Riflettendo che ... nulla è xcaso

Riflessi di lago, specchio di un’anima…

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Messaggio da miriam bolfissimo » mar lug 12, 2005 6:40 pm

Il segno della Croce e la caraffa spezzata.

Lunedì 11 luglio è stata la festa di san Benedetto, patrono d’Europa. Quest'anno la ricorrenza ha assunto per la prima volta, un significato particolare, perché sulla cattedra di Pietro siede un papa che ha scelto per sé il nome di Benedetto e non ha. fatto mistero dì avere inteso richiamare in tal modo l'Europa ondivaga di questo inizio millennio alle sue radici cristiane.
Nella vita di san Benedetto contenuta nel secondo libro dei Dialoghi di Gregorio Magno, c'è un episodio che bene si presta ad essere letto in filigrana come una parabola dell’attuale situazione in cui versa il nostro continente.

Si racconta che, a seguito della morte dell’abate di un monastero vicino, tutta la comunità di recò da Benedetto, che viveva da solo in una spelonca nei pressi di Subiaco, pregandolo insistentemente di assumere il governo del monastero.

Alla fine egli si lasciò convincere a divenire abate di quei monaci che però si pentirono ben presto “di aver insistito per avere Benedetto come abate, dato che la sua rettitudine era incompatibile con la loro perversità”.

Tramarono quindi di ucciderlo avvelenando il vino della mensa.ma il segno della croce tracciato con la mano tesa dall’abate sulla caraffa, la mandò in frantumi “come se l’avesse colpita una pietra invece che segnata con la croce”.

Commenta Gregorio: “Non aveva potuto sopportare il segno della vita”.

Questa nostra Europa assomiglia a quella comunità senza padre, che ha gradatamente smarrito per strada la sua regola, di vita, ispirata agli insegnamenti del Vangelo di Cristo.

Così facendo ha spento anche il lume della ragione.

Solo un ancoramento alle proprie origini può salvarla dal lento dissolvimento, eppure cerca di uccidere proprio quel messaggio di fede e ragione che, provvidenzialmente, un altro uomo “Benedetto di nome e per grazia” si è proposto di rilanciare.

Tale progetto di dissolvimento umano, travestito da improbabile battaglia per i diritti, non avrà seguito, anche se le sue trame sembrano oggi vincenti in diverse parti dell’Europa, con l’avvallo dei parlamenti.

La caraffa con il vino avvelenato, che viene subdolamente portato al tavolo della comunità, deve provvidenzialmente passare al vaglio di una mano distesa in gesto benedicente: è la parola di Cristo che continua, nonostante tutto, a benedire l’umanità, a volerne la salvezza per vie spesso sconosciute e insperate.

Il veleno dell’anti-ragione e dell’anti-fede non potrà sopportare il segno della vita.

La caraffa infranta è un’immagine di speranza.

La Croce è, in realtà, forte come l’aratro.
  • don Agostino Clerici, direttore responsabile de Il Settimanale della diocesi di Como
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Messaggio da miriam bolfissimo » mer lug 20, 2005 3:00 pm

Estate, tempo per reimparare a stupirsi e a contemplare.

L’estate è un tempo privilegiato per ridestare in noi, qualora si fosse assopito, il sentimento di stupore e di meraviglia di fronte alla bellezza incantevole della natura e alla magnificenza dei suoi capolavori.

Nell’epoca di Internet l’uomo del nostro tempo ha perso la capacità di provare sentimenti di stupore e di meraviglia.

Il suo sguardo superficiale e distratto non è più capace di contemplare.

Eppure le meraviglie non mancano. Manca però il senso di meraviglia. Ci sono tante forme di cecità di fronte al bello e al sublime. Gli occhi vedono, ma hanno perso la capacità di incantarsi.

Abbiamo bisogno di affinare lo sguardo per essere capaci di contemplazione. Abbiamo bisogno di ritrovare la capacità di stupirci.

I bambini ce l’hanno per natura. Per loro il mondo è qualcosa di nuovo, di stupefacente, di entusiasmante, tutto da scoprire. Per questo sono curiosi e si chiedono il perchè delle cose, anche delle più semplici.

Non è così per gli adulti. A mano a mano che cresciamo, questa capacità di stupirci sembra attenuarsi. Finché, purtroppo, il mondo diventa un’abitudine e non stupisce più. Perché si dà tutto per scontato.

Al contrario, quando ci stupiamo, le domande nascono da sole. Desideriamo sapere come sia successo quello che abbiamo appena visto.

Di fronte ad un tramonto o ad un cielo stellato risuona l’antica domanda che ha fatto nascere la prima forma di riflessione filosofica: come è possibile tanta armonia e bellezza?

Da qui la necessità di trovare una risposta. Platone e Aristotele insegnano che il primo impulso alla ricerca è scaturito dalla condizione di stupore, propria dell’uomo, di fronte ai fenomeni della natura.

Come i bambini, i grandi uomini spirituali (poeti, filosofi, santi, mistici…) hanno coltivato lo stupore.

Ma perché è fondamentale questa capacità di stupirsi? Perché lo stupore fa crescere l’anima, ci fa inginocchiare di fronte al mistero della bellezza e ce la fa amare con senso di ammirazione e di reverenza. Ci fa scorgere il segno e il riflesso di una bellezza trascendente, assoluta e infinita.

Ci fa dire “grazie” con la gioia nel cuore.
  • Manuela Giani
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun ago 01, 2005 3:37 pm

Estate, riscoprire la dimensione del silenzio.

“L’uomo moderno – ha scritto Panikkar – non sa più stare solo, né sopporta il silenzio. Nell’immensa solitudine a cui la vita frenetica, il progresso e anche l’architettura contemporanea lo costringono, egli cerca nervosamente la folla e tenta di affogare il proprio sgomento immergendosi in rumori di ogni sorta”

L’uomo d’oggi teme e, allo stesso tempo, cerca il silenzio; vive però in un insieme di rapporti che ha ridotto le parole a semplici rumori e che ha confuso il comunicare con la semplice emissione di suoni apparentemente collegati.

Desiderio e timore del silenzio: paura che le parole tornino ad aver il loro potere di comunicare e che il silenzio ridiventi la loro linfa vitale.

Chi ama il silenzio ama anche la parola essenziale, la parola piena, sempre nuova quanto antica. Il silenzio originario e fondamentale non è certamente il contrario del linguaggio; anzi, esso solo permette ala parola di restare se stessa, di mantenere al sua capacità di dirsi e di interpellare.

La scelta del silenzio non è mai il frutto di un disamore per la parola, non è mai una fuga fuori dal linguaggio.

Chi ama il silenzio ama la parola essenziale, la parola originaria, la parola che è rimasta fedele al silenzio che la sorregge.

Tanto il silenzio, quanto la parola possono assumere significati molteplici e andrebbero colti e analizzati sulla base degli effetti che producono, delle funzioni che realizzano. Qui è sufficiente cogliere alcuni tratti, senza alcuna pretesa di completezza.

Così possiamo ritrovare un silenzio pieno e uno vuoto, un silenzio dissipato, opacizzato, feriale e un silenzio luminoso e festivo.

C’è il silenzio che è la dimora della persona e il silenzio che è il rifiuto dell’egocentrico; c’è il silenzio esteriore e il silenzio interiore.

C’è il silenzio autentico e quello in autentico, il silenzio veritiero e quello menzognero, il silenzio frutto dell’innocenza e quello frutto della scaltrezza.

Ci sono dei silenzi che significano “non c’è più niente da dire” ed altri per i quali “tutto rimane da dire”; e c’è il silenzio di colui che non ha nulla da dire e quello di chi è giunto ai confini del dicibile.

Vi è il, silenzio che contiene tutte le parole ed un altro che non ne contiene nessuna.

Il nostro è un tempo in cui i momenti di silenzio si sono fatti sempre più esigui,, un tempo nel quale la chiacchiera e il rumore hanno preso il posto della parola e del silenzio.

La chiacchiera è il disonore, la vergogna del linguaggio perché è un emettere rumori e non suoni; e la chiacchiera non solo dispensa da ogni autentica comprensione, ma diffonde una comprensione indifferente, per la quale non esiste più nulla di incerto.

Chi chiacchiera non si preoccupa di comunicare, ma solo di infilare una sequenza di parole che non dicono niente; parla ,ma non persuade, né convince; non è ascoltato, ma stanca e infastidisce.

La chiacchiera sembra essere la sola parola possibile in tempi in cui il silenzio è morto e sovrano regna il dio rumore, sempre e ovunque, sempre e comunque.

Per ascoltare occorre fare silenzio: sembra cosa ovvia e scontata, ma non è così per tanti e molteplici contesti. Ogni parola, anche la più banale, ha bisogno, per essere percepita, del silenzio: nel frastuono essa muore tra mille inutili rumori. Pochi sembrano avvertire la necessità di prestare attenzione.

Ascoltare è fuori moda.

La capacità di ascoltare il vicino, ma anche se stessi, si è affievolita, depotenziata.

Il silenzio dà senso alla parola e la parola si radica nel silenzio.

Le vacanze possono essere una sana occasione per ripensare, in silenzio, al silenzio affinché le nostre stesse parole siano davvero nostre e non prese in prestito da un linguaggio usurato dal rumore.
  • Arcangelo Bagni
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Messaggio da miriam bolfissimo » mer ago 31, 2005 3:38 pm

Se abbiamo nutrito lo spirito, ora possiamo ripartire!

Arrivederci vacanze!

Ancora qualche giorno e il nostro viaggio di ritorno alla quotidianità ci porterà di nuovo a inseguire i ritmi frenetici delle nostre giornate, fitte di impegni e scandite da tempi rigidamente programmati, talvolta persino alienanti.

Con il rischio di perdere in un batter di ciglia ciò che durante il periodo di vacanze abbiamo avuto la gioia di ritrovare: riposo, quiete, energia, tempi più umani, forti emozioni di fronte a tanta bellezza della natura.

L’estate è un tempo propizio per riscoprire la dimensione di profondità dell’esistenza e ridefinire le coordinate del nostro essere di fronte a se stessi, agli altri e a Dio.

Non basta il riposo del corpo e della mente per recuperare forza e vigore. Anche l’anima ha bisogno di vivere alcune esperienze essenziali, di cui spesso è povera la nostra vita.

Siamo troppo uomini d’azione, poco o nient’affatto spirituali. Ancorati come siamo alla cultura del fare, facciamo fatica a cogliere il valore della contemplazione. Eppure ne abbiamo bisogno.

Meditazione, silenzio, preghiera: sono forme di vivere che ci consentono di ritrovare l’autenticità del nostro essere uomini. Sono esperienze che forniscono l’ossigeno necessario per tornare a tuffarsi nel mondo.

Con forza e rinnovato entusiasmo.

Con una vitalità che non va confusa con il vitalismo esteriore di chi vive la vacanza come tempo di stordimento e di edonismo. Esperienze, queste, che lasciano più vuoto di quello che hanno trovato.

In questo ultimo scampolo di vacanze proviamo a verificare quanto e quale vigore abbiamo dentro.

La vacanza è un tempo carico di potenzialità per la nostra crescita, per la verifica della nostra vita, per il nostro viaggio di ritorno alla quotidianità. Dipende da come l’abbiamo vissuta!

Se non si consuma nell’esperienza di un momento e nell’eccezionalità di un evento, può rivelarsi un tempo fecondo che si prolunga nella vita di ogni giorno, rendendoci capaci di coniugare con sapienza benedettina momenti di vita attiva e contemplativa.

Con questo augurio prepariamoci a intraprendere con fedeltà gli impegni, piccoli e grandi, della nostra quotidianità.
  • Manuela Giani
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saverio

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Messaggio da saverio » ven set 02, 2005 6:23 pm

grazie bolfi
per i pensieri che fanno...pensare

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Messaggio da miriam bolfissimo » mer set 14, 2005 2:09 pm

Felice di essere … disinformato

Nel mese di agosto mi concedo solitamente una piccola soddisfazione: stacco la spina dell'informazione. Non del tutto, sia chiaro, anche perché è praticamente impossibile. Ma mi accontento delle piccole dosi, di qualche notiziario televisivo o radiofonico essenziale, o delle wap-news del telefonino.

Ho provato qualche anno fa quasi per scommessa, ed ho fatto, al rientro nel mondo mediatico, una scoperta a dir poco sensazionale: non ci avevo perso nulla! I vari «teatrini» erano tali e quali li avevo lasciati a luglio. Anzi, forse ad agosto era stato rappresentato il peggio, e io me lo ero provvidenzialmente perso.

Insomma, si può vivere senza informazione, o quasi, con le notizie ridotte al minimo denominatore comune: soggetto, verbo, complemento oggetto.

L'esperienza è stata così poco traumatica, che ho deciso di ripeterla ogni estate. Con un po' di incoscienza - dirà qualcuno - visto che lavoro in un giornale! Una beata incoscienza.

La mia soddisfazione per l'ennesimo agosto passato in astinenza si è trasformata quest'anno in una riflessione. Ho letto l'editoriale di una mia collega, direttore del settimanale cattolico di Trieste "Vita Nuova", Fabiana Martini. Ebbene, ella sostiene che «paradossalmente più aumentano le informazioni, più diminuisce la conoscenza; più siamo collegati, meno siamo in relazione».

Mi sono detto: ecco perché a stare scollegato per tre settimane, non ci perdo nulla, anzi forse ci guadagno perché utilizzo il tempo per conoscere, invece che per informarmi. Ad una riflessione più pacata, però, questo strano rapporto inversamente proporzionale tra informazione e conoscenza è una vera e propria sconfitta per uno che fa l'informatore, o il comunicatore, che dir si voglia.

I giornali sono diventati una sorta di contenitore non necessariamente pieno di contenuti.

Tante pagine, un mucchio di notizie, decine di fotografie. Scorri i titoli velocemente, giri le pagine, e alla fine hai l'illusione di sapere tutto del mondo, e invece sai esattamente quello che magari è meno importante, ma che interessa a chi voleva informarti.

Quest'anno, ad esempio, cadono gli aerei, e se sono quattro in un mese, la gente comincia ad avere paura a volare. Ma non siano certi che ci abbiano sempre informato su tutti gli aerei che cadono nel mondo... Forse ce lo dicono solo perché sono quattro in un mese!

È vero, ad agosto c'è stato il grande avvenimento della Giornata Mondiale della Gioventù a Colonia. La sera della Veglia a Marienfield ho pensato di sospendere il digiuno televisivo per assistere alla diretta su Raiuno. Volevo mettermi in sintonia con le migliaia di giovani in preghiera insieme con il Papa.

Tentativo vano. In quella strana diretta, la Veglia sembrava una semplice occasione per parlare d'altro con i soliti esperti linguacciuti che coprivano canti, testimonianze e preghiere. Ho dovuto andare in macchina e accendere la radio -Radio Maria - per partecipare davvero alla Veglia.

La televisione voleva informarmi, io volevo conoscere!
  • don Agostino Clerici, direttore responsabile de Il Settimanale della diocesi di Como
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Messaggio da miriam bolfissimo » lun ott 10, 2005 11:00 am

Sulla porta della Cina le suore di Teresa

Il sogno che Madre Teresa ha coltivato per tutta la vita - aprire una casa in Cina - potrebbe presto realizzarsi.

Se il governo di Pechino accoglierà la richiesta avanzata da suor Nirmala Joshi, superiora generale delle Missionarie della Carità, di qui a qualche mese un piccolo drappello di religiose dall'inconfondibile sari bianco-azzurro potrebbe varcare il confine cinese.

Autorità permettendo, le suore di Madre Teresa saranno così il primo ordine cattolico internazionale ad aprire ufficialmente una sede nella Repubblica Popolare dai tempi di Mao Zedong (attualmente infatti le religiose attive in Cina fanno capo a congregazioni diocesane e dipendono dai vescovi del luogo).[...]

Di grande rilievo è il particolare che la richiesta sia stata avanzata dallo stesso governo cinese. Come ha detto suor Nirmala ad AsiaNews: «Loro vogliono che andiamo; noi da parte nostra siamo felici di andare».

I contatti con le autorità cinesi risalgono all'aprile scorso, quando Pechino aveva un problema di «immagine» internazionale, avendo disertato i funerali di Giovanni Paolo II col pretesto della presenza di esponenti di Taiwan.

Sia un caso fortuito o una provvidenziale coincidenza, sta di fatto che suor Nirmala ritiene questa possibilità di una presenza in Cina «un lavoro che Madre Teresa sta facendo dal cielo». Anzi, a suo dire, la proposta fatta alle suore di Madre Teresa, è, negli intenti della Cina, «un passo per aprire le relazioni diplomatiche con il Vaticano».

Si spiega così il fatto che, a metà luglio, suor Nirmala si sia recata in Cina, nel contesto di un viaggio che ha tocca to anche Mongolia, Corea del Sud e Hong Kong, dove le Missionarie della Carità sono arrivate nel 1983 per fondare una «Casa della Carità» a servizio di poveri ed abbandonati.

Nella sua tappa in terra cinese suor Nirmala ha visitato Qingdao, nella regione nord-orientale dello Shandong, dove le suore hanno in programma di aprire una casa per anziani. La visita è avvenuta su invito del governo e del vescovo locale, monsignor Giuseppe Li Mingshu, il quale si è detto moderatamente ottimista circa l'esito della trattativa: «il clima che si respira è più aperto e tranquillo ora rispetto al passato». E la controprova è il fatto che i giornali cinesi hanno dato conto della notizia della visita di suor Nirmala e della richiesta di Pechino.

Da qualche anno in qua, va detto, il governo «ammette» l'esistenza di situazioni sociali problematiche e sta, sia pur con mille cautele, aprendo alla presenza di Ong, anche straniere.

Un cambiamento non da poco rispetto a un passato, nemmeno troppo lontano, quando, ad esempio, era impossibile vedere cassette per la raccolta fondi per i meno fortunati nelle sale d'attesa degli aeroporti.

A Madre Teresa stessa capitò di udire un funzionario del Partito negare categoricamente che in Cina ci fossero poveri.

Se il progetto andrà in porto - come s'è detto - si tratterà della realizzazione di un desiderio a lungo covato da Madre Teresa.

Nel corso della sua lunga vita compì due viaggi in Cina.

Nel primo (1985) visitò il Paese insieme con la superiora delle Missionarie della carità di Hong Kong, Giappone, Corea del Sud e Taiwan; di lì a un anno formulò il desiderio di aprire una casa in Cina all'allora segretario di Stato vaticano, cardinale Agostino Casaroli.

L'attuale superiora generale, suor Nirmala, accompagnò Madre Teresa in occasione del secondo viaggio, nell'ottobre 1993. In quell'occasione sperava di inaugurare una presenza in terra cinese; ma i tempi non erano maturi.

Del «sogno cinese» suor Nirmala ebbe a riparlare due anni or sono, al la vigilia della beatificazione di Madre Teresa, quando ad alcuni un giornalisti confermò che la congregazione stava lavorando alla concretizzazione di tale progetto.

La devozione per Madre Teresa di Calcutta è viva in Cina.

Il centro editoriale Sapientia Press ha pubblicato recentemente due libri su di lei. Entrambi sono stati tirati in 5000 copie, andate tutte esaurite.

Quel che molti non sanno è che la testimonianza di Madre Teresa è di fatto già oggi riproposta da un gruppo di suore, che, stabilitesi nel 1999 nella diocesi di Taizhou, l'hanno adottata come modello.

Si chiamano «Missionarie dei servizi della carità di Teresa»; anche il loro abito richiama il sari delle suore di Madre Teresa, con tre strisce blu sul velo.
  • Gerolamo Fazzini su Avvenire
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Messaggio da miriam bolfissimo » mar ott 25, 2005 7:33 am

Dedicato agli equilibristi e agli equilibrismi della vita

II circo è ostaggio dei suoi spettatori.

