mauriac: «Non lasciamo spegnere la fiamma ardente di questa pace aaccesa dal Cristo a Betlemme».

Buon Natale!
  • (fra Ugolino Vagnuzzi)
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