E siccome da un po' di anni, in Italia, ci va poca gente, allora il circo smonta tutto e gli spettatori va a cercarseli dove capita.

Il circo è fatto di atleti, gente che si allena duro.

Di solito il clou dello spettacolo consiste nel numero dei trapezisti. Si inizia con delle cose facili, un po' per scaldarsi, un po' per scaldare il pubblico.

Poi il presentatore chiede silenzio, si abbassano le luci, rulla un tamburo e i trapezisti volano.

Sono ginnasti che, oltre a volare da un trapezio all'altro, spesso fanno anche camminate sul filo o altri numeri di equilibrismo.

Se poi il circo è piccolo, capita che facciano anche i clown, i domatori o i giocolieri.

Talvolta cadono.

Si cade per troppa confidenza con l'esercizio, per mancato rispetto del limite, per troppa fretta di arrivare dall'altra parte.

O perché è il pubblico a chiederti troppo.

Magari non direttamente, ma spingendoti oltre il limite.

Quasi sempre si cade — mi ha detto uno di loro — perché si vuole cadere e c'è un commento che si sente spesso fra i suoi colleghi: "Ha avuto ciò che si meritava".

Finito lo spettacolo si smonta tutto e ci si sposta per cercare altri spettatori.

Sono gli stessi artisti che lo fanno, chiave inglese alla mano. Come se Del Piero, a stadio vuoto e dopo aver segnato una bella doppietta, si mettesse a tagliare l'erba del campo di gioco.

Invece loro, indossando con la stessa dignitosa eleganza gli abiti luccicanti di scena e la tuta da operai, montano, fanno lo spettacolo, smontano e se ne vanno.

Il circo è un pezzo di mondo andato, è una specie di museo dell'umanità.

Il circo è metafora del camminare sul filo che a sua volta è metafora di quanto sia sottile la differenza tra la vittoria e la sconfitta.

Gli artisti del circo sono ostaggi del loro pubblico, fatto di bambini disinteressati e di crudeli adulti, che vanno al circo, allo stadio, al Palazzetto, al campo come i greci andavano a teatro e i romani all'Arena.

Nell'attesa del momento della tragedia.
  • Mauro Berruto
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Messaggio da miriam bolfissimo » mer ott 26, 2005 2:27 pm

Halloween: zucche vuote crescono?

Tra qualche giorno si riaccenderà in modo sempre più frenetico il fenomeno di Halloween, un carnevale con scheletri e zucche, un modo – come sostengono i fans e i guru dell’americanata – per esorcizzare la paura del dolore e della morte, azioni apotropaiche da insegnare ai bambini perché scherzino e si divertano con zucche, streghe con scope, gatti neri e scheletri vari: ridere e scherzare, quindi, per allontanare ciò che è tabù per gli adulti ancor prima che per bambini, ragazzi e giovani.

A riguardo vorrei suggerire alcune riflessioni:

La notte del 31 ottobre, notte di Halloween, macabro preludio alla festa di tutti i Santi e alla commemorazione dei defunti, è divenuta, nel corso dell’ultimo decennio, un fenomeno commerciale sempre più ampio fino a imporsi come "festa popolare", che coinvolge soprattutto bambini, ragazzi e giovani. L’appuntamento è atteso, purtroppo, non solo da "gente alternativa", ma è sostenuta dagli stessi responsabili in ambienti destinati comunemente all’educazione, quali la scuola, i luoghi pubblici comunali e persino qualche oratorio parrocchiale.

Ogni tentativo di ricostruzione storica e di legittimazione teorica di tale ricorrenza, della quale si rivendica l’"antica tradizione celtica", mostra con chiarezza l’esodo della stessa dalla nostra vecchia Europa in direzione dell’America, per ritornare nuovamente qui da noi. Un polpettone di tradizioni celtico-americane, ben farcito di interessi commerciali, che scherza e fa divertire con richiami al dolore e alla morte.

L’effetto di tale "tradizione" è di contribuire alla banalizzazione sempre più radicale delle realtà più serie dell’esistenza: il tema dell’eternità, della morte e dell’aldilà.

Nel primo atto della Tosca il sagrestano diceva "scherza coi fanti, ma lascia stare i santi", battuta divenuta proverbiale per distinguere con chiarezza quelle realtà ammantate di mistero e rispetto, riconosciute importanti dalla stessa collettività sociale. Ormai, invece, sembra che bastino cinque o sei anni per scalzare una tradizione millenaria connotata dal ricordo spirituale di santi e dall’affetto dei propri cari defunti.

In gioco non ci sono solo lo svuotamento della ricorrenza cristiana, bensì l’appiattimento e la banalizzazione collettiva del tema della morte e del dolore umano.

Che dire a questo punto?

Mi sembra che la natura sempre più affettiva e psicologica della paura della morte cresca, mentre nella nostra società decresce la speranza. Muore un amico o una persona molto cara: chi è capace di scherzarci su? Nessuno, tranne il superficiale e l’insensibile – così pensa ancora la gente –! C’è un giorno all’anno in cui tutti, credenti e no, sensibili e insensibili si recano al Camposanto per visitare i propri morti, per dire una preghiera, per dedicare un attimo ai sentimenti più veri e profondi; l’occasione in cui un’umanità segnata dal tempo, che passa lasciando una traccia profonda. E proprio a ridosso di quel giorno si incoraggiano bambini e giovani a celebrare il suo contrario con Halloween: ma la vita, così, è ridotta a farsa, dove i giorni sono tappe frenetiche del valore di uno zapping televisivo.

Qoèlet ricorda che: "C’è un tempo per nascere e un tempo per morire… un tempo per piangere e un tempo per ridere" (Qo 3,2.4) e Qoèlet era un sapiente dell’Antico Testamento che aveva colto le dimensioni plurime e reciprocamente intersecanti della vita, nei suoi vari momenti, donando valore a ciascuno, poiché per ogni cosa c’è il suo tempo opportuno. L’Halloween americano, trangugiato in Italia, è ben lungi dalla sapienza di Qoèlet con il voler sciorinare un minestrone di divertimenti e di "dolcetti-scherzetti" a base di zucche …vuote.
  • Silvio Barbaglia, sacerdote
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Ultima modifica di miriam bolfissimo il sab nov 12, 2005 5:59 pm, modificato 1 volta in totale.
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Messaggio da miriam bolfissimo » sab nov 12, 2005 5:58 pm

Regole d'oro per genitori che vogliono essere educatori

Ho scritto un libro in questi giorni, con un titolo un po' provocatorio: Come rovinare un figlio in dieci mosse.

Come sapete, è tornato di moda il catechismo, e anche il nostro Papa ne ha confezionato uno, che gode di un successo strepitoso (mi riferisco al Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica).

Ho inventato anch'io un manualetto semplice. Potrei definirlo, per comodità e perché non venga confuso con il catechismo di Benedetto XVI, "il bignami dei genitori". In una cinquantina di pagine ho voluto descrivere come si rovina un figlio e nell'altra cinquantina come salvarlo.

In queste poche righe voglio proporvi la sintesi della sintesi del libro, a cominciare dalla prima parte.

  • Regole d'oro per allevare un delinquente in casa
1 - Dare al bambino fin da piccolo lutto ciò che vuole;

2- Sorridere divertiti quando ripete le parolacce

3 - Non dargli alcuna educazione spirituale, religiosa e sociale;

4 - Difenderlo sempre davanti a tutti, soprattutto quando ha torto

5 - Evitare l'uso del termine "male"

6 - Raccogliere tutto ciò che lascia in disordine

7 - Soddisfare sempre ogni suo capriccio

8 - Litigare spesso in sua presenza

9 - Dargli sempre una paghetta robusta;

10 - Quando sarà grande e sarà un delinquente, direte, come dicono tutti: “Con Lui non c'è stato nulla da fare!”

Eccovi, invece, la sintesi della sintesi della seconda parte del volumetto, cioè come salvare vostro figlio. L'ho intitolata:

  • I comandamenti del genitore vero
1 - Crede che o più bello dare che ricevere

2 - Aggiunge un posto a tavola

3- Sa che i figli non sono suoi

4 - Apre i sentieri e si spina per primo

5 - Perdona soltanto settanta volte sette, al giorno

6 - Suggerisce le regole ma aiuta, con la testimonianza, a viverle

7 - Sa che il silenzio forma eroi e il chiasso partorisce marionette

8 - Fa del quotidiano il luogo dei miracoli

9 - Incrocia Dio negli occhi di chi lo circonda

10 - Traspone la vita in esodo liberatorio

In queste poche righe, come in tutto il volume, c’è dentro una preoccupazione: la irrilevante importanza che almeno da due decenni diamo all'educazione dei nostri figli.

Se volete sapere meglio come la penso, andate in una libreria presso le Edizioni San Paolo e troverete il libro. Vi auguro buona lettura!
  • Don Antonio Mazzi
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fa del quotidiano il luogo dei miracoli...

Messaggio da paolamaria55 » sab nov 12, 2005 11:33 pm

A proposito del "genitore perfetto" leggo queste due frasi di Don Mazzi: "il silenzio partorisce eroi, il chiasso marionette" e la seconda: "fa del quotidiano il luogo dei miracoli". Due frasi incredibili che si adattano a ciascuno di noi, genitore e non. Quanto chiasso ci circonda e quanto ne produciamo noi stessi, che viviamo frastornati, schiacciati da ritmi assurdi, coinvolti in logiche di lavoro competitive, che premiano l'ipocrisia e la "forza" dell'egoismo, del narcisismo, dell' "asso piglia tutto". E anche in casa, tra la tv che solletica inutili bisogni e i tg che propongono quotidianamente, cinicamente, la visione apocalittica di un'umanità che non ha davvero nulla di umano. Quanto frastuono, quanta confusione, com'è difficile non smarrirsi e rimanere saldi, com'è difficile non rimanere intrappolati e conservare il sorriso e la speranza.
E l'altra frase: "Fa del quotidiano il luogo dei miracoli". Cosa abbiamo infatti noi, se non il nostro quotidiano? E quanto ce ne lamentiamo se è opaco, grigio, intessuto di un tran tran prevedibile e scialbo. Eppure è vero, e io me lo dimentico per prima, che il solo svegliarsi, il solo sentirsi vivi e avere accanto le persone che amiamo è un miracolo. E' un miracolo incontrare una voce amica, riuscire a pregare con il cuore, mettersi davanti al cibo come davanti ad un dono che non è concesso a tutti. Svegliarsi di notte e sapere che nel silenzio della casa c'è tanta vita: tuo marito o tua moglie accanto a te, il figlio o i figli che riposano innocenti ad un passo, le piante che hai curato e che anch'esse sprigionano vita, il gatto o il cane che dormono accucciati lì vicino. Mettersi a tavola insieme nel giorno di festa è un miracolo e amarsi reciprocamente e perdonarsi pur conoscendo ciascuno i difetti dell'altro è un miracolo. Sapere di non essere soli è un miracolo. Avere qualcuno accanto che ci ama è un miracolo. Pregare per persone sconosciute e sentirle amiche è un miracolo. Provare il loro dolore è un miracolo. Condividere con gli altri un lampo di felicità è un miracolo.
E' un miracolo essere qui, adesso.

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Messaggio da miriam bolfissimo » gio dic 01, 2005 6:58 pm

Ventiquattro domande e ventiquattro risposte, da meditare e scrivere nel cuore, da oggi alla vigilia del Santo Natale...
Ventiquattro domande e ventiquattro risposte

Il giorno più bello? Oggi.

L’ostacolo più grande? La paura.

La cosa più facile? Sbagliarsi.

L’errore più grande? Rinunciare.

La radice di tutti i mali? L’egoismo.

La distrazione migliore? Il lavoro.

La sconfitta peggiore? Lo scoraggiamento.

I migliori professionisti? I bambini.

Il primo bisogno? Comunicare.

La felicità più grande? Essere utili agli altri.

Il mistero più grande? La morte.

Il difetto peggiore? Il malumore.

La persona più pericolosa? Quella che mente.

Il sentimento più brutto? Il rancore.

Il regalo più bello? Il perdono.

Quello indispensabile? La famiglia.

La rotta migliore? La via giusta.

La sensazione più piacevole? La pace interiore.

L’accoglienza migliore? Il sorriso.

La miglior medicina? L’ottimismo.

La soddisfazione più grande? Il dovere compiuto.

La forza più grande? La fede.

Le persone più necessarie? I sacerdoti.

La cosa più bella del mondo? L’amore.
    • Madre Teresa di Calcutta, dal volume Madre Teresa. Ricordo e messaggio
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Messaggio da sonietta2006 » sab dic 03, 2005 8:02 am

complimenti per le tue belle citazioni :lol:

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Messaggio da miriam bolfissimo » mar dic 13, 2005 3:20 pm

I simboli biblici del presepe

II Natale, e in particolare la sua tradizionale rappresentazione nel presepe, ci appaiono spesso in una luce dolce, ma infantile. Come se il fatto che al centro vi sia un neonato, generasse un messaggio a sua volta a misura d'infanzia.

Un primo errore è proprio di pensare che questo significhi qualcosa di non grande, non profondo, qualcosa cui si presta orecchio, ma per compiacenza, indulgendo in modo passeggero in atteggiamenti non pienamente adulti. L'infanzia è invece una cosa serissima ed è abissalmente lontana dall'infantilismo.

Ce lo ha insegnato, dopo Gesù di Nazareth, Teresa di Lisieux, dottore della Chiesa; ce lo ripete, in tutt'altri termini, la lezione della psicologia. Diventare spiritualmente come un bambino significa crescere fino a conquistare, in modo consapevole, una semplicità e trasparenza radicale; un atteggiamento di umile libertà da se stessi; la freschezza di chi può sempre ricominciare, sperare, sognare, giocare la sua vita, con gioia e radicalità. In altro senso, far vivere e ascoltare il bambino che è in noi è indispensabile per restare fisicamente e psichicamente vivi. Diventare adulti significa portare la nostra infanzia alla sua età adulta. Non significa negarla. Purtroppo spesso si equivoca e si cerca l'imitazione dell'infanzia con dolciastri strati di infantilismi.

I primi capitoli di Luca, detti "il Vangelo dell'infanzia", vengono spesso equivocati proprio perché non li si riconosce come racconti tramite i quali si vuole annunciare sempre il medesimo Evangelo. E ancor più si fraintende l'iconografia tradizionale del Natale. Fondamentalmente, per due principali ragioni: perché non si è esercitati a leggere le rappresentazioni religiose come espressioni simboliche e perché non si conosce abbastanza la Bibbia.

La scenetta del presepe, ad esempio, perde l'aspetto di pia leggenda e di idillio campestre per svelarsi come messaggio di profondissima contemplazione e teologia, se si decodificano i simboli di cui è intessuta, che si rifanno alla narrazione evangelica e ad altri testi biblici.

Cominciamo con gli elementi apparentemente più marginali e leggendari: l'asino e il bue. Leggiamo in Isaia 1,3: «II bue conosce il proprietario e l'asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende». Le immagini ci "dicono" lo stesso messaggio di Giovanni 1,11: «Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto», che Luca (2,7) esprime narrando che «non c'era posto per loro nell'albergo».
Ma l'asino e il bue rivestono anche altri significati. L'asino, dalle lunghe orecchie, rappresenta l'ascolto che si deve prestare alla Parola; il bue, per le corna di cui è dotato e che sono simbolo di forza, potere e maestà, rappresenta la potenza divina nascosta nella piccolezza di un inerme neonato. L'asino fa pensare anche al puledro, figlio di asina, che Gesù, impersonando il mite re profetizzato da Isaia e Zaccaria, cavalcherà per fare il suo ingresso messianico a Gerusalemme (Matteo 21 ; Giovanni 12); il bue può qui significare anche la sostituzione degli antichi sacrifici di animali con l'offerta di se stesso da parte di Cristo, venuto per fare la volontà di Dio (Salmo 40,7-9; Ebrei 10,5-7).

Pensiamo ora al senso del nome del luogo. Il toponimo Beth-lehem significa in ebraico: casa del pane. Lo divenne veramente, a Natale. Gesù, Verbo di Dio, posto nella mangiatoia, nel luogo del cibo, è qui presentato come il nostro vero pane: giacché noi viviamo di ogni parola che esce dalla bocca di Dio; e si prefigura al tempo stesso il corpo eucaristico del Signore, che ci nutre di se stesso. Il corpo di Gesù bambino, avvolto in fasce, coricato nella mangiatoia è anche prefigurazione del suo corpo morto di crocifisso: portato, prima, dal legno e poi deposto, avvolto in bende, nel sepolcro.

Nella scena, poi, della visita e adorazione dei Magi, che viene integrata nel presepe e che è propria di Matteo, (Matteo 2,1 I), la figura reale e storica di Maria assume anche la funzione di simbolo della Chiesa: la Chiesa è colei che può presentare alle genti il Signore, può farlo nascere nelle anime; solo entrando nella Chiesa, in senso spirituale e proprio, si può "vedere" e riconoscere Gesù come Signore.

Spesso vi è un certo timore dinanzi all'invito a leggere simbolicamente le narrazioni e rappresentazioni religiose. Come se questo significasse volerne negare la storicità e verità.

È vero il contrario. Anche solo questo esempio dovrebbe illuminarci e incoraggiarci in tal senso. Scoprire la pregnanza simbolica dei racconti biblici, significa scoprirne il senso profondo e vitale, poterne cogliere il significato in se stesso e per noi, accoglierli per quel che sono: buona notizia di salvezza.
  • Maria Cristina Bartolomei
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Messaggio da miriam bolfissimo » mar dic 20, 2005 9:30 pm

La notte è avanzata … il giorno è vicino!

Nei giorni scorsi mi ha colpito il ripetersi di un'espressione della liturgia dell'Avvento che suona così: «La notte è avanzata, il giorno è vicino».

Sono parole di san Paolo alla comunità cristiana di Roma, che bene descrivono quel che accade a partire dal solstizio d'inverno, in prossimità del Natale: le notti si accorciano e i giorni si allungano. Fino ad un certo punto, però, la notte avanza, sembra che le tenebre vincano sulla luce, ed il freddo non fa che acuire la sensazione di buio.

Eppure, è l'avanzare della notte a convincerci che il giorno è vicino. Non si tratta di una percezione solo, per così dire, cosmologica, ma di un'intuizione esistenziale. Essa è innata dentro ciascuno di noi, come se il Creatore abbia voluto lasciare in dote alla nostra anima un'impronta di speranza.

Se è vero che il Natale è lo stupefacente avverarsi di un avvenimento impensabile, cioè che l'Altissimo si è fatto vicinissimo, che Dio si è fatto uomo ed è venuto ad abitare la nostra storia - le nostre storie -, allora dobbiamo affermare che il Natale non è soltanto una ricorrenza annuale che fa memoria della nascita storica di Cristo a Betlemme; non è soltanto la prefigurazione dell'incontro con Cristo che tutti ci aspetta al sorgere del giorno senza tramonto che segnerà la fine della storia; ma è anche - ed è questa una dimensione poco considerata - la preziosa informazione scritta nel nostro DNA spirituale all'inizio della storia, tale da segnarne il destino.

La notizia del Natale è l’ «alfa» che guida misteriosamente la nostra vita.

Il Dio incarnato è la vicenda divina che permette con la sua luce ad ogni nostra vicenda umana di ergersi oltre l'inevitabile tenebra che ci assale.

La notte che avanza - e ciascuno metta qui le sue fatiche, i suoi dolori, le sue preoccupazioni, le malattie, i lutti, le angosce, i sensi di vuoto, la sfiducia, le delusioni, lo scacco del male - contiene l'informazione del giorno ormai vicino - e ciascuno abbia il coraggio di inserire qui i suoi desideri, le aspettative per sé e i propri figli, la sensazione di pienezza, l'amore di cui si sente capace e l'affetto di cui vorrebbe essere riempito, la pace, la serenità, la gioia.

Tutto ciò è possibile, solo perché la storia è abitata da Dio.

E lo è a partire da un'umile mangiatoia, così da non correre il rischio che qualche luogo umano possa essere esente da quella divina Presenza.

Ecco perché san Paolo può aggiungere: «Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce».

Le tenebre producono «opere» che devono essere abbandonate, mentre la luce fornisce «armi» con cui combattere.

È, questo, un progetto che dura tutta la vita.

Un cammino mai concluso.

Una battaglia sempre aperta.

Ma, ancora una volta, aleggia sul campo l'inguaribile speranza, che non può essere generata dalla storia - quella cronaca che la televisione riversa nelle case con un tronfio proclama di neutralità: «mostriamo i fatti nudi e crudi», dice - ma che deve avere come origine un alcunché di innato, posto all'inizio dell'esistenza di ciascuno di noi da una mano amica.

Innato, eppure nato.

Fuori dal tempo, ma venuto dentro il tempo.

Per dirla con il linguaggio della filosofia: un sommamente trascendente, che ha deciso di farsi scandalosamente immanente!

Per accorgerci di tale Fatto - in queste provvidenziali giornate della Novena di Natale - mettiamo a tacere l'affanno e lasciamo che la notte avanzi.

Non dobbiamo e non possiamo fermarla, ma sappiamo che il giorno già la incalza da vicino.

Sembra paradossale, eppure il giorno altro non è che il Dono della notte.
  • don Agostino Clerici, direttore responsabile de Il Settimanale della diocesi di Como
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Messaggio da miriam bolfissimo » mar gen 03, 2006 8:31 pm

1° GENNAIO 2006, XXXIX Giornata Mondiale della Pace

Messaggio di Sua Santità Benedetto XVI: Nella verità, la Pace



1. Con il tradizionale Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, all'inizio del nuovo anno, desidero far giungere un affettuoso augurio a tutti gli uomini e a tutte le donne del mondo, particolarmente a coloro che soffrono a causa della violenza e dei conflitti armati. È un augurio carico di speranza per un mondo più sereno, dove cresca il numero di quanti, individualmente o comunitariamente, si impegnano a percorrere le strade della giustizia e della pace.

2. Vorrei subito rendere un sincero tributo di gratitudine ai miei Predecessori, i grandi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, illuminati operatori di pace. Animati dallo spirito delle Beatitudini, essi hanno saputo leggere nei numerosi eventi storici, che hanno segnato i loro rispettivi Pontificati, il provvidenziale intervento di Dio, mai dimentico delle sorti del genere umano. A più riprese, quali infaticabili messaggeri del Vangelo, essi hanno invitato ogni persona a ripartire da Dio per poter promuovere una pacifica convivenza in tutte le regioni della terra. Nella scia di questo nobilissimo insegnamento si colloca il mio primo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace: con esso desidero ancora una volta confermare la ferma volontà della Santa Sede di continuare a servire la causa della pace.
Il nome stesso di Benedetto, che ho scelto il giorno dell'elezione alla Cattedra di Pietro, sta ad indicare il mio convinto impegno in favore della pace. Ho inteso, infatti, riferirmi sia al Santo Patrono d'Europa, ispiratore di una civilizzazione pacificatrice nell'intero Continente, sia al Papa Benedetto XV, che condannò la Prima Guerra Mondiale come « inutile strage » (1) e si adoperò perché da tutti venissero riconosciute le superiori ragioni della pace.

3. Il tema di riflessione di quest'anno — « Nella verità, la pace » — esprime la convinzione che, dove e quando l'uomo si lascia illuminare dallo splendore della verità, intraprende quasi naturalmente il cammino della pace. La Costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio Ecumenico Vaticano II, chiusosi 40 anni or sono, afferma che l'umanità non riuscirà a « costruire un mondo veramente più umano per tutti gli uomini su tutta la terra, se gli uomini non si volgeranno con animo rinnovato alla verità della pace ».(2) Ma quali significati intende richiamare l'espressione « verità della pace »? Per rispondere in modo adeguato a tale interrogativo, occorre tener ben presente che la pace non può essere ridotta a semplice assenza di conflitti armati, ma va compresa come « il frutto dell'ordine impresso nella società umana dal suo divino Fondatore », un ordine « che deve essere attuato dagli uomini assetati di una giustizia sempre più perfetta ».(3) Quale risultato di un ordine disegnato e voluto dall'amore di Dio, la pace possiede una sua intrinseca e invincibile verità e corrisponde « ad un anelito e ad una speranza che vivono in noi indistruttibili ».(4)

4. Delineata in questo modo, la pace si configura come dono celeste e grazia divina, che richiede, a tutti i livelli, l'esercizio della responsabilità più grande, quella di conformare — nella verità, nella giustizia, nella libertà e nell'amore — la storia umana all'ordine divino. Quando viene a mancare l'adesione all'ordine trascendente delle cose, come pure il rispetto di quella « grammatica » del dialogo che è la legge morale universale, scritta nel cuore dell'uomo,(5) quando viene ostacolato e impedito lo sviluppo integrale della persona e la tutela dei suoi diritti fondamentali, quando tanti popoli sono costretti a subire ingiustizie e disuguaglianze intollerabili, come si può sperare nella realizzazione del bene della pace? Vengono infatti meno quegli elementi essenziali che danno forma alla verità di tale bene. Sant'Agostino ha descritto la pace come « tranquillitas ordinis »,(6) la tranquillità dell'ordine, vale a dire quella situazione che permette, in definitiva, di rispettare e realizzare appieno la verità dell'uomo.

5. E allora, chi e che cosa può impedire la realizzazione della pace? A questo proposito, la Sacra Scrittura mette in evidenza nel suo primo Libro, la Genesi, la menzogna, pronunciata all'inizio della storia dall'essere dalla lingua biforcuta, qualificato dall'evangelista Giovanni come « padre della menzogna » (Gv 8,44). La menzogna è pure uno dei peccati che ricorda la Bibbia nell'ultimo capitolo del suo ultimo Libro, l'Apocalisse, per segnalare l'esclusione dalla Gerusalemme celeste dei menzogneri: « Fuori... chiunque ama e pratica la menzogna! » (22,15). Alla menzogna è legato il dramma del peccato con le sue conseguenze perverse, che hanno causato e continuano a causare effetti devastanti nella vita degli individui e delle nazioni. Basti pensare a quanto è successo nel secolo scorso, quando aberranti sistemi ideologici e politici hanno mistificato in modo programmato la verità ed hanno condotto allo sfruttamento ed alla soppressione di un numero impressionante di uomini e di donne, sterminando addirittura intere famiglie e comunità. Come non restare seriamente preoccupati, dopo tali esperienze, di fronte alle menzogne del nostro tempo, che fanno da cornice a minacciosi scenari di morte in non poche regioni del mondo? L'autentica ricerca della pace deve partire dalla consapevolezza che il problema della verità e della menzogna riguarda ogni uomo e ogni donna, e risulta essere decisivo per un futuro pacifico del nostro pianeta.

6. La pace è anelito insopprimibile presente nel cuore di ogni persona, al di là delle specifiche identità culturali. Proprio per questo ciascuno deve sentirsi impegnato al servizio di un bene tanto prezioso, lavorando perché non si insinui nessuna forma di falsità ad inquinare i rapporti. Tutti gli uomini appartengono ad un'unica e medesima famiglia. L'esaltazione esasperata delle proprie differenze contrasta con questa verità di fondo. Occorre ricuperare la consapevolezza di essere accomunati da uno stesso destino, in ultima istanza trascendente, per poter valorizzare al meglio le proprie differenze storiche e culturali, senza contrapporsi ma coordinandosi con gli appartenenti alle altre culture. Sono queste semplici verità a rendere possibile la pace; esse diventano facilmente comprensibili ascoltando il proprio cuore con purezza di intenzioni. La pace appare allora in modo nuovo: non come semplice assenza di guerra, ma come convivenza dei singoli cittadini in una società governata dalla giustizia, nella quale si realizza in quanto possibile il bene anche per ognuno di loro. La verità della pace chiama tutti a coltivare relazioni feconde e sincere, stimola a ricercare ed a percorrere le strade del perdono e della riconciliazione, ad essere trasparenti nelle trattazioni e fedeli alla parola data. In particolare, il discepolo di Cristo, che si sente insidiato dal male e per questo bisognoso dell'intervento liberante del Maestro divino, a Lui si rivolge con fiducia ben sapendo che « Egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca » (1 Pt 2,22; cfr Is 53,9). Gesù infatti si è definito la Verità in persona e, parlando in visione al veggente dell'Apocalisse, ha dichiarato totale avversione per « chiunque ama e pratica la menzogna » (22,15). È Lui a svelare la piena verità dell'uomo e della storia. Con la forza della sua grazia è possibile essere nella verità e vivere di verità, perché solo Lui è totalmente sincero e fedele. Gesù è la verità che ci dà la pace.

7. La verità della pace deve valere e far valere il suo benefico riverbero di luce anche quando ci si trovi nella tragica situazione della guerra. I Padri del Concilio Ecumenico Vaticano II, nella Costituzione pastorale Gaudium et spes, sottolineano che non diventa « tutto lecito tra le parti in conflitto quando la guerra è ormai disgraziatamente scoppiata ».(7) La Comunità Internazionale si è dotata di un diritto internazionale umanitario per limitare al massimo, soprattutto per le popolazioni civili, le conseguenze devastanti della guerra. In molteplici circostanze e in diverse modalità, la Santa Sede ha espresso il suo sostegno a tale diritto umanitario, incoraggiandone il rispetto e la pronta attuazione, convinta che esiste, anche nella guerra, la verità della pace. Il diritto internazionale umanitario è da annoverare tra le espressioni più felici ed efficaci delle esigenze che promanano dalla verità della pace. Proprio per questo il rispetto di tale diritto si impone come un dovere per tutti i popoli. Ne va apprezzato il valore ed occorre garantirne la corretta applicazione, aggiornandolo con norme puntuali, capaci di fronteggiare i mutevoli scenari degli odierni conflitti armati, nonché l'utilizzo di sempre nuovi e più sofisticati armamenti.

8. Il mio grato pensiero va alle Organizzazioni Internazionali e a quanti con diuturno sforzo operano per l'applicazione del diritto internazionale umanitario. Come potrei qui dimenticare i tanti soldati impegnati in delicate operazioni di composizione dei conflitti e di ripristino delle condizioni necessarie alla realizzazione della pace? Anche ad essi desidero ricordare le parole del Concilio Vaticano II: « Coloro che, al servizio della patria, sono reclutati nell'esercito, si considerino anch'essi ministri della sicurezza e della libertà dei popoli. Se adempiono rettamente a questo dovere, concorrono anch'essi veramente a stabilire la pace ».(8 ) Su tale esigente fronte si colloca l'azione pastorale degli Ordinariati militari della Chiesa Cattolica: tanto agli Ordinari militari quanto ai cappellani militari va il mio incoraggiamento a mantenersi, in ogni situazione e ambiente, fedeli evangelizzatori della verità della pace.

9. Al giorno d'oggi, la verità della pace continua ad essere compromessa e negata, in modo drammatico, dal terrorismo che, con le sue minacce ed i suoi atti criminali, è in grado di tenere il mondo in stato di ansia e di insicurezza. I miei Predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II sono intervenuti più volte per denunciare la tremenda responsabilità dei terroristi e per condannare l'insensatezza dei loro disegni di morte. Tali disegni, infatti, risultano ispirati da un nichilismo tragico e sconvolgente, che il Papa Giovanni Paolo II descriveva con queste parole: « Chi uccide con atti terroristici coltiva sentimenti di disprezzo verso l'umanità, manifestando disperazione nei confronti della vita e del futuro: tutto, in questa prospettiva, può essere odiato e distrutto ».(9) Non solo il nichilismo, ma anche il fanatismo religioso, oggi spesso denominato fondamentalismo, può ispirare e alimentare propositi e gesti terroristici. Intuendo fin dall'inizio il dirompente pericolo che il fondamentalismo fanatico rappresenta, Giovanni Paolo II lo stigmatizzò duramente, mettendo in guardia dalla pretesa di imporre con la violenza, anziché di proporre alla libera accettazione degli altri la propria convinzione circa la verità. Scriveva: « Pretendere di imporre ad altri con la violenza quella che si ritiene essere la verità, significa violare la dignità dell'essere umano e, in definitiva, fare oltraggio a Dio, di cui egli è immagine ».(10)

10. A ben vedere, il nichilismo e il fondamentalismo fanatico si rapportano in modo errato alla verità: i nichilisti negano l'esistenza di qualsiasi verità, i fondamentalisti accampano la pretesa di poterla imporre con la forza. Pur avendo origini differenti e pur essendo manifestazioni che si inscrivono in contesti culturali diversi, il nichilismo e il fondamentalismo si trovano accomunati da un pericoloso disprezzo per l'uomo e per la sua vita e, in ultima analisi, per Dio stesso. Infatti, alla base di tale comune tragico esito sta, in definitiva, lo stravolgimento della piena verità di Dio: il nichilismo ne nega l'esistenza e la provvidente presenza nella storia; il fondamentalismo ne sfigura il volto amorevole e misericordioso, sostituendo a Lui idoli fatti a propria immagine. Nell'analizzare le cause del fenomeno contemporaneo del terrorismo è auspicabile che, oltre alle ragioni di carattere politico e sociale, si tengano presenti anche le più profonde motivazioni culturali, religiose ed ideologiche.

11. Dinanzi ai rischi che l'umanità vive in questa nostra epoca, è compito di tutti i cattolici intensificare, in ogni parte del mondo, l'annuncio e la testimonianza del « Vangelo della pace », proclamando che il riconoscimento della piena verità di Dio è condizione previa e indispensabile per il consolidamento della verità della pace. Dio è Amore che salva, Padre amorevole che desidera vedere i suoi figli riconoscersi tra loro come fratelli, responsabilmente protesi a mettere i differenti talenti a servizio del bene comune della famiglia umana. Dio è inesauribile sorgente della speranza che dà senso alla vita personale e collettiva. Dio, solo Dio, rende efficace ogni opera di bene e di pace. La storia ha ampiamente dimostrato che fare guerra a Dio per estirparlo dal cuore degli uomini porta l'umanità, impaurita e impoverita, verso scelte che non hanno futuro. Ciò deve spronare i credenti in Cristo a farsi testimoni convincenti del Dio che è inseparabilmente verità e amore, mettendosi al servizio della pace, in un'ampia collaborazione ecumenica e con le altre religioni, come pure con tutti gli uomini di buona volontà.

12. Guardando all'attuale contesto mondiale, possiamo registrare con piacere alcuni promettenti segnali nel cammino della costruzione della pace. Penso, ad esempio, al calo numerico dei conflitti armati. Si tratta di passi certamente ancora assai timidi sul sentiero della pace, ma già in grado di prospettare un futuro di maggiore serenità, in particolare per le popolazioni martoriate della Palestina, la Terra di Gesù, e per gli abitanti di talune regioni dell'Africa e dell'Asia, che da anni attendono il positivo concludersi degli avviati percorsi di pacificazione e di riconciliazione. Sono segnali consolanti, che chiedono di essere confermati e consolidati attraverso una concorde ed infaticabile azione, soprattutto da parte della Comunità Internazionale e dei suoi Organi, preposti a prevenire i conflitti e a dare soluzione pacifica a quelli in atto.

13. Tutto ciò non deve indurre però ad un ingenuo ottimismo. Non si può infatti dimenticare che, purtroppo, proseguono ancora sanguinosi conflitti fratricidi e guerre devastanti che seminano in vaste zone della terra lacrime e morte. Ci sono situazioni in cui il conflitto, che cova come fuoco sotto la cenere, può nuovamente divampare causando distruzioni di imprevedibile vastità. Le autorità che, invece di porre in atto quanto è in loro potere per promuovere efficacemente la pace, fomentano nei cittadini sentimenti di ostilità verso altre nazioni, si caricano di una gravissima responsabilità: mettono a repentaglio, in regioni particolarmente a rischio, i delicati equilibri raggiunti a prezzo di faticosi negoziati, contribuendo a rendere così più insicuro e nebuloso il futuro dell'umanità. Che dire poi dei governi che contano sulle armi nucleari per garantire la sicurezza dei loro Paesi? Insieme ad innumerevoli persone di buona volontà, si può affermare che tale prospettiva, oltre che essere funesta, è del tutto fallace. In una guerra nucleare non vi sarebbero, infatti, dei vincitori, ma solo delle vittime. La verità della pace richiede che tutti — sia i governi che in modo dichiarato o occulto possiedono armi nucleari, sia quelli che intendono procurarsele —, invertano congiuntamente la rotta con scelte chiare e ferme, orientandosi verso un progressivo e concordato disarmo nucleare. Le risorse in tal modo risparmiate potranno essere impiegate in progetti di sviluppo a vantaggio di tutti gli abitanti e, in primo luogo, dei più poveri.

14. A questo proposito, non si possono non registrare con rammarico i dati di un aumento preoccupante delle spese militari e del sempre prospero commercio delle armi, mentre ristagna nella palude di una quasi generale indifferenza il processo politico e giuridico messo in atto dalla Comunità Internazionale per rinsaldare il cammino del disarmo. Quale avvenire di pace sarà mai possibile, se si continua a investire nella produzione di armi e nella ricerca applicata a svilupparne di nuove? L'auspicio che sale dal profondo del cuore è che la Comunità Internazionale sappia ritrovare il coraggio e la saggezza di rilanciare in maniera convinta e congiunta il disarmo, dando concreta applicazione al diritto alla pace, che è di ogni uomo e di ogni popolo. Impegnandosi a salvaguardare il bene della pace, i vari Organismi della Comunità Internazionale potranno ritrovare quell'autorevolezza che è indispensabile per rendere credibili ed incisive le loro iniziative.

15. I primi a trarre vantaggio da una decisa scelta per il disarmo saranno i Paesi poveri, che reclamano giustamente, dopo tante promesse, l'attuazione concreta del diritto allo sviluppo. Un tale diritto è stato solennemente riaffermato anche nella recente Assemblea Generale dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, che ha celebrato quest'anno il 60o anniversario della sua fondazione. La Chiesa cattolica, nel confermare la propria fiducia in questa Organizzazione internazionale, ne auspica un rinnovamento istituzionale ed operativo che la metta in grado di rispondere alle mutate esigenze dell'epoca odierna, segnata dal vasto fenomeno della globalizzazione. L'Organizzazione delle Nazioni Unite deve divenire uno strumento sempre più efficiente nel promuovere nel mondo i valori della giustizia, della solidarietà e della pace. Da parte sua la Chiesa, fedele alla missione ricevuta dal suo Fondatore, non si stanca di proclamare dappertutto il « Vangelo della pace ». Animata com'è dalla salda consapevolezza di rendere un indispensabile servizio a quanti si dedicano a promuovere la pace, essa ricorda a tutti che, per essere autentica e duratura, la pace deve essere costruita sulla roccia della verità di Dio e della verità dell'uomo. Solo questa verità può sensibilizzare gli animi alla giustizia, aprirli all'amore e alla solidarietà, incoraggiare tutti ad operare per un'umanità realmente libera e solidale. Sì, solo sulla verità di Dio e dell'uomo poggiano le fondamenta di un'autentica pace.

16. A conclusione di questo messaggio, vorrei ora rivolgermi particolarmente ai credenti in Cristo, per rinnovare loro l'invito a farsi attenti e disponibili discepoli del Signore. Ascoltando il Vangelo, cari fratelli e sorelle, impariamo a fondare la pace sulla verità di un'esistenza quotidiana ispirata al comandamento dell'amore. È necessario che ogni comunità si impegni in un'intensa e capillare opera di educazione e di testimonianza che faccia crescere in ciascuno la consapevolezza dell'urgenza di scoprire sempre più a fondo la verità della pace. Chiedo al tempo stesso che si intensifichi la preghiera, perché la pace è anzitutto dono di Dio da implorare incessantemente. Grazie all'aiuto divino, risulterà di certo più convincente e illuminante l'annuncio e la testimonianza della verità della pace. Volgiamo con fiducia e filiale abbandono lo sguardo verso Maria, la Madre del Principe della Pace. All'inizio di questo nuovo anno Le chiediamo di aiutare l'intero Popolo di Dio ad essere in ogni situazione operatore di pace, lasciandosi illuminare dalla Verità che rende liberi (cfr Gv 8,32). Per sua intercessione possa l'umanità crescere nell'apprezzamento di questo fondamentale bene ed impegnarsi a consolidarne la presenza nel mondo, per consegnare un avvenire più sereno e più sicuro alle generazioni che verranno.

Dal Vaticano, 8 Dicembre 2005.



Note:
(1) Appello ai Capi dei popoli belligeranti (1o agosto 1917): AAS 9 (1917) 423.
(2) N. 77.
(3) Ibid. 78.
(4) Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2004, 9.
(5) Cfr Giovanni Paolo II, Discorso alla 50a Assemblea Generale delle Nazioni Unite (ottobre 1995), 3.
(6) De civitate Dei, XIX, 13.
(7) N. 79.
(8 ) Ibid.
(9) Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2002, 6.
(10) Ibid.
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Messaggio da miriam bolfissimo » mar gen 17, 2006 10:47 am

Eravamo quattro amici in attesa del Messia...

Quel giorno segnò una svolta nella vita del nostro gruppo. Proprio così! Eravamo un gruppo di amici di vari villaggi della Galilea, alcuni legati anche da parentela; ma non era questo il motivo del nostro ritrovarci: eravamo invece appassionati ad approfondire quell'attesa del Messia che era comune ad Israele, in quel tempo.

Molti del nostro popolo erano più intenti a fare affari, a trovare occasioni di commercio con i romani, a lamentarsi che non si poteva più andare avanti, piuttosto che ad attendere la venuta del Salvatore promesso da secoli.

La gente devota, invece, religiosa a volte fino al fanatismo, parlava sempre di questo personaggio un po' misterioso che doveva venire: dicevano che il Messia avrebbe detto questo e quest'altro, avrebbe fatto così e cosà... Insomma, la sapevano lunga in materia.

Noi ci trovavamo poco anche con questi e ancor meno con chi stava organizzandosi per la rivolta armata contro Roma, dicendo che era l'impero la fonte di tutti i nostri guai. Ma anche quando eravamo un regno autonomo, le cose non andavano certo per il verso giusto e già il profeta Isaia lamentava la situazione di tanta povera gente.

Leggendo le Scritture ci garbavano poco anche i discorsi della gente impegnata religiosamente: per loro tutto si risolveva nel vivere con la coscienza in pace, facendo buone opere e recitando i salmi tre volte al giorno.

Tutto giusto, noi dicevamo, ma al povero Giobbe tutto questo non era bastato per essere felice!

Nel nostro gruppo c'era qualcuno che l'aveva combinata grossa: Josef, per esempio, stufo della moglie, sì era fatto una storia con la donna dì un altro. Per fortuna eravamo in Galilea: a Gerusalemme l'avrebbero lapidato senza tanti complimenti! Eppure volevamo bene anche a lui. E anche per lui desideravamo un po' di questa benedetta felicità che tutti inseguono.

Così ci domandavamo: ma questo Messia la felicità la porterà o no? E la porterà a chi?

Anche un certo Giacomo e suo fratello erano tra questi: loro avvertivano tutta la loro impotenza dinanzi al malcostume dilagante, alla tratta di prostitute dalla Mesopotamia, alla corruzione per cui in Israele non ottenevi nulla se non "ungevi le ruote". Loro due erano giudici in Israele, ma la gente o si faceva giustizia da sola o trovava il modo di non arrivare nemmeno in tribunale. E loro due piangevano di questa situazione e si disperavano perché dicevano «non c'è più morale in Israele!».

Simone lo zelota era un altro dei nostri: aveva scelto la lotta armata, in un primo tempo, ma poi ne aveva visti gli orrori ed era diventato un attivista della non violenza.

Insomma, un gruppo molto eterogeneo, ma anche depresso, in certi giorni!

Eppure tra noi la ricerca della felicità non era stata buttata a mare.

Ma quel giorno segnò una svolta nella nostra vita! Eppure era un giorno come tanti altri, quando, finito il nostro lavoro in riva al lago, ce ne andammo a sentire uno dei tanti rabbi che giravano per la Galilea. Ma lui sembrava aspettarci proprio quel giorno.

Eravamo seduti sulla collina sopra Kefar Naum, un bel gruppo di gente, uomini e donne, e già questa ci sembrava una stranezza! Che ci faceva tanta gente? E quelle donne? E addirittura quella prostituta del villaggio di Migdal, che ben conoscevamo avendo cercato anche con lei un'ora di felicità?

Quando fummo seduti in silenzio, il rabbi di Nazareth cominciò a guardare i nostri volti con calma, uno per uno, quasi accarezzandoli con lo sguardo. «Così voi vi interrogate sulla felicità», esordì finalmente!

Diavolo d'un uomo, pensai, ci ha ascoltati di sicuro mentre discutevamo prima! «Già, la felicità.,.», riprese, per poi interrompersi di nuovo e continuare a scrutare i nostri visi...

«Ebbene, felici siete voi!». «Noi? Ma ci prendi in giro, dannato falegname? Non lo vedi che siamo povera gente, delusi nella nostra ricerca?».

«Sì, proprio voi! Ma non avete mai ascoltato e cantato i salmi? Non cominciano forse così: "Beato l'uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti?"».

«Senti, queste preghiere le conosciamo anche meglio di te», saltò su uno dei nostri, interrompendolo. «Belle filastrocche da sinagoga: vanno bene per i bambini. Noi siamo uomini fatti e ne vediamo di tutti i colori. E anche Dio si è dimenticato di noi. Come potremmo essere felici? Tu sarai anche un taumaturgo... dicono che risani la gente... tanto di cappello, ma la felicità è un'altra cosa. O parli della felicità del mondo a venire, se mai il Messia si ricorderà di venire?».
    • «No, amici, felici siete voi, proprio perché ormai siete svuotati di tutto e non avete più nulla da esibire per sbatterlo in faccia ai fratelli sentendovi superiori;
      beati voi, perché oggi piangete non essendovi ancora rassegnati alle schifezze che combinano i potenti e gli sfacciati; beati voi, perché avete capito che chi di spada ferisce, dì spada perisce e preferite la vìa del dialogo e della mitezza;
      beati voi, perché nel vostro gruppo avete accolto con discrezione anche quell'adultero di Josef stroncato da tutti;
      beati voi perché non riempite il tempo con vuoti spettacoli e continuate, come potete, la vostra ricerca;
      perché vi siete tolti le maschere e avete il coraggio di essere amici gratuitamente.

      Sì, felici voi perché accogliete ancora la vita come un dono e ringraziate Dio per un buon pesce alla brace, come quello che mangiavate stamani in riva al lago:
      le vostre risate genuine mi hanno dato la forza di iniziare la mia giornata, dopo una dura notte di lotta con il nemico».

      «Sì, felici voi», continuò, «perché state già assaggiando la vera morte, che è la durezza del cuore, la divisione, la superficialità di chi vegeta, i compromesso di chi vuoi restare sempre a galla, il sottile tentativo di usare Dio per i propri scopi:
      voi patite le conseguenze di un mondo che si è allontanato dalla Parola di Dio e vi rendete conto che ben poco potete fare con le vostre forze.

      Ebbene io vi dico: Felici voi, perché il Padre mio ha messo mano all'aratro e arerà il mondo senza voltarsi indietro.
      Egli ha dichiarato guerra alla morte e al suo strumento di dominio, la paura.
      E le sue armi sono proprio la mitezza, la piccolezza, la povertà, l'umiltà, la compassione di chi è capace di rendersi solidale con 'uomo, qualunque esso sia.
      Contro queste armi, chi ha inventato la morte non può nulla!
      Beati dunque voi, perché se siete già con un piede nella tomba, proprio lì incontrerete la potenza del Padre, la sua capacità di liberare dalle mani del "faraone", antico avversario che si ripresenta sotto maschere sempre nuove».
Riprese: «lo, amici, sono con voi e sperimento ciò che voi sperimentate: vi assicuro, nella sconfìtta è nascosta una possibilità di vittoria, nella morte sì nasconde la vita nuova.

Credete questo, e la vostra croce - strumento maledetto! -diventerà il luogo dove assaporare l'alba della vita.

Sì, la via della felicità che il Padre ci offre è ben strana: sono io il primo a provare una sorta di rifiuto dinanzi a questo piano misterioso!

Eppure il mìo cuore non mente e la mia carne comincia a esultare, quando mi abbandono a questo misterioso piano di salvezza, quando do fiducia all'impulso dello Spirito del Padre che mi spinge ad accogliere il nemico, per vincerlo con la tenerezza...

Non è fuggendo in paradisi costruiti da mano d'uomo, che la nostra vita troverà consolazione!

Il paradiso è riaperto dalla mano misericordiosa del Padre e tutti possono cominciare a entrarvi, fin da ora, se osano l'avventura della fiducia in Dio, della speranza nelle Sue promesse, dell'amore fraterno a costo dì rimetterci tutto, anche la vita».

Noi eravamo un po' storditi, un po' rapiti, un po' preoccupati, e anche un po' felici, come se qualcosa di nuovo fosse spuntato in noi.

Il maestro aveva finito di parlare: qualcuno si awicinò a lui, qualcuno se ne andò indignato, sbraitando, la maggior parte riprese la via verso casa in silenzio e così anche noi.

Mentre camminavamo, però, qualcuno cominciò a canticchiare una delle canzoni del nostro popolo, il salmo 103, se ricordo bene, e pian piano altre voci si unirono.

Avevano iniziato proprio quelli che più avrebbero avuto motivi per lamentarsi della loro situazione!

Da allora cerchiamo anche noi di passare per la "porta stretta", vedendo che immette in una larga e fiorita pianura.
  • Paolo Bizzeti, gesuita e biblista
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Messaggio da miriam bolfissimo » ven gen 27, 2006 3:54 pm

La Memoria...

La memoria diventa il luogo necessario del discernimento, in cui il passato, anche se amaro, diventa nutrimento per il futuro; discernimento che solo può far rinascere la speranza anche dal conflitto; discernimento ancor più cogente in un tempo come il nostro in cui si assiste all'incepparsi stesso della trasmissione - non solo di valori, ma degli eventi che tali valori hanno suscitato - alla puerile pretesa dell'autogenerazione, all'enfasi posta sull'oggi o su un futuro concepito solo come un ossessivo protrarsi dell'attimo presente.

Ci si scorda delle radici, si rimuove il travaglio del passato, l'oscuro lavorio di generazioni o il tragico annientamento di popoli e così ci si priva del fondamentale strumento per discernere ciò che dell'oggi merita di avere un futuro o cosa invece vada categoricamente bandito.

La memoria infatti non è la meccanica riesumazione di un evento passato che in esso ci rinchiude: al contrario, quando facciamo memoria noi richiamiamo l'evento accaduto ieri, lo invochiamo nel suo permanere oggi, lo sentiamo portatore di senso per il domani.

Purificare la memoria significa allora che il ricordare avviene nella logica del possibile perdono e della possibile riconciliazione: ricordare in modo purificato non significa ricordare "contro" i successori, gli eredi di quanti hanno commesso delitti, bensì ricordare in tutta verità il male compiuto per riconciliarsi oggi.

È questa la condizione per non ripetere nuovamente il male: non consentire che esso alimenti l'odio e l'inimicizia, ma rileggerlo come fratelli riconciliati che insieme si impegnano a rigettarlo dal proprio agire.

Solo così la memoria apre al futuro e nel contempo attesta una fedeltà a degli eventi e a una verità, a un intrecciarsi di vicende che assume lo spessore di "storia": fare memoria allora è operare un discernimento sul già avvenuto per alimentare l'attesa del non ancora realizzato.

Solo una memoria risanata compie la trasfigurazione dell'evento, non per negarne o travisarne la dimensione concreta, ma per cogliere, rileggere, scegliere e interpretare il passato affinchè non scompaia nell'abisso dell'oblio e non spalanchi così il baratro del non senso davanti a noi.

È il cammino, estremamente doloroso ma al contempo liberatorio, intrapreso per esempio nel Sudafrica del post-apartheid con la Commissione per la verità e la riconciliazione: ricordare non per gettare sale su ferite ancora aperte, non per accrescere lo strazio dei sopravvissuti, ma per impedire che con la vittima scompaia anche la sua memoria, il ricordo della sua dignità umana.

«Continuare a esistere come ebrei è diventato il mio 614° precetto - affermava il filosofo Emil Ludwig Fackenheim - per non dare a Hitler una vittoria postuma».

Sì, il dovere di ricordare è un debito che tutti noi abbiamo verso le vittime della storia, non solo per evitare che gli stessi orrori si ripetano, ma anche per non rendere vana, vuota, mai esistita la loro vita, i loro affetti, le loro speranze.

E in questo spazio di speranza memore del conflitto che possiamo cogliere in tutta la sua valenza profetica l'apello che Giovanni Paolo II ebbe l'audacia di rivolgere al mondo intero nel messaggio per la Giornata mondiale della pace del 2002: in esso il Papa andava oltre il principio «opera della giustizia è la pace», non limitandosi a ribadire che quando la giustizia è violata e ferita deve essere ristabilita, ma affermando che nella giustizia da cui dipende la pace, nella giustizia che è fondamento della pace, è necessario inscrivere il principio del "perdono".

Arrivare a proporre una "cultura del perdono" che generi una «politica del perdono... espressa in atteggiamenti sociali e istituti giuridici» significa cogliere in profondità l'esigenza che il diritto - penale, civile, giudiziario - tenga conto dell'istanza del perdono e lo inserisca come esigenza accanto a quella della giustizia.

Prospettiva utopica, dirà qualcuno, ma se non si passa attraverso questo cammino di "conversione", come si può pensare che da un conflitto sanguinoso possa rinascere la speranza?
  • Enzo Bianchi, priore Comunità di Bose
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Messaggio da miriam bolfissimo » mer feb 08, 2006 11:40 am

Diritto al cuore

Dal 3 febbraio fino al 6 marzo inviando un Sms al numero 48587 aiuterai Emergency a costruire un ospedale cardiochirurgico gratuito in Africa. Un messaggio che arriverà diritto al cuore.

Il Sudan e i nove paesi confinanti, Eritrea, Etiopia, Kenya, Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centro Africana, Ciad, Libia, Egitto: un'area grande tre volte l'Europa, dove i bisogni sanitari sono drammatici e le risposte scarse e inadeguate.

Per gli oltre 300 milioni di abitanti di questa immensa regione dell'Africa non esiste un ospedale cardiochirurgico gratuito e di elevata qualità: Emergency lo sta realizzando.

Si chiamerà "Salam", in arabo "pace", perché, attraverso la condivisione dei più avanzati risultati della scienza medica, lì si contribuirà a rendere concreta "l'eguaglianza in dignità e diritti" di ciascun essere umano.

Il Centro di cardiochirurgia di Khartoum nasce per dare una risposta alle migliaia di persone affette da patologie cardiache – in particolare malformazioni congenite e patologie valvolari originate da febbri reumatiche - che non avrebbero altre possibilità di essere operate gratuitamente da un'equipe altamente specializzata.

Si potrà sostenere il progetto del Centro di cardiochirurgia "Salam" con donazioni tramite conto corrente postale e bancario, con carta di credito online dal sito e con l'invio di un Sms al 48587 del valore di 1 euro (Iva esclusa) da tutti i telefonini personali Tim, Vodafone, Wind e 3, ma anche dai telefoni di rete fissa Telecom Italia abilitati o chiamando il numero 48587 (per il valore di 2 euro).

Sul sito della campagna "diritto al cuore" all'indirizzo www.emergency.it potrai recuperare maggiori dettagli e materiale informativo sul Centro Salam e sulla campagna di raccolta fondi.

Sono attivi altri due nuovi conti correnti dedicati alla raccolta fondi per il progetto del Centro Salam:
  • Conto corrente bancario intestato a
    Emergency Centro cardiochirurgia - Sudan
    presso Banca Etica - filiale di Milano
    n° 513040
    ABI 05018 - CAB 01600 - CIN P

    Conto corrente postale intestato a Emergency - diritto al cuore
    n°14514244
Dal 1994, anno della fondazione, a oggi, Emergency è cresciuta nella convinzione che solo ospedali rispettosi della persona umana e dei suoi diritti siano in grado di assolvere in pieno il proprio compito: quello di essere luoghi davvero "ospitali" dove si praticano rapporti umani basati sulla solidarietà e sul rispetto reciproco.

Di fronte alla guerra, ci è sembrato sensato non limitarci all'assistenza chirurgica ai feriti, ma proporre la pratica dei diritti in campo sanitario. Nel nostro lavoro, vorremmo vedere realizzato il diritto ad essere curato per chi è ferito e per chi è ammalato: sentiamo come nostro dovere quello di fornire assistenza sanitaria di alto livello e gratuita. Perché i diritti non solo non hanno prezzo, ma non si possono pagare: i diritti sono dovuti, per questo devono essere gratuiti. E uguali per tutti.

Non vogliamo una sanità per i ricchi del nord del mondo - evoluta, sofisticata, tecnologica - e una sanità di scarto per i poveri, per i Paesi più disperati dove raramente si vive fino a quarant'anni, e dove si possono curare - a volte - solo diarree e polmoniti.

Ecco perché abbiamo disegnato un grande progetto, un centro di chirurgia cardiaca a Khartoum, in Sudan. Un Centro di eccellenza, di altissima tecnologia, dove si possa eseguire tutta la cardiochirurgia per bambini e per adulti. Un centro gratuito a disposizione anche dei Paesi confinanti, dove i pazienti verranno diagnosticati in appositi ambulatori e trasferiti a Khartoum per l'intervento chirurgico.

Un progetto complesso e difficile, ma anche un cammino stimolante, perché contiene semi di pace: mostrare che riconosciamo ai cittadini di quei Paesi gli stessi diritti che pretendiamo per noi stessi, che vogliamo condividere i benefici della scienza medica, che non riserviamo loro solo una "medicina" di seconda scelta.

Un progetto dove il ritrovarsi tra pazienti e sanitari di etnie e culture diverse possa essere un segnale di collaborazione e di solidarietà. Per questo il Centro di Cardiochirurgia di Khartoum si chiama Salam, che vuol dire pace.
    • Gino Strada
__________________________



Cari amici, grazie!

Eravamo (anzi, no, lo confesso: sto parlando in prima persona) un po' perplessi nel proporvi la Campagna "diritto al cuore". A me, in quanto presidente di Emergency, era stata presentata la necessità di costruire e gestire un ospedale cardiochirurgico in Africa, e io avevo trovato la proposta "scandalosa".

In Africa, dove i bambini muoiono di dissenteria, di malaria, di morbillo, un Centro cardiochirurgico di alto livello?

Con l'ambulatorio pediatrico nel campo profughi intorno a Khartoum stiamo rispondendo anche a questi bisogni. Ma, se da noi nasce un bambino con una cardiopatia congenita, o sua madre o suo padre rischiano di morire per malattie cardiache, diamo per scontato che abbiano diritto a un ospedale in cui essere curati. Perché in Africa questa pretesa dovrebbe essere eccessiva?

Voi, cari amici, avete capito più velocemente di me il valore aggiunto di questo progetto: i diritti fondamentali o sono di tutti, o sono i privilegi nostri, dei paesi ricchi. Il meglio della medicina e della chirurgia deve essere a disposizione di tutti.

Non siamo ancora in grado di darvi i risultati di questa prima settimana di campagna di raccolta fondi attraverso gli SMS al 48587, né attraverso le donazioni su ccp o bonifico bancario. Ciò di cui vi sto ringraziando è l'affetto e la fantasia con cui la Campagna "diritto al cuore" è stata accolta.

Grazie a quanti hanno chiesto agli amici di fare il "passa parola", aggiungendo "comincio ogni giornata con questo messaggino, e mi sento di fare la mia parte".

Grazie ai gestori di siti che ci hanno ospitato, ai giornalisti che ci hanno dato visibilità, con simpatia.

Grazie alle amministrazioni comunali e alle Aziende trasporti pubblici che hanno concesso le affissioni gratuite, agli artisti che alla fine degli spettacoli chiedono di fare il rito collettivo di riaccendere i cellulari per mandare un SMS.

Non sarà con 1 euro ciascuno che raggiungeremo il risultato dei 20 milioni necessari alla costruzione, equipaggiamento e gestione per un anno degli interventi di cardiochirurgia, ma l'affetto e la condivisione dimostrati da questi gesti ci motivano a continuare.

Grazie ai meravigliosi volontari di Emergency che passano il loro tempo libero dal lavoro a fare banchetti nelle piazze e nei centri commerciali per spiegare meglio il progetto del Centro di cardiochirurgia "Salam".

Ringraziando, a caso, so bene di tralasciare molti altri sostenitori, appassionati e fantasiosi. Me ne scuso, ma sono certa che capiranno.

Non posso fare a meno di ringraziare la coppia di genitori che mi ha convinto ad accettare con entusiasmo il progetto: all'ottavo mese di una gravidanza molto attesa e desiderata hanno saputo che la loro bimba era affetta da grave patologia cardiaca. Mi hanno detto "noi abbiamo addirittura potuto scegliere il miglior centro in cui farla operare, subito dopo la nascita. Per fortuna è capitato a noi. In Africa, il dolore dei genitori sarebbe stato senza rimedio". Ora la piccola Elena sta bene e sarà, con discrezione, la nostra mascotte.

Grazie a tutti.
    • Teresa Sarti Strada
__________________________



Ci hanno fatto sapere da Milano che sono tanti gli sms inviati a sostegno del Centro Salam di Cardiochirurgia, che molti giornalisti hanno raccolto l'invito a parlare di questo progetto, che le migliaia di appassionati volontari di Emergency in tutta Italia si sono attivati scatenando la fantasia.

Sapere che il nostro lavoro a Khartoum è condiviso e sostenuto da tante persone ci fa sentire un po' meno lontani e soprattutto ci da' la carica quotidiana per affrontare le mille difficoltà di questo cantiere.

Tra due settimane potremo "metter mano" anche alla struttura dell'ultimo edificio, il blocco operatorio. I muri delle corsie sono quasi ultimati. Bisognerà poi lavorare sugli impianti, fase estremamente delicata, e poi le finiture e la viabilità interna, il sistema di irrigazione e ovviamente i giardini.

Insomma tanto lavoro ancora da fare, ma abbiamo fiducia che il risultato non vi deluderà. Che non deluda, soprattutto, gli abitanti del Sudan e dei paesi confinanti che qui dovranno trovare assistenza cardiochirurgia di alto livello e soprattutto gratuita: una rivoluzione finalmente pacifica per questa parte del mondo.

È già in corso nel Centro Pediatrico del campo profughi di Mayo, dove oltre 1500 bambini sono stati curati nei primi due mesi di attività. La clinica è l'unica struttura sanitaria gratuita a disposizione degli oltre 300.000 sfollati che vivono da ormai due decenni, con dignitosa disperazione, in una polverosa miseria ai margini di Khartoum.

Tra i bimbi visitati ce ne sono già 5 con problemi cardiaci: saranno tra i primi operati nel Centro Salam, grazie ai molti che stanno trasformando un sogno in edifici, impianti, apparecchiature, attività e speranze. Shukran! Grazie.
    • Caterina, Pietro, Giancarlo, Giuseppe, Jean Paul, Luca, Paolo, Raul, Roberto, Sara, Rossella, Alessandro
Ultima modifica di miriam bolfissimo il mar feb 28, 2006 3:19 pm, modificato 1 volta in totale.
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Messaggio da miriam bolfissimo » sab feb 18, 2006 11:29 am

Il mio inno d'amore per un fratello "speciale"

Sono una quattordicenne di Brescia e vi scrivo per raccontarvi la mia bellissima esperienza che fin da piccola mi ha aiutata a crescere con sentimenti forti e profondi.

Ho un fratellino e una sorella e due genitori che ci amano e ci hanno cresciuto con valori che ci hanno formato e che cerchiamo di trasmettere a quelli che ci stanno vicino. Mio fratello ha vent'anni. È rimasto celebroleso a causa di un parto difficile nel quale è mancata l'assistenza del ginecologo. Per l'asfissia di mio fratello rischiò di morire anche mia madre. Nonostante la nostra fede in Dio, non abbiamo mai perdonato quel medico che ci ha lasciato una piccola creatura sofferente che, a detta dei medici, non sarebbe vissuta più di quattro anni.

Davide (è questo il suo nome) è cresciuto circondato dal nostro amore e adesso come adesso non conosco al mondo un ragazzo più indispensabile di lui! Sarà sempre il ragazzo più importante della mia vita che, oltre ai miei genitori, mi ha trasmesso quei sentimenti che caratterizzano il mio stile di vita.

In questi quattordici anni io e Davide siamo sempre stati in simbiosi perfetta: un equilibrio che col tempo si è radicato fino a diventare qualcosa di indistruttibile.

Mi ha sempre insegnato ad amare e a donare la mia vita agli altri.

Lui l'ha data a tutti noi, ha dato il suo amore, la sua serenità e anche il suo corpicino debole che, nonostante la malattia l'abbia deformato e irrigidito, è di una dolcezza unica.

Fra lui e me il dialogo è continuo. È il dialogo più bello, più ricco, più gratificante che esista; non ci sono parole ma soltanto amore!

Quando ero piccola giocavo con lui, ridevo con lui, ma non capivo ancora chi fosse e che cosa mi donasse.

Oltretutto non ha mai parlato e non si è mai mosso. Io ero piccola e per la sua immobilità era la mia bambola preferita.

Ora invece sono cresciuta: amo con lui, rido ancora con lui, piango insieme a lui, soffro quando soffre lui e finalmente so chi è e che cosa continuamente ci dona.

È terribile vederlo soffrire, seguire il suo respiro affannoso che scuote violentemente il suo piccolo e fragile torace.

Ma il suo cuore, che oltre a farlo vivere l'ha fatto amare, è forte e anche quando cesserà di battere, il suo ritmo irregolare e debole continuerà in un'eco perfetto nella mia vita.

L'amore che Davide mi regala è qualcosa di irresistibile...

È splendido osservare quanta vitalità abbia il suo bellissimo viso e quanta dolcezza vi sia nel suo sguardo a volte debole, ma comunque sempre vicino a noi. I suoi occhi scuri e profondi sono ovunque, anche quando lui non c'è e il suo sguardo andrà oltre la morte.

Davide è il mio angelo, il nostro angelo, una piccola creatura mandata da Dio per portarci tanto conforto.

Ma è in queste poche parole di un amico che sta l'essenza di Davide: «Ogni giorno il suo sorriso sconfigge la morte. Un prezioso diamante custodito gelosamente nelle vostre mani. Un candido fiore del paradiso disceso per donare amore!».

E questo è ciò che Davide è per noi. Questa è la mia vita. Tanto felice e serena, qualche volta alternata a momenti difficili e tristi. Qualcosa di veramente vero: io amo la vita, amo Dio, amo l'amore!

La strada che devo percorrere è ancora molto lunga, ma vorrei augurare a tutti i ragazzi che sono alla ricerca di qualcosa di importante, di guardarsi continuamente intorno e di capire che l'amore è possibile trovarlo!

È molto vicino e basta cercarlo nelle cose più semplici: l'amore c'è e la vita stessa è amore.

Dio è amore, amore unico e inconfondibile, amore vero e continuo.

È compito nostro renderci portatori instancabili.

Basta guardare gli occhi tristi di una persona che soffre, un bambino che canta, un piccolo fiore che appare, il tramonto nel silenzio di una montagna... Tutto è amore, bisogna soltanto vederlo.

Buona fortuna a tutti!
    • Rivista Dimensioni Nuove, Elledici
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Riflettendo che ... nulla è xcaso

Messaggio da miriam bolfissimo » ven feb 24, 2006 11:01 am

Due minuti per la Vita
  • "[...] è urgente una grande preghiera per la vita,
    che attraversi il mondo intero.

    Con iniziative straordinarie e nella preghiera abituale,
    da ogni comunità cristiana, da ogni gruppo o associazione,
    da ogni famiglia e dal cuore di ogni credente,
    si elevi una supplica appassionata a Dio,
    Creatore e amante della vita."

(Giovanni Paolo II, Evangelium Vitae, n. 100)



Cari visitatori,
due minuti al giorno è il tempo che Vi invitiamo ad offrire nel per prendere parte alla grande iniziativa di preghiera per la vita che è iniziata il 7 ottobre 2005, in occasione della festa della Beata Vergine del Rosario.



Nella preghiera saranno ricordati:

§ i milioni di bambini coinvolti

§ le donne che hanno abortito, quelle che stanno decidendo e sono ancora in tempo per tornare indietro

§ i padri che hanno favorito o subito un aborto volontario o che attualmente si trovano accanto ad una donna che sta decidendo in merito

§ i medici abortisti



Le preghiere (v.sotto) da recitarsi ogni giorno, secondo queste intenzioni, sono:

§ Salve Regina

§ Preghiera finale dell'enciclica Evangelium Vitae di Giovanni Paolo II

§ Angelo di Dio

§ Eterno riposo



Il tempo richiesto è davvero minimo e nessuno può dire di non riuscire a trovarlo nella sua giornata.

Il progetto mira a trovare 150.000 persone che ogni giorno recitino questa preghiera. Il numero corrisponde a quello -l eggermente approssimato per eccesso - degli aborti accertati che ogni anno avvengono in Italia. Per raggiungere tale obiettivo abbiamo bisogno del tuo aiuto e della tua generosità nel coinvolgere quante più persone possibili, per coinvolgere tutti coloro cui sta a cuore la difesa della vita.

Unisciti quotidianemente alla preghiera e fai girare la voce presso tutti i tuoi amici!!!

Ma servirà davvero per difendere la vita?

Noi ne siamo sicuri e lo confermano le parole di Giovanni Paolo II (Evangelium Vitae, n.100):
  • "È certamente enorme la sproporzione che esiste tra i mezzi, numerosi e potenti,
    di cui sono dotate le forze operanti a sostegno della «cultura della morte»
    e quelli di cui dispongono i promotori di una «cultura della vita e dell'amore».
    Ma noi sappiamo di poter confidare sull'aiuto di Dio, al quale nulla è impossibile (cf. Mt 19, 26)."


Per richiedere ulteriori informazioni e comunicare la propria adesione:

scrivere a preghieraperlavita@gmail.com

oppure

telefonare o mandare un messaggio al numero +39.333.835.12.86

L’adesione deve avvenire indicando nome, cognome, località e provincia. Si considerano aderenti a due minuti per la vita solo coloro che abbiano comunicato i propri dati con una della modalità sopra indicate e si impegnino a recitare le preghiere ogni giorno. È possibile aderire e diventare promotori dell’iniziativa come associazioni, movimenti, gruppi parrocchiali…

I dati personali forniti in occasione dell’adesione saranno gestiti nel pieno rispetto del d.lgs. 196/2003, non saranno diffusi, né comunicati a terzi, né utilizzati per fini commerciali. Essi verranno conservati in un archivio, la cui consultazione è unicamente riservata agli organizzatori, e raggruppati in forma anonima a fini di computo. In qualunque momento potranno essere esercitati i diritti di cui all'art. 7 e si potrà chiedere la cancellazione o la rettifica dei dati forniti e dell'indirizzo di posta elettronica, direttamente a preghieraperlavita@gmail.com o al numero +39.333.835.12.86. Il mancato conferimento dei dati comporterà l’impossibilità ad aderire all’iniziativa.



Iniziativa di preghiera per la vita
  • Salve, Regina, madre di misericordia,
    vita, dolcezza e speranza nostra, salve.
    A te ricorriamo, esuli figli di Eva;
    a te sospiriamo, gementi e piangenti in questa valle di lacrime.
    Orsù dunque, avvocata nostra, rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi.
    E mostraci, dopo questo esilio, Gesù, il frutto benedetto del tuo seno.
    O clemente, o pia, o dolce Vergine Maria.

***
  • O Maria,
    aurora del mondo nuovo,
    Madre dei viventi,
    affidiamo a Te la causa della vita:
    guarda, o Madre, al numero sconfinato
    di bimbi cui viene impedito di nascere,
    di poveri cui è reso difficile vivere,
    di uomini e donne vittime di disumana violenza,
    di anziani e malati uccisi dall'indifferenza
    o da una presunta pietà.
    Fa' che quanti credono nel tuo Figlio
    sappiano annunciare con franchezza e amore
    agli uomini del nostro tempo
    il Vangelo della vita.
    Ottieni loro la grazia di accoglierlo
    come dono sempre nuovo,
    la gioia di celebrarlo con gratitudine
    in tutta la loro esistenza
    e il coraggio di testimoniarlo
    con tenacia operosa, per costruire,
    insieme con tutti gli uomini di buona volontà,
    la civiltà della verità e dell'amore
    a lode e gloria di Dio creatore e amante della vita.

Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Evangelium Vitae sul valore e l'inviolabilità della vita umana, n.105



***
  • Angeli di Dio, che siete i loro custodi,
    illuminate, custodite, reggete e governate loro
    che vi furono affidati dalla pietà celeste. Amen

***
  • L'eterno riposo dona loro, o Signore,
    e splenda ad essi la luce perpetua.
    Riposino in pace. Amen

Giovanni Paolo II, prega per noi
Maria, Regina della vita, prega per noi
Ultima modifica di miriam bolfissimo il ven feb 24, 2006 11:20 am, modificato 1 volta in totale.
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Messaggio da miriam bolfissimo » ven feb 24, 2006 11:14 am

Carissimi amici,
anche quest' anno a Milano si terrà un incontro nello spirito di Medjugorje,
una Giornata Internazionale di Preghiera guidata da Padre Jozo,
sul tema: "25 anni con Maria".

Chi di noi ha già partecipato negli anni scorsi sa che si tratta di un momento di forte preghiera e di avvicinamento alla Regina della Pace,
e ha avuto la gioia di portare a casa tante grazie che la nostra Mamma celeste aveva preparato per noi.

E' una giornata intensa, piena di preghiera, adorazione, catechesi e testimonianze.

L'incontro avverrà a Milano
domenica 2 APRILE 2006 dalle ore 9 alle ore 21
presso il "Mazdapalace" di via S. Elia 33 http://www.mazdapalace.it/doc/htm/milano/dove.htm

Vi comunichiamo questo invito con largo anticipo in modo da darvi tutto il tempo per organizzarvi, soprattutto se abitate in altre città.

Saranno presenti:

Padre Jozo Zovko che è testimone appassionato ed infaticabile del messaggio di conversione del Vangelo;

Ivanveggente di Medjugorje e Krizan Brekalo, appartenente al gruppo di preghiera di Ivan, che testimonieranno l'esperienza di questi lunghi anni e ci aiuteranno a capire nel profondo del nostro cuore la grandezza delle apparizioni.

La giornata si concluderà con la S. Messa, l'Adorazione e la Benedizione Eucaristica.

Potete comunicarci la vostra presenza, in modo da darci appuntamento tutti gli iscritti a Innamorati di Maria e Informazioni da Medjugorje al MazdaPalace, oppure scriveteci se siete a conoscenza di pullmann che partono dalla vostra città, o se riuscite ad organizzarne voi stessi: innamoratidimaria@inwind.it

Per chi è di Bologna:
Pullman da Bologna per andare al Mazda Palace. Gli interessati possono contattare Mina mirtomina@libero.it

Per chi è di Genova:
Pullman da Genova: contattare Sergio sergiocianci@tiscalinet.it

Per chi è di Napoli:
Per unirvi al gruppo che viene da Napoli potete contattare Barbara al 3383987686 badilor@inwind.it
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Messaggio da miriam bolfissimo » mar feb 28, 2006 4:06 pm

Messaggio di Sua Santità Benedetto XVI per la Quaresima 2006

“Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione” (Mt 9, 36)



Carissimi fratelli e sorelle!
La Quaresima è il tempo privilegiato del pellegrinaggio interiore verso Colui che è la fonte della misericordia. È un pellegrinaggio in cui Lui stesso ci accompagna attraverso il deserto della nostra povertà, sostenendoci nel cammino verso la gioia intensa della Pasqua. Anche nella “valle oscura” di cui parla il Salmista (Sal 23,4), mentre il tentatore ci suggerisce di disperarci o di riporre una speranza illusoria nell’opera delle nostre mani, Dio ci custodisce e ci sostiene. Sì, anche oggi il Signore ascolta il grido delle moltitudini affamate di gioia, di pace, di amore. Come in ogni epoca, esse si sentono abbandonate. Eppure, anche nella desolazione della miseria, della solitudine, della violenza e della fame, che colpiscono senza distinzione anziani, adulti e bambini, Dio non permette che il buio dell’orrore spadroneggi. Come infatti ha scritto il mio amato Predecessore Giovanni Paolo II, c’è un “limite divino imposto al male”, ed è la misericordia (Memoria e identità, 29 ss). È in questa prospettiva che ho voluto porre all’inizio di questo Messaggio l’annotazione evangelica secondo cui “Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione” (Mt 9,36). In questa luce vorrei soffermarmi a riflettere su di una questione molto dibattuta tra i nostri contemporanei: la questione dello sviluppo. Anche oggi lo “sguardo” commosso di Cristo non cessa di posarsi sugli uomini e sui popoli. Egli li guarda sapendo che il “progetto” divino ne prevede la chiamata alla salvezza. Gesù conosce le insidie che si oppongono a tale progetto e si commuove per le folle: decide di difenderle dai lupi anche a prezzo della sua vita. Con quello sguardo Gesù abbraccia i singoli e le moltitudini e tutti consegna al Padre, offrendo se stesso in sacrificio di espiazione.

Illuminata da questa verità pasquale, la Chiesa sa che, per promuovere un pieno sviluppo, è necessario che il nostro “sguardo” sull’uomo si misuri su quello di Cristo. Infatti, in nessun modo è possibile separare la risposta ai bisogni materiali e sociali degli uomini dal soddisfacimento delle profonde necessità del loro cuore. Questo si deve sottolineare tanto maggiormente in questa nostra epoca di grandi trasformazioni, nella quale percepiamo in maniera sempre più viva e urgente la nostra responsabilità verso i poveri del mondo. Già il mio venerato Predecessore, il Papa Paolo VI, identificava con precisione i guasti del sottosviluppo come una sottrazione di umanità. In questo senso nell’Enciclica Populorum progressio egli denunciava “le carenze materiali di coloro che sono privati del minimo vitale, e le carenze morali di coloro che sono mutilati dall’egoismo… le strutture oppressive, sia che provengano dagli abusi del possesso che da quelli del potere, sia dallo sfruttamento dei lavoratori che dall’ingiustizia delle transazioni” (n. 21). Come antidoto a tali mali Paolo VI suggeriva non soltanto “l’accresciuta considerazione della dignità degli altri, l’orientarsi verso lo spirito di povertà, la cooperazione al bene comune, la volontà di pace”, ma anche “il riconoscimento da parte dell’uomo dei valori supremi e di Dio, che ne è la sorgente e il termine” (ibid.). In questa linea il Papa non esitava a proporre “soprattutto la fede, dono di Dio accolto dalla buona volontà dell’uomo, e l’unità nella carità di Cristo” (ibid.). Dunque, lo “sguardo” di Cristo sulla folla, ci impone di affermare i veri contenuti di quell’«umanesimo plenario» che, ancora secondo Paolo VI, consiste nello “sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini” (ibid., n. 42). Per questo il primo contributo che la Chiesa offre allo sviluppo dell’uomo e dei popoli non si sostanzia in mezzi materiali o in soluzioni tecniche, ma nell’annuncio della verità di Cristo che educa le coscienze e insegna l’autentica dignità della persona e del lavoro, promuovendo la formazione di una cultura che risponda veramente a tutte le domande dell’uomo.

Dinanzi alle terribili sfide della povertà di tanta parte dell’umanità, l’indifferenza e la chiusura nel proprio egoismo si pongono in un contrasto intollerabile con lo “sguardo” di Cristo. Il digiuno e l’elemosina, che, insieme con la preghiera, la Chiesa propone in modo speciale nel periodo della Quaresima, sono occasione propizia per conformarci a quello “sguardo”. Gli esempi dei santi e le molte esperienze missionarie che caratterizzano la storia della Chiesa costituiscono indicazioni preziose sul modo migliore di sostenere lo sviluppo. Anche oggi, nel tempo della interdipendenza globale, si può constatare che nessun progetto economico, sociale o politico sostituisce quel dono di sé all’altro nel quale si esprime la carità. Chi opera secondo questa logica evangelica vive la fede come amicizia con il Dio incarnato e, come Lui, si fa carico dei bisogni materiali e spirituali del prossimo. Lo guarda come incommensurabile mistero, degno di infinita cura ed attenzione. Sa che chi non dà Dio dà troppo poco, come diceva la beata Teresa di Calcutta: “La prima povertà dei popoli è di non conoscere Cristo”. Perciò occorre far trovare Dio nel volto misericordioso di Cristo: senza questa prospettiva, una civiltà non si costruisce su basi solide.

Grazie a uomini e donne obbedienti allo Spirito Santo, nella Chiesa sono sorte molte opere di carità, volte a promuovere lo sviluppo: ospedali, università, scuole di formazione professionale, micro-imprese. Sono iniziative che, molto prima di altre espressioni della società civile, hanno dato prova della sincera preoccupazione per l’uomo da parte di persone mosse dal messaggio evangelico. Queste opere indicano una strada per guidare ancora oggi il mondo verso una globalizzazione che abbia al suo centro il vero bene dell’uomo e così conduca alla pace autentica. Con la stessa compassione di Gesù per le folle, la Chiesa sente anche oggi come proprio compito quello di chiedere a chi ha responsabilità politiche ed ha tra le mani le leve del potere economico e finanziario di promuovere uno sviluppo basato sul rispetto della dignità di ogni uomo. Un’importante verifica di questo sforzo sarà l’effettiva libertà religiosa, non intesa semplicemente come possibilità di annunciare e celebrare Cristo, ma anche di contribuire alla edificazione di un mondo animato dalla carità. In questo sforzo si iscrive pure l’effettiva considerazione del ruolo centrale che gli autentici valori religiosi svolgono nella vita dell’uomo, quale risposta ai suoi più profondi interrogativi e quale motivazione etica rispetto alle sue responsabilità personali e sociali. Sono questi i criteri in base ai quali i cristiani dovranno imparare anche a valutare con sapienza i programmi di chi li governa.

Non possiamo nasconderci che errori sono stati compiuti nel corso della storia da molti che si professavano discepoli di Gesù. Non di rado, di fronte all’incombenza di problemi gravi, essi hanno pensato che si dovesse prima migliorare la terra e poi pensare al cielo. La tentazione è stata di ritenere che dinanzi ad urgenze pressanti si dovesse in primo luogo provvedere a cambiare le strutture esterne. Questo ebbe per alcuni come conseguenza la trasformazione del cristianesimo in un moralismo, la sostituzione del credere con il fare. A ragione, perciò, il mio Predecessore di venerata memoria, Giovanni Paolo II, osservava: “La tentazione oggi è di ridurre il cristianesimo ad una sapienza meramente umana, quasi a una scienza del buon vivere. In un mondo fortemente secolarizzato è avvenuta una graduale secolarizzazione della salvezza, per cui ci si batte sì per l’uomo, ma per un uomo dimezzato. Noi invece sappiamo che Gesù è venuto a portare la salvezza integrale” (Enc. Redemptoris missio, 11).

È proprio a questa salvezza integrale che la Quaresima ci vuole condurre in vista della vittoria di Cristo su ogni male che opprime l’uomo. Nel volgerci al divino Maestro, nel convertirci a Lui, nello sperimentare la sua misericordia grazie al sacramento della Riconciliazione, scopriremo uno “sguardo” che ci scruta nel profondo e può rianimare le folle e ciascuno di noi. Esso restituisce la fiducia a quanti non si chiudono nello scetticismo, aprendo di fronte a loro la prospettiva dell’eternità beata. Già nella storia, dunque, il Signore, anche quando l’odio sembra dominare, non fa mai mancare la testimonianza luminosa del suo amore. A Maria, “di speranza fontana vivace” (Dante Alighieri, Paradiso, XXXIII, 12) affido il nostro cammino quaresimale, perché ci conduca al suo Figlio. A Lei affido in particolare le moltitudini che ancora oggi, provate dalla povertà, invocano aiuto, sostegno, comprensione. Con questi sentimenti a tutti imparto di cuore una speciale Benedizione Apostolica.
    • Dal Vaticano, 29 Settembre 2005
      BENEDICTUS PP. XVI
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » mer mar 08, 2006 6:50 pm

Un pezzo di legno e la nostra salvezza

Dopo la cacciata dal Paradiso Terrestre e la brutta storia di Caino e Abele, Adamo ed Eva ebbero un altro figlio che fu chiamato Set. Egli crebbe sano e giudizioso, ricompensando i genitori per il grande dolore subito a causa della terribile perdita dei primi due figli.

Una sera Adamo, che era diventato molto vecchio, si fermò a contemplare il tramonto e cominciò a pensare a quanto era stata lunga e dura la sua vita. Era stanco e solo Dio poteva accogliere i suoi sospiri e la sua preghiera. Così chiamò il figlio e gli disse: «Figlio mio, sono molto vecchio. Ho compiuto ciò che mi è stato chiesto. Ora vorrei che tu andassi là dove l'angelo custodisce il sacro albero della radice della vita: vuoi farlo per me?».

Set era un figlio premuroso e ubbidiente; rispose quindi al padre che sarebbe andato, purché gli insegnasse la strada da percorrere.

«Per prima cosa non dovrai scoraggiarti» rispose Adamo. «La strada sarà lunga e difficile, ma la riconoscerai perché non hai altro che da seguire a ritroso i passi compiuti da me e tua madre quando Dio ci allontanò da lui; e tanto fu il dolore nel percorrere quel sentiero, che mai più erba vi crebbe».

Poi, dopo un attimo di esitazione, Adamo proseguì: «Tu dirai all'angelo che il tuo vecchio padre non si è sottratto a nessuno dei compiti che gli sono stati assegnati, ma che ora è vecchio e troppo stanco per continuare a vivere; poi, molto rispettosamente, gli ricorderai la promessa della misericordia e lui capirà».

Set partì all'alba del giorno seguente e camminò talmente a lungo da consumare più di un paio di sandali, finché giunse proprio davanti all'immensa porta del Paradiso. Cominciò allora a bussare, prima sommessamente, poi sempre più insistentemente.

Finalmente un angelo gli aprì la porta e gli porse un granellino quasi invisibile, dicendo: «Ascoltami, ragazzo, quando giungerai a casa, racconta ogni cosa a tuo padre. Sappi che fra tre giorni lui riceverà la consolazione della morte e tu lo seppellirai posando nella sua tomba il seme che ti ho consegnato. Ricorderai?». «Certamente!» rispose Set e riprese la via di casa.

Giunto a casa, raccontò a suo padre ogni cosa, e Adamo, nell'udire che sarebbe morto di lì a tre giorni, pianse di sollievo: dopo tanto patire gli veniva concesso il riposo e inoltre Dio gli rinnovava la sua promessa di misericordia.

Trascorsi tre giorni, le parole dell'angelo si avverarono. Adamo morì e Set, seppellendolo, pose nella tomba del padre il semino ricevuto. In breve tempo su quel cumulo di terra nacque un'esile pianticella.


  • Il bastone di Mosé
Le stagioni ripresero il loro trascorrere, la storia dell'uomo scrisse molte e molte pagine da quel giorno e la natura rendeva sempre più grande e robusto l'albero che aveva messo radici nella tomba del vecchio Adamo.

Finché venne il tempo in cui Dio comandò a un uomo di nome Mosè di mettersi alla guida del popolo ebraico e di condurlo in salvo, organizzando quella che pareva una fuga impossibile dal paese d'Egitto.

Un giorno, una voce interiore guidò Mosè verso lo strano albero cresciuto ai piedi del monte Tabor. Mosè tagliò un ramo che gli servisse da bastone. Dal tronco reciso uscì un profumo incantevole ed egli comprese come quel legno possedesse nelle sue fibre una forza particolare.

Per la strada si imbatté in un povero pastore che piangeva perché la più bella delle sue capre stava morendo per il morso di un serpente velenoso. Mosè sfiorò la bestia agonizzante con il suo bastone e all'istante la capretta si alzò in piedi più vispa di prima.

Con quel bastone Mosè toccò le acque del mare che si aprirono davanti al popolo ebreo che fuggiva dall'Egitto, con quel bastone sfiorò la dura roccia del deserto facendo scaturire all'istante abbondanti fiotti d'acqua purissima.


  • La piscina di Siloe
Passarono secoli prima che un altro uomo fosse guidato dalla volontà divina fino ai piedi di quel monte. Il suo nome era Davide e regnava sul popolo degli ebrei dalla città di Gerusalemme.

L'albero era diventato grande e maestoso. Nella sua larga e fresca ombra Davide si fermò a riposare. Il contatto con quel tronco gli procurò un'emozione indescrivibile.

La sua intuizione fu presto confermata. Uno dei suoi scudieri, tormentato da una febbre mortale, si abbandonò contro il tronco dell'albero. Immediatamente la febbre lo lasciò. Stupefatto dalla potenza racchiusa nell'albero, il re lo fece tagliare e portare nella torre che si trovava a fianco della reggia.

Passarono trent'anni nel corso dei quali il re Davide cominciò a progettare la costruzione di un grande tempio dedicato a Dio che sarebbe sorto nella città di Gerusalemme e avrebbe rappresentato il cuore stesso del suo popolo.

Ma non era prevista per lui la realizzazione di questo sogno; altri lo avrebbero portato a compimento. Toccò in sorte al figlio di Davide, Salomone, proseguire, alla morte del padre, la costruzione del tempio, che occupò per lunghi anni uno stuolo di carpentieri, muratori, fabbri e falegnami. Quando però si trattò di recuperare dalla torre il legno che re Davide vi teneva custodito, per collocarlo finalmente nel tempio, sorsero non pochi problemi. Gli operai non riuscirono in alcun modo, malgrado numerosi tentativi, a rizzarlo là dove era previsto e allora Salomone, per non ritardare ulteriormente la fine della costruzione, diede ordine di usarlo come colonna della porta principale. Ben presto il tempio divenne il fulcro della vita cittadina e, durante le festività, anche punto di raccolta per l'intera regione.

Ma vennero i terribili nemici del Nord, Gerusalemme fu saccheggiata e il tempio distrutto e incendiato. Solo una colonna di legno si rifiutò ostinatamente di bruciare e i soldati, sbraitando, la scagliarono nell'acqua di una grande vasca chiamata di Siloe, dove venivano lavate le pelli degli animali sacrificati e gli infermi sciacquavano le loro ferite. Da quel momento un angelo inviato da Dio, con le grandi ali, cominciò a increspare la superficie rendendola pura come acqua sorgiva.

Ogni volta che l'angelo giungeva, un brivido percorreva l'aria e chi si trovava immerso nell'acqua vedeva le piaghe che lo affliggevano guarire miracolosamente, così come le altre infermità.

Ben presto la voce che raccontava di questi ripetuti prodigi circolò per tutta Gerusalemme, ma nessuno pensò al tronco che giaceva sul fondo della piscina. Pensarono che dava soltanto fastidio. Il legno fu tolto allora dalla vasca e messo in un ripostiglio delle guardie.


  • La terza Croce
Molti altri anni passarono sotto gli occhi indifferenti del tempo. Il re di Giudea era un certo Erode e non aveva più in sé la grandezza del passato. Il suo popolo non era libero ma sotto la dominazione dell'impero romano e il tempio di Gerusalemme era stato ricostruito.

Erano i giorni della Pasqua e la città viveva in uno stato di euforia e confusione. Un avvenimento in particolare eccitava gli animi perché si doveva procedere alla crocifissione di due ladroni e di un sovversivo che tutti chiamavano Gesù il Nazareno.

Tutta Gerusalemme si interrogava però sulla sorte di quest'uomo, perché non si capiva di cosa fosse realmente accusato e perché fosse così odiato dalle autorità e dai religiosi del tempio.

Molti lo amavano. Di lui si diceva fosse un profeta e persino che Dio stesso lo avesse mandato. In città si parlava dei suoi miracoli ma, malgrado tutto questo, la folla cominciò a chiedere la sua crocifissione.

In tutto quel caotico intreccio di sentimenti ed emozioni qualcuno si accorse che mancava una croce. I condannati sarebbero stati tre, ma le croci pronte erano solo due. La festa di Pasqua si avvicinava e non si poteva più attendere, bisognava fare in fretta.

«Prendete il legno del ripostiglio!» gridò a un tratto una guardia. «Non serve a niente».

Molti si affollarono intorno al legno, accalcandosi gli uni sugli altri per poterlo sollevare; poi, caricato sulle spalle dei più forti, lo portarono in gran fretta dal maestro falegname che avrebbe dovuto tagliarne una parte e fissarla orizzontalmente.

Quando il falegname toccò il tronco, si fermò perplesso: c'era qualcosa di particolare nelle sue fibre... una vibrazione... un profumo... non sapeva neppure lui che dire, sapeva solo che non avrebbe eseguito quel lavoro, quel legno nascondeva un incantesimo di cui lui aveva paura.

In città vi erano altri artigiani del legno e fra loro molti necessitavano di lavoro e soldi. Non fu quindi difficile trovarne un altro disposto a eseguire quel compito. Poi tutti si recarono alle prigioni per consegnare il loro trofeo. «Abbiamo la croce, abbiamo la croce!» gridavano.

Così l'albero venuto dal Paradiso, l'albero cresciuto sulla tomba di Adamo, l'albero della Vita iniziò il suo ultimo viaggio.

La croce era pesante.

Non c'è nulla di più pesante di una croce: è soltanto pena, è soltanto lacrime, è soltanto sofferenza.

Gesù barcollava, la croce lo schiacciava.

Era pesante sulle sue spalle ma più ancora nel suo cuore.

Fu inchiodato alla croce.

Con le braccia aperte come per dire: «Venite e guardate: Io sono con voi. Venite e prendete: Io sono l'Amore».

Così il vecchio legno tornò ad essere un albero con il suo frutto rosso appeso.

Finalmente l'albero del Paradiso poté portare il vero frutto della Vita: Gesù, il Figlio di Dio.

Dopo tanti secoli, la sua missione era compiuta.
  • Bruno Ferrero in Tante storie per parlare di Dio
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Messaggio da miriam bolfissimo » mar mar 28, 2006 11:31 am

Quando e da chi fu istituita la Quaresima?

Gli Apostoli combinavano la preghiera col digiuno.

Molti degli antichi Padri della Chiesa, in particolare S. Girolamo, Papa S. Leone Magno, S. Cirillo di Alessandria, e S. Isidoro di Siviglia, confermano che il tempo di Quaresima venne istituito dagli Apostoli stessi, fin dagli albori della Chiesa. Essi decretarono un digiuno universale per il sempre crescente gregge di Cristo, affinchè servisse come preparazione spirituale per la festa della Risurrezione dai morti di Nostro Signore. Gli Apostoli stabilirono che, dato che il numero quaranta (40) è un numero assai ricco di significato sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, questo solenne tempo penitenziale dovesse anch’esso consistere di 40 giorni.

Quando Iddio Onnipotente ripulì dapprima il mondo dal peccato per mezzo del Diluvio Universale ai giorni di Noè, piovve 40 giorni e 40 notti. Similmente, quando Mosè e gli Israeliti vagarono nel deserto in cammino verso la Terra Promessa, viaggiarono per 40 anni nella selvatica desolazione. Infine, abbiamo il perfetto esempio di Cristo stesso, che digiunò per 40 giorni nel deserto prima di accingersi alla Sua vita pubblica.

Il concetto di digiuno è assai esplicito negli insegnamenti di Nostro Signore. Nel Vangelo di S. Matteo, leggiamo che i discepoli di S. Giovanni Battista un giorno si avvicinarono a Gesù e gli chiesero:
  • “‘Perché noi ed i Farisei digiuniamo spesso, ma i tuoi discepoli non digiunano?’ E Gesù disse loro: ‘Possono gli amici dello sposo affliggersi, mentre lo sposo è con loro? Ma verranno i giorni, quando lo sposo sarà loro tolto, e allora essi digiuneranno ’” (Matt. 9:14-15).
Molti altri esempi tratti dalla Sacra Scrittura dimostrano il vantaggio spirituale che viene dal digiuno.

In una circostanza, durante la vita di Nostro Signore qui sulla terra, gli Apostoli si trovarono in una situazione molto imbarazzante. Essi cercavano di esorcizzare un posseduto, e non ci riuscivano. Quando Gesù fu giunto sulla scena, subito cacciò fuori il diavolo e più tardi disse agli Apostoli:
  • “Questo genere di demoni non si può scacciare se non con la preghiera e il digiuno” (Matt. 17:20).
Negli Atti degli Apostoli, troviamo che gli Apostoli combinavano la preghiera col digiuno come preparazione spirituale per l’ordinazione dei preti:
  • “Quando ebbero loro ordinato dei preti in ogni chiesa, ed ebbero pregato e digiunato, li raccomandarono al Signore, nel quale avevano creduto” (Atti 14:22).
  • “Mentre stavano ministrando al Signore, e digiunando, lo Spirito Santo disse loro: ‘Separatemi Saulo e Barnaba, per l’opera per la quale li ho scelti.’ Allora essi, digiunando e pregando, ed imposte le mani su di loro, li mandarono via” (Atti 13:2-3).
Nostra Santa Madre, la Chiesa Cattolica, prende seriamente le parole di Nostro Signore:
  • “Ma verranno i giorni, quando lo Sposo sarà loro tolto, e allora essi digiuneranno ” (Matt. 9:15).
Le leggi della Chiesa riguardo al digiuno ecclesiastico sono le seguenti: in giorno di digiuno, è permesso solo un pasto completo, con due pasti minori senza carni (colazioni), sufficienti per mantenersi in forze, ma le due piccole colazioni insieme non devono eguagliare un altro pasto completo. Queste leggi del digiuno obbligano sotto pena di peccato grave tutti coloro la cui età è compresa tra 21 e 59 anni, e che non sono legittimamente scusati. In questa legislazione, vediamo la grande prudenza della Chiesa Cattolica e come ben equilibrato sia ciò che si richiede ai fedeli. Quando gli anni della crescita fisica importante sono ordinariamente trascorsi, la Chiesa obbliga i suoi giovani adulti all’età di 21 anni a cominciare a digiunare, e quando gli adulti ordinariamente entrano nell’età della salute che declina, la Chiesa fa terminare quest’obbligo all’età di 60 anni. Coloro che sono legittimamente scusati dal digiuno, sono le persone malate o convalescenti che hanno salute delicata, le donne incinte o allattanti, e la gente che compie lavori pesanti che, a causa del digiuno, non sarebbe capace di esercitare la propria occupazione (agricoltori, mugnai, muratori, ecc.) posto che lavorino davvero per gran parte della giornata. Inoltre, professori, insegnanti, studenti, predicatori, confessori, medici, giudici, avvocati, ecc., sono scusati se il digiuno li ostacola nel loro lavoro.

Se sorgesse un qualsiasi dubbio relativo ad un caso particolare riguardo al digiuno, i fedeli possono comunque sempre far ricorso al loro confessore.

Lo scopo del digiuno è ottimamente riassunto da S. Tommaso d’Aquino:
  • “Si pratica il digiuno per un triplice scopo. In primo luogo, allo scopo di imbrigliare la concupiscenza della carne, come dice l’Apostolo: ‘Nelle angustie, nella prigionia, nelle sommosse, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni, vivendo nella castità, col sapere, con longanimità, con dolcezza, nello Spirito Santo, nella carità non finta’ (2 Cor. 6:5,6), poichè il digiuno è il guardiano della castità. Perchè, secondo S. Girolamo: ‘Venere è fredda quando Cerere e Bacco sono assenti.’ Il che vale a dire, la concupiscenza viene raffreddata dall’astinenza dalle carni e dal bere. In secondo luogo, dobbiamo far ricorso al digiuno affinchè la mente possa elevarsi più liberamente alla contemplazione delle cose celesti: così viene detto (Dan. 10) di Daniele che ricevette una rivelazione da Dio dopo un digiuno di tre settimane. In terzo luogo, allo scopo di soddisfare per i peccati: come è scritto (Gioele 2:12): ‘Convertitevi a Me con tutto il cuore, nel digiuno, e nel pianto e nell’afflizione.’ Lo stesso dichiara S. Agostino in un sermone (De Oratione et Jejunio): Il digiuno ripulisce l’anima, eleva la mente, assoggetta la carne allo spirito, rende il cuore contrito e umile, disperde le nubi della concupiscenza, spegne il fuoco del desiderio carnale, accende la luce della vera castità’” (Summa Teologica, Questione 147, Articolo 1).
Il secondo aspetto della Quaresima da considerare, è il male del peccato — sia il peccato originale che il peccato attuale. Si definisce peccato qualsiasi pensiero, parola, azione, desiderio, o omissione proibita dalla legge di Dio. Quando i nostri progenitori, Adamo ed Eva, peccarono, essi offesero gravemente Iddio Onnipotente. Perché sebbene il loro atto di mangiare del frutto proibito fosse un atto finito in se stesso, la loro offesa fu contro un Essere Infinito — Dio. Questa offesa, le conseguenze della quale furono l’ignoranza, la sofferenza, la morte ed una forte inclinazione al peccato, non solo privò loro ed i loro discendenti dei doni preternaturali, ma anche, e cosa più importante, privò Adamo ed Eva e la loro discendenza di quel dono più prezioso tra tutti i doni — la grazia santificante — mediante il quale l’uomo partecipa nella propria anima alla vita stessa di Dio. S. Paolo dice:
  • “A causa d’un uomo il peccato entrò nel mondo, e con il peccato la morte, e così la morte passò a tutti gli uomini, nel quale tutti hanno peccato” (Rom 5:12).
Quando l’uomo commette peccato, specialmente il peccato mortale, offende anche la Divina Maestà e infligge un danno spirituale alla sua anima (la morte spirituale in caso di peccato mortale). Fu proprio per soddisfare per i peccati del genere umano che Gesù Cristo sacrificò la Sua vita sulla Croce.

Se apprezzassimo veramente le sofferenze e la morte di Nostro Signore, avremmo bisogno di meditare seriamente sulla Passione. Uno dei modi per compierlo è di considerare la sacra immagine di Cristo Crocifisso quale si vede sulla Santa Sindone di Torino. Questo lenzuolo macchiato di sangue identifica con precisione le ferite inflitte a Nostro Signore secondo i Santi Vangeli.

Vi possiamo vedere a nostro vantaggio i segni delle molteplici piaghe lungo il Suo Sacro Corpo, le ferite causate dalle spine che circondarono la Sua Testa, i segni dei chiodi nelle Sue Mani e Piedi, e finalmente, l’ampia ferita nel Suo Sacro Costato.

La grande tragedia dei nostri tempi è che la maggioranza del genere umano vive come se non ci fosse Dio, non ci fossero i Comandamenti, né cose come il peccato. Ma non guardiamo alla maggioranza del genere umano — guardiamo a noi stessi. Quando avessimo la sventura di commettere un peccato, noi non potremmo addurre l’ignoranza. Nostro Signore non può dire di noi ciò che disse dei suoi uccisori:
  • “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno!” (Luca 23:34).
Nel cominciare la nostra solenne preparazione per la celebrazione della Risurrezione di Nostro Signore — la più grande festa dell’intero anno liturgico — uniamo alle nostre preghiere, meditazioni e letture spirituali, la piena penitenza del digiuno e dell’astinenza. Coloro che non sono obbligati a digiunare dovrebbero compiere qualche speciale sacrificio che mortifichi particolarmente la loro natura umana decaduta, che è così incline al peccato.

Finalmente, nel fare penitenza durante questo tempo di Quaresima, ricordiamoci delle parole di Nostro Signore ai discepoli:
  • “Quando digiunate, non fate i tristi come gli ipocriti. Che si imbruttiscono la faccia, affinchè possano mostrare agli uomini che essi digiunano. In verità vi dico, che hanno già ricevuto la loro ricompensa. Ma voi, quando digiunate, profumatevi il capo e lavatevi la faccia. In modo che non agli uomini appaia che digiunate, ma al Padre vostro che è nel segreto: e il vostro Padre, che vede nel segreto, vi ricompenserà” (Mt. 6:16-18 ).

      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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Messaggio da miriam bolfissimo » mar mar 28, 2006 11:33 am

Quando e da chi fu istituita la Quaresima?

Gli Apostoli combinavano la preghiera col digiuno.

Molti degli antichi Padri della Chiesa, in particolare S. Girolamo, Papa S. Leone Magno, S. Cirillo di Alessandria, e S. Isidoro di Siviglia, confermano che il tempo di Quaresima venne istituito dagli Apostoli stessi, fin dagli albori della Chiesa. Essi decretarono un digiuno universale per il sempre crescente gregge di Cristo, affinchè servisse come preparazione spirituale per la festa della Risurrezione dai morti di Nostro Signore. Gli Apostoli stabilirono che, dato che il numero quaranta (40) è un numero assai ricco di significato sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, questo solenne tempo penitenziale dovesse anch’esso consistere di 40 giorni.

Quando Iddio Onnipotente ripulì dapprima il mondo dal peccato per mezzo del Diluvio Universale ai giorni di Noè, piovve 40 giorni e 40 notti. Similmente, quando Mosè e gli Israeliti vagarono nel deserto in cammino verso la Terra Promessa, viaggiarono per 40 anni nella selvatica desolazione. Infine, abbiamo il perfetto esempio di Cristo stesso, che digiunò per 40 giorni nel deserto prima di accingersi alla Sua vita pubblica.

Il concetto di digiuno è assai esplicito negli insegnamenti di Nostro Signore. Nel Vangelo di S. Matteo, leggiamo che i discepoli di S. Giovanni Battista un giorno si avvicinarono a Gesù e gli chiesero:
  • “‘Perché noi ed i Farisei digiuniamo spesso, ma i tuoi discepoli non digiunano?’ E Gesù disse loro: ‘Possono gli amici dello sposo affliggersi, mentre lo sposo è con loro? Ma verranno i giorni, quando lo sposo sarà loro tolto, e allora essi digiuneranno ’” (Matt. 9:14-15).
Molti altri esempi tratti dalla Sacra Scrittura dimostrano il vantaggio spirituale che viene dal digiuno.

In una circostanza, durante la vita di Nostro Signore qui sulla terra, gli Apostoli si trovarono in una situazione molto imbarazzante. Essi cercavano di esorcizzare un posseduto, e non ci riuscivano. Quando Gesù fu giunto sulla scena, subito cacciò fuori il diavolo e più tardi disse agli Apostoli:
  • “Questo genere di demoni non si può scacciare se non con la preghiera e il digiuno” (Matt. 17:20).
Negli Atti degli Apostoli, troviamo che gli Apostoli combinavano la preghiera col digiuno come preparazione spirituale per l’ordinazione dei preti:
  • “Quando ebbero loro ordinato dei preti in ogni chiesa, ed ebbero pregato e digiunato, li raccomandarono al Signore, nel quale avevano creduto” (Atti 14:22).
  • “Mentre stavano ministrando al Signore, e digiunando, lo Spirito Santo disse loro: ‘Separatemi Saulo e Barnaba, per l’opera per la quale li ho scelti.’ Allora essi, digiunando e pregando, ed imposte le mani su di loro, li mandarono via” (Atti 13:2-3).
Nostra Santa Madre, la Chiesa Cattolica, prende seriamente le parole di Nostro Signore:
  • “Ma verranno i giorni, quando lo Sposo sarà loro tolto, e allora essi digiuneranno ” (Matt. 9:15).
Le leggi della Chiesa riguardo al digiuno ecclesiastico sono le seguenti: in giorno di digiuno, è permesso solo un pasto completo, con due pasti minori senza carni (colazioni), sufficienti per mantenersi in forze, ma le due piccole colazioni insieme non devono eguagliare un altro pasto completo. Queste leggi del digiuno obbligano sotto pena di peccato grave tutti coloro la cui età è compresa tra 21 e 59 anni, e che non sono legittimamente scusati. In questa legislazione, vediamo la grande prudenza della Chiesa Cattolica e come ben equilibrato sia ciò che si richiede ai fedeli. Quando gli anni della crescita fisica importante sono ordinariamente trascorsi, la Chiesa obbliga i suoi giovani adulti all’età di 21 anni a cominciare a digiunare, e quando gli adulti ordinariamente entrano nell’età della salute che declina, la Chiesa fa terminare quest’obbligo all’età di 60 anni. Coloro che sono legittimamente scusati dal digiuno, sono le persone malate o convalescenti che hanno salute delicata, le donne incinte o allattanti, e la gente che compie lavori pesanti che, a causa del digiuno, non sarebbe capace di esercitare la propria occupazione (agricoltori, mugnai, muratori, ecc.) posto che lavorino davvero per gran parte della giornata. Inoltre, professori, insegnanti, studenti, predicatori, confessori, medici, giudici, avvocati, ecc., sono scusati se il digiuno li ostacola nel loro lavoro.

Se sorgesse un qualsiasi dubbio relativo ad un caso particolare riguardo al digiuno, i fedeli possono comunque sempre far ricorso al loro confessore.

Lo scopo del digiuno è ottimamente riassunto da S. Tommaso d’Aquino:
  • “Si pratica il digiuno per un triplice scopo. In primo luogo, allo scopo di imbrigliare la concupiscenza della carne, come dice l’Apostolo: ‘Nelle angustie, nella prigionia, nelle sommosse, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni, vivendo nella castità, col sapere, con longanimità, con dolcezza, nello Spirito Santo, nella carità non finta’ (2 Cor. 6:5,6), poichè il digiuno è il guardiano della castità. Perchè, secondo S. Girolamo: ‘Venere è fredda quando Cerere e Bacco sono assenti.’ Il che vale a dire, la concupiscenza viene raffreddata dall’astinenza dalle carni e dal bere. In secondo luogo, dobbiamo far ricorso al digiuno affinchè la mente possa elevarsi più liberamente alla contemplazione delle cose celesti: così viene detto (Dan. 10) di Daniele che ricevette una rivelazione da Dio dopo un digiuno di tre settimane. In terzo luogo, allo scopo di soddisfare per i peccati: come è scritto (Gioele 2:12): ‘Convertitevi a Me con tutto il cuore, nel digiuno, e nel pianto e nell’afflizione.’ Lo stesso dichiara S. Agostino in un sermone (De Oratione et Jejunio): Il digiuno ripulisce l’anima, eleva la mente, assoggetta la carne allo spirito, rende il cuore contrito e umile, disperde le nubi della concupiscenza, spegne il fuoco del desiderio carnale, accende la luce della vera castità’” (Summa Teologica, Questione 147, Articolo 1).
Il secondo aspetto della Quaresima da considerare, è il male del peccato — sia il peccato originale che il peccato attuale. Si definisce peccato qualsiasi pensiero, parola, azione, desiderio, o omissione proibita dalla legge di Dio. Quando i nostri progenitori, Adamo ed Eva, peccarono, essi offesero gravemente Iddio Onnipotente. Perché sebbene il loro atto di mangiare del frutto proibito fosse un atto finito in se stesso, la loro offesa fu contro un Essere Infinito — Dio. Questa offesa, le conseguenze della quale furono l’ignoranza, la sofferenza, la morte ed una forte inclinazione al peccato, non solo privò loro ed i loro discendenti dei doni preternaturali, ma anche, e cosa più importante, privò Adamo ed Eva e la loro discendenza di quel dono più prezioso tra tutti i doni — la grazia santificante — mediante il quale l’uomo partecipa nella propria anima alla vita stessa di Dio. S. Paolo dice:
  • “A causa d’un uomo il peccato entrò nel mondo, e con il peccato la morte, e così la morte passò a tutti gli uomini, nel quale tutti hanno peccato” (Rom 5:12).
Quando l’uomo commette peccato, specialmente il peccato mortale, offende anche la Divina Maestà e infligge un danno spirituale alla sua anima (la morte spirituale in caso di peccato mortale). Fu proprio per soddisfare per i peccati del genere umano che Gesù Cristo sacrificò la Sua vita sulla Croce.

Se apprezzassimo veramente le sofferenze e la morte di Nostro Signore, avremmo bisogno di meditare seriamente sulla Passione. Uno dei modi per compierlo è di considerare la sacra immagine di Cristo Crocifisso quale si vede sulla Santa Sindone di Torino. Questo lenzuolo macchiato di sangue identifica con precisione le ferite inflitte a Nostro Signore secondo i Santi Vangeli.

Vi possiamo vedere a nostro vantaggio i segni delle molteplici piaghe lungo il Suo Sacro Corpo, le ferite causate dalle spine che circondarono la Sua Testa, i segni dei chiodi nelle Sue Mani e Piedi, e finalmente, l’ampia ferita nel Suo Sacro Costato.

La grande tragedia dei nostri tempi è che la maggioranza del genere umano vive come se non ci fosse Dio, non ci fossero i Comandamenti, né cose come il peccato. Ma non guardiamo alla maggioranza del genere umano — guardiamo a noi stessi. Quando avessimo la sventura di commettere un peccato, noi non potremmo addurre l’ignoranza. Nostro Signore non può dire di noi ciò che disse dei suoi uccisori:
  • “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno!” (Luca 23:34).
Nel cominciare la nostra solenne preparazione per la celebrazione della Risurrezione di Nostro Signore — la più grande festa dell’intero anno liturgico — uniamo alle nostre preghiere, meditazioni e letture spirituali, la piena penitenza del digiuno e dell’astinenza. Coloro che non sono obbligati a digiunare dovrebbero compiere qualche speciale sacrificio che mortifichi particolarmente la loro natura umana decaduta, che è così incline al peccato.

Finalmente, nel fare penitenza durante questo tempo di Quaresima, ricordiamoci delle parole di Nostro Signore ai discepoli:
  • “Quando digiunate, non fate i tristi come gli ipocriti. Che si imbruttiscono la faccia, affinchè possano mostrare agli uomini che essi digiunano. In verità vi dico, che hanno già ricevuto la loro ricompensa. Ma voi, quando digiunate, profumatevi il capo e lavatevi la faccia. In modo che non agli uomini appaia che digiunate, ma al Padre vostro che è nel segreto: e il vostro Padre, che vede nel segreto, vi ricompenserà” (Mt. 6:16-18 ).

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Messaggio da miriam bolfissimo » mer mar 29, 2006 2:28 pm

Chiamati a essere figli della pace

La pace che ci da Gesù è la sua stessa persona, è la sua Presenza in mezzo a noi. Francesco e Chiara ci mostrano come anche noi possiamo essere figli e operatori di pace: non affidandoci ai nostri sforzi più o meno generosi, ma accogliendo la Sua pace.

«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la da il mondo, io la do a voi", dice Gesù ai suoi discepoli nel suo discorso di addio.

Al tempo di Gesù la pace "che da il mondo" era la "pax romana", la pace armata che imponeva sicurezza e ordine nell'Impero. Una "pace forzata", ottenuta (se ottenuta!) in qualche modo con le minacce.

Oggi siamo chiamati a partire dal dialogo e a cercare di raggiungere degli accordi; ed è importante farlo, perseguendo e costruendo la pace - sempre però una pace esteriore - insieme a tutti gli uomini di buona volontà.

Ma la pace che ci da Gesù è molto di più di un accordo, di un equilibrio più o meno fragile costruito dalla buona volontà umana.

Quando Gesù invia i suoi discepoli a predicare che il regno dei cieli è vicino, dice loro: "Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi" (Mt 10,12-13; Le io, 1.5).

Il saluto da rivolgere, che dalle parole di Gesù sembra così importante, è proprio quello della pace. Ed è lo stesso saluto che Francesco farà suo, salutando e iniziando le sue prediche con «Il Signore ti dia pace».

Cos'è questa pace, che non è «quella che da il mondo», e che è talmente preziosa da poter essere ricevuta solo da chi accoglie colui che l'annuncia?

Il Vangelo di Luca ci dice inoltre che Gesù manda i discepoli a due a due, e anche Francesco e i suoi compagni fanno lo stesso, fin dall'inizio della loro avventura evangelica, come se la comunione tra i due discepoli fosse di per sé già un annuncio, quasi un "sacramento" di questa pace da portare.

Cos'è questa pace che tutti profondamente desideriamo, che cerchiamo, che non riusciamo a "costruire" con i nostri sforzi, né con la nostra bravura e buona volontà?

Una risposta ce la da san Paolo nella lettera agli Efesini, quando scrive: «Cristo Gesù, infatti, è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l'inimicizia» (Ef 2,13-14).

La pace che ci da Gesù è dunque la sua stessa persona, è la sua Presenza in mezzo a noi. È Lui presente lì dove «due o tre sono riuniti nel suo nome», quindi è con i discepoli che a due a due, concordi, annunziano il Regno, è con i frati che a due a due percorrono paesi e città per fare lo stesso: annunciare il Regno di Dio, la presenza del Signore in mezzo a noi, di Lui che solo sa «abbattere il muro dell'inimicizia» che ci divide tra di noi, e forse prima ancora dentro di noi perché ci divide da Dio.

Questa pace è la caratteristica dei discepoli, di coloro che, come figli di Dio, proclamano con la vita la sua salvezza.

Francesco e Chiara, da veri discepoli del Signore, sono anch'essi con tutta la vita annunciatori di Lui che "è la nostra pace".

Gesù aveva definito se stesso "mite e umile di cuore", dicendoci di imparare da Lui.

Questa umiltà e dolcezza imparata alla scuola di Gesù irradia da tutte le pagine delle biografie e degli scritti di Francesco e Chiara: tale atteggiamento di "non resistenza", di "non difesa", di attiva e cosciente confidenza in Colui che solo "abbatte il muro dell'inimicizia", li ha resi al loro tempo missionari di pace, portatori di Gesù nostra pace.

Non per nulla Francesco, gravemente infermo, di fronte al dissidio tra il podestà e il Vescovo di Assisi aggiunge al Cantico delle creature la strofa sul perdono e manda i suoi frati a cantarla, nel desiderio di riportare i due alla riconciliazione.

E così Chiara, davanti ai mercenari di Federico II che già avevano superato le mura di San Damiano, non teme, ma con immensa confidenza getta la sua povertà e umana impotenza davanti all'Onnipotenza del Signore, presente nell'Eucaristia.

E il Signore opera la salvezza e da la Sua pace.

Francesco e Chiara ci mostrano come anche noi possiamo essere figli e operatori di pace: non affidandoci ai nostri sforzi più o meno generosi, ma accogliendo la Sua pace, Lui stesso che si dona a noi, e confidando che proprio la nostra povertà, affidata a Lui, diventa il luogo in cui Lui stesso opera, anche oggi, la riconciliazione e quindi la pace.
  • suor Monica Benedetta, clarissa
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Messaggio da miriam bolfissimo » mer mar 29, 2006 2:33 pm

Le quaresime di San Francesco

Il digiuno era per il Santo uno strumento di conversione. Oggi si tende a pensare che il digiuno fisico non sia importante e che conti solo il suo significato spirituale. Non è vero. Solo digiunando concretamente, se ne può capire il valore spirituale.

Ritorna ogni anno il tempo di quaresima, e può essere utile chiedere all'esempio di Francesco d'Assisi qualche suggerimento per vivere bene questo periodo.

Le Regole di Francesco ci mostrano il suo impegno di osservare alcune quaresime: oltre alla Quaresima vera e propria ed al periodo dell'Avvento, Francesco riteneva utile per sé e anche per i suoi fratelli sottolineare altri tempi durante l'anno. Così, nella Regola, si trova l'invito a osservare anche la Quaresima "benedetta", che va dall'Epifania all'inizio della Quaresima vera e propria, della quale Francesco dice: «coloro che volontariamente la digiunano siano benedetti dal Signore, e coloro che non vogliono non vi siano obbligati».

Ma oltre ai riferimenti che troviamo nella Regola, anche le antiche biografie di Francesco ci documentano che egli usava vivere come tempo speciale anche altri periodi dell'anno. Uno di questi periodi è quello della quaresima di San Michele, che andava dall'Assunzione al 29 settembre: è forse il più noto anche perché Francesco ricevette le stimmate proprio mentre stava facendo questa quaresima alla Verna.

Probabilmente non tutti gli anni Francesco faceva tutte queste quaresime facoltative di cui parlano i biografi, possiamo tuttavia affermare che dai racconti biografici emerge chiaramente il suo impegno di vivere in maniera speciale alcuni periodi dell'anno.

Per Francesco, si trattava di tempi segnati fondamentalmente dal digiuno e da una più intensa preghiera. Di questi due elementi caratteristici voglio ora esaminare la pratica del digiuno e il suo significato.

Il racconto un po' leggendario dei Fioretti racconta, ad esempio, della quaresima passata da Francesco sull'isola del Lago Trasimeno, durante la quale egli avrebbe mangiato solo mezzo pane. Ma è certo che, a parte queste pie esagerazioni, il digiuno era vissuto, da Francesco come da tutta l'antica tradizione cristiana, come uno strumento significativo di conversione.

Anche noi cristiani oggi siamo invitati a riconsiderare il senso del digiuno: stiamo attenti che certe affermazioni facilmente diffuse, per cui il digiuno fisico non sarebbe importante rischiano di farci perdere un'occasione di esperienza cristiana.

Il digiuno fisico (cioè qualche astensione dal cibo) ha un suo valore che non vale la pena di perdere; l'esempio di Francesco ci mostra che è solo passando attraverso una pratica concreta (ad esempio, saltare un pasto) che si può cogliere il suo significato spirituale.

Certamente, il senso del digiuno non è quello materiale del saltare il pasto, ma è quello della conversione; eppure, per arrivare a quel significato spirituale bisognerà passare, almeno un poco, attraverso una pratica concreta.

In molti episodi della sua vita, Francesco ci mostra che è solo mettendo in pratica la parola del Signore che si giunge ad un comprensione più vera della parola stessa: si pensi all'ascolto del Vangelo alla Porziuncola. Di fronte alla parola di Gesù, Francesco la mette in pratica cambiando il suo vestito, gettando i calzari, rinunciando alla cintura. È evidente che il senso "spirituale" di quel brano evangelico non era quello di indicare un nuovo modo di vestire, ma è altrettanto vero che Francesco ha bisogno di mettere in pratica subito, in quel modo concreto, la parola ascoltata, per giungere poi ad una comprensione più profonda e spirituale.

La tradizione cristiana, inoltre, collega il digiuno alla preghiera e all'elemosina: e l'esperienza insegna che dopo aver digiunato è più facile pregare, e che il frutto del mio digiuno può essere destinato ai bisogni dei fratelli. Chi ama le missioni si sentirà sollecitato a condividere nel digiuno la condizione di tanti fratelli, che sono costretti dalla vita a non mangiare, e a destinare loro il frutto del proprio digiuno.

Buona quaresima, dunque, e buon digiuno a tutti!
  • fra Cesare Volani
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Messaggio da miriam bolfissimo » mer mar 29, 2006 2:35 pm

Quaresima tempo di bellezza

Digiuno e astinenza sono pratiche sempre più desuete. Eppure hanno una forte carica profetica. Come attualizzarle oggi?

Ad aver smarrito il senso della Quaresima e la sua forte carica profetica non è solo la società moderna. Anche la comunità cristiana ha in molti casi perso familiarità con una pratica che da sempre ha contraddistinto la ricchezza umana e spirituale del cristianesimo.

Digiuno e astinenza risultano oggi ai più prassi desuete, e risuonano come pratiche d'altri tempi, definitamente fuori dai nostri orizzonti quotidiani.

Eppure la Quaresima ha una sua originalità e potenzialità di ricarica, da risultare estremamente moderna e attuale in una società che ha rimosso la dimensione contemplativa e simbolica della vita, ritrovandosi travolta dal suo stesso frastuono e freneticità.

Una riserva di energia spirituale, patrimonio dei credenti, che - se ripresa, rivissuta e riattualizzata - potrebbe ridiventare un'opportunità indispensabile per dare qualità alla vita, non solo dei cristiani, ma di ogni uomo.

Ma come? In che modo riattualizzare la Quaresima? Come rileggere le antiche pratiche sapienziali di digiuno, silenzio, astinenza dalle carni, elemosina nella società di oggi, e ridare vigore profetico e pratica vissuta a questi esercizi spirituali?

«La prima cosa da fare è superare il dualismo corpo-spirito, quasi che la Quaresima debba essere una mortificazione del corpo per guadagnarsi la ricompensa del cielo. No, la Quaresima è un riappropriarsi di questa vita perché abbia più sapore», risponde monsignor Bruno Maggioni, biblista e docente di Sacra Scrittura.
«Se capita bene, la Quaresima non è privazione, ma liberazione. E quindi se è un modo per vivere meglio, non è un qualcosa rivolto ai soli credenti, ma è per tutti. Proprio per le sue caratteristiche, si rivolge all'uomo prima che al cristiano».
Ma come attualizzarla oggi? «Al classico digiuno, si può sostituire una cena con tutta la famiglia riunita, senza televisione, dove ci si parla, si comunica, ci si accoglie l'un l'altro», propone monsignor Maggioni.

E lo scrittore Ferruccio Parazzoli aggiunge: «All'uomo d'oggi direbbe sicuramente di più il digiuno dalla parola, il silenzio come tempo e spazio per ascoltare, pensare, leggere. Già il pensare.
Sembra una cosa scontata, e invece è di questo che si ha estremo bisogno oggigiorno. È un'abitudine che tutti dovremmo riprendere, e la Quaresima può essere l'occasione che cerchiamo. Forse anche la preghiera della famiglia, come pensiero condiviso, andrebbe recuperata.
E il digiuno non come sacrificio del corpo, ma come arricchimento dello spirito. A cominciare dal digiuno televisivo».

Convinta che è la bellezza che salva il mondo e fa comprendere il mistero dell'uomo, da dietro le grate della clausura suor Gloria Riva, giovane sorella delle «Adoratrici perpetue» di Monza, indica proprio la Quaresima come «via della bellezza».
«In un mondo che ha perso la dimensione simbolica e contemplativa dell'esistenza, questo tempo è l'occasione per rinvenire un centro a cui riferirsi, per raccogliere gli strumenti della realtà attorno a noi e convogliarli verso un senso alto», spiega.
«In una società frammentata, la Quaresima è come una ciambella di salvataggio per ritrovare la profondità di sé, per recuperare l'unificazione del proprio essere persona. Passo successivo diventa l'incontro con Dio».
Proposte concrete di Quaresima attualizzata? «Quella che facciamo noi suore, che il sabato sera apriamo la chiesa ai giovani per l'adorazione eucaristica e l'ascolto della Parola. Proprio quando il chiasso del mondo è massimo, ci vuole il coraggio di fermarsi ad ascoltare.
Sarebbe anche un segno visibile: aprire le chiese la sera durante la Quaresima e invitare tutti al silenzio contemplativo, a respirare i tempi della lectio divina, a ritmare il nostro tempo con il tempo dell'eterno».
Altro itinerario spirituale? Far Quaresima con l'arte. «La potenza evocata dall'immagine non veicola solo una tradizione, ma ci aiuta a riproporla», spiega suor Gloria, che tra l'altro ha curato il libro «Nell'arte lo stupore di una presenza», e sta per pubblicare «Frammenti di bellezza. La preghiera nell'arte e nella vita di madre Maria Maddalena».
«Perché non rileggere le tele non dal punto di vista artistico ma della fede? Perché non proporre itinerari dal Beato Angelico a Rubens sul deserto di Gesù, o le tele di San Carlo Borromeo che digiuna col teschio in mano, esaminate con l'occhio della fede per coglierne la potenza spirituale ed evocativa?».
Suor Gloria non boccia nemmeno il digiuno classico, ma invita a rimotivarlo. «Va fatto comprendere come far tacere gli appetiti affina il senso dello spirito», spiega. «È un far assopire il senso del corpo perché possa essere finalizzato lo spirito, e renderlo capace di avvertire la presenza dell'impercettibile, che è Dio».

Nell'eremo camaldolese di Fonte Avellana, il priore padre Alessandro Barban riconiuga la secolare tradizione di digiuno, astinenza ed elemosina in tre nuovi percorsi spirituali: il recupero della parola autentica, del riposo che arricchisce, dell'attenzione a chi ci sta attorno.
«In un mondo in cui la parola è sguaiata, volgare, gridata, incapace di comunicazione profonda fra le persone, la Quaresima si presenta come un indispensabile esercizio spirituale di recupero dell'uso della parola», spiega il priore.
«È un educarci a dare valore alla parola pensata, riflettuta, offerta, donata all'altro per creare spazio ad un incontro, a un dialogo fra le persone. Ciò di cui l'uomo ha bisogno è di parola autentica. Coltivarla diventa una testimonianza quaresimale».
«Un secondo esercizio spirituale - aggiunge poi - è l'attenzione a chi sta attorno a noi. È il recupero di occhi che sanno guardare, che sanno scorgere le persone che sono nel bisogno, che sanno accorgersi degli altri. Oggi non è più lo scorgere chi è nel bisogno materiale, è un vedere chi ha bisogno di relazione, di vicinanza, di ascolto. E infine, l'esercizio spirituale del riposo che arricchisce, il coltivare il silenzio come spazio della meditazione. Purtroppo la società d'oggi vive un tempo unico, televisivo, di flusso continuo, dove i colori diversi non si conoscono più perché è un tutt'uno. La Quaresima è proprio questo: un aiuto a riprenderci il gusto dei colori. Mai come oggi, quindi, c'è bisogno estremo di Quaresima. Un bisogno che tocca tutti, anche chi non crede».
  • Pierangelo Giovanetti
      • Io voglio amare soltanto per Te tutto quello che amo... (santa Teresa di Lisieaux)[/list:u][/list:u][/list:u]

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miriam bolfissimo
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Riflettendo che ... nulla è xcaso

Messaggio da miriam bolfissimo » mer mar 29, 2006 2:44 pm

Digiuno, non è questione di estetica

«Oggi nel mondo occidentale la pratica del digiuno non è affatto rara, è anzi comunissima. Molte persone intraprendono severe diete per dimagrire o per motivi di salute, altri fanno abitualmente pasti rapidi e leggeri o saltano il pranzo per adattarsi ai ritmi di lavoro, e così via. Digiuno e disciplina alimentare sono dunque realtà comuni al mondo odierno; semplicemente l'ideologia che le sostiene non è l'adesione al cristianesimo, bensì, per così dire, l'adesione a una nuova "religione", quella del lavoro, del denaro, della prestanza fisica».

Dag Tessore è uno studioso delle religioni che ha al suo attivo numerosi saggi biblici e patristici e che ha appena scritto un denso volumetto per i tipi di Città nuova intitolato appunto Il digiuno (pagine 78, euro 7).

L'abbiamo intervistato.
  • Dag Tessore, lei richiama innanzitutto la testimonianza del digiuno, oltre che la sua attualità per credenti e non credenti...
«Credo quindi che, proprio in questi decenni di forte crisi religiosa, sia giunto il tempo per la Chiesa di far vedere, a chi lo desideri, che anche il cristianesimo sa offrire grandi sfide, e il digiuno è una di queste. Il digiuno - inteso nella sua forma tradizionale, ovvero come astensione rigorosa da carne e altri cibi durante ogni venerdì dell'anno e durante tutta la Quaresima e in vari altri periodi - è non soltanto un sacrificio e un allenamento ascetico, ma può diventare anche un "segno di contraddizione" in un mondo dominato da un consumismo alimentare senza freni, accompagnato a un libertinismo che ci ha abituati a voler ottenere tutto ciò che i nostri vizi e la nostra golosità ci inducono a desiderare. Come fu nei primi secoli del cristianesimo, così anche oggi il digiuno può tornare ad essere il segno di una scelta "diversa" da quella che sta facendo il mondo».
  • Quali sono i tratti salienti del digiuno cristiano?
«Il cristianesimo ha dato fin dalle sue origini un'enorme importanza al digiuno, che oggi ci è difficile capire, anche perché nella Chiesa cattolica la sua pratica è ormai quasi estinta. Per parecchi secoli nella Chiesa latina antica e fino ad oggi nelle Chiese d'Oriente, la disciplina del digiuno era così onnipervadente da costituire quasi l'elemento più visibile che distingueva il credente dal non credente: essa prevedeva infatti che il cristiano facesse digiuno ogni mercoledì e venerdì dell'anno nonché per tutti i giorni della Quaresima e in alcuni altri periodi dell'anno. E ciò significava mangiare un solo pasto al giorno dopo le 15 ed astenersi completamente da tutto ciò che è carne, pesce, latte e latticini, uova, olio e vino».
  • Lei poi descrive come col tempo la Chiesa d'Occidente venne attenuando questo rigore...
«Già nel Medioevo fu progressivamente abolito il digiuno del mercoledì e il divieto del pesce, dell'olio e del vino. A partire dal Rinascimento questo processo di semplificazione si acuirà ulteriormente. Ciononostante, ancora cento anni fa, la legge della Chiesa prevedeva che, al di là delle varie eccezioni e dispense, in Quaresima, ad esempio, ci si astenesse tutti i giorni da carne, uova e latticini. Il significato del digiuno nella tradizione cristiana è molteplice: esso era inteso come opzione per i poveri (digiunare per risparmiare e dar da mangiare ai bisognosi), come metodo di purificazione dell'organismo, come disciplina mentale ed esercizio di rinuncia, come espressione di lutto per Cristo crocifisso e come segno di sincero pentimento e ritorno a Dio».
  • Mi ha colpito la sottolineatura del digiuno come disciplina mentale: che cosa ha da dire la concezione di questa pratica nel mondo antico e nel primo cristianesimo agli uomini del nostro tempo?
«Il cristianesimo è un "lavoro interiore", come diceva Sant'Arsenio; una "pratica", come diceva Clemente di Alessandria. La disciplina del digiuno, se applicata con regolarità e frequenza e non solo poche volte l'anno, è un metodo per sottrarsi alla schiavitù dei propri gusti e capricci, delle proprie abitudini e dipendenze che ci impediscono di essere persone libere. "Il digiuno è una scuola di autocontrollo", diceva Sant'Ambrogio. Chi non sa dominarsi di fronte a una pietanza allettante, come potrà farlo dinanzi all'avvampare della collera o di altre passioni?».
  • Lei mette anche in rilievo l'aspetto del digiuno come purificazione e addirittura come metodo di disintossicazione: in che senso e in quali aspetti?
«La scienza dietologica moderna sa che fa bene alla salute astenersi periodicamente dal cibo, evitare il più possibile alimenti pesanti come la carne, i grassi, nonché i dolci, a favore della verdura, della frutta e di altri prodotti simili, e che fa male mangiare in maniera disordinata o mangiare troppo. Anche i greci e i romani sapevano ciò, e i Padri della Chiesa fecero tesoro delle cognizioni dietologiche dei Pitagorici, dei Cinici e degli Stoici, innestandole nella morale ascetica cristiana. Oggi potrebbe sembrare che queste cose siano sostanzialmente estranee alla religione in quanto tale. Ma - diceva Clemente di Alessandria - che cos'è la religione se non una "dieta" (in greco diaita) che ha come scopo di sanare l'intero organismo psicofisico dell'uomo? Corpo e mente sono infatti interdipendenti: se il corpo è appesantito da troppo cibo, o specialmente dal vino e dalla carne, anche la mente ne risulta appesantita, sonnolenta e perde lucidità e concentrazione, il che chiaramente va a discapito anche del proprio cammino interiore e religioso. I Padri della Chiesa insistono molto sull'urgenza di vivere una vita sana e secondo natura. In particolare l'astensione periodica (in Quaresima, per esempio) dagli alimenti "pesanti" quali la carne, i latticini, le uova, l'olio (e quindi fritti e grassi) è, come anche la dietologia moderna riconosce, un ottimo metodo di disintossificazione dell'organismo. E questo - lo ripeto - non in una prospettiva meramente "salutarista" ed ecologista, bensì per rispetto di Dio e per purificare la propria interiorità».
  • A suo parere, occorre insistere di più da parte della Chiesa cattolica sul tema del digiuno?
«Il mio libro sul digiuno si conclude con una citazione dell'allora cardinal Ratzinger: "Digiunare significa accettare un elemento essenziale della vita cristiana. Occorre ritrovare anche l'aspetto corporale della fede: l'astensione dal cibo è uno di questi aspetti e per questo dobbiamo guardare come a un esempio ai fratelli delle Chiese ortodosse d'Oriente, grandi maestre - anche oggi - di autentico ascetismo cristiano". A mio parere dalla Chiesa ortodossa i cattolici possono riapprendere il valore del digiuno (così come era vissuto, concepito e praticato anche dalla Chiesa cattolica in passato), pur facendo molta attenzione a non ridurlo a una formalità puramente consuetudinaria. D'altronde ridare al digiuno l'importanza e il ruolo che ha sempre avuto nella vita della Chiesa, almeno fino al Medioevo, è a mio parere anche un importante passo in direzione ecumenica. La migliore (e senz'altro più auspicabile) unità fra le Chiese si ha infatti - credo - non tanto "inventando" quella che dovrebbe essere la nuova Chiesa unita, quanto piuttosto rinforzando ciò che tutte le Chiese hanno già in comune e che anzi tutte considerano come la colonna fondamentale del cristianesimo, e cioè l'insegnamento apostolico e patristico dei primi secoli».
  • Roberto Righetto
